Alessandro de Gubernatis – Il Manzoni a scuola

Io non mi fermerò ora a darvi notizie della culla del Manzoni, che fu ritrovata e si conserva in una villa del signor Rosinelli a Mozzana sopra Galbiate; nè della cascina detta La Costa, ove il grand’uomo fu allattato da Caterina Zanzeri, nè di questa nutrice, la quale vogliono che fosse svelta, vivace e piacevolona.[1]. Ma non è senza importanza il fatto che a soli sei anni il fanciullo Manzoni fu allontanato da casa sua e chiuso nel Collegio de’ Frati Somaschi di Merate, ove rimase dall’anno 1791 all’anno 1796.[2] La mamma ve l’accompagnò, ma scomparve intanto che il fanciullo era tenuto a bada da un frate maestro. Si possono facilmente immaginare gli strilli del povero fanciullo non appena egli s’accorse che la mamma sua l’aveva lasciato; ma, poichè ad uno de’ prefetti parve pure che il pianto durasse troppo, il fanciullo ricevette un colpo sulla guancia accompagnato da queste parole: “E quando la finirete di piangere?” Quello fu il primo dolore provato dal grand’uomo, che se ne rammentava anche negli ultimi anni della sua vita. “Buona gente (del resto egli concludeva, parlando di que’ suoi primi istitutori), quantunque, come educatori, lasciassero troppo a desiderare che fossero prima un po’ più educati loro stessi.” I frati di Merate lo avvezzarono dunque ai primi castighi. Ad undici anni, Alessandro Manzoni passò nel Collegio di Lugano, ove gli toccò la buona fortuna di avere tra i suoi maestri il buon padre Francesco Soave,[3] onesto letterato e, per quei tempi, educatore assai liberale, sebbene s’indispettisse contro il nostro piccolo scolaro, che s’ostinava a scrivere le parole Re, Imperatore e Papa con la prima lettera minuscola. Il Manzoni parlando un giorno del Soave a Cesare Cantù gli disse, tra l’altre cose: “Teneva nella manica della tonaca una sottile bacchetta, presso a poco come quella che fa i miracoli dei giocolieri; e quando alcuno di noi gli facesse scappare la pazienza, egli la impugnava, e la vibrava terque quaterque verso la testa o le spalle del monello, senza toccarlo; poi la riponeva e tornava in calma.” Al Manzoni rincresceva d’avere talvolta inquietato quel Padre, che tanto fece, sebbene non sempre il meglio, per l’istruzione della gioventù. Narrava pure il Manzoni come una volta gli scappasse detto in iscuola “ne faremo anche a meno,” quando il Padre Soave annunziò che fra poco ci sarebbe stata la lezione d’aritmetica. Il Padre maestro si levò allora dalla cattedra, e si mosse gravemente verso il piccolo ribelle, che si sentiva già agghiacciare per lo sgomento il sangue nelle vene; gli si accostò, gli pose sulla guancia legermente due dita, come per carezzarlo, ma dicendogli con voce grossa: “E di queste ne farete a meno?” come se lo avesse percosso ferocemente. Il Manzoni, come assicura lo Stoppani e come si può ben credere, rimase “profondamente colpito da tanta mitezza, e ne parlava ancora con vera compiacenza quasi 70 anni più tardi.” Ma la via crucis de’ collegi non era ancora finita pel nostro piccolo proscritto. Verso il suo tredicesimo anno, lasciati i Somaschi di Lugano, egli veniva raccomandato ai Barnabiti del Collegio di Castellazzo, poscia a quelli del Collegio de’ Nobili di Milano; e qui sebbene egli n’abbia poi detto un gran male nei noti versi In morte di Carlo Imbonati, nacque e si rivelò fra il tredicesimo e il quindicesimo anno il suo genio poetico, o per lo meno, la sua felice attitudine al poetare.[4]

[1] Cfr. I primi anni di Alessandro Manzoni, spigolature di Antonio Stoppani.

[2] La poca armonia che dovea regnare in casa di Don Pietro Manzoni fra moglie e marito, onde sappiamo che, alcuni anni dopo, la signora Giulia Beccaria si trasferiva con l’Imbonati a Parigi, dovette essere una delle principali cagioni, per le quali il Manzoni, in così tenera età, fu rinchiuso in collegio. Il Manzoni concepì poi per la vita di collegio una tale avversione, che, al dire del Loménie, egli non volle mandare in collegio alcuno de’ suoi figli, ch’egli educò, invece, presso di sè. “On dit (aggiunge il Laménie) que, par suite de son excessive tendresse de père, l’expérience de l’éducation domestique ne lui a pas parfaitement réussi.” Ed è vero, pur troppo, per quello che riguarda i maschi, i quali, ad eccezione forse del primogenito Pietro, che gli fece almeno buona compagnia negli ultimi anni della vita, non risparmiarono al grand’uomo noie e dolori.

[3] Francesco Soave era nato in Lugano nel giugno dell’anno 1743; avea fatto i suoi primi studii a Milano, quindi a Pavia, finalmente a Roma nel Collegio Clementino. Soppressa la Compagnia di Gesù, della quale faceva parte, andò nel 1767 ad insegnare poesia a Parma; fu allora che pubblicò la sua Grammatica ragionata della lingua italiana. Non è inutile avvertire che il primo impulso agli studii di lingua, che poi l’occuparono tanto, può esser venuto al Manzoni dai primi insegnamenti del Soave. Avendo, dice un biografo del Soave, la Reale Accademia di Berlino proposto il quesito: “Se gli uomini abbandonati alle loro facoltà naturali sieno in grado per sè medesimi d’istituire un linguaggio, e in qual modo potrebbero pervenirvi,” il Soave vi mandò una dissertazione latina che ottenne il primo Accessit. Lo stesso Padre Soave la tradusse poi in italiano e la pubblicò in Milano nel 1772; quantunque Gesuita, il Padre Soave vi sosteneva arditamente il concetto poco ortodosso, che l’uomo può da sè stesso istituire il proprio linguaggio. Nello stesso anno 1772, il conte Firmian elesse il Padre Soave a leggere nel Collegio di Brera la filosofia morale, quindi la logica e la metafisica; nel tempo stesso egli coltivava le scienze fisiche e adopravasi a divulgare le nuove scoperte scientifiche; alcune delle sue osservazioni parvero anzi vere invenzioni. Per eccitamento del conte Carlo Bettoni di Brescia, il Padre Soave scrisse pure le Novelle morali per la Gioventù, e ne ottenne un premio di cento zecchini. Un altro riscontro curioso si può notare fra la vita del maestro Soave e quella del discepolo Manzoni. Il primo, inorridito nell’anno 1789 e ne’ successivi per i rivolgimenti di Francia, imprese a scrivere un libro storico, sotto l’anagramma grecizzato di Glice Coresiano (Soave Luganese), col titolo: La vera idea della rivoluzione di Francia; il secondo termina la sua vita scrivendo per l’appunto un libro sopra la rivoluzione di Francia, per disapprovarla (sebbene in modo e per motivi assai diversi) come il suo primo vero maestro. Quando il Soave riparò nel 1796 in Lugano e vi ammaestrò il nostro piccolo Manzoni, era fuggiasco da Milano, ove spadroneggiavano vittoriosi i Sanculotti. Si capisce pertanto qual animo fosse allora il suo contro i repubblicani e come li dovesse rappresentare a’ suoi piccoli alunni del Collegio di Lugano. Da Lugano lo richiamava poi in Napoli il principe d’Angri per affidargli l’educazione del proprio figliuolo. Il Manzoni dovette rivedere il Soave nel 1803 a Pavia, ove il buon Padre insegnava l’analisi delle idee; chi sa che il Manzoni non abbia pure frequentate le sue nuove lezioni di logica. Accennerò finalmente come, a promuovere le idee del giovine stoico Manzoni, può avere pure conferito alcun poco l’esempio del Soave che ci è rappresentato come uomo “d’ingenui e sinceri costumi, dal parlare lento e grave, dal viso alquanto austero, dal far contegnoso, non ostante il quale, la bontà sua lo rendea caro e venerato.”

[4] “I locali del sozzo ovile (scrive Carlo Morbio, che fu egli pure alunno nel Collegio de’ Nobili) non avevano subìto cambiamento importante dall’epoca in cui fuvvi Manzoni; così almeno assicuravano i vecchi del Collegio, che si ricordavano benissimo del vispo e caro Don Alessandro o Lisandrino. Verso la seconda corte ed i giardini, il Collegio spiegava un aspetto grandioso, ma melanconico e severo. Nell’interno, ampi eranvi i corridoi e le camerate. Era, per dir così, la fronte d’un vasto caseggiato, che non venne poi condotto a compimento. Verso il Naviglio poi l’Imperiale Collegio presentava una fronte ignobile e bassa. Gli alti pioppi di quella seconda corte già avevano ombreggiato il capo del giovane Poeta, il cui ritratto ad olio, grande al vero, stava appeso fra quelli dei più distinti allievi (Principi) del Collegio. È quindi troppo assoluta la sentenza della signora Dupin che i ritratti di Manzoni giovane sarebbero apocrifi. Questo all’incontro è bene autentico e genuino. È anche fama che a vent’anni Manzoni si facesse ritrarre a Parigi, a guisa d’inspirato, colle chiome sciolte e collo sguardo volto al cielo. (Con gli occhi rivolti in su lo rappresentava pure nella virilità il pittore Molteni in un quadro ad olio, che si conserva presso la marchesa Alessandrina Ricci D’Azeglio.) Fu scritto da quasi tutti i biografi di Manzoni, che egli da giovinetto fosse di tardo ingegno, e punto non istudiasse. Non ignoro che il grande Poeta, forse burlando, lasciò creder ciò; ma io combatto Manzoni colle stesse sue anni, coi bellissimi suoi Versi giovanili alla mano; ma io cito l’onoranza del ritratto, certamente non sospetta, che egli ottenne nello stesso Collegio Longone, ove fu alunno dal 1796 all’anno 1800.”

Lascia un commento