Alfredo Panzini – Leuma e Lia

Da sette anni l’onorevole Astese non vedeva il dottor Leuma, anzi – a rigor di termini – non sapeva nè pur più dove fosse: se in questa vita o nell’altra.
Ma secondo ogni verosimiglianza dovea essere in questo mondo perchè non fu mai detto che i dottori muoiano come una persona qualsiasi.
Ora è certo che l’onorevole Astese, se avesse avuto a pena una settimana libera, si sarebbe messo subito alla ricerca di quel caro compagno di Leuma. Oh, lo avrebbe sì ripescato e avrebbe con lui rinnovato alcuna cosa della giovinezza, oimè, della giovinezza così da poco tempo fuggita e pure già così lontana. Oh, potersi riposare all’ombra o al sole con Leuma e provare il gran piacere di dire delle sciocchezze senza la paura di perdere di gravità, e portare anche i mattoni a quelle gran fabbriche di castelli in aria di cui Leuma era maestro architetto! Ma, oimè, se Leuma era vivo, li sapeva ancor fare i bei castelli, cioè era ancora viva la sua giovinezza del cuore; o era morta come era morta in lui?
Morta in lui? Che ne sapeva mai lui, Astese? Quando mai egli aveva avuto tempo di fare queste profonde analisi di se stesso?
Ma della giovinezza di Leuma si ricordava bene!
Erano stati compagni di collegio a Venezia per alcuni anni: egli era fra i grandi e Leuma fra i piccini; un pallido, meditabondo giovanetto con una grande anima che si apriva allora piena di sussulti in un esile corpo; ed egli, Astese, ne riceveva le prime confidenze, e lo amava con quella idealità e pur non so quale tenerezza di sensi come spesso avviene in collegio, e lo difendeva dalla protervia de’ compagni. Poi lo ricordava per alcun tempo, fuor del collegio, ventenne, bellissimo. Come si era trasfigurato con la libertà! Ebbro di entusiasmi, con i capelli lunghi, i fiori su la bottoniera, nitrente verso l’avvenire come un puledro. «Signori, – pareva dire – Venezia è da vendere? Il mondo va male? lo trasformerò io: I segreti della gloria e della fortuna sono nel taschino del mio gilè.»
E poi?
Scomparso!

Astese non aveva mai avuto nessuno dei fremiti e dei sogni di Leuma, anzi si divertiva a contemplarne lo spettacolo in Leuma: talvolta anche si aggrappava, per così dire, alle gambe di lui; ma a pena si sentiva un po’ lontano da terra, lo pregava di tornar giù e fare il piacere di mettere il piede sul sodo.
Eppure a trentasei anni Astese si era fatta – si può dire dal nulla e senza sforzi eccezionali – una posizione invidiabile: avvocato quasi celebre, pubblicista autorevole, in fine, deputato.
Anche io come molti altri mi sono chiesto in che mai consistesse il segreto di tanta fortuna, e non ci sono riuscito. Se lo sapessi dire, come diventerebbe prezioso questo mio libro, e come ne approfitterei io stesso! No, non lo so dire. Ecco: forse ne’ suoi occhiali d’oro che ridevano sempre su lo scarno e arguto suo volto sbarbato, e parevano dire: «Noi, dopo aver bene esaminato, pigliamo il mondo sul serio per quel tanto che basta a non diventare scettici o filosofi pessimisti.»
In pretorio, quando cominciava a parlare, diventavano di buon umore anche i giudici: eppure Astese non era un farceur!
Nell’ultima battaglia elettorale glie ne scrissero e dissero d’ogni colore gli avversari: una sola dimenticarono, cioè questa: «Signore, siete antipatico!» Eppure Astese col suo naso, col suo collo ricordava lontanamente il cammello.
Astese non era un artista e non era un uomo di genio: eppure i suoi articoli erano letti e citati.
Sì, è vero: vi sono piccole qualità preziose: un motore minuscolo produce di più che tutto l’impeto di un uragano. Esistono nel mondo morale, come nel mondo fisico, gli infinitamente piccoli da cui si genera la fortuna nel commercio della vita.
E la potenza di adattamento all’ambiente non la si conta?
Ah, sì! Quando la scienza ci avrà fornito il mezzo per apprendere la forza di adattamento, noi almeno, poveri inseguitori di farfalle e di ideali, impareremo di gran cose!

– Ah, onorevole, come dovete essere felice voi! senza moglie, senza figli, senza fastidi: un mondo di quattrini: un portafogli in prospettiva! – sospiravano gli amici.
– Taci, – rispondeva Astese in tuono lugubre. – Sai tu cosa v’è qui dentro?

io mi sento simile al saltambanco
che muor di fame, e in vista ilare e franco
trattien la folla.

«Io allegro, io felice, io? – ripeteva poi talvolta a se stesso, specie nel silenzio mattutino della sua stanza. – Felice tu, miserabile?» e si appuntava con volto tragico il dito contro la specchiera: ma poi gli veniva da ridere, guardandosi. «Va là, mato anca tì!» concludeva vestendosi in fretta e facendosi «ciao» nel suo inestinguibile dialetto veneto.

– In prima non c’è più posto, onorevole…. Le carrozze sono tutte occupate da una compagnia di americani che vanno a Roma a vedere il Papa….
– Allora favorisca dirmi dove posso montare….
– Se crede, faccio attaccare una carrozza, onorevole…. – gli andava dicendo dietro il capostazione.
– Manco per sogno: monto in seconda….
E il capostazione stesso gli aperse uno sportello di seconda classe con un: – qui, passi qui: c’è posto; – e sospinse su l’onorevole Astese, che era proprio lui ed era assai impicciato perchè avea il plaid, la sacca da viaggio, il portafoglio curiale, il bastone, l’ombrello, la spolverina e la testa fuori di posto che è il peggio bagaglio. Era stato chiamato a Modena per una grossa causa di fallimento. Era giunto al mattino: avea perorato, avea quasi vinto. Avrebbe così potuto dire come Cesare: veni vidi vici: cosa che ad Astese accadeva di frequente. Questa volta interruppe la vittoria un telegramma del Presidente del Consiglio che lo chiamava d’urgenza a Roma per il voto di fiducia.
– Parto, ma giuro, signori, – diceva ferocemente ai clienti che ritti sull’andana lo ossequiavano, – giuro che fra tre giorni, al mio ritorno, se non pagano, porteremo via anche i chiodi. Cosa? Non ci sono i danari? Oh, li faremo venir fuori noi….!
Lo schianto del treno, partendo, lo fece cader giù sul divano. Poco dopo, i chiodi, la ferocia, la causa fuggivano via dal finestrino insieme al fumo della sigaretta. Queste gravose cose egli dava ad intendere che le portava seco; ma nel fatto le lasciava presso i clienti.
Quando i vapori della concitazione avvocatesca cominciarono a dissiparsi, vide uno che lo guardava come se lo volesse conoscere.
Diede un gran salto e gridò:
– Tu sei Leuma, tu sei!
– Tu sei Astese, – disse un bel signore giovane, il quale aveva un’elegante barba nera e quadrata. Ma nel dire queste parole le gote arrossirono e gli occhi, assai dolci, presero un’espressione di imbarazzo e quasi di timidezza: rossori e timidezze che quella barba virile avea la missione di nascondere.
Ma Astese non se ne accorse: gli si buttò a dosso, lo baciò con certe espressioni d’amore, famigliari su le lagune di Venezia, che gli erano rimaste in fondo della memoria dal tempo del collegio; le quali se convenivano a Leuma, quando era adolescente, disdicevano a Leuma con quella barba nera.
Leuma sorrise e si vedeva che cercava di parlare anche lui a pena fosse cessata la tempesta delle domande e delle carezze.
Allora un sottile scoppio di risa si udì, benchè fosse assai sottile e come represso, il quale però ebbe la virtù di fermare le parole di Astese e fargli volgere gli occhi dalla parte da cui veniva quel riso motteggiatore. Gli occhi di Astese si incontrarono in due altri occhi incantati su di lui come su di un saltimbanco, ed appartenevano al volto di una giovanetta di fine e commovente bellezza.
I quattro occhi si fissarono per un istante, e quelli dell’onorevole Astese si sarebbero certamente corrucciati e le parole avrebbero detto: «Signorina, lei è un’impertinente!» ma quegli occhi esprimevano una meraviglia così pura e quel volto era così adorabilmente giovane, che Astese non increspò il sopracciglio nè disse parola.
La signorina capì nondimeno d’aver fatto male, si voltò subito dalla parte del finestrino e pareva molto confusa: e un signore di mezza età che le sedeva di fronte, le battè su le ginocchia e fece segno col capo, come a dire: «Via, così non sta bene!»
Leuma approfittò del silenzio per dire: – Amico mio, noi siamo arrivati oramai…. È un peccato doverci lasciare….
– Arrivato? lasciarci? ma nè pur per sogno, – disse Astese.
– Ma io non posso proseguire, – disse Leuma con imbarazzo.
– Ma mi fermo io, tesoro. Il Ministero farà a meno del mio voto: non sarò certo io quello che terrà su la baracca….
– Già, tu sei deputato…. non ci pensavo nè meno più, – disse Leuma; e lo disse timidamente, come se questo pensiero lo ponesse in condizione di evidente inferiorità.
– Ma perchè se sapevi che io ero deputato e tante altre cose di me, non mi hai mai scritto? e io che ti cercavo per mare e per terra!
– Perchè? – rispose Leuma con non so quale amarezza – perchè io sono rimasto troppo ignoto…. Tu invece….
Il treno intanto frenò di botto: ed egli, Astese, raccoglieva le sue cose, che urtate e mal prese, balzavano dai sedili come malvagi spiritelli.
Scesero che ne ebbero a pena il tempo, e il treno avea ripreso la sua corsa verso le tenebre che velavano oramai l’emisperio d’oriente, mentre l’occidente si incendiava al passaggio del sole. Era una piccola stazione perduta nella pianura, e quando si spense il fragore del treno, ben si sentì il canto dei grilli e si sentì odore del trifoglio falciato, il quale metteva nell’aria un’indistinta frigidezza di verde e di viole.
Allora Leuma, levando il braccio, disse sorridendo:
– Io ti presento, Astese, mia moglie e il mio buon suocero: non l’ho fatto prima perchè tu me ne hai tolto il tempo; – e indicava ad Astese il signore e la signorina che erano nel treno e che pur essi erano discesi, nè Astese vi avea posto mente. – E questi è il mio amico, l’onorevole Vittorio Astese, di cui vi ho parlato tante volte; – proseguì quando Astese si fu levato dal profondo inchino che per la sorpresa gli avea fatto cadere gli occhiali dal naso; un naso sottile e gibboso che gli tagliava il volto olivigno: un naso dove gli occhiali aveano una base resistente a tutte le scosse oratorie. E pur questa volta erano caduti.
A quel residuo di vanità che rimaneva ad Astese a dispetto della sua grande saviezza, parve che la signorina, o per dir più propriamente, la signora rimanesse a bastanza indifferente davanti all’onorevole personaggio; ma guardava ogni tanto verso un viale di alti pioppi dal cui fondo ora spuntava una timonella e si udiva la sonagliera del cavallo.
Quando arrivò la timonella, caricarono le valigie, presero posto e si avviarono di bel trotto pel lungo viale ove i raggi del tramonto traversando l’una spalliera dei pioppi, saettavano l’altra di languide frecce.
Astese, seduto davanti alla sposina, si era acquetato e pareva come assorto nella strana combinazione che lo metteva di fronte a quel volto infantile, invece di trottare verso Roma per recare aiuto al cadente Ministero. Ma ecco si scoprì la facciata di una villetta. Davanti al cancello v’era una signora con una fantesca che avea un bambino in braccio: il bambino, appena vide la carrozza, cominciò a alzar le mani, e subito la sposina spiccò un salto dalla carrozza giù verso il piccino senza badar a nessuno. «Ocio, che la no casca!» le disse dietro l’onorevole Astese, spaventato a quel salto mentre la carrozza era ancora in moto. La signora, che era la suocera, accolse l’amico di Leuma con belle parole e con quell’accento emiliano pieno di umili inflessioni che hanno sol di per sè un suono di natia gentilezza italiana. Ella non d’altro si meravigliò se non che Astese fosse deputato, giacchè i deputati se li imaginava mica giovani e neanche così alla buona.
– Ma scusa, – disse finalmente Astese fermando Leuma per un braccio, quando furono saliti al primo piano nella stanza ospitale destinata all’amico, – anche quel bambino è proprio tuo?
– Sì….
– Ma quant’è che hai preso moglie?
– Quasi due anni fa.
– E la tua signora quanti anni ha?
– Oramai diciannove.
– Ma se la xe una putela….
– Te lo dirò poi, – disse Leuma sorridendo, – ora fa il comodo tuo; – e posò un largo lume a petrolio, che cominciava ad annottare.
Era una stanzetta intatta con il soffitto a vôlta, dipinta d’azzurro, secondo lo stile di un sessant’anni fa; proprio la stanza degli ospiti.
Astese guardò attorno i mobili dalle antiche sagome, disposti in ordine e sgombri: parevano dire: «Sì, signore, proprio la stanza degli ospiti.» Spinse l’occhio fuori della finestra e vide molta pace e molto silenzio intorno alla villa. Sotto vi dovea essere un giardino e si distingueva un’ombra di donna e una voce che chiamava: «Pi, pi, pi! a nanna!» Saettarono alcune ombre, piccine, convergenti in un sol punto; le galline che andavano a letto.
Frattanto in abbondante acqua cominciò a detergersi dai sudori della concione e dalla polvere: alzò il ciuffo di una capigliatura sottile e sfumata: adattò una cravattina bianca ad una camicia di batista, un soprabito nero su la camicia, sì che avea preso un aspetto più conforme all’alto suo grado.
E così sporgendo il ciuffo e il naso che sorreggeva le lanterne degli occhietti vivaci, apparve nella sala da pranzo ove la famiglia era raccolta sotto una bella lampada presso una tavola candida e fiorita di bellissimi fiori. Leuma gli andò incontro e la sposa allora sorrise vedendolo.
– Benedetta, che la ride finalmente! – disse Astese – non deve mica aver paura di me; non glielo porto mica via il suo sposo! Ma sai – e si rivolgeva a Leuma – che io ci pensavo a questo caso, cioè che una delle tante fate di nostra anzi di tua conoscenza ti avesse rapito e sottratto alle delusioni del mondo?
Il complimento ebbe la virtù di fare a pena sorridere Leuma, ma Lia rimase seria. Allora Astese, accorgendosi che quel tasto rispondeva poco bene, pensò di prendere in braccio il bambino, a cui rivolse molte domande:
– Come stai? Vuoi bene al papà? La fai arrabbiare la mamma? Vuoi fare l’avvocato quando sarai grande? Ih, come sei cattivo!
Il bambino aveva per un po’ guardato quella faccia nuova, poi scoppiò in un disperato pianto che sconcertò l’onorevole Astese.
– Dia, dia a me, onorevole, – disse la sposa ridendo, – perchè il piccolo fagiolino le può rispondere con delle sorprese; lui non distingue mica un onorevole dalla sua mamma, vero, cocco? – e se lo prese sottraendo l’abito del signore da possibili guasti.
La signora suocera entrò sorreggendo trionfalmente fin su la tavola una gran fiamminga, e disse:
– Minestra di tagliolini fatti in casa: roba alla buona, signor deputato: favorisca la sua tondina.
Fuori delle finestre aperte c’erano gli alti pioppi che stavano a vedere; e saettò allora dalla densa verzura un trillo di rosignolo che salì, poi si franse e cadde come gemme in alabastro.
– Avete anche i rosignoli, avete?
– E le lucciole, – disse Lia; – vedrà quante: fra poco andranno tutte a spasso per il grano.
Il pranzo fu rallegrato da squisite vivande dichiarate con breve chiosa dalla signora suocera, e dalle più felici arguzie di Astese, tanto che il signor suocero non si poteva in cuor suo persuadere che una persona tanto per bene e cordiale fosse uno di que’ signori che, a suo giudizio, mandano a perdizione la patria.
E quando il pranzo fu finito, Astese, benchè la giovane sposa si schermisse, volle sapere tutta la storia. Ma gli convenne molto pregare e anche disse:
– Veda, sposina, questo mio povero amico di Leuma che da tanti anni più non vedevo, io lo credevo perduto: ora invece lo ho ritrovato e mi pare che abbia trovato anche la felicità.
E rivolto a lui, aggiunse con tuono lievemente patetico ed enfatico, forse più per l’abuso dell’arte sua che per deliberato volere:
– Sotto la barba nera che ora ti ricopre il mento, io non riconosco più il volto soave dell’adolescente che allora eri. Ma gli occhi sono sempre gli stessi, e anche la bella parola. Ti ricordi che i compagni di collegio ti burlavano perchè parlavi l’italiano? Ti ricordi nella corte presso i sicomori fioriti che passeggiavi su e giù solitario, meditando sui versi del Prati? e piangevi che volevi essere libero perchè ogni notte le fate ti portavano un sogno e tu mi assicuravi che il tempo fuggiva? E avevi quindici anni! Io ridevo. Ma avevi ragione tu, sai? Il tempo fuggiva. Povero piccino; io ti amava allora e ti confortava; ma tu adesso hai trovato un conforto ben maggiore e un affetto più sicuro.
Così disse Astese, ed all’evocazione del ricordo antico Leuma sorrise da vero melanconicamente e – Tristi tempi, in fondo – mormorò. – Giovanezza tradita!… – Poi lambendo con la mano la testa della sposa, proseguì: – Le cose che tu sei curioso di sapere, sono semplici; il tuo amico che aveva mezzo mondo da conquistare e poco tempo da perdere perchè la gloria e le fate, che tu hai ricordato molto a proposito, gli dicevano di fare presto, il tuo amico si è trovato un bel giorno nella necessità di conquistare la carica di segretario comunale qui, in questo comune. Quanto poi al tempo, mi era venuto tanto in uggia che l’avrei fermato volentieri come quando si butta per terra un orologio che ci secca col suo tic-tac. Cos’hai adesso? – e questa dimanda era rivolta a Lia.
– Niente: perchè parli così? – disse Lia che gli teneva stretta la mano e lo spiava nel volto.
– Così per ridere, figliuola: così per spiegare a questo mio amico come talvolta vanno le cose del mondo.
Del resto la concitazione e il sarcasmo nella voce di Leuma furono una cosa tanto fuggevole che Astese non se ne sarebbe nè meno accorto senza la interruzione di Lia.
– Dunque, – -proseguì Leuma, – io divento segretario comunale del paese. Allora qui avevamo un ginnasio, una di quelle tante fabbriche di spostati che abbondano in Italia. Adesso, grazie al cielo, lo abbiamo abolito.
– Il nostro Leuma, onorevole, – avvertì pianamente il suocero, – è assessore….
– Puoi dire che è lui il sindaco…. – corresse la suocera.
– Via, via, – interruppe Leuma sorridendo, – finiamola con questa storia: il sindaco è il conte Losti….
Il suocero si accontentò di alzare le spalle.
– Non ci creda, sa, onorevole, – disse la suocera, – il sindaco vero è Leuma.
– Be’, andiamo avanti: dunque ti dicevo che avevamo un ginnasio con tre professori, professori così per dire, e una ventina di scolari in tutto. Io era a pena in paese da sei mesi, quando mi vengono a pregare di supplire il professore di quarta classe che avea preso il volo per altri lidi. Un avvocato può supplire a tutto: io poi sapevo di lettere, quindi ero indicatissimo come professore. Accettai. Vado a scuola, e indovina un po’ chi vedo fra i quattro scolari? Una certa signorina, anzi una certa bambina che si chiamava a punto Lia….
– Così che tu hai sposato la tua scolara? – disse Astese.
– Proprio così.
– Adesso comincia il bello, conta, conta su.
– Cosa vuol contare? – disse Lia; – la storia è finita e il bambino ha sonno: io ho sposato lui e lui ha sposato me.
– Ma i particolari, sposina. Ma scusi, la storia senza particolari non val nulla.
– Il particolare più importante è questo: lui ha voluto bene a me e io – disse ella arrossendo – ho voluto bene a lui, e adesso punto e basta. Vero che hai sonno, piccino? vero che è la tua ora d’andare a nanna?
Tutte le argomentazioni di Astese – e ognuno può pensare se ne aveva a dovizia – non valsero a far sì che Lia desse il suo acconsentimento di proseguire.
Fu sturata un’altra bottiglia che era valido documento della bontà della cantina e poi si andò a dormire.

Il lume lunare entrava nella stanza ospitale di Astese, e la luna tonda passeggiava fra le cime dei pioppi azzurri.
Astese conobbe nel corridoio il passo di Leuma e lo chiamò piano.
– Hai bisogno di niente? – chiese Leuma.
– Niente, caro; ma se tu mi racconti la storia del tuo matrimonio, mi farai un piacere, tanto più che sino a mezzanotte di solito non prendo sonno.
Leuma crollò il capo come si fa coi bambini ostinati a cui non si può dire di no.
– Aspetta che Lia dorma, – bisbigliò andandosene.
Ritornò poco dopo e cominciò così:
– Se tu credi che la storia del nostro matrimonio contenga degli episodi drammatici, ti sbagli. Però è abbastanza singolare e credo che, più degli altri, ce ne siamo meravigliati noi che fummo i protagonisti.
Dunque senti, già che ti piace di udire:
Quando vidi Lia per la prima volta sui banchi della scuola, a me fece l’impressione di un essere appartenente al genere neutro: si distingueva dagli altri solo perchè portava le sottanine in vece dei calzoni e rispondeva al nome dantesco di Lia invece che a quello di Pietro o di Paolo.
Ma dopo un po’ di tempo mi sono accorto che quell’essere neutro aveva due grandi occhi: due occhi pensosi sotto due grandi ciglia e che sovente mi guardavano attoniti.
Ora viene il bello: sta a sentire quello che accadde dentro di me. Tu ricordi benissimo quello che ero io in collegio verso i quattordici e i quindici anni: cioè il più fantastico, il più esagerato, il più melanconico ragazzo che mai ci sia stato, a tal punto che in refettorio, con delle fami atroci, mi vergognavo di mangiare la polenta che ci imbandivano così di frequente, perchè mi pareva cibo poco poetico. Me ne ricordo benissimo, e ricordo anche come tu ti sforzavi di correggermi e di confortarmi: mi ricordo anche di un tuo bigliettino che mi mandasti in risposta alla più disperata delle mie lettere: dicevi semplicemente:
/* O cervello settantenne che le penne non hai ancor per volare in alto in alto e d’assalto conquistare un ideale, o cervello fatto male, ti saluto…. e sono ognor…. */
Ora è proprio vero che chi si è ubbriacato una volta tornerà ad ubbriacarsi ancora e chi dai primi anni si è abituato a vedere le cose del mondo con degli occhiali colorati, stenterà del tempo prima che possa riconoscere le proporzioni e i colori esatti. Per le anime sensibili e di vivace fantasia il collegio, credi, è una gran rovina!
Io, dopo aver visto tutte le mie illusioni infrangersi contro il muro di bronzo della realtà, dopo aver consumato anni, danaro, energie cercando di dare forma e corpo ai fantasmi del mio cervello, io fui ancora ripreso dal piacere di sognare e di imaginare.
Quei grandi occhi di Lia che mi guardavano attoniti, mi dicevano: «Noi siamo gli occhi di una fantastica piccola anima che è proprio simile all’anima tua quando avevi quindici anni: il piccolo corpo non regge a sostenere quest’anima!»
Allora fui vinto dalla voluttà malefica di svegliarla, eccitarla, quell’anima, proprio come era avvenuto dell’anima mia. I programmi delle nostre scuole lasciano, pur troppo, largo margine ad una testa balzana di formarne altre parecchie a propria imagine e somiglianza.
Naturalmente io non poteva, in iscuola, parlare nè dell’eterna lotta fra l’ideale e il reale, nè della inutilità della vita, nè del dolore che è anima delle cose, nè della «infinita vanità del tutto»: questo no: però tutto quello che di glorioso, di eroico, di fantastico dicono che sia avvenuto nel mondo, io lo feci passare davanti alla mente di Lia: Ippolita regina delle Amazzoni, Enea che varca il mare, Alessandro che conquista l’Oriente, Cesare che varca il Rubicone, Socrate che muore per la verità, Prometeo che rapisce il fuoco a Giove, Antigone che guida il cieco padre nel bosco di Colone, tutto questo ed altro ancora passò per la piccola scuola: una cavalcata eroica. Stavo però nei programmi, come tu vedi!
Gli scolaretti mi stavano a sentire a bocca aperta e andavano dicendo per il paese che un professore come il signor segretario comunale non lo avevano avuto mai; che si divertivano tanto a sentirmi: gli occhi poi di Lia mi guardavano sempre più attoniti e, fuori, il religioso silenzio della scuola era interrotto dal ci ci allegro di molte nidiate di passerotti che prolificavano in un piccolo giardinetto.
Non ti negherò per altro che alle volte ero preso da un sentimento come di rimorso. «Faccio male – dicevo fra me – a turbare quell’anima ingenua, a pascerla di fantasie che non avranno mai riscontro nella vita. Gli eroi come i santi sono morti: inutile il rievocarli.» Però un bel giorno feci l’amara scoperta che la mia scolaretta non dava segno dell’infezione idealistica che io le somministravo giornalmente.
I cómpiti di lei erano un documento irrefragabile. Certe tesi morali, a bastanza audaci, che io dava da svolgere, erano da lei ricondotte con frasi semplici e piene di buon senso al loro termine giusto, e con una temperanza di criterio che si sarebbe detto un aperto rimprovero al maestro.
Ne rimasi male e mi sentii mortificato.
Le mie classificazioni stavano sul livello del cinque, e ogni tema portava una di queste note: – Tema pedestre – Puerile – Manca ogni senso dell’arte – Difetto di idealità – e simili.
«Ma insomma, signorina, – le dissi una volta, – non è capace di far meglio?»
Mi rispose con voce piagnucolosa:
«Ma, signor professore, io non sono buona di fare i lavori che fanno gli altri» (gli altri, cioè i compagni, facevano, a onor del vero, dei cómpiti della più sfacciata retorica); e proseguì: «io non capisco che cosa è questa idealità che lei vuole!»
Io la guardai fissamente, e i suoi occhi mi guardarono assai attoniti.
Un giorno leggevamo un passo di non so quale autore, dove era detto che la vita è una cosa triste.
Domandai a Lia che cosa ne pensasse di questa sentenza. Mi rispose che non sapeva rispondere ad una domanda così difficile.
«Ma avrà pure un’opinione, avrà pure un giudizio nel suo cervello;» insistetti io.
«Allora per me, se devo dire quello che penso, dirò che a me la vita sembra bella e che sono tanto contenta di vivere.»
Un’altra volta, mi ricordo, non avea fatto ii lavoro di latino, ed io le dico: «Ma questa è una mancanza di dovere, signorina.»
«Ma signor professore, – ella risponde timidamente, – la donna di servizio non c’era e ho dovuto far io da cucina….»
«Una giovanetta – dico io – che si dà agli studî, deve trascurare queste opere servili….» e aggiunsi ironicamente: «Pare a lei che si possa combinare Virgilio con le pentole e le padelle?»
Tutti si misero a ridere; lei arrossì, ma poco dopo la vidi bisbigliare una parola al compagno e il compagno ridere.
Volli sapere quello che avea detto.
«Signor professore, – fu pronto a rispondere il compagno, – la signorina mi ha detto che anche Virgilio avrebbe dovuto badare alla pentola se non ci fosse stato nessun altro.»
Quando l’anno fu terminato, io la fermai nel corridoio e le dissi:
«Contenta eh, giovanetta? finite le scuole, finito il lavoro, finite le noie del professore.»
«Oh sì, contenta!»
«E dove le passa queste vacanze? sempre qui…. nella sua villetta? con i suoi genitori?»
Mi rispose: «Con i miei genitori sempre, ma non sempre qui perchè la mamma ai primi di agosto mi conduce ai bagni di mare, ma per divertirci soltanto, sa? non per salute, perchè stiamo tutti bene; e poi dopo viene anche il babbo.»
«Si diverta, dunque!»
«Oh sì, sì, e anche lei, signor professore.»
«Oh, io devo lavorare, – risposi, – e facilmente andrò lontano di qui, chissà…. in America un’altra volta….»
«Ma è poi contenta la sua mamma che vada così lontano….?»
«Io non ho più nessuno: è tanto che sono orfano.»
«Oh!» fece Lia con una faccia molto più triste che non avessi supposto. E rimase lì come se il non aver più la mamma le paresse una cosa assai strana.
«Bene, bene, si diverta e sia sempre una buona figliuola, sempre buona e ubbidiente, e cerchi di studiare anche nelle vacanze, veh! e adesso vada!» e la accomiatai.
Io la seguii con gli occhi: si allontanava piano pel corridoio, ella che era così vivace che io dovea riprenderla per le sue corse.
Si allontanava piano così che io la seguii con lo sguardo….
«Va, va, – dissi fra me, – diventerai anche tu come tutte le altre: le tue sottanine corte te le allungheranno…. con quel che segue! Andrà ai bagni….» e la vedevo seduta su la piattaforma di uno stabilimento, già vestita da signorina, con un qualche imberbe adolescente che da un angolo la divorava con gli occhi.
Non mai come allora provai la passione di andarmene via dal comune, di battagliare anche corpo a corpo, sai? con la spada e il fucile.
E sono andato via, sai? Ho chiesto due mesi di licenza e sono andato a Roma. Vi avea trovato anche da far bene nella redazione di un giornale politico; ma poi il giornale fu acquistato dal Ministero, gente e roba che non mi andava. E poi d’estate in quella città di marmo, monumenti, fontane, obelischi di marmo, con quella gente che parla pesante come il marmo, sentii la nostalgia di questi pioppi azzurri e ventilati: e ritornai ancora qui, e quando ripresi il mio ufficio, mi pregarono se avessi voluto prestar servizio nelle scuole sino al gennaio, nella quale epoca sarebbe venuto un nuovo professore autentico. Dico di sì, e torno a scuola.
Allora mi ricordai di Lia che me l’era proprio dimenticata, e sentii il desiderio di rivederla. «Oh, ma adesso – pensai – si sarà fatta una signorina sul serio, e i genitori la terranno a casa.» Invece a pena entro, vedo Lia. Portava ancora le sottanine corte: ma come si era fatta grande! Io pensava: «Chissà come si è cambiata in questo frattempo!» e invece niente. Era la Lia di prima, solo un pochino più seria e un po’ meno vivace, alle volte quasi pensosa: sì, quegli occhi adesso mi parevano proprio pensosi. E fu o mi parve di sorprenderli sopra di me. Un giorno incontro suo babbo (eravamo anche allora buoni amici) che mi dice: «Io non la volevo mica mandare a scuola, quest’anno, ma è stata lei, quella benedetta figliuola che vuole quello che vuole, che ha voluto venire.»

Erano intanto venuti i giorni piovosi dell’ultimo autunno; si era presso alle feste del Natale. Gli scolari già in precedenza parlavano di riposo, di castagne arrosto e dei tortelli del Natale. Era caduta la notte molta neve, ed erano entrati tutti allegri portando nella scuola l’odore della neve, e scuotevano le falde dagli abiti che sgocciolavano.
Lia in quel giorno non venne, e quella bianchezza della neve e la mancanza di Lia mi misero nell’anima una tristezza insolita. V’era come della sordità nell’aria, tanto perchè era caduta la neve, come perchè non c’era lei che mi guardasse con quegli occhi pensosi rivolti su di me con l’espressione di una piccola fata benefica.
Gli eroi in quel giorno non cavalcarono.
Anche il dì seguente Lia non venne. Passarono tre giorni e uno scolaro, entrando, mi disse: «Lo sa? lo sa? La signorina ha preso il tifo.» A giudicar dalla voce, questa pareva una novità piacevole agli scolari, o almeno un argomento ad una discussione vivace. Alcuni sostenevano che Lia sarebbe morta perchè di tifo si muore sempre, altri che Lia sarebbe guarita, ma non sarebbe più venuta a scuola, perchè alle donne col tifo tosano i capelli e poi diventano stupide. «Stupide?» «Ma sicuro: vuoi che non lo sappia io? – diceva uno. – Mi è morta prima la mamma di tifo, poi una sorella che era a punto diventata stupida.»
Lo sai tu, Astese, come avvengano certe strane cose? La notte me la vidi in sogno che mi chiamava e mi diceva: «Perchè non vieni? Non hai capito che questa bambina ti vuol bene e ti vuol vedere prima di morire?» Era la Lia bambina che diceva queste parole con la voce e il sentimento di una donna. Piangevo io veramente nel sogno, e il giorno di poi mi feci animo e mi azzardai di passare il cancello di questa villa, piano, e quasi con devozione. Nell’anticamera, sull’attaccapanni, c’erano ancora il cappello scuro e la mantellina, e sul tavolo il pacchetto dei libri non ancora disfatto.
«Sta male, tutta la notte ha avuto il delirio, ora riposa un pochino;» così mi disse il babbo, e siamo entrati piano, in punta di piedi nella sua stanza. Si sentiva come un odore di febbre maligna, poi la distinsi nella penombra e l’ho veduta: ma quando l’ho veduta nel suo lettuccio, terrea come una morticina, quasi rimpicciolita, con le labbra nere e i dentini neri, le pupille chiuse e la borsa di ghiaccio su la testa, mi sono sentito un freddo passare per dentro il cuore, come avessi sentito battermi da vicino le ali della morte. Si parlava pian pianino a fil di voce perchè pareva sopita: si vedeva il corpicino sotto le coperte con le braccia e le gambe distese come se la avessero già composta così per portarcela via. Ad un certo punto vedemmo le sue palpebre che si levarono su con fatica come ci fosse stato sopra un peso: fissò, mi fissò e mi riconobbe: allora stirò le labbra come per sorridere….
Quando ogni pericolo fu scomparso – e vi furono, credi, dei giorni angosciosi – io diradai le mie visite e finii col non venire più. Furono loro a pregarmi di ritornare: «Lia è così sola, si annoia, la venga a trovare;» ed io tornai.
La trovai seduta su di un seggiolone: portava una cuffietta bianca sotto cui si allungava un visino pallido e smunto. Stava benino, ma aveva una gran fame. Quell’anno era caduta molta neve, e tutt’intorno era bianco: ora Lia per distrarsi faceva mettere sul davanzale tante briciole di pane e stava a guardare dai vetri tutti quei passeri che venivano a beccare. Si erano dimesticati a quella cuffietta che li guardava dietro i vetri, così che i nostri colloqui erano interrotti dal crepitar della legna sul caminetto e dal cinguettio degli uccelli che parevano parlare della primavera vicina. Diceva Lia: «Sa cosa dicono i passeri? Dicono così: Vedrai, Lia, quando tutti i pioppi avran la verdura, noi ci appenderemo i nostri nidi e ti pagheremo il pane che tu ci dai con tante belle cantate. E mi raccontano tutto quello che loro vedono volando e mi dicono ancora: Lo sai, Lia, che lontano da qui, in un cantuccio che sappiamo soltanto noi, dove batte bene il sole, è nata di già una margheritina? Lo sai, Lia, che stamattina, quando tu dormivi ancora, il sole è nato presto, presto, con una bella luce….? oh, verranno i bei giorni!»
Io passava molte ore con Lia; qualche volta rimanevo a pranzo: da principio io le parlava un po’ della scuola – lasciando però da parte gli eroi – dei libri, di cose da bambini, insomma; le davo dei savi consigli; ma poi un bel giorno mi accorsi che i rapporti fra me e Lia erano mutati, come era mutata lei, perchè la bambina veniva scomparendo sotto quella cuffia, e con meravigliosa metamorfosi appariva la donna. Da principio era lei che al mio apparire si voleva alzare in piedi, e adesso era io che quasi mi inchinavo e dicevo signorina, e lei mi porgeva la mano con il sussiego di una dama. E mi comandava: «Mi fa il piacere, mi dà quella scatola? quel ricamo? Sia buono, mi aiuti a dipanare questa matassina!» E si faceva anche servire, e una volta si mise a ridere e a chiamare: «Mamma, mamma, vieni a vedere come fa il signor Leuma a sbattermi l’uovo!»
Allora cominciai io a trovarmi impicciato anche nella scelta dei discorsi, e pensai bene di ricorrere con più metodo alla grammatica, alle regole, alla scuola. «Oh, ma insomma, glielo devo dire? io di questa roba qui non ne voglio più sapere, – mi disse; – mi porti qualche bel libro, mi legga qualche bella cosa.»
«Non vuol dunque studiare più, signorina Lia?» domandai con mansuetudine.
«No, no, io ne so anche troppo.»
«Ma lei non vorrà seguitare i suoi studi? Oggi le donne che hanno ingegno come lei, possono fare una bella carriera.»
«Non ci penso nemmeno.»
«Ma allora che cosa vuol fare, signorina?»
«Cosa voglio fare? Oh bella! quello che fanno le altre donne. Sì: e perchè mi guarda con quegli occhi? ho detto forse una cosa che non va bene?»
E mi guardava, così dicendo, con due occhi limpidi e puri. La mia mente a quella risposta era corsa ad un’imagine lasciva involontariamente.
Arrossii e non dissi nulla.
Lia puntò il dito della sua manina contro di me: «Ve’, ve’, ve’, che diventa rosso! – disse allegramente. – Non l’avevo visto mai diventar rosso!»
Allora le portai il Pellico, e I Promessi Sposi, ma ottenni il medesimo risultato che con la grammatica. Ti ricordi, Astese, le Penombre del Praga, che mi piacevano tanto in collegio? Non so come, trovo quel volume e glielo porto. «Ma attenta bene, signorina, – le dico, – questo è un bel libro ma non è tutto per lei: bisogna che si accontenti di quello che le leggerò io: se no, lo dirò alla mamma.» Lei alzò le spalle come a dire che la mamma avrebbe fatto tutto quello che voleva lei.
Le leggo dunque le Memorie del Presbitero, le Due conoscenze, poi Il professor di greco che sapevo a memoria. «Oh, com’è bello, com’è gentile! – diceva Lia – questo sì che mi piace! ma me ne legga delle altre!» E allora un giorno mi arrischiai a leggere quella poesia che s’intitola In Brianza; la ricorderai anche tu, è vero? Comincia così:
/* Come è bella la sera in mezzo ai monti! Te ne ricordi? ti ricordi quando si vagheggiava i rapidi tramonti, e tornavamo a braccio sussurrando: Come è bella la sera in mezzo ai monti? */
Lia ascoltò con grande attenzione, e sul caro volto si disegnavano sentimenti nuovi che l’anima sua non aveva provato mai. Pareva come turbata e non diceva nulla; ed io mentre leggevo il libro, leggevo pure, ma con ben più intensa emozione, il meraviglioso canto che le si formava allora palpitando nel cuore al suono della mia voce, e per riflesso le si specchiava nella chiara faccia.
Il dì seguente mi pregò che le lasciassi il libro che lo voleva leggere da sola.
«Ma vi sono delle cose che lei non deve sapere.»
«Lei si sbaglia, ma io le so quelle cose…. Che cosa crede lei che io sia ancora una bambina? Io so tutto. Noi donne siamo furbe, sa lei?»

Un’altra volta mi disse con aria di mistero: «Senta, le voglio far vedere una cosa, ma non lo deve dire a nessuno, parola d’onore; – e si mise una mano sotto la cuffietta e ne tirò fuori una ciocca di capelli: una ciocca esile e malata, che appena le dita la lasciarono, si attorcigliò come per ritornarsene ancora sotto la cuffia. – Vede, vede che nascono? Quando saranno bei lunghi, allora solo mi leverò la cuffietta. È contento così?»
A questi momenti di gaiezza succedevano però degli accessi di stramberia che facevano vivere in pensiero i genitori per timore di una delle tante conseguenze del tifo, e anch’io, che oramai ero divenuto di casa, non stavo senza preoccupazione. Il programma era dunque, anche per consiglio del medico, di non contrariarla in nulla!
Una volta mi disse, perchè mi rifiutai a non so che cosa:
«Cattivo, brutto cattivo d’un professore.»
«Sì, signorina, e perchè sono cattivo me ne vado.»
«No, no, no: assolutamente: mi reciti invece delle poesie….»
«Quale vuole?»
«Quella del Praga: In Brianza.»
Credo che anche i passeri la sapessero a memoria: ad ogni modo cominciai; e mentre io declamavo, lei guardava fuori della finestra come cercando cose lontane di là dai pioppi che aveano già messo le prime foglioline e dietro cui si spegneva il giorno con un largo presentimento di primavera. Quando ebbi finito, Lia disse voltando a pena il capo:
«Cominci da capo, ma con più espressione: lei può leggere, se vuole, molto meglio.»
Io mi rifiutai e dissi: «Ma no, signorina, sia ragionevole: quante volte gliel’ho detta questa tremenda poesia?»
Allora lei lasciò di guardare fuori della finestra, si voltò verso di me, si passò due volte le mani su la cuffietta, poi le incrociò sotto il mento (mi ricordo come ora) e mi dice: «Dica un po’: è perchè sono così brutta che lei è tanto sgarbato con me….? Sono brutta, mi dica proprio la verità, sono brutta….?»
Io dovetti scappar via quella sera per non fare e non dire una sciocchezza; ma per quanto mi stesse a cuore la pace e la salute di questa signorina, non potevo dimenticare me stesso che al giuoco inutile e pericoloso già ne soffrivo. Preparare il convito d’amore per l’ignoto amante qualsiasi che sarebbe venuto poi, non era divertente e nè meno molto lusinghiero pel mio amor proprio.
Il giorno dopo grandi recriminazioni; venne la mamma a dire che io avea detto a Lia che era brutta: non poteva esser vero; ma intanto avea pianto tutta la sera; avea detto che la si doveva lasciar morire prima, e tante altre cose tragiche al punto che il babbo quella sera si dimenticò persino di fumare la pipa.
Io, per mio conto, aspettavo un’occasione propizia per risolvere bellamente una condizione di cose tutt’altro che chiare, anzi che si andavano imbrogliando di giorno in giorno: e l’occasione venne con il venir della primavera; Lia era stanca di star qui, di vedere sempre quei pioppi, quei passeri, quel giardino. «Io voglio vedere un po’ di mondo: io voglio; – ripeteva sovente. – Sapete che alla mia età non ho mai veduto niente?» Allora si fece consiglio di famiglia per stabilire un viaggio.
La mamma era per Venezia, il babbo per Napoli, io per Firenze.
«E io per la Brianza,» disse Lia.
«Ma, cara, la Brianza non è una città, – osservò il babbo, – ma una regione fra i laghi, e già che si spendono dei soldi, vediamo di fare un viaggio utile, istruttivo, di vedere quello che non s’è visto, dei musei, dei monumenti, che so io.»
Non ci fu verso, convenne decidersi per la Brianza; Brianza doveva essere, e Brianza fu; e allora toccò a me tutto il difficile cómpito di stabilire un itinerario, consultare guide, orari, e si passavano le intere serate su la Brianza con carte, guide, Baedeker, tanto che il babbo dopo il pranzo era abituato, accendendo la pipa, di esclamare: «Oh, adesso certamente andiamo in Brianza!» Gli studi su la Brianza erano alternati con quelli della sarta che veniva a posta da Modena, giacchè nessuno dei suoi abiti da fanciulla le andava più bene. E allora in lei un’impazienza, una vivacità strana di far presto, di andare: qualche volta era anche sgarbata: pretendeva per esempio che scegliessi io la forma del cappellino sui giornali di mode. Ed erano questioni serie perchè lei diceva alla mamma la quale mi dava ragione: «Sissignore, se ne deve intendere, anche se è un uomo, anche se è stato professore, perchè noi siamo sempre stati in provincia e lui invece ha viaggiato….» La gita in Brianza doveva portarmi la liberazione da uno stato di cose che, come vedi, avea finito per diventare abbastanza increscioso. La signorina andava in Brianza, io stavo per piantare definitivamente il comune, e me ne sarei andato questa volta sul serio: indovina un po’ dove? A Vienna. La conoscenza del tedesco mi avea aperto colà una posizione che avea tutti i motivi di credere ottima.
Ogni giorno glie lo volevo dire e ogni giorno rimandavo al dì seguente. Perchè? Non te lo saprei spiegare, o ci vorrebbe di troppo; il fatto sta che così durò la cosa proprio sino al giorno stabilito per la partenza in Brianza: anzi sino alla mattina, una mattina di giugno che era un incanto. Arrivo di fretta alla villa per salutarli e accompagnarli alla stazione e vedo nel giardino una figura nuova, che non avea mai visto in quella casa; stavo per passar oltre, poi mi fermo, guardo: ma è lei, è Lia!
La quale, come mi vide, disse sorridendo:
«Gliel’ho detto, signore, che mi sarei levata la cuffia soltanto quando mi fossero venuti su i capelli un’altra volta!»
La guardai e non sapevo che cosa rispondere e non mi potevo persuadere che fosse lei.
Ella parve studiare sul mio volto l’effetto che produceva in me, e il mio silenzio e il mio turbamento dovettero corrispondere alla sua aspettazione perchè il sorriso meglio le si spiegò sul caro volto, e aggiunse:
«Questa mattina è venuta la sarta, signore, e mi ha portato quest’abito da viaggio.»
Lia era scomparsa e ne era venuta fuori una signorina tutt’elegante. Però guardandovi, ritrovai ancora qualcosa della piccola Lia: la nota dell’adolescenza non era sfumata anch’essa. Un cappello di paglia di Firenze, semplice come quello di un’educanda, ombreggiava sotto il sole del giardino un volto di una purezza incomparabile. Un abito chiaro modellava tutta la persona, la quale era sbocciata nella sua femminilità: e io sino allora non me ne ero avveduto. I gigli del giardino parlavano un profondo linguaggio e il profumo dei grandi calici bianchi si confondeva col profumo delle sue vesti e della sua persona in un’affermazione quasi mistica della vita: questa vita che è bella e che è eterna. Il cuore mi si mosse come non mai, e cominciò a battere tempestosamente.
«Io spero, signore, – disse Lia, – che anche quest’ombrellino sia di suo gradimento.»
Io non risposi nulla.
Lia proseguì: «Lo sa, è vero, che il treno arriva alle undici?»
«Ben per quello che son venuto;» dissi finalmente.
«E la valigia?»
La guardai con sorpresa, poi dissi:
«Ma chi le ha detto che vengo anch’io? io le ho fatto l’itinerario, ma non le ho mai detto che sarei venuto in Brianza.»
Allora fu lei a guardarmi, poi cercò di ricordarsi, poi disse con molta semplicità, senza segno dell’impazienza che la pigliava quando si ostinava a volere una cosa:
«Sarà benissimo, come lei dice, ma proprio ero così convinta che si doveva fare il viaggio assieme, che forse per questo non gliene ho mai parlato.»
Allora io, facendo il maggior sforzo su di me stesso, cominciai con un «Sia ragionevole, signorina Lia» a parlare di me, del mio avvenire, dell’impegno preso, dell’andata a Vienna, e certo ella ne era persuasa perchè non obbiettava alcun ragionamento, ma le labbra le cominciarono a tremare e dalle pupille si formò visibilmente una lagrima che corse su le palpebre: vi si fermò sospesa, cadde e lasciò posto ad un’altra; e il mio discorso persuasivo terminò allora contro la mia intenzione con questa domanda:
«Ma non è un capriccio puerile il suo?»
Lia scosse la testa con profondo diniego.
«Ma ha proprio tanto desiderio della mia compagnia?»
Lia affermò vivacemente.
«Ma il babbo e la mamma che cosa penseranno?»
«Loro sanno che lei viene.»
«Ma chi l’ha detto a loro?»
«Io, oh bella!»
Per non fartela lunga, Astese, dopo dieci minuti avevo preso la valigia, destinata ad accompagnarmi a Vienna. Io stesso mentre vi riponevo le robe, mi domandavo: Ma cosa faccio? ma dove vado? Il fatto è che sono andato anch’io in Brianza. Ora senti questa e poi è l’ultima, che è tardi e domattina mi devo levar su presto. Dunque il treno dovea partire alle undici; un treno omnibus che fa servizio di merci, figurati, e sta fermo una buona mezz’ora alla stazione. Non so come ci siamo trovati per un momento soli nello scompartimento di prima classe, io e lei. Il babbo, mi pare, stava facendo i biglietti e la mamma parlava nella saletta d’aspetto con una signora: fatto è che eravamo soli.
«Adesso mi leverò il cappello se no si sporca tutto,» disse Lia; e posò la pamela sopra la reticella, e poi si mise tranquillamente a guardare dal finestrino dalla parte dell’ombra come se da quella apertura ambulante del treno si fosse già cominciato a scorgere qualche cosa del vasto mondo che ella desiderava di conoscere: si sentivano al di là della siepe cantar le cicale nel silenzio dei campi che mandavano dei bagliori di oro, giacchè il grano non era stato mietuto. Indovina a cosa pensavo? Pensavo a quello che i greci dicevano a proposito delle cicale, cioè che sono divini e melodiosi animali. Mi pareva che avessero ragione quegli antichi umani, e cioè che intendessero il mondo della natura diversamente e con più felicità di noi. Cose leggiere, liete e misteriose esistono nel mondo che noi non sentiamo perchè sono oppresse dalla nostra guerra umana e dalla nostra tristezza! A questo pure io pensavo. Mi interruppe la voce di Lia che domandava:
«Dopo Milano si vede subito la Brianza?»
Io non so che cosa risposi.
«Anche il Po deve essere un bel fiume, è vero?»
Io non so: io non vedeva in volto a Lia perchè lei guardava dal finestrino e col dito accennava come se vi fosse stato il Po e la Brianza: io non so, ma veramente mi sentii tirar giù verso quella capigliatura che evaporava la sua giovinezza sfuggita alla bara, e parea quella di un paggio antico ed era sotto di me, e la baciai, ma pianamente che non credeva nemmeno che Lia se ne fosse accorta. Invece Lia si accorse, ma non si scosse come se il mio bacio fosse stato una cosa attesa da molto tempo: disse soltanto: «Cosa fai?»
Poi mi si rovesciò addietro, con la testa, e vidi i suoi occhi verso di me, le sue labbra verso di me. Il resto pensalo tu, Astese, e andiamo a dormire.

Così terminò Leuma il suo raccontare, chè la luna più non passeggiava su le cime dei pioppi, ma era trionfalmente salita nel cielo

Astese anche nel nuovo letto, fra le lenzuola fresche di lavanda, si addormentò del sonno del giusto. Però verso il dilucolo, la leggerezza del sonno fu attraversata prima da un suono come di sonagliere e di ruote, un suono allegro quale di diana alpestre; poi da un vagito di bimbo che pareva un richiamo alla vita, infine quando la luce segnò la croce della finestra, dal canto di un gallo con un sentimento di aer sereno: suoni non sgradevoli che lo cullarono come in un sogno e fecero scendere quell’onorevole giù in un secondo sonno, dal quale lo svegliò una voce, questa volta distinta, la quale disse:
– È permesso?
Era la signora suocera che, con cortesia campagnola, venìa ella stessa ad aprir la finestra e a portare il caffè.
– Ma è ben tardi, – disse Astese quando vide la luce calda del mattino che ebbe invaso la stanza.
– Oh, stia zitto – disse con rincrescimento la signora – che abbiamo avuto tanta paura questa notte che il bambino la disturbasse: sì è svegliato due volte il birichino, perchè adesso lo teniamo noi la notte il bambino, perchè, veda, adesso lo svezziamo dal latte…. ma se vede la sua mamma non lo tiene più nessuno. Ci vuole una goccettina di rum o di mistrà?
– No, è eccellente così; – e l’onorevole Astese con il cubito nel guanciale e la mano fra i fini capelli, sorbiva, con aria di sibarita, il caffè che mandava il suo fumo nella stanza piena di sole.
– Ma pensi che lo ha allattato lei….
– Ma cosa la mi conta! – si credette in dovere di esclamare l’onorevole, il quale, dottissimo in molte scienze, poco si intendeva dell’allattamento dei bimbi.
– Ma sicuro! – proseguì trionfalmente la signora – oh, tutta la gente se ne faceva le meraviglie, se sapesse, e ci dava degli imprudenti: io poi! Tutti a dosso a me: io invece voleva prendere una balia, per tante ragioni, prima per lei: capirà bene; era una bambina: appena diciotto anni! eppoi anche per il piccino perchè, lei non lo saprà perchè è scapolo, ma le donne di primo parto hanno latte scarso: ma non ci fu verso…. «Lo voglio io, lo voglio io il mio piccino, non me lo portate via, se no muoio.» E glie lo abbiamo dovuto lasciare, sa?
E noi, imagini con che cuore, si stava in pena, e si guardava pian piano dal buco della serratura; lei in letto con la testa giù, e vicino una cosettina che si muoveva che pareva, sa? uno di quei piccoli gattini: stavan lì tutto il giorno tutti e due, soli; non si sentiva un sospiro. Lei dirà che è stata un’imprudenza, che lei si è ammalata, che il bambino ha sofferto? Macchè! Ha fatto i suoi quaranta giorni di letto e poi si è alzata, e poi lo vede? ha patito il piccino? ha patito lei? proprio vero come dice nostro genero, lui lo dice in latino ed io glielo dirò in italiano: «Va ben dietro alla natura e non sbaglierai mai e poi mai.» Va bene così?
Astese assicurò la perfetta trascrizione del passo; e, senza volerlo, venne a sapere tante cose: intanto che il suocero e la suocera avevano una grande stima di Leuma, anzi che tutto il paese avea Leuma in grande riputazione, che Leuma avea rimesso in piedi l’azienda domestica del commercio del legname – e con che anima, e con che spirito! che se voleva essere sindaco dipendeva da lui. – Se quest’inverno non è avvenuta una rivoluzione in paese, tutt’il merito è di Leuma. Ci vuol altro – seguitava la signora – che mandare carabinieri e soldati, come dice Leuma….
– È socialista Leuma?
– Oh, credo di no: perchè lei forse è socialista?
– Io? Io per adesso sono ministeriale, – rispose Astese ridendo di gusto nel suo savio cuore.
– Bene, Leuma non è neppur quello che dice lei. Anzi Leuma dice che ci vogliono delle amministrazioni buone nel Comune e nel Governo: dove si tenga da conto il danaro che ci portano via con le tasse: che il popolo non è di nessun partito, ma che vuol vivere secondo giustizia, che siete voialtri deputati e tutti quegli altri che hanno il mestolo in mano, che mettono su il popolo. Insomma, ha delle idee buone e serie: ha capito? e qui in paese tutti gli vogliono bene: lui dà ragione al prete, se il prete ha ragione; e a quegli altri, se quegli altri hanno ragione.
– Così che loro sono felici col mio amico Leuma? – domandò graziosamente Astese per ricondurre alla conclusione un troppo diffuso discorso.
– Felicissimi, tranne l’ingratitudine del mondo.
– Sarebbe a dire?
– Come? me lo domanda? Ma un uomo come Leuma non lo devono fare per lo meno cavaliere? Cosa andate a fare voi altri a Roma? Cosa sta a fare il re a Roma? E se non vogliono far cavaliere il nostro genero, che già lui non ci tiene perchè non è ambizioso, – e se non si è ambiziosi, glielo dico piano che nessuno ci senta, oggi non si riesce a niente, creda a me che sono gallina vecchia, – ma almeno mio marito! Sono trent’anni, dico trenta, che commercia col legname, e in trent’anni non ha mai mancato ai suoi impegni, e non l’han da fare cavaliere? Un altro commerciante di legname, qui in paese, che ha fallito due volte, è stato fatto cavaliere: questa è storia! I buoni intanto restano a gola asciutta, ma verrà il tempo che ve ne pentirete….
Astese voleva assicurare quella signora, già così dolce e gentile, che lui, poveretto, era innocente di queste colpe: ma ella non gliene lasciò tempo. – Non me ne parli, non me ne parli – disse, e preso il vassoio e la chicchera, se ne era andata.

Presso la porta v’erano le scarpe lucide, su la sedia i calzoni spazzolati e piegati. – Ma che brava gente! – ripeteva Astese facendo toilette con certi larghi gesti come di persona che arringhi, il che era sua abitudine.
Quando fu dato l’ultimo tocco artistico alla capigliatura, si affacciò alla finestra e vide, sotto, il giardino, silenzioso sotto il sole; il giardino pieno di alti gigli, e fra i gigli era Lia.
Lia era con tutti i capelli sciolti così che quando si chinava per mondare certe piante, si dispiegavano intorno sino a terra; e, quando si levava, la linea della persona balenava intravvedendosi sotto una veste di lana bianca costretta da una fascia di rosa intorno alla vita.
Astese la seguì a lungo con gli occhi e si sentì melanconia a quella vista. Si passò una mano su la fronte come per mandar via certe caligini che gli si addensavano pensando alla sua giovinezza trascorsa quasi castamente, ma poi disse con la sua voce lieta e forte: – Buon giorno, sposina Lia….
Lia si voltò, guardò attorno, in alto, e mandò un: – Ah! è lei, onorevole? Buon giorno: ha riposato bene? – e si raccogliea, confusa, la capigliatura su la nuca.
– Benone! Ora scendo.
Poco dopo Astese era presso di Lia e, stringendole la mano, esclamò allegramente: – Non ebbe pur tutti i torti Leuma se per conquistare questa bella mano, lasciò Vienna e Roma; – ma così dicendo vide che Lia arrossiva di non so quale timido pudore che lo stato di sposa e di madre non avea tolto ai suoi diciannove anni; però mutando l’entusiasmo e il complimento in tuono più pacato di voce. Astese proseguì: – Lia…. Lia…. Lia….! ci son bene dei versi che mi sovvengono questo nome, e mai non mi sono parsi così belli e così veri come adesso, che la vedo qui tra i fiori. Senta, sposina, – e dopo alcun pensamento per ricordarsi, disse con voce calda e ricca di inflessioni armoniose che non avea parlando comunemente ed era uno de’ suoi trionfi, e con largo gesto, fra i gigli:

Sappia, qualunque il mio nome dimanda,
Ch’io mi son Lia, e vo movendo intorno
Le belle mani a farmi una ghirlanda.
Per piacermi allo specchio qui m’adorno;
Ma mia suora Rachel mai non si smaga
Dal suo miraglio, e siede tutto giorno.

– Oh, che bei versi! – disse la giovanetta con ingenua ammirazione; – me li ripeta.
E Astese li ripetè.
– Ma di chi sono?
– Indovini.
Lia disse che non lo sapeva, ma che aveano un non so che di bello e di antico e che probabilmente dovevano essere di Dante. – Io però non sono arrivata sin là, – aggiunse.
– Ma brava, ma che intuizione! Del resto si capisce; stando con Leuma…. Sa che c’era della stoffa d’artista in Leuma?
– Oh, lo so pur troppo! – disse Lia sospirando. E chinò la testa come chi è richiamato ad un pensiero doloroso.
– E adesso perchè sospira? ma perchè? cos’è nato?
Lia lo guardò in volto dubbiosamente come chi cerca un’espressione che gli riveli se si può o no fidare; e poi con voce in cui da vero si sentivano le lagrime, come talvolta attraverso il vento si sente l’odor della pioggia, domandò:
– Dica, mi posso confidare in lei?
– Garantisco, sposina, – disse Astese turbato a quel mutamento di scena inaspettato e mettendosi la mano sul petto e dando alla voce e al senso un andamento scherzoso: – garantisco che ho ricevuto più confessioni io di un frate confessore; ma giuro….
– Ebbene, signore, io sono molto infelice; – suonò la voce di Lia; e stette lì, col capo chino e le braccia penzoloni, come meditando tutta l’estensione delle parole che avea proferite.
– Eh!… ma pare impossibile….!
Lia confermò con un lieve chinar del capo.
Astese, supponendo che quella infelicità provenisse da qualche imagine o fantasia dell’anima inesperta, domandò con evidente intenzione di iperbole faceta:
– Non le vuol bene? la maltratta? non adempie ai suoi doveri? giuoca? si ubriaca? vanno male gli affari? non va d’accordo con la suocera?… ha un’amante?
– Oh no, signore, questo poi no! – disse Lia non senza indignazione, là dove prima avea sempre risposto con un melanconico diniego.
– Allora favorisca spiegarsi, perchè questa volta non ci riesco ad indovinare….
– Venga con me, signore, – disse Lia, – e poi capirà tutto.
Lo prese per mano, lo condusse segretamente in casa al secondo piano, e aperse la porta di una stanza.
– Questo è stato il regalo della sposa allo sposo; – disse Lia indicando.
– Corpo di bacco: una magnificenza! – disse Astese fermandosi su la soglia.
– Venga, ma venga avanti! Adesso lui non c’è in casa e possiamo essere sicuri.
Era una grande stanza arredata con austerità di cuoi, di tappezzerie e di mobili antichi di non dubbio valore: una stanza da studio che la avrebbe invidiata un sognatore e un poeta, e che nessuno avrebbe sospettato in quella villa alla buona. La tenue luce passando attraverso le tendine di seta rossa, si rinfrangeva su le ricche masserizie in un raccoglimento pieno di pensiero e di bellezza. In uno scaffale di antica foggia stavano disposti molti libri legati in cuoio ed oro, e presso il balcone era un tavolo massiccio sagomato a liocorni con ricchissima suppellettile per iscrivere, e un’erta sedia a bracciuoli con borchie e cuoio. Ma per temperare l’austerità del seggiolone, faceva grazioso invito al sogno ed al riposo un mobile che Catullo avrebbe chiamato torus lucubratorius; in linguaggio moderno, una dormeuse a fiordalisi.
Quadri, acqueforti, due statuette di bronzo, vasi di vivi fiori, stoffe e ricami di puro lavoro ornavano le pareti.
– Bellissimo, da senno, – disse Astese, – ma io non capisco che cosa abbia da fare questo studiolo, degno di un letterato francese, con la infelicità di vossignoria, sposina Lia.
– Lei capirà subito, signor onorevole: guardi! – e in così dire Lia passò la palma della mano sul tavolo e poi la squadrò aperta davanti al volto dell’onorevole Astese: – Ci guardi ben bene; polvere! oh, ecco qui la penna: La vede? arrugginita! E non basta: qui sul tavolo c’è una ragguardevole sommetta fra romanzi moderni, poesie moderne e riviste: tutta roba che faccio venire io per Leuma affinchè i libri gli sieno di compenso in questa solitudine della campagna, anzi, stando a quello che mi propongono i librai, dovrei spendere molto di più, perchè di novità ne vengono fuori tante.
– Questo lo credo.
– Già, ma bisogna fare il passo secondo la gamba, come dice la mamma, che è lei che mi dà i danari. Ora, come vede dalla polvere, dalle pagine non tagliate, dalle fascette intatte dei giornali, Leuma non si occupa più di studi; tutti questi bei libri lo lasciano indifferente: la gloria, o per lo meno la rinomanza, sia pur fuggevole, ma certo inebbriante per quel tanto che dura, è passata su queste pagine: ma Leuma pare che non se ne accorga o la disprezzi per arte. Egli nella scuola mi parlava di eroi, mi diceva che l’uomo deve lasciare su la terra un segno del suo passaggio, se no è come un bruto; ed ora che mi ha sposata, tutto questo mondo di eroi e di gloria è scomparso, è morto: dico morto; non se ne parla più, più! Legge poco, e scrive ancor meno, non dico versi, ma nè anche di prosa. Ora per un uomo giovane che ha sempre avuto inclinazione a queste cose (e lei con le sue parole mi ha confermata in tale credenza) non è per lo meno strano questo abbandono per tutto ciò che possa ricordare i trionfi dell’ingegno? me lo dica lei.
Lia, così dicendo, si sedette su di uno sgabello chinando il capo, e Astese pure si adagiò sul torus lucubratorius.
Astese, contemplandola, pensava che sebbene egli non fosse mai stato poeta come Leuma, pure si sentiva l’animo per quell’adorabile donna di comporre tante canzoni e sonetti da disgradarne messer Francesco Petrarca, e, cosa ben più difficile, da ridurre in rima i discorsi più lunghi ed acerbi al buon senso e alla grammatica dei suoi onorevoli colleghi. Ma comprendendo che l’infelicità di Lia potesse avere fondamento sul vero, e non volendo d’altra parte scoprire più in là che ella non scoprisse, così si accontentò di confermare le parole di lei dicendo:
– Ciò, se è vero, mi sorprende, perchè Leuma era un idealista e un artista nell’anima, e quando era in collegio scriveva molti versi e prose di romanzi. «Veramente, – pensò, – li scrivevo anch’io i versi: ma allora si usava.» E alzando la voce: – Non fa dunque nè pure un piccolo sonettino per la sua sposa?
– Neppure! Oh, ma che cosa crede lei! Che io mi lamenti per me? Ma già, sciocca io a confidare certe cose! Lei prende tutto in ridere; e su questo Leuma vedo proprio che ha ragione da vendere e dice benissimo.
– Cosa dice Leuma? da brava, sentiamo!
– Dice che voialtri deputati pigliate tutto in burletta, anche le cose più serie, e per questo non farete mai niente di buono, perchè non avete fede.
– Egregiamente: dica però a suo marito che noi lo terremo d’occhio. Certe idee sovversive del signorino sono giunte sino a noi. Ma per ora tiriamo avanti nel nostro argomento. Vedrà ora se colpisco giusto: ella sta in pensiero perchè Leuma sarà stravagante, nervoso, melanconico, meditabondo, sentirà la nostalgia di viaggiare, di vivere nelle grandi città…. Scusi, sposina, lei ha mai letto una commedia tragica che si intitola Anime solitarie?
– No, signore.
– Ma certo l’avrà comperata: è una novità….
– Sarà bene: ma anch’io, veda, leggo poco. Mica che non ne abbia la voglia: ma vi sono tante vestine da rammendare e tante cosine da fare! Noi non siamo ricchi; possono venire degli altri figliuoli, e poi l’ago e la pezzuola – come dice la mamma – tiran su la famigliuola.
– Peccato che non abbia letto le Anime solitarie….!
– Perchè?
– Perchè allora ci saremmo subito compresi sul conto di Leuma: ma se non ha letto quel libro, è inutile che glielo spieghi: serve soltanto per chi non ne ha di bisogno.
Allora Lia parlò così accendendosi di passione di mano in mano che proseguiva con le sue parole dolorose:
– Lo farò venire quel libro, signore, e lo leggerò. Ma intanto le posso accertare che Leuma non è come ella dice: anzi è molto tranquillo e sembra contento. Ciò appunto mi accora, e quasi preferirei che egli fosse agitato e cattivo, ma mi dicesse l’animo suo. Invece quella sua calma, quel non guardare questi libri, mi fa tremare. Egli certo non legge per non affliggersi; per non vedere avverato negli altri l’avvenire pieno di soddisfazioni che egli sognò anche per sè, povero Leuma. Io indovino che sotto quella calma rassegnata si nasconde un segreto dolore. Egli con la sua bontà, mi fa capire che la sua vita è rovinata. Egli era nato per fare nobili cose: invece la sua vita si deve consumare qui, in questa campagna, con questa donna, con quel bambino, con i miei genitori! E il rimorso, veda, è che sono stata io, io che gli ho chiuso la strada, io, perchè gli voleva bene e ho fatto tanto perchè mi sposasse! Egli voleva andar via: molto lontano; e sono stata io a trattenerlo, perchè mi pareva di morire se fosse andato via. Ma adesso che siamo sposi io sono disposta a tutto pur di farlo contento. Mi adatterei a tutto. Egli mi ha dato la sua vita: io sono pronta a dargli la mia, a sacrificare per suo bene la mia pace. In questa villa noi viviamo agiatamente e non ci manca cosa alcuna; ma io anderei a vivere con lui a Roma, a Milano, dove vuole, anche in una stanza sola, anche a dover io lavare i piatti pur che lo sapessi contento: perchè io lo sento; per voi altri uomini che avete ingegno, una piccola donna è poca cosa: vi sono le soddisfazioni dell’amor proprio, il trionfo delle proprie forze, la gloria sopra tutto. Per questo veda, signore, mi dispiaceva che lei fosse venuto qui! La vista di lei che fu suo compagno di scuola e che adesso ha un nome nel mondo, certamente deve aver gettato del veleno nella piaga del suo cuore. Il tempo fugge, signore, e la mamma non ce la può dare una seconda volta la vita come un giocattolo di cui si è fatto cattivo uso la prima volta: e Leuma consuma qui la sua vita.
Lia pronunziò queste ultime parole con grande melanconia, la quale penetrò anche nell’animo di Astese; e siccome lui, benchè eloquente, non diceva parola e lei aveva detto tutto quello che aveva nel cuore, così si vergognò di quegli occhi di lui che scrutavano nel volto la sua pena e la sua confessione: si confuse, arrossì, si coprì il volto con le palme e segretamente piangea.
Allora egli disse:
– Vediamo…, vediamo un po’: in fede sincera, sposina, lei ci terrebbe a questa gloria (chiamiamola così per intenderci) di Leuma?
– Per mio conto? – domandò vivacemente Lia sollevando gli occhi lagrimosi.
– Si, per suo conto: si esamini bene!
– In mia fede, signore, la mia ambizione non oltrepassa la cuna del mio bambino e la cancellata di questa villa.
– Allora però – disse Astese – bisognerà pure che Leuma dia qualche segno della sua tristezza, del suo malcontento, perchè altrimenti dovrò credere che questa infelicità provenga se non in tutto, almeno in parte dal troppo affetto e dalla troppa fantasia della sua adorabile sposa.
– No, veda: – disse la giovane – il maggior sfogo lo ha fatto ieri a sera mentre parlava con lei: forse lei non se ne sarà accorto; me ne sono bene accorta io e non ho chiuso occhio tutta la notte! Se egli mi desse a conoscere qualche cosa, io ne sarei quasi lieta: si verrebbe ad una spiegazione: ma di provocarla io non mi sento il coraggio: ho paura di scoprire quello che temo. Egli infine è troppo gentiluomo per dirmi anche in bel modo: «questa vita mi annoia, io aspiro ad altro»: accetta lo stato di cose che ha trovato qui….
– Allora mi spieghi come passa Leuma qui il tempo, che pure deve fuggire assai lentamente.
– Nel modo più stravagante, – disse Lia sorridendo, – almeno per uno che era tanto amico degli eroi e delle cose ideali. Vuol vedere? questo è un giorno buono. Venga con me.
E Lia calò le tendine di rosa: nella stanza solitaria i libri rimasero soli: i grandi libri che vivevano la loro vita immortale e dall’alto della scrivania guardavano i giornali e i tanti altri libri comperati da Lia, i quali morivano senza nè pure essere tagliati.
Lia richiuse a chiave la porta di quel piccolo cimitero.
Uscirono dalla villa e Lia precedeva speditamente fra le cataste delle asse e dei tronchi.
– Le assicuro, signor onorevole, che chi vuole tener dietro a tutta questa roba – diceva indicando – non ha tempo da perdere, anche se il giorno è lungo. Adesso poi che abbiamo anche i bachi da seta, è un da fare!
Intanto erano giunti lontano dalla villa, dove si apriva un cancellaccio: quivi era una fila di carri con su dei pesanti tronchi, e molti lavoratori a gran fatica li scaricavano, ed erano attaccati ai carri de’ muli lucidi e membruti, i quali facevano di tanto in tanto scintillare le selci e scotevano le sonagliere e le code di volpe dalla cavezza. Manifestamente gli uomini e gli animali erano abitatori del selvaggio Appennino. In mezzo a questo lavoro Astese trovò Leuma, non in atto di chi mediti un’elegia, ma di chi comanda, e in termini non vaporosi, ma significativi ai suoi operai.
– Bravi, dove vi siete andati a nascondere? Tua mamma ti cercava poco fa col piccino che non vuole star quieto. – Così disse Leuma venendo loro incontro con un viso allegro come quel mattino di giugno. – E tu hai dormito bene, onorevole? – e dopo alquanto parlare, aggiunse: – La sai, Lia, la bella nuova? domani bisogna andare in Garfagnana, o tutt’al più dopo dimani: tu, Astese, vieni con me e vedrai che luoghi, vedrai come è bello il nostro Appennino! Non dir di no: Senti che bel programma ti faccio: stiamo fermi lassù due giorni, il tempo per sbrigare un certo affare di asse e di legna e tu vedrai quello che non ti sogni nè meno, e sentirai quello che nè pur credi: ti basti questo che lassù lo ricordano ancora l’Ariosto e il Tasso e lo cantano a memoria. Poi gusterai delle colazioni con certe trote pescate in un laghetto, e viene un appetito con quell’aria fina!… domanda un po’ a Lia che v’è stata.
Lia allora spiegò ad Astese che lassù il babbo ci aveva un bosco e una segheria fra certe schegge rupestri fra cui casca un torrentaccio che muove la segheria: tutto al primo vedere pare il soggiorno delle streghe, ma a farci l’occhio si trova che è assai bel luogo, di gran frescura l’estate, e che buona è la gente come non certo al piano. Ella con Leuma ci era rimasta più di una settimana lo scorso agosto.
– Leuma – aggiunse ancora Lia – è entusiasta di quei luoghi, ed ha ragione: ma io sola non ci resterei. Veda, quando viene la sera, tutti quegli alberi intorno alla casa si fanno più neri e più grandi e stanno lì con tanto silenzio che proprio si pensa che da un momento all’altro si devano muovere e parlare cose misteriose che sanno loro soltanto. Queste sono sciocchezze, io lo so…., io lo so; e sa anche di che cosa avevo paura? Che ogni momento venisse fuori un brigante…. Sono cose da dire? e pure è così….
– La nostra Lia è un pochino paurosa…. – avvertì Leuma.
– E prima non lo ero, veda, onorevole? da ragazza avevo un coraggio che lei non può credere, e adesso che ho marito e il bambino, mi sono fatta paurosa. Lo sa lei perchè? Io vorrei correggermi, io me ne vergogno, e non sono buona: vedo fantasmi da per tutto!
– Tu però – disse Leuma – non hai raccontato al nostro amico che se la sera è piuttosto melanconica, le mattinate invece sono stupende….
– Oh, questo sì! – disse ancora Lia con voce quasi di canto – la montagna, lassù, al mattino, è proprio incantevole. Ecco, dispiace a pensare che verrà un giorno in cui bisognerà morire! E ha osservato anche lei che è proprio quando più sentiamo di vivere che ci viene in mente quell’altra brutta cosa? Ma non parliamo di questo. Lassù, la mattina, quando si vede il sole, vengono fuori dalle frasche tanti uccelli che non si crede proprio che ce ne devano essere tanti; e bisogna dire che a cantare e a volare provino un piacere che noi non sappiamo, perchè sembrano pazzi, pazzi, le dico, ubbriachi di cantare e di amare…. Noi spesso siamo stati lungo tempo a sentire quella musica che evaporava dai boschi, sotto il cielo sereno!
– I poveri animaletti – disse Leuma – hanno abbandonato queste pianure, dove si fa una caccia spietata, e si sono rifugiati lassù. Del resto – aggiunse con più grave voce – non sono solamente gli uccelli che hanno emigrato in alto, in via cioè di fuggire, forse per sempre! Anche qualche cosa della nostra Italia si trova soltanto lassù. Per esempio, senti questa: una volta abbiamo incontrato una vecchia che non sa nè anche cosa sieno le lettere dell’alfabeto e questa diavola non mi tira fuori la canzone «Vergine bella che di sol vestita» del Petrarca? la diceva a suo modo, ben inteso, ma dovevi sentire che voci, che musica dava ai versi: come una preghiera! Lo credi che mi veniva da piangere? Ah, se vieni lassù ti voglio far conoscere un marangone, vecchio ancora quello; non ha mai studiato disegno, non ha visto mai niente fuori delle sue montagne. Bene, lo credi? nei giorni d’ozio ti disegna e fa dei mobili del più puro gusto del quattrocento. È come una sopravvivenza di quell’innato senso del bello che un tempo c’era in noi, nella nostra gente. Ora in nome di un presunto positivismo si tende a demolire anche quello, gli iconoclasti! i lugubri seppellitori dell’Idea! a patto di rimpiangerla domani quando la vedranno risorta a generare la vita presso altre nazioni! Insomma quando si pensa al tesori di una natura inesauribile che avrebbe questo popolo italiano e che noi non sappiamo sfruttare, anzi non conosciamo nè meno, viene addosso un grand’avvilimento. Noi potremmo essere i più ricchi, i più felici, i più umani e geniali popoli dell’Europa, e invece!… Bisogna vivere qui in questi comuni e in queste campagne dell’Emilia! Io ne so qualche cosa perchè, senza volerlo, mi trovo in mezzo alla baraonda di un povero comune dissestato. C’è del malcontento, qui, del guasto, dell’odio cieco e profondo, dell’ignoranza tanto più terribile perchè è a base di alfabeto, di diritti e d’istruzione: par di sentire degli scricchiolii di passioni selvagge, come nel ghiaccio quando sta per rompersi. A chi dar ragione? a chi torto? Ti confesso che non lo so nè anche io e non so più con chi prendermela, forse un pochino con voi altri che scrivete libri e che fate i discorsi; poco savi gli uni e poco belli gli altri. Press’a poco come facevano in Atene, ai tempi antichi, con la differenza che loro andarono in malora facendo almeno dei discorsi esemplari e delle poesie belle. Ebbene, questo è il mio posto di combattimento: umile posto ignorato, eppure mi trovo contento di questa nuova battaglia che combatto: ma la mia piccola Lia, vedi, Astese, mi assedia con tutti i libri e con tutte le poesie che si stampano. Ella pensa, nel suo amore, che io sia un grande ingegno, una tempra d’eroe che si deve ancora manifestare. E forse un tempo fui io stesso ad alimentare nel suo ingenuo cuore così fatta illusione di me! Povera Lia! Non la ho più questa ambizione. Se ne avessi una, se sapessi che l’opera mia di uomo può giovare a qualche cosa, sarebbe di fare un po’ di bene pratico, di portare fra questa gente un po’ di evangelo di buon senso e di giustizia, di fare che questo lavoro umano non cada, come quasi sempre, tra una lagrima e una maledizione.
– To’, dame un baso! – disse Astese commosso, – benchè…. benchè…. benchè….
– Benchè cosa? – disse Leuma sorridendo.
– Benchè – disse Astese – tu oggi, pur essendo tantum mutatus ab illo, ti conservi sempre un idealista. Sposina Lia, sposina Lia, – interruppe poi volgendosi alla donna che coi begli occhi lieti di inaspettata sorpresa guardava il compagno della sua vita, – si attendeva lei così chiara e sùbita dichiarazione? Se a questo ha giovato qui fra voi la mia venuta, essa non fu inutile, vero, sposina? Un’idealità eroica c’era pur sempre nell’animo del suo sposo! Ma via! Sia benedetta questa nuova idealità. Sì, forse, hai ragione tu ed io ho torto. Io partendo dal positivismo della vita, sono giunto ad essere, per mo’ di dire, un abile aritmetico della vita. Conosco i numeri, ma forse trascuro gli zeri che in sè non sono nulla; ma sono essi che danno il valore all’esponente del numero. Tu invece, attraverso il cammino dei nobili sogni ti sei più di me accostato alla verità. In questo caso esso è un compenso che gli Dei concedono alle loro creature predilette in premio del patimento dei sognati fantasmi….
– No, amico, non sono gli Dei, – disse Leuma, – ma è quest’anima cara, questa nostra Lia, che senza saperlo mi ha tolto dal labirinto delle inani ambizioni ed ha procurato la resurrezione della mia anima. Soltanto dopo o insieme all’esperimento di una vita utilmente spesa si può cominciare a scrivere il libro di carta. Ma, credi, il libro di carta, utile e necessario, deve essere di altro genere di quelli che tu mi comperi, Lia, e credi anche che per crearlo con il balsamo dell’immortalità bisogna fare il sacrificio delle cose più care; proprio come fanno i nostri piccoli bachi che quando salgono il calvario del bosco per formare il bozzolo, sanno che devono lasciarci la vita. Vero è che dopo risorge la farfalla!…
– La tua farfalla eccola che viene! – disse interrompendo l’onorevole Astese, perchè mentre Leuma così parlava, comparve il bambino in braccio di una fanticella, ed era a vederlo come una candida visione, con i suoi occhi sgranati e con la sua bocca aperta di vecchierello sdentato, nel florido volto: e si gettò in braccio alla madre.
Erano giunti al giardino degli alti gigli e si sedettero sopra un sedile.
– Bambino, piccino, topolino, birichino, – disse Leuma vellicandolo gaiamente col dito nella fossetta della gola.
– Ecco, amico, il libro di carne, – disse Astese indicando il piccino e Lia, – che tu hai aperto dopo aver chiuso quello di carta. Lasciamelo dire ancora, gli Dei non potevano compensare con un dono più concreto il lungo sognare della tua giovinezza….
– Ma insomma, – disse Lia, – invece di fare tutta questa filosofia, ci dica: viene sì o no in Garfagnana? Lo sa che io la considero adesso come un amico? che mi ha levato una gran spina dal cuore?
– Perchè? e quale spina potevi tu aver mai? – chiese Leuma.
– Te lo dirò, te lo dirò – rispose Lia commossa – : dunque venga con noi in Garfagnana!…
– Ah, sposina Lia, altro che venire in Garfagnana….! Ma ad una condizione.
– E quale, signor onorevole?
– Che io avessi dieci anni di meno, e lei, sposina, una sorella di più.

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