Hazard of New Fortunes, A by HOWELLS, William Dean

Howell’s novel is set in New York of the late nineteenth century, a city familiar to readers of Edith Wharton and Henry James. Basil March, a businessman from Boston of a literary bent, moves with his family to New York to edit a new journal founded by an acquaintance. Its financial support, however, comes from a Mr. Dryfoos, a Pennsylvania Dutch farmer suddenly become millionaire by the discovery of natural gas on his property, and now living in New York with his family in a style he hopes will befit his new wealth.

Is it his new fortune that presents a hazard? Or is it the new wealth of New York City in the Gilded Age? Both March and his literary creator are increasingly aware of some of the social and economic contradictions that beset the city of the time (though some of Howell’s analysis sounds as if it well might fit New York today). Characters such as, among others, Dryfoos’s children, a German socialist immigrant who fought for the Union cause, an impoverished Southern colonel still persuaded that a reformed slavery might work, a young woman drawn from the upper reaches of Old New York society, help to enrich the story and its setting with their differing viewpoints. ( Nicholas Clifford)
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Le spose bambine

di Tania Careddu

Si definisce matrimonio forzato “un matrimonio in cui uno o entrambi gli sposi non consentono al matrimonio e viene esercitata una costrizione. La costrizione può includere la pressione fisica, psicologica, finanziaria, sessuale ed emotiva”, dice il Forred Marriage Unit, l’unità del Governo inglese, incaricata, dal 2005, di seguire il fenomeno. Una forma di violenza. Della libertà.

Che sempre riferita alla soggettività, rende complessa la quantificazione del fenomeno: la stima soggettiva, appunto, del grado di coercizione, il problema della sottodichiarazione, il fatto che le persone coinvolte possano sentirsi stigmatizzate socialmente, l’opposizione delle vittime a denunciare membri della famiglia e della propria comunità, insieme all’assenza di un certificato di nascita e alla carenza di basi di rilevamento, rendono i dati poco generalizzabili e poco ‘degni’ di rappresentatività statistica.

Ebbene, si può però, dire con certezza che, secondo i numeri Onu, sono sessanta milioni le unioni forzate, che riguardano ragazze giovanissime, spesso bambine sotto i quindici anni, in qualche caso ne hanno dodici di anni e in altri addirittura nove; sono centoquarantasei i Paesi nei quali le ragazze possono sposarsi prima dei diciotto anni e in ben cinquantadue possono farlo prima dei quindici.

Dagli scarsi dati a disposizione in Italia, invece, relativi alle comunità immigrate alla fine del 2012, tra le popolazioni esposte a rischio, ai primi posti i Paesi del Sud est asiatico – Bangladesh, Pakistan, India, Sri Lanka – in cui il 46 per cento delle adolescenti sotto i diciotto anni è sposata; alcuni Paesi africani – Senegal, Nigeria, Ghana, Egitto – con il 18 per cento delle bambine costrette a questa pratica; Marocco e Albania, le comunità più numerose nel Belpaese, sono Paesi a rischio per la presenza massiccia di donne e di seconde generazioni.

Delle quali, però, duemila (nate in Italia) vengono rispedite nel Paese d’origine per contrarre il matrimonio (precoce). E costrette a sottostare alle norme sociali dominanti, al ‘modello familiare’ e ai relativi ‘valori’ che in esso sono riconosciuti, quali oggetto di tutela della società, alle diseguaglianze di genere che assegnano alla donna un ruolo inferiore rispetto agli uomini, decurtando i loro diritti dentro la famiglia e nei più ampi sistemi sociali e culturali in cui tornano (obbligatoriamente) a vivere.

Utilizzata come strategia di sopravvivenza dalle comunità vulnerabili durante i conflitti, le crisi economiche e i disastri naturali, la pratica del matrimonio forzato è sempre ‘incoraggiata’ dalle famiglie come rimedio alla povertà, come mezzo per ‘liberarsi’ delle figlie poco ‘produttive’, per assicurare loro un futuro migliore sia economicamente sia socialmente. Ma privandole di ogni diritto: all’infanzia, al gioco, allo studio, alla possibilità di scegliere e a quella di amare. Schiave di padri prima, di mariti, cognate e suocere poi.

Di più: a un’alta percentuale di matrimoni forzati corrisponde, ca va sans dire, un’alta percentuale di madri bambine: ventimila adolescenti sotto i diciotto anni partoriscono ogni giorno e due milioni sotto i quindici. Con un’alta possibilità di mortalità: circa settantamila minorenni muoiono per cause collegate alla gravidanza e al parto. Con conseguenze pure sulla prole: chi nasce da madre bambina ha un’elevata probabilità di morire in età neonatale e, quando sopravvive, corre maggiori rischi di denutrizione e di ritardi fisici o cognitivi. Ed è proprio la conoscenza che può salvare il mondo.

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La Grecia armata di dignità

di Fabrizio Casari

Un risultato straordinario e da nessuno immaginato quello che ha riportato ieri la Grecia al timone del suo paese. Oltre il sessanta per cento dei greci hanno detto un fragoroso NO alle minacce europee contenute nel terzo memorandum che gli strateghi tedeschi dai canini sporgenti avevano proposto. Alexis Tsipras ha così dimostrato di avere lungimiranza politica e abilità tattica, incassando un plebiscito che rafforza enormemente la sua vittoria elettorale di cinque mesi prima.

Le trattative con l’Unione Europea e con il complesso delle istituzioni internazionali politiche e finanziarie riprenderanno ora con un governo ellenico forte del consenso ottenuto e con un mandato a trattare di maggiore ampiezza rispetto a qualunque altro governante europeo.

L’Unione Europea ha subito una sconfitta cocente su due aspetti fondamentali. Il primo è quello meramente politico, visto che l’azione negoziale di Bruxelles e aggregati da sei mesi a questa parte è stata improntata dapprima nel provare ad d’impedire l’arrivo al governo di Syriza, e successivamente dal tentativo di far cadere il governo Tsipras.

Si voleva stabilire a suon di minacce fruscianti che un governo di sinistra non può avere legittimità in Europa e che comunque, ove succedesse, la coerenza tra quanto promesso in programma elettorale e gli atti di governo non è tollerabile. Lo schema è semplice: i governi nazionali non hanno più nessuna sovranità e sono governati dalla Commissione Europea, a sua volta governata da Berlino.

Il secondo aspetto è che l’impotenza politica si è accompagnata all’inconcludenza propagandistica, visto che il terrorismo mediatico scatenato contro la democrazia greca si è rivelato sterile, controproducente persino.

Il referendum, come ogni consultazione elettorale, ha fornito insieme al dato di merito un indirizzo politico chiaro. Atene non vuole uscire dall’Euro così come non è nemmeno immaginabile uscire dall’Europa, dove ci sta per storia, cultura e territorio e non per gentile concessione degli euro burocrati.

La ripresa dei negoziati non potrà non avere al centro la vera questione che giace sullo sfondo: l’insostenibilità, l’immoralità e l’illegittimità del debito greco. La richiesta di ulteriori aiuti attraverso il fondo salva stati ha come ovvia necessità quella di garantire la liquidità del sistema creditizio e la sostenibilità dei flussi correnti nel breve e medio termine, ma non comporta l’accettazione di quanto già rifiutato precedentemente.

Oggi si riuniranno Merkel e Hollande, che decideranno la strada da intraprendere, stretti tra la rabbia per la sconfitta patita e la necessità di fronteggiare le possibili tempeste sui mercati azionari e valutari e di non peggiorare ulteriormente agli occhi degli europei la percezione della Ue. Difficile immaginare se prevarranno i sentimenti di vendetta o la regionevolezza, propria dell’arte di governo, ma il rischio Grecia, ormai, riguarda forse più Bruxelles che Atene.

Perché quali che siano le opinioni sul voto referendario greco, è evidente che da ieri le ragioni di chi ritiene questo modello di Europa incompatibile con la ripresa economica e la sostenibilità sociale, oltre che il recupero della vocazione federalista del Vecchio Continente. Dal rigore di bilancio al fiscal compact, gli strumenti e i fini di una Europa a trazione tedesca e a vocazione bancaria non sono più tavole bibliche. Questo modello finanziario, fintamente ottuso ma in realtà dagli obiettivi precisi, ha cominciato, da ieri, a scricchiolare seriamente.

In fondo il significato del voto greco è qui: si può rischiare di morire ma non inginocchiarsi. Messaggio chiaro e forte che potrà essere udito anche dalla Spagna prossima al voto. La dignità può manifestarsi in forma epidemica. L’Europa pensava di piegare la Grecia, ma è la Grecia che ha cominciato a cambiare l’Europa.

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Cina, la febbre del trading

di Carlo Musilli

Mentre l’Europa guarda Atene, che rischia il default per 1,6 miliardi di euro, la Cina brucia 2.800 miliardi di dollari, circa 10 volte il Pil della Grecia. A tanto ammonta il valore di mercato perso nelle ultime tre settimane dalle Borse di Shanghai e Shenzhen, che insieme costituiscono la più grande piazza azionaria del mondo dopo quella degli Stati Uniti. Il crollo aggregato è di circa il 30% rispetto al picco del 12 giugno, giorno in cui la bolla speculativa cresciuta nei mesi precedenti ha iniziato a sgonfiarsi.

La recente corsa alle vendite arriva infatti subito dopo il più lungo rally borsistico della storia cinese, che – favorito dal regime di Pechino – ha portato Shanghai e Shenzhen a guadagnare in un anno rispettivamente il 150 e il 190%.

Una decina di giorni fa la Banca centrale cinese ha tagliato i tassi d’interesse per la quarta volta da novembre, ma la mossa – che nei primi tre casi aveva incoraggiato gli speculatori – non è riuscita a rianimare le quotazioni. Sono arrivate quindi altre contromisure: è stato permesso ai fondi pensione di comprare azioni e ai singoli investitori di usare gli immobili come garanzie sui prestiti chiesti per operare in leverage. Non solo: sono stati anche ridotti i requisiti di capitale per alcune banche e tagliate le commissioni sul trading.

Intanto, la China Securities Regulatory Commission – la Consob cinese – ha annunciato indagini su una “sospetta manipolazione dei mercati” con vendite allo scoperto, mentre Pechino ha bloccato le Ipo (quelle in calendario erano 28), impedendo agli investitori di vendere le azioni che hanno in portafoglio per puntare sulle società di nuova quotazione (secondo gli analisti, le aziende in attesa dello sbarco in Borsa potrebbero attrarre fino a 645 miliardi di dollari).

Da oggi, inoltre, è operativo un fondo da 120 miliardi di yuan (circa 19,3 miliardi di dollari) costituito dalla Securities Association of China, che riunisce i 21 principali broker cinesi. Questo nuovo veicolo, appoggiato dal governo, investirà nel mercato azionario acquistando Etf sulle blue-chip, con l’obiettivo di stabilizzare i listini. Il problema è che la sua dotazione potrebbe bastare solo per poche sedute di Borsa. Una volta esaurita, dovrebbe entrare in gioco il colossale fondo sovrano cinese.

Ma come si è arrivati a questo punto? Secondo la rivista Caixin, la responsabilità delle pesanti perdite subite nelle ultime settimane dagli investitori ricade “in primo luogo su coloro che hanno eccitato il pubblico”. Nel mirino ci sono le istituzioni finanziarie statali cinesi, che hanno concesso un fiume di prestiti a 90 milioni d’investitori, per la maggior parte dilettanti abbagliati dalla prospettiva di guadagni facili e rapidi in Borsa (solo nello scorso mese di maggio sono stati aperti più di 14 milioni di nuovi account per il trading). Questo esercito di scommettitori muove l’80-90% delle transazioni sui mercati azionari cinesi e opera in modo spregiudicato (se non sprovveduto), puntando a guadagni nel breve termine.

Quanto alle potenziali conseguenze che un’eventuale disfatta finanziaria cinese avrebbe sulle Borse occidentali, occorre fare una distinzione. Il rischio di un contagio diretto non esiste, perché le Borse di Shanghai e Shenzhen non sono aperte al mercato globale.

Le autorità puntano a una maggiore liberalizzazione per attrarre nuovi capitali, ma al momento i non-cinesi possono investire solo tramite fondi o Etf e i limiti sulle proprietà straniere nel Paese sono molti. Di conseguenza gli investitori occidentali sui mercati cinesi sono pochi e ciò ha evitato che gli avvenimenti delle ultime settimane avessero riflessi disastrosi anche su Wall Street e sulle Borse europee.

C’è però anche una prospettiva più ampia da tenere in considerazione. Come si legge in una recente apertura del Financial Times, gli investitori globali temono che il crollo prolungato delle azioni possa avere effetti di portata sistemica sull’economia cinese, aggravando la fase di rallentamento già in corso. Se così sarà, smetteremo di preoccuparci solo della Grecia.

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Seduta n. 454 Venerdì 03

Svolgimento di un interpellanza

urgente (Chiarimenti in merito alla gestione

dell’immobile di via De Gasperi n. 16 a Napoli

adibito a sede dell’Agenzia delle entrate – n.

2-01009).
Tratto da www.camera.it.
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Poster-Painter’s Masterpiece, The by FOSS, Sam Walter

Sam Walter Foss was an American librarian and poet. For many years the opening lines from Foss’ The Coming American (“Bring me men to match my mountains / Bring me men to match my plains / Men with empires in their purpose / And new eras in their brains”) were inscribed on a granite wall at the United States Air Force Academy to inspire cadets and officers, but they were removed in 2003 to harmonize in perception to the Air Force Academy’s having become coeducational. – Summary by Wikipedia
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We are not Charlie and we will never be.