Alfredo Panzini – Il cinabro rivelatore

Donna Felicita, dama di chiaro lignaggio, di molta mondana esperienza e ancor piacente nel candore dei capelli e nella non inelegante pinguedine senile, scese con tutta precauzione dall’oscuro e stretto bugigattolo della vettura da piazza, appoggiandosi con una mano alla mano di suo nipote, il signor avvocato Paolo, e con l’altra mano alla fine mano guantata di Irma, la fidanzata del detto signor avvocato.

– Signora, che orrore: nevica ancora, nevica! – sclamò Irma, ritraendo il piccolo capo nel folto bavero di pelliccia che aveva frettolosamente alzato.

– E a larghe falde, signorina, a larghe falde che è un piacere! – rispose donna Felicita allegramente, ma invece di far presto a salire i quattro gradini e ripararsi sotto la tettoia esterna della stazione, volse lo sguardo al cielo nero per cui danzavano le falde bianche e larghe come farfalle morte che cadessero giù: e anzi pareva che quel turbinio non le incutesse alcun senso di «orrore» come avea detto la signorina, tanto più che si era nel bel mezzo dell’inverno, cioè nel tempo in cui è dolce e bene che cada la neve.

La mamma di Irma, che si chiamava la signora Lucrezia, scese ultima dalla vettura, per diverse ragioni, e anche perchè aveva uno scialle, due ombrelli e una borsetta da portare.

– Qua, qua a me, signora, che le do la mano io, – disse donna Felicita. – I nostri due giovanotti hanno già dimenticato che cade la neve.

– Come si fa, come si fa? sono fidanzati, bisogna compatirli, si vogliono tanto bene, – disse la signora Lucrezia con una voce umile e col fare confuso; – la mia Irma poi…. è diventata anche più nervosa: ha un gran convulso, e poi? Non ha più appetito, poverina, e, con buona licenza, bisogna che si purghi…. ogni tanto.

– Oh, povera signorina! – compassionò donna Felicita, e così a braccetto le due rispettabili dame avevano attraversato la sala d’ingresso della stazione, semideserta, ed erano giunte davanti al guardiasale.

– Ehi, giovanotto, vogliamo perdere la corsa? – disse donna Felicita al nipote.

Il nipote scese dal settimo, anzi dal terzo cielo, in cui era salito in mia breve conversazione con Irma, e, dopo non facile ricerca, riuscì a trovare i due scontrini verdi del ritorno che il guardiasale riconobbe e bucò con due tic tac secchi.

Però si oppose all’ingresso della signorina Irma e della signora Lucrezia.

L’avvocato Paolo fece per andare a prendere lui i due biglietti d’ingresso, ma Irma intrecciandogli le dita lungo la persona:

– Non mi abbandonare, nè pure un istante, – mormorò; e alla mamma: – te ne supplico, va tu a prendere i biglietti!

La mamma trotterellò e solo allora la vigile guardia permise a tutti l’ingresso.

La nobil donna, signora Felicita, sprofondò nel divano di velluto rosso della sala d’aspetto, essendo ella piuttosto pingue: la signorina Irma le si sedette accanto piegando appena la sponda del divano, essendo ella assai esile. Poi, lasciata cadere la mantellina di grave pelo, perchè lì si soffocava, disse con graziosa voce:

– Signora, io non dimenticherò mai quanto le devo per essere venuta a Parma da noi….

– Oh sì, signora, le siamo tanto, tanto riconoscenti, – fece coro la signora Lucrezia.

– …. in casa nostra, – proseguì Irma non badando alla madre, – e mi permetta, signora, che le dia un bacio e le offra queste violette per mio ricordo.

E così dicendo levò dalla borsa, che aveva portato la mamma, un superbo ed artistico mazzo di viole di Parma, che donna Felicita accolse assai graziosamente.

Arrivò il treno lampo. Il guardiasale annunciò la partenza per Torino.

Il treno era lì, fumido, lucido, fremente. Solo la cortese violenza del conduttore che chiudeva gli sportelli, potè separare le due mani intrecciate di Irma e di Paolo.

Appena il treno fu in moto e si trovarono soli nello scompartimento, Paolo precipitò su la zia e domandò con ansia:

– Ebbene?

– Ebbene, cosa?

– Cosa te ne pare, cosa ne dici adesso che l’hai conosciuta?

– Che furia! Tutti così alla vostra età: fa il piacere, stendimi il plaid sopra, sono assai stanca.

– Ma una parola, almeno una sola parola! – supplicò Paolo.

– Vedi, caro, io sono stanca: domani dopo colazione, intendiamoci bene, tu vieni da me e ne parleremo: ecco tutto.

– Mi dirai almeno che è bella, che è deliziosa!…

– Oh sì, sì….

– Come sì, sì? Affascinante! Hai bene osservato gli occhi profondi? E le mani, zia! Ah, tu non ami e perciò non osservi….

– Finissime….

– E poi bisogna sapere, bisogna conoscere lo spirito….

– Ah, senza dubbio….

E la signora si appisolò o parve assopirsi tacitamente: nè al nipote ci fu più verso di levare una parola di bocca dalla nobile dama.

All’avvocato Paolo non rimase altro conforto che fumare convulsamente un paio di verginia e guardare la neve che adesso correva dietro turbinando, mentre il pensiero avea ripreso il biglietto di andata verso Parma.

Donna Felicita non si destò che sotto la tettoia della stazione di Torino.

Erano oramai le undici di notte, e quando Paolo aprì lo sportello di casa della nobile zia, si sentì dire ancora una volta:

– Ricordarsi: non prima delle dodici.

Le cose erano andate così.

Irma e Paolo amoreggiavano da quattro anni: si erano lasciati due volte: due volte si erano ricambiate le lettere con un eterno addio. Due volte Paolo, a onor del vero, avea riscritto ed era tornato a Parma, supplicando Irma di perdonargli. Il perdono era stato concesso e l’ultimo perdono era stato suggellato da parte di lui con una promessa di matrimonio.

Come mai Paolo, giovane di mondo, spregiudicato la sua parte, fornito di larghi mezzi, bel giovane, indipendente, vivente a Torino, avesse finito per legarsi con la signorina Irma di Parma, la città delle violette, dei duchi e delle mondane duchesse, sono di quei misteri della passione che ognuno può spiegare a suo modo; e che io non voglio indagare. Basterà dire che egli era convinto di conquistare la felicità per tutta la vita terrena.

Suo padre, vecchio gentiluomo, abbastanza originale, e che viveva quasi sempre in campagna, aveva da lungo tempo lasciato il figliuolo libero, liberissimo delle sue azioni. La mamma non c’era più, che potesse dare un consiglio. Non rimaneva che donna Felicita, la quale voleva bene al nipote con quel misto di saggezza e di mondanità che hanno le vecchie dame per i nipoti. Donna Felicita era del resto assai navigata nelle varie acque della vita, aveva avuto una giovinezza molto brillante e ora vivea una vita che si sarebbe potuta chiamare epicurea, parte dell’anno nel suo comodo palazzo in Torino, parte in villa, lasciando che le cose del mondo seguissero il loro corso che ella, senza far professione di sociologia, avea riconosciuto essere costante anche attraverso le varie rivoluzioni e i molti turbamenti sociali e politici.

Fu a lei che, prima di ogni altra persona, Paolo rivelò il suo fidanzamento.

– Fai benissimo: era ben tempo che ti accasassi, – disse la zia.

E fu anche due mesi dopo che Paolo pregò la zia di venire con lui a Parma a conoscere la fidanzata. La nobile signora acconsentì dopo lunghi dinieghi, ma ad un sol patto: cioè che la cosa fosse senza impegni da parte sua.

Paolo allora fu costretto a dare prima tutte le spiegazioni: la signorina Irma non avea gran dote, anzi, forse, non aveva dote perchè avea molti fratelli e una sorellina: del resto famiglia onoratissima: il babbo consigliere di Prefettura, commendatore, patriotta: di Irma poi non ne parliamo.

Donna Felicita, per colmo di prudenza, volle scrivere una lunga lettera alla signorina Irma dicendo primum et ante omnia che la famiglia di Paolo lasciava liberissimo il giovane delle sue azioni, e che ella venendo a Parma non rivestiva nessuna veste nè ufficiale nè ufficiosa. Veniva non come zia, ma come buona amica di Paolo; ecco tutto.

La signorina Irma rispose alla sua volta con una lettera profumata di mammole dove le cortesie più squisite erano scritte nella più aristocratica e cuneiforme delle calligrafie. Però in mezzo alle fini espressioni di gentilezze la signorina Irma metteva bene in chiaro alcune circostanze di fatto: cioè che nè lei nè la sua famiglia avevano sollecitato in alcun modo l’onore di un matrimonio: che il babbo anzi aveva ceduto a malincuore per ragioni troppo lunghe a riferire, che infine il signor nipote era liberissimo di sciogliersi da ogni impegno anche dopo la data parola, e questo diceva non solo in nome dei suoi genitori, ma in nome proprio. In altri termini faceva capire che rinunciando alla sua indipendenza cedeva solo all’amore per Paolo, non alla lusinga di migliorata condizione sociale. Avvertiva inoltre che la nobile dama venendo a Parma, non incorreva in alcuna compromissione: non poteva tuttavia negare il vivissimo desiderio di conoscere la zia di Paolo anche in veste di semplice amica perchè ne aveva sentito dir tanto bene dal nipote; e di poterle baciare la mano come ora gliela baciava per lettera protestandosi con ogni segno di deferenza sua devotissima serva Irma.

Per quali ragioni poi Paolo, che era così convinto della felicità cui andava incontro, aveva voluto che sua zia conoscesse di persona Irma e gliene dicesse il parer suo, anche codesto – dico – appartiene alla psicologia; ed io me ne dispenso, visto che i novellieri al dì presente ne fanno così grande e sagace uso che io temerei del confronto.

Messe così le cose a posto, donna Felicita si avventurò al viaggio.

Di mano in mano che il treno si accostava all’ondisona riviera del Po, non lungi dalle cui rive Parma eleva la tristezza delle nere mura ducali, l’eccitazione di Paolo veniva aumentando.

Per tutto il viaggio non aveva fatto che parlare di Irma e diceva cose che la zia sapeva a memoria per averle ascoltate in altre condizioni e in altri tempi; ma che pure fanno tanto piacere ad udire alle signore anche se sono zie.

– Tu dici, zia, che la mia è una passione cieca: no! la mia è una passione ardente, ma più pratica che tu non creda. Irma non ha dote, ma questo non conta nulla….

– Perfettissimamente!…

– ….ma Irma è un’intelligenza dominatrice, ed è quello che ci vuole per me. Io, capisci, voglio darmi alla politica: io ho bisogno per moglie non di una bambola che deva poi guidare, ma di una donna che sappia cooperare al mio avvenire: lei scrive benissimo, è di una coltura sorprendente come tu potrai assicurartene. È affascinante: cosa sono questi ritratti? Niente: una pallida immagine: la vedrai, la sentirai, e finirai coll’innamorartene anche tu….

Così erano giunti, erano rimasti tutto il giorno in casa di Irma, ed erano partiti come è detto.

A mezzodì Paolo entrò nel salotto di donna Felicita. Lo rodeva una sorda impazienza. L’ostinazione della zia a non manifestare i suoi entusiasmi se non a mezzogiorno preciso, lo aveva messo di molto malumore.

Ora donna Felicita, seduta su la sua poltrona, era riposatissima delle fatiche della vigilia.

– Adesso prenderai il caffè con me, vero?

E con una calma che contrastava con l’agitazione del giovane, versava dalla chiavetta della macchina l’aroma nero bollente nelle tazzette di porcellana.

– Tu non ci vuoi lo zucchero, vero?

– Ma insomma, zia, deciditi, – scoppiò Paolo, – che impressione ti ha fatto Irma?

– Buonissima….

– Ma lo dici con una calma, con una calma disperante….

– Ma come vuol che lo dica?

– Con più entusiasmo.

– Buonissima, buonissima, – ripetè la zia senza accelerare però le vibrazioni della sua voce.

– Vero che è bella? vero che è un fascino? e hai notato che prontezza di parole? che scioltezza di mente? che senso moderno delle cose?…

Il giovane, con crescente calore, enumerava tutte le qualità fisiche e morali della fidanzata, e ad ognuna la vecchia dama faceva cenno di sì sorbendo a sorsi piccoli la sua bevanda favorita.

– Ammetterai dunque che io ho trovato la mia felicità….

– Questa è un’altra questione, il mio giovanotto; la felicità è nelle mani di Dio e…. di Irma.

– E allora?

– Allora è, caro, che è superfluo parlarne; al punto poi in cui sono le cose, superfluissimo….

– Ma insomma, dubiti della sua onestà, del suo amore per me? – domandò Paolo con un fremito segreto nella voce e nel gesto.

– Perchè vuoi che ne dubiti? sarebbe scortesia gratuita il solo pensarlo.

– E allora?

– Allora, caro, è che i miei vecchi occhi, non innamorati, hanno osservato alcune piccole cose a cui tu non hai e non potevi por mente nella tua triplice qualità di giovane, di uomo e di innamorato. Io che non sono nessuna, ohimè, di queste tre belle cose, ho potuto osservare alcune inezie che in una signorina non fanno difetto, ma che in una fidanzata non sono presagio di grande felicità coniugale.

– Spieghiamoci.

– Spieghiamoci pure, solo mi dispiace che noi due finiremo col disgustarci, ma l’hai voluto tu.

– Avanti!

– La signorina Irma porta la lorgnette.

Paolo si mise a ridere:

– Ma se è graziosissima con la lorgnette!

– D’accordo, ma è anche miope; e quando dovrà governare la casa, giacchè molto ricchi non sarete, e poi anche nelle case ricche la padrona è bene che sorvegli tutto, vedrai quel «graziosissimo» come perderà il suo superlativo. Ti potrei far notare che è anemica, che non mi pare di gran salute; ma questo non vuol dir nulla.

– Ma se è floridissima, se ha le guance di un lieve incarnato….!

– Per quel che riguarda il lieve incarnato ne parleremo più tardi. Quando torni a Parma, osserva prima di tutto la padronanza che essa ha in casa sua; fratelli, genitori, dipendono da lei; la mamma, povera infelice, è letteralmente la sua cameriera.

– Ma è ben quello che io desidero; cioè una moglie che sappia comandare, che abbia una volontà….

– Giustissimo; ma io ho osservato che la sua è piuttosto una caparbietà. Tu come innamorato non puoi distinguere caparbietà da volontà. È troppo giusto. Io però ti posso assicurare che la sua vantata forza di volontà è più parente con l’ostinatezza orgogliosa che non con la ragione, il che mi dà indizio o che l’indole di lei non è delle più invidiabili o per lo meno che non fu bene allevata in casa; e se co’ suoi genitori è abituata a volere quello che vuole, col marito farà precisamente lo stesso, anzi peggio; non ci si modifica a ventun anno….

– Venti, – corresse Paolo.

– Bene, venti: ma la cosa non muta con un anno di meno. Ora, se tu vuoi assumerti questa parte educativa, farai opera buona, ma non assicuri certo la tua felicità. Anche i fratelli, per giovani che vanno ancora a scuola, mi sembrano troppo mondani, troppo liberi…. nel parlare, nel fare, troppo spregiudicati. Non dimenticare inoltre che ieri, alla nostra presenza, si sono dovuti imporre un contegno eccezionale. M’imagino che cosa deva avvenire in quella casa negli altri giorni!

– Domando io che c’entrano i fratelli….?

– D’accordo; ma provano che l’educazione famigliare non è stata delle più rigorose.

– Cara zia, perdonami, – disse Paolo con forzata mansuetudine, – la tua analisi è spietata, ingiusta. Tu giudichi l’istituto della famiglia con criteri d’altri tempi. Le gerarchie assolute tra genitori e figliuoli appartengono alla storia del passato, non convengono più ai tempi nostri….

– Vero, vero, caro nipote – disse donna Felicita con placidissimo sorriso – nè tu potevi incolparmi di essere vecchia con maggior garbatezza. Sta però attento a quel che ti dico ora e tu co’ tuoi ventisette suonati e con la tua laurea in legge mi dovresti capire troppo bene: io non ti ho detto di venire da me per farti una discussione sul matrimonio. Ti faccio soltanto osservare che le leggi giuridiche e le leggi dell’opinione publica sul matrimonio sono quelle che erano cento anni fa. Uniformatemi prima le leggi al nuovo concetto che tu sembri avere della famiglia e allora potremo discutere! – E siccome il nipote crollava il capo in segno di compatimento, ella proseguì: – Oh, e ora veniamo al paragrafo «istruzione ed ingegno»! La signorina certo rivela mente svegliata, pronta; può regolare bene una conversazione mondana: inoltre ha molta coltura, ha letto molto, anche troppo; però quanto all’ago e al ferro da calza pare che non abbia un’eccessiva famigliarità.

– Ma quale è oggi, cara zia, la signorina per bene che sappia far le calze quando vi sono le macchine che le producono ad un prezzo che non francherebbe la mano d’opera?

– Vero, vero, però il sapere rammendare una calza può sempre venir utile – rispose donna Felicita blandamente accennando con la mano a cose future, e proseguì: – Ancora: tu forse non sei mai entrato nella sua stanza: io ti posso assicurare che è disordinatissima….

– Un disordine artistico…. via!

– Sì, artistico…, bei mobili, bei fiori, quadretti, quadrettini, libri, riviste, giornali, dediche, ventagli, profumi fin che vuoi: ma non ho trovato nè un ago, nè uno spillo. Il cassetto del comò è un cumulo di ciarpame, lettere, giornali in mezzo alla cipria, ai guanti, ai nastri. Poca pratica della casa, insomma, e…. sopra il capezzale, niente….

– Questo te lo aveva prevenuto, il babbo di Irma è razionalista: anche Irma è libera pensatrice: del resto ella non ne fa un mistero come non ne fa un vanto: infine io so che per compiacere a te è disposta anche al matrimonio religioso.

– Compiacere a me? Per me fate come più vi piace….

– Quanto alle idee religiose mi permetto di avvertirti che tu sei indietro, che il pensiero moderno….

– D’accordo, caro, io sono della più completa ignoranza per quel che riguarda il pensiero moderno: questa però è la terza volta, sarà il puro caso, che ho l’occasione di notare come le signorine libere pensatrici hanno una spiccata tendenza per il disordine artistico come tu lo definisci. Quanto poi al famoso incarnatino di poco fa – si affrettò a concludere la terribile zia – ecco quello che ho trovato, per pura combinazione – nota bene – nel cassettino della toilette della signorina. Non te lo volevo dire, ma la tua cieca ostinazione mi obbliga ad una indelicatezza da cui in tutt’altra occasione mi sarei ben guardata.

– Cosa?

– Calma, calma! Dà qui la mano.

Paolo porse la mano.

– Apri la palma, – e donna Felicita levò dallo stipo un tubetto impercettibile, ne toccò la palma del nipote, poi col pollice dell’altra mano fregò sapientemente.

– Vedi – disse con tutta pace – come il palmo della tua bianca mano acquista in un batter d’occhio il colore incarnatino? Questa inclinazione…. diremo così…. alla pittura, credilo, non è di buon augurio per la felicità coniugale! Non v’è colpa, ne convengo, però si eccedono i limiti di quella vanità che dobbiamo concedere ad una signorina. Del resto – aggiunse mentre Paolo corrugava le ciglia sul palmo assai roseo della sua mano – fa una cosa, quando torni e la vedrai piangere per una ragione qualsiasi, perchè imagino che come fidanzata piangerà qualche volta benchè sia razionalista, passale di sorpresa e calcando un pochino un fazzoletto candido di batista sugli occhi e se non vi trovi i segni del carboncino, dimmi che tua zia è rimbambita del tutto.

Lascia un commento