Alfredo Panzini – La cagna nera

Quando mi tornano a mente i miei genitori (adesso si stanno accanto nel cimitero del villaggio) e gli anni della mia giovinezza, allora gli occhi si ricolmano di lagrime.

Ecco: era lassù! da tutte le strade del piano, anche da lontano, lo si distingueva il palazzo antico e quadrato, su in vetta della collina, con i quattro cipressi alti che dentellavano il cielo e facevano la guardia al portone: il portone era ad arco con grosse bugne di marmo e di sopra portava una targa; perchè la mia famiglia era nobile: io non sono più niente; ma la mia famiglia, dico, era nobile e di buona razza. La targa portava sul quartiere un bel fiordaliso e il motto crescet in aevum. Dietro v’era il roseto, ma grande, grande da farne un podere.

– Ma dissodatelo, signor conte – dicevano al babbo i buoni borghesi del villaggio – dissodatelo; vi verran fuori venti e più sacchi di grano.

Lui sorrideva nei suoi occhi celesti così dolci e: – Avete ragione, miei buoni amici – rispondeva – ci penserò su, ci penserò.

Ma non ne faceva niente perchè era la mamma che non voleva, una delle poche cose che non voleva; e anche quando morì lui ed anche il palazzo fu coperto da ipoteche (io non ne sapevo nulla), il roseto non fu toccato.

– Vecchie ubbie di aristocratica – diceva la gente, – ci ha le ipoteche anche sui tetti e vuol conservare le rose!

Ma il roseto rimase fintanto che ella visse, la mia santa madre; signorilmente rimase a dispetto delle cipolle e delle patate, ed io lo ricordo tutto vivo e fiammante come una porpora stesa giù per il declive del colle. Era una meraviglia! Venivano anche da lontano a visitarlo, il roseto! E per Pasqua fiorita se ne portavano via a carrette delle rose: e tutti i santi e tutte le sante delle parrocchie vicine ne toccavano la loro parte.

O Madonne che abitate le chiesuole delle terre d’intorno, ben ne aveste adorni gli altari, voi! E non ci proteggeste voi! Il profumo delle bianche e delle purpuree rose non salì sino al vostro seggio celeste?

Mi ricordo di maggio (allora c’era il maggio per me e c’era la primavera) quella lunga fila di stanze in rettilineo che davano sopra il roseto: il sole entrava a fili sottili attraverso le persiane socchiuse, si posava sui mobili coperti di raso sbiadito, sui quadri dalle cornici di legno intarsiato, appese al muro; e sul filo solare fuggiva un pulviscolo di quelle vecchie masserizie insieme agli atomi delle rose che morivano silenziose in molti e bellissimi vasi di cristallo, mentre le loro sorelle giù nel sole del parco non si stancavano di aprirsi e cadere come vinte dalla voluttà del loro profumo.

Mia madre passava quasi tutto il giorno per quelle stanze o pel roseto, che essendo dalla parte opposta della via, le permetteva di non essere veduta. La gente diceva che ella era molto superba: certo nel paese si faceva vedere a pena due o tre volte all’anno, e anche la messa la udiva in una cappelletta annessa al palazzo, dove il parroco veniva a celebrare al mattino presto. Anche questo contribuiva ad accrescere la reputazione di superbia; ma non era vero. Era piuttosto, io credo, una riservata e fiera timidezza che non avrebbe potuto vincere nemmeno volendo.

Io mi sforzo di rievocarne l’imagine; ma la memoria ne ha sbiaditi i contorni così che a pena mi si presenta alla mente una figura di donna senza sorriso che si aggirava per quelle stanze, fra quelle rose, lenta e come smemorata anche quando il palazzo risonava dell’allegra vitalità di mio padre e delle feste degli amici.

Perchè mio padre era tutt’il contrario. Alto, con una superba barba rossiccia e due occhi cilestri quasi infantili, con un’esuberanza di vita piena di allegrezza e di ingenuità: aveva sbagliato il secolo della sua venuta nel mondo. Sarebbe stato bene con corazza e stivaloni speronati al seguito di qualche gioioso barone di Francia al bel tempo delle guerre e dei tornei.

Garibaldino in sua gioventù, republicano e liberale a suo modo, aveva portato in queste sue idee tutta la gentilezza e la idealità del suo sangue patrizio.

Per mala sorte negli ozi forzati della sua virilità gli venne o piuttosto gli fu suggerita la malaugurata idea di farsi eleggere deputato; e da allora, per molti anni, fu un seguito di banchetti, di favori e di munificenze dispensate con principesca liberalità. Il palazzo era corte bandita. Ma il signor conte doveva riuscire deputato!

Riuscì invece a consumare il patrimonio; ma la sua buona fede era tanto grande che forse non gli passò nemmeno per la mente la frode.

Mi ricordo un vecchio servo di casa, certo Beppo, una specie di maggiordomo, che quando il babbo gli ordinava di apparecchiare un pranzo o di distribuire tanto denaro ai poveri o tanto grano in beneficenza, diventava livido e se avesse potuto mettere del veleno nelle vivande, lo avrebbe fatto.

Mio babbo ci pigliava gusto a vederlo così imbronciato.

– Si direbbe che consumi del tuo – diceva.

– Peggio! io non ce n’ho; ma lei ha le mani bucate.

Una mattina (questa me la raccontarono poi) dopo un banchetto che si era protratto oltre la mezzanotte, Beppo indicava a mio babbo, presso il cancello d’uscita, una lurida pozza vinosa sul terreno. Diceva:

– E l’ho inteso io quello grosso, che parlava più forte, dire a quel piccolo con la faccia di fiele, che vomitava, l’ho inteso io dire: «Ah, tu non vuoi portar via niente dalla casa degli aristocratici!» e l’altro seguitava a vomitare e singhiozzare dal ridere, e tutti ridevano!

– Va là, va là, Beppo, che non è vero – rispondeva mio babbo col suo solito sorriso che non smentiva mai – hai capito male.

– Ho capito male? ah, fè di Dio! E quando l’altra volta passando davanti alla cappella, dove era entrata la signora contessa, uno ha fatto le corna alla Madonna?

– Ma no! quello, vedi, era un gesto di manifestazione politica.

Ma per quanto vi celiasse, mio padre non riusciva a placarlo né a persuaderlo.

– Ah, povero il mio grigio! – diceva poi, e gli metteva la palma della mano su la sua testa rozza e gliela scoteva; ma né pur questo bastava a farlo sorridere.

Mia madre lasciava fare e dire. Si accontentava della sua parte di padrona di casa, che adempiva con la maggiore cortesia possibile. Solo a fin di tavola, quando le bottiglie preziose si vuotavano con rapidità spaventosa e le voci minacciavano di farsi roche e le proposizioni audaci, ella si appartava con qualche pretesto.

Che cosa passasse fra il babbo e la mamma io non lo seppi mai. Era debolezza di carattere, era acquiescenza e venerazione ai desideri di lui, era timore di infliggergli un colpo mortale convincendolo del suo errore e della sua ingenua buona fede? Io, ripeto, non lo so: forse era un po’ di tutto questo.

La baraonda politica cessò per esaurimento un po’ per volta, cioè quando gli amici democratici si accorsero che il meglio era mietuto e che poco restava da cogliere ancora.

Allora la vita si ristrinse fra noi tre molto amichevolmente. Io era allora un giovanetto sui quattordici anni e stavo tutt’orecchi ai discorsi del babbo, specie dopo pranzo.

V’era una gran stanza da pranzo con vecchi mobili di quercia che salivano sino al soffitto. Le tre finestre, che prendevano tutta una parete, davano sul parco e v’entrava la luce verde e silenziosa della campagna.

La mamma lo ascoltava: non diceva né sì né no. Quello che faceva lui era ben fatto. Egli si eccitava dopo pranzo; perchè un’altra vena di attività irrequieta gli si era aperta e ne ragionava con la sua solita volubilità lieta e rumorosa.

Oh, egli avrebbe messo in piedi il patrimonio nel giro di un paio d’anni. – Qui l’agricoltura va ancora col sistema di Noè – diceva: – bisogna rinnovare tutto. Farò venire le macchine dall’Inghilterra, dalla Francia, dal Belgio, e se occorre, i concimi chimici: prenderò in affitto una ventina di poderi, stipendierò un agente tecnico…. e vedrai…. vedrai! Per la gloria della casa poi, visto che io non ci sono potuto riuscire, ci penserai tu – e si rivolgeva a me. – Ma bisogna studiare, perchè oggi i tempi sono mutati e non basta più essere ricchi come ti lascierò ricco io ed essere nobili, ma bisogna anche essere istruiti; e questa è una cosa giusta, non è vero Ersilia? E tu studierai, non è vero? – E mi posava la mano, una mano larga, ardente su la testa: era la sua mossa favorita, e mi ricordo che mi faceva male con l’anello che portava all’indice, e mi scoteva la testa che allora avea molti riccioli biondi con riflessi di rame, che erano una debolezza della povera mamma.

Sebbene allora le acque fossero basse e le cambiali degli amici politici scadessero con la regolarità della classica goccia su la pietra, tuttavia mio padre non aveva smesso che poco dell’andamento domestico: due cavalli in istalla per la carrozza della mamma; un bel polledro bajo, balzano da due piedi, che era una grazia, per me da cavalcare: e la rigida correttezza del costume inglese, di prammatica in simile genere di spassi signorili, era stata temperata dal gusto d’arte di mia mamma, che voleva che io portassi una larga giacca di fine velluto, un bel cappello all’italiana sotto cui i capelli fuggivano a ciocche; e mentre io cavalcavo per le vie di campagna che su per le colline salivano e discendevano, ella mi seguiva con lo guardo intento dal terrazzo più alto della villa.

Mio babbo oramai era tutto assorto nel suo lavoro di agricoltore. Le sue speranze erano senza limite e la sua felicità era raggiante: il patrimonio di famiglia sarebbe stato rifatto su le basi della sua attività e della sua industria.

I poderi vennero presi in affitto ché di nostri ne rimanevano ben pochi; le macchine arrivarono: trebbiatrici, aratri, sgranatrici, pigiatrici, ecc., ecc.; e poi grandi vagoni di grano e di concimi chimici vennero portati su fra le meraviglie, le dicerie, le invidie, le maldicenze, le crollate di testa dei villani, che ognuno voleva dire la sua.

All’antica compagnia degli imbroglioni politici, subentrò una compagnia nuova, meno numerosa, ma non meno dissanguatrice di agenti, commissionari, sensali e simile genìa.

Per quegli anni io ricordo mio babbo, anche nei giorni più affocati di luglio, su e giù per i campi, a sorvegliare, a dare ordini, a dirigere i lavori. Lo ricordo in mezzo a tutti quei villani con la sua faccia abbronzata, sotto un gran cappello di panama, una giacca di fustagno, le grosse scarpe di cuoio grezzo, e la barba rossiccia con qualche filo d’argento, accuratamente quadrata, che cadeva su lo sparato di batista fragrante.

Morì tragicamente: una pugnalata terribile nel cuore che lo lasciò freddo, stecchito.

Ecco come: la festa di mezzo agosto, verso sera, su la piazza, fra un grande tumulto di villani avvinazzati, un certo tale noto e temuto per sanguinaria violenza, aveva trovato a dire con un giovane; e la madre e la ragazza di costui atterrite urlavano aiuto, per la Madonna, che glielo ammazzavano il figliuolo; e tutti facevano largo, e guardavano senza muoversi. Passa mio babbo, e le donne e tutti a gridare: «Signor conte, signor conte, che lo faccia star buono lei!» E mio babbo si avvicinò solo, solo, sorridendo, con la mano levata per placare quel furibondo, quando una terribile coltellata nel cuore lo lasciò morto. Hanno avuto il coraggio di portarcelo a casa così! Dicevano che non era niente, che era svenuto, perchè aveva il suo sorriso e la sua indimenticabile sigaretta stretta ancora fra le labbra.

***

Dopo questo tragico evento mia madre non mise più piede fuori dal recinto del roseto e del parco, e la gente raccontò che era uscita di senno. Molti anni più tardi, poi, quando quella benedetta lasciò i patimenti di questa vita, fra quei villani si formò la leggenda, e dicevano che tutte le notti di mezzo agosto ci si vedeva per il parco l’ombra della contessa matta, vestita di nero con i capelli tutti bianchi giù per le spalle: e fu anche a cagione di queste dicerie che il palazzo ed il parco non trovarono più un padrone stabile, e finirono per cadere nella rovina e nell’abbandono. Queste cose mi furono riferite, perchè io al mio paese dopo la morte di lei, non sono più tornato e la casa dove nacqui e che fu mia non l’ho più riveduta; certo è che anche dentro di me trapassò un’eredità di quella morte di persone e di cose.

Io, quando morì mio padre, aveva sedici anni: vennero dei miei parenti che mi condussero in una città con loro per seguitare gli studi; e, per mio conto, di quella benedetta non posso dir nulla all’infuori di questo, che non mi voleva più lassù al palazzo con lei. In quella casa che risonava a vuoto, v’era troppa morte e troppo dolore; ed ella, suppongo, paventava che il terribile male della sventura mi si attaccasse. Pietosa ed inutile previdenza, perchè il male lo aveva con me, entro di me.

Più tardi, quando io facevo gli ultimi anni di legge, ella fu presa da un’idea delirante, la quale però la sosteneva in vita e le serviva di norma direttrice. La nostra casa era caduta, la nostra casa doveva risorgere; io doveva essere il salvatore ed il redentore della casa. Come? e quando? e per quale via? Lei certo non lo sapeva; sapeva solo che la cosa doveva essere. Allora i cipressi avrebbero mandate fuori verdi fronde, e il fiordaliso d’oro che empiva il quartiere dello scudo, sarebbe rifiorito sul suo campo: così profetava il bel motto latino crescet in aevum.

Allora, ma soltanto allora, io doveva tornare. Le stanze della villa, chiuse e mute per tanti anni, si sarebbero aperte al sole; lei mi sarebbe venuta incontro, giù per la scalea, in mezzo all’applaudire dei clienti e dei servi, ed avrebbe esclamato: «Tu, o mio figliuolo, hai fatto finalmente ritorno! Quanto tempo ti abbiamo atteso! I miei capelli son diventati tutti bianchi, ma non ho voluto morire, sebbene i morti mi chiamassero e io desiderassi morire; non lo volli per assistere al suo trionfo in questo giorno felice!»

Su questo proposito non mi fece mai alcun progetto determinato, forse perchè non ne aveva alcuno; ma io capivo che la sua volontà, come la sua fede, erano indomabili. Bisognava riuscire: io doveva riuscire! Era questo pensiero che la teneva in vita. Quando le scrivevo: – Mamma mia, ho desiderio di vederti, voglio stare vicino a te qualche po’ di tempo – lei rispondeva: – No qui, tu non devi impigrirti fra queste campagne; devi vivere in città per conquistarti il posto secondo il tuo destino.

Tale era la frase impreteribile, in cui includeva un senso mistico di cosa fatale.

– Ma gli affari, mamma – io le riscrivevo – tu sei donna, hai bisogno di qualcuno che ti assista, che ti consigli…. – Ella rispondeva: – Tutto va bene; agli affari ci penso io, io non ho bisogno di niente; tu pensa solo a te e a farti uno stato degno di te.

Io, insomma, non dovevo vedere, non dovevo saper nulla degli affari di casa, e forse era anche per questo che non mi voleva lassù con lei, dove ci sarei stato tanto volentieri a meriggiare sotto quelle piante, a pranzare io e lei in quella sala a pian terreno tutta silenziosa e verde per il riflesso del parco. E un’altra lucida ed incoercibile idea la possedeva: un giovane che è alle sue prime armi, che deve avere relazioni nel gran mondo e che vuol riuscire ad aprirsi una strada, deve spendere molto; e se denari non ne ha, bisogna mandargliene. Secondo questa logica, mia madre, senza né meno che io le chiedessi, mi spediva denari con una gran profusione e mi ingiungeva di spenderli.

Perchè bisogna sapere che io frequentavo la società più aristocratica e mondana di F***, ma senza vizio come senza passione, cioè naturalmente. Le relazioni di mia madre, il parentado, il mio nome, mi avevano aperte tutte le porte; e pensandoci bene, mi pareva allora che non si potesse vivere che così, cioè che una persona di garbo dovesse necessariamente condurre quella vita oziosa e mondana. Alle volte, è vero, mi assaliva il dubbio che quei denari rappresentassero o un pegno di gioielli, o un podere che mutava padrone, o un prestito ad usura. Ma le sue lettere che dicevano sempre che stessi di buon animo, che gli affari andavano bene, mi tranquillavano per due ragioni; la prima perchè mi liberavano dall’obbligo di occuparmi dell’azienda domestica e di fare atti di energia, pur lasciandomi la coscienza tranquilla di aver adempito al mio dovere; la seconda perchè mi toglievano il doloroso dubbio di una possibile ruina. Quanto ad approfondire di persona la cosa non ci pensavo più. Mia madre diceva così, dunque era così; e poi mi pareva che un patrimonio come il nostro dovesse essere come qualche cosa di intimamente congiunto alla antica gentilezza del nome e della famiglia, e che un temporaneo dissesto non potesse per nulla influire su la sua stabilità.

Rimaneva l’altra questione di conquistare quest’alto grado, questo posto degno del mio nome. Che cosa lei s’intendesse con tali parole, io allora non sapeva chiaramente: la spiegazione più semplice che io sapessi darvi era quella di vivere onoratamente come si conveniva a gentiluomo e come nel fatto viveva. Alle volte il vero, cioè la vera volontà materna, mi balenava alla mente, ma la mia inerzia mi impediva di venire ad una spiegazione concreta.

Chi sa? – pensavo – forse vuole che io mi faccia un nome come avvocato, come uomo politico, che scriva dei libri, che mi metta ne gli affari, che so io. Tatto ciò mi sarebbe piaciuto, ma in che modo? e da dove si comincia? Io capiva abbastanza bene che a me mancavano tanto le forze dell’ingegno come quelle della volontà per raggiungere una così difficile meta.

Fuori della classe sociale ove il nome e la fortuna mi avevano collocato, che cosa avrei fatto? Alle volte, è vero, mi vinceva una gran melanconia pensando a quante illusioni quella povera mamma si facesse sul conto mio, e avrei voluto venire a qualche spiegazione: ma, ripeto, non ne ebbi mai il coraggio: sentivo che le avrei dato troppo dispiacere togliendole quella illusione. Del resto questi erano momenti passeggeri di tristezza e di dubbio: la solita vita mi riassorbiva naturalmente.

***

Ci volle la conoscenza nuda e cruda della rovina in cui eravamo piombati per levarmi la benda dagli occhi e farmi prendere una risoluzione.

Ecco come fu: per Natale, una volta, volli andare a casa a far le feste con lei: era tanto che non ci era stato e morivo della voglia di rivederla.

Nevicava, nevicava da parecchi giorni, dì e notte, come ne le fole, a grandi falde.

Ma era il Natale! Quanti ricordi si congiungevano a quel nome soave! Ricordai quando tutto il palazzo era in festa, quando v’erano tanti invitati che dormivano anche nelle stanze del palazzo. Erano parenti, amici venuti da lontano; mio babbo li voleva tutti vicino a sé in quel giorno. Egli che volevano portare come progressista o repubblicano della deputazione politica, aveva una melanconica religione degli usi e dei buoni costumi di una volta. Mi ricordo che voleva persino che ne la nostra cappella si celebrasse la messa di mezzanotte. Ricordo anche la cucina, con la cappa del camino grande come tutta la parete. Lui vi scendeva madido di neve, con gli stivaloni infangati e la carabina a tracolla e su la tavola rovesciava il carniere pieno di selvaggina da lui cacciata, e dava gli ordini alla cuoca che parea comandasse una carica alla baionetta; e poi v’erano certe schidionate enormi di capponi che rosolavano al fuoco. Fuori imbiancava la neve proprio come faceva allora. Giorni soavi.

La memoria di quella giovinezza di cose e di vita mi vinse. Telegrafai che sarei venuto anche contro la voglia di lei e dissi il giorno e l’ora.

Partii. Ero tutto lieto di passare le feste a casa e fantasticava giovanilmente in quel tepore che vince durante il viaggio, specie sedendo come io sedeva su di un soffice divano di prima classe, ravvolto in una superba pelliccia.

Si giunse. Dal finestrino del vagone, mentre il treno rallentava, aveva visto una carrozza chiusa, ferma sul piazzale deserto che è dietro la piccola stazione dove si scende per andare su al villaggio. Non ce n’erano altre. Ma la carrozza e il cavallo non erano i nostri, però riconobbi Beppo che stava a cassetta. Tutto questo mi meravigliò con un senso pauroso di presentimento del vero.

Il brav’uomo se ne stava più curvo e più vecchio del solito sotto la neve, e pareva così assorto che non si avvide né meno dell’arrivo del treno. Egli era tutto chiuso in una vecchia livrea verde di famiglia coi paramani d’oro stinti, ma la carrozza, dico, non era più la nostra; era un fiacre da nolo di forme preistoriche che stava su a forza di corde: il cavallo era così alto e macilento che su quella neve, col muso basso e le gambe davanti piegate, faceva un effetto spettrale. Indovinai tutto, e il cuore mi si serrò: pure non chiesi nulla a Beppo. Egli mi salutò scoprendosi, ma non disse parola; sferzò a parecchie riprese la rozza che si mosse indolente fra il cigolare delle ruote e delle molle sconquassate. Quel cavallo e quel fiacre da zingari erranti e quel servo chiuso nella livrea gentilizia offrivano un contrasto simbolico e miserevole. Un borghese democratico ne avrebbe riso a crepapelle, un filosofo di cuore avrebbe pianto. Per buona sorte non v’era alcuno per la via, e i pochi villani che si incontravano di tratto in tratto facevano largo e si arrestavano meravigliati al nostro passaggio; e da un sommesso parlare pareva si interrogassero se qualche cerretano giungesse al villaggio.

La strada bianca di neve passava lentamente. Quando su lo sfondo plumbeo di quel cielo si disegnò il profilo del palazzo di mio padre e di mia madre, il cuore mi tremò e un singulto mi corse su per il petto e scoppiò in singhiozzi repressi su la spalliera della carrozza; e poi piansi a lungo.

Quella bestia slombata, quasi di passo e fumando per tutta la pelle, saliva le giravolte del colle fra la neve e il silenzio che incombevano sui campi. Il silenzio della neve! Si udiva solo l’ansimare della rozza e lo scuotersi stridente dei vetri ne’ telai sconnessi. Giungemmo. I quattro cipressi dormivano sotto la neve che li impellicciava, come sentinelle che non hanno più nulla da custodire. La porta d’ingresso a vetri si aprì: mia mamma stessa la aprì e mi accolse ridendo insieme e lagrimando. Mi condusse subito nella stanza da pranzo dove ardevano pochi sarmenti: ma alla rigidezza dell’aria si capiva che da poco tempo era stato acceso quell’etico fuoco. Su la tavola grande e quadrata la tovaglia di lino si stendeva come una candida nevicata, ché tutto il ricco vasellame d’argento e di fine cristallo non c’era più.

Il vento borea della miseria avea spazzato via tutto. Solo in una antica e preziosa terraglia a fiorami azzurri che l’ingorda ignoranza dei compratori dovea aver rifiutata, erano due grappoli d’uva con gli acini tutti vizzi e con alcune mele dalla pelle rugosa e ferrigna.

Io mi sentiva piombare l’angoscia e lo stupore sul capo, e pure pareva che non fosse vero. Vero! e i miei sensi si rifiutavano di credere. Anche alcuni lembi del damasco che copriva le pareti si erano slabbrati, e l’umidità e il gelo penetrando attraverso le screpolature del muro, vi si erano grommati in una specie di muffa; altri lembi cadevano accartocciati in se stessi accidiosamente. Mia madre non si accorgeva o fingeva di non avvedersi di nulla.

Mi fece sedere vicino a sé, attizzò il fuoco, e mi passò il braccio sul collo. Domandava con premura notizie della contessa B….; che cosa n’era della figliuola della signora C…, che ella tenne a battesimo.

– Si deve essere fatta carina! Tu le fai la corte, scommetto? – Domandava se la marchesa A…. era sempre così bionda, se dava ancora quelle feste così ricche che se ne parlava per dei mesi prima e dei mesi dopo. – Quanto avrei caro di vederla!

Poi cominciò a parlare di me con una volubilità ardente. Io rispondeva sì e no, ricambiavo i saluti, raccontavo distrattamente, ma lei non se n’avvedeva: io guardava, io non potevo distogliere lo sguardo da quella sua mano che cadeva sul mio petto, scarna, diafana, inerte mano come di morta; scarna così che l’anello nuziale si appoggiava obliquamente su l’osso del dito. Per quanto tempo ancora ci sarai conservata tu, o mano materna, a ravviarci i capelli e tergerci le lagrime? E dopo? Io la presi quella mano e la sollevai piano sino alle mie labbra come la mano dell’amante e la baciai; ed ella sorrideva lagrimosamente.

– Via, via – disse poi – accostati alla finestra. Voglio vederti bene come sei – e si levò in fretta e mi trasse presso la grande vetriata. – Oh, così! – disse scostandosi e vagheggiandomi. – Come sei bello, e che aria fiera hai con quei due baffetti rivolti in su! E tu devi essere forte, forte come tuo padre…! – e questa parola non ebbe altre che la seguissero, ma risonò come nel vuoto della stanza.

Allora il riso e la eccitata gaiezza del volto di lei scomparvero dopo aver pronunciato quel nome, gli angoli della bocca le si piegarono in giù e scoppiò in un pianto stridente che la faceva tremar tutta. Io la ricoverai fra le mie braccia ed ella vi si nascose; vi si nascose con quella povera testa grigia che pur profumava di soavità e di un languido fine olezzo femmineo che ricordava la sua giovinezza. Si acquetò infine e ritornò a sorridere e mi ricondusse presso il focolare.

– Tuo babbo – disse con voce oramai pacata e come seguendo un pensiero dominante – era forte sì, figlio mio, ma era troppo gentiluomo. Ma tu sarai forte, forte, forte! nevvero? Tutta la sapienza sta nell’essere forte.

Beppo venne poco dopo a mettere in tavola.

– Sai – mi disse poi con un’angoscia mal celata e come colta d’improvviso – non te ne avere a male, figliuolo, ma la cuciniera e la Rosa hanno voluto andare a far Natale a casa loro, ed io le ho lasciate andare: ho fatto male; ma io non pensavo che tu avresti voluto lasciare la tua vita brillante per venire a far Natale con questa povera vecchia di tua mamma. Non è vero, Beppo, che è così?

– Sì, signora contessa – rispose Beppo.

Ella parlava quasi io non avessi avuto occhi per vedere e mente per intendere la sua pietosa bugia, e questa incoscienza di lei mi paralizzava e mi incuteva un senso quasi di paura. Feci forza su di me e ripigliai sorridendo:

– Tu hai ancora, mamma, le tue rose; esse fioriscono ancora d’inverno!

A questa mia interruzione respirò come sollevata dal timore che io insistessi su ciò che voleva nascondermi. Sorrise e mi parlò delle sue rose.

– Le rose fioriscono sempre e questo è un buon segno: è la benedizione della Madonna e del Signore. D’inverno il rosaio sembra morto; ma io cerco, cerco anche sotto la neve. Ebbene, lo crederesti tu? ve n’è sempre qualcheduna, poverina, che sboccia. E questo è un buon segno. Vuol dire che la nostra casa è andata un po’ in basso, ma che la vita non è morta. E quando di maggio tutte le rose fioriscono, io dico: Così fiorirà la nostra casa quando verrà il maggio anche per lei: io forse allora non vi sarò più; ma tu cercami, cercami qui intorno e mi troverai, la troverai la tua povera mamma!

E poi, mentre si pranzava, riprese a parlare di me. Voleva sapere i miei progetti per l’avvenire, quello che avrei fatto, quali speranze avea, quanto tempo ci sarebbe voluto per attuarle.

Ed io raccontai. Raccontai quello che non era, quello che non mi sentiva, le speranze che non aveva, la fede che con uno sforzo supremo simulai con la vivacità dello sguardo e l’impeto della voce.

Ella mi ascoltava beatamente, raccolta nel suo seggiolone, con la guancia pallida appoggiata su la mano, in quel lieve tepore dei sarmenti che si sfacevano in cenere sul focolare.

– Racconta, racconta, dimmi sempre di te – interrompeva ogni tanto.

Io esponeva dei progetti inverosimili di speculazioni, di fortune improvvise, di gloria: sì, mi ricordo che ci entrava anche la gloria; e lei approvava sempre con molta serietà.

– Ogni via è buona, figlio mio, basta riuscire; e per riuscire bisogna esser forte. D’altronde io – concludeva con convinzione triste e pacata – non ti prescrivo mica la strada. Fa quello che vuoi, basta che tu riesca, che ti conquisti la tua posizione nel mondo, degna del tuo nome. Ai giovani bisogna lasciare libertà di seguire il loro genio: non dico sempre questo io, Beppo?

– Sì, signora contessa – rispose il servo che passava per caso, ma con un’intonazione monotona di voce che dava a vedere chiaramente essere quello il solito modo di rispondere sempre affermativamente al vaniloquio di mia madre.

Così passarono i giorni del santo Natale, le ore sacre alle famiglie fiorenti, io nella mia casa che cadeva, nella mia famiglia che moriva mentre la neve addormentava tutto all’intorno nel suo letargo gelido e bianco.

Venne il giorno della partenza; ed io non cercai di ritardarlo: quella casa grande, con tutti quelli stanzoni freddi, intorno tutta neve e tutto silenzio, e mia madre che mi ragionava con quell’enfasi di inspirata e poi, quando era sola, la scorgevo piangere, e quel servo curvo, triste, silenzioso: tutto, io dico, mi era entrato nell’animo con lo sgomento di cose morte. Mia madre voleva che partissi, e mi ricordo che non feci alcuna opposizione.

La solita berlina mi ricondusse alla stazione.

Il nero palazzo che rinchiudeva mia madre si disegnò per l’ultima volta sull’alto del colle: i cipressi si profilarono per lungo tratto di via come buoni soldati che rendono il loro saluto ultimo ai vinti!

Però mentre attendevo il treno, Beppo mi si accostò che tremava tutto, e disse con voce di chi però ha preso una risoluzione:

– Vostra Signoria mi può dare due schiaffi, ma io per obbligo di coscienza bisogna che le dica una cosa.

Capii quello che voleva dire; mi sentii venir freddo, ma non ebbi il coraggio di prevenirlo. Forse voleva parlare di un’altra cosa. Dissi di esporre sicuramente, ed egli allora parlò così:

– Ecco, signor conte, bisognerebbe che lei spendesse un po’ meno, perchè proprio la signora contessa d’ora in avanti non le potrà, intenda bene, non potrà mandare tutto quello che le manda; e poi ha anche bisogno di curarsi la salute; e perchè si vede che la Madonna la grazia non la vuol fare, così bisognerà chiamare anche i medici….

E dette queste parole non si ricompose, ma rimase nell’attitudine con cui le aveva pronunciate, e le mandibole prive di denti, biasciavano forte per vincere il pianto.

Io veramente non ricordo quello che gli risposi; mi ricordo però che mi confusi, che arrossii, e che in fine lo ebbi rassicurato che la mamma non mi avrebbe dovuto mandare più niente per il tempo avvenire.

Allora Beppo mi domandò perdono e mi volle baciare la mano ad ogni costo. Borbottava con gran devozione:

– Come suo padre buon’anima, e come la signora contessa! Che il Signore gli dia fortuna!

Quando arrivò il treno, volle mettere lui la valigia su la reticella, e sul cuscino lo sciallo e un mazzo delle rose; e lo vedo fermo, mentre il treno era in moto, con la tuba in mano, i capelli bianchi, tutto chiuso in quella livrea di antichi tempi. Anche il vecchio servo rendeva l’ultimo saluto all’ultimo gentiluomo del mio casato.

Il movimento del treno produsse su di me un effetto di benessere: l’oppressione in cui mi avevano piombato le parole di Beppo, si fece lieve e poi si alzò del tutto, come si alzano i fili del telegrafo quando si corre a tutto vapore, che pare vadono su, sopra il cielo: inoltre la macchina andava avanti sul piano di neve come una persona energica che sa quello che vuole e ciò, non so perchè, mi faceva piacere; tanto più che mi allontanava da quella mia casa melanconica. E come all’aprirsi di un velario rivedevo il salotto della marchesa B***, così caldo, così imbottito, dove si consumavano le lunghe sere, e desideravo di ritornarci, anche perchè aveva sofferto molto freddo a casa mia; pensavo poi al club, al teatro, al salottino di donna C***, che profumava di verbena e di tepide viole di serra; e quivi ci si accoglieva indugiando sul vespero, ed ella, la gentilissima, ci mesceva e porgeva la calda bevanda d’oriente: tutti ricordi tepidi ed indolenti. Poi veniva il campo delle corse, i più intimi ritrovi, gli spassi, gli svaghi, fra cui aveva passato dieci anni senza accorgermene, come senza vizi e senza passioni, nel modo stesso che le ore della notte fuggono inavvertite fra i vani e lieti conversari delle veglie invernali.

Era dolce il ripensarvi, dolce come un riposo di carovana sotto i palmizi e presso le fredde fontane. Ma poi le parole di Beppo che si erano allontanate dalla memoria, ritornavano di un tratto e mi attanagliavano come artigli di avvoltoio, producendomi un senso di strano dolore, giacché io non aveva il coraggio di guardare in faccia la realtà; e quelle parole mi vi costringevano mio malgrado, che non poteva dare un crollo per liberarmene.

Il treno aveva un bell’allontanarsi, un bel fuggire; ma la mia casa rimaneva sempre lassù, deserta e trista, e la madre mia, anche senza che io ci pensassi, si aggirava per quelle stanze oramai nude e fredde, e parlava di me con tutte quelle cose mute. E insensibilmente cominciai a piangere con una gran pietà per lei e per me.

Una decisione mi si imponeva per forza; ma ciò che mi turbava e mi sconvolgeva era che dovevo essere io, proprio io, a decidere di me; e vedere quella macchina che andava così diritta e così sicura! Ah, potere aver la volontà e la forza di quella macchina!

Giunsi a F***. Mi chiusi in me, nel mio appartamentino e cominciai a meditare sul da farsi.

Gli stenti e le privazioni di una vita di lavoro non tanto mi impaurivano, quanto il pensiero di dovere contendere e combattere di accortezza e di forza con gli uomini. Fino allora io ne aveva evitato il contatto e la mia gioventù era corsa senza scosse, come un olio. Questo pensiero di dovere venire a tu per tu con gli uomini che lottano per la vita, mi faceva paura, e l’averne paura mi diceva come per iscritto a grandi caratteri tutta la mia debolezza. Avevo paura, e provavo l’impressione di uno che ha viaggiato, sognando, tutto il giorno in un vagone a letto. Ma quando è venuta la sera, presso gole e picchi di montagne, il treno si ferma di botto, il conduttore apre lo sportello e dice;

– Signore, qui dovete scendere.

Egli scende, né a pena è sceso che il treno fischia e fugge scivolando su le rotaie; egli rimane solo, sgomentato, con la notte che lo ravvolge, con le montagne che gli fanno vertigine sopra la testa.

Avrei potuto rivolgermi ai parenti ed agli amici per consiglio e per aiuto; ma una timidezza ineffabile di confessare la mia disgrazia, timidezza che io allora nobilitai col nome di giusto orgoglio, mi chiuse questa via che avrebbe pur condotto a buon fine. Avrei potuto, ed era dovere, esaminare sino a qual segno si estendesse la ruina del mio patrimonio e rimediarvi se era cosa possibile. Ma sia che avessi paura di conoscere lo sfacelo completo, sia piuttosto che mi sgomentasse l’idea di dovere fare atti di volontà e di accortezza contro usurai, creditori ipotecari, possessori di cambiali, imbroglioni d’ogni maniera, fatto è che non ci pensai né meno. Era un grumo di vermi enormi che si divoravano ogni mio avere, ed io sentivo schifo di mettervi le mani dentro.

Scelsi una via di mezzo, cioè scrissi ad un mio amico che stava a Roma, esponendogli ogni cosa e pregandolo a trovarmi un ufficio che mi desse da vivere. Era costui un giovane pieno di rettitudine e di bontà, che aveva il merito di essersi fatto tutto da sé, perchè era figlio di povera gente, e ci eravamo conosciuti all’Università. Egli più alto, più forte di me, mi si era affezionato molto e di cuore; una di quelle affezioni un po’ morbose che nascono su la prima giovanezza; e fu certo per la memoria di questa intimità che mi rivolsi a lui prima che ad altri, benché da qualche tempo ci fossimo perduti di vista.

Sapeva però di lui come dopo molto oscillare fra varie idealità di fortuna e di onori, era andato a cadere in un ufficio del Ministero della Pubblica Istruzione; un impiego buono, a quanto mi dissero, dove c’era da coprirsi contro le raffiche della miseria e da sfamarsi bene: e anche questo che sembra un’inverosimiglianza quando si ha il fuoco della giovinezza, più tardi può diventare un’idealità; lo sfamarsi bene, dico.

Mi rispose con l’affetto di una volta, compiangendomi e confortandomi.

«Ma chi sa – egli concludeva – che il dover lasciare quella tua esistenza oziosa e vana non sia principio di altra migliore, dove ti troverai cosciente di te e però lieto e tranquillo. Ho caro che tu entri ne la nostra compagnia dei lavoratori e perciò ho fatto il possibile per soddisfarti. La tua laurea in legge non ti darebbe diritto di ottenere un posto nell’insegnamento; ma io tanto mi sono adoperato, che sono riuscito a procacciarti una cattedra di professore nel Ginnasio di C***. È un ufficio umile e non molto lucroso; ma altro ufficio più nobile di questo di educare la gioventù non saprei né potrei offrirti. Ritemprati dunque in questo lavoro, riconfortati nello studio degli antichi, e la loro sapienza sarà un balsamo per il tuo dolore come fu per altre nobili anime, per tutte le avversità della vita».

Io, a dire il vero, aveva poca esperienza di quello che fosse una scuola, perchè i primi studi li aveva compiti in casa mia, sotto la guida di valenti maestri che mio padre faceva venire dalla vicina città. Mi ricordo però che gli studi letterari mi piacevano, così che l’idea di rinnovare la conoscenza con Cicerone e con le grammatiche non mi riuscì punto spiacevole; anzi mi parve come di dover rivivere quando era ragazzino e facevo i miei compiti in pulito su la bella tavola da pranzo, con dei bei libri legati in pelle; e mia madre ricamava presso di me. La sera, dopo pranzo, il babbo mi raccontava la storia di Roma un po’ a suo modo. Insomma erano dolci ricordi che rifiorivano!… Mi sovvenivo anche di uomini di grido e famosi, nell’antichità come nei tempi moderni, che tennero fronte all’avversità facendo il maestro di scuola. Questo pensiero mi nobilitava ai miei occhi: e poi l’idea di sacrificarmi per mia madre, di compiere un alto dovere, produceva in me non so quale esaltazione eroica. Infine, come avviene a tutte le nature deboli e che non hanno il coraggio di guardare in faccia l’avvenire, io riempivo il non sperimentato e l’ignoto con felici vicende, e nella facilità con cui aveva ottenuto quel posto, intravedevo un mistico contrassegno di fortuna avvenire.

Con tutto questo non partecipai a nessuno dei miei conoscenti la mia decisione; ma a quei pochi da cui sarebbe stato sconveniente partirsene insalutato, addussi come pretesto un lungo viaggio in terra lontana. Anche a mia madre non scrissi nulla di preciso, solo dissi avere ottenuto un onorevole ufficio dal governo, e perchè vi prestasse maggior fede, le diedi il mio recapito a Napoli, da cui non molto lungi era la cittaduzza destinata per mia povera residenza. E partii.

***

Incipit vita nova. Ma qui dei primi tempi la memoria in gran parte è svanita, e solo intravvedo un’oppressione di cose e gente nuove e confuse.

Vedrò pur tuttavia di ricordarmene. Il viaggio lo compii piacevolmente, senza pensarci molto alla mia nuova esistenza. Imaginavo forse che avrei visto tutte le autorità scolastiche ed i colleghi in abito nero a ricevermi alla stazione? No davvero; ma mi pareva che avrei provato qualche gradevole sorpresa.

Quando arrivai era una domenica: domando ad uno, domando ad un altro dove erano le scuole e nessuno mi sapeva indicare. Finalmente un prete seppe dirmene qualcosa. Vado su, su per una viuzza stretta, sucida, con tutte le comarelle presso gli sporti e i ragazzi che si ruzzolavano da presso.

Qualche cosa come un’insegna e una scritta pendevano da una porta un po’ più grande delle altre: supposi che quella fosse la scuola, né mi era sbagliato.

Un uomo che stava in un stambugio, intento a legare dei libri (era il custode) mi precedette su per le scale, aperse la porta di una stanza, mi annunciò; e allora vidi un uomo di mezza età, vestito di nero, levarsi dallo scrittoio e venirmi incontro con un «oh!» che sonava un po’ meraviglia e un po’ rimprovero perchè, come mi disse poi, mi attendeva già da qualche giorno. Era il direttore di quel ginnasio.

Un’altra persona era con lui; un vecchietto mal vestito e tabaccoso che al mio arrivare salutò rispettosamente ed uscì.

Quando fummo soli, quel signore cominciò senz’altro a darmi moltissime informazioni di cose scolastiche con una voce cadenzata e lenta di cui non percepivo che il suono, però mi scossi dolorosamente quando disse:

– ….io so da private informazioni che ella non è fornito di diploma e che questo posto le fu concesso per singolare favore, e tenuto anche conto delle benemerenze della di lei famiglia. Questo perciò le impone l’obbligo di studiare, di fare del suo meglio e vedere di procacciarsi nel più breve tempo possibile l’abilitazione che si richiede….

Poi parlò della carriera, e infine dello stipendio che avrei percepito.

– Ma come si fa a viverci? – domandai con dolorosa sorpresa perchè quella somma per me rappresentava a pena il salario di un cuoco o di un cocchiere di casa signorile; ma come è facile pensare, tenni questo pensiero per me.

– Eh, signor mio – rispose lui sorridendo e posando con indiscreta curiosità lo sguardo su la eleganza del mio vestito – certo è che bisogna adattarsi e sapere contare il valore del danaro. Ma infine ella è scapolo e la vita qui non è costosa. Vi sono stanze decentissime a quindici lire il mese, ed ella può trovare una pensione soddisfacente a cinquanta lire. Veda quindi che le rimane più che metà dello stipendio per ciò che è vestiario e minuti piaceri….

Io non risposi; so che mi sentiva come un freddo di avvilimento a quelle parole. E poi quel tuono di superiorità e di autorità mi sonava nuovo; mi rimescolava tutto di dentro e nel tempo stesso mi incuteva rispetto. Di queste gerarchie di uomini che comandano agli altri, non aveva la più lontana idea. Ma dunque vi sono di quelli che vestono non la livrea, ma come noi e pure vivono tutta la vita sotto la soggezione degli altri?

– ….E che dovrebbero poi dire – proseguiva lui – quelli che sono carichi di famiglia? Il signore che è uscito poco fa e che era qui mentre ella è entrato, ha cinque figli….

– È un professore quello lì? – domandai meravigliato.

– Certamente, è il prof. B***, suo collega. Veda: ha cinque figli, e un po’ con la paga, un po’ con qualche lezioncina nelle vacanze, viene a sbarcare il lunario. Ed ora, se ella crede, le farò vedere la scuola….

Si alzò; anch’io mi alzai automaticamente. Egli passò davanti senza far complimenti ed io lo seguii.

Un corridoio girava tutto attorno ad un porticato e in mezzo vi era un cortile con un pozzo. Intravvidi e sentii come un silenzio triste di cose melanconiche. Egli aperse una porta, passò avanti, e:

– Ecco la scuola – disse -, piccola ma una delle migliori.

Voltai gli occhi attorno: le pareti erano giallognole, nude; tre file di banchi tagliuzzati si allineavano davanti alla cattedra che era in forma di tavolo. E mi parlò di altre cose di scuola. Infine mi accomiatò con un:

– A domani, dunque; alle ore otto.

Ritornai all’albergo; mi sedetti su di una sedia con la fronte su la mano, e stetti come smemorato. Dai cristalli si vedeva il mare, su per l’aria veniva ogni tanto una accidiosa cantilena o grido di venditore che fosse.

– Suvvia, finiamola! – dissi, e mi alzai con l’intenzione di rimettere ne la valigia i pochi arnesi di toilette che avevo tirato fuori, riprendere il treno, ritornare a F***. – Ma e poi, che cosa faccio? – Questa fu la dolorosa domanda.

Nel portafoglio mi rimanevano a pena duecento lire. Bisognava ricorrere per forza a mia madre e con quale animo, sapendo che ella non poteva più mandarmi nulla; e dopo che le avevo annunciato della mia nuova occupazione? E notare: passando per Napoli, io avea trovata una lettera di Beppo in cui mi diceva che dal giorno che avea saputo del nuovo ufficio, in tutto degno del mio nome, ella pareva rinata a nuova vita. Che cosa dirle, come spiegarle il ritorno improvviso?

E come a quella disperazione subentrò un senso di abbattimento profondo, così anche cadde la forza della mente e della volontà per decidermi sul da farsi.

Rimasi. Mi rivedo per la prima volta nella scuola. Loro, gli scolari, si guardavano sorpresi come a domandarsi: «Chi sarà, chi non sarà? ti pare che si possano tirar le pallottoline e giocare, e far chiasso con quello lì? ti pare?» Io pure guardavo; e in quell’angusto spazio mi sentivo stretto e molto avvilito fra quei bambini, come io fossi stato un grosso giocattolo.

– Oh mio Dio! – esclamai fra me – dove mi sono andato a cacciare! Se mi vedessero i miei amici di F*** ne riderebbero per un mese… Carlo B*** ne farebbe la caricatura per tutti i salotti.

A questo pensiero arrossii lievemente e mi sentii sconsolato. Pure erano dolci e soavi quei volti e ogni tanto, vedendomi silenzioso e triste, si consultavano, allungavano le loro boccucce e parevano anche pensare: «Deve essere uno di quei professori cattivi! Chi sa a che cosa medita, chi sa che domande difficili ci farà mai adesso!» Qualche cosa bisognava pure che io in fine dicessi; ma lì per lì quelle poche regole di grammatica che sapevo e avevo ripetuto, mi giravano come un arcolaio, e non ci riusciva a prenderne una. Ma qualche cosa bisognava ben dire!

V’era un ragazzetto che poteva avere un tredici anni con due occhi neri, tanto vivi che parlavano da soli a due labbra capricciose su cui i denti davanti sporgevano fuori. Su di lui si posò la mia attenzione.

– Come si chiama lei? – domandai.

– Weiss! – e scattò in piedi come un fantoccino a molla.

– È tedesco?

– Io no, mio babbo sì…

– È quello che ha l’Hôtel des Étrangers ai Cappuccini… – saltò su a dire un altro; ma subito capì la grave infrazione di aver aperto bocca senza essere stato interrogato; diventò tutto rosso e si sedette vergognoso e confuso.

– Bene, mio caro Weiss – ripigliai – sentiamo un po’ lei….

Si fece un silenzio assoluto; e l’interpellato arcuò la mente per richiamare tutte le sue cognizioni grammaticali, raccolte con tanta fatica e disperse con altrettanta facilità per i campi e fra gli spassi.

– Bene – ripetei posandogli la mano su la spalla – bene, lei ama sua mamma e suo babbo?

– Oh sì, tanto!… – rispose arrossendo e traendo un sospiro di sollievo.

Anche gli altri respirarono. La domanda non era stata difficile.

– Bravo, dunque; e quel ritratto che è appeso lassù di chi è?

– Del re! – rispose più d’uno a gara.

– E il re che cosa rappresenta?

La domanda era difficile. Anche l’alunno Weiss si mordeva le labbra inutilmente.

– Il re – dissi io allora – rappresenta la nostra patria, l’Italia; e, sotto, osservate quel crocifisso che vuol dire la religione: dunque tre grandi cose voi dovete avere in mente; la famiglia, la patria e la religione… – e su questo tema conversando, finii per distrarmi dall’oppressione che mi durava nel cuore; e quando la scuola fu terminata e i ragazzetti si allineavano in doppia fila, sentivo che dicevano:

– Questo sì che è un buon professore! hai sentito tu quante belle storie ci ha raccontato?

Mi vennero poi presentati i colleghi. Ne ebbi l’impressione di brava gente; solo il tratto mi parve un po’ rozzo; ma forse erano anche impacciati non sapendo che cosa dirmi, giacché dal modo con cui mi guardavano di sottecchi, sembravano pensare: «Ma questo qui da dove è capitato? non ha mica l’aria d’essere dei nostri!»

***

Rimasi; ma i primi giorni non sapevo più in che mondo mi fossi. Passa una settimana, ne passano due, e non riusciva a farci l’occhio e l’abitudine. Tutte le cose mi facevano l’effetto di essere fantasmagorie di un sogno che fra poco sarebbero scomparse; ma invece non sparivano e allora finii con l’abituarmi. Furon momenti ben dolorosi! Per fortuna ero obbligato a studiare per far lezione, e un po’ i libri e sopra tutto la scuola mi distraevano. Anzi cominciai a trovarmici bene in mezzo a quegli scolaretti. Ve n’erano alcuni così graziosi, così vivaci, così buoni, che era uno svago viverci in mezzo. Spiegavo la grammatica, correggevo i loro latini, facevo delle lunghe prediche di morale e di civile virtù desunte dai classici, e lo debbo dire? le ore mi fuggivano quivi più riposatamente che altrove; tanto che io stesso domandava al direttore di fermarmi una qualche mezz’oretta di più.

– Ella possiede il vero senso del dovere – mi disse una volta costui con molta gravità, e quelle parole mi fecero un gran bene.

Il direttore era diventato per me una persona grave ed a modo. Grammatico, assiduo nel suo lavoro, egli viveva nella scuola e per la scuola.

– Veda – mi diceva confidenzialmente – quando gravi pensieri o forti cure incombono su di me, il lavoro le dissipa come nebbia al sole: e se alcuna tristezza mi sopravviene, la vista di tanta balda e nobile gioventù che noi abbiamo l’alto ufficio di educare ed istruire, mi consola subito.

E doveva essere proprio così perchè io pure mi sentivo bene nell’adempimento del mio dovere. Anche coi colleghi ci avea fatto la mano, ma un po’ per volta e superando non lievi difficoltà, perchè avevano davvero un modo di trattare che non era propriamente quello a cui era assuefatto. Capii però che bisognava adattarsi essendo essi vecchi insegnanti, e in fondo parevano pieni di bonarietà; certo erano gente tutta scuola e tutta casa: niente spassi, niente teatri, niente svaghi. Ve n’erano di quelli che da sei e più anni erano lì a C***, e non conoscevano una famiglia del luogo. Fumare mezzo toscano, spiegare qualche sciarada, ragionare del caro dei viveri, dei loro figliuoli, del miglior modo di far capire agli scolari il latino che non volevano capire, e commentare i regolamenti formavano tutte le loro occupazioni.

Brava gente, insomma, modesta e senza pretese.

– Adesso anche voi vi accasate – mi dicevano, – trovate una che vi porti dei buoni ducati e vivete come principe.

Altre volte dicevano al direttore, ponendomi la mano su la spalla: – Questo giovanotto è pieno di zelo e farà carriera presto!

– Così io spero – rispondeva il direttore sorridendomi a fior di labbro, – così io spero, se l’avvenire non mente e se in alto sapranno, come non è dubbio, apprezzare il suo giusto merito.

V’era poi la moglie del direttore, cioè la signora direttrice, come la chiamavano in segreto con una certa punta di ironia perchè dicevano che era lei che faceva fare al marito tutto quello che voleva, e metteva il naso anche dove non le toccava: costei mi aveva preso a benvolere o, per dir meglio, mi aveva accolto sotto la sua protezione.

Era una donnetta rossiccia sui quarant’anni, ma che pretendeva ancora a certe velleità di giovinezza e di eleganza: vivace e ciarliera quanto il marito era duro e tutto d’un pezzo. Nelle sue molte peregrinazioni su e giù per il bel paese, seguendo fedelmente, almeno nei viaggi, la sorte dello sposo grammatico, avea preso la lingua ed il dialetto di tutte le città dove era stata: il fondo era piemontese, ma con spunti siculi; le grazie e le veneri poi del dire erano del più puro napoletano. Nei gusti ancora non aveva preferenza: sapeva tanto apprestare un ragù squisito per condire la più saporita pasta di Gragnano, quanto fare una polentina bergamasca con contorno di uccelletti, pregi non comuni, coi quali consolava le elucubrazioni filologiche del compagno. Aveva poi un merito indiscutibile e assai raro nelle mogli degli impiegati girovaghi, cioè teneva la sua casa come uno specchio.

Ella era la sola che mi sconsigliasse di prendere moglie, e contro mia voglia se ne faceva un gran ragionare nelle frequenti passeggiate dopo scuola.

– Un giovanotto deve conservarsi scapolo e divertirsi, io la penso così – ella diceva.

– Ma a un professore – correggeva il marito con lieve sorriso e con grave intenzione – non è permesso fare troppo il giovanotto. E poi non son questi i paesi dove si possa… o si trovi…

– Ah, no? – rispondeva lei vivacemente – Provi un po’ – mi diceva tirandomi il bottone del soprabito – provi un po’ a far la corte alla moglie del professore di prima e vedrà se si trova….

– Geltrude! – esclamava il marito in tuono di doloroso rimprovero piantandosi sui due piedi e levando le sopraciglie sino all’arco frontale – … Ma Geltrude!

– Ma che! non sei mica coi tuoi professori da farmi paura. Del resto – proseguiva rivolta a me – lo sanno tutti chi è quella lì e si può parlar forte. Si figuri che ha avuto il coraggio di farsi quest’estate un abito di surah che io non mi sognerei né meno e di andare ai veglioni a Napoli. E poi dice male di me perchè non la voglio ricevere in casa!

Del resto io penetravo poco profondamente in queste sottigliezze, ed alle chiacchiere spiritose della signora preferivo di più ragionare di grammatica col marito. Avevo anzi finito col prenderci un certo gusto a tutte quelle minuzie; e lui che era molto colto in materia, mi faceva delle lezioni che duravano due o tre ore, cioè tutto il tempo della passeggiata; e ci si interrompeva solo perchè la signora si sentiva allora tutti i mali; voleva il braccio del marito, la carrozzella pel ritorno e faceva un muso lungo mezza spanna. – Quanto siete noiosi col vostro latino! – diceva cumulativamente a tutti e due quando io mi accomiatava. – Non vi basta la scuola?

Il direttore poi mi aveva consigliato di studiare sul serio per acquistarmi il diploma in lettere e fare carriera, e di fatto io mi era messo a studiare di buona lena il greco ed il latino; anzi la sera andava in casa sua a lavorare.

***

Così trascorse l’anno e ritornai a casa: e ritornando non sapevo che cosa avrei fatto per il tempo avvenire. Mi circondava un vuoto e una tristezza pacata ma non perciò meno dolorosa, e sentivo anche che io non era più quello di una volta; mia madre invece era un po’ meglio in salute e più riposata di spirito.

Fu a quel tempo che seppi della completa ruina di ogni nostro avere; e fu molto se, per opera del notaio di famiglia, si potè venire ad un compromesso coi creditori per cui a mia madre era lasciato vita natural durante l’usufrutto del palazzo e del parco più un tenue reddito. Ella però non si dava gran pensiero di questo disastro finanziario.

– La casa nostra rifiorirà per opera tua, figliuolo! – mi diceva con profonda convinzione; e quando mi vedeva con un libro in mano si appartava per non recarmi disturbo, quasi che in quelle pagine fossero stampati i segreti della fortuna.

Del resto cose e persone non era caso che ci turbassero. Nessuno più veniva a tirare il campanello del portone e il procaccia non aveva più lettera da consegnare. Anco nel parco le rose non più curate dal giardiniere, crescevano selvagge e pei viali i muschi e le erbe maligne si distendevano.

– Curiosa! – diceva spesso mia madre – da che tu hai lasciato F***, nessuna più delle mie amiche mi manda a salutare! né meno un biglietto di visita. Mi credono forse morta? – domandava sorridendo – e non sanno che finché vivi tu e finché ti so felice io non morirò? Quando le rivedrai, dillo che si ricordino di me!…

Cercavo con vari pretesti di confortarla alla meglio e le davo il braccio e andavamo per il parco fra quelle rose e per il silenzio dell’estiva campagna.

Questo abbandono in cui eravamo lasciati, contribuì non poco a farmi perdere ogni speranza di vita diversa e migliore; così che nel tempo che le rondini con molto garrire lasciavano i cornicioni del palazzo per le solatie terre d’oltremare, lasciai io pure, la mia casa, e ritornai laggiù, fra quegli scolaretti.

Ripresi la vita dell’anno prima, e il direttore mostrò di rivedermi con piacere.

Egli era allora tutto intento a compilare certi commenti latini ed io lo coadiuvavo ricercando nei lessici e nelle grammatiche.

– Queste ricerche le riusciranno di infinito vantaggio – ripeteva ogni tanto.

– Eh – interrompeva la signora che lavorava al tavolo appresso, e si trovava costretta per ore ed ore ad un silenzio assoluto – bisognerebbe mettere sul libro anche il nome di lui….

Egli sorrideva e poi diceva come sorgesse a galla dal fondo della latinità in cui era immerso: – Invero tu hai ragione, e certo il prossimo commento, se l’editore me ne vorrà affidare uno, porterà il nome mio ed eziandio quello di questo valoroso collega.

Io mi profondeva in ringraziamenti ed egli ricadeva, o meglio, tutti e due ricadevamo nella più profonda latinità lasciando la signora lavorare all’uncinetto presso la sua lampadina a petrolio. Molte volte si oltrepassava la mezzanotte in tali studi e si finiva col prendere una piccola tazza di ponce che la signora preparava con liquori che erano un suo segreto; e il borbottare del pentolino a spirito dava il segnale che bisognava chiudere i libri e mettere in assetto le schede.

– In questi paesi non se lo sognano né meno un ponce fatto così – diceva la signora mescendoci; – ma noi pigliamo il buono dove si trova. È vero che è fatto bene? È una mia specialità.

Rincasando, pensavo a qualche regola di filologia, alla scuola; e nell’assenza di altri pensieri, gustavo come una soddisfazione e una consapevolezza di me medesimo che non aveva mai provato per l’addietro.

Così trascorse tutto l’autunno e tutto l’inverno che io non me ne avvidi né pure.

Mi era inoltre affezionato a tante piccole cose che mi rendevano piena la vita: ad esempio la mia stanza d’affitto era per me un piccolo mondo: il letto, gli abiti bene spazzolati su la sedia, le scarpe messe in fila, i libri, i fogli, le carte disposte con simmetria, i lapis allineati secondo le lunghezze: abitudini d’ordine e di pulizia a cui attendeva con una scrupolosità singolare; e mi pareva di non star bene se non sapeva che tutto era a posto, tutto spolverato, tutto in assetto. Le mie relazioni non si estendevano oltre quelle della scuola; ed ogni mio svago consisteva in quella oretta che passavo la sera alla trattoria dove ci trovavamo in cinque o sei impiegati a pranzare: tutta brava gente, di gusti semplici, senza pretese e senza desideri. Finito il desinare, essi, sparecchiavano e facevano la partita, ed io andava a casa a studiare.

La mia vita passata, la mia casa, mia madre stessa si allontanavano a poco a poco dalla memoria insensibilmente come cose vaghe e sfumate.

Quando ricevevo lettere dalla mamma, sentivo come un sussulto per il timore di apprendere qualche cattivo annunzio di malattia o di sventura che mi obbligasse a partire ed interrompere quella mia vita. Ma lei stava bene, lei era contenta di me ed io non ci pensava più e non domandava altro.

La primavera è precoce laggiù: viene l’aprile; i monti si coprono di fresca verdura, le paranze prendono il largo per tutto l’azzurro del mare, e gli aranci e i cedri aprono i loro fiori e tutta l’aria è profumata.

Mi sta alla mente una mattina di Pasqua fiorita; gli scolari avevano avute le vacanze e ritenuti dall’alto sguardo del direttore, uscivano da una scaletta aperta, in doppia fila, ma contenendo l’entusiasmo per i giorni di svago e di libertà che si ripromettevano.

Rimanemmo io e lui sull’alto del ripiano della scala; i giovanetti già fuori dal cortile si spargevano qua e là per la via rumorosamente.

Egli li seguì un istante: poi spianò il supercilio e mi disse sorridendo:

– Noi periremo, ma l’opera nostra rimarrà. Questa è la nostra gloria! – e additava i giovani – questa è l’opera nostra più meritevole e veramente eterna! Quando noi insegniamo, non dimentichiamo mai che la patria e l’avvenire ci guardano.

Egli pronunciò queste parole con voce piana; eppure esse fecero su di me una grande impressione, e mi colse come un brivido di entusiasmo. Questo forse avvenne anche perchè ne l’aria spirava non so quale larga serenità di cose e di natura trionfanti sotto il sole, e i fiori degli aranci profumavano all’intorno.

Quell’uomo semplice, quell’esistenza ignorata di pedagogo mi si ingrandì con proporzioni eroiche, e quelle parole mi germinarono ne la mente come una rivelazione di un sentimento che io pure aveva indistinto ne l’anima, ma di cui non aveva sino allora saputo rendermi conto.

– È proprio così – io concludeva. – Che cosa c’è nella vita di vero, di serio? Tutto è vanità; solo ne lo studio della sapienza, solo ne le pratiche del bene sta il segreto della vita.

E da allora io incominciai a portare in giro con me questa idea, e anche nel silenzio della mia stanza, nella solitudine del letto ci pensavo su e ci costruivo sopra grandi cose.

Ma io vi dico in verità che quando a un uomo è entrata nel cervello troppo piccolo la semente di un’idea troppo grande, ed egli va solo, solo con quell’idea camminando qua e là, ore ed ore, e comincia a fuggir la gente come un cane ramingo; voi ben potete allora scommettere novanta su cento che l’infelice è entrato nel treno direttissimo che conduce al paese della pazzia.

A me accadde così press’a poco, perchè da allora mi chiusi sempre più in me stesso nutrendomi di questi miei pensieri.

E come io era solitario e poco esperto degli uomini, come il tumulto e il fragore della vita presente non lo sentivo; così il divenire del mondo mi si presentava in forma di una facciata bianca dove era facile scriverci ciò che io voleva; e io ci scriveva le massime più sublimi degli antichi filosofi; dei quali filosofi, eroi, profeti vedeva popolato tutto il mondo antico, come se gli altri uomini e le altre cose non fossero esistiti né meno. Ed empiendo il libro del futuro di queste sentenze e di questa virtù, provava il piacere puerile che deve provare un povero disperato il quale scrive su dei pezzi di carta straccia: «Buono da cento lire», «buono da mille», «vaglia di un milione presso la Banca d’Italia», e si imagina che quei fogli si mutino in tanti bei scudi sonanti, in banconote, pioventi ne la sua stamberga fitte come falde di neve.

E, si sa bene, le idee germogliano come le gramigne, e a me venne la fissazione che per riuscire a questo buon fine bisognava cominciare col diventare esempi di virtù essi stessi; quindi volere fortemente, vincere le passioni, purificarsi e purificare.

Quando principiarono le vacanze dell’autunno, stabilii di non andare a casa, perchè mi pareva che quel muovermi, quel rivedere mia madre, quell’espormi all’affetto di lei, sarebbe stato come un rompere l’atmosfera di virtù che io andavo fabbricandomi d’intorno, come il baco fa del suo bozzolo.

Andai invece a Napoli, dove vivevo tutto il giorno in una biblioteca, e la notte in una stanzetta d’albergo di quarto ordine. La colazione consisteva in un panino che mi mettevo in tasca e che sbocconcellava piano piano in biblioteca, il pranzo in ciò che all’oste piaceva di darmi; che io non me ne sarei accorto lo stesso di quello che c’era nel piatto.

La prima intenzione (e il direttore stesso mi vi aveva consigliato) era stata quella di studiare le discipline filologiche e procurarmi poi un titolo accademico; ma a poco a poco la mente divagò dal primo proposito e fu come assorbita dalla solitudine di quella delirante idealità che a me pareva sapienza; da una malinconia stoica ed austera che a me pareva visione di verità.

Anzi quelle quisquilie linguistiche, in cui sino allora io mi era riposato, diventarono povera cosa o per lo meno semplice istrumento a fine più vero e maggiore.

Leggevo i libri dei grandi autori, mi innebbriavo in essi; e mi pareva di essere grande come loro.

Questioni di sistemi filosofici, di negazione o di fede, di scienza o di dogma io non ne faceva, e d’altronde la mia mente poco educata agli studi e poco positiva, sarebbe stata incapace di farne, ma di questa mia insufficienza non solo non mi accorgevo, ma essa diventava la mia malefica forza. Perchè io da quelle letture disparate e di autori così lontani nel tempo, assorbiva solo una idea semplice e smisurata: il bene! il perfezionamento morale! Purificarsi, vincersi, vincere, diventare buoni: essere buoni, ecco lo scopo! Le nazioni per me non avevano più confine, gli uomini non avevano più patria né differenza di lingue, la politica non aveva una forma prestabilita che io preferissi più tosto che un’altra. Senza bontà ogni perfetta forma di governo, ogni progresso, ogni scienza, ogni arte mi pareva dannosa, col Bene tutto era possibile e bene. Questa formola semplice mi ossessionava, e si era così impadronita di me da rendermi insensibile alle cose esterne.

Era una specie di eroismo o misticismo che mi difendeva come un’armatura; e così chiuso in me stesso, mi parea di essere invincibile. Finalmente io era forte! cioè mi pareva!

Gli uomini o devono raggiungere questo alto scopo o devono morire, cioè svolgere sino alla consumazione dei secoli la parabola dei loro rinnovati errori. Anche quel mezzo milione di plebe variopinta e urlante che mi fluttuava d’intorno per le vie di Napoli, non aveva ragione di essere se non rinnovata e purificata.

O essere così o non essere.

La domenica, quando la biblioteca era chiusa, andavo su a piedi sino a Posillipo; uno spettacolo grandioso, come tutti sanno. E il mare di un azzurro intenso di cobalto con baleni di acciaio, e il Vesuvio di viola, e il sole nello splendentissimo cielo parevano assentire alla mia pazzia!

A queste molte malinconie un’altra se ne aggiunse: mi venne cioè in mente di stabilire quale forma di governo, quale vita sociale si sarebbe dovuto dare agli uomini. Ma per fortuna questa nuova fissazione durò poco, e la solita idea troncò di colpo la battaglia che le varie opinioni, irte di dubbi e di difficoltà, stavano per attaccare. Quando gli uomini saranno buoni – io pensava – essi svolgeranno di per sé una forma di governo o di un governo, con leggi o senza leggi, come verrà loro fatto naturalmente1.

Forse che il buon agricoltore quando ha preparato il terreno, quando ha scelto un buon seme sta poi a pensare come farà a nascere, come farà ad assorbire gli umori dalla terra, da dove prenderanno i fiori il loro profumo, il frutto le sue sostanze benefiche?

Qualche volta pensavo anche a me. Che cosa era io? Niente: io era la formica che porta il suo granello per costruire la montagna. Eppure anch’io aveva la mia missione e il mio campo di attività; e questa missione era la scuola.

In queste fantasticherie consumai le vacanze e poi lasciai Napoli e ritornai alla mia residenza e alla mia scuola.

***

Come tutto questo mutò? perchè svanì come fata morgana? come tutto cadde alla maniera di un castello di carta?

E la storia della cagna nera. Fu lei, la miserabile bestiola, che mi guidò ad urtare contro gli uomini e contro la realtà, io che sognava! Ma io l’ho ben punita!

Storia strana; e il difficile sarà di raccontarla, ma la storia è vera, ed io lo posso dire perchè la mia ragione vacillò al colpo, e per molti anni fui poi ricoverato in luogo di salute.

Vedrò di ricordare solamente i fatti; i diversi passag-gi del pensiero mi sfuggono o non mi sento la forza di analizzarli. Dicevo, dunque, che ero tornato a C*** ne la solita stanza, solita scuola, solita osteria, solite passeggiate. La mente seguitava le sue fantasticherie; ma la vita materiale aveva la regolarità di un orario di collegio.

Così passò l’autunno e parte dell’inverno.

Una sera all’osteria il cancelliere della pretura volle pagare da bere perchè era il suo onomastico. Per ragioni di cortesia, rimasi io pure e bevvi.

Dopo essi avevano giocato a scopa sino alla mezzanotte; poi si era fatto cuocere un gran piatto di quelli che chiamano maccheroni di zita e si era bevuto ancora…; si era bevuto molto quella sera. Come avvenne poi che i miei compagni se ne fossero andati e che io rimanessi solo, non ricordo.

L’oste (mi par di vederlo) rassettava i fornelli, il garzone chiudeva le imposte. Allora io sentii qualche cosa di molle che mi fuggì tra le gambe e un momento dopo una cagnolina nera balzò su la sedia di contro, dritta su le zampine davanti. Poi saltò sul tavolo e cominciò. a strofinare il muso contro di me.

– È vostra questa bestia? – domandai all’oste.

– No…; non l’ho vista mai; io non tengo cani.

– Sarà di qualcuno degli avventori – replicai io.

– Sarà…; ma io non l’ho mai vista; è una bestia smarrita.

– Tenetela voi – dissi – qui ci avrà da mangiare.

– Se fosse maschio – rispose dopo essersi accostato e averla osservata – se fosse maschio! Ma una femminaccia non la voglio in casa; la butto fuori su la strada.

– Allora la porto via io; e se si presenta il padrone, sapete dove sto di casa.

Fu così che uscii dall’osteria seguito dalla cagna che mi si attaccò ai polpacci come avesse capito.

Quando fui a casa al lume di una candela la vidi in attitudine di un ospite che è stato invitato e attende che gli facciano i convenevoli dovuti.

– Dormirai qui, cara mia, e ti troverai un qualche angolo – dissi forte e la chiusi nell’anticamera.

Io cadeva dal sonno; mi svestii e mi cacciai sotto le coperte e cominciai a chiudere gli occhi quando sentii che lei, la bestia, raspava alla porta. Provai a non badarci e a riaddormentarmi; ma quella ritornò a raspare con discrezione, però insistentemente. Accesi il lume ed apersi la porta. Stava su la soglia con la zampina levata in atto di voler entrare e non osava.

– La tua cuccia è là – dissi, e la presi sgarbatamente per il collo e la misi in un angolo. – Giù e buona! – conclusi minacciandola.

La poverina tremava tutta, ma non osava di muoversi; tentava solo con l’allungare il collo di lambirmi le mani.

Tornai a letto, ma non potei prendere più sonno. Mi venivano in mente tutte le obbiezioni che avrebbe fatto la padrona di casa: una donna così meticolosa! E poi che ne avrei fatto di quella bestiola? condurmela dietro con la cordellina? e la gente non avrebbe riso? e a darle da mangiare chi ci avrebbe pensato? Insomma scombussolava tutta la mia esistenza, sconvolgeva tutte le mie abitudini. Avrei pagato qualche cosa per averla lasciata dove era. Domani me ne disfarò. Questa fu la conclusione e allora potei dormire.

Al mattino, un largo raggio di sole oriente mi svegliò prima del tempo. Per l’affare della cagna mi ero dimenticato di chiudere la finestra. Era presto; e nessuna delle note voci mattutine, nessuna sonagliera di capra si udiva, e in quel silenzio, in quella lucentezza di sole mi sorpresero i ritratti dei santi e delle sante appesi alle pareti. Curiosa! non me n’ero mai accorto che fossero tanti e così brutti! Perchè brutti erano davvero, e senza idealità come tutti i santi napoletani: oleografie di paltonieri in cocolla e di megere affette da pinguedine gialla in soggolo. V’era poi sul comò un Bambino Gesù di cera, grosso come al naturale, sprofondato ne la bambagia, che nell’intenzione dell’autore doveva ridere di celeste beatitudine e invece piangeva come un marmocchio ringhioso. Pareva fatto di salcicciotti tanto era pingue anche lui! Tutti convergevano gli occhi verso di me obliquamente come a domandarsi l’un l’altro con ira e sospetto: «Che ci fa qui codesto intruso? Lo sapete voi che ci fa, San Francesco?» «Io non saccio!» pareva rispondesse una S. Teresa con la faccia tinta di bile per indicarne l’ascetismo. «Non vedete che il bambino santo ne piange?» fremeva un San Domenico con gli occhi spiritati da accendere da essi solo i roghi. «Vattene ai paesi tuoi! Vattene!» borbottava il santo protettore della città, che era un vescovo effigiato in gesso con una barba nera e tonda di brigante ben nutrito. E se non fosse stato gravato dal piviale e dalla mitria che lo insaccava sino alla nuca, si sarebbe mosso e mi avrebbe scacciato a colpi di pastorale.

Io cercavo di persuaderli umilmente che da un anno e mezzo era con loro, che mi dovevano riconoscere per un buon figliuolo, che dovremmo vivere in buon accordo; ma tutte queste ragioni non piegavano il loro sguardo stupido e feroce. «Tu per noi sei un intruso, vattene ai paesi tuoi!» dicevano in coro.

Mi distolse da quella contemplazione un raspìo alla porta.

– Che cosa è? – domandai a me stesso.

Poi mi sovvenni della cagna e provai un rincrescimento disgustoso. – Avanti! – dissi a voce forte; e allora subito la porta si aprì un pochino, piano piano, e la cagnolina entrò sbadigliando con confidenza come volesse dire: «io ho dormito benissimo, caro amico, e tu come stai!» Si fissò con le pupille contro il letto, con gli occhi intenti quasi attendesse un mio cenno per montarvi su, la qual cosa io nella mia volontà non avrei mai permesso; eppure quella sua fissazione intenta ebbe per effetto che acconsentissi. Fu su d’un balzo e mi si buttò sopra con una tale frenesia che non io sapea come impedire e come liberarmene.

– Ma via! ma buona! ma giù!

E la bestiola a lambirmi, saltar da un lato, dall’altro pazzamente, gemendo, e con gli occhi nuotanti nelle lagrime che parea piangesse dalla commozione.

– Adesso come si fa a sbarazzarsene? – rimuginavo con gran rincrescimento.

Intanto per liberarmi da quelle eccessive gentilezze, pensai che il mezzo migliore era di levarmi e vestirmi. Ma allora cominciò un nuovo genere di tormento: mi si arrampicava su per le gambe, sgualcendo e insudiciandomi gli abiti; e quando io l’allontanava a forza, lei allora a balzar da una sedia all’altra, addentare le scarpe lucide, strascinarle per la stanza, mettere in disordine ogni cosa; anche su lo scrittoio balzare, e con la coda rovesciarmi inchiostro, scompaginar carte e matite: insomma una disperazione. E pur non cessava di guaire dalla contentezza; ma quel suono acuto e continuo mi penetrava dentro come fosse stato un lamento o un compianto.

Addio ordine geometrico delle matite, addio carte disposte in piramide, libri allineati in file decrescenti! La mia stanza sarebbe divenuta un pandemonio, e questo pensiero mi disgustava più di quello che non si sarebbe potuto pensare. Come ho già detto, il pulire e l’ordinare tutte le mie cosucce era per me divenuta un’abitudine; e le abitudini anche più grette sono, come ognuno sa, causa di piacere o almeno di soddisfazione, perchè servono a riempire la vita e la ricompensano del vuoto e del deserto che in essa il tempo o le sventure vanno formando.

Un bel calcio e buttarla giù per le scale sarebbe stato il rimedio più certo; ma non me ne sentiva il coraggio e mi pareva viltà. Si mostrava così felice, povera bestiola di trovarsi con me! Anzi mi faceva compassione, e questo senso di compassione, io non so come, si estendeva anche su di me e diventava tristezza.

In quella entrò la padrona di casa col caffè.

– To’ – disse fermandosi su la soglia – voi avete un cane?

– L’ho trovato per la strada.

– L’avete trovato? Oh, la mala bestia! (a me poi pareva graziosa) tutta nera! Andatevene via! – disse poi mentre quella le si accostava cautamente annusando – è tutta nera. Se l’avete trovata e sta una femmina, certo tiene il demonio.

– Voi mi fate il piacere, non è vero, donna Carmela, di darle un po’ di zuppa nel latte? – domandai.

– Per riguardo a voi – rispose dopo averci pensato un poco – lo farò; ma quell’animale lì non mi piace: e poi ve lo dico prima; se mi sporca per le stanze lo mando fuori.

Io non risposi nulla e lei se ne andò borbottando non so che cosa.

La cagna si era fermata ne le sue scorribande, io rimanevo pensoso. Intanto un rumore allegro di voci si udiva giù nella strada: erano gli scolari che attendevano che si aprisse il cancello del ginnasio. La mia finestra dava proprio sopra la scuola. Mi riscossi, presi il cappello, ma poi vedendo quegli occhi supplichevoli che mi guardavano; – No – dissi con un’affettuosità che mi sorprese, – non ti abbandonerò, non ti scaccerò.

E uscii. Ma appena fui su la strada, un abbaiamento intenso, acuto, continuo mi percosse e tutti gli scolari si volsero in su per vedere. Era la cagna che si era sporta fra i ferri del balcone e mi aveva riconosciuto. Faceva degli sforzi per buttarsi in fuori che io tremavo che cadesse giù; ma mi pareva di venir meno alla mia dignità di maestro voltandomi e facendo cenno, tanto più che sentiva un mormorio di voci presso di me:

– La cagna del professore.

Queste due parole accoppiate mi suonarono come uno scherno, e quel giorno, per la prima volta, le ore della lezione mi parvero lunghe.

Quando tornai di scuola, c’era su l’uscio della mia stanza la figlia della padrona di casa. Come mi vide, diede in una grassa risata che non la finiva mai.

Era costei una zitella ventenne che se non fosse stata pingue e sudicia più del giusto, avrebbe potuto diventar piacevole con l’abitudine, e si sarebbe potuto anche passar sopra un lieve difetto che aveva di strabismo.

Dunque ella rideva, e quando cessò, disse con la sua voce che aveva flautata e pastosa:

– Lo sapete voi? Quella bestia (e indicava la cagna che se ne stava in un angolo tutta mortificata) vi mangerà metà del mensile. Sapete che ha vuotato una scodella grossa, piena di pane con due soldi di latte?

La facezia, in verità, non era delle più felici; ma io per cortesia mi credetti in dovere di sorridere.

Ella allora interpretò il sorriso come un incoraggiamento, e accostatasi a me, piegò il capo da un lato ed abbozzando una smorfietta che non era priva di grazia, domandò.

– Voi, professore, m’avete a cavare una curiosità che tutti mi domandano.

– Dite pure – risposi.

– Voi siete barone, siete marchese, nevvero?

– Sì – dissi arrossendo mio malgrado – io sono conte.

– Oh! – fece lei, e non si capiva se esprimesse meraviglia o dispregio. – E allora perchè fate il mastro di scuola? – domandò – Al vostro paese i baroni fanno i mastri di scuola?

Mi guardò con uno sguardo indefinibile in cui c’erano molti sentimenti, fra cui un poco di pietà e molto disgusto, e se n’andò crollando il capo in modo che pareva dire:

«Si capisce che voi siete un miserabile come noi!»

***

Da allora si fece vita comune, e non tanto per mia volontà quanto perchè quella bestiola non c’era verso che mi si volesse staccare dai panni.

Sembrerà che io racconti una cosa strana; ma certo quella cagna aveva sconvolto l’equilibrio della mia esistenza. Ecco: se i miei conoscenti le avessero fatto un po’ di festa, se avessero detto che era bellina, che era graziosa; e se lei mi avesse lasciato in pace con tutte quelle dimostrazioni di affetto, non me ne sarei forse accorto del mutamento. Ma invece tutti mi fermavano per la via e mi dicevano in tono canzonatorio:

– Professore? ih, che brutta bestia avete preso voi; è bastarda, sapete! – oppure: – Professore, avete passione pei cani? ma questa vi fa torto. Quando vi decidete voi a mandarla alla concia?

Gli scolari poi si fermavano dietro a guardarmi dopo ch’io era passato.

Tutto ciò mi disgustava; ma più che tutto mi impacciava, perchè era ferito ne la mia timidezza, e non sapeva quale contegno tenere.

Una volta, mentre attraversavo il corso di sfuggita, vidi molti occhi rivolti con insistenza su di me, e su le labbra errare un sorriso che mi parve di scherno. Abbassai il capo e arrossii.

«Che sia forse ridicolo?» e questo pensiero mi balenò all’improvviso e mi disfece nell’animo.

Io che mi credeva così rispettabile agli occhi di tutti per la mia vita savia e per l’adempimento de’ miei doveri!

Un’altra volta ci fu un mio conoscente che si permise di misurarle un calcio, che la poverina schivò rannicchiandosi tutta di scarto dietro di me.

Ricordo che dentro nell’animo fremetti, eppure non ebbi lo spirito di prendere la cosa in ischerzo e né meno la forza di reagire contro l’atto villano. Rimasi lì confuso e anzi risposi:

«Che volete? è una bestiaccia che non so come sbarazzarmene».

Dopo ci pensai e riconobbi di avere agito e parlato da persona debole e timorosa. Questo pensiero mi feriva come il ricordo di una viltà e non lo potevo staccare dalla mente.

Ma quando si usciva fuori dall’abitato, per le viuzze dove c’era un po’ di sole, lei si faceva più vispa, saltarellava avanti scodinzolando; e volgendosi a me sembrava dire con quelle sue pupille umide e intente: «Poveretto, che ci vuoi fare? siamo due poveri diavoli, io e tu: non è vero!»

Però anche quella villania e quelle volgarità verso di lei mi facevano male; e io ci dava più importanza che non meritassero: e infine cominciai a pensarci su.

Un giorno mi persuasi anch’io che la cagnolina era poco bella: povera bestiola!

Ecco come fu: in fondo al corso v’era un negozio di mode con un gran cristallo a specchio su lo sporto, che ci si vedeva da capo a’ piedi.

Ci ero passato davanti chi sa quante volte senza badarci; ma quel giorno l’occhio si fissò sull’immagine riflessa in quel vetro e vi si arrestò. Il vetro pareva sdegnoso di rifletterci; dico così perchè eravamo in due: io e la cagna. Lei era, come il solito, col muso appuntato ai miei polpacci; piccola, alta a pena due spanne, la testa bassa, la coda penzoloni fra quelle gambe di dietro, aduste e macilenti che salivano tanto alte da tagliare come in due la schiena; e ci si contavano le costole.

Ma il peggio fu quando m’avvidi che quel non so che di vecchio, di misero, di spregevole si rifletteva anche su me: anche la mia schiena mi pareva curva, anch’io era macilento, l’occhio spaurito e melanconico, la barba incolta e come senza colore.

Ma dove era fuggita la mia giovinezza?

La giovinezza è una ben strana e misteriosa compagna! Ci pare che essa debba sempre vivere con noi come una sposa fedele; e invece a un certo punto della vita ella, la giovinezza, si parte in silenzio come un’adultera che si leva dal letto mentre dormiamo e corre a più gagliardi amori, e non c’è manifesto dell’abbandono se non quando ella, la giovinezza, è irrimediabilmente divisa da noi e ne udiamo presso altri il lungo, indimenticabile riso.

Un’altra volta era di domenica, l’ora della messa, e c’era un bel sole; uno di quei soli folgoranti come sono laggiù nel meridionale, specie quando sta per tornare il buon tempo.

Dinanzi alla più aristocratica bottega da barbiere stava un crocchio di giovanotti, i più eleganti del paese: occhieggiavano le donne ed i passanti e poi conversavano fra loro; e movendosi facevano un gran luccicare di scarpe di vernice, di colletti alti e di catenelle. Frammisti erano anche due o tre scolari del ginnasio (laggiù sono molto precoci) di quelli che più si davano il tono di giovanotti.

Passai io, e tutti gli sguardi si puntarono su di me con un’impertinente insistenza, squadrandomi da capo a piedi. Gli scolari si toccarono a pena l’ala del cappello, gli altri non si mossero né meno: e subito che fui passato mi colpì come una voce di scherno: – il professore e la sua cagna! – detta in quello sguajato accento napoletano che è di per sé stesso un oltraggio. Poi udii un’altra parola che terminava in ai che non capii; ma tutti si misero a ridere.

Mi sentii un gran caldo alle orecchie ed un tuffo al cuore. Diventai feroce contro coloro ma più contro di me e contro quella mia bestia; feroce al punto che alzai la gamba per iscagliarle un calcio. Essa intravvide l’atto, si scansò e mi fissò sorpresa. Pareva dire: «contro di me? va contro quegl’altri!»

Era vero: contro quegl’altri mi doveva rivolgere e feci per tornare in dietro e domandare ragione dell’oltraggio. Che oltraggio? Avevano detto: la cagna del professore. Era o non era così? Sì, certo! e allora? e allora che riparazione chiedere? A quell’ira momentanea successe una prostrazione di tutte le forze come se i nervi mi si fossero troncati. Mi passai la mano su la fronte e la sentii fredda e umidiccia e poi proseguii camminando, andando lontano, fuor del paese, dove non c’era gente, dove non c’era nessuno per le vie polverose battute dal sole.

Ma anche il sole fu crudele quel giorno verso di me, perchè investendomi da ogni parte, suscitava dal mio abito nero dei riflessi verdognoli, e tenendo il capo basso per osservare quel colore della miseria, mi avvidi che i calzoni erano sospesi in alto, su le scarpe, con ignobili frange.

Non trovai altro scampo che mettermi a camminare, camminare forte perchè non mi raggiungessero. V’era qualche cosa; qualcuno che mi correva dietro.

Era un char-à-banc, come usano laggiù. Più di venti persone sedevano sui banchi; il cavallaccio fuggiva sbrigliato e arrembato con fragore di sonagliere. Mi oltrepassò e scomparve. Ma il rumore rimase negli orecchi.

Mi pareva poi che venisse dietro a me una cavalcata di pensieri schernevoli e pazzeschi. Cavalcavano certi cavalli apocalittici, maceri come la mia cagna; ma pur a spronate e a scudisciate avevano levato il trotto, e con gli zoccoli ferrei battevano su la strada sonora e polverosa con cadenza precipitata; «e dai! e dai! e dai!» urlavano tutti dietro di me, e si udivano risa atroci e sghignazzamenti senza fine. Poi quei fantasmi scomparvero o svoltarono. Allentai il passo e mi accorsi che io camminavo lungo una bella riviera, dove l’acqua, fra le verdi sponde, correva lene e cristallina su la ghiaia. Quella vista mi calmò un poco, e così andando, giunsi che il sole era alto e la campagna deserta, (perchè era domenica), giunsi, dico, presso una grande e famosa necropoli latina. Fra le agavi smisurate si apriva il sentiero che conduce a Pompei. Ci ero stato appunto lo scorso anno, e mi stava nella memoria l’impressione lieta e riposata d’allora. Era una domenica e avea con me cinque o sei dei miei scolaretti più diligenti. Io mi ero preparato a dare alcune spiegazioni; e girando per quei fòri, in mezzo a quei ruderi giganteschi, aveva suscitato così per fantasia, molte e belle immagini di uomini virtuosi e di opere degne. Poi, al ritorno, si era fatto un piccolo asciolvere in una osteriuccia di campagna, sotto una pergola, e fra quei visi freschi di giovanetti intenti a divorare con più devozione che non avessero udite le mie parole, provava uno struggimento di conforto, un desiderio di far bene, di far sempre di più.

Ma quel giorno le nobili impressioni non fu possibile di rinnovare. La mente correva per un’altra strada. Le ombre latine e gli spiriti magni quel giorno dormivano il loro sonno immortale; ma vidi per il fòro grandioso, per la via decumana accalcarsi un sollazzevole popolo che si dava buon tempo; e parean dire: «Stolto che tu sei! non ombre magne e come te dolorose, ma ombre liete noi fummo!» e vidi snelle bellezze di etère greche, numerose ed impudiche proprio come adesso. E fra le eleganze delle marmoree colonne, degli atrii; fra le pulite pietre delle terme, per gli splendenti mosaici, io vedeva gente intenta a godersi la vita.

***

La domenica seguente seppi che cosa significava quella parola che aveva udita e che terminava in ai.

C’era lì nel paese un certo signor tale, commerciante in calce e in mattoni, uomo sui cinquant’anni, ma esuberante di rozza e spavalda vitalità, di quelli che sanno fare a tenere allegre le brigate e rispondere con bei motti. Costui ci aveva preso gusto della mia compagnia e gradiva molto che io fossi con lui, tanto che per evitarne la volgarità e le intemperanti facezie, lo sfuggivo bene e spesso. Ma lui se mi incontrava col carrettino, voleva che salissi; se era al caffè mi costringeva a sedere e a sorbirmi una bibita, che non c’era verso di pagare.

– Voi altri professori – diceva cacciando le mani in tasca e poi facendo cadere dall’alto i soldi sul vassoio – sarete fior di letterati, ma avete una bolletta santissima!

Io sino allora non ci avevo fatto caso di queste confidenze avanzate. Mi parevano segno di animo un po’ rozzo ma affettuoso; e nella mia equanimità di uomo savio, lo compativo in segreto.

Dunque quella domenica mi disse fermandomi in mezzo al passeggio, con lo sigaro in bocca e passandomi la mano su la spalla:

– Be’, come sta Patirai?

– Chi è Patirai? – chiesi sorpreso.

– Bella! – fece lui – se non lo sai tu, chi vuoi che lo sappia? Patirai è il nome della tua cagna. Tutti la chiamano così.

– E perchè? – domandai arrossendo.

– Perchè è così magra; e poi dicono che deve patire la fame a stare con te.

– E perchè?

– Cosa vuoi? scusa non te ne avere a male, ma ti vedono andare in pensione in un’osteria di secondo ordine a quarantacinque lire il mese, dove ci sono tutti impiegatucci di dogana, delle poste….

– Sì, ma ci va anche il vice pretore – obbiettai io perchè non mi sovvenne lì per lì, o non osai dire la cagione vera.

– Bravo! – replicò – Ma sai tu quante ne dicono di lui? Tu sei ancora un ragazzo; lasciatelo dire: sarai professore, avrai molta scienza in testa; ma non capisci le cose.

Aveva preso un tono serio e seguitò:

– Mio caro, in questi paesi per essere stimati e rispettati, bisogna dare molto fumo ne gli occhi. Se no…, se no, ti montano sui piedi.

– Ma io faccio il mio dovere – dissi con un tono di voce che non era privo di dignità!

Allora lui sbuffò due boccate di fumo. E – queste sono le parole, caro il mio ragazzo – disse con dispregio; – e se ci credi, peggio per te. Bisogna darla a bere, non lo capisci? Fai il professore, fai il pizzicagnolo, fai il medico, l’oste, ma bisogna sempre darla a bere. Va, va! Fa a mio modo, se no, non riuscirai mai a niente, e butta a mare quella bestia rognosa che ti rende ridicolo; e se vuoi un cane, ti regalerò io un bel bracco. Cosa vuoi andare in giro con quella carogna? E poi – aggiunse sorridendo – tienti un po’ su, vestiti meglio e comincia a far la corte alle donne che tengono molti ducati. Non vorrai mica aspettare quando sarai vecchio?

Egli se ne andò tutto soddisfatto di avermi dato buoni consigli; e io rimasi confuso con quella mia bestia da presso; e peggio fu poi, che meditando su le sue parole, m’avvidi che esse contenevano molto di vero.

Fu una ben triste sorpresa!

«Ma e allora? – esclamai esterrefatto – allora che era di me? Quella virtù, quel sacrificio, quel dovere costantemente compiuto, di cui andavo così superbo, che riempiva tutta la mia vita, non era altro che una tragica farsa ne la quale io solo era attore e spettatore ad un tempo».

Pensai a lungo così quel giorno, andando sempre dove non c’era gente, lungo la spiaggia ferrigna di quel golfo; e l’onda sonante e frangentesi a miei piedi con regolare intervallo, mi pareva dire con rabbia: tutto è monotono quaggiù, tutto è fatale. Tu segui la tua parabola di false opinioni, di idealità sconfinate, perchè l’hai nel sangue la maledetta eredità della gentilezza del bene, come io seguito a percuotere questo lido, come il sole s’annoia nel suo giro, e me lo dice ne’ misteriosi colloqui sopra il deserto dell’oceano, come la tua cagna vien dietro ai tuoi polpacci, come il tuo soprabito è verde, e come gli uomini sono quello che sono.

Io andava così pensando lungo la riva del mare e il sole dardeggiava sul mio capo, e le mie idee turbinavano a tondo come in una ridda.

Mi sedetti su di uno scoglio e mi colpiva il mare, col suo bagliore di cobalto ardente.

Ma le onde battevano su la scogliera. Venivano dall’alto, verdi, erte, trasparenti come vetro di smeraldo; più e più affrettavano la corsa, spumeggiavano nella cresta, si accartocciavano e rompevano fragorose e rapide con infinito pulviscolo ai miei piedi.

«Lo vedi tu, sorella azzurra? lo vedi tu sorella bianca? – dicevano l’una all’altra movendomi in contro. – Quegli è un matto! Egli era nato in buono stato; poteva far la traversata della vita senza accorgersene, come un pulcino in una scatola di bambagia. Ne la tua società – mi domandavano – non ce n’erano più di marchese vecchie con la prurigine della lussuria? non c’erano fanciulle ereditiere da sposare? non c’erano sul tappeto verde del tuo club buoni da mille da guadagnare? No! Egli si è voluto attentare inerme e nudo contro l’immane battaglia della vita, ed è montato in buona fede su la nave della virtù. Ora è in mezzo al mare, ed il vascello dei fantasmi varca, ed egli ha paura perchè si è trovato solo. Credevi forse di trovarci degli uomini veri per compagni? Erano fantasmi quelli che apparivano. La nave della virtù non ha viandanti, non ha porto che la ricetti. Solo l’isola della Utopia la accoglie qualche volta nel suo eterno errore. Almeno Don Chisciotte, lo squallido cavaliere, si era messo una corazza di cartone e sul capo un bacile da barbiere».

Così parevano schernirmi le onde.

Ma io dovetti errare molto su e giù per le anfrattuosità della costiera, perchè non mi avvidi che il sole discendeva, e solo le tenebre mi fecero trovare la via del ritorno.

Quando fui a casa, m’accorsi che la cagna non c’era più: evidentemente si era smarrita o si era addormentata, ed io mi ero levato e me n’era andato.

Non ne provai dispiacere, e non pensai né meno che essa avrebbe guaito tutta la notte cercandomi su e giù per la riva; che avrebbe potuto cadere in mare, che alla mattina avrebbe avuto fame: io non ci pensai. Avevo una gran stanchezza e dormii tutta la notte quanto fu lunga senza risentirmi.

Il giorno seguente mi persuasi che si era affogata; perchè altrimenti a quell’ora avrebbe fatto ritorno; e stavo col cuore sospeso temendo di udirla raspare alla porta. Nulla!

Così passarono diversi giorni e a me pareva di essere più libero allora che Patirai non c’era più. Perchè v’era quel brutto nome di Patirai, quello schernevole nome di Patirai che non mi si voleva staccare dal cervello. A tutto ciò che è buono e che è debole si può dare il nome di Patirai; un nome che fa ridere! Ma la cagna era affogata: dunque tutto era finito; anche il nome mi si scancellava a poco a poco dalla visione della mente.

Questo però non vuol dire che io riacquistassi la pace di prima: anzi sentiva le cose, le occupazioni, gli uomini pesarmi e stringere da ogni parte. Provai a riconfortarmi ne’ miei studi prediletti, ma non ci riuscii. Ore ed ore, prima, io le passavo nella mia stanzetta a leggere e meditare sopra un capitolo di S. Matteo, un’epistola di S. Paolo, un dialogo di Platone. Il mondo mi si allargava in paesaggi senza confine, e vi pioveva una gran luce e una gran dolcezza.

Ma allora, per quanto mi ci provassi, non riuscivo più a rinnovare quello stato di estasi nel pensiero. Un giorno deponendo sul tavolo un volume di Platone, domandai: «Vediamo un po’ se Socrate di cui tanti hanno scritto in tutti i secoli, tornasse ancora al mondo, che cosa ne farebbero di lui? lui che aveva la fissazione di voler far diventare gli uomini belli e buoni, e non lasciava in pace nessuno e si appiccicava ad ogni persona e ragionava dalla mattina alla sera, ed era noioso come un moscone! Ma gli tornerebbero a dare il veleno un’altra volta! Ecco una cosa di cui non si può dubitare».

Anche la scuola che era stata un caro asilo di pace, non mi dava più alcun conforto, anzi ne provavo un tedio invincibile al punto che la parola finiva con lo svanire dalle labbra come l’idea dal cervello. Molti sono i patimenti dell’anima; ma uno dei maggiori deve essere quello del sacerdote che si accosta all’altare dopo che ha perduto la fede.

Tutti quei personaggi greci e romani così insigni per virtù patrie e civili e per grande sapienza, come Catone Uticense, Tiberio Gracco, Aristide, Fabio Massimo e tanti altri, io non era più capace, come una volta, di rappresentarli alla mente dei miei scolaretti nelle loro proporzioni grandiose ed eroiche. Mi ci entusiasmavo tanto, un tempo! Ma essi allora si rimpicciolivano a poco a poco come, dopo avere con gran forza gonfiata una palla di gomma, essa invincibilmente riprende la forma di prima. Si rimpicciolivano: anzi diventavano goffi, proprio come li rappresentano gli scolari nella loro fantasia sui quaderni, o correggendo le figurine intercalate nei testi. A Cesare aggiungono la barba; sul venerabile capo di Socrate innalzano un kolback borbonico; ad Attilio Regolo inforcano gli occhiali e lo armano di rivoltella a percussione centrale e di vetterly, ultimo modello, perchè si difenda dai feroci cartaginesi: vecchi fantocci di eroi che, nelle scuole, si mettono da parte ogni anno al finire delle lezioni e si riprendono ancora più polverosi e più grotteschi di prima, nel modo stesso che lo stanco burattinaio appende alle quinte, quando è finita la farsa, i suoi terribili testa di legno per distaccarli ancora la sera seguente. La fame ha pur le sue leggi.

E poi anche quel vecchio latino mi era venuto in uggia: quel latino disseccato nelle scuole con tutte quelle sentenze di virtù, di amor patrio, di eroismo, di temperanza; sentenze mummificate nei libri di testo, sotto l’azione pedantesca delle chiose che vi fanno quei poveri compilatori, mezzo rosi dalla miseria e mezzo dalla presunzione!

O antico mondo romano, come ci tormenti con la tua materialità, mentre l’idea della tua vita forte e serena è così lontana da noi!

E voi pure, deità pagane, o Venere, o Galatea, bianca come il latte, e Febo Apolline, o Bacco cinto di pampini e d’edera, a cui gli scolaretti aggiungono gonna e stiffelius, non avevate altro rifugio che queste scuole? In fondo ai mari, su fra i monti inaccessibili, nell’aere sereno, nelle terre inesplorate non trovaste più stanza o luogo ove godere della vostra fragrante gioventù? ovvero il tedio e la decrepitezza dei secoli fatali è caduta anche sopra di voi? o il feroce carro del progresso vi ha snidato da ogni selva e da ogni fonte?

E pensare che io un tempo aveva tanta fede in voi, antichi segni di verità, e insegnavo con tanta passione che quella dozzina di scolaretti mi stavano ad udire a bocca aperta e facevano tutto quello che io avessi ordinato!

Ma allora, ripeto, la voce mi moriva, e stavo lungo tempo in silenzio come chi è smemorato; e, in fine, riscosso dal bisbiglio degli scolari, riprendeva stanco la spiegazione di qualche regola. Gli scolari! Fisonomie ingenue, occhi soavi di adolescenti che venivano alla scuola come sorpresi e un po’ paurosi dei nuovi studi. Ed io posavo la mia mano e le accarezzavo pure quelle testoline bionde e brune; ed essi pendevano dalle mie labbra: mi compiacevo di vederli così docili, così piccini, così graziosi col loro giubboncino alla marinaia, i calzoncini corti, le manine coi geloni, fredde fredde, l’inverno: poveri e cari bimbi! Ma voi passate in un volger d’anni, voi non vi ricordate più! Diventate giovani in così breve tempo! Altre cure di piaceri o di eleganze o di studi maggiori vi distraggono nell’incosciente spensieratezza degli anni, e non lo salutate né meno più il vostro primo maestro di cui avevate allora tanto rispetto e che ha sacrificato a voi tutta la gioventù, che egli pure come voi aveva.

O come scende anzi tempo la vecchiezza e la tristizia nell’animo quando si vede la fanciullezza tramutarsi in gioventù, sotto i vostri occhi, di anno in anno, e fuggir via spensierata. Ma voi non li potete accompagnare, voi rimanete sempre lì fra quei banchi rosi da molte generazioni di tarli e di scolari; in quella scuola semibuia dove il ritratto del re guarda sempre con quei suoi occhi fissi di falco, e sotto v’è un povero Cristo inchiodato ad una crocetta, con la testa china in atto di grande abbandono.

***

Dunque la cagnolina era smarrita da un mese: io non ci pensavo più.

Un giorno – era un cheto meriggio – mentre spiegavo agli scolari alcune regole, la porta della scuola si aperse un pochino e una cosa nera corse fra le due file dei banchi, gemendo con suono umano: era la cagna. Balzò su la cattedra, mi si buttò addosso lambendomi, contorcendosi. Vi fu un istante di silenzio e di sorpresa, poi scoppiò un riso solo, alto, argentino, infrenabile.

– Patirai! Patirai! – gridavano l’uno e l’altro – la cagna del professore!

Non stavano più fermi, si erano levati in piedi, alzavano le braccia, singhiozzavano dal ridere: una cosa atroce! Allora la cagna si voltò verso di loro e tendendo il collo rabbiosamente, cominciò ad abbaiare loro contro con un urlo angoscioso e feroce.

Era magra più di prima, avea tutto il pelo irto, ispido, sucido di polvere e di pillacchere. Ma a quell’urlo più cresceva il riso degli scolari e il vocìo di «Patirai! Patirai!»

Che cosa feci io? Nulla! mi sentivo un gran rossore in faccia e le tempie mi martellavano.

Quanto durò quella scena? Non ricordo. So che la porta si spalancò del tutto e comparve il bidello e dietro lui la figura nera, sorpresa e disgustata del direttore: il quale non entrò, non disse nulla, ma fece un cenno al bidello. Questi allora entrò e senza far parola, prese a forza la bestia e la portò via e poi chiuse la porta.

Allora le risa si calmarono a poco a poco e il rossore lentamente sparve dalle mie guance; anzi diventai pallido, ma il cuore mi batteva.

Poco dopo rientrò il bidello in punta di piedi; mi si accostò riguardosamente, e con grande serietà mi disse all’orecchio: – Che cosa ne devo fare di quella bestia? gliela devo portare a casa?

– No – dissi forte, e avea bisogno di vincere il ridicolo che mi sentivo ronzare attorno – no a casa…: portatela via, liberamente!

– Allora lasci fare a me – disse colui con un tono di voce come si fosse aspettato questa risposta, – e vedrà – aggiunse con triste sorriso – che non avrà più noie da quella bestiaccia, glielo garantisco io.

Per fortuna la scuola intanto era finita. Mi rifugiai a casa e mi distesi sopra il letto. Avrei dato qualche cosa per addormentarmi; ma non ci riuscii: un torpore stupido mi abbatteva e non si voleva mutare in sonno.

Mi stava poi alla mente quella poverina di Patirai! (già la chiamavo così anch’io, perchè vedevo che il nome le si conveniva proprio) mi stava alla mente come dicesse: «Chi ti vuol bene più di me in questo paese? Nessuno; e tu hai vergogna di riconoscerlo. Vedi che sei un debole?» No, non era tanto il torpore come questo pensiero che mi allontanava il sonno.

Quando ad una certa luce più calda e meno viva capii che il giorno stava per finire, mi vinse come un tedio e non so quale sgomento delle tenebre che sarebbero entrate fra poco. Allora mi feci forza; mi levai dal letto ed uscii.

Presi una delle solite vie solitarie e camminava avanti.

Il tramonto luceva vermiglio e grande: la via bianca di polvere si apriva fra due siepi di alto bianco spino fiorito.

Ad un tratto, allo svoltare della via, in fondo, mi si offerse qualche cosa di brulicante e di nero; poi una vampa di fuoco, un fumo nell’aria e un guaito; non forte ma fioco, eppure esso risonò dentro di me, sui miei nervi come uno strappo selvaggio su le corde di un’arpa addormentata.

Mi fermai, e il guaito si ripeté una seconda volta, ma tragico, lacerante, con tutto il terrore della morte. La fiamma per rinnovato alimento salì a vortice e vi rispose un urlo di festa, con voci e squilli di risa infantili.

Allora corsi disperatamente. Quelli non se ne accorsero, tanto erano intenti, se non quando fui da presso e udirono il rumore delle pedate. Si voltarono, mi riconobbero e poi si squagliarono come una schiera di conigli ad improvviso rumore. Alcuni filarono giù per la via, altri svoltarono ad un sentiero, altri si imbucarono nella siepe e poi via per i campi.

Mi avevano riconosciuto: era il maestro, l’entusiasta maestro di virtù classiche e di umanesimo applicato all’infanzia, che veniva a constatare de visu la perfetta inutilità del suo metodo.

Voi avete capito quale fosse l’impresa di gesta de’ miei scolari; essi davano fuoco a Patirai; all’imbelle, alla lamentevole Patirai.

La paglia di cui l’avevano circondata, crepitava in istami rossi e fuligginosi che poi si facevano neri, si sfacevano e si spegnevano. Mi accostai all’albero dove la cagnolina era legata con un grosso canape; la sciolsi, e poi me la ricoverai in braccio. Essa gemeva e mi lambiva: seguitò poi a lambirmi per tutta la strada.

Il pelo era mezzo bruciacchiato che mandava un fetore insopportabile2; pure non la deposi e feci tutta la strada così. Su la spalla un lembo di pelle cadeva e mostrava la carne viva, tanto che la zampina ne era offesa e la teneva sul mio braccio come morta; e ogni tanto guaiva.

Quando mi si parò davanti la luce dei fanali della barriera (si era fatta notte), la deposi, e lei mi seguì sino a casa saltellando a sbalzi, con la zampina rattrappita.

Comperai dallo speziale un po’ di pomata; e quando fui di sopra nella stanza, la curai alla meglio e le fasciai con due fazzoletti la ferita. Essa lasciava fare senza più lamentarsi; soltanto mi seguiva con gli occhi.

– Adesso ti andrò a prendere del latte e te ne farò un po’ di zuppa – dissi come se avesse dovuto intendere – e tu starai buona, è vero? e farai la cuccia dove vuoi tu, sul letto, che ti piaceva tanto, su questo bel cuscino.

Uscii, comperai il latte, le feci la zuppa, ma non la mangiò. Allora la accarezzai pianamente. Pensai per un momento di condurla con me all’osteria e non abbandonarla lì sola; ma era troppo sfigurata e deforme, e tutti mi avrebbero chiesto come l’avessi ritrovata dopo tanto tempo e chi l’avesse conciata a quel modo.

Ora io sentivo che ne avrei sofferto a raccontare quell’avventura di Patirai; anzi avrei voluto anch’io non pensarci, ma mi sentivo un avvilimento profondo, e insieme un’idea fissa sorgeva da quella insensibilità torpida di prima e si andava schiarendo a poco a poco.

Con la mano dentro lo sparato della camicia, mi tormentavo il petto; ma non riuscivo di trovare uno sfogo al dolore di quell’idea.

Andai all’osteria. Per fortuna quando misi il piede nella saletta tutti avevano finito di desinare e ragionavano calorosamente con gran voci e gran gesti dell’ultima seduta parlamentare. Mi sedetti quasi inavvertito al solito posto.

– La minestra è stracotta – disse l’oste, mettendomi davanti la zuppiera e levando il piatto che ne conservava il calore. – Colpa vostra; siete venuto tardi. Chi tardi arriva male alloggia.

Io non risposi; mi provai a mangiare, ma per la gola non ci andava giù il cibo; allora bevvi in due bicchieri tutto il mezzo litro di vino perchè mi sentivo arso di dentro, e poi aveva bisogno di calmare come un tremito di convulso che mi scoteva tutto.

Stavo per sbarazzarmi della sedia, levarmi, andarmene, quando avvenne che il vice pretore, un omino sui quarant’anni, si distraesse dalla questione, e appena ebbe posato lo sguardo sopra di me, vi si fermò, e mi chiese inarcando le ciglia:

– Caro professore, ih, che brutta ciera avete voi!

Mi sforzai di sorridere senza parlare; ma sentii io stesso che il sorriso era più tosto una smorfia dolorosa; e lui certo se ne avvide perchè mi domandò con premura:

– Vi è forse accaduta qualche disgrazia? avete avuto una cattiva notizia?

Sorrisi ancora; cercai con uno sforzo di trovare una risposta che fosse d’altra natura che quell’idea che mi si era inchiodata di dentro; finalmente mi parve di averla trovata, e posando il capo su la palma della mano, domandai con voce che cercavo sonasse tranquilla e come indifferente:

– Caro avvocato, io vorrei sapere perchè nelle vostre leggi non ci mettete un articolo che punisca con un paio d’anni di galera, per lo meno, quegli infami che si divertono a martoriare un essere, creatura di Dio, che non si può difendere perchè non ha forza da difendersi, perchè se chiama aiuto non ha nessuno che gli risponda; perchè se piange, se urla, tutti si mettono a ridere…

Il vice pretore aveva preso la questione sul serio e mi guardava per iscrutare quale cosa io volessi dire, poi mi fece cenno del capo come a significare: «Spiegatevi più chiaramente».

Allora richiamai la voce che sentivo che si era alterata, alle proporzioni naturali e seguitai con studiata indifferenza:

– Una cosa da nulla, un’inezia. Dopo mezzodì, voi sapete, si schiaccia un sonnellino. Quest’oggi, non so come, non riuscii a chiudere occhio; dunque mi alzo e vado fuori. Voi vi ricorderete anche che io aveva una cagnolina…

A questa parola la mia voce si intenerì al ricordo, e il volto del vice pretore fece invece una smorfia come per dire: «Ho capito, voi mi raccontate una qualche sciocchezza»; e fu allora che io perdetti la padronanza che aveva conservata su di me sino a quel punto, e cominciai a raccontare quella scena atroce di barbarie che non era, no, una sciocchezza. Certo io mi devo essere esaltato in quella narrazione, ma non mi sovviene; ricordo però che vi fu un certo momento in cui mi sorprese la mia voce stessa che suonava sola, in alto, in mezzo ad un silenzio completo.

Tutti si erano voltati verso di me; tutti quei volti mi guardavano con meraviglia. Anche il cuoco si era accostato al tavolo, col suo ventre coperto dal grembiule, e il guattero stava con la testa sull’uscio della cucina e con un tondo in mano.

Allora mi sentii sorpreso, avvilito e d’improvviso tacqui.

– Eh, per Dio, – ruppe uno de’ miei soliti commensali il silenzio, – per una cagnaccia rognosa c’è bisogno di pigliarsela tanto calda?

– No, che non è per la cagnaccia rognosa – ribattei io, prendendo coraggio dalla sprezzante interruzione e dando sfogo alla fine a quell’idea che mi ribolliva dentro. – Legatele un sasso al collo, buttatela in mare, cosa me ne importa? Ma è ben altro. È che l’odio nostro contro tutto ciò che è più debole di noi, raggiunge un così alto grado di ferocia istintiva e di voluttà da vergognarci del titolo naturale di uomo! E questo che io voglio dire! Voi risponderete che è tutt’al più un lascito di eredità dei tempi che furono prima della storia, quando l’uomo conduceva vita selvaggia. Non è vero. La nostra ipocrisia e il nostro orgoglio di uomini civili ci fanno credere così; eppure no! esso è l’istinto naturale, eterno dell’uomo: dilaniare tutto ciò che è più debole e più buono. Questo è l’assioma su cui si regge la storia. O povera Patirai! Se tu fossi stata un feroce mastino, altro che sghignazzare nella scuola, altro che darti fuoco! ti avrebbero dato il pane e ceduta la destra!

Tenete bene a mente quello che ora dico; noi potremo volare per l’aria; illuminare la notte come il giorno; scoprire tutti i segreti dell’anima e della natura; prolungare la vita per dei secoli; non lavorare più nessuno; far lavorare il sole, le maree; domare al servizio le tempeste, i terremoti: tutto è possibile. Ma l’animo dell’uomo non si muterà di una linea nella sua sostanza, come non l’abbiamo migliorato sino adesso. E allora che importa tutto il resto? Io ci credevo una volta, poi ne ho dubitato e adesso non ci credo più. Già, io la aveva questa fede sublime; adesso ne rido. Pigliate le uova delle biscie e dei coccodrilli; curatele: sperate che ne vengano fuori dei colibrì e degli uccelli del paradiso? Tutto è inutile; serpi verran fuori; rettili e serpi a grumi, vermi a fiotti, coccodrilli a schiere…. Eppure sembrano uova come le altre; sono piccine piccine, liscie liscie. Ci si può illudere facilmente, e poi ci si guadagna anche a fingere di crederci. Esaminate i bambini, i giovanetti; così biondi, così gentili, che gemono per un taglio, che hanno una vocina così soave, dei gesti da innamorare; si direbbe che stanno per spuntar le ali! No: è tutto seme di vipere. Mi ricordo un esempio che ho veduto a Napoli: allora non ci pensai; ci penso ora: sentite. All’ospedale, in uno stambugio a piano terreno, era esposto un cadavere, meglio, una carogna umana, per il riconoscimento: qualche cosa da far torcere la vista ad un medico positivista tanto era deforme! Quando si pensa che la creatura umana debba ridursi così, viene da rinnegare Dio, parola d’onore! Bene; i ragazzi che uscivano dalla scuola, una cinquantina, si diedero la voce: «il morto, il morto!» perchè uno era venuto a dar la notizia, e tutti a correre per vederlo, e tutti attorno: era un gridìo, un cinguettìo allegro di ammirazioni, di osservazioni, di ingenuità sconce da far maledire la razza umana; e non si mossero se non quando un beccamorto, facendo sferza del grembiule insanguinato, li scacciò….

A questo punto la mia voce ristette e vidi tutti con lo sguardo fisso e meravigliato verso di me, tanto più che non mi avevano inteso mai parlare così di seguito e con tutta violenza.

Quegli sguardi indicavano, dico, stupore ed anche un po’ di commiserazione per me. La solita timidezza mi vinse, mi sedetti, che mi era levato in piedi senza avvedermene, e abbassai il capo.

Fu il vice pretore che parlò allora e con certa serietà:

– In tutte le esagerazioni che avete detto, mio caro, c’è in fondo, molto in fondo, qualche cosa di vero, e che fa grande onore al vostro modo di sentire, e si vede che avete un cuore gentile….

– Sì, va bene – interruppe un altro, – ma è tanto che si sanno queste cose: homo homini lupus lo dicevano anche gli antichi; voi però notate che se uno si fissa sul serio su queste idee, non fa più niente e rischia di diventar matto.

– Questo può esser vero – risposi io, – ma si deve andare avanti così?

– C’è un rimedio – sentenziò il vice pretore ridendo.

– Sentiamo, sentiamo il rimedio; fuori il rimedio! disse più d’uno.

– Ecco – e l’omino del vice pretore allargò le dita, si puntò il pollice sul petto, e volgendosi verso di me con voce di compatimento, come di uno che fa lezione, disse: – Fatevi crescere, amico mio, su la coscienza un bel palmo di pelo nero e duro, e non sentirete né queste punture né altre più gravi. È un empiastro, che non falla come quelli dei medici.

Tutti si misero a ridere, perchè in fondo il brav’uomo mi dava il solo buon consiglio che si potesse in simili casi; e se in quel riso generale v’era una punta di scherno per me, potevo dire di meritarmela.

– Voi stasera – mi disse il cuoco – avete voglia di scherzare, eh? – e ritornò lentamente in cucina.

A poco a poco la conversazione per fortuna divagò su di un altro tema; poi portarono le carte, i litri di vino, ed io presi un giornale. Ma i caratteri mi ballavano sotto gli occhi e non potevo fare a meno di pensare a quella povera bestiola ed agli scolari che l’avevano così martoriata.

La barbara scena non mi si staccava dalla vista:

«Lei così piccina, così debole…. lei così buona, così graziosa! Cercava di me e non aveva nessuno che la difendesse…; e loro la flagellavano, la lapidavano».

Questo pensiero, ma sopra tutto l’idea «così debole!» mi si era fissa nel cuore. «E non aveva nessuno! che la difendesse! non aveva nessuno!» Sentii come qualche cosa che mi stringeva alla gola, mi alzai, salutai in fretta e mossi fuori dell’osteria.

Ma quando fui in istrada scoppiai in un singhiozzo irrefrenabile, e come un’ondata di pianto mi fece velo agli occhi. Camminavo così barcollando verso casa e pensavo sempre. «Così piccina! così debole, così buona, e non aver nessuno che la difendesse!»

Su per le scale sentii come un gemere fioco: era lei che faceva una nenia, una nenia che straziava il cuore; mi venne incontro e mi si rotolò ai piedi ma non ebbe forza di alzarsi.

– Buona lì, fa la cuccia lì, sul letto – dissi rimproverandola.

Essa si accovacciò, nascose il muso sotto l’ascella e parve acquetarsi. Ma io non dormii tutta la notte, o fu più un torpore che un sonno. A poco a poco dimenticai la cagna. Ma l’idea «così buona, così debole e nessuno che la difenda!» mi si allargò con una commozione straordinaria: pensai a mia madre, a me, a tutti quelli che sono deboli e che non hanno nessuno che li difenda. Mia madre, sopra tutto l’idea di mia madre mi straziò. Erano due anni che non la vedevo, e allora solo mi accorsi del lungo tempo e dell’indegno abbandono. La sua immagine che in quella lunga stupidità si era svanita come quella di persona morta, allora mi si disegnò viva dinanzi come se il fantasma fosse stato nella stanza.

– O, perdonami! perdonami! – mormorai supplicando quasi ella mi avesse potuto rispondere e consolare con le sue carezze.

Ella o sotto la neve o al sole mite del maggio, coglie le roselline pallide o le gran rose vermiglie e misticamente ragiona con esse di me: e prega, prega la morte che la risparmi ancora perchè mi attende di giorno in giorno, di mese in mese, di anno in anno che io ritorni coi segni della vittoria e della fortuna, e allora tutta la casa sarà lieta e il fiordaliso rifiorirà sul quartiere.

***

Se alcuno leggerà queste pagine, forse crederà che da allora in poi io fossi diventato aspro e nemico de’ miei scolari. La cosa non fu così, giacché la mia mente aveva trovato, per fortuna, un ordine di pensieri diversi su cui equilibrarsi; e se così non fosse stato, sarebbe caduta allora giù nella pazzia come cadde dopo: ma era un equilibrio a suo modo.

Avete mai osservato come camminano gli ubbriachi per le strade? Essi per stare in piedi e andar avanti hanno bisogno di ruinare da un muro all’altro. Ora ne la vita vi sono di quelli che non hanno mai bevuto una goccia di vino ma che tuttavia non ci riescono a trovare la via diritta.

Costoro hanno, o per educazione o più tosto per causa di eredità, un animo soverchiamente gentile ed impressionabile; qualità che loro si impone in un modo imperativo, e, quando sono disillusi, li spinge su la via opposta, non mai su la via diritta.

Quale è la via diritta? Non so. Forse è la via più obliqua e tortuosa del mondo: ma ciò non vuol dire: quando questa via è seguita dalla maggioranza, senza dubbio diventa la via diritta e bisogna chiamarla con tal nome.

Così, per fare un paragone, vi sono di quelli che hanno un’ipersensibilità tattile di tal forma che toccare una cosa untuosa, immaginare soltanto un oggetto sozzo, li fa rabbrividire. Questa è una malattia. Bisogna curarla, bisogna abituarsi, per Dio, a tener le mani nel pattume e nella morchia! Similmente per quelli forniti di codesta eccessiva gentilezza dell’animo, ogni ingiustizia, ogni volgarità, ogni azione indelicata, di cui gli altri nemmeno si avvedono, li offende a morte. Sono qualità degenerative dell’animo che non si devono coltivare, ma cercar di estirpare appena appaiono.

Forse un tempo, quando il mondo avea la fortuna di essere un po’ più selvaggio, potevano essere necessarie o per lo meno servire alla parte decorativa della vita; ma oggi che tutto è regolato come un orologio, che la legge e la burocrazia dispensano dall’avere un’idea individuale, un’affettività forte e propria, riescono inutili e dannose.

Ho pensato ad una parabola: un uomo camminava per il deserto affocato. Corone di gigli e di rose stillanti rugiada, portava su la fronte; manipoli di rose e di viole reggeva in pugno: e così di quel profumo confortava il viaggio. Ma non andò a lungo che caddero vizzi i fiori sotto l’implacabile sole, e non altro divennero che inutile peso e materia da letame.

Così, in verità, è per chi viaggia la vita con l’animo ornato di gentilezza e di bontà.

Ma alle volte avviene anche di peggio: costoro si invaghiscono di qualche idea generosa: uno, per esempio, vuol provare che l’anima esiste, un altro si ostina a non far cosa che la coscienza gli possa rimproverare, accada quel che si vuole: un terzo (e questo è il più miserabile di tutti) ama il prossimo sul serio e lo vuol confortare nelle sventure come se fossero sue, e così via. Voi lo capite: questa gente non opera più secondo la pratica e la comune necessità, e allora gli altri gli incoronano la fronte delle enormi orecchie d’asino della demenza.

***

Così io meditava, così questi pensieri passavano come dense nubi sul mio cervello e improntavano di sconsolate e fredde ombre il presente e l’avvenire della vita.

E se fossi andato a casa mia e mi fossi presentato a mia madre ed ella mi avesse domandato: «Perchè sei così spaurito e triste? che cosa hai fatto tutto questo tempo? quale è la tua conquista, la tua vittoria?» ed io avessi risposto: «Mamma, ho consumato due anni della mia vita meditando su le questioni più gravi del mondo, e sono giunto a raccoglierle in queste semplici verità: l’una è: col bene tutto è bene; l’altra è: se gli uomini non possono raggiungere questo bene, è oramai inutile che essi esistano»; se io, dico, avessi risposto così, ella, poveretta, avrebbe detto: quale maledizione grava su noi?

***

Dunque gli scolaretti mi guardavano coi loro visini ingenui e un po’ timorosi come a dire: «Te ne sei avuto a male, di’, perchè abbiamo fatto quello scherzo alla tua cagnolina? Ma ci siamo divertiti tanto! Non ci leverai mica un punto in condotta?» «No, cari bambini, semi di vipere – a me pareva di rispondere – io vi darò voti assoluti e con lode, perchè il triplice ignorante sono io».

«La natura fu provvida: ha dato alla gazzella la velocità delle gambe per poter vivere in mezzo ai deserti; ha dato all’aspide il veleno, all’orso iperboreo il vello denso, al rospo l’orrore della forma per essere sfuggito; all’uomo che nasce nudo e debole, ha dato il genio della perversità per poter vivere fra i suoi simili.

«Ed io pretendeva che voi vi spogliaste in buona fede di questa scorza d’insensibilità e di ferocia che vi protegge! Se mi aveste dato ascolto, a voi sarebbe intervenuto come all’istrice di cui racconta la favola. Essa tornava dalla guerra e andava in compagnia della volpe, la quale disse: Levatevi l’armatura di dosso, madonna, or che la guerra è finita. Ed essa se la levò e fu divorata in saporiti bocconi. È una favola semplice; ma più ci si pensa più sembra vera.

«Ma era il vostro buon senso, era l’istinto naturale che reagiva in voi e vi rendeva tardi, meravigliati più che persuasi, ascoltando i miei entusiasmi e le mie sentenze di virtù.

«Tuttavia la virtù, la bontà, la generosità, ecc., saranno sempre articoli di gran consumo, miei piccoli amici, anzi di prima necessità e, ricordatevelo, non fate mostra di averne disprezzo. La vita più è civile e progredita e più ne ha bisogno. Il segreto sta tutto nel sapersi abbigliare di questi eleganti vestimenti e lasciare agli imbecilli la cura di fabbricarli. La virtù e l’onestà sono come l’abito nero di rigore per presentarsi in società; ma voi capite che per indossarlo non importa punto di essere gentiluomini. La virtù anzi in certi casi è obbligatoria come il frac per i camerieri.

«Ma vi dirò anche di più e tutto per niente, senza paga, come faceva Socrate. Sentite: la morale, la pedagogia, in una parola tutto il grosso armamentario dell’educazione privata e publica deve avere per voi un’importanza suprema perchè possiate vivere bene e felici ne la civile e progressiva società. Si studia cioè di rendere voi, o piccoli amici, simili (scusate il paragone) alle zampine del gatto. Avete mai osservato le zampine del gatto? Sì certo, e avrete visto come esse sieno soffici e soavi. Così dovete diventar voi nella vita. Ma esiste una convenzione tacita, un accordo segreto e che si comprende solo per l’istinto: cioè sotto il dolce vello dovete nascondere l’artiglio ben rotato ed adunco: guai se per isbaglio o per buona fede ve lo sarete fatto tagliare. Come ghermire, come graffiare, amici miei? Voi sarete perduti in tal caso e fatti oggetto di scherno ed insozzati e vituperati più del travicello che Giove mandò alle proterve ranocchie». Così pensavo guardando smemorato quegli scolari.

***

Ognuno però può pensare che io, benché precipitassi in quest’altro eccesso di negazione e di pessimismo, ero più triste e sconfortato che mai. Sentivo che avrei dovuto cominciare a vivere un’altra vita e non sapevo quale né il modo. E questa tristezza si acuiva maggiormente per ragione della solitudine in cui ero ridotto.

Anche il direttore, quell’uomo dabbene che vedeva il mondo attraverso le sue regole grammaticali, ed era così pieno di equità, e di congiunzioni causali e modali, avea preso in uggia la mia cagnolina.

Pensate: io la aveva ben pulita, le aveva messo una fettuccina rossa al collo con un campanellino, delle quali eleganze essa pareva felicissima. Ma era venuto l’estate e i cagnacci del luogo le si accostavano indecentemente.

Un giorno che si era a spasso assieme, il direttore abbozzando un suo sorriso acido, con la sua voce melata di imperciocché, squadrata che ebbe di traverso la cagna che mi appuntava, poverina, il muso fra i polpacci, disse con un tono che voleva non parere ed era invece serio nell’intenzione:

– Egregio professore, codesta sua bestiola eccita i sensuali appetiti di tutti i cani della città. Però – aggiunse sorridendo – essa sembra verginella e timorosa di questi amori volgari. Ad ogni modo – concluse mettendo in rettilineo le labbra che prima si erano curvate per il sorriso, e levata la sfumatura di non parere alla voce – ad ogni modo io giudicherei conveniente che ella la ritenesse rinserrata in casa per evitare lo sconcio che imagino pure a lei non debba riuscire piacevole.

– La terrò in casa o la condurrò dove non c’è gente – risposi asciutto asciutto.

– Sarà per lo meglio – e raddrizzatosi e compostosi della figura, sciorinò il Popolo Romano e cominciò con molti: veda! capisce! eppure! la interminabile serie de’ suoi commenti vespertini, da cui lo distoglievano i saluti ricevuti e resi dai maggiorenti della città, e il sole che folgorando precipitava nell’invincibile mare.

Anche la signora, la vice direttrice, non mi accoglieva più con bel garbo, anzi mostrava di gradire assai poco la mia compagnia. Quando qualche cagnaccio faceva atto di accostarsi alla povera mia bestiola, voltava la faccia inorridita ed esclamava:

– Schoking! for shame! for shame! – perchè era stata istruita in un pensionato inglese… (Collegio, instituto, educandato, mia cara, correggeva il marito con paziente sorriso) in un pensionato inglese e ci teneva moltissimo alla sua lingua d’infanzia.

Anzi mi disse spiccio:

– Senta, se lei vuol portare ancora con sé quella sua bestia, faccia pure a meno di venir a spasso con noi.

Io mi sentii trafiggere malamente e non risposi nulla. Fatto è che anche quella compagnia, la migliore che io avessi, mi venne a mancare.

La solitudine dunque a cui mi ero ridotto acuiva l’intensità di questa idea: mutar vita! Vivere cioè in modo positivo, come vivono tutti quelli che si fanno una fortuna e che non hanno pensieri difficili e melanconie pel capo.

Il fondaco di Don Vincenzo X***, mercante di caciocavallo, aveva la virtù di richiamarmi alla realtà quando le forze morbose della fantasia stavano per dare qualche strappo. Don Vincenzo, una truce faccia borbonica, se ne stava spesso su lo sporto, scamiciato, con la catena d’oro massiccio che cadeva sopra la pinguedine del ventre. Dietro di lui il fondaco nella semi oscurità lontana, appariva pieno di caciocavalli sospesi al soffitto, alle pareti, dovunque.

Che cosa si poteva fare in città senza Don Vincenzo? Chi osava passare davanti a Don Vincenzo senza scoprirsi? Senza di lui non si facevano né elezioni né processioni.

Con la sua firma si potevano portar via tutti i tesori della Banca Nazionale: con la mia avrei semplicemente fatto perdere il valore al foglio filogranato della cambiale.

Quanto vale un uomo? Tanto, quanto può scontare con il suo nome.

Oh, Don Vincenzo, uomo sapiente! il tuo libro mastro e il copione delle tue corrispondenze contengono più saviezza e sono più profondi che la bibbia, che il poema di Dante, che tutti i volumi dei filosofi da Platone al diavolo che se li porti.

Oh, Don Vincenzo, con la narrazione della tua vita e di quella de’ tuoi pari si deve formare il Plutarco moderno per la lettura dei giovanetti!

Così io pensavo con tristezza senza fine; ma senza ombra di ironia passando, come mi avveniva sovente, davanti al fondaco di Don Vincenzo.

***

Avrei voluto ritornare a casa e rivedere mia madre; ma sentivo dentro di me che alla sua presenza non avrei avuto la forza di sorridere e di dirle che io ero contento; ma sarei rimasto come trasognato e triste; forse avrei pianto; ed ella, nella sapienza del suo cuore di madre, indovinato tutta la mia debolezza, tutto il dolore, tutte le inutili prove tentate.

Mi venne anche in mente di rinnovare le conoscenze e le amicizie che aveva a F*** e veder modo di ricavarne alcun profitto. Ma dopo un breve esame mi persuasi che non sarebbe stato possibile riprendere quella vita dopo averla così violentemente interrotta, e che le amicizie, le confidenze, gli affetti non coltivati per tanti anni, non si potevano più far fiorire. Oramai io per loro doveva essere a pena una languida memoria. E poi sentivo che, né meno volendo, avrei potuto più riacquistare quel contegno festevole e disinvolto, quell’elegante frivolezza di modi e di parole che prima erano in me un’abitudine; e che sono qualità indispensabili per poter vivere nella buona società.

E pur desiderando di rivivere di quella vita, pur maledicendo il giorno in cui l’aveva abbandonata, in fondo io oramai la disprezzavo.

Con quale spasimo di desiderio pensavo alla possibilità di conquistarmi una posizione salda, netta, con le sue radici dentro la realtà della vita, non nella desolazione delle utopie eroiche: una posizione qualsiasi, onesta o meno, nobile o ignobile, questo non importava, ma tale che gli uomini vi facciano di cappello sul serio come a don Vincenzo e non ridano dietro al vostro abito verde e alle vostre scarpe slabbrate; ma rapidamente, energicamente come una carica alla baionetta; che passa su tutto, che schiaccia tutti, ma arriva dove vuole arrivare.

Così bisognava rifare la vita: dopo sarei ritornato.

E con questa nuova idea fissa mi accompagnai ne la mia solitudine, e cominciò da allora un genere di tormento nuovo e grande che condusse allo sfacelo della mia ragione.

***

La via che io percorreva abitualmente era una delle più belle che si possa pensare. I Baedeker ne ragionano con entusiasmo e ogni tanto si vedono passare grossi landaux a due e anche a tre cavalli con sonagliere e postiglioni.

Sono per lo più ricchi stranieri che percorrono quella via così celebrata, per vaghezza di vedere e conoscere.

Per quella via io andava lentamente meditando; né del mare che da un lato splende e si stende; né delle colline verdeggianti di olivi e aranci che dall’altro lato disgradano e formano bellissime punte e rade, io prendeva alcuna distrazione o diletto. Il sole però (si era ai primi di giugno) battendomi con la forza de’ suoi raggi sul capo e inondandomi di luce, pareva che fosse lui a scomporre in nuove utopie di progetti fantastici i pensieri che io cercavo di concentrare in qualche cosa di pratico.

La mia ragione era formata come di farfalle che volavano via e lasciavano vuoto il cervello.

E allora facevo degli sforzi disperati quasi da piangere per richiamare la ragione e la intelligenza che mi indicassero una qualche via da seguire. Bisognava, dico, pensare a qualche cosa di immediato e di pratico, e che fosse nel tempo stesso una di quelle inspirazioni rapide, intuitive con cui si riesce. Non era scritto anche nei libri di tanti che ebbero un’idea felice, la misero in atto e in poco tempo riuscirono ad aggiogare la fortuna al loro carro?

Ma era una vana impresa!

La mente avea perduto la conoscenza di ciò che è limite tra il possibile ed il fantastico; e scivolava a poco a poco nell’assurdo e nel sogno, dove finivo con l’addormentarmi in un abbandono che non era però privo di piacere quasi infantile.

Avveniva di me come dei palloni che mandavano in aria al tempo delle sagre nel mio paese. A vederli quando li gonfiavano col fumo, erano grandi come case e pareva che dovessero cadere da ogni parte. Poi, come fu come non fu, prendevano il volo e dopo un poco erano a pena un punto su in alto. Io faceva lo stesso: una, due e tre; lasciavo la terra ed era bell’e spedito per il paese delle più inverosimili fantasticherie.

Ma come si stava bene lassù! come tutto si faceva più leggero e più facile! Le cose e gli uomini che prima mi pesavano da ogni parte e mi stringevano più che Don Rodrigo dalla calca dei cenciosi, adesso non li sentivo più. Ero libero perchè era lontano dalle cose vere: ma dove? Fuor di dubbio nel paese dei sogni.

Certo io capiva che quelle erano spedizioni pericolose ed illecite, e che per chi vola sull’Ippogrifo fuori della realtà, può avvenire una volta o l’altra di trovar chiusa la via del ritorno. Ma chi se ne sarebbe accorto? Nessuno. Forse nello stupore degli occhi si sarebbe potuto leggere qualcosa; forse una madre, un’amante, un amico, avrebbero compreso. Ma la madre mia era lontana: amante o amico non ne aveva. Pure è certo che qualcuno si accorgeva, ed io ne provava una inquietudine timida e dispettosa.

Perchè Patirai mi fissava con quelle pupille immobili, con quell’espressione quasi umana? Oh, l’angoscioso linguaggio di quelle pupille! e più angoscioso ancora perchè pareva che volessero parlare! né quasi mai si partivano dal fissarmi, come se dal camminare, dallo stare, dagli impercettibili moti del mio volto avessero voluto leggere nella mia coscienza. Ma già vi leggevano, perchè nella loro intenta melanconia portavano segnata l’espressione di una gran pietà per me. Ero proprio così: quelle pupille esprimevano manifestamente pietà, ed esprimevano il vero, perchè anch’io sentiva compassione di me medesimo, soltanto che io immergendomi nelle fantasticherie, me ne dimenticavo e invece quelle pupille me ne facevano ricordare.

V’erano dei momenti che l’odiava a morte quella piccola bestiola. Pensare poi di essere amato e di essere compreso da quel miserabile essere, mi sembrava come uno scherno ultimo e il più atroce. «Ma va, corri innanzi, insegui le farfalle, abbaia alla gente; al sole, alla luna!» io le diceva, ed essa invece a seguirmi o a precedermi di pochi passi, ed ogni tanto voltarsi, fissarmi. Che angoscia era per me anche quell’affetto!

***

Sta fisso nella memoria un giorno della metà del mese di luglio.

Io camminavo per quella via e Patirai, l’indivisibile amica, veniva dietro di me. La campagna era silenziosa e poche vele segnavano l’azzurro del golfo. E dopo lungo andare, si udì dietro di me un rumore di sonagliere. Tre cavalli spinti al galoppo dal postiglione che faceva schioccare la frusta, venivano avanti rapidamente trainando un landau fra un nugolo di polvere.

Mi feci da un lato per lasciar passare. Passarono rapidi come una carica di cavalleria, ma ciò che vidi non scomparve dalla vista.

Proprio nel punto che m’erano davanti, un giovane signore che sedeva in quella carrozza avea con un braccio cinta la vita di un’esile e bionda compagna che gli stava al fianco; e costei piegò indietro la testa per accogliere un bacio che lui impresse su la bocca di lei; e con l’altro braccio disteso pareva indicare il mare e il cielo come per dire alle cose di essere testimoni della sua felicità. E la giovane donna pareva beata in quell’abbandono.

La carrozza si allontanò e Patirai la rincorse furiosamente che parve una palla nera fra quella polvere della strada.

La carrozza passò portando con sé una visione di felicità. Felicità? Certo, e felicità delle più semplici e possibili con i suoi fondamenti nella realtà, non nei sogni o su le sabbie mobili della metafisica. Avrei potuto anch’io essere felice così!

Mi fissai in questo pensiero, e fissando m’accorsi che davanti a me su la bianca strada stava Patirai, piantata su le quattro zampe, ansante, e la lingua fuori. Io non mi era mosso dal luogo ove prima mi ero fermato per lasciar posto al veicolo. Patirai scodinzolava e cominciò ad abbaiare come mi volesse dire qualche cosa. Che cosa? Forse voleva dire: «hai visto? è passata la felicità. Quando la felicità passa, non bisogna fermarsi a meditare. Allora guai! Si fa subito un salto, la si raggiunge ad ogni costo. Se ti fermi sempre a pensare, non arriverai mai! Vedi ora come è lontana? io sono corsa subito: dovevi anche tu fare così!»

Io non so come fosse, ma quelle pupille e quell’urlo che volgeva verso di me, verosimilmente volevano esprimere un pensiero. Non era più dubbio: quella piccola cosa nera, quella bestiola leggeva dentro di me.

Mi mossi lentamente, e quando mi abbattei in un sentiero che conduceva verso le colline, mi misi per esso. Mi pareva che la diversione della strada sarebbe stata pure una diversione delle idee.

Ma tutto era inutile! Io non potevo distogliere la mente dal pensare che quella felicità la avrei potuto cogliere anch’io fin dal tempo che vivevo e F***. Ero incapace di curare i miei affari? ero inetto alle battaglie della vita? E per questo? Ma il mio nome, la mia gioventù, la buona riputazione, il grado nella società, non costituivano forse un capitale che qualunque altro avrebbe saputo sfruttare? Io l’ho dissipato senza saperlo; io fui vinto da un’esaltazione di sacrificio che non mi ha prodotto altro che dolore.

Mi sono sacrificato? ho sofferto? Peggio! Soffrire è un lavoro che il mondo non paga e non riconosce né meno. Bisognerebbe che ci fosse il padrone, Iddio. Lui, forse, ricompenserebbe chi soffre: il mondo se ne ride e non ha torto.

E pure è cosa certa che il mondo ha le sue conquiste, ha i suoi piaceri, ha le sue felicità; e vi sono fiori di oro e fiori di carne, ma non li coglie chi si innamora dei fantasmi della sua mente o si nutre di strane utopie.

Le fantasie corrompono l’anima e il corpo, e rendono l’uomo pallido e trasognato; e più sono grandi e nobili e più uccidono, e non v’è corruzione di vizio che maceri più terribilmente.

Camminai per molto tempo e giunsi in vista di un campo coperto di spighe mature, e i mietitori le falciavano.

Quella vista mi consolò alquanto e mi distrasse: così che postomi dietro una siepe arborata che dava un po’ d’ombra, seguiva con gli occhi quei lavoratori.

Soltanto le teste e le spalle apparivano dietro le spighe, e il manipolo in una mano e nell’altra la falce: si avanzavano in fila, di fronte, movendosi come in ritmo; muti, rossi di sudore e recidevano, recidevano quelle spighe. Dietro erano le spigolatrici, curve, mute esse pure, oppresse dalla caldura senza vento che pioveva dalla serenità meridiana.

La schiera dei mietitori mi passò davanti ed ora la scorgevo da tergo, curva e allineata su le alte spighe, lasciando dietro di sé il campo brullo ed irto degli steli recisi.

Intanto da una casa non molto discosta si levò una spira di fumo, sottile, che saliva come un viticcio e si dilatava nel cielo. Poi suonò mezzogiorno. Allora il passo dei mietitori si arrestò e le falci caddero.

In breve tempo i covoni sparsi a regolari intervalli nel campo furono raccolti e ammucchiati in alcune biche, poi l’uno dopo l’altro quei lavoratori si avviarono verso la casa. «Ecco la soave ora del pasto e del riposo meridiano!» pensavo, e quella dolcezza dei campi finì per placarmi lo spirito e i sensi di una serenità melanconica e stupida.

Poco lungi, fra gli alberi, sorgeva un’altra casetta dalla cui porta pendeva un frasca. Mi vi recai ed ebbi da rifocillarmi. Poi feci ritorno presso la siepe dove io era prima; e fosse effetto del caldo o della piacevolezza dell’ombra che la chioma di un albero stampava sul terreno, fatto è che mi addormentai.

Quando mi risentii, l’ombra dell’albero avea girato ed il sole battendomi sul volto, mi avea desto. Il sole, oltrepassata più che la metà del suo corso, pareva essere fermato nel cielo.

La lucentezza dell’aria mattutina avea dato luogo ad un’afosità di vapori che toglievano ogni trasparenza e veduta delle cose lontane.

Il silenzio era solenne. E allora, in quello stupore che coglie chi si desta da un grave sonno, fu un suono che da prima mi parve come un pispiglio di uno stormo di passere: tacque e ripigliò più saltellante e vivace.

Erano risa di donne.

Volsi lo sguardo al rumore: vidi e non compresi alla prima; poi compresi e un turbamento profondo mi agitò il sangue come nel brivido della febbre. Rimasi lì, nascosto dietro la siepe a guardare senza muovermi. Solo il sangue mi affluiva a ondate larghe al cuore, e poi risaliva al cervello.

Erano due di quelle spigolatrici, scalze, presso ad una bica, poco distanti dal luogo ove io stava.

L’una alta, adusta, quasi sbilenca, co’ capelli neri arruffati come un cimiero affricano, si avventava sull’altra, e il riso le scoppiava come una canzone di baccante fuori dei denti bianchi. L’altra era più piccola e con un volto quasi infantile, ma tutto acceso. Un fazzoletto scarlatto le si annodava dietro la nuca, e ne scappavano pochi riccioli biondi madidi di sudore.

Ma le anche deformate dalle fatiche precoci e le mammelle esuberanti di giovinezza, minacciavano di liberarsi dai legami del busto.

Essa sembrava beata di farsi buttar giù sui covoni che gemevano con un fruscio di seta, e rideva, rideva lei pure; ma di un riso sciocco o schernevole che mi paresse, e squillava come argento.

Poi quando era caduta giù supina, si rizzava contro la compagna e questa le si avventava contro di nuovo con le braccia tese in avanti; e quella tornava a cadere.

La piccola bionda diceva ridendo sempre – Mala femmina! – La bruna risospingendola quando si levava, diceva – Quanto sei bella! – e la voce aveva oramai un suono tetro di lascivia, e più non rideva. E poi girava lo sguardo come belva spaurita per ispiare se uomo o donna fosse per quei campi. In uno di quei momenti la bionda colse il destro, e riuscì a scappar via, di corsa, sghignazzando; ma si andò a nascondere dietro un’altra bica più lontana; e la bruna dietro in due salti, come una lionessa, la raggiunse e si nascosero dietro il mucchio delle spighe.

Allontanarsi era facile: ma le rise di quelle donne certo riempivano tutta la muta campagna, perchè come io discendeva giù per il sentiero, così quelle mi seguivano, e mi pareva che dietro la bica le due procaci sapessero di essere scoperte e pure non arrossissero; ma mi venivano dietro con le loro risa, ed esse mi schernivano ed io ne aveva vergogna. Io ne aveva vergogna, non esse, e pure la loro impurità era bestiale ed orribile, orribile al punto che vinceva la ragione e incuteva un vaneggiamento di precipitarvi, come a chi contempla gli abissi.

E non v’era nessuna imagine o voce di purità e di virtù che si levasse al mio soccorso, io che le invocavo!

Le sentenze degli asceti e dei padri della chiesa, le scritte dei filosofi stavano rigide come le statue dei santi mitrati che sono ne’ templi: le invocano, le invocano le supplicanti, ma essi non fanno un passo per venire in aiuto, e solo fissano le pupille d’oro come gente abbacinata.

Anche invocai quello scetticismo che mi aveva fatto perdere la fede nelle cose più nobili e belle: ma nulla poteva né meno esso, che era stato così potente. E pronunciai anche come scongiuro una massima di antico re, in cui molti affermano che si compendi la saggezza della vita: «Tutto è vanità!» ma quelle risa si pigliavano giuoco anche di quella sentenza.

Chiamai pure a raccolta gli avvertimenti materni, le prime massime di virtù udite da fanciullo; ma non avevan valore contro quel riso di baccante, grande, e che pareva ormai una solenne cosa, tanto solenne che le piante, gli alti steli dell’erbe non battevano loro fronda o fiore, come intenti ad ascoltare e bearsi di quella voce ridente.

E allora per la calda afosità del tramonto, in quel muto languire del giorno, una figura di donna nuda, meravigliosa e splendente come un sogno, sorse alla mia vista; e si aggirava veloce fra gli alberi come se i piedi appena lambissero il suolo, e con le braccia sollevate e le palme distese e le chiome accarezzava le erbe e i fiori presso cui trasvolava, come una benedizione.

Il riso lascivo si era mutato in una voce distinta come una cantilena, e quella voce usciva dalle labbra di quella fata.

***

Diceva: «Io sono impudica come Pasifae, io sono casta come la Sibilla, io sono forte come Ippolita, io sono sapiente come Minerva: io sono eterna. Proteo aveva meno forme di me, e sono anche orribile più di Megera, e sono anche fatale e bella più di Medusa. Né Arianna con Bacco rise più pazzamente di me, né Niobe impietrata diffonde dal Sipilo più rivi di lagrime di quante io ne sparga.

Io sono proteiforme, e pure sono una.

Ma tu mi hai conosciuta soltanto avvolta di bende, severa e terribile, sopra gli altari. Lassù io sono la virtù e la sapienza, e in quella forma mi hai adorato: ma sappi che spesso io fuggo fuori delle bende e delle infule, le quali rimangono e rendono la mia figura agli adoratori del tempio: ma io non vi sono più. Io corro fra i campi e talvolta rido come le villane che tu hai inteso: e pur non sono colpevole; io trascorro nuda e non sono impura; io porto nel mio grembo la fecondità, e vergine sono.

Io sono eterna e son giovane; io corro pei campi e l’erbe crescono dietro di me. Vedi: la selva era nuda ed irta. Oggi è tutta chiomata, e le gemme diventarono fiore e frutto; gemono i rivi, ride e spira il mare. Chi fu? Io.

Io non ho virtù, come non ho colpa; io do luce al cielo, io faccio fremere e contorcere le piante che si aprono e fecondano, io avvolgo tutte le cose create di un invisibile filo, e tutto germina e palpita, e traggo il mondo affascinato dietro di me; però se io rida o pianga nel mio eterno lavoro, nessuno mai saprà perchè questo è il gran mistero.

V’è una leggenda antica: Ifigenia in Tauride sacrifica e svena alla Dea Artemide qualunque uomo a quelle selvagge terre approdi. Io pure godo dei sacrifici umani, e però sappi anche che la Sventura e la Pazzia mi seguono come il rosso giustiziere seguiva gli antichi re. E pure io amo gli uomini e li inebrio della mia felicità e della mia voluttà; ma questa è riserbata soltanto a coloro che non sanno chi io mi sia e non cercano di indovinarmi. Chiunque vorrà essere scrutatore della mia divinità sarà oppresso dalla stessa mia gloria.

E pure io amo gli uomini: ma sono come Angelica. Rolando urla per la selva impazzito di amore: io mi dono a Medoro».

***

E ne la immensità del tramonto che balenava una luce pallida e cilestra, l’imagine e la voce svanì.

Era giunto senza avvedermene dove il sentiero sboccava su la via maestra e Patirai era di fronte a me che stavo fermo sull’estremità della strada, dove lo scoglio rompe e scende, fondo e livido, nel mare. Essa mi fissava con quelle umane e umide pupille che io credo verosimilmente leggessero dentro la mia anima; e non si moveva né abbaiava.

«È inutile – meditai – , il problema della vita non l’ho capito: un compito su cui ci lavorai tanto! Zero punti, maestro; e, pur troppo, senza il beneficio di ripetere l’anno o la prova! Terribile problema!»

«Problema facile», mi sentii contraddire timidamente.

In quel punto Patirai aveva mandato un lieve guaito che lacerò l’incombente silenzio delle cose.

«Problema facile…. quasi tutti lo risolvono!…» e quelle pupille mi guardavano con muto dolore, e il guaito si ripeteva.

Allora non ricordo come avvenne che la paurosa calma che mi occupava si mutasse in improvviso furore, in una rabbia delirante di annientarmi e di annientare tutto. Ricordo che io presi Patirai che mi amava e che io amava, e la scagliai giù nel mare.

La vedo anche ora nettamente dopo tanto tempo.

Ad un certo punto cadendo si voltò con la schiena all’ ingiù. Un lamento, ma che era forte come un nitrito, squarciò l’aria e mi rimase nell’orecchio. Era caduta su di una punta aguzza dello scoglio; si era squarciata il fianco: almeno così doveva essere perchè l’acqua mi parve rosseggiare ad un tratto e l’onda sopravveniente la dissipò.

Allora ebbi paura e voleva fuggire, ma non lo poteva e rimasi lì con l’occhio fisso in giù.

Mi intronava alle orecchie un ronzìo come se due sciami di vespe fossero usciti dalla terra e disperdendosi in alto, mi susurrassero qualche cosa di pauroso e di infausto.

Però non sentii né pietà né rimorso né mi mossi per soccorrerla; anzi era una specie di piacere o almeno di sollievo che io provava a quella vista sanguinosa giacché avevo così trovato una distrazione alle laceranti imagini che mi straziavano. Ma queste ed ogni altro senso o pensiero si andava affievolendo in una stupidità generale, come le ultime vibrazioni di un diapason tremano per lungo tempo dopo avere emesso il primo suono.

Lo scoglio dovea esser liscio dalle alghe perchè lei tutte le volte che l’onda la sospingeva in su e tentava di arrampicarsi, ricadeva nell’acqua. E poi le zampe di dietro, vicino alla ferita, si vede che non aveano più la forza di puntare ma che erano già morte: sole le zampine davanti, quelle zampettine che poco prima saltellavano con la baldanza di un polledro, si provavano di risalire su arcuandosi per lo sforzo, e tutto il corpo tremava per il freddo dell’acqua o per il brivido della morte. Ma certo le forze le erano fuggite col sangue perchè ogni tentativo era sempre più debole e la lieve onda della marea minacciava di rovesciarla.

La sua testolina nera col suo musino appuntito erano o mi parevano rivolti ancora verso di me e gli occhi neri ineffabilmente tristi non aveano e mi pare che non avessero che un’espressione di pietà.

Non un lampo di ferocia o di odio vi passò; le labbra non si sollevarono a scoprire il digrignìo dei denti. Nulla. Era una pietà, una gran pietà per me.

Un’onda più forte la rovesciò e la fece andar sotto. Allora potei muovere il passo dal luogo dove era; e mi avvidi che correvo forte e con terrore come se qualcuno mi inseguisse. Solo quando ebbi svoltata la strada, fermai il passo e allora mi accorsi con meraviglia che era venuta la notte.

Finalmente, o meravigliosa notte, eri venuta e mi avevi ravvolto delle tue ombre, ed io era entrato nel bagno delizioso e profondo delle tue tenebre.

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