Angelica Palli Bartolommei – Eleonora

PARTE PRIMA.

LETTERA PRIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu credi che le mie ossa dormano nella pace del sepolcro, ed io sono tra i vivi! Non volli scriverti mai, perchè fino dai conforti della pietosa amicizia io abborriva!…
Dopo nove anni di lontananza, ho finalmente ceduto al bisogno irresistibile di rivedere l’Italia, e da un mese ho stabilito la mia dimora sulla vetta di questa alpestre collina. – Gherardo! mi hai tu dimenticato? E colei?… vive?… è felice? Dimmi solamente se vive…. una parola e non più. Parlami di te e della patria; oh! quante volte udii proferire il suo nome fra gli stranieri…. e non potei trattenere le lagrime! Coloro che danno nome di chimera all’amore della terra nativa parlano così, perchè non subirono la terribile necessità di abbandonarla per sempre.
Io morirò in questa solitudine: qui mi sprofonderò nell’abisso, di cui la face della morte può sola rischiarare le tenebre!…
Tu lo sai, io non voleva fuggire…. fosti tu che teco a forza mi trascinasti fuori di chiesa, e profittando del tumulto e dello smarrimento generale, mi ponesti in salvo…. “Vieni, affrettati a fuggire,” mi dicevi nel condurmi fuori della città; “si tratta di evitare l’infamia!…” Dunque, io così rifletteva nell’ascoltarti, l’infamia non istà nel delitto, sta nella pena. E quando sdegnosamente biasimandomi di non avere in orrore il patibolo: “Si tratta d’onore,” soggiungevi, “che monta il resto!…” È un pensiero sublime, io diceva in me stesso; benchè nasca da un pregiudizio che degrada l’idea dell’onore!…
Taci di avere ricevuto novella di me; a qual pro ridestare memorie o sopite o spente?… Non si deve ormai sapere di me che la morte: e ciò perchè l’odio e la compassione abbian pace…. Addio per oggi.

LETTERA SECONDA.

GUIDO A GHERARDO.

Ecco un altro disinganno! una speranza dileguata, mentre a me pareva vestisse aspetto di realtà! Il cattivo stato della salute di tua madre t’impedisce per ora di venire a riabbracciare lo sfortunato compagno de’ tuoi primi anni: pazienza! Mi dici di non sapere dove colei si trovi, e di credere che deplori in qualche asilo solitario le conseguenze del suo vile spergiuro. Io credo invece che abbia seguitato un nuovo amante in lontani paesi. Io diedi celebrità alle sue attrattive uccidendo il mio rivale nel punto, in cui le porgeva la mano di sposo, e poche donne si dorrebbero d’una tale celebrità, benchè comprata a prezzo di sangue!
Vorrei dimenticarla, non posso…, e la sua immagine mi perseguita! Compiono oggi dieci anni dal giorno che per la prima volta la vidi!… Io passeggiavo sulle rive del fiume, era vicina la sera: “Dolce viso!” esclamai. Ella parlò e mi parve udire una melodia incantevole. È vera dunque la esistenza di quell’arcano potere che fa dipendere da un solo sguardo il destino della intera vita! Quante donne più belle di Eleonora io avevo incontrate, ammirate e tosto dimenticate, prima di quel giorno nefasto! Quante voci melodiose erano risonate al mio orecchio, senza destarmi la più leggiera commozione nel cuore! e da quel giorno in poi io cercava in tutti i visi femminili i lineamenti di Eleonora; in ogni voce il suono di quella di lei…. Questo cuore, ahi! troppo debole, palpita pur tuttavia più forte nel ricordarla…. è viltà! a me non rimane altra scelta che fra l’odio e l’oblio…. L’oblio!… no, l’odio piuttosto…. l’odio implacabile, eterno.
Non posso lamentarmi se il padre di Armando si oppone alla revoca della mia condanna;… perdendo il conforto della vendetta, che cosa gli rimarrebbe per mitigare il dolore della sua perdita?…
Addio…. Ti scriverò spesso, perchè lo vuoi.

LETTERA TERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu hai ragione! ti sono debitore del racconto dei casi che mi condussero prima, inaspettato spettatore, nella chiesa, ove si celebravano le nozze di lei con Armando, poi di quelli de’ sette anni d’esilio. Te lo farò…. ma consentimi di esser breve. Cosa strana! l’anima mia vive nel passato e il riandarne scrivendo le dolorose vicende sarebbe una fatica, alla quale le mie forze non reggerebbero.
Tu sai che io avevo appena vent’anni, quando m’innamorai di Eleonora minore a me di tre anni. Essendo orfano, ricco e padrone di me medesimo, malgrado dei tuoi consigli non indugiai a chiederla in consorte; fummo fidanzati e mi fu concesso inebriarmi di speranze che mi aprivano nell’avvenire un paradiso, di cui già mi pareva prelibare i gaudii. La mia immaginativa e l’animo passionato trovavano in Eleonora tutte le doti valevoli a produrre su loro un’impressione profonda! Ella m’intendeva quando io m’inalzavo alle eteree regioni del bello morale, ed oh come mi sentiva felice d’esser inteso da lei! Ricordo che tu mi deridevi di parlare alla fidanzata d’altro che d’amore, dei preparativi per le nozze e dell’addobbo della casa…. “Ella può venir meco più in alto,” io rispondeva; e tu continuavi a deridermi, dicevi cose che parevano sofismi e che in seguito ho dovuto riconoscere per verità. “In generale,” tu mi dicevi, “le donne dotate d’immaginativa potente vanno anche più in là di noi nel fervore dei desiderii fantastici: sognano amori più che umani, e un amante, uno sposo alla buona, non fa per loro. Per aver fede presso gli Ebrei Geòva parlava tra lo scrosciare dei fulmini; se l’amore non parla tra le contrarietà e i pericoli, le donne d’indole passionata non gli prestano attenzione!”
Io, a dispetto delle tue prediche, ero felice, e mancavano ormai tre soli mesi alle nozze, quando le vicende politiche del 1859 mi fecero mettere da parte i preparativi nuziali per iscrivermi sotto le bandiere della Indipendenza d’Italia. Molti de’ miei compagni d’arme lasciarono le ossa a Palestro, a Magenta, a Solferino; molti andarono prigioni e tornarono in patria finita la guerra. Io dopo avere ucciso a San Martino un ufficiale che mi aveva assalito proditoriamente alle spalle, fui circondato da un drappello di soldati, di cui pare che egli fosse il capo; la spada nel fervore della difesa mi cadde di mano e forza fu lo arrendermi prigioniero. Venni subito allontanato dal campo, dove durava tuttavia la battaglia, e nella notte di quel giorno medesimo costretto a partire per la Germania. La sola cosa che ottenni da’ miei due guardiani fu di scrivere a mio zio quella lettera più che laconica che tu già conosci: io vivo. Termine del viaggio fu un castello nell’interno della Boemia: fui chiuso in una torre, e vi rimasi tre giorni in preda all’ansietà crudele di conoscere a qual destino mi riserbassero. Il quarto giorno era già sul meriggio, quando il suono di una musica funebre destò tutti gli echi del castello. Essendomi inerpicato fino alla finestra ferrata che dava luce al mio carcere, vidi entrare nel cortile un feretro portato dai famigliari del castello medesimo. Il corteo entrò nella cappella, ed io mi tolsi dalla finestra all’udire che aprivano la porta della torre.
Il mio carceriere mi ordinò di seguitarlo ed io lo obbedii. Egli mi condusse nella chiesa, che trovai addobbata di gramaglie e piena di gente anch’essa vestita a lutto. Sorgeva nel mezzo un gran catafalco circondato di lumi e sovr’esso era stato deposto il feretro.
Era scoperto, e riconobbi nel morto che vi giaceva l’ufficiale da me ucciso per mia difesa a San Martino. Fui condotto ai piedi del catafalco, e pochi momenti dopo udii un suono di voci dolorose e di pianti. Un vecchio venerando per la canizie e per il profondo e disperato dolore scolpito in ogni suo lineamento entrò nella chiesa sorretto da due famigliari che lo condussero accanto al feretro, ed egli vi si gettò sopra e inondò il viso del cadavere di baci e di lagrime.
“Signore,” gli disse l’uno dei due servi che lo sostenevano: “smettete di piangere e gustate il conforto della vendetta. I vostri fedeli ve l’hanno preparata ponendo in poter vostro l’uccisore del figlio, di cui lamentate la perdita. Uccidetelo di propria mano e consolatevi.”
Il vecchio snudò la spada e venne impetuosamente verso di me, che immobile e muto aspettava il colpo mortale. Stava per trafiggermi; ma, fermatosi, chinò a terra la punta della spada, barcollò e cadde svenuto nelle braccia della sua gente.
Io fui ricondotto nella torre, dove ogni tanto quello sfortunato veniva colla intenzione di uccidermi, e trattenuto ogni volta dal ribrezzo di farsi reo di un vile omicidio se ne andava profondamente commosso dalla lotta che gli straziava il cuore, lotta terribile fra le massime dell’onore e l’istinto feroce della vendetta. Essa durò un anno, al termine del quale la morte gli diede pace, ed io fui lasciato partire liberamente dal nipote che venne a raccoglierne il retaggio.
Mi pareva che scrivendo ad Eleonora o a te avrei rinunciato al piacere della sorpresa, al gaudio di asciugare all’improvviso le lagrime dell’amore e dell’amicizia; nè l’idea che una sventura, un dolore, potessero aspettarmi al rientrare nel mio paese, venne mai a funestarmi. Ogni mio pensiero era un riso dell’universo. Mi pareva che il viaggio durasse una eternità, pur finalmente arrivai. Era già notte: entrato in una carrozza col mio piccolo baule, mi feci portare all’uscio della mia casa; là discesi, e fatto posare il baule sugli scalini della porta, licenziai la carrozza per non avere testimoni alla scena che sovrastava. Venne ad aprire il vecchio Pietro. “Chi volete?” domandò, ed io senza rispondergli spinsi il baule dentro la casa, vi entrai e richiusi l’uscio. “Chi siete?… Chi volete?” tornò a chiedere tremando il buon vecchio. Io accostai il viso al lume che teneva nella mano: “Santissima Vergine!” egli esclamò riconoscendomi; il lume cadde sul pavimento e si spense. La mia nutrice accorse al rumore, portando anch’essa un lume. “Teresa,” le dissi, “ son io, sono vivo e sano…. non piangere, abbracciami e preparami da cena.”
L’idea della cena, il dover pensare a prepararla, fece una gran diversione al patetico della scena. Teresa singhiozzando e Pietro ripetendo sotto voce la sua esclamazione prediletta: “Vergine Santissima!” dopo avere acceso i lumi nel salotto da desinare corsero in cucina, e Pietro si preparava ad uscire di casa per comperare di che darmi una lauta cena; ma io non glielo permisi, temendo che empisse la città della notizia del mio ritorno. Chiamai Teresa, e:
“Saresti capace” le dissi “di andare da Eleonora per consegnarle un mio biglietto che si prepari a rivedermi? Temo gli effetti della sorpresa, ella è così facile a svenirsi!…” Teresa mi guardava attonita. “Perchè non mi rispondi?” soggiunsi, dopo avere aspettato invano la sua risposta per qualche momento.
“Vossignoria non sa dunque?…” ella rispose finalmente.
“Che cosa dovrei sapere?” esclamai: “d’essere passato per morto? lo so….”
“Se lo sa, ricordi il proverbio: chi muore giace, e chi vive si dà pace!”
Io avevo capito, pur mi ostinavo a non voler capire.
“Dammi da scrivere,” dissi sdegnosamente, “non ho tempo da perdere coi proverbi.”
“Vuole scrivere alla signora Eleonora?”
“Sì.”
“Non avrà tempo di leggere,” riprese a dire Teresa, punta al vivo dal mio modo sprezzante.
“E perchè?”
“Ha da prepararsi per domani; anderanno in chiesa alle sei.”
“In chiesa! con chi?”
Teresa taceva, perchè il mio viso alterato e il tono cupo della voce la spaventavano.
“Finisci, ti ho detto: chi va in chiesa con lei?”
“Il signor Armando.”
“Ah traditori!”
Nessun’altra parola potè uscirmi dalle fauci: caddi a sedere su di una seggiola, mi copersi il viso con ambo le mani, e intanto i due servi affezionati mi offrivano acque odorose per rianimarmi. Io li respingeva muto; ma quando udii che volevano chiamare un medico mi alzai e con aspetto quasi tranquillo: “Portate la cena,” dissi. E la recarono, ed io mi sforzai a ingoiare qualche boccone; poi, alzatomi, diedi la felice notte a quelle due buone creature e andai a chiudermi nella mia camera, di cui Teresa aveva già preparato il letto.
Pietro e Teresa passarono la notte seduti accanto all’uscio della camera; io la passai disteso nel letto…. Fu una notte orribile; pure assai meno di quelle che le tennero dietro. Il desiderio e la speranza della vendetta occupavano di sè tutta l’anima mia. Io meditavo di uccidere Eleonora e trafiggere poi me medesimo: l’intenzione di toglier di vita Armando non entrava per nulla nei miei disegni; e infatti egli era assai meno colpevole della sua complice, che mi aveva giurato tante volte una fede alla prova dell’assenza e della morte…. Io non pretendevo tanto…. ma un anno era appena trascorso dal giorno della nostra separazione ed avevo potuto scrivere: “Io vivo.” Quand’anche Eleonora avesse avuta la certezza della mia morte…. dunque amoreggiando con un altro amante dava un pegno d’affetto e di dolore alla mia memoria?… Armando era un bel giovane, leggiero ed elegante: ella gli piaceva; l’idea di una fedeltà più durevole di pochi mesi non era mai entrata nel cervello di lui; visto il campo libero, si era presentato: la colpa non istava da parte sua; stava da quella di chi non rigettò le sue offerte e consentì di seguitarlo all’altare.
Queste riflessioni mi persuasero a rispettare la vita del mio rivale, e appena vidi spuntare la prima luce dell’alba, mi levai pian piano dal letto, apersi la porta e mi accorsi che i miei due vegliatori si erano addormentati. Passando fra loro traversai l’anticamera e non feci rumore, talchè mi riuscì d’uscire di casa senza che se ne accorgessero.
Corsi alla cattedrale, sapendo essere quella la parrocchia di Eleonora, e la trovai parata a festa e già risplendente di lumi e olezzante di fori e d’incensi. Mi situai in un angolo oscuro, dove potevo rimanere inosservato, finchè volessi. Dopo una mezz’ora udii il rumore di molte carrozze, e pochi momenti dopo il corteo nuziale entrava in chiesa accolto dal suono dell’organo.
Io vidi distintamente il viso di Eleonora! era pallido, ed ella parea camminare a stento come se il peso del velo la opprimesse…. Vidi Armando: il gaudio raggiava in tutta la sua persona; mi sembrò che un sorriso di scherno gli increspasse le labbra, mentre i suoi sguardi si affissavano a caso là dove io stavo nascosto, e un brivido mi corse per ogni vena!… – Ti riconobbi in mezzo a un gruppo di spettatori, ed è questa l’ultima cosa che ricordo di ciò che accadde nella chiesa…. il resto è ravvolto in densa nebbia: e le prime circostanze che in seguito a quella scena d’orrore ho presenti alla memoria, sono le tue esortazioni a fuggire e i congedi nel punto di separarci.
Perchè invece di vibrare lo stile nel petto di Eleonora, lo vibrai in quello d’Armando?… Non so darne ragione a me stesso!… Forse l’antico fascino operò sui sensi alla insaputa dell’intelletto e guidò altrove la mano!; forse quel giovine presuntuoso e beffardo proferì qualche parola insultante che volse a suo danno lo scoppio del mio furore; io nulla ne so, e mi trovai stretto al tuo braccio in una strada deserta…. inconsapevole quasi dell’accaduto!…
Tornato in me, pieno di vergogna e di rimorso, cercai lo stile per trafiggermi, ma era caduto al piede dell’altare, e tu piangendo mi supplicavi di non rigettare la vita, serbata a me dalla tua amicizia per valermene ad espiare il delitto dell’amore oltraggiato: vinto, intenerito, io tutto promisi.
Varcai di nuovo le Alpi…. questa volta colla disperazione nel cuore! Non una larva di gloria appariva da lontano sul mio sentiero accennandomi di seguirla!… io non era più che un abbietto omicida! nessuna impresa alta e generosa mi si addiceva! Aggiungi a questa certezza umiliante i martirii d’una passione non domata, e potrai farti un’idea del mio stato.
Io non istarò a narrarti i casi della vita errante che ho menata per sette anni interi. La noia mi spingeva a non fermarmi mai, ad andare avanti senza sapere il dove. Tu dovrai credere che io porti un grande amore alla vita, se mi adattai a sopportare il peso di uno stato pieno di tanta miseria: nondimeno credendolo t’inganneresti…. Io non avevo cara la vita, mi mancava bensì l’energia necessaria a prendere la risoluzione di finirla, nè già n’ebbi cura, nè mi sottrassi ai pericoli, che anzi li affrontai, aiutando spesso gli oppressi a resistere agli oppressori…. Ma le sorgenti dell’entusiasmo si erano inaridite nel mio cuore; e appena sciolto da un impegno mi allontanava dai luoghi dove aveva combattuto, dove avrei potuto vivere circondato di onoranza e di amore. Eleonora ed Armando mi perseguitavano; io mi sentiva nato per godere i gaudii della famiglia: e quando in Creta, in mezzo a un popolo ormai senza casa e senza pane, io tornavo con una schiera di valorosi dall’avere respinti i Turchi da qualche villaggio che erano venuti a saccheggiare, vedendo i miei compagni accolti con lagrime di tenerezza dalle loro famiglie e ricordando di esser solo…. la disperazione s’impossessava dell’anima mia. Mi assalirono le febbri, languii in una capanna durante un intero rigido inverno; e venuta la primavera, fui condotto da due giovani robusti sul lido del mare e imbarcato in un naviglio che mi depose a Corcira. Io lasciai Creta imprecando all’Europa incivilita, che non solo si mostra indifferente al destino di un popolo che antepone la libertà a tutti i beni del mondo, ma anche sovviene d’aiuto i suoi feroci tiranni, e soffocando la voce della equità dà loro ragione e chiama ribelli i sollevati.
Da Corcira salutai la terra d’Italia che mi appariva come un punto lontano all’orizzonte; il gelo del cuore mi si disciolse a quella vista, e: “Terra adorata!” esclamai, “io voglio riporre il piede sopra i tuoi lidi…. voglio esser sepolto nelle materne tue glebe!” Trovai un legno pronto a salpare per questi paraggi e non esitai ad imbarcarmi, parendomi che qui, lontano dalla mia città nativa, facendo la vita del solitario, potrei ritrovare forse quella tranquillità che da tanti anni ho perduta, e rimanere ignoto sotto un nome fittizio.
La vetta dei colli che sovrastanno al littorale è quasi deserta, le loro falde sono popolate d’agricoltori, e qua e là sorge qualche casa signorile abitata per uno o due mesi della stagione estiva. Ho trovato una casipola vicino ad un ruscello, circondata da un folto bosco di quercie; l’ho presa a pigione dal proprietario, e per non destare sospetti gli ho lasciata una stanza e la stalla. Egli è un pastore, la sua greggia è alloggiata come prima, e per conseguenza poco importa a lui di stare più stretto. Gli ho detto che volendo farmi frate trappista, per provare se la mia vocazione è vera, ho risoluto di passare un anno nella solitudine ed ho perciò lasciato la Francia, dandomi a lui per francese. Il buon pastore mi tiene quasi in concetto di santo!… Vedi, Gherardo, che l’illusione è la regina del mondo! quell’uomo semplice s’illude sul conto mio; io mi illusi su quello di Eleonora…. e tu?… forse che non t’illudesti supponendo in me un’anima che nulla cosa potrebbe far deviare dal retto sentiero? L’infedeltà di una donna è bastata a far cadere in polvere l’edifizio della mia virtù! Ridi di me e di te medesimo, e per oggi addio.

LETTERA QUARTA.

GUIDO A GHERARDO.

Ti ringrazio di tutte le notizie che mi dài dei parenti e degli amici; io mi sono accorto, leggendo la tua lettera, che la morte mi ha tolto quasi metà dei conoscenti, e rifletto con pena al vôto che troverei se tornassi tra voi! Ho presenti tanti visi simpatici, e mi pare di doverli incontrare nel luogo medesimo dove era solito incontrarli; mi figuro di trovare nelle famiglie da me frequentate le persone, le abitudini, di nove anni fa, e gli uni e le altre più non sono gli stessi!… Tutto cangia, e nondimeno a me pare che se il giorno della distruzione sorgesse, fra la ruina della sconvolta natura il mio pensiero rimarrebbe qual è, fisso sul passato e indifferente dell’avvenire. Sarà probabilmente una illusione, ed io chiederei volentieri conto a questa regina del mondo del perchè fa parerci incancellabili le ricordanze dei mali e dipinge quelle dei gaudii con tinte labili e smorte!…
Ti sono grato d’esserti preso cura della mia casa e dei due miei vecchi servi, come te ne pregai nel partire…. Non ho speranza nè desiderio di rivedere le cose ch’ebbi dilette in altri tempi; soltanto vorrei inginocchiarmi sul sepolcro di mia madre: in quel sepolcro è chiusa una polvere insensibile, lo so, ma il mio cuore rigetta sdegnoso i bei parlari della Dea Ragione.
Sai tu che ho fatto ieri un incontro che chiameresti romantico? Essendo disceso a metà della collina mi posi a sedere accanto a un ruscello, all’ombra di una quercia gigantesca, e raccolsi un mazzolino di gelsomini che trovai sull’orlo del ruscello: erano freschi e olezzavano soavemente; odorandoli mi sentivo come inebriato di dolcezza: quando uno stormire improvviso delle fronde degli alberelli che circondavano il ruscello, mi tolse a quella ebbrezza dei sensi. Alzai il capo e vidi una giovinetta vestita signorilmente, ferma a pochi passi da me. Tu dirai che non ho più la mente sana, all’udire che la mia fantasia fu colpita stranamente da quella vista; guardata con attenzione la giovinetta, non somiglia Eleonora, perchè dunque me ne offerse l’immagine? perchè mi riscossi al vederla?
M’accorsi che guardava il mazzolino e capii che lo aveva perduto lei; glielo porsi, dicendole mi scusasse di averlo raccolto e d’esserne stato per pochi momenti il depositario. Ella lo prese, mi ringraziò arrossendo, e mi si dileguò dalla vista scendendo di corsa l’erta scoscesa. No, non rassomiglia a lei; è meno alta della persona; ha gli occhi azzurri e i capelli biondi…. ed io m’innamorai di due grandi occhi neri, splendenti in un viso pallido, ornato di chiome nerissime…. Dispero proprio di me medesimo, se devo ritrovare quelle fatali sembianze anche là dove non è orma di loro! Addio.

LETTERA QUINTA.

GUIDO A GHERARDO.

Io prendo la penna colla mano che trema tuttavia per la commozione suscitata da un sogno! La superstizione dà ai sogni il potere di condurre l’anima, mentre i sensi dormono, nelle regioni dell’avvenire; benchè senza attribuir loro un mandato soprannaturale noi non possiamo negare che ci pongono sott’occhio il passato, colorandone i quadri di vivissime tinte e spesso formandone dei nuovi cogli stessi elementi di quelli. Ascolta il racconto del sogno che ha ripiena delle sue larve la notte dianzi terminata.
Mi sembrò di avere ottenuto il permesso di ripatriare, e di ritrovarmi già in faccia a una porta della nostra città. Mentre stava per passarla, l’incontro di un feretro accompagnato da numerosa associazione m’impedì l’entrata, ed io mi fermai per aspettare che fosse libera. Quando il feretro mi fu vicino, vidi sollevarsi il tappeto funereo che lo copriva; una mano gelida e scarna afferrò la mia:
“Fermati,” disse una voce, che conobbi essere quella di Armando, “sono io che ti vieto il ritorno.”
Una donna vestita a lutto venne allora a prostrarsi accanto al feretro, e: “Perdonalo, Armando,” la udii esclamare piangendo, “io sola sono colpevole del suo delitto.”
“Alzati,” rispose Armando, “io gli perdono a condizione che non disturbi la nostra pace.”
Così dicendo, lasciò libera la mia mano e strinse quella di Eleonora: “Se tu vieni meco,” soggiunse, “egli può rimanere a far di sè ciò che meglio gli aggrada.”
“No, coppia infame, non sperare di riunirti,” io gridai, “se è necessario un altro delitto per separarti di nuovo, io non esiterò a farmene reo.”
Corsi a strappare Eleonora dalla mano dello spettro; traendola meco, entrai in città e percorsi molte strade deserte, fuggendo dal feretro che ci veniva pur sempre dietro.
Finalmente mi fermai, e: “Poichè,” dissi alla donna, “volesti seco vivere, meco morrai.” Già stavo per vibrare il colpo, ma in quel punto i miei sguardi s’incontrarono con i suoi. Così teneri, così passionati li volgeva verso di me nei giorni beati del nostro amore! Impotente a resistere al loro fascino, gettai il ferro e strinsi quella forma seducente al mio seno. Uno scoppio di riso mi tolse all’ebbrezza del fatale amore; e vidi lo spettro che mi stava al fianco deridendomi. “Vile,” ei disse; ed io, raccolto il ferro, stava di nuovo in atto di uccidere Eleonora, quando una mano di donna trattenne il colpo: era quella della giovinetta che incontrai ieri nel bosco. Un momento dopo Eleonora e lo spettro erano spariti, ed ella stava sola vicino a me.
Mi destai: pioveva dirottamente e incessanti erano il bagliore dei lampi e il romoreggiare del tuono. Io lasciai il letto per contemplare la guerra degli elementi, ed aprii la finestra del mio tugurio colla fantasia piena ancora delle larve del sogno. Guardando verso il bosco, allo splendore d’un lampo mi parve che un albero vestisse la figura dello spettro di Armando e venisse verso di me…. Un freddo sudore m’inondò la fronte…. chiusi gli occhi, e quando li riapersi, ogni cosa nel bosco e nella capanna era immersa in un buio profondo. Tornai a coricarmi e mi riaddormentai d’un sonno conturbato dai fantasmi del sogno di prima.
Quando mi destai, la tempesta era cessata e spuntava l’alba.
Tu che conosci la mia costituzione e la mia indole, non sarai maravigliato all’udire che una fanciullaggine abbia così sconvolto i miei sensi. Certe paure sono per lo più le conseguenze de’ racconti di apparizioni spaventevoli fatte ai bambini dalle nutrici e dalle fantesche; a me nessuno osò farne, perchè mia madre non lo avrebbe sofferto: e nondimeno trovai sempre nel mondo fantastico delle leggende un’attrattiva irresistibile mescolata ad un terrore che il senno non ha forza di dissipare istantaneamente. Guai a me, se non avessi dato prova di coraggio in faccia alla realtà de’ pericoli, se un nemico vivo fosse mai riuscito a farmi impallidire: io che ho tante volte sentito il mio sangue gelarsi al pensiero di aver che fare cogli abitatori dei sepolcri, nella mia coscienza mi terrei per codardo!

LETTERA SESTA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu dici di poter arguire dal mio sogno che se rivedessi Eleonora sarei capace di perdonarle. Deh! non affliggermi col sospetto d’una debolezza, nella quale mi sento incapace di cadere, mentre confesso che la ricordanza di quel viso, di quegli sguardi, di quella voce conserva una potenza di fascino, a cui non mi riesce sottrarmi. Io ho cercato l’oblio nella vita operosa dei campi guerreschi, nelle lontane peregrinazioni, nello studio, nel tumulto di città popolose, e la noia del presente mi ha sempre costretto ad attenermi con maggiore pertinacia al passato, dove almeno sento la vita.
Ho incontrato di nuovo la giovinetta, della quale ti ho già parlato, e mi sono accorto da ciò che ella mi ha detto, di essere io tenuto in odore di santità presso gli abitatori della collina. Il mio vivere semplice e solitario; l’avere saputo che mi preparo a vestire l’abito di frate trappista; le mie lunghe ore di meditazione che essi credono consacrata a Dio, al pensiero dell’eternità: tutto ciò insomma che si riferisce a me, veste forme misteriose e sante. Ecco la conseguenza dell’avere infiammata la fantasia d’una gente divota e superstiziosa colla stranezza del mio contegno. Se avessi detto di essere un ammalato che chiede la salute a questo clima salubre, nessuno si sarebbe occupato dei fatti miei…. ma una specie di eremita! come era possibile che uomini e donne non sentissero per lui il pungolo della curiosità?
“Anch’io,” mi ha detto la nuova mia conoscente, desideravo incontrarvi; nondimeno la curiosità contrastava colla paura e questa era la più forte.”
“Paura!” esclamai, “mi avete dunque preso per un assassino?”
“No,” ella rispose, “no mai: la mia paura era un sentimento indefinito.”
“Ohimè,” le dissi allora, “voi avete toccata una ferita che gronda sangue! No, io non sono uno scellerato, ma neanco posso vestirmi del candido manto della innocenza. Compiangetemi, potete farlo senza rimorso; ma la vittima di furibonde passioni non può pretendere alla stima di una creatura ingenua e pura quale voi siete.”
“M’accorgo che siete molto infelice,” riprese a dire la giovinetta con voce commossa e dopo un momento di silenzio; “abituata dall’infanzia a vedere scorrere le lagrime della sventura, io non ho ripugnanza a stare dove si piange, che anzi direi quasi di averne, quando mi trovo fra gente lieta e felice. La mia paura si è dileguata…. ed anche la venerazione,” soggiunse sorridendo; “vi prometto bensì di essere discreta e di lasciarvi godere della vostra riputazione di santità.”
Noi ci separammo buoni amici; ma io fui imprudente. Ella potrebbe chiamare su di me l’attenzione della sua famiglia e de’ suoi conoscenti. Promise, è vero, di tacere…. ma poss’io affidarmi alle promesse di una donna?… io!… mi converrà cangiar presto di domicilio. Addio.

LETTERA SETTIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Io scrivo porgendo l’orecchio al canto monotono e dolce del pastore, che seduto sull’erba vede le sue pecorelle pascolanti fra i dirupi dell’erta, e gode la calma della natura, calma divina per le anime tranquille, angosciosa per quelle, su cui spira il soffio devastatore delle passioni. Egli non sospinge il volo dei desiderii oltre i limiti del suo fato; vive contento e gli sarà concesso morire dove nacque! Io non posso intendere come l’uomo possa risolversi a lasciare volontariamente la terra nativa per andare a vivere in lontane contrade. “Tornerò,” dice partendo. Sciagurato, e sai tu se potrai tornare? I proprietarii e i coltivatori devono essere i più affezionati alle glebe natìe, perchè gli uni le riguardano come sacro retaggio dei padri loro, gli altri le bagnano del proprio sudore e sanno che il padre, l’avo, il bisavo fecero altrettanto; gli uni e gli altri vi cercano orme dilette, vi trovano le ricordanze della famiglia, e le amano d’un amore che in sè comprende tutti gli altri amori. Il mestierante, l’operaio e ogni altra classe ch’ha un domicilio fattizio, per migliorare le condizioni della famiglia non sono restii a cangiare di città, di casa, di provincia; in loro il sentimento della nazionalità è puramente morale e non può mai giungere all’intensità di quello che lega l’uomo alla terra su cui nacque, crebbe, e nel cui grembo avrà sepoltura. Forse per questo le più magnanime prove di patriottismo furono date dai popoli che vivono del frutto dei campi, di cui sono i coltivatori, e dalla nobiltà sparsa nelle campagne e costante abitatrice dei romiti castelli. A mano a mano che i castellani e i piccoli proprietarii spariscono dalla odierna società, il patriottismo modificato non ha più le aspirazioni del passato e veste altre forme, nelle quali primeggia lo spirito di associazione. L’individuo, la famiglia, il villaggio e la città danno alla Nazione quella parte d’amore che loro spetta nella ripartizione generale, e ormai la patria si chiama Nazione. Finirono le guerre fraterne, e con esse finirono gli amori ardenti per le poche zolle di terreno, di cui una gente d’uno stesso sangue si disputava il possesso, trucidandosi a vicenda…. Dov’è il meglio?… Nel presente, senza dubbio; ma per goderne bisogna adattarci a provar commozioni meno forti e meno potenti, e diventare in qualche congiuntura cosmopoliti.
Ieri dall’alto di una rupe vidi Luisa, così ha nome la giovine abitatrice di questa solitudine; ella sedeva leggendo accanto al ruscello, ed io la osservavo nascosto dai folti rami delle quercie. Era vestita di bianco; tutta la sua persona spirava la quiete dell’innocenza mescolata a una espressione di mestizia che accresce potere alle sue attrattive. Benchè gli occhi azzurri non mi sieno piaciuti mai, non potei far a meno, guardando quelli di lei, di confessare che ebbi torto disprezzandoli.
Discesi pian piano dalla rupe, mi accostai non visto là dove ella sedeva, e mi accorsi meravigliando, che il libro da lei tenuto nelle mani era il poema di Dante! “Una fanciulla di vent’anni che legge la Divina Commedia o è una dottoressa o una creatura eccezionale,” dissi a me stesso: e mi chinai per sapere qual parte del poema la occupasse. I miei sguardi si fermarono su quella terzina che contiene un sentimento così vero, così profondo:

…. Nessun maggior dolore
Che ricordarsi del tempo felice
Nella miseria….

“Ah! pur troppo,” esclamai, “il cuore di ogni sfortunato lo sa!”
Luisa si alzò quasi atterrita e il libro le cadde di mano.
“Perdonatemi” soggiunsi “d’avervi così disturbata…. voi leggevate dei versi che ripeto continuamente a me stesso.”
“Sono belli!” rispose; “io li imparai a memoria, mentre ero quasi bambina, nell’udirli spesso ripetere da una persona a me carissima, ed ora, ve lo confesso, li rileggevo, perchè mi sembra di trovarvi l’accento della voce che li faceva giornalmente risonare al mio orecchio….”
Ella mi aveva già detto di aver perduto i genitori nella infanzia; pur mentre proferiva quelle parole: da una persona carissima, c’era tanta innocenza, tanto candore sul suo viso, la voce aveva un tono così riposato nella sua mestizia, che l’idea di avere ella inteso parlare di un amante neanche osò presentarmisi alla mente.
L’ho riveduta anche quest’oggi e l’ho trovata più melanconica del solito; mi ha detto di non sentirsi bene, ed io sono disceso con lei fino al cancello del suo giardino, parendomi scortesia lasciarla tornare sola a casa, mentre si scorgeva aperto nella lentezza dei passi che mal si reggeva in piedi. È una dolce e affettuosa creatura. Oh! perchè nei miei primi anni vagheggiai attrattive e indole così diverse dalle sue? perchè mi lasciai vincere da un incanto misterioso, disdegnando quello che emana da un animo schietto, che si rivela come un libro aperto e scritto in semplici e chiare note allo sguardo del lettore?…
Colei non appariva mai la stessa nelle movenze, nei pensieri…, ed io stolto sentivo accrescersi la mia passione dalla incessante incertezza del come mi accoglierebbe, o del corso che avrebbero preso le sue idee durante la mia assenza. Allora io avevo vent’anni, e l’anima mia provava il bisogno di molteplici scosse, di continui tumulti; una felicità placida e uniforme mi pareva uno stato anormale, pieno di noia. Ora ne ho trenta; l’esaltazione della fantasia si è calmata; la sventura e il vivere errabondo mi hanno fatto sentire bisogni e desiderii diversi da quelli della prima giovinezza…. Se fossi in caso di prender moglie e non avessi mai amato, aborrirei dallo scegliere una donna somigliante ad Eleonora e offrirei la mia mano a Luisa, il cui dolce e gentile aspetto, l’indole affettuosa e pacata, mi appariscono capaci di abbellirmi la vita. Sì, ella mi starebbe al fianco angiolo di conforto e di pace!
Ma ormai, poichè è mio destino vivere e morir solo, a che mi perdo negl’inutili rammarichi e faccio dei confronti tardi, dolorosi?… Gherardo!… per carità, non credere che il tuo povero amico vaneggi…. Le larve di uno stato di cose, quale avrebbe dovuto essere il mio nel corso naturale delle vicende umane, mi circondano mio malgrado, ma io mi sento forte abbastanza da volgerle in fuga. Addio.

LETTERA OTTAVA.

GUIDO A GHERARDO.

Mi pare talvolta che se dovessi temere nuove sventure, quel timore togliendo il mio spirito alla mortifera inazione mi farebbe del bene, perchè tornerei a sentire la vita dell’ansia, del timore e della speranza…. Ma, oh Dio! non temere, non isperare nulla dall’avvenire e gemere sul passato, ecco il colmo dell’infortunio!
Tu vorresti che evitassi Luisa per timore d’innamorarmene. Senti: ho creduto finora che il mio cuore non possa amare due volte; ho visto la bellezza in tutto il suo splendore…. e sono rimasto freddo, impassibile; dopo tanti anni stanco del mondo, di me, de’ miei delirii, dei giorni che si succedono tutti eguali, tutti pieni di noia, sono venuto a fermarmi qui…. perchè qui c’è il silenzio, ed io lo preferisco al frastuono di una società, colla quale nulla ho che fare, che gode e soffre per gaudii e dolori, a cui sono indifferente. Il caso fa che io vi trovi una creatura che vive solinga quasi al pari di me, e perchè è donna giovane ed avvenente, dovrei fuggirla per timore di un pericolo immaginario? Or bene, il pericolo in ogni caso sarebbe per me solo, giacchè tu certamente non mi farai l’onore di credermi buono a innamorare quella cara fanciulla. E se io potessi innamorarmene, qual male n’avverrebbe? Mi dispero sul passato, mi dispererei per il presente…. in fondo sarebbe tutt’una!
Tu hai osservato che non ti parlo più di lei; e che mai vorresti che te ne dicessi? oh! non sei tu quegli che mi ha predicato il perdono e l’oblio? io voglio porre in pratica le tue lezioni, voglio dimenticarla…. Perchè mi costringi a pensare a lei? lasciami in pace!
Ieri passeggiai tutto il giorno nel bosco e Luisa non comparve; verso sera mi arrischiai ad avvicinarmi al cancello della sua villa…. ma la casa e il giardino erano muti. Quando, tre giorni or sono, l’accompagnai fin là, non stava bene…. forse giace in letto ammalata: a chi e come chiederne notizie? Dirai che fo male a occuparmi di lei, della sua salute. Oh! ma se ella sparisse da questi luoghi, che mai rimarrebbero?… Ahimè! le spiagge dello Spitzberg, dove non ci spunta un filo d’erba. Eccoti il tèma di una dissertazione filosofica – l’egoismo; giacchè io m’affanno non per timore che Giulietta soffra e muoia, no; è per quello di non rivederla più, di rimanere privo del conforto che mi viene da’ suoi colloquii. Sono io un’eccezione al comune dei viventi, ovvero, poco più poco meno, siamo tutti così? Gherardo, lascio a te il decidere la questione.

LETTERA NONA.

GUIDO A GHERARDO.

Tu sai che una campagna solitaria mi sembrò sempre un quadro incompiuto senza una chiesuola col suo campanile e il suo cimitero. Essa mi si presenta al pensiero come un’oasi in mezzo al deserto, dove dopo un faticoso viaggio i mortali trovano finalmente il riposo. Com’è solenne la quiete che versano nelle anime agitate dalle umane tempeste i suoi stalli vuoti, la lampada che arde sull’altare, i fiori inariditi, di cui va ornato. Gli stalli ricordano la preghiera in comune, quella che chiede al Signore il pane quotidiano, il benessere, la salute; la lampada offre il simbolo dell’anima solitaria, le cui preghiere non possono unirsi a quelle della generalità dei viventi, perchè chieggono cose non intese e non curate dai più; i fiori appassiti sono un’immagine del disfacimento inevitabile di tutte le cose umane: furono belli, e non sono più che foglie cadenti!
La filosofia de’ simboli è più potente di quella espressa con le parole, va più direttamente al cuore e lo domina per via delle impressioni. Così la vista di un cimitero ci parla della morte con una eloquenza impossibile a ottenersi dall’arte e dal genio oratorio. Il suono delle campane che annunzia lo svanire della luce, non ti sembra che abbia in sè qualcosa di così soave da intenerire i petti più feroci, quando arriva lento e fioco all’orecchio da una chiesa campestre?
Io sono uscito stamane dal mio abituro per andar a visitare la chiesuola che biancheggia da lontano sull’estremo lembo del colle…. Si trattava di espormi a incontrare qualche persona del piano, e ci pensai non per rinunziare alla mia intenzione, ma per vestirmi più accuratamente del solito. La chiesa era deserta; dopo una breve sosta, ne uscii per entrare nel modesto cimitero, il quale spande sulle fosse l’ombra dei platani, dei salici e dei cipressi ch’empiono il suo recinto. M’inoltrai in un viale tutto di cipressi; e parendomi il luogo adatto alla meditazione, mi distesi sull’erba accanto a una lapide. Il pensiero della eternità venne ad occuparmi la mente, e vestendo forma d’immensa e nera nuvola avvolse il mio spirito.
“Com’è possibile che io discerna ciò che v’è al di là di questo buio cogli occhi della carne?” dissi a me stesso; “se la fede nel dogma della immortalità spegnesse la sua fiaccola, io starei a brancolare cieco tra fitte tenebre! Oh, non la spenga!… e l’orgoglio umano confessi d’essere impotente a veder l’invisibile.”
Mi alzai e volli percorrere tutto il recinto mortuario; in un angolo remoto una donna vestita a lutto orava in ginocchio sopra un tumulo; riscossa dal suono de’ miei passi, si volse verso di me, e la riconobbi…. era Luisa.
Si alzò e mi venne incontro: era pallida e mesta; mi disse di avere avuto un breve corso di febbri e non sentirsi ancora forte abbastanza da riprendere le passeggiate abituali sulla vetta della collina…. “Ma voi” soggiunse sorridendo “vi siete sospinto al di là dei limiti delle vostre abitudini.”
“È vero,” risposi, “sentivo proprio il bisogno di venire fin qua…. nè certo immaginai di trovarvi in orazione sopra un sepolcro. Alla vostra età siamo pieni di vita, non si pensa alla morte.”
“La mia indole è melanconica,” ella riprese a dire; “oltre a ciò abito da sette anni in questi luoghi remoti, sono orfana e ho patito molti dolori; i gaudii del mondo sono un’eco di voci lontane, a cui non porgo l’orecchio…. forse perchè so di non poterne godere, forse perchè la natura mi fece poco atta a sentirli…. Io pregava sulla lapide di un nipote di mia madre, che giovinetto morì vittima di un amore infelice. Povero Carlo! faceva una vita simile a quella che fate voi medesimo: sempre solo, sempre pensoso! Io ricordo il suo viso smunto e pallido, il suo mesto sorriso.”
“Egli dunque morì dal dolore di non essere corrisposto?…”
“No, egli era: ma la donna del suo cuore non poteva appartenergli…. era già moglie e madre…. ed egli abborriva ugualmente dal rapirla al marito e dall’avere con lei una relazione. Prese perciò il partito di ritirarsi a vivere in questa solitudine con sua madre; e quando io ci venni con mia sorella, lo trovai già quasi morente per lenta malattia di languore!… Oggi cade il sesto anniversario dalla sua morte, e sono venuta a portare una ghirlanda di fiori lugubri come il suo destino sulla fossa, dentro cui egli riposa.”
Uscimmo insieme dal cimitero e tornai seco in chiesa, dove si celebravano le esequie commemorative del povero Carlo. Il suono dell’organo, che non ho mai ascoltato senza commozione, venne a inebriarmi di una voluttà celeste! Giulietta prese posto sugli stalli vicino a tre famigliari della sua casa venuti per la sacra funzione, ed io rimasi solo in fondo della chiesa. Gherardo!… in faccia ai riti della morte l’anima mia sentì per la prima volta dopo sette anni una calma dolcissima, ed i miei pensieri si affissarono sulla vita senza imprecare.
Finite le esequie, mi allontanai dalla chiesa prima che Luisa e i suoi compagni fossero usciti, e andai a vagare nel bosco, ma senza cercare le sue parti più cupe, senza camminare prestissimo per sottrarmi all’artiglio del pensiero, fermandomi anzi tratto tratto e prestando attenzione alle innumerevoli voci della natura che animano i luoghi, dove non risuonano quelle degli umani.
Ti ringrazio delle tue premure per far cancellare la mia condanna colla revisione del processo. So anch’io che potendo provare di non avere commesso un omicidio premeditato le cose muterebbero d’aspetto, e forse i sette anni e mezzo trascinati nell’esilio potrebbero essere tenuti per bastevole espiazione. Ma finchè vive il padre d’Armando, non oso sperare la revisione del processo. Ormai la mia ambizione di acquistare rinomanza nel mestiere delle armi si è spenta; tutte le altre splendide larve de’ miei primi anni svanirono: una sola mi perseguita tuttavia…. quella della felicità di un amore corrisposto…. nè so come dopo l’atroce disinganno di otto anni fa abbia potuto non dileguarsi colle altre, e mi vada susurrando all’orecchio misteriose lusinghe!… So che devo stare in guardia contro di loro, che oramai la trista vita del celibe, del romito, è il mio retaggio…. Lo so: ma comincio a persuadermi che bisogna proprio ch’io vada a farmi trappista per domare le aspirazioni del cuore, le quali erano mute quando la sventura le premeva colla sua mano di ferro; ma non appena quella mano si è fatta più leggiera, riacquistano voce….
Nei tetri recessi dell’Ordine fondato dalla disperazione quel raggio di luce, che irradia il mio cuore, si estinguerebbe: io ritroverei l’arido dolore che non ha lagrime nè sospiri, godrei di una specie di felicità negativa, frutto dell’essermi imposto tutte le privazioni…. e occupato nella scrupolosa osservanza di regole contrarie agl’istinti dell’umano consorzio, scavandomi la fossa, e confrontandola cogli strazii del vivere in quel soggiorno, la riguarderei come un letto di rose!… Nondimeno è bene che esso ci sia…. che la disperazione abbia un asilo, ove tutto si confaccia con lei.… e vi fu un tempo, in cui io mi vi sarei trovato proprio al mio posto. Ora nulla è cangiato nel mio stato, è solamente cangiato il punto, dal quale io lo guardo…. ho dinanzi agli occhi un prisma che non è più quello di prima.
La felicità e la sventura non dipendono che da’ capricci del cuore, di quel despota orgoglioso che accetta leggi unicamente da sè medesimo. Tutto il merito della virtù consiste nel fare senza seguirne gl’impulsi, quando sono in contradizione con quelli dell’onore; ma appena la lotta comincia, la felicità fugge per non ritornare mai più.
Per contentarti eccomi quasi risoluto ad abbandonare questo porto, dove si sono acquetate le mie tempeste; se ne parlassi a Luisa, forse l’affliggerei. Ella è assuefatta a incontrarmi, a parlar meco delle sue letture, a chiedere il mio parere sui libri che le mandano dalla città, a disputare meco sul loro merito, e a finir quasi sempre col darmi ragione: meno forse per essersi lasciata convincere, che per obbedire al gentile istinto del suo sesso, inchinevole a evitare i lunghi contrasti e a cedere volentieri le palme dell’intelletto, anzi che ferire l’amor proprio degli uomini che stima. Questo istinto osta ai principii d’emancipazione morale delle donne, che menano tanto rumore ai dì nostri…. Una donna dotata di tutta la squisitezza del proprio sentire non potrebbe, per esempio, voler mai trionfare del suo amante in una lotta politica o letteraria, chè sentirebbe d’averlo umiliato, e guai alla donna che umilia l’orgoglio dell’uomo!
Ti ho scritto uno zibaldone; la mobile immaginativa conduce la penna, e se non la fermassi, chi sa dove m’ingolferebbe! Addio.

LETTERA DECIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Io le ho detto che penso ad abbandonare questi luoghi.
“Fate bene,” mi ha risposto, “se è per andare altrove a star meglio.”
Queste parole e il tono di voce, con cui le ho udite proferire, mi hanno fatto male; perchè confesso di essermi aspettato una esclamazione di sorpresa e quasi di dolore. Deluso nella mia aspettativa, sono rimasto come un avvocato, cui l’avversario oppone un quesito, al quale non sia preparato a rispondere; ho taciuto per qualche momento; poi:
“Siete voi che starete meglio,” le ho detto quasi con mal garbo…. “rimarrete libera dalla noia d’incontrarmi….”
“Perchè parlate così?” mi ha risposto con un sorriso pieno di soavità.
“Perchè mi accorgo di esservi a carico.”
“E perchè mi sareste?” ha ripreso a dire l’incantatrice giovinetta; “non avrei potuto forse evitarvi, dove mi pesasse il conversare con voi? Siete ingiusto nei vostri giudizii; ma io vi perdono, e voglio che ci separiamo amici. Addio!”
Ciò detto si allontanava: io, le ho tenuto dietro, e per fermarla ho afferrato un lembo della sua mantiglia.
“In che posso servirvi?” mi ha domandato fermandosi.
“Non mi lasciate….”
“Siete voi che lasciate me.”
“È vero!” ho esclamato, “son io che da stolto rinunzio al conforto che mi viene in vedervi e conversare con voi! Non lo farò…. vi rimarrò vicino, finchè non mi direte di andare altrove….”
Il volto di Luisa si è coperto di rossore; mi è sembrato che temesse di aver detto troppo.
“No,” mi ha risposto, “ non dovete rimanere per me…. io nè lo pretendo, nè lo desidero.”
“Volete che me ne vada?”
“Non posso, non devo ingerirmi in ciò che vi tocca.”
“Ohimè! e a chi se non a voi, unica amica di questo sfortunato, importeranno le mie risoluzioni?… Che importa al resto dei viventi che io parta, che io resti, ch’io viva o muoia?…”
“Siete solo!”
“Ahi! pur troppo….”
“Perchè dunque volete allontanarvi?”
“Perchè presso di voi mi sento felice, e la felicità non è più per me!”
Quindi ella ha potuto dirmi soltanto: “Ci rivedremo,” e mi ha lasciato solo; nè io ho osato questa volta tenerle dietro…, ho sentito che tutto non è finito tra noi! Gherardo! io l’amo, e invano vorrei celarlo a me stesso. La ricordanza delle mie sciagure s’illanguidisce, io più non vegeto, io vivo; lo sento al sussulto delle mie fibre, al fuoco che scorre nelle mie vene. È finita la indifferenza per ogni cosa. I luoghi, dove l’ho veduta, mi piacciono a preferenza d’ogni altro luogo. Così la passeggiata, nella quale io era solito incontrare Eleonora, era la mia prediletta, anche nei giorni, in cui sapevo che non ce l’avrei incontrata. Quando mi sia tolto il dire: “Qui la vedrò!” mi riesce pur consolante il poter almeno pensare: “Qui l’ho veduta.” Così le memorie e la speranza riempiono tutta la vita delle loro illusioni, e accrescendo a dismisura il pregio dei beni perduti e di quelli che aspiriamo a possedere, sono la quasi unica sorgente delle pene e dei gaudii umani. Il presente illuminato dalla luce della realtà non può illuderci e per conseguenza non ci fa mai paghi di sè.
Tu vedi che io filosofeggio anche nel bollore della passione. È il tristo privilegio de’ miei trent’anni. Il cuore è rimasto quello ch’era a venti, mentre l’intelletto è arrivato al suo pieno svolgimento…. e si diverte a sindacar le follìe del suo compagno senza avere la possa di troncarne il corso.
“Luisa,” ho io detto ier sera a quell’angelo, “temo che la pietà verso uno sfortunato possa costarvi dispiaceri. Gli uomini sono così maligni, così pronti alla calunnia!”
“Io nè temo nè disprezzo il giudizio degli uomini,” ha risposto; “ma com’è possibile che la pietà apparisca loro un delitto?”
“È possibile, perchè pochi ne sono capaci; e la prendono per una finzione che nasconde rei intendimenti. Oh, ma ditemi se davvero vi dorrebbe l’abbandonarmi!”
“Ve l’ho già detto, mi dorrebbe perchè siete infelice….”
“Vuoi tu ridurmi a benedire le mie sciagure!” ho esclamato. Ed ella senza parlare, senza guardarmi, si è allontanata come se quel primo mio impeto improvviso le avesse fatto paura.
Gherardo…. il delitto di nove anni in qualche modo è scusabile, perchè vi fui spinto dalle furie dell’amore offeso; ma se alimento la nuova passione che già si è impadronita di me, se la confesso a Luisa, se per il sentiero della pietà la conduco ad amarmi, non diverrò io un vilissimo seduttore? Chi sa? benchè io non sia che l’ombra di me medesimo, quella ingenua e compassionevole creatura potrebbe amarmi come Desdemona amò Otello (per la pietà di vedermi così solo, così reietto dal mondo), e rinunziare per me a qualche partito convenevole e degno di lei…. No, no; io saprò fuggirla; io non le sarò d’inciampo a un avvenire felice.
Creatura impareggiabile, io t’amo…. ma tu non lo saprai; ed io così potrò non rinunziare alla tua vista, finchè tu stessa non abbandonerai questi luoghi: e nel darti l’ultimo addio ti farò una sola preghiera, quella di non obliarmi! Forse fra poco ella amerà…. diventerà moglie e madre…. Oh l’arbitro del destino dei mortali le consenta uno sposo che l’ami com’è degna di essere amata, e di cui ella sia il primo e l’ultimo amore!…
Quand’anche io non fossi ramingo, esule e dannato a morte.… no, io non oserei offrire a Luisa un cuore che ha già tanto amato e tanto sofferto…. Quel sentimento divino, che primo si desta in un petto giovanile e disvela un nuovo universo dinanzi allo sguardo rapito, è l’unico omaggio degno di lei: io non sono più in condizione di offrirglielo, lo consacrai a una donna che n’era immeritevole e ormai inutilmente ne piango.

LETTERA DECIMAPRIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Sì, hai ragione, il rimanere vicino a lei sarebbe follìa; io devo tornare alla vita errabonda; ma lasciami la scelta del nuovo domicilio…. così come talvolta il medico lascia all’ammalato la scelta della medicina. Domani scenderò al piano, il mare è a breve distanza; m’imbarcherò nel piccolo porto dove scesi a terra, e tornerò a trovare i miei compagni di tanti anni, la noia e l’odio di tutte cose…. Lascio la penna, perchè è l’ora della passeggiata nel bosco; mi congederò da lei e risalirò qui per prepararmi a partire. Addio, a questa sera.

Gherardo! ella mi ama!… Dolce, consolante pensiero!… tu fai il cuore felice a dispetto della ragione…. Sì, non posso dubitarne…. Luisa mi ama. Non l’ho trovata accanto al ruscello, e sono arrivato cercandola fino alla porta del cimitero…. era aperto e vi sono entrato, per una lieve speranza di trovarla in quel ricetto della melanconia. Infatti l’ho vista da lontano seduta sopra un tronco di colonna…. nè so se pregasse o meditasse; non s’è alzata al mio arrivo, e mi ha fatto segno di sederle vicino….
“Vorrei” mi ha detto “che le case dei morti si ornassero con più cura anche nei piccoli paesi. Quello che rimane di noi sulla terra è argilla insensibile, lo so; nondimeno chi potrebbe calpestare l’argilla, di cui si composero le persone de’ suoi più cari? chi non cerca di farle onore? Guardate le croci di legno erette sui tumuli! Chi sa quante madri, quante mogli si privarono del pane quotidiano, finchè non avessero risparmiato tanto denaro che potesse bastare a pagarne la spesa! Coll’andare del tempo, le croci, i tumuli, quelle povere donne, tutto s’inabisserà nella voragine del tempo…. Ma intanto il dolore dei vivi viene a pascersi di memorie nei cimiteri…. ed io accolsi di mal’animo la risposta di un tale, a cui diceva ciò che ora ho detto a voi: “Tutta la terra è un cimitero,” ei mi disse, “a che ornare i temporanei ricettacoli che servono di deposito a poche libbre di argilla?…”– “La dottrina” io risposi “è un cibo che gela il cuore; a furia di discorsi sul nulla delle cose umane i dotti arrivano o fingono d’arrivare all’indifferentismo.”
“Mi conforto nel vedere che voi non li approvate,” risposi, “così meco verrà la speranza che un giorno recherete un fiore alla lapida, su cui vedrete scritto: Qui riposano le ossa d’Adolfo” (tale ho detto essere il mio nome).
“Può essere che tocchi prima a me di andarmene da questo mondo,” ha ella risposto ridendo; “in tal caso farete voi la visita.”
“Tocca a me di partire il primo, a me che sono meno giovane e più disgraziato,” replicai. “Vi prometto di lasciar detto che vi facciano sapere il quando e il dove avrò terminato il dramma lugubre della mia vita…. Intanto vi prego di venire qualche volta a pensare a me fra questi sepolcri…. come fossi già morto….”
“Ma dunque…. voi partite….”
“Sì…. parto.”
Non ho detto di più, perchè ho veduto il viso di Giulietta impallidire ad un tratto.
“Lo so!” ho esclamato quasi fuor di me stesso, “il tuo cuore è fatto per la pietà, tu non potresti odiare la vittima di un amore forsennato, tu le daresti una lagrima, e una tua lagrima è compenso bastevole ad una eternità di rimorsi e di pene!”
Ho taciuto, maravigliato io medesimo delle parole escite dalle mie labbra…. E dopo un lungo silenzio, che Giulietta è stata la prima a rompere:
“Guai” ella ha detto “a coloro che sottomettono la ragione ai delirii del cuore!”
“Ah sì! guai a quegli sciagurati!…” ho io ripreso a dire, trascinato dall’onda sempre crescente della passione! “una potenza irresistibile li domina e li muove in opposizione coi dettami del senso e della virtù che adorano e a cui giurarono di obbedire!”
“Invero,” ha soggiunto Luisa, “è strano che tante forze riunite non bastino a trionfare di un sentimento che il capriccio del cuore spenge senza fatica e senza contrasto….”
“No, il capriccio non ha potere su l’amore vero! ma nei primi anni della giovinezza, in quegli anni, nei quali proviamo irresistibile il bisogno di amare, le illusioni della inesperienza, l’avere già colla fantasia architettato il romanzo del primo amore, a cui non manca più che l’eroina o l’eroe, ci fanno cadere in un inganno che ci costa poi la pace della vita intera!”
Nel proferire queste parole ho volto alla fanciulla uno sguardo, da cui traspariva tutta la piena delle dolorose ricordanze che mi straziavano il cuore! Ella ne è stata commossa.
“La felicità non abita sulla terra,” ha detto con un sospiro…. “benchè giovane, io ne sono persuasa!… Anche il destino del mio parente, che riposa fra questi morti, ha fortificata la mia persuasione….”
“Luisa!” le ho detto con veemenza, “se in quel gelido letto, in cui giace quella vittima dell’amore, fosse invece disteso colui che vi sta ora dinanzi; se io avessi dato adito nel mio seno a una passione forsennata e ne morissi vittima…. ditemi, maledireste la mia memoria? vi farebbe orrore la vista del mio sepolcro?…”
“Io maledirvi!… no…. non potrei quand’anche vi sapessi molto colpevole, sento che non potrei.”
“Tu l’hai detto! bada di non disdirti,” ho esclamato, e afferrandole la mano: “Qui dentro,” ho continuato a dire, premendomi quella mano sul petto, “sta chiuso un segreto che sono costretto a confessarti….”
“Lasciatemi!” ella ha detto, interrompendomi.
“No, devi saperlo, per darmi una lagrima quando dormirò nel sepolcro: io ti amo!”
“Rientrate in voi stesso….” ha replicato smarrita, lasciate che io m’allontani.
Non ho osato vietarle di scostarsi di qualche passo, ma ho steso verso di lei le braccia in atto supplichevole. Ella si è fermata.
“Luisa!” ho esclamato, “e mi abbandoni?…”
Un moto involontario l’ha costretta a tornare verso di me…. I nostri sguardi non si sono incontrati, perchè i suoi eran reclinati al suolo…. nondimeno in quel momento i cuori si sono intesi….
“Addio!…” ha detto Luisa…. e quando io ho avuto la forza di ripetere quella parola, ella era già lontana.
Rimasto solo, ho ricordato ogni suo atto…. il tremar della voce, l’impallidire…. i detti pietosi e gli sguardi, più che pietosi, teneri, forse senza che ella sapesse…. “Mi ama!” ho esclamato ebbro di contentezza…. poi ho ricordato il mio stato, le mie sciagure, ed ho finito per tornare al mio abituro molto più infelice di quando n’era uscito. Oh Gherardo! l’uomo che non è padrone di sè stesso…. che non può rispondere della propria condotta, è il più misero dei viventi: posto di continuo fra la colpa e la virtù, senza osar mai di risolversi per l’una o per l’altra, prova tutte le pene che accompagnano i sacrifizii della virtù e tutti i rimorsi inseparabili dalla colpa, nè può aspirare a cogliere il frutto di questa o ad ottenere il premio dei sacrifizii di quella.

LETTERA DECIMASECONDA.

GUIDO A GHERARDO.

Tre giorni! e non l’ho ancor riveduta! mi sfugge…. e non posso lagnarmene…. È dunque sì gran delitto l’amarla?… m’ingannai credendomi corrisposto, fu l’illusione del desiderio!
È notte, e la speranza di rivederla è quasi spenta! O luna! cela fra le nuvole il tuo dolce raggio! madre dei teneri pensieri…. a che splendi? Forse mentre io veglio e mi dispero, ella dorme in un sonno placido…. oh! almeno torbidi sogni turbino il suo riposo…. si desti agitata, atterrita, e a me pensi.
A che mirano i miei lamenti? Che vale il rivederla?… inorridisco all’idea di diventare un vil seduttore, e calco la via che a diventarlo conduce: deplorabile debolezza! Ormai il velo della pietà è caduto. Ella non può vedere in me che il suo amante! e se m’ama, tanto più deve fuggirmi…. Dal momento che le confessai la mia passione, l’onore ci comanda di unirci o di separarci per sempre. Le mie funeste vicende fanno impossibili le nozze tra noi…. dunque? non mi resta che mettere ad effetto la disegnata partenza. Sì, partirò. O Italia! il verde de’ prati, l’azzurro del tuo cielo, il tuo aere pregno di fragranze…. tutto in te desta e alimenta il fuoco delle passioni. Terra cara e fatale! ti fuggirò un’altra volta e quest’addio sarà l’ultimo! La forza della necessità vuole che la mia polvere non si mesca con quella delle tue glebe. Gherardo! è dunque vero che l’inesorabile onore m’impone di fuggirla? Ohimè! ella era bambina, quando io avrei potuto offrirle la mia mano senza disdoro. Ed ora…. come oserei chiedere amore alla donna che non può appartenermi? ottenendolo che ne risulterebbe?… null’altro, tranne l’infamia di ambedue. Tornerò in Grecia; poichè mi è tolto l’aver sepoltura in Italia, l’avrò almeno in grembo alla terra che dopo la terra materna mi è più cara! L’eco dei suoi monti rispose per lo passato a’ miei gemiti, ed io le riporto altri affetti, ma lo stesso dolore.
Mi duole di non riabbracciarti, giacchè non puoi lasciare tua madre: è dura necessità il rinunziare al conforto che mi verrebbe dal versare qualche lagrima nel tuo seno. Oh! se un giorno verrai a visitare questo ermo colle selvaggio, al piede di una rupe, il cui scosceso pendio è ombreggiato da annose quercie, vedrai un abituro circondato da una siepe di albospino, e potrai dire commosso: “Qui Guido visse otto mesi rinato alla vita del cuore.” E se mai ti accadesse di rivedere quella che fu l’unica cagione delle mie sciagure e delle mie colpe…. dille che i miei delirii ebbero fine, che la disprezzo e amo un oggetto meritevole d’amore e di stima.

LETTERA DECIMATERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Ti scrissi di aver risoluto di lasciare questi luoghi; ier l’altro feci i miei preparativi, e stanco uscii di casa poco prima del meriggio per dare l’ultimo addio al bosco, al ruscello, al cimitero. Il silenzio e la solitudine regnavano dappertutto…. M’accòrsi allora che i miei passi avevano avuto per guida la speranza di riveder Luisa prima di partire, e mi fermai sul margine del ruscello che fu testimone del nostro primo colloquio, per dare sfogo all’anima piena di amarezza.
“Così mi fugge,” esclamai, “e disse di non abbandonarmi, finchè io fossi infelice! Me sciagurato! dopo i dolori del primo inganno dovevo io cadere nel secondo. Sesso detestabile! tu non curi le rigide convenienze, finchè si tratta di farci cadere ne’ tuoi lacci…. ma poi….”
“Ingiusto!” disse una voce, che tutto mi scosse; Giulietta era accanto a me.
“Perdono,” risposi, “io disperavo di rivedervi….”
“Ho molto sofferto in questi giorni….” ella riprese a dire, “e non ho ancora riacquistate le forze, ma non voglio differire più oltre un colloquio, forse l’ultimo, fra noi. Ascoltatemi,” ella s’affrettò a soggiungere, vedendo che io stava per interromperla, “poi disporrete voi medesimo della vostra e della mia sorte. Mi diventaste caro, perchè anche prima di saperlo da voi mi accorsi che eravate infelice e perchè fui inesperta da conoscere il pericolo del sentimento che s’insinuava nell’anima mia, invece di respingerlo lo accolsi e lo alimentai tenendolo per una sorgente d’innocenti piaceri. L’idea di spargere di qualche fiore l’arido sentiero della sventura, di consolare una creatura addolorata mi sorrideva soavemente al pensiero; e invece di evitarvi mi affrettavo a venirvi incontro, e vicino a voi provavo un gaudio tanto puro, quanto funesto! Forse per voi l’amore vestì sembianza di gratitudine, ed io voglio crederlo per non essere costretta ad accusarvi di avere insidiato alla mia pace. L’inganno è finito per ambedue; è tempo di separarci, ma sia senza rancore.”
Ella tacque, ed io raccogliendo tutta la mia fermezza:
“Sì,” risposi, “questa separazione è inevitabile, ed io ti giuro di partire in questo giorno medesimo dai luoghi, dove cercando pace ho trovato nuovi martirii! Sappilo, ho un cuore pieno di bollenti passioni, che in altri tempi non sarebbe stato indegno di te, ma che ora non oso offerirti. Deh! non avvilire il tuo amante tenendolo capace di arti abbiette, che egli mai non conobbe. Avrei dovuto fuggirti, appena che mi accorsi del mio amore: non lo feci e son reo. Le mie sciagure mi avevano tolta l’energia necessaria a prendere una magnanima risoluzione; ora l’idea di essere amato da te risveglia il mio coraggio e mi fa capace di uno sforzo straordinario: quello di lasciarti.”
“Sei tu legato a un’altra donna?” domandò Luisa con voce tremante.
“No,” risposi, “e nondimeno non puoi appartenermi: questa mano fu contaminata da un omicidio, ed io non ti trarrò per prezzo della tua tenerezza ad errare lontano dal tuo paese e dal mio, dove sono dannato a morte; e dove tu non rifuggissi dall’accostare le labbra al calice amaro che solo mi è concesso offrirti, pensa che dovresti trasmetterlo a’ tuoi figliuoli e lo respingerai inorridita!”
Amendue rimanemmo in silenzio, gli sguardi della fanciulla erano fissi al cielo, da cui parevano implorare la forza di compiere un penoso dovere….
Io fui il primo a poter parlare.
“Promettimi almeno di non dimenticarmi,” le dissi.
“Dimenticarti! ah non temerlo! Tu primo, tu ultimo e solo regni sull’anima mia…. e così pur fosse che tu potessi dire altrettanto.”
“Non voglio ingannarti,” esclamai, “ho amato e l’amore fu la sorgente di tutti i miei mali.”
“Ti fu cara un’altra donna!”
“Pur troppo!…”
“Ah dunque tu non mi ami, tu non puoi amarmi!” e si allontanò per nascondere il pianto.
“Giulietta,” io ripresi a dire seguendola, “deh, non fare più penosi i nostri congedi amareggiandoli con sospetti ingiusti! Arbitra dei miei affetti, puoi tu dubitare del tuo impero?”
“E si può amare due volte?”
Queste parole mi colpirono dolorosamente il cuore. L’immagine di Eleonora si presentò alla mia mente e chinai gli occhi al suolo; pur mi riebbi subito, e:
“Non devi credere,” le dissi, “che io abbia spezzati i nodi del primo amore con un vile spergiuro…. Se colei che mi fu troppo cara avesse un cuore simile al tuo, forza umana non avrebbe potuto separarci. Mi tradì, ed io l’amai forse, finchè non ti conobbi. Giulietta….” soggiunsi additandole il ruscello, “quando mi trovasti qui la prima volta, io stavo intento al romorìo di quell’acqua cadente, e parevami che addormentasse le memorie e il dolore; da quel giorno non pensai più che a te sola!”
Il nostro colloquio fu interrotto da un vecchio famigliare della sua casa, che la chiamava ad alta voce.
“Senza dubbio,” ella mi disse, “è arrivata mia sorella, e non posso trattenermi di più.”
Il servo intanto ci aveva raggiunti, e annunziandole l’arrivo della sorella:
“Non istà meglio di quando partì,” soggiunse, “venite, ella non vede l’ora di riabbracciarvi….”
Il servo ci lasciò soli. Luisa, dopo avermi fatto promettere di non partire prima di aver avuto un altro colloquio con lei, si affrettò a tornare a casa, dove l’aspettavano gli amplessi della sorella. Io mi avviai pensoso verso il mio solingo abituro per annunziare al mio ospite che ritarderei la partenza di qualche giorno; nè tu, spero, mi apporrai a delitto il ritardo. Si tratta di dare a quell’angiolo un pegno di deferenza al suo desiderio: il delitto starebbe nell’andarmene villanamente senza averla riveduta. Addio.

LETTERA DECIMAQUARTA.

GUIDO A GHERARDO.

Ho ricevuto la tua lettera che mi reca la notizia della morte del padre di Armando, e mi fa sperare probabile e vicina la revocazione della mia condanna. Sarebbe stato un rinascere da morte a vita; ma la fortuna, per provarmi che non toglie nè dona a metà i suoi favori, ha fatto sì che un’ora dopo la tua io abbia ricevuto un’altra lettera, di cui ti accludo la copia. Leggila, e se lo puoi, effigia a te stesso una languida immagine della felicità che tutta inebria l’anima del tuo amico.
“Io non posso nè voglio mentire; mi siete caro, e l’idea di avervi a compagno mi arride così da indurmi a farvi un’offerta che parte proprio dal cuore.
” Io sono orfana: dolorose vicende mi consigliarono di venire a domiciliarmi in questa solitudine, presso una zia, di cui mia sorella ed io siamo le uniche eredi. Non ci venne meno il retaggio paterno che per metà mi appartiene. Se voi non siete reo di colpe disonoranti, se la coscienza vi dice di poter comparire dinanzi al tribunale della giustizia suprema senza il terrore di una condanna incancellabile: io mi sento capace di sfidare i giudizii umani, di vivere con voi qui dove vi conobbi e vi amai, per godere i gaudii della famiglia, e porre ogni mio studio a farvi dimenticare le vostre disgrazie, delle quali verrete a fare il racconto a mia zia e a mia sorella appena che vi sarete risoluto di accettare la mia proposta.
” Mi risponderete a voce domani, e vi aspetterò al luogo solito dei nostri ritrovi.”
Che ne dici, Gherardo? La generosa fanciulla mi offre sè stessa e i suoi averi con una semplicità che fa quasi dimenticare quanto e quale sia il dono! Io non saprei dire se, essendo povero come ella crede, farei atto di maggiore o minore generosità accettando! Alle anime temperate ad alto e dilicato sentire nulla costano i sacrifizii dei beni materiali, delle vanità e dei gaudii sociali; ma l’accettare il benessere del vivere giornaliero dall’amore di una donna è cosa, a cui l’istinto ripugna nel cuore dell’uomo…. Avrei io dovuto obbedire a quella ripugnanza o imporle silenzio?… Per fortuna, non son povero, e grazie alle cure amorevoli del mio vecchio zio la mia lontananza, non che diminuire, ha quasi raddoppiato i miei averi. Se la mia condanna è revocata, io potrò offrire a Luisa una splendida condizione sociale e presentarmi alla sua famiglia come un amante non immeritevole d’ottenerla in isposa.
Luisa mi aspetterà domani nel bosco, dovrò dirle il mio vero nome e raccontarle il mio passato.
Non so il perchè, questo pensiero mi conturbi la mente! ormai ella sa di non essere il mio primo amore: ciò che mi rimane a narrarle non può colpirla dolorosamente al pari di quella confessione! perchè dunque l’avvicinarsi del colloquio, in cui le dirò ogni cosa, mi fa terrore?
È mezzanotte e faccio punto per trovare nel sonno qualche riposo alle commozioni di un giorno che mi ha promesso la felicità, ospite ormai straniera alla esistenza del tuo amico, e che arrivando insperata e inattesa suscita la quasi paura di sè che mi agita e mi conturba.

LETTERA DECIMAQUINTA.

GUIDO A GHERARDO.

Io la trovai seduta accanto al ruscello: appena mi vide si alzò, e nello stendermi la mano mi accòrsi che arrossiva e tremava….
“Ebbi la tua lettera,” mi affrettai a dirle; “è degna di te.”
“Accetti?”
“Sì, e posso farlo senza esporci nè l’uno nè l’altro alle accuse della malignità…. Io non sono privo dei beni della fortuna…. e presto spero sia revocata la condanna, di cui un padre, al quale tolsi l’unico figlio, aveva accresciuto il rigore col farmi apparire più reo che io non fossi. Ora egli è morto; – i miei parenti e i miei amici chiedono la revisione del processo, e probabilmente gli otto anni di esilio volontario da me subiti basteranno a soddisfare l’equità della legge interrogata senza triste prevenzione.”
Il viso di Luisa raggiò di gaudio.
“Perdonami,” io ripresi a dire, “ho teco mentito il nome e la patria….”
“Tu non ti chiami adunque Adolfo?” ella disse, tornando seria e pensosa.
“No…. il mio vero nome è Guido M….”
Ella gettò un grido; mi accorsi che vacillava e mi affrettai a sostenerla….
“Che hai?” le chiesi; ma non ebbi risposta…. Dopo alcuni momenti di silenzio, alzò il capo che aveva appoggiato al mio braccio, quando la trattenni dal cadere, e mi guardò in modo così doloroso e straziante da farmi antivedere nuove e irreparabili sciagure.
“Luisa!… parla….” esclamai.
Ella continuava a tacere.
“Non farmi languire nella incertezza!” soggiunsi.
Vidi che si affaticava per trarre la voce fuori delle fauci strette da una contrazione nervosa; e cessando d’interrogarla, l’aiutai a discendere al piano; e là, per obbedire ai suoi cenni reiterati, la lasciai avviarsi sola verso la casa, contentandomi di non perderla di vista, finchè non fosse entrata nel cancello del giardino.
Oggi nulla ho saputo di lei, ma nella sua casa tutto è quiete; sono stato molte ore a vigilare e nessun indizio di agitazione, nessun andare e venire di servi ne ha turbata la solita tranquillità.
Mistero incomprensibile! quando mai le tue tenebre si dilegueranno? se dovessi perderla! se nuovi ostacoli…. Senti, Gherardo, la mia costanza è al termine; sono stanco e…. No, no, sii tranquillo, poichè mi assicuri che presto sarò assoluto.… tu e la fossa di mia madre mi rivedrete…. ne fo sacramento.

LETTERA DECIMASESTA.

GUIDO A LUISA.

Ieri e oggi ti ho aspettata inutilmente, e sono stato sul punto di presentarmi alla tua famiglia. Il timore di dispiacerti mi ha trattenuto finora, ma se domani non ho tue notizie, verrò. Lo stato, in cui eri quando ci separammo, il mistero del tuo dolore, mi riempiono l’animo di presentimenti sinistri…. Hai tu forse conosciuta Eleonora e udito da lei calunniare la vittima del suo spergiuro? Chi ti parlò di me? chi osò denigrare il mio nome? Ma non ira, dolore immenso traspariva da’ tuoi sguardi, ed io cerco inutilmente d’indagarne l’origine e mi perdo in vane congetture. Deh! affrettati a farmi conoscere la verità, onde io sappia almeno se del destino o degli uomini abbia a lamentarmi.

LETTERA DECIMASETTIMA.

LUISA A GUIDO.

Se la pietà, se l’amore per me ti parlano, non venire; mia sorella non mi lascia sola neanche un momento; per ciò non mi hai riveduta…. frenati e aspetta.

LETTERA DECIMOTTAVA.

GUIDO A LUISA.

Ch’io aspetti! oh! non sai tu che un’ora contiene un’eternità di martirii?… Che è mai dunque questo segreto che tu non possa rivelarlo in brevi parole scrivendo? e perchè non vuoi che mi presenti a tua sorella e a tua zia?… Molto io ti amo; trema bensì, trema d’ingannarmi…. Per vendicare l’amore oltraggiato trafissi un rivale al piede dell’altare e al fianco della perfida che si preparava a contaminarlo. Ora ho nuova sete di sangue!… Ah! che dico? non crederlo…. io sarò unicamente capace di troncare la mia vita ormai straziata da troppi martirii! O tu, a cui ho sperato per un momento di dare il dolce nome di sposa, mia consolatrice, mio angelo tutelare, non abbandonarmi e, se lo puoi, diminuisci almeno l’orrore del mio stato.

LETTERA DECIMANONA.

GUIDO A GHERARDO.

Scrissi più volte a Giulietta, e le sue risposte non fecero che accrescere la mia ansietà, le mie smanie, talchè presi la determinazione di rivederla a qualunque costo. Fermo in questo proponimento, discesi il colle e m’indirizzai verso la sua casa. Incominciava la sera, e la luna confondeva la sua luce con quella degli ultimi raggi del sole. Il cancello della villa era socchiuso; entrai e cercando un luogo dove nascondermi, vidi a poca distanza dalla casa un boschetto di piante odorifere e mi affrettai a farne il mio nascondiglio…. Io mi vi trovava da poco, quando la porta della casa si aprì; una donna ne uscì e venne verso il boschetto; il mio cuore balzò forte quando la riconobbi: era Luisa.
Entrò nel boschetto, ed io aspettai silenzioso e senza muovermi che mi fosse vicina; allora:
“Non puoi fuggirmi,” dissi, apparendole all’improvviso dinanzi.
“Guido!” ella esclamò coll’espressione della sorpresa e dello spavento.
“Sì, son io che vengo a interrogarti sul mio destino; parla una volta….”
“Non posso appartenerti,” ella rispose con un cupo sospiro; “che vale il resto?”
“Chi ci separa?”
“Il destino.”
“Ho giurato trionfarne o perire. Tu m’ami, lo veggo, lo sento, e dovrei rinunziare a te? ah no!”
“Mi rigetteresti tu stesso…. se io dicessi….”
Ella tacque, e i più neri sospetti sorsero nel mio spirito.
“Se devo lasciarti,” ripresi, “è certo che il comando me ne verrà dall’onore; tu l’hai dunque oltraggiato?…”
“Io!…”
Quella esclamazione e lo sguardo che l’accompagnò mi fecero rientrare in me stesso, e supplichevole tornai a chiederle il vero….
Ella invece di rispondermi era tutta intenta a guardare verso la casa.
“Ho inteso abbastanza,” gridai; “addio!” e stavo per uscir fuori del boschetto.
Luisa mi trattenne, e: “Poichè ad ogni costo lo vuoi….” rispose, “conosci tutto l’orrore del tuo destino e del mio: tu detesti Eleonora.”
“Non me ne ha dato forse il diritto?…”
“Luisa,” chiamò una voce che mi fece riscuotere; “dove sei?”
“È dessa!” disse Luisa; “allontànati, va,” e mi spingeva fuori del boschetto dal lato opposto a quello, donde era venuta la voce. Invano! la vista dell’inferno spalancato sotto i miei passi non avrebbe potuto costringermi a retrocedere; io non udiva, non vedeva più Luisa, tutti i miei sensi erano intenti in colei che s’inoltrava verso di noi. La piena delle memorie accompagnava i suoi passi, e venne a piombarmi sul cuore…. Mi appoggiai a un albero, mentre Luisa le andava incontro per impedirle di venire avanti.
Ma già gli occhi dell’oggetto, che mi suscitava tanti tumulti nel petto, erano fitti sul mio viso, che gli estremi raggi del crepuscolo illuminarono. Scôrsi in ogni suo moto il colmo della sorpresa e del terrore, e: “Riconoscimi….” gridai, “son io!” E quella cadde a terra come se fosse colpita dal fulmine.
Luisa corse a soccorrerla.
“Puoi tu compiangerla?” le dissi.
“È mia sorella,” rispose.
“Tua sorella! per questo nome io la maledico….” e respingendola: “Lascia” continuai a dire “ch’ella muoia ai piedi della sua vittima. Mi ha tolto patria, innocenza, felicità, ed ora te pure vorrebbe togliermi: l’inferno l’ha rivomitata per frapporla tra noi.”
Intanto l’autrice dei mali miei riprendeva i sensi.
“Non fu il timore, fu il rimorso, che mi fece cadere svenuta a’ tuoi piedi,” mi disse, “e se venisti qui per punirmi, te ne sarò grata.”
“Per punirti! puoi tu estimarmi così vile?… Va…. degna del mio disprezzo, abbilo intero e lasciami in pace…. Il cuore che per mia eterna vergogna fu tuo, appartiene altrui…. Io amo, e l’amore qui mi ha condotto….”
“Tu ami…. e chi ami?…”
“Luisa….”
“Ah! lo merito questo castigo….” ella disse sotto voce, e poi: “Siate felici,” soggiunse risolutamente. “Siatelo…. ma lontani da me.”
“Ascoltami….” prese a dire Luisa, “io non sapevo chi fosse quando lo amai; ma appena ho saputo il suo nome, ho giurato fuggirlo per sempre.”
“Ed è vero? a tal segno io ti sono cara?”
“E puoi dubitarne?” esclamò, abbracciandola quella tenera giovinetta.
Eleonora si sciolse dall’amplesso fraterno, e volgendosi a me:
“Odiami,” disse; “il cuore di mia sorella mi preferisce….”
“Scellerata!” io gridai furibondo, “trema di togliermi l’unico bene che può compensarmi di tutto ciò che ho sofferto per te…. E tu Luisa! tu dunque consenti ad abbandonarmi per compiacere alla mia persecutrice, il demone ch’ebbe in sorte il diritto di presiedere al mio destino?”
“Deh! perdonami,” riprese ella a dire, “l’idea del tuo disprezzo, l’annunzio del tuo amore, erano due colpi inattesi e terribili; nel riceverli la mia ragione vacillò…. Ora rientro in me stessa: le anime vostre sono unite da dolci legami, ed io tenterei di spezzarli?… No…. no mai!” e prendendo la mano della sorella volle unirla alla mia.
Luisa ritrasse la mano.
“Se fossi sua sposa, so che tu non potresti più amarmi,” disse Giulietta.
“No, non è vero….”
“Voglio vivere per te sola….”
“Devi esser sua,” replicò Eleonora. E volgendosi a me: “Guido” soggiunse “si arrenderà alle tue preghiere; ti lascio seco; le mie forze sfinite più non reggono…. Addio!…”
Uscì del boschetto, ed io smarrito, confuso, neppure mi accorsi che Luisa l’avea seguitata.
Gherardo! che diverrò? Giulietta vuole abbandonarmi…. E…. O amico! ho provato nel rivederla un tale miscuglio d’odio, di disprezzo e di tenerezza, che io stesso non arrivo a comprendere quale di questi sentimenti sia il più forte.

PARTE SECONDA.

LETTERA PRIMA.

ELEONORA A GUIDO.

Sei vendicato! Ne provo tutti i martirii che ti feci provare; e mille volte più sfortunata di te, sono costretta a non odiare la mia rivale e ad approvare la tua scelta. Ama Luisa come un tempo mi amasti, e non temere che ella ricompensi il tuo amore con un vile spergiuro. Il mio esempio fa sicura la tua pace domestica, perchè vale a porle sott’occhio quanto costi un errore.
Domani io parto, voglio evitare di essere spettatrice dei vostri sponsali per non turbarne la festa colla mia lugubre presenza; poi, quando vi saprò uniti e vicini al giorno di abbandonare questi luoghi, ritornerò per abbracciare mia sorella e darle l’ultimo addio. Intanto un asilo sconosciuto a voi tutti mi deve accogliere.
Deh! non t’irritino le lagrime che la tua sposa verserà ricordandomi: io le sono cara, e tu non puoi desiderare che ella divenga snaturata.
Fra poco regnerai solo sopra il suo cuore; ella non avrà più un pensiero che non ti appartenga, e ambedue vi dimenticherete interamente di me. Ma prima di cadere nell’oblio siami concesso chiederti un sospiro di compassione; consenti a leggere nell’animo mio e l’otterrò.
Io partecipai alla commozione da te provata al primo vedermi; e dicendoti di amarti non t’ingannai: ma in quel tempo la mia troppo tenera giovinezza faceva sì che l’intelletto e il cuore si lasciassero dominare dalla fantasia, che per mia disgrazia io aveva sortita potente, piena di fuoco e sdegnosa delle vie facili e piane. Se tu fossi stato povero, e malgrado di ciò avessi osato amarmi per impulso d’irresistibile simpatia; ovvero se da un luogo eccelso i tuoi sguardi si fossero chinati su di me misera e oscura: il tuo amore mi sarebbe riuscito caro come l’unica felicità degna delle aspirazioni di un cuore di donna alto e gentile. Pari a me nella condizione sociale e negli averi, tu chiedesti la mia mano senza sacrifizio, senza mancare a nessuna convenienza, senza suscitare il biasimo, facendo anzi cosa naturalissima…. Invece di esserne felice, io ne piansi, perchè il romanzo del mio cuore appena cominciato stava per finire! Nondimeno tu mi eri caro, e se le vicende politiche non fossero venute a dividerci, ti avrei sposato, e l’età e i miei affetti di moglie e di madre avrebbero calmata la effervescenza fantastica de’ miei pensieri. L’amore della indipendenza d’Italia diventò nel tuo cuore il rivale di quell’amore che provavi per me e che ormai era ridotto a starsene muto in secondo luogo. Le tue sere non mi appartenevano più, e se venivi a visitarmi non era per parlarmi d’altro che di disegni guerreschi e di spedizioni in Lombardia, di riscosse e di battaglie. Io era cresciuta inconsapevole degli affetti, ai quali ti vedeva dare la preferenza su quelli del nostro amore; sentiva altamente, ma quell’altezza non arrivava fino all’abnegazione dell’io a favore di un ente morale, che ad un tratto mi si presentava dinanzi chiedendomi il più crudele dei sacrifizii.
Se tu mi avessi invitata ad accompagnarti sulle pianure lombarde, se tu mi avessi detto: “Eleonora! io non posso mancare al mio dovere verso la patria per rimanere con te: sposiamoci e vieni meco, o morremo ambedue o torneremo insieme;” io avrei sentito d’essere amata. Invece tu parlavi sempre di partenza, passando sopra al dolore che io doveva risentirne, affrettandone coi tuoi voti il giorno e vedendolo arrivare ebbro di entusiasmo e non avendo per me che un addio e una stretta di mano.
Io rimasi persuasa di esserti quasi indifferente e tacqui per orgoglio la mia persuasione; le lettere che mi scrivevi, con le quali non parlavi che dei casi della guerra, avvaloravano il mio interno convincimento e mi facevano riflettere con immenso dolore che sarei una moglie come tante altre, non arbitra del cuore di mio marito, oggetto per lui di una tenerezza pacata, preferita alle cose secondarie, sempre al disotto delle primarie….
Io era usa fino dall’infanzia a chiedere al Cielo un amante, uno sposo capace di sacrificarmi averi, famiglia, gloria, tutto! Quando dopo la battaglia di San Martino tuo zio ricevè il tuo foglio coll’unica parola: “Io vivo,” non seppi altro di te; ed io, più che al dolore, mi diedi in braccio al geloso sospetto, non potendo persuadermi che ti mancasse modo di scrivermi, e supponendo che tu nascondessi il luogo di tua dimora per così indurmi a rinunziare a te.
Armando, visto il campo libero, si presentò, da prima come un amico che viene a partecipare ai dolori, poi a poco per volta cangiò favella e seppe vestire quelle forme di passione esaltata, a cui si era accorto essere io inchinevole a dare molta importanza! Lo sciagurato non era innamorato di me, aveva saputo nascondere la rovina dei suoi averi consumati al giuoco; e sperava soddisfare i creditori colla mia dote.
Egli si valse dei due doni, di cui gli fu prodiga la natura, l’eloquenza e l’astuzia; parlò de’ tuoi difetti: ti dipinse come un uomo volgare…. e spense in me anche la stima che avrebbe alimentata la fede. Affascinata e non vinta…. io acconsentii a seguitarlo all’altare…. Là ti rividi, là il tuo furore e la tua vendetta mi persuasero che tu mi amavi di vero amore! e il mio riacquistò tutta la sua forza.
Fosti salvo, ed io risolsi di vivere per meritare di morire col tuo perdono. Mio padre morì pochi mesi dopo il tuo momentaneo ritorno, mia madre era già morta da cinque anni; rimasta padrona di me medesima tolsi Luisa dall’Istituto d’educazione, dove entrò bambina, e venni seco in questa solitudine ad abitare colla vedova sorella di nostra madre.
Qui ho languito otto anni senza udire mai novella di te, e qui il Cielo ha crudelmente esauditi i miei voti!
Ti ho riveduto…. ahi! ma a qual prezzo! Io credeva che le tue sventure medesime ti avrebbero vietato di obliare colei che ne fu la cagione! e tu eri presente a’ miei pensieri quale ti vidi ai piedi dell’altare, furibondo, avido del mio sangue, pur tuttavia occupato di me…. e ti ritrovo indifferente all’antica offesa, e ti ascolto dirmi che mi disprezzi…. Guido!… questa idea mi fa fremere…. Fosti mio e sono un nulla per te…. un’altra donna trovò la via del tuo cuore! e mentre io vivo e t’adoro, non ho diritto di lamentarmene! Oh! compiangimi…. e pensa che se fu grave la colpa, non è minore la pena.

LETTERA SECONDA.

ELEONORA A LUISA.

Io sento quale sia il prezzo del sacrifizio che tu vuoi farmi; e la certezza di esserti cara a segno d’indurti a rinunziare per me alla felicità che ti offre un amore corrisposto, è il conforto di ogni mia pena. Ma la tua tenerezza sarebbe funesta ad ambedue se ti vietasse di accettare la mano d’un amante degno di possederti. Sorella, il tuo bene è ormai l’unico scopo, a cui tendono i miei desiderii: consentimi di conseguirlo, e sappi che la tua mal’intesa generosità mi ridurrebbe a maledire la mia vita condannata ad essere origine di sventura pe’ miei più cari.
Io parto, nè mi rivedrai finchè Guido non sia tuo sposo; affretta il giorno delle nozze, nè cerca di scoprire il mio nascondiglio: lo tenteresti inutilmente, mentre sai di avere nelle mani il modo di farmi ritornare presso di te.

LETTERA TERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Io ebbi la tua lettera ier l’altro mattina, mentre, per non espormi ad incontrare Eleonora, non osava andare in traccia di sua sorella…. La notizia che la mia condanna è revocata e che posso ritornare nel mio paese, fece sì che mi appigliassi subito al partito di chiedere la mano di Luisa alla zia, celebrare le nozze e partire da questi luoghi colla mia sposa. Stavo già per incamminarmi verso il piano, quando il vecchio servo della sua famiglia entrò nel mio abituro, e porgendomi una lettera:
“Le mie padrone,” disse, “vi aspettano, e vi pregano di non indugiare a visitarle.”
“Verrò,” risposi, e rimasto solo aprii la lettera: era di Eleonora. Io fui un momento tentato di lacerarla prima di leggerla, ma poi la curiosità trionfò della ripugnanza e lessi! Ella mi diceva che non volendo turbare la mia felicità si allontanava dalla famiglia, e terminava col chiedermi compassione e perdono. “È partita!” esclamai, “si corra a rivedere Luisa,” e scesi rapidamente dalla collina.
Ella mi venne incontro colla zia, a cui mi presentò con brevi parole; poi mi narrò che Eleonora era partita in segreto, senza lasciare indizio del luogo dove andava.
“Deh! raggiungetela….” soggiunse l’affettuosa fanciulla, “fate che ritorni.”
“Io!”
“Sì, voi che l’amaste, che dovete compiangerla.”
La zia aggiunse le sue premure a quelle della nipote, ed io le ascoltava, frenando a stento l’impeto dello sdegno.
“Che pretendete?” risposi, “forse che spetta a me il ricondurvi colei? a me, per cui la sua presenza è il peggiore dei supplizii! Fa bene a fuggirmi: pur se così vi affligge la sua lontananza, poichè promette ritornare dopo le nostre nozze, si compiano.”
“Tremo per la sua vita, e vuoi che pensi alle nozze!…” esclamò Luisa. “Ah! se ho qualche potere sull’animo tuo, cedi alle mie preghiere, al mio pianto, corri in traccia di mia sorella.”
“Ci vuole uniti, appaghiamola.”
“Non lo sperare, se prima non la rivedo.”
“Lo so che mi abbandoneresti per lei!”
“Ingiusto!” ella disse sotto voce.
“Profittiamo della sua assenza per fare indissolubile il nodo del nostro amore; non costringermi a rivederla, trema della funesta influenza che ha esercitato sul mio destino!”
Luisa fece un atto di sdegno, e volgendosi alla zia:
“Andiamo,” le disse, “a che perdere il tempo in parole inutili! cerchiamola noi medesime…. Egli è implacabile, ma saprò punirlo; non mi rivedrà, finchè non abbia ritrovata Eleonora.”
“Tu lo vuoi!” risposi, vietandole d’uscire dalla stanza; “ io mi arrendo alla tua cruda minaccia, corro a rintracciare la mia nemica.”
“E se tu m’ingannassi….”
“E mi credi capace di farlo?”
“No, a te m’affido.”
“Ah! Giulietta! tu sola potevi indurmi a tal passo, e tu sola puoi esserne la ricompensa.”
Un cavallo era già pronto, io mi recai alla città più vicina, e nulla trascurai per avere notizie della fuggitiva…. Inutili furono le mie cure e le mie fatiche; stanco delle indagini, mi fermai in una piazza, e gettando gli occhi sopra un gruppo di donne ferme a pochi passi di distanza da me, riconobbi fra loro Laura, la fida cameriera di Eleonora.
La chiamai ad alta voce: si voltò verso di me, mi riconobbe e volle fuggire; ma la trattenni e colle preghiere e le minacce la costrinsi a confessarmi che Eleonora si trovava in casa di una sua conoscente, ed era in procinto di partire per un monastero degli Appennini. Mi feci condurre a quella casa, ma volli che Laura mi precedesse per aver tempo di calmare la mia commozione ed apparire tranquillo. Introdotto presso di lei, la vidi impallidire.
“A che vieni?” mi disse, “io ti fuggiva, e tu….”
“Bene facesti a fuggirmi,” risposi interrompendola, “nè certo fu mia intenzione impedirti la fuga…. Le lagrime di Luisa mi hanno imposto l’odioso incarico di ricondurti presso di lei per fare che acconsenta a venir meco all’altare.”
Le vampe dell’ira comparvero per un momento sulle sue guancie, e uno sguardo rapido come il pensiero mi espresse un vivo rimprovero.
“Sì,” continuai, “la fatalità che m’insegue ti fa un’altra volta arbitra del mio destino…. Parla…. che risolvi?…”
L’ira era sparita dal suo sguardo, e dolore profondo, rassegnato, ne avea preso il luogo.
“Mi allontanai,” disse, “supponendo che la mia partenza fosse necessaria alla vostra felicità; se il mio ritorno può valere a farla sicura, sono pronta a seguirti.”
“Tanto ora t’importa che io sia felice!…”
Proferii queste parole coll’amaro sogghigno dell’ironia.
Ella ne fu colpita: “Giudice supremo,” esclamò, “dammi tu la forza di reggere a sì dure prove!”
Mi volsi altrove per conservare il contegno sprezzante e sdegnoso, e fermando a caso gli occhi sopra il tavolino, accanto a cui ella sedeva quando entrai nella stanza…. vi riconobbi il mio ritratto. Glielo avea dato nel giorno, in cui fummo fidanzati; nel rivederlo, nel ricordare i giuramenti che ella fece nel riceverlo, fui preso da tale impeto di furore che lo gettai a terra e calpestandolo:
“Così si annienti” gridai “ogni ricordanza del mio rossore.”
Eleonora si precipitò per raccoglierlo, io la prevenni e negai di restituirglielo. Allora ella proruppe in pianto dirotto, e coll’accento della disperazione:
“Non abusare” mi disse “dei tuoi diritti, restituiscimi quella miniatura che fu dono d’amore, e che invoco adesso dalla pietà…. tu me la desti, nè puoi riprenderla.”
“Osi tu ricordare il quando e il come l’avesti?…”
“Così potessi dimenticarlo! sarei meno infelice!… oh! restituiscila….” e stendeva verso di me le mani in atto supplichevole…. “Ho tradito” soggiunse “i giuramenti che proferii nel riceverla; ma tu stesso, se tu mi avessi amata come nel darmela giurasti, non ti sarebbe ora possibile il trattarmi così crudelmente.”
“Strano rimprovero!…”
“Eleonora,” mi dicesti, “se tu sapessi a quante prove ho sottoposto il mio cuore prima di offrirtene il regno! ti ho detto: t’amo, certo di non ritrattare questa parola, quand’anche mi accorgessi che tu non meriti l’amor mio, e sento che non potrei togliertelo, nè darlo altrui…. Così dicesti, e ami un’altra e vuoi privarmi del mio ultimo conforto…. va, non fui io sola spergiura!…”
“Sciagurata! qual demone ti trasse a riaprire tutte le mie ferite? io non ti amai di vero amore, tu dici, ah! quale sarà dunque il vero amore sopra la terra?…”
“Quello che dura per tutta la vita e accompagna l’anima in seno all’eternità.”
“Tu sola vietasti al mio d’esser tale….”
“Se tale ne fosse stata la tempra, il mio codardo oblio non avrebbe potuto spengerlo.”
“Iddio, mosso a pietà del mio soffrire, condusse Luisa là dove io lamentava il tempo perduto in amarti…. ella mi apparve angiolo apportatore di pace, ed io mi sentii rivivere per amarla.”
“Amala,” disse colei, “io stessa verrò a condurvi all’altare; nasconderò le mie pene nel fondo del petto e il viso potrà apparire tranquillo. Tanto prometto e tanto otterrò; ma tu cessa dall’insultante disprezzo e non indebolire la mia fermezza, poichè a tuo pro io devo valermene.”
Tornò a stendere la mano per riavere il ritratto.
“Potresti guardarlo senza arrossire di te medesima?” le dissi, tuttavia negando dì darglielo.
“Più soffro e meglio ti vendico,” rispose, “porgilo.”
Io esitava.
“Guido!” soggiunse tenera e supplichevole.
La guardai e (lo confesso) ebbi rimorso del mio troppo rigore!… Posai il ritratto sul tavolino, e mi affacciai a una finestra per nascondere la mia commozione. In quello entrò Laura ad avvertire la sua padrona essere tutto pronto per la partenza.
“Devo ritornare presso mia zia,” le disse Eleonora. Andò a congedarsi dalla padrona di casa, poi salì con Laura in carrozza ed io le seguitai a cavallo.
Giungemmo: Luisa corse ad abbracciare la sorella.
“Ti ho obbedita,” le dissi, “pensa ora alla ricompensa.”
“L’avrai,” rispose Eleonora, “non dubitarne.”
Intanto Luisa la rimproverava di averla abbandonata, ed ella le rispondeva colle lagrime; io mi congedai per non turbare le tenere espansioni dell’amore fraterno.
Tornato al mio tugurio scrissi a Luisa, per chiederle di affrettarsi a dare una risposta definitiva alla mia richiesta, e n’ebbi la seguente risposta:
“Eleonora mi giura che le nostre nozze, lunge dallo accrescere il suo soffrire, serviranno invece a farle riacquistare la pace e con essa la salute. Io perciò adempio il suo desiderio e seguo i moti del cuore che mi parla per te; sarò tua, ma voglia il Cielo che non abbiamo ambedue a pentirci di questa risoluzione.”
Tranquillo sulla mia sorte e sicuro di essere in breve sposo di Luisa, io volsi il pensiero alla sciagurata che espia le antiche colpe contribuendo all’adempimento dei voti dell’amor mio. Rilessi la lettera che prima di partire mi aveva scritta, ne fui commosso e volli risponderle.
Non pare anche a te che sarebbe crudeltà l’opprimerla con nuovi rimproveri?… I miei mali finirono, abbia fine anche l’odio per colei che ne fu la cagione.

LETTERA QUARTA.

GUIDO AD ELEONORA.

No, Eleonora, tu non devi credere che goda nel tormentarti; persuaditi invece che senza averti perdonata non potrei godere una felicità non mescolata di amarezza. Abbilo dunque il mio perdono, e poichè io dimentico il passato, dimenticalo tu pure. La colpa fu sempre ignota al tuo cuore. Io ne sono persuaso: la tua giovinezza, la tua inesperienza e le arti di Armando ti condussero in inganno; ma io era amato.
Deh! non condannarti alla solitudine e al lutto. Osa aspirare a nuovi e più fortunati legami; dona ad altrui quella mano che doveva esser mia e mi fu tolta. Col cessare delle mie sventure cessa l’obbligo che imponesti a te medesima di separarti dal mondo, da’ gaudii suoi, e il sentimento che la pietà e il rimorso hanno alimentato sinora nel tuo animo, si estinguerà facilmente. Diffidi, tu forse di destare il palpito d’amore in qualche altro petto?… Ama; riamata sii felice, e i voti della tua famiglia ed i miei saranno adempiti.

LETTERA QUINTA.

ELEONORA A GUIDO.

Sei tu che mi scrivi?… Dopo tanti anni ricevo una lettera di Guido, e parla di perdono e di pace! Sì, poichè mi perdoni, io cesso dall’abborrire me stessa, e il mio cuore, libero dal peso che finora l’oppresse, respira! Ma puoi tu parlarmi di altri legami?… no…. e’ non sono possibili! Qui…. dove ho vissuto sette anni, trarrò il resto della vita e la memoria del tuo perdono sarà l’ultimo conforto!
Addio, Guido, addio! Godi al fianco della tua sposa quella felicità, di cui privai me stessa per sempre!… È d’uopo condannarlo a un eterno silenzio questo amore che tutta m’investe delle sue fiamme: ti rivedrò occupato unicamente di mia sorella, e dovrò frenare le lagrime e fingere calma sul viso, mentre avrò la morte nel cuore? Puoi tu farti un’idea giusta del mio soffrire?… delle mie smanie, dei miei tormenti?… Ohimè!… sono atroci, insopportabili…. Non temere però: Luisa non li saprà…. Ma a che intorbido i tuoi gaudii co’ miei lamenti?… Gelose furie, ritraetevi nel profondo dell’anima, e là suscitate le vostre tempeste…. io saprò vietarvi di varcarne il confine.

LETTERA SESTA.

GUIDO A GHERARDO.

Gherardo! io mi persuado ogni giorno più che la felicità non è frutto terreno…. Dovrei essere contento e provo invece una inquietudine, una mestizia, che tutti i miei sforzi non valgono a superare. Da oggi a un mese si faranno le nozze, e partirò subito colla mia sposa per riporre il piede con lei ne’ miei lari ormai deserti da due lustri, ed Eleonora rimarrà presso la zia.
Io la veggo di rado, ella vuol nascondere le sue pene, e la violenza che fa a sè stessa per comparire tranquilla, spinge all’estremo il deperimento della sua salute…. Il suo stato comincia a seriamente inquietarci, e Luisa, nel vederla magra e pallida più assai che non fosse quando tornò dalla campagna, non sa darsi pace.
Amico! io dopo avere tanto sofferto per lei, la vedo soffrire per me! Eleonora mi ama, ed io ho cessato d’amarla! qual cangiamento!… Vicende umane, siete pure strane!
“Il mio stato è crudele,” mi diceva ieri Luisa; “al solo nominarti impallidisce Eleonora. I vostri antichi legami ci amareggiano ogni contentezza del presente.”
Io ascoltava in silenzio, confessando meco stesso la veracità delle sue parole.
“È vero,” poi le risposi, “che tua sorella ed io non potremmo ormai vivere insieme, ma fra un mese tu ed io ci allontaneremo da questi luoghi, dove ella ha stabilito di rimanere e allora staremo tutti meglio.”
Così parlando giungemmo vicino al boschetto, dove per la prima volta rividi Eleonora, e un momento dopo un suono di chitarra si fece udire dal boschetto.
“Ella è fra le piante che predilige,” disse Giulietta, “e si prepara a cantare la romanza a lei cara e a me fonte d’infinita mestizia.”
Infatti un momento dopo, terminato il preludio, Eleonora cantò le parole che ti trascrivo, sopra un motivo semplice e adatto al loro tetro significato:

Spento nel fior degli anni,
Pace ho nell’urna alfin;
Termine han qui gli affanni,
Si placa il rio destin.
Cento lusinghe e cento
Sedussero il mio cor:
Ma nel cercar contento,
Sempre trovai dolor!

Non saprei esprimerti la commozione che provai nell’udire quel canto! lasciai Luisa all’ingresso del boschetto, uscii dal recinto della villa, salii l’erta, arrivai al mio casolare, e mi pareva che la mestissima melodia non fosse ancora cessata.

LETTERA SETTIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Perchè tremo quando si parla di lei? Perchè anche a fianco di sua sorella tendo l’orecchio al più lieve rumore, sperando che sia quello de’ suoi passi?… Pensoso, astratto, in guerra con me medesimo, non vorrei pensare che alla mia sposa, e mio malgrado penso a Eleonora.
Gherardo! deridimi, ne hai ben donde!… Oh!… ma se tu la vedessi, abbattuta, languente! se tu avessi udito il suo canto! Luisa è bella; la sua ingenuità, il suo candore ispirano un sentimento misto di rispetto e di tenerezza; Eleonora è fatta per suscitare l’ebbrezza dell’amore e per parteciparne le ispirazioni. Il mio affetto per sua sorella è frutto delle circostanze, da cui ebbi adito ad avvicinarla e ad apprezzarne i pregi: la passione, di cui arsi per Eleonora, nacque da irresistibile simpatia ed io ne provo tuttora l’impero. Ti giuro nondimeno che quand’anche libero io mi fossi da qualunque siasi impegno, non perciò ella diverrebbe mia moglie…. Una barriera insuperabile ci divide, ed io mi estimerei il più abbietto degli uomini se potessi dimenticarlo.
Ieri trovai Luisa più melanconica del solito.
“Guido,” mi disse, “mia sorella è molto ammalata, e m’accorgo pur troppo che dissimula dicendo di desiderare le nostre nozze.”
Entrò la zia e anch’ella si mostrò afflitta per lo stato di sua nipote. Io mi adoperai a consolarle coll’asserire che la fortissima commozione provata nel rivedermi aveva senza dubbio contribuito a peggiorarne la salute già a tristi condizioni ridotta, che bensì sarebbe follìa l’attribuire il peggioramento ad altre cause non possibili ed immaginarie. Parvero persuase, ed io le lasciai anelando di abbandonarmi nella solitudine allo strazio dei miei pensieri….
Nell’uscire incontrai Laura e la fermai per chiederle che cosa pensasse dello stato della sua padrona.
“Ah! signore,” mi rispose, “io tremo per la sua vita.”
“Ingegnatevi a divagarla.”
“È impossibile.”
“Ditele che addolora tutti quelli che l’hanno cara.”
“Lo sa, e dice che vorrebbe vivere, finchè voi e sua sorella le siete vicini.”
“Se voi sapeste il male che mi fanno queste parole.”
“L’avete dunque perdonata di cuore?”
“E potete dubitarne?…”
“Vi assicuro che lo ha meritato!…” e mi lasciò per ritornare presso di lei.
O amico, il mio stato è orribile…. ella morrà, se le mie nozze si fanno: e come impedirle se ella medesima non parla che di affrettarne il momento?

LETTERA OTTAVA.

GUIDO A GHERARDO.

Era notte inoltrata; io mi era congedato da Luisa e dalla zia a un’ora molto più tarda del solito, avendo dovuto occuparci insieme di alcune faccende da assestarsi prima delle nozze…. Eleonora era rimasta nella sua stanza, ed io da tre giorni non l’aveva veduta.
Mi fermai nel giardino, e l’anima mia potè liberamente darsi in braccio alle memorie del primo e (m’è forza il dirlo) del solo vero amor mio. Trovandomi a caso accanto al boschetto, dove Eleonora passa tante ore meditando o cantando le sue meste canzoni, nacque in me un subitaneo pensiero di entrarvi. Ella vi era.
“Laura, sei tu?…” disse; ed io non risposi…. Replicò la domanda, e allora all’udirmi proferire il suo nome, venne verso di me.
La luna scintillando fra un ramo e l’altro spandeva un vivido raggio sopra il suo viso: era bagnato di pianto, ed io sapeva che quel pianto lo aveva versato per me!
“A che vieni?…” mi disse.
“Il caso mi ha condotto,” risposi, “nè pensai di qui ritrovarti ad ora tarda.”
Ella sospirò, e i suoi occhi si empierono di nuove lagrime.
“Perchè” esclamai quasi fuor di me stesso “non le versasti, quando le avrei rasciugate anche a costo della vita?… ora è tardi!…”
“Lascia dunque che io versi il pianto della disperazione e allontànati.”
“Non posso, una forza, a cui non so resistere, m’incatena al tuo fianco.”
“Ah! che dici!” esclamò; poi: “Parti, parti,” soggiunse coll’accento del terrore.
Presi la sua mano, e: “Fosti l’eletta del mio cuore,” le dissi, “nè mai l’ho tanto sentito, quanto in questo momento. Sì, non arrossisco a dirtelo, la sorgente della celeste felicità dell’amore è in te, ne’ tuoi sguardi, nella tua voce…. Donna fatale! poteva io rivederti e non arrendermi di nuovo al fascino delle tue attrattive?” E additandole la luna: “Guarda,” soggiunsi, “l’astro gentile che tante volte ci vide l’uno accanto all’altro sul patrio lido…. e mi udì esprimerti l’eccesso dell’amor mio! La sua voce è soave come in quei momenti beati…. Io son teco…. ah!… come non sentirei la stessa fiamma divamparmi nel seno?”
“Tu!… deh!… fuggi, lasciami; un abisso ci sta spalancato dinanzi, e se vi cadiamo, Luisa vi cadrà con noi.”
Questo nome dissipò l’incanto; lasciai la mano di Eleonora, e percotendomi la fronte:
“Dove mi sono lasciato trasportare!” esclamai.
Uscii dal boschetto, e mentre mi allontanava ella mi dava gemendo un addio!
Ah! se Luisa sapesse quanta e quale è la tempesta che m’infuria nel petto! Cara e innocente fanciulla! La guardi il Cielo dal partecipare ai tormenti di due sfortunati che l’amano. Amico! sovvienimi de’ tuoi consigli; io provo un contrasto tale tra il dovere e l’affetto, da essere costretto a non formare una risoluzione senza che le tenga dietro un rimorso, e trascino la vita invidiando gli anni che trassi esule, ramingo!… Almeno allora era uno il dolore; io pensavo a Eleonora, ma supponendo di odiarla e d’esserne odiato; ora, non spergiura, non d’altri accesa mi si presenta al pensiero; tenera e supplice la veggo, e quando a tale immagine sento ridestarsi il sopito, ma non mai spento amor mio, rammento Luisa e il rimorso mi strazia!…

LETTERA NONA.

ELEONORA A GUIDO.

Non fu una illusione! tu lo dicesti che m’ami ancora! Io non meritai di gustare la felicità, di cui m’innonda l’anima questa idea confortatrice d’ogni mio dolore! Che importa se non posso omai appartenerti sulla terra? Iddio tranquillo fra i turbini ci unisce colla mano dell’Eternità, e basta. E nel seno dell’Eternità io vado ad aspettarti; compi i tuoi doveri, poi verrai a raggiungermi, e non ci separeremo mai più.
Sì, Guido, io sento che la mia vita si avvicina al termine; Luisa deve ignorarlo, e tu col dirglielo mi affretteresti la morte. Nè devi pensare che le vostre nozze mi uccidano: quando ti ho riveduto, io era certa che l’ultimo de’ miei giorni già mi sovrastasse: ed anzi, poichè tolsi a me stessa di poter essere tua consorte, mi è dolce il pensare che darai quel nome a mia sorella, e così io non sarò straniera a’ tuoi nuovi legami. Deh! non piangermi; io vado a trovar pace; e l’ultimo palpito del mio cuore sarà consacrato a te, a te che adoro e potei tradire. Dimentica la colpa della prima mia giovinezza, di quegli anni, in cui il senno tuttavia vacillante è facile a lasciarsi dominare dall’inganno! Ricorda soltanto che ho vissuto otto anni fra il pianto e i rimorsi, pensando a te solo e che spirerò col tuo nome sulle labbra.

LETTERA DECIMA.

GUIDO AD ELEONORA.

Tu muori! ed io preparerei la ghirlanda nuziale, e i suoi fiori sarebbero colti in un coi cipressi destinati a ornare il tuo feretro?… No, non mi sento capace di tale virtù, o piuttosto di tale barbarie!… mi costi già tanto, che ormai mi sembra quasi facile il sacrificarti anche la coscienza e l’onore! Perciò senz’avere la certezza che la tua vita non sia in pericolo, io non anderò all’altare, non vi anderò, te lo giuro!… Contempla pure con gaudio il sepolcro dove aneli di scendere: sappi bensì che non vi scenderai sola; anch’io ho bisogno di pace…. Oh, non ridurmi a maledire il tuo pentimento e il tuo amore! Se mi ami, se tua sorella ti è cara, abbi cura di una vita, da cui le nostre dipendono…. Nella notte di domani voglio parlarti, ad ogni costo lo voglio…. tu sola puoi darmi il coraggio e la risoluzione di adempiere i miei doveri.

LETTERA DECIMAPRIMA.

ELEONORA A GUIDO.

Tu vuoi che io tenti di rianimare in me la scintilla vitale già vicina a spengersi: m’imponi di vivere, ed io vorrei obbedirti…. ma se mi riuscisse impossibile di farlo…. tu saresti ingiusto apponendomi a colpa la impotenza. Luisa spera vedermi riacquistare le forze: lasciala nel suo inganno e affretta il dì delle nozze. Io dovrei negarti il colloquio che mi chiedi; pur come resistere alla voce che mi chiama a godere un’ultima ora di felicità prima di cadere nelle tenebre della morte?… Domani a mezzanotte mi troverai nel boschetto con Laura…. Addio.

PENSIERI DI ELEONORA.

Verseranno qualche lagrima e poi saranno felici! l’oblio è l’unico abitatore del recinto, in cui dormono le ceneri dei trapassati! esso li cancella dalla memoria dei vivi! Vidi un giovine marito visitare ogni giorno il sepolcro della perduta compagna. Scorsero sei lune, e lo incontrai al fianco di un’altra sposa! Guido mi ha riveduta ed ha dimenticato il mio spergiuro; non mi vedrà più e si dimenticherà di me!…
Lo vidi seduto accanto a Giulietta e un brivido mi corse per ogni vena!… Se in quel momento mia sorella fosse venuta ad abbracciarmi, mi pare che l’avrei respinta…. Mia sorella! oh! se tale non fosse…. io le torrei l’amante, che fu ed è tuttavia il mio…. Egli, è vero, non può stimarmi, ma mi ama, e l’amore tien luogo di tutto!… Anch’egli mi vide e impallidì…. non del pallore dell’ira.
“Credilo,” mi diceva ieri Giulietta, “Guido non ti odia….” Insensata! Io ti contemplo, o verdeggiante collina, dov’egli trovò un asilo. Mentre l’eco delle tue falde ripeteva i miei gemiti, quello della tua vetta rispondeva ai gemiti di Guido…. Chi sa quante volte i nostri sguardi si saranno affissati ad un tempo nel punto medesimo della terra, del mare o del firmamento.… e il cuore non ce ne fece avvertiti!… Le sue secrete ispirazioni son dunque menzogne?…
Io ho promesso di accompagnarli all’altare: che importa il morirvi per lo strazio del cuore! E poi mi pare impossibile che egli possa dirle: “Son tuo;” per persuadermene ho bisogno di ascoltare da lui medesimo quelle parole. Proferiscile, o Guido, tu puoi farlo, perchè fra poco Eleonora sarà polvere; ma per averne la forza devi ricordare che io fui sul punto di dirle ad Armando.

LETTERA DECIMASECONDA.

GUIDO A GHERARDO.

Fra due ore io la troverò; le esprimerò per l’ultima volta il mio amore!… Il passato e l’avvenire son nulla…. quel momento è tutto…. Chi sa? forse invece di separarci per sempre, prenderemo la risoluzione di affrontare insieme l’eternità…. A Giulietta non mancheranno altri sposi! ho meco un pugnale e gli ho tolta la ruggine…. Addio….

LETTERA DECIMATERZA.

GUIDO A GHERARDO.

Entrai nel boschetto; ella non c’era, e mezzanotte era già sonata; aspettai un’ora e non venne! Uscii smanioso; mi avvicinai alla casa e vidi molte stanze illuminate. La porta si aprì, ne uscì il vecchio famigliare e udii la voce di Laura che gli diceva di far presto. Aspettai ch’egli si fosse allontanato e la chiamai sottovoce; ella mi conobbe, e venendo verso di me:
“Muore!” mi disse.
Io non risposi, entrai in casa e corsi alla camera di Eleonora. La vidi giacente sopra un divano: la sorella e la zia le stavano accanto piangendo. Luisa nel vedermi entrare fece un atto di sorpresa.
“Dimmi se è morta,” gridai furibondo.
“No,” rispose, “è caduta in deliquio per non volersi coricare, mentre aveva una febbre ardentissima.”
“E sei tu che potresti rianimarla? tu che la uccidi?…”
Così dicendo la spinsi lontana da Eleonora e presi il suo posto.
Vivamente colpita dalle mie parole e dall’atto, ella mi guardava come se fosse istupidita. Io intanto bagnava di lagrime le mani di Eleonora, dandole i nomi più teneri…. ma la sfortunata non mi udiva, e il suo letargo era simile al sonno dei trapassati.
“Tu non ti desti,” esclamai, “ebbene, dormirò anch’io!” e mi trassi dal seno il pugnale.
Luisa si slanciò verso di me, gettando un grido di spavento; io sorrisi, e:
“Un giorno prima, un giorno dopo,” dissi, “è tutt’uno. Io avevo già risoluto finirla…. perchè senza di lei la vita è per me peso insopportabile!…”
“Barbaro!” esclamò Luisa, “ora lo dici, ora che la vedi morente?…”
“Sì, io la uccido, ma tu sola n’hai la colpa!…” In quel momento Eleonora riaprì gli occhi.
“Ella torna alla vita,” soggiunse Luisa, “il Cielo non consente che io porti la pena dei vostri errori.”
Eleonora alzò il capo, mi vide e un raggio di piacere brillò sul viso già coperto dalle ombre di morte. Sua sorella si accostò di nuovo:
“Tu mi hai molto offesa,” le disse, “ed io voglio vendicarmi: ecco il tuo amante, quegli che te prima amò e che al rivederti ha sentito di non poter amar che te sola…. te lo restituisco….”
Eleonora si volse verso di me, e:
“Che hai tu fatto!” mi disse.
“Non accusarmi,” risposi, “io veniva per rivederti e per morir teco, ove mi fossi sentito incapace di abbandonarti.”
“Vivi dunque per lei!” esclamò Luisa, “ti sciolgo da qualunque siasi impegno, e ardisco credere che quell’impegno soltanto e non un falso punto d’onore ti vietasse finora di darle la mano di sposo. Ed io, stolta, supponeva che tu l’odiassi e non riconobbi il tuo amore nei tuoi furori medesimi!… Deh! perdonatemi ambedue di avere così prolungate le vostre pene; siate felici, e ricordatevi qualche volta di me!…”
“Gran Dio!” disse Eleonora, “non mi avevi tu abbastanza punita?… anche a questo nuovo supplizio mi riserbavi! Luisa! cara e generosa Luisa! ogni tua parola è un colpo di stile che penetra in fondo di questo cuore colpevole. E che! tu ami Guido, ed io, sciagurata cagione d’ogni suo danno, io potrei rapirtelo?… Oh! lo estimi tu sì poco, da credere che acconsentirebbe a farmi sua moglie?… No, egli non è capace di avvilirsi a tal segno, ma dove fosse, spetterebbe a me il vietargli di contaminare l’onor suo. Forse sarà vero che il mio pentimento e i miei rimorsi abbiano ridestato in lui qualche scintilla del primo affetto; ma in un cuore alto come il suo l’amore diviso dalla stima non può esser mai altro che un passeggiero delirio!… Te egli ama e stima, e teco soltanto egli potrà sentirsi felice….”
Luisa si volse a me, e:
“Non è più tempo di dissimulare,” mi disse; “a nome dell’onore ti chiedo di svelare i tuoi intimi sentimenti verso l’una e l’altra di noi; trema di mentire; ami tu mia sorella come l’amasti per lo passato?…”
“L’amo,” risposi, “e più ancora di prima.”
“Taci,” esclamò Eleonora, “tu menti.”
“Vi oltraggerei ambedue se mentissi,” ripresi a dire; e volgendomi a Giulietta: “No,” soggiunsi, “virtuosa fanciulla, tu non devi credere che io abbia voluto ingannarti; ohimè! io ingannava me stesso, e se non avessi riveduto l’oggetto del funesto amor mio, tu avresti fatto durare l’inganno per tutta la vita. Al rivedere Eleonora io sentii rinfiammarsi l’antica passione.”
“E non di meno volevi porgermi la tua mano.”
“Dovevo farlo.”
“Nozze sciagurate! Ed io ne invocavo il giorno! e nella mia stupida credulità mi teneva amata! Oh, che sarebbe di me, di voi, se avessi tardato a conoscere il vero! Iddio è giusto.”
“La sua giustizia è terribile!” esclamò Eleonora; poi gettandosi in ginocchio dinanzi a noi: “A che mai volete ridurmi?” ci disse supplichevole, “deh! se io vi sono cara, liberatemi dall’orribile rimorso che mi martira. Non l’amore, la pietà e la tenerezza fraterna vi stringano l’uno all’altro, fate che io non spiri fra disperati tormenti. Nasce il giorno, affrettatevi, andate all’altare e tornate a consolarmi e a ricevere l’ultimo mio sospiro.”
Noi la rialzammo; le poche sue forze erano esauste; non poteva più parlare, ma i suoi sguardi continuavano a supplicarci. La ponemmo sul letto, arrivò il medico, ed io mi ritrassi per aspettarlo nella sala d’ingresso del piano terreno. Egli dapprima mostrò di avere qualche speranza, ma quando io dissi di non poterne essere a parte, non osò darmi sulla voce e tacque. Ora ella dorme un sonno torbido, agitato, pieno di sussulti. Ah! probabilmente presto dormirà quello, la cui tranquillità è ineccitabile!

LETTERA DECIMAQUARTA.

GUIDO A GHERARDO.

Ti scrissi ier l’altro: ieri mentre Eleonora riposava in una calma che aveva ravvivate le speranze del medico e della famiglia, Luisa venne a raggiungermi nel giardino. Al trovarmi solo con lei, io chinai gli occhi a terra, nè ardiva parlarle. Ella si accorse della mia confusione, e:
“Non è tempo” mi disse “di occuparci di noi; si tratta di salvare colei che amiamo di pari affetto. La sua antica colpa fu espiata: tu l’ami, e deve essere tua sposa, ma dobbiamo adoperarci per indurla ad accettare la felicità che l’aspetta, e se tu mi secondi….”
“No, Luisa,” le risposi interrompendola, “i voti del tuo cuore generoso non saranno adempiuti; Eleonora morrà, se per farla vivere io devo diventare suo sposo.”
“Sei tu che parli così, tu che dici d’amarla? “ella esclamò con sorpresa e sdegno.
“Sì, l’amo, e perchè non ho potuto celartelo, non vo’ più offrirti un nodo a tutti tre ugualmente funesto; ma non chiedermi di più. Per risparmiare a te nuovi dolori, ad Eleonora ed a me stesso più cocenti rimorsi, l’unico modo che mi rimane è di allontanarmi da voi per sempre.”
“Come! tu pensi di abbandonare Eleonora?”
“Sì….”
“È tardi, ormai non puoi farlo senza esserle cagion di morte.”
“Bisogna obbedire alla legge dell’onore, e siane qualsivoglia il prezzo.”
Tacqui; ed ella:
“O Guido,” riprese a dire, “io ho creduto finora che la voce degli affetti fosse su te più potente di quella di un falso punto d’onore: nè avrei potuto immaginare che arrossiresti di dare il nome di tua sposa alla donna che non arrossisci di amare! Supposi oltre a ciò di esserti cara a segno che una passione infrenabile potesse sola costringerti a scioglierti dall’impegno meco contratto, e perchè errai anche in questa supposizione, quell’amore che non può indurti a vincere un pregiudizio derivato da vanità e da orgoglio, dev’essere un sentimento fatuo e superficiale. Tu temi di essere deriso presentando per tua consorte alla società la donna che ti fu spergiura, e a questo timore sacrifichi l’amor tuo e la sua vita.”
Punto al vivo dal suo rimprovero:
“Anch’io m’ingannai,” le risposi, “supponendo che il tuo cuore intendesse il mio! Dove ciò fosse, non ti udrei rimproverarmi di fuggire un legame, a cui non l’orgoglio e la vanità, ma altri più potenti motivi si oppongono; tu li conosci pure; e poichè sembri averli dimenticati, sarebbe stoltezza in me il ricordarteli.”
“Ecco dove io voleva condurti,” ella replicò, “l’ostacolo maggiore o piuttosto il solo son io.”
“Sì, tuo malgrado; e se l’antico amante di Eleonora non può essere lo sposo di Giulietta, colui che giurò d’amarti, che ricorse alle preghiere e alle lagrime per turbare la pace del tranquillo tuo cuore, sarebbe un infame se potesse stringersi ad altri nodi, anche ricevendone il permesso da te medesima.”
“Dunque?…”
“La mia risoluzione ti è nota.”
“Va bene! tu vuoi due vittime, una sola non ti basta; sarai soddisfatto,” e si allontanava.
“Fèrmati,” io le gridai, “se ti è possibile, insegnami il modo di sacrificare me solo.”
“Una di noi deve morire se resti, se parti moriremo ambedue,” ella mi rispose da lontano.
In quel momento venne Laura ad avvertirci che la sua padrona era desta e chiedeva di me.
“Va,” mi disse Giulietta, “e se lo puoi, conserva presso di lei le tue determinazioni.”
“Vado,” risposi, “ ma se io potessi dimenticarle, ella me ne farebbe risovvenire.”

LETTERA DECIMAQUINTA.

GUIDO A GHERARDO.

Entrai tremando nella camera di Eleonora; le sue guancie erano infiammate, e negli sguardi le si leggeva lo smarrimento, il tumulto dell’animo.
Mi accostai al letto, presi la sua mano, e:
“Eleonora,” dissi, “cara Eleonora! càlmati, te ne prego.”
Ella mi tolse la mano, e con voce fievole ed interrotta:
“È dunque risoluto?” esclamò, “devo morire fra sì orribili smanie?…”
“Tu vivrai.”
“Lo tolga il Cielo….” soggiunse singhiozzando; “ella intanto mi maledice.”
“Chi mai può maledirti?”
“Mia sorella.”
“Luisa ti ama e darebbe la vita, perchè tu fossi felice.”
“Ella mi ama! ed io, sciagurata, le ho tolto il tuo cuore.”
“Fu sempre tuo, e se io m’ingannai supponendo di poterne disporre, tu non sei colpevole del mio inganno.”
“Vi ho divisi.”
“Non accusartene.”
“Doveva fuggirti appena che t’incontrai la prima volta, e rimasi per sedurti di nuovo.”
“Hai dunque dimenticato che qui ti ricondussi io medesimo?… che cercai la tua vista, mentre tu volevi evitarmi? Ah! se non ti avessi ritrovata quale mi apparisti quando cominciai ad amarti, il mio amore non si sarebbe ridestato fervido e potente di tutta l’antica energia. Luisa non può lamentarsi di te s’io d’ambedue mi divido, se ti fuggo adorandoti.”
“Non ne avrai d’uopo,” ella disse, fissando su di me un tetro sguardo.
La intesi e tremai.
“Il rimorso è qui,” ella continuò a dire, ponendosi la mano sul cuore, “e tu solo puoi liberarmene…. Va, gèttati ai piedi di Luisa, giurale…. ciò che le giurasti tante altre volte; fingi d’odiarmi, odiami anche davvero, solo che acconsenta a seguitarti all’altare.”
“Vuoi che io diventi un vil mentitore?” risposi.
“Mentirai per poco; la mia ultima ora è vicina, e quand’io giacerò nel sepolcro….”
“Donna crudele!” esclamai interrompendola, “perchè vuoi che il mio pensiero varchi un limite, di là dal quale nulla più vede?… S’inoltra fino sull’orlo del tuo sepolcro e retrocede inorridito.”
“Al di là,” ella riprese a dire, con voce lenta e solenne, “si trova il termine di un penoso cammino, e tu devi correrlo a fianco di mia sorella; poi in seno alla eternità mi sarai restituito per sempre. Ormai nè i voti dell’amore, nè i sacrifizii della tenerezza fraterna potrebbero rianimare in me la vita già mezzo spenta; ma poichè dipende da te lo spargere di dolcezza i miei ultimi momenti, perchè ricusi di appagarmi?…”
Io l’ascoltava senza quasi por mente alle sue parole; l’agitazione dell’animo e l’ardore della febbre avevano tornato il suo viso alla leggiadria che lo adornò negli anni della salute e della felicità, e mentre ella voleva fissare la mia mente su quel che v’ha di più terribile e di più sacro – la morte e l’eternità – contemplandola io m’inebriava di amore, nè avrei potuto imaginare che quel viso così vago, così seducente, fosse vicino alla distruzione.
“A che pensi?…” ella mi domandò.
“Al mio, al tuo amore,” risposi.
“Ahi! che vale?…”
“Ascoltami….” io replicai con un’ebbrezza sempre crescente: “finchè tu lo abiti, questo mondo può parermi un soggiorno incantevole; se tu lo abbandoni, a che vi rimarrei per languire in un tenebroso deserto?… tu sola lo abbellisci ai miei sguardi; e versato per te è soave anche il pianto della disperazione…. Deh! non parlarmi di morte, mentre ti vedo piena di vita!”
“Non illuderti, io muoio….”
“Tu muori…. ohimè!… l’idea espressa in questa parola ora è incomprensibile, e mi sembra che ov’io ti stringessi al mio seno, non potresti essermi tolta mai.”
“Tu vaneggi….”
“E sia; se la tua morte deve farmi rientrare in me stesso, ho in mio potere un mezzo sicuro per sottrarmi al ritorno della ragione,” e le mostrai lo stile.
“Che vuoi tu farne?…” ella domandò.
“Io lo recai meco la scorsa notte per uccider te e me medesimo. Sì, tremo per la tua vita e pensai spengerla di mia mano; ma non ne avrei avuto il coraggio, e un tuo sguardo sarebbe bastato a farmi rinunziare al feroce proponimento. Posso tuttavia adattarmi a vivere lontano da te; fossi tu all’una estremità del globo ed io all’altra, mi basterebbe poter dire a me stesso: ella vive e a me pensa.”
“Ah! che mai dici!” ella esclamò, guardandomi colla espressione del più tenero amore…. “Sono amata a tal segno, e ardisco lagnarmi del mio destino!”
“Saresti un’ingrata!” disse Luisa, che entrando nella camera aveva udito quelle parole.
Il suono della voce di lei produsse nell’ammalata un cangiamento così istantaneo e funesto, che io ne fui spaventato…. Abbandonò il capo sul guanciale e chiuse gli occhi, mentre al vivido colorito delle guancie succedeva una livida pallidezza.
“È svenuta!” gridò Luisa.
Eleonora fece segno che no; riaprì gli occhi, e additandomi alla sorella:
“Oramai,” disse, “finchè io vivo, egli non può essere d’altri che mio.”
“Lode al Cielo!…” esclamò Luisa! “tu l’hai persuasa, ella vivrà….”
“Ah! ora la sua morte è sicura,” risposi.
Eleonora sorrise, e:
“Tu solo m’intendi,” mi disse sotto voce; poi volgendosi a sua sorella: “Perdona,” le disse, “egli è mio, ma forse domani avrà bisogno d’una mano soccorrevole che asciughi il suo pianto; e tu, spero, non vorrai rifiutar la tua al pietoso ufficio.”
Luisa ascoltava, turbandosi a grado a grado, ed Eleonora spossata dall’incessante anelito non aveva più forza di proseguire.
Entrò la zia, e si unì a noi per pregarla di riposarsi.
“È inutile,” ella rispose: “Eleonora moribonda vi implora,” soggiunse poi, volgendosi alla sorella ed a me: “giuratemi di vivere insieme, di amarvi come mi amate. Il funebre monumento che racchiuderà il mio cadavere, vi farà risovvenire dei vostri scambievoli impegni e dei doveri che sulla terra a compiere vi rimangono. Guido, ecco colei che fu la tua consolatrice, torni ad esserlo, e tu, tenera Luisa, poichè già conosci le vie del suo cuore, non ristarti dallo spargerne le piaghe di un balsamo salutare. Rammentatemi, piangete per me, ma insieme, e fate che il mio paese non mi disprezzi più oltre, quando sappia che la vostra unione fu l’ultimo de’ miei voti.”
Noi tacevamo profondamente commossi; entrò il medico e ci ordinò di ritirarci. Volli uscire, ma Eleonora mi richiamò:
“Sto male,” mi disse, “e temo di non poter più parlare; deh! prima che possiate leggere i moti del cuore unicamente nei miei sguardi, fate che io sappia se devo sperare d’essere esaudita….”
“Contentatela,” disse il medico, traendoci in disparte, “o le affretterete la morte….”
Io non risposi, e Luisa andò premurosa e piangendo a sostenere il capo della sorella, che quasi soffocata dall’affanno tentava rialzarsi per respirare meno difficilmente. Intanto appoggiato al suo letto io guardandola volgeva in mente disperati pensieri.
Quel viso che poco prima appariva ornato di tutte le sue attrattive, ora squallido, contraffatto, non pareva più lo stesso!… Lo vedeva deformarsi ogni momento più, e i delirii dell’amore si dileguavano dalla mia mente smarrita.
“Tu hai un ferro,” mi disse Eleonora con voce quasi inintelligibile; Luisa tremò: “consegnalo al medico,” soggiunse la malata, parlando a stento.
Il medico si accostò per prenderlo, ed io me lo trassi dal seno per darglielo; ma in quell’atto ne diressi astrattamente la punta verso il mio petto.
Ambedue le sorelle gettarono un grido; Luisa mi afferrò la mano e tentava togliermi l’arme; io dolente di avere spaventato Eleonora, lasciai prenderla.
“A lei sì!” esclamò Eleonora, vedendomi disarmato, e tosto pentendosi della parola che le era sfuggita: volle proseguire, la voce le mancò e inutilmente si sforzava per farsi intendere.
“Che mai dicesti!” io risposi colpito da quella esclamazione, “tu sola mi hai disarmato, il tuo volere è la mia legge.”
“Uscite,” mi gridò il medico, e fui costretto ad obbedire.

LETTERA DECIMASESTA.

GUIDO A GHERARDO.

Era già notte; uscii dalla casa, e camminai a passi prestissimi come se sperassi sottrarmi colla fuga al sentimento delle mie pene; ma, oh Dio! esso era immedesimato coll’anima mia e veniva meco da per tutto. Entrai nel boschetto; un raggio di luna lo rischiarava come nella sera, in cui vi trovai Eleonora…. ed Eleonora era moribonda!… “Qui….” dissi, e riandando col pensiero ogni suo moto e le parole che in quel colloquio le aveva udito proferire: “ed ora,” soggiunsi, “mai più!” e sconsolato uscii.
Ritornato verso la casa, non ebbi coraggio di entrarvi, temendo che mi dicessero: “È morta.” Mi allontanai dal recinto della villa, e dopo avere camminato a caso forse una mezz’ora, sempre di corsa, mi trovai in faccia alla chiesetta del luogo. Era aperta, vi entrai: era deserta, ma l’altar maggiore splendeva illuminato da molti ceri. Io non so come mi venisse fatto di distendermi sui marmi del pavimento; forse sperai che il loro gelo potesse temprare il fuoco divoratore che mi ardeva nel seno. Entrò il sacrestano, si accorse di me, e temendo che io fossi svenuto volle rialzarmi. Io lo prevenni e drizzatomi in piedi, lo ringraziai dell’atto pietoso. “Voi soffrite,” egli mi disse, ed io gli strinsi la mano senza poter parlare.
In quel momento udii i rintocchi lugubri della campana, e i capelli mi si rizzarono sulla fronte; pur non osaii interrogare il sacrestano del perchè di quel suono. Intanto entravano in chiesa molte persone, fra le quali ravvisai due famigliari della zia di Eleonora e alcuni coltivatori de’ suoi terreni. Io era ormai sicuro che le preci erano per Eleonora; dunque non aveva ancora finito di vivere.
Quando uscii di chiesa il cielo era coperto di nuvole, e l’incessante romoreggiare del tuono presagiva una vicina tempesta. “Dianzi sereno e ridente,” dissi, alzando gli occhi al firmamento, “ora avvolto in profonde tenebre! Dianzi ella viveva, ora forse la natura è in lutto per la sua morte!” soggiunsi, “Ah! che dico!… Eleonora avrebbe cessato di vivere!… no, è impossibile…. Ma forse mentre io qui mi dispero, ella chiede di me e trattiene lo spirito fuggente per darmi un addio…. Ah! si corra….” A passi precipitosi ripresi la strada della villa. Quando arrivai alla porta di casa, vi regnava un cupo silenzio, nè io osava interromperlo sonando il campanello per farmi aprire. Immobile sugli scalini: “Adesso” io pensava “la speranza è tuttavia meco…. un solo passo che io faccia là dentro, e sarà forse perduta per sempre!… come osarlo?…”
Udii qualche romore nell’interno; e gelai. Riconobbi la voce della zia che chiedeva di me, e coprendomi il viso con una mano come se volessi farmene scudo, afferrai coll’altra il campanello, e lo scossi con forza…. Diè suono, e un famigliare accorse ad aprire.
“Guido!” disse la zia, “io stavo appunto per mandare a cercarvi; radunate tutto il vostro coraggio e seguitemi.”
“Dunque ella vive?…” domandai tremando.
“Vive ma è agli estremi.”
Lo crederesti, Gherardo? tale risposta sollevò il mio cuore, quell’è agli estremi mi sembrò un nulla in confronto di ciò che io temeva.
“Andiamo,” risposi, e m’incamminai verso la camera di Eleonora; fui costretto a fermarmi più volte, perchè le mie ginocchia vacillavano.
“Chi prega?” domandai.
“Il sacerdote,” disse la zia.
“Credete che Eleonora possa riconoscermi?”
“Lo sperò…. dianzi ha proferito il vostro nome, ed è perciò che io cercava di voi; ora entrate,” e mi spinse nella camera.
Il sacerdote ritto accanto al letto e vestito della sacra stola fu il primo oggetto che si offerse ai miei sguardi. Luisa inumidiva tratto tratto le labbra della morente, e Laura le sosteneva il capo. I capelli di Eleonora erano sparsi sul suo collo, e di là cadevano a coprire i guanciali e le coltri; tenea gli occhi chiusi, e il suo fievole singulto era l’unico romore che negl’intervalli, in cui le preci tacevano, rompesse il silenzio di quella stanza funerea.
Andai a inginocchiarmi a piè del letto, e stendendo le mani verso lei:
“Eleonora!” dissi, “cara Eleonora!” e mi mancò la forza di dire di più. Ella si mosse…. si provò a rialzare il capo.
“Oh Dio!” disse, e aprì gli occhi. Il suo sguardo pareva cercare qualche cosa.
“Ha conosciuta la tua voce,” disse Luisa, “accòstati.”
Il sacerdote si allontanò dal letto, ed io presi il suo posto: allora Eleonora mi vide, e coll’assistenza della sorella e di Laura riuscì a rialzarsi alquanto…. proferì il mio nome e ricadde. Luisa me l’additò.
“La seguiremo,” disse, “ed io prima!”
Sorrisi amaramente, e in quel momento l’odiai che supponesse il suo dolore non soltanto uguale, ma anche più forte del mio!
Eleonora, avendo inghiottito qualche goccia di calmante, potè risollevarsi, ci guardò ambedue con tenerezza, prese la mia mano e la unì nella sua a quella di Luisa, e niuno di noi osò ritrarsi.
“Tremi,” gridò con un tuono di voce alto e sonoro, “qual di voi due oserà rompere questo nodo; la maledizioni del Cielo piomberà sul suo capo, ed io risorgerò dal sepolcro per tormentarlo!”
L’atto, le parole, l’apparato di morte che mi circondava, tutto in quella scena straziante mi empieva l’animo di un religioso terrore, e sentivo la mano di Luisa stringersi tenacemente alla mia, mentre anch’ella quasi disensata operava senza l’impulso dell’intelletto.
“Padre,” disse Eleonora al sacerdote, “benedite la loro unione.”
Egli alzò la mano sul nostro capo e ci benedisse…. E mentre niuno di noi ricordava nemmeno che l’altro esistesse, avendo l’anima tutta assorta in un unico pensiero, in un unico affetto, prendevamo ambedue l’impegno di amarci e di vivere sempre insieme! Sì, accanto al letto di morte della donna che adorai viva e che adoro estinta, mi lasciai fidanzare alla sua rivale! Oh! ma Eleonora mi leggeva nel cuore!
“Sono soddisfatta,” disse, e lasciò la mano di Luisa: “pochi momenti mi restano,” soggiunse, “e questi, o Guido, appartengono a te.” Poi con voce così fievole che a stento potei intendere le sue parole: “Se mai” disse “questa separazione fosse eterna! se io ti perdessi per sempre!”
“No, non può essere,” mi affrettai a rispondere; “lo dicesti tu stessa, ed io sento che tu dicesti il vero.”
“Sì,” ella riprese a dire, “speriamo.”
“Eleonora!” gridai al vederla rimanere immobile…. Mi strinse leggermente la mano, e i suoi sguardi mi davano l’ultimo addio!
“Spira!” disse il sacerdote, e si accostò per proferire l’ultima prece.
Laura e la zia piangevano, e Luisa mi stava accanto in un cupo silenzio. Amico! io la vidi spirare, ricevei l’ultimo respiro di Eleonora e ancor vivo!… Mentre gli altri soccorrevano Luisa che era caduta a terra svenuta, io rimaneva al mio posto; nè saprei dirti in quale stato mi fossi…. Non credere bensì che molto soffrissi…. tutte le potenze fisiche e intellettuali erano come assopite! Ma quando mi vollero costringere ad allontanarmi da quel funebre letto, mi destai dal sopore della mente e dell’animo e ricusai ostinatamente di movermi.
Il sacerdote volle porre in opera i conforti della religione, “Siamo nati per soffrire,” mi disse.
“Dunque si muoia!” risposi, e se lo stile fosse rimasto nelle mie mani, i funerali di Eleonora sarebbero stati anche i miei! Ella è sotterra, e quando penso che non la vedrò più; quando dico a me stesso: “È morta,” e veggo nondimeno l’ordine della natura essere tuttavia quello di prima, non posso adattarmi ad accogliere per vero il fatto espresso in quella parola!

LETTERA ULTIMA.

GUIDO A GHERARDO.

Fra poche ore io parto; rivedrò il mio paese, e mi sarà concesso versare le mie lagrime nel tuo seno! Se poi fra un anno il dolore non mi avrà ucciso, adempirò, sposando Luisa, l’ultimo desiderio della sua sfortunata sorella.
Sono andato a piangere sul suo sepolcro, nè potevo distaccarmene; e ricordando su quella lapide tutti gli avvenimenti della mia vita, ne ho invocato il termine!…
Il passato non mi addita altro che speranze deluse e dolori; il presente mi mostra un quadro pieno d’ineffabile strazio, e nell’avvenire non vedo che giorni di amarissimo pianto!… Io non ne troncherò il corso, ma se l’Arbitro della natura dicesse: “Quel misero ha molto sofferto…. riposi!…” questo sarebbe per me il maggiore dei suoi benefizii!
Quanto amai!… quante incantatrici illusioni mi promisero la felicità!… O Eleonora! per te le passioni umane hanno finito la lotta del cuore!… tu sei tranquilla, ed io ardo ancora e mi dibatto nei lacci usati!… La tua immagine mi perseguita; io ti veggo…. ascolto il dolce suono della tua voce, e piango e deliro!…
Luisa mi è cara; ma sento di non poter amare in lei che la sorella di Eleonora…. È nondimeno l’unica donna, per cui sono capace di nutrire un sentimento di tenerezza; il mio dolore è anche il suo, e due sfortunati che gemono sotto il peso della stessa sventura…. devono amarsi.