Cabinet Portrait Gallery of British Worthies – Volume I

Among the histories of eminent kings, that of our Henry II. is one of the most remarkable both in its beginning and its end, both in the character of the man and in his fortunes; and, mostly tragic as the annals of human ambition are, there are few such histories that exemplify more impressively the instability and vanity of all earthly greatness.

EText-No. 35544
Title: Cabinet Portrait Gallery of British Worthies – Volume I
Author: Anonymous
Language: English
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EText-No. 35544
Title: Cabinet Portrait Gallery of British Worthies – Volume I
Author: Anonymous
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EText-No. 35544
Title: Cabinet Portrait Gallery of British Worthies – Volume I
Author: Anonymous
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EText-No. 35544
Title: Cabinet Portrait Gallery of British Worthies – Volume I
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Mariavittoria Orsolato – No Tav, la lotta non si arresta

Lo scorso 27 giugno il terreno regolarmente acquistato dagli attivisti del movimento No Tav presso la località Maddalena di Chiomonte, viene letteralmente preso d’assalto da 2000 agenti delle forze dell’ordine con l’intento di sgomberarlo, militarizzarlo e permettere così alle imprese che hanno ottenuto l’appalto di iniziare i lavori di messa in opera del cantiere per l’Alta Velocità. Fedele al suo spirito di resistenza, il movimento No Tav non demorde e indice una manifestazione nazionale per il 3 luglio successivo, raccogliendo adesioni entusiastiche da ogni parte d’Italia.

Quel giorno il corteo culminò in una vera e propria battaglia, combattuta da una parte con i lacrimogeni proibiti Cs e dall’altra con le pietre della montagna: il bilancio fu di centinaia di feriti da entrambi gli schieramenti ed ora lo Stato ha presentato il conto.

All’alba di ieri mattina un’imponente operazione di polizia, coordinata dalla procura di Torino, ha portato all’arresto di 26 militanti No Tav e a misure restrittive nei confronti di altri 15 attivisti, cui vanno aggiunte diverse perquisizioni ai danni di privati cittadini e di spazi occupati e autogestiti. Gli arresti – a Torino, Asti, Milano, Trento, Palermo, Roma, Padova, Genova, Pistoia, Cremona, Macerata, Biella, Bergamo, Parma e Modena e persino in Francia – sono stati eseguiti dalla polizia su ordinanze emesse dal Gip di Torino, Federica Bompieri, su richiesta del Procuratore aggiunto Andrea Beconi, nell’ambito di un’inchiesta condotta dalla Questura.

Le accuse sono le generiche lesioni, danneggiamento e resistenza a pubblico ufficiale e la versione che Giancarlo Caselli si é affrettato a fornire ai media mainstream è che con questa operazione si sia fatto fondamentalmente un favore al movimento. “Sbaglia – ha detto il Procuratore capo di Torino – chi vuole leggere in questa indagine qualcosa contro la Valle, il movimento No Tav e le legittime manifestazioni di dissenso che restano nei limiti della legge”.

Messa in questo modo, l’intenzione di Caselli sembra piuttosto essere quella di dividere il movimento, delegittimandone gli intenti agli occhi dell’opinione pubblica: da un lato i bravi valligiani pacifisti e pacifici, che esprimono un legittimo dissenso e dall’altro i cattivi black bloc calati dall’esterno, i professionisti della violenza. Un espediente decisamente inflazionato nell’era dell’attento web 2.0 e che i valsusini per primi rifiutano, rivendicando invece la diversità delle pratiche di lotta messe in campo ed esprimendo solidarietà a tutti gli arrestati e gli inquisiti, sempre e comunque. In questo caso a finire dietro le sbarre sono stati due “ex terroristi”, un giovane ventenne, tre minorenni, una ragazza incinta al settimo mese, un consigliere comunale (a cui sono state sequestrate addirittura le stampelle), gli immancabili anarco-insurrezionalisti e antagonisti.

Un’operazione “chirurgica” – come l’ha definita la stessa Procura torinese – e allo stesso tempo trasversale, così come trasversale è stata l’adesione ad una protesta che ormai va oltre la semplice opposizione al treno. In oltre vent’anni di storia il movimento No Tav ha finito per catalizzare le istanze e le simpatie dell’eterogenea galassia del dissenso politico e la sua lotta – sempre a volto scoperto – è diventata la lotta di chi vede nella speculazione indiscriminata, e nella corruzione che la permette, il problema fondamentale del sistema Italia.

Denunciando che la sola occupazione militare costa 90.000 euro al giorno e che i costi complessivi per la “grande opera”  – ancora in embrione ma già in perdita, dato il calo drastico del traffico merci su quella tratta – arriveranno a 22 miliardi di euro, gli abitanti della Val Susa non fanno altro che sbugiardare le velleità di crescita imposteci da una politica sempre più aliena al cittadino: un progresso posticcio, costoso in termini economici e democratici, buono solo a foraggiare un capitale vampiresco.

Per questo, perché il fronte di resistenza è appunto sentito come comune, in numerose città d’Italia si sono attivati presidi di solidarietà agli arrestati del movimento, alcuni dei quali sfociati in blocchi del traffico e occupazioni spontanee, mentre dal’assemblea permanente di Vaie, nel cuore della valle, è arrivato l’invito per una manifestazione che raccolga “tutte le resistenze” – come ha affermato il leader putativo dei No Tav Alberto Perino – da fissarsi entro la metà di febbraio.

Se questo blitz doveva quindi servire a scoraggiare il movimento, possiamo dire che già dalle prime ore ha ottenuto esattamente l’effetto contrario. Gli espedienti a disposizione della questura e degli esigui Si Tav sembrano aver raggiunto l’extrema ratio: dopo la mossa della carcerazione preventiva non restano molte carte in mano. Come sottolineano su notav.info “a breve ci sarà il tentativo di allargamento del cantiere per provare il reale inizio dei lavori, lì si vedranno i risultati”. Già da ieri, il movimento ha rilanciato nella direzione della resistenza, perché e nel cantiere di Chiomonte che si giocherà gran parte di questa lotta, ed è lì che i No Tav ritorneranno ancora una volta, nonostante gli arresti.

da: www.altrenotizie.org

Mission Impossible Protocollo Fantasma – Recensione di Sara Michelucci

Quarta volta per Mission Impossible, che torna sugli schermi cinematografici con un nuovo capitolo: Mission Impossible Protocollo Fantasma. Cambia il regista, questa volta con Brad Bird, ma resta sempre invariato l’attore protagonista, Tom Cruise che ancora una volta veste i panni dell’agente Ethan Hunt.

Bird è un regista avvezzo al cinema d’animazione, con una lunga carriera alle spalle che comincia alla tenerissima età di 13 anni con il primo cortometraggio. Ma è ovvio che deve vedersela ora non solo con un nuovo genere, quello del live action, ma anche con registi del calibro di Brian De Palma e John Woo che hanno firmato i primi due capitoli di Mission Impossible, veri e propri successi non solo al botteghino. Trama e scenari futuribili, come ci si aspetta, mettono in piedi un film discreto, ma che non riesce ad eguagliare i primi due capitoli.

Dopo che un attentato terroristico ha distrutto il Cremlino, il governo degli Stati Uniti attiva il cosiddetto “protocollo fantasma”, così che tutta l’Impossible Mission Force viene accusata dell’attacco da Kurt Hendricks, un milionario russo che vuole ricostruire l’Unione Sovietica e dominare il mondo. La Guerra Fredda, di nuova generazione, fa da contorno al film dove l’agente Ethan Hunt e la sua squadra fuggono, in modo da poter operare al di fuori della loro agenzia, per provare la loro innocenza e allo stesso tempo sventare un attacco nucleare che potrebbe portare alla terza guerra mondiale.

Molto belle le riprese, sarà per il fatto che i luoghi hanno aiutato. Hanno avuto infatti luogo a Dubai, Praga, Mosca, Mumbai e Vancouver e molte delle scene girate a Dubai sono state ambientate nel Burj Khalifa, l’edificio più alto del mondo al momento in cui si girava.
Per il resto il film cede un po’ troppo alla sola azione, senza andare a fondo sui personaggi e alla loro caratterizzazione. E Tom Cruise appare un tantino più attempato rispetto ai precedenti capitoli.

Mission Impossible Protocollo Fantasma (Usa 2011)
regia: Brad Bird
sceneggiatura: Josh Appelbaum, André Nemec
attori: Tom Cruise, Jeremy Renner, Léa Seydoux, Josh Holloway, Michael Nyqvist, Simon Pegg, Ving Rhames, Paula Patton, Anil Kapoor, Vladimir Mashkov, Samuli Edelmann, Ilia Volokh, Miraj Grbic, Ivan Shvedoff, Pavel Kríz, April Stewart
fotografia: Robert Elswit
montaggio: Paul Hirsch
musiche: Michael Giacchino
produzione: Bad Robot, Paramount Pictures, Skydance Productions
distribuzione: Universal Pictures

da: www.altrenotizie.org

Carlo Musilli – Gli equilibrismi del Professore

C’è il partito del “meglio che niente” e quello del “si poteva fare di più”. Poi c’è la posizione di chi ritiene in senso lato che liberalizzare sia dannoso per l’economia. Ma a prescindere dal giudizio di merito, il decreto varato venerdì sera dal governo Monti ci racconta anche una storia politica. Ci dà qualche dettaglio in più per capire di chi è l’Italia oggi e di chi probabilmente continuerà a essere nel prossimo futuro.

Gli aspetti fondamentali sono due: il rapporto dell’Esecutivo con il Pdl e i conflitti d’interesse che zavorrano la squadra del Professore. Sul primo versante, è evidente come il pacchetto di liberalizzazioni non danneggi in modo sostanziale l’establishment berlusconiano, la sua politica e la sua visione della società. Anzi, spuntando la pallottola del decreto, i pidiellini hanno limitato i danni al minimo proprio sul versante che li vedeva più vulnerabili. Evidentemente le pressioni di Gianni Letta sul sottosegretario Antonia Catricalà hanno funzionato. E chissà se il Pd troverà il modo di uscire altrettanto indenne dalla riforma del lavoro, ormai alle porte.

L’unica vera sconfitta per Silvio Berlusconi è arrivata sul campo delle frequenze televisive. Con una mossa chirurgica, da politicante consumato più che da banchiere, il ministro Corrado Passera ha deciso di congelare per tre mesi – ma non di revocare – il beauty contest varato dal Cavaliere (la procedura che avrebbe di fatto regalato i nuovi canali digitali a Mediaset, Rai e Telecom Italia). In questo modo Passera si è attribuito il ruolo di mediatore fra le parti, lasciando pendere una spada di Damocle hi-tech sulle teste del Pdl.

Tenere in sospeso la vicenda vuol dire mantenere alta la tensione fra i berluscones – che fra il Parlamento e l’azienda del padrone non avranno dubbi su cosa scegliere – e intanto far passare il tempo. E’ probabile che alla fine l’Agcom troverà una soluzione di compromesso (asta a pagamento più generoso contentino al Biscione), ma quando ciò avverrà i decreti più controversi saranno già diventati legge. E sarà ormai troppo tardi per andare alle elezioni anticipate.

Il secondo punto fondamentale è quello che riguarda le dinamiche interne al drappello dei tecnici. Quando si tratta di legiferare è prassi che i governanti cedano alle pressioni delle lobby di turno. Ed essendo questo un governo di banchieri, non stupisce che le mancanze più gravi dell’ultimo decreto riguardino proprio le banche e le loro cugine, le assicurazioni.

Partiamo dagli istituti di credito. Nella versione finale del provvedimento troviamo una brutta sorpresa per quanto riguarda il nuovo conto corrente di base (quello a costi ridotti, pensato ad esempio per gli anziani, che dovranno aprirlo per legge se vogliono incassare pensioni superiori a mille euro). Il funzionamento del nuovo tipo di conto non sarà stabilito dal governo – com’era scritto nelle bozze precedenti – ma da un’intesa fra banche, Poste e Banca d’Italia. Vale a dire i diretti interessati. Non basta: anche la riduzione delle commissioni sull’utilizzo della moneta elettronica è affidata a un accordo fra le parti in causa (Associazione bancaria, consorzio bancomat e Associazione dei prestatori di servizi a pagamento).

Un altro aspetto riguarda le polizze vita che le banche obbligano a stipulare per accendere un mutuo. Di solito la compagnia assicuratrice è legata alla banca stessa, che così incrementa i profitti. L’Antitrust aveva suggerito di abolire il binomio obbligatorio polizza-mutuo, ma il governo si è limitato a imporre agli istituti di credito di presentare al cliente i preventivi di almeno due diverse compagnie. C’è da scommettere che le banche sapranno indirizzare a dovere i loro clienti.

Un regalino molto simile è stato pensato anche per le compagnie d’assicurazione. Dal punto di vista dei cittadini, la scelta più vantaggiosa sarebbe stata di sostituire i cosiddetti agenti monomandatari con i broker assicurativi. Si trattava di rimpiazzare le figure legate ai singoli gruppi (di cui vendono i prodotti) con dei professionisti pagati direttamente dai clienti e quindi interessati a suggerire di volta in volta le soluzioni più convenienti per i consumatori piuttosto che per le compagnie. Anche in questo caso niente da fare. Il decreto – che peraltro parla solo dell’RC auto – obbliga gli agenti ad informare i clienti sulle proposte di almeno tre compagnie. Ma secondo voi vi consiglieranno la loro polizza o quella della concorrenza?

Fra le altre posizioni di potere che non sono state intaccate, spicca quella di Trenitalia. Dal decreto sono scomparse in corso d’opera almeno due misure fondamentali: la scissione fra la holding Fs e la rete ferroviaria Rfi (rinviata a una decisione della nuova Autorità dei Trasporti) e l’obbligo di gara per la concessione del trasporto regionale da parte delle Regioni. Per non parlare poi dell’inchino fatto all’Unione Petrolifera, che ha portato a ridurre drasticamente le liberalizzazioni in materia di carburanti.
Ci sono infine le querelle legate a quelle categorie che, pur avendo un impatto economico minore, suscitano inspiegabilmente un’attenzione mediatica senza pari. Vale la pena di rifletterci, altrimenti si rischia di perdere contatto col quadro generale. E si finisce col pensare che il rilancio del Pil dipenda solo dai taxi.

da: www.altrenotizie.org

Milano – Inaugurazione dell’Anno Giudiziario 2012 – Corte d’Appello

Inaugurazione dell’anno giudiziario.

Milano – Corte d’Appello

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Abraham Yehoshua – Lectio Magistralis sull’Olocausto – Università degli Studi di Pisa – 27 gennaio 2012

Lo scrittore israeliano Abraham Yehoshua riceve il diploma di perfezionamento honoris causa e tiene una lectio magistralis sull’Olocausto.

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Mario Braconi – SOPA all’amatriciana con Fava

Come noto, negli USA, le due proposte di legge contro la pirateria digitale in discussione al Senato e alla Camera dei Rappresentanti hanno dato vita ad una mezza rivoluzione: sembra ormai chiaro che alla grande maggioranza dei cittadini americani l’idea di far gestire la propria libertà di espressione e di parola alle major dell’intrattenimento proprio non vada giù.

Se negli USA dovesse essere approvata una legge del tenore di SOPA o PIPA, infatti, un provvedimento dell’autorità giudiziaria richiesto dalla parte presumibilmente lesa potrebbe portare in pochissimi giorni alla chiusura dei siti sospettati di consentire la fruizione illegale di materiale coperto da copyright.

Non solo: secondo alcuni commentatori americani, verrebbe rovesciato il modus operandi  dell’attuale legislazione in materia (il Digital Millenium Copyright Act, o DMCA). Il DMCA garantisce all’internet provider la possibilità di non incorrere nei rigori della legge qualora accetti volontariamente di rimuovere i contenuti di cui viene contestata dal proprietario la legittimità di fruizione (questa scappatoia si chiama “safe harbor”, ovvero porto sicuro… dai guai giudiziari).

Secondo gli oppositori dei progetti paralleli di legge, invece, l’obiettivo è quello di rovesciare su chi gestisce il sito l’onere della vigilanza sui contenuti; non sarebbe insomma sufficiente ottemperare celermente alla richiesta di ristoro da parte un presunto danneggiato. Per non rischiare guai legali seri, occorrerebbe controllare che ogni singolo contenuto caricato dagli utenti non violi le leggi sul diritto d’autore. Una follia che, infatti, è riuscita a mettere assieme un fronte di oppositori smisurato ed estremamente eterogeneo, che va dagli hacker anarchici ad una coalizione di big corporation internet, tra cui Google, Facebook, Twitter, Mozilla ed Ebay)…

Grazie all’aumento di consapevolezza collettiva guadagnato grazie al tam-tam su internet (la stampa, per ragioni di conflitto d’interesse, si è tenuta generalmente a distanza da questa storia giornalistica) tutti i politici americani che in qualche modo hanno sostenuto o espresso simpatia per le norme liberticide contenute in SOPA e PIPA sono diventati rapidamente oggetto di pubblica esecrazione.

Non mancano i contributi creativi, come ad esempio l’applicazione per iPhone che, attraverso la lettura del codice a barre dei prodotti che stiamo per comprare ci avvisa se stiamo o meno dando soldi ad un sostenitore della censura di stato su internet. Né quelli militanti, come lo “sciopero” messo in atto lo scorso 18 gennaio da Wikipedia in lingua inglese e Reddit, assieme ad alte centinaia di siti meno noti ma molto frequentati.

Le corporation che dettano legge alla Casa Bianca sono scatenate: non solo vorrebbero incatenare l’intero popolo americano, ma in qualche modo stanno costringendo i diplomatici americani a ricattare in ogni possibile modo anche i governi stranieri percepiti come meno interessati alla repressione della violazione dei diritti d’autore del materiale made in USA.

Dopo le lamentele e le minacce di ritorsioni dell’ambasciatore americano (di cui abbiamo avuto notizia grazie a Wikileaks), il nuovo esecutivo spagnolo ha deciso di compiacere lo zio Tom approvando la cosiddetta legge Sinda. Così la Spagna è finita nel club dei paesi che la Electronic Frontier Foundation definisce “dei punti di strangolamento globali” della Rete.

Il governo italiano, che non si fa fatica a definire espressione pura del padronato (banche, finanze, corporation), non poteva essere da meno. Giovedì 19 gennaio è stato approvato dalla XIV Commissione Permanente per le Politiche dell’Unione europea alla Camera l’emendamento dell’On. Fava alla proposta di legge Centemero (ed altri) “in materia di responsabilità e di obblighi dei prestatori di servizi della società dell’informazione e per il contrasto delle violazioni dei diritti di proprietà industriale operate mediante la rete internet”.

Curioso, per inciso, constatare come la Lega, partito di estrema destra populista, in questo caso abbandoni il suo antiamericanismo, abbracciando la lucida follia che anima i politici americani che hanno concepito SOPA e PIPA. Forse l’idea di poter intervenire direttamente a castigare un sospetto “pirata digitale” senza perdere tempo a capire con un processo se sia colpevole o meno deve avere eccitato il peone Fava fino a confonderlo.

Sia come sia, grazie al suo prezioso emendamento, concepito in puro stile SOPA, quando un qualsiasi “soggetto interessato” dichiari che un dato contenuto in Rete viola il suo diritto d’autore, al provider conviene rimuoverlo alla svelta: se infatti non lo facesse potrebbe anche essere considerato complice del violatore, al pari dell’inserzionista che faccia pubblicità sul sito che, secondo un “soggetto interessato”, non un giudice, ripetiamo, starebbe violando la legge sul copyright.

Come spiega l’avvocato Guido Scorza, siamo di fronte al tentativo di “privatizzazione della giustizia che affida la libertà di manifestazione del pensiero sul web all’assoluta discrezionalità di soggetti privati: il segnalante, libero di chiedere la rimozione di ogni contenuto “sgradito” e il provider, obbligato ad assecondare la richiesta o ad assumersi in prima persona la responsabilità della eventuale effettiva illegittimità di un contenuto che non ha prodotto, non conosce, non può valutare”.

L’emendamento Fava, come del resto i parenti americani che l’hanno ispirato, è una delle più chiare dimostrazioni dell’aperto fastidio che il mondo degli affari oggi sembra provare nei confronti delle garanzie normalmente offerte dai sistemi giudiziari ai presunti colpevoli; le quali vengono a quanto pare, negli USA e ora anche in Italia, sono considerate un fastidioso impaccio per l’agenda dei “manovratori”.

Come è accaduto in Spagna per la legge Sinda, anche l’emendamento Fava è la conseguenza di pressioni diplomatiche da oltre Oceano. Che l’interessato, che in questi giorni “casualmente” sta incontrando negli USA diversi politici sostenitori di PIPA e SOPA, non fa nemmeno il tentativo di nascondere. Ha dichiarato al Corriere della Sera che “qui negli Usa mi hanno chiaramente detto che se non regoliamo il settore, i dazi commerciali rimarranno altissimi”.

 

da: www.altrenotizie.org

Emanuela Pessina – Mein Kampf, l’incubo della memoria

BERLINO. Ieri, in concomitanza con il giorno della memoria, la rivista tedesca Zeitungzeugen avrebbe dovuto pubblicare settimanalmente parti del Mein Kampf di Adolf Hitler, proibito in Germania ormai dalla fine del regime nazista e ancor’oggi vissuto come tabù. La polemica è stata grande, perché qualcuno considera ancora lo scritto – il primo veicolo della propaganda nazista degli anni  ’30 – come potenzialmente pericoloso. Tanto grande, che il tribunale di Monaco di Baviera (che ancora ne detiene i diritti) ne ha proibito ora la pubblicazione.

A molti tedeschi la sua censura sembra necessaria a perenne dimostrazione di rifiuto di un’ideologia criminale, una sorta di rispetto nei confronti delle vittime. Ma non tutti sono d’accordo: qualcuno ci vede un atteggiamento di rimozione, come se, dopo settant’anni, la Germania non fosse ancora in grado di guardarsi allo specchio e accettare i propri errori con umiltà. Come se la Germania non fosse in grado di confrontarsi con i suoi scheletri nell’armadio.

Gli estratti di Mein Kampf avrebbero dovuto essere pubblicati in inserti speciali, accompagnati da commenti critici, e venduti quindi nei chioschi come qualsiasi altro settimanale. L’idea è di un inglese, l’editore Peter McGee: ma a detenere i diritti di pubblicazione è tuttavia ancor’oggi la città di Monaco di Baviera, dove Hitler era residente prima di morire, e il Comune ha subito provveduto a fare ricorso a McGee, dando in un certo senso voce al malcontento di tutti i tedeschi. Ancora oggi l’imbarazzo della Germania per quello che è successo negli anni a cavallo tra la prima e la seconda guerra mondiale è grande e il Mein Kampf, dopo essere stato il simbolo del nazismo, è diventato oggi l’emblema di questa vergogna.

Mein Kampf, in italiano “la mia battaglia”, è stato scritto da Adolf Hitler nel 1923, durante il periodo di detenzione per un tentativo di colpo di Stato fallito. Si tratta di un’autobiografia personale che è nata comunque con la presunzione di diventare autobiografia di partito e, più in particolare, manifesto ideologico della dottrina nazista. Nel Mein Kampf sono infatti presenti le tematiche razziste e antisemite che accompagneranno poi il nazionalsocialismo fino al 1945, così come l’idea di guerra e di rivoluzione nazionalsocialista. Da sottolineare che, tra le righe, vi si legge anche l’esigenza di Hitler, per meglio dire la pretesa, del comando assoluto.

Il libro del leader nazista raccoglie tra l’altro numerose citazioni di diversi autori del tempo, e le mischia in maniera a volte poco onesta fino a inserirle in un contesto politico. Tant’è che i critici hanno notato che, per certi versi, il libro è una mera accozzaglia di riferimenti, senza una vera e propria struttura interessante. Basti pensare all’Uebermensch di Friedrich Nietzsche, il superuomo, cui Hitler si paragona in alcune parti del Mein Kampf.

Con  il superuomo Nietzsche aveva inteso un uomo capace di essere superiore a se stesso e agli impulsi umani, senza nessuna implicazione politica o nazionalsocialista. L’interpretazione di Hitler ne ha sporcato la filosofia e la reputazione per diversi decenni.

Mein Kampf viene pubblicato nel 1925, quando Hitler è già libero e impegnato nella riorganizzazione del Partito Nazionalsocialista dei lavoratori tedeschi, che lo ha portato al potere e alla dittatura totalitaria nazista. Ma il Mein Kampf non ha avuto successo se non dopo le elezioni di Hitler, nel 1933, quando l’acquisto dell’opera era probabilmente d’obbligo per ogni famiglia tedesca a causa dell’autoritarismo. Inutile aggiungere che, con il tempo, il Mein Kampf è diventato la bibbia dei nazisti e dei neonazisti di tutto il mondo. Tanto che la Germania, una volta finita la guerra, ne ha proibito la pubblicazione, e la censura è durata fino a oggi.

Perché il Mein Kampf, in Germania, è ancora visto come mezzo di propaganda anticostituzionale, che potrebbe accendere interpretazioni estremiste. Un argomento che a molti appare oggigiorno illogico, vista la situazione di democrazia radicata che caratterizza la Germania odierna. E che a molti sembra soltanto un modo per non guardare negli occhi il passato. Certo, non sarebbe piacevole vedere in circolazione la paccottiglia dell’odio e non è detto che la sua pur conclamata insipienza non possa generare simpatia in qualche mente poco brillante, come del resto assistiamo in tutta Europa con la rinascita dei gruppetti di teste rasate xenofobe e nazistoidi.

Ma aver paura della follia sgrammaticata non è detto serva a mantenere il buon senso nel senso comune diffuso, anzi. Significativo il punto di vista di Dieter Graumann, il presidente del Consiglio centrale degli ebrei in Germania, che si era detto totalmente d’accordo con la
pubblicazione di Mein Kampf: anche perché  la censura, secondo lui, non ha fatto che creargli una sorta di alone mistico attorno. A volte, per identificare un criminale, è sufficiente leggere quello che scrive.

 

da: www.altrenotizie.org

Mariavittoria Orsolato – Giustizia: numeri senza politica

Nove milioni di processi da smaltire tra civile e penale, migliaia di procedimenti per errore giudiziario o ingiusta detenzione e una valanga di richieste d’indennizzo per le cause che invecchiano con i querelanti. Che la giustizia italiana fosse un colabrodo lo si sapeva da un bel po’ e l’altro ieri , nella sua relazione a Montecitorio, la ministra Paola Severino ha snocciolato impietosa i numeri di quell’inefficienza che, nei termini di produttività tanto cari al governo tecnocratico, ci starebbe costando l’!% del Pil.

Il ministro ha esordito sottolineando innanzitutto l’esplosione di richieste di indennizzo per i processi troppo lenti, passate dalle 3.580 del 2003 alle 49.596 del 2010. Nel solo 2011, infatti,  lo Stato ha dovuto spendere ben 84 milioni di euro per risarcire i cittadini che si sono appellati alla cosiddetta legge Pinto, che disciplina il ricorso straordinario in appello qualora un procedimento giudiziario ecceda i termine di durata ragionevole di un processo secondo i criteri fissati dalla Corte europea dei diritti dell’uomo.

E, sempre nel 2011, lo Stato ha elargito risarcimenti per 46 milioni di euro a quanti hanno intentato causa, a ragione, per ingiusta detenzione o errore giudiziario, col risultato che solo per i rimborsi dell’anno appena trascorso se ne sono andati in fumo 130 milioni di euro. Tutto perché, secondo i dati elaborati da via Arenula, in Italia i processi da smaltire sono un’infinità e prima che questi vengano conclusi possono passare oltre sette anni per il civile e quasi cinque nel penale.

Il sistema carcerario poi, se possibile, va anche peggio: “Sento fortissima – ha detto il ministro – la necessità di agire in via prioritaria e senza tentennamenti per garantire un concreto miglioramento delle condizioni dei detenuti”. Aldilà dei dati numerici comunque aberranti -sono 66.897 i detenuti che soffrono modalità di custodia francamente inaccettabili per un paese come l’Italia – secondo il Guardasigilli “siamo di fronte a un’emergenza che rischia di travolgere il senso stesso della nostra civiltà giuridica, poiché il detenuto è privato delle libertà soltanto per scontare la sua pena e non può essergli negata la sua dignità di persona umana”. Ma di amnistia o revisione di leggi affolla carcere come la Bossi-Fini o la Fini-Giovanardi, non se ne parla proprio.

Fatti i conti del “disastro giustizia” e assolto il suo dovere di esimia tecnocrate, Paola Severino è comunque riuscita nel miracolo di mettere d’accordo Pd, Pdl e Terzo Polo: un avvenimento che, per quanto riguarda il tema della giustizia, non si verificava da quasi 18 anni e con 424 sì, 58 no e 45 astenuti la Camera ha approvato la risoluzione unitaria presentata dai tre partiti che fino a tre mesi fa si scannavano sui processi e che oggi, di fatto, costituiscono la maggioranza del governo Monti. E il segreto del successo della Guardasigilli sta proprio nell’aver eliminato dal piatto tutti i possibili punti di attrito politico.

Nella relazione della Severino mancano infatti le leggi ad personam berlusconiane – cancellazione del falso in bilancio e prescrizione breve tra tutte – e gli effetti catastrofici che hanno avuto sulla macchina della giustizia, così come non c’è il minimo accenno a riforme delle norme sulle intercettazioni o sul funzionamento dei processi, a interventi per allungare o accorciare i tempi della prescrizione, alle tensioni tra toghe e politici, alla terzietà del giudice o alla riforma della professione forense.

Il suo è stato solo un lungo excursus sulle deficienze del settore, sulle carenze del sistema e sulle difficoltà che si possono incontrare nel difficile rapporto cittadino-tribunale: la fiera dell’ovvio, una mera constatazione del fatto che, allo stato attuale, le cose così non vanno.

Quello scarno “visto, si approvi” in calce alla mozione unitaria di Pd, Pdl e Terzo Polo, non può dunque significare altro che la precisa volontà di non dividersi, di non spaccare una maggioranza tanto composita quanto assolutamente di facciata e di certo funzionale più al centrodestra di Berlusconi che al centrosinistra di Bersani.

Perché a voler scrivere un documento, anche breve, ecco che il Pdl chiederebbe di infilarci dentro le intercettazioni, il processo breve e quello lungo mentre, dall’altra parte, il Pd si vedrebbe costretto a chiedere che non solo non si parli d’intercettazioni ma, come ha detto Donatella Ferranti in aula, che si dica che proprio per colpa di quelle leggi adesso “le carceri esplodono”.

Che il mandato della Severino non darà avvio alla stagione delle grandi riforme sulla giustizia lo sanno anche i muri, così come è ormai pacifico che gli obbrobri legislativi escogitati per mettere Berlusconi al riparo dai giudici rimarranno al loro posto. Dire che questa è “l’ennesima occasione mancata”, comincia a diventare il ridondante refrain dell’esecutivo Monti.
da: www.altrenotizie.org