classicistranieri.com

We are not Charlie and we will never be.

USA, dal Patriot Act al Freedom Act

Easy Plugin for AdSense by Unreal

di Michele Paris

Nella notte tra domenica e lunedì, una controversa sezione del famigerato Patriot Act è scaduta senza che il Congresso americano fosse in grado di rinnovarla, privando teoricamente l’Agenzia per la Sicurezza Nazionale (NSA) di uno strumento cruciale per combattere la minaccia terroristica, ovvero per intercettare in maniera indiscriminata le comunicazioni elettroniche di milioni di persone.

A nulla sono servite le suppliche del presidente Obama ai membri del Senato né gli appelli pubblici di vari membri della sua amministrazione che avevano dipinto in toni apocalittici lo scenario che si sarebbe venuto a creare negli Stati Uniti dal primo giorno di giugno con il venir meno dell’autorizzazione della sorveglianza a tappeto assegnata alla NSA.

Il leader di maggioranza al Senato, il repubblicano Mitch McConnell, aveva addirittura convocato una insolita seduta nella giornata di domenica dopo la settimana di stop ai lavori per il Memorial Day, ma le “divisioni” in aula sono risultate insanabili ed è stato impossibile raggiungere un accordo entro la mezzanotte di domenica.

Il desiderio dello stesso McConnell e di altri “falchi” repubblicani era quello di ottenere un’estensione almeno temporanea della cosiddetta “Sezione 215” del Patriot Act, così da evitare lo stop, sia pure molto relativo, alle intercettazioni e avviare nuove trattative su un testo condiviso. Questa soluzione era apparsa sempre più improbabile nei giorni scorsi, dopo che un tribunale federale aveva dichiarato illegale questa parte della legge approvata all’indomani degli attentati dell’11 settembre 2001.

I titoli apparsi lunedì mattina sui media americani hanno così annunciato la fine della raccolta dei dati telefonici da parte della NSA. Tuttavia, dietro l’apparenza di un duro scontro tra favorevoli e contrari alle intercettazioni o tra favorevoli e contrari al rispetto della privacy dei cittadini USA, sempre domenica il Senato ha fatto un passo decisivo verso la salvaguardia di gran parte delle facoltà della NSA.

Una legge approvata qualche settimana fa dalla Camera dei Rappresentanti, il cosiddetto Freedom Act, ha superato senza problemi un ostacolo procedurale (“filibuster”), trovandosi la strada spianata verso il voto in aula nel corso della settimana. Un voto finale prima della scadenza della Sezione 215 del Patriot Act nella serata di domenica era risultato impossibile a causa dell’opposizione manifestata dal senatore di tendenze libertarie, nonché candidato alla nomination repubblicana, Rand Paul.

Il Freedom Act è una riforma cosmetica della NSA che toglie a quest’ultima agenzia l’autorità per raccogliere e archiviare direttamente i dati telefonici, i quali verranno invece conservati dalle compagnie di telecomunicazioni. La NSA o l’FBI potranno comunque continuare ad avere accesso alle informazioni ma solo dopo avere ricevuto l’approvazione del docilissimo Tribunale per la Sorveglianza dell’Intelligence Straniera (FISC) e sulla base di richieste circostanziate, legate cioè a ipotetiche minacce “terroristiche”.

Il percorso del Freedom Act al Senato potrebbe però non essere così semplice. Alcuni repubblicani hanno infatti intenzione di adottare emendamenti alla versione della Camera, ad esempio per portare da sei mesi a un anno il periodo di tempo a disposizione della NSA per passare al nuovo regime. Eventuali cambiamenti al testo attuale richiederebbero un ulteriore passaggio in aula alla Camera, dove nuovi malumori potrebbero emergere allungando i tempi per l’approvazione definitiva.

Ad ogni modo, gli scenari catastrofici dipinti dalla Casa Bianca e dai “falchi” del Congresso sono pura fantascienza. Per cominciare, come hanno confermato ai giornali vari esperti di intelligence, uno stop di pochi giorni alle intercettazioni non avrà conseguenze particolari, visto che la NSA potrà continuare a raccogliere informazioni su individui al centro di indagini già avviate entro il 31 maggio.

Inoltre, anche secondo una speciale commissione istituita da Obama nel 2013, il programma autorizzato dal Patriot Act non ha avuto alcun ruolo nel prevenire attacchi terroristici, mentre altri programmi previsti dalla stessa Sezione 215 sono stati raramente usati in questi anni.

La NSA dispone infine di almeno altri due strumenti pseudo-legali per continuare le proprie operazioni di sorveglianza, come la Sezione 702 del “FISA Amendments Act” del 2008 e l’oscuro Ordine Esecutivo 12333 del 1981. Secondo il primo provvedimento, il governo USA può intercettare le comunicazioni elettroniche di cittadini non americani che si trovano in un paese diverso dagli Stati Uniti anche in assenza di un ragionevole sospetto, ma anche di americani se essi finiscono nella rete della NSA in maniera “accidentale”.

Il secondo consente invece intercettazioni virtualmente illimitate ai danni di chiunque si trovi all’estero ma, anche in questo caso, nella rete possono finire i cittadini americani, poiché i loro dati che transitano sui server delle compagnie private si trovano spesso fisicamente in un paese straniero.

Alla luce della disposizione alla legalità e del rispetto dei principi costituzionali della NSA e dell’intero apparato della sicurezza nazionale degli Stati Uniti è comunque inverosimile che possa essere adottata qualsiasi limitazione significativa dei poteri invasivi attuali. La stessa raccolta di informazioni telefoniche sulla base del Patriot Act, come ha stabilito la già ricordata sentenza di una corte federale, è ad esempio avvenuta nella completa illegalità per quasi 14 anni.

Visti i formidabili strumenti comunque nelle mani della NSA e la sostanziale inutilità delle norme appena prescritte ai fini della lotta al terrorismo, appare evidente che lo sforzo messo in atto dalla classe politica americana per salvare le prerogative fissate nel Patriot Act nasconda ben altri fini.

La raccolta di massa dei dati relativi al traffico telefonico e internet di virtualmente tutta la popolazione americana serve cioè al governo USA per creare un archivio illimitato di informazioni, utili non tanto al controllo di attività di natura terroristica bensì del dissenso politico.

La propensione alla repressione è d’altra parte documentata quotidianamente negli Stati Uniti, dal numero esorbitante di omicidi commessi dalla polizia alla risposta puntuale in assetto da guerra alle manifestazioni di protesta, esplose negli ultimi mesi proprio contro la brutalità delle forze dell’ordine.

Con la sempre più difficile sostenibilità di alcune norme che assegnano poteri vastissimi alla NSA, sia per la crescente opposizione popolare sia a seguito di opinioni espresse dai tribunali, il governo e il Congresso di Washington stanno tentando di apportare cambiamenti di facciata alle leggi approvate dopo il 2001.

Il Freedom Act su cui si appresta ad esprimersi il Senato, quindi, serve per ridare basi pseudo-legali ai crimini della NSA, consentendo alla propaganda ufficiale di dichiarare – assurdamente – ormai finita l’era delle intercettazioni extra-giudiziarie ai danni dei cittadini americani.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 5 times, 1 visits today)

lun, giugno 1 2015 » Altre Notizie » No Comments

Grecia, il bivio di giugno

di Carlo Musilli

Inizia oggi il mese della verità per la Grecia. Tra il 5 e il 19 giugno Atene deve rimborsare al Fondo monetario internazionale 1,6 miliardi di euro in quattro rate. Per riuscirci ha bisogno degli aiuti da 7,2 miliardi concordati a febbraio con Ue, Bce e Fmi (l’ex Troika, ora ribattezzata “Brussels Group”) e poi congelati per il mancato accordo sulle riforme fra il governo di Syriza e i creditori.

Sabato si è concluso con l’ennesimo nulla di fatto il vertice ad Atene tra l’esecutivo ellenico e le controparti internazionali. Oggi, giorno festivo in Grecia per la Pentecoste, potrebbe andare in scena un’altra teleconferenza fra il premier greco Alexis Tsipras, la cancelliera tedesca Angela Merkel e il presidente francese François Hollande.

La settimana scorsa Yanis Varoufakis, ministro delle Finanze greco, ha ricordato che, “secondo l’accordo del 20 febbraio tra Atene e i Paesi creditori, il piano di aiuti è stato prorogato fino al 30 giugno, quindi bisognerà raggiungere un accordo entro quella data”. Ormai però ogni ulteriore giorno di ritardo aggrava le prospettive per il futuro della Grecia, al punto che – durante il G7 di Dresda – anche il ministro del Tesoro degli Stati Uniti, Jack Lew, ha chiesto alle parti di trovare al più presto un “accordo generale” e di “lasciarsi un po’ di tempo per lavorare sui dettagli prima che arrivi la scadenza”, perché “aspettare fino a uno o due giorni prima è un modo per andare incontro all’incidente”. Ovvero alla bancarotta, se non addirittura all’uscita della Grecia dall’euro.

Per allontanare scenari simili, nei giorni scorsi il ministro greco degli Interni Nikos Voutsis – una settimana dopo aver ammesso che Atene non ha il denaro per onorare i suoi debiti con il Fmi – ha comunicato la disponibilità del Paese a posticipare “di sei mesi, o forse di un anno, alcune parti del programma anti-austerità” tanto detestato a Bruxelles e a Berlino, lo stesso grazie al quale Syriza ha vinto le elezioni dello scorso gennaio.

Intanto, Varoufakis ha ribadito di avere un piano per consentire alla Grecia di tornare a finanziarsi sul mercato. L’obiettivo è ottenere un prestito trentennale a bassi interessi dal Meccanismo Europeo di Stabilità (Esm) e usare quelle risorse per ripagare il debito pubblico greco attualmente in mano alla Bce, in una logica di sostituzione. Il resto del debito dovrebbe poi essere ristrutturato, probabilmente attraverso un riscadenziamento. La “priorità”, ha detto Varoufakis, è una “combinazione di ristrutturazione del debito, investimenti e riforme che superino la pratica disumana di tagliare pensioni, sovvenzioni e stipendi”.

Proprio il sistema previdenziale è uno dei punti su cui si discute più animatamente: “Il negoziato continua – ha detto il commissario europeo agli Affari economici, Pierre Moscovici, in un’intervista a Bloomberg tv a margine del G7 -, abbiamo fatto passi avanti, ma c’è ancora da lavorare su una serie di riforme, inclusa quella delle pensioni. E’ chiaro che rimane poco tempo e la liquidità della Grecia si asta esaurendo”. Altre spaccature difficili da sanare riguardano le richieste dei creditori al governo greco di alzare l’Iva e di fare marcia indietro sulla riassunzione dei dipendenti pubblici.

Queste misure fanno parte della ricetta d’austerità che il Brussels Group vuole ancora imporre ad Atene in cambio degli aiuti per evitare il default (e l’eventuale Grexit).

Proprio contro questa politica si è espresso in termini quasi brutali il premio Nobel per l’Economia Joseph Stiglitz: “L’austerity sta uccidendo l’Europa – ha detto la settimana scorsa dal Festival di Trento – perché blocca la crescita economica e aumenta le disuguaglianze”, che dipendono anche “dalle politiche monetarie: il mandato della Bce, teso a contenere l’inflazione e figlio di una teoria economica superata dai tempi, ha portato la disoccupazione europea al 12%, il doppio di quella degli Usa”, mentre il quantitative easing “spinge i listini azionari e dunque ancora una volta favorisce i più ricchi. Se non cambiamo da ora siamo destinati a perpetuare le disuguaglianze anche nelle prossime generazioni”.

Sulla stessa linea Thomas Piketty, autore de Il capitale nel XXI secolo. Sempre dal palco di Trento, l’economista Francese ha ricordato come “alla fine della Seconda guerra mondiale, la Germania e la Francia avessero accumulato un enorme debito pubblico, qualcosa come il 200% del Pil: scelsero semplicemente di non pagarlo, d’accordo con i governi Alleati, e di adottare politiche inflazionistiche. È surreale che oggi quegli stessi Paesi pretendano dalla Grecia il pagamento fino all’ultimo centesimo, perpetuandone le sofferenze sociali. In Italia, per esempio, dove già si pagano più tasse di quanto ritorni al popolo in termini di spesa pubblica, oggi si spende il 5% del Pil per il debito, mentre al sistema universitario va appena l’uno per cento. Le risorse vanno orientate con più coraggio verso investimenti utili alla crescita economica e alla redistribuzione del reddito”.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 5 times, 1 visits today)

dom, maggio 31 2015 » Altre Notizie » No Comments

Partiti politici fra rimborsi e tesoretti

di Tania Careddu

Rimborsi elettorali, finanziamenti ai gruppi parlamentari e regionali, soldi per i loro media. Cosa non si fa per la democrazia, della quale i partiti ne sono l’espressione. In barba alla crisi. Dal 1994 a oggi, lo Stato ha erogato oltre due miliardi di euro di rimborsi elettorali. Troppi, non solo obbiettivamente ma anche rispetto a quelli effettivamente necessari. Tant’è che le spese accertate in questi anni, secondo quanto si legge nel minidossier di Openpolis “Sotto il materasso”, si attestano intorno ai settecentoventisei milioni, facendo incassare ai partiti il 34 per cento in più di quello che hanno, conti alla mano, realmente speso.

Uno per tutti: nel 2001 lo Stato ha sborsato quattrocentosettantasei milioni di euro a fronte di una spesa accertata di soli quarantanove milioni. Un surplus, in gergo tesoretto, che è tornato molto utile alle elezioni del 2013. Con un dettaglio, però: che lo Stato, per quella tornata elettorale, i soldi li ha sborsati comunque. Eppure ce l’avrebbero potuta fare anche senza. Perché, considerate le riduzioni apportate dalla riforma del 2012, i partiti hanno iniziato a organizzarsi diversamente per non ritrovarsi in brache di tela.

Oltre ad aver ridotto le loro spese accertate, hanno incominciato a utilizzare altre formule. Che hanno permesso loro di raccogliere il 20 per cento dei soldi da contributi di persone fisiche o giuridiche. Con una dotazione, accumulata nel corso degli anni in cui tutto era lecito, pari a trenta milioni di euro da poter usare per la campagna elettorale. In ogni caso, nulla va sprecato: dopo ognuna di queste, i partiti si spartiscono il malloppo. Fra centrodestra e centrosinistra, principalmente.

Quest’ultima, del 2001 a oggi, risulta essere l’area politica che, grazie alle tornate elettorali nazionali, ha incassato più soldi. Oltre quattrocentottantadue milioni di euro versus i quattrocentotrenta del centrodestra, i centocinquantatre della destra e i settanta della sinistra. Si potrebbe tirare un sospiro di sollievo, alla luce della nuova legge che, dal 2014, abolisce il finanziamento pubblico per le consultazioni elettorali. Illusorio perché, in un solo anno, tramite i ‘contributi istituzionali’, i partiti politici hanno incassato più o meno la stessa cifra che hanno raccolto in due anni di rimborsi elettorali. E sia chiaro: sempre di soldi pubblici si tratta. Che Camera e Senato hanno elargito nel corso di questi anni.

Nel 2013, per esempio, i gruppi parlamentari hanno messo nelle loro casse oltre trentotto milioni di euro e i gruppi consiliari regionali quasi trenta. Degli oltre quaranta milioni messi da parte nel 2013, fra contributi del Parlamento e non, quasi quindici sono rimasti come avanzo di gestione. Spese personali incluse, note all’opinione pubblica, nonostante le somme che ricevono siano vincolate a scopi istituzionali. Tipo attività politiche, funzioni di studio, funzionamento della struttura, trattamenti economici del personale, comunicazione ed editoria.

Ma quotidiani, periodici e radio, in quanto organi di partito, ricevono, già autonomamente, un sostegno economico. Ed è consistente: in dieci anni, dal 2003 al 2013, è stato più o meno pari a trecentoquaranta milioni di euro. Così suddivisi: duecentocinquantadue ai giornali e novantadue alle radio. Ad usufruirne diciannove. Sul podio LUnità che ha intascato sessanta milioni, a seguire La Padania con trentasette e Liberazione con trenta. Poi Europa e Il Secolo d’Italia, che insieme alla prime due testate, hanno continuato a sfruttare questa possibilità, anche dopo le restrizioni imposte dallo Stato.

Sei le radio: in testa, Radio Radicale con un incasso pari a trentasette milioni, sebbene nell’ultimo biennio non abbia ricevuto fondi, seguita da EcoRadio con ventisette milioni e da Radio Città Futura con diciasette.

Eppure il 77,8 per cento dei giornali ha chiuso i battenti, stampa ancora solo il 16,67 per cento e il 5,56 per cento sopravvive solamente in versione on line. Meglio le radio: l’83,33 per cento trasmette ancora mentre il 16,67 per cento no. Chissà se con l’ultima trovata del 2×1000, introdotta nel 2014, dopo le misure adottate dal Governo Letta per l’abolizione delle spese per le consultazioni elettorali, dei contributi pubblici erogati per l’attività politica e a titolo di cofinanziamento, i partiti riusciranno ad autofinanziarsi. E a non fallire.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 5 times, 1 visits today)

dom, maggio 31 2015 » Altre Notizie » No Comments

Psicodrammi da ultima di Campionato

di redazione

Lazio ai preliminari di Champions, Napoli addirittura quinto, scavalcato dalla Fiorentina. Ma al San Paolo è successo di tutto, molto più di quanto non dica il 4-2 finale in favore dei biancocelesti, cui bastava il pari per strappare il biglietto che dà accesso all’Europa delle grandi. Il primo tempo si chiude con la squadra di Pioli in vantaggio per 2-0: dopo un’occasione clamorosa mancata da Callejon per i partenopei, una botta deviata di Parolo e un contropiede di Candreva sembrano chiudere la partita già nel primo tempo. Ma ancora non era successo nulla.

La tattica salta completamente e nella ripresa contano solo talento e polmoni: in 20 minuti il Napoli la rimette in piedi con due perle di Higuaìn. Dopo pochi minuti proprio l’attaccante argentino, il protagonista più atteso, ha sul piede l’occasione più clamorosa. L’arbitro concede agli azzurri un rigore molto dubbio, ma il Pipita – pur essendo un campione – non è un rigorista. Il pallone finisce alto, e non di poco.

Manca ancora un quarto d’ora alla fine e il Napoli può ancora sperare di completare la rimonta, ma la luce si spegne all’improvviso. A decidere l’incontro in favore della Lazio sono i due protagonisti meno attesi, di solito seduti uno accanto all’altro in panchina. Ledesma conduce il contropiede e subisce il tackle di Maggio, che incredibilmente si trasforma in un passaggio filtrante perfetto al millimetro per Onazi, abile a infilarsi fra i centrali partenopei e a battere il portiere in uscita. Il quarto gol biancoceleste arriva nel recupero, quando ormai non conta più, e porta la firma di Klose.

Per la Lazio è un riscatto in extremis dopo le delusioni della finale di Coppa Italia persa contro la Juve e della sconfitta nel derby contro la Roma. Il Napoli invece non poteva dare un addio più amaro a Rafa Benitez, visto che nel frattempo la Fiorentina passeggia 3-0 sul Chievo (apre Ilicic, raddoppia Bernardeschi che segna il primo gol in viola, chiude Badelj) e si porta a 64 punti, scavalcando di una lunghezza proprio gli azzurri.

Quanto all’ultimo posto buono per l’Europa League, c’è ancora un giallo da risolvere. La classifica dice che spetterebbe al Genoa (arrivato sesto nonostante la sconfitta per 3-1 subita ieri per mano del Sassuolo, con un Zaza in serata di grazia), ma i rossoblù accederanno alla Coppa soltanto se sarà accolto il ricorso contro la revoca della licenza Uefa. In caso contrario, l’Europa spetterà ai cugini della Sampdoria, che chiude il campionato facendosi fermare sul 2-2 in casa dal Parma (gol di Romagnoli, Palladino, De Silvestri e Varela), ma conservando comunque il settimo posto.

Ad appena una lunghezza dai blucerchiati, in ottava posizione, chiude l’Inter, ieri vittoriosa a San Siro sull’Empoli al termine di un rocambolesco 4-3. La notizia più lieta per la squadra di Mancini è la doppietta di Icardi, che raggiunge Toni a 22 gol e chiude in vetta alla classifica marcatori. Tra i nerazzurri a segno anche Palacio e Brozovic. Per la squadra di Sarri doppietta di Mchedlidze e gol di Pucciarelli.

Quanto agli altri risultati, si sente ormai l’aria delle ferie estive, soprattutto nei risultati delle prime della classe: Verona-Juventus 2-2 e Roma-Palermo 1-2. Tardivo scatto di orgoglio da parte di Torino e Milan, che chiudono rispettivamente al nono e decimo posto battendo 5-0 il Cesena e 3-1 l’Atalanta. Fuochi d’artificio anche nel 4-3 con cui il già retrocesso Cagliari ha battuto l’Udinese.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 7 times, 1 visits today)

dom, maggio 31 2015 » Altre Notizie » No Comments

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet

di Sara Michelucci

Un viaggio al contrario, rispetto al mito della frontiera americana. Da ovest verso est. Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet scritto e diretto da Jean-Pierre Jeunet, e ispirato al romanzo Le mappe dei miei sogni di Reif Larsen, stupisce lo spettatore, non solo per l’uso azzeccato della tecnologia, ma anche per la capacità di raccontare in maniera originale e mai scontata la vicenda di questo ragazzo prodigioso.

T.S. Spivet vive in un ranch nel Montana con la madre (la brava Helena Bonham Carter) che è ossessionata con la morfologia dei coleotteri; il padre, un cowboy nato cento anni in ritardo, e sua sorella di 14 anni, la quale sogna di diventare Miss America. T.S. è un ragazzo prodigio di 12 anni con la passione per la cartografia e le invenzioni scientifiche.

Un giorno, riceve una telefonata inaspettata dall’istituto Smithsonian, che gli comunica di aver vinto il primo premio Baird. Si tratta di un riconoscimento molto prestigioso per la sua scoperta della macchina del moto perpetuo. T.S viene invitato a un ricevimento in suo onore, per fare un discorso. Senza dirlo a nessuno, si mette su un treno merci e attraversa gli Stati Uniti per raggiungere Washington Dc.

Ma nella vita di T.S c’è anche Layton, il fratello gemello che è morto in un incidente nel fienile; nessuno ha mai parlato del fatto che T.S. fosse con lui quel drammatico giorno. Un peso che il ragazzo porta con sé e che gli condiziona la vita. Ma una volta arrivato allo Smithsonian, tutti sono sorpresi del fatto che T.S sia solo un ragazzo.

Il regista del fortunato film Il favoloso mondo di Amélie riesce a dosare bene uso della tecnologia 3D con una storia intensa e mai banale, dove l’immaginario serve per raccontare la vita di un bambino. Una realtà mai banale.

Lo straordinario viaggio di T.S. Spivet (Canada, Francia 2015)

REGIA: Jean-Pierre Jeunet
SCENEGGIATURA: Jean-Pierre Jeunet, Guillaume Laurant
ATTORI: Kyle Catlett, Helena Bonham Carter, Callum Keith Rennie, Judy Davis, Robert Maillet
FOTOGRAFIA: Thomas Hardmeier
MONTAGGIO: Hervé Schneid
PRODUZIONE: Epithète Films, Tapioca Films, Filmarto, BBR Productions, Gaumont, Cross Creek Pictures
DISTRIBUZIONE: Microcinema

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 5 times, 1 visits today)

ven, maggio 29 2015 » Altre Notizie » No Comments

USA, il Nebraska ferma il boia

di Mario Lombardo

Per la prima volta da oltre quarant’anni, questa settimana uno stato americano considerato di orientamento conservatore ha abolito in maniera formale la pena di morte. A prendere questa decisione è stato il parlamento statale unicamerale del Nebraska, al termine di un lungo processo legislativo e sulla spinta di motivazioni diverse, tra cui quelle di ordine morale sono apparse minoritarie.

Nel corso del 2015, la legge che abroga la pena capitale era stata approvata a larga maggioranza per ben tre volte dall’assemblea del Nebraska, come previsto dalle regole dello stato. Il provvedimento era poi finito sul tavolo del governatore repubblicano, Pete Ricketts, il quale aveva posto il proprio veto dopo avere condotto una durissima battaglia a favore della pena di morte nel suo stato.

Nonostante il parlamento del Nebraska – nominalmente composto da deputati indipendenti – sia anch’esso a maggioranza repubblicana, una coalizione bipartisan composta dai tre quinti dei membri ha annullato il veto nella giornata di mercoledì con un voto decisivo di 30 favorevoli e 19 contrari. Mentre una maggioranza a prova di veto era considerata sicura da tempo, nei momenti che hanno preceduto il voto due deputati che avevano sostenuto l’abolizione hanno deciso a sorpresa di appoggiare il governatore, rischiando di far naufragare la legge.

Il Nebraska è diventato in ogni caso il 19esimo stato americano – più il District of Columbia – a non prevedere nel proprio ordinamento l’estrema punizione, sostituita dal carcere a vita. L’ultimo stato conservatore a prendere una simile decisione era stato il North Dakota nel 1973. Prevedibilmente, in uno stato rurale come il Nebraska le pressioni per mantenere la pena di morte sono state notevoli, alimentate dai politici più reazionari, impegnati a incitare nella popolazione sentimenti retrogradi di vendetta.

Lo stesso governatore Ricketts aveva rilasciato svariate interviste per denunciare l’abrogazione e durante la cerimonia della firma del veto nella giornata di martedì era apparso assieme ad alcuni familiari di una donna uccisa nel corso di una rapina nel 2002. Mercoledì, poi, Ricketts ha commentato il voto dell’assemblea statale con toni apocalittici, dichiarandosi “sconvolto” da una decisione che avrebbe sottratto “uno strumento cruciale per la protezione delle famiglie del Nebraska”.

Come in vari altri stati americani che prevedono la pena di morte, anche nel Nebraska non viene eseguita nessuna condanna da anni. L’ultimo caso risale al 1997 e dalla reintroduzione della pena capitale negli Stati Uniti nel 1976 le esecuzioni in questo stato sono state solo tre, tutte con il metodo della sedia elettrica, mentre i condannati detenuti nel braccio della morte sono dieci.

La legge appena approvata è stata possibile grazie all’accordo trovato tra esponenti politici di diverso orientamento, tra i quali hanno prevalso, soprattutto nello schieramento repubblicano, coloro che appoggiano l’abolizione della pena di morte perché troppo costosa e vincolata a lunghi procedimenti burocratici.

L’appello dei leader religiosi dello stato ha inoltre avuto un qualche peso. In particolare, la Chiesa cattolica aveva preso una posizione netta contro la pena di morte, con i vescovi del Nebraska che erano giunti a criticare apertamente il governatore per avere esercitato il proprio diritto di veto.

A influire sull’abolizione è stata infine probabilmente anche la controversia in atto negli Stati Uniti relativa ai farmaci da impiegare nella procedura dell’iniezione letale. Da qualche anno, le scorte dei prodotti tradizionalmente usati si sono ridotte sensibilmente o risultano esaurite. Ciò è dovuto allo stop alle forniture deciso dai produttori, soprattutto europei, che non desiderano legare il proprio nome alla pena di morte, principalmente per motivi d’immagine.

I farmaci alternativi testati dalle autorità in molti stati hanno spesso prodotto scenari raccapriccianti durante le esecuzioni, con i condannati non sufficientemente anestetizzati e quindi sottoposti ad atroci sofferenze.

La stessa Corte Suprema del Nebraska nel 2011 aveva imposto una moratoria alle condanne capitali, accogliendo un ricorso che ipotizzava il mancato rispetto delle norme farmaceutiche americane dell’anestetico “tiopental sodico”, acquistato dallo stato in India.

Se gli ostacoli legali e quelli relativi all’approvvigionamento dei farmaci hanno contribuito all’abolizione della pena di morte in Nebraska, appare improbabile che questo esempio possa essere seguito a breve da altri stati conservatori. Anzi, in molti di essi dove le condanne vengono eseguite con regolarità a dominare continuano a essere politici e giudici reazionari che incoraggiano un giustizialismo dai connotati brutali.

Uno degli esempi più evidenti è rappresentato dalle autorità dello stato meridionale dell’Alabama. Qui, le caratteristiche della macchina della morte sanzionata dalla legge sono emerse da un recente articolo apparso sul magazine The Atlantic. Dopo avere esaurito le scorte di tiopental sodico, lo stato dell’Alabama a partire dal 2010 aveva addirittura acquistato questo e altri anestetici da usare nelle escuzioni sul mercato nero.

Nel 2011, era poi intervenuta l’agenzia federale per i farmaci e gli alimenti (FDA) che aveva sequestrato le riserve di tiopental sodico reperite illegalmente dall’Alabama. Le autorità dello stato avevano allora deciso di optare per un prodotto dall’effetto più blando, il midazolam, responsabile infatti di alcune esecuzioni finite male. La compagnia produttrice del midazolam – Akorn – aveva tuttavia negato di avere venduto questo prodotto allo stato dell’Alabama, facendo riesplodere le polemiche sulla provenienza dei farmaci usati per mettere a morte i condannati.

L’intera vicenda ha determinato un irrigidimento dei membri del parlamento statale dell’Alabama, tanto che nuove leggi sono state presentate per espandere il numero di reati punibili con la condanna a morte e per mantenere il segreto sui dettagli dei metodi di esecuzione impiegati.

L’Alabama, d’altra parte, giustizia un numero più alto di condannati di qualsiasi altro stato americano in proporzione ai propri abitanti e ciò grazie a una legislazione che rende estremamente facili le sentenze capitali. In più di un’occasione negli ultimi anni, ad esempio, i tribunali dell’Alabama – dove vivono nemmeno cinque milioni di abitanti – hanno emesso più condanne a morte del Texas, la cui popolazione sfiora i 28 milioni.

Se la pena di morte è stata abolita da sei stati USA dal 2007 a oggi – Maryland, Connecticut, Illinois, New Mexico, New Jersey e, appunto, Nebraska – e la percentuale di americani che la sostiene è in costante calo, i recenti sviluppi registrati in altri stati non sono incoraggianti.

La carenza di medicinali adeguati per l’iniezione letale ha infatti in molti casi portato alla reintroduzione di sistemi barbari per le esecuzioni capitali, almeno come metodi alternativi. Nei mesi scorsi, lo stato dello Utah ha reintrodotto nel proprio ordinamento la fucilazione, metodo a cui potrebbero ricorrere a breve anche l’Arkansas, l’Idaho e il Wyoming.

La sedia elettrica, tuttora teoricamente prevista in alcune giurisdizioni, era stata infine presa in considerazione dalla Virginia come prima alternativa all’iniezione letale, cosa che ha effettivamente fatto nel 2014 lo stato del Tennessee.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 4 times, 1 visits today)

gio, maggio 28 2015 » Altre Notizie » No Comments

Diritti umani in crisi

di Tania Careddu

“Pur essendosi ripetutamente impegnata a farlo, ancora una volta l’Italia non è stata in grado di creare un’istituzione nazionale per i diritti umani”. Così Amnesty International, nel suo ultimo Rapporto sui diritti umani. Un monito per il Belpaese che non risulta essere l’unico. Pecca, infatti, relativamente ai diritti dei rifugiati e dei migranti, in materia di non discriminazione dei rom, sull’aggiornamento in merito al reato di tortura, sulle condizioni carcerarie e sui decessi in custodia. Dal caso di Aldo Bianzino e di Giuseppe Uva a quello di Stefano Cucchi, noti alla cronaca per la morte in seguito all’arresto.

Preoccupa il mancato accertamento delle responsabilità, a seguito di indagini lacunose, esami forensi non risolutivi e carenza dei procedimenti giudiziari. Le cattive condizioni del sistema penitenziario sono lungi, dunque, dall’essere cambiate. Insieme all’annoso problema del sovraffollamento carcerario. Sebbene nell’agosto dello scorso anno, siano state adottate norme per ridurre la durata delle pene per alcuni reati, per incentivare il ricorso alle misure non detentive e sia stata istituita la figura del Garante nazionale dei diritti dei detenuti, lo stato in cui versavano le case circondariali non sembra essere migliorato.

Era dovuta intervenire, nel 2013, la Corte europea per mettere un freno alla disumanità delle condizioni nelle quali erano costretti a vivere i detenuti, per l’insufficiente spazio vitale causa sovraffollamento delle celle. Di più. Perché avevamo violato il divieto di tortura e per aver applicato trattamenti degradanti. E non solo ai detenuti. Prova ne sia l’annullamento, a novembre 2014, della condanna di Francesco Colucci, questore di Genova ai tempi del G8 del 2001, per falsa testimonianza e per aver cercato di proteggere l’allora capo nazionale della polizia, Gianni De Gennaro, e un alto funzionario del dipartimento operazioni speciali della polizia di Genova. Dove e quando decine di manifestanti furono torturati e maltrattati. Perpetuando una violazione degli obblighi dell’Italia ai sensi della Convenzione delle Nazioni Unite contro la tortura, che dura da venticinque anni.

Capitolo buio dei diritti umani anche quello sul controterrorismo: la Corte Costituzionale italiana ha dichiarato, a febbraio, che il Governo aveva piena discrezionalità nell’invocare il “segreto di stato” sui casi legati alla sicurezza nazionale. Sostenuta dalla Corte di Cassazione, ha reso nulle le condanne di funzionari di alto livello dell’intelligence italiana, condannati per il rapimento di Usama Mostafa Hassan Nasr (Abu Omar, per intenderci), avvenuto a Milano nel 2003.

Cartellino rosso della Corte europea dei diritti umani pure circa la violazione del divieto di effettuare espulsioni di massa. Quando l’Italia rimandò indietro (in Grecia) alcuni migranti afgani, giunti nel Paese irregolarmente, e li espose così a rischio violazioni, indigenza e, nel caso di espulsione verso l’Afghanistan, di tortura e morte. Perché l’ingresso e il soggiorno irregolare, a fine 2014, erano ancora reato, nonostante una legge, emanata dal Parlamento ad aprile dello stesso anno, richiedesse al Governo l’abolizione. Entro diciotto mesi: ne mancano ancora sei per tirare le somme.

E da diciotto mesi a novanta giorni sarebbero dovuti essere, in seguito all’adozione di una norma in ottobre, del periodo massimo di detenzione dei migranti irregolari in attesa di espulsione. Applicazione: nei centri di detenzione, le condizioni di vita continuano a essere inadeguate. Le stesse già riscontrate in occasione dell’accoglienza all’arrivo di migranti e rifugiati nei porti siciliani e in altri del Sud, inclusi i sopravvissuti, all’affondamento, con traumi. Mancanza che potrebbe aver ritardato il salvataggio delle duecento persone annegate nel naufragio di un peschereccio che trasportava oltre quattrocento persone. Una sorte che è toccata ad altri tremiladuecento migranti nel disperato tentativo di attraversare il Mediterraneo.

Ormai controllato dall’Operazione Triiton, dopo la fine (prematura) dell’Operazione Mare Nostrum, più limitata e più incentrata sul controllo dei confini. Varcati i quali, i rifugiati e i migranti sono sottoposti alle procedure di identificazione che, in seguito a una misura introdotta dal ministero dell’Interno ratificante l’uso della forza per la raccolta delle impronte digitali, si sono rivelate eccessivamente violente. Così come il trattamento che gli abitanti dello Stivale riservano ai rom. Governo compreso. Perché non è stato in grado di attuare la strategia nazionale per la loro inclusione, soprattutto relativamente all’accesso a un alloggio idoneo. I diritti umani, non sappiamo dove stanno di casa.

Tratto da altrenotizie.orgTutti gli articoli sono sotto licenza Creative Commons, pertanto posso essere riportati a condizione di citare l’autore e la fonte.

(Visited 5 times, 1 visits today)

gio, maggio 28 2015 » Altre Notizie » No Comments

Privacidad, libertad de expresión y defensa del anonimato en América Latina: vigilar a los vigilantes

El uso de tecnologías de vigilancia y la persecución del anonimato son hechos comunes en América Latina. No obstante, su discusión pública aún está en ciernes. Ya es hora de que los vigilantes dejen de actuar impunemente.

llalalala“Freedom of expression, encryption and anonymity. Civil Society and Private Sector perceptions” da pistas de cómo la libertad de expresión puede ser amenazada con la persecución del anonimato y el cifrado en los países del sur global

Olvidemos Europa, Canadá y Estados Unidos. ¿Qué ocurre con la persecución del anonimato, las prácticas de vigilancias o el uso de tecnologías de cifrado en regiones lejanas a los países desarrollados?

Lamentablemente, la respuesta no es tan fácil ni tan profunda como quisiéramos.

Y es que desde las impactantes revelaciones de Snowden sobre la vigilancia masiva conducida por países como el reino Unido o Estados Unidos, la discusión sobre la protección de la privacidad y la lucha contra el espionaje ha estado radicada fuertemente en los países desarrollados. Entendible, si consideramos el impacto mundial al saber que las “grandes democracias del Occidente” llevaban a cabo prácticas de represión que, tantas veces acusaron, eran propias de regímenes autocráticos ajenos a la democracia representativa.

El panorama fuera de esos países es distinto, lo que es particularmente interesante en América Latina. Y no es porque los gobiernos u otros grupos de poder acá sean más respetuosos con los datos personales de sus ciudadanos, sino más bien porque en la región todavía hay desconocimiento de cómo las prácticas de vigilancia se desarrollan, a pesar de que hay amplia evidencia de su existencia.

Aquello se puede apreciar en distintos niveles: encontramos países con agencias de inteligencia descontroladas, como por ejemplo el dramático caso colombiano; sofisticados sistemas biométricos de identificación de ciudadanos como el SIBIOS argentino; o una extendida persecución del anonimato en la región.

Aunque hay numerosas pruebas de que los gobiernos latinoamericanos están vigilando a sus ciudadanos, todavía hay grandes preguntas respecto al modo en que estos planes de espionaje operan.Aunque hay numerosas pruebas de que los gobiernos latinoamericanos están vigilando a sus ciudadanos, todavía hay grandes preguntas respecto al modo en que estos planes de espionaje operan.

El reporte “Freedom of expression, encryption and anonymity. Civil Society and Private Sector perceptions”, justamente brinda pistas de cómo la libertad de expresión puede ser amenazada con la persecución del anonimato y el cifrado en los países del sur global, donde por cierto tiene cabida América Latina.

Hecho en colaboración por la World Wide Web Foundation, el Centre for Internet and Human Rights de la European University Viadrina, la Oficina Antivigilância de Brasil y Derechos Digitales, el reporte se centra en casos de una muestra general de países de este lado del mundo, enviados por defensores de derechos humanos locales. El panorama deja muchos cuestionamientos.

¿Hay evidencia real para seguir adoptando políticas de vigilancia como respuesta para problemas sociales? ¿Cómo se garantizan derechos como la privacidad de las personas con las tecnologías de la vigilancia? ¿Cuál es la industria detrás de la producción de tecnologías de vigilancia y cuál es su relación con nuestros gobiernos? ¿Por qué el anonimato, piedra fundamental de la libertad de expresión, es perseguido aún por gobiernos democráticos?

La falta de respuestas claras es un reto urgente para investigadores y activistas, no solo para tener un cuerpo teórico que permita dar respuestas desde el sur a problemas del sur, sino fundamentalmente porque las políticas de vigilancia (que incluyen la aplicación de tecnología y la persecución legal del anonimato en detrimento de la privacidad) se han naturalizado velozmente en América Latina y se necesita evidencia  contundente para alimentar el trabajo de organizaciones de derechos humanos y revertir esa tendencia.

Descarga “Freedom of expression, encryption and anonymity. Civil Society and Private Sector perceptions”.

 

Tratto da derechosdigitales.org

(Visited 10 times, 1 visits today)

gio, maggio 28 2015 » Derechos Digitales » No Comments

Espionaje masivo en América Latina: vigilar a los vigilantes

El uso de tecnologías de vigilancia y la persecución del anonimato son hechos comunes en América Latina. No obstante, su discusión pública aún está en ciernes. Ya es hora de que los vigilantes dejen de actuar impunemente.

llalalala“Freedom of expression, encryption and anonymity. Civil Society and Private Sector perceptions” da pistas de cómo la libertad de expresión puede ser amenazada con la persecución del anonimato y el cifrado en los países del sur global

Olvidemos Europa, Canadá y Estados Unidos. ¿Qué ocurre con la persecución del anonimato, las prácticas de vigilancias o el uso de tecnologías de cifrado en regiones lejanas a los países desarrollados?

Lamentablemente, la respuesta no es tan fácil ni tan profunda como quisiéramos.

Y es que desde las impactantes revelaciones de Snowden sobre la vigilancia masiva conducida por países como el reino Unido o Estados Unidos, la discusión sobre la protección de la privacidad y la lucha contra el espionaje ha estado radicada fuertemente en los países desarrollados. Entendible, si consideramos el impacto mundial al saber que las “grandes democracias del Occidente” llevaban a cabo prácticas de represión que, tantas veces acusaron, eran propias de regímenes autocráticos ajenos a la democracia representativa.

El panorama fuera de esos países es distinto, lo que es particularmente interesante en América Latina. Y no es porque los gobiernos u otros grupos de poder acá sean más respetuosos con los datos personales de sus ciudadanos, sino más bien porque en la región todavía hay desconocimiento de cómo las prácticas de vigilancia se desarrollan, a pesar de que hay amplia evidencia de su existencia.

Aquello se puede apreciar en distintos niveles: encontramos países con agencias de inteligencia descontroladas, como por ejemplo el dramático caso colombiano; sofisticados sistemas biométricos de identificación de ciudadanos como el SIBIOS argentino; o una extendida persecución del anonimato en la región.

Aunque hay numerosas pruebas de que los gobiernos latinoamericanos están vigilando a sus ciudadanos, todavía hay grandes preguntas respecto al modo en que estos planes de espionaje operan.Aunque hay numerosas pruebas de que los gobiernos latinoamericanos están vigilando a sus ciudadanos, todavía hay grandes preguntas respecto al modo en que estos planes de espionaje operan.

El reporte “Freedom of expression, encryption and anonymity. Civil Society and Private Sector perceptions”, justamente brinda pistas de cómo la libertad de expresión puede ser amenazada con la persecución del anonimato y el cifrado en los países del sur global, donde por cierto tiene cabida América Latina.

Hecho en colaboración por la World Wide Web Foundation, el Centre for Internet and Human Rights de la European University Viadrina, la Oficina Antivigilância de Brasil y Derechos Digitales, el reporte se centra en casos de una muestra general de países de este lado del mundo, enviados por defensores de derechos humanos locales. El panorama deja muchos cuestionamientos.

¿Hay evidencia real para seguir adoptando políticas de vigilancia como respuesta para problemas sociales? ¿Cómo se garantizan derechos como la privacidad de las personas con las tecnologías de la vigilancia? ¿Cuál es la industria detrás de la producción de tecnologías de vigilancia y cuál es su relación con nuestros gobiernos? ¿Por qué el anonimato, piedra fundamental de la libertad de expresión, es perseguido aún por gobiernos democráticos?

La falta de respuestas claras es un reto urgente para investigadores y activistas, no solo para tener un cuerpo teórico que permita dar respuestas desde el sur a problemas del sur, sino fundamentalmente porque las políticas de vigilancia (que incluyen la aplicación de tecnología y la persecución legal del anonimato en detrimento de la privacidad) se han naturalizado velozmente en América Latina y se necesita evidencia  contundente para alimentar el trabajo de organizaciones de derechos humanos y revertir esa tendencia.

Descarga “Freedom of expression, encryption and anonymity. Civil Society and Private Sector perceptions”.

 

Tratto da derechosdigitales.org

(Visited 5 times, 1 visits today)

gio, maggio 28 2015 » Derechos Digitales » No Comments

Francesco Petrarca – Pien d’un vago penser che me desvia

Pien d’un vago penser che me desvia
da tutti gli altri, et fammi al mondo ir solo,
ad or ad ora a me stesso m’involo
pur lei cercando che fuggir devria;

et veggiola passar sí dolce et ria
che l’alma trema per levarsi a volo,
tal d’armati sospir’ conduce stuolo
questa bella d’Amor nemica, et mia.

Ben s’i’ non erro di pietate un raggio
scorgo fra ‘l nubiloso, altero ciglio,
che ‘n parte rasserena il cor doglioso:

allor raccolgo l’alma, et poi (more…)

(Visited 6 times, 1 visits today)

gio, maggio 28 2015 » Senza categoria » Commenti disabilitati