Commissione Cultura, scienza e istruzione della Camera

Indagine conoscitiva sull'applicazione della legge n. 2 del 9 gennaio 2008, recante disposizioni concernenti la Società Italiana degli Autori e degli Editori, con particolare riferimento ad attività, gestione e governance della medesima Società. Seguito dell'audizione di rappresentanti della Società Italiana degli Autori e degli Editori (SIAE).

Seduta 595ª (XVI legislatura)

-) Svolgimento di interrogazioni a risposta immediata -) Seguito della discussione del testo unificato delle proposte di legge: Angeli; Pisicchio; D’Ippolito Vitale e Carlucci; Renato Farina ed altri: Norme per favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti (124-859-937-3010-A) -) Seguito della discussione del testo unificato delle proposte di legge: Nicola Molteni ed altri; Volonté ed altri; Narducci ed altri: Modifiche alla legge 5 giugno 1997, n. 147, concernenti la durata dei trattamenti speciali di disoccupazione in favore dei lavoratori frontalieri italiani in Svizzera rimasti disoccupati a seguito della cessazione del rapporto di lavoro (3391-3392-3616-A)

Francesco Petrarca – Quando fra l’altre donne ad ora ad ora

Quando fra l’altre donne ad ora ad ora
Amor vien nel bel viso di costei,
quanto ciascuna è men bella di lei
tanto cresce ‘l desio che m’innamora.

I’ benedico il loco e ‘l tempo et l’ora
che sí alto miraron gli occhi mei,
et dico: Anima, assai ringratiar dêi
che fosti a tanto honor degnata allora.

Da lei ti vèn l’amoroso pensero,
che mentre ‘l segui al sommo ben t’invia,
pocho prezando quel ch’ogni huom desia;

da lei vien l’animosa leggiadria
ch’al ciel ti scorge per destro sentero,
sí ch’i’ vo già de la speranza altero.

Francesco Petrarca – Se la mia vita da l’aspro tormento

Se la mia vita da l’aspro tormento
si può tanto schermire, et dagli affanni,
ch’i’ veggia per vertù de gli ultimi anni,
donna, de’ be’ vostr’occhi il lume spento,

e i cape’ d’oro fin farsi d’argento,
et lassar le ghirlande e i verdi panni,
e ‘l viso scolorir che ne’ miei danni
a llamentar mi fa pauroso et lento:

pur mi darà tanta baldanza Amore
ch’i’ vi discovrirò de’ mei martiri
qua’ sono stati gli anni, e i giorni et l’ore;

et se ‘l tempo è contrario ai be’ desiri,
non fia ch’almen non giunga al mio dolore
alcun soccorso di tardi sospiri.

Francesco Petrarca – Lassare il velo o per sole o per ombra

Lassare il velo o per sole o per ombra,
donna, non vi vid’io
poi che in me conosceste il gran desio
ch’ogni altra voglia d’entr’al cor mi sgombra.

Mentr’io portava i be’ pensier’ celati,
ch’ànno la mente desïando morta,
vidivi di pietate ornare il volto;
ma poi ch’Amor di me vi fece accorta,
fuor i biondi capelli allor velati,
et l’amoroso sguardo in sé raccolto.
Quel ch’i’ piú desiava in voi m’è tolto:
sí mi governa il velo
che per mia morte, et al caldo et al gielo,
de’ be’ vostr’occhi il dolce lume adombra.

Seduta 594ª (XVI legislatura)

-) Informativa urgente del Governo sulle recenti vicende della compagnia di navigazione Tirrenia, con particolare riferimento alla questione dei collegamenti da e per la Sardegna -) Seguito della discussione delle mozioni Forcolin ed altri n. 1-00873, Fluvi ed altri n. 1-00882, Borghesi ed altri n. 1-00883, Bernardo ed altri n. 1-00884, Galletti, Della Vedova ed altri n. 1-00888 e Cesario ed altri n. 1-00892 concernenti l’applicabilità degli studi di settore in relazione al nuovo regime dei contribuenti minimi -) Seguito della discussione delle mozioni Zamparutti ed altri n. 1-00760, Braga ed altri n. 1-00877, Libe', Di Biagio ed altri n. 1-00878, Dussin ed altri n. 1-00879, Mosella ed altri 1-00885, Misiti ed altri n. 1-00886, Scilipoti ed altri n. 1-00889, Ghiglia ed altri n. 1-00890 e Piffari ed altri n. 1-00891 concernenti interventi per la difesa del suolo

Seduta 593ª (XVI legislatura)

-) Discussione delle mozioni Zamparutti ed altri n. 1-00760, Braga ed altri n. 1-00877, Libe’, Di Biagio ed altri n. 1-00878 e Dussin ed altri n. 1-00879 concernenti interventi per la difesa del suolo -) Discussione della mozione Forcolin ed altri n. 1-00873 concernente l’applicabilità degli studi di settore in relazione al nuovo regime dei contribuenti minimi -) Discussione del testo unificato delle proposte di legge: Angeli; Pisicchio; D’Ippolito Vitale e Carlucci; Renato Farina ed altri: Norme per favorire l'inserimento lavorativo dei detenuti (124-859-937-3010-A) -) Discussione del testo unificato delle proposte di legge: Nicola Molteni ed altri; Volonté ed altri; Narducci ed altri: Modifiche alla legge 5 giugno 1997, n. 147, concernenti la durata dei trattamenti speciali di disoccupazione in favore dei lavoratori frontalieri italiani in Svizzera rimasti disoccupati a seguito della cessazione del rapporto di lavoro (3391-3392-3616-A)

Homerus – Omero – Iliade – Traduzione di Vincenzo Monti – Libro XVI

E così questi combattean la nave.
Presentossi davanti al fiero Achille
Patroclo intanto un caldo rio versando
di lagrime, siccome onda di cupo
fonte che in brune polle si devolve
da rupe alpestre. Riguardollo, e n’ebbe
pietà il guerriero piè-veloce, e disse:
Perché piangi, Patròclo? Bamboletta
sembri che dietro alla madre correndo
torla in braccio la prega, e la rattiene
attaccata alla gonna, ed i suoi passi
impedendo piangente la riguarda
finch’ella al petto la raccolga. Or donde
questo imbelle tuo pianto? Ai Mirmidóni
o a me medesmo d’una ria novella
sei forse annunziator? Forse di Ftia
la ti giunse segreta? E pur la fama
vivo ne dice ancor Menèzio, e vivo
tra i Mirmidón l’Eàcide Pelèo,
d’ambo i quali d’assai grave a noi fôra
certo la morte. O per gli Achei tu forse
le tue lagrime versi, e li compiagni
là tra le fiamme delle navi ancisi,
e dell’onta puniti che mi fêro?
Parla, m’apri il tuo duol, meco il dividi.
E tu dal cor rompendo alto un sospiro
così, Patròclo, rispondesti: O Achille,
o degli Achei fortissimo Pelìde,
non ti sdegnar del mio pianto. Lo chiede
degli Achei l’empio fato. Oimè, che quanti
eran dianzi i miglior, tutti alle navi
giaccion feriti, quale di saetta,
qual di fendente. Di saetta il forte
Tidìde Dïomede, e di fendente
l’inclito Ulisse e Agamennón; trafitta
ei pur di freccia Eurìpilo ha la coscia.
Intorno a lor di farmaci molt’opra
fan le mediche mani, e le ferite
ristorando ne vanno. E tu resisti
inesorato ancora? O Achille! oh mai
non mi s’appigli al cor, pari alla tua,
l’ira, o funesto valoroso! E s’oggi
sottrar nieghi gli Achivi a morte indegna,
chi fia che poscia da te speri aita?
Crudel! né padre a te Pelèo, né madre
Tetide fu: te il negro mare o il fianco
partorì delle rupi, e tu rinserri
cuor di rupe nel sen. Se doloroso
ti turba un qualche oracolo la mente;
se di Giove alcun cenno a te la madre
veneranda recò, me tosto almeno
invìa nel campo; e al mio comando i forti
Mirmidoni concedi, ond’io, se puossi,
qualche raggio di speme ai travagliati
compagni apporti. E questo ancor mi assenti,
ch’io, delle tue coperto armi le spalle,
m’appresenti al nemico, onde ingannato
dalla sembianza, in me comparso ei creda
lo stesso Achille, e fugga, e l’abbattuto
Acheo respiri. Nella pugna è spesso
una via di salute un sol respiro;
e noi di forze intégri agevolmente
ricaccerem la stanca oste alle mura
dalle navi respinta e dalle tende.
Così l’eroe pregò. Folle! ché morte
perorava a se stesso e reo destino.
E a lui gemendo di corruccio Achille:
Che dicesti, o Patròclo? In questo petto
terror d’udite profezie non passa,
né di Giove alcun cenno a me la diva
madre recò. Ma il cor mi rode acerba
doglia in pensando che rapirmi il mio
un mio pari s’ardisce, e del concesso
premio spogliarmi prepotente. È questo,
questo il tormento, il dispetto, la rabbia
onde l’alma è angosciata. Una donzella
di valor ricompensa, a me prescelta
da tutto il campo, e da me pria coll’asta
conquistata per mezzo alla ruina
di munita città, questa alle mie
mani ha ritolta l’orgoglioso Atride,
come a vil vagabondo. Ma le andate
cose sien poste nell’obblìo; ché l’ira
viver non debbe eterna. Io certo avea
fatto un severo nel mio cor decreto
di non porla, se prima non giugnesse
alle mie navi de’ pugnanti il grido
e la pugna. Ma tu le mie ti vesti
armi temute, e alla battaglia guida
i bellicosi Tessali; ché fosco
di Teucri e fiero un nugolo vegg’io
circondar già le navi, e al lido stringersi
in poco spazio i Greci, e su lor tutta
Troia versarsi, audace fatta e balda
perché vicino balenar non vede
dell’elmo mio la fronte. Oh fosse meco
stato re giusto Agamennón! Ben io
t’affermo che costoro avrìan fuggendo
de’ lor corpi ricolme allor le fosse.
Or ecco che n’han chiuso essi d’assedio:
perocché nella man di Dïomede,
a tener lunge dagli Achei la morte,
l’asta più non infuria, né d’Atride
la voce ascolto io più dall’abborrita
bocca scoppiante; ma sol quella intorno
dell’omicida Ettorre mi rimbomba
animante i Troiani. E questi alzando
liete grida guerriere il campo tutto
tengon già vincitori. E nondimeno
va, ti scaglia animoso, e dalle navi
quella peste allontana, né patire
che le si strugga il fuoco, e ne sia tolta
del desïato ritornar la via.
Ma, quale in mente la ti pongo, avverti
de’ miei detti alla somma, e m’obbedisci,
se vuoi che gloria me ne torni, e grande
dai Greci onore, e che la bella schiava
con doni eletti alfin mi sia renduta.
Cacciati i Teucri, fa ritorno: e s’anco
l’altitonante di Giunon marito
ti prometta vittoria, incauta brama
di pugnar senza me con quei gagliardi
non ti seduca, né voler ch’io colga
di ciò vergogna e disonor: né spinto
dall’ardor della pugna alle fatali
dardanie mura avvicinar le schiere
della strage de’ Teucri insuperbito;
onde non scenda dall’Olimpo un qualche
Immortale a tuo danno. Essi son cari,
non obblïarlo, al saettante Apollo.
Posti in salvo i navili, immantinente
dunque dà volta, e lascia ambo a vicenda
struggersi i campi. Oh Giove padre! oh Pallade!
e tu di Delo arciero Iddio, deh fate
che nessun possa né Troian né Greco
schivar morte, nessuno; onde del sacro
ilïaco muro la caduta sia
di noi due soli preservati il vanto.
Mentre seguìan tra lor queste parole
Aiace omai cedea l’arena oppresso
da gran selva di strali. Rintuzzava
le sue forze il voler di Giove e il nembo
delle teucre saette. Il rilucente
elmo percosso un suon mettea che orrendo
gl’intronava le tempie, ed incessante
sovra i chiavelli il martellar cadea.
Langue spossata la sinistra spalla
dall’assiduo maneggio affaticata
del versatile scudo. E tuttavolta
né la calca premente, né de’ colpi
la tempesta il potea mover di loco.
Scuotegli i fianchi più affannato e spesso
l’anelito: il sudor discorre a rivi
per le membra, né puote a niuna guisa
pigliar respiro il valoroso. Intanto
d’ogni parte l’orror cresce e il periglio.
Muse dell’alto Olimpo abitatrici,
or voi ne dite per che modo il primo
fuoco alle navi degli Achei s’apprese.
Di frassino una grave asta scotea
Aiace. A questa avvicinato Ettorre
tal trasse un colpo della grande spada
che netta la tagliò là dove al tronco
si commette la punta. Invan vibrava
il Telamònio eroe l’asta privata
della sua cima, che lontan cadendo
risonò sul terren. Raccapricciossi
il magnanimo, e vide ivi d’un nume
manifesta la man; vide che avverso
l’Altitonante del pugnar le vie
tutte gli avea precise, e decretata
de’ Teucri all’armi la vittoria. Ei dunque
lunge dai dardi si ritrasse; e ratto
i Troi gittaro nella nave il foco,
che tosto le si apprese, e d’ogni lato
l’inestinguibil fiamma si diffuse.
Si batté l’anca per dolore Achille,
vista la vampa divorante; e, Sorgi,
mio Patroclo, gridò: sorgi. Alle navi
l’impeto io veggo della fiamma ostile.
Deh che il nemico non le prenda, e tutti
ne precluda gli scampi: su via, tosto
armati; ché i miei forti io ti raduno.
Disse: e Patròclo si vestìa dell’armi
folgoranti. Alle gambe primamente
i bei schinieri si ravvolse adorni
d’argentee fibbie. La corazza al petto
poscia si mise del veloce Achille
screzïata di stelle. Indi la spada
di bei chiovi d’argento aspra e lucente
dall’omero sospese. Indi lo scudo
saldo e grande imbracciò: la valorosa
fronte nell’elmo imprigionò, su cui
d’equine chiome orrendamente ondeggia
una cresta. Alfin prese, atte al suo pugno,
valide lance; ed unica d’Achille
l’asta non prese, immensa, grave e salda
cui nullo palleggiar Greco potea,
tranne il braccio achillèo: massiccia antenna
sulle cime del Pèlio un dì recisa
dal buon Chirone, ed a Pelèo donata,
perché fosse in sua man strage d’eroi.
Comanda ei quindi che i cavalli al cocchio
subito aggioghi Automedon, guerriero
cui dopo Achille rompitor di squadre
sovra ogni altro ei pregiava: ed in battaglia
nel sostener gl’impetuosi assalti
del nemico, ad Achille era il più fido.
Rotti adunque gl’indugi, Automedonte
i veloci corsieri al giogo addusse
Balio e Xanto che un vento eran nel corso,
e partoriti a Zefiro gli avea
l’Arpia Podarge un dì ch’ella pascendo
iva nel prato lungo la corrente
dell’Oceàn. Dall’una banda ei poscia
Pedaso aggiunse, corridor gentile,
cui seco Achille un dì dalla disfatta
città d’Eezïon s’avea condotto;
e quantunque mortale iva del paro
co’ destrieri immortali. Intanto Achille
su e giù scorrendo per le tende, tutti
di tutto punto i Mirmidóni armava.
Quai crudivori lupi il cor ripieni
di molta gagliardia, prostrato avendo
sul monte un cervo di gran corpo e corna,
sel trangugiano a brani, e sozze a tutti
rosseggiano di sangue le mascelle:
quindi calano in branco ad una bruna
fonte a lambir colle minute lingue
il nereggiante umor, carne ruttando
mista col sangue: il cor ne’ petti audaci
s’allegra, e il ventre ne va gonfio e teso:
tali dintorno al bellicoso amico
del gran Pelìde intrepidi si affollano
i mirmidonii capitani; e in mezzo
a lor s’aggira il marzïale Achille
i cavalli animando e i battaglieri.
Cinquanta eran le prore che veloci
avea condotte a Troia il caro a Giove
Tessalo prence, e carca iva ciascuna
di cinquanta guerrieri. A cinque duci
n’avea dato il comando, ed ei la somma
potestà ne tenea. Guida la prima
squadra Menèstio, scintillante il petto
di varïato usbergo. Era costui
prole di Sperchio, fiume che da Giove
l’origine vantava; e di Pelèo
la bella figlia Polidora a Sperchio
partorito l’avea, donna mortale
commista con un Dio. Ma lui la fama
nel popolo dicea prole di Boro,
di Perierèo figliuol, che tolta in moglie
l’avea solenne e di gran dote ornata.
Guidava la seconda il marzio Eudoro
generato di furto, a cui fu madre
la figlia di Filante Polimela,
danzatrice leggiadra. Innamorossi
in lei Mercurio un dì che alle cantate
danze la vide della Dea che gode
del romor delle cacce e d’aureo strale;
la vide, e della casa alle superne
stanze salito giacquesi furtivo
il pacifico Iddio colla fanciulla,
e lei fe’ madre d’un illustre figlio,
d’Eudoro, egregio nella pugna al pari
che rapido nel corso. E poiché tratto
fuor l’ebbe dal materno alvo Ilitìa
curatrice de’ parti, e l’almo ei vide
raggio del Sol, la genitrice al prode
Attòride Echeclèo passò consorte,
di largo dono nuzïal dotata.
Nudrì poscia il fanciullo ed allevollo
l’avo Filante con paterna cura,
e di figlio diletto in loco il tenne.
Capitan della terza era il valente
Memalide Pisandro, il più perito
de’ Mirmidóni nel vibrar dell’asta
dopo il compagno del Pelìde Achille.
La quarta il veglio cavalier Fenice,
e conducea la quinta Alcimedonte,
di Laerce buon figlio. Or poiché tutti
gli ebbe schierati co’ lor duci Achille,
gravi ed alte parlò queste parole:
Mirmidoni, di voi nullo mi ponga
le minacce in obblìo, che, mentre immoti
su le navi la mia ira vi tenne,
fêste a’ Troiani, me accusando tutti,
e dicendo: Implacabile Pelìde,
certo di bile ti nudrìo la madre:
crudel, che tieni a lor dispetto inerti
nelle navi i tuoi prodi. A Ftia deh almeno
redir ne lascia su le nostre prore,
da che nel cor ti cadde una tant’ira.
Questi biasmi in accolta a me sovente
mormoraste, o guerrieri. Or ecco è giunto
del gran conflitto che bramaste il giorno.
All’armi adunque; e chi cuor forte in petto
si chiude, a danno de’ Troiani il mostri.
Sì dicendo, destò d’ogni guerriero
e la forza e l’ardir. Strinser più densa
tosto le schiere l’ordinanza, uditi
del lor sire gli accenti. E in quella guisa
che industre architettor l’una su l’altra
le pietre ammassa, e insieme le commette
acconciamente a costruir d’eccelso
palagio la muraglia all’urto invitta
del furente aquilon: non altramente
addensati venìan gli elmi e gli scudi.
Scudo a scudo, elmo ad elmo, e uomo ad uomo
s’appoggia; e al moto delle teste vedi
l’un coll’altro toccarsi i rilucenti
cimieri e l’onda delle chiome equine:
sì de’ guerrier serrate eran le file.
Iva il paro d’eroi dinanzi a tutti
Patroclo e Automedonte, ambo d’un core
e d’una brama di dar dentro ei primi.
Con altra cura intanto alla sua tenda
avvïossi il Pelìde, ed un forziere
aprì di vago lavorìo, cui Teti
gli avea riposto nella nave e colmo
di tuniche e di clamidi del vento
riparatrici, e di vellosi strati.
Quivi una tazza in serbo egli tenea
di pregiato artificio, a cui null’altro
labbro mai non attinse il rubicondo
umor del tralcio, e fuor che a Giove, ei stesso
non libava con questa ad altro iddio.
Fuor la trasse dell’arca, e con lo zolfo
la purgò primamente: indi alla schietta
corrente la lavò. Lavossi ei pure
le mani, e il vino rosseggiante attinse.
Ritto poscia nel mezzo al suo recinto
libando, e gli occhi sollevando al cielo,
a Giove, che il vedea, fe’ questo prego:
Dio che lungi fra’ tuoni hai posto il trono,
Giove Pelasgo, regnator dell’alta
agghiacciata Dodona, ove gli austeri
Selli che han l’are a te sacrate in cura,
d’ogni lavacro schivi al fianco letto
fan del nudo terreno, i voti miei
già tu benigno un’altra volta udisti,
e dalle piaghe degli Achei vendetta
dell’onor mio prendesti. Or tu pur questa
fïata, o padre, le mie preci adempi.
Io qui fermo mi resto appo le navi;
ma in mia vece alla pugna ecco spedisco
con molti prodi il mio diletto amico.
Deh vittoria gl’invìa, tonante Iddio,
l’ardir gli afforza in petto, onde s’avvegga
Ettore se pugnar sappia pur solo
il mio compagno, o allor soltanto invitta
la sua destra infierir, quando al tremendo
lavor di Marte lo conduce Achille.
Ma dalle navi achee lungi rimosso
l’ostil furore, a me deh tosto il torna
con tutte l’armi e co’ suoi forti illeso.
Sì disse orando, e il sapiente Giove
parte del prego udì, parte ne sperse.
Udì che dalle navi alfin respinta
fosse la pugna, e non udì che salvo
dalla pugna tornasse il caro amico.
Libato a Giove e supplicato, Achille
rïentrò, rinserrò nell’arca il sacro
nappo: e di nuovo della tenda uscito
ritto all’ingresso si fermò bramoso
di mirar de’ Troiani e degli Achei
la terribile mischia. E questi al cenno
dell’ardito Patròclo in ordinati
squadroni, e tutti di gran cor precinti
già piombano su i Teucri, e si dispiccano
come rabide vespe, entro i lor nidi
lungo la strada stimolate all’ira
da procaci fanciulli, a cui diletta
travagliarle incessanti a loro usanza.
Stolti! ché a sé fan danno ed all’ignaro
passeggiero innocente. Le sdegnose
che ne’ piccioli petti han grande il core,
sbucano in frotta, e alla difesa volano
de’ cari parti. Coll’ardir di queste
si versâr dalle navi i Mirmidóni.
N’era immenso il fracasso, e di Menèzio
confortandoli il figlio alto gridava:
Commilitoni del Pelìde Achille,
siate valenti; della vostra possa
ricordatevi, amici, e combattiamo
per la gloria di lui, forti campioni
del più forte de’ Greci. Il suo fallire
vegga il superbo Atride, e dell’oltraggio
fatto al maggiore degli eroi si penta.
Sprone alle forze e al cor di ciascheduno
fur le parole. Si serrâr, scagliârsi
sul nemico ad un punto; e si sentiva
terribilmente rimbombar le navi
al gridar degli Achei. Ma come i Teucri
di Menèzio mirâr l’inclito figlio
esso e l’auriga Automedonte al fianco
folgoranti nell’armi, a tutti il core
tremò: le schiere scompigliârsi, ognuna
nella credenza che il Pelìde avesse
deposta l’ira, e l’amistà ripresa.
Studia ognuno la fuga, ognun procaccia
la sua salvezza. Allor Patròclo il primo
la fulgida vibrò lancia nel mezzo
dove più densa intorno all’alta poppa
del buon Protesilao ferve la calca:
e Pirecmo ferì, che dalle vaste
rive dell’Assio e d’Amidone avea
seco i peonii cavalier condutti.
Gli mise il colpo alla diritta spalla,
e quei riverso e gemebondo cadde
nella polve. Si volse al suo cadere
il peonio drappello in presta fuga,
e tutto si sbandò, morto il suo duce
prestantissimo in guerra. Repulsati
i nemici, l’eroe spense le vampe;
ma il naviglio restò mezz’arso e monco.
E qui fuggire e sgominarsi i Teucri,
e gli Achivi inseguirli, e via pe’ banchi
delle navi cacciarli in gran tumulto.
Siccome allor che dall’eccelsa vetta
di gran monte le nubi atre disgombra
il balenante Giove, appaion tutte
subitamente le vedette e gli alti
gioghi e le selve, e immenso s’apre il cielo:
così respinta l’ostil fiamma, aprissi
de’ Dànai il core e respirò. Ma tregua
non si fece alla zuffa; ancor non tutti
davan le spalle agl’incalzanti Achei
gli ostinati Troiani: e tuttavolta
resistendo, cedean forzati e lenti
gli occupati navigli. Allor diffusa
in maggior spazio la battaglia, ognuno
de’ dànai duci un inimico uccise.
Fu Patroclo il primier che con acuto
cerro percosse Arëilìco al fianco
nel voltarsi che fea. Lo passa il ferro,
frange l’osso; e boccon cade il meschino.
Trafisse Menelao Toante al petto
scoperto dello scudo, e freddo il fece.
Il figliuol di Filèo, visto a rincontro
venirsi Anficlo d’assaltarlo in atto,
il previen, lo colpisce ove più ingrossa
della gamba la polpa. Infrange i nervi
la ferrea punta, e a lui le luci abbuia.
E voi l’armi d’ostil sangue non vile
Antìloco tingeste e Trasimède
valorosi Nestoridi. Coll’asta
Antìloco passò d’Antìmio il fianco,
e il distese boccon. Màride irato
per l’ucciso fratello innanzi al caro
cadavere si pianta, e contra Antìloco
la picca abbassa. Ma di lui più ratto
Trasimède il prevenne, e non indarno
volò la punta. All’omero lo giunse,
i muscoli segò del braccio estremo,
e netto l’osso ne recise. Ei cadde
fragoroso, e l’avvolse eterna notte.
Da due germani i due germani uccisi
così n’andaro a Dite, ambo valenti
di Sarpedon compagni, ambo famosi
lanciatori, figliuoi d’Amisodaro
che la Chimera, insuperabil mostro
di molte genti esizio, un dì nudriva.
Aiace d’Oilèo sovra Cleòbolo
correndo impetuoso il piglia vivo
nella calca impacciato, e via sul collo
l’enorme daga calando lo scanna.
Si tepefece per lo sangue il ferro;
e la purpurea morte e il vïolento
fato le luci gli occupò per sempre.
S’azzuffâr Lico e Penelèo: ma in fallo
trasser ambo le lance. Allor più fieri
dier mano al brando. Del chiomato elmetto
Lico il cono percosse: ma la spada
si franse all’elsa. All’avversario il ferro
assestò Penelèo sotto l’orecchio,
e tutto ve l’immerse. Penzolava
in giù la testa dispiccata, e sola
tenea la pelle. Così cadde e giacque.
Merïon velocissimo correndo
Acamante raggiunse appunto in quella
che il cocchio ei monta, e al destro omero il fere.
Ruinò quel percosso dalla biga,
e morte gli tirò su gli occhi il velo.
Idomenèo la lancia nella bocca
d’Erimanto cacciò. La ferrea cima
apertasi la via sotto il cerèbro
rïuscì per la nuca, spezzò l’osso
del gorgozzule, e sgangherògli i denti;
talché di sangue s’empîr gli occhi, e sangue
soffiò dal naso e dalle fauci aperte.
Così concio il coprì l’ombra di morte.
E questi fûro i condottieri achei
che spensero ciascuno un inimico.
Qual su capri ed agnelle i lupi piombano
sterminatori, allor che per inospita
balza neglette dal pastor si sbrancano;
appena le adocchiâr, che ratti avventansi
alle misere imbelli e ne fan strazio:
non altrimenti si vedeva i Dànai
dar sopra i Teucri che del core immemori
con orribile strepito fuggivano.
Nel folto della mischia il grande Aiace
sempre ad Ettòr volgea l’asta e la mira.
Ma quel mastro di guerra ricoperto
il largo petto di taurino scudo
all’acuto stridor delle saette
e al sibilo dell’aste attento bada,
ben s’accorgendo alla contraria parte
già piegar la vittoria: e tuttavolta
teneasi saldo alla salvezza intento
degli amati compagni. Alfin, siccome
per l’etere sereno al cielo ascende
su dal monte una nube allor che Giove
tenebrosa solleva la tempesta:
non altrimenti dalle navi i Teucri
dier volta urlando, e non avea ritegno
il ritrarsi e il fuggir. Lo stesso Ettorre,
via coll’armi dai rapidi destrieri
trasportato in mal punto, la difesa
abbandona de’ suoi che la profonda
fossa accalca e impedisce. Ivi sossopra
molti destrier precipitando spezzano
e timoni e tirelle, e conquassati
lascian là dentro co’ lor duci i carri.
E Patroclo gl’incalza, ed incitando
fieramente i compagni, alla suprema
ruina anela de’ Troiani. E questi
d’alte grida e di fuga empion già tutte
sbaragliati le vie. Saliva al cielo
vorticosa di polve una procella:
spaventati i cavalli a tutta briglia
correan dal mare alla cittade; e dove
maggior vede l’eroe turba e scompiglio
minaccioso gridando a quella volta
drizza la biga. Traboccar dai cocchi
vedi sotto le ruote i fuggitivi,
e i vôti cocchi sobbalzando volano
risonanti. Varcâr d’un salto il fosso
gl’immortali destrieri oltre anelando,
i destrier che a Pelèo diero gli Dei
preclaro dono. E tuttavia l’eroe
contra Ettòr li flagella, desïoso
pur d’arrivarlo e di ferir. Ma lui
traean già lunge i corridor veloci.
Come d’autunno procelloso nembo
tutta inonda la terra, allor che Giove
densissime dal ciel versa le piogge
quando contra i mortali arma il suo sdegno,
i quai, cacciata la giustizia in bando
e la vendetta degli Dei schernita,
vïolente nel fòro e nequitose
proferiscon sentenze: allor furenti
sboccan ne’ campi i fiumi; giù dal monte
precipitando le sonanti piene
squarcian le ripe, e nel purpureo mare
devolvonsi mugghiando, e dal cultore
corrompono la speme e la fatica:
così gementi corrono e sbuffanti
i troiani cavalli. Intanto rotte
le prime schiere, di Menèzio il figlio
le ricaccia, le stringe alla marina,
lor tagliando il ritorno al desïato
Ilio; e tra il mare e il Xanto e l’alto muro
incalzava, uccideva e vendicava
molte morti d’eroi. E primamente
ferì d’asta Pronòo che mal di scudo
coprìasi il petto. Lo trafisse; e quegli
giù cadendo, nell’armi risonò.
Poi d’Enòpo il figliuol Tèstore assalse
impetuosamente. Iva costui
sovra elegante cocchio, la persona
curvo ed in atto di raccor le briglie,
che smarrito nel cor s’avea lasciato
dalle mani fuggir. Gli si fe’ sopra
l’eroe coll’asta, e tal gli spinse un colpo
su la destra mascella, che la siepe
sprofondògli dei denti. A questo modo
infilzato nell’asta sollevollo
dalla conca del cocchio, e il trasse a terra.
Quale il buon pescator sovra sporgente
scoglio seduto colla lenza, armata
di fulgid’amo, fuor dell’onda estragge
enorme pesce; a cotal guisa il Greco
fuor del cocchio tirò colla lucente
asta il confitto boccheggiante, e poscia
lo scrollò dalla picca, e lungi al suolo
lo gittò sanguinoso e senza vita.
Quindi Erìalo, che contro gli venìa,
giunge d’un sasso al mezzo della fronte,
e in due, chiusa nel forte elmo, la spacca.
Boccon versossi nella sabbia, e morte
lo si recinse e gli rapìo la vita.
Indi Erimante, Anfòtero ed Epalte
e il figliuol di Damàstore Tlepòlemo,
l’Argèade Polimèlo ed Echio e Piro
e con Evippo Ifèo tutti in un mucchio
rovesciò, rassegnò morti alla terra.
Ma Sarpedonte visto de’ compagni
per le man di Patròclo un tale e tanto
scempio, i suoi Licii rincorando, e insieme
rampognando, Oh vergogna! o Licii, ei grida,
dove, o Licii, fuggite? Ah per gli Dei
rivolate alla pugna! Io di costui
corro allo scontro, per saper chi sia
questo fiero campion che vi diserta,
che sì nuoce ai Troiani, e già di molti
forti disciolse le ginocchia. – Disse,
e via d’un salto a terra in tutto punto
si lanciò dalla biga. Ed a rincontro
come Patroclo il vide, ei pur nell’armi
si spiccò dalla sua. Qual due grifagni
ben unghiati avoltoi forte stridendo
sovra un erto dirupo si rabbuffano,
tal vennero quei due gridando a zuffa.
Li vide, e tocco di pietade il figlio
dell’astuto Saturno, in questi detti
a Giunon si rivolse: Ohimè, diletta
sorella e sposa! Sarpedon, ch’io m’aggio
de’ mortali il più caro, è sacro a morte
pel ferro di Patròclo. Irresoluta
fra due pensieri la mia mente ondeggia,
se vivo il debba liberar da questo
lagrimoso conflitto, e a’ suoi tornarlo
nell’opulenta Licia; o consentire
che qui lo domi la tessalic’asta.
E a lui grave i divini occhi girando
l’alma Giuno così: Che parli, o Giove?
che pretendi? Un mortale, un destinato
da gran tempo alla Parca, or della negra
diva ritorlo alla ragion? Fa pure,
fa pur tuo senno: ma degli altri Eterni
non isperar l’assenso. Anzi ti aggiungo,
e tu poni nel cor le mie parole:
se vivo e salvo alle paterne case
renderai Sarpedon, bada che poscia
del par non voglia più d’un altro iddio
alla pugna sottrarre il proprio figlio;
ché molti sotto alle dardanie mura
stan nell’armi a sudar figli di numi,
a cui porresti una grand’ira in seno.
Ché s’ei t’è caro e lo compiagni, il lascia
nella mischia perir domo dall’asta
del figliuol di Menèzio: ma deserto
dall’alma il corpo, al dolce Sonno imponi
ed alla Morte, che alla licia gente
il portino. I fratelli ivi e gli amici
l’onoreranno di funereo rito
e di tomba e di cippo, alle defunte
anime forti onor supremo e caro.
Disse; e al consiglio di Giunon s’attenne
degli uomini il gran padre e degli Dei,
e sangue piovve per onor del caro
figlio cui lungi dalle patrie arene
ne’ frigii campi avrìa Patroclo ucciso.
Già l’uno all’altro si fa sotto e sono
alle prese. Patròclo a Trasimèlo,
di Sarpedonte valoroso auriga,
trapassò l’anguinaglia, e lo distese.
Mosse secondo Sarpedonte, e in fallo
la grand’asta vibrò, che trasvolando
la destra spalla a Pèdaso trafisse.
Si riversò sbuffando in su l’arena
il trafitto cavallo, e dal ferino
petto l’alma si sciolse gemebonda.
Visto il compagno corridor disteso
gli altri due costernârsi, e a calci, a salti
diersi; il timone cigolò; confuse
implicârsi le briglie. Ma riparo
l’intrepido vi mise Automedonte,
che rapido insorgendo, e via dal fianco
sguäinata la lunga acuta spada
tagliò netto al giacente le tirelle,
e fu l’opra d’un punto. Entrambi allora
rassettârsi i corsieri, e raddrizzârsi
al cenno della briglia obbedïenti.
E qui di nuovo alla crudel tenzone
si spinsero i campioni, e pur di nuovo
errò dell’asta Sarpedonte il tiro,
che via sovresso l’omero sinistro
di Patroclo trascorse e non l’offese.
Gli fe’ risposta il Tessalo, né vano
il suo telo volò, ché dove è cinto
da’ suoi ripari il cor gli aperse il petto.
Qual rovina una quercia o pioppo o pino
cui sul monte tagliò con affilata
bipenne il fabbro a nautico bisogno,
tal Sarpedonte rovinò. Giacea
steso innanzi alla biga, e colle mani
ghermìa la polve del suo sangue rossa,
e fremendo gemea pari a superbo
tauro, onor dell’armento e d’aureo pelo,
che da lïon, che il giunge alla sprovvista,
sbranato cade, e sotto la mascella
del vincitore mugolando spira.
Tale del licio condottier prostrato
dal tessalico ferro in sul morire
era il gemito e l’ira. E Glauco il suo
dolce amico per nome a sé chiamato,
Caro Glauco, gli disse, or t’è mestieri
buon guerriero mostrarti, e oprar le mani
audacemente. Tu dell’aspra pugna
se magnanimo sei, l’incarco assumi:
corri, vola, e de’ Licii i capitani
alla difesa del mio corpo accendi.
Difendilo tu stesso, e per l’amico
combatti: infamia ti deriva eterna
se me dell’armi mie spoglia il nemico,
me pel certame delle navi ucciso;
tien saldo adunque e pugna, e di coraggio
tutte infiamma le squadre. – In questo dire
le narici affilò, travolse i lumi,
e la morte il coprì. Col piede il petto
calcògli il vincitor, l’asta ne trasse,
e il polmon la seguìa, sì che dal seno
il ferro a un tempo gli fu svelto e l’alma.
A’ suoi sbuffanti corridori intanto
scioltisi e in atto di fuggir, lasciando
del lor signore il cocchio, i Mirmidoni
parârsi innanzi, e gli arrestâr. Ma Glauco
dell’amico alla voce il cor compunto
di profondo dolor sospira e geme,
ché mal può dargli la richiesta aita.
L’impedisce la piaga al braccio infissa
dallo strale di Teucro allor che Glauco,
de’ suoi volando alla difesa, assalse
l’alta muraglia degli Achei. Compresso
si tenea colla manca il braccio offeso
l’infelice, ed orando al saettante
nume di Delo, O re divino, ei disse,
o che di Licia, o che di Troia or bèi
tua presenza le rive, odi il mio prego;
ché dovunque tu sia puoi d’un dolente
qual, lasso! mi son io, la voce udire.
Di che grave ferita e di che doglia
trafitto io porti questo braccio il vedi;
né il sangue ancor mi si ristagna, e tale
incessante m’opprime una gravezza
l’omero tutto, che dell’asta al peso
mal reggo, e mal poss’io coll’inimico
avventurarmi alla battaglia. Intanto
di Giove il figlio Sarpedonte giace
fortissimo guerriero, e l’abbandona
ahi! pure il padre. Ma tu, Dio pietoso,
quest’acerba mia piaga or mi risana:
deh! placane il dolor, forza m’aggiungi,
sì che i Licii compagni inanimando,
io gli sproni al conflitto, e a me medesmo
pugnar sia dato per l’estinto amico.
Sì disse orando, ed esaudillo il nume:
della piaga sedò tosto il tormento,
stagnonne il sangue, e gagliardia gli crebbe.
Sentì del Dio la man, fe’ lieto il core
l’esaudito guerrier: de’ Licii in prima
a incitar corre d’ogni parte i duci
alla difesa dell’estinto: move
quindi a gran passi fra’ Troiani, e chiama
Polidamante e Agènore, ed Enea
anco ed Ettorre, e in rapide parole
lor fattosi davanti, Ettore, ei grida,
tu dimentichi i prodi che per te
dalla patria lontani e dagli amici
spendono l’alma, e tu lor nieghi aita.
Giace de’ Licii il condottiero, il giusto
forte lor prence Sarpedon. Gradivo
sotto Patròclo l’atterrò: correte,
v’infiammi, amici, una giust’ira il petto;
non patite, per dio! che i Mirmidóni
lo spoglino dell’armi, e villania
facciano al morto vendicando i Dànai
da noi spenti. – Sì disse, e ricoperse
dolor profondo le dardanie fronti;
ché un gran sostegno, benché stranio, egli era
d’Ilio, e molta seguìa gagliarda gente
lui fortissimo in guerra. Difilati
mosser dunque e serrati i teucri duci
contra il nemico, ed Ettore, fremente
del morto Sarpedon, li precorrea.
D’altra parte Patròclo, anima ardita,
sprona l’acheo valor. Gli Aiaci in prima,
già per sé caldi di coraggio, infiamma
con questi detti: Aiaci, ora vi caglia
di far testa a costoro, e vi mostrate
quali un tempo già foste, anzi migliori.
Il campion che primiero la bastita
saltò de’ Greci, Sarpedonte è steso.
Oh se fargli pur onta e strascinarlo
e spogliarlo dell’armi ne si desse!
E stramazzargli accanto un qualcheduno
de’ suoi compagni a disputarlo accinti!
Disse, e diè nel desìo de’ due guerrieri.
Quinci e quindi le schiere inanimate
Troiani e Licii, Mirmidóni e Achei
sovra l’estinto s’azzuffâr mettendo
orrende grida; e con fragore immenso
risonavano l’armi. Un fiero buio
su l’aspra pugna allor Giove diffuse,
onde costasse molta strage il corpo
dell’amato figliuol. Primi i Troiani
respinsero gli Achei, spento Epigèo.
Del magnanimo Agàcle era costui
illustre figlio, e fra gli audaci Tessali
audacissimo. A lui di Budio un giorno
l’alma terra obbedìa. Ma spento avendo
un suo valente consobrino, ei supplice
a Pelèo rifuggissi ed alla diva
consorte: e questi a guerreggiar co’ Teucri
d’Ilio ne’ campi lo spedîr compagno
dell’omicida Achille. Or qui costui
già l’animose mani al combattuto
cadavere mettea, quando d’un sasso
Ettore il giunse nella fronte, e tutta
in due gliela spezzò dentro l’elmetto.
Cadde prono sul morto l’infelice,
e chiuse i lumi nell’eterna notte.
Addolorato dell’ucciso amico
dritto tra’ primi pugnator scagliossi
di Menèzio il buon figlio: e qual veloce
sparvier che gracci paventosi e storni
sparpaglia per lo cielo e li persegue;
tal nel denso de’ Licii e de’ Troiani
irrompesti, o Patròclo, alla vendetta
del caduto compagno. A Stenelao,
caro figliuol d’Itemenèo, percosse
d’un rude sasso la cervice, e i nervi
ne lacerò. Piegâr, ciò visto, addietro
i combattenti della fronte: ei pure
piegò l’illustre Ettorre; e quanto è il tratto
di stral che in giostra o in omicida pugna
vibra un buon gittator, tanto i Troiani
dier volta addietro dall’Acheo repulsi.
Il primo che converse ardito il viso
fu de’ Licii scudati il capitano
Glauco; e a Batìcle, di Calcon diletto
magnanimo figliuol, tolse la vita.
In Grecia egli era possessor di molte
splendide case, e per dovizia il primo
fra i Tessali tenuto. A lui si volse
il Licio all’improvvista, e il giavellotto
gli ficcò nelle coste appunto in quella
che costui l’inseguiva ed era in atto
già d’afferrarlo. Ei cadde, e un fragor cupo
dieder l’armi sovr’esso. Alla caduta
dell’egregio guerriero alto dolore
gli Achei comprese ed alta gioia i Teucri,
che stretti a Glauco s’avanzâr più baldi.
Né si smarrîr gli Achivi, ma di punta
si spinsero allo scontro. E Merïone
Laogono prostese, audace figlio
d’Enètore che in Ida era di Giove
sacerdote, e qual nume il popol tutto
lo riveriva. Merïon lo colse
tra il confin dell’orecchio e della gota,
e tosto l’alma uscì dal corpo, e lui
un’orrenda ravvolse ombra di morte.
Incontro all’uccisor la ferrea lancia
Enea diresse, e a lui che sotto l’orbe
del gran pavese procedea securo,
assestarla sperò. Ma quei del colpo
avvistosi, e piegata la persona
l’asta schivò che sibilante e lunga
andò di retro a conficcarsi in terra.
Ne tremolò la coda, e quivi tutta
perdé l’impeto e l’ira che la spinse.
Come fitto nel suolo, e indarno uscito
Enea si vide dalla mano il telo;
Per certo, o Merïon, disse rabbioso,
un assai destro saltator tu sei:
ma questa lancia mia, se t’aggiungea,
t’avrìa ferme le gambe eternamente.
E Merïone di rimando: Enea,
forte sei, ma ti fia duro la possa
prostrar d’ognuno che al tuo scontro vegna,
ché mortal se’ tu pure: e s’io con questa
in pieno ti corrò, con tutto il nerbo
delle tue mani e la tua gran baldanza
la palma a me darai, lo spirto a Pluto.
Disse: e Patròclo con rampogna acerba
garrendolo: Perché cianci sì vano
tu che sei valoroso, o Merïone?
Per contumelie, amico, unqua non fia
che l’inimico quell’esangue ceda,
ma col far che più d’un morda il terreno.
Orsù, lingua in consiglio, e braccio in guerra,
tregua alle ciance, e mano al ferro. – E dette
queste cose, s’avanza, e l’altro il segue.
Quale è il romor che fanno i legnaiuoli
in montana foresta, e lunge il suono
va gli orecchi a ferir, tale il rimbombo
per la vasta pianura si solleva
di celate, di scudi e di loriche,
altre di duro cuoio, altre di ferro,
ripercosse dall’aste e dalle spade:
ned occhio il più scernente affigurato
avrìa l’illustre Sarpedon: tant’era
negli strali, nel sangue e nella polve
sepolto tutto dalla fronte al piede.
Senza mai requie al freddo corpo intorno
facean tutti baruffa: e quale è il zonzo
con che soglion le mosche a primavera
assalir susurrando entro il presepe
i vasi pastorali, allor che pieni
sgorgan di latte; di costor tal era
la giravolta intorno a quell’estinto.
Fissi intanto tenea nell’aspra pugna
Giove gli sguardi lampeggianti, e seco
sul fato di Patròclo omai maturo
severamente nell’eterno senno
consultando venìa, se il grande Ettorre
là sul giacente Sarpedon l’uccida,
e dell’armi lo spogli; o se preceda
al suo morire di molt’altri il fato.
E questo parve lo miglior pensiero,
che del Pelìde Achille il bellicoso
scudier ricacci col lor duce i Teucri
alla cittade, e molte vite estingua.
Però d’Ettore al cor tale egli mise
una vil tema, che montato il cocchio
ratto in fuga si volse, ed alla fuga
i Troiani esortò, chiaro scorgendo
inclinarsi di Giove a suo periglio
le fatali bilance. Allor piè fermo
neppur de’ Licii lo squadron non tenne,
ma tutti si fuggîr visto il trafitto
re lor giacente sotto monte orrendo
di cadaveri: tante su lui caddero
anime forti quando della pugna
a Giove piacque esasperar gli sdegni.
Così le corruscanti arme gli Achivi
trasser di dosso a Sarpedonte, e altero
alle navi invïolle il vincitore.
Allor l’eterno adunator de’ nembi
ad Apollo così: Scendi veloce,
Febo diletto, e da quell’alto ingombro
d’armi sottraggi Sarpedonte, e terso
dall’atro sangue altrove il porta, e il lava
alla corrente, e lui d’ambrosia sparso
d’immortal veste avvolgi: indi alla Morte
ed al Sonno gemelli fa precetto
che all’opime di Licia alme contrade
il portino veloci, ove di tomba
e di colonna, onor de’ morti, egli abbia
da’ fratelli conforto e dagli amici.
Disse: e al paterno cenno obbedïente
calossi Apollo dall’idèa montagna
sul campo sanguinoso, e in un baleno
di sotto ai dardi Sarpedon levando,
e lontano il recando alla corrente
tutto lavollo, e l’irrigò d’ambrosia,
e di stola immortal lo ricoperse;
quindi al Sonno comanda ed alla Morte
d’indossarlo e portarselo veloci:
e quei subitamente ebber deposto
nella licia contrada il sacro incarco.
In questo mentre di Menèzio il figlio
i cavalli e l’auriga inanimando
ai Licii dava e ai Dardani la caccia.
Stolto! ché in danno gli tornò dassezzo.
Se d’Achille obbedìa saggio al comando,
schivato ei certo della Parca avrebbe
il decreto fatal: ma più possente
e di Giove il voler, che de’ mortali.
Arbitro della tema ei mette in fuga
i più forti a suo senno, e allor pur anco
ch’egli medesmo a battagliar li sprona,
lor toglie la vittoria; e questo ei fece
d’audacia empiendo di Patròclo il petto.
Or qual prima, qual poi spingesti a Pluto,
quando alla morte ti chiamâr gli Dei,
magnanimo guerrier? Fur primi Adresto,
Autònoo, Echeclo, ed Epistorre e Pèrimo
prole di Mega, e Melanippo; quindi
Elaso e Mulio con Pilarte; e come
stese questi al terren, gli altri non fûro
lenti alla fuga. E per Patròclo allora
(ch’ei dirotto nell’ira innanzi a tutti
furïava coll’asta) avrìan di Troia
consumato gli Achei l’alto conquisto;
ma Febo Apollo lo vietò calato
su l’erta d’una torre, alto disastro
meditando al guerriero, e scampo ai Teucri.
Tre volte il cavalier dell’arduo muro
su gli sproni montò; tre volte il nume
colla destra immortal lo risospinse,
forte picchiando sul lucente scudo.
Ma come più feroce al quarto assalto
l’eroe spiccossi, minacciollo irato
con fiera voce il saettante iddio:
Addietro, illustre baldanzoso, addietro:
alla tua lancia non concede il fato
espugnar la città de’ generosi
Teucri, né a quella pur del grande Achille
sì più forte di te. – Questo sol disse:
ed il guerriero retrocesse e l’ira
schivò del nume che da lungi impiaga.
Avea frattanto su le porte Scee
de’ suoi fuggenti corridori Ettorre
rattenuta la foga, e in cor dubbiava
se spronarli dovesse entro la mischia
novellamente, e rinfrescar la pugna
o chiamando a raccolta entro le mura
l’esercito ridurre. A lui nel mezzo
di questo dubbio appresentossi Apollo,
tolte d’Asio le forme. Era d’Ettorre
zio cotest’Asio ad Ecuba germano,
e nondimeno ancor di giovinezza
fresco e di forze, di Dimante figlio,
che del frigio Sangario in su le rive
tenea suo seggio. La costui sembianza
presa, il nume sì disse: Ettor, perché
cessi dall’armi? È d’un tuo pari indegna
questa desidia. Di vigor vincessi
io te quanto tu me! ben io pentirti
farei del tuo riposo. Orsù, converti
contra Patròclo que’ destrieri, e trova
d’atterrarlo una via: fa che l’onore
di questa morte Apollo ti conceda.
Disse; e di nuovo il Dio nel travaglioso
conflitto si confuse. In sé riscosso
Ettore al franco Cebrïon fe’ cenno
di sferzargli i destrieri alla battaglia:
ed Apollo per mezzo ai combattenti
scorrendo occulto seminava intanto
tra gli Achei lo scompiglio e la paura,
e fea vincenti col lor duce i Teucri.
Sdegnoso Ettorre di ferir sul volgo
de’ nemici, spingea solo in Patròclo
i gagliardi cavalli, e ad incontrarlo
diè il Tessalo dal cocchio un salto in terra
coll’asta nella manca, e colla dritta
un macigno afferrò aspro che tutto
empiagli il pugno, e lo scagliò di forza.
Fallì la mira il colpo, ma d’un pelo;
né però vano uscì, ché nella fronte
l’ettòreo auriga Cebrïon percosse,
tutto al governo delle briglie intento,
Cebrïon che nascea del re troiano
valoroso bastardo. Il sasso acuto
l’un ciglio e l’altro sgretolò, né l’osso
sostenerlo poteo. Divelti al piede
gli schizzâr gli occhi nella sabbia, ed esso,
qual suole il notator, fece cadendo
dal carro un tòmo, e l’agghiacciò la morte.
E tu, Patròclo, con amari accenti
lo schernisti così: Davvero è snello
questo Troiano: ve’ ve’ come ei tombola
con leggiadria! Se in pelago pescoso
capitasse costui, certo saprebbe
saltando in mar, foss’anche in gran fortuna,
dallo scoglio spiccar conchiglie e ricci
da saziarne molte epe: sì lesto
saltò pur or dal carro a capo in giuso.
Oh gli eccellenti notator che ha Troia!
Sì dicendo, avventossi a Cebrïone
come fiero lïon che disertando
una greggia, piagar si sente il petto,
e dal proprio valor morte riceve.
Ma ratto contra a quel furor si slancia
Ettore dalla biga; e i due superbi
incomincian col ferro a disputarsi
l’esangue Cebrïon. Qual due lïoni
che per gran fame e per gran cor feroci
s’azzuffano d’un monte in su la cima
per la contesa d’una cerva uccisa;
non altrimenti i due mastri di guerra,
l’intrepido Patròclo e il grande Ettorre,
ardono entrambi del crudel desìo
di trucidarsi. Il teucro eroe la testa
del cadavere afferra, e lo ghermisce
il Tessalo d’un piede, e la sua presa
né quei né questi di lasciar fa stima.
Allor Troiani e Achivi una battaglia
appiccâr disperata: e qual gareggiano
d’Euro e di Noto i forti fiati a svellere
nelle selve montane il faggio e il frassino
ed il ruvido cornio; e questi all’aere
dibattendo le lunghe e larghe braccia
con immenso ruggito le confondono,
finché li vedi fracassarsi, e opprimere
fragorosi la valle: a questa immagine
l’un su l’altro scagliandosi combattono
Troiani e Dànai del fuggir dimentichi.
Dintorno a Cebrïon folta conficcasi
una selva d’acute aste e d’aligeri
dardi guizzanti dalle cocche; assidua
d’enormi sassi una tempesta crepita
su gli ammaccati scudi; ed ei nel vortice
della polve giacea grande cadavere
in grande spazio, eternamente, ahi misero!
dei cari in vita equestri studi immemore.
Finché del sole ascesero le rote
verso il mezzo del ciel, d’ambe le parti
uscìano i colpi con egual ruina,
e la gente cadea. Ma quando il giorno
su le vie dechinò dell’occidente,
prevalse il fato degli Achei che alfine
dall’acervo dei teli, e dalla serra
de’ Troiani involâr di Cebrïone
la salma, e l’armi gli rapîr di dosso.
Qui fu che pieno di crudel talento
urtò Patròclo i Troi. Tre volte il fiero
con gridi orrendi gli assalì, tre volte
spense nove guerrier; ma come il quarto
impeto fece, e parve un Dio, la Parca
del viver tuo raccolse il filo estremo,
miserando garzon, ché ad incontrarti
venìa tremendo nella mischia Apollo:
né camminar tra l’armi alla sua volta
l’eroe lo vide, ché una folta nebbia
le divine sembianze ricoprìa.
Vennegli a tergo il nume, e colla grave
palma sul dosso tra le late spalle
gli dechinò sì forte una percossa,
che abbacinossi al misero la vista
e girò l’intelletto. Indi dal capo
via saltar gli fe’ l’elmo il Dio nemico,
e l’elmo al suolo rotolando fece
sotto il piè de’ corsieri un tintinnìo,
e si bruttaro del cimier le creste
di sangue e polve; né di polve in pria
insozzar quel cimiero era concesso
quando l’intatto capo e la leggiadra
fronte copriva del divino Achille.
Ma in quel giorno fatal Giove permise
che d’Ettore passasse in su le chiome
vicino anch’esso al fato estremo. Allora
tutta a Patròclo nella man si franse
la ferrea, lunga, ponderosa e salda
smisurata sua lancia, e sul terreno
dalla manca gli cadde il gran pavese
rotto il guinzaglio. Di sua man l’usbergo
sciolsegli alfine di Latona il figlio,
e l’infelice allor del tutto uscìo
di sentimento; gli tremaro i polsi,
ristette immoto, sbalordito, e in quella
tra l’una spalla e l’altra lo percosse
coll’asta da vicin di Panto il figlio
l’audace Euforbo, un Dardano che al corso
e in trattar lancia e maneggiar destrieri
la pari gioventù vincea d’assai.
La prima volta che sublime ei parve
su la biga a imparar dell’armi il duro
mestier, venti guerrieri al paragone
riversò da’ lor cocchi; ed or fu il primo
che ti ferì, Patròclo, e non t’uccise.
Anzi dal corpo ricovrando il ferro
si fuggì pauroso, e nella turba
si confuse il fellon, che di Patròclo
benché piagato e già dell’armi ignudo
non sostenne la vista. Da quel colpo
e più dall’urto dell’avverso Dio
abbattuto l’eroe si ritirava
fra’ suoi compagni ad ischivar la morte.
Ed Ettore, veduto il suo nemico
retrocedente e già di piaga offeso,
tra le file vicino gli si strinse,
nell’imo cassò immerse l’asta e tutta
dall’altra parte rïuscir la fece.
Risonò nel cadere, ed un gran lutto
per l’esercito achivo si diffuse.
Come quando un lïone alla montagna
cinghial di forze smisurate assalta,
e l’uno e l’altro di gran cor fan lite
d’una povera fonte, al cui zampillo
venìano entrambi ad ammorzar la sete;
alfin la belva dai robusti artigli
stende anelo il nemico in su l’arena:
tal di Menèzio al generoso figlio
de’ Teucri struggitor tolse la vita
il troian duce, e al moribondo eroe
orgoglioso insultando, Ecco, dicea,
ecco, o Patròclo, la città che dianzi
atterrar ti credesti, ecco le donne
che ti sperasti di condur captive
alla paterna Ftia. Folle! e non sai
che a difesa di queste anco i cavalli
d’Ettòr son pronti a guerreggiar co’ piedi?
E che fra’ Teucri bellicosi io stesso
non vil guerriero maneggiar so l’asta,
e preservarli da servil catena?
Tu frattanto qui statti orrido pasto
d’avoltoi. Che ti valse, o sventurato,
quel tuo sì forte Achille? Ei molti avvisi
ti diè certo al partire: O cavaliero
caro Patròclo, non mi far ritorno
alle navi se pria dell’omicida
Ettòr sul petto non avrai spezzato
il sanguinoso usbergo… Ei certo il disse,
e a te, stolto che fosti! il persuase.
E a lui così l’eroe languente: Or puoi
menar gran vampo, Ettorre, or che ti diero
di mia morte la palma Apollo e Giove.
Essi, non tu, m’han domo; essi m’han tratto
l’armi di dosso. Se pur venti a fronte
tuoi pari in campo mi venìan, qui tutti
questo braccio gli avrìa prostrati e spenti.
Ma me per rio destin qui Febo uccide
fra gl’Immortali, e tra’ mortali Euforbo,
tu terzo mi dispogli. Or io vo’ dirti
cosa che in mente collocar ben devi:
breve corso a te pur resta di vita:
già t’incalza la Parca, e tu cadrai
sotto la destra dell’invitto Achille.
Disse e spirò. Disciolta dalle membra
scese l’alma a Pluton la sua piangendo
sorte infelice e la perduta insieme
fortezza e gioventù. Sovra l’estinto
arrestatosi Ettorre, A che mi vai
profetando, dicea, morte funesta?
Chi sa che questo della bella Teti
vantato figlio, questo Achille a Dite
colto dall’asta mia non mi preceda?
Così dicendo, lo calcò d’un piede,
gli svelse il telo dalla piaga, e lungi
lui supino gittò. Poi ratto addosso
all’auriga d’Achille si disserra,
di ferirlo bramoso. Invan; ché altrove
gl’immortali sel portano corsieri,
che in bel dono a Pelèo diero gli Dei.