Alfredo Panzini – Nella terra dei santi e dei poeti

I.

Lungo il mare sino ad Ancona. – All’Aspio. – Frati e monache. – Paesaggio delle Marche. – Centenario Leopardiano: il nuovo Santo. – Loreto e le melanconie della Madonnina nera. – Leggende sul Leopardi. – Ingresso trionfale. – Recanati. – Mattino recanatese. – Il recesso del Poeta e gli abatini savi. – Montemorello. Lagrime. – Il palazzo Leopardi.

Diceva mia madre che se avessi lasciato la città melanconica, l’anima mia sarebbe consolata.

Fu così che nel pomeriggio delli 3 agosto 1898 partii da Rimini in bicicletta insieme all’ingegner Pasini: il quale è un omino grigio, di mezza statura, di mezza età, ma pedalatore grandissimo, e quando la sera può riposare su la gloria di un centocinquanta chilometri, è felicissimo: chilometri di montagna, s’intende!

Sul più bello delle nostre conversazioni, la mia bicicletta detonò come una santa Barbara e il Pasini mi vide d’un tratto scomparire in una nube di polvere come fossi stato una deità omerica. La pneumatica posteriore era scoppiata!

Ed eccoci così d’un tratto trasformati in due pedoni curvi e polverosi, oggetto di derisione ai passanti che prima invece guardavamo dall’alto, volando con tanta superba prestezza!

Davvero si cammina su di una bolla d’aria, e non soltanto nella via che da Rimini va a Pesaro!

La gomma era scoppiata presso alla Focara, di Dantesca memoria, e per giungere a Pesaro ci volle una bella marcia: inoltre la via era tutta un polverone, così che il nostro ingresso nella città di Gioacchino Rossini non fu per nulla trionfale: un superbo signore, anzi, imberbe e capelluto, che incontrammo trainato da due baldi destrieri, non ci degnò di uno sguardo. Noi ne fummo molto mortificati, tanto più quando ci assicurarono che quegli era il successore di G. Rossini, cioè il signor Pietro Mascagni.

Benchè le riparazioni alla macchina ci facessero perdere assai tempo, era tuttavia nostra intenzione col lume di luna di proseguire lo stesso sino a Senigallia, ma la luna appunto che sorta era allora melanconicamente lenta, si ottenebrò di vapori e il vento dal mare ci portò l’odore della pioggia.

Deliberammo perciò di pernottare a Fano, e fu buon consiglio perchè l’acqua cadde e prima noi ci addormentammo che quella cessasse.

Verso le tre del mattino il Pasini entrò nella mia stanza e, sporgendo il candeliere dalla finestra, mi assicurò che tutte le stelle brillavano meglio di prima; di fatti il primo sole del viaggio ci si levò omericamente puro e grande dalla marina sonnolenta tuttavia.

Sul ponte del fiume Celano c’era un palo con l’avviso: «Vietato il passo a più di quaranta quintali», e questo fu il solo pericolo corso nella giornata perchè poco dopo giungevamo a Senigallia ancora addormentata, e benchè la attraversassimo di corsa, io non mi dimenticai di buttarvi il mio biglietto di visita in memoria di esservi nato; cosa della quale io stesso mi ricordo solo quando devo scrivere su la carta bollata anche il luogo di nascita.

Dopo Senigallia, i villaggi, le ville innumerevoli, tutti adagiati lungo la spiaggia che si incurva sino alla dorica Ancona, si svegliavano allora. Forse di questo prematuro risveglio era anche causa il cannone che dal forte del monte Conero ogni tanto rombava come un cane che vigila sul mare. Ed io pensai: «Va! che il mare è deserto: la squadra di Tegethoff non c’è più sul mare! Allora conveniva vomitar ferro e fuoco.»

Si destavano allora, dico: la gente, in abiti estivi si dondolava su le vie presso le carrette delle pesche, delle verdure, del pollame. Prendere il bagno, vivere lungo il lido, romanamente avvolti negli accappatoi, mangiare, dormire, asolare: ecco la vita di questi giorni e di questi luoghi e non dei ricchi soltanto! Alla sera si apre il giornale e si trova con dispiacere che le cose d’Italia vanno male. Or via! signor ingegner X***, a lei che è milionario e pur lavora dodici ore il giorno e dalla terra lombarda vince con le sue macchine la concorrenza mondiale e afferma che la sua ambizione maggiore è di mandare all’estero degli operai italiani che sappiano montare una macchina come un operaio inglese; e anche a lei, signor ingegner Y***, che fa press’a poco lo stesso ed è animato dai medesimi sentimenti, mando da queste terre ridenti, cullantisi nel classico dolce far nulla, il più ossequioso dei miei saluti!

– Sai tu dove faremo la colazione noi? – disse il Pasini.

– Qui ad Ancona, – diss’io.

– No: all’Aspio: vedrai bel luogo.

E volgemmo le spalle al mare e ci internammo fra le colline, finchè giungemmo all’Aspio. Il quale è un piccolo fiume che ad un certo punto si insena in una vallicella ombrosa ove sono sorgenti di acque minerali, che dicono molto benefiche per chi soffre di visceri. Da poco, anzi, vi è sorto uno stabilimento che sa ancor della frescura della calce. Presso alle sorgenti molti placidi frati offrivano i loro calici purgativi a molte pingui monache e novellavano al rezzo. Più tardi, alla mensa comune, quei religiosi, dopo averci guardato con sospetto, finirono coll’ammansarsi con noi: tanto che l’ottimo Pasini cominciò a far loro la storia della bicicletta dai più remoti tempi sino ai nostri giorni, storia che i monaci gradirono moltissimo, anzi a tal punto che un francescano il quale avea portato dal convento una bottiglia di vino per dir la messa, il solo vino – dicea – che il suo stomaco digerisse, ordinò i calici, e la volle stappare e bere per la bella circostanza. Della qual cosa gliene seppimo grado.

Una monacella allora che avea attentamente udito, sospirò queste parole: Dopo la bicicletta, dopo il telegrafo senza fili, dopo la luce elettrica dove arriveremo mai noi?

E cercò negli occhi dei compagni una risposta a quella dimanda che all’anima sua pareva angosciosa. Un frate dell’ordine dei serviti, quegli che pareva il più autorevole e avea mangiato in proporzione, levò una mano untuosa e sentenziò: Il cervello dell’uomo, figlia mia, si assottiglierà tanto che non ne rimarrà più nulla!

La risposta parve soddisfare tutti e anche noi: i quali vedendo che nessun altro monaco avea intenzione d’imitare l’esempio del francescano, montammo in sella prendendo la via del Santuario di Loreto.

Il paesaggio delle Marche – con quelle città irrigidite lassù sovra alture che non sono più colline e monti ancora non sono – è melanconico.

Si vedono e si guardano tutte: Osimo, Castelfidardo, Loreto, Macerata, Recanati: non benevolmente si guardano e pare dicano l’una all’altra: «Tu sei più morta di me!»

Io sentivo di entrare nel dominio di un’anima melanconica, e gli occhi teneva rivolti verso ponente, al lontano colle di Recanati. Sopra appunto vi galoppavano le nubi allora; galoppavano e correvano, e per certo effetto di luce lucida e fosca, si distinguevano bene le case della patria tua, Leopardi!

Nella gente che incontravamo per salire a Loreto – e la cupola del Bramante e i turriti sproni del tempio già giganteggiavano sul capo – suonano pure e antiche voci italiche e certi scorci di fraseggiare così eleganti che que’ villani sembrano aver fatto i loro studi esclusivamente su qualche codice del trecento. Così la pronuncia nulla ha della sguaiatezza meridionale o della leziosaggine toscana o del rimbombo romano, nè della sfumata fierezza umbra: è qualcosa che non saprei definire, ma sento di definire bene dicendo: “È la lingua di Giacomo Leopardi!” Questo popolo fu il segreto testo classico su cui egli studiò. Eppure quelle parole mi facevano l’effetto di qualcosa che sornuota ad un naufragio; qualcosa che decade e non rinascerà più!

E così ogni tanto ci si presentava qualche figura di donna, che parea fusa nel bronzo, con certe linee di statue antiche. Anche nell’andare aveano qualche cosa di dignitoso e di composto come la materiale aristocrazia di una stirpe di cui l’anima è già svanita.

“Sciocchezze tutte le vostre – mi avrebbero potuto rispondere gli uomini e le cose – e stanno soltanto nel cervello di voi. Il vostro compagno non pensa a questo, e anche gli altri ciclisti hanno costume, prima, di bere un boccale all’osteria del ponte, poi fanno a chi regge più in sella per la costa. Ieri poi ci passò in carrozza una coppia di innamorati e trovarono che tutto era allegrissimo e giovanissimo. Emendatevi: il vino dell’Aspio in voi si è mutato in negri fantasmi.”

Ma io seguii questi miei fantasmi.

– Perchè lassù – accennavo Recanati – fanno tante feste? lo sapete voi? – chiesi ad una donna che mi camminava del pari.

Ella mi guardò, girò attorno due occhi ebeti, poi disse:

– Sarà per qualche santo nuovo!

– Questa è la verità, buona donna; sono proprio le feste per un santo nuovo. Anche egli ha sofferto e poi è morto affinchè questi morti potessero risorgere: lo stesso come ha fatto il nostro Signore Gesù Nazareno. La cupola del cielo è più grande di quella di Loreto e Dio ci fa stare tutti i Santi che vuole.

Così io spiegai, ed ella fe’ cenno che mi avea compreso benissimo.

Ma per consolazione della vista e del cuore su per le ripe coperte di pruni polverosi e densi, su cui la vitalba gettava i suoi festoni rigogliosi, si arrampicavano a modo di caprette alcune fanciulline bellissime, ma assai sudice. Coglievano le more da’ pruni e parte mangiavano, parte, forse imitando il costume di Loreto, infilavano e ne facevano corone.

Mi fermai e dissi ad una:

– Perchè non ti lavi la faccia?

Ella mi rivolse il caro volto imbrattato e gli occhi puri e profondi come l’ignoto che è in ogni bambino, e disse: – Pulito come uno specchio!

– Ma voi, voi – disse un’altra – sudate che gocciate come se ve la fossi lavata!

Avevo in tasca un cartoccio di mentine e cominciai a distribuirne, e allora – io non so come – sbucarono dalle siepi, dai casolari, dalla via, tanti bimbi, tutti laceri, tutti sudici, ma splendenti come teste del Lippi: e finchè ebbi delle mentine mi seguirono e i papaveri e i fioracci sterpavano e gettavano, frustando la bicicletta.

Così feci l’ingresso nella tua città, Madonnina nera, che stai nella casetta nera, ed hai tante margherite e gemme su di te che riluci anche senza le lampade d’oro!

Piovigginava all’entrare in Loreto ed erano le quattro.

Loreto, come oggi Recanati al Mare, fu una figliazione dell’antica Recanati e diventò poi indipendente e ostile alla città madre. Quindi è città relativamente moderna, anzi agli onori di città venne elevata nel secolo XVI, da non so quale Pio o Sisto; e si vede che quei papi aveano l’abitudine di far nobili le borgate: e quindi tutti gli abitatori di esse diventavano in certo modo nobili da borghigiani o rusticani che erano prima; press’a poco come oggi si fa col cavalierato e con le commende; ma a tutti apparirà chiaro che il sistema dei papi era più spicciativo e accontentava più gente.

Come ognuno sa, il 10 dicembre 1294 la Madonna ci arrivò, dentro la sua casetta, dalla Dalmazia, dove avea dimorato tre anni venendo a punto di Terrasanta; e furono gli angioli che la portarono attraverso il mare, anzi – cosa che pochi sanno – la prima sosta la fece a’ piedi del monte in un terreno che era di casa Leopardi: ma essendo nate delle contestazioni e dei litigi per il diritto di possesso della casetta, un bel giorno la Madonnina lascia la pianura e con gran meraviglia vedono che era andata a stare sul monte.

Fu allora, o giù di lì, che rivestirono di fuori la casetta cogli adorni marmi di Carrara, e poi ci elevarono sopra la cupola e attorno il tempio: un tempio grande e munito come una fortezza. Senza dubbio ciò venne fatto nell’intenzione lodevole di impedire ai barbareschi di portar via la Madonna o predarne i tesori; ma io non posso nascondere il dubbio che i Papi come i Loretani imponessero tanto materiale sopra la casetta per impedire che se ne volasse via un’altra volta; la quale supposizione non era infondata considerando le abitudini più tosto randagie di Nostra Signora. Ora è certo che se chiamasse ancora i suoi angeli, questi dovrebbero fare troppa fatica a trarla di lì, oppure un miracolo troppo grande e generoso in questi eretici tempi.

Queste considerazioni io non le ho cercate, ma mi sono venute in mente da per sé, vedendo quella Madonnina in quella casetta buia, con quella luce delle lampade lassù, su l’altare, che par le manchi l’aria e stiasi melanconica fra tante gemme e tanti incensi: Ella che era abituata a vedere così bell’azzurro ne’ suoi viaggi oltremarini!

E poi perchè ci fu una donna, la quale mi si accostò e mi disse con grande segretezza: “Vi sono più di quarantamila eretici a Loreto, non degnano niente la Madonna; non badano che a scannare li poveri forestieri. Ma, per amor di Dio, non dite niente a nessuno se no mi scannano a me!”

Io la assicurai del più completo silenzio, e tranne che trovare un po’ troppo figurate le voci di scannare, di eretici e di quarantamila, per mie esperienze ho notato che presso i Santuari la gente non è molto edificante per pietà; e la Madonnina più tosto che corone, gemme e tridui, vorrebbe, io credo, un po’ di bontà da’ suoi devoti e non essere tenuta come un valore di borsa.

Piovigginava tuttavia e l’amico Pasini mi assicurava che per la pioggia e la via erta meglio era pernottare a Loreto: buono era il vino e non cotto come costuma nelle Marche: una squisita cena apprestava l’oste, il quale con la mano sul petto mi assicurava che facevamo un pessimo affare a pernottare a Recanati, dove da un mese aspettano gente per queste feste, aspettano e non ci va nessuno.

Tuttavia io voleva giungere col vespero a Recanati e benchè piovesse, partimmo.

Ma il cielo fu benigno verso di noi perchè dopo essere alquanto andati, cessò la pioggia e l’azzurro dilagò sopra i campi e le valli.

Da Loreto a Recanati sono circa sette chilometri, e varcata la valle del Potenza, la via monta tanto che in alcuni punti le carrozze bisogna avvettarle, come dicono in Toscana; e così piano andando, sospingendo le macchine, ci imbattemmo in due villani i quali menavano i loro buoi: grevi i buoi, grevi i villani, e ci accompagnammo con loro, i soli che per la via incontrammo. Non erano di Recanati, ma di oltre: di Montefano, se non erro.

Domandarono chi eravamo noi e dove andavamo, e noi dicemmo che viaggiavamo il mondo per divertimento. Ci guardarono con occhi che significavano: “Dovete essere ben matti, se dite il vero, a faticare tanto per divertimento!” Con le parole dissero poi questo pensiero: – Noi invece viaggiamo perchè bisogna far così per empirci lo stomaco; per divertimento staremmo fermi.

Domandai poi se si erano divertiti alle feste di Recanati. – Alle feste si diverte chi ha soldi, – rispose uno di coloro, e, la risposta mi parve vera. Allora gli domandai chi era questo Leopardi a cui si facevano tante onoranze.

Mi fissò di traverso con sospetto, ma io rimasi calmo e gli feci capire che nella mia qualità di ciclista che gira il mondo, mi era permessa una certa ignoranza delle cose che avvengono in un paese perduto com’è Recanati. Allora i suoi occhi si rivolsero in dentro quasi cercando un’idea, e l’idea venne e mi parve felice più di molti savi discorsi di eruditi e di critici.

La mente del villano prese l’idea e le labbra infine l’espressero. Disse:

– Leopardi era uno della società (intendi, o almeno io così intesi, società liberale, carbonara o massonica) che una volta, quando c’era il papa qui, a Napoli un altro re, i Tedeschi in un altro sito, ha indovinato il Comando (Governo) di adesso. Andò in Parlamento, parlò e fece l’Italia. Siccome poi è avvenuto quello che pensava lui, così adesso gli fanno le feste, avete capito? Ma era, che m’intendiate, un uomo di studi, uno studiante, mica un c….

Altre cose aggiunse il villano: cioè che nella stanza del palazzo dove è nato v’è prima un pavimento d’oro, poi d’argento e poi di ferro: – a noi – disse – non ci fanno veder niente perchè siamo villani, ma se andate voi, chissà che non vi facciano vedere.

Aggiunse ancora che è morto a Napoli avvelenato dai preti: che i preti gli fecero un gran pranzo e gli dissero di pentirsi e rimangiarsi tutto quello che avea detto e che avea scritto. Ed egli rispose: quello che ho detto ho detto, quello che ho scritto ho scritto! Allora gli domandarono di che morte voleva morire. Egli disse: mettete il veleno nella minestra. Essi fecero come lui avea detto, e a pena ebbe messo in bocca il cucchiaio, si indirizzò su la sedia e cadde giù!

Allora io gli domandai se avea fatto bene lui o aveano fatto bene i preti. Egli allargò le braccia pietosamente come uomo di cui si sforza il pensiero oltre al costume, e infine disse:

– E che volete che ve dica, figliuolo? ognuno può pensare come crede, ma se tutti potessimo fare una legge secondo il nostro modo di sentire, io sapete che farei? io prenderei questi buoi e invece di portarli al padrone ce scannerei lo core tanto ho fame!

Entrammo – che il sole precipitava – per l’antica porta di Recanati: su le mura festoni di piante selvatiche; sull’arco della porta una tiara, un nome di un pontefice, un’iscrizione latina.

Per questa porta entrò un tempo Pietro Giordani, apostolo e peregrino di una fede che oggi pur muore, ad incontrare e conoscere il genio dell’Italia nascente: di qui partì in cerca di sua morte eroica per la libertà della Grecia, il conte Broglio d’Ajano abbandonando genitori, famiglia, tutto! Di qui tre volte ripartì Giacomo Leopardi per ricercare, nel suo sublime errore, uomini veri nel vasto mondo: e a Roma, come a Napoli, come a Milano, come dovunque, era il natio borgo selvaggio e la gente vile!

Dentro la stretta via, che seguita a salire, era già buio: era già buio anche perchè di qua e di là del selciato a conca, le case sono assai da presso, case grige, con certe finestrine piccole piccole. Vedemmo però ancora della gente su gli sporti col deschetto da calzolaio giacchè, come mi dissero poi, il lavoro delle scarpe è una delle industrie di Recanati. Quella tranquilla gente ci seguiva con lo sguardo con molta curiosità: poi parlavano fra di loro.

Ma da una di quelle finestrelle, fra i garofani, ecco sporse una testolina di giovanetta, nera e curiosa come capo di rondinella dal suo nido sospeso. Non so come un nome mi si presentò: Nerina! e le palpebre degli occhi miei, che sono in verità assai stanchi ma non piangono più, cominciarono a battere per il fantasma di un nome d’amore!

Ma non molto si sale, che la via spiana, gli edifici si allargano, si innalzano alti, signorili, per una via che è la principale e segue con sinuoso e lungo arco la cresta del colle su cui sorge la città. L’austerità e l’abbandono della città antica si congiungono a non so quale lindura e decoro moderno, e tutto sembra dire: “Signore, se voi veniste quassù con l’intendimento di trovare il borgo selvaggio, disingannatevi. L’ossequio al grande nostro Poeta non ci impedisce di notare un errore di passione, che d’altronde voi stesso potete riconoscere con gli occhi vostri.”

Segno notevole: non fummo perseguitati da mendicanti, non inseguiti da monelli. Questi caratteri di civile progresso più nettamente appaiono quando si giunge alla maggior piazza che porta il nome del Poeta.

Quivi sorge la magnifica torre medioevale, da cui viene il suon dell’ora, quivi il palazzo Municipale, opera grandiosa e moderna, sorta da poco su le demolizioni dell’antico, per collocare in degno luogo il monumento al Poeta.

Il quale monumento, eretto anni addietro, è opera giovanile dello scultore Ugolino Panichi. Di prima vista la statua del poeta in abito di società, ma con sopra una doppia cappa filosofica che arriva sino ai piedi e disegna la gobba, con una enorme testa ignuda, china a terra, è realisticamente suggestionante. Troppo realisticamente! Ma questa osservazione mi venne fatta il dì seguente dall’illustrissimo signor conte G. Leopardi, il quale mi raccontò come uno, appunto della famiglia Leopardi, essendosi abbattuto nel troppo realista scultore, gli chiese: “È lei quello che fa i pupi? Ma lì i ragazzi ci vedranno il bau-bau!”

A Recanati, come poi mi dissero, non poche sono le famiglie ricche, molte le famiglie agiate e di media cittadinanza, laborioso il popolo, fertili e ben coltivate le terre circostanti, così che quel riposato benessere che si vede, esiste anche nella sostanza. A tale proposito degno di ricordo è il fatto che, nel maggio del ’98, un capitano, mandato colassù per i tumulti, si occupò specialmente di studi Leopardiani, ed i soldati della sua compagnia fecero, io credo, lo stesso, considerando le somiglianze e le differenze tra le molte vezzose Silvie e Nerine del luogo.

Quest’egregia popolazione ha però avuto il torto di credere che una festa di tal genere, come il centenario leopardiano, potesse attirare delle moltitudini, e maggior torto ebbero di prolungarla per più di un mese.

Hanno imbiancato, ripulito, messo le lampadine elettriche, rifatto alberghi e stanno lì ad aspettare che venga gente, e pare ne chiedano al tragico simulacro del Poeta: “oh, com’è, gloria nostra, che non viene nessuno?” Ma egli è assorto nel contemplare la profonda terra.

– Veda, – mi diceva un signore, – per domenica ventura era assicurato un convegno di seicento ciclisti, ebbene ieri ci hanno telegrafato che non saranno che trecento e quando saranno quassù vuol scomettere che non arriveranno a cento?

Me ne dolsi, ma ci spiegammo anche la cagione per cui il nostro arrivo destò così grave commozione: evidentemente ci presero per l’avanguardia dei trecento.

– Non siete voi dei trecento? – ci chiese anzi uno. Io lo assicurai che non appartenevamo a questo numero sacro nei drappelli eroici. La risposta parve renderlo melanconico e disse: Rimanete allora sino a domenica che verranno degli altri compagni! ma ci fu forza rifiutare l’invito. La bicicletta è utilissima anche per isfuggire i convegni ciclistici.

Sostammo all’albergo Bulli. Esso è davvero splendido, amplissimo e pieno di ogni conforto moderno e vuol essere ricordato. È posto su le mura settentrionali della città e guarda da grande altezza su torrioni e su orti a gradinate da cui prende la curva la vallata del Musone, la quale si dilaga in vista immensa sino al monte d’Ancona e sino al mare.

Ma allora vi cadeva con la notte e con le ombre una quiete che parea quasi sensibile ed animata: e affacciatomi alla finestra con quel senso di ben essere e di stanchezza che invade il corpo dopo copiose abluzioni, distinsi giù nel nero della valle una striscia bianca che disse: “Io sono il fiume!” E nella mente o laggiù si delineò questo verso: E chiaro nella valle il fiume appare. E volgendo gli sguardi in su, proprio oblique e accampantisi nel cielo, mi ferirono le sette stelle che dissero alla loro volta: “Noi siamo le vaghe stelle dell’Orsa!

Io non so qual immobile frigidezza mi invase l’anima, e sarei rimasto lì assai tempo se l’ottimo Pasini non fosse venuto premurosamente ad avvertirmi egli stesso che gli spaghetti col pomidoro erano in tavola.

La mattina alle sei il cameriere aprendomi la finestra e recandomi il vassoio del caffè, mi assicurò che per recarmi al palazzo Leopardi che è posto all’altra punta del paese e però assai distante, avrei fatto bene a seguire la via di circonvallazione sotto le mura e così avrei visitato anche i luoghi più cari al poeta e dove si inspirò pe’ suoi idilli. Io mi congratulai con lui di tanta erudizione e seguii il suo consiglio.

I miei spiriti erano diventati allegri e vigili come la fresca e pura mattinata.

Mi veniva per la via una gran tentazione di domandare alle ragazze: “Per piacere, lei conosce la Silvia?” e a qualche artigiano sull’uscio che levava su di me gli occhi tranquilli: “Scusi, lei è quello che s’affretta a fornir l’opra?”; e quando uscii dalla città e scesi giù nella viottola, imbattendomi in un grosso, canuto, arcigno prete: “Vero che lei è del natio borgo selvaggio?” Ma nulla dissi di simile, ma guardavo in faccia la gente serena e mi veniva da ridere. Per la lunga viottola suburbana nessuno incontrai, altro che un giovine imberbe vestito con pulita semplicità che mi veniva dietro. Io ogni tanto gettavo l’occhio su la gran valle vestita dal sole il quale avea sorpassato il monte che m’era a ridosso, e dall’altro lato guardavo le mura sovrastanti, grige, tetre, ma con giardini pensili di molta verdura, e ombrelli fioriti di oleandri, gaudenti all’ombria. Io guardavo attorno e lui guardava me.

– Scusi, – diss’io, – il palazzo Leopardi?

Parea come aspettarsi questa mia domanda, perchè mi si accostò e disse cortesemente:

– Vedete là in fondo? S’entra per una stradicciuola che è presso quella che faceva il poeta quando veniva da casa sua al monte Tabor, che adesso lo chiamano il colle dell’Infinito, perchè dovete sapere che le sue poesie le faceva qui. E quello lassù lo vedete?

– Cosa?

– Quella punta, – e indicava una cima sopra gli edifici della città, che si inebriava davvero nel sole. – Quello è il campanile di Sant’Agostino, là ci stava il passero solitario…. e ce ne sono tanti ancora. Poi vedrà la casa di Nerina….

Anche questa volta rimasi compreso da tanta erudizione e gli chiesi: – Ma ella è per lo meno studente?

– No, – mi rispose: – imparo a fare il fattore; – e di fatti quel valente giovane mi disse tante belle cose sul commercio delle scarpe, su le principali famiglie di Recanati, sul raccolto dell’annata: – Voi con cinque lire vi portate via un paio di scarpe buone.

Così conversando venimmo al Monte Tabor: esso non altro è che un piccolo sperone del monte con su un melanconico edificio che è il convento delle monacelle di San Stefano.

Dalla parte della città v’è l’ospedale e l’ospizio dei vecchi: alcuni vecchi lenti e curvi in un bel recinto a giardino coltivavano in quel mattino i loro floridi oleandri.

– Vedete come si divertono? – disse la mia guida. – Qui c’è aria buona e quei vecchierelli tornano ancora a campare tanto!

Sotto il monte Tabor sono disposti, come a publico ritrovo, sedili e ombrose piante di acacia. V’erano lì soli a mattinare tre abatini con le loro sottane orlate di rosso e la fascia intorno la vita. Di che parlassero io non so, ma certo non di cose melanconiche, perchè quando sentirono i nostri passi, volsero verso di noi tre bei visi contenti.

La mia guida mi disse: – Guardate lì, – e mi indicò una targa di legno di fresco inverniciata, dove era scritto:

Io solitario in questa

Rimota parte alla campagna uscendo,

Ogni diletto e gioco

Indugio in altro tempo: e intanto il guardo

Steso nell’aria aprica

Mi fere il Sol che tra lontani monti,

Dopo il giorno sereno,

Cadendo si dilegua, e par che dica

Che la beata gioventù vien meno.

– E il sole tramonta proprio là, dietro quei monti, – aggiunse quando capì che io avea già finito di leggere, e accennava la cerchia opposta della valle.

– E la torre di Sant’Agostino, – disse una voce insinuante dietro di noi, – gliel’avete mostrata a questo signore?

Era un dei tre abatini che timidamente si era levato e veniva verso noi. La guida alla quale era rivolta la domanda, fece cenno di sì.

– Lassù – volle pur dire ad ogni modo il loquace chierico, sollevandosi e stendendo il braccio – ci stava il passero solitario, guardi la iscrizione! – e mi indicò un’altra targa dove erano i versi che egli lesse con quel melanconico accento recanatese:

D’in su la vetta della torre antica,

Passero solitario, alla campagna

Cantando vai finchè non muore il giorno;

Ed erra l’armonia per questa valle.

– Lui, veda, – proseguì ancora, poi che s’accorse che la sua parola non riusciva sgradita, – veniva qui per una viottola che adesso non c’è più e si sedeva qui e qui faceva le sue poesie: questo era il suo luogo preferito, tant’è vero, guardi! – e mi indicò una lapide, ma questa non era dell’occasione, ma grande e di marmo che spiccava sul muro del Monastero, e in lettere grandi portava il verso:

Sempre caro mi fu quest’ermo colle.

– Adesso poi vedrà la casetta dove abitava Maria Belardinelli, che morì di mal sottile nel ’27, salvo errore, e che lui nelle Ricordanze chiama Nerina. Dall’appartamento delle brecce dove stavano i fratelli Carlo, Giacomo e Luigi, si vede la finestrella della casa della povera Maria: veniva qualche volta in casa Leopardi con la sua sorella Nazarena ad aiutare per il bucato o per altre faccende. Se visitate la chiesa di Santa Maria di Varano, dove sono sepolti i genitori e i fratelli di lui, troverete anche la sepoltura di quella povera figliuola. E lui è così lontano, anche morto!

– Deve essere una gran cosa l’amore! – chies’io allora simulando di udire queste notizie per la prima volta.

– Eh!… – fece l’abatino sorridendo, come a dire che egli non se ne intendeva. Ma uno dei due abati che erano rimasti seduti e ascoltavano le nostre parole, disse con voce quasi severa:

– Non era, signore, che vi pensiate, un amore come tutti gli altri!

Io non risposi, e in verità di celiare e di parlare anche, non mi sentivo più la voglia. Avea un commovimento di dentro come se intorno a quel colle ci fosse stata sospesa qualche cosa dell’anima e della infinita passione del Poeta e io l’avessi respirata con l’aria.

Mi sedetti: l’abatino piano ritornò fra i suoi e il giovane fattore si sdraiò per terra rispettando il mio silenzio come avea rispettato l’abito talare e la dottrina dell’abatino.

Di sotto si stendevano gli spazi interminati, e quel verso:

Ed erra l’armonia per questa valle

riempiva tutto quell’infinito e vibrava per la profonda quiete la quale parea sentire la magìa di quel verbo presente come un suono che non tanto è nelle parole, quanto nelle cose.

Ma a quella passione che già mi aveva preso e mi trascinava come dicesse: “Vieni, e anche tu odi la voce dei sovrumani silenzi e piangi!” riluttava con paura l’anima mia; però mi staccai da quell’abbraccio di fantasmi e volli filosofare e filosofai alcune cose.

Primieramente pensai: pigliate uno studioso, bendatelo e conducetelo qui, e poi scopritegli questa valle e domandategli: che paesaggio è questo? Egli risponderà: questo è il paesaggio del Leopardi.

Secondariamente: Ecco trovato il segreto della poesia del Leopardi: è una poesia autoctona: senza tradizioni, senza scuole: sorta qui: formata di una natura antica e di un’anima nuova.

Quel senso della misura nell’arte, che non si acquista se non troppo tardi, cioè quando la giovanezza va morendo, il Leopardi invece l’ebbe a sua insaputa per mezzo di que’ suoi meravigliosi studi, e questi furono i fili conduttori diretti fra questa natura e quell’anima.

E ancora: chi più del Leopardi sentì il fascino e l’armonia della vita? Eppure è così: chi rende quest’armonia con quei sensibili mezzi che si dicono arte, non gode la vita; e chi la gode non la può rendere.

Poi rammentai le parole del villano della vigilia, pensai a questa nostra cara e antica patria e venni infine considerando queste ultime cose:

Le altre nazioni hanno i secoli per loro vita, noi abbiamo l’eternità. Esse possiedono in estensione fino le steppe, gli oceani e i deserti: ma noi possediamo in profondità, giù dove Iddio ha posto i suoi semi più preziosi e segreti, e ogni tanto gemono dalla terra e sorgono su fra questa plebe morta questi fatali giganti a stupefazione del mondo.

Questo bisogna dire, questo bisogna predicare. Quando questa terra d’Italia pare morta, essa invece medita la nuova progenie sua immortale. Quanta magnificenza dell’uomo o di Dio, che è tutt’uno! Come le altre passioni davanti a questa eternità di benèfica forza cedono, nel modo che i monti minori si appianano quando si sale sul monte più alto!

Ma i conforti della metafisica e della filosofia, ohimè, sono ben di sovente effimeri e migliore espediente mi parve togliermi dalla suggestione di quel luogo.

– Andiamo? – dissi al giovane.

Salutammo gli abati; e dopo poco ci si scoprì l’altra valle che è quella del Potenza e guarda a mezzodì ed è grande come quella del Musone.

Disse il giovane: – Vedete come si distingue bene il Potenza? Proprio così: quando dopo il temporale si schiarisce il cielo e le nebbie si alzano, la prima cosa che si vede dal fondo è appunto il fiume.

– Adesso – veniva sempre dicendo con la sua voce piana e calma – montiamo per la via di Montemorello e ci troviamo subito di faccia al palazzo. Per questa via (una via deserta fiancheggiata da casupole con la scala all’esterno come in quasi tutte le case campestri della Marca) il poeta veniva fuori di raro per non farsi vedere, perchè je davano del gobbo e a lui je dispiaceva. Ci veniva più spesso d’inverno, perchè qui ce batte il sole anche l’inverno e a lui perchè era ammalato, je piaceva il sole. Lo chiamavano, se non sapete, il gobbetto di Montemorello, perchè questa qui è la parrocchia di Montemorello, anzi c’era un vecchio che si ricordava che quand’era ragazzino, lui je dava in segreto un baiocco perchè lui e gli altri ragazzacci non le gridassino dietro: “il gobbo di Montemorello!” ed eccoci arrivati: Vedete lì? quello è il palazzo Leopardi, bello, eh? Dovete poi veder dentro! È come una reggia. Ci ha dormito anche il re1; e questa è la piazzuola dove ha fatto la poesia del sabato del villaggio che dice che vengono li ragazzi a far chiasso. Adesso, perchè è presto, non c’è nissuno, ma la sera vi sono ancora tanti ragazzini. E quella casetta lì poi è dove teneva il telaio la Silvia; ma il vero suo nome era Teresa, ed era la figlia del cocchiere: la madre e un’altra figlia seguitarono per molti anni a tenere il telaio in questa casa, perchè anche lei è morta presto come quell’altra. Ebbene, lui veniva su quel balcone, lassù, e la sentiva cantare o la stava a vedere a ballare il salterello. C’è anche la lapide nella casa.

Io seguii il braccio della mia guida loquace, fissai e non lessi i noti versi scritti su di una targa di legno di fresco verniciata, la quale era infissa in quel muro antico e scalcinato:

Io gli studi leggiadri

Talor lasciando e le sudate carte,

Ove il tempo mio primo

E di me si spendea la miglior parte,

D’in su i veroni del paterno ostello

Porgea gli orecchi al suon della tua voce,

Ed alla man veloce

Che percorrea la faticosa tela.

Non lessi e chinai giù il capo. Ora io non descriverò come i fantasmi di una passione, la quale già fu, possano insorgere e circondare, simili a guerrieri armati: ma soltanto dirò che numerose imagini movevano da quella targa, da quella casetta, da quel palagio e mi opprimevano di uno spasimo che le parole son corte ad esprimere.

– Adesso è tanto che è morta! – disse il giovane con timidezza, quasi per confortarmi, e parea rimorso di aver ricordato cose che mi aveano dato dolore. Ma io allora mi sciolsi in fretta da lui, che rimase assai meravigliato, e in fretta entrai nella chiesa di Montemorello che è lì di fianco: mi venne giù una gran quantità di lagrime. Mi inginocchiai e mi sentii il bisogno di pregare non so chi nè perchè. In quell’ora mattutina la chiesetta era deserta. Ai lati del presbitero due banchi portavano la scritta Gentis Leopardæ. Gli occhi dell’anima mia vedevano il giovane poeta esangue, in compagnia della sua austera famiglia, immobile, col bavero del ferraiuolo alla bocca. Si levava l’ostia consacrata fra gli incensi. Tutti si chinavano. Egli pensava invece ad Arimane potente! Ed anche per questo pensiero seguitai a lagrimare. Ora a mente calma le trascrivo queste cose e senza vergogna, benchè sappia che se queste parole dovessero cadere sotto gli occhi di alcuna persona savia alla maniera moderna ne avrei mala ingiuria di anima guasta e offesa.

Quelli che studiano ed amano il Leopardi e hanno letto di lui, della sua famiglia e della sua giovinezza tante cose, faranno bene, se queste cose vogliono fissare in modo conforme al vero, di venire a Recanati e visitare specialmente il palazzo.

D’altronde la cortesia e la mente dell’illustrissimo signor conte G. Leopardi – capo attuale della famiglia e nipote al poeta, come nato da Pier Francesco, il minore dei quattro figli superstiti di Monaldo e di Adelaide Antici – è tanta e così compiuta che solo facendone esperimento si può conoscere per intero. Io altro non ne dirò, nè dirò quale è la magnificenza del palazzo, in cui non saprei se sia maggiore il fasto dell’antica casa comitale Leoparda o il moderno e raffinato agio. Anche di quella famosa biblioteca, raccolta, come è noto, dal conte Monaldo e in cui si plasmò la mente dell’angelico suo figliuolo, non è con poche parole possibile dare un’idea. D’altronde moltissimi ne hanno scritto e specialmente nell’occasione del centenario. In quell’anno, poi, venne publicata in Recanati una guida2, con molte e belle figure, che è specialmente una dichiarazione, semplice e oggettiva, di casa Leopardi. Autore ne è il signor Vincenzo Spezioli di Recanati, che appunto conobbi in casa Leopardi. Libro all’uopo migliore di questo io non saprei indicare.

II.

In sella! – Tolentino e le memorie dei garruli vecchi. – Napoleo Bonapartus e le foglie secche. – E ancora fantasmi! – Un fantasma vero. – A Foligno. Per Santa Maria degli Angeli. – Perchè l’anima non muoia. – La bella ostessa d’Assisi. – Un rimedio contro i ciceroni. – Il Pelosino salvatore. – Per monti aspri e selvaggi. – La città morta. – Alla Scheggia: aspro nome, gente gentile! – Sul Catria. – L’eremo di Fonte Avellana. – Gli spilli di Dorina.

– Amico, il tuo metodo è eccellente per romperti il collo: ringrazia il freno che è buono e non hai incontrato birocci.

Così mi disse l’incomparabile ingegner Pasini quando mi potè raggiungere nel piano dopo che io ebbi rotolato per i quattro o cinque chilometri per cui, a giravolte, da Recanati si raggiunge il piano del Potenza.

(Eravamo partiti da Recanati il dì seguente dopo colazione.)

Ma la via, che, raggiunto il fiume, diventa un falsopiano ascendente col fiume, la polvere alta una spanna, un sole – erano le due – feroce, un venticello contrario, dalla montagna, frenarono i miei entusiasmi ciclistici più che non le parole dell’autorevole compagno.

Anzi le cose giunsero al punto che il Pasini osservò che se progredivo di quel passo, avrei finito col fermarmi.

– Io vado piano – gli dissi – perchè osservo attentamente, e prego pur te di osservare come tutte le case campestri hanno la scala che sporge all’infuori: tu capisci che se non si ha in mente questa forma di costruzioni speciali, i versi del Leopardi

Siede con le vicine

Su la scala a filar la vecchierella,

Incontro là dove si perde il giorno

riescono strani ad intendersi; e poi cerco anche di scoprire la villa di San Leopardo dove il poeta compose il famoso «Elogio degli uccelli» e la poesia intitolata «La vita solitaria», che dice:

Talor m’assido in solitaria parte,

Sovra un rialto, al margine d’un lago

Di taciturne piante incoronato.

Mo’ va bein là, cinein! – sclamò con dileggio il Pasini, il quale (mi ero scordato di avvertirlo) è bolognese, e, come tale, reca attraverso lo spazio ed il tempo il carattere faceto che è proprio di quella illustre e geniale città, insieme al suono giocoso del dialetto natìo, – se tu cerchi un lago da queste parti, perdi il tuo tempo.

– Sarà stato un lago artificiale….

– Se è così, farai bene a venirlo a cercare di gennaio: con questo sole il lago è asciugato: rimangono a pena le pozze per lavare; e poi farai bene a montare un asinello invece della bicicletta. E infine capirai che un poeta non ci mette tanto a battezzare una pozza col nome di un lago.

Le ragionevoli osservazioni del compagno mi fecero accelerare il moto del pedale e così andammo per lungo tempo finchè si giunse ai piedi del colle, o poggio che è più esatto, che conduce a Macerata, l’emula e rivale di Recanati.

Precipitava per la via di traverso un altro ciclista, assai adolescente come vedemmo quando ci sopravanzò di volata. Ma anche lui quando sentì la salita, dovette scendere e si accompagnò con noi. Era partito, povero figliuolo, da Iesi con un gran colletto, cravattone e polsini: ma di tutti questi attrezzi avea dovuto liberarsi nel viaggio, e il suo abito nero era sino a mezza vita diventato candido, come se si fosse immerso in un vaso di polvere di cipria. Di questo era preoccupato. Evidentemente si recava a Macerata non per istudiare o per inseguire dei fantasmi.

Il monte su cui sorge Macerata divide la valle del Potenza da quella del Chienti e noi, lasciata a manca la città, in quella valle scendemmo per una via bellissima, larga e tutta indorata dal tramonto. Delizioso era l’andare veloce fra le verdi piante, i campi fragranti di messi, lungo il placido fiume! Il paesaggio si svolgeva solenne e nuovo davanti alle ruote e un senso di freschezza ci penetrava nel cuore. Quel dì (sopravveniva il vespero) ci fermammo a pernottare a Tolentino.

La valle fonda entro cui scorre il fiume, era già piena d’ombre e il grazioso passeggio e il giardino ombrato che precedono la città di Tolentino ci invitarono a fermarci lì.

Alcuni placidi e garruli uomini, di compiuta età, sedevano sul muricciolo e ci accolsero cortesemente come si accoglie nunzio che veloce viene in luogo romito da terra lontana. Parlavano gaiamente di cose passate e ricostruivano al vivo la presa di Ancona, la venuta di Fanti e Cialdini: Lamoricière, Pimodan: che era una ricostruzione della loro vita.

– La battaglia di Castelfidardo avrebbe dovuto succedere qui, ma noi si era stanchi e Cialdini non ci potè più tirare avanti. E sapete dove dovea succedere? Proprio qui vicino al castello dell’Arancia: non l’avete visto, a cinque miglia di qui, quel castello? – così diceva l’uno e l’altro di quei vecchi.

– Quel castello grande in quel prato, vicino al Chienti?

– Sì, quello!

– E sapete, è vero, – disse uno, – che lì ci fu del 1815 per tre giorni la battaglia tra il povero Murat e i Napoletani contro gli Austriaci? I soldati dicevano: «Capita’, mo’ fuggimmo!» E i capitani rispondevano: «Aggio ancora a dar l’ordine.»

– E quest’altra la sapete? Dal ’15 sino al ’60 ogni giorno quand’erano le quattro, che fu l’ora che Murat si dovette dar per vinto, a Tolentino sonavano le campane a festa, e ogni anno, l’1, il 2 e il 3 maggio, esponevano il Santissimo.

– E le stanze dove alloggiò Napoleone del 1798 quando concluse il trattato con Pio VI le andrete a vedere?

– Oh, peccato che il conte Bezzi che è il padrone del palazzo, sia andato con la famiglia a Sant’Elpidio al Mare.

– E non c’è il figliolo?

– E non l’avete visto che è andato via stamattina in bicicletta?

Così dicevano a gara i placidi vecchi, e quando se ne andarono l’un dopo l’altro in fila sui loro bastoncelli, mi promisero che se avessero incontrato il figlio del conte Bezzi di ritorno da Sant’Elpidio, me lo avrebbero mandato all’albergo e avrei così visitato le stanze di Buonaparte.

Brillarono le lampadine della luce elettrica e si accesero improvvise e allegre. Quelle lampadine parevano dire: «noi, è vero, siamo qui fra questi monti; ma selvagge e montane non siamo; noi siamo cugine germane di quelle di Milano, di Parigi; siamo sentinelle avanzate della civiltà qui nella solitudine. Il fiume Chienti che scorre lì sotto è quello che ci ha generate.»

L’albergatore della Corona, l’unico alloggio di Tolentino, ci sfilò un pranzo degno, almeno pel nome, di una capitale: antipasto, vitello tonnato, spaghetti, tacchino farcito, e vino – disse – a cui bisogna levarsi tanto di cappello.

Il vino, ambrato e servito in certe ampolle aristocratiche, era da vero squisito e stavamo facendone altri esperimenti, quando l’oste ci introdusse un giovanotto in costume di ciclista.

– Il figlio del signor conte Bezzi, – disse presentando, – e se vogliono visitare le stanze di Napoleone, son qui a due passi.

L’amico Pasini anche qui ricusò l’invito come già per il palazzo Leopardi.

– Io sto al tuo detto: finisco il vino e poi vado a dormire: domattina poi mi racconterai tutto quello che hai veduto.

La casa ha questa iscrizione: Napoleo Bonapartus a. d. xi K. Mart. mdccxcviii cum exercitu Gallorum Tolentinum ingressus quatriduum hisce in aedibus moratus. legatos pontificis cuius legationis card. Mattheius princeps fuit. cum pace dimisit.

Li rimandò con una bella pace da vero che gli portò via tutte le Provincie e gli oggetti d’arte per giunta! Quante graziose cose si possono non dire adoperando il latino!

Le tre stanze dove il giovane generale dimorò, sono intatte: egli, se fosse in sua scelta, ci potrebbe ritornare ancora.

Una è in damasco giallo con belle suppellettili e mobili in istile del secolo, quella da letto in damasco rosso con gran letto e enorme baldacchino; ma il letto, secondo l’uso d’allora, è formato da un pagliericcio di foglie di granoturco, sostenuto sui trespoli. In verità non c’era da invidiare il sonno del futuro imperatore.

E mentre io ammiravo e lodavo la signorilità di quelle stanze, così diverse dalle nostre che hanno pur sempre qualcosa della bottega da mobiliere: – Veda, – mi dicea il giovane, – di queste stanze messe così all’antica, con quadri, cassoni da nozze, stoffe, eccetera, qui a Tolentino ce n’erano tante. Adesso non sono rimaste che queste qui per memoria. È stato venduto tutto. Anche noi adesso si vorrebbe vendere: ma capirà, possiamo dare per una bagattella i mobili di Napoleone? E dire che Napoleone III ci offriva una somma! e i miei non hanno voluto vendere! Piglialo adesso! – E quell’egregio giovane si morse l’indice per dispetto. Egli avrebbe venduto non solo i mobili, ma la lapide e il palazzo. Aggiunse per mutar discorso: – Ah, guardi la lettera del generale Berthier!

Curiosa lettera! In essa il generale Berthier con grazia tutta francese e republicana, in nome non so se del Direttorio o della Francia o dell’umanità riconosce l’ospitalità data al Bonaparte: mi pare anche che ringrazi, ma certamente ordina (bontà sua!) che la proprietà e la persona del conte siano d’ora innanzi rispettate!

– Scusi, – mi interruppe il giovane, – vuole un po’ delle foglie di formentone dove ha dormito Bonaparte? Tutti quelli che vengono qui ne portano via un pizzico per memoria. Gli Inglesi e gli Americani ne portano via dei pacchetti addirittura, e li faccio pagare, sa? Ma a lei gliele do per niente.

Ringraziai, pensando che di pesi su la bicicletta ne aveva anche troppi.

– Ma allora, – obbiettai, – se ciò dura da un mezzo secolo e più come fa il pagliericcio ad essere così bel gonfio?

Il giovanotto sorrise alla mia ingenua domanda.

– Ogni anno – rispose – si rimettono le foglie nuove, così vengono battezzate con le altre e diventano antiche anche loro.

Tolentino è anche la patria di San Nicolò e del Filelfo, due brave persone che non avrebbero turbato certo i miei sonni. Chi li turbò fu il Pasini. Fresco come una rosa, alle tre in punto bussò e mi avvisò che erano le quattro. Ricordo poco del viaggio: una via ascendente fra i picchi dei monti; valli opache; di quando in quando ombre di villani addormentati, che per ismuoverli dal mezzo bisognava coi campanelli destar tutti gli uccellacci dei boschi; e un gran salire, salire sempre per rimontar la valle del Chienti.

– Fatti coraggio, – diceva il Pasini che precedeva zufolando, – adesso la strada è grigia e non si vede che monta!

Quando fui ben desto, avevamo lasciato i luoghi culti: sorgeva il sole e la via lungo il Chienti si addentrava, slabbrata, ingombra di schegge cadute dall’alto, nel regno delle ginestre melanconiche e delle quercie dai grandi tronchi, le quali con le verdi chiome stese a forma d’ombrello ricoprono giù le acque verdastre mormoranti nel mattino.

Per le strade dei rari borghi che attraversavamo, mi colpì spesso il nome di «Via Giacomo Leopardi», ed io mi arrestavo vinto dal fascino di quel nome che spandeva una effusione di gloria: «Sì, – pensavo, – meglio è che tu viva qui, fra le ginestre, i monti selvaggi, gli armenti, le acque che fra gli uomini della civiltà superba e crudele!» Ma Pasini mi sospingeva innanzi senza alcuna pietà per i miei sogni.

Il paese di Serravalle è l’ultimo delle Marche; dopo la via prende di petto il monte, s’entra nell’Umbria e non c’è Pasini che tenga, ma bisogna scendere di sella. Il sole sferzava la via: ma come dopo un’ora di ascesa in alto giungemmo – o dolce vista! – ci si aprì un piano, o meglio un altipiano, l’altipiano di Colfiorito, tutto cinto di monti minori.

Lago dovea essere un tempo, e di fatto anche ora rimane un terreno paludoso, che poi costeggiammo, ricoperto di grandi e livide foglie acquatiche. Pel vasto, selvaggio pianoro, biche di frumento, mandre di buoi e cavalli che di Maremma qui vengono a passar l’estate, per ritornare poi alla pastura di Maremma l’inverno. I pastori sono barbuti e ravvolti di pelli caprine ed hanno con sè grandi e fieri cani.

Il vento che ci sferzava di dietro, fece sì che i sei chilometri del pianoro li volassimo senza toccar pedale per la via che vi serpeggia come un nastro sottile.

Avanti! avanti!

Dacci di sprone, allenta la briglia,

Che in un momento farai cento miglia!

ci cantò dietro uno di que’ pastori.

Ecco finisce il piano: e per giungere alla casa cantoniera che segna la cima dell’Alpe bisogna ancora salire.

Io per me scesi di sella, ed ecco per la bianca via veniva giù una figura nera. Era una donna scarna, scalza, col capo grigio, scoperto, vestita di nero: al collo, al fianco le pendevano medaglie, scapolari, corone così che ad ogni passo ella suonava tutta.

La strana apparizione adocchiò proprio me: mi ordinò con certi cenni di fermarmi. Io mi fermai e la pazza allora parlò. I pastori che videro, scesero un dopo l’altro anch’essi dai greppi e si accostarono per udire, senza aprir bocca nè sorridere. Alcuni si stesero col ventre a terra e uno si teneva su col palmo della mano una gran barba lanosa. I cani aveano mutato posto anch’essi.

Ella parlò credo per più di una mezz’ora gridando e gestendo e il vento veniva e portava via quelle ardenti ed ebre parole. Ed io pure l’ascoltai e il perchè non so: forse perchè la pazzia ha certa similitudine con la completa e ideale saviezza, e forse ancora perchè il ritornare allo stato primitivo e selvaggio della ragione si ridesta talvolta in noi come un istinto.

Oh l’immensa e immane ascesa dei secoli per giungere alla civiltà, come noi la chiamiamo! Ma come l’orso ammaestrato balla e cammina sui pie’ deretani e appena può si butta giù prono e grugnisce, così anche noi sentiamo talvolta la voluttà del ritorno alla vita antica e libera di umane belve. Questo talvolta io almeno sento, e ciò forse mi rende stranio e timido alla vita progressiva e civile.

Era del Cadore quella fanatica, e a piedi era andata a Roma dal Papa per fare un’ubbidienza che avea avuto dal Crocifisso. Ma a Roma non avea avuto udienza. Ora da Roma andava a Loreto alla santa casa della Madonna che certo la avrebbe ascoltata. Gran cose avea da compiere! Il Crocefisso le avea insegnato a leggere l’Apocalisse. Doveva redimere il mondo. Ripeteva di continuo: «Capiscelo, fratello, el nostro Signor el ga dito: carità, dolcezza, amore! Ma el demonio vedendo che li omeni dorme, e lu no dorme, el ga fatto un’altra dottrina: l’una l’è la stretta de man, che passa sora i sette peccati, l’altra l’è la vanità, l’altra l’è la lussuria. Cadrà el sol e la terra, ma senza el biglietto dei diexe comandamenti no se va in paradiso. No lo sentio voialtri el soffio del Signor? Se ‘l vol, pol buttar giù questi monti come mi butto via col piè questa polvere!» Altre cose disse e mi insegnò per far miracoli, se voglio andare in paradiso, dei segni magici con un fazzoletto e mi comandò di andare da tutti i preti e da tutti i vescovi a dire che si sveglino, perchè oramai è giunto il tempo e il demonio ha compiuto la sua conquista.

I pastori la udivano, come dissi, sdraiati e immobili come i loro cani, ed io durai gran fatica a liberarmi da colei; ma già io avea raggiunto il monte quando udii certe sue grida disperate che mi chiamavano. Era lei che di corsa risaliva il monte alzando le braccia. Quando mi fu presso, mise la mano in tasca e levò una medaglia che mi volle donare per memoria.

Ed è probabile che la medaglia magica mi abbia impedito di rompermi il collo giù per le precipitose giravolte per cui dall’Alpe si scende a Foligno. Per dieci miglia non un’anima sotto il sole: solo il profumo ebro delle ginestre.

Ad un certo punto, dove il monte faceva ombra, scorsi Pasini seduto pacificamente presso la sua bicicletta.

– Credevo che ti fossi fermato lassù, – disse. – Guarda quella valle: di’ se non è la Svizzera, senza la neve e col nostro bel sole! e quella cascata tra il verde?

Ad un’ora dopo mezzodì ci trovavamo finalmente a Foligno in una fresca e grande stanza d’albergo dove molti eleganti ufficiali, pacatamente, signorilmente desinavano fra belle signore.

Freschezza e lindura molta era nella stanza, ma io per mio conto era come ubriaco dal viaggio e avea ancora davanti agli occhi gli aspri monti, la pazza che scalza va a Loreto, i pastori cogli armenti e il barbaglio del sole. Mi ricordo solo che lì all’albergo, un colonnello a capo tavola faceva un gran parlare, ma di tutto il discorso mi rimase in mente questo che sosteneva che dominus al genitivo fa domini: e quando riprendemmo verso le cinque pomeridiane il viaggio, ricordo per le vie della città uno spazzino che ridendo, con le gambe larghe, scagliava un getto d’acqua sul selciato, ma così forte che parea una fiumana. I monelli vi andavano sotto saltando, le vetture vi passavano pian pianino e così facevano la pulizia delle ruote. Io chiesi a quel degno funzionario quanto si pagava per non essere spruzzato, e lo assicurai eziandio che la doccia l’avea fatta poco prima all’albergo. Egli mi assicurò che potevo passar oltre senza pagar pedaggio; ma non fu di questo parere un vecchio mendicante, alto, gagliardo e tanto sudicio che tutto il getto di poc’anzi non l’avrebbe purificato. Il mio buon Pasini cercava con persuasioni e belle parole bolognesi di toglierselo dai panni, ma tutto era inutile: allora si rivolse a me, e io zitto, come non l’avessi veduto; ma quando mi posò la mano su la spalla, mi voltai di botto e con accento croatescamente imperioso e forte, dissi:

Was wollen sie?

Tale rimedio, già esperimentato favorevolmente contro i monelli, ottenne anche questa volta il suo effetto: l’uomo prima mi guardò attonito, poi come fosse stato colpito da quelle tre parole, mi voltò le spalle e alzando le braccia, e chiamando a testimonio i vicini, si allontanò ripetendo fra le lagrime e il cruccio:

– L’è rrabbiato! rrabbiato!

Così ebbimo libero il passaggio, ed uscimmo da porta Firenze per una via larga e bella che passa per il piano della valle del Topino, confluente del Tevere e ricordato da Dante nel canto di san Francesco.

A Spello, che foscheggiava turrito a man destra e dove sono affreschi e tavole del Pinturicchio, avrei ben voluto fermarmi, ma in quell’ora una sosta spostava tutto l’itinerario, e poi perchè non dirlo? nel mio amico Pasini avrei trovato un’opposizione difficile a vincere. Egli prima di partire fissa il viaggio, le vie, le scorciatoie, gli alberghi, le ore con una precisione degna di un capo d’esercito. Una volta fissato, non ammette variazioni.

Io avrei potuto dirgli: «Ma prima di partire non sapevo che a Spello c’erano dipinti del Pinturicchio.»

Egli mi avrebbe risposto: «Dovevi informarti prima e avrei disposto una tappa a Spello per il tuo Pinturicchio.»

Dunque avanti e addio Pinturicchio.

La bella via ondeggia fra cipressi che molti e densi sorgevano nella calda luce del tramonto umbro. Non molto andammo che vedemmo grande e sola nella valle elevarsi la cupola del Vignola che tanto d’aere abbraccia e copre il gran tempio di Santa Maria degli Angeli.

Questa cupola è così solitaria e ben costrutta che si scorge lontana da tutti i lati, ma di arrivarvi è un altro affare, tanto che le stelle già si principiavano ad accendere quando sostammo presso la lunga fontana di marmo che sgorga con murmure di preghiera dal fianco del tempio.

Sei forse tu l’acqua utile et humele et preziosa et casta del divino canto francescano alle cose create?

Il tempio era ancora aperto e potei entrare per vedere la Porziuncola, che è, come tutti sanno, il piccolo romitorio di san Francesco, sul quale venne poi elevato il tempio: cioè come a Loreto.

Anche la casetta della Porziuncola, fatta di pietre da taglio annerite e forti, ma tutta scintillante di preziose e divote cose, con sei lampade scendenti dalle catene d’oro sino a terra, era aperta.

Non v’era alcuno nel sacello meraviglioso, ma poi bene osservando vidi qualche cosa, ed era una donna che divotamente pregava e così si stringeva con le braccia al seno e così pietosamente che sussultava tutta.

Io non so di che ella pregasse il nostro soave e buon santo Francesco, ma certo non per la salvezza del suo corpo perchè questo era in lei così distrutto e gramo che faceva pietà. Ma certamente pregava affinchè le tenebre non vincessero, affinchè non si morisse, affinchè non si spegnesse l’anima, affinchè non scendesse in quelle tenebre l’anima, affinchè dalle carni già dissolute l’anima sopravvivesse, salisse. Giacchè per nessuna altra cosa, di quelle che si incontrano per la mondana via, non si può pregar tanto Iddio!

Ella, come tanta parte della umanità credente, si rivolgeva a san Francesco, come ad avvocato e patrono presso Iddio. Certo nessuno più di lui fu vicino a Cristo che è una parte della Trinità, benchè egli non abbia avuto la mortale melanconia di Cristo; ma ebbe anzi io non so quale ingenua lietezza italica, fu cavaliero e poeta, e in questo differisce la sua imitazione; e certo nol seppe. Ciò non toglie però che egli sia sempre ottimo patrono presso Dio. Ma perchè ciò sia, bisogna credere che il figlio di Pietro Bernardone sia presso Dio.

Dunque tu che per questa valle ragionando con frate Leone per il verno a Santa Maria degli Angeli venivi; tu che domasti col segno d’amore il lupo d’Agubbio e chiamavi sorelle le tortore e fratello il Sole; tu che dalle grotte del Subasio, dalla selvaggia Avernia radunavi intorno a te le rondini dell’aria e i fiori della terra; tu vivace e innamorata e laboriosa anima oggi sei alla destra di Dio, e sei arbitro della vita e della morte?

Io non lo so perchè è inverosimile. So che il tuo corpo, qui in questa terra spento, dato nudo alla terra, qui riposa sul monte, alla estremità: di fronte alla tomba di santa Clara, la spirituale amica tua. Ma l’anima dove sia io non so. Però se essa non si è diffusa qui in quest’aria, certo in qualche luogo dev’essere: e più certo è che questa gente di ciò solo ti prega, cioè che l’anima non muoia: ma dove, quando ci rivedremo? Giacomo Leopardi prima di morire disse che forse ci saremmo riveduti presso il prato dell’Asfodelo.

Allora io sentii la voluttà di lagrimare e di pregare ancora, io forte e giovane, accanto a quell’umile donna, povera ruina umana!

Dopo, un passo di frate venne, e ci disse che bisognava andare, e spegneva due lampade e le altre riforniva di olio. Quella piccola cosa nera che era una donna con entro un’anima, si levò e andò. Uscii anch’io e trovai Pasini che mi aspettava pazientemente seduto su di un gradino del tempio, giacchè la sosta alla Porziuncola era stata segnata nell’itinerario.

Assisi, stesa ad anfiteatro, prospetta dal lato d’occidente Santa Maria degli Angeli: la distanza è poca, ma questa è nella valle, quella dove il monte Subasio frange più suarattezza, onde conviene salire così che era già notte fatta, quando entrammo sotto le merlate torri di Assisi.

Oh, ma chi può dire il piacere, dopo così faticoso viaggio, di essere accolti con ogni gentilezza in belle stanze e in comodo albergo?

Ma in verità chi può dire se era bella la stanza, se l’albergo era comodo? Ben io posso dire che una voce di donna così ridente, così saltellante come gli avori di un piano, così pastosa ci accompagnò per le scale, ci fece vedere le stanze, ci chiese quel che volevamo da cena che a noi parve che meglio di così non si potesse trovare!

Anche senza avere la forza illusoria dell’impareggiabile signor Don Chisciotte, si poteva prendere quella voce per la voce non di una ostessa, ma di una castellana o di una signora d’alto lignaggio.

Sì, anche Pasini, che non si interessò punto del Leopardi nè della Porziuncola, quella sera non si poteva staccare dalla tavola, una tavola grande, in una stanza anche grande, ove eravamo noi due con due signori, che erano marito e moglie.

Ella stessa, la donna dalla bellissima voce, serviva con la perizia di un cameriere al grande albergo, girando attorno col piatto; poi si sedeva in un angolo attendendo che noi le rivolgessimo la parola, ma l’occhio suo vigilava a mutar le forchette, a prendere i piatti dalla mano del domestico, e serviva con tanta dignità che veniva voglia di levarsi in piedi e dire: «Scusi, si accomodi lei che servo io.»

– Il signor Sabatier?3 – chies’io.

– È qui ancora all’albergo Subasio, – diss’ella, – con tutta la famiglia; è tanto buon uomo e prima di stampare il suo libro ne ha fatto una lettura qui in Assisi e ci sono andata anch’io. I frati però dicono che chi ci è andato andrà anche all’inferno.

– E lei non ha paura dell’inferno? – chiese il Pasini.

La signorina levò verso il mio povero amico, dal suo angolo, i più begli occhi canzonatori di cui io abbia memoria.

– Speriamo che Iddio e san Francesco mi usino misericordia, – disse poi.

Anche la signora moglie di quel signore dovette convenire che l’ostessa era una figura molto piacente.

Diciottenne: alta, opima, matronale nelle movenze, vestita senza alcuna eleganza: un largo camiciotto bianco senza taglio con larghe maniche serrate al polso, da cui uscivano due pure mani, e ai piedi le pantofole. Ma la testa bruna e rosea, con tutte le linee sviluppate, avea qualcosa di squisitamente italico: la testa della Madonna della Seggiola che giovaneggia e ride! La voce pur così musicale nell’umbra melanconia degli accenti, avea delle venature sottili di ironia come le lamine di acciaio che si intravedono nelle casse forti e avvertono che l’eleganza del mobile è solo apparente: resiste al fuoco e al maglio.

– Scusi, signorina, ma questo brodo è molto salato, – notò il Pasini, e avea pienamente ragione.

– Egli è perchè è troppo sostanzioso ed è tutto di pollo, – fu pronta a rispondere.

Io volli rimediare ed osservai invece che il fritto di cervella era straordinariamente eccellente ed abbondante.

La signorina mi rispose il giorno seguente nella nota.

Anzi il dì seguente le facemmo le nostre congratulazioni per l’abilità non comune con cui, da sola, dirigeva il suo albergo. Ella rispose così press’a poco: «Siamo due sorelle e due fratelli. Nostro padre, che ha negozio anche di caffè e di salumeria, ci ha abituati a tutto. Noi facciamo i migliori salami e prosciutti di tutta l’Umbria e ne mandiamo perfino a Roma. Quando viene l’autunno, si lavora tutti quanti siamo in casa nella carne suina e non con le macchine chè non vien bene, ma con le mani.»

– E anche lei lavora nella carne suina con le mani? – chiesi io.

Ella levò il sipario delle palpebre che coprivano quelle languida pupille di viola, mi avvicinò al volto le affusolate mani di marchesa, e disse:

– Anch’io lavoro nella carne suina!

Mi assicurava quel signore, nostro commensale, che ad Assisi tutti vivono su san Francesco e su santa Chiara. Egli ne era indignatissimo. – Vedrà domani, quando vorrà visitare il convento di San Francesco…., i ciceroni, i mendicanti, le guide….! Non si salva: io e mia moglie fuggiamo domattina per la disperazione.

– Oh sì! – sospirò la sua signora che soffriva di visceri e anche dell’Acqua di Nocera Umbra che l’amabile ostessa le avea fatto pagare centesimi settanta, puro prezzo di costo, diceva. Più tardi seppi che quel signore era un professore e allora mi spiegai l’acredine delle sue parole: i professori sono di solito bravissima gente, ma hanno la digestione difficile, e pare sempre che abbiano mangiato sostanze grevi ed acerbe.

Io la mattina, levatomi per tempissimo, con il sussidio della guida Treves, potei visitare tutto a mio bell’agio, tanto il convento, come la chiesa bassa, come la chiesa alta di San Francesco; passare ad una ad una le pitture giottesche, ammirare tutte le meraviglie di quell’edificio che è fortezza, monastero, tempio sopra posto a tempio, museo d’arte, unico nel suo genere al mondo e così noto, specialmente agli stranieri, che qui è inutile parlarne.

Non mancarono, è vero, le guide e i ciceroni e i sacrestani, ma io tenni loro press’a poco questo discorso:

– Permettano, di grazia, o signori, che per una prima impressione mi valga dei miei occhi, domani e i giorni seguenti ricorrerò, ne stiano certi, ai loro lumi ed alle loro parole.

E così potei guardare ed ammirare senza suggerimenti.

Verso le nove mi raggiunse nel tempio l’ingegner Pasini, il quale per il suo compiuto ed elegante vestito da ciclista, attirò in modo speciale le guide intorno a sè. Egli quando arriva in qualche città che giudica d’importanza, leva dalla borsa un berretto alla russa, bianco fiammante, sotto la cui gran cupola fa bellissimo vedere: un paio di calze scozzesi sgargianti aggiungono di esotica gravità. Ma egli si liberò dagli importuni assicurando che il tempio lo avea visto benissimo e che intendeva di andare a prendere il caffè senza guide.

Così entrammo nella città seguiti ogni tanto da nuove guide e da mendicanti di varia età. Il tempio romano a Minerva, la casa del Metastasio ci passarono dinanzi e giungemmo all’altra estremità ove sorge il tempio di Santa Clara e dove l’innamorata santa è sepolta.

Di qui la vista su la valle è stupenda e la cupola del Vignola in quella verde solitudine accesa dal sole così che parea vaporare scintille ed oro, in quel gran piano, sola, ardita, produceva un effetto quasi di magia: ma vero è anche che i mendicanti vecchi e piccini non ci lasciavano in pace; ogni tanto le brutte mani ci toccavano le spalle per avvertirci che se davanti c’era Santa Maria degli Angeli, dietro c’erano anche loro.

Per quanto la mendicità si consideri presso di noi come un’istituzione sociale, aggravata in Assisi dalle tradizioni – male interpretate del resto – del Santo che fu cavaliere della Povertà, tuttavia la cosa diventava seccante, quando per buona ventura sopraggiunse un giovinetto di circa quattordici anni, decentemente vestito di rigatino con le scarpe ai piedi e il cappello in testa, il quale rinnovando il quos ego! di Nettuno, cominciò a rimbrottare l’uno e l’altro così: – Eh, tu l’hai avuto il soldo…., tu non ne hai bisogno, tu puoi andar a lavorare, tu hai avuto già due soldi che li ho visti io! – I mendicanti si ritraevano con certe mosse timide e irose che facevano un bellissimo effetto: insomma in breve ce li spazzò tutti.

Io guardai il nostro liberatore: era un visetto acuto e vivo e gli proffersi venti centesimi, per le medesime ragioni morali – si parva licet componere magnis – per cui i proprietari del Viterbese pagavano un cánone fisso al brigante Tiburzi per essere liberi dai briganti minori.

Ma con nostra sorpresa il giovinetto ricusò.

– Tu non fai il mendicante?

– Io no, io faccio il facocchi (il carrozziere).

– E come ti chiami?

– Il Pelosino.

– Bene, caro Pelosino, qua la mano.

– Vede che bella vista? – cominciò egli a dire, – ma qui è niente. Hanno visto il Pincetto? noi lo si chiama così, ma è più bello del Pincio di Roma. Vengano con me, gli insegno una strada che risparmiano un quarto d’ora. – E vi ci condusse.

Il Pincio di Assisi è davvero degno di una capitale per le piante rare, la disposizione delle aiuole e de’ marmi, per la grazia architettonica con cui a gradinate, ripiani erbosi, grotte, ascende sino al monte; ma sopra tutto per la vista incantevole su l’Umbria.

– Ecco Spello, ecco là Perugia, ecco Gubbio!

L’immenso anfiteatro dei monti barbagliava sotto il sole di mezzogiorno come un mare di fiamme; le città erte sui monti fulgevano come schisti e come mica.

Ma presso di noi in una valletta verde ed ombrosa erano bimbi vestiti di bianco. Una domestica, di giovane età, dondolandosi su la gonna, lunga e bianca, languidamente scuoteva un cembalo, e due signorine ballavano a quel suono: questo il solo rumore, questo il solo movimento in quell’ora.

– Vengano, vengano se vogliono veder tutto, – diceva l’ottimo Pelosino, – quello è il castello: quello laggiù, dopo gli Angioli, è Rivotorto, la prima chiesa di san Francesco. Vogliamo andare a vedere le grotte del Subasio? No?! e allora andiamo a vedere la vasca con li pesciolini. Non ci sono nè anche a Roma dei pesciolini così belli: ora li chiamo. Non ci ha mica delle bricciole di pane in tasca? Non importa; glieli farò vedere lo stesso li pesciolini, – e vi gettò del terriccio, ma li pesciolini con sua gran mortificazione non comparvero.

– Bene: – seguitò spiegando – questo è il vialetto per li amorosi: veda come è nascosto! Par fatto a posta, non è vero?

– Come, ci sono anche qui li amorosi? – lo richiese il Pasini simulando grande espressione di scandalo.

– Non si faccia specie che ci sono anche qui e quanti! e si raccontano cose! – confermò il giovinetto con ingenua vergogna; e mutò discorso e soggiunse: – Oh, quest’altro è il viale per li bambini. Sente che belli uccelli? senta come canta! è un lucarino: io lo so bene. Avete visto la casa paterna di san Francesco? Papà mio se ne ricorda di san Francesco. E il duomo l’hanno visto? No? Andiamo a vedere il duomo. – Così per varie stradicciuole seguimmo l’infaticabile Pelosino il quale, quando fu presso il duomo, avvertì con segretezza:

– Se chiede qualche cosa qualcheduno, non diano niente a nessuno, son tutti impostori! – e come giungemmo: – Le piace la facciata del duomo?

Davanti al tempio s’alza il monumento di San Francesco, ultimo lavoro del Duprè.

Il Pelosino, osservando noi che il monumento sembrando di creta poteva guastarsi con le molte piogge, disse:

– Facesse il miracolo che se mettesse il cappuccio quando piove!

– Tu fai li quattrini, eh Pelosino? – disse biecamente allora un uomo al ragazzo: il quale levò le spalle con tutto il senso di sprezzo che una persona savia e attiva ha per i fannulloni. E perchè dir male dell’ottimo Pelosino? Si accontentò di poco più dei quattro soldi che gli avevamo prima offerto per elemosina.

– Dunque tu fai anche la guida? – dissi io che capii finalmente di essere contro mia voglia incappato in una guida per l’appunto.

– No, faccio qualche servizietto alli forestieri quando capita, e mi danno quello che vogliono.

– Ti piacciono dunque i soldi?

– Eh…. – e l’ottimo Pelosino sorrise, poi disse: – Non vorrei morire scalzo!

Non restava altro che preconizzare al giovinetto un felice avvenire.

Il sole delle due cadeva a piombo su le cineree torri di Assisi, quando accompagnati sino alla porta dalla nostra ospite salsicciaia, lasciammo la città dei santi e precipitammo al piano. Strane città queste che visitammo! per andarvi bisogna far dieci o quindici chilometri di salita, per lasciarle si rischia di finire in qualche burrone.

Per deserte vie di traverso (e il Pasini pedalava innanzi con la sicurezza di un condottiero di eserciti) e lasciando da banda Perugia, giungemmo a prendere la via nazionale che da Scheggia conduce a Perugia, via così poco battuta al di d’oggi che il piano stradale non reca traccia di rotaie.

Comincia la salita e si sale per circa chilometri dieci sino a raggiungere la cima di un elevato contrafforte di monti, che precede i monti che dividono i due versanti. Sotto il sole pomeridiano i ciuffi delle ginestre vigorose sui dirupi diffondevano un acre e selvaggio profumo e davano ai sensi alcun conforto. Di lassù scorgemmo finalmente di fronte Gubbio: la quale è in fondo ad un altipiano ascendente, e spicca sì perchè altre città o castella non sono per quanto l’occhio cerchi d’intorno, sì perchè pare, ed è nel fatto, incatenata al Montecalvo, alto e rotondo che serra Appennino.

– In quel monte sopra Gubbio si apre, che di qui non si vede, la famosa gola del Bottaccione per cui si scappa nell’altro versante. Sentirai quella come tira! – disse il Pasini.

Io mi dissi assai stanco. Egli mi assicurò che mi sarei riposato domani studiando le famose tavole Eugubine. E poi, – aggiunse, – adesso hai fatto dieci chilometri a piedi; monta in sella, e così metti in riposo i muscoli che ti hanno aiutato a camminare e metti in attività quelli che muovono il pedale che nel frattempo si sono riposati.

Questa teoria del Pasini per cui uno mai non si stancherebbe variando la bicicletta col camminare, può avere un certo valore in teoria ma in pratica è cosa diversa. Io mi consolava vedendo come Gubbio si avvicinasse a noi: ma anche questa era un’illusione de’ suoi immani torrioni che pareano da presso.

Quando cadde la sera e più nulla distinsi, lasciai che le gambe seguissero sul pedale il loro moto automatico, mentre il pensiero si addormentava o per la gran stanchezza o forse perchè vi erano questi versi nella memoria che rotolavano con insistenza noiosa: i versi di Dante:

Oh . . . . . . . Oderisi,

L’onor d’Agobbio e l’onor di quell’arte

Che alluminare è chiamata in Parisi.

E anche mi veniva in mente la predica che san Francesco tenne al famoso Lupo d’Agubbio:

«Frate Lupo, tu hai fatti grandi malefizi, guastando e uccidendo le creature di Dio, sanza sua licenza»; con quel che segue.

A un certo punto fra il lume e lo scuro della strada vidi qualcosa di nero: non era frate Lupo: erano i preti. Buon segno! Così a Tolentino, così ad Assisi, così qui i preti e gli abati uscendo a vespertino diporto, segnano l’estremo di una passeggiata ragionevole e danno indizio di terra certa, come gli uccelli nel viaggio di Colombo: quelli di Gubbio inoltre erano due preti pingui e ne dedussi che la città dovea essere vicina.

Questa volta non mi ingannai e di fatto poco dopo entrai nell’abitato e una voce mi fermò e disse: – Il suo compagno è sceso qui, e ha ordinato la minestra anche per lei.

Eravamo giunti all’Albergo San Marco.

Il nome di città dato a Gubbio non è rettorico, e città forte, grande, bella, fiorente e potente, quasi imprendibile, dovea esser al tempo tuo, o Oderisi! E prima ancora nell’Età Romana dovea essere uno dei più importanti centri dell’Umbria. L’anfiteatro romano di cui avanzano cospicue rovine, è capace di 20000 persone ed è una prova di fatto. Oggi anfiteatro e città sono una deserta ruina, la vita non vi scorre più, anche i marmi si sentono morire: pare abbiano il desiderio di cader giù: i marmi alti che reggono gli immani edifici crollanti. Se però un melanconico viaggiatore volesse formarsi un’idea di ciò che doveva essere una città medioevale, vada a Gubbio e si troverà contento: e per andarvi può questo peregrino pensoso fare, non la via che ho percorso io; ma prenda quel tronco di ferrovia privata e quasi sconosciuta, a sezione ridotta, che da Fossato si stacca e tocca con lungo giro varie città dell’Umbria e della Toscana finchè sbocca ad Arezzo.

Il monte soprastante Gubbio ha fornito, già dagli antichi tempi, pietra da taglio per gli edifici, alcuni de’ quali si conservano ancora in buono stato, almeno nell’esterno: facciata chiusa, scura e liscia; una porticina in un canto a sesto acuto; in alto, sotto la grondaia sporgente, una fila di finestruole, sostenute da colonnette rotonde e sottili sì che tutto pare un ricamo.

Dei tesori d’arte che Gubbio dovea possedere rimane ciò che è difficile ad esportare, cioè gli edifici e le torri. Il Municipio contiene ancora, oltre alle famose sette lastre di bronzo, in dialetto umbro o gubbino, un museo di quadri, mobili, armi, diplomi e bolle degli imperatori di Svevia, così cari e celebrati da Dante nostro. Nella desolata chiesa di Santa Maria Nuova si conserva tuttora una tempera della Madonna, con santi, di Ottaviano Nelli quattrocentista, che mi parve così sorprendente e animata opera che ne richiesi la riproduzione fotografica4. Chiesi poi di visitare il museo Brancaleoni, che conteneva, oltre ad altre cose di gran pregio, delle tegole di Mastro Giorgio.

Mi risposero: – Venduto!

– Allora visitiamo il Palazzo Ducale.

Mi risposero: – Non ci vada chè è tutto diroccato.

Vedendo che altre morti rimanevano in mia scelta oltre a quella del topo, andai a visitare il Palazzo dei Consoli. Questo è un edificio in forma di torre quadrata che si eleva su terreno ascendente e sopra basamenti giganteschi. Data dalla metà del secolo XIV. Le stanze sono semplicemente grandi quanto è grande la torre e sono soltanto due, congiunte da una di quelle sorprendenti scalee medioevali, di marmo, con balaustra di marmo a trifogli, che montano a forma di mezza piramide lungo la parete stessa. Dalla sommità del torrione vengono le vertigini se si guarda al basso, e proprio lassù gira una loggetta esterna a sottili colonne ed archi che è un prodigio di eleganza. Di fuori ardeva nel gran mattino senza vento il piano di Gubbio, e tutta la città nera pareva raccogliersi attorno a questa immensa torre.

Il capomastro che mi accompagnava (si stavano facendo alcuni restauri per opera del Governo) mi disse: – Vedete? Su questa loggetta i consiglieri di quel tempo quando volevano fare una fumata, ecco, venivano qui e la godevano bene l’aria fina!

E sempre Dante!

Tra duo liti d’Italia surgon sassi,

. . . . . . . .

E fanno un gibbo che si chiama Catria,

Disotto al quale è consecrato un ermo,

Che suol esser disposto a sola latria.

Così con quella misteriosa intonazione per cui la fisonomia della materia gli passava nei versi, Dante descrive l’altissimo e selvaggio monte Catria alle cui falde orientali, in una conca montana, lontano da villaggi, si eleva ancora Fonte Avellana, deserto oggi e dispogliato eremo, dove fece penitenza san Pier Damiano, dove la tradizione vuole che dimorasse Dante (ed io lo credo perchè certe cose non si possono descrivere al vero se non si sono vedute) e dove sino a pochi anni addietro i bianchi frati Camaldolensi, fra quelle ariostesche selve e quelle spelonche pare facessero vita signorile e gaudiosa.

Desiderio di vedere cose che pochi hanno visto, mi spinse fin là. Il buon Pasini avea notato questo peregrinaggio extra-ciclistico nel suo itinerario e volle compiuto il programma, benchè l’idea di un’ascensione non gli sorridesse gran fatto.

Partimmo dunque da Gubbio verso le tre del pomeriggio e, varcata l’Alpe, arrivammo che alto era ancora il sole, al villaggio della Scheggia, il quale si trova all’incrocio della antica via romana, detta Flaminia, che va da Rimini a Roma e della via che pel Bottaccione e Gubbio va a Perugia.

Scheggia non ha alberghi e ci convenne domandare ospitalità a famiglie private in povere stanze e tristi letti. Ma l’umile cortesia e la premura di que’ montanari ci compensò del difetto.

Nella casa dove alloggiammo mi sta a mente la figliuola della padrona di casa, una giovinetta di tredici anni, ma alta, pallida, qualcosa come senza sesso, con una voce piena di languore e una testa capelluta e profilata così dolcemente che ricordava le fisonomie del Perugino.

Avea nome Dorina, e perchè le nostre stanze erano umili, ella colse molte ciocche di gelsomini e di erbe odorose e la sera ne trovammo ornate le stanze. Avea un fratello soldato: così anche il caffettiere dell’unico caffè del luogo – se caffè si vuole chiamare – avea un figliuolo che era il sostegno della casa, ed era stato richiamato sotto le armi per i tumulti di quel maggio: anche la guida che ci dovea al mattino seguente condurre al Catria – -vecchio montanaro che parea squadrato nel sasso – avea un figlio soldato: soldato d’Italia era stato lui pure, già tempo, nel sessantasei. Mi compiacqui d’interrogare variamente costoro, ma per quanto eccitassi a rispondere, mi dovetti convincere che il sentimento dell’odio sociale non era arrivato nel suo cammino ascendente fino lassù.

Fino a quando? Io non lo so. Ma temo che la solitudine, gli alti monti, le foreste saranno, pur troppo, il maggior impedimento al cammino dell’odio.

Mentre noi parlavamo sul limitare dell’umile casa, una voce con l’accento di Romagna, disse:

– Oh, chi vedo? non siete voi l’ingegnere Pasini e voi non siete P*** di Rimini? – e ci fu incontro con dimostrazioni grandissime di cortesia. Ben la conobbe il Pasini: io a lungo stentai a ricordarmene. Era una vecchia signora di Rimini che ora con la sorella e la famiglia del figliuol suo erasi stabilita alla Scheggia ove avea avuto eredità di case e di possessioni. Ci volle per forza da lei a cena, ci presentò i suoi di casa con molti: – ma non si ricorda? – Dissele il Pasini che io mi dilettava di cose antiche, e le buone donne allora mi condussero per certe melanconiche e grandi stanze della loro casa ove erano moltissimi mobili antichi e quadri e terraglie, tenuti però senz’alcun ordine o cura. Assicuravano che gente forestiera ogni tanto passa, e comperano a contanti e a vil prezzo quanto trovano di anticaglie.

Ma per quanto fossero cortesi, io non posso serbare grata memoria di queste signore, perchè esse, credendo forse di farmi cosa grata, rievocarono antichi ricordi della mia famiglia e della mia prima gioventù: io credeva di averli sepolti; ma essi sanguinano ancora. Vi sono piaghe nella vita che solo il falegname quando adatta i chiodi alla cassa potrà chiudere. Non altri!

La buona signora avea molte bottiglie di vino spumoso, egregio ed antico, ma per quanto ne abbia bevuto non riuscii a ridere; e quando ci accomiatammo da lei e mi rinchiusi nella stanza che Dorina aveva abbellito coi gelsomini del suo povero giardino pensile, sentii il sonno fuggire lontano e, la notte, sentii le ore sensibilmente passare come fantasmi vivi come sentivo il placido dormire del Pasini, nella stanza da presso.

Mi assopiva a pena quando battè sul selciato la zampa ferrata dei muli: un rumore come di ghiaccio che, io non so come, diceva che nel cielo c’era la luna chiara. Era un’ora dopo la mezzanotte e le guide ci venivano a destare per salire sul Catria.

Viaggiammo tutta la notte sotto la luna che tramontava.

Il mulattiere, la guida e il Pasini facevano un gran favellare che l’eco rendeva dalle gole del monte come linguaggio di gnomi: che cosa dissero io non so: come non so per dove siamo passati finchè durò la notte: ma certo per forre e luoghi precipitosi ed orribili. I muli ansimavano penosamente nel lento ascendere.

Un’alba di cenere con un vento ghiacciato ci sorprese a mezzo monte: mi dissero allora di smontar di sella e di arrampicare. La guida buttava la corda di querciolo in querciolo e ci tirava su. Il mulattiere tirava i muli per la cavezza chiamandoli con certi nomi che non ricordo più; ma erano nomi graziosi, e il detto mulattiere mi assicurò che anche le bestie devono avere un nome proprio. Anche questo mi parve degno di nota. I tre compagni avevano imitato il mio sistema: si erano chiusi in un mutismo assoluto. Vero è per altro che se anche avessero parlato, il vento non avrebbe permesso di intendersi, e gli abeti e i faggi nelle foreste ruggivano e scotevano d’ogni lato le chiome, quasi furibondi di essere avvinti al suolo.

I due montanari, usati a quel cammino e con le scarpe ferrate, guadagnavano lenti, ma sicuri il terreno procedendo curvi e studiando di offrire minor presa al vento: ma per noi la cosa era ben diversa: le scarpette da ciclista rimettevano un passo ogni due. Il Pasini era di pessimo umore e, nei pochi momenti che gli ero da presso, mi spiegava, con intenzione di rimprovero, che le ascensioni non si improvvisano e che ci vuole quel che ci vuole.

Sopra la nostra testa, livido, verde, si disegnava il Catria: gli altri monti minori, già sorpassati, parevano come schiacciarsi e sprofondarsi. È il Catria in forma di un vero gibbo, come dice Dante, cioè di gobba: l’una è grandissima e l’altra molto minore, e fra le due si avvalla un’insenatura a forma di sella verso la quale tendeva quella specie di sentiero per cui noi salivamo. Pel gibbo verde vedevansi passare ondate biancastre a fremiti: era il vento che si insinuava tra le alte erbe. La nuvolaglia correva e spesso inghiottiva la cima del Catria; emergente a tratti fra lividori di sole nascente.

Ma quando passammo il ciglio di quella sella e ci si scoperse l’opposto versante, mancando l’appoggio del monte, il vento ci scompigliò: un mulo andò a gambe in aria: il Pasini rotolò miseramente, la qual cosa non era proprio nel suo programma: il giovane mulattiere perdette il cappello, e tenendo l’altra bestia restìa per la cavezza, s’era accoccolato e mi parea che invocasse qualche santo. Per mio conto, lo dico senza ostentazione, la scena parve divertentissima.

Ma la vecchia guida allora con molta prestezza e sangue freddo corse e raddrizzò il Pasini, fatto ludibrio indegno del vento, raccolse il cappello e avviò la sbandata spedizione finchè l’ebbe ridotta in una certa cavità alquanto difesa dai sassi e fra gli abeti. Quivi fu tenuto consiglio sul da farsi. La guida si disse pronta a condurci sino alla cima. Ma il Pasini rifiutò energicamente: voleva ritornare a casa in bicicletta lui, e non di volata. Per tal modo rinunciammo alla completa ascesa del Catria e fu invece stabilito di far colazione appena avessimo trovato un luogo più acconcio. Girammo a lungo per il selvaggio pianoro e ci adattammo come potemmo in mezzo ad un bosco, che luogo più riparato non v’era. Lì vennero sciolte le bisacce e si fece colazione senza che il vento portasse via pani e bottiglie. Pareva di essere sospesi nell’aria: nella navicella di un pallone. La guida, pur maciullando placidamente, si ostinava a farci vedere il Gran Sasso, e può darsi che fosse quella punta che sfumava azzurrina verso mezzodì; ma non ne posso far fede.

Erano le otto quando lasciammo il Catria dove la posizione diventava insostenibile sempre più. I somieri pel gran vento si rifiutavano di scendere, noi con le nostre scarpe da ciclisti rotolavamo poco graziosamente. Il Pasini se la pigliava con me perchè ridevo troppo! La guida avea un bel sorreggerci, un bell’offrirci fragole e nocciole fresche, ma fu un disastro quella discesa, e quando in fine dopo avere a precipizio girato molte insenature del monte, scorgemmo nella fonda valle i bastioni del convento, solo allora l’anima del compagno si consolò.

Giungemmo sul sagrato: l’immenso edificio, grande come un villaggio, era diroccato, squallido, deserto: percorremmo coi somieri molti bassi corridoi a sesto acuto senza incontrare anima viva: e mi si può credere quando dirò che i monaci sono tre, e uno era andato in quel dì alla Pergola. Finalmente spuntò una figura bianca. Io domandai una cella. Disse il monaco: – Ve ne sono cento: scelga lei. – In una trovai una specie di letto: chiusi la finestra e mi gettai sul giaciglio dove un sonno profondo si impadronì della mia anima e delle mie carni.

Dormivo da quattro ore quando il Pasini, l’implacabile sveglia, venne a bussare.

– Ho fatto preparare il pranzo per quattro: quando sei vestito vieni giù in refettorio.

Il refettorio era una grande stanza a volta con le tavole massicce di noce, con gli zoccoli di quercia alti e intarsiati; e sopra la porta, con doppia scalea, sporgeva il pulpito da cui dovea predicare funeree cose qualche ombra di monaco.

La cucina del convento avea cercato di far onore ai suoi ospiti, ma per me mangiai pochissimo e più che la stanchezza ne fu cagione la malinconia del luogo. L’urtare delle posate contro i piatti produceva strani echi; e parevano destare ombre bianche di monaci vagolanti. Pareva anche che dai finestroni cadesse un lividore di notte; e il tuono, ripercosso dal Catria, ogni tanto rombava.

Con tutto questo io avrei voluto rimanere più tempo a Fonte Avellana, forse una settimana, forse più. Ma non fu di questo parere il Pasini, e sellati i somieri, fu senz’altro decisa la partenza.

Alla Scheggia dove ritornammo sull’ora dell’Ave Maria, erano stati in pensiero per noi perchè anche quivi il vento e il temporale si erano fatti sentire.

Ma la notte susseguente dissipò le nubi e la pioggia, e il mattino scintillava sul piccolo borgo e sui monti con grande purezza.

I nostri ospiti erano in piedi e anche Dorina.

Io le chiesi alcuni spilli, ella li cercò a lungo nel suo canterano, ma non li trovò. Mi disse con la sua voce di cantilena: – Un antr’anno quando viene alla Scheggia, me scrive prima e je trovo li spilli.

1 Vi fu ospitato dall’illustrissimo signor conte G. Leopardi, in occasione di non so quali manovre, un nipote di S. M. il Re ucciso.

2 29 giugno 1898. Guida di Recanati, compilata da Vincenzo Spezioli e pubblicata dal Comitato esecutivo per le onoranze centenarie a Giacomo Leopardi. Recanati, Tipografia di R. Simboli, 1898.

3 Il signor Sabatier, autore della bellissima Vita di San Francesco (Parigi, Fischbacker, 1894), dimorava in quel tempo in Assisi.

4 Fotografia Alinari di Firenze.

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