Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse

EText-No. 25734
Title: Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse
Author: Frederick II, King of Prussia, 1712-1786;Voltaire, 1694-1778
Language: French
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EText-No. 25734
Title: Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse
Author: Frederick II, King of Prussia, 1712-1786;Voltaire, 1694-1778
Language: French
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EText-No. 25734
Title: Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse
Author: Frederick II, King of Prussia, 1712-1786;Voltaire, 1694-1778
Language: French
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EText-No. 25734
Title: Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse
Author: Frederick II, King of Prussia, 1712-1786;Voltaire, 1694-1778
Language: French
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EText-No. 25734
Title: Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse
Author: Frederick II, King of Prussia, 1712-1786;Voltaire, 1694-1778
Language: French
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EText-No. 25734
Title: Correspondance de Voltaire avec le roi de Prusse
Author: Frederick II, King of Prussia, 1712-1786;Voltaire, 1694-1778
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Vittorio Alfieri – Sofonisba

Duro a soffrirsi il soldatesco orgoglio! Se il lor duce in superbia anco gli avanza, come in vero valor… Ma no; mi è noto Scipione: in Cirta, entro mia reggia, io l’ebbi ospite giá: molto era umano, e mite… Stolto Siface! or, che favelli? Allora Scipione a te, per mendicare ajuti, venía; né allor, tuo vincitore egli era.— Ahi, vinto re! preso in battaglia, e tratto ferito in ceppi entro al nemico campo, ancor tu vivi?… Oh Sofonisba! a quali strette mi traggi? Or, che piú omai non debbo, né viver voglio, a tal son io, che morte dar non mi possa?… Ma il fragor di trombe giá mi annunzia Scipione. Eccolo. Oh vista!

EText-No. 31080
Title: Sofonisba
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31080
Title: Sofonisba
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31080
Title: Sofonisba
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31080
Title: Sofonisba
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31080
Title: Sofonisba
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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Vittorio Alfieri – Ottavia

EText-No. 38012
Title: Ottavia
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 38012
Title: Ottavia
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 38012
Title: Ottavia
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
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EText-No. 38012
Title: Ottavia
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 38012
Title: Ottavia
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 38012
Title: Ottavia
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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Vittorio Alfieri – Agide

Parmi, che senza viltá né arroganza, ad un re infelice e morto io possa dedicare il mio Agide.

Questo re di Sparta ebbe con voi comune la morte, per giudizio iniquo degli efori; come voi, per quello d’un ingiusto parlamento. Ma quanto fu simile l’effetto, altrettanto diversa n’era la cagione. Agide, col ristabilire l’uguaglianza e la libertá, volea restituire a Sparta le sue virtú, e il suo splendore; quindi egli pieno di gloria moriva, eterna di se lasciando la fama. Voi, col tentare di rompere ogni limite all’autoritá vostra, falsamente il privato vostro bene procacciarvi bramaste: nulla quindi rimane di voi; e la sola inutile altrui compassione vi accompagnò nella tomba.

I disegni d’Agide, generosi e sublimi, furono poi da Cleoméne suo successore, che il tutto trovò preparato, felicemente e con grande sua gloria eseguiti. I vostri, comuni al volgo dei regnanti, da molti altri principi furono e sono tuttavia tentati, ed anche a compimento condotti, ma senza fama pur sempre. Della vostra tragica morte, non essendone sublime la cagione, in nessun modo, a mio avviso, se ne potrebbe fare tragedia: della morte d’Agide (ancorché tentata io non l’avessi) crederei pure ancora, attesa la grandezza vera dello spartano re, che tragedia fortissima ricavarsene potrebbe.

Sí l’uno che l’altro, ai popoli foste e sarete un memorabile esempio, e un terribile ai re: ma, colla somma differenza tra voi, che de’ simili alla MAESTÁ VOSTRA, molti altri re ne sono stati e saranno; ma de’ simili ad Agide, nessuno giammai.

Martinsborgo, 9 Maggio 1786.
VITTORIO ALFIERI.

EText-No. 31079
Title: Agide
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31079
Title: Agide
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31079
Title: Agide
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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EText-No. 31079
Title: Agide
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
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EText-No. 31079
Title: Agide
Author: Alfieri, Vittorio, 1749-1803
Language: Italian
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Jack London – Dutch Courage

“Just our luck!”

Gus Lafee finished wiping his hands and sullenly threw the towel upon the rocks. His attitude was one of deep dejection. The light seemed gone out of the day and the glory from the golden sun. Even the keen mountain air was devoid of relish, and the early morning no longer yielded its customary zest.

“Just our luck!” Gus repeated, this time avowedly for the edification of another young fellow who was busily engaged in sousing his head in the water of the lake.

“What are you grumbling about, anyway?” Hazard Van Dorn lifted a soap-rimmed face questioningly. His eyes were shut. “What’s our luck?”

“Look there!” Gus threw a moody glance skyward. “Some duffer’s got ahead of us. We’ve been scooped, that’s all!” Continua la lettura di Jack London – Dutch Courage

Matilde Serao – Sulla tomba

Quel pittore singolare faceva dei singolari quadri. Il suo grande pregio era l’energia del concetto vivamente spiegato nella forza del colore. Non piacevano a tutti i suoi quadri; specialmente a coloro che si compiacciono dei lavori leccati, verniciati e dipinti sino all’ultima linea; specialmente non piacevano ai cultori delle figure eleganti e pallide da acquarello, a quelli che vanno in estasi dinanzi ai toni delicati di una oleografia. Coloro che avevano questi gusti graziosi, gentili e meschini, trovavano i suoi quadri duri, troppo forti, troppo pieni di cose: vi si respirava un’aria troppo carica di ossigeno pei loro deboli polmoni. I paesaggi del pittore erano sempre contorti e violenti, dalle linee spezzate; i suoi Tramonti erano tragici, quasi un carattere di passione si mettesse nel sangue aggrumato del sole senza raggi. I suoi Interni erano cupi, un fondo unito, senza concessioni di forma, senza lenocinii d’artista poco coscenzioso che mette più in luce un seggiolone intagliato, un grande caminetto che le figure del suo quadro. Gli si addebitava anche una certa sprezzatura del disegno, un bizzarro modo di contorcere lo scorcio dei suoi personaggi, una ricerca dei soggetti gravi, e che fanno pensare. I suoi quadri avevano carattere.

Il pittore era ancora giovane e robusto, malgrado otto o dieci anni di travaglio continuo per farsi accettare in questa società in cui pare che non tutti godano il diritto di vivere. Egli non aveva fatto che lavorare, lavorare sempre, ed il successo era venuto lentamente, ma era venuto. Aveva trentasei anni, ed era alto, fortissimo, con una testa poderosa e leonina, un po’ rigida di contorni, con certe spalle erculee che reggevano ad ogni fatica. Quando la foga del dipingere se lo prendeva, allora rimaneva dodici ore in piedi, innanzi al cavalletto, senza provare un minuto di stanchezza, senza impallidire. Per ritrovare un paesaggio camminava per ore ed ore, inerpicandosi sulle roccie, scendendo nei burroni, salendo sugli alberi, scavalcando muri, nell’idea ostinata di vedere quello che doveva dipingere. Era costante, tenace, ferreo nella sua volontà.

A trent’anni aveva sposato una creatura piccola, bianca, snella e bionda, quasi una bambina, tanto era gentilina, tutta graziette, tutta soavità. In realtà, lui non avrebbe osato chiedere quella poesia bionda e delicata, lui rude e colossale pittore. Gli pareva quasi di dovere spezzare quel fiorellino gracile. Ma lei lo avvinse così bene con le sue arie infantili e i trilli da uccellino della sua voce che lui ardì chiederla. Gliela dettero. Era già un pittore eccellente, la critica si occupava seriamente di lui, i suoi quadri si vendevano subito, non ad un altissimo prezzo, ma tanto da procurargli una bella agiatezza. Lui si sposò il suo bottoncino d’oro.

Egli era felicissimo in casa, poichè Bianca, la moglie, gliela faceva trovare elegante, profumata dai fiori, ben calda l’inverno, ben fresca l’estate: poichè egli nulla sapeva dell’amministrazione, delle seccature mortali che affliggono la mente di un artista. Ma l’amore, il profondo ed unico amore della sua vita era quella giovanetta svelta che girava per la casa con la sua testa luminosa, coi grandi occhi sereni ed innocenti. Lui l’amava come un amante, come un marito, come un fratello, con un amore fatto di protezione e di adorazione.

Non si sa se lei avesse o no amato mai il pittore. Lo aveva sposato. Tutte le lodi date al suo grand’artista l’avevano esaltata forse sino all’amore; ma, dopo il matrimonio, ci si era abituata e le venivano indifferenti. Naturalmente, come moltissime donne, non comprendeva punto l’arte. Le sembrava una cosa di lusso ed inutile. Quando vedeva il marito pensieroso, agitato, lei si stringeva nelle spalle con un piccolo atto di disdegno. Lei comprendeva che i quadri davano denaro, ma le parevano un po’ folli coloro che li compravano. Quando il marito le narrava un progetto di un quadro, lei ascoltava, nascondendo uno sbadiglio dietro la manina. In ultimo, in mezzo all’entusiasmo dell’artista creatore ella gettava queste domande inquiete:

–Credi che piacerà? E si venderà poi?

Lui si sgomentava. Sua moglie non capiva, ma egli l’adorava. Quando comprese che la seccava, narrandole le sue idee, non gliene parlò più. Si tenne per sè i suoi sogni. Lei sola, a casa cominciava ad annoiarsi. Voleva uscire; lui non poteva accompagnarla. Orribilmente e taciturnamente geloso, la lasciò uscire sola. Fremeva dinanzi al quadro che dipingeva, pensando a coloro che nella via guardavano sua moglie, le dicevano qualche parolina di complimento, la seguivano forse. Sulla tela, la sprazzata del colore diventava efficace e passionata; ma in casa egli non domandava nulla, non faceva rimostranze. Le permise di avere il suo giorno di ricevimento, come una gran dama; cioè il permesso se lo prese lei, senza chiederlo. Lui vi faceva delle rapide comparse, un po’ distratto, impacciato. Lei, in collera per vedergli la cravatta di traverso o le mani tinte di colore, mormorava, scuotendo la sua soave testolina bionda:

–Questi artisti!

Poi la condusse anche al ballo. Lui ci si trovava disorientato, con le sue spalle quadrate che sformavano la marsina, con la sua seria figura su cui erano così scarsi i sorrisi. Lei restava sino all’alba, ballando come solo le donnine gracili e delicate possono ballare. Lui la vedeva passare dalle braccia di un elegante sciocco a quelle di un brutto e cattivo soggetto, piena di buonumore, prodigando il suo spirito ed i suoi vezzi ad una folla di indifferenti; ma non le diceva nulla, molto felice quando poteva ravvolgerla nel bianco mantello ornato di piume e portarsela. In carrozza lei sbadigliava, sonnecchiando. Se il marito le dava un bacio timido e leggiero, lei rimaneva immobile, fingendo non averlo inteso, per non renderlo. Sulle prime lei era andata ogni tanto a fargli una gaia sorpresa allo studio, e lui era beato di queste visite che gli irradiavano d’amore quello stanzone un po’ cupo: ma la scala era alta, lei si stancava, non andò più. Erano tanto lente le lunghe ore del lavoro; lei non veniva mai a farle parere più brevi. Quell’uomo fortissimo, quel grande artista, curvava il capo e pensava.

Un giorno o l’altro, non si sa bene quale, la moglie del pittore prese un amante. Era quasi sempre sola, disoccupata, trascurata per quei quattro palmi di tela dipinta–diceva lei. Poi questi grandi artisti non sono nati per essere buoni mariti–soggiungeva lei. E lo tradiva tranquillamente. L’amante veniva in casa, come tanti altri, sedeva al desco di famiglia, s’interessava alle cose di casa. Il marito non aveva sospetti. Stringeva la mano amichevolmente di colui che gli rubava la moglie. Tutti lo sapevano, fuorchè lui. È la regola; è nell’ordine delle cose. Lui, veramente solitario, veramente abbandonato, d’istinto dipingeva quadri stupendi. Uno anzi, bellissimo, lo comprò l’amante per dodicimila franchi. Questa vergogna si seppe; solo il marito non la seppe. Quando il marito parlava della bontà del suo quadro, la moglie sorrideva stranamente, quasi volesse dire:

–Se Carlo non mi amasse, non avrebbe comperata mai la sua tela dipinta.

Poi, il marito cominciò ad accorgersi di qualche cosa. La moglie usciva ad ore indebite. Era stata vista entrare in una casa dove Carlo, l’amante, aveva una zia. Il marito, malgrado la sua cieca fiducia, fu scosso. Ne parlò a sua moglie. Lei gli rispose alteramente. Gli disse che non tollerava osservazioni. Egli tacque. Un’altra volta, come crescevano i sospetti, ella gli rispose piangendo. Egli tacque. Finalmente quando il sospetto tremolava sulla soglia della certezza, ella non gli rispose che questo: Se continui ad ingiuriarmi, ti lascio per sempre, non mi vedrai più. Egli tacque. Mai più, mai più su questo soggetto fu detta una parola fra loro. Egli temeva troppo vederla andar via.

Fu allora che egli fece il suo maggior quadro di Paolo e Francesca. La scena è bruna, è una stanza tappezzata di cordovano oscuro, senza ornamenti, senza galanterie di tavole scolpite o di finestre binate. Un lettuccio di velluto nero è in mezzo al quadro. Sul lettuccio distesa, morta, con la faccia bianca e sorridente, che fa macchia sul velluto nero, con le mani raggrinchiate, giace Francesca. Stramazzato a terra, bianco, morto, con le spalle appoggiate al lettuccio, con la testa vicina a quella di Francesca, è Paolo. Vi è sangue sulla veste di Francesca, sangue sul giustacuore di Paolo, una pozza di sangue per terra. Le due teste, ravvicinate, pare che si bacino ancora. Lanciotto non vi è, ma è dappertutto. Quell’assenza è di un effetto artistico eccezionale. Tutto è sobrio, tutto è severo, tutto è tragico, anche il bacio, specialmente il bacio. Nessuna mimica, nessuna coreografia. Aleggia nel quadro una fatalità greca, eschiliana.

Era la migliore sua opera. Il pubblico andò in estasi per l’artista; la moglie sorrise, guardò bene, le piacque l’abito di Francesca e non altro. Il pittore manifestò l’intenzione di non vendere il quadro. Ma la volontà della moglie era che si vendesse. E fu venduto.

Nello stesso anno il pittore morì di una malattia di languore, come ne muoiono gli uomini troppo robusti.

 

Ieri l’altro sono passato presso la sua tomba. Un monumento candido, nuovo, carico di corone. Sulla pietra, in versetti addolorati, due nomi, due persone si dolgono ancora dell’immatura morte. E sono la moglie e l’amante–e il tradimento è ancora là, scritto nel marmo, sotto la luce del sole, sotto i cieli azzurri, tra i fiori; il tradimento pomposo e sfacciato è sulle ossa dell’artista.

Matilde Serao – Paolo Spada

L’uomo di cui leggete il nome–nome poetico e predestinato–qui sopra, era uno scrittore di novelle e di romanzi. Aveva trent’anni, era basso, robusto, tarchiato, la fronte breve, gli occhi neri e lividi, le guancie rosse, le labbra grosse e sensuali. Se pel romanziere vi è un tipo stabilito che le fanciulle isteriche e le donne nervose hanno immaginato–capelli neri e ondulati, fronte nobile, pallore arabo, occhi pensosi, mustacchio soave, corpo snello–Paolo Spada non realizzava questo ideale fantasioso. Egli dormiva profondamente per sette ore ogni notte, faceva colazione con uova, bistecche, formaggio e vino, passeggiava su e giù per le vie al sole, pranzava benissimo, ballava, suonava il pianoforte, andava alla sala d’armi, pattinava, corteggiava le signore–come ogni eccellente, forte e compito giovanotto può fare. In quanto al suo umore, era quasi sempre allegro, con brevi accessi di malinconia. Amava la buona compagnia, la conversazione arguta, la musica di camera, le belle donne dalla testa greca; non aveva nè fedi, nè dubbi: era indifferente. Ogni tanto cambiava d’innamorata.

Questo bravo galantuomo così somigliante ad un altro qualunque galantuomo, era anche un novelliere, un romanziere. Aveva ingegno; non quello che comunemente si chiama così in Italia e che tutti hanno a ventidue anni, e per cui si scrivono odi libere d’ogni legge grammaticale, novelle senza soggetto e tentativi di commedie senza intreccio. Un ingegno vero, pulito, lucido, preciso, qualche cosa che rassomigliasse naturalmente all’acciaio. Nessuna morbosità nella sua intelligenza, nessuna nervosità malaticcia nella fantasia: una sanità austera e franca, una robustezza quasi muscolare nella sostanza e nella forma. Egli ammirava tutti gli scrittori il cui ingegno, per cause misteriose, quasi sempre fisiologiche, diventa una malattia; egli era pieno d’entusiasmo per le visioni paurose, lugubri, sanguinanti, desolanti, che escono dai cervelli alcoolizzati per l’amore, per l’acquavite o per l’arte. Ma era l’ammirazione di contrasto, di opposizione, quella che l’avversario dà all’avversario, il saluto di scherma, l’omaggio di giustizia reso al nemico. Poichè egli era sano di mente e sano di corpo. Continua la lettura di Matilde Serao – Paolo Spada