AAVV – Racconti dalle Canarie

L’arcipelago vulcanico subtropicale delle Canarie, costituito da sette isole maggiori, con un milione e mezzo di abitanti concentrati in circa 7.500 chilometri quadrati, si trova al largo della costa atlantica nordoccidentale dell’Africa, dove gli antichi collocavano il Giardino dei Beati o quello delle Esperidi, da cui Ercole, varcate le famose colonne, rubò le mele d’oro. La conquista spagnola, conclusasi alla fine del XV secolo, portò alla scomparsa o assimilazione degli aborigeni guanches. Alle Canarie nacque uno dei massimi romanzieri spagnoli, Benito Pérez Galdós (1843-1920), che visse però quasi sempre a Madrid. La narrativa locale ha comunque una lunga tradizione di classici, dai naturalisti fratelli Luis e Agustín Millares Cubas (1861-1925 e 1863-1896) al surrealista Agustín Espinosa (1897-1939), fino ai migliori prosatori del dopoguerra come Isaac de Vega (1920), Rafael Arozarena (1923) e Alfonso García Ramos (1930-1980).

Per capire i tratti distintivi di quanto si scrive in quest’arcipelago, dotato dal 1982 di ampia autonomia amministrativa, diamo la parola a Jorge Rodríguez Padrón (1943), uno degli osservatori più prestigiosi e attenti della vita culturale delle isole, autore di numerosi studi sull’argomento. Due sono i motivi fondamentali di differenziazione che ci segnala: «Da un lato la distanza geografica, per condizionamento della quale le Canarie hanno dovuto generare una propria visione del mondo, e dall’altro lato l’uso della lingua, perché lo spagnolo che si parla da noi rivela un rapporto tra la persona e la lingua diverso da quello della penisola. Tale rapporto concerne soprattutto la parte affettiva della lingua, i suoi aspetti dubitativi, non già la sicurezza bensì l’insicurezza. Da qui l’impiego zigzagante e carico di intenzionalità retorica delle parole, che alle Canarie non valgono in modo assoluto, ma hanno sempre un doppio fondo. C’è quindi un distanziamento che nel linguaggio si traduce in ironia e ambiguità. Ciò sviluppa forme di scrittura diverse, più vicine a quelle dell’America Latina. Inoltre, gli autori canari si muovono sempre tra due forze, una centripeta che li vincola alle proprie radici e un’altra centrifuga che li spinge allo sradicamento e alla fuga. Nelle loro opere queste due forze entrano in collisione, generando conflitto o quantomeno perplessità. La visione del mondo come qualcosa di instabile, di incerto, che sfuma all’orizzonte, è palese nelle lettere canarie dal XVI secolo fino a oggi. I momenti storici in cui maggiormente si proietta in letteratura questa immagine del mondo ironica e doppia sono fondamentalmente quattro: il barocco, il settecento, il modernismo e l’epoca delle avanguardie. Questi fenomeni si attivano da noi al margine di quanto avviene nella penisola e in collegamento diretto col centro di diffusione di ognuno di essi. Il barocco di Bartolomé Cairasco (1538-1610) arriva dall’Italia, l’illuminismo di José de Viera y Clavijo (1731-1813) rimanda al nordeuropa. Agli inizi del secolo Alonso Quesada (1886-1925) inaugura il modernismo in contatto con gli ambienti ispanoamericani e, negli anni ’30, la Gaceta de Arte di Tenerife si collega con l’avanguardismo parigino e l’espressionismo tedesco. La particolare importanza di questi momenti nella storia letteraria dell’arcipelago non è casuale: sono infatti epoche in cui si varcano frontiere e domina l’incertezza nei valori estetici, perché le forme artistiche sono in rapida evoluzione. Quando i canoni estetici sono invece nitidi e inoppugnabili e la letteratura fissa le sue norme e i suoi modelli, da noi la creazione letteraria languisce».

RTF

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