Angelica Palli Bartolommei – Calliroe

Nacqui alle falde del Taigeto, e amai Calliroe sino dai primi anni infantili! Anch’ella mi amava, e le nostre famiglie, che avevano risoluto di unirci fino dal giorno, in cui nacque Calliroe (due anni dopo quello della mia nascita), erano liete nello scorgere che l’obbedienza alla loro irrevocabile volontà non riuscirebbe grave per noi.
Calliroe cresceva bella come le antiche Ninfe, ornamento delle floride campagne, framezzo alle quali serpeggia l’Eurota. Il tempo e la servitù non tolsero al nostro paese i doni, de’ quali gli fu larga natura; le sue vergini sono tuttavia la divina immagine della bellezza accompagnata colle grazie e colla verecondia; ed era fra tutte Calliroe la più degna di ammirazione e d’amore.
Nati in luoghi alpestri, che i Mussulmani anche prima della sollevazione dei Greci guardavano da lontano senza avere il coraggio di porvi il piede, noi non eravamo legati dalla dura legge che prudenza imponeva ai nostri fratelli abitatori delle città e delle pianure. Le fanciulle non erano costrette a vivere sepolte fra le mura della casa paterna per non accendere della brama di sè gli sfrenati dominatori della Grecia; imperocchè nessun Turco avrebbe osato inoltrarsi fra le scoscese gole che conducono al nostro villaggio, di cui mio padre e quello di Calliroe erano i primati.
Io vedevo ogni giorno quella soavissima creatura, e bevevo nei suoi sguardi, nell’armonia delle sue parole il nettare dell’amore, che soddisfatto del suo presente poco pensa all’avvenire, benchè sappia di doverne ottenere un tesoro di felicità nuova e illimitata. Ma, ohimè! i nati su questa terra, ove tutto è mutamento continuo, non potrebbero durare immobili così nel bene come nel male, senza che infrante cadessero le norme imposte dall’arbitrio della natura al tenore della vita umana. Il mio dolce vivere si trasformò in amaro appena ebbi compito i diciotto anni. – Anche fra le nostre quasi selvagge dimore la passione del sapere era venuta ad infiammare le anime degli Elleni, che si preparavano di nascosto a combattere i loro oppressori. I padri anelavano alla gloria di consacrare i figli alla guerra della libertà contro il tiranno, e una voce istintiva gli avvertiva che quella guerra per estendersi doveva anche essere guerra dell’incivilimento contro la barbarie. Ogni famiglia si spogliava perciò dei pochi averi, di cui poteva disporre, per inviare i giovani alle università di Alemagna, di Francia e d’Italia. I miei genitori erano vecchi, ed ebbero rossore di non fare quello che i poveri facevano a furia di sacrifizii; per la qual cosa fu risoluto di mandarmi in Toscana all’università di Pisa, per istudiare la filosofia e le lettere.
L’annunzio di quella risoluzione fu un colpo di folgore per Calliroe e per me. Io non avevo ambizione, perocchè nell’animo mio dominavano tre affetti supremi: l’amore, la patria, la famiglia! Da questi soltanto dipendeva la mia felicità, e il distacco da quei luoghi ove m’era conceduto darmi in balìa di tutta la loro divina dolcezza, tornava lo stesso che un condannarmi ad una vita piena di affanno.
Mentre la partenza per la Toscana era a me crudele sventura, agli occhi di Calliroe essa era il termine del mio amore. L’Italia, a parer suo, dovea di necessità indurmi ad obliare i miei giuramenti; e ormai ella risguardava sè stessa come una creatura serbata all’abbandono. Ella aveva udito lodare la bellezza, la grazia, lo spirito vivace delle donne italiane, e le pareva cosa impossibile ch’io potessi resistere all’incanto delle loro attrattive. Io mi sdegnavo pei suoi timori, e l’amavo di un amore che vinceva tutte le seduzioni, di cui ella compiacevasi a mettermi sott’occhio il quadro, disegnato dalla gelosia; io stringeva la sua mano sul mio cuore, e: “Qui,” le dicevo, “tu starai sempre sola!”
Venne il giorno della partenza, e Calliroe nel dirmi addio non pianse, perchè il suo dolore troppo intenso non le concedeva lo sfogo delle lagrime. I suoi grandi occhi neri avevano una espressione che straziava l’animo mio più assai che non avrebbero fatto le grida e i singhiozzi della disperazione; si affissavano in me colla pupilla dilatata, priva di scintillazione; io osai stringerla fra le mie braccia in presenza di sua madre, che esclamava ad ogni momento: “Vergine Santissima, abbiate pietà di lei!” Calliroe non fu ardita d’accostare il suo viso al mio, ma chinò la fronte sul mio seno, il pianto sgorgò dalle già chiuse latebre del petto…. ed ella fu tolta al pericolo di uscire della mente.
M’imbarcai, ed in pochi giorni arrivai a Livorno, da dove mi condussi subito a Pisa. L’aspetto malinconico di quella città spopolata, la magnificenza de’ suoi edifizii, la maestà che spira dal corso dell’Arno per chi si fa a contemplarlo dal Ponte di Mezzo, la Metropolitana, il suo antico Cimitero, fecero sulla mia immaginativa un senso profondo a un tempo e soave…. Seduto sui monumenti del Cimitero io pensavo a Calliroe, alla Grecia, ed alla prisca grandezza del popolo, di cui calcavo le ceneri! Due pensieri solenni mescendosi a quello dell’amor mio, lo inalzavano sopra alle volgari passioni, essendochè le care sembianze dell’adorata fanciulla si avvicendavano colla nobile immagine della patria, e accanto all’una e all’altra io vedevo sorgere una forma bella, di quella bellezza che sembra non poter mai essere avvivata dal lampo di un riso; e quella forma rappresentava per me la città di Pisa! I miei compagni di studii mi tormentavano, perchè io partecipassi ai loro sollazzi, e vagheggiassi con essoloro le fanciulle e le spose che ai passeggi ed ai teatri facevano pompa di sè; ma io li pregava di lasciarmi alle mie meditazioni solitarie, e sorridevo dei loro motteggi. Calliroe mi scriveva alcuna volta lettere brevi e semplici, e neppur io rispondendole osava esprimerle il mio intimo sentire. Passarono due anni, lunghi, uniformi, nei quali studiavo senz’amore, ma pure studiavo; e che altro dovevo fare io, giovane estraneo alla tumultuosa vita de’ coetanei che meco frequentavano le aule universitarie? Ad un tratto l’annunzio della sollevazione del Peloponneso venne a scuotermi dal letargo, nel quale mi pareva di essere immerso, e tutti i miei affetti sursero come flutti tempestosi dal profondo del petto: amante, figlio, elleno, io ritrovai tutta l’energia delle mie potenze, io sentii la vita circolare nelle mie vene al pensiero dei pericoli, cui erano esposti gli oggetti dell’amor mio. Corsi a Livorno, e trovato in questo porto un naviglio che stava per salpare alla volta di Giacinto, vi salii, e giunto a quell’isola noleggiai un piccolo legno, che in poche ore mi portò alla terra di Sparta.
Mio padre mi accolse come sapesse già che io dovevo arrivare, ed abbracciandomi mi disse: “Io fidavo in te. – Fratelli,” soggiunse poi, volgendosi ai primati di Màina che sedevano con lui a consiglio, “ecco un altro soldato della libertà!”
Io stetti seco due interi giorni senza avere il coraggio di chiedergli il permesso di andare al nostro villaggio per rivedere Calliroe e prostrarmi sul sepolcro di mia madre, morta tre anni prima della mia partenza per l’Italia. Aiutandolo nelle sue molteplici cure, mi accorgevo di riuscire di alcun utile a lui ed alla patria, nè potevo risolvermi a lasciare il campo, ove a lui eransi uniti tutti i capi dei distretti e i primati de’ villaggi di Màina. Finalmente ebbi da lui medesimo l’ordine di condurmi sui nostri monti per raccogliere le provvigioni necessarie ai combattenti. Montai a cavallo, volai su per gli scoscesi dirupi che abbreviano la strada, facendola passare attraverso vette quasi inaccessibili, torrenti gonfi e precipizii.
Tosto che Calliroe mi rivide, mise un grido, e gittatasi in ginocchio dinanzi ad una sacra immagine, a cui dalla sua infanzia era solita fare orazione mattina e sera, chinò il capo sul seno e pianse di consolazione. Io la rialzai, e, appoggiandola a me, mi feci a guardare il suo viso, bello tuttavia, ma le rose ne erano sparite! La fanciulla era magra e pallida; e in quella magrezza, in quel pallore aveva qualche cosa di etereo, e mi attraeva a sè più di quando l’avevo lasciata nel fiore della salute e della bellezza!”
“Hai molto sofferto,” le dissi, guardandola nel fervore della passione.
“Hai tu desiderato che io non soffrissi lontano da te?” mi rispose ella in voce di dolce rimprovero.
“No, no,” esclamai, “perchè anch’io soffrivo e non potevo desiderare che tu fossi lieta.”
La madre di Calliroe interruppe il nostro colloquio, e mi parlò delle voci che si divulgavano nei villaggi di Màina, del prossimo irrompere nel Peloponneso di un esercito turco; io tentai tranquillarla, esponendole gli argomenti, pei quali era da sperare nelle forze dei sollevati, e riuscii ad acquietarla alquanto. In questa Calliroe taceva, e parea non partecipasse ai timori della madre.
“Che ne pensi tu?” le domandai, “non è vero che i nostri sono uomini valorosi?”
“Sì,” rispose.
“E per questo sei tranquilla?”
“No, la fortuna può tradire i valorosi; ma tu sei tornato, ed io sono sicura di vivere o di morire con te!”
“Calliroe, il tuo amore schietto, appassionato, mi empie il cuore d’una voluttà celeste: io sono amato! amato davvero! Quanti sono gli uomini che possono dire altrettanto ed essere sicuri di dire il vero?”
Tornai all’accampamento dei nostri risoluto a chiedere al padre di Calliroe l’adempimento delle sue promesse; ed appena mi trovai solo con lui gli dissi: “I Turchi non tarderanno a invadere il Peloponneso; la guerra sarà lunga e terribile, noi saremo forse costretti a separarci dalle nostre famiglie, inviandole nelle Isole Ionie per non essere ridotti a tremare per loro, e io non devo esporre il mio affetto per la vostra figliuola agli eventi dubbii della guerra.”
“Val quanto dire,” rispose Ciriaco, “che vorresti fare le nozze prima di combattere.”
“Sì, lo vorrei.”
“Ed io non voglio.”
Il fiero Spartano avea finito di dire queste parole; quando entrò mio padre, e vedendomi afflitto domandò se vi fosse qualche trista nuova.
“Nulla, nulla,” rispose Ciriaco; “questo ragazzo si è guastato il cervello laggiù fra i letterati! Pensa a nozze invece di pensare a battaglie.”
Mio padre fu anch’egli di opinione che i miei sponsali dovessero rimandarsi a tempi più quieti, nè io osai contradirlo.
I Turchi invasero la provincia di Màina, e a vicenda vinti e vincitori noi pugnammo disperatamente. Le nostre donne, i vecchi e i bambini furono ricoverati nelle selvaggie gole dei monti, ed io fui scelto ad accompagnarli; ma Calliroe, non volendo staccarsi da suo padre e da me, ci scongiurava di lasciarla rimanere vicino a noi.
“E se i Turchi trionfassero?” le dissi io; “se tuo padre perisse combattendo ed io con lui?”
“Tre morti possono entrare nella fossa scavata per due,” rispose la vergine, sorridendo di un sorriso dolcissimo e tutto suo.
Le lagrime della madre la persuasero a partire, e poichè l’ebbi condotte in luogo di sicurezza, diretto dal dovere, volli congedarmi da lei. La donzella, suffuso il volto d’una luce divina, assunse cotale un atteggiamento solenne, che io fui preso quasi da riverenza.
“Stefanio,” mi disse, “se tu vai lassù (e accennò il Cielo), con qual titolo verrò a raggiungerti? Come otterrò dal Signore di stare con te per tutta quanta l’eternità?”
“Col diritto dell’amore,” risposi.
“Non basta,” replicò, “bisogna ch’io sia tua moglie, che possa dire: Signore, il mio luogo è accanto a lui: concedimi di riprenderlo.”
“Tu conosci il volere dei nostri genitori,” le dissi.
“Obbediamo a loro nelle cose terrene,” ella riprese a dire sempre più infervorandosi, “ma non in quelle che appartengono al Cielo, all’eternità…. perchè io sono sicura che quaggiù non ci rivedremo; e prima di separarci preme che sia tolto qualsivoglia ostacolo alla nostra riunione in un’altra vita.”
Io tacevo, ma il fervore dell’affetto, la felicità del sentirmi amato davvero eran palesi nei miei sguardi. Calliroe mi prese per mano, ma quella mano non tremava secondo il solito nel toccare la mia.
“Vieni,” mi disse: “la chiesa è vicina; mia madre è ammalata e non esce di camera; padre Eutimio ci aspetta, e tutte le famiglie attendono agli apparecchi della partenza; la via è deserta, e nessuno baderà a noi.”
Era già notte; mi sentivo trascinato da una forza insuperabile…. Uscimmo di casa e giungemmo alla chiesa, dove il sacerdote, già vestito della sacra stola e del manto, stava aspettandoci sulla porta del santuario. C’inginocchiammo, ed egli ci pose sul capo due ghirlande di fiori freschi: erano viole e giacinti colti in fretta nel suo giardino. Ohimè! l’essere la nostra ghirlanda intrecciata di fiori freschi era presagio che presto appassirebbe…. e i fiori che la componevano, spiravano un olezzo che ricordava le ghirlande funebri.
“Figli miei,” ci disse il buon vecchio, “ci mancano tempo e modo da compiere in tutte le sue parti il rito nuziale; nondimeno voi uscirete di qui moglie e marito.”
Calliroe avea pensato anche agli anelli, e quando quei simboli d’una catena, di cui l’amore non lascia sentire il peso, ebbero ornato le nostre mani, vidi una lagrima di gioia tremolare negli occhi di lei…. Ella era sicura di essere legata a me per tutta quanta l’eternità.
Uscimmo di chiesa: nessuno di noi poteva parlare, la commozione ci stringea le fauci. Calliroe mi si appoggiava al braccio e camminava a passo lento, come se desiderasse prolungare la via. Giunti finalmente alla porta di casa sua, là si fermò, e distaccandosi dal mio braccio: “Stefanio,” mi disse, “io sono tua moglie; morto o vivo verrai a prendermi e saremo felici qui o altrove: ora lasciamoci.”
In così dire presemi la mano, se la strinse sul cuore, la baciò, poi aprì l’uscio di casa, e varcatane la soglia: “Addio,” disse, e disparve nella oscurità del cortile.
Ricordanze delle ultime gioie da me godute sulla terra, perchè mi perseguitate? – Calliroe mi apparteneva; aveva affidato a me il suo avvenire immortale, ed io all’idea di quella immortalità mi sentivo allora capace di non curare l’avvenire terreno, transitorio; ma, oimè! Calliroe era tuttavia sulla terra, era vicino a me! nè io conoscevo che cosa fosse la separazione, la quale mette le tenebrose regioni della morte fra due creature che s’amano!
La mattina seguente, mentre eravamo in procinto di partire per le sommità dei monti, eletti a ricoverare le nostre famiglie, ecco, portato quasi a volo dal cavallo, che appena fermatosi cadde sfinito dalla fatica, arrivare Eutimete, uno dei miei più cari compagni d’arme.
“Che novelle ci arrechi?” gli chiesi coll’ansia del terrore nella voce e nello sguardo.
“Funeste!” ei rispose. “I Turchi irrompono da tutte le parti, anche dalle vie dirupate delle montagne.”
“A che dunque fare internare le nostre famiglie nei gioghi non più inaccessibili ai nemici?”
“Io vengo inviato da tuo padre a dirti di farle discendere alla marina, dove troverai modo di tragittarle a Giacinto.”
“O forse non sarebbe meglio riunirle alle genti armate, e affrontare tutti insieme il furore dei Barbari?”
“Già tuo padre colla sua schiera è lontano da questi luoghi; ha dovuto accorrere a impossessarsi d’una stretta; bisogna fuggire e al più presto.”
Eutimete partì, e noi scendemmo avviandoci alla marina, donde il rumoreggiare de’ flutti ci giungeva, simile all’ululato dei naufraghi vicini ad annegare. Calliroe sosteneva la madre, ed io vedendola pallida ed estenuata volli sottentrare al pietoso ufficio. Ma ella respingendomi: “No,” mi disse, “tu non devi badare a noi; vi sono tante creature più deboli e più soffrenti…. volgiti a loro.”
Alcuni piccoli navigli erano ancorati a quel lido, perchè l’amore degli Elleni settinsulari vegliava sempre sui loro fratelli, pronto a qualunque ardimento per sottrarli al ferro degl’Infedeli. Giacinto era a breve distanza, e il vento soffiava favorevole al salpare. Calliroe fu l’ultima delle donne raccolte nelle barche, perchè ella così volle, nè io osai oppormi alla sua volontà; ultimo degli uomini vi posi il piede io, e andai a sedermi al suo fianco.
“Tu sei salva!” le dissi, stringendole la mano.
“Ah! Stefanio,” rispose cogli occhi pieni di lagrime, “guarda come il lido si scosta! ogni onda ci allontana sempre più dalla patria.”
“La rivedremo presto,” replicai.
“Sì, la rivedremo, ne sono sicura, e nondimeno ho l’anima piena di tristi presentimenti; come quell’onda, così fugge per me la vita.”
Calliroe proferendo queste parole aveva nell’accento della voce quasi che l’eco d’un’altra voce misteriosa nunzia di sventura e di morte; io ne fui tocco, ma arrossendo del superstizioso terrore che si era impadronito di me, tentai volgere la mente di Calliroe ad altri pensieri; ella mi sorrise dolcemente, e rimase muta, guardando i patrii monti che andavano via via dileguandosi dagli occhi nostri. La nostra navicella era troppo carica, e vi fu un momento, in cui temetti che andasse sommersa nella spumante voragine, sulla quale apriva un profondo solco.
Calliroe si accorse dei miei timori, e: “Se non fosse per mia madre,” mi disse sottovoce, “io non sarei lontana dal desiderare quello che tu temi per me.”
“La morte, o Calliroe?”
“La morte in ogni modo verrà; ora verrebbe senza dolori, e un sepolcro d’alga vale un sepolcro di pietra.”
“Tu godi nell’affliggermi.”
“Perdona! ho la fantasia tetra.”
“Vivi colori non li ha neppur la mia, ma sono almeno libero e vicino a te: perchè dovrei disperare?”
Rimanemmo muti e pensosi. Alcuni dei nostri compagni d’infortunio per secondare la corrente dolorosa dei loro pensieri intonarono in coro un canto patetico e mesto: “Non vi è piaga che uguagli quella della separazione!” diceva il ritornello dei versi.
“È vero!” disse Calliroe, “lo so, e chieggo al Signore di non tornare sulle vie del passato.”
Finalmente la gaia e verdeggiante isola ospitale cominciò a distaccarsi dal lembo dell’orizzonte. Era da prima un punto nero, ma a poco per volta si sviluppò dal velo, in cui la ravvolgeva la lontananza, e i suoi colli indorati dal sole cadente fecero vaga mostra di sè. Noi tutti ergemmo le mani al Cielo, offrendo grazie alla Provvidenza per averci concesso di arrivare là, dove cure amorevoli e fraterne ci attendevano sotto tetti ospitali. Già potevamo distinguere la gente accalcata sulla riva e che ci salutava colla voce e coi cenni. Le barche toccavano la terra, ed io mi era già alzato e mi accingeva ad aiutare Calliroe e sua madre a discendere sulla sponda, quando ad un tratto vedemmo la folla inerme allontanarsi, disperdersi, e una schiera di soldati inglesi prenderne il luogo. Questi ci gridarono che le leggi della neutralità vietavano ai popoli settinsulari di ospitare i Greci ribelli di Terraferma.
“Le leggi tacciono” risposi “là dove l’umanità fa udire il suo gemito; se voi ci respingete da questo suolo fraterno, la morte è inevitabile per noi.”
“Non possiamo accogliervi,” replicarono quei crudeli. Infiammato d’ira e di dolore, io mi slanciai sulla riva, e: “Uccideteci piuttosto voi stessi,” gridai.
I soldati si mossero venendo verso di me, ed io li aspettavo a piè fermo; ma due braccia di donne mi si avviticchiarono al petto, ed a forza mi ritrassero verso la barca.
Calliroe si era anch’ella slanciata a terra, e alla vista degli atti ostili delle guardie mi avea circondato delle sue braccia per salvarmi o per morir meco.
Fummo costretti a scostarci dall’isola, nonostante che già sovrastasse la notte, e il mare si facesse ad ogni momento più tempestoso.
“Fratelli!” dissi ai miei compagni di sventura, “la pietà umana è muta per noi: venite, affidiamoci a quella del Cielo!”
Non ci rimaneva scelta, tranne fra l’essere ingoiati dal mare, o tornar colà donde eravamo partiti. Errammo tutta la notte in balìa delle onde, e finalmente al rinascere del giorno la fame e lo sfinimento delle forze ci vinsero, e fu risoluto di scendere a terra e se i Turchi ci assalissero, di dare almeno a caro prezzo la vita.
“Io te lo avevo detto che rivedrei le nostre montagne; ecco, la prima parte del mio presagio si è avverata.”
All’udire queste parole da Calliroe, io ricordai ch’ella aveva anche presagito imminente per sè medesima la morte, e fui preso quasi da ira al pensiero che mi avesse costretto a risalire nella barca, invece di lasciarmi morire per mano de’ guardacoste inglesi.
“Tu, dunque,” le risposi, “hai voluto che ritornassi a Màina per essere testimone dell’avverarsi della seconda parte del tuo presagio!”
“Io potevo morir teco a Giacinto,” ella replicò; “e, credilo, non ti ho costretto a tornare qui meco per la speranza di averti compagno di vita! V’è alcun che di tenebroso nel mio destino, ed io soltanto leggo nel suo libro che sovrasta una catastrofe.”
La spiaggia era deserta quando approdammo; un raggio di speranza balenò a riconfortarci; ci prostrammo a baciare la dolce terra nativa, e ci pareva che l’averla abbandonata fosse stato effetto di un delirio. Essa ci riaccoglieva tranquilla e bella quale era al nostro partire, e le sue fronde, i suoi fiori, il suo musco erano incontaminati, nè le mani nè i piedi dei Barbari avevano impressa un’orma sin là, dove poteva arrivare l’acume dei nostri sguardi. Forse non avevano osato varcare i monti, forse erano stati vinti dai nostri fratelli! Molte donne sedute sull’erba addormentavano i loro bambini o li nutrivano col latte del proprio seno; altre raccoglievano erbe e radici per cuocerle, mentre i vecchi e i fanciulli o cercavano fra gli scogli i crostacei, o tendevano lacci ai pesci; Calliroe e sua madre cercavano rami e foglie secche per accendere il fuoco. Quella scena avea tinte vivaci e al tempo medesimo riposate e serene; invitava all’oblìo dei dolori, ed io contemplandola mi sentiva trascorrere per le vene una calma ristoratrice!
Ad un tratto un suono di trombe, di timballi e di altri strumenti barbarici destò l’eco della spiaggia, venendo dai monti, e noi vi rispondemmo con un grido di terrore.
I Turchi! – Le donne si alzarono e circondarono i figliuoli delle proprie braccia come a difesa; i vecchi ed i fanciulli rimasero immobili, e Calliroe mi venne vicina e mi accennò un’altura, sulla quale già comparivano le turme degl’Infedeli, sboccando da tortuoso sentiero delle roccie montane.
“Torniamo nelle barche,” esclamarono molte donne.
“Cerchiamo libertà e sepoltura negli abissi del mare,” dicevano alcuni vecchi, in cui l’età non avea domata la vigoria della mente.
I fanciulli guardavano muti quella scena fatta tanto diversa da ciò che era pochi momenti prima; ma nè tra le donne, nè tra’ fanciulli, nè tra’ vecchi, io vidi quel codardo abbandono della dignità umana che si palesa col dirotto piangere, e toglie incanto alla bellezza e venerabilità alla canizie.
Intanto i Turchi scendevano; quelli tra i nostri vecchi che aveano armi le impugnarono, ed io feci altrettanto. Calliroe avea reclinato il capo sul seno materno e taceva…. l’anima della mia sposa raccoglieva le sue forze…. io me ne accorsi, e: “Non ci rimane scampo,” le dissi.
“Lo so,” rispose.
“Io voglio almeno vendicarmi morendo,” soggiunsi; “tu quando mi vedrai caduto, accorri, prendi il mio pugnale, e vieni a ritrovarmi in un altro mondo.”
“Avrò tempo e libertà di farlo?”
“Il Cielo ti aiuterà.”
“Il Cielo vuol provarci; non volere che la prova sia superiore alle mie forze. Vedi, i Turchi toccano il piano; salvami dal cadere viva nelle loro mani!”
“Ah Calliroe!” e il pianto mi sgorgò dal profondo del cuore.
Ella afferrò la mia mano, se l’accostò alle labbra e la inondò di baci. “T’amo, Stefanio,” disse, “t’amo…. e voglio morire degna di te!”
Oimè! quella dolce creatura avea vestito sembianza sovrumana, e mentre mi baciava la mano, io sentivo che il mio posto era ai suoi piedi!
I Turchi erano a pochi passi da noi. Le donne correvano verso il mare per gettarvisi insieme coi fanciulli. I vecchi aspettavano il nemico per affrontarlo. La madre di Calliroe stese le braccia verso di me, e accennando sua figlia: “Salvala,” mi gridò, “o muoia teco!”
Una zuffa disperata ebbe principio: due Turchi riccamente vestiti adocchiarono Calliroe, e uno di loro stese la mano per impadronirsi di lei; io troncai quella mano colla mia sciabola, ma al ferito sottentrò il suo compagno, e altri Turchi accorsero ad aiutarlo…. Io era tuttavia accanto a Calliroe, ma era bensì impossibile che vi rimanessi; già sua madre non era più seco, chè l’onda dei combattenti l’aveva divelta dal suo fianco. Anche un momento, e la mia sposa rimaneva sola fra i nemici della sua patria e del suo Dio!
“Stefanio,” disse ella, “se mi vuoi compagna lassù, chiudi gli occhi e ferisci qui;” e mi accennava il suo petto. Intanto un Turco mi feriva in una spalla, ed io sentii che stavo per cadere. Allora alzai la mano sul petto di Calliroe, e vibrai il colpo…. “Grazie!” ella disse cadendo; ma in questa ci fu sopra una caterva che ci separò: io pure venni atterrato per nuova ferita, e tramortii. – Ah! sciagurato! dopo aver data alla vergine quella morte che la scampava dall’infamia di vivere vituperata e schiava in potere del Mussulmano, non avevo incontrato la morte pugnando. Riacquistai l’uso dei sensi dopo tre giorni nel mio villaggio, e seppi che un corpo di Elleni era sopravvenuto pochi momenti dopo la morte di Calliroe; che i Turchi avevano dovuto arrendersi prigionieri, e che mio padre era il comandante dei vincitori. La madre di Calliroe piangeva da un lato del mio letto, e mio padre stava dall’altro, guardandomi con occhi ebri di tenerezza! Ambedue si unirono a persuadermi di accettare la vita, ed alle loro persuasioni si univa la voce della patria, che mi chiamava a combattere le sue battaglie! Mi arresi, e appena guarito andai a inginocchiarmi in chiesa sulla lapida di Calliroe; poi partii con mio padre per continuare la guerra nazionale.
Calliroe mi aspetta, e la speranza della vita immortale comune con lei mi dà lena a sopportare i dolori e il deserto dell’anima, a cui sono condannato per tutto il resto della vita mortale.