Angelica Palli Bartolommei – Alessio ossia gli ultimi giorni di Psara

Cominciava il giugno del 1824; i Greci minacciati da imminente pericolo sentivano il bisogno della concordia, e i sollevati contro il Governo vinti, più che dalla forza, da carità della patria, rivolgevano le armi contro il comune nemico. Il figlio di Colocotroni avea, per comando del padre, ceduta Napoli di Romania alle milizie del Governo, ed erasi stabilito che i rappresentanti della nazione terrebbero per l’avvenire le loro sessioni in quell’importante fortezza. Il pascià d’Egitto preparava la sua flotta, quella uscita dai Dardanelli era tuttavia a Mitilene, e la flotta greca stava raccogliendosi nel porto d’Idra per recare ai Cretensi soccorso d’uomini e di munizioni, e andar poi in traccia delle navi nemiche per costringerle ad un conflitto. Correa voce fosse intenzione dell’ammiraglio turco tentare uno sbarco nelle isole d’Idra, di Spezia e di Psara, le quali avendo equipaggiati quanti più legni potevano, dopo la partenza dei medesimi rimanevano vuote di difensori; niuno però tra quegl’isolani lo credeva capace di osar tanto contro popoli, ch’ei ben sapeva non potersi sottomettere, nè trucidare come mandrie di agnelli. La prudenza voleva che quei tre baluardi della libertà di Grecia fossero presidiati da truppe di terraferma; ma da una parte indugiavasi a domandarle, nè si ebbe in mente dall’altra di offrirle prima che venissero domandate.
In questo stato di cose due legni psariotti mandati a protegger Samo, dove i Turchi avean pur minacciato uno sbarco, tornavano a Psara per riattarsi, e raggiunger quindi la flotta stanziata nel porto d’Idra; erano carichi di prigionieri e di prede mercè una scorrerìa fatta sulle coste dell’Asia. Il giovine Alessio, proprietario e capitano di questi due legni, salutò da lungi la patria dalla quale da tre mesi era assente; Amina, moglie di uno dei primarii agà di Scala Nova e prigioniera d’Alessio, stava muta al suo fianco, riflettendo, raccolta in sè stessa, come fra tanti motivi di dolore e di lutto il suo animo potesse abbandonarsi in preda a speranze incomprensibili a lei medesima. Vesti rilucenti d’oro lasciavano trasparire tutta l’eleganza della sua persona; aveva nei lineamenti del viso non la regolarità della bellezza, e non quell’aria di capriccio, indizio della leggerezza della mente e del nulla dell’anima, ma quei lineamenti scolpiti, che indicano esservi qualche cosa di straordinario nella persona che li possiede. Alessio fissava i suoi negli occhi nerissimi della prigioniera, e in quei momenti la memoria degli azzurri languidi occhi della tenera Evantia si dileguava dalla sua mente; Evantia eragli bensì carissima, e dai primi anni dell’adolescenza l’amò e ne fu riamato. La morte del padre del giovine e dei genitori della donzella ritardò le loro nozze, e quando il giorno n’era finalmente stabilito, morì anche la madre d’Alessio pochi giorni prima ch’egli fosse costretto a imbarcarsi per Samo; così vennero ritardate fino al ritorno.
Egli tornava, era giunto quasi al momento di possedere l’oggetto tanto a lungo desiderato, e il suo fervido sospiro non volava al porto che stava per afferrare, e il pensiero rimaneva immoto al suo fianco!
È giunto; balza a terra; abbraccia gli amici che lo circondano, e accennando ad Amina di seguirlo, si dirige verso la casa, dove Evantia dimorava con la vecchia Sebastì nutrice del suo diletto. La vecchia gli viene incontro:
“Dov’è Evantia?” egli domanda dopo averla abbracciata.
“In chiesa,” risponde Sebastì; “vi si canta per tua madre l’ufficio de’ morti;… compiono oggi tre mesi da che l’abbiamo perduta!”
“Pur troppo;… ma lasci tu Evantia escir sola?”
“Non ho potuto accompagnarla, ed è andata con le vicine.”
“Ho inteso.” E dopo averle consegnata la prigioniera, corre alla chiesa di San Niccola, situata sull’erta del colle, sul quale è fabbricata parte dell’unica città ch’è nell’isola.
Ognuno in tali luttuose funzioni rammenta i proprii morti e sta nel raccoglimento delle care e dolorose memorie. Quando Alessio entrò nella chiesa, tutti gli astanti tenevano in mano un cero, il cui fioco chiarore spandendosi sopra i visi ne faceva più spiccare la mestizia; i cantori salmeggiavano in tono lugubre, e gl’inservienti in cappa nera stavano accanto alla porta con un canestro pieno di còliva (grano bollito con uva passa, mandorle e noci) da distribuirsi fra tutti coloro che assistevano al funerale. Evantia stava nella parte superiore della chiesa riservata alle donne; ella riteneva a stento le lagrime, e il cero tremava nella vacillante sua mano. Alessio si fermò sulla porta, parevagli tornato il momento, in cui la madre moribonda lo abbracciò e unì la sua mano a quella d’Evantia…. pensò come la buona madre gli pose la propria mano sul capo benedicendolo…. come un grido d’Evantia lo avvertisse, che esalava lo spirito…. ed egli rialzò il capo…. e quella mano cadendo priva di vita sdrucciolò fredda sul viso di lui. Un brivido lo assalì, come allora avealo assalito;… come allora vacillò, e cadde tramortito sul pavimento. Gli astanti gli si affollano intorno a rialzarlo, a soccorrerlo.
“Un uomo si è svenuto,” dice una delle compagne di Evantia.
“È Alessio,” dice un’altra più lontana, “l’ho conosciuto.”
La donzella appena udite queste parole traversa la chiesa…, eccola al fianco del caro giovine, e poichè la sua casa è assai meno lontana, di quella d’Alessio, fa che egli tosto vi sia trasportato. Son giunti…. entrano…. Amina, veduto Alessio privo di sensi sulle braccia degli amici, si fa largo disperatamente fra il cerchio di persone che circonda il letto, ove è stato deposto, e osserva smaniosa se ancor respira; commozione le accresce vaghezza…. Evantia guardandola prova per la prima volta il più amaro d’ogni dolore, – il solo cui niun dolce è frammisto, – teme d’aver perduto il cuore, al quale fidò tutte le speranze del suo!… Gli occhi d’Alessio si riaprono, e il loro primo sguardo non è per Amina: essi cercano la compagna del proprio lutto, colei che prestò gli estremi ufficii a sua madre. – Evantia, accogliendo quello sguardo, si conforta e torna a sperare. Gli amici si congedano; Evantia, Amina e Sebastì rimangono sole al suo fianco; egli sente il bisogno del pianto, Evantia piange con lui: “L’abbiamo perduta!” esclamano, e ambedue giurano di piangerla e di vivere sempre insieme.
Il giorno cade: Alessio fa accostare Amina, e ponendone la mano in quella della vergine:
“È una disgraziata,” le dice; “questa parola basta per te, io te l’abbandono.”
Ciò detto egli esce, ed Evantia premendo quella mano sul cuore accenna alla prigioniera, che troverà in lei una pietosa sorella. Si separano per trovar pace nel sonno, ma il sonno non scende colà, dove le passioni fan guerra!
Evantia è ancor certa d’essere amata, ma Amina è compianta! La virtuosa giovinetta senza desiderare che cessi di esser l’oggetto di quella pietà, le invidia la sventura che le dà dritto alla compassione d’Alessio.
Amina, essendo stata servita da schiave greche, imparò a comprenderne e a parlarne il linguaggio; ella ha quindi saputo, conversando con Sebastì, che Evantia dev’esser moglie d’Alessio;… l’idea d’un amore libero, spontaneo, si presenta per la prima volta alla sua mente, e la sconvolge. Spuntava per lei l’ultima aurora del terzo lustro, quando Selim, senza averla mai fino a quel giorno veduta, la salutò col nome di sposa; egli era giovine, dotato di maschia bellezza, l’amava, nè aveva concesso tal nome ad altra donna, ma amava anche le odalische dell’aremme. Fieramente geloso, avrebbe trafitta la moglie per uno sguardo vòlto ad altr’uomo; guai però se ella avesse osato proferire un lamento contro di lui! Favorito dalle leggi e dal culto, egli aveva in fatti il dritto di non patirne, e Amina consapevole di questo dritto taceva, dovendo anche mostrarsi grata d’aver sola il nome di sposa. Partendo per unirsi alla spedizione contro Scio, Selim aveva lasciato la moglie in una casa campestre sulla riva del mare; colà, mentre stava mollemente distesa sopra gli aurei sofà del suo chioscho, godendo l’olezzo de’ boschetti d’arancie di rose che circondavano la sua abitazione, udì le grida delle schiave…. vide spalancarsi le porte; dieci marinari de’ legni d’Alessio le comparvero davanti, e la costrinsero a seguirli alla spiaggia. Il giovine capitano tornava allora col rimanente delle sue genti dall’avere sparso il terrore e la morte in mezzo a un’orda di assassini, pronta a imbarcarsi per mietere gli avanzi delle stragi di Scio; la sua vista, il dolce suono della sua voce destarono nell’animo della prigioniera una commozione, la cui soavità le era ignota: egli le sorrise pietosamente, e già gli occhi d’Amina esprimevano l’estasi dell’amore. Ora Alessio è vicino alla sposa, nè potrà occuparsi della povera prigioniera, – l’ha abbandonata ad Evantia, e la pietà d’Evantia è nulla per lei!… Immersa in queste penose riflessioni essa non trova quiete in tuttaquanta la notte.
Alessio è anch’egli ben lungi dall’esser tranquillo: esce dalla città appena albeggia, e si dirige verso la parte alta dell’isola; colà alle falde d’un colle sulla riva del mare era un’ampia grotta, e le onde venivano a frangersi contro gli scogli, che ne circondavano l’ingresso; un cipresso coronava la vetta della rupe pendente sopra la grotta: era solo, come l’abitatore della grotta! Da tre anni uno straniero vi aveva stabilito la sua dimora, e niuno, tranne Alessio, sapeva da qual terra venne a cercarvi un asilo; si faceva chiamare Eutimio, non oltrepassava l’ottavo lustro, aveva forma alta e maestosa, occhi azzurri e scintillanti; i solchi d’un profondo dolore rigavano le sue guance, e la sua bocca pareva non essersi da molti anni aperta al sorriso. Negò sempre di mischiarsi nelle pubbliche faccende degli Psariotti, nè può dirsi se negasse per diffidenza della propria capacità, o per un sentimento d’apatia, frutto d’irreparabili disavventure. Quando gli Psariotti tornarono dall’aver arsa la nave dell’ammiraglio turco davanti alla devastata Scio, egli corse al porto, li abbracciò; una sua lagrima cadde sulla mano dell’intrepido Costantino Canaris, poi tornò anche più mesto del solito alla spiaggia deserta. Egli amava Alessio, si compiaceva d’istruirlo, e aveagli confidati gli avvenimenti, dai quali fu costretto ad abbandonare la patria. Il giovine lo trovò immobile sull’ingresso della grotta, contemplando il nascer del sole; al vederlo fece un leggiero gesto di sorpresa, gli strinse la mano, e dopo essersi informato de’ motivi del suo ritorno, gli parlò della patria e de’ pericoli che le sovrastavano.
“La distruzione è colà,” disse additando Scio, che appariva da lontano circondata dalla mattutina nebbia; “d’un passo può varcar l’onde, e inghiottire anche Psara.”
“Venga,” rispose Alessio, “qui si muore uccidendo.”
“Pensa” replicò il Saggio “alle donne, ai vecchi, ai bambini, a questi esseri, a cui manca la forza di dar morte, e il coraggio d’andarle incontro per sottrarsi alla schiavitù…. li ucciderete dunque voi stessi all’apparire delle vele nemiche. Tu inorridisci!… Ma, dimmi, concederesti che Evantia vivesse per soddisfare della sua bellezza il sozzo delirio di un feroce assassino?… Ah no! lo sprezzo dei pericoli non è concesso ai figli, ai padri, ai mariti: bello è il coraggio della disperazione allorchè inatteso arriva il bisogno di farne uso; ma chi può far sicura l’esistenza di quanto ha di più caro dopo la patria e l’abbandona al caso, o è un infame, o uno stolto.”
“Qui si ha la certezza che i Turchi non oseranno assalirci.”
“Ed è appunto questa certezza che può farli osare; affrettatevi a chiedere aiuto al Governo; Scio vi sta davanti, per avvertirvi a non dormire in una ingannevole sicurezza. Dimmi ora” continuò Eutimio “se le discordie cessarono nel Peloponneso!”
“Sì,” rispose Alessio, “grazie all’imminente pericolo, tutto è quieto. O Eutimio, quando l’orizzonte è più nero, allora devi posar tranquillo sulla gloria della mia nazione! I Greci dotati dalla natura d’un’energia infaticabile, quando non possono adoprarla contro i nemici, la volgono a distrugger sè stessi; perciò i campi illustrati dalle vittorie contro il Perso, furono inondati di greco sangue da mani greche versato; perciò, caduti sotto il giogo degli Osmanli, schiavi avviliti, null’altro potendo, si calpestavano l’un l’altro sulla soglia della reggia del despota, che poi con un cenno tutti li annientava sprezzandoli. Ora tu li hai veduti eroi in campo, e spesso discordi, facinorosi nell’Assemblea nazionale; non tremare per essi, mentre un nuovo nemico si accinge a comparir nell’arena giurando di sterminarli.”
Tacque, e rimasero ambidue muti e pensosi. Eutimio ruppe primo il silenzio, domandando se avea condotti molti prigioni.
“Sì,” disse l’altro, “e condussi una donna nel fior degli anni; seppi bensì rispettarla, e sta con Evantia.”
“Perchè qui trascinarla!” riprese il solitario, “io non pretendo oppormi al dritto di render male per male, ma la vendetta dei generosi non si sfoga sui deboli.”
“L’anima mia non sa nulla celarti,” replicò Alessio, “io volea dir: rilasciatela, e non potei….”
“Sciagurato, che mi fai intendere!…” esclamò Eutimio: e fissando lo sguardo nel viso d’Alessio lo vide coperto del rossore della vergogna…. “Povera Evantia!” soggiunse.
E Alessio: “Che pensi? Io l’amo, io le appartengo, tant’anni d’amore, tante promesse formano tra noi indissolubil legame, e se anche lecito fosse l’abbandonarla senza mancare all’onore, ti giuro che non potrei separarmene; essa mi è cara, molto cara! pure io ho dei rimorsi, io provo per Amina un sentimento indefinibile. Quando mi fu condotta, stava muta in mezzo a coloro che la scortavano; era senza velo e coi suoi grandi occhi neri fissi a terra; li alzò per guardarmi, e parean dirmi: – A te solo non ricuso chieder pietà; – a me in quel momento, non so come, parea pietà il non abbandonarla, nè mi cadde in mente che ella impetrasse libertà con quel supplichevole sguardo; gliela offersi nel punto di levar l’àncora; impallidì, fissò con dolorosa commozione la terra nativa: “È bella,” disse, “ma la terra del mio signore dev’esser più bella.” – “Non vuoi dunque restare,” domandai. – “Gettami in mare,” rispose, “e mi vedrai morire, tentando di risalire sulla tua nave.”
“Rendila a suo marito,” riprese Eutimio, “o ti perdi.”
“La renderò; sei tu soddisfatto di tal promessa?”
“Io sono:” e si separarono.
Alessio tornò in città; un battello proveniente da Idra aveva confermata la notizia della pace tra i capitani moreotti e i membri del Governo; aggiungevasi che i Turchi erano stati battuti in più luoghi, che la flotta egiziana non sarebbe uscita sino alla fine del luglio, che quella ancorata a Mitilene, desolata dalla peste, e atterrita dai preparativi de’ Greci, non s’arrischiava a scostarsi dal suo rifugio. Queste notizie dileguarono interamente l’idea del pericolo che parea minacciar gl’isolani. Alessio si affrettò a parteciparle ad Evantia. Egli la trovò nel piccolo giardino, ove si dilettava coltivare i più bei fiori a dispetto dell’aridità del terreno. Nel dolcissimo viso della vergine stava scolpito l’animo mite e gentile, e l’azzurro de’ suoi occhi era più vago che l’azzurro del bel cielo, sotto cui nacque. Additò all’amante un mirto e una rosa, che intrecciati l’uno con l’altro parean nascer dalla stessa radice.
“Furono piantati dalle mie mani,” gli disse, “quand’io diceva: – Il mirto è il mio fiore; – e tu: – La rosa è il mio, – rispondevi. Vedi, qui crescono insieme, e ogni giorno inaffiandoli io prego il Cielo di tener unite l’anime nostre, come uniti stanno i rami di queste piante.”
“Tenera Evantia,” esclamò Alessio,”come potrebbe il Cielo non esaudirti!”
In quel punto alzò gli occhi verso la casa, e vide Amina appoggiata alla porta; i vivaci e variati colori delle sue vesti ne rendevano anche più pittoresco l’atteggiamento; Alessio suppose vedere in lei il genio della sventura, che lo avvertiva di non fidarsi alle speranze dell’avvenire: sospirò, ed Evantia, che erasi pure accorta d’Amina, comprese che quel sospiro era diretto alla prigioniera.
“Guardala,” gli disse il giovine additandola; “tranquilla nel palazzo del suo sposo, ella forse non aveva nemmeno ideato l’esistenza della sventura, adesso ne presenta l’immagine!… O Evantia!… tel giuro, la mia compagna non presenterà mai questa immagine desolante nelle case de’ nostri nemici; prima che lasciarviti trascinare io ti ucciderei di mia mano…. Io avrei questo atroce coraggio….”
“Ed io quello di ringraziartene,” rispose Evantia; “ma puoi tu confrontare lo stato della prigioniera d’un Greco con quello della schiava d’un Turco? L’una va incontro alle fatiche, al disonore, agli strazii; l’altra trova la pietà che consola, che le dà un sospiro…. e chi ottiene un sospiro non è poi tanto da compiangere quanto tu dici….”
Il tono di voce col quale furono proferite queste parole, rivelò ad Alessio il sentimento che aveale ispirate: ne fu dolente, ma tacque. Evantia si avviò per uscir dal giardino, ed egli la seguitò per prender congedo; passò accanto ad Amina, essa s’inchinò incrociando le mani sul petto, ed egli non ardì nemmeno guardarla; colpita da quest’atto d’insolita noncuranza, la prigioniera sentì allora tutta l’amarezza del presente suo stato…. non pianse però, il suo animo era tanto altero da non permetterle di versar lagrime là dove colui, dal quale vedevasi disprezzata, poteva esserne testimone. Avvi una delicatezza di sentimento che non deriva dalla educazione, e nasce (per così dire) con noi, o ci è negata per sempre; Amina la possedeva. Per meglio nascondere il suo turbamento andò a chiudersi nella sua piccola stanza, e quando Sebastì venne a chiamarla, era già nell’aspetto bastantemente tranquilla. La vecchia le propose d’accompagnarla fuori di casa; accettò l’offerta, ed escirono.
Dopo aver traversato alcune strade, Sebastì entrò colla sua compagna in una casa, dove consegnò a un’altra vecchia, che le venne incontro, un canestro contenente dei dolci, e un mazzo di fiori, dicendole:
“Questi doni manda Evantia al mio caro figlio.”
“Come!” esclamò Amina, “siamo nella casa d’Alessio?”
“Sicuramente.”
“Perchè mi vi hai tu condotta?”
“Sei meco, non v’è alcun male.”
“Andiamo via subito.”
“No davvero, voglio prima riposarmi:” e seguìta dalla custode della casa entrò in un’altra stanza.
Amina rimasta sola sarebbe volentieri partita, ma non ardiva per non disgustar la nutrice; irresoluta, agitata, si pose a passeggiare, porgendo orecchio ad ogni più lieve rumore. La sala, ove si trovava, conteneva la porta d’ingresso e quella di quattro stanzini, i quali unitamente alla sala medesima formavano tutta la casa. Alessio non poteva in conseguenza entrare nè uscire senza incontrarsi con lei. “Dirà che vengo a cercarlo,” pensò Amina. L’idea di questa umiliante supposizione superò ogni riguardo; s’incamminò verso la porta d’ingresso, risoluta d’andarsene, senza più aspettar la nutrice; ma ne aveva appena toccata la soglia, che s’incontrò con Alessio. Ambidue rimasero immobili….
“Qui Amina!…” egli disse con l’accento d’una grata sorpresa, e la memoria del disprezzo, con cui l’aveva trattata nel giardino d’Evantia, agitando con maggior violenza l’animo della prigioniera, ella si mosse per uscire; ed egli la trattenne afferrando un lembo della sua sopravveste…. ella si fermò, ma senza guardarlo.
Accorgendosi del mazzo di fiori, lasciato sopra un desco dalla custode, egli lo prese e l’offrì col gesto ad Amina, sperando che lo avrebbe accettato. Vedendo che non stendeva la mano:
“Prendilo,” disse supplichevole; “perchè non ho io altri doni da offrirti?… “
Vide il seno d’Amina sollevarsi agitato da violento palpito, e in quel punto ella fissò gli occhi in quelli di lui.
“Non sono per me i tuoi fiori,” rispose; “perchè me li porgi?”
“Hai ragione! non sono quelli de’ tuoi giardini.”
“Sono più belli, ma se qui comparisse Evantia, tu li strapperesti dal mio seno per darli a lei.”
“Piacesse a Dio ch’io me ne sentissi la forza!”
“Evantia è bella, io non sono, perciò quando le stai vicino, nemmeno mi guardi.”
“Evantia è gelosa, vuol ch’io ami lei sola.”
“Anche Selim mi comandava d’amarlo, ed io m’avveggo ora che l’amore non può comandarsi.”
“Tu non gli offristi spontaneo il tuo amore, ed io mi sono per me stesso impegnato a non amar che Evantia in tutta la vita.”
“Fortunata Evantia! povera Amina!…” tacque, e s’avviò per uscire.
Alessio più che mai intenerito la trattenne di nuovo, prendendone la mano che essa gli abbandonò in atto mestissimo.
“Perchè,” esclamò il giovine, “non sei tu nata sopra il mio scoglio!… io avrei amata te prima, te sola, ed Evantia sarebbe felice con altro sposo.”
“Mi avresti amata!… ed io t’amerei come nessuno può amarti;… ma…. doveva esser così!”
“Accetta almeno i miei fiori.”
Ella prese il mazzo, e il ritorno di Sebastì interruppe il loro colloquio. La vecchia, dopo salutato Alessio, disse ad Amina esser tempo d’andarsene, ed uscì, precedendola, dalla casa; l’appassionata femmina, seguendola lentamente, baciò i fiori, dono dell’amato, se ne ornò il seno, e si dileguò dagli occhi, che teneri e desiosi la seguitavano.
Evantia vede tornare Amina col viso animato, riconosce i fiori colti poc’anzi da lei medesima per inviarli ad Alessio, e smaniosa interroga Sebastì, che le racconta d’aver condotta la prigioniera in casa di lui.
“E i fiori?”
“La vecchia Marina li ha lasciati sopra una tavola, Amina li avrà presi.”
“Sarà,” replica Evantia; e benchè non rimanga persuasa, non ardisce cercar nuovi schiarimenti.
La nutrice meno delicatamente curiosa, appunto perchè non ha interesse di esserlo, corre a domandare ad Amina il perchè ha preso quei fiori.
“Me li ha dati Alessio,” risponde alteramente la prigioniera. E la vecchia, chiamata Evantia, le ripete la sua risposta; la vergine impallidisce.
“Egli ti ha dato i miei fiori!” esclama con dolorosa sorpresa.
“Ebbene, non v’è di che disperarsi,” riprende la nutrice, “Alessio non sapeva che tu li avessi colti per lui, a momenti tornerà qui, costei ti renda il mazzo, glielo darai, e così tutto è finito.”
“Rendere il regalo d’Alessio!” dice Amina, “è impossibile.”
“Straniera,” risponde Evantia, “credi tu che lo prenderei?”
“Che puntigli sciocchi!” grida la vecchia, “andrò io a coglierne un altro; lode al Cielo, nel giardino non mancan fiori;” e s’incammina, ma Evantia la trattiene, dicendole:
“È inutile, ei può dare di quelli del suo giardino….” E vedendo entrare Alessio, incapace di più frenarsi prorompe in un pianto dirotto, e si ritrae precipitosamente nella sua stanza.
“È una bambina,” dice Sebastì; “piange, perchè hai dato quei fiori ad Amina: io la seguo per cercar di calmarla, tu se vuoi far bene torna domani.”
Amina rimasta sola con Alessio se gli avvicina, ed egli pensando siasi vantata del dono de’ fiori, per viepiù ingelosire Evantia e turbarne la pace, la respinge sdegnoso. La prigioniera alza gli occhi al Cielo, stringendo fortemente l’una mano con l’altra, poi strappandosi i fiori dal seno li getta ai piedi di lui, e s’allontana. Lo sfortunato rimane smarrito, non può versare in un petto il balsamo del conforto senza straziare altro petto; il dovere, la virtù, l’affetto, lo chiamano ad asciugare il pianto d’Evantia; ma ha sotto gli occhi i fiori gettati da Amina, e quella vista l’obbliga ad un confronto, dove la moglie di Selim si presenta sotto un aspetto molto più sublime della sua piangente rivale. Si risolve a seguire il consiglio di Sebastì, ed esce dirigendosi verso la grotta d’Eutimio.
Sopraggiunge la notte: le onde percotono la spiaggia con cupo muggito: il Saggio seduto sopra uno scoglio sta pensando ai dì che fuggirono, portando seco le sue speranze; scosso dalla voce d’Alessio, si alza, e lo conduce dentro la grotta. Il giovine espone le angosce del suo stato, e gli opposti affetti che gli straziano il cuore.
“O Eutimio,” egli dice, “credo che soffrirei meno, se il mio delirio per Amina mi avesse costretto a non amar più Evantia; ma io l’amo, io sento che se un rivale tentasse rapirmela correrei a strapparla dalle sue braccia; perchè dunque provo così impetuosi palpiti al fianco d’Amina? perchè l’idea della celeste felicità dell’amore è per me indivisa dalla sua immagine? Oh mio amico, mia unica guida, insegnami a ravvisare me stesso, la mia ragione si smarrisce, e l’animo non regge fra tanti contrasti!…”
“Calmati,” risponde Eutimio, “calmati, o fortunato anche nell’eccesso de’ tuoi tormenti…. Il fervido sospiro di due cuori è tuo!.., guardati però dal demeritare il più soave tra i doni che la Provvidenza comparte; rendi Amina al suo sposo, e la sua immagine rimanga nella tua mente. Vi sono de’ momenti, in cui l’uomo sente il bisogno di rifugiarsi in un mondo ideale, e che niuna felicità posseduta può mai riempire…. Amina presieda ai sogni di quei momenti, ma nemmeno l’eco della solitudine ti ascolti proferire il suo nome…. Io non atterrirò il tuo spirito in tempesta, imponendoti a nome della virtù ciò che ora deve parerti impossibile, di obliarla. Lunge da me l’atra bile di quei moralisti, che chiedendo troppi sacrificii dall’umana fralezza terminano col non ottenerne nessuno. Evantia ti è sempre cara, tu vuoi viver per lei, non sei dunque colpevole. Oh! s’ella avesse l’arte di nasconderti parte dell’amor suo, se minore fosse in te la certezza d’esser l’arbitro solo dei suoi pensieri, la straniera non avrebbe ottenuto un solo de’ tuoi; ma quella stessa ignoranza d’ogni artificio, quella fiducia d’un cuore ingenuo che tutto a te s’abbandona, sono appunto i sacri nodi che devono ritenerti dal deluderne le speranze.”
“Io disprezzo” rispose Alessio “le donne che fondano il loro impero sull’arte che le degrada, perciò vissi fra popoli inciviliti senza incontrarne una sola capace di costarmi un rammarico…. Amina è ben altro che le artificiose sirene delle vostre contrade! Torni a languire nell’aremme del suo sposo, io sarò quello d’Evantia fra pochi giorni: poi condurrò i miei legni là dove i Turchi tremano sin dell’ombra che le proprie navi spandono sul mare coll’immensa mole; mi sento capace di ardite imprese, e se perirò voi mi piangerete;… così potessi esser sepolto sotto l’ombra del tuo cipresso; essa mi è cara!”
“No,” disse Eutimio, “quell’ombra lugubre è mia: fra quell’aride zolle poserà questo petto inaridito anch’esso dalla sventura; a te sorgerà la tomba allato a quella de’ tuoi padri, e il cantico della libertà vi accompagnerà il tuo cadavere circondato dagli amici e dai figli. È per me il solitario cipresso! Deh! quando i figli della mia patria verranno a visitar questa spiaggia, ed io sarò già polve sotto quell’albero, venga loro additato. Disingannato di tante e tante illusioni, io non chieggo più che un sospiro de’ figli della mia patria!”
Egli tacque, e Alessio non osava turbarne il silenzio, accorgendosi che il suo animo errava fra le memorie de’ tempi scorsi; lo vide uscire dalla grotta, e contemplar fissamente la stellata vôlta del firmamento. Lo seguitò.
“Che cercano là i tuoi sguardi?” gli disse.
“Una larva” rispose Eutimio “disparve dall’orizzonte della mia terra nativa; e non potendo a dispetto della mia ragione cessar d’adorarla, la seguitai sotto questo cielo, ove spande adesso il suo abbagliante fulgore. Vedi là dentro quegli ampii volumi? tutti insegnano che la sua luce si dilegua appena ha brillato; lessi, credei, e nonostante mi posi sulle sue tracce; mi trascinò sulle vie della sventura, mi ridusse esule, mendico…. e si dileguò: ora qui splende, e qui venni a morire. Tu vivi, combatti per la salvezza della tua nazione; giura sull’altare della religione di consacrare ad Evantia i giorni, di cui la patria non ti chiederà conto; acquista il dritto d’esser padre per offrirle il braccio de’ figli, quando il tuo, indebolito dall’età grave, non potrà reggere al peso dell’armi.”
Infiammato da queste parole Alessio si separa dall’amico risoluto di non lasciarsi più soggiogare da una colpevole debolezza. Appena il nascer del sole gli permette di tornare al fianco d’Evantia, si affretta a incaricare Sebastì di chiederle un colloquio, e va ad attenderla nel giardino. Ella viene, è pallida, abbattuta; s’inoltra lentamente, e pare rattenga a stento le lagrime; Alessio le va incontro.
“Dovrò ripartire fra pochi giorni,” le dice, “vengo a chiederti con qual nome dovrò chiamarti nel nostro addio.”
Evantia tace.
“Non vuoi dirmelo?” egli soggiunge.
“Chiamami la povera Evantia.”
“No, la mia diletta, la mia sposa.”
“Ti costerebbe troppo dolore, ed io non voglio costartene.”
“Amare parole!” esclama Alessio; “che mi giurasti quand’io partiva?”
“Partisti solo!”
“T’intendo; ma sappi che Amina tornerà al suo sposo, ch’io la rendo senza riscatto…. ti basta?”
Evantia non sa frenare la sua gioia: con moto rapido, involontario, prende la mano d’Alessio e se l’accosta alle labbra; poi, pentita di quel che ha fatto, l’abbandona e si volge altrove. Alessio intenerito stringe l’ingenua vergine al cuore, che in quel momento palpita per lei sola.
“Dolce Evantia,” le dice, mentre si scioglie dal caro amplesso, “permettimi di stabilire il dì delle nozze.”
Un cenno di consentimento è la risposta d’Evantia; resta stabilito che fra otto giorni saranno uniti, e si dividono concordi e felici.
Questa felicità per Alessio non è che un lampo. Appena diviso da Evantia, egli pensa alla prigioniera; deve dichiararle avere stabilito di rimandarla là donde fu tolta; nè vuol farlo presente ad Evantia, temendo mal celare la commozione, da cui sa non potersi difendere. Ma come aver seco un colloquio senza ridestare i gelosi sospetti della sua sposa? Dopo avere scorse più ore occupandosi del riattamento de’ suoi legni, egli s’incammina verso la vetta d’un colle per abbandonarsi liberamente in preda alle riflessioni che lo tormentano; inoltrandosi fra alcuni arboscelli ode un suono di voci, e vede Amina seduta sull’erba al fianco della vecchia nutrice. All’improvvisa comparsa di Alessio, le gote d’Amina s’infiammano, s’alza e rimane ferma al suo posto.
“Figlio mio,” dice Sebastì, “rallegrati, la tua prigioniera rinunzia alla credenza di Maometto: la credenza d’Alessio, mi ha ella detto, dev’essere certamente la migliore, ed è risoluta di credere tutto quello che credi tu stesso; la condurremo al sacro fonte, e sarà il più bel giorno della mia vita.”
“Madre mia,” le risponde Alessio, già mal potendo vincere l’agitazione in cui lo pongono gli sguardi d’Amina e quanto ha udito di lei, “il vostro zelo è lodevole; ma vi prego di rinunziare all’intenzione di catechizzar questa giovine, perchè non deve vivere tra i Cristiani.”
“Come! il suo sposo ha offerto i suoi tesori per riscattarla?”
“Nulla mi è stato offerto: la rendo spontaneamente senza alcun prezzo.”
“Insensato!” grida la vecchia, “qual cattivo genio ti ha inspirata questa intenzione? Lasciala, in nome del Signore, lasciala rimanere presso di me; lavorerà, non ti sarà a carico, e avrai il merito d’aver salvata un’anima dalla perdizione.”
“È impossibile,” replica Alessio, “non me lo chiedete, perchè non posso.”
Allora Sebastì si volge disperatamente ad Amina che tace.
“Ti manda via,” le dice, “non v’è rimedio, l’ostinato ha risoluto così.”
“Mi manda via!…” Queste parole suonano sulle labbra d’Amina, come se le ripetesse l’eco insensibile; non v’è nel suo modo di proferirle rimprovero nè dolore: “Mi manda via….” ripete, mentre Sebastì continua a disperarsi, e a pregare Alessio che cangi risoluzione.
Egli nemmeno l’ascolta: vede il viso d’Amina turbarsi a grado a grado; la vede portar la mano alla fronte, come per richiamare le idee smarrite: il coraggio della virtù l’abbandona, e sente che al fianco suo la voce d’ogni altro affetto è debole a confronto di quella che parla per lei; se fosse solo con Amina le esprimerebbe parte almeno di quel che prova, ma la presenza di Sebastì lo ritiene, ed è questo ritegno che lo riconduce a fare attenzione ai lamenti della vecchia.
“Vi giuro” le dice “che la rendo al suo sposo, perchè sia felice con lui, giacchè non può esserlo qui.”
“Siete troppo pietoso!” esclama Amina…. “Selim non ha bisogno di me per esser felice, io non lo fui seco…. nè potrò esserlo mai…. ma non mangerò per forza il pane del mio padrone: partirò anche nel momento, s’ei lo comanda.”
Alessio le dichiara che partirà fra due giorni per Samo, donde si avrà cura di rimetterla sulle coste dell’Asia; e profittando poi d’un momento in cui Sebastì si è allontanata di qualche passo:
“Domani,” le dice, “all’ora del vespro sarai sola…. verrò nel giardino….”
Amina, abbassando languidamente il capo, accenna d’acconsentire, e si separano; le due donne s’incamminano verso la città, mentre Alessio torna alla grotta del Solitario.
Solo nell’alpestre sentiero, egli riflette, e si rimprovera d’aver chiesto un segreto colloquio alla rivale d’Evantia; i suoi rimorsi sono bensì calmati dall’idea, che sia lecito concedere un ultimo sfogo innocente ad una passione immolata al dovere. Fatale inganno che può immergere nel baratro della colpa colui che in quel punto medesimo si tiene per inalzato al trono della virtù. Nè evvi al certo momento più pericoloso per l’umana fralezza di quello, in cui l’uomo ha fatto un gran sacrificio alle convenzioni sociali e a’ proprii doveri. Le potenze dell’animo, esauste di forze, rimangono come annientate e le passioni soffocate, ma rinascenti, combattono contro un nemico debole, e persuaso dall’orgoglio d’una vittoria d’esser divenuto invincibile.
Intanto Sebastì, appena tornata in casa, narra piangendo ad Evantia che Amina deve partir fra due giorni.
“È dunque vero!” esclama l’amante di Alessio,”egli me l’aveva promesso; ma io cominciava a temere.”
“Come!” risponde la vecchia, “sei tu che hai chiesta la sua partenza? mentre io m’affatico per acquistare quell’anima al Cielo, tu la vuoi restituire all’Inferno! Sciagurata! bada…. il Signore non benedirà le tue nozze, sarai disprezzata da tuo marito, starai nella tua casa deserta come sta il corvo, e il tuo albero non avrà rami…. Povera vittima,” continua, dirigendosi ad Amina che esce in quel momento dalla sua stanza, “ecco chi ti scaccia, questa tigre dal dolce viso.”
Quanto ora ascolta è per la prigioniera un lampo di luce; ella comprende per qual motivo Alessio vuol farla partire, ed è pur meno penoso per lei l’esser vittima della gelosia piuttosto che del disprezzo!
“Essa ha uno sposo,” replica Evantia punta dai rimproveri della nutrice…. “viva in pace con lui, e mi lasci in pace col mio.”
“Hai paura che costei te l’usurpi?”
“E se la gelosia mi tormentasse, perchè vorreste ostinarvi a tormentarmi ancor voi?”
“Non arrossiresti di anteporre una pazza gelosia agl’interessi della tua religione?… te l’ho già detto, sarai disgraziata.”
“Ma” riprende Evantia “non è forse colpa tenere una moglie divisa da suo marito? Se Amina lo ama, non vorrà nemmeno andare in un cielo, ove è sicura di non incontrarlo.”
“Tu bestemmi, tu parli come una stolida; Amina già persuasa da me aveva risoluto di abbracciare la vera fede, di credere tutto quello che crede Alessio.”
“Come!”
“L’ho inteso io, io medesima.”
“E volete ch’io non sia gelosa! ma se la religione lo comanda, rimanga pure, io non voglio mettermi sul cammino dell’empietà.”
Ciò detto Evantia si ritira, e Sebastì, scuotendo il capo:
“È pazza,” va ripetendo più volte, “è pazza davvero! Tu però, figlia mia,” continua, dirigendosi ad Amina, “sei veramente risoluta di darti al Dio dei Cristiani? Interroga bene la tua coscienza, e se non vacilla, ti giuro che non tornerai fra i mostri dell’Asia, dovessi anche ridurmi a chiedere l’elemosina per nutrirti: ti giuro che lo farò volentieri.”
“Buona madre,” le risponde Amina, “Alessio è mio padrone, obbedirò a tutto quello che vorrà comandarmi; vi protesto bensì che non servirò mai altri che lui, che non mi farò cristiana che per lui, e non accetterò elemosina che da lui.”
“Farti cristiana per lui! non intendo.”
“Oh! io m’intendo, e anch’egli m’intende.”
“Se potesse sposarti, direi che ti faresti cristiana per questa speranza; ma giacchè deve sposare Evantia, come c’entra egli colla tua abiura dell’Islamismo?”
“Io non andrò nel vostro cielo per trovarlo là accanto ad Evantia; Selim ha molte schiave, ma io sola sono sua moglie e starà con me sola: lasciami dunque sulle vie del paradiso che Maometto promette ai fedeli.”
“Son davvero un’insensata a perdere il mio tempo con due pazze!” grida la vecchia sdegnata, “resta pure col tuo Profeta: ho fatto quel che ho potuto per metterti sulla via dell’eterna salute: la mia coscienza è tranquilla, sia di te quello che Satana vuole.”
Alessio narra all’amico gli avvenimenti del giorno, e tace soltanto di aver chiesto ad Amina il colloquio, del quale ha preventivo rimorso senza potervi bensì rinunziare; poi ambidue volgono la mente alle vicende politiche. Si è saputo che le truppe da sbarco e gli equipaggi delle navi egiziane son diretti da ufficiali europei…. Questa notizia ha sparsa la costernazione tra le popolazioni del continente e dell’isole.
“Tutti congiurano contro noi,” dice Alessio.
E il Saggio: “Perciò appunto non perirete,” risponde; “guai alla nazione che fonda le sue speranze sopra i soccorsi promessi dagli stranieri! ponendo fiducia nelle altrui forze trascura le proprie e, come suol sempre accadere, abbandonata a sè medesima nel momento del pericolo, si trova inabile alle difese e soccombe. Sia base d’ogni disegno de’ Greci questa riflessione: siam soli, e basterem contro tutti; credilo a me, cui una fatale esperienza dà il diritto di proclamar tale assioma: guai a chi spera in altri che in sè medesimo! guai alla nazione che spera libertà non acquistata a prezzo del proprio sangue!… Io la vidi una volta calar da’ monti che fan corona al mio suolo nativo, venne scortata da straniere coorti, e noi resi abbietti dall’ozio, dalla mollezza, dai vizii, mal potendo sostenere il suo improvviso fulgore, cademmo ciechi nella polvere, così che gli stessi stranieri, i quali per ingannarci la conducevano, non ebbero più rimorso di farla sparire appena comparsa. Fra voi ella apparisce in un mar di sangue, su cui galleggiano i mutilati cadaveri de’ vostri fratelli; ogni passo che fa inoltrandosi costa migliaia di vittime, e se retrocedesse, i Turchi ne scancellerebbero l’orme col sangue dell’intiera nazione. Non usciste ad incontrarla dalle tranquille case, battendo palma a palma, come al gorgheggiare di melodioso cantore; giungeste a lei attraverso le rovine e le stragi, meritando perciò il suo sorriso. Congiuri pur contro voi una turba di vagabondi, rifiuto del proprio paese; che possono il fiacco braccio e il consiglio de’ vili? Vostri sono i magnanimi petti, dove l’amara esperienza non potè frenare lo slancio dell’entusiasmo…. Io ebbi un amico, non era figlio della mia nazione, ma volle combatter meco per lei; venne in Grecia prima di me, e più non n’ebbi novella…. forse morì vedendo fuggire i barbari…. Lui felice!… io non farò la morte del prode! io cadrò come l’albero che lentamente s’imputridisce nel deserto, e alfin cade! Giurai gettando disperatamente a terra la spada, giurai non impugnarla mai più: dovea invece piantarmela in petto, nè so dire che mi ritenne; l’animo mio avvilito non ebbe nemmeno il coraggio di sottrarsi allo spaventoso avvenire.”
“Spera,” disse Alessio, “forse la Provvidenza ti serba a più lieti eventi.”
“Ch’io speri!” riprese Eutimio: “oh giovine!… conosco le cose, e gli uomini!… ma, come tel dissi altre volte, benchè persuaso di aver incensata una larva, venni ancora a prostrarmi a’ suoi altari…. ecco l’incomprensibile mistero del cuore umano!… Sai tu (e t’aprirò ora il più interno mio pensamento), sai tu perchè serbo il voto di non ricinger la spada? perchè ho scelto per asilo una spiaggia deserta?… Mischiandomi negli eventi potrei incontrare l’ingratitudine, l’ingiustizia; mi troverei forse costretto a cessar d’amare coloro che non potrei cessar d’ammirare; l’ultimo piacere che m’abbellisce la vita svanirebbe, e vo’ che sia meco fino all’estremo sospiro. Sì, o Grecia, io voglio idolatrare i tuoi eroi, dimenticando che crebbero senza conoscer freno alle immoderate passioni. Non è già ch’io sia del parere di quei tali, che, udendo le discordie de’ vostri capitani, esclamano, ciò accadere perchè non erano preparati all’altezza del grado che occupano. Essi erano assuefatti a guidare tra i pericoli le orde de’ loro palicari indisciplinati e invincibili; i nemici contro i quali ora combattono, sono gli stessi contro i quali combatterono sempre, e la loro politica è quale conviensi al grado d’incivilimento delle due nazioni. Quindi nè al combattere nè al primeggiare erano stranieri, ma (e purtroppo ciò accadeva in Grecia anche ne’ tempi del maggiore incivilimento) il figlio del Peloponneso non sa persuadersi che la sua prosperità sia indivisa da quella de’ Greci d’oltre l’istmo e dell’isole; invano i sapienti, accorsi a far mostra di eloquenza al Congresso nazionale, consigliano questa unione d’interessi, che i sublimi oratori delle auree età della Grecia consigliarono senza frutto ai loro coetanei inciviliti, e nonostante discordi anche più de’ semibarbari discendenti. Quando però i Turchi piombano sulle città dell’Epiro e delle altre contrade della Grecia, allora soltanto i Moriotti alla sete di vendetta che tutti gl’invade, si persuadono che gli Epirotti e gli altri Greci son loro fratelli. Questo spirito di discordia non è proprio a voi soli, esso fu pure l’origine d’ogni infortunio della mia nazione! La natura ha segnato una linea di somiglianza tra i vostri caratteri e i nostri, e ci somigliamo anche nelle sventure; ma purtroppo colà, dove ogni morale deformità si nasconde sotto la vernice delle costumanze sociali, là il germe delle grandi e generose passioni sta inerte e muore. O Alessio! miseri voi se volevate esser prima inciviliti, poi liberi! getta lo sguardo sulle vicende de’ popoli, dai quali i vostri incaricati accattavano la luce del sapere per ispargerla poscia tra voi; inducendovi a educarvi com’essi, vi avrebbero, anche senza volerlo, indotti ad imitarli in tutto, ed ora lo stendardo della Croce non sventolerebbe sulle fortezze tolte ai Turchi; i vostri piccoli legni non sarebbero il terrore della flotta del figlio del Sole, e l’inno della libertà non echeggerebbe su questi lidi.”
I due amici si trattennero in questi ragionamenti fino al primo biancheggiare dell’alba, allora si separarono.
Evantia sospirava il momento di rivedere Alessio: ella volea dirgli che non facesse partir Amina per lei, benchè l’idea d’averla sempre vicina le straziasse il cuore; era persuasa che, se restando fosse realmente per divenire cristiana, sarebbe gran colpa il farla partire; temeva per sè e per Alessio lo sdegno celeste, nè volea provocarlo. Ma non poteva al tempo stesso dissimularsi che la gelosia dominava tra’ suoi pensieri, e che la presenza d’Amina sarebbe stato un continuo supplizio per la sposa d’Alessio. Combattuta da questi contrarii affetti, passò la notte molto agitata, Alessio la trovò mesta e languente; ne fu sorpreso, perchè il giorno avanti l’aveva lasciata contenta, e domandò la causa della tristezza in cui la vedeva immersa.
“Tu vuoi mandar via Amina,” rispose la vergine, “ella si fa cristiana se resta; vuol credere tutto quello che credi tu stesso, bisogna secondare la sua vocazione, altrimenti Dio ti castigherebbe…. Rimanga…. son io che te lo domando.”
“Generosa Evantia! io ti comprendo,” replicò Alessio; “tu acconsenti di vivere in un inferno per toglier me all’inferno dell’eternità!… rassicurati; poichè Amina vuole, come tu dici, abbracciare la vera fede per credere a tutto quello ch’io credo, la sua vocazione non vien dal Cielo, e Dio non accoglie chi si dà a lui per cause straniere al suo culto.”
“Parli tu il vero?”
“Non dubitare”
“Ah! mi tornasti a vita!”
“La temi dunque molto colei?”
“È disgraziata…. e tu ami tanto i disgraziati!… Io temeva perciò, non perchè è giovine e bella; so che il mio Alessio non mi sacrificherebbe alla bellezza d’un’altra donna.”
“No, no, cara Evantia; benchè sii tu la più bella fra le vergini di Psara, benchè spesso il pellegrino di lontani paesi abbia esclamato, fissandosi nel tuo soave viso: – Felice chi sentirà i palpiti di quel seno! – non è la bellezza l’amo, a cui mi prendesti, nè maggior bellezza potrebbe a te togliermi mai. Tutte le mie memorie son tue; tutte le lagrime che versai finora, o scorsero per te, o da te furono rasciugate, il mio amore è la tua felicità, e questo amore ti tradirebbe? no, non temerlo, io son tuo.”
“Quando parli così,” rispose Evantia, “mi par d’essere in cielo; appena mi lasci sono infelice.”
“Fidati in me, sii certa che ti amo, e vivrai sempre felice.”
Questo colloquio calmò Evantia, e ridestò nel cuore d’Alessio tutta la sua tenerezza per lei. La lasciò per occuparsi nei preparativi delle nozze, ma anche in mezzo a tale occupazione non poteva fare a meno di osservare talvolta se il sole piegava verso l’occaso.
Amina aveva veduto Alessio, quando si divise da Evantia, senza però farsi vedere da lui…. “Egli l’ama!” disse con un sospiro, e le parve follìa d’aver potuto credere d’essere amata. Pensò poi che anch’essa aveva amato Selim, che mentre adorava Alessio, il suo sposo l’era tuttavia caro, e lo stato del proprio cuore le fece indovinare quello del cuore d’Alessio…. Allevata in un paese, dove la donna non osa aspirare all’assoluto dominio sugli affetti dell’uomo, la prigioniera non avrebbe dovuto sentirsi avvilita dall’idea di possedere metà soltanto di quelli d’Alessio; ma la forza del sentimento s’inalza a dispetto della educazione al di sopra degli usi e dei pregiudizii. Amina sentì esservi una gran distanza tra l’affetto che essa provava per Selim, e quello che Evantia inspirava ad Alessio; e arrossì d’aver posto speranza in un sentimento secondario e fugace…. “Egli fa bene a scacciarmi,” disse con un amaro sorriso, “sa che non potrei contentarmene!” Qui le tornò in mente il confronto fra la ventura di una sposa maomettana, e quella di una cristiana; delineò coll’immaginazione il quadro della felicità di una donna che può dire: – Il mio diletto è mio; nè, finchè vivo, può esser mai d’altra amante: – e pianse di dolore e di rabbia.
L’ora del vespro non era ancor giunta, e una forza irresistibile avea già strappato Alessio ad ogni altra cura; smanioso, pieno di rimorsi scese nel giardino della sua casa, e s’accostò a un mirto, la pianta prediletta d’Evantia e il simbolo del suo carattere dolce e affettuoso: “Riempimi” esclamò odorandolo “della pura voluttà che tu inspiri; la tua fragranza è soave come l’amore d’Evantia, come quello che destò nel mio petto!” Ne svelse un ramo e tornò a passeggiare. “Ma tu non sei che dolce,” soggiunse, “la dolcezza non può soddisfarmi; ti amo, pur sento che non mi basti, ho bisogno talvolta d’una fragranza che scuota con violenza i miei nervi, che signoreggi tutte le potenze dell’anima…. Oh Amina! il fiore che ha fragranza così forte e potente, quello è il tuo fiore; io la domino, l’ingenua vergine, ma tu sola puoi dominarmi!…”
Uscì dal giardino e si diresse con rapidi passi alla chiesa di San Niccola, vi entrò per assicurarsi se v’era Evantia con la nutrice; le vide, riuscì inosservato, e corse là dove Amina stava aspettandolo, tremando che non venisse. Egli teneva tuttavia nella mano destra il ramoscello di mirto, stese e aprì la mano per prender quella d’Amina; il mirto cadde, ed egli non se n’accòrse nemmeno. Invano il mare increspato dal soffio del venticello, il sereno aere, il sol cadente, e l’alpestre isola verdeggiante offrono dilettevole vista allo sguardo, gli occhi d’Alessio non ne son vaghi, e si fissano in quelli della donna che gli sta accanto immersa in un muto dolore.
“Domani” ei le dice “tu saluterai Psara dal mare: oh! dimmi se penserai a me salutandola.”
“Può essere che non vi pensi,” risponde Amina, “se questo (e preme la mano d’Alessio sul cuore) starà qui immoto.”
“Non dir così!… il tuo cuore palpiterà!… ben presto sotto altra mano.”
“Dissi addio per sempre al profumo delle mie rose, non tornerò a odorarle; tu mi scacci, il tuo mare m’accoglierà.”
“Amina! mi fai troppo male con queste parole,… bisogna separarci,… tu sei di Selim, io d’Evantia.”
“Tu sei d’Evantia, io son tua.”
“No, seducente creatura! tu non devi essere di chi ad altri appartiene.”
“Ebbene, sarò del tuo mare.”
“Ma non t’è caro il tuo sposo?”
“Sì, e non voglio ingannarlo; se torno a lui, gli dirò: – Amo Alessio; – mi darà la morte, poi sarà disgraziato.’’
“Restando, sai tu che dovresti vedere?”
“Le tue nozze, lo so.”
“Pretendi che io abbandoni Evantia?”
“No: io non voglio nè tornare in Asia, nè toglierti a Evantia, nè star teco come le schiave dell’aremme del mio sposo; so che tu mi disprezzeresti se questo io volessi, e potrei soffrire che tutto il mondo mi disprezzasse per te, ma non soffrirei il tuo disprezzo…. Vedi il misero mio stato…. caro Alessio! che vuoi tu ch’io faccia sopra la terra?…”
Egli la stringe disperatamente al petto; quando il labbro non ha conforti da porgere, l’anima, spiegando allora tutta la sua passionata energia, giunge a convertire in felicità lo stesso dolore.
“Sciagurato! che fai….” grida una voce che strappa Alessio dall’estasi dove era assorto, “ignori tu che la flotta nemica è alle viste?”
“Eutimio, che dici!”
“Il vero,” replica il Saggio; “venendo in traccia di te, perchè m’inquietava il tuo stato, ho veduto giungere il battello portatore della notizia, che i Turchi s’accostano; pochi momenti dopo la flotta è comparsa; vedila inoltrarsi rischiarata dagli ultimi raggi del sole…. tu però non affannarti; la tua diletta non trema…. i carnefici di Scio sono suoi fratelli.”
“Uomo! non tormentarlo, vedi ch’ei soffre troppo….”
Queste parole proferite da Amina coll’accento dell’ira colpiscono Eutimio; egli s’avvede esservi in costei qualche cosa d’elevato che attira e seduce; non le risponde, e rivolgendosi ad Alessio:
“Ben veggo” riprende “non esser questo tempo di rimproveri. Nella mia grotta è un nascondiglio dove Evantia e Sebastì staranno sicure: bisogna condurvele; poi ci prepareremo a dare a caro prezzo la vita.”
“Sì,” risponde Alessio, “mi vedrai espiare la mia debolezza.”
“Ma questa infelice deggio così abbandonarla?”
“Abbandonarmi!” esclama Amina, “dammi un’arme; se quelli che costui chiama miei fratelli vorranno dar morte a te, anch’io per difenderti darò a’ miei fratelli la morte….”
“No,” le dice Alessio, “non puoi venir meco, scegli di restar qui o nasconderti con Evantia.”
“Ebbene, nascondimi; se ci scoprono, ti giuro che farò rispettar la tua sposa.”
Giunge Evantia atterrita dalla tremenda notizia che pone Psara in iscompiglio, ma niega distaccarsi da Alessio per nascondersi nella grotta.
Egli prega: “Mi fai perdere un tempo dovuto alla difesa della patria,” le dice; “per te, se resti, avrò taccia di vile.”
La vergine cede; prima di partire si prostra e chiede a Dio la salvezza della patria e d’Alessio; il suo sposo l’abbraccia.
“Se non ti vedrò più,” le dice, “vivi e perdonami.”
“Che devo perdonarti?”
“Le lagrime che ti ho fatte versare.”
“Perdonami tu pure ogni mio lamento; ma quand’anche questo addio sia l’ultimo sulla terra, ci ritroveremo ben presto là dove il Signore vorrà riunirci; perchè, se tu mori, io non voglio vivere!”
L’addio di Amina è un profondo gemito, la sfortunata non ha come Evantia la speranza di rivedere l’amato in un mondo migliore; quella dolce speranza che consola nelle sventure coloro che s’amano e nacquero in seno di un culto istesso, non c’è con lei! Vedendo Sebastì spossata dal tremito del terrore, le offre di appoggiarsi al suo braccio, e sostenendola segue a passo lento Eutimio e la sua rivale.
Psara è in tumulto: mal fornita di difensori, senza il sostegno de’ suoi legni, come potrà resistere a una flotta d’oltre 300 vele? Prima cura degli Ottimati è lo spedire de’ battelli a Idra e a Spezia per chieder soccorso; intanto i forti si pongono nel migliore stato di difesa possibile, il popolo s’arma, le più coraggiose tra le donne s’armano anch’esse; un sol grido echeggia nell’isola: o liberi o morti.
Alessio si unisce agli altri capi per preparar le difese: con parole calde d’entusiasmo raddoppia il coraggio degl’isolani: “Il Dio delle battaglie ci ha esauditi,” egli grida, “siamo noi i prescelti a erigere il primo trofeo sui cadaveri di quella ciurma di vilissimi schiavi; vengano, i superstiti serberanno memoria di noi.”
Eutimio, nascoste le donne, torna anch’egli in città; è armato, e benchè non speri salvezza, nè per sè la desideri, ha la certezza che i Turchi trarranno più danno che utile dallo sbarco a cui si preparano.
È già notte, si aspetta ad ogni momento d’udire gridare all’arme. I Turchi tentan lo sbarco. Ecco, quel grido che non verserebbe spavento ne’ petti degli Psariotti, se non fossero figli, padri e mariti, rimbomba, e l’eco de’ colli lo prolunga e ripete: i Turchi tentano lo sbarco nella città. I difensori accorrono, nè son tutti Psariotti, altri Greci del continente e delle vicine isole contrastano la palma del valore ai nativi di Psara. Non hanno a fronte i molli abitanti dell’Asia; le truppe da sbarco, che sommano a dodicimila soldati, son quasi tutte composte di Albanesi, ai quali un resto di greco sangue scalda le vene e li rende i meno imbelli tra i seguaci dell’Islamismo; pure tentano inutilmente metter piede a terra: i Greci li respingono e ne fanno strage. Delusi nel primo tentativo si ritirano; facendo il giro dell’isola, rischiano un secondo sbarco nella parte opposta alla città, e riescono a scendere là dove una spiaggia circondata da alti scogli credevasi abbastanza difesa dalla natura, nè si pensò quindi a munirla delle difese dell’arte: colà duemila Albanesi sbarcano, e s’incamminano per assalire la città; poi, mentre i Greci son costretti a riunirsi per respingerli, il resto delle truppe sbarca sui diversi punti, ove non trova più opposizione. Così dodicimila barbari assetati di sangue, premono il suolo di Psara. Il giorno spunta, ed i Greci conoscono allora tutta l’estensione del loro pericolo.
Alessio sta con Eutimio e con altri pochi valorosi a guardia di un forte fuori della città, i Turchi l’assalgono furibondi.
“Che dee farsi?” dice Alessio, stringendo la mano dell’amico. “Essi hanno superato ogni argine, e vedi…. siamo già circondati.”
“Ebbene,” risponde Eutimio, “si tenti d’aprirci una via colla spada.”
Sbaragliando, atterrando, uccidendo, escono illesi dal forte…. non ne erano ancora lontani, quando un altro forte, situato a poca distanza, con spaventevole scoppio saltò in aria, avvolgendo nelle rovine settanta eroi della Croce, e duemila infedeli. I due amici entrano nella città; vi si combatte con furore; le posizioni fortificate sono tuttavia in potere dei Greci; se però tarda l’arrivo del chiesto soccorso, dovranno cederle morendo. Gli assassini saccheggiano le case, strappano le vergini dalle braccia delle madri, e il fragore della battaglia è misto a un suono incessante di lamenti e di gemiti.
La disperazione rende feroce la tenerezza, molte madri uccidono i cari pargoletti, poi trafiggono il proprio petto, rinnovando così (in parte almeno) l’esempio della madre ebrea…. Quel fatto orribile fu allora il pegno dell’ira d’Iddio; ma i Greci, fra i quali sì di sovente or rinnovasi, meritarono essi lo sdegno celeste combattendo per i dritti più sacri?… Arcana impenetrabil sapienza! il misero figlio della terra deve soffrire, adorarti e tacere!
I due amici sperano arrivare fin là dove i Greci combattono ne’ luoghi fortificati; un torrente di nemici li assale e respinge; retrocedendo, in una strada deserta incontrano due vergini trascinate da quattro Albanesi. “Fratelli, soccorreteci,” esse gridano. – I magnanimi si slanciano contro i rapitori, e li uccidono; le vergini alzano al Cielo le mani in atto di riconoscenza; ma alte grida rimbombano…. Ecco, dai due lati della strada giungere altri scellerati…. son molti…. “Chi ci salva?” esclamano le misere. Alessio offre loro un pugnale; quella che prima lo afferra se lo immerge nel petto, poi lo porge grondante di sangue alla compagna, che segue il suo esempio…. Cadono, e: “Grazie, fratello!” sono le loro estreme parole.
Alessio assalito si difende al fianco d’Eutimio, si fanno largo fra la moltitudine assalitrice; e vedendo impossibile farsi strada fin là dove stanno i Greci, volgono il pensiero ad uscire dalla città. Stanchi, carichi di ferite, vi riescono alfine, prendono la via della grotta e protetti dalla notte vi giungono illesi. Prima di entrarvi odono venir dall’interno un suono di molte voci: son voci d’uomini, oh spavento! certo i Turchi hanno scoperto il nascondiglio d’Evantia!… Evantia o è morta o schiava…. Mentre Alessio si è fermato per radunar le sue forze, ed Eutimio riflette al partito cui fa d’uopo appigliarsi in circostanze sì disperate, i nuovi abitatori della grotta escono e li circondano. “Chi siete?” domanda in greco una voce, che Alessio conosce esser quella d’uno Psariotto…. Oh gioia! è in mezzo di Cristiani e fratelli…. Evantia è salva…. rivedrà Amina. Questi passaggi rapidissimi dalla speranza al timore, dalla disperazione alla gioia, non si esprimono, ma il cuore sa comprenderli, benchè appena accennati.
Eran coloro un drappello di Psariotti, cui non fu possibile unirsi ai combattenti nei forti e nella città, e che inseguito da numerosa schiera di barbari aveala vinta e dispersa; ritirati nella grotta i valorosi, attendevano ora a ristorarsi col riposo, per sostenere poi nuovi assalti.
Le donne che fino a quel punto erano rimaste nel nascondiglio, udita la voce d’Alessio escono, e il piacere di rivedersi sopisce per qualche momento ogni dolore: Eutimio accende nel fondo della grotta la lampada, compagna delle sue veglie; gli Psariotti fanno vicendevole guardia all’ingresso. Sebastì medica le ferite di tutti, e un raggio di calma splende nell’asilo della sventura.
Amina cerca inutilmente gli sguardi d’Alessio, ei par non veda che Evantia; e piena di dispetto e di sdegno, la prigioniera si ritrae in un angolo della grotta: colà, mentre i suoi sguardi errano vagamente su gli oggetti che la circondano…. un uomo a lei più vicino degli altri attrae e fissa la sua attenzione. Sta appoggiato ad un masso, dal quale sgorga una vena d’acqua limpidissima, e cadendo con melanconico mormorìo tra altri massi si smarrisce in sotterranei sentieri; la luce della lampada batte in linea retta sopra il suo viso, è pallido, sparuto, e scosso tratto tratto da un tremito convulsivo…. guarda attentamente l’acqua che cade…. v’immerge la mano…. se la porta alla fronte, poi l’appoggia sul pugnale, che tien fitto nella cintura. Amina comprende che quell’uomo è il più disgraziato tra i suoi compagni; se gli accosta desiosa d’interrogarlo, ei la guarda e si rivolge al cader dell’acqua, ma essa gli sta immobile davanti. Il dolente rialza gli occhi…. si fissano su le vesti d’Amina…. si scuote…. corre rapidamente verso i compagni.
“È greca costei?” domanda.
“No,” risponde Sebasti, “è mussulmana, e moglie d’un agà.”
“Egli la piangerà, come piango io la mia Elena.”
“Che vuoi tu fare?” grida Alessio, vedendolo tornare verso Amina con aspetto truce e minaccioso.
“Vendicar Elena.”
“Su chi?”
“Costei è turca.”
“Tu vaneggi, scostati….” e afferrandolo lo trattiene.
“Ma non sai tu che mia moglie è stata prima contaminata, poi morta? ch’io ne ho veduto poc’anzi il cadavere sfigurato sulla soglia della mia casa?”
“Disgraziato marito!”
“Dunque costei tornerà al suo sposo! farà felice uno de’ mostri che si sono lordati del sangue della mia Elena!… No, la trascinerò morta, straziata, fuori della grotta; Iddio vi condurrà l’assassino, la vedrà, piangerà, si dispererà com’io mi dispero!”
“Lasciatelo,” dice Amina, “a me nulla importa il vivere; ma tu, misero, sappi che morta nessuno mi piangerà, nessuno sarà per me disgraziato: tu solo, vedendo il mio cadavere, ti affliggerai d’avermi senza frutto immolata.”
“Nessuno ti ama?”
“Ah! nessuno.”
“La mia Elena era tanto amata!”
Lo sventurato cessa di divincolarsi fra le braccia dei compagni, versa abbondanti lagrime, e il suo animo indurato dall’atrocissima angoscia si ammollisce col pianto.
“Era bella,” ei continua interrotto dai singhiozzi, “era buona…. quand’io tornava dal mare, mi veniva incontro prima che la chiamassi; dianzi ho chiamato…. non mi ha risposto. La madre stava seduta fuori della porta sopra un mucchio di pietre con le braccia pendenti, e con gli occhi chiusi…. che doveva guardare? sua figlia era morta!… Madre, gridai, così dormi?… aprì gli occhi, alzò una mano, e m’accennò il cadavere d’Elena…. Io non piansi…. la baciai e caddi…. Perchè mi avete qui trascinato, invece di condurmi dove si combatte e si muore? Donna…. non temere, sono tranquillo…. non voglio il tuo sangue…. voglio quello degli assassini.”
“Ohimè!” esclama Evantia, “nulla può renderti la tua Elena!”
“È vero, ma la vendetta è come la rugiada, fa bene.”
L’uomo che invigila sull’ingresso della grotta rientra per annunziare d’aver inteso un prossimo calpestìo; seguìto dai compagni torna a porsi in osservazione e, malgrado dell’oscurità della notte, distinguono essere un solo l’individuo che lentamente avvicinasi. È Turco, o almeno tale sembra alle vesti: si risolve d’arrestarlo, per aver novelle di ciò che succede nella città.
Alessio si slancia il primo verso di lui: “Renditi o sei morto,” gli grida.
“Son ferito,” risponde in greco, “non mi difendo.” Si lascia trarre nella grotta, dove gli Psariotti ravvisano in lui il capo della schiera, che aveali assaliti e fu vinta. Caduto a terra ferito, fu abbandonato da’ suoi, che si diedero a fuggire in disordine; ora, riavutosi alquanto, errava alla ventura, sperando incontrarli. Egli non trema, solleva la fronte, e guarda con fierezza i Greci meravigliati di trovare tal contegno in un Turco prigione.
“Uccidetemi,” dice con voce ferma e tranquilla.
“Sei ferito,” risponde Alessio, “noi non siamo carnefici…. Ma, dimmi, sei tu veramente quale ti mostri? I Turchi sono audaci coi Greci inermi, e timide lepri in faccia agli armati…. tu però….”
“Che t’importa di ciò ch’io sia,” risponde, interrompendolo il Maomettano; “son vostro nemico, come tale devi trattarmi, nè chieder altro.”
“Superbo! per noi i nemici vinti son uomini disgraziati, sappiamo rispettarli ed assisterli…. siedi…. riposati. Sebastì accostati, e vedi se sanabili sono le sue ferite…. tu sai medicarle.”
“Medicar le ferite d’un Turco! Vergine celeste!… tutta l’acqua dell’Arcipelago non basterebbe a purificarmi.”
“Lasciatela in pace,” dice il ferito col sorriso dell’ironia, “non voglio che per me si contamini.”
“Hai bisogno di soccorso,” riprende Alessio, “costei non può ricusartelo.”
“Eh! quanta compassione!” grida un altro Psariotto, “le nostre mogli, i nostri figli muoiono in questo momento, e nessuno li soccorre.”
“Tanto più divenite degni d’ammirazione, rendendo bene per male,” risponde Eutimio, che fino a quel momento era rimasto muto spettatore di quanto accadeva.
“Chi ha parlato?” chiede il Maomettano.
“Lo straniero,” rispondono gli Psariotti.
“Sì, uno straniero che morrebbe contento, se i suoi ultimi sguardi vedessero la Grecia trionfante.”
Il ferito, sempre più colpito dal suono della voce d’Eutimio, vorrebbe accostarsi a lui; ma le forze gli mancano, nè può reggersi in piedi, e il debole splendore della lampada non gli permette di ben distinguerne le sembianze…. Eutimio è anch’egli agitato, un doloroso pensiero gli lampeggia alla mente…. si accosta…. ambidue si guardano in silenzio.
“In nome del Cielo! chi sei?” domanda primo il Solitario.
L’altro: “Ti ho conosciuto, conoscimi tu pure,” risponde sollevandosi, e gettando l’ampio turbante che gl’ingombrava la fronte.
“Ernesto!”
“Sì, il tuo amico. “
“Sei tu amico d’un vile apostata?” esclamano gli Psariotti, e le braccia d’Eutimio, già aperte per istringere lo sciagurato, ricadono.
“È tuo compatriotto?” gli chiede uno di quei magnanimi.
“No,” risponde, “la sua infamia non ricade sul mio capo; ma l’amai, come perdonare a me stesso d’averlo amato!… no…. io non so ancora persuadermi che tu sei Ernesto.”
“Son quello.”
“Non venisti tu in Grecia per difendere la sua libertà?”
“È vero.”
“E invece vendesti a’ suoi tiranni il tuo onore!”
“Ascoltami, e saprai il perchè sì diverso da quello di prima mi trovi. Nel primo bollore del giovanile entusiasmo, vedendo la mia nazione tornata dopo il giro di molte e diverse fortune sulle vie dell’antico stato, dissi in me stesso: Maladetto chi ecciterà nuovi tumulti, chi farà scorrere nuovi fiumi di sangue su questo suolo, poichè la rugiada basta a fecondare il suolo non atto a produr altro che fiori. Così pensando rimasi inerte nella casa paterna, finchè all’echeggiare della tromba che si fece udire d’oltre i monti, che dividono dalla tua la mia patria, scesi, volai, e tu mi vedesti combattere non da vile al tuo fianco. Poichè ti vidi gettare lunge da te l’inutile spada, udendo che in Grecia si oprava, venni in Grecia colla mente piena dell’antica sua gloria; trovai la discordia tra’ primati, l’odio tra i capitani, combattei, soffersi fatiche e stenti; l’odio di un primate mi suscitò contro l’accusa d’aver segreta intelligenza co’ Turchi, fui condannato a languire per molti anni in un carcere; potei fuggire, e pieno di disprezzo per la mia e per la tua nazione, d’ira e di rancore contro i Greci…. mi feci turco….”
Egli tacque: Eutimio e gli Psariotti, mestamente guardandosi, parevano non trovar parole per condannarlo.
“Infami” disse primo Alessio “coloro che degradano la santissima causa!”
“Infami” riprese un altro Psariotto “coloro che non tengono conto anche d’una stilla di sudore sparso in nostro pro da gente straniera.”
“E più infami” soggiunse Eutimio “gli stranieri che insultano i Greci, perchè avendo in mente di trovar qui degli angioli non trovarono che uomini, e vogliono far cadere su di loro l’onta e il danno della propria stoltezza. O tu sciagurato! che ti lamenti? Fuvvi mai nascente Stato senza contrasti, discordie, gelosie, ed anche senza delitti? Forse nessuno de’ Greci subì la tua stessa condanna? e su te solo, come straniero, cadde la sorte? no. Fatto parte d’una nazione in tempesta, fosti vittima di un sospetto, e un sospetto basta a far proferire la condanna d’un solo, dove trascurato può perder tutti; se poi ti lamenti che il sospetto fu insidia di chi voleva la tua rovina; per aver dritto d’odiare uno o anche diversi individui, acquistasti perciò il dritto d’odiare una intiera nazione? Vile egoista! sacrificasti a private abbiette passioni l’amore del bello e del giusto, t’unisti agli oppressori de’ Greci, perchè questi in tant’anni di schiavitù parteciparono a qualcuno de’ loro vizii; per punire l’avidità del potere di pochi mal augurati spacciatori di dottrine e di leggi, e l’orgoglio di capitani selvaggi come le native montagne, ti facesti carnefice di popoli innocenti, armati a difesa di santi dritti, e che degli uni e degli altri son pur essi la vittima. Mori non pianto, l’odio d’ogni cuore ben nato stia eternamente con l’esecrate tue ceneri….”
L’apostata pareva profondamente commosso.
“È vero,” disse, “la mia immaginazione vagante sempre lunge dal vero mi ha perduto!”
“Ma,” domandò Alessio, “quando vedevi i miei fratelli affrontar pochi le vostre migliaia, non sentivi alcun moto nell’anima?”
“Io li ammirava senza cessare d’odiarli, ed anzi più mi sdegnava, vedendo che gli uomini più vicini al modello, che del vero patriottismo io m’era creato colla fervida fantasia, ne fossero ancora tanto lontani…. Generosi Psariotti, condannatemi, ma non mi confondete con quei miserabili, che vendono a prezzo d’oro il loro sangue a’ vostri nemici, e dirigono freddamente le armi destinate a distruggervi. L’inesperta ardente giovinezza, e il giudicar male delle cose e degli uomini, mi hanno immerso nel baratro, donde non si risorge.”
Eutimio gli stende la mano.
“Fratelli, perdoniamolo,” esclama, volgendosi agli Psariotti.
“Lo perdoni Iddio, come lo perdoniamo noi tutti,” rispondono ad una voce.
Sebastì, intenerita da quanto ha ascoltato, offre allora di medicarlo.
“Buona madre,” le dice Ernesto, “vi son grato, le vostre cure sarebbero bensì inutili, la piaga è mortale:” e aprendosi le vesti mostra il petto squarciato. “Anche pochi momenti,” soggiunge, “e andrò a udire più tremendi rimproveri.”
“Spera, disgraziato,” gli dice la pietosa Evantia; “se gli uomini ti perdonano, perchè non dovrà perdonarti Iddio tanto più buono degli uomini?”
“Dove ricorrerai,” riprende Amina, “se morendo rinneghi il Profeta? egli ti scaccerà e ti scaccerà anche il tuo Dio.”
“Purtroppo!” risponde il moribondo, “ho abbandonata la religione de’ miei padri, ho oltraggiato Iddio! In quest’ora suprema, dove l’umana debolezza ha più bisogno della misericordia divina…. io non ardisco implorarla…. io sento adesso il mio nulla, e l’onnipotenza di quello che mi punisce e vendica la religione e l’umanità calpestate…. Ho una madre…. deh, non sappia mai che suo figlio muore esecrato dagli uomini…. maledetto da Dio!… non costringete il cuore d’una madre a maledirmi!…”
Egli manca…, un gelido sudore spunta sulle livide guance…. straziato da atroci spasimi si contorce, e il suo viso diviene spaventevole…. Volge in giro gli occhi spalancati, dove sta impressa la disperazione d’una impura coscienza…. ecco…. si fissano nel dolce viso d’Evantia, e la fisonomia del moribondo si rasserena…. Ne’ delirii dell’agonia crede veder in Evantia l’angiolo consolatore, nunzio del celeste perdono…. con un ultimo sforzo ei si solleva, vuol prostrarsi…. e in quell’atto ricade e spira…. Gli astanti colpiti da pietà, da terrore, si prostrano implorando pace per l’anima del defunto; niuno ergendo in quel momento supplichevoli voti all’Arbitro de’ destini, prega per sè medesimo.
La guardia entra di nuovo per annunziare che un piccol legno nemico approda a quella spiaggia, davanti alla grotta. È già l’alba, la grotta può esser vista e visitata “Stiam pronti.” Lo siamo…. Evantia trema, ma non per sè; Amina ha osservata una pistola accanto alla lampada, sentendola carica, se ne impossessa e la nasconde fra le vesti, poi senza far motto si pone al fianco d’Alessio. Le grida de’ Turchi che sbarcano, rimbombano nella grotta “Al saccheggio, a distruggere i ghiaur.” Gli Psariotti fremono, il sangue bolle nelle vene de’ valorosi.
“I fiacchi si nascondono…. noi abbiamo sempre mostrata la fronte al nemico…. esciamo…. facciam fuoco su gl’infedeli;” così bisbigliano, agitando le armi.
Eutimio li tiene a freno: “Serbatevi a più utili imprese…. non spendete inutilmente la vita…, la patria chiederà vendetta…, chi le risponderà se niuno si salva? chi compirà la vendetta?”
Gli altri si calmano, l’infelice marito d’Elena non può ritener lo scoppio del suo furore, egli si slancia fuori della grotta; si sente tosto la scarica del suo fucile, e il grido dei Turchi. Allora Eutimio e gli Psariotti non esitano a correre in suo soccorso, assalgono gl’infedeli che sorpresi, spaventati si ristringono verso gli scogli, per cercare scampo sopra il naviglio. Il capitano, che in quel punto è sceso a terra, li rimprovera e li fa retrocedere; il suo aspetto è maestoso e terribile, egli s’avanza tra i primi…. i Turchi son quaranta, quattordici i Greci.
La zuffa comincia con pari ardore; il rimbombo delle scariche copre le grida. Evantia e Amina non soffrono di rimanere nella grotta…. escono…. i loro sguardi cercano Alessio; spinto dal suo infrenabile ardire, egli si è inoltrato sulla punta d’uno scoglio inseguendo un Turco;… lo raggiunge e l’uccide; ma al momento istesso una palla di fucile lo coglie nel braccio destro; incapace di più regger la spada ei la lascia cadere, mentre il capitano del naviglio turco viene verso di lui; Eutimio, occupato a difendersi contro molti assalitori, non può soccorrerlo; grande è il pericolo del giovine, è solo e disarmato. Evantia getta un grido, vorrebbe correre, le forze le mancano…. vacilla e stramazza sul suolo priva di sensi…. Amina corre, si precipita su gli scogli, e raggiunge il capitano prima che possa ferire Alessio colla sua scimitarra.
“Fermati,” grida in turco, “fermati….”
Ei si volge, la guarda:
“Amina!”
“Selim!”
I due sposi si guardano meravigliati.
“Lascia che finisca d’esterminare questi ghiaur,” dice il capitano alla donna, “poi ti condurrò sul mio legno.”
Ella si prostra a’ suoi piedi.
“Risparmia costui, egli è stato compassionevole colla tua sposa.”
“Tu tremi per lui!… donna infame…. tu l’ami!”
“Salvalo.”
“No.”
“Salvalo in nome del Profeta…. vedi…. è ferito.”
“Amina,… non pregare,” esclama Alessio.
“Mori,” grida Selim, e già tenendo la scimitarra in alto si avanza…. Amina lo precede, colla rapidità del lampo impugna la pistola che avea nascosta, la scarica e ferisce Selim nel petto…. Egli getta un urlo spaventevole, e cade.
“Che facesti!”
“Ti ho salvato!” e in quel momento Eutimio e gli altri Psariotti inseguono sul naviglio il resto dell’equipaggio.
Alessio chiede d’Evantia, Amina gliel’addita: “Ella t’ama, ma io t’ho salvato!”
Selim non è ancor morto, la gelosia rianima le sue forze, egli si trascina inosservato fin presso Amina, e alzata a due mani la scimitarra coglie la donna nel destro fianco, e vi apre profonda e mortale ferita; poi, avendo con tal atto esaurite le forze, ricade esalando lo spirito. Alessio sostiene, benchè ferito nel braccio, la trafitta donna.
“Muoio,” ella dice, “muoio per te!”
“Amina!” ei ripete gemendo…. “cara Amina!”
Evantia, tornata in sè stessa, vede la sua rivale tra le braccia d’Alessio.
“Spergiuro! mi ha abbandonata!… temeva gli rapissero la diletta…. la tiene stretta al seno;…” e l’addita a Eutimio e agli altri, che tornano dall’aver ucciso fin l’ultimo Turco dell’equipaggio.
“Nol vedi?” risponde Eutimio, “ella è coperta di sangue, corriamo allo scoglio.”
Evantia lo precede; al vederla: “Egli è salvo,” le dice Amina, “non tremare…. son io che muoio, ma io l’ho salvato e muoio per lui…. egli deve piangermi e amarmi.”
La pietà domina ogni altro sentimento nel tenero cuore della vergine, ella assiste la sua rivale e vuol sostenerla…. Amina la respinge: “Egli solo!” dice, “non invidiarmi pochi momenti, poi sarà tuo per tutta la vita….”
Vorrebbero trasportarla nella grotta: “Fermatevi,” dice, “il più picciol moto mi fa morire. Alessio! fa ch’io senta ancora il suono della tua voce! Vedi là mio marito, egli ha fatto bene ad uccidermi…. così siamo senz’obblighi l’uno verso dell’altro…. ora per tutta l’eternità non penserò che a te solo! dimmi anche una volta: Cara Amina!… guardami…. addio!…”
Egli preme la mano sul cuore della moriente…. è immoto: “Amina! Ahi non è più!”
La tolgono dalle sue braccia, ei si distacca a stento dal diletto cadavere; Evantia gli sta allato; ma ei non la guarda, gustando almeno nell’amarezza del suo cordoglio il conforto di potersi occupare d’Amina senza rimorso, d’aver il dritto d’amarla e di piangerla.
“Compagni,” dice Eutimio, “non v’è tempo da perdere, il Cielo ci apre una via di salvezza, approfittiamone: montiamo sul naviglio rimasto deserto, e si navighi verso Idra…. saremo salvi.”
“Al mare….” gridano gli Psariotti; ma Alessio niega gettarvi il cadavere d’Amina.
“Partite,” risponde ai compagni, che lo pregano di seguirli; “io resterò a seppellirlo sotto il cipresso.”
Commossi dal suo dolore e vedendolo irremovibile nella presa risoluzione, essi ritardano la partenza, e si affrettano a scavare una fossa sotto l’ombra dell’albero, che dovea custodire le ceneri del Solitario; così la Provvidenza schernisce gli umani proponimenti! La fossa è pronta; Alessio, assistito da’ compagni, vi stende l’amata salma, e imprime sulle gelide labbra d’Amina il primo e l’ultimo bacio…. Ecco…. la terra nasconde per sempre quel viso, ove sì vivo balenava il raggio delle bollenti passioni…. Alessio ha preso con mano tremante il primo pugno d’arena per gettarlo sopra la fossa…. ma non ne ha la forza, e si allontana piangendo…. L’opra è compita…. egli si prostra, bacia quella terra divenuta sacra per lui…. Eutimio lo rialza, s’imbarcano; appena lontani dal lido incontrano la flotta greca, che si affretta a soccorrere Psara e a scacciarne i barbari. Giunti a Idra, gli Psariotti non feriti ripartono, per partecipare de’ pericoli e della gloria de’ loro compatriotti; Alessio e Eutimio, inabili a regger l’armi per le molte e gravi ferite, rimangono. Là un santo nodo unì Alessio ad Evantia, ma anche ai piedi dell’altare Amina ebbe un sospiro dal cuore d’Alessio. Egli condusse Evantia e Sebastì all’isola d’Egina, divenuta l’asilo delle famiglie Psariotte, poi partì con Eutimio per unirsi ai vendicatori della sua patria; il Saggio, trascinato dalle circostanze, avea ricinta la spada, nè poteva più deporla senza viltà, finchè non gli fosse dato di tornare tranquillamente al suo asilo. Il legno che portava i due amici passò davanti alla spiaggia, ove l’alto cipresso custodisce il sepolcro d’Amina…. tramontava il sole…. Alessio additò a Eutimio il cipresso…. non parlò, ma strinse fortemente la mano dell’amico…. e finchè vide l’albero e la spiaggia…. stette muto…. e non pianse!