Radiofari amatoriali a bassissima potenza, un altro kit multimodalità

Dopo il kit per il beacon "open source/hardware" di cui scrivevo l’altro giorno, arriva la risposta di Hans Summers, il radioamatore britannico che è stato un assoluto pioniere dei radiofari a bassissima potenza in bande amatoriali che sfidano ogni record di distanza e permettono di sperimentare in modo spinto le condizioni ionosferiche. Nel giro di un paio di settimane lo shop online di Hans -

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

AfedriSDR, ricevitore a campionamento diretto low cost (con qualche compromesso)

Cominciano a circolare le prime prove del nuovo modello di ricevitore SDR a campionamento diretto basato su un ADC della Burr Brown (Texas Instruments) a 12 bit – AFEDRI8201 – appositamente studiato, una decina d’anni fa come front end di radio anologiche e digitali HD Radio. Il ricevitore AfedriSDR-NET è stato progettato in Israele, da Alexander Trushkin 4Z5LV, un radioamatore di evidente

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

A L’Aquila il 7 giugno lettura continuata del Don Chisciotte di Cervantes

Giovedì 7 giugno 2012, a partire dalle 17,00 a L’Aquila, Casetta degli Alpini Piazza S. Bernardino, si terrà la lettura continuata del “Quijote” di Cervantes.
Chiunquei potrà leggere un brano del don Quijote nella lingua che desidera. Si leggerà anche in aquilano…
(Univaq) L’ iniziativa vale 1 credito (CFU) che si matura partecipando e con la stesura di un resoconto scritto.

Giovanni Boccaccio – Conclusione della giornata sesta

Questa novella porse igualmente a tutta la brigata grandissimo piacere e sollazzo, e molto per tutti fu riso di fra Cipolla e massimamente del suo pellegrinaggio e delle reliquie così da lui vedute come recate. La quale la reina sentendo esser finita, e similmente la sua signoria, levata in piè, la corona si trasse e ridendo la mise in capo a Dioneo, e disse:

- Tempo è, Dioneo, che tu alquanto pruovi che carico sia l’aver donne a reggere e a guidare; sii dunque re, e sì fattamente ne reggi, che del tuo reggimento nella fine ci abbiamo a lodare.

Dioneo, presa la corona, ridendo rispose:

- Assai volte già ne potete aver veduti, io dico delli re da scacchi, troppo più cari che io non sono; e per certo, se voi m’ubbidiste come vero re si dee ubbidire, io vi farei goder di quello senza il che per certo niuna festa compiutamente è lieta. Ma lasciamo star queste parole: io reggerò come io saprò.

E fattosi, secondo il costume usato, venire il siniscalco, ciò che a fare avesse quanto durasse la sua signoria ordinatamente gl’impose, e appresso disse:

- Valorose donne, in diverse maniere ci s’è della umana industria e de’ casi vari ragionato, tanto che, se donna Licisca non fosse poco avanti qui venuta, la quale con le sue parole m’ha trovata materia à futuri ragionamenti di domane, io dubito che io non avessi gran pezza penato a trovar tema da ragionare. Ella, come voi udiste, disse che vicina non avea che pulcella ne fosse andata a marito; e soggiunse che ben sapeva quante e quali beffe le maritate ancora facessero à mariti. Ma, lasciando stare la prima parte, che è opera fanciullesca, reputo che la seconda debbia essere piacevole a ragionarne; e per ciò voglio che domane si dica, poi che donna Licisca data ce n’ha cagione, delle beffe, le quali, o per amore o per salvamento di loro, le donne hanno già fatte à lor mariti, senza essersene essi avveduti o sì.

Il ragionare di sì fatta materia pareva ad alcuna delle donne che male a loro si convenisse, e pregavanlo che mutasse la proposta già detta.

Alle quali il re rispose:

- Donne, io conosco ciò che io ho imposto non meno che facciate voi; e da imporlo non mi potè istorre quello che voi mi volete mostrare, pensando che il tempo è tale che, guardandosi e gli uomini e le donne d’operar disonestamente, ogni ragionare è conceduto. Or non sapete voi che, per la perversità di questa stagione, gli giudici hanno lasciati i tribunali; le leggi, così le divine come le umane, tacciono; e ampia licenzia per conservar la vita è conceduta a ciascuno? Per che, se alquanto s’allarga la vostra onestà nel favellare, non per dovere con le opere mai alcuna cosa sconcia seguire, ma per dare diletto a voi e ad altrui, non veggo con che argomento da concedere vi possa nello avvenire riprendere alcuno.

Oltre a questo la nostra brigata, dal primo dì infino a questa ora stata onestissima, per cosa che detta ci si sia, non mi pare che in atto alcuno si sia maculata, né si maculerà collo aiuto di Dio. Appresso, chi è colui che non conosca la vostra onestà? La quale non che i ragionamenti sollazzevoli, ma il terrore della morte non credo che potesse smagare.

E a dirvi il vero, chi sapesse che voi vi cessaste da queste ciance ragionare alcuna volta, forse suspicherebbe che voi in ciò non foste colpevoli, e per ciò ragionare non ne voleste. Senza che voi mi fareste un bello onore, essendo io stato ubbidente a tutti, e ora avendomi vostro re fatto, mi voleste la legge porre in mano, e di quello non dire che io avessi imposto. Lasciate adunque questa suspizione più atta à cattivi animi che à vostri, e con la buona ventura pensi ciascuna di dirla bella.

Quando le donne ebbero udito questo, dissero che così fosse come gli piacesse; per che il re per infino all’ora della cena di fare il suo piacere diede licenzia a ciascuno.

Era ancora il sol molto alto, per ciò che il ragionamento era stato brieve; per che, essendosi Dioneo con gli altri giovani messo a giucare a tavole, Elissa, chiamate l’altre donne da una parte, disse:

- Poi che noi fummo qui, ho io disiderato di menarvi in parte assai vicina di questo luogo, dove io non credo che mai fosse alcuna di voi, e chiamavisi la Valle delle donne, né ancora vidi tempo da potervi quivi menare, se non oggi, sì è alto ancora il sole; e per ciò, se di venirvi vi piace, io non dubito punto che, quando vi sarete, non siate contentissime d’esservi state.

Le donne risposono che erano apparecchiate; e chiamata una delle lor fanti, senza farne alcuna cosa sentire à giovani, si misero in via; né guari più d’un miglio furono andate, che alla Valle delle donne pervennero. Dentro alla quale per una via assai stretta, dall’una delle parti della quale correva un chiarissimo fiumicello, entrarono, e viderla tanto bella e tanto dilettevole, e spezialmente in quel tempo che era il caldo grande, quanto più si potesse divisare. E secondo che alcuna di loro poi mi ridisse, il piano che nella valle era, così era ritondo come se a sesta fosse stato fatto, quantunque artificio della natura e non manual paresse; ed era di giro poco più che un mezzo miglio, intorniato di sei montagnette di non troppa altezza, e in su la sommità di ciascuna si vedeva un palagio quasi in forma fatto d’un bel castelletto. Le piaggie delle quali montagnette così digradando giù verso ‘l piano discendevano, come né teatri veggiamo dalla lor sommità i gradi infino all’infimo venire successivamente ordinati, sempre ristrignendo il cerchio loro.

Ed erano queste piaggie, quante alla plaga del mezzogiorno ne riguardavano, tutte di vigne, d’ulivi, di mandorli, di ciriegi, di fichi e d’altre maniere assai d’alberi fruttiferi piene, senza spanna perdersene. Quelle le quali il carro di tramontana guardava, tutte eran boschetti di querciuoli, di frassini e d’altri alberi verdissimi e ritti quanto più esser poteano. Il piano appresso, senza aver più entrate che quella donde le donne venute v’erano, era pieno d’abeti, di cipressi, d’allori e d’alcuni pini sì ben composti e sì bene ordinati, come se qualunque è di ciò il migliore artefice gli avesse piantati; e fra essi poco sole o niente, allora che egli era alto, entrava infino al suolo, il quale era tutto un prato d’erba minutissima e piena di fiori porporini e d’altri.

E oltre a questo, quel che non meno che altro di diletto porgeva, era un fiumicello, il qual d’una delle valli, che due di quelle montagnette dividea, cadeva giù per balzi di pietra viva, e cadendo faceva un romore ad udire assai dilettevole, e sprizzando pareva da lungi ariento vivo che d’alcuna cosa premuta minutamente sprizzasse; e come giù al piccol pian pervenia così quivi in un bel canaletto raccolta infino al mezzo del piano velocissima discorreva, e ivi faceva un picciol laghetto quale talvolta per modo di vivaio fanno né lor giardini i cittadini che di ciò hanno destro. Ed era questo laghetto non più profondo che sia una statura d’uomo infino al petto lunga, e senza avere in sé mistura alcuna, chiarissimo il suo fondo mostrava esser duna minutissima ghiaia, la qual tutta, chi altro non avesse avuto a fare, avrebbe, volendo, potuta annoverare. Nè solamente nell’acqua riguardando vi si vedeva il fondo, ma tanto pesce in qua e in là andar discorrendo, che oltre al diletto era una maraviglia. Nè da altra ripa era chiuso che dal suolo del prato, tanto d’intorno a quel più bello, quanto più dello umido sentiva di quello. L’acqua, la quale alla sua capacità soprabbondava, un altro canaletto riceveva, per lo qual fuori del valloncello uscendo alle parti più basse sen correva.

In questo adunque venute le giovani donne, poi che per tutto riguardato ebbero e molto commendato il luogo, essendo il caldo grande e vedendosi il pelaghetto chiaro davanti e senza alcun sospetto d’esser vedute, diliberaron di volersi bagnare. E comandato alla lor fante che sopra la via per la quale quivi s’entrava dimorasse, e guardasse se alcun venisse, e loro il facesse sentire tutte e sette si spogliarono ed entrarono in esso, il quale non altrimenti li lor corpi candidi nascondeva, che farebbe una vermiglia rosa un sottil vetro. Le quali essendo in quello, né per ciò niuna turbazion d’acqua nascendone, cominciarono come potevano ad andare in qua in là di dietro à pesci, i quali male avevan dove nascondersi, e a volerne con esso le mani pigliare.

E poi che in così fatta festa, avendone presi alcuni, dimorate furono alquanto, uscite di quello, si rivestirono, e senza poter più commendare il luogo che commendato l’avessero, parendo lor tempo da dover tornar verso casa, con soave passo, molto della bellezza del luogo parlando, in cammino si misero. E al palagio giunte ad assai buona ora, ancora quivi trovarono i giovani giucando dove lasciati gli aveano. Alli quali Pampinea ridendo disse:

- Oggi vi pure abbiam noi ingannati.

- E come? – disse Dioneo – cominciate voi prima a far de’ fatti che a dir delle parole?

Disse Pampinea:

- Signor nostro, sì; – e distesamente gli narrò donde venivano, e come era fatto il luogo, e quanto di quivi distante, e ciò che fatto avevano.

Il re, udendo contare la bellezza del luogo, disideroso di vederlo, prestamente fece comandar la cena; la qual poi che con assai piacer di tutti fu fornita, li tre giovani colli lor famigliari, lasciate le donne, se n’andarono a questa valle, e ogni cosa considerata, non essendovene alcuno di loro stato mai più, quella per una delle belle cose del mondo lodarono. E poi che bagnati si furono e rivestiti, per ciò che troppo tardi si faceva, se ne tornarono a casa, dove trovarono le donne che facevano una carola ad un verso che facea la Fiammetta, e con loro, fornita la carola, entrati in ragionamenti della Valle delle donne, assai di bene e di lode ne dissero.

Per la qual cosa il re, fattosi venire il siniscalco, gli comandò che la seguente mattina là facesse che fosse apparecchiato, e portatovi alcun letto, se alcun volesse o dormire o giacersi di meriggiana. Appresso questo, fatto venire de’ lumi e vino e confetti, e alquanto riconfortatisi, comandò che ogn’uomo fosse in sul ballare. E avendo per suo volere Panfilo una danza presa, il re rivoltatosi verso Elissa le disse piacevolmente:

- Bella giovane, tu mi facesti oggi onore della corona, e io il voglio questa sera a te fare della canzone; e per ciò una fa che ne dichi qual più ti piace.

A cui Elissa sorridendo rispose che volentieri, e con soave voce cominciò in cotal guisa:

Amor, s’io posso uscir de’ tuoi artigli,
appena creder posso
che alcun altro uncin più mai mi pigli.

Io entrai giovinetta en la tua guerra,
quella credendo somma e dolce pace,
e ciascuna mia arme posi in terra,
come sicuro chi si fida face
tu, disleal tiranno, aspro e rapace,
tosto mi fosti addosso
con le tue armi e co’ crude’roncigli.

Poi, circundata delle tue catene,
a quel, che nacque per la morte mia,
piena d’amare lagrime e di pene
presa mi desti, e hammi in sua balia;
ed è sì cruda la sua signoria,
che giammai non l’ha mosso
sospir né pianto alcun che m’assottigli.

Li prieghi miei tutti glien porta il vento,
nullo n’ascolta né ne vuole udire;
per che ogn’ora cresce ‘l mio tormento,
onde ‘l viver m’è noia, né so morire.
Deh dolgati, signor, del mio languire,
fa tu quel ch’io non posso;
dalmi legato dentro à tuoi vincigli.

Se questo far non vuogli, almeno sciogli,
i legami annodati da speranza.
Deh! io ti priego, signor, che tu vogli;
ché, se tu ‘l fai, ancor porto fidanza
di tornar bella qual fu mia usanza,
e il dolor rimosso,
di bianchi fiori ornarmi e di vermigli.

Poi che con un sospiro assai pietoso Elissa ebbe alla sua canzon fatta fine, ancor che tutti si maravigliasser di tali parole, niuno per ciò ve n’ebbe che potesse avvisare chi di così cantar le fosse stato cagione. Ma il re, che in buona tempera era, fatto chiamar Tindaro, gli comandò che fuor traesse la sua cornamusa, al suono della quale esso fece fare molte. danze. Ma, essendo già buona parte di notte passata, a ciascun disse ch’andasse a dormire.

Finisce la sesta giornata del Decameron

Giovanni Boccaccio – Frate Cipolla promette a certi contadini di mostrar loro la penna dell’agnolo Gabriello; in luogo della quale trovando carboni, quegli dice esser di quegli che arrostirono san Lorenzo

Essendo ciascuno della brigata della sua novella riuscito, conobbe Dioneo che a lui toccava il dover dire; per la qual cosa, senza troppo solenne comandamento aspettare, imposto silenzio a quegli che il sentito motto di Guido lodavano, incominciò:

Vezzose donne, quantunque io abbia per privilegio di poter di quel che più mi piace parlare, oggi io non intendo di volere da quella materia separarmi della qual voi tutte avete assai acconciamente parlato; ma, seguitando le vostre pedate, intendo di mostrarvi quanto cautamente con subito riparo uno de’ frati di santo Antonio fuggisse uno scorno che da due giovani apparecchiato gli era. Né vi dovrà esser grave perché io, per ben dir la novella compiuta, alquanto in parlar mi distenda, se al sol guarderete il qual è ancora a mezzo il cielo.

Certaldo, come voi forse avete potuto udire, è un castel di Val d’Elsa posto nel nostro contado, il quale, quantunque piccol sia, già di nobili uomini e d’agiati fu abitato; nel quale, per ciò che buona pastura vi trovava, usò un lungo tempo d’andare ogni anno una volta a ricoglier le limosine fatte loro dagli sciocchi un de’ frati di santo Antonio, il cui nome era frate Cipolla, forse non meno per lo nome che per altra divozione vedutovi volontieri, con ciò sia cosa che quel terreno produca cipolle famose per tutta Toscana.

Era questo frate Cipolla di persona piccolo, di pelo rosso e lieto nel viso e il miglior brigante del mondo: e oltre a questo, niuna scienzia avendo, sì ottimo parlatore e pronto era, che chi conosciuto non l’avesse, non solamente un gran rettorico l’avrebbe stimato, ma avrebbe detto esser Tulio medesimo o forse Quintiliano: e quasi di tutti quegli della contrada era compare o amico o benivogliente.

Il quale, secondo la sua usanza, del mese d’agosto tra l’altre v’andò una volta, e una domenica mattina, essendo tutti i buoni uomini e le femine delle ville da torno venuti alla messa nella calonica, quando tempo gli parve, fattosi innanzi disse:

- Signori e donne, come voi sapete, vostra usanza è di mandare ogni anno à poveri del baron messer santo Antonio del vostro grano e delle vostre biade, chi poco e chi assai, secondo il podere e la divozion sua, acciò ché il beato santo Antonio vi sia guardia de’ buoi e degli asini e de’ porci e delle pecore vostre; e oltre a ciò solete pagare, e spezialmente quegli che alla nostra compagnia scritti sono, quel poco debito che ogni anno si paga una volta. Alle quali cose ricogliere io sono dal mio maggiore, cioè da messer l’abate, stato mandato, e per ciò, con la benedizion di Dio, dopo nona, quando udirete sonare le campanelle, verrete qui di fuori della chiesa là dove io al modo usato vi farò la predicazione, e bacerete la croce; e oltre a ciò, per ciò che divotissimi tutti vi conosco del barone messer santo Antonio, di spezial grazia vi mostrerò una santissima e bella reliquia, la quale io medesimo già recai dalle sante terre d’oltremare: e questa è una delle penne dell’agnol Gabriello, la quale nella camera della Vergine Maria rimase quando egli la venne ad annunziare in Nazaret.

E questo detto, si tacque e ritornossi alla messa.

Erano, quando frate Cipolla queste cose diceva, tra gli altri molti nella chiesa due giovani astuti molto, chiamato l’uno Giovanni del Bragoniera e l’altro Biagio Pizzini li quali, poi che alquanto tra sé ebbero riso della reliquia di frate Cipolla, ancora che molto fossero suoi amici e di sua brigata, seco proposero di fargli di questa penna alcuna beffa. E avendo saputo che frate Cipolla la mattina desinava nel castello con un suo amico, come a tavola il sentirono così se ne scesero alla strada e all’albergo dove il frate era smontato se n’andarono con questo proponimento: che Biagio dovesse tenere a parole il fante di frate Cipolla e Giovanni dovesse tralle cose del frate cercare di questa penna, chente che ella si fosse, e torgliele, per vedere come egli di questo fatto poi dovesse al popol dire.

Aveva frate Cipolla un suo fante, il quale alcuni chiamavano Guccio Balena e altri Guccio Imbratta, e chi gli diceva Guccio Porco: il quale era tanto cattivo, che egli non è vero che mai Lippo Topo ne facesse alcun cotanto. Di cui spesse volte frate Cipolla era usato di motteggiare con la sua brigata e di dire:

- Il fante mio ha in sé nove cose tali che, se qualunque è l’una di quelle fosse in Salamone o in Aristotile o in Seneca, avrebbe forza di guastare ogni lor vertù, ogni lor senno, ogni lor santità. Pensate adunque che uom dee essere egli, nel quale né vertù né senno né santità alcuna è, avendone nove.

Ed, essendo alcuna volta domandato quali fossero queste nove cose, ed egli, avendole in rima messe, rispondeva:

- Dirolvi: egli è tardo, sugliardo e bugiardo; negligente, disubidente e maldicente; trascutato, smemorato e scostumato; senza che egli ha alcune altre taccherelle con queste, che si taccion per lo migliore. E quel che sommamente è da rider de’ fatti suoi è che egli in ogni luogo vuol pigliar moglie e tor casa a pigione; e avendo la barba grande e nera e unta, gli par sì forte esser bello e piacevole, che egli s’avisa che quante femine il veggano tutte di lui s’innamorino, ed essendo lasciato, a tutte andrebbe dietro perdendo la coreggia. E’ il vero che egli m’è d’un grande aiuto, per ciò che mai niun non mi vuol sì segreto parlare, che egli non voglia la sua parte udire; e se avviene che io d’alcuna cosa sia domandato, ha sì gran paura che io non sappia rispondere, che prestamente risponde egli e sì e no, come giudica si convenga.

A costui, lasciandolo all’albergo, aveva frate Cipolla comandato che ben guardasse che alcuna persona non toccasse le cose sue, e spezialmente le sue bisacce, per ciò che in quelle erano le cose sacre.

Ma Guccio Imbratta, il quale era più vago di stare in cucina che sopra i verdi rami l’usignolo, e massimamente se fante vi sentiva niuna, avendone in quella dell’oste una veduta, grassa e grossa e piccola e mal fatta, con un paio di poppe che parean due ceston da letame e con un viso che parea de’ Baronci, tutta sudata, unta e affumicata, non altramenti che si gitti l’avoltoio alla carogna, lasciata la camera di frate Cipolla aperta e tutte le sue cose in abbandono, là si calò. E ancora che d’agosto fosse, postosi presso al fuoco a sedere, cominciò con costei, che Nuta aveva nome, a entrare in parole e dirle che egli era gentile uomo per procuratore e che egli aveva de’ fiorini più di millantanove, senza quegli che egli aveva a dare altrui, che erano anzi più che meno, e che egli sapeva tante cose fare e dire, che domine pure unquanche. E senza riguardare a un suo cappuccio sopra il quale era tanto untume, che avrebbe condito il calderon d’Altopascio, e a un suo farsetto rotto e ripezzato e intorno al collo e sotto le ditella smaltato di sucidume, con più macchie e di più colori che mai drappi fossero tartereschi o indiani, e alle sue scarpette tutte rotte e alle calze sdrucite, le disse, quasi stato fosse il siri di Castiglione, che rivestir la voleva e rimetterla in arnese, e trarla di quella cattività di star con altrui e senza gran possession d’avere ridurla in isperanza di miglior fortuna e altre cose assai; le quali quantunque molto affettuosamente le dicesse, tutte in vento convertite, come le più delle sue imprese facevano, tornarono in niente.

Trovarono adunque i due giovani Guccio Porco intorno alla Nuta occupato; della qual cosa contenti, per ciò che mezza la lor fatica era cessata, non contradicendolo alcuno nella camera di frate Cipolla, la quale aperta trovarono, entrati, la prima cosa che venne lor presa per cercare fu la bisaccia nella quale era la penna; la quale aperta, trovarono in un gran viluppo di zendado fasciata una piccola cassettina; la quale aperta, trovarono in essa una penna di quelle della coda d’un pappagallo, la quale avvisarono dovere esser quella che egli promessa avea di mostrare a’ certaldesi.

E certo egli il poteva a quei tempi leggiermente far credere, per ciò che ancora non erano le morbidezze d’Egitto, se non in piccola quantità, trapassate in Toscana, come poi in grandissima copia con disfacimento di tutta Italia son trapassate: e dove che elle poco conosciute fossero, in quella contrada quasi in niente erano da gli abitanti sapute; anzi, durandovi ancora la rozza onestà degli antichi, non che veduti avessero pappagalli ma di gran lunga la maggior parte mai uditi non gli avean ricordare.

Contenti adunque i giovani d’aver la penna trovata, quella tolsero e, per non lasciare la cassetta vota, vedendo carboni in un canto della camera, di quegli la cassetta empierono; e richiusala e ogni cosa racconcia come trovata avevano, senza essere stati veduti, lieti se ne vennero con la penna e cominciarono a aspettare quello che frate Cipolla, in luogo della penna trovando carboni, dovesse dire.

Gli uomini e le femine semplici che nella chiesa erano, udendo che veder dovevano la penna dell’agnol Gabriello dopo nona, detta la messa, si tornarono a casa; e dettolo l’un vicino all’altro e l’una comare all’altra, come desinato ebbero ogni uomo, tanti uomini e tante femine concorsono nel castello, che appena vi capeano, con desiderio aspettando di veder questa penna.

Frate Cipolla, avendo ben desinato e poi alquanto dormito, un poco dopo nona levatosi e sentendo la moltitudine grande esser venuta di contadini per dovere la penna vedere, mandò a Guccio Imbratta che lassù con le campanelle venisse e recasse le sua bisacce. Il quale, poi che con fatica dalla cucina e dalla Nuta si fu divelto, con le cose addimandate con fatica lassù n’andò: dove ansando giunto, per ciò che il ber dell’acqua gli avea molto fatto crescere il corpo, per comandamento di frate Cipolla andatone in su la porta della chiesa, forte incominciò le campanelle a sonare.

Dove, poi che tutto il popolo fu ragunato, frate Cipolla, senza essersi avveduto che niuna sua cosa fosse stata mossa, cominciò la sua predica, e in acconcio de’ fatti suoi disse molte parole; e dovendo venire al mostrar della penna dell’agnolo Gabriello, fatta prima con grande solennità la confessione, fece accender due torchi, e soavemente sviluppando il zendado, avendosi prima tratto il cappuccio, fuori la cassetta ne trasse. E dette primieramente alcune parolette a laude e a commendazione dell’agnolo Gabriello e della sua reliquia, la cassetta aperse. La quale come piena di carboni vide, non sospicò che ciò che Guccio Balena gli avesse fatto, per ciò che nol conosceva da tanto, né il maladisse del male aver guardato che altri ciò non facesse, ma bestemmiò tacitamente sé, che a lui la guardia delle sue cose aveva commessa, conoscendol, come faceva, negligente, disubidente, trascurato e smemorato. Ma non per tanto, senza mutar colore, alzato il viso e le mani al cielo, disse sì che da tutti fu udito:

- O Iddio, lodata sia sempre la tua potenzia!

Poi richiusa la cassetta e al popolo rivolto disse:

- Signori e donne, voi dovete sapere che, essendo io ancora molto giovane, io fui mandato dal mio superiore in quelle parti dove apparisce il sole, e fummi commesso con espresso comandamento che io cercassi tanto che io trovassi i privilegi del Porcellana, li quali, ancora che a bollar niente costassero, molto più utili sono a altrui che a noi.

Per la qual cosa messom’io cammino, di Vinegia partendomi e andandomene per lo Borgo de’ Greci e di quindi per lo reame del Garbo cavalcando e per Baldacca, pervenni in Parione, donde, non senza sete, dopo alquanto per venni in Sardigna. Ma perché vi vo io tutti i paesi cerchi da me divisando? Io capitai, passato il braccio di San Giorgio, in Truffia e in Buffia, paesi molto abitati e con gran popoli; e di quindi pervenni in terra di Menzogna, dove molti de’ nostri frati e d’altre religioni trovai assai, li quali tutti il disagio andavan per l’amor di Dio schifando, poco dell’altrui fatiche curandosi, dove la loro utilità vedessero seguitare, nulla altra moneta spendendo che senza conio per quei paesi: e quindi passai in terra d’Abruzzi, dove gli uomini e le femine vanno in zoccoli su pe’monti, rivestendo i porci delle lor busecchie medesime; e poco più là trovai gente che portano il pan nelle mazze e ‘l vin nelle sacca: da’ quali alle montagne de’ bachi pervenni, dove tutte le acque corrono alla ‘ngiù.

E in brieve tanto andai adentro, che io pervenni mei infino in India Pastinaca, là dove io vi giuro, per l’abito che io porto addosso che io vidi volare i pennati, cosa incredibile a chi non gli avesse veduti; ma di ciò non mi lasci mentire Maso del Saggio, il quale gran mercante io trovai là, che schiacciava noci e vendeva gusci a ritaglio.

Ma non potendo quello che io andava cercando trovare, perciò che da indi in là si va per acqua, indietro tornandomene, arrivai in quelle sante terre dove l’anno di state vi vale il pan freddo quattro denari, e il caldo v’è per niente. E quivi trovai il venerabile padre messer Nonmiblasmete Sevoipiace, degnissimo patriarca di Jerusalem. Il quale, per reverenzia dell’abito che io ho sempre portato del baron messer santo Antonio, volle che io vedessi tutte le sante reliquie le quali egli appresso di sé aveva; e furon tante che, se io ve le volessi tutte contare, io non ne verrei a capo in parecchie miglia, ma pure, per non lasciarvi sconsolate, ve ne dirò alquante.

Egli primieramente mi mostrò il dito dello Spirito Santo così intero e saldo come fu mai, e il ciuffetto del serafino che apparve a san Francesco, e una dell’unghie de’ Gherubini, e una delle coste del Verbum caro fatti alle finestre, e de’ vestimenti della Santa Fé catolica, e alquanti de’ raggi della stella che apparve à tre Magi in oriente, e un ampolla del sudore di san Michele quando combatté col diavole, e la mascella della Morte di san Lazzaro e altre.

E per ciò che io liberamente gli feci copia delle piagge di Monte Morello in volgare e d’alquanti capitoli del Caprezio, li quali egli lungamente era andati cercando, mi fece egli partefice delle sue sante reliquie, e donommi uno de’ denti della santa Croce, e in una ampolletta alquanto del suono delle campane del tempio di Salomone e la penna dell’agnol Gabriello, della quale già detto v’ho, e l’un de’ zoccoli di san Gherardo da Villamagna (il quale io, non ha molto, a Firenze donai a Gherardo di Bonsi, il quale in lui ha grandissima divozione) e diedemi de’ carboni, co’ quali fu il beatissimo martire san Lorenzo arrostito; le quali cose io tutte di qua con meco divotamente le recai, e holle tutte.

E’ il vero che il mio maggiore non ha mai sofferto che io l’abbia mostrate infino a tanto che certificato non s’è se desse sono o no; ma ora che per certi miracoli fatti da esse e per lettere ricevute dal Patriarca fatto n’è certo m’ha conceduta licenzia che io le mostri; ma io, temendo di fidarle altrui, sempre le porto meco.

Vera cosa è che io porto la penna dell’agnol Gabriello, acciò che non si guasti, in una cassetta e i carboni co’ quali fu arrostito san Lorenzo in un’altra; le quali son sì simiglianti l’una all’altra, che spesse volte mi vien presa l’una per l’altra, e al presente m’è avvenuto; per ciò che, credendomi io qui avere arrecata la cassetta dove era la penna, io ho arrecata quella dove sono i carboni. Il quale io non reputo che stato sia errore, anzi mi pare esser certo che volontà sia stata di Dio e che Egli stesso la cassetta de’ carboni ponesse nelle mie mani, ricordandom’io pur testé che la festa di san Lorenzo sia di qui a due dì. E per ciò, volendo Iddio che io, col mostrarvi i carboni co’ quali esso fu arrostito, raccenda nelle vostre anime la divozione che in lui aver dovete, non la penna che io voleva, ma i benedetti carboni spenti dall’omor di quel santissimo corpo mi fe’pigliare. E per ciò, figliuoli benedetti, trarretevi i cappucci e qua divotamente v’appresserete a vedergli.

Ma prima voglio che voi sappiate che chiunque da questi carboni in segno di croce è tocco, tutto quello anno può viver sicuro che fuoco nol cocerà che non si senta.

E poi che così detto ebbe, cantando una laude di san Lorenzo, aperse la cassetta e mostrò i carboni; li quali poi che alquanto la stolta moltitudine ebbe con ammirazione reverentemente guardati, con grandissima calca tutti s’appressarono a frate Cipolla e, migliori offerte dando che usati non erano, che con essi gli dovesse toccare il pregava ciascuno.

Per la qual cosa frate Cipolla, recatisi questi carboni in mano, sopra li lor camisciotti bianchi e sopra i farsetti e sopra li veli delle donne cominciò a fare le maggior croci che vi capevano, affermando che tanto quanto essi scemavano a far quelle croci, poi ricrescevano nella cassetta, sì come egli molte volte aveva provato.

E in cotal guisa, non senza sua grandissima utilità avendo tutti crociati i certaldesi, per presto accorgimento fece coloro rimanere scherniti, che lui, togliendogli la penna, avevan creduto schernire. Li quali stati alla sua predica e avendo udito il nuovo riparo preso da lui e quanto da lungi fatto si fosse e con che parole, avevan tanto riso che eran creduti smascellare. E poi che partito si fu il vulgo, a lui andatisene, con la maggior festa del mondo ciò che fatto avevan gli discoprirono, e appresso gli renderono la sua penna; la quale l’anno seguente gli valse non meno che quel giorno gli fosser valuti i carboni.

Giovanni Boccaccio – Guido Cavalcanti dice con un motto onestamente villania a certi cavalier fiorentini li quali soprappresso l’aveano

Sentendo la reina che Emilia della sua novella s’era diliberata e che ad altri non restava a dir che a lei, se non a colui che per privilegio aveva il dir da sezzo, così a dir cominciò.

Quantunque, leggiadre donne, oggi mi sieno da voi state tolte da due in su delle novelle delle quali io m’avea pensato di doverne una dire, nondimeno me n’è pure una rimasa da raccontare, nella conclusione della quale si contiene un sì fatto motto, che forse non ci se n’è alcuno di tanto sentimento contato.

Dovete adunque sapere che né tempi passati furono nella nostra città assai belle e laudevoli usanze, delle quali oggi niuna ve n’è rimasa, mercé dell’avarizia che in quella con le ricchezze è cresciuta, la quale tutte l’ha discacciate. Tra le quali n’era una cotale, che in diversi luoghi per Firenze si ragunavano insieme i gentili uomini delle contrade e facevano lor brigate di certo numero, guardando di mettervi tali che comportar potessono acconciamente le spese, e oggi l’uno, doman l’altro, e così per ordine tutti mettevan tavola, ciascuno il suo dì, a tutta la brigata; e in quella spesse volte onoravano e gentili uomini forestieri, quando ve ne capitavano, e ancora de’ cittadini; e similmente si vestivano insieme almeno una volta l’anno, e insieme i dì più notabili cavalcavano per la città, e talora armeggiavano, e massimamente per le feste principali o quando alcuna lieta novella di vittoria o d’altro fosse venuta nella città.

Tra le quali brigate n’era una di messer Betto Brunelleschi, nella quale messer Betto è compagni s’eran molto ingegnati di tirare Guido di messer Cavalcante de’ Cavalcanti, e non senza cagione; per ciò che, oltre a quello che egli fu un de’ migliori loici che avesse il mondo e ottimo filosofo naturale (delle quali cose poco la brigata curava, sì fu egli leggiadrissimo e costumato e parlante uomo molto, e ogni cosa che far volle e a gentile uom pertenente, seppe meglio che altro uom fare; e con questo era ricchissimo, e a chiedere a lingua sapeva onorare cui nell’animo gli capeva che il valesse.

Ma a messer Betto non era mai potuto venir fatto d’averlo, e credeva egli co’ suoi compagni che ciò avvenisse per ciò che Guido alcuna volta speculando molto astratto dagli uomini diveniva. E per ciò che egli alquanto tenea della oppinione degli epicuri, si diceva tra la gente volgare che queste sue speculazioni eran solo in cercare se trovar si potesse che Iddio non fosse.

Ora avvenne un giorno che, essendo Guido partito d’Orto San Michele e venutosene per lo corso degli Adimari infino a San Giovanni, il quale spesse volte era suo cammino, essendo quelle arche grandi di marmo, che oggi sono in Santa Reparata, e molte altre dintorno a San Giovanni, ed egli essendo tra le colonne del porfido che vi sono e quelle arche e la porta di San Giovanni, che serrata era, messer Betto con sua brigata a caval venendo su per la piazza di Santa Reparata, veggendo Guido là tra quelle sepolture, dissero: – Andiamo a dargli briga; – e spronati i cavalli a guisa d’uno assalto sollazzevole gli furono, quasi prima che egli se ne avvedesse, sopra, e cominciarongli a dire:

- Guido tu rifiuti d’esser di nostra brigata; ma ecco, quando tu arai trovato che Iddio non sia, che avrai fatto?

A’ quali Guido, da lor veggendosi chiuso, prestamente disse:

- Signori, voi mi potete dire a casa vostra ciò che vi piace; – e posta la mano sopra una di quelle arche, che grandi erano, sì come colui che leggerissimo era, prese un salto e fussi gittato dall’altra parte, e sviluppatosi da loro se n’andò.

Costoro rimaser tutti guatando l’un l’altro, e cominciarono a dire che egli era uno smemorato e che quello che egli aveva risposto non veniva a dir nulla, con ciò fosse cosa che quivi dove erano non avevano essi a far più che tutti gli altri cittadini, né Guido meno che alcun di loro.

Alli quali messer Betto rivolto disse:

- Gli smemorati siete voi, se voi non l’avete inteso. Egli ci ha detta onestamente in poche parole la maggior villania del mondo; per ciò che, se voi riguardate bene, queste arche sono le case de’ morti, per ciò che in esse si pongono e dimorano i morti; le quali egli dice che sono nostra casa, a dimostrarci che noi e gli altri uomini idioti e non litterati siamo, a comparazion di lui e degli altri uomini scienziati, peggio che uomini morti, e per ciò, qui essendo, noi siamo a casa nostra.

Allora ciascuno intese quello che Guido aveva voluto dire e vergognossi né mai più gli diedero briga, e tennero per innanzi messer Betto sottile e intendente cavaliere.

Giovanni Boccaccio – Fresco conforta la nepote che non si specchi, se gli spiacevoli, come diceva, l’erano a veder noiosi

La novella da Filostrato raccontata prima con un poco di vergogna punse li cuori delle donne ascoltanti, e con onesto rossore né lor visi apparito ne dieder segno; e poi, l’una l’altra guardando, appena del ridere potendosi astenere, sogghignando quella ascoltarono. Ma poi che esso alla fine ne fu venuto, la reina, ad Emilia voltatasi, che ella seguitasse le ‘mpose. La quale, non altrimenti che se da dormir si levasse, soffiando incominciò.

Vaghe giovani, per ciò che un lungo pensiero molto di qui m’ha tenuta gran pezza lontana, per ubbidire alla nostra reina, forse con molto minor novella, che fatto non avrei se qui l’animo avessi avuto, mi passerò, lo sciocco error d’una giovane raccontandovi, con un piacevol motto corretto da un suo zio, se ella da tanto stata fosse che inteso l’avesse.

Uno adunque, che si chiamò Fresco da Celatico, aveva una sua nepote chiamata per vezzi Cesca, la quale, ancora che bella persona avesse e viso (non però di quegli angelici che già molte volte vedemo), sé da tanto e sì nobile reputava, che per costume aveva preso di biasimare e uomini e donne e ciascuna cosa che ella vedeva, senza avere alcun riguardo a sé medesima, la quale era tanto più spiacevole, sazievole e stizzosa che alcuna altra, che a sua guisa niuna cosa si poteva fare; e tanto, oltre a tutto questo, era altiera, che se stata fosse de’ reali di Francia sarebbe stato soperchio. E quando ella andava per via sì forte le veniva del cencio, che altro che torcere il muso non faceva, quasi puzzo le venisse di chiunque vedesse o scontrasse

Ora, lasciando stare molti altri suoi modi spiacevoli e rincrescevoli, avvenne un giorno che, essendosi ella in casa tornata là dove Fresco era, e tutta piena di smancerie postaglisi presso a sedere, altro non faceva che soffiare; laonde Fresco domandando le disse:

- Cesca, che vuol dir questo che, essendo oggi festa, tu te ne sé così tosto tornata in casa?

Al quale ella tutta cascante di vezzi rispose:

- Egli è il vero che io me ne sono venuta tosto, per ciò che io non credo che mai in questa terra fossero e uomini e femine tanto spiacevoli e rincrescevoli quanto sono oggi, e non ne passa per via uno che non mi spiaccia come la mala ventura; e io non credo che sia al mondo femina a cui più sia noioso il vedere gli spiacevoli che è a me, e per non vedergli così tosto me ne son venuta.

Alla qual Fresco, a cui li modi fecciosi della nepote dispiacevan fieramente, disse:

- Figliuola, se così ti dispiaccion gli spiacevoli, come tu dì, se tu vuoi viver lieta, non ti specchiare giammai.

Ma ella, più che una canna vana e a cui di senno pareva pareggiar Salamone, non altramenti che un montone avrebbe fatto, intese il vero motto di Fresco; anzi disse che ella si voleva specchiar come l’altre. E così nella sua grossezza si rimase e ancor vi si sta.

Giovanni Boccaccio – Madonna Filippa dal marito con un suo amante trovata, chiamata in giudicio, con una pronta e piacevol risposta sé libera e fa lo statuto modificare

Già si tacea la Fiammetta, e ciascun rideva ancora del nuovo argomento dallo Scalza usato a nobilitare sopra ogn’altro i Baronci, quando la reina ingiunse a Filostrato che novellasse; ed egli a dir cominciò.

Valorose donne, bella cosa è in ogni parte saper ben parlare, ma io la reputo bellissima quivi saperlo fare dove la necessità il richiede. Il che sì ben seppe fare una gentil donna, della quale intendo di ragionarvi, che non solamente festa e riso porse agli uditori, ma sé de’ lacci di vituperosa morte disviluppò, come voi udirete.

Nella terra di Prato fu già uno statuto, nel vero non men biasimevole che aspro, il quale, senza niuna distinzion fare, comandava che così fosse arsa quella donna che dal marito fosse con alcuno suo amante trovata in adulterio, come quella che per denari con qualunque altro uomo stata trovata fosse.

E durante questo statuto avvenne che una gentil donna e bella e oltre ad ogn’altra innamorata, il cui nome fu madonna Filippa, fu trovata nella sua propria camera una notte da Rinaldo de’ Pugliesi suo marito nelle braccia di Lazzarino de’ Guazzagliotri, nobile giovane e bello di quella terra, il quale ella quanto sé medesima amava, ed era da lui amata. La qual cosa Rinaldo vedendo, turbato forte, appena del correr loro addosso e di uccidergli si ritenne; e se non fosse che di sé medesimo dubitava, seguitando l’impeto della sua ira, l’avrebbe fatto.

Rattemperatosi adunque da questo, non si potè temperar da voler quello dello statuto pratese, che a lui non era licito di fare, cioè la morte della sua donna. E per ciò avendo al fallo della donna provare assai convenevole testimonianza, come il dì fu venuto, senza altro consiglio prendere, accusata la donna, la fece richiedere.

La donna, che di gran cuore era, sì come generalmente esser soglion quelle che innamorate son da dovero, ancora che sconsigliata da molti suoi amici e parenti ne fosse, del tutto dispose di comparire e di voler più tosto, la verità confessando, con forte animo morire, che, vilmente fuggendo, per contumacia in essilio vivere e negarsi degna di così fatto amante come colui era nelle cui braccia era stata la notte passata. E assai bene accompagnata di donne e d’uomini, da tutti confortata al negare, davanti al podestà venuta, domandò con fermo viso e con salda voce quello che egli a lei domandasse.

Il podestà, riguardando costei e veggendola bellissima e di maniere laudevoli molto, e, secondo che le sue parole testimoniavano, di grande animo, cominciò di lei ad aver compassione, dubitando non ella confessasse cosa per la quale a lui convenisse, volendo il suo onor servare, farla morire. Ma pur, non potendo cessare di domandarla di quello che apposto l’era, le disse:

- Madonna, come voi vedete, qui è Rinaldo vostro marito, e duolsi di voi, la quale egli dice che ha con altro uomo trovata in adulterio; e per ciò domanda che io, secondo che uno statuto che ci è vuole, faccendovi morire di ciò vi punisca; ma ciò far non posso, se voi nol confessate, e per ciò guardate bene quello che voi rispondete, e ditemi se vero è quello di che vostro marito v’accusa.

La donna, senza sbigottire punto, con voce assai piacevole rispose:

- Messere, egli è vero che Rinaldo è mio marito, e che egli questa notte passata mi trovò nelle braccia di Lazzarino, nelle quali io sono, per buono e per perfetto amore che io gli porto, molte volte stata; né questo negherei mai; ma come io son certa che voi sapete, le leggi deono esser comuni e fatte con consentimento di coloro a cui toccano. Le quali cose di questa non avvengono, ché essa solamente le donne tapinelle costrigne, le quali molto meglio che gli uomini potrebbero a molti sodisfare; e oltre a questo, non che alcuna donna, quando fatta fu, ci prestasse consentimento, ma niuna ce ne fu mai chiamata; per le quali cose meritamente malvagia si può chiamare.

E se voi volete, in pregiudicio del mio corpo e della vostra anima, esser di quella esecutore, a voi sta; ma, avanti che ad alcuna cosa giudicar procediate, vi prego che una piccola grazia mi facciate, cioè che voi il mio marito domandiate se io ogni volta e quante volte a lui piaceva, senza dir mai di no, io di me stessa gli concedeva intera copia o no.

A che Rinaldo, senza aspettare che il podestà il domandasse, prestamente rispose che senza alcun dubbio la donna ad ogni sua richiesta gli aveva di sé ogni suo piacer conceduto.

- Adunque, – seguì prestamente la donna – domando io voi, messer podestà, se egli ha sempre di me preso quello che gli è bisognato e piaciuto, io che doveva fare o debbo di quel che gli avanza? Debbolo io gittare ai cani? Non è egli molto meglio servirne un gentile uomo che più che sé m’ama, che lasciarlo perdere o guastare?

Eran quivi a così fatta essaminazione, e di tanta e sì famosa donna, quasi tutti i pratesi concorsi, li quali, udendo così piacevol risposta, subitamente, dopo molte risa, quasi ad una voce tutti gridarono la donna aver ragione e dir bene; e prima che di quivi si partissono, a ciò confortandogli il podestà, modificarono il crudele statuto e lasciarono che egli s’intendesse solamente per quelle donne le quali per denari a’ lor mariti facesser fallo.

Per la qual cosa Rinaldo, rimaso di così matta impresa confuso, si partì dal giudicio; e la donna lieta e libera, quasi dal fuoco risuscitata, alla sua casa se ne tornò gloriosa.

Giovanni Boccaccio – Pruova Michele Scalza a certi giovani come i Baronci sono i più gentili uomini del mondo o di maremma, e vince una cena

Ridevano ancora le donne della bella e presta risposta di Giotto, quando la reina impose il seguitare alla Fiammetta, la qual così ‘ncominciò a parlare.

Giovani donne, l’essere stati ricordati i Baronci da Panfilo, li quali per avventura voi non conoscete come fa egli, m’ha nella memoria tornata una novella, nella quale quanta sia la lor nobiltà si dimostra, senza dal nostro proposito deviare; e per ciò mi piace di raccontarla.

Egli non è ancora guari di tempo passato che nella nostra città era un giovane chiamato Michele Scalza, il quale era il più piacevole e il più sollazzevole uom del mondo, e le più nuove novelle aveva per le mani; per la qual cosa i giovani fiorentini avevan molto caro, quando in brigata si trovavano, di poter aver lui.

Ora avvenne un giorno che, essendo egli con alquanti a Montughi, si ‘ncominciò tra loro una quistion così fatta: quali fossero li più gentili uomini di Firenze e i più antichi.

De’quali alcuni dicevano gli Uberti, e altri i Lamberti, e chi uno e chi un altro, secondo che nell’animo gli capea.

Li quali udendo lo Scalza, cominciò a ghignare, e disse:

- Andate via, andate, goccioloni che voi siete, voi non sapete ciò che voi vi dite; i più gentili uomini e i più antichi, non che di Firenze, ma di tutto il mondo o di maremma, sono i Baronci; e a questo s’accordano tutti i fisofoli e ogn’uom che gli conosce, come fo io; e acciò che voi non intendeste d’altri, io dico de’ Baronci vostri vicini da Santa Maria Maggiore.

Quando i giovani, che aspettavano che egli dovesse dire altro, udiron questo, tutti si fecero beffe di lui, e dissero:

- Tu ci uccelli, quasi come se noi non cognoscessimo i Baronci come facci tu

Disse lo Scalza:

- Alle guagnele non fo, anzi mi dico il vero, e se egli ce n’è niuno che voglia metter su una cena a doverla dare a chi vince con sei compagni quali più gli piaceranno, io la metterò volentieri; e ancora vi farò più, che io ne starò alla sentenzia di chiunque voi vorrete.

Tra’quali disse uno, che si chiamava Neri Mannini:

- Io sono acconcio a voler vincer questa cena; – e accordatisi insieme d’aver per giudice Piero di Fiorentino, in casa cui erano, e andatisene a lui, e tutti gli altri appresso, per vedere perdere lo Scalza e dargli noia, ogni cosa detta gli raccontarono.

Piero, che discreto giovane era, udita primieramente la ragione di Neri, poi allo Scalza rivolto, disse:

- E tu come potrai mostrare questo che tu affermi?

Disse lo Scalza:

- Che? Il mosterrò per sì fatta ragione, che non che tu, ma costui che il nega, dirà che io dica il vero. Voi sapete che, quanto gli uomini sono più antichi, più son gentili, e così si diceva pur testé tra costoro; e i Baronci son più antichi che niuno altro uomo, sì che son più gentili; e come essi sien più antichi mostrandovi, senza dubbio io avrò vinta la quistione.

Voi dovete sapere che i Baronci furon fatti da Domenedio al tempo che egli avea cominciato d’apparare a dipignere; ma gli altri uomini furon fatti poscia che Domenedio seppe dipignere. E che io dica di questo il vero, ponete mente à Baronci e agli altri uomini: dove voi tutti gli altri vedrete co’ visi ben composti e debitamente proporzionati, potrete vedere i Baronci qual col viso molto lungo e stretto, e quale averlo oltre ad ogni convenevolezza largo, e tal v’è col naso molto lungo, e tale l’ha corto, e alcuno col mento in fuori e in su rivolto, e con mascelloni che paiono d’asino; ed evvi tale che ha l’uno occhio più grosso che l’altro, e ancora chi l’un più giù che l’altro, sì come sogliono esser i visi che fanno da prima i fanciulli che apparano a disegnare. Per che, come già dissi, assai bene appare che Domenedio gli fece quando apparava a dipignere; sì che essi sono più antichi che gli altri, e così più gentili.

Della qual cosa, e Piero che era il giudice, e Neri che aveva messa la cena, e ciascun altro ricordandosi, e avendo il piacevole argomento dello Scalza udito, tutti cominciarono a ridere e affermare che lo Scalza aveva la ragione, e che egli aveva vinta la cena, e che per certo i Baronci erano i più gentili uomini e i più antichi che fossero, non che in Firenze, ma nel mondo o in maremma.

E perciò meritamente Panfilo, volendo la turpitudine del viso di messer Forese mostrare, disse che stato sarebbe sozzo ad un de’ Baronci.

Giovanni Boccaccio – Messer Forese da Rabatta e maestro Giotto dipintore, venendo di Mugello, l’uno la sparuta apparenza dell’altro motteggiando morde

Come Neifile tacque, avendo molto le donne preso di piacere della risposta di Chichibio, così Panfilo per voler della reina disse.

Carissime donne, egli avviene spesso che, sì come la Fortuna sotto vili arti alcuna volta grandissimi tesori di virtù nasconde, come poco avanti per Pampinea fu mostrato, così ancora sotto turpissime forme d’uomini si truovano maravigliosi ingegni dalla Natura essere stati riposti.

La qual cosa assai apparve in due nostri cittadini, de’ quali io intendo brievemente di ragionarvi. Per ciò che l’uno, il quale messer Forese da Rabatta fu chiamato, essendo di persona piccolo e sformato, con viso piatto e ricagnato, che a qualunque de’ Baronci più trasformato l’ebbe sarebbe stato sozzo, fu di tanto sentimento nelle leggi, che da molti valenti uomini uno armario di ragione civile fu reputato. E l’altro, il cui nome fu Giotto, ebbe uno ingegno di tanta eccellenzia, che niuna cosa dà la Natura, madre di tutte le cose e operatrice col continuo girar de’ cieli, che egli con lo stile e con la penna o col pennello non dipignesse sì simile a quella, che non simile, anzi più tosto dessa paresse, in tanto che molte volte nelle cose da lui fatte si truova che il visivo senso degli uomini vi prese errore, quello credendo esser vero che era dipinto.

E per ciò, avendo egli quella arte ritornata in luce, che molti secoli sotto gli error d’alcuni, che più a dilettar gli occhi degl’ignoranti che a compiacere allo ‘ntelletto de’ savi dipignendo intendeano, era stata sepulta, meritamente una delle luci della fiorentina gloria dir si puote; e tanto più, quanto con maggiore umiltà, maestro degli altri in ciò vivendo, quella acquistò, sempre rifiutando d’esser chiamato maestro. Il quale titolo rifiutato da lui tanto più in lui risplendeva, quanto con maggior disidero da quegli che men sapevano di lui o dà suoi discepoli era cupidamente usurpato. Ma, quantunque la sua arte fosse grandissima, non era egli per ciò né di persona né d’aspetto in niuna cosa più bello che fosse messer Forese.

Ma, alla novella venendo, dico che avevano in Mugello messer Forese e Giotto lor possessioni; ed essendo messer Forese le sue andate a vedere, in quegli tempi di state che le ferie si celebran per le corti, e per avventura in su un cattivo ronzino da vettura venendosene, trovò il già detto Giotto, il qual similmente avendo le sue vedute, se ne tornava a Firenze. Il quale, né in cavallo né in arnese essendo in cosa alcuna meglio di lui, sì come vecchi, a pian passo venendosene, insieme s’accompagnarono.

Avvenne, come spesso di state veggiamo avvenire, che una subita piova gli soprapprese; la quale essi, come più tosto poterono, fuggirono in casa d’un lavoratore amico e conoscente di ciascuno di loro. Ma dopo alquanto, non faccendo l’acqua alcuna vista di dover ristare, e costoro volendo essere il dì a Firenze, presi dal lavoratore in prestanza due mantellacci vecchi di romagnuolo e due cappelli tutti rosi dalla vecchiezza, per ciò che migliori non v’erano, cominciarono a camminare.

Ora, essendo essi alquanto andati, e tutti molli veggendosi, e per gli schizzi che i ronzini fanno co’ piedi in quantità zaccherosi (le quali cose non sogliono altrui accrescer punto d’orrevolezza), rischiarandosi alquanto il tempo, essi, che lungamente erano venuti taciti, cominciarono a ragionare.

E messer Forese, cavalcando e ascoltando Giotto, il quale bellissimo favellatore era, cominciò a considerarlo e da lato e da capo e per tutto, e veggendo ogni cosa così disorrevole e così disparuto, senza avere a sé niuna considerazione, cominciò a ridere, e disse:

- Giotto, a che ora venendo di qua allo ‘ncontro di noi un forestiere che mai veduto non t’avesse, credi tu che egli credesse che tu fossi il miglior dipintor del mondo, come tu sé?

A cui Giotto prestamente rispose:

- Messere, credo, che egli il crederebbe allora che, guardando voi, egli crederebbe che voi sapeste l’abicì.

Il che messer Forese udendo, il suo error riconobbe, e videsi di tal moneta pagato, quali erano state le derrate vendute.

Giovanni Boccaccio – Chichibio, cuoco di Currado Gianfigliazzi, con una presta parola a sua salute l’ira di Currado volge in riso, e sé campa dalla mala ventura minacciatagli da Currado

Tacevasi già la Lauretta, e da tutti era stata sommamente commendata la Nonna, quando la reina a Neifile impose che seguitasse; la qual disse.

Quantunque il pronto ingegno, amorose donne, spesso parole presti e utili e belle, secondo gli accidenti, à dicitori, la fortuna ancora, alcuna volta aiutatrice de’ paurosi, sopra la lor lingua subitamente di quelle pone, che mai ad animo riposato per lo dicitor si sarebber sapute trovare; il che io per la mia novella intendo di dimostrarvi.

Currado Gianfiglia sì come ciascuna di voi e udito e veduto puote avere, sempre della nostra città è stato nobile cittadino, liberale e magnifico, e vita cavalleresca tenendo, continuamente in cani e in uccelli s’è dilettato, le sue opere maggiori al presente lasciando stare. Il quale con un suo falcone avendo un dì presso a Peretola una gru ammazata, trovandola grassa e giovane, quella mandò ad un suo buon cuoco, il quale era chiamato Chichibio, ed era viniziano, e sì gli mandò dicendo che a cena l’arrostisse e governassela bene.

Chichibio, il quale come riuovo bergolo era così pareva, acconcia la gru, la mise a fuoco e con sollicitudine a cuocerla cominciò. La quale essendo già presso che cotta grandissimo odor venendone, avvenne che una feminetta della contrada, la qual Brunetta era chiamata e di cui Chichibio era forte innamorato, entrò nella cucina; e sentendo l’odor della gru e veggendola, pregò caramente Chichibio che ne le desse una coscia.

Chichibio le rispose cantando e disse:

- “Voi non l’avrì da mi, donna Brunetta, voi non l’avrì da mi”.

Di che donna Brunetta essendo un poco turbata, gli disse:

- In fè di Dio, se tu non la mi dai, tu non avrai mai da me cosa che ti piaccia; – e in brieve le parole furon molte. Alla fine Chichibio, per non crucciar la sua donna, spiccata l’una delle cosce alla gru, gliele diede.

Essendo poi davanti a Currado e ad alcun suo forestiere messa la gru senza coscia, e Currado maravigliandosene, fece chiamare Chichibio e domandollo che fosse divenuta l’altra coscia della gru. Al quale il vinizian bugiardo subitamente rispose:

- Signor mio, le gru non hanno se non una coscia e una gamba.

Currado allora turbato disse:

- Come diavol non hanno che una coscia e una gamba? Non vid’io mai più gru che questa?

Chichibio seguitò:

- Egli è, messer, com’io vi dico; e quando vi piaccia, io il vi farò veder né vivi.

Currado, per amor dei forestieri che seco aveva, non volle dietro alle parole andare, ma disse:

- Poi che tu dì di farmelo vedere né vivi, cosa che io mai più non vidi né udii dir che fosse, e io il voglio veder domattina e sarò contento; ma io ti giuro in sul corpo di Cristo, che, se altramenti sarà, che io ti farò conciare in maniera che tu con tuo danno ti ricorderai, sempre che tu ci viverai, del nome mio.

Finite adunque per quella sera le parole, la mattina seguente come il giorno apparve, Currado, a cui non era per lo dormire l’ira cessata, tutto ancor gonfiato si levò e comandò che i cavalli gli fosser menati; e fatto montar Chichibio sopra un ronzino, verso una fiumana, alla riva della quale sempre soleva in sul far del dì vedersi delle gru, nel menò dicendo:

- Tosto vedremo chi avrà iersera mentito, o tu o io.

Chichibio, veggendo che ancora durava l’ira di Currado e che far gli convenia pruova della sua bugia, non sappiendo come poterlasi fare, cavalcava appresso a Currado con la maggior paura del mondo, e volentieri, se potuto avesse, si sarebbe fuggito; ma non potendo, ora innanzi e ora addietro e da lato si riguardava, e ciò che vedeva credeva che gru fossero che stessero in due piedi.

Ma già vicini al fiume pervenuti, gli venner prima che ad alcun vedute sopra la riva di quello ben dodici gru, le quali tutte in un piè dimoravano, si come quando dormono soglion fare. Per che egli prestamente mostratele a Currado, disse:

- Assai bene potete, messer, vedere che iersera vi dissi il vero, che le gru non hanno se non una coscia e un piè, se voi riguardate a quelle che colà stanno.

Currado vedendole disse:

- Aspettati, che io ti mosterrò che elle n’hanno due; – e fattosi alquanto più a quelle vicino gridò: – Ho ho; – per lo qual grido le gru, mandato l’altro piè giù, tutte dopo alquanti passi cominciarono a fuggire. Laonde Currado rivolto a Chichibio disse:

- Che ti par, ghiottone? Parti ch’elle n’abbian due?

Chichibio quasi sbigottito, non sappiendo egli stesso donde si venisse, rispose:

- Messer sì, ma voi non gridaste – ho ho – a quella di iersera; ché se così gridato aveste, ella avrebbe così l’altra coscia e l’altro piè fuor mandata, come hanno fatto queste.

A Currado piacque tanto questa risposta, che tutta la sua ira si convertì in festa e riso, e disse:

- Chichibio, tu hai ragione, ben lo dovea fare.

Così adunque con la sua pronta e sollazzevol risposta Chichibio cessò la mala ventura e paceficossi col suo signore.

Giovanni Boccaccio – Monna Nonna de’ Pulci con una presta risposta al meno che onesto motteggiare del vescovo di Firenze silenzio impone

Quando Pampinea la sua novella ebbe finita, poi che da tutte la risposta e la liberalità di Cisti molto fu commendata, piacque alla reina che Lauretta dicesse appresso, la quale lietamente così a dire cominciò.

Piacevoli donne, prima Pampinea e ora Filomena assai del vero toccarono della nostra poca virtù e della bellezza de’ motti; alla quale per ciò che tornar non bisogna, oltre a quello che de’ motti è stato detto, vi voglio ricordare essere la natura de’ motti cotale, che essi come la pecora morde deono così mordere l’uditore, e non come ‘l cane; per ciò che, se come il cane mordesse il motto, non sarebbe motto ma villania.

La qual cosa ottimamente fecero e le parole di madonna Oretta e la risposta di Cisti.

E’ il vero che, se per risposta si dice, e il risponditore morda come cane, essendo come da cane prima stato morso, non par da riprendere, come, se ciò avvenuto non fosse, sarebbe; e per ciò è da guardare e come e quando e con cui e similmente dove si motteggia. Alle quali cose poco guardando già un nostro prelato, non minor morso ricevette che ‘l desse; il che in una piccola novella vi voglio mostrare.

Essendo vescovo di Firenze messer Antonio d’Orso, valoroso e savio prelato, venne in Firenze un gentile uom catalano, chiamato messer Dego della Ratta, maliscalco per lo re Ruberto. Il quale, essendo del corpo bellissimo e vie più che grande vagheggiatore, avvenne che fra l’altre donne fiorentine una ne gli piacque, la quale era assai bella donna ed era nepote d’un fratello del detto vescovo.

E avendo sentito che il marito di lei, quantunque di buona famiglia fosse, era avarissimo e cattivo, con lui compose di dovergli dare cinquecento fiorin d’oro, ed egli una notte con la moglie il lasciasse giacere; per che, fatti dorare popolini d’ariento, che allora si spendevano, giaciuto con la moglie, come che contro al piacer di lei fosse, gliele diede. Il che poi sappiendosi per tutto, rimasero al cattivo uomo il danno e le beffe; e il vescovo, come savio, s’infinse di queste cose niente sentire.

Per che, usando molto insieme il vescovo e ‘l maliscalco, avvenne che il dì di San Giovanni, cavalcando l’uno allato all’altro, veggendo le donne per la via onde il palio si corre, il vescovo vide una giovane, la quale questa pestilenzia presente ci ha tolta donna, il cui nome fu monna Nonna de’ Pulci, cugina di messere Alesso Rinucci, e cui voi tutte doveste conoscere; la quale, essendo allora una fresca e bella giovane e parlante e di gran cuore, di poco tempo avanti in Porta San Piero a marito venutane, la mostrò al maliscalco; e poi essendole presso, posta la mano sopra la spalla del maliscalco, disse:

- Nonna, che ti par di costui? Crederrestil vincere?

Alla Nonna parve che quelle parole alquanto mordessero la sua onestà, o la dovesser contaminar negli animi di coloro, che molti v’erano, che l’udirono. Per che, non intendendo a purgar questa contaminazione, ma a render colpo per colpo, prestamente rispose:

- Messere, è forse non vincerebbe me, ma vorrei buona moneta.

La qual parola udita il maliscalco e ‘l vescovo, sentendosi parimente trafitti, l’uno siccome facitore della disonesta cosa nella nepote del fratel del vescovo, e l’altro sì come ricevitore nella nepote del proprio fratello, senza guardar l’un l’altro, vergognosi e taciti se n’andarono, senza più quel giorno dirle alcuna cosa.

Così adunque, essendo la giovane stata morsa, non le si disdisse il mordere altrui motteggiando.

Giovanni Boccaccio – Cisti fornaio con una sola parola fa raveder messer Geri Spina d’una sua trascutata domanda

Molto fu da ciascuna delle donne e degli uomini il parlar di madonna Oretta lodato, il qual comandò la reina a Pampinea che seguitasse; per che ella così cominciò:

Belle donne, io non so da me medesima vedere che più in questo si pecchi, o la natura apparecchiando a una nobile anima un vil corpo, o la fortuna apparecchiando a un corpo dotato d’anima nobile vil mestiero, sì come in Cisti nostro cittadino e in molti ancora abbiamo potuto vedere avvenire; il qual Cisti, d’altissimo animo fornito, la fortuna fece fornaio.

E certo io maladicerei e la natura parimente e la fortuna, se io non conoscessi la natura esser discretissima e la fortuna aver mille occhi, come che gli sciocchi lei cieca figurino. Le quali io avviso che, sì come molto avvedute, fanno quello che i mortali spesse volte fanno, li quali, incerti de’ futuri casi, per le loro oportunità le loro più care cose né più vili luoghi delle lor case, sì come meno sospetti sepelliscono, e quindi né maggiori bisogni le traggono, avendole il vil luogo più sicuramente servate che la bella camera non avrebbe. E così le due ministre del mondo spesso le lor cose più care nascondono sotto l’ombra dell’arti reputate più vili, acciò che di quelle alle necessità traendole più chiaro appaia il loro splendore. Il che quanto in poca cosa Cisti fornaio il dichiarasse, gli occhi dello ‘ntelletto rimettendo a messer Geri Spina, il quale la novella di madonna Oretta contata, che sua moglie fu, m’ha tornata nella memoria, mi piace in una novelletta assai piccola dimostrarvi.

Dico adunque che, avendo Bonifazio papa, appo il quale messer Geri Spina fu in grandissimo stato, mandati in Firenze certi suoi nobili ambasciadori per certe sue gran bisogne, essendo essi in casa di messer Geri smontati, e egli con loro insieme i fatti del Papa trattando, avvenne che, che se ne fosse cagione, messer Geri con questi ambasciadori del Papa tutti a piè quasi ogni mattina davanti a Santa Maria Ughi passavano, dove Cisti fornaio il suo forno aveva e personalmente la sua arte esserceva.

Al quale quantunque la fortuna arte assai umile data avesse, tanto in quella gli era stata benigna, che egli n’era ricchissimo divenuto, e senza volerla mai per alcuna altra abbandonare splendidissimamente vivea, avendo tra l’altre sue buone cose sempre i migliori vini bianchi e vermigli che in Firenze si trovassero o nel contado. Il quale, veggendo ogni mattina davanti all’uscio suo passar messer Geri e gli ambasciadori del Papa, e essendo il caldo grande, s’avisò che gran cortesia sarebbe il dar lor bere del suo buon vin bianco; ma avendo riguardo alla sua condizione e a quella di messer Geri, non gli pareva onesta cosa il presummere d’invitarlo ma pensossi di tener modo il quale inducesse messer Geri medesimo a invitarsi.

E avendo un farsetto bianchissimo indosso e un grembiule di bucato innanzi sempre, li quali più tosto mugnaio che fornaio il dimostravano, ogni mattina in su l’ora che egli avvisava che messer Geri con gli ambasciadori dover passare si faceva davanti all’uscio suo recare una secchia nuova e stagnata d’acqua fresca e un picciolo orcioletto bolognese nuovo del suo buon vin bianco e due bicchieri che parevano d’ariento, sì eran chiari: e a seder postosi, come essi passavano, e egli, poi che una volta o due spurgato s’era, cominciava a ber sì saporitamente questo suo vino, che egli n’avrebbe fatta venir voglia a’ morti.

La qual cosa avendo messer Geri una e due mattine veduta, disse la terza:

- Chente è, Cisti? è buono? -

Cisti, levato prestamente in piè, rispose:

- Messer sì, ma quanto non vi potre’io dare a intendere, se voi non assaggiaste. -

Messer Geri, al quale o la qualità o affanno più che l’usato avuto o forse il saporito bere, che a Cisti vedeva fare, sete avea generata, volto agli ambasciadori sorridendo disse:

- Signori, egli è buono che noi assaggiamo del vino di questo valente uomo: forse che è egli tale, che noi non ce ne penteremo; – e con loro insieme se n’andò verso Cisti.

Il quale, fatta di presente una bella panca venire di fuori dal forno, gli pregò che sedessero; e alli lor famigliari, che già per lavare i bicchieri si facevano innanzi, disse:

- Compagni, tiratevi indietro e lasciate questo servigio fare a me, ché io so non meno ben mescere che io sappia infornare; e non aspettaste voi d’assaggiarne gocciola!

E così detto, esso stesso, lavati quatro bicchieri belli e nuovi e fatto venire un piccolo orcioletto del suo buon vino diligentemente diede bere a messer Geri e a’ compagni, alli quali il vino parve il migliore che essi avessero gran tempo davanti bevuto; per che, commendatol molto, mentre gli ambasciador vi stettero, quasi ogni mattina con loro insieme n’andò a ber messer Geri.

A’quali, essendo espediti e partir dovendosi, messer Geri fece un magnifico convito al quale invitò una parte de’ più orrevoli cittadini, e fecevi invitare Cisti, il quale per niuna condizione andar vi volle. Impose adunque messer Geri a uno de’ suoi famigliari che per un fiasco andasse del vin di Cisti e di quello un mezzo bicchier per uomo desse alle prime mense.

Il famigliare, forse sdegnato perché niuna volta bere aveva potuto del vino, tolse un gran fiasco. Il quale come Cisti vide, disse:

- Figliuolo, messer Geri non ti manda a me.

Il che raffermando più volte il famigliare né potendo altra risposta avere, tornò a messer Geri e sì gliele disse; a cui messer Geri disse:

- Tornavi e digli che sì fo: e se egli più così sponde, domandalo a cui io ti mando.

Il famigliare tornato disse:

- Cisti, per certo messer Geri mi manda pure a te.

Al quale Cisti rispose:

- Per certo, figliuol, non fa.

- Adunque, – disse il famigliare – a cui mi manda?

Rispose Cisti:

- Ad Arno.

Il che rapportando il famigliare a messer Geri, subito gli occhi gli s’apersero dello ‘ntelletto e disse al famigliare:

- Lasciami vedere che fiasco tu vi porti; – e vedutol disse:

- Cisti dice vero; – e dettagli villania gli fece torre un fiasco convenevole.

Il quale Cisti vedendo disse:

- Ora so io bene che egli ti manda a me, – e lietamente glielo impiè.

E poi quel medesimo dì fatto il botticello riempiere d’un simil vino e fattolo soavemente portare a casa di messer Geri, andò appresso, e trovatolo gli disse:

- Messere, io non vorrei che voi credeste che il gran fiasco stamane m’avesse spaventato; ma, parendomi che vi fosse uscito di mente ciò che io a questi dì co’ miei piccoli orcioletti v’ho dimostrato, ciò questo non sia vin da famiglia, vel volli staman raccordare. Ora, per ciò che io non intendo d’esservene più guardiano tutto ve l’ho fatto venire: fatene per innanzi come vi piace.

Messer Geri ebbe il dono di Cisti carissimo e quelle grazie gli rendè che a ciò credette si convenissero, e sempre poi per da molto l’ebbero e per amico.

Giovanni Boccaccio – Un cavaliere dice a madonna Oretta di portarla con una novella a cavallo, e malcompostamente dicendola, è da lei pregato che a piè la ponga

Giovani donne, come né lucidi sereni sono le stelle ornamento del cielo e nella primavera i fiori de’ verdi prati, e de’ colli i rivestiti albuscelli, così de’ laudevoli costumi e de’ ragionamenti belli sono i leggiadri motti, li quali, per ciò che brievi sono, tanto stanno meglio alle donne che agli uomini, quanto più alle donne che agli uomini il molto parlar si disdice.

E’ il vero che, qual si sia la cagione, o la malvagità del nostro ingegno o inimicizia singulare che à nostri secoli sia portata dà cieli, oggi poche o non niuna donna rimasa ci è, la qual ne sappi né tempi opportuni dire alcuno, o, se detto l’è, intenderlo come si conviene: general vergogna di tutte noi. Ma per ciò che già sopra questa materia assai da Pampinea fu detto, più oltre non intendo di dirne. Ma per farvi avvedere quanto abbiano in sé di bellezza à tempi detti, un cortese impor di silenzio fatto da una gentil donna ad un cavaliere mi piace di raccontarvi.

Sì come molte di voi o possono per veduta sapere o possono avere udito, egli non è ancora guari che nella nostra città fu una gentile e costumata donna e ben parlante, il cui valore non meritò che il suo nome si taccia. Fu adunque chiamata madonna Oretta, e fu moglie di messer Geri Spina; la quale per avventura essendo in contado, come noi siamo, e da un luogo ad un altro andando per via di diporto insieme con donne e con cavalieri, li quali a casa sua il dì avuti avea a desinare, ed essendo forse la via lunghetta di là onde si partivano a colà dove tutti a piè d’andare intendevano disse uno de’ cavalieri della brigata:

- Madonna Oretta, quando voi vogliate, io vi porterò, gran parte della via che ad andare abbiamo, a cavallo, con una delle belle novelle del mondo.

Al quale la donna rispose:

- Messere, anzi ve ne priego io molto, e sarammi carissimo.

Messer lo cavaliere, al quale forse non stava meglio la spada allato che ‘l novellar nella lingua, udito questo, cominciò una sua novella, la quale nel vero da sé era bellissima; ma egli or tre e quattro e sei volte replicando una medesima parola, e ora indietro tornando, e talvolta dicendo: – Io non dissi bene; – e spesso né nomi errando, un per un altro ponendone, fieramente la guastava; senza che egli pessimamente, secondo le qualità delle persone e gli atti che accadevano, proffereva. Di che a madonna Oretta, udendolo, spesse volte veniva un sudore e uno sfinimento di cuore, come se inferma fosse stata per terminare; la qual cosa poi che più sofferir non potè, conoscendo che il cavaliere era entrato nel pecoreccio, né era per riuscirne, piacevolmente disse:

- Messere, questo vostro cavallo ha troppo duro trotto; per che io vi priego che vi piaccia di pormi a piè.

Il cavaliere, il qual per avventura era molto migliore intenditore che novellatore, inteso il motto, e quello in festa e in gabbo preso, mise mano in altre novelle, e quella che cominciata avea e mai seguita, senza finita lasciò stare.

Giovanni Boccaccio – Incomincia la sesta giornata nella quale sotto il reggimento d’Elissa, si ragiona di chi con alcuno leggiadro motto, tentato, si riscosse, o con pronta risposta o avvedimento fuggì perdita o pericolo o scorno

Aveva la luna, essendo nel mezzo del cielo, perduti i raggi suoi, e già, per la nuova luce vegnente, ogni parte del nostro mondo era chiara, quando la reina levatasi, fatta la sua compagnia chiamare, alquanto con lento passo dal bel palagio, su per la rugiada spaziandosi, s’allontanarono, d’una e d’altra cosa vari ragionamenti tenendo, e della più bellezza e della meno delle raccontate novelle disputando, e ancora de’ vari casi recitati in quelle rinnovando le risa infino a tanto che, già più alzandosi il sole e cominciandosi a riscaldare, a tutti parve di dover verso casa tornare; per che, voltati i passi, là se ne vennero.

E quivi, essendo già le tavole messe, e ogni cosa d’erbucce odorose e di be’fiori seminata, avanti che il caldo surgesse più, per comandamento della reina si misero a mangiare. E questo con festa fornito, avanti che altro facessero, alquante canzonette belle e leggiadre cantate, chi andò a dormire e chi a giucare a scacchi e chi a tavole. E Dioneo insieme con Lauretta di Troiolo e di Criseida cominciarono a cantare.

E già l’ora venuta del dovere a concistoro tornare, fatti tutti dalla reina chiamare, come usati erano, dintorno alla fonte si posero a sedere. E volendo già la reina comandare la prima novella, avvenne cosa che ancora addivenuta non v’era, cioè che per la reina e per tutti fu un gran romore udito, che per le fanti e famigliari si faceva in cucina. Laonde, fatto chiamare il siniscalco, e domandato qual gridasse e qual fosse del romore la cagione, rispose che il romore era tra Licisca e Tindaro; ma la cagione egli non sapea, sì come colui che pure allora giugnea per fargli star cheti, quando per parte di lei era stato chiamato. Al quale la reina comandò che incontanente quivi facesse venire la Licisca e Tindaro; li quali venuti, domandò la reina qual fosse la cagione del loro romore.

Alla quale volendo Tindaro rispondere, la Licisca, che attempatetta era e anzi superba che no, e in sul gridar riscaldata, voltatasi verso lui con un mal viso disse:

- Vedi bestia d’uom che ardisce, dove io sia, a parlare prima di me! Lascia dir me; – e alla reina rivolta disse:

- Madonna, costui mi vuol far conoscere la moglie di Sicofante; e né più né meno, come se io con lei usata non fossi, mi vuol dare a vedere che la notte prima che Sicofante giacque con lei, messer Mazza entrasse in Monte Nero per forza e con ispargimento di sangue; e io dico che non è vero, anzi v’entrò paceficamente e con gran piacere di quei d’entro. Ed è ben sì bestia costui, che egli si crede troppo bene che le giovani sieno così sciocche, che elle stieno a perdere il tempo loro, stando alla bada del padre e dei fratelli, che delle sette volte le sei soprastanno tre o quattro anni più che non debbono a maritarle. Frate, bene starebbono, se elle s’indugiasser tanto! Alla fè di Cristo (ché debbo sapere quello che io mi dico quando io giuro) io non ho vicina che pulcella ne sia andata a marito; e anche delle maritate, so io ben quante e quali beffe elle fanno à mariti; e questo pecorone mi vuol far conoscere le femine, come se io fossi nata ieri.

Mentre la Licisca parlava, facevan le donne sì gran risa, che tutti i denti si sarebbero loro potuti trarre. E la reina l’aveva ben sei volte imposto silenzio; ma niente valea: ella non ristette mai infino a tanto che ella ebbe detto ciò che le piacque. Ma poi che fatto ebbe alle parole fine, la reina ridendo, volta a Dioneo, disse:

- Dioneo, questa è quistion da te; e per ciò farai, quando finite fieno le nostre novelle che tu sopr’essa dei sentenzia finale.

Alla qual Dioneo prestamente rispose:

- Madonna, la sentenzia è data senza udirne altro; e dico che la Licisca ha ragione, e credo che così sia com’ella dice; e Tindaro è una bestia.

La qual cosa la Licisca udendo, cominciò a ridere, e a Tindaro rivolta, disse:

- Occi ben lo diceva io; vatti con Dio; credi tu saper più di me tu, che non hai ancora rasciutti gli occhi? Gran mercé, non ci son vivuta invano io, no.

E, se non fosse che la reina con un mal viso le ‘mpose silenzio e comandolle che più parola né romor facesse se esser non volesse scopata, e lei e Tindaro mandò via, niuna altra cosa avrebbero avuta a fare in tutto quel giorno che attendere a lei. Li quali poi che partiti furono, la reina impose a Filomena che alle novelle desse principio. La quale lietamente così cominciò.

Georges Eekhoud – Partialité

Au dieu de l’Esprit et de la Discipline
s’oppose le Dieu de la Nature
et de l’Ivresse, à la force purifiante,
la force ogiastique, au grand éducateur
de l’homme, la grand trouble
des âmes, l’ardent imitateur des êtres.

Edouard Schuré.

Te le rappelles-tu, chère âme, ce dimanche, en Campine, il y a trois ans….

Nous descendions du tramway à vapeur à Saint-Antoine,—Sinte-Teunis, comme ils disent là-bas, familièrement, en câlinant presque le bénin patron. Oui, nous avions usé de ce tramway à vapeur qui dessert à présent, dans les deux sens, la réfractaire contrée à l’orient d’Anvers.

Je nous vois encore quitter la chaussée, pour détourner, à droite, derrière une ferme, puis nous engager, à travers la bruyère, dans un sentier sablonneux menant à cet écart de Zoersel, dont le nom seul, musique de source qui sourd, nous captivait.

Comme nous marchions, allègres, mais taciturnes, non sans nous enliser dans les ravines, la pensée du prosaïque véhicule que nous venions d’abandonner persistait à m’irriter l’esprit. Ainsi le déboire s’attache au palais. Pensée très latente et pressentiment plutôt que sentiment. Fâcheux point de départ, tout de même, car, à propos de ce tramway de malheur, je me remémorai la récente indignation d’un journal très éclairé contre les brutes de la Campine. N’avais-je pas lu quelque chose dans ce genre:

«Savez-vous ce qui arrive maintenant dans nos consciencieuses campagnes? (Consciencieuses, l’épithète y était, et juste, quoique le scribe ne l’eût pas fait exprès.) C’est édifiant. On s’est imaginé que le chemin de fer vicinal est le diable en personne (pourquoi pas?) et l’on oppose tous les obstacles possibles à la construction de son réseau. Tous les jours on signale des actes de mauvais gré, qui vont parfois jusqu’au crime. On accumule sur les voies des troncs d’arbres, d’énormes pierres, et l’on arrache les rails là où on (la-ou-on! la-on-ou!) croit pouvoir le faire sans être surpris. On dérange aussi les aiguilles des excentriques pour provoquer des déraillements; de grands malheurs ont déjà failli arriver.

«Enfin dimanche dernier, deux villageois croyant faire œuvre pie, ont tiré un coup de pistolet sur le machiniste qui fait la navette entre Schilde et Wyneghem. Tous ces faits, qui montrent, sous un jour si révoltant, l’ignorance et la brutalité de nos ruraux, sont attestés par le clérical Phare de l’Escaut qui les déclare dignes de peuplades sauvages. Ce journal ajoute, ce qui est plus caractéristique encore, que ces méfaits se commettent avec la complicité morale de toute la population qui y applaudit.»

La diatribe ne me revint pas intégralement à l’esprit en cheminant dans les varennes hantées par ces pseudo-vandales. Cependant, je parvenais à en reconstituer les principales beautés. Je me répétais ces phrases topiques et les ruminais avec un singulier délice. Ces voltairiennes doléances me rendaient encore plus chère l’atmosphère de cette matinée dominicale au cœur du fruste pays.

D’ailleurs, pour exalter mes amours jusqu’au paroxysme, il me suffit d’imaginer le pire opprobre dont la foule répouvée accablerait mes élus!…

Si je ne te communiquai pas, à mesure qu’elle se développait, cette méditation en quelque sorte apéritive, c’est que je craignais à une méprise de ta part devant l’indéterminé, et peut-être à une injustice, devant l’apparente férocité de ma pensée. Peut-être appréhendai-je que, traduite en paroles, elle ne s’éventât comme un bouquet compliqué et subtil. Pudeur de la très intime pensée! Peur de la voix qui trahit ce que la parole déguise. Silence gardé non par crainte de trop bien se comprendre, mais par crainte de ne pas concerter assez….

Que de circonstances entretinrent et rehaussèrent ces évagations!

A mi-chemin de l’étape une pluie chaude tomba. Trop anodine pour friper ta légère toilette de barège, elle suffit pour mettre en liesse la végétation altérée. L’odeur aromatique et pénétrante que cette aspersion fit sortir des arbres!

Ma ferveur patriale s’en réjouit comme d’une caresse arrachée à ce ciel renfermé et à cette plaine exclusive.

Le pays m’assimilait à ses crânes réfractaires. Il me savait épris de longue date, de la pluie, des glorieuses pluies d’été de la Saint-Médard qui, despotiquement, pourrissent les foins et avarient les moissons, mais qui flattent et satinent les feuillages et allaitent les grands arbres au choc des nuées mamelues.

Ce dimanche faste, lourd d’accalmie, je me sentis presque défaillir de gratitude au parfum réveillé, au parfum vierge des sèves. Les essences pubères, titillées par l’averse, s’efforçaient de précipiter, à forces d’effluves capiteux, les spasmes d’un orage lent à venir. Chaque rideau d’arbre émettait son arome particulier. Dans ce concert, le parfum des chênes était le plus fort; fleur viril de l’hercule des arbres. Les bouleaux expiraient des senteurs moins âcres, moins effrénées. Les pins religieux et continents, trop tentés, trahissaient leurs angoisses par des bouffées d’encens mystique; tandis que bruyères et genévriers, non moins effervescents, se livraient aux abeilles éperdues.

Comme, par ce temps équivoque, pays et paysans étaient corrélatifs! Et ce ciel verdâtre où des quadrilles de nuages s’entraînaient pour la chevauchée décisive ou s’évitaient, avec des feintes de lutteurs qui tardent à en venir aux mains et qui, avant le corps à corps, amusent et exacerbent l’anxiété du tapis! Et, par moments, cet horizon plombé, opaque, tout d’une teinte, traversé d’obliques éclairs et de fallacieux coups de soleil!…

Autant d’annonciateurs des faces mystérieuses, délicieusement énigmatiques, de mes braves bagaudes campinois, de ces faux apathiques aux félins et inquiétants sourires, aux poses languides aux lents regards capons!

Et, plus bas, la verdure mouillée, en sueur, luisait comme après la rixe, l’amour ou la corvée, les roses joues pleines. Et, sourdant du sol, comme d’une croupe fumante, cette vapeur si lourde, si oppressive qu’elle ne montait pas jusqu’aux branches ragaillardies, mais n’ouatait que les broussailles!…

Qui dira jusqu’à quel point, mon aimée, nos sensations se rapprochèrent durant ce houleux silence. Aujourd’hui, je tenterai de te confesser les miennes malgré que je râle et que je suffoque encore en les imaginant:

Te sentant menacée, environnée de désirs hostiles, j’aurais dû t’aimer mieux, n’est-ce pas? Eh bien, non! d’occultes rivaux, d’imminents ravisseurs m’incitaient à je ne sais quelle félonie, à quel partage de mon unique trésor. Je perçus des déclarations bourrues bruissant à tes oreilles, c’était comme si les plus entreprenants te soufflaient leur haleine au visage; les froissements des branches devenaient des attouchements de sylvains. Qu’importe! Je n’en éprouvais aucune jalousie. Nous avancions. Sans m’échauffer tu te blottissais contre moi. A l’entrée de cette sente à travers la chênaye, où les feuillages rapprochaient tellement leurs ramures qu’un char de moissons y avait accroché au passage des épis et des brindilles de foin, tu t’arrêtas net comme si des bras allaient t’étreindre et t’emporter. Je vis ce mouvement mais n’y pris point garde. Je t’entraînai en avant. Plus loin, tu frissonnas à l’alerte d’un écureuil grimpant au faîte d’un sapin. Je ris de tes transes. Depuis ce moment tu semblas te résigner. Ce ne fut plus, jusqu’à notre arrivée à Zoersel, dans ton cœur comme dans le mien, qu’un doux et mystérieux serrement, qu’une angoisse étrangement voluptueuse.

Et ce clocher qui avait eu, tout le temps, l’air de nous conjurer!

Après avoir passé quelques tènements de maisons, au tournant d’un dernier coin qui nous masquait la perspective, nous débouchâmes dans une sorte de carrefour, devant le cimetière, à l’heure où finissait la grand’messe.

Et, brusquement, de tomber sur un attroupement de jeunes blousiers, campés sous un tilleul centenaire pour voir défiler leurs savoureuses paroissiennes, avant de se répandre dans les estaminets….

C’était eux:

Les patauds très entreprenants, ennemis jurés de la ville et des œuvres urbaines, les gaillards exubérants, mais sans aucune urbanité, les réfractaires que nous signalaient, depuis des heures, à la suite du cuistreux journal, le ciel bougon, la campagne haletante, la pluie trop tiède et les sèves exaltées.

Montés en couleur, les pommettes et les oreilles avivées par les ablutions dominicales et le raclage chez le frater, sanglés dans leurs bragues de drap noir bien cati; la casquette de moire rafalée dans le cou, ou posée de travers en éborgnant de la large visière les plus dégingandés de ces farauds; les sarraux bleus empesés, fronçant à l’encolure et ballonnant comme une cloche; mains en poches ou bras croisés; tous calés comme des lutteurs, dans la posture avantageuse et luronne du cochet du village qui se sait la cible des plus convoiteuses œillades de sa paroisse.

La plupart n’arboraient que de naissantes moustaches ou qu’une mouche de poil follet. Il y avait dans ce rassemblement des cadets de seize ans comme des gars de trente; de grands poupards, un peu veules, blonds comme le chanvre, aux yeux d’un bleu de faïence, l’air timide et passif, coudoyaient des brunets musclés et trapus, frisés comme des moutons, aux prunelles ardentes et veloutées. Et dans le tas de ces gaillards de complexion normale, s’insinuaient un ou deux rousseaux chafouins et grêlés, puis l’invariable bossu, le loustic de la bande, et enfin, le non moins fatal innocent, le mystérieux prédestiné, ayant poussé à la pluie et au vent, maltraité ou choyé suivant la superstition dominante, tantôt objet de terreur, tantôt fétiche bienfaisant, tenu tour à tour pour un visité de Dieu et pour un possédé du diable, battu comme plâtre et lapidé pendant l’épizootie ou après la grêle ou le feu; entretenu et dorloté à la veille des moissons, et, sous ses guenilles, plus beau, plus sain encore que les plus plastiques de ses compagnons, tellement beau que les faneuses aux champs se signent et s’enfuient lorsqu’il rôde autour d’elles, autant par crainte de polluer l’œuvre divine que de tenter le démon….

Et pourtant elles ne sont pas filles à se laisser facilement rebuter!

Mannequinées dans leurs cottes bouffantes, fières de leur fichu de damas ou de laine frangée, des coiffes ailées ou des bonnets enrubannés encadrent leurs visages ronds. Leurs galbes évoquent plutôt le fruit mûrissant, un peu rêche et acidulé, que la fleur satinée aux fragiles pétales. Pataudes à l’épiderme résistant, préparées, par les morsures du soleil et les gelées corrodantes, aux non moins âpres baisers de leurs galants. Hanches fournies, gorges fermes et protubérantes défient rudes étreintes, accolades intempestives, inopinés corps à corps parmi les foins nouveaux des meules ou les foins plus suborneurs encore des granges.

D’avance leurs yeux hardis et lascifs scrutent et palpent sans vergogne les formes de leurs épouseurs. Femelles solides comme les mâles, aussi libres que leurs compagnons de charroi et de culture, trayeuses sans préjugés; pour peu que le poursuivant temporise, elles sont capables de lui déclarer à brûle-sarrau leur légitime envie et même d’essayer leur coucheur avant les noces. Dam! on ne connaît pas le divorce au village et, comme elles disent, on n’achète pas un bœuf pour un taureau!

Lourdes dévotes, pour se donner contenance, elles manipulent des missels graisseux imprimés en caractères d’abécédaires à l’intention de ces liseuses ânonnantes et leurs doigts gourds défilent machinalement des chapelets de buis.

Il nous fallait passer, couple intrus, entre la procession des femmes et l’immobile carré des regardants. Appariés, nous déréglions la communauté; nous manquions à l’édifiante séparation des jupes et des blouses.

Surpris par notre présence insolite et presque dévergondée, on nous dévisagea, à droite et à gauche, d’un air torve et pantois.

Cette confrontation ne dura que quelques secondes; en me la rappelant, j’en ai froid jusqu’aux moelles; mais j’en regrette la délicieuse angoisse et le charme pervers. Ce monde m’était plus affectif que sinistre.

Massés sur le mamelon au pied de l’arbre, affriolés au passage de leurs pataudes, n’est-ce pas que ces laboureurs en parade dégageaient un fluide plus impérieux et plus magnétique que les grands chênes de tout à l’heure?

J’augurai d’emblée leur solidarité dans n’importe quelle entreprise, et un terrible danger pour moi; mais surtout pour toi, trop désirable citadine! Sans doute, avant d’arriver jusqu’à toi, ils me passeraient sur le corps. Mais après? En se dédommageant de leur longue continence, en se dégorgeant jusqu’au soulas, ils assouviraient du même coup leur haine contre la cité…. Eh bien, sous la menace d’une catastrophe, je refusais d’abhorrer les prochains ravisseurs.

Aberration, détraquement, monstruosité; appelle cela du nom que tu voudras, mais je jure que, durant ces minutes climatériques, je ne t’aimai plus qu’en eux; oui, dans mon for intime je leur savais gré de te trouver à leur goût; misérable que j’étais, la perspective de la consécration suprême, oui, de la tragique et dernière consécration de ta beauté, par ces connaisseurs expéditifs, au prix de mon sang, au prix de notre sang et de tout le reste, m’ouvrait je ne sais quelle perspective de criminelle béatitude…. Pardonne-moi la révélation d’une faiblesse aussi irrémissible que le vertige!…

Par un étrange dédoublement de la conscience ou par la force de l’habitude et du préjugé, mon allure et mes dehors réagissaient de leur mieux contre le mental abandon de ce que je croyais posséder de plus précieux au monde. Rien ne transpira de cette préméditation. Ma conduite continua de démentir ma pensée. Combien emprunté et menteur mon air de supériorité et de bravade en présence de tous ces rustauds déterminés, gaillards du premier mouvement, buttés dans leur frénésie charnelle, qu’une impulsion, oh! un rien d’impulsion, un geste, un pas de l’un d’eux, précipiterait tout d’un bloc vers l’attentat!

J’essayais de leur en vouloir et n’y parvenais pas; au fond, j’étais presque humilié et chagrin de me sentir confondu dans leur générale réprobation des gens de la ville.

Pour tout dire, la lin de l’aventure me porterait à supposer que je ne parvins pas à leur donner le change sur mes sentiments, qu’ils ne furent pas dupes de ma crânerie, et que s’ils feignirent de se laisser prendre à mon abord résistant et agressif et de s’en laisser imposer, ils lurent et sentirent combien étroitement je tenais pour eux, combien indélébile se révélait notre communion.

Pour toi, comme pour n’importe quel profane, je devais avoir l’air de les tenir en respect et de les pétrifier sur place. Tu sais à présent à quoi t’en tenir sur l’héroisme de ton chevalier! A la vérité, loin de méduser ces blousiers, le regard que j’apposais au choc de leurs prunelles, à la fois lubrifiées par la luxure et enflammées par une promesse de carnage, les flattait et les suppliait.

Quant aux paroissiennes, furieuses de voir se détourner à ton profit l’attention des plantureux garçons, elles nous témoignèrent peut-être des sentiments moins équivoques; leurs physionomies mafflues exprimaient une haine sans mélange. Leurs sourires pincés, leurs clins d’œil obliques luisardaient comme des braises.

Sois sûre, pauvre amie, que si mes pronostics se fussent réalisés, jalouses, ces Katto, safres comme des chiennes, n’auraient jamais permis à leurs Jann ragoûtants de te posséder vivante. Aussi, tu baissas la tête sous l’anathème de ces prunelles!…

Ce qui m’entraînerait décidément à supposer que les villageois nous épargnèrent parce qu’ils flairaient mon faible pour eux, c’est qu’à mon simulacre de défi quelques-uns des blousiers répondirent en me tirant ironiquement leur casquette. «Sois tranquille, avaient-ils l’air d’insinuer, nous te connaissons, mon beau monsieur. Faux citadin, âme rurale, transfuge repenti! Au besoin, plutôt que de nous contrarier, tu nous prêterais main-forte et ferais notre jeu; car en toi commande notre race, bouillonne notre sang et couve notre humeur.»

A peine les eûmes-nous dépassés, en leur tournant le dos, qu’ils nous gratifièrent de quelques quolibets soulignés par des rires égrillards.

Aussi, tu pus croire que je les avais réellement matés….

Seule une terrienne plus effrontée que les autres, encouragée et poussée par ses compagnes, se détacha de la file en courant, nous rejoignit, se tint en travers de notre route et avisant la brassée de bruyères que tu avais cueillie, nous décocha cette boutade plus gracieuse qu’offensive:

—La petite signorine, prenez garde que les abeilles de Campine ne viennent vous réclamer tout à l’heure les fleurs que vous leur dérobez!

Et elle s’en retourna, plus interloquée que nous, ce qui n’empêcha pas la galerie de l’accueillir à son retour par des vivats et des effusions de gestes; convaincus que la pataude nous avait gratifiés d’une de ces énormités qu’engraisse et que farcit la langue flamande. Quelques grasses huées furent lancées sur nos talons par acquit de conscience.

Hors de danger, nous n’échangeâmes pas un mot.

Plutôt troublé que gêné, sans la moindre rancune contre ces rustauds, je m’abstins de te parler de l’incident, craignant autant d’épiloguer sur leur licence, que d’avouer ma blâmable partialité à leur égard.

—Franchement, me disais-je, elle n’a pas à se plaindre! Les lurons sont restés platoniques tout de même! Ils lui devaient un hommage, et tant pis si l’expression en est un peu crue!

Et, pour rester sincère, j’avouerai qu’il y eut chez moi, après l’inoffensive issue de cette aventure, plus de déconvenue que de soulagement.

Il recommençait de tomber une tiède et intermittente pluie d’orage, d’un orage honteux et contraint. Tout ce que notre terre contient de désir morne et refoulé, de leurre poursuivi et d’amour éludé, de forces aux prises avec l’inertie, se résumait, à cette heure, dans ces solitudes, dans la cloche qui balbutiait l’angelus de midi, dans la terre qui suait, dans cette chaleur blanche comme certaines colères, dans les arbres flagellés par l’ondée et ne cessant d’expirer leurs sèves sans parvenir à en saturer l’impassible, l’implacable espace, mais surtout dans notre accablant silence trahissant une gêne réciproque et mettant entre nous un secret ou plutôt une sécrétion.

Sans souci des représailles annoncées par la terrienne, pour te donner contenance, tu complétais ta moisson d’améthystes fleuries. Que craindre encore? Un essaim d’abeilles autrement farouches et gloutonnes t’avait guignée et menacée là-bas, au tournant du cimetière.

Tacitement nous prîmes un autre chemin pour regagner la grand’route banale et le non moins banal railway.

En retournant sur nos pas, nous n’aurions plus trouvé, assemblés au carrefour, tes inquiétants admirateurs…. Pourquoi éprouvais-je le besoin de mettre des lieues entre nous et le tilleul de Zoersel? Plus nous nous en éloignions, plus l’arbre tutélaire et sa nichée de rustres florissants m’obstruaient la mémoire.

Et, durant toute cette journée de pathétique villégiature, tant au départ qu’au retour, la nature panthée fut de connivence avec nous, ou mieux, elle nous tourmenta de son malaise, de sa crise, de sa passion sourde qui n’éclatait pas.

Et nous nous boudions, par contagion, comme le soleil boudait la terre; et nous aspirions à je ne sais quel redoutable inconnu!

Hélas, pauvres nous, venus dans cette contrée vivifiante pour y ragoûter notre mutuelle tendresse, sentions s’y fondre, s’y anéantir, tout ce qui nous restait d’ardeur l’un pour l’autre! Nous ne nous suffisions plus….

Le souvenir d’un stupide article de journal! Telle l’origine de notre inavouable malentendu.

Les éléments avaient pris un malin plaisir à entretenir, d’heure en heure, ce germe de dissentiment, en me suggérant dès la descente du tramway, une anormale et pernicieuse admiration pour les destructeurs.

L’aspect sous lequel s’annonça leur contrée justifia leur excessive originalité. Sous peine de discordance, c’était bien ainsi que devaient se comporter envers les civilisés les terriens de ce terroir! Ils ne pouvaient mentir à leur milieu farouche et hallucinant.

L’après-midi déclinait lorsque nous nous aventurâmes dans la vaste «Bruyère des Vanneaux».

Il avait fait, je ne saurais assez insister sur ce point, gris, opaque et énervant, tout le jour, avec des éclaircies ambiguës, des sourires faux, des rages en dedans. La température affectait des accablements et des suffocations, comme d’un cœur qui voudrait s’ouvrir mais qui n’ose, et qui se dissout faute de s’épancher.

Et voilà que, tout à coup, le soleil boudeur et taquin, las de son jeu cruel et de ses éternelles refuites, sur le point de quitter l’horizon, se décida à en finir une bonne fois avec sa victime et, déchirant enfin sa tunique de nuages, vautra la plaine, navrée, mit l’horizon à feu et à sang, consomma son rouge viol.

Alors seulement, chère ange, débarrassé de mon idée fixe, de ma délétère obsession, je te jetai à la dérobée un regard de compassion et de tendresse, tandis que la bruyère t’éclaboussait de ses rubis….

Et ce fut comme si quelque victime d’expiation venait d’être livrée à ta place, aux amoureux en peine, sous le tilleul fatidique.

Georges Eekhoud – Le Jardin

A Arnold Gaffin.

Allons, Monsieur Jules…. Un petit tour de jardin…. Il est dans son beau à présent…. Fille, ouvre donc la porte à monsieur… car il a l’air de ne pas savoir le chemin….

Ah! oui, le jardin!

Il s’enfonçait, oblong et assez vaste, derrière la maison sans étage. On poussait une petite claire-voie peinte en vert qui le séparait de la cour et empêchait les poules d’y pénétrer. Par-dessus la haie vive émergeaient le clocher du village et la plus haute croix du cimetière. Une gloriette tressée de liserons, de capucines, d’aristoloches et de pois de senteur, occupait un des angles du fond.

C’est pourtant dans cet enclos rustique, trop régulier, à la fois courtil, jardin et potager, tracé au cordeau, propret et symétrique jusqu’à la manie, semé de plantes prolifiques et voyantes, arborant de gros fruits rubiconds et peu délicats, fleuri de roses perpétuelles, de dahlias, de tournesols, de pivoines; des carrés de choux alternant avec des buissons de groseilliers; c’est dans ce jardin vulgaire que vaguent obstinément mes souvenirs, à chaque printemps, quand il fait très doux et que cet air tiède vous serre tendrement la gorge et vous donne envie de pleurer….

Avec ses légumes violets, ses poiriers taillés en pyramides, à la fois luisant et haut en couleur, il me faisait l’effet d’un pataud endimanché, faraud et guindé, cachant sous des étoffes trop caties et peu coûteuses son grand corps charnu et taillé à grands coups.

En fîmes-nous souvent le tour, dans tous les sens; l’avons-nous parcouru de toutes façons; me suis-je extasié, pour flatter ton brave homme de père, devant les puériles arabesques de buis et d’œillets nains, devant ces petits chemins en spirale et cette statuette en plâtre portant sur la tête un vase de clématites,—dis, ma bien-aimée d’alors, ma plantureuse idole d’autrefois, ma taure bénigne aux fortes hanches, aux yeux confiants, aux joues framboisées!…

Si ce jardin d’un mauvais goût si recherché et si barbare avait quelque chose de toi, mon fruste animal rose, à la fois vulgaire et appétissant!

Les grandes fleurs rondes s’y épanouissaient glorieusement; roses et giroflées embaumaient à outrance; cerises et groseilles y foisonnaient et les abeilles gloutonnes le pillaient sans vergogne.

Jardin radieux et candide! Comme toi, chère enfant, il éclatait d’un rire sonore, que d’aucuns eussent trouvé canaille. Et dans ton corsage de cotonnade, étreignant ta taille opulente, tu me semblais ces gros boutons de pivoines au moment de s’ouvrir à l’humidité de la rosée fraîche. Qui me définira ta beauté copieuse et tes charmes si bien ordonnés, jardin élu des sèves? Du jour où tu connus le jeu d’amour, mon aimée, tu le jouas avec la conscience que tu apportais à un beau travail profitable, aux fonctions saines et rémunératrices de la vie rurale.

Autant que toi ce jardin faisait l’orgueil de ton père le cabaretier:

—Allons, Monsieur Jules, un petit tour du jardin!…

Et tu m’y pilotais et m’en montrais les métamorphoses progressives, ô ma Chair non pareille!

Je m’intéressais, avec toi, aux végétations les plus discréditées. Charme du temps, atrocement cru, mais point banal, où fleurissent les pommes de terre! Temps humide, temps de gésine, temps gros, où la glèbe transpire et sent la luxure. Oh! je n’oublie pas l’odeur fétide et pourtant irritante de ces fleurs, ce parfum de racines qui tètent…. C’est par un jour de pluie chaude de juin que tu te ployais pour me cueillir des fraises et en te relevant ta croupe craquait et ondulait, comme chez une pouliche qui se trémousse, et je me penchai, et ton visage frôla le mien, si à propos, que, bouche à bouche, nous confondîmes longtemps nos souffles, éperdus….

Baiser sain, savoureux, abondant…. Mais si tes lèvres avaient le goût ambrosiaque de la fraise, elles avaient aussi l’arôme un peu terreux et suret des fleurs dédaignées, des fleurs de la pomme de terre…. Parfum de touffeur, d’orage et de sol détrempé….

Combien de fois, dans la gloriette, me suis-je promené autour de toi, avec des haltes fréquentes, après avoir fait le tour du jardin! Amour reposant et sûr, viriles débondes, harmonieuse et pleine réfection des sens.

Cela devint une habitude.

Jamais de jalousie, de bouderie ou d’humeur. Je te retrouvais toujours secourable et complaisante comme je t’avais laissée la veille….

C’est à peine si au mois des sureaux ou vers la chute des feuilles nos prostrations normales, longues, absolues, sans subterfuges et sans artifices, dignes de la Nature qui n’entend pas malice en ses œuvres, furent un peu plus violentes, ton rire moins joyeux et ta prunelle plus fiévreuse!

Une année, une pleine année de totales et copieuses possessions, ma sœur, ma libre et candide maîtresse!

Pourquoi ne me demandas-tu ni promesses ni gages? Il ne me fallut rien te jurer. Tu t’étais donnée comme je t’avais prise, tacitement, après quelques visites, sans préambule apparent, sans que nous ayons parlé de cela…. Je crois même que nous parlions de bien autre chose: de la vieille servante du curé, si bavarde; de ton voisin, le fils du charron, ce rougeaud dont tu te moquais de si bonne foi, ou d’objets moins notables encore, de la voiture du baron d’Armelbrang, qui venait de passer avec un fracas despotique sur la grand’route silencieuse…. Midi. Les mouches pâmées et moribondes battent des ailes au bord de la vitre. Tu me tends une allumette enflammée pour rallumer ma pipe, tu ris de ma maladresse et de ma distraction, je prends tes mains, je les presse, tu ris toujours, mes dents crissent, j’ai froid dans le dos, et comme tu te recules derrière le comptoir, je te renverse et hume, cueille et m’approprie les irritantes prémices de ta jeunesse.

Damnation!… A ce seul souvenir mon sang s’insurge et se cabre comme un coursier de guerre dresse l’oreille à la fanfare de la charge…. Et ce jour-là, je revins te voir au crépuscule…. Et comment se fait-il que rien de ce jour ne me fut indifférent, que je revois jusqu’au sarrau bleu de ton polisson de frère, qui rentra ce soir, un peu éméché, son foulard rouge sortant de la poche, et qui crut devoir me distraire on me proposant une partie de billard…. Le brave garçon!

D’où vient que je te regrette, ma blonde potelée, crème de femme, fraîche et moelleuse, ferme et tendre, douce à respirer comme les simples, sapide comme une mûre sauvage mordue à même les buissons, d’une saveur presque fraternelle, aussi caressante au toucher que l’étoffe satinée des martagons du jardin!

Me faut-il apprécier seulement aujourd’hui ton amour sûr et reposant, le seul qui ne me laissa ni rancœur, ni déboire? Dis, faut-il que ce soit seulement aujourd’hui? Et le sentiment de cet amour qui ne me démolit point qui m’assouplit et me fortifia même comme un massage, qui n’eut rien d’artificiel et de corrodant, se met à fermenter maintenant dans mon cœur. Ainsi l’anodine et rafraîchissante bière blanche du pays devient capiteuse et traîtresse dans les cruchons de grès hermétiquement clos.

Lorsque je partis pour la ville, tu ne te plaignis même pas, fille incomparable. Devant les tiens ta main secoua cordialement la mienne. Demeurés seuls un instant, ton baiser ne fut ni plus exaspéré ni moins balsamique que de coutume…. Tu demeuras bonne, rieuse, accorte, comme toujours.

C’était pourtant en mai, amie point comédienne, et le jardin que me vantait ton père serait si glorieux cette année et recommencerait avec tant d’exubérance et de prodigalité sa carrière dont nous avions suivi les progrès avec tant de sympathie l’autre été…. Et tu n’avais point démérité, tu n’avais point vieilli.

Pas une allusion à la vie nouvelle qui commençait pour moi et aux conséquences de notre séparation…. Nous nous quittions bons camarades, comme nous nous étions rapprochés….

Les premiers mois de l’absence, je m’échappai, de loin en loin, de la ville, pour te faire visite. Heureux, dans mon égoïsme, de te trouver toujours rose, rieuse et vaillante.

La dernière fois, c’est d’un air très simple et avec une pudique rougeur bien loyale, nullement affectée, que tu te levas à mon entrée…. J’interrompais ton tête-à-tête avec le fils du charron…. Vous étiez attablés près de la fenêtre…. Assis à ma place habituelle, le gars me tira gauchement sa casquette…. Et devant ton bon sourire, et devant la façon dont tes yeux clairs me désignaient, pour ton fiancé, le ferme et crâne gaillard dont les grosses cuisses et le visage de pleine lune te mettaient en gaieté autrefois, je fus sur le point d’oublier que rien ne se fût passé entre nous, de croire, mon enfant, à ton innocence, bien entendu à cette innocence de la chair, dont parlent le catéchisme et la poésie surannée—car pour celle de ton cœur, de ton bon cœur, je n’en ai jamais douté….

Cette fois, pourtant, profitant d’une sortie de ton futur baes, le mâle de mine prolifique, je voulus t’embrasser et te traiter comme devant. C’était mal, pervers cela, et sortait de notre honnête commerce des jours passés. Aussi tu ne me dis rien, tu ne te rebiffas pas avec colère, mais sans effarouchement, sans pruderie affectée, tu me regardas d’un air surpris, d’un air indifférent, de l’air inconsciemment cruel dans son affabilité même d’une personne renseignant un visiteur qui se trompe d’adresse….

Pas d’autre changement en toi. Tu restais mon bon camarade, ma blonde réjouie. Tu te laissas embrasser, tu te laissas embrasser… si passive, que je n’eus plus envie de recommencer. Et sans qu’il y eût eu reproche ou autre explication, toute velléité de renouveau amoureux avec toi me passa….

Cela fut si simple, si digne, si dépourvu de mise en scène et de posture que dans le moment je fus conquis à la situation nouvelle sans un regret, sans un dépit, même pris de vénération pour l’extraordinaire fille. Je fus même de belle humeur, je riais et te racontai, un peu en hâbleur et en gascon des histoires merveilleuses de la grande ville, et le soir, quand ton frère rentra, accompagné du charron membru, je perdis royalement, au billard, deux tournées de bière blanche, et tu pus croire,—oh! le complément suave de ma chair!—que je te perdais avec autant de résignation et de sérénité que le reste de l’enjeu….

Vois, la contagion de ton insouciance et de ton tempérament peu romanesque; l’après-midi, je ne songeai pas même à faire un tour au jardin, ou à aller seul m’asseoir, élégiaquement, sous la tonnelle…. J’entrevoyais, au delà de la cour, les rouges pivoines enrichies de diamants par la dernière averse et je respirais des bouffées de terre humide et de fleurs potagères….

—Allons, Monsieur Jules, un petit tour de jardin!…

—Tout à l’heure, baes, tout à l’heure!…

Mais à présent, rentré à la ville, ce n’est plus la même chose. C’en est fait de mon beau calme, de mon indifférence, de mon dédain, de mon renoncement. Veux-tu croire, ô succulente fille, amoureuse au ragoût inoubliable, que je souffre à l’idée de ton mariage avec ce rustre aux étreintes victorieuses! Je me le représente à l’œuvre, le gaillard expéditif. Un voile passe devant mes yeux. Vrai, s’il était ici, je lui chercherais querelle, moi qui l’ai complimenté sincèrement, moi qui ai mis et sans arrière-pensée, alors, vos mains l’une dans l’autre, et qui ai promis d’assister à la noce….

Pardonne cette déclaration, la première, mais depuis, je commence à croire que je t’ai aimée. C’était donc de la passion pour de vrai, et non de la bagatelle, du simple plaisir, de l’amusement corps à corps que nous prenions sous la tonnelle du banal jardin…. Heureusement, positive campagnarde, que tu n’as jamais lu de livres et d’autres bêtises où des gens, sous prétexte qu’ils se voient volontiers de près, se lamentent, rêvassent, pérorent, se rongent le cœur, se boudent, se jalousent au lieu de profiter de l’occasion et du temps, et de s’accoler, et de se mêler….

D’ailleurs, tu n’y comprendrais rien. C’est la ville qui réveille et entretient chez nous ces lubies, ces chimères d’enfant gâté, ces recherches de midi à quatorze heures, et qui nous fait regretter,—oh! ne ris pas trop!—comme des trésors de bonheur, des périodes culminants de béatitude, des paroxysmes de félicité, l’habitude, le passe-temps, le plaisir machinal, le pis-aller d’autrefois….

Tu ne ressasseras pas le passé, toi, ma placide et simplice compagne des francs jeux, tu ne rumineras point ta vie morte et ne connaîtras jamais les lancinantes nostalgies, ma simple et rose femelle, quand des enfants, beaucoup d’enfants, te seront venus….

—Un tour de jardin, Monsieur Jules….

Ah! baes, je ne hausserais plus les épaules et ne ferais plus le fort, l’homme raisonnable à présent. Le jardin! Je m’y précipiterais, j’y courrais en fanatique, je m’y plongerais, comme dans un sanctuaire miraculeux, à la fin d’un mélancolique et fervent pèlerinage….

Ah! ce Jardin! Ce que je m’y promène, d’ici, en pensée, ce que j’en hume les parfums violents, ce que j’en admire les fleurs barbares, ce que j’en croque les fruits rêches. Autant ces objets étaient passifs, couchants, effacés, tout à ma dévotion, là-bas, au temps de ma liaison avec ta fille, digne baes, autant à présent ils me hantent, m’obsèdent, me bourrèlent, impérieux, narquois, désirables.

Pas un détail que ma mémoire ne me rabâche. Les plus futiles sont les plus acharnés. Le revers de la main dont le charron s’essuie le front et rejette en arrière sa casquette de soie; la couleur saurette de ses bragues rapiécées, la camisole rose de la petite, les turquoises de ses boucles d’oreille. Une touffe de pensées qui expiraient, dans un verre d’eau sur le comptoir. L’odeur de la pipe. L’orteil qui passe par le bas troué du pacant, mon rival, lorsque, assis en balançant les jambes, il a laissé choir son sabot. Et l’air de petite ménagère en perspective, de petite femme qui soignera bien son homme, l’air un peu dégoûté mais compatissant et prometteur aussi, dont elle a regardé l’orteil du robuste ouvrier. Les bouffées lourdes qui soufflent du jardin…. Le clapotis de l’eau dans le bac où elle rince les verres; le glouglou du robinet…. Leurs yeux d’une bêtise si affolante, le claquement de lèvres luron du gaillard, sa façon de se caler sur ses hanches et de se cambrer… et l’ostensible appétence de la fiancée, devant ce prochain coucheur.

Toutes ces choses, toutes, toutes, bien d’autres encore me suffoquent, compactes et pesantes, et se résolvent en larmes contre les parois de mon cœur.

Et je rapproche de ces scènes récentes les choses anciennes, celles de mon règne, de mon pouvoir sur elle. Minutes incomprises, minutes méconnues, minutes si chères à présent! Riens que je voudrais revivre au prix du restant de ma vie!

Au jardin du cabaret sur la grand’route de Hollande, mes souvenirs butinent comme des abeilles; mais le miel qu’ils en rapportent tourne à l’amertume.

C’est une assiettée de soupe au lard que tu mis un soir d’hiver devant ton lendore de frère et que tu plantes à présent devant ton baes fessu, aux cheveux filasses, aux yeux d’enfant, aux bras terribles. Et le chemin bordé de saules, qui me conduisait à ta porte; l’accotement étroit et poudreux, longeant le fossé stagnant, et, par delà les blés, l’éclair d’une faux qui fait lever les sauterelles. Et le soir qui tombe, et la cloche du village qui te fait dire: «Déjà neuf heures!» et la nuit fermée sans un réverbère, sans une lanterne, quand je sors du cabaret. Et nos mains et nos lèvres qui se concertent une dernière fois dans l’ombre, après que tu as poussé les volets….

Et les longs silences, quand tu te penchais sur ta couture avec, pour les scander, cet éternel: «Oui, Monsieur Jules, ainsi vont les choses de ce monde!»

O chère bête qui me manque!…

Dire que je sais même à présent, à quel moment tu soupirais! Dire que tout cela est passé, bien passé; que tu ne me seras jamais plus ce que tu m’as été, que je vieillirai, que je vieillis….

—Allons, Monsieur Jules, un petit tour de jardin!…

Ah oui! le Jardin!

RTLSDR-mania, le chiavette SDR low cost ruggiscono grazie a GNU Radio

Le notizie su Elonics, uno dei produttori di silicio rivolto alla sintonia di segnali radiotelevisivi digitali (la proprietà intellettuale del suo chip, il tuner VHF/UHF E4000 è come ho scritto ieri in liquidazione) , possono non essere incoraggianti, ma gli esperimenti di Software Defined Radio a buon mercato che utilizzano le ormai famose chiavette USB per il digitale terrestre sono sempre più

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Tech-i: la rivista dell’EBU dedica la copertina a RadioHack, fucina di idee per la "radio ibrida"

Fresco di stampa digitale il numero di giugno 2012 di Tech-i, la rivista in pdf della sezione tecnica dell’EBU/UER, l’unione radiofonica europea. La storia di copertina è tutta dedicata alla sperimentazione hardware e software della radio digitale, con una quantità di spunti davvero stimolanti. Al centro del reportage l’evento di febbraio RadioHack, che ha riunito a Ginevra molti sperimentatori

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Tecsun PL-390, nuovo acquisto per l’ascolto FM estivo: campione di selettività

In previsione del "beach DX" estivo, ho ordinato presso uno dei soliti eBay shop di Hong Kong una radiolina Tecsun PL-390 con doppio altoparlante, uno degli ultimi nati della serie con chip DSP SiLabs. Poco meno di 36 euro più 18 e rotti di spedizione, meno di 55 euro complessivi consegnato senza sovrattasse a soli otto giorni dall’ordine online. In genere il primo test di ascolto empirico cui

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Insignia Narrator, la radio (digitale) con i bottoni parlanti che guida i ciechi

Dovrebbe entrare in commercio a luglio negli Stati Uniti e punta a diventare un ricevitore radiofonico di riferimento per ciechi e ipovedenti, grazie a una interfaccia operativa sviluppata in collaborazione con la IAAIS, International Association for Audio Information Services, una organizzazione americana che si prefigge l’obiettivo del superamento delle barriere che impediscono ai non vedenti

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

La Tav fa acqua dappertutto

di Mariavittoria Orsolato

Su La Stampa dello scorso sabato, il parlamentare Pd Stefano Esposito ha pubblicamente manifestato le sue riserve sulle capacità e i titoli dei 360 accademici che a febbraio hanno firmato l’appello al premier Monti per riconsiderare il progetto dell’Alta Velocità. Secondo Esposito – noto alle cronache per la proposta di non rinnovare la tessera del Partito Democratico a chi si fosse opposto alla TAV- il campione non è assolutamente rappresentativo, né competente in materia di ferrovie: “Soltanto il 14% svolge attività accademiche attinenti alla realizzazione della Torino-Lione e comunque si tratta appena dello 0,17% del totale degli accademici italiani accreditati al ministero”.

Probabilmente l’uscita del parlamentare Pd era solo un tentativo di fare pubblicità al suo libro - il controverso Tav Si, scritto a quattro mani con Mario Foietta e contestato duramente al salone del libro di Torino - dal momento che, stando al suo diploma di istituto magistrale, lui stesso non avrebbe né i titoli, né le competenze adeguate per parlare con cognizione di causa della Tav. Figurarsi scriverci un intero libro.

Ma non sottilizziamo, il livello scolastico spesso non è indicativo del valore di una persona ed era lo stesso Leonardo Da Vinci a dire che la sapienza è figlia dell’esperienza. Purtroppo però Stefano Esposito pare mancare anche di questa. L’Alta Velocità in Italia infatti non è nata con la Torino-Lione e sono già diverse le tratte completate: ogni singolo progetto ha avuto esternalità negative ma in nome del “progresso” si è comunque deciso di tirare dritto e di ignorare ciò che le precedenti esperienze avevano insegnato.

Per quanto riguarda le ricadute della TAV sul sistema idrogeologico del territorio, l’esperienza del Mugello è certamente paradigmatica. I lavori per la tratta Bologna-Firenze hanno lasciato dietro di sè 57 km di torrenti che in estate sono un deserto di sassi, 73 sorgenti e 45 pozzi prosciugati, cinque acquedotti oggi riforniti con un costosissimo sistema di ripompaggio a monte, e una delle gallerie ha fatto persino scomparire un intero fiume.

Un vero e proprio disastro ambientale, valutato in 174 milioni di euro dai consulenti della Procura di Firenze all’interno del processo che ha visto imputate 59 persone - tutte clamorosamente assolte in appello lo scorso giugno - fra dirigenti dell’impresa Cavet a cui sono stati affidati i lavori, imprenditori, proprietari di discariche e trasportatori.

Il futuro della valle di Susa non si prospetta certo più roseo. In primo luogo perchè le montagne sono più alte, con cumuli e pressioni maggiori, poi perché il Piccolo ed il Grande Moncenisio sono costituiti prevalentemente da gessi che hanno creato enormi inghiottitoi carsici. Tutta la montagna ospita laghi fossili sotterranei, il più superficiale dei quali (16 milioni di metri cubi d’acqua) fu intercettato a Venaus dai lavori della centrale di Pont Ventoux, che penetrarono nella montagna per meno di un chilometro. La rete idrica del gruppo del Moncenisio é quindi estesissima e connessa: i traccianti gettati nel 1970 nella grotta del Giasset, uscirono pressoché dovunque solo dopo due settimane, a conferma che avevano attraversato grandi laghi sotterranei.

A confermare i dubbi e i timori degli attivisti No Tav e dei valsusini in generale, negli anni si sono susseguiti diversi rapporti, studi e stime di danno, primo tra tutti il cosiddetto rapporto COWI del 2006, redatto per conto della Commissaria europea De Palacio. Nonostante la committente fosse la stessa Commissaria europea per la costruzione di questa linea, gli esperti da lei interpellati non hanno potuto omettere che il solo tunnel di base drenerà da 60 a 125 milioni di metri cubi di acqua all’anno, una cifra che corrisponde al fabbisogno idrico di una citta? con un milione di abitanti.

Dal momento che l’acqua drenata é riversata nei fiumi, è possibile che a una certa distanza a valle del tunnel, lo scorrimento su un periodo di un anno non subisca influssi di rilievo, almeno per quanto riguarda la portata. Almeno, perché le risorse idriche catturate all’interno della montagna e drenate direttamente all’esterno, saranno calde e con concentrazioni di solfati ben oltre i limiti accettabili per essere immessi nei corsi d’acqua, col risultato che i fiumi sarebbero sì pieni d’acqua ma irrimediabilmente inquinati.

Per le zone situate a monte delle estremità del tunnel, la portata totale delle acque di superficie, e in particolare il flusso minimo annuo, potrebbe invece essere pesantemente modificata e quindi la ripartizione fra acque di superficie e sotterranee potrebbe cambiare radicalmente. Un problema non da poco, visto che l’acqua è un elemento primario e imprescindibile per tutta una serie di attività: dall’acqua corrente nelle case all’irrigazione dei campi, dal buon funzionamento del sistema fognario alla produzione di energia.

La sottrazione di enormi quantitativi di acqua al gruppo del Moncenisio e dellAmbin avrà infatti inevitabili effetti anche sull’alimentazione del lago del Moncenisio. Il lago attuale alimenta una centrale da 360 MW in Francia e da 240 MW in Italia. Se il deficit indotto fosse di 25 milioni di metri cubi, in termini energetici questi significherebbero la perdita di circa 150 milioni di Kwh di energia di punta che andrebbero messi anch’essi tra i danni causati dal progetto.

C’è poi da dire che i precedenti grandi lavori hanno già inciso in modo drammatico sulle sorgenti della Valle di Susa: il raddoppio della ferrovia Torino-Modane, ha provocato la scomparsa di 13 sorgenti nel territorio di Gravere e di 11 nella zona di Mattie.

Le gallerie dell’autostrada tra Exilles e la val Cenischia hanno fatto scomparire 16 sorgenti delle frazioni di Exilles, oltre ad alcune altre in altre località. I lavori della centrale di Pont Ventoux, per una galleria di soli due metri di diametro, hanno prosciugato il rio Pontet, 2 sorgenti a Venaus, 2 a Giaglione, una decina in territorio di Salbertrand, tra cui quella che alimentava l’acquedotto di Eclause.

L’esperienza inevitabilmente insegna e non tenere conto di quanto già accaduto non è solo un atteggiamento miope, ma in questo caso volutamente lesivo. Nella sua sintesi sulla crisi mondiale dell’acqua e sull’iniziativa di cartellizzare l’acqua del mondo, Maude Barlow ha usato l’espressione “oro blu”, una risorsa vitale che assume sempre più le caratteristiche del petrolio, l’oro nero per cui si è combattuto e si continua a combattere, in spregio alle perdite umane.

Alcune stime indicano che nei prossimi anni l’acqua avrà un giro d’affari del valore di centinaia di miliardi di euro e questa tendenza è legata soprattutto alla privatizzazione della sua distribuzione che, in particolare in Europa, sta diventando normalità. E, alla luce di questo, prosciugare la Val di Susa come si è già fatto col Mugello non è altro che un business nel business.

Tratto da: altrenotizie.org

Elonics E4000: il chip-maker liquida i suoi brevetti. Addio SDR lowcost?

Forse è meglio affrettarsi nell’acquistare una chiavetta USB per la ricezione del DVB-T, quelle che che grazie a un "hack" software possono essere utilizzate per sperimentare con poca spesa la Software Defined Radio. I modelli di chiavetta interessati a questi esperimenti si basano su un chip della scozzese Elonics, un tuner digitale a larga banda siglato "E4000". Ora però è saltata fuori la

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Player.fm, il podcasting Web-based orienta e facilita l’accesso all’audio di qualità

C’è un nuovo servizio, rigorosamente Web-based, che cerca di rilanciare il concetto di podcasting attraverso un modello che unisce la praticità di una gestione semplificata della sottoscrizione e dell’ascolto al valore dato da una ampia disponibilità di contenuti preselezionati. La soluzione si chiama Player.fm (segnalata dal solito Francesco Delucia) ed è stata messa a punto da Micheal Mahemoff,

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Il grillo del signoraggio

di Ilvio Pannullo

La sbornia di Parma, dalle 17.15 di lunedì 21 maggio 2012 la Stalingrado grillina d’Italia, non accenna a smettere. Si è detto e scritto tanto, tantissimo, forse addirittura troppo, sul Movimento 5 Stelle di Beppe Grillo, ma quello che è certo riguarda soltanto il passato: il futuro è tutto da scrivere ed è già in cammino. Il successo elettorale, lontano dall’essere inaspettato e imprevedibile, ha galvanizzato i militanti, il popolo delle rete e tutti coloro che sperano in un cambiamento, in una nuova prospettiva, in futuro che sia migliore del tragico presente.

A chi osserva, a quanti apprezzano l’effetto ma mai voterebbero per il vate genovese, perché restii a concedere il proprio favore a chi urla da un palco, negandosi al tempo stesso ad ogni democratico confronto, non resta che sperare nell’onda d’urto, nell’effetto a catena che il Movimento 5 Stelle ha inesorabilmente innescato.

Il neo eletto sindaco di Parma, Federico Pizzarotti, ha saputo vincere ed esultare, accendendo gli animi e la speranza. «É l’alba della Terza Repubblica», dice in versione Pifferaio di Hamelin, inseguito dalla stampa di mezzo globo e accolto ovunque dagli osanna dei suoi ragazzi. «É la svolta», gli fa eco Giovanni Favia, proconsole in Regione del Movimento. Adesso, però, viene il bello. O il brutto, dipendendo il giudizio finale da cosa concretamente verrà fatto.

Il partito anti-partito deve infatti fare subito i conti con il mostruoso debito del Comune, che alcune voci accreditano essere pari a 600 milioni di euro. A ciò si aggiunga il profondo rosso del Teatro Regio, stimato dai 7 ai 12 milioni di euro, e la clausola penale, pari a 180 milioni di euro, prevista nel contratto stipulato tra il Comune di Parma e la Iren Emilia s.p.a. e che andrà pagata, per cestinare quell’inceneritore tanto osteggiato in campagna elettorale. Problemi enormi per un tecnico informatico, eletto sindaco di una città che conta appena 200.000 anime.

Dal giorno della vittoria elettorale il titolo della società quotata “Iren Emilia”, con sede legale e direzione centrale a Reggio Emilia, non fa che andare giù: a preoccuparsi, oltre agli azionisti disperati, è l’intero settore dell’economia tradizionale. Grillo fa paura e a fare ancora più paura sono le idee veicolate dal Movimento di cui è il portavoce: democrazia diretta, controllo in tempo reale della corretta esecuzione del mandato elettorale, selezione meritocratica dei candidati sulla base delle esperienze e dei programmi.

E qui viene il bello: i programmi. Già, perché se è vero che Grillo è il leader del Movimento 5 Stelle, per il semplice motivo che è in grado di gridare nelle piazze – e su un blog seguitissimo – quello che decine di milioni di persone andavano discutendo in rete da anni, è vero anche che non ha inventato nulla: quel che dice Grillo viene scritto su milioni di pagine internet di tutto il globo, ogni giorno.

E’ inutile riepilogare i principi e gli obiettivi del Movimento 5 Stelle, ma i giornali tradizionali mentono sapendo di mentire quando parlano di “idee di Grillo” come se fossero il parto di un comico e nulla più di questo. Sono invece il parto di milioni di teste pensanti globali che da anni riflettono sulla crisi ambientale e sulla sovranità alimentare, sulla crisi energetica e sulle energie rinnovabili, sulla crisi economica e sulla sovranità monetaria: il frutto di un pensiero diffuso e ben consolidato che Grillo ha avuto il merito di portare al grande pubblico italiano. Come un megafono.

Sbagliano i partiti e i loro organi di potere ancillari a definire, più o meno direttamente, il genovese più famoso d’Italia come una testa di… In verità è una testa d’ariete, un Ulisse dei tempi moderni e il Movimento 5 Stelle una sorta di cavallo di Troia. Ciò che deve essere oggetto di discussione sono “i greci” al suo interno: i programmi, le idee di cui il Movimento si vuole fare portavoce e tra queste ve n’è una assai interessante.

Si è detto della situazione debitoria in cui versa il Comune di Parma. Un problema comune all’Italia, alla Grecia, all’intero ClubMed e – perché no? – all’intera area d’influenza angloamericana. In un momento di crisi, dove il sistema bancario, per rispondere ai criteri di capitalizzazione imposti dall’accordo Basilea 3, si permette di incamerare circa 1000 miliardi di euro emessi dalla Banca Centrale Europea al tasso dell’1%, per poi reinvestirli in titoli di Stato resi appetibili da rendimenti oscillanti tra il 5 e il 6%, il problema della moneta circolante è un problema da risolvere urgentemente.

Già, perché la moneta sta all’economia come il sangue sta all’organismo: è semplicemente essenziale. Se manca, l’organismo muore. La moneta può essere, però, esattamente come il sangue, buona o cattiva. Nel primo caso l’organismo sarà sano e vigoroso; nel secondo, per non essendo morto, sarà ciclicamente colpito da malanni più o meno gravi. Esattamente quello che sta accadendo alla nostra Europa.

L’idea, anche questa, non è nuova, ma per la prima volta potrebbe avere un’applicazione su larga scala: Parma potrebbe dotarsi di una propria «moneta». Ovviamente si tratta di un’imprecisione, di una semplificazione utile al giornalista per agevolare la comprensione e la diffusione dell’idea, ma invisa a ogni buon giurista. Dire “moneta locale”, infatti, significa dire falso nummario. L’idea di una moneta locale alternativa all’Euro è affascinante, ma perfeziona l’elemento tipico di un reato penale.

Chiunque legga gli articoli dal 453 al 466 del codice penale potrà infatti ben capire il perché nessun pubblico ufficiale, neanche il più illuminato, possa permettersi il lusso di parlare di moneta locale, ma solo di buoni sconto da spendersi tra persone fisiche e giuridiche liberamente affiliate ad un’associazione privata. E’ un problema più giuridico che economico, dunque molto noioso è poco interessante, ma se si pensa che è stato istituito un nucleo speciale in seno all’Arma dei Carabinieri – il Comando carabinieri antifalsificazione monetaria – gerarchicamente dipendente dalla Banca d’Italia, al di là della noia si capisce bene che un problema c’è.

Utilizzando una prospettiva economica, da intendersi qui con la “e” minuscola, quella della spesa al mercato (e non al super-mercato), delle bollette, delle piccole spese e delle piccole necessità quotidiane, oggi così difficili da soddisfare, è forse più utile guardare alla sostanza dei rapporti economici, che alla definizione giuridica del mezzo di scambio utilizzato tra i vari attori dell’economia locale. La notizia circolata negli ultimi giorni, infatti, riguarda i contatti (anzi le email, per usare il nuovo codice parmigian-grillista 2.0) tra lo staff di Pizzarotti e due economisti eretici dell’Università Bocconi: Massimo Amato, professore di storia economica, e Luca Fantacci, docente di storia, istituzioni e crisi del sistema finanziario.

La coppia di quarantenni ha messo a punto un progetto di valuta complementare all’euro. Secondo il Movimento sarebbe un sistema di credito cooperativo tra aziende per rafforzare il tessuto locale. In pratica un modo per mettere in scacco l’usurocrazia europea e lo strozzinaggio in atto ai danni dei “maiali” europei.

Questo sistema lungi dall’essere una chimera è già in vigore in molti paesi e, in alcuni di essi, su tutti Svizzera, Germania e Giappone, con risultati straordinari. In tutto il mondo si contano un totale di circa ottomila monete complementari, ma nessuno ne parla. Le valute alternative altro non sono che strumenti di scambio con cui è possibile scambiare beni e servizi affiancando il denaro ufficiale (rispetto al quale sono appunto complementari).

Solitamente le valute complementari non hanno corso legale e sono accettate su base volontaria: ciò contribuisce al loro aspetto identitario, cioè al loro identificare la comunità all’interno della quale sono usate alla stregua dei vantaggi di una tessera associativa. Il tutto ha il risultato di aumentare il potere economico dei soggetti che aderiscono al circuito, decidendo di accettare una parte del prezzo nella “moneta locale” che poi potranno a loro volta spendere presso gli altri soggetti -persone fisiche, professionisti, negozi e società – che partecipano al progetto.

Un sistema di valuta complementare è infatti accettato ed utilizzato all’interno di un gruppo, di una rete, di una comunità per facilitare e favorire lo scambio di merci, la circolazione di beni e servizi all’interno di quella rete sociale, rispetto al resto della comunità, in modo del tutto identico a quanto accade con la moneta avente corso forzoso.

Va da sé che se ad aderire al progetto di una “moneta locale” o, per facilitare i neo eletti sindaci a 5 stelle, a costituire un’associazione di diritto privato cui liberamente associarsi, è un Comune di 200.000 anime, l’effetto che si ottiene è semplicemente esponenziale. Basterebbe per il Comune limitarsi ad accettare una piccola parte di una qualsiasi tassa comunale – mettiamo, a titolo esemplificativo, il 10% della TAssa sui Rifiuti Solidi Urbani – per incentivare tutti i cittadini, tutti i negozianti e qualsivoglia operatore economico tenuto per legge al pagamento della T.A.R.S.U. ad iscriversi all’associazione di diritto privato di cui sopra. Il risultato che si otterrebbe sarebbe pari ad un aumento del potere di acquisto di ogni iscritto all’associazione, in una misura variabile a seconda degli sconti accettati dai singoli partecipanti.

Per comprendere le ragioni che danno vita ad un sistema di valuta complementare, è utile rifarsi al significato antico del denaro: un accordo all’interno di una comunità che accetta di utilizzare “qualcosa” come bene di scambio riconosciuto. Le valute complementari si collocano, dunque, come “sistemi di accordo” all’interno di una comunità e promuovono la pianificazione a lungo termine, stimolando i partecipanti al circuito ad investire in attività produttive connesse, piuttosto che nell’accumulo di denaro. Esse incoraggiano gli scambi e la cooperazione con la propria rete di aderenze, attraverso la circolazione del bene di scambio a cui, solitamente, viene attribuito un valore etico ed ideale. Questo perché l’economia può essere etica solo se lo è anche il mezzo. In Italia un esempio già c’è: lo SCEC, acronimo di “Solidarietà ChE Cammina”. Un mondo diverso è dunque possibile. A Parma, ma anche altrove. Basta crederci.

 

Tratto da: altrenotizie.org

Flipboard goes audio: l’evoluzione del podcasting?

E’ già difficile analizzare l’impatto dell’iPad sul consumo di notizie. Le cose si complicano ulteriormente quando si cerca di valutare l’impatto di una applicazione come Flipboard – un servizio di "instant magazine" che vi permette di visualizzare i vostri feed preferiti, più una ampia selezione di materiali che Flipboard "estrae" da diverse fonde e ridistribuisce attraverso canali tematici, in

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Al milanese Teatro Oscar, Lear vittima di un amore troppo scontato

Se abitate a Milano o dintorni e vi piace il teatro, c’è ancora tutta la settimana di cartellone nella sala Oscar di via Lattanzio (la zona è quella di piazzale Lodi a pochi passi dalla famosa Cascina Cuccagna) per il Re Lear di William Shakespeare nella personale rilettura del Pacta dei Teatri di Riccardo Magherini, un attore italiano che oltre a una certa notorietà televisiva (presta voce e

Tratto da: Radiopassioni.it, a cura di Andrea Lawendel – Licenza Creative Commons

Bruxelles, la solitudine di Angela

di Michele Paris

 Le novità che arrivano dai vertici internazionali degli ultimi giorni vanno lette fra le righe, nei rapporti di forza fra i leader seduti intorno al tavolo. Il vero dato politico che ci consegna questa settimana di colloqui – dal G8 dello scorso weekend alla “cena informale” dello scorso mercoledì sera a Bruxelles – è l’inusitato isolamento di Angela Merkel. Abituata fin qui a dettare l’agenda della politica economica europea, la cancelliera tedesca ora deve adattarsi a uno scacchiere rivoluzionato rispetto al passato. L’alleanza di ferro all’insegna del rigore con lo sherpa Nicolas Sarkozy è venuta meno: adesso frau Merkel si ritrova a fare i conti con il nuovo presidente francese, il socialista François Hollande, che fin dalla campagna elettorale non ha fatto che sbandierare la parolina magica, “crescita”.

Sul palcoscenico globale, è proprio il successore di Mitterrand ad avere gli appoggi che contano: sia il presidente degli Usa, Barack Obama, sia il numero uno del Consiglio Ue, Herman Van Rompuy, vogliono servirsi del nuovo asse con Parigi per accerchiare la Merkel e costringerla ad allentare i lacci dell’austerity. Su questo campo non è secondaria la mediazione del premier italiano, Mario Monti, così come l’opposizione interna dei socialdemocratici tedeschi, pronti a usare il nuovo isolamento internazionale della Germania come un’arma elettorale contro Merkel.

Di provvedimenti concreti per rilanciare l’economia, com’era prevedibile, ancora nessuna traccia. Eppure la discussione fra i potenti d’Europa si è finalmente spostata su un argomento fino ad oggi tabù: gli eurobond (che pure non hanno a che fare con la crescita, ma con la stabilità finanziaria). Il duopolio Merkozy aveva sempre rifiutato anche solo di trattare questo capitolo in sede ufficiale. Oggi invece se ne parla, ed è già un passo avanti.

Perfino il bastian contrario per eccellenza, il premier inglese David Cameron, si è detto favorevole. Monti si è sbilanciato affermando che non manca “moltissimo tempo” all’adozione dei nuovi strumenti. La verità è che per il momento non c’è alcun accordo e di sicuro il via libera alle obbligazioni comunitarie non arriverà dal vertice europeo (stavolta “formale”) del mese prossimo.

Per quanto controverso e probabilmente non decisivo, al momento questo tema mette in luce più di ogni altro la solitudine di Angela. La Germania ha sempre combattuto gli eurobond come il peggior nemico. E la ragione è facilmente comprensibile: i titoli emessi a livello comunitario obbligherebbero la prima economia d’Europa a garantire in parte anche il debito di Paesi inaffidabili sul piano dei conti pubblici. Senza contare quelli che – come l’Italia – oggi sembrano aver imboccato la strada della redenzione, ma domani chissà?

I rigidi professori bocconiani – per continuare con l’esempio – non dureranno ancora a lungo e nessuno può dire se i loro successori saranno altrettanto zelanti nello svolgere i compitini a casa affidati da Bruxelles e Francoforte.

Insomma, fatti due conti, quella di Berlino è certamente l’economia che ha più da perdere. Anche perché oggi i titoli di Stato tedeschi, i Bund, sono trattati dal mercato alla stregua di un vero e proprio bene rifugio, al punto che gli interessi pagati dalla Germania per finanziare il proprio debito pubblico ormai rasentano lo zero. Il timore di Merkel è proprio che questa situazione possa cambiare con l’ingresso degli eurobond. Il vero problema della Germania è che su questo terreno il suo unico alleato superstite è “l’asse del nord” costituito da Olanda, Finlandia e Svezia. Non esattamente un’armata invincibile, anche se Hollande avrebbe preferito il completo isolamento della cancelliera.

D’altra parte, ci sono anche delle ragioni più tecniche a lasciare perplessi gli addetti ai lavori. Il presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, ha sottolineato come l’emissione di eurobond abbia senso solo dopo la realizzazione di una “fiscal union” nell’eurozona. Quello che ancora manca è una vera ”unione di bilanci”, ha detto il governatore.

Intanto la Grecia, con le elezioni di giugno, è chiamata a una sorta di referendum per decidere se rimanere o no nella moneta unica (mentre tutti i Paesi, a dispetto delle smentite, stanno preparando piani per fronteggiare l’eventuale addio) e la Spagna deve vedersela con una tremenda crisi del settore bancario. Di fronte a questo scenario, dobbiamo purtroppo accontentarci dell’intesa al ribasso raggiunta fin qui fra i leader d’Europa.

Il mese prossimo sarà probabilmente avviato l’iter per due provvedimenti su cui ormai da tempo sono (quasi) tutti d’accordo: la ricapitalizzazione della Banca europea degli investimenti (probabilmente di 10 miliardi) e i project bond. Il nome può trarre in inganno: non sono titoli di debito, ma strumenti con cui raccogliere risorse per finanziare con garanzia pubblica progetti infrastrutturali a livello europeo. Chi si accontenta gode. O almeno continua a sperare.

 

Tratto da: altrenotizie.org

Per chi vota l’Egitto

di Liliana Adamo

Dov’eravamo rimasti? Nella piazza di Midan et-Tahrir prima delle rivolte cominciate nel gennaio scorso, alle proteste antigovernative dei giovani esponenti di Kifaya, studenti della media borghesia, non habitué di circoli islamici ma allievi modello dell’American University del Cairo, veri precursori della “primavera araba”. Tra la moschea di Al Azhar con i suoi minareti dalle doppie cupole, la “Città dei Morti” e la più antica università del mondo, i tafferugli fra giovani cairoti e la polizia di Mubarak si succedevano a scadenza quotidiana, risolvendosi, quasi senza eccezione, con un massiccio uso d’idranti e arresti cautelari.

Questo movimento liberal sorto dal nulla, formato da studenti (finiti a centinaia nelle carceri egiziane), è stato il primo a opporsi al regime e il malcontento non risparmiava nessuno, neanche i Fratelli Musulmani, i cui affiliati, oggi, sono tra i favoriti in corsa alla nuova presidenza del dopo Mubarak. Eppure, nel 2006, all’alba della primavera araba, il Kifaya li definiva alla stregua di “Vecchi bacucchi… esponenti di un Islam arretrato che ha scarsa considerazione sulle questioni reali e importanti per la vita del paese…”.

Nessuno tra i politologi specialisti del Medio Oriente, né tra gli osservatori più serrati della cronaca estera, aveva la percezione di ciò che da lì a poco sarebbe avvenuto, non potendo immaginare un disegno che, invece, sembrava aleggiare nel best-seller di Alaa Al Aswani, in quel “Palazzo Yacubian”, condominio di Via Talat Harb (e ci muoviamo ancora nella toponimia degli eventi), situato in una strada del Cairo, una volta di fama internazionale, poi in fase di decadenza.

“Palazzo Yacubian” è stato il microcosmo di un’intera nazione, nell’accettazione acritica della corruzione, nella perdita dei sogni e dei progetti, fortemente delusa dal potere. Zaki, l’unico personaggio del racconto, si ostina a rappresentare l’antico ecumenismo della sua città, ricavandone la stessa malinconia universale, la perdita di senso e identità. Eppure, Adel Adib, il regista che poi ne ha fatto un film, sostiene con forza che “Palazzo Yacubian” è per chi ama l’Egitto, non certo per chi lo odia; l’Egitto di oggi, che si legge sulle facce della gente, piuttosto che tra le righe della cronaca estera.

Sei anni dopo il Kifaya, quella malinconia universale si riversa nella rabbia di piazza Tahrir, la guerriglia, diventata collettiva, unanime, deflagra in una potenza finora trattenuta. Le immagini, i filmati, sono storia dei nostri tempi: dai dimostranti falciati dalle camionette dell’esercito, al simbolo (tutto al femminile), di una protester che subisce un violento pestaggio da parte dei militari e del suo reggiseno blu, involontariamente lasciato scoperto dinanzi alle telecamere del mondo intero.

Tanti i volti: giovani, anziani, donne velate e studentesse svincolate dal velo, musulmani e cristiani copti; uno spaccato trasversale della società egiziana proveniente dal Sinai, da Assuan, da Alessandria, a chiedere la fine del regime trentennale di Mubarak. E tante le storie: dal Nobel per la pace, leader dell’opposizione, Mohamed El Baradei (che, a “missione compiuta”, rinuncia a candidarsi), all’altro premio Nobel per la chimica, Ahmed Zewail, che, dagli Usa, torna in patria per appoggiare le rivolte. Dal blogger Wael Abbas, al cyber attivista Wael Ghoneim, diventato icona della rivoluzione insieme all’ex ministro dell’Informazione, Anas Al Fiqi, entrambi fatti “sparire” dal famigerato “mabeht amn el dawla”, i servizi segreti interni (250 mila uomini addestrati da Mubarak a spezzare le ossa ai dissidenti), oggi, formalmente smantellati.

E se all’epoca delle rivolte in piazza Tahrir, l’ago della bilancia è rimasto saldamente in mano all’esercito, lo stesso che sì, rimuovendo l’ex presidente (confinato in una villa a Sharm El Sheik), promette nuove elezioni e una vera democrazia parlamentare, resta evidente una contraddizione essenziale. Può un apparato garantire l’uscita da un sistema creato dai suoi stessi rappresentanti? Qualcuno ha usato un’analogia letteraria quanto mai efficace: chiuso il capitolo del faraone, arrivano i gattopardi.

Ancor prima della scadenza delle elezioni, le tensioni non si sono in nessun caso placate. La rimessa in discussione sugli accordi con Israele del 1979 scatena uno scontro senza esclusione di colpi tra aspiranti filo-islamici e “liberal” in parte legati al vecchio apparato militare. Non solo, Ahmed Shafiq della Giunta Tantawi (che si è conquistato il ballottaggio con Mohammed Mursi, dell’area musulmana), è l’unico dei grandi esclusi, a essere stato riaccettato nella corsa alle presidenziali.

La decisione in extremis della Suprema Commissione Elettorale, che ha in pratica, eluso la nuova legge idonea a bloccare le candidature di chi è stato direttamente legato al regime, ha di nuovo, riacceso le polemiche…Ahmed Shafiq è dunque l’uomo nuovo del vecchio apparato, ripresentatosi a mischiare le carte.

E non a caso l’ha spuntata su tutti, per giocarsi lo spareggio finale, a giugno, in un testa a testa con il candidato dei Fratelli Musulmani, un ingegnere formatosi in California, con posizioni conservatrici in ambito sociale, ma cui abbina un notevole pragmatismo politico. Mohammed Mursi, tra l’altro, scommette sull’appoggio degli islamici più conservatori e, soprattutto, sull’impressionante macchina propagandistica dei Fratelli Musulmani.

Nulla da fare per ciò che resta di un eterogeneo schieramento, per l’islamista indipendente Abdel Moneim Aboul Foutouh (che molti davano per “favorito”), per l’ex ministro degli Affari esteri e segretario generale della Lega araba, Amr Moussa e per il nazionalista arabo, Hamdeen Sabbahi.

E se all’indomani dei risultati delle presidenziali, continua l’aspro confronto tra giunta militare e Fratelli Musulmani (primi attori nelle precedenti elezioni legislative, accusati di controllare completamente l’Assemblea Costituente), le dichiarazioni della formazione islamica non lasciano adito a dubbi: per loro, che già cercano consensi e accordi con le forze d’opposizione, se vincerà l’ex premier di Hosni Mubarak, Ahmed Shafiq, la sorte del nuovo Egitto, nato dalle proteste di piazza  Tahrir, correrà un serio pericolo.

 

 

Tratto da: altrenotizie.org