Angelica Palli Bartolommei – La donna tradita

In una piccola città dell’Italia meridionale viveva pochi anni or sono una coppia felice. Lorenzo avea consacrato a Giulietta il suo primo palpito d’amore; Giulietta per la prima volta sentì nel veder Lorenzo che la tenerezza filiale le lasciava tuttavia nell’animo un vôto immenso, e che l’amore poteva solo riempire. Si amarono all’eccesso, come due creature nuove alla piena degli affetti, e col divino entusiasmo della giovinezza che non ragguardò ancora alla strada della crudele esperienza; si amarono come si amano gli angeli, se all’amore è dato penetrare nei cieli! – Giulietta era povera, Lorenzo orfano ed erede d’ampie dovizie; egli sorrise quando la saviezza dei suoi amici volle dissuaderlo da nozze male assortite, e additargli fanciulle più degne di lui, dicevano, perchè nobili e ricche. Che cosa erano per lui tutti i tesori dell’universo? Egli amava! La fanciulla vinta da nobile orgoglio resisteva alle sue preghiere e ricusava di sposarlo….
“Verrà giorno,” gli diceva, “che un rammarico ti nascerà nel fondo del cuore; non ti verrà sulle labbra, ma io te lo leggerò negli occhi e sarò disgraziata per tutto il resto della vita!”
“O Giulietta,” ei rispondeva, “io t’amo, io sento in me la certezza d’amarti sempre; ma se il tuo amante potesse divenirti spergiuro, pensi tu che le ricchezze di un’altra femmina vincerebbero la sua fede?”
Essa cedè, e l’altare accolse i loro candidi voti; ed oh! la gioia, l’ebrezza di quel giorno potevano servire di bastante compenso a una vita intera di lacrime! Era un giorno che poche coppie vedono spuntare bello di tante speranze, di tanti voti, di tanto riso dell’universo! Un momento, una parola, unì le loro sorti in una sola per sempre; confuse in uno i nomi d’ambedue, pose un solo avvenire, una sola strada in faccia ai due sposi. Questo pensiero che gela di spavento quelli che si legano senza amarsi, è il pegno della felicità per gli amanti. Ahi, umano cuore! sempre credulo e sempre deluso!
Una casa campestre che spirava agiatezza e tranquillità accolse la coppia allora beata. Era cinta da ridenti colline, da vaghi giardini; e pareva che la felicità non dovesse stancarsi mai d’abitarla! Giulietta coltivava i fiori, e Lorenzo si occupava d’agricoltura.
“Amica mia,” ei le diceva, “sento che preferirei la spada all’aratro, ma l’inerzia è il peggiore dei mali; vorrei tu fossi la compagna d’un eroe; almeno non sarai quella d’un neghittoso, di un codardo cultore dei vizii che degradano la generazione presente!”
Giulietta abbracciandolo: “Sèrbati quale ora tu sei,” rispondeva, “io non posso nè desiderarti, nè immaginarti diverso.”
Quattro anni scorsero rapidi, pieni di soavi commozioni. Due figli accrebbero la felicità di quei dimenticati dalla sventura. L’amore non era più per essi una passione impetuosa, una febbre dell’anima, ma era un sentimento dolce, un bisogno per vivere: e perciò il cessare d’amarsi e il morire pareva ad ambedue una cosa sola, e la gelosia, le angosce del sospetto erano ignote ai loro pensieri. Oggetto l’uno per l’altro di tènere cure, di delicate attenzioni, vivevano, sposi come vissero amanti, lontani dalla gelida trascuranza che spoglia d’ogni incanto le coniugali catene, e fa che la mente di chi le porta si volga con doloroso confronto al passato, e dia nome d’illusioni alle speranze che stettero seco a piè dell’altare: a quelle speranze che diedero lena alla voce di proferire il giuramento del tremendo per sempre insieme. I due bambini erano un nuovo stimolo ad amarsi. Giulietta, ignara delle frivole gioie della vanità, consacrava tutte le sue cure ai pegni adorati dell’amor di uno sposo, che solo le era più caro dei figli! Oh quante volte cercò nei loro visi le dilette sembianze, e palpitò di piacere nel ravvisarle! – Lorenzo usciva al passeggio tenendo fra le braccia il piccolo Giulio, mentre Giulietta sosteneva i passi incerti della leggiadra Matilde. Essi parlavano dell’avvenire dei due bambini, delle gioie che se ne promettevano; cercavano indovinarne l’indole, l’ingegno, e finivano desiderando che fossero felici com’erano i genitori. Soave quadro di domestica pace! spregiato forse da chi ama di sentire soltanto la vita nelle tempeste, nelle grandi vicende, e getta appena repugnante uno sguardo sull’interno giornaliero vivere della famiglia, sui placidi godimenti di una vita monotona e oscura. Ma, nell’età in cui le virtù degli eroi non sono che il sogno dei cuori generosi, mentre la gloria è un vano sospiro; sola gioia pura, degna di essere scopo al vivere, è certo quella che procede da un casto amore! Perchè spregiarla? – Lorenzo andava qualche volta a diporto nei villaggi e nelle città vicine. L’uomo ha bisogno di moto, di attività; e Giulietta, persuasa di questo principio, vedeva senza dispiacere le brevi assenze di suo marito, perchè ritornava così tenero, così lieto di rivederla, baciava con tanto trasporto i suoi figli! Egli partiva la mattina, e tutto il giorno era da lei occupato nell’idea della sera, del momento che i fidi mastini annunzierebbero abbaiando l’arrivo del loro padrone, ed ella balzerebbe in piedi per correre ad incontrarlo. Il marito la bacerà dolcemente, entreranno tenendosi per mano nella stanza dei figli, e seduti presso il leticciuolo s’interrogheranno a vicenda del come scorsero le ore della separazione!
Una sera Lorenzo tornò un’ora più tardi. Era mesto, era conturbato, il suo bacio non fu quello dell’altre volte, la sua mano cadde distrattamente in quelle di Giulietta, e nulla chiese, nulla disse, si coricò, e parve addormentarsi subito. Giulietta rimase pensierosa; temeva, ma soltanto, che ei fosse malato e non volesse dirlo per non affliggerla; che altro avrebbe potuto temere? La mattina, appena vide aprirsi gli occhi allo sposo, gli stese le braccia al collo e in atto timido e soave domandò se stava bene. Ei la strinse forte al seno, e: “Con te, sto sempre bene,” rispose. Queste parole, quell’amplesso tranquillarono Giulietta, non pensò più all’angoscia di quella notte e fu di nuovo felice. Dopo pochi giorni Lorenzo si assentò nuovamente, ritornò più mesto dell’altra volta; baciò la moglie e i figli con effusione di affetto, ma pareva quasi cercasse in quei baci un rifugio, un sostegno contro le tempeste del cuore! Giulietta se ne avvide; – l’amore indovina tutto! – e per la prima volta non corrispose alle sue carezze. Egli se ne indispettì, la lasciò, e andò a sedere all’altro angolo della stanza. Ella rimase colle braccia pendenti, cogli occhi pregni di lacrime. Tacevano ambedue. La Matilde, che da qualche giorno era alquanto indisposta, gettò un grido nel sonno: il padre e la madre s’alzarono nel punto medesimo, e nel punto medesimo si trovarono insieme accanto al letto della bambina. Giulietta non potè reggere:
“Ti è cara,” esclamò, “ed io non sarei più così! Lorenzo! no, non può essere!”
“Mia Giulietta!” e cadde piangendo fra le sue braccia.
“Che hai? dimmelo! Mi dicesti sempre tutto, tutto: oh parla!”
“Nulla, mi sei cara, sì; più cara che tu stessa nol pensi. Oh! non creder mai di non essere così: amami e saremo felici.”
Anche questa nube si dileguò; ma il cielo non rimase interamente sereno. Giulietta non conosceva ancora della vita che i fiori, e la gelosia le era quasi ignota, perchè Lorenzo aveva amato lei prima, lei sola; assuefatta a volgere a suo talento la chiave di ogni affetto nel cuore di lui, non concepiva adesso il come senza essere sdegnato colla moglie, o inquieto per la salute dei figli, egli potesse non esser lieto; ma non diffidava. La larva di un’altra donna desiderata da Lorenzo non si era mai presentata a’ suoi vaghi pensieri. Intanto egli si assentava al solito, nè più nè meno; tornava tenero, ma, se ella ben guardava, il suo viso aveva perduto la vivacità della commozione viva, spontanea, che altre volte provava nel rivederla; spesso alle sue domande rispondeva astratto, ella si scostava dal suo fianco ed egli pareva non avvedersene; scioglieva la mano dalla sua, e quella mano rimaneva immobile, aperta, inconsapevole di non essere più stretta in un caro nodo. Ahi, dunque erano la mano e il cuore indifferenti a quel nodo!…
Quest’idea che si affacciò improvvisa, tremenda, all’anima di Giulietta, portò seco in quell’anima il veleno della gelosia, del sospetto. Amare lagrime le sgorgarono dagli occhi che avrebbero dovuto chiudersi al sonno eterno, se la morte venisse quando finisce l’illusione che fa cara la vita! Lorenzo la sentì singhiozzare. Egli sedeva meditabondo presso una finestra, senza essersi accorto che Giulietta si era allontanata da lui; corse a lei, strinse fra le sue braccia quelle forme, oggetto un tempo di tanti delirii! Essa declinò il viso dal suo, lo nascose nel seno che fu per tanto tempo il suo unico asilo, e continuò a piangere.
“Perchè quelle lagrime?” le domandò con dolcezza.
“Per nulla!”
“Tu vuoi nascondermene la sorgente!”
“Che vuoi? vi sono momenti, in cui idee triste, terribili, mi assaliscono mio malgrado! Dianzi, vedi follìa! dianzi mi pareva che tu non mi amassi più, che tu pensassi a tutt’altra che a me.”
Nel dire queste parole alzò a caso gli occhi, e s’incontrarono in quelli di Lorenzo che li chinò a terra con moto rapido, involontario, come fa l’uomo ch’è stato fra le tenebre all’apparir della luce! Quel moto non isfuggì a Giulietta: pur troppo lo intese! Egli parlò l’antico linguaggio dell’amore, ripetè i solenni giuramenti di amarla sempre, di viver per lei sola; nessun fatto stava contro di lui: innocente, tenero come prima, egli aveva tutte le ragioni di accusar sua moglie di follìa, di stoltezza, se avesse proferito una parola di accusa. Che sono dinanzi al tribunale del buon senso una mano immobile, uno sguardo evitato? La povera Giulietta sentì che la ragione militava per lui, rinchiuse nel profondo dell’animo i suoi dolori, sorrise, e disse di esser tranquilla.
Due mesi scorsero in questo stato di apparente tranquillità. Un giorno essa volle andare ad una fiera solita tenersi in un paesetto lontano poche miglia dalla sua casa, vi andò col marito. Il concorso era molto, ma tutta gente di campagna. Non vide che una sola donna in abito signorile, la quale le volgeva le spalle; ma senza vederne il viso, Giulietta pensò che fosse una bella donna, e lo disse a Lorenzo.
“Può essère,” egli rispose; e prese con la moglie una strada diversa da quella dove si trovavano allora. Si fermarono in una bottega per comprare qualche trastullo per i bambini; e mentre vi si trattenevano, entrò una contadina, che, visto appena Lorenzo, lo salutò in aria di conoscenza, e:
“Signore,” gli disse, “anche madama è qui; che non l’avete veduta?”
“Chi è madama?” domandò Giulietta.
“La bella forestiera,” riprese la contadina, “oh! il signore costì la conosce.”
Giulietta guardò Lorenzo, ch’era di fuoco; null’altro disse, finì quietamente le sue compre, riprese il braccio del marito, e si allontanò muta dalla bottega.
“Era nostro pensiero,” gli disse appena potè parlare, “di trattenerci qui tutta la mattina; ma io mi pento di aver voluto rimaner tante ore lontana da’ miei bambini; resta tu, io torno a casa, se lo permetti.”
“Sia come ti piace,” egli rispose: le diede braccio a salire in calesse, le strinse forte la mano, e rimase.
Giulietta aveva il respiro affannoso, gli occhi coperti da un velo. Oh come anelava di arrivare, di rinchiudersi nella sua stanza! Appena vi fu, cadde sopra una sedia, vinta dall’interna tempesta. – Una forestiera! bella! giovine! ed egli la conosce! e a me non ne parla mai! e l’ho veduto arrossire! ah Lorenzo! – Egli tornò; ma pareva evitasse di rimaner solo colla consorte; trovava sempre un pretesto o per chiamare i servi, o per parlare ai bambini. Giulietta pallida, abbattuta, taceva. La sera venne; e il letto coniugale accolse i due sposi: ma un silenzio profondo regnava nella stanza, che non era il silenzio del sonno! Affine un sospiro scoppiò dal cuore di Giulietta; ed egli però non osò dimandarle: “Che hai?” Tacque, e un secondo sospiro più angoscioso del primo venne a trafiggerlo.
“In nome del Cielo,” disse allora, “perchè questi dolori? di che ti affliggi?”
“Senti, Lorenzo, io ti chiedo schiettezza, e null’altro: è la sola cosa che io posso pretendere, credo.”
“Ebbene?”
“Quella donna, quella straniera, come, perchè la conosci?”
“L’ho incontrata a caso, era con un mio conoscente.”
“Una volta sola tu le parlasti?”
“No, l’ho incontrata.”
“Ed io non ne so nulla!”
“Che dunque devo contar le parole che dico per riferirtele? Strana pretesa! vedo tanta gente!”
“È vero, perdona, una moglie non ha tanti diritti, ma io sognava posseder tuttavia quelli dell’amore!… perdona!…” e tacque.
Lorenzo era buono, sentì tutta la propria ingiustizia, sentì una voce interna gridargli: “Tu l’oltraggi, e invece di cadere a’ suoi piedi, anche la maltratti.” – Prese la mano della moglie, l’inondò di baci e di lagrime! Giulietta commossa non potè pronunziar più rampogne; e così rimasero al solito.
La giovane sposa aveva delle amiche d’infanzia, le quali qualche volta, benchè di rado, venivano a visitarla; e una di queste venne un giorno pregandola in aria misteriosa di chiudersi seco nella sua stanza. Era una giovine maritata da pochi mesi ad uno scapestrato che non amava, ma che aveva sposato per esser padrona di sè, e godere il bel mondo. Quando Giulietta fu sola con lei, essa cominciò un discorso a salti, inconcludente, nel quale finalmente voleva provare che bisogna riguardare il marito come un amico, e cercare altrove la tenerezza, perchè già è impossibile vivere insieme, e amarsi di amore; perchè la donna, che si ostina ad essere innamorata del marito, non ha che sprezzo da lui e beffe dalla gente. Giulietta ascoltava e un brivido le prendeva.
“Perchè mi fai questo sermone?” domandò dolcemente.
“Perchè” rispose l’amica “mi dispiace di vederti fare una trista figura.”
“Come?”
“Eccoti qui appassionata per il tuo Lorenzo, non ostante che….”
“Spiegati!”
“Parlerei se tu fossi ragionevole.”
“Oh! io sono.”
“Ebbene, tutti sanno che egli corteggia la bella Elisa di Montalto, e tu, che certo lo sai, non prendi una risoluzione, e rimani qui a far la marmotta!”
Giulietta sorrise, e poi: “Son ciarle, cara Enrichetta,” rispose; “il mondo non vede per tutto se non intrighi e galanterie; Lorenzo ha altro per il capo che corteggiare le dame.”
“Sei pur buona! mi fai compassione; io lo so di certo, e ti consiglio di risolverti a qualche cosa.”
“L’ho già fatto.”
“Davvero?”
“Sì: penso a mio marito, ai miei figli, non curo la maldicenza e vivo felice.”
Le due amiche si separarono. Giulietta nulla disse al marito in tutto il corso del giorno; ma la sera, quando si trovò sola con lui, prese un’aria grave e solenne, e ponendosegli dinanzi:
“Lorenzo,” gli disse, “tu mi hai amata, io sono la madre dei tuoi figli, e questo nome sacro mi darebbe solo il diritto di vederti rispettare l’onor mio in faccia al mondo. Lorenzo, tu hai nome di amante di Elisa di Montalto! – non voglio saper se tu sei! – chiedo, o che tu faccia tacer questa voce o ch’io divisa da te per sempre provi a chi volge su me lo sguardo col sogghigno della derisione, che Giulietta può morire vittima dell’infedeltà di uno sposo troppo caro; ma che non può dividerne con un’altra il possesso o, quand’anche non avesse che il tuo arcano sospiro, quando Dio solo sapesse che abbracciandomi pensi a lei, io non vorrei quegli amplessi; pensa se posso star teco, mentre è pubblica la fama del tuo nuovo amore. Questi cari sono miei; e’ mi daranno, spero, la forza di sopportare la vita: dammeli; cessando di esser marito, dimentica di esser padre: abbandonati in braccio alla tua passione.”
Egli la guardava attonito; quelle tremende parole gli piombavano in fondo al cuore; colei che le proferiva era in quel momento in tutta la pompa delle sue attrattive, perchè le attrattive di Giulietta consistevano nel fuoco e nella delicatezza del sentire, più che nei lineamenti del viso; anzi nelle circostanze solenni la circondava quell’insuperabile incanto, che appunto allora si fa muto nella bellezza delle donne volgari.
“Giulietta!” esclamò, “Giulietta, vuoi dunque abbandonarmi! vuoi lasciarmi solo, deserto! oh, perchè? Tu non conosci il mondo, tu non sai com’è facile al codardo sospetto! Io non t’ho oltraggiata! io sono sempre degno di te; riaprimi le tue braccia!”
“Proferisci il nome di Elisa, dimmi che non l’ami, dimmelo, e crederò a te solo.”
“Sì! non l’amo.”
E in quel momento egli non mentiva, egli riprovava tutta l’energia dei suoi primi affetti.
“Giurami che non la rivedrai, che vivrai per me, per i figli.”
Ed egli giurò, e un lampo di gioia celeste scese a calmar le angosce di quei due cuori; ritrovarono l’amore candido dei primi anni, e i suoi trasporti e le sue dolci lagrime e la felicità!

È tempo adesso di penetrare nell’animo di Lorenzo, e conoscere la sorgente della tempesta che lo sconvolgeva. La natura gli aveva dato passioni vivissime, spirito irrequieto, e desiderii che si spingevano oltre i limiti del suo stato. Amò di vivissimo amore Giulietta, ma questo amore non ebbe contrasti, e non bastò a consumare tutta l’energia dei suoi affetti. La sua sposa nascondeva un carattere fermo e un cuore bollente sotto il velo della dolcezza; questa dolcezza era inalterabile: nè capricci, nè misteri, nè sdegni la conturbavano mai, perchè l’ingenua donna non sapeva che l’uomo non sente più il prezzo di un bene che possiede senza contrasti, senza timori di perderlo….
Così avvenne. Lorenzo cominciò a sentire un gran vôto in sè, un bisogno imperioso di forti commozioni: pure costante ai voti dell’amor suo, non cercava svaghi fra le braccia del vizio, ma fra quelle di Giulietta ritrovava spesso la calma, e probabilmente senza una fatale circostanza il tempo avrebbe sopito quei vani desiderii, e la sua fede sarebbe rimasta incontaminata…. Troppa virtù, troppa quiete abitavano in quelle mura, e la fortuna ne fu gelosa. Elisa di Montalto scelse per sua dimora un villaggio, a poche miglia dalla città dov’erano stabiliti i due sposi. Questa donna, dotata di straordinaria bellezza, ne aveva accresciuto il pregio con tutte le attrattive che somministra un’educazione accurata e gentile. Sposata a un uomo che forse non era degno di lei, l’offese dopo pochi mesi di matrimonio con folli amori; egli non sopportò muto l’oltraggio, chiese una separazione, l’ottenne. E la bella Elisa, perduta all’onore nel fior degli anni, pensò di nascondersi al mondo e di riparare così in parte ai suoi errori; e però si viveva sola, con pochissima servitù in un villaggio, sconsolata per il passato, incerta per l’avvenire, infelicissima. Lorenzo, passando davanti alla porta della sua casa, la vide seduta in atto di profondo abbattimento, pallida, coll’arpa negletta a pochi passi dalla sua sedia, e si fermò. Elisa al suono dei passi levò gli occhi: mai forse coppia meglio assortita per vaghezza di forme non si era incontrata e contemplata a vicenda. Lorenzo salutò rispettosamente, e seguitò la strada.
Il giorno dopo quasi involontariamente diresse i suoi passi verso quello stesso villaggio, e passò davanti la medesima casa; Elisa sedeva come la sera innanzi presso la porta, nella sala terrena, ma questa volta le sue braccia non pendevano inerti, perchè sonava l’arpa e cantava. Com’era soave e malinconico il suono della sua voce! Lorenzo udiva una melodia incantatrice che lo rapiva in estasi: avrebbe voluto esprimere la sua ammirazione alla bellissima cantatrice, ma era timido, poco assuefatto ai modi sciolti della società. Quando Elisa finì di cantare, ei proseguì sospirando il cammino, e arrivò a casa pensieroso e turbato; e le affettuose parole di Giulietta, il turbamento che provava, tutto gli fece nascere in mente l’idea che avrebbe malfatto, continuando a passare per quella strada. Per molte sere non vi passò; finalmente disse a sè stesso: “È un mettere troppa importanza in una cosa da nulla; un uomo dev’esser sicuro di sè stesso; guai, se per esser fedele a sua moglie ha bisogno di non vedere altre donne in faccia!”

Ritornò al villaggio abitato da Elisa: passò davanti alla sua casa, la porta era spalancata, ma la sala deserta. Sentì allora tutto l’amaro di una speranza delusa; la strada lo portava verso la chiesa del villaggio, vasto, tenebroso edifizio, che quella sera veniva illuminato da molte faci per un mortorio, e passando vi gettò dentro uno sguardo, che certo andava in traccia di qualche cosa. A pochi passi dalla porta stava inginocchiata la vaga incognita, nell’atteggiamento della solenne preghiera in abito di lutto. V’era molta gente in chiesa. “Posso entrarvi ancor io per curiosità,” pensò, o finse di pensare, e vi entrò. La calca forse gl’impedì d’inoltrarsi, e si fermò dietro Elisa; sentì che sospirava profondamente, e sospirò anch’egli senza volerlo.
“Perchè questa funzione?” domandò a voce bassa ad un contadino che aveva accanto.
“È la signora che vedete lì inginocchiata quella che fa le spese, è per l’anima di sua madre,” rispose forte colui.
Elisa voltò il capo, e riconobbe Lorenzo, e i loro sguardi s’incontrarono un’altra volta come sull’uscio della casa di lei, e Lorenzo rimase lì immobile, finchè durò la funzione. Quando tutta la gente usciva di chiesa, Elisa era sola, rompeva a fatica la calca rustica che la circondava; ond’egli con moto rapido e spontaneo le offerse il braccio, che fu subito accettato in silenzio. Poi quando furono all’aria aperta, s’avvidero ch’era già notte e nessuno dei servi di Elisa era lì per accompagnarla; perciò la urbanità comandava che Lorenzo non la lasciasse sola in una strada, a quell’ora, e si offrì di darle braccio fino a casa. Elisa accettò con semplicità, ringraziandolo dolcemente. Egli lodò il suo canto; ella parve poco inclinata alla vanità della lode, e parlò invece di sua madre morta già da tre anni, del dolore che provava ancora per quella perdita irreparabile. Lorenzo taceva commosso; si separarono amici; e quella sera il giovane, immerso nelle memorie dell’accaduto, nemmeno sentì stringersi la mano dall’affettuosa Giulietta.
Dopo qualche giorno credè suo dovere il fare una visita alla bella forestiera. Fu ricevuto con dignità, con modi semplici e soavi, e passò due ore presso l’incantatrice, che gli faceva provare un tumulto di sensazioni che egli non avea mai conosciute. Quella bellezza velata dalle nubi del dolore e della sventura; quelle parole, in cui traspariva un’umiltà, frutto della persuasione di avere errato, ma qualche volta superata da qualche tratto che rivelava un nobile orgoglio istintivo; quel canto fatto celeste più ancora dall’espressione del sentimento, che dall’innata soavità della voce e dalla perfezione dell’arte; tutto in Elisa era grazia, tutto era un incanto. Lorenzo vi tornò molte volte: divenne il suo confidente, senti chiamarsi l’unico amico di una misera. Come abbandonare colei che così lo chiamava? Ma pensava che Giulietta si era avveduta che il suo affetto per lei era diminuito, la voce del rimorso avvertiva lui che il marito fedele di Giulietta non poteva essere l’amico di Elisa; sentiva la necessità di rinunziare a una relazione pericolosa; sapeva già che nel villaggio si mormorava, perchè nei piccoli luoghi nulla passa senza nota, senza commento. Prese una strada di mezzo: diminuì le sue visite, e così credè di aver soddisfatto ad ogni dovere. Sciagurato! che non pensò come il mondo non tien conto dei piccoli sacrifizi, e per rintegrare una fama ha bisogno di esser testimone di magnanimi sforzi, di virtù decisive. Non mica che egli avesse mai detto ad Elisa di amarla, nè che Elisa avesse mai proferito una parola di amore; pur nonostante e’ sapevano di amarsi, e tutti i vicini lo sapevano, e il silenzio del labbro era l’ultimo ritegno rimasto alla passione per non irrompere tempestosa.
Lorenzo, che per la prima volta vide Giulietta atteggiata a nobile sdegno e n’ascoltò le solenni rampogne (dopo ch’ebbe saputa l’infedeltà di lui), sentì che Elisa non avrebbe potuto compensarlo di perder tanto per lei; sentì la forza prepotente della virtù che lo chiamava al pentimento: la tenerezza che prima avea fatto oscillare le corde del suo cuore, le ripercosse, e resero un suono profondo. Per una sera, per una notte, Elisa fu dimenticata, e Giulietta ritrovò l’amante perduto. Il giorno dopo l’immagine della donna pericolosa tornò ad assalire Lorenzo; egli, fermo nella risoluzione di non più vagheggiarla, cercò distrazione nell’occuparsi dei figli e delle proprie faccende da qualche tempo neglette. Per una settimana intiera che non vide Elisa, gli pareva di aver percorso un secolo, d’aver compìto un eroico sacrifizio. Immaginava che Giulietta dovesse essergli molto grata ch’ei soffrisse tanto per la sua pace; s’irritava vedendo che a lei pareva non vi fosse nella condotta del marito nulla di nuovo, nè di straordinario. Il malumore e la stizza lo dominavano; stava burbero, muto, con gli sguardi cupi e dolenti. Giulietta vide che egli non era punto tornato quello di prima; sentì il perduto impero, sentì l’angoscia di un amore non più corrisposto, non più inteso, e per la prima volta si dolse di aver già troppo vissuto. La sua mestizia non isfuggì a Lorenzo.
“Ne ha ben d’onde,” pensò, “la presuntuosa! mentre per lei trascuro quell’angelo, e sto qui ad annoiarmi…. Che pretende di più? già son pazzo io a far tanti sacrifizi per chi nemmeno sa intenderli, per chi mi crede obbligato alla dura catena!” – Prese il cappello, e si avviò per uscire.
“Esci?” domandò Giulietta.
“Sì,” rispose egli aspramente.
Giulietta non potè ritenere un sospiro.
“Che novità è questa?” soggiunse anche con più asprezza di prima, “devo render conto anche di ogni passo che faccio? È troppo!”
“Oh, Lorenzo! Lorenzo! sei l’arbitro dei tuoi passi, di te medesimo. Ahimè! che deve importarmi il dove si volgono i passi, quando il cuore non è più meco?”
Egli si raddolcì, si accostò alla moglie, e: “Via, non ci tormentiamo così!” le disse, baciandola in fronte; “io sono, io voglio esser tuo; sta tranquilla.” – E la lasciò anche più disgraziata, perchè sentì in quelle parole l’accento della compassione: e la compassione è così umiliante compenso all’amore!
Lorenzo uscì senza scopo, commosso dallo stato della moglie, e sempre deciso di non darle più dispiaceri. “È bene” pensò “di troncare per sempre una relazione, che diveniva funesta alla mia domestica pace; bisogna che Elisa sappia ch’io tralascio di frequentarla; e sarebbe villania di romperla così alla muta, senza nulla avvisare: vi anderò un’altra volta, e sarà l’ultima. Le dirò che si mormora nel villaggio, che io sacrifico alla sua quiete il piacere di trovarmi con lei, tacerò il resto: è viltà per un uomo il mostrar tanta deferenza ai capricci della moglie.” E così pensando picchiò alla porta di Elisa.
Elisa era ammalata; non ostante volle riceverlo. La trovò immersa in un abbattimento mortale; non si dolse della trascuranza, ma egli lesse nei suoi sguardi che ne era stata profondamente afflitta. Povera Elisa! L’immagine di Giulietta disparve. Dopo un’ora di colloquio interrotto da lunghi intervalli di silenzio, Lorenzo rammentò il perchè era venuto; pensò a Giulietta con ira, ma vi pensò; bisognava adempire un dovere, o almeno tentare di adempirlo, forse per così scemarsi i rimorsi, per poter dire a sè medesimo: “Ho voluto farlo, e non ho potuto, l’errore non fu dunque nella mia volontà.”
“Elisa,” disse, “non vi vedrò più. Già lo prevedevo…. La vostra riputazione….”
“Ohimè! a torto o a ragione che sia, io l’ho perduta,” rispose; “dite piuttosto il volere di vostra moglie!”
“No! v’ingannate.”
“Siete voi che volete ingannarmi; ma è giusto: immolatemi pure a un affetto sacro e legittimo: so che la vostra Giulietta n’è degna; ricevete i miei congedi, e siate felice!”
Tacque: ei restava immobile, guardandola con occhi smarriti.
“Ebbene? perchè non partite?”
“Elisa, Elisa! non posso.”
“Lorenzo, il dovere ve lo comanda!”
“Vuoi tu ch’io gli obbedisca?” gridò con voce soffocata, “lo vuoi?”
“Devo volerlo.”
“Addio dunque;” e s’incamminò rapidamente verso l’uscio.
Un gemito l’arrestò, – si rivolse. Elisa era caduta a terra priva di sensi. Corse a lei, la rialzò, la sostenne fra le sue braccia; dimenticò Giulietta, l’universo! Elisa rinvenne, aprì gli occhi, li richiuse abbandonando il capo sul seno dell’amante. Sentirono essi l’impossibilità di dividersi, di dimenticarsi, il bisogno prepotente di vedersi, e cederono…. colpevoli forse più per la fragilità dell’umana natura, che per inclinazione al delitto! Fu risoluto che un velo impenetrabile nasconderebbe la loro intelligenza, e che non si vedrebbero se non di rado, nascostamente.
Lorenzo tornò a casa quasi contento di sè medesimo; il misero sognava di aver messo d’accordo la sua rea inclinazione con il dovere! Abbracciò la moglie con un dolce sorriso: eran tanti giorni che Giulietta non l’avea visto sorridere! Però ne fu ebbra di contento, e presi per mano i due bambini, li condusse al padre, li mise fra le sue braccia, fra quelle braccia, che poc’anzi si erano schiuse a ben altro amplesso! Ei si abbandonò ai moti della natura, li colmò di carezze. Giulietta respirava, credè di aver riacquistato l’amor di Lorenzo, o piuttosto volle persuadersi che mai non l’aveva perduto, perchè l’animo suo delicato sentiva che l’amore non si riacquista. Un mese passò così, ma Lorenzo a grado a grado era tornato alla mestizia, all’asprezza. Giulietta non avea più sentito parlare della bella forestiera; la sua immagine tornò a perseguitarla. Tornò a dubitare; non aveva confidenti, e quando anche ne avesse avuti, come proferire la funesta parola: “Egli non mi ama più?” Si volse ad esaminare tutti i passi e tutte le parole di Lorenzo; da queste traspariva chiaro un interno strazio, un pensiero fisso, immutabile per qualunque vicenda esterna; dai passi nulla di certo potea rilevare, poichè egli rade volte si allontanava, e allora usciva solo, di sera, e tornava presto. Formò un ardito disegno. Una sera, era il cominciar dell’inverno, il tempo tempestoso, l’aria rigida, il cielo coperto di dense nuvole; e Lorenzo sedeva leggendo vicino al fuoco, quando ad un tratto posò il libro, come se gli tornasse l’idea di una cosa dimenticata, s’alzò, e: “Torno presto, non posso fare a meno di uscire, e mi pesa;” voltosi alla moglie disse come trascuratamente, e lasciò la stanza.
Giulietta sentì aprirsi e richiudersi l’uscio di strada; avea già indossato il mantello del marito; scese rapidamente le scale; uscì senza far rumore; il suono dei passi di Lorenzo fu guida ai suoi e lo seguì. Egli entrò in una strada abitata da povera gente, si fermò a un uscio, e picchiò; gli fu aperto; e l’uscio si richiuse. Allora Giulietta rimase coll’inferno nel cuore. Che fare? come por fine alla tremenda incertezza? La pioggia cadeva a torrenti, il freddo la irrigidiva. Se anch’essa avesse picchiato a quell’uscio? Ma poi, e s’egli era lì per un motivo innocente, se rendeva sè stessa e lui favola del paese, e senza alcun frutto? Ma se Elisa di Montalto fosse là, se entrando potesse trovarli insieme, e sfogarsi, e caricarli di giuste, di tremende rampogne, e amareggiare le gioie di un tristo ritrovo?… Ondeggiando in questa procella di affetti, si era accostata all’uscio. Allora pensò che per lei bastava il sapere se Elisa si trovasse in quella casa: se vi era, bastava. Si spinse il cappello da uomo fin sugli occhi, si ravvolse tutta nel mantello, e picchiò. Ahi, come le tremava la mano! Una vecchia aprì, e:
“Chi volete?” domandò.
“È qui la signora?”
“Di chi cercate?”
“Di quella che viene per quel giovane.”
“Ah intendo!”
“Sono insieme?”
“Sì.”
Giulietta si appoggiò all’uscio.
“Ebbene, ditele che il suo lacchè l’aspetta qui fuori.”
“Entrate.”
“No, non importa, chiudete pure.”
L’uscio fu un’altra volta chiuso, e la sfortunata rimase sola, colla certezza terribile che avea sospirato di possedere, e che ora vorrebbe ad ogni costo non avere acquistata. Che non darebbe per essere, come un momento prima, nell’incertezza, per avere il diritto di pensare: “Forse è innocente?” Voleva allontanarsi, ma non poteva, una forza prepotente la incatenava lì, accanto a quella casa funesta. L’uscio per la seconda volta si aprì; la voce della vecchia si fece sentire.
“Venite, ragazzo, la signora è qui, vuol parlarvi.”
Giulietta non rispose, ma si riavvicinò; vide, al chiarore di una lucerna in mano della vecchia, suo marito e accanto a lui la femmina, a cui l’occhio della gelosia cresceva in quel momento bellezza, perchè l’occhio della gelosia ingigantisce tutto come l’amore. Elisa si avanzò fin sulla soglia dell’uscio.
“Chi siete? che volete da me?” domandò.
“Che voglio, sciagurata?” esclamò Giulietta! e stese la mano e afferrò quella della rivale; “voglio il cuore di Lorenzo!” e fuggì via con rapidissimi passi.
Quella stretta di mano, quelle parole furono un colpo di folgore per Elisa; ammutì; vacillò: Lorenzo la sostenne quasi svenuta, ma essa lo respinse con un moto d’orrore.
“Tu mi scacci,” gridò disperato; “ne hai ragione…. Addio!” e varcò la soglia, e prese la via della propria abitazione.
Il suo sangue bolliva, e un’ira cieca contro sua moglie lo dominava; picchiò forte, e un servo gli aprì; in un baleno salì le scale, e si trovò in un salotto, dove mezz’ora prima aveva lasciata Giulietta. Ella sedeva nel medesimo posto, in aspetto apparentemente tranquillo.
“Sei stata sempre qui?” domandò bruscamente.
“Sì.”
“Mentisci!”
“Dimmi tu dunque dove sono stata.”
“Te lo dirò: ad assumerti dei diritti che non hai, a turbare la quiete di chi rispettava la tua. Oh! hai tu pensato che verrei a cadere alle tue ginocchia, a supplicarti del tuo perdono? Sciagurata! disingànnati: son uomo, e finora non usai che pochissimi dei privilegi che la natura e la società mi hanno concessi. Tu ardisci cimentarmi, ed io userò di tutti; starai sola e non curata; comanda fra queste pareti; null’altro tu puoi pretendere. Hai inteso? io son padrone di me medesimo.”
“Lorenzo! Lorenzo! così mi parli! oh! taci piuttosto: ch’io t’immagini almeno afflitto del mio dolore! oh sì! tu puoi far quel che vuoi. Non mi ami più! ami un’altra! che m’importa del resto?”
“Amo chi voglio.”
“Lascia questo modo crudele! non inasprire la piaga, è abbastanza profonda!”
“Mi hai reso ridicolo.”
“Tu mi hai resa infelice…. ed io ti perdono.”
“Oh, invero generosa!” egli esclamò coll’accento dell’amaro disprezzo, “sciagurata! imparerai a cangiar modi.”
“No, Lorenzo, no!” rispose con nobile fermezza la sposa oltraggiata: “io non posso cangiarli! io disprezzerei me stessa, se lo potessi, perchè la moglie che non si cura dell’amor del marito nutre desiderio di altri amori, e il cuore che molto amò, che fu molto amato, non può avvezzarsi al deserto mai; io ti amo! io senza te null’altro curo! Oh! perchè, perchè mi hai tu tradita? eravamo tanto felici…. Ed ora?…”
Il pianto l’interruppe, e cominciò a singhiozzare.
“Finiscila,” gridò Lorenzo, “tormentatrice, creatura insopportabile! lasciami respirare:” e la lasciò sola.
Uscì di casa: il vento, la pioggia, i lampi, i tuoni, facevano un orrendo frastuono, e camminava in mezzo alla guerra degli elementi senza quasi avvedersene. Il suo cuore era gonfio di dolore, di rabbia; un forsennato egoismo ammutiva in lui l’indole gentile, la coniugal tenerezza. Ei non vedeva più in Giulietta che un ostacolo ad essere felice: la vedeva sorgere, noioso fantasma, fra lui e la forma spirante voluttà che l’animo suo vagheggiava. Il disgraziato, molle dall’acqua cadente, intirizzito dal freddo, col capo sconvolto e le membra agitate da pulsazioni febbrili, picchiò alla casa di Elisa circa alla mezzanotte. Una vecchia serva conosciutolo alla voce gli aprì.
“È in letto la signora?” domandò Lorenzo.
“No,” rispose la donna; “credo che scriva.”
“Annunziatemi: ho da parlarle.”
Dopo pochi momenti la vecchia tornò a dirgli che madama ricusava vederlo, e lo pregava di ritirarsi.
“No! assolutamente no!” egli rispose; “voglio, devo parlarle.”
“Signore, non fate scene.”
“Conducetemi alla sua stanza.”
“Sarei licenziata.”
“Ebbene, la troverò io:” e s’incamminava.
Allora la donna, vista la sua ostinazione, tornò ad avvertirne la padrona, e venne col permesso d’introdurlo presso di lei. Elisa quando lo vide, si alzò, e si preparava a rimproverarlo; ma quando lo ebbe guardato, il miserando stato in cui le appariva dinanzi, vinse ogni sdegno, e muta e tremante lo fece accostare al fuoco, e ne riscaldò le mani gelide nelle sue. – Quando potè parlare:
“Oh, angelo!” egli disse, “qual differenza! esecrandi diritti! nodi aborriti dalla natura! deve dunque l’uomo tutto immolarvi?”
“Amico mio,” rispose Elisa, “la società vuol così.”
“Ma il cuore non lo vuole,” riprese impetuosamente, “ed io voglio obbedirgli. Elisa non ispaventarti, ascoltami: colei ebbe il mio nome, abbia anche la mia fortuna; viva coi figli, rispettata, arbitra di quanto è in me di concederle; ormai questa mia forma sfiorata dalla tempestosa passione non può esser più l’oggetto dei suoi desiderii. E poi, essa è virtuosa; e la virtù sta con la calma, col buon senno: Giulietta anche senza me può esser felice.”
“Ebbene,” domandò a bassa voce Elisa, “che vuoi tu concludere?”
“Osi tu darti a me, misero, privo di tutto, a me che ti offro la miseria, l’infamia ed il mio amore?”
“Lorenzo!”
“L’osi tu?” e la guardava con delirio.
Ella si sentiva sul viso il suo alito di fuoco, e lo amava; e già aveva altre volte fatto il primo passo nella via del precipizio, e la sua guida non era un uomo acceso come Lorenzo di ardentissimo amore! Oh! la virtù avrebbe forse ceduto, e poteva Elisa già non più incontaminata resistere? Si arrese; fu risoluto che la notte seguente partirebbero per il porto più vicino onde imbarcarsi colà per l’America, dove Lorenzo doveva guadagnarsi un pane col sudore della sua fronte e divider quel pane colla compagna della sua fuga. Mille disegni fantastici occuparono la mente dei due amanti! Costoro rinunziando alle ricchezze si tenevano quasi tornati innocenti. “I miei figli!” diceva Lorenzo, “che sono io per i miei figli? nulla personalmente; li lascio padroni di un cospicuo retaggio: che potrebbero desiderar di più?”
All’alba uscì dalla casa di Elisa; il tempo era allora più quieto. Lorenzo, malgrado di tutte le sue riflessioni, si sentiva oppresso da un’angoscia divoratrice, nè osava rientrare nelle mura, dove stavano la sua sposa e i suoi figli; camminava per le vie a caso, guardando senza vedere, urtando e lasciandosi urtare. Entrò in una chiesa senza saperlo; e quando vi fu, il buio lo fece accorto che non era più all’aria aperta; si guardò intorno; si era appoggiato a un altare. Lo riconobbe: cinque anni prima, ai piedi di quell’altare, avea giurato una fede eterna! E la crudele memoria gli riponeva dinanzi la timida vergine inghirlandata di candide rose, che accolse il suo giuramento, e accettò lui per protettore, per guida nel cammino della vita. Oh! allora il velo cadde per un momento, e Lorenzo sentì l’atrocità del suo fallo; si percosse la fronte, e fuggì via spaventato di sè medesimo.
“Sono un mostro!” esclamò: “Elisa, Elisa! perchè ti conobbi?”
Entrò in casa; tutti ancora dormivano. Entrò nella stanza dei figli: i due vezzosi bambini erano immersi in placidissimo sonno: li contemplò avidamente; oh come somigliavano a lui, alla madre! quante idee tènere e pure richiamavano alla mente del padre! Si chinò per baciarli, ma non osò, ristette, si allontanò, tornò; era una lotta inenarrabile quella che lo straziava. Entrò nella stanza maritale e anche Giulietta dormiva; stette dietro le cortine, tremando che si destasse, osò gettare lo sguardo sopra di lei! Com’era pallida! come appariva cangiata! e non era opera del tempo! egli solo avea conturbato i suoi giorni sereni, ed ora l’abbandonava al dolore, alla solitudine. La mano di Giulietta stava pendente fuori del letto; l’anello ch’ei le avea posto in dito a piè dell’altare, ornava ancora quella mano. Ahi vista! ahi memorie! Egli non potò reggere; si allontanò, si chiuse nel suo gabinetto, e là sentì che l’inferno stava ormai nel suo petto per sempre. E impugnò uno stile, e fu sul punto di fuggire il martirio terreno; ma venne un pensiero, un pensiero di egoismo, e la mano di Lorenzo si fermò…. “Perire! immolarsi al rimorso, mentre della colpa non avea provato che le angosce, gli spasimi! immolarsi, mentre la piena della vita gli irrompeva per le vene; mentre gli era dato inebriarsi al calice del diletto, vuotar quel calice, e poi rassegnare al sepolcro un’anima insipida e consumata! – Per Giulietta, per i figli, è lo stesso che io muora o ch’io fugga; finirò certo col suicidio, perchè sento che il rimorso mi premerà insuperabile; ma prima, oh! ch’io prima obbedisca all’impulso che adesso mi domina. Non saranno le gioie che io provai fra le tue braccia, o Giulietta; esse appartenevano al Cielo; quelle che anelo ora sono vomitate dall’inferno. Oh! perchè i frutti dell’inferno hanno potenza di inebriare il mortale?” – Posò lo stile, e cominciò a scrivere: era una lettera per la moglie.
“Giulietta,” le diceva, “hai diritto di aborrirmi; maledici la mia memoria, e vivi coi tuoi figli felice. Io, rinunziando a te e a quei cari, son già quasi punito; il resto del castigo l’avrò tra non molto di mia mano. Ti accludo il mio testamento; esso ti fa arbitra della mia fortuna, ti dà sui figli tutti i diritti paterni: usane: e un giorno quando non rimarranno di me che le ceneri, e un nome disonorato, un giorno fa che sappiano il delitto del padre; e gli concedano una stilla di pianto e una prece! Addio!”
Chiuse nella lettera il testamento, la sigillò, radunò i pochi arredi e i pochi denari che volea portar seco: bruciò tutti i fogli, di cui non voleva che rimanesse traccia; pose in regola i suoi conti, perchè Giulietta trovasse chiaro tutto ciò che riguardava il patrimonio della famiglia. All’ora dì pranzo fu chiamato, non potè ricusare di comparire a tavola, vi andò, ma in tale aspetto, che, appena la piccola Matilde lo vide, gettò un grido, e gli corse incontro. – Giulietta già era seduta alla mensa; al grido della bambina alzò gli occhi in viso al marito, poi li tornò a chinare, e non disse parola. Nessuno mangiò. Matilde ripeteva al padre: “Come sei malato!” ed egli la baciava senza rispondere. Alfine si alzò per andarsene; ma la figlia non voleva sciogliersi dalle sue braccia, ond’egli la pose in quelle della madre: in quell’atto versò una lagrima, che cadde sul viso di Giulietta. Essa stese la mano, e trasse vicino al suo il viso del marito; lo vide sconvolto, lo baciò in fronte, e sentì quella fronte coperta di un freddo sudore.
“Lorenzo!” disse, “è tempo ancora: ritorna a noi! Vedi che ti stendiamo le braccia! Lorenzo, ora o mai più.”
Ei fu sul punto di abbandonarsi fra quelle braccia…. ma quelle di Elisa si aprivano già per accoglierlo; si rialzò, e rapidamente uscì dalla stanza. Giulietta strinse al seno la figlia, e rimase colla disperazione nel cuore.
Appena fu notte, lasciata la lettera sopra il suo scrittoio Lorenzo abbandonò la sua casa. La carrozza era pronta; Elisa lo aspettava, vi entrarono, dirigendosi ad un paesetto di montagna distante tre poste per passarvi la notte, e proseguire all’alba il cammino.
Giulietta seppe subito che il marito era uscito; un funesto presentimento la perseguitava. Andò al suo gabinetto, e la prima cosa che vide fu la lettera. Prenderla, lacerare il suggello, leggere, fu un punto solo; non gridò, non pianse, non cadde priva di sensi; era un colpo di quelli che uccidono, o raddoppiano l’energia della vita. Quando lesse: “Ti lascio arbitra della mia fortuna,” rise amaramente. “La sua fortuna! egli crede che io conti la fortuna per qualche cosa. Sciagurato! io volli te: vile! che osi offrirmi così abietto compenso. Oh Dio! oh Dio! e l’ho amato! e l’amo!” Stette un momento muta, poi si assise là dove erasi seduto Lorenzo a scriverle quella lettera. Scrisse a uno zio del marito, uomo rispettabile che viveva in campagna a poca distanza, gli raccomandò i figli, il loro avvenire; poi prese lo stile che Lorenzo avea lasciato sullo scrittoio, e se lo nascose nel seno. Si fece accompagnare da un fido servo al villaggio dove abitava Elisa; e scese alla porta di quella casa funesta. La serva aprì.
“C’è la padrona?” domandò Giulietta.
“La padrona è partita.”
“Per dove?”
“Non lo so.”
“Sola è partita?”
“Non lo so.”
“Oh! lo so io,” disse un ragazzo impiegato alla Posta, che in quel momento passava con due cavalli. “L’ho condotta io a **** e ritorno. Anzi ho sentito che diceva di dormire alla Montagna, perchè mi ha domandato se vi era un comodo albergo.”
“Era sola o no?”
“Con un signore.”
“Basta così.”
E un quarto d’ora dopo, Giulietta era sola in una carrozza di posta presa al villaggio, e seguiva le tracce dei fuggitivi. Giunta al paesetto sul monte, dove pensava che pernotterebbero, osò scendere all’unico albergo, dove certo stavano Elisa e Lorenzo: avviluppata nel suo mantello, sola, muta, salì le scale. La condussero in un lungo corridoio, dove da una parte e dall’altra erano le porte delle camere assegnate ai viaggiatori. Aprirono una di quelle stanze, e ve la introdussero.
“Non vi è di meglio,” le dissero, “perchè i signori venuti prima hanno occupato gli appartamenti migliori.”
“E quali sono?” domandò Giulietta.
“La signora dormirà nella stanza di faccia a questa, il signore in quella qui accanto; ora però son giù a pranzo.”
Giulietta chiuse l’uscio, e si abbandonò sopra una sedia: erano state così tremende le commozioni provate, e così improvvisa la determinazione di seguire le tracce di Lorenzo, che non aveva ancora avuto tempo di chiedere a sè stessa il perchè lo seguiva. – Ora, certa di averlo raggiunto, si fece questa domanda. Il cuore le rispose con un palpito accelerato. “È qui! con lei!” pensò, “mi ha abbandonata ed io senza di lui non posso vivere, ed egli non può viver per me! dunque?…” Si trasse dal seno lo stile, lo tolse dal fodero, lo contemplò. Una volta le avrebbe fatto orrore, ora invece le pareva di tenere in mano un’àncora di salvezza. Un momento dopo però pensieri miti la riassalirono. “S’io scendessi dove essi stanno, se la mia vista, le mie parole, conducessero la donna al rimorso, al pentimento; se negasse andar seco…. E che! a lei esser debitrice del non perderlo, a lei! e conservarlo così! vilissima, hai tu potuto pensarlo? No, no! egli è suo adesso, lo abbia, viva seco come io seco viveva; tornerò presso i miei figli, vivrò per quei diletti fanciulli…. Sì, sì. Che voglio dall’uomo che non mi ama più? Andiamo….” – E si alzò, e si rivestì del mantello, ed era sul punto di uscir dalla camera; si fermò: “Parto sola,” pensò, “egli non resta solo; passerò la notte in lagrime disperate, ed egli!…” – Rigettò il mantello, un fremito convulsivo le contraeva le labbra; vacillava. Andò ad appoggiarsi al letto; tutti i martirii della gelosia l’assalivano; si abbandonò su quel letto spossata, e in quel momento sentì nel corridoio la voce di Lorenzo. Si alzò precipitosamente, corse alla porta, dalla fessura della chiave vide il marito ed Elisa, accompagnati da un servo con lume. Si fermarono all’uscio in faccia, il servo l’aprì; Elisa vi entrò e lo richiuse. Sentì che Lorenzo entrava nella stanza accanto alla sua; il servo gli augurò la felice notte e si ritirò. Tutto fu silenzio. Giulietta appena appena respirava: “Sono divisi, ognuno nella sua stanza. Oh! s’io osassi entrare in quella di lui; certo ora rammenta chi piange! chi per tanto tempo dormì appoggiata sopra il suo seno! Forse commosso cadrebbe ai miei piedi; anche una volta mi direbbe: – Cara Giulietta! – Ah! me lo dicesse anche una sola volta, mi basterebbe!” Un lieve rumore interruppe il corso dei suoi pensieri, e la camera di Lorenzo si aprì: sentì che ne usciva e con passo lieve lieve si avvicinava a quella in faccia alla sua; egli l’aprì, entrò, richiuse l’uscio.
Oh, allora chi potrebbe esprimere quel che accadeva nell’animo della sfortunata Giulietta? Un dolore acuto cresceva, come un’onda immensa, e sommergeva ogni traccia di dolcezza, di teneri e timidi affetti. Impugnò lo stile, aprì pian piano la porta, e voleva entrare nella stanza di Elisa; poi le parve più sicuro di nascondersi in quella di Lorenzo. Vi entrò; si nascose dietro il letto, in un angolo oscuro: e là contava i momenti, la sua fantasia volava alla stanza vicina, ne rifuggiva spaventata, e gridi soffocati le fuggivano, e facea l’atto d’immergere il pugnale nel proprio seno, e si soffermava, e: “Vendetta, vendetta!” diceva con voce sepolcrale, e non versava più lagrime. Oh, il Signore per lo strazio di quei momenti avrà forse minorato il suo castigo nel giorno della sentenza! Povera Giulietta! tante angosce può reggere il petto umano senza spezzarsi? – Dopo due ore la porta si aprì; era Lorenzo. Si accostò al letto, pronunziò il nome di Elisa, si gettò sulle coltri, ridisse quel nome. Dopo pochi momenti Giulietta sentì che dormiva; allora uscì di dietro la cortina e lo vide; le belle forme del volto di Lorenzo erano animate da un voluttuoso sorriso che errava tuttavia sulle labbra socchiuse. Giulietta salì sul letto, e si distese al fianco di lui per meglio vagheggiarlo; provò un momento di delizia, perchè l’anima si abbandona volentieri all’oblio sull’orlo degli abissi ed ama dormire tra il fremere delle tempeste. – Lorenzo aperse e distese le braccia; Giulietta si spinse in quell’amplesso, e si trovò stretta sul cuore che aveva tanto palpitato per lei… Che momento! Lorenzo sognava; inondò di baci il viso di Giulietta, ed ella rese quei baci. Ma “Elisa….” ei mormorò; e Giulietta si sciolse da quelle braccia, e in un baleno la sua mano avea piantato lo stile nel cuore che l’oltraggiava. Lorenzo gettò un profondo sospiro, aprì gli occhi, e guardò la donna! “Non è Elisa, son io,” disse Giulietta. Gli parve riconoscerla, stese la mano, prese quella di lei, l’accostò alle sue labbra, e: “Giulietta!” disse. Poi l’agonia lo prese, lasciò cadere quella mano, agitò con moti convulsivi le labbra, spalancò più volte e richiuse gli occhi; non si mosse più; era spirato! Giulietta stava in piedi immobile. Ma quando s’avvide ch’egli avea resa l’anima al Creatore: “Lorenzo!” gridò, “Lorenzo! mi hai già lasciata, e quella stretta di mano, quel bacio, quello sguardo erano per me! Oh mio Lorenzo!” e abbracciò strettamente il cadavere.
Un momento dopo sentì aprirsi la porta. Una voce che ben riconobbe: “Lorenzo,” disse, “è tardi, sono le quattro; alzati, bisogna partire.” Uno scroscio di risa acuto, convulsivo, fu la risposta. “Lorenzo!” ridisse quella voce: “ Ebbene! che vuol dir ciò?” Il medesimo riso si fece udire. Allora la persona che avea parlato chiuse l’uscio, e si accostò al letto. Un lume dentro un piccolo vaso d’alabastro, annerito dagli anni, tramandava un’incerta luce…. il letto rimaneva nell’angolo più oscuro della camera. La persona nuovamente venuta non poteva ben distinguere gli oggetti; stese una mano sulla persona che credeva sola e addormentata; quella mano urtò nel manico del pugnale. Elisa, perchè era dessa, la ritrasse con un brivido. La sentì bagnata, fece due passi verso il lume, guardò; la mano era tutta sangue; un moto spontaneo, involontario, la trascinò verso la porta, ma ritornò poi verso il letto tremando forte, e coi capelli irti dallo spavento.
“Lorenzo!” chiamò, “Lorenzo mio!”
“Non è più tuo, è mio e della morte!”
Una figura, che lenta lenta si alzò dal fianco dell’uomo giacente, pronunziò con tuono di voce solenne queste parole. Elisa riconobbe la voce, e cadde ai piedi del letto. Giulietta colle mani grondanti sangue la rialzò, la fece sedere sul letto, e:
“Guardalo,” le diceva, sempre con quel riso d’inferno; “è bello! ma non si desterà più; le tue carezze non hanno più potere; te l’ho rapito.”
Elisa, quasi fuor di sè stessa, non potea proferir parola, e si gettava per abbracciare anch’essa il cadavere. Giulietta come una furia s’interpose, glielo strappò dal fianco.
“Sciagurata!” gridò, “te l’ho detto, non è più tuo.”
“E tu l’amavi,” potè dire Elisa, “tu che l’hai sacrificato al tuo orgoglio offeso!”
“Io sì,” rispose Giulietta, “lo amavo come forse uomo non fu amato mai. Oh! il mio primo, il mio solo amore, egli lo ebbe, e lo porta seco all’eternità. Se io avessi amato meno, non lui, te avrei uccisa; ma che m’importava del dove avea posto gli affetti, non più miei, e a me sola dovuti? Te li diede il delitto, la vendetta te li ha rapiti, e l’ultimo palpito del suo cuore fu mio! Sì, ei la baciò questa mano, ei proferì il mio nome; io sola stetti dinanzi ai suoi sguardi e nell’animo suo nel momento supremo. Egli lo sentì ch’io l’amava tanto da non poter lasciarlo vivere! Siamo riconciliati. Iddio ci darà comune il perdono, o la pena. Tu che hai avvelenato un santo nodo, che hai costretta una moglie, una madre a strappare il padre ai suoi figli, a lasciarli orfani, soli; tu scòstati, nulla hai qui di tuo. Egli tornò mio, va, che più non ti vegga!”
“Si diede a me, ed io l’accettai misero, nudo delle dovizie che a te lasciava!” rispose Elisa amaramente.
“Oh, dunque, conti le dovizie per qualche cosa,” esclamò Giulietta, “se le estimasti una perdita per te, un compenso per me! Oh! il suo amore non poteva appartenerti per lungo tempo: ma pure mi fai compassione; un doppio e grave peso d’infamia ti sta sul capo; la tua contaminata bellezza non ti è scudo bastante contro l’oltraggio del mondo. Vuoi tu fuggirlo? guarda,” e trasse lo stile dal seno di Lorenzo; “questo è l’amico della sventura, della gelosia e del delitto! Anch’io donna, giovane, timida, n’ebbi un tempo paura; per te la mia mano osò impugnarlo, e, vedi, ho colpito giusto nel cuore! nel cuore di quest’uomo adorato: ora farò la seconda prova sul mio; aspetta qui; prendilo dal mio cadavere, e fallo ministro del tuo castigo: lo ardisci tu?”
Elisa tremava forte, e taceva.
“Prendilo, impara ad impugnarlo,” soggiunse Giulietta, e glielo porgea sorridendo.
La bella Montalto volse altrove la testa.
“Oh! io lo sapevo,” rispose Giulietta; “credi tu che se ti avessi creduta capace di tanto ti avrei offerto di venir con noi, di starci al fianco nel sepolcro, e forse nell’inferno o nel cielo? No, no! va adesso, va, il giorno spunta, lasciami in pace….” e la spingeva verso la porta.
Elisa cedeva, senza far motto. Arrivata alla porta, Giulietta l’aprì, poi spinse fuori della soglia l’atterrita rivale, e richiuse. “Oh!” disse poi, “come son poche le anime che alla prova non restano fango, fango nudo dell’orpello che le vestiva! E tu, Lorenzo, tu a quel fango immolasti il mio cuore, dove ardente, inestinguibile, stava la fiamma dell’amore celeste! Misero!…” E versò ancora una lagrima, e…. fu l’ultima! –
Quando i servi della locanda entrarono in quella stanza, vi trovarono due cadaveri. Elisa di Montalto era partita; forse in un’altra solitudine trovò un altro consolatore. I due sposi furono riconosciuti, e portati ad aver sepoltura nella città, dove nacquero e dove abitavano: – l’ebbero ai piedi dell’altare che accolse i giuramenti del loro amore. Così la Vendetta inalzò il suo funebre monumento presso quello della Fede tradita!