Alfredo Panzini – Il cuore del passero

Io non lo negherò menomamente.

Ogni volta che tornavo a rivedere quella vecchia mia casa, il passero chiuso nella gabbietta, sul grande muro giallognolo della scala interna, per me rappresentava qualche cosa di sacro per la dimora, quasi come il quadro dello squallido Cristo che pendeva sotto la gabbia.

Il passero era una specie di deus indiges vivo, di piccolo genio domestico, sebbene poco canoro. Qualche trillo ogni tanto: ci, ci! ogni tanto quando il sole giungeva con la sua freccia a saettar di oro la vecchia gabbia: ci, ci!

Il sole si alternò con le nevi dell’inverno: l’autunno doloroso, pieno di morte cose, declinò per il fuggitivo anno. Poi le tenui parietarie che coprivano il muro dell’orto, si confortarono di verzura e di fiori al tempo novello.

Di giugno la madreselva olezzò: i grappoli odorosi caddero come cadono le più durevoli cose. Questa vicenda era avvenuta nove volte, cioè nove anni si erano fuggiti da che il passero pendeva alla parete.

Ogni tanto, nel silenzio della casa, si sentiva uno sgretolio: era il passero che sgusciava il chicco di miglio o la sementina secca del melone.

Ogni volta che io ritornava a casa da lontane città (triste oggi e laboriosa, oltre il volere di natura e di Dio, si è fatta la vita) non potevo a meno di chieder novella del vecchio passero nella sua gabbia.

– Sempre vivo? – domandavo.

– Sempre vivo, figliuolo! – rispondeva la cara mamma.

Quella bestiolina mi richiamava alla memoria cose dolci e svanite di molti anni fa. Quel passero io lo avea raccolto nove anni prima in una città lontana. E fu così: Una sera d’aprile, camminando lunghesso le muraglie, sento cadere qualche cosa davanti a me. Era un passero da nido, ancora implume, caduto giù dal tetto inavvertitamente.

Lo raccolsi, lo nutrii, lo curai.

Visse.

Nella città lontana, dove allora dimoravo, nella stanza sola, mi teneva compagnia. Ricordo: c’era un corridoio con molte vetrate battute dal sole. Il passero stava nel corridoio e lo percorreva tutto in cinque o sei salti. Ricordo ancora: cadendo dal suo nido, certo si era rotta una zampina: io gliel’avea curata, ma era rimasta contorta.

Un giorno ritornai al mio paese e portai il passero a mia madre: ella ne ebbe cura; io me ne dimenticai. Altre cose si dimenticano oggi! Pure ogni volta che dalle mie peregrinazioni ritornavo a casa, domandavo:

– È vivo?

– Vivo quel rusticone, – rispondeva la cara mamma. E al mattino cullandomi nel sonno come avviene di chi dopo lunga dimora altrove si compiace del letto e della casa paterna, udiva uno starnazzar di alucce, un – ci, ci! – breve. Certamente era il sole che andava a visitare quella sua creatura prigioniera, o era lei che intuiva la luce d’oro per naturale senso di amore.

Ora come avvenne? come fu ieri?

Io ne sono profondamente afflitto, ma avvenne così come adesso racconterò.

Bisogna sapere che ero giunto da un lungo viaggio: mia mamma sapeva che dovevo arrivare e mi avea ammannito uno di quei desinarini come sanno fare le mamme: vivande condite di amore!

Che piacere ritrovarsi in casa propria dopo tante notti passate negli alberghi! che gioia poter stendere le gambe sotto il proprio tavolo, su cui pende la solita lampada: e le stoviglie vi danno il benvenuto.

La cucina era in festa: e il focolare splendeva vivamente.

Quando non ci sono io, un pentolino basta per la mamma e per la fantesca.

Al pentolino bada il gatto: la fantesca dice le sue orazioni.

Ma quel giorno era venuto io e la cucina era in festa. L’arrosto girava sul treppiede; la pentola bolliva con allegro borbottio, gli aridi tralci crepitavano ed anche il sole si era messo d’accordo, chè, dopo tanti giorni di pioggia, riluceva.

Su la tavola era stesa una bella tovaglia, con le ampolline, il vasetto de’ carciofini nell’olio, da mangiare col lesso, riserbati per le occasioni solenni: facevano inoltre bella mostra di sè una torta di marzapane su di una guantiera, due bottiglie di vino, di quelle che non si toccano per dei mesi e mesi e vi possono raccontare come fanno i ragni ad intessere le lunghe tele e descrivere le scorribande e i vani assalti dei topi nelle cantine.

C’erano le mele siroppate nel mosto, c’era l’uva dell’ultima vendemmia, c’era il ramo secco dell’ulivo, appeso al muro: memoria dell’ultima Pasqua.

Pensare alle trattorie, dove su le tovaglie grinzite muoiono le ultime mosche, e il cameriere al grave odore della cucina si assopisce col mento ispido su lo sparato sudicio; pensare agli acri mangiari in quelle mie peregrinazioni! Come tutta scintillava di pace benigna la gran tavola della casa!

– E il vecchio passero sta bene? – domandai posando la mano su la spalla della mamma che stava dando un’ultima occhiata all’arrosto, su cui il fuoco lento avea disegnato larghe chiazze brunite.

– Bene come un papa! – ella rispose. E il passero in quell’istante, come per rispondere direttamente alla domanda, fece – ci! ci! – perchè certo un raggio di sole era giunto sino alla sua gabbia.

– Di mezzogiorno ci batte il sole perchè canta? – domandai.

– A mezzogiorno arriva sino a lui e allora fa due o tre stridi; poi non si sente più tutto il giorno. È un rusticone!…

Il pranzo fu lieto da principio, poi volse a tristezza, giacchè non sempre il vino desta gioconde imagini. Eravamo noi due soli, come da tanti anni. Si parlò di molte cose passate, e ciò avvenne naturalmente per la ragione che tanto per la mamma come per me l’avvenire si è chiuso e ben sappiamo che cosa ci è dato in ventura.

Ciò toglie forse lietezza, ma in verità non aggiunge timore. La via è segnata almeno così. Trascorra almeno con la benedizione del Signore e con la coscienza di non aver fatto piangere nessuno!

Si parlò dunque del passato: profili dolci e melanconici di chi non è più, sorgevano evocati attorno a noi, come volessero assidersi alla antica mensa.

Vero è però che quando la coscienza è in pace il parlare dei morti e coi morti non dà sconforto nè tristezza.

Le due bottiglie erano vuotate, io le avea ben vuotate: un bisbiglio sommesso e accorato veniva dalla cucina: era la vecchia fantesca che avea finito di accudire alle sue faccende e avea cominciato la lunga interminabile serie delle preghiere vespertine.

Il passero fece: – ci, ci!

– Oh si sveglia, – fece la mamma.

Poco dopo una zona di sole che fasciava la stanza, si affievolì languidamente, poi si ritrasse come luce che vien meno.

Un ritratto mio di quando era in collegio a Venezia pendeva dalla parete: era un gruppo di tutti i convittori insieme ai maestri. Lo avevamo fatto – ricordo benissimo – il giorno prima della licenza Liceale. Che bel giorno di luglio fu quello! Quante melanconie, quante lagrime, quante speranze, quante non conosciute tristezze in quegli anni di collegio, otto anni, passati lontani dalle carezze de’ miei genitori! Io non ci volevo stare in collegio: fuori delle inferriate della mia stanza si vedeva la laguna lucida e azzurra, infinitamente triste quasi sotto un’oppressione di storie e di memorie, con l’isoletta in fondo dove è il cimitero, irta di melanconici cipressi che sporgevano su dal muro rosso di cinta. Aveva un nome l’isoletta: ma lo ho dimenticato! Oh, che spasimo per tutto il cuore, che frenesia di libertà, che nostalgia di te, cara mamma, e di lui che non c’è più! Io glielo dicevo, glielo scrivevo con le lagrime: «portami via dal collegio!» e lui in quelle sue lettere così sobrie, così pure di schiette italiche forme, così buone, mi diceva di pazientare, che era per il mio bene, il mio avvenire: la mia gloria, la sua gloria.

Povero babbo! Ben poco tempo si visse assieme per fabbricar questo sognato avvenire per cui tu lavorasti a morte, per cui io vissi schiavo tanti anni e furono gli anni migliori!

Eppure, che fremito di libertà quel giorno….! Che impazienza lagrimosa di uscire da quel chiostro, di prendere la vita come si afferra una vergine donna, di berla, di goderla quella vita che, finalmente, ci si affacciava a diciotto anni!

E come me, gli altri. O pure fronti giovanili, o vivaci pupille! Molte, ora, sono spente e gran mora di terra le ricopre: molte, ora, sono curve sotto il lavoro maledetto.

Ah, vecchio e savio maestro di filosofia, quel giorno che noi si andò a farci quel ritratto e si correva per le calli e su per i ponti, come un branco di selvaggi alla battaglia, ci seguivi anche tu, c’eri anche tu con noi, vecchio dalmata savio, e una lagrima cadde dalla tua pupilla, ma la tua parola non ne fece il commento: le tue parole non furono se non dolci per noi e piene di speranza. Ma la lagrima voleva dire: «anche su le vostre spalle sarà messo il basto, e chi non avrà il peso su le spalle lo avrà forse su la coscienza, che è peggio»; ma tu non ce l’hai detto. Tu ci guardavi melanconicamente nella nostra giovinezza, inconscia delle cose future, non in diverso modo che io vidi un cavallino puledro giovaneggiare in mille salti accanto alla giumenta piena di guidaleschi, la quale guardava il suo nato con occhi pensosi. Anche per lui il padrone a suo tempo avrebbe preparato la soma.

Il passero fece ancora una volta: ci, ci.

– Ma si sveglia il sornione: si vede che sa che tu sei tornato e ti fa festa! – disse la mamma.

– No, mamma: avete fatto male a chiudermi in collegio, – dissi come conclusione di un lungo discorso. – Avete fatto male: i miei anni di libertà non me li potete più dare indietro!

– Va là, figliuolo, o dentro o fuori, – disse ella tranquillamente, – è tutto un collegio. Almeno così ora hai da vivere…. e da provvedere alla tua vecchia mamma!

– Così è, così è! Meno male! – io le risposi e le diedi la mano e lasciammo la stanzetta terrena che era buia oramai e salimmo le scale interne che conducevano alle stanze.

Nell’anticamera, dove era appeso il passero, batteva bene il sole tuttavia.

Mia mamma era solita ogni dì, dopo il pranzo, accostarsi alla gabbia e dare un paio di sementine sbucciate al vecchio passero: il quale graziosamente le pigliava, e poi ella si ritirava nella sua stanza.

Così ella fece anche ieri: ma il passero vedendo una faccia nuova, esitava ad accostarsi e torceva il collo e la testolina con quell’occhio luminoso come capocchia di nero spillo, per vedere chi ci fosse oltre la mamma.

– È il tuo padrone: è il tuo padrone, vecchio passero: to’, mangia le sementine!

Così ella disse e fece, e poi si appartò nella sua stanza, una stanza tiepida e senza rumore che dà su di un orticello abbandonato: e il sole dalla finestra entra e fa risplendere i molti santi ed i cari profili dei ritratti di chi è lontano; oh, tanto lontano che non ci si può arrivare per quanto si viaggi e per terra e per mare: pure tutti un giorno ci arriveremo là lontano senza viaggiare. Forse ci rivedremo anche!

Mia madre, seduta in una gran poltrona, legge certi suoi romanzi della vecchia scuola: versioni inverosimili di vicende anche più inverosimili. Un romanzo della buona arte simbolica o psicologica non sono mai riuscito a farglielo finire.

– Sarà scritto bene, figliuolo; ma è troppo difficile e vi sono troppe melanconie: ne ho tante io!

Legge anche i giornali; ma di questi cura in speciale modo le vicende dei re e dei principi coi quali è in molta dimestichezza. Ne sa le genealogie, le parentele, i maritaggi; cos’ha fatto quello; cos’ha fatto quell’altro.

Quando è incerta, si rivolge a me e mi domanda: – Chi è quella Guglielmina? è la figlia del re tale? Come va allora che non si sposa? Dovrebbe sposare il tale principino. E quel re X*** cosa fa che non viaggia più? –

A queste domande io so rispondere ben poco: – Gente che ha buon tempo, mamma! – rispondo talvolta per levarmi d’imbarazzo.

Anche ieri, come ho detto, ella si ritirò nella sua stanza. Io rimasi solo presso la finestra, vicino alla gabbia del vecchio passero.

Io ebbi la voglia di rinnovare la antica conoscenza con lui. Diamine, eravamo vecchi amici! Gli dicevo: «Vi ho raccolto per la via implume, signor mio! vi ho sottratto ai monelli che vi avrebbero ucciso, al gelo, alla fame; vi ho curato, allevato, nutrito! Pagate ora il debito di riconoscenza che avete col vostro signore e padrone. Vi ricordate quando facevate: ci, ci! nel corridoio luminoso, nove anni addietro, e mi saltavate su le spalle?»

Io misi la mano nello sportello, la mia grossa mano che riempiva tutta la gabbietta, e le cinque mie dita violente afferrarono dopo breve contesa la piccola bestiolina, e me la accostai alle labbra.

Il cuore del passero batteva.

La mano provò una ben curiosa sensazione nello stringere una cosina così piccola e così fragile.

Se a pena le mie dita si fossero ristrette di un mezzo centimetro, quegli ossicini che formavano quel piccolo scheletro si sarebbero frantumati e quel cuore si sarebbe improvvisamente arrestato: e nessuno mi avrebbe detto niente.

La perversa tentazione! Quel soffice involucro di penne invitava a premere fortemente tanto per sentire dove cominciava la carne e come quel cuore avrebbe fatto a cessare. Perchè quel cuore batteva con violenza; più forte del cuore dell’uomo in quanto che esso era un movimento come aereo: come il pulsare di un’ala interna veloce.

«No, io non istringerò – pensai – io ti ridonerò la tua libertà. Povero animaluccio vissuto sempre lì su quella scala, senza avere imparato altro che a fare ci, ci! Oramai, vecchio, giusta cosa è che tu goda di quello che solo godono gli abitatori dell’aria, finchè l’uomo non li uccide: un po’ di libertà!»

E pur tuttavia era una cosa che faceva pena sentire come quel piccolo cuore battesse precipitosamente. Come può un piccolo muscolo pulsare così?

Quando noi, grossi animali voraci, mangiamo un arrosto di uccelletti, non ci avvediamo nè meno di quel piccolo cuore: lo divoriamo assieme a tutto il resto.

Eppure è un piccolo cuore che batte così!

Ho pensato a tutte le macchine che fanno gli uomini; le uniformi e multiformi macchine; le enormi e le minime.

Nessuna mi ricordava questo rumore meraviglioso. Egli è che questo è un rumore vitale, e il meccanico, forse, si è chiamato Dio.

Pulsava che pareva un anelito, così grande che penetrava sin dentro di me; così ripetuto nel tempo che io credo che in un secondo avesse battuto dieci volte; così fragoroso che io mi voltavo qualche volta con timore che la mamma sentisse e uscisse dalla stanza per isgridarmi. Come non scoppia il piccolo involucro di penne?

Le due zampettine pendevano in giù inerti dal mio pugno. Una era diritta, l’altra era quella rattrappita che avea medicato io nove anni addietro.

– Ti ricordi, ingrato, quando io ti medicai?

E col dito dell’altra mano toccai quella testolina soffice e piatta.

Il piccolo cuore batteva oramai spaventosamente.

– Va! va! – dissi – va anche tu, va almeno tu libero! Cerca la foresta dove vi sieno tutte le belve che nascono dalla terra e camminano su la terra, meno l’uomo. Cercati la compagna, fatti il nido. Va sopra la foresta: scandi l’azzurro: impara a cantare!

Il sole cadeva oramai dietro gli squallidi tetti; la nenia delle campane che chiamavano per il vespero, rompeva sola il tedio immobile di quella mia vecchia città melanconica.

– Va libero!

E lo lanciai con violenza in alto e apersi il pugno.

Il passero descrisse una breve parabola, ma non dispiegò le ali verso l’azzurro lontano, non mandò alcun grido per salutare l’acquistata libertà.

Cadde pesantemente sul selciato come cosa che non ha più vita. Evidentemente, senza volerlo, io avea stretto con troppo entusiasmo e il piccol cuore avea cessato di battere.

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