Angelica Palli Bartolommei – Il villaggio incendiato – Memorie di Lambro

Il sangue bolliva nelle vene dei tornati a sentire la vita! – Che importava il sentirla nell’ansia, nelle fatiche, nei rischi?… Era vita, e l’inerzia del servaggio fu morte! – L’inverno del 1822 il grido delle battaglie non aveva ancora destato l’eco del mio villaggio, che sorgeva sulla cima di un monte della Tessalia, incoronato di boschi, ignoto quasi agli oppressori, queta sede di genti dedicate a cure pastorali. Semplici erano i nostri costumi, caldi, ma raccolti in poche cose gli affetti: ed ai miei non bastavano il padre, la madre, i fratelli, e la ingenua vergine, a me primogenito del primate del villaggio promessa in consorte. Diletti mi erano i parenti e la fidanzata…. ma io mi sentiva la potenza d’amare qualche altro oggetto con ugual fervore e con più abbandono…. Elena era bella, soavemente bella! – immagine dell’angiolo del pudore! Ma ohimè! l’essere creato per avvolgersi tra le spire del turbine abborre dal respirare un aere immobilmente sereno!… Spesso coi canti di Riga Ferèo sulle labbra io m’inselvava, e il passato mi trapelava al pensiero, benchè poco io sapessi di glorie antiche; pur quel poco, confuso, disordinato, s’ingigantiva nella maestà della solitudine, e il mio cuore batteva forte. Venne la nuova del sollevamento del Peloponneso, delle eroiche gesta dei Suliotti: un lampo brillò negli occhi degli uomini, quelli delle donne si empirono di lagrime. Alzammo il sacro stendardo: nessuno parlò passionate parole; lo baciammo in un profondo silenzio – quel bacio diceva tutto! Io fui eletto ad accorrere in aiuto degli Epiroti con una schiera di giovani del mio stesso villaggio. Mio padre mi benedisse, e il tremito della mano nell’atto solenne fu l’unico indizio che anche il cuore tremava. La madre mi abbracciò con molte lagrime, ma nulla disse per ritenermi. Elena mi diede un lungo sguardo d’addio! Io le strinsi la mano così come l’aveva stretta alle mie due sorelle, senza sentir differenza nello affetto, senza avvedermi che l’una delle tre fanciulle più delle altre mi fosse cara.
Tinsi la mia spada nel sangue degli oppressori, che vinti in ogni incontro ci lasciarono proseguire il cammino alla volta dell’Epiro. Io m’inebriava del nèttare della gloria; uno degl’imperiosi bisogni della mia esistenza era appagato: combattere, vincere per la patria, per la libertà, per la religione! nè aveva osato sperar tanto neppure negli aerei vaneggiamenti dei giorni inerti.
Riverente posi il piede sulla terra d’Epiro, perchè lo Scanderbeg e i Suliotti mi sonavano nomi cari e famosi; traversai le sue antiche foreste: ed oh! come solenne, grandiosa è la natura in quella contrada! io la vidi atteggiata a cose che durerebbero eterne, se l’eternità fosse cosa del nostro globo. Il sacro fuoco di Vesta si conservò inestinguibile tra i monti della Selleide – nè solo inestinguibile…. ma puro, e bello degli antichi prestigi di gloria, e d’eroismo! “Salve,” esclamai, “sacra terra, madre di Scanderbeg, dei Palicàri di Parga e di Suli! salve, terra di fasti nuovissimi degni di emulare gli antichi!… Iddio ti protegga nel nobile agone! Ove tu soccombessi, qual parte della Grecia vorrebbe libertà? Oh! sarebbe come se il naufrago, salvandosi afferrato ad una mano soccorritrice, lasciasse poi perire sommersa la creatura che gliela porse… No: una la lotta – uno il fato!”
Dopo una corsa faticosa tra aspri dirupi, affamati, stanchi ci posammo sulle rive d’un fiumicello. – Il sole attraverso un velo di nuvole mandava un ultimo raggio, ed io comandava una sosta per pensare dove ricoverarci nella tetra notte che sovrastava. Seduto sulle rive del fiume, che seppi poi essere la Tiamide, io tenea fisso lo sguardo nelle sue acque; ma il mio pensiero vagava tra i dirupi, da cui era circondato quel luogo selvaggio: da qual parte volgerci? qual via ci condurrebbe a qualche casolare di Elleni? Dopo un breve silenzio mi volsi ai miei compagni, e: “Vi è alcuno tra voi,” dimandai, “che abbia viaggiato fra le dirupate gole della Selleide?” Tutti tacquero, nè io ardiva risolvermi a prendere a caso co’ miei dieci uomini il sentiero erto e stretto che si apriva dinanzi a noi fra roccie altissime. Mentre io languiva nella incertezza, uno de’ miei compagni mi fe’ cenno di volgere lo sguardo verso un viottolo, che parea scavato fra le rupi per abbreviare, la scesa. Io vidi un uomo vestito della fustanella albanese, il quale discendeva dall’erta a passi tardi e faticosi; e quando fu arrivato vicino a noi si fermò e, in greco, ci diede la buona sera. Pareva sui quindici anni; avea faccia pallida e smunta, pupille nere che lentissime si movevano.
“Fanciullo,” gli dissi, “che fai solo fra queste balze?”
“Non sono solo,” rispose, “gli spiriti dei morti son meco.”
“E chi erano eglino i tuoi morti?”
“Erano il mio orgoglio e il mio amore.”
“Dove nacquero?”
“Sulla terra dei valorosi.”
“Tu vuoi dire in Epiro?”
“Sì: ho io forse torto di darle un tal nome?”
“No: essa lo merita…. E dove perirono i tuoi cari?”
“Combattendo nel villaggio che è in cima a questa via dirupata, e che un mese fa i Turchi incendiarono.”
“Sono abitabili le sue rovine?”
“Sono…. io non ebbi cuore di distaccarmene.”
“Ebbene, per questa notte saremo tuoi ospiti. I Turchi hanno abbandonato queste vicinanze, e non dobbiamo temere di una sorpresa; io desidero per la mia schiera qualche ora di riposo in un luogo che non abbia il firmamento per padiglione.”
“Lo troveranno lassù…. te ne do parola….”
“Sta bene: – sii tu nostra guida.”
Noi non tardammo a rimetterci in cammino, ed io mi posi accanto al giovinetto.
“Come hai nome?”
“Spiro,” rispose.
“Tutti i tuoi parenti sono dunque morti?”
“Sì, tutti.”
Il giovinetto accompagnò queste parole con un sospiro, e rimase qualche passo indietro. Io mi voltai a guardarlo; aveva chinata la faccia sul petto, e pareva assorto in disperati pensieri.
“Fratello, che hai?” gli dissi con voce commossa.
“Ognuno,” mi rispose, rialzando il capo, “porta con sè il carico dei proprii dolori: talvolta pare che il peso ci atterri…. nondimeno ci rialziamo.”
Ciò detto si dètte a camminare più spedito di prima, ed io gli tenni dietro senza più interrogarlo.
La fuggevole luce del crepuscolo si era dileguata, e nera dalle vette dei monti calava la notte ravvolgendo nella caligine la Tiamide, le sue rive, e i massi che loro sovrastavano, simili a giganti schierati a guardia dell’angusto sentiero. I nostri passi ripercotevansi con suono uniforme e misurato in quel vasto silenzio; ed io, non so perchè, ricordai quello di coloro che, accompagnando i morti all’ultima dimora, affrettano sempre più il passo a misura che si allontanano dall’abitato.
Dopo circa un quarto d’ora di cammino silenzioso, tornai a interrogare la nostra guida.
“Siamo vicini?”
“Più che a mezza strada,” rispose.
Se io da sicuri avvisi non avessi saputo che tutto quel tratto di paese era omai sgombro di milizie turche, il tono col quale Spiro mi rispondeva e la sua profonda preoccupazione, avrebbero fatto nascere in me il sospetto di un tradimento. In fatti pareva ch’ei non ascoltasse me, ma una voce interiore, il cui accento egli udisse con raccapriccio, tanto cupa ed affannosa usciva la sua dalle fauci.
Ripresi il mio posto accanto a lui. Uno stuolo di corvi passò quasi rasentando il nostro capo nell’uscire dal cavo di una rupe per andare in cerca di preda.
“Hanno fame,” disse Spiro, e rise forte – “hanno fame!”
Io mi scostai d’un passo…. Quella creatura dal delicato e pallido viso, la cui forma ricordava il tenero arboscello non ancora ricco di tutte le sue fronde, mi fece in quel momento ribrezzo.
Cominciammo una salita più ripida – la Tiamide romoreggiava cadendo qua e là in cascata dalle balze, e la scena tenebrosa dintorno a noi diventava sempre più lugubre. Stesi la mano sulla spalla di Spiro.
“Insomma,” dissi con voce quasi di minaccia, “quando arriviamo?”
“Capitano, sei stanco, o hai paura?” rispose fermandosi.
“Fanciullo, non è tempo da scherzi!” replicai con piglio severo. Nè dissi di più, perchè in quel punto le due file di roccie, dentro le quali stava incavato il sentiero, si allargarono in modo da permettere che i nostri occhi, omai assuefatti alla oscurità, scorgessero dinanzi a sè una rapidissima e breve salita, in cima alla quale il monte parea terminare in una spianata di forma rotonda.
“Eccoci alle rovine,” disse Spiro, additando quella vetta.
“Fratelli,” gridai ai miei compagni, “fra pochi momenti ci riposeremo. – Su, al covo disfatto delle aquile.”
Tutti di corsa si diedero a salire, e il solo Spiro rimase indietro; pensai che non gli bastasse la lena a correre al pari di noi, e anch’io tornai indietro per ritrovarlo. Egli si era fermato accanto a una pianta di rose, e chinato sopra lo stelo pareva assorto nella soavità del loro olezzo.
“Sei tu stanco?” gli dissi sorridendo.
“Capitano, ami tu le rose?”
“Sì, le amo nei giorni della quiete…. non ora.”
“Io le amai sempre, e le amerò anche nell’agonia della morte.”
“Ma come mai fioriscono qui?”
“Erano cura dolcissima delle fanciulle del villaggio; ora fioriscono inaffiate dalla rugiada e dal sangue che le inondò nel conflitto notturno….”
“Camminiamo,” gli dissi interrompendolo; “appòggiati al mio braccio, e ti stancherai meno.”
“No, grazie, capitano, non mi fermai per essere stanco, ma le rose mi attrassero a sè con insuperabile incanto.”
Egli si diede a correre colla velocità del capriolo, e presto raggiungemmo i miei compagni sulla spianata, dove facemmo sosta.
Io non era libero dai sospetti: il contegno e le parole di Spiro avevano qualche cosa di strano, e destavano in me una diffidenza, colla quale io lottava senza che mi riuscisse trionfarne, e in ogni modo io sentiva di avere l’obbligo della più scrupolosa circospezione. Ordinai che si accendesse un gran fuoco, alla cui luce scorgemmo gli avanzi delle case del villaggio già distrutte dall’incendio, e la chiesa che in fondo alla piazza sorgeva ridosso delle rupi, che sovrastando servivano di sostegno alla vôlta del santuario rimasta intera. Le fiamme avevano incenerita la porta e il muro di fronte, Ma tutto il rimanente del sacro edifizio poco o punto aveva sofferto: l’altare era intatto, intatti gli stalli; nel santuario, le imagini dei santi, le lampade e i ceri rimanevano tuttavia al proprio luogo.
Essendo la chiesa l’unico edifizio in piedi, io risolsi di radunarvi i miei compagni per dar loro qualche ora di riposo. Accendemmo i ceri trovati nel santuario e le lampade non esauste d’olio; sedemmo chi su gli stalli, chi su gli scalini di quello, e ciascuno trasse dalla bisaccia le sue provvigioni di pane e di frutta secche; ma la sete ci tormentava anche più della fame, ed io cercai cogli occhi la nostra guida, perchè c’indicasse la fonte del villaggio, nè la vidi tra i seduti della chiesa. Tornai sulla piazza, dove il fuoco acceso al nostro arrivo era tuttavia alimentato dalle scolte che avevano l’incarico di vegliare, mentre il resto della schiera dormirebbe entro la chiesa.
Spiro non era sulla piazza, ed io m’inoltrai fra le rovine delle case; il cielo si era serenato, le stelle scintillavano, ed io poteva scorgere gli oggetti dintorno a me. Un’eco lamentosa venne a ferirmi le orecchie, ed io movendo là onde veniva, mi trovai in un piccolo giardino. I fiori esalavano una fragranza che versò un’onda di voluttà su’ miei sensi, e mi fermai perchè l’eco dei lamenti mi suonò da vicino: era una creatura che gemeva a pochi passi da me.
“Chi è qui?” gridai.
“Capitano,” rispose una voce, che subito riconobbi per quella di Spiro, “sono io.”
“È la tua casa?”
“No, è il luogo dove colle mie mani medesime diedi sepoltura a mia madre.”
“Morì per mano dei Turchi?”
“Per mano dei nostri nemici!”
“La corona dei martiri sta sul suo capo – non piangerla.”
“No – farò meglio…. la vendicherò.”
“Bravo fanciullo! ora vieni a insegnarci dove trovare acqua da bere.”
“Accanto alla chiesa si trova una fonte nascosta fra due platani.”
“Bene…. vieni meco e lascia in pace i morti fino al giorno della vendetta.”
“Dici bene, capitano; ma l’acqua non rinvigorisce i corpi estenuati dalle fatiche.”
“Lo so: meglio sarebbe bere del vino – ma non ne abbiamo e bisogna farne a meno.”
“Ne avrete…. va a insegnare dove si trova la fonte, io recherò il vino. È vecchio, dev’esser buono.”
Lieto di portare una buona novella a’ miei compagni, corsi a raggiungerli. Uno di loro attinse l’acqua dalla fonte ombreggiata dai platani, e mercè la sete soddisfatta e la speranza della bevanda più atta a mantenere le forze in difetto di cibi succolenti, eglino si esilararono, e la chiesa cominciò a risuonare di canti. Alcuni più divoti intuonarono le salmodie che accompagnano la celebrazione dei santi misteri, e vi fu perfino chi si diede a cantare le lugubri note delle esequie.
In mezzo a quel concento di voci, mentre l’intercalare dell’inno di Riga rispondeva al Venite all’ultimo amplesso de’ funebri riti, il tempio diroccato mandava come un’eco di gemiti in risposta ai canti che profanavano la solennità del suo silenzio. Ritto sulla porta del santuario, io desiderava, pur non ardiva dar fine a quel tripudio venuto a ravvivare gli spiriti d’una gente che già da un mese non aveva riposate le membra sul letto di una casa ospitale. Mi volsi al cantore de’ funerali, e:
“Dimo,” gli dissi, “pare a te che sia ben fatto mettere in ridicolo le salmodie che accompagnarono tuo padre al cimitero?”
“Capitano,” ei rispose, “fo per me la parte che probabilmente i preti non faranno.”
Uno scoppio di plausi interruppe il nostro colloquio. Spiro era rientrato in chiesa, portando un vaso pieno di vino e una tazza. Egli s’inoltrava a passo grave, come se ciò che teneva nelle mani pesasse molto. Tutti gli si fecero incontro, tutti lo circondarono con grida festose. Il giovinetto posò il vaso e la tazza su di uno stallo: non disse parola e si trasse in disparte; ma fu richiamato. “Devi essere il nostro coppiere,” gridarono molte voci ad un tempo, e Spiro sempre a passo tardo e grave tornò là dove avea posato il vaso.
“Comincia dal capitano,” gli fu gridato, mentre empiva la tazza.
“No,” diss’io, “il capitano vuol essere l’ultimo.”
Spiro porse la tazza a chi primo gliela chiese, poi continuò a riempirla, finchè tutti i dieci uomini della mia schiera non ebbero bevuto, ed allora si fermò.
“Pare che tu ti sia dimenticato di me,” gli dissi io da lontano.
“Eccomi a te, capitano.”
E così dicendo versò nella tazza quel po’ che era rimasto nel vaso, e si avviò per recarmela. I ceri accesi ai due lati del santuario sotto due imagini di santi fecero sì che, quando Spiro fu al piede della scalinata, per la quale si ascendeva al luogo sacro, io potei ben discernere il suo viso e l’espressione dei suoi sguardi. Il viso non era più pallido, ma di un colore livido; gli occhi tenea semichiusi, pure mandavano un lampo di luce sanguigna. Io sentiva un brivido corrermi per le membra, e un’idea indefinita, e forse perciò più spaventevole si affacciò alla mia mente. Per un moto istintivo non istesi la mano alla tazza, e rimasi colle braccia incrociate sul petto; nè Spiro saliva i tre scalini della gradinata per giungere a me. Io lo guardava fisso, ed egli sentiva il mio sguardo e parea che tremasse tutto. Nel guardarlo io rifletteva, e l’idea indefinita si andava sempre più concretando. – Tradimento! sentii susurrarmi nell’animo. – E se è un tradimento, vorrò non esserne vittima io solo!
Appena questo pensiero ebbe attraversato la mia mente, io scesi due scalini e stesi la mano per prendere la coppa. “Dammela,” dissi; – egli alzò il capo e i nostri sguardi s’incontrarono. A me parve di leggere nei suoi la colpa, egli lesse ne’ miei l’annegazione dolorosa, ma pur rassegnata. Alzò la mano che stringeva la coppa, quella mano era scossa da un tremito convulsivo…. toccò la mia, e si ritrasse come dal tocco di carboni ardenti; le dita si aprirono, si distesero; la tazza cadde anch’essa, e la mano rimase penzoloni sul fianco. – Spiro fece due o tre passi all’indietro, e barcollando si appoggiò a una tavola, che serviva di leggìo ai cantori dei divini ufficii.
Intanto i canti erano cessati, il silenzio aveva ripreso il suo impero sulle rovine; i miei compagni sedevano muti sugli stalli, come se fossero sopraffatti da una potenza misteriosa. Al fosco balenìo delle lampade e dei ceri, i seduti parevano morti tolti ai sepolcri per profumarli coi turiboli, inondarli d’acqua lustrale e rimandarli alla cella mortuaria a dissolversi e restituire alla terra i vani elementi concorsi a formare la creta umana. Io mi affissai su quel quadro di repente trasformato di gaio in lugubre.
“Fratelli!” dissi, “che avete?”
Nessuno rispose, e ripetei la domanda. Allora un giovane a me carissimo si mosse dal fondo della chiesa, e s’inoltrò fin là dove Spiro stava appoggiato a uno stallo; vidi che impugnava uno stile, e precipitandomi su lui gli trattenni la mano.
“Che vuoi fare?” gli gridai.
“Vendicarci! – quel vino era avvelenato.”
“Non può essere,” diss’io, mentendo al mio proprio convincimento, “forse si era corrotto nell’umido.”
“Era avvelenato, ti dico.”
Un profondo gemito, uscito da molti petti ad un tempo, servì d’eco a quella terribile affermazione. Intanto Spiro si era accostato a me.
“Grazie, capitano,” mi disse con voce sicura: “tu mi hai restituito quello che dianzi ti ho dato. Ora chi vuole la mia vita venga a prenderla, io non la difendo; soddisfeci al mio dovere…. posso morire.”
Anche il giovane, che aveva tentato trafiggere Spiro, non era più in caso di parlare, e anch’egli traballando tornava a sedersi al posto di prima.
“Che hai tu fatto?” esclamai, volgendomi a Spiro, “devo io stimare la tenera adolescenza capace d’un atroce misfatto!”
“Io ho ventidue anni!”
“Tu?”
“Io sì,” – e gettato a terra il berretto che portava calato fino a mezza fronte, lunghe trecce di neri capelli scesero, coprendogli le spalle ed il seno.
“Non sono Spiro, sono Zulmè,” soggiunse; “non adoro il Cristo, la mia fede è in Allah e nel suo Profeta.”
“Dunque…. il vino?”
“Fu da me avvelenato.”
“Ahi! scellerata!”
“Capitano, sono due anni, io era una fanciulla innocente, chiusa a Bairutte nel palazzo paterno; sono tre mesi, io era tuttavia la casta e tenera sposa del Bey d’Aulona…. ora sono una scellerata: Allah ha voluto così!”
“Non gittare su colui che è Dio per tutti il peso del tuo misfatto! Ma che posso io fare per salvare le tue vittime?”
“Nulla…. Il veleno che hanno bevuto col vino non lascia speranza di vita; si sveglieranno dal sopore per spirare tra gli spasimi.”
“Oh fratelli miei! vi avrò io dunque condotti fin qui per darvi preda a una morte ingloriosa…. e senza che nemmeno il pensiero della vendetta sorrida all’anima mia, poichè il vostro assassino è una donna….”
“Che non fugge e sa morire!”
Ciò detto Zulmè si trasse dal cinto uno stile. Io le afferrai il braccio; le strappai l’arme di mano, e: “Tu,” gridai, legandole ambe le mani con una corda che aveva meco per altro uso, “morrai della morte de’ malfattori; io ti consegnerò alla giustizia umana, ed essa ti darà a quella di Dio.”
“Non essere tanto crudele!”
Senza risponderle, io oltre le braccia le legai i piedi, e sicuro che non potrebbe fuggire, mi accostai a’ miei sfortunati fratelli per tentare di riscuoterli dal sopore mortifero; e mentre io mi affaticava senza pro per riuscire nel mio intento, la donna, presa da ira feroce nel vedersi tolta ogni via di sottrarsi al supplizio, si dibatteva ne’ suoi lacci, rompendo il silenzio che presiedeva al sonno dei moribondi.
“Ismaele!” diceva ella, “esci dalla fossa, entro la quale ti distesi in mezzo alle rose; io ti ho obbedito, ho fatto la tua vendetta come per me si poteva. Ora sorgi, poni la tua gelida mano sul mio petto, e avrà finito di battere! Non volere che la tua sposa muoia per mano di un carnefice…. o io imprecherò a te, al mio amore e al Profeta che al pari di te mi abbandona.”
Vedendo poi che, rinunziando agli inutili sforzi di risvegliare gli avvelenati, io tornava a lei nello atteggiamento di furibonda minaccia:
“Capitano,” gridò, “e’ muoiono: tu hai visto come sono lividi i loro visi, come è affannoso il respiro che esce dagli arsi petti…. muoiono – vanno coi loro peccati al tribunal del Cristo, ed io intanto vivo e non soffro, e la vita è dolce anche fra le catene: vorrai tu lasciarmela godere?”
“Serpente, non tentare l’anima mia,” esclamai, posando la mano convulsa sull’elsa del mio pugnale; “lasciami in pace.”
“Si,” riprese a dire Zulmè, “la vita è dolce; e se ora tu la fruisci, se tu speri riabbracciare i tuoi cari, lo devi a me. Io stava per porgerti la tazza: ti guardai, e mi sembrò di leggere ne’ tuoi sguardi, che tu sapevi il contenuto di quella tazza e ti rassegnavi a beverla. Ohimè! in quell’atto c’era quel non so che, a cui l’animo mio sempre fu riverente. La tazza mi cadde di mano…. tu vivi…. deh! per mercede dammi la morte.”
Anche nelle parole della omicida io trovava il fascino d’una grandezza contaminata e non ispenta. Mi quietai allora, e con pietosa voce:
“Sciagurata creatura,” le dissi, “tu sei donna, e i miti istinti del tuo sesso si palesarono nel senso che ti vietò di porgermi la bevanda mortale: deh! come ti permisero di porgerla a dieci creature che al pari di me non ti avevano offeso?”
“Sono Elleni – della schiatta di coloro che mi hanno morto lo sposo – forse di quei medesimi che lo uccisero.”
“Chi lo uccise? quando?”
“Qui, un mese fa.”
“E chi era egli il tuo sposo?”
“Il palmisto dell’Albania! il sole che illuminava la mia vita! il figlio del Bey di Bairutte. Olezzavano le rose di aprile, quando gli fui disposata. Egli era bello! più bello delle rose, di cui si componeva la mia corona nuziale – io ringraziai Allah di essergli sposa, posi in lui l’anima tutta, ed egli mi corrispose di pari amore. I giaurri si ribellarono…. – “Io vo a combatterli,” mi disse Ismaele. – “Ed io verrò teco,” risposi. – Mi spogliai delle vesti femminili. Gli uomini non mi conoscevano, e passai facilmente per un giovinetto paggio del Bey. Arrivati a questo villaggio, vi trovammo una fiera resistenza, ma alla fine vincemmo, e le fiamme e il ferro distrussero le case e gli abitatori. Ismaele si avvide che io era estenuata dalla fatica, e risolse fermarsi qui una notte perchè io avessi tempo di riposarmi; ma assaliti fra le tenebre, i suoi codardi soldati fuggirono; ed egli restò solo con me. All’avvicinarsi dei nemici io voleva fargli scudo del mio corpo, quando una mano robusta mi strappò dal suo seno e mi atterrò lontana da lui; il colpo mi tolse l’uso dei sensi; e quando tornai in me, il sole stava per tramontare. Mi alzai e volsi gli occhi all’intorno cercando Ismaele; non era più meco. Anche i giaurri erano spariti! – Mi aggirai fra le rovine, chiamando Ismaele, e mi rispondeva l’eco della mesta solitudine! Finalmente trovai lo sposo accanto al rosaio della salita. Era trafitto da ferita mortale, e spirò dopo avermi fatto giurare che lo vendicherei. Portai il cadavere nel giardino, ove mi hai trovata; lo adagiai nel grembo della terra, e come augello che cerca cibo pei figli e non si scosta dal nido, in cui stanno aspettandolo, mi aggirai nei contorni di queste rovine. Tu sei giunto colla tua schiera; io aveva giurato di vendicare il mio sposo (fosse col ferro o col veleno, che importa?), ed egli è vendicato. Capitano, permetti che il mio corpo dorma col suo. Allah giudicherà l’anima mia.”
Finito il suo breve racconto, Zulmè fissò ne’ miei gli occhi supplichevoli, esprimenti la preghiera che non degna ricorrere alle lagrime per ottenere il fine, cui anela.
Io pensai all’angiolo caduto; poi feci a me medesimo questa domanda: Se domani mi venisse fatto di ravvolgere cento Turchi in una imboscata, stimerei forse delitto il profittare dell’astuzia per ucciderli tutti? No. Ma tu, mi diranno, li uccideresti col ferro. – Che monta? il veleno è anch’esso istrumento di morte: per averlo scelto a ministro della sua vendetta sarà costei più colpevole di quello che nol sarei io, servendomi della spada dopo essermi servito dell’inganno? – Il mio cuore commosso forse da quelle sembianze, da quella voce, da quel bollore di affetti, rispondeva: – La tua colpa sarebbe di poco minore della sua…. la equità naturale sta sopra alla fittizia creata dai pregiudizii umani…. e tu potresti concedere a costei la libera morte, perchè ella fece ciò che tu hai già fatto, che tu potendo farai di nuovo. –
Io taceva pensando, e Zulmè seguiva con ansia affannosa ogni mio movimento. Io stava a piè della gradinata per la quale si ascendeva al santuario; la donna con mani e piedi legati mi stava in faccia appoggiata alla tavola coperta di panno nero; lungo il muro delle due parti laterali della chiesa v’erano due file di stalli di legno divisi gli uni dagli altri da lunghi bracciuoli, e in essi sedevano, colle braccia e la testa appoggiate a questi, i miei poveri compagni immersi nel letargo, prodotto dal primo effetto della bevanda funesta. La parte posteriore della chiesa, non avendo più porta nè muro, lasciava libera la vista del cielo allora tutto scintillante di stelle. Il fuoco acceso sulla piazza andavasi via via estinguendo, perchè le scolte che avevano l’incombenza di alimentarlo, essendo accorse in chiesa per avere la loro porzione di vino, dormivano del sonno medesimo degli altri soldati. Quella luce fioca e rossastra contrastava col tremolante fulgore delle stelle; e le rovine, gli alberi, ombre del quadro, prendendo forme indeterminate e lugubri, gli cresceano terrore.
Io provai la sensazione naturalmente prodotta da quel cumulo di cose tanto disparate fra loro, e che pur nondimeno s’accordavano col mio stato. Incapace a prendere una risoluzione che venisse dall’intimo della coscienza, circondato dalla morte, con in faccia la colpa vestita del manto che indossò l’umanità, quando indusse il Figlio dell’Eterno a immolarsi per lei – io per un momento rimasi in braccio alla disperazione, e percotendomi la fronte con ambe le mani, mi diedi a percorrere il sacro recinto senza quasi sapere più quello che io mi facessi.
Ad un tratto un gemito risuonò nel silenzio che mi circondava; mi fermai: veniva da uno degli assopiti negli stalli; un momento dopo ne udii un secondo. – “Si destano,” dissi sottovoce, “si destano per morire tra gli spasimi, fra i tormenti: nel sonno la morte sarebbe stata troppo dolce! Oh! fratelli miei, dove vi ho condotti? a chi vi ho affidati? Ed una voce di pietà parlò dianzi nel mio cuore per il vostro assassino! Sciagurato! da che mai mi lasciai vincere? È donna, è giovinetta, è bella!… forse fu voce venuta dall’inferno….”
Nuovi gemiti e grida lamentevoli, singulti e imprecazioni fecero risuonare l’eco del tempio; tutti i dieci avvelenati avevano scosso il letargo, ed alzatisi traballando, contorcendosi, appoggiandosi l’uno all’altro venivano alla mia volta. Io li vidi chiudermi in un cerchio, sul quale si libravano la disperazione e la morte. Stetti immobile nel mezzo; guardai quelle faccie sfigurate: ed oh! come esprimere quello che provai a cotal vista? Mi gettai in ginocchio, stesi le braccia verso quei cari, li chiamai tutti a nome! e: “Perdono! fratelli, perdono!” gridai, “perdono per l’altro mondo; se in questo può esservi di sollievo il caricarmi di percosse, – il fare a brani il mio corpo! fatelo, venite….”
“Percuotere te!” disse il giovinetto Anastasio, fratello della mia fidanzata; “ah! non sia!”
“No, no!” gridarono gli altri ad una voce.
“Il capitano! no,” disse Dimo, il più anziano di tutti; “ma con noi e prima di noi muoia l’assassino, il Giuda.”
“Sì, muoia,” gridarono gli altri.
“Dov’è egli?” tornò a dire Dimo, “forse che tu lo lasciasti fuggire?”
“Non è fuggito,” risposi; “ma voi, deh! non vi presentate lassù colle mani insanguinate. Io vi giuro che l’assassino avrà il castigo che merita.”
“Da chi?”
“Dalla giustizia.”
“Vogliamo eseguirla noi.”
Così dicendo, Dimo seguito dagli altri s’inoltrò verso là dove stava Zulmè, impotente a movere un passo e ad alzare una mano. Lo spasimo degli atroci dolori raddoppiava nell’animo di quei miseri la sete del sangue che anelavano di versare, e parea quasi che lo considerassero come un balsamo al loro soffrire.
Io non sapevo proprio a qual partito appigliarmi: mi parea viltà il lasciare che una creatura debole, inerme, fosse trucidata sotto i miei sguardi, e non mi bastava il cuore di privare le sue vittime della consolazione che potea far loro sopportare con più rassegnazione il martòro dell’agonia, alla quale andavano incontro. Mentre io mi struggeva nella lotta dei pensieri, un raddoppiamento di spasimo e il crampo delle membra irrigidite fece cadere a terra Dimo, il solo che avesse avuto la forza di giungere quasi vicino a Zulmè. Egli cadde proferendo orribili imprecazioni, che finirono di chiudere a ogni senso di umano sentire il petto degli altri morenti. Eglino maledissero la vita, imprecarono alla natura, alla patria, a me che li aveva condotti a una morte tanto orribile; e digrignando i denti, e impugnando colle convulse mani le armi che pendevano dalla loro cintura, minacciavano Zulmè e me stesso.
Ella: “Capitano,” gridava, “gettami in mezzo a loro, così fra un momento avrò finito di essere maledetta e di maledire. Ismaele è contento di me, mi chiama, mi aspetta…. oh! gettami tra di loro, e apriranno le porte perchè il mio spirito vada a raggiungerlo.”
La mia mente si smarriva in mezzo a quella scena di inesprimibile orrore. La catastrofe sovrastava; due agonizzanti reggendosi agli stalli venivano verso Zulmè, e vinto dal ribrezzo io mi slanciai per escire di chiesa. In quel punto, una figura alta, maestosa, vestita col nero manto sacerdotale finiva di salire la scalinata dell’ingresso. – Si fermò; una lunga barba bianchissima le scendeva dal mento fino al petto. Ci fermammo faccia a faccia, ed a me sembrò che avesse nello sguardo una scintillazione sovrumana. Per un moto che fu più rapido del pensiero, più spontaneo della volontà medesima, io m’inginocchiai, ma essa mi rialzò, e additando l’interno della chiesa:
“Che è questo?” domandò.
“È la morte che infierisce contro la vita,” risposi “quei dieci Elleni furono avvelenati da una Turca e vogliono farla a brani.”
“Sciagurati!”
Ciò detto lo incognito entrò in chiesa, ed io gli tenni dietro. Andò difilato al santuario ed indossò una sacra stola; strinse poi nella destra una croce d’oro che si trasse dal seno; colla sinistra prese il vaso dell’acqua lustrale e si presentò sull’ingresso del luogo sublime. Si era tolto di capo il berretto, e i capelli bianchi al par della barba crescevano venerabilità al suo aspetto. – Egli abbracciò con lo sguardo il quadro che si svolgeva dinanzi a lui, ed era spaventevole ne’ suoi particolari come nel tutto insieme. Alzò la mano verso quei miseri, che, tenendo già il piede sulla soglia della eternità, avevano pur tuttavia i petti divampanti di passioni terrene ed atroci! La croce d’oro sfavillava in quella mano. Eglino la videro, e un lamentevole Kyrie eleison uscì dalle labbra, che un momento prima avevano vomitato un torrente di bestemmie e d’imprecazioni.
“Cristiani,” disse il servo del Signore, “sappiate morire.”
Egli discese i tre gradini, si accostò ai giacenti e sparse sul loro capo l’acqua lustrale.
“Dalle tenebre della tomba alla luce della eternità v’è un passo solo,” egli proseguì a dire; “felice chi può farlo senza spavento!”
I moribondi avevano cessato di lamentarsi, e col viso alzato verso il sacerdote comparso fra loro, come se le ali degli angioli ve lo avessero portato, lo contemplavano muti, immobili…. Era uno di quei momenti supremi, nei quali l’anima fa prova della sua divina potenza, e soggioga il corpo, di cui non sente più il peso, i bisogni, i patimenti.
“Voi state già sul limitare delle tenebre transitorie; e a che pensate, o fratelli? Io non veggo accanto a voi la preghiera e la penitenza!… ben riconosco il demone della vendetta che attorciglia le sue serpi al collo di ognuno di voi, e si accinge a trascinarvi dal buio della tomba ai martirii dell’inferno!”
“Kyrie eleison!” ripeterono in coro gli agonizzanti.
“Se la Mussulmana vi ha avvelenati, lo ha fatto, perchè mani ellene le uccisero il marito: oh! forse che il Vangelo insegnò a lei il perdono delle offese? Può dire al suo giudice: Io non conosceva la tua legge; ma voi, Cristiani, che gli direte?”
Un altro Kyrie eleison uscì, rotto dai singulti, dalle labbra dei ravveduti: e il sacerdote si chinò in atto di ineffabile pietà su di loro.
“Sì,” esclamò, “la misericordia che non ha limiti, come lo hanno il vivere e il peccare umano, stende verso di voi le sue braccia.”
E così dicendo, egli porgeva il segno della Redenzione alle loro labbra!… ed eglino vi imprimevano fervidi baci, inondandolo di lagrime.
“Creatore! deh! non rigettare le tue creature supplichevoli ed accoglile nel tuo regno!” Così benedicendo e spargendo d’acqua lustrale le fronti già bagnate dal gelido sudore dell’agonia, il servo dell’Altissimo adempieva il suo divino ufficio; e vedendo che le ree passioni mondane erano soggiogate, si accinse a versare il balsamo d’una soave speranza ne’ petti, dove vivevano tuttavia gli affetti che hanno origine celeste – la famiglia e la patria – e colla religione mirabilmente si accordano. “Cristiani,” egli disse, “sperate la redenzione delle anime vostre; Elleni, sperate quella della patria in premio del sangue sparso dai vostri martiri, e di tanti anni di una croce, che un Dio solo avrebbe potuto portare senza venir meno sotto il peso. Sperate: la Grecia sarà redenta.”
I moribondi riaprirono anche una volta – l’ultima – gli occhi, sui quali già stava la mano della morte, e il raggio vitale vi rifulse prima di estinguersi, in tutto lo splendore della sua luce; ma quell’ultimo sguardo non cercò oggetti presenti: vide forse in rapida visione i natii focolari, i cari parenti, e la Grecia libera, trionfante! Poi i loro occhi si richiusero, e un lento affannoso anelito rimase solo a testimoniare che la tenzone fra la vita e la morte non era ancora finita.
Io piangendo baciai in fronte tutti quei cari perduti; poi: “Ministro del Cielo,” dissi al sacerdote, “rivelami ora se il Cielo medesimo ti ha qui condotto.”
“Io abito fra questi dirupi,” egli mi rispose, “nè volli fuggire, quando i Turchi invasero la Selleide, perchè sperai non essere inutile istrumento dei voleri di Dio.”
“La tua speranza non fu male fondata,” replicai; “ora volgiti a questa colpevole:” gli additai Zulmè.
Il sacerdote si accostò alla donna e la considerò per qualche momento in silenzio. – Anch’ella lo guardava….
“Zulmè!” egli disse.
“Samuele!”
“Figlia di Zoè, che hai tu fatto?”
“Ho obbedito al mio sposo.”
“Tu la conosci dunque?” domandai.
“Sì, la conosco. Sua madre era greca, cristiana; fu rapita alla casa paterna dal Bey di Beirutte…. e divenne madre di questa creatura, a cui non potè far conoscere il lume del Vangelo. Io, compiono ora cinque anni, la confortai nella morte….”
“Oh! madre mia!” Queste parole uscirono dal petto di Zulmè con un gemito.
“Ella ti raccomandò di amare i suoi fratelli, e tu!…”
“Ohimè! qual amore può eguagliarsi a quello che ho sentito per Ismaele? Egli è morto, non come mia madre nel placido letto dell’harem; è morto trafitto da cento colpi, e fra queste balze inospiti; io per obbedirgli l’ho vendicato! Fa che vada anch’io a dormire seco nel grembo della terra; non volere una vendetta che superi la mia; vedi, costoro dormono!”
“I corpi dormono, le anime no.”
“Lascia le anime loro al Cristo, la mia ad Allah!”
“Tu non vuoi dunque più rivedere tua madre?”
“Sì, ma più di lei è a me diletto Ismaele: così potessi trovarli nel luogo medesimo, e per salirvi io mi sentirei capace di subire tutti i martirii che può inventare la rabbia degli uomini! Ismaele era un giusto; ei combatteva per il suo popolo e per la sua fede.”
“La giustizia non abita cogli oppressori. Povera creatura!” seguitò a dire Samuele, “tu hai creduto adempiere un dovere, ed hai commesso invece il più atroce dei delitti. Crescesti nell’ignoranza, e l’unica virtù concessa dall’Islamismo al tuo sesso è riuscita funesta all’anima tua inconsapevole della esistenza di altre più sublimi virtù; e le leggi umane non terrebbero conto della ignoranza e della obbedienza, e ti condannerebbero alla morte dei malfattori. I tuoi affetti ardenti e abbandonati a sè stessi ti hanno aperto sotto ai piedi un abisso, potevano e possono tuttavia darti ali che valgano a farti giungere in grembo al Creatore.”
“Il Dio d’Ismaele non è quello di mia madre, non è il tuo! ed io voglio salire al suo paradiso! Tu sei buono, o Samuele, lo so…. Al capitano serbai la vita…. abbiate pietà di me! – Ponete fine al mio strazio…. Che importa a me delle discordie che dividono i credenti nel Corano e i credenti nel Vangelo? Se feci voti perchè la Grecia intera obbedisse ai Mussulmani, fu pel desiderio che innumerevoli migliaia di schiavi servissero colui che mi chiamava la padrona del suo cuore. Ora che m’importa se la Mezzaluna o la Croce si alza su queste vette o sulle rive del Bosforo? Il destino della donna che ama è legato al suo amore.”
Samuele mi trasse in disparte.
“Capitano,” mi disse, “io non dispero di condurre al porto quell’anima quasi sommersa tra i flutti delle passioni. Non ha l’idea della giustizia, ma la face del dovere non si spense nell’anima sua: ella è rea per obbedienza verso il suo compagno e signore. Credi tu che l’Eterno avrebbe castigato Eva con eguale severità se avesse gustato del frutto, arrendendosi non ai consigli di Satana, ma ai voleri d’Adamo?”
“Non so,” risposi.
“Ascolta,” ei riprese a dire: “non lungi di qui, fra rupi quasi inaccessibili, sorge un monastero di donne; sono nove sfortunate, cui la guerra ha tolto padri, mariti e figliuoli; non hanno più che un unico affetto terreno, la patria, e per lei dì e notte pregano l’Onnipotente. – Permetti che Zulmè sia condotta in quel sacro asilo; forse le mie esortazioni e le cure affettuose delle suore le avvieranno l’anima nel sentiero del ravvedimento.”
“Sia come tu vuoi,” rispos’io.
Quando fu giorno seppellimmo i morti nel cimitero attiguo alla chiesa, poi costringemmo Zulmè a seguitarci, e l’affidammo alle cure delle abitatrici del chiostro solitario. Samuele promise rimanere presso di lei per alcuni giorni, ed io partii subito per raggiungere i capi della sollevazione, e dar loro conto del funesto risultato della mia spedizione.

La memoria del tremendo caso avvenuto nel villaggio incendiato mi perseguitava continuamente; ma tratto lontano dall’Epiro dalle vicende della guerra, non mi riuscì avere mai nuove di Samuele. Quando poi la quiete dei sepolcri tornò ad invadere tutte le provincie dell’Ellade restituita al dominio dei Turchi, io volli visitarle ed inalzare almeno a Dio le mie preghiere dalle cime dei monti, dove prima della guerra ondeggiava il Labaro. Sette anni erano trascorsi dall’epoca degli avvenimenti che ho narrati, quando visitai le rovine del villaggio, e pregai sulle fosse, omai coperte di foltissima erba e di pruni, delle vittime di Zulmè. Finita la preghiera, m’incamminai verso il monastero situato in fondo a una via circondata da precipizii. – Delle nove suore due sole vivevano tuttavia; esse mi condussero nel recinto dove erano sepolte le loro compagne…. Le fosse erano otto, e sopra una di esse fioriva una rosa.
“È quella di Zulmè,” dissi appena l’ebbi scòrta.
“Sì,” rispose una suora; “Samuele piantò questa rosa colle proprie mani il giorno dopo quello, in cui Zulmè fu seppellita.”
“Dunque,” sclamai, “morì ravveduta?”
“Sì,” rispose la monaca; “Samuele la persuase che il Dio di sua madre era anche il Dio del suo sposo, ed ella lo adorò pentita, e quando si sentì vicina alla morte, chiese per ultima grazia di rivedere la fossa d’Ismaele. – Vi fu condotta. – S’inginocchiò, pianse, pregò e svenne…. Noi la riportammo semiviva al monastero, ove due giorni dopo spirò, supplicando la misericordia divina di avere pietà dell’anima sua e di quella d’Ismaele.”
Io bagnai di lagrime quelle zolle, sotto le quali dormiva un cuore che si diede al delitto come si sarebbe dato alla virtù, se tale fosse stato il comando del suo onnipotente signore. – Povera Zulmè! ben possono gli uomini invocare in dono dal Cielo una donna che abbia un cuore simile al tuo, perchè, trovandolo, da loro soli dipende lo inalzarlo al cielo o precipitarlo nell’inferno.