Alfredo Panzini – Le ostriche di San Damiano

Questa semplice e faceta istoria non è toccata a me, che scrivo, ma ad un signore a me prossimo per sangue e per la grande stima e il più grande affetto che nutro verso di lui, giacchè egli è uomo di singolari virtù; le quali sarebbero più conosciute e pregiate nel mondo se un certo disdegno naturale verso gli errori e le umane vanità, una melanconica abitudine di vivere a sè e di nutrirsi, per così dire, della sua coscienza, una cotale timidezza e a volte asprezza verso gli altri, non velassero lo splendore di queste virtù e ne occultassero sin anche il profumo.

Ma basti dire di lui e veniamo alla istoria che io per facilità di racconto riferirò in prima persona: ma avverto ancora che non si tratta di me; prova ne sia questa: che io sono assai temperato nel vitto e mi sostenterei come un hidalgo con un pugno di ulive secche, mentre l’amico mio qui fa la figura di uno che è molto goloso: vizio spiacente quant’altri mai, come definisce Dante nel canto di Ciacco Fiorentino: e cominciamo senz’altro:

Avevo fame quella mattina: più fame del consueto, prima perchè spirava dal cielo terso d’aprile un’aura montanina che faceva amabilmente accapponar la pelle, e poi perchè l’ora dell’asciolvere era stata ritardata di un buon quarto d’ora per esser dovuto andare all’ufficio delle Finanza a ritirare lo stipendio.

Del resto è incredibile quanto conferisca a temprar l’appetito l’abitudine di sfiatarsi un poco co’ giovani nella scuola; e anche i polmoni se ne avvantaggiano tanto! Quella mattina poi mi ero quasi commosso a spiegare il canto di Romeo di Provenza e avea bisogno vivissimo di rifarmi.

E se il mondo sapesse il cuor ch’egli ebbe,

Mendicando sua vita a frusto a frusto….

«….Proprio così!… Ma sì, entriamo qui: una volta tanto non è la morte di nessuno. Che cosa si spenderà di più? Una lira, due a dir molto: e d’altronde non toccammo oggi lo stipendio? nonne meruimus hodie stipendia

E così dicendo fra me, senza dar tempo ad un più savio pensiero di ritornare su la deliberazione già presa, spinsi con coraggio la vetriata di uno dei più eleganti e rinomati restaurants della città, e mi trovai in una magnifica sala dove de’ bellissimi divani di velluto cremisi davanti a larghi tavoli scintillanti di stoviglie e di candidi lini, invitavano ad assidersi con tutta pace. E debbo confessare che ad entrare di preferenza in quel caffè restaurant mi avea indotto la reputazione della squisitissima cucina; e ne volevo fare esperienza personale e vi sarei venuto prima se non soffrissi di una certa «animadversione», come si direbbe latinamente, verso i camerieri, i quali dall’alto dei loro colletti puntati contro i menti sbarbati, vi squadrano, vi leggono la storia della vita lì su due piedi, vi dicono cogli occhi press’a poco così: «Tu non sei un milionario, tu non sei un nobile, tu non sei uno scavezzacollo, tu non sei un impresario di femine, tu non sei un affarista; tu hai tutta l’aria di un povero galantuomo che tira la vita coi denti, oibò! Qual vento ti ha quivi sbattuto fuor del tuo costume? Sbrigati e vattene!» e non dicono grazie nè anche se voi lasciate sul piatto una lauta mancia di venti centesimi.

Così io pensava, ma vedi giudicio uman come spesso erra! Non appena la mia persona comparve nella sala, che subito il padrone (senza dubbio era il padrone) che troneggiava su di un alto banco di marmo, si levò dal suo beato scanno e venne verso di me e mi fece un graziosissimo inchino e mi sorrise in atto pieno di deferenza.

Era costui un bellissimo giovane di primo pelo, elegante, lindo, fresco che pareva un sorbetto, e così ben nutrito, così roseo, così florido che faceva proprio onore al locale. «Se i beccacchi e le quaglie del tuo restaurant hanno la carne delicata come la tua, non è usurpata la fama che di te s’ode; ma guardati, giovane amico, dall’intraprendere alcun viaggio di scoperte in terre ignote, perchè se tu capitassi, per tua mala sorte, fra i Lestrigoni o gli Antropofagi, non io certo ti farei garanzia del ritorno!» Così gli dissi col pensiero, rispondendo con ugual sorriso e saluto al suo sorriso. Ed egli, rinnovando il sorriso, fece alcuni segni cabalistici ad un cameriere, così snello e ben azzimato anche lui che in tutt’altro luogo lo avrei barattato per un onorevole deputato giovane o per un conferenziere di dame o per un ben lisciato esteta che si appresti a svelare i simboli della sua meravigliosa psiche alle turbe estatiche: ed era un cameriere!

Il quale mi seguì, mi tolse il pastrano, il cappello, il bastone, mi guidò presso un tavolo appartato e quasi libero, perchè vi erano solo due inglesi silenziosi, intenti a mangiare, ma con tanto garbo che parevano inghiottire delle pillole del farmacista.

Dicevano ogni tanto yes, e io non poteva a meno di meditare come questa gente inglese che mangia con tanta delicatezza e pudore, divori poi con tanta ingordigia nazioni e popoli.

Come mi fui seduto, il cameriere, stando a me di fronte e posando a pena le palme sul tavolo, disse:

– Vuol cominciare con un assaggio di pâté coi tartufi? È stato tolto dal gelo in questo momento. Lo troverà squisitissimo. – Veramente non disse «squisitissimo»: disse «splendido»: anzi io ho ancora nell’orecchio il ronzio di questa parola che egli ripeteva ad ogni frase.

– Cominciamo com’ella dice! – risposi io.

– E vino quale desidera? V’è del Barolo in bottiglia che è molto buono.

– Non ne dubito, ma a me basta un poco di vino comune.

– Va benissimo.

E subito dopo mi metteva davanti sul suo reggifiasco di lucidissimo metallo, un fiasco di vino toscano che portava scritto su di un cartellino: «Vino di Chianti stravecchio».

– Ma quest’è troppo, – diss’io, – e poi deve essere carissimo….

– Tutt’altro, signore! – rispose il tavoleggiante, – e poi ella ne berrà quanto crede.

E versando io lieve, lieve, il fragrante liquore in un calice sottile di cristallo e sorbendo, trovai di fatto che era un vino prelibatissimo e mi ricordai del ditirambo del Redi là dove dice:

/* Montepulciano d’ogni vino è il re! */

Anche il pâté, benchè cibo pruriginoso e inusitato al mio gusto, era di rara finezza, e spalmandone alcuni crostini, dicevo a me stesso che un cuoco il quale sa allestire simili manicaretti, è pur degno della riconoscenza de’ suoi simili. Terminato il detto cibo, il cameriere comparve e col suo garbato sorriso mi disse:

– Ora le consiglierei una minestra di cappelletti di Bologna: sono giunti freschi stamane e sono ora sul punto buono di cottura.

Non mi parve cortesia rifiutare un consiglio così disinteressato, e accettai i cappelletti, i quali ebbero la medesima buona accoglienza del pâté coi tartufi.

– Adesso, signore, io le porterò una quaglia arrostita con contorno di funghi….

Io ne avea già abbastanza e l’abituale mia sobrietà non eccedeva oltre a un piatto e un brodo a colazione: ma quel pâté avea malauguratamente allargato i posti del ventricolo e d’altronde il fermarsi lì alla minestra mi parea da pitocco. Vero è che le parole «una quaglia coi funghi» mi avevano dato l’idea di un prezzo vertiginoso e non conforme alla mia borsa.

Ma il cameriere che conobbe e lesse in volto il mio dubbio, si affrettò a dire:

– È una specialità della casa!

Come si poteva dir di no? E feci buon viso anche alla quaglia, la quale era degna della sua buona rinomanza e non ebbe altro torto se non quello di far scendere il livello del vino nel fiasco ed aumentare una certa nebbia nel mio cervello.

– Adesso basta, poi, signor mio! – dissi al cameriere quando, sparecchiato che ebbe gli avanzi della misera quaglia (chè nulla è più melanconico a vedersi dei residui del pasto) mi ebbe posto dinanzi un piattello che parea d’argento, dove sopra un fino tovagliuolo si pavoneggiavano e, ne’ loro larghi gusci di madreperla, nuotavano sei ostriche intatte, lattee e di non comune grandezza e purezza.

– ….e poi cotesto io non l’ho ordinato! – aggiunsi con giusto sentimento di sdegno.

– Verissimo, signore, – fu sollecito a ribattere il cameriere con una grazia degna di un gentiluomo, – ma sappia ella – e abbassò la voce – che queste ostriche sono fuori del conto. Oggi – e abbassò ancora la voce – è San Damiano….

– Verissimo; ma io non ho mai udito dire che le ostriche abbiano un santo protettore, e di tal nome.

– No, signore, non le ostriche! Ma il figlio del padrone del caffè si chiama Damiano: quindi è il suo giorno onomastico, ed è consuetudine di offrire in questa occasione una qualche delicatezza ai signori avventori che ci onorano in questo giorno di festa per la famiglia.

Che si poteva rispondere? Avrei potuto opporre dei dubbi su la veridicità di tale asserzione, ma levando gli occhi dal prezioso piattello e dirigendoli verso il banco, vidi quell’egregio giovane che rispondeva all’a me venturato nome di Damiano e già mi guardava, sorridermi tutto come dire: «Creda: è così, come afferma il cameriere: ella può mangiare senza tema di contrarre alcun obbligo o servitù!»

Che più?

Io presi delicatamente con le dita uno di que’ preziosi molluschi (e mandavano un profumo di alghe marine e di fresche onde oceaniche) e lo inghiottii d’un solo boccone di cui mi dura ancora la dolcezza nel cuore, come dice il divino poeta: ma il verso, oh, vedi triste effetto delle eccessive libazioni! non mi riuscì di formularlo per intero.

E anche le restanti cinque ostriche subirono la medesima sorte della prima, e l’una era più squisita dell’altra.

«L’uomo vorace e ingegnoso – pensava tra me – mette a contribuzione la terra, l’aria ed il mare per soddisfare i propri appetiti: e benchè il vizio della gola sia spregevole e indegno della umana dignità, certo è che l’inferma nostra natura vi cade più spesso che non convenga;» e quei gusci d’ostrica mi richiamavano in mente quella lirica bellissima dello Zanella che ha per titolo: Sopra una conchiglia fossile:

/* Vagavi co’ nautili, co’ murici a schiera e l’uomo non era! */ versi che non mai come allora mi erano parsi tanto pieni di reconditi sensi!

E il cameriere mi tolse que’ gusci e mi pose davanti una fruttiera ricolma di mandarini, di datteri e di altre prelibate e rare frutte di questa sacra terra, madre di ogni cosa bella e buona.

Nè io potei dire: «ricuso la frutta!» giacchè dopo un pasto così signorile sarebbe parsa cosa sconveniente. Però in tanta beatitudine un pensiero acerbo mi trafiggeva e pensavo che il guadagno giornaliero che l’arte mia di professore mi procura, non sarebbe stato sufficiente a pagare una così lauta imbandigione. Di fatto tutte quelle vivande dovevano superare il prezzo di lire cinque e ottanta centesimi, della qual somma posso ogni dì liberamente disporre dopo dodici anni di professione magistrale.

E siccome questo dubbio amareggiava l’opera piacevole della digestione, così me lo volli togliere e chiamai il cameriere.

– Comandi, signore!

– Il conto!

Il cameriere tolse dallo sparato il suo taccuino di pelle nera, brandì un terribile lapis (e in quel punto i biglietti di Banca, nuovi, riscossi poco prima alla Finanza, perdettero del loro colore, impallidirono).

– Subito fatto, signore; la colazione a prezzo fisso due e cinquanta, il vino – sbirciò il fiasco a pena – mezza lira: tre lire in tutto.

Respirai liberamente.

– Non si potrebbe essere più discreti: verrò, signore, molto di sovente, – ebbi a dire, e la lode volle uscire spontaneamente.

– Sistema della casa, – disse con semplice modestia quel valoroso tavoleggiante.

– Allora mi porti il caffè.

– Desidera anche un bicchierino di cognac?

– Perchè no? Volentieri: semel in anno….

Ma quel benemerito cameriere se ne era andato, e quando ritornò co’ vassoi, mi sussurrò all’orecchio:

– Desidera un sigaro di contrabbando? ho degli Avana hors ligne.

– È illegale, – diss’io.

– Oh, per codesto può star tranquillo: il signor Procuratore generale che viene qui a pranzo, non fuma che i miei Avana: anzi ne fa provvista.

– Quand’è così: regis ad exemplum totus informabitur orbis….

E il non mai dimenticabile cameriere mi incendiò un Avana meraviglioso: la cui nebbia azzurrognola e lieve, commista alla nebbia del vino e del liquore, mi assopì lievemente con un senso di beatitudine infinita.

«Il mondo è bello e santo è l’avvenir! – ripeteva fra me col grande poeta: – sì, certo, il mondo è bello», e non sentivo più alcun rumore intorno a me, benchè la sala fosse piena di gente.

Quand’ecco, un po’ alla volta, piano piano, percepii che la seggiola che mi era di fronte si muoveva, aprii gli occhi e scorsi il giovane Damiano che si sedeva timidamente davanti a me.

«Che vuol costui?» dissi fra me, aprendo gli occhi.

Sorrideva, vidi che sorrideva di compiacenza e di affetto nel florido volto, ma poi sentii queste acerbe parole che mi sconvolsero la digestione.

– Signor professore, ella vedo che non mi riconosce più…. Io invece la conosco benissimo!

– Ahimè! – sospirai nel mio cuore – dolcezza dell’incognito troppo fugacemente scomparsa!

– In verità, no, signore, non ho questo onore! – balbettai.

Sorrideva sempre:

– Sono stato suo scolaro dieci anni fa: ma lei vedo che non si ricorda più della mia fisonomia, ma io mi ricordo benissimo di lei, signor professore.

Io tornai a sospirare nel cuore più profondamente e da quell’uomo di delicatissimo sentire che sono, mi vergognai di essere colto nello spiacente vizio della gola da un mio scolaro: pur tuttavia risposi:

– Le sono grato e lieto della memoria, anzi gratissimo; ma tanti giovani sono passati sotto di me che stento a ricordarmene singolarmente.

– Oh lei se ne deve invece ricordare benissimo, signor professore, – insistette colui con più ineffabile sorriso.

– Creda!… e misi la mano sul petto.

– Io mi chiamo Damiano Saltori…. Questo nome dovrebbe ricordarle qualcosa! – Attese un istante e poi pronunciò queste terribili parole: – Ella, signor professore, mi bocciò inesorabilmente all’esame dalla terza alla quarta ginnasiale. Anzi lei diceva «schiacciare» e non «bocciare». Vede se mi ricordo!

«Che tradimento è questo?» pensai fra me sobbalzando.

Addio dolcezza della digestione! Non so che risposi, ma certo mi confusi e dovetti rispondere così press’a poco:

– Scusi, non l’ho fatto a posta! Se proprio fu così, me ne rimorde il cuore! Sinceramente!

– Ma io le devo la vita, signor professore! – esclamò allora con mia somma sorpresa il giovane al colmo dell’entusiasmo – io le devo il mio presente benessere, la mia fortuna: quante volte avrei voluto fermarla per la via e manifestarle la mia riconoscenza, ma me ne mancò il coraggio; adesso invece che ella è entrato nel mio esercizio, mi sono permesso….

– Io non capisco…. – risposi tuttavia turbato, giacchè temevo che quel mio antico scolaro si ricordasse di quella figura retorica che va sotto il nome di «ironia».

– Oh, è una cosa chiara: chiara come il sole: si ricorda quello che lei mi diceva?

– Io? no, signore!

– Lei mi diceva: tu sei un buono e bravo figliuolo, ma per seguire gli studi classici ci vuole qualche cosa di più che l’ingegno, che non hai nemmen quello, ci vuol l’arte: tu arte non ne hai: tu sei un’ostrica. Me lo ricordo, sa?

Arrossii al ricordo delle squisitissime ostriche poco fa divorate, e me le sentii ancora vive coi loro gusci nello stomaco.

– Perdoni, proprio…. – dissi al colmo dell’imbarazzo.

– Macchè, lei diceva una santissima verità, – proseguì l’egregio Damiano: – erano i miei genitori che non la volevano capire: dovevo diventare un avvocato ad ogni costo, nobilitare con un titolo di dottore il nome della famiglia, e professori e lezioni in casa! ma già quel latino non mi andava giù, e a fare i còmpiti d’italiano sudavo freddo. E lei mi ha bocciato e ha fatto benissimo.

– Non mi ricordo, signore….

– Non si ricorda, signore, di una scenata che avvenne tra mio padre e lei? di quel deputato nostro avventore, che reclamò dalla presidenza gli scritti per portarli al ministero, della minaccia di reclamare un provvedimento?

Ora di fatto mi ricordavo: era stato l’onorevole…… Ma è meglio non farne il nome.

– E lei duro, – proseguì quel simpaticissimo Damiano, – volevano tirare il collo a due quattro e farli diventare due sei, e lei duro; anche il preside voleva tirare il collo ai due quattro, e lei duro! E mio padre diceva (mi vien da ridere a pensarci): «come? faccio anch’io degli sconti coi miei debitori per delle centinaia di lire, e lei per un punto….»

– Che vuole, signor mio….

– Ma ha fatto benissimo! Dopo, i miei genitori l’hanno capita. Mi hanno mandato come volevo io in Isvizzera, dove ho imparato le lingue e il commercio. Io volevo seguitare a ingrandire l’esercizio di papà e lui voleva invece ritirarsi dagli affari…. Oggi come oggi sono felicissimo. Quel Cornelio Nepote non mi andava giù….

– Troppo giusto….!

E mi volle lui stesso infilare il pastrano e mi porse il cappello e il bastone e mi pregò di venire spesso a onorare il suo esercizio.

– Io non dimenticherò mai il giorno di San Damiano – diss’io.

– Tutta bontà sua, signor professore! – e mi tenne aperta egli stesso la vetrata, ed io uscii dal restaurant col superbo Avana fra le labbra, come un banchiere o un gentiluomo che non misura certo il danaro per la colazione.

(Visited 111 times, 3 visits today)

Commenti

commenti

Lascia un commento