Alfredo Panzini – Le viole

Questa notte è passata la Primavera per questi luoghi e ognuno lo può riconoscere perchè le viole hanno dischiuso le loro corolle e tutta l’aria sembra piena del loro sapore.

Anche l’ava, la quale abita da sola nella sua vecchia casa, alla quale è così affezionata che è quasi parte di lei, in sul destarsi del mattino ebbe il presentimento che in quella notte era passata la Primavera e allora pensò con piacere che le viole dovevano essere sbocciate. Dico con piacere, perchè ella suole verso questa stagione mettere qualche viola dentro le lettere che manda al suo figliuolo lontano. Si affacciò dunque alla finestra e vide così puro il cielo, sentì così raccolta l’aria nel suo mite tepore che le fu facile presagire che in quel giorno il tempo non si sarebbe guastato, la nebbia non sarebbe sorta, il vento triste che distrugge il beneficio del sole non si sarebbe levato. Ella sarebbe dunque andata fuori a passeggiare, dopo tanto tempo, per un bel viale di platani che conduce presso la riva del mare e pian piano sarebbe arrivata insino alla riva del mare.

Lungo le siepi ella guarderà se scopre qualche viola e se vi saranno, le raccoglierà e le riporrà in una busta ben forte, e le manderà al suo figliuolo, il quale gli è rimasto solo di una famiglia numerosa e lieta un tempo: oggi dispersa.

Certo suo figlio abita assai lontano, ma il vapore oggi ci mette appena una notte a correre le distanze di cento e cento miglia, e dato il caso che su la busta che contiene le viole non pongano dei pesi troppo gravi, domattina potranno arrivare in casa di lui ancor fresche e vive, tanto che, se gli verrà il pensiero di metterle in un vasetto, potranno ancora riprendere vigore, le viole nate dalla terra del paese dove egli è nato, raccolte dalla mano della sua mamma, in questo bel giorno di primavera.

Tali sono i pensieri dell’ava in quel giovine mattino: pensieri lieti e piacevoli.

Però ne sopraggiunse uno non lieto per la salvezza delle viole, messaggere dell’inviolabile amore, e pur tuttavia l’ava sorrise a questo pensiero. Il piccolo nepotino, figlio del figlio suo, che ha cinque anni, se vede le viole le vorrà e le strapperà. Gli diranno – è vero – che sono le viole della nonna. Ma lui certo adesso non si ricorda più della nonna. Eppure è stata lei che gli ha fatto i corpettini di frustagno, le maglie di lana, le calze di filo grosso, per quel folletto che rompe tutto.

In questi pensieri la nonna è uscita. Si è recata prima in chiesa ad ascoltare una messa e poi si è incamminata per il viale dei gran platani bianchi, in fondo e sopra i quali si elevava la fascia azzurra del mare il quale cinge tutta la curva dell’orizzonte. E andando, gli occhi suoi stanchi vedevano dalla terra e dalle siepi partire e salire delle pagliuzze e dei baleni, lievi, di oro; certo erano le ali degli insetti multiformi ed uniformi i quali in quei giorni di nozze fra la terra ed il sole escono in lunghe processioni e portano il seme della vita alle piccole cose eterne nell’armoniosa vicenda della vita e della morte. Non era quello giorno consacrato alla festa: le garrule campanelle e dalle torri le campane non squillavano sopra il silenzio dell’antica città: la gente era al lavoro; i buoi segnavano i solchi nei campi; le rame degli olivi germinavano nel presagio della pace pasquale; le tartane dei pescatori uscivano dal porto e pigliavano il largo mosse invisibilmente nelle gran vele arance e gialle le quali l’una dopo l’altra si susseguivano per l’azzurro del mare e rendevano imagine di una schiera di monaci incappucciati. Dunque poca gente era nel viale lungo cui l’ava moveva i lenti passi.

Ma molti erano i pensieri.

È stata anche la nonna che ha insegnato al piccolo bambino a recitare le preghiere: le quali si allungavano ogni giorno di più, e questo avveniva perchè la nonna trovava che vi era sempre qualche cosa dimenticata, qualche umile cosa da ricordare al potente Signore del Cielo, e spesso vi era qualche morto che bussava alla memoria di lei e diceva: «ricordati anche di me». Ecco la ragione perchè le preghiere si allungavano di giorno in giorno.

Il piccolo bambino (allora portava ancora la sottanina bianca) composto e inginocchiato su di una sedia davanti ad una nera Imagine le diceva con convinzione le sue preghiere e le avea imparate tanto bene che preveniva la voce suggeritrice dell’ava. Certo che dopo quella fatica era giusto che domandasse per ricompensa un cucchiaio di più di zucchero nel caffè e latte e si risarcisse di quella immobilità con le più pazze scorribande per cui tremavano i vasetti, le sedie austere, i quadri della vecchia casa. Non perciò la nera imagine della Madonna dalle cui mammelle aperte gemeva il latte su le labbra del pargolo, sorrideva meno vezzosamente, e parea – tanto è bel lavoro di antico pittore – seguire cogli occhi umidi le feste e i salti del bambino. Una volta arrivò la nuora, la madre di quel caro folletto, da un lontano viaggio; la quale è di altro pensare che l’ava ed appartiene alla gente nuova: eppure anch’essa si compiacque a vedere quelle manine giunte, a sentire quella vocina che dava del tu e parlava così famigliarmente a Dio, il quale se c’è, è il più ricco e potente signore che sia su la terra.

Ma è da un anno e più che il piccolo bambino ha abbandonato la casa dell’ava, e certo si è dimenticato delle preghiere al suo buon amico di una volta, il Signore Iddio: e tutto fa credere che non si ricordi più nè anche della nonna se non come di un nome da cui ogni imagine si stacca, sbiadisce, e più non si sa se v’è ancora.

Ma non è meglio così?

Nessun peso è più grave di quello delle memorie: ed è forse per questa ragione che i vecchi come quelli che ne hanno tante, vanno con passo molto tardo ed hanno quasi tutti la schiena curvata.

Invece la vita domanda un rapido passo, e cuore ilare, sciolto da ogni impaccio, giacchè per chi bene ode, il rullo dei cupi tamburi che chiamano alla guerra, non cessa mai.

Presso la spiaggia del mare l’ava è giunta ed in una ripa volta a solatio, ha trovato alcune viole.

Le raccoglie e si ricorda che trent’anni fa andava di primavera a spasso per quella spiaggia e per quel mare insieme ad un altro bambino: la riva, il mare, la primavera, gli insetti, i due bambini sono uguali e si confondono sotto il sole quasi caldo nella mente stanca dell’ava. Eppure l’uno è il padre, l’altro è il figliuolo: come tutto è passato ben più velocemente che un sogno notturno! come i capelli di quella prima testolina bionda e inanellata hanno fatto presto ad incanutire!

L’anima sospira: «Oh, potere incominciare da capo!»

E non si comincia forse? Non è tutto uguale sotto il sole come trent’anni fa? Gli insetti, le piante, le barche, i fiori e gli augelli certo non sono più gli stessi: ma chi li distingue? Per noi sono gli istessi, gli insetti e gli uccelli, i fiori e le barche.

Dunque tutto è uguale come trent’anni fa, come cento e più ancora!

Presso la spiaggia v’è molto silenzio.

Si ode però qualche grosso calabrone nero che ronza gravemente: le passere pispigliano e si chiamano paurosamente come a dire: «Bada che gli uomini non si accorgano dove noi facciamo il nido!» Le lucerte ritorte e stese al sole, fuggono e razzano fra la sterpaglia all’improvviso passo dell’ava.

L’ava pensa che il suo figliuolo riceverà il mazzolino delle viole, che già ha raccolto, domani a mezzogiorno quando si reca a casa per la colazione. Ma è tanto affaticato, tanto preso dal lavoro e dagli affari che le guarderà a pena le viole e non gli verrà in mente di metterle in un cristallo per farle rivivere.

È egli felice?

Quando egli era giovane si confidava in lei, e la mamma era come lo scrigno dove i più reconditi pensieri venivano riposti con sicurezza.

Dopo o lo scrigno si è invecchiato o lui non ebbe più tesori da riporvi. Può darsi che sia felice. Però la madre non può dimenticare una parola di lui: ultima e forse inconsapevole confidenza.

Un giorno, dopo molti anni che non la vedeva più, il figlio si era recato a trovare la madre. Ella lo aveva preso per mano e lo avea condotto per le stanze: la stanza dove era nato; la stanza dove era morto lui…. il povero babbo di cui la parete reggeva la grande imagine; la stanza dove c’erano i vecchi libri e il vecchio tavolino (i libri conservavano ancora il profumo stantio del latinucci di vent’anni fa).

Egli aveva guardato come se una mano laboriosa e invisibile avesse tra tanto strappato molte membrane di oblìo alla sua memoria; poi avea esclamato:

«Credevo che queste cose non ci fossero più!»

Avea poi la notte dormito nel lettuccio piccolo da scapolo e ci avea dormito bene e la mattina, piano, era venuta la mamma a svegliarlo e dirgli molte cose: che cosa voleva da colazione, che ne’ suoi abiti c’era un bottone da fermare, e una macchia da smacchiare.

Dunque ancora quelle amorose e non venali cure esistevano come i vecchi mobili, ed erano rimaste senza che egli ne avesse approfittato, lì per tanti anni? Anche di esse non si ricordava più se esistevano, e perciò aveva ripetuto con un sospiro: «Credevo che queste cose non ci fossero più!»

L’ava tenendo in mano le viole si è spinta sino alla sinuosa arena, pura, lucida, deserta, dove l’onda muore con murmure e con ritmo segnando larghe curve orlate di spuma. Sopra il capo dell’ava si eleva il mare, e le tartane, or dilungatesi, vanno pel loro viaggio e le vele in punta somigliano più che mai, bizzarramente, ad una placida compagnia di monaci. Dalla riva si abbraccia non solo tutta la curva della spiaggia, ma i monti lucidi, la campagna verde, la città antica, e in lontananza si scorgono i cipressi del cimitero, il quale con quelle guglie nere dei cipressi sopra le mura bianche rassomiglia ad un castello munito contro cui le armi degli uomini non prevarranno!

Però anche lì passa la primavera, come passa sui capelli grigi delle nonne e sui capelli biondi dei bimbi; e così avverrà anche che quando i tuoi buoni occhi soavi, o ava, che tanto hanno sorriso e tanto hanno lagrimato, si chiuderanno, altri occhi si apriranno per sorridere e per lagrimare ancora: e ciò avvenga – come diceva il bambino nelle sue lunghe preghiere – secondo la tua volontà, o Signore!

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