Alabama, la rivincita di Bannon

di Mario Lombardo

In un’elezione primaria apparentemente irrilevante nello stato americano dell’Alabama, si è consumato martedì un nuovo delicatissimo strappo tra l’establishment del Partito Repubblicano e la frangia di estrema destra populista che continua a gravitare attorno al presidente Trump. Nel voto ha prevalso il candidato promosso come “anti-sistema”, l’ex giudice fondamentalista cristiano Roy Moore, e il risultato ha gettato probabilmente le basi per una campagna ultra-reazionaria contro i vertici del partito a poco più di un anno dalle elezioni di medio termine.

Le primarie di martedì sono servite a scegliere il candidato repubblicano nell’elezione speciale di dicembre per il seggio al Senato di Washington lasciato vacante dall’attuale ministro della Giustizia, Jeff Sessions. Il governatore dell’Alabama aveva nominato a inizio anno come senatore ad interim l’ex procuratore generale dello stato, Luther Strange, il quale aveva incassato l’appoggio praticamente unanime dei pezzi grossi del partito in vista del voto di conferma del suo nuovo incarico.

Approfittando di una serie di circostanze favorevoli, la destra repubblicana aveva però puntato sull’ex giudice Moore, in grado di prevalere sui rivali di partito, tra cui spiccava appunto Strange, nel primo turno delle primarie nel mese di agosto. Con l’approssimarsi della data del ballottaggio, gli esponenti più noti a livello nazionale dell’estrema destra repubblicana hanno raddoppiato gli sforzi a favore di Moore, finendo col trionfare grazie anche all’insofferenza diffusa, soprattutto negli stati più arretrati degli USA meridionali, nei confronti dei politici di Washington.

La sconfitta di Luther Strange è stata descritta dalla stampa americana come un fallimento sia per il leader di maggioranza al Senato, Mitch McConnell, sia per lo stesso Trump. Il primo, in particolare, si era impegnato a fondo per sostenere il proprio candidato, visto che una sua sconfitta per mano della destra del partito avrebbe aperto la strada ad altre battaglie interne per alcuni dei seggi al Senato che saranno in palio il prossimo anno.

McConnell aveva così guidato un assalto al giudice Moore finanziato da circa dieci milioni di dollari, mentre Trump era stato convinto ad appoggiare ufficialmente Strange e a presenziare ad alcuni eventi elettorali a favore di quest’ultimo.

In realtà, la posizione del presidente era apparsa da subito ambigua, tanto che almeno in un’occasione aveva affermato pubblicamente di non essere certo di fare la cosa giusta nel sostenere Strange. I suoi “tweet” più recenti per promuovere la candidatura del senatore ad interim sono poi improvvisamente spariti dall’account presidenziale dopo il risultato delle primarie di martedì, mentre Trump si è affrettato a esprimere le congratulazioni al vincitore.

L’atteggiamento di Trump è forse la chiave per comprendere l’importanza del voto di martedì in Alabama. La versione ufficiale è che il presidente sarebbe chiaramente tra i perdenti del voto, ma la sua posizione è in realtà molto più sfumata e l’appoggio esplicito che ha garantito al senatore ad interim Luther Strange è apparso come il tentativo di mediare tra le due anime del partito, quella che fa riferimento all’establishment e quella di estrema destra.

L’impegno nelle primarie dell’Alabama ha visto infatti Trump fare ricorso alla solita retorica ultra-nazionalista, xenofoba e, a tratti, razzista. Questo atteggiamento è sembrato essere perciò un segnale all’elettorato a cui puntavano l’ex giudice Roy Moore e i suoi sostenitori, piuttosto che a quello relativamente moderato di Strange e dei vertici del partito.

Il voto di martedì e la campagna che l’ha preceduto sono stati d’altra parte al centro delle manovre dell’ex consigliere di Trump, il neo-fascista Stephen Bannon, impegnato da tempo a costruire un movimento di estrema destra, svincolato dai due principali partiti americani, che serva da base per un governo sempre più autoritario.

In questo progetto, l’attuale inquilino della Casa Bianca continua a essere un punto di riferimento, nonostante l’apparato militare o il cosiddetto “stato profondo”, bersaglio della retorica dell’estrema destra repubblicana, abbia ormai preso quasi del tutto il controllo delle decisioni più importanti che spettano in teoria al presidente.

Proprio Bannon ha dunque guidato l’offensiva a favore del candidato Roy Moore nelle primarie dell’Alabama e la sua strategia ha rivelato perfettamente i punti di riferimento e gli obiettivi della galassia neo-fascista americana rinvigorita dall’ascesa di Trump.

Bannon ha ad esempio dirottato verso il giudice Moore i finanziamenti dei ricchi donatori americani impegnati nelle cause ultra-conservatrici. Inoltre, il sito web da lui diretto, Breitbartnews, ha fatto da vera e propria cassa di risonanza per la campagna di Moore.

In maniera ancora più critica, Bannon ha anche favorito il coagularsi di una base elettorale a favore di Moore e del proprio progetto ultra-reazionario, manovrando negli ambienti evangelici e del fondamentalismo cristiano che nel sud degli Stati Uniti rappresentano un bacino consistente.

Il giudice Roy Moore proviene d’altra parte da questo stesso ambiente, come conferma il suo curriculum. Nella sua carriera politico-giuridica ha frequentemente tuonato contro l’omosessualità e l’aborto. Moore, poi, nel 2003 e ancora nel 2016 era stato rimosso dal proprio incarico di giudice capo della Corte Suprema dell’Alabama per avere palesemente confuso i confini tra stato e religione.

Nel primo caso aveva fatto erigere un monumento ai Dieci Comandamenti di fronte al palazzo della Corte Suprema statale, rifiutandosi poi di rimuoverlo su ordine di un tribunale federale. Lo scorso anno, invece, Moore aveva ordinato alle autorità del suo stato di respingere le richieste per le licenze di matrimoni gay. Durante la festa per il successo di martedì, inoltre, il neo-candidato repubblicano al Senato ha a un certo punto sventolato la sua pistola di fronte ai sostenitori.

L’obiettivo di spostare a destra il Partito Repubblicano, attribuito generalmente a Bannon dalla stampa ufficiale americana, è ad ogni modo secondario o quanto meno accessorio a quello già ricordato in precedenza, cioè di superare il bipartitismo sostanziale del sistema politico degli Stati Uniti innestandovi una terza forza di orientamento più o meno apertamente fascista.

Questo progetto si scontra con l’ostilità della gran parte degli americani nei confronti dell’agenda reazionaria di Bannon e dello stesso Trump. Tuttavia, questo disegno sta trovando terreno fertile grazie in primo luogo al discredito della classe politica tradizionale, ma anche all’allargamento delle disuguaglianze sociali, alla distanza siderale tra le élites politiche, culturali ed economiche e le classi più disagiate, alla costante promozione di tendenze reazionarie nella popolazione e allo spostamento a destra del Partito Democratico.

Il progetto di Bannon e degli ambienti attorno ai quali gravita l’ex “stratega capo” della Casa Bianca non è quindi sostanzialmente differente da quello di Trump. Malgrado il loro appoggio a candidati diversi nelle primarie dell’Alabama, Bannon non ha mai spinto fino in fondo le critiche al presidente, ma ha attribuito piuttosto la ragione di determinate scelte non sufficientemente conservatrici al predominio dei rappresentanti dell’establishment di Washington nella sua amministrazione.

Questi processi e la battaglia interna a un Partito Repubblicano sempre più in crisi si intensificheranno con ogni probabilità nei prossimi mesi. Il successo dell’estrema destra in Alabama, che potrebbe essere amplificato dalla probabile vittoria di Roy Moore sul candidato democratico a dicembre, ha infatti già scatenato l’assalto ai senatori repubblicani uscenti che metteranno in palio i propri seggi nel novembre 2018.

Bannon e i finanziatori che appoggiano il suo sforzo hanno già preso contatto con svariati candidati ultra-conservatori in vista delle primarie che porteranno alle elezioni di “midterm”. L’ondata neo-fascista, infine, spingerà quasi certamente anche alcuni senatori in carica a rinunciare alla difesa del loro seggio per timore di finire coinvolti in campagne dispendiose o umiliati da sfidanti di estrema destra.

Già martedì, ad esempio, uno dei più autorevoli esponenti repubblicani al Congresso, il senatore del Tennessee Bob Corker, presidente della commissione Esteri del Senato, ha annunciato il ritiro al termine del suo attuale mandato, lasciando intendere che i motivi della decisione sono legati precisamente al nuovo ambiente tossico venutosi ormai a creare all’interno del suo partito.

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