Angelica Palli Bartolommei – Memorie di Federigo

CAPITOLO I.

Io nacqui unigenito in seno d’una famiglia provveduta di mediocre fortuna, tranquilla e rispettabile per domestiche virtù, per nullo desiderio di figurare sul teatro del mondo. Mio padre morì quando io compiva appena i dieci anni, e quel primo dolore lo sentii forte così, che la mia immaginativa da quel tempo in poi inclinò a cupa melanconia. Mia madre era una buonissima donna, ma oltre la casa non conosceva quasi che la via della chiesa; mi amava teneramente, io le corrispondeva con molto affetto: e non essendo in condizione da dirigere la mia educazione, avrebbe forse dovuto mettermi in un collegio; non ebbe il coraggio di separarsi da me, ed i maestri, ai quali diede l’incarico d’istruirmi, mi parlavano così materialmente delle scienze e delle arti, che le loro lezioni erano per me un corso di sbadigli e null’altro. La mia esistenza era tutta positiva; nessun pensiero ideale o esaltato entrava mai ne’ discorsi delle poche persone che frequentavano la mia casa: mi stava d’intorno una quiete profonda, un trascorrer di giorni tutti simili l’uno all’altro, una felicità fondata sull’assenza del dolore; e già a dieci anni io mi annoiava di vivere in cotal modo. Tratto tratto mi si suscitava nell’animo come un turbine: non erano desiderii diretti decisivamente a uno scopo, non rammarichi del passato, non disperazione dell’avvenire: era un mesto impeto di affetto, un imperioso bisogno di fare; e invece allora io sedeva molte ore immobile, con gli occhi fissi sopra un oggetto qualunque, colla fisonomia alterata, in uno stato d’indefinibile angoscia. Mia madre chiamava quel mio soffrire senza causa apparente, – l’attacco nervoso, – e mi tormentava per farmi ingoiare quelle medicine, nelle quali avea fede. Io le sorrideva mestamente ricusando d’inghiottire i rimedii; ed essa usciva dalla mia stanza gridando: “Non ci tornerò più;” ma dopo appena un quarto d’ora la vedeva riaffacciarsi pian piano all’uscio, spiare s’io m’era mosso, ritirarsi sospirando, e ritornare più volte; finchè pietà di lei mi vinceva, e per darle pace io usciva di casa dopo averle detto: “Sto meglio.” Povera madre! quanta tenerezza racchiudeva nel suo candido cuore!

CAPITOLO II.

Io aveva compìti appena i diciannove anni, quando ti conobbi, o Maria! Tu splendevi della doppia luce della beltà e della giovinezza: t’incontrai in mezzo al profumo dei fiori, sul declinare di un bel giorno di primavera: il sorriso errava sulle tue labbra; mi fermai immobile a contemplarti…. Tu arrossivi, e stringendoti al braccio della compagna affrettavi il passo. Orfana sfortunata! fossi tu fuggita lontano, così lontano, ch’io non avessi potuto mai più raggiungerti! Ti vidi entrare in una casa di meschina apparenza, ove restai accanto all’uscio: era già notte, un debil lume rischiarava una stanza del primo piano, ma la finestra restò deserta. Finalmente pensai a mia madre, mi mossi per tornare là dove essa mi aspettava inquieta per l’inusitata tardanza. Alla notte il sonno non mi confortò mai; un nuovo volume dell’esistenza mi si era aperto dinanzi, ed occupava ogni mio pensiero. Il domani rivisitai quella strada, guardai quell’uscio con una specie di religioso rispetto; alzai gli occhi, vidi Maria affacciata alla finestra, e li riabbassai!
Era sola sulla terra; i suoi genitori avean vissuto nell’agiatezza; poi colpiti dalla sventura eran morti, raccomandando Maria alle cure di una vecchia che li serviva già da molti anni. La fanciulla provvedeva col lavoro delle sue mani al proprio sostentamento, e a quello insieme della buona Camilla: viveva giorni quieti, se non felici, e amandomi, sperò un avvenire tutto letizia! “Starò teco,” mi diceva, “sempre teco! Tu mi metterai a parte d’ogni tuo piacere e d’ogni tua pena; siamo giovani, l’avvenire è lungo, e possiamo guardarlo senza paura.” Dolci, affettuose parole! Io l’amava; e nonostante mi sentiva tuttavia un vuoto nell’anima.

CAPITOLO III.

La corda dell’amore non era più muta, rimaneva a rompere il silenzio quella dell’amicizia. Oh! fosse quel silenzio rimasto ineccitabile, eterno! Al caffè dove io era solito passare ogni giorno qualche ora, fumando, chiacchierando, leggendo i giornali; conobbi un uomo, amabile nei modi, arguto nei concetti, ricco di cognizioni svariate. Il suo dire aveva per me una prepotente attrattiva, ciò nonostante io non osava sostenere la fosca luce che tramandavano i suoi occhi grigi; era un baleno troppo forte per la mia virtù visiva.
Di sera in sera la nostra relazione si faceva più intrinseca; egli rideva della mia semplicità, de’ miei pregiudizii all’antica, perchè la tenerezza filiale, l’amore, l’idea d’un Ente supremo erano per lui pregiudizii: avvolgeva i suoi sofismi in tanta amenità di parole, ch’io non persuaso, ma vinto, finiva sempre col dirgli: “Hai ragione;” e mentre non avevo ancora finito di dirlo sentivo già nascere nell’animo il rimorso d’averlo detto. Abbominandone le massime, io mi sentiva imperiosamente trascinato ad ascoltarlo, ed io pendeva più avido dalle sue labbra che da quelle dell’ingenua Maria. La mia natura impetuosa abbisognava di forti sensazioni; la scintilla elettrica partì dal vizio, perchè la virtù sulle labbra di una donna semplice, d’indole dolce e mansueta, non bastava a destarla: creato per l’entusiasmo fui sul punto di consacrarlo alle inspirazioni del delitto, e la mia vita destinata alla quiete fu dunque uno sbaglio del caso! Il torrente cerca una via per calar dal monte; se non la trova, precipita giù devastando: – io devastai tre vite! – Oh! se l’uomo potesse sempre svolgersi sotto sguardi vigili, capaci d’intendere l’arcana tendenza che lo governa, vi sarebbero sulla terra meno colpe e meno sventure!

CAPITOLO IV.

Una sera: “Senti,” mi disse Fausto (tale era il nome che si dava meco il mio amico), “ti veggo un ragazzo e vorrei far di te un uomo.”
“In qual modo?”
“Oh! la cosa è difficile, e non so nemmeno se con tutto il mio buon volere potrei pervenirci.”
“Mi tieni così da poco?…”
“Fosti male educato; che sperare da un giovine perduto fra le smorfie di due femmine, la madre e l’innamorata?”
“Mi fai torto.”
“Voglio sperarlo.”
“Mettimi dunque alla prova.”
“Vedremo.”
Ei mutò discorso, e per più sere, malgrado della mia insistenza, non volle ritornare sopra questo argomento. L’umiliazione di passare per un dappoco, d’aver lo sprezzo dell’uomo ch’io, nonostante l’orrore inspiratomi talvolta dalle sue massime, non potevo fare a meno di apprezzar molto, era un martirio che mi addoppiava la consueta melanconia: neppur l’idea delle vicine nozze bastava più a serenarmi. Quando la vista delle placide gioie domestiche si affacciava tra le nebbie che mi offuscavano l’animo e l’intelletto, se io la contemplava un momento con compiacenza, ecco il beffardo sogghigno di Fausto frapporsi tra me e quelle dolci immagini, e scacciarle come indegne di riempire i maschi pensieri dell’uomo: egli però non mi aveva mai detto a quale scopo dovessero dirizzarsi questi pensieri; il suo silenzio era da me interpetrato come segno di poca stima, ma venne pur troppo il momento, in cui egli mi stimò abbastanza da romperlo!

CAPITOLO V.

Egli mi condusse in una casa remota: molti uomini erano riuniti in una stanza del quinto piano, smobiliata, e quasi all’oscuro.
“Il coraggio è la potenza di vincere la paura e il rimorso, di vibrare con mano ferma uno stile e piantarlo, senza tremare nè impallidire, nel petto dell’essere su cui è caduta la condanna di morte; chi è incapace di quest’atto non ha d’uomo che il nome: è un aborto della natura, una femminuccia sotto forma maschile.”
Tali massime io ascoltai predicare in quell’assemblea! Uscivano dalle labbra d’un uomo di statura altissima, dotato d’occhi neri, scintillanti, di voce sonora: l’uditorio pareva preso da entusiasmo; vidi un pugnale nelle mani di tutti, e tremai. Il mio spavento fu osservato, mi guardarono col sorriso dello sprezzo; l’orgoglio offeso si destò.
“Di che ridete?” domandai con voce forte e sicura.
Tacquero tutti, ma nessuno cessò dal guardarmi e sorridere: io ripetei la domanda. Allora l’oratore si mosse dal suo posto, a passo lento mi venne vicino, e: “Ragazzo,” disse, “qui non si trema.”
“Chi vi ha detto ch’io tremo?” risposi.
“Nessuno, ma abbiamo tutti un’ottima vista. Via, che giova il vestir da leone la lepre? Chi sta sempre fra la madre e l’innamorata non può riuscire che lepre; ci vuol altro per esser un uomo!”
“Io voglio essere!”
“Adagio, sta a vedere se ti riesce.”
Così dicendo mi poneva sott’occhio lo stile; lo guardai con fronte tranquilla, benchè tra la paura e l’amor proprio mi si suscitasse un fiera lotta nell’animo.
“Saprà trattarlo,” esclamò quel feroce; “i più non ressero a questa prova. “Poi rivolgendosi a me: “Hai fatto il primo passo,” soggiunse; “vuoi andare avanti o tornare indietro? risolvi.”
La memoria di quei sogghigni di sprezzo s’alzò onnipotente nel mio spirito.
“Avanti,” dissi.
“Bene,” rispose, “fra tre sere ci rivedremo;” e ci separammo.
Oh! la notte che venne dopo questo colloquio fu ben diversa da quella che successe al mio primo sospiro d’amore, all’incontro con Maria! Allora una soave ebbrezza invadeva i miei sensi; adesso il mio sangue bolliva infiammato da un fuoco divoratore. Larve spaventevoli circondavano il mio letto, e la cara immagine di Maria si perdeva in mezzo a tanti oggetti d’orrore.

CAPITOLO VI.

Il mattino era fresco; m’alzai pallido, sparuto; mia madre mi guardava inquieta.
“Sei tornato al tempo degli attacchi nervosi,” mi disse.
Io sorrisi senza rispondere, e dacchè Maria mi aspettava, sperai ritrovar pace al suo fianco; ma appena mi vide gettò un grido.
“Che cos’è stato?” domandai.
“Ohimè, Federigo!” rispose, “come ti trovo diverso da ieri! tu hai passata una brutta notte!”
“È vero, Maria; non istò bene.”
Mi gettai sopra una sedia a bracciuoli, e più non dissi parola: la fanciulla mi rimirava stupita, afflitta, con occhi pregni di lagrime. Entrò la vecchia Camilla, e vedendoci in tale atteggiamento pensò che fossimo corrucciati per qualche inezia, e cominciò a ridere.
“Di che ridete?” domandai aspramente alzandomi, perchè quel riso mi avea richiamata alla mente una memoria umiliante. Essa rideva più forte. “Vecchia imbecille!” esclamai, e senza dir neppure addio a Maria uscii dalla stanza, dalla casa, feci un lungo cammino senza scopo, bestemmiando, e immerso in una cupa mestizia. Non mangiai a desinare: mia madre domandò se mi mancava l’appetito, o se i cibi non mi piacevano: abbracciai avidamente la scusa, dissi un monte d’ingiurie alla povera donna, che in casa nostra faceva sola tutto il servizio; poi m’alzai e mi chiusi nella mia stanza. Ivi il pensiero del vicino ritrovo mi dominò intieramente; voleva convincere me medesimo di desiderarlo, e un involontario ribrezzo mi avvertiva che invece avrei voluto allontanarne il momento. Tenni quel ribrezzo come un indizio di paura, me lo rimproverai amaramente, e tratto da un armadio un antico pugnale, eredità di mio padre, mi posi a esaminarne attentamente la lama; la mano mi tremava nel reggerlo. “Sciagurato!” gridai a me stesso, “tu hai dunque paura d’un’arme! tu non sei uomo!” Gettato a terra lo stile, mi posi a camminare disperatamente in su e in giù per la camera.
“Ma, Federigo, tu impazzisci davvero!” Mia madre proferiva queste parole, ferma sulla soglia dell’uscio che aveva mezzo aperto.
Mi fermai; essa entrò, mi venne vicina; mi prese amorosamente la mano, e il mio cuore si sciolse dall’inviluppo della ferocia: guardai la veneranda sembianza, e chinai il capo sopra il suo seno.
“Che hai, mio povero Federigo?” disse quella tenera madre.
“Nulla! nulla!”
“Signore del Cielo! che è questo?” Essa aveva inciampato nello stile.
Vidi la sua paura, da prima ne fui commosso; ma poi: “Anch’io,” pensai, “poc’anzi nel toccarlo ho avuto quasi paura.” La rabbia dell’amor proprio mi surse come un flutto minaccioso nel petto.
“Che cos’è?” risposi aspramente, “non lo vedete? uno stile.”
“Che ne fai tu? perchè tieni questo istrumento scellerato nella tua stanza?”
“Vi terrò invece la rocca e l’ago!”
“Sarebbe meglio per te e per me!”
“Già lo so; voi mi vorreste un dappoco, un imbecille, buono a cantare in coro, a scaldare le panche delle chiese, e a null’altro.”
“Federigo! non parlare con quel tono di sprezzo di cose ch’io t’insegnai a venerare, e che tu non so dove imparasti a porre in ridicolo; bada, non son parole da galantuomo; si comincia così, poi sa Dio dove si finisce.”
“Siete donna e idiota,” risposi, “dovete pensare come pensate; per voi la quiete di casa è tutto; vorreste che il mondo fosse popolato da una razza stupida, buona a dir rosarii e nulla più; vi compatisco, ma lasciatemi in pace.”
“Ah disgraziato! ed io compiango te dal profondo dell’animo, tu sei sulla via della perdizione!”
“Andatevene, fatemi questo piacere.”
Ella rimaneva, ed io, preso il partito di lasciarla padrona del campo, raccolsi lo stile, me lo nascosi nel seno, e uscii precipitosamente per non darle modo di tentare di trattenermi.

CAPITOLO VII.

Il luogo, dove fui condotto questa volta, era diverso da quello, dove tre sere innanzi m’introdusse la medesima guida. Era un piazzale quadrato, sparso di molti cipressi, cinto d’alte mura, a poca distanza dalla città. L’erba cresceva folta nel mezzo; d’intorno era un lastrico, in fondo una porta, a cui non rimanevano usciali, che introduceva in una piccola stanza, la quale dall’indole dell’architettura pareva aver servito un tempo ad uso di cappella mortuaria. Un chiaror di luna velata da nubi diafane illuminava la tetra scena; molti uomini passeggiavano qua e là nel piazzale, ora visibili, ora coperti dall’ombra dei cipressi; nessuno parlava: parevano gli spettri dei sepolti nelle antiche fosse del cimitero. Ad un tratto una forma gigantesca si presentò sulla porta della cappella, di cui la fosca luce addoppiava le dimensioni d’ogni sua parte; tutti gli astanti si raccolsero in un semicerchio intorno all’uomo gigante, ch’io riconobbi per quello che avea perorato nell’adunanza, nella quale io intervenni tre sere prima.
“Fratelli,” egli disse, “alla specie umana degradata occorre di riacquistare la sua dignità; il figlio della terra per essere degno dei suoi alti destini deve cominciare da vincere il senso della paura, l’agonia del ribrezzo, il sussulto involontario del cuore; deve poter ciò che vuole, deve saper uccidere obbedendo ad una fredda volontà, a un calcolo del pensiero fermato sopra motivi diversi da quelli che armano la mano dell’uomo offeso che vuol vendetta, e del sicario che vuol denaro; deve uccidere nella calma della solitudine, senza l’ebbrezza che vien nel soldato dalla musica, dalle trombe, dalle grida della moltitudine: che cos’è la vita di poche creature, le più, disgraziate, miserabili, di peso alle altre e a sè stesse? – La scuola del coraggio, – e non costa altro prezzo fuorchè il mandarle a riposar sotto terra: intanto la specie umana scossa da un terror salutare si riavvezza a forti emozioni, dimentica per qualche momento la mollezza de’ suoi costumi, e s’innalza al di sopra delle codarde abitudini. Benefattori dell’uman genere, noi lo spoglieremo del terrore di dare e ricever morte; di quel prepotente terrore che disarma spesso la mano della giustizia e raddoppia i misfatti colla speranza d’impunità; che spinge tanti sciagurati a bruttarsi di qualunque infamia anzi che affrontar la punta di un ferro. Su via dunque, proseguiamo l’opra ben cominciata: ai voti!”
Ognuno stese rapidamente la mano per porre il proprio nome nell’urna;… io (nel rammentarlo m’invade tuttavia un brivido di raccapriccio!), io, preso da un feroce entusiasmo, vedendomi dimenticato:
“Prendete anche quello di Federigo,” gridai.
“Non si può ancora confidare sopra di te,” rispose il capo, “ci faresti torto.”
“Fidateci, non ismentirò la vostra fiducia,” replicai; e anche il mio nome venne accolto nell’urna, che fu poi scossa dalla mano del capo.
“Tocca al più giovane a estrarre il nome dell’eletto a soddisfare il debito della notte,” egli disse.
Fausto mi fece inoltrare nel mezzo, come quello che avea diritto a farsi ministro della fortuna. Spinsi la mano dentro l’urna con un’ansietà inesprimibile, ignorando tuttavia a qual prova di coraggio andasse incontro l’uomo, il cui nome sarebbe per me estratto da quel vaso fatale…. tremando e anelando d’esser io quello! Afferrai una scheda, la porsi al capo, egli, bastandogli a ciò fare la luce della luna, lesse il nome che conteneva, – il mio! – Gettai un grido…. Era di gioia? era di spavento? Non so. Egli mi comandò d’inoltrarmi fin sulla soglia della stanza mortuaria e d’inginocchiarmi; andò nell’interno della stanza, e un momento dopo ricomparve brandendo nudo uno stile.
“Questo è per tutti,” disse; “il sangue vi si lava col sangue; guai a chi lo lavasse colle lagrime della paura! Giovinetto, ora a te appartiene; domani sera al tocco della mezzanotte tu l’immergerai nel petto del primo che ti passerà vicino, mentre starai passeggiando le strade più popolate della città; bada di non lasciar l’arme nella ferita, poi torna a casa tua, e dormi tranquillo; la sera dopo verrai qui a rendermi conto dell’operato, e a restituirmi lo stile che solennemente ora ti consegno.”
Io rimaneva immobile ai suoi piedi guardandolo; il suo viso, percosso in quel momento da un pieno raggio di luna, appariva in tutta la selvaggia orridezza che lo facea spaventevole: l’istinto, la coscienza, il cuore parlarono; fui sul punto di alzarmi, e di fuggire da quel covile di fiere; di correre da mia madre, e da Maria, per dimenticare fra le loro braccia il sogno orrendo che m’avea affascinato. Funesto amor proprio! vanità spregiabile! m’inceppaste ai piedi del mostro! Accolsi da quelle mani maledette e strinsi nelle mie il ferro bagnato di tanto sangue innocente!

CAPITOLO VIII.

Era un mattino d’autunno, limpido, bello; apersi la mia finestra, e contemplai le meraviglie della creazione: il cielo vestito del suo azzurro purissimo, la terra tutta verdura, il piano, il mare, le sovrastanti montagne. L’animo mio si espanse, e la cocente febbre che m’avea divorato l’intera notte parve sedata: mi appoggiai alla finestra, e una lagrima bagnò le mie palpebre inaridite dalla veglia angosciosa.
“Quanto tu vedi” dissi a me stesso “tu puoi goderlo colla forza, coll’energia della giovinezza; tu puoi godere d’un bel mattino, raccogliere sul tuo capo le sue rugiade, asciugarle al raggio del sole di mezzogiorno, per poi ribagnarti di quelle della sera; tu puoi goder del creato! E quando il tuo cuore s’inebria alla vista del quadro magnifico della natura, e prova il bisogno di effondere le sue sensazioni in un cuore che le faccia sue; tu puoi posar la mano sul cuore di Maria e sentirlo battere come il tuo, tu puoi goder le celesti voluttà dell’amore, e far sì che la terra per te sia un Eden! Oh sciagurato! perchè non appagarti di gioie pure! Da quanto tu vedi scende all’anima un senso di gioia, di tenerezza; e quando anche la natura si veste di forme tremende, il suo orrore è solenne, è sacro; invita a mestizia, non ad opre di sangue: perchè creder l’uomo creato a far ciò, cui la sola voce dell’uomo lo incita? Gli uomini nella corruzione hanno snaturato l’istinto; ora tu bevi nelle fragranze del mattino le sue vergini inspirazioni, assecondale;… la tua mano è pura, non macchiarla, portala qual’è adesso all’altare per istringerla a quella di Maria! Figlio, marito, padre, avrai tanti dolci doveri, e l’adempirli ti darà più dritti alla stima, che non il furente coraggio dell’omicidio! Guarda quanta gente si aggira nelle vie; tutti costoro hanno legami, tutti hanno forse sulle labbra le tracce d’un bacio o della madre, o della sposa, o dei figli, che lasciarono per correre alle proprie incombenze; forse uno di questi tu ucciderai la ventura notte;… perchè? che ti hanno fatto? e domani ti terrai migliore d’oggi?”
Sciagurato! Lagrime dirotte mi sgorgarono dagli occhi, il velo era caduto, ed io vedeva le cose nel vero aspetto. Volli uscir di casa, perchè lo strazio dei pensieri era un cilicio troppo pesante, sperando fosse più soffribile all’aria aperta, sulle rive del mare. Quand’ebbi fatto appena una ventina di passi, mi sentii dolcemente chiamare a nome, alzai gli occhi…. Maria! – Vestiva un abito nero, e un lungo velo bianco le scendea dal capo fino ai ginocchi.
“Qui sola a quest’ora!” le dissi, “che vuoi dire?”
“Vengo dalla chiesa,” rispose; “ho adempito i miei doveri con Dio: oh Federigo, tu mi hai resa tante volte ingiusta verso la Provvidenza, mi hai fatto tante volte maledire la vita, io aveva per te tante colpe sull’anima!”
Tacque; chinò gli occhi a terra, e una nuvola di profonda mestizia si distese su lei.
“Maria!” esclamai, “perdonami; io vorrei farti felice.”
“Tu hai pensieri che non sono per me.”
“T’inganni.”
“Lo volesse il Cielo! Ma, vedi, la gente ci guarda perchè parliamo troppo vivaci; vieni, entriamo nella chiesa che ci è vicina, a quest’ora è quasi deserta: Iddio solo ci ascolterà.”
La seguitai, si fermò all’angolo più remoto; la vidi prendere un atteggiamento solenne, la sua fisonomia divenire grave, i suoi sguardi persero l’usata timidezza, e mi fissarono simili a quelli del giudice che cerca in cuore d’un accusato il delitto.
“Non t’avrei qui condotto,” mi disse, “se non era per parlarti parole quali vi si convengono. Federigo! a’ piedi dell’altare del Redentore, io ti supplico, dimmi che pensieri ti conturbano la vita; dimmelo, o se mi tieni indegna della tua fiducia, abbandonami. Io ho notato il tuo diradar le visite, l’abbreviarle, lo star meco astrattamente, pensando altrove o rispondendo senza aver nulla inteso delle domande; ti ho veduto dimagrare, impallidire, prendere l’aria di chi non può trovare il sonno; tutto questo perchè? Neppure tua madre lo sa, ed è inquieta come sono io: che hai? dillo a chi t’ama, confessati all’amore ed al Cielo.”
“Maria! perchè tormentarti con mal fondati sospetti? io t’amo, Maria; te prima, te sola amo…. ti basti: uomo, posso aver segreti non miei unicamente; che t’importa, quando non riguardano in nulla quel che a te devo?”
“Che m’importa? si tratta di te, e dici: che m’importa? Oh Federigo! non dirlo!”
“Ebbene, te lo confesso, ho avuto dei dispiaceri, cose affatto straniere a te, al nostro amore: ora sono finiti, ora son tranquillo, non se ne faccia mai più parola.”
“Tranquillo!… tu non sei, tu hai tuttavia un grave peso sul core!”
“Perchè crederlo?”
“Perchè ti conosco.”
“Non più di ciò, te ne prego.”
Essa tacque, e lentamente s’allontanava.
“Perchè mi lasci, Maria?” dissi seguitandola.
“Perchè” rispose “devo lasciarti co’ tuoi segreti, perchè non potrei viver con te a patti d’aver tu pensieri e cure ch’io dovrei non conoscere; e non per curiosità, sai? ma t’amo tanto! e mi terrei non riamata.” – Gli occhi le si empivan di lacrime. “E poi, chi sa?” continuò interrotta dal pianto; “tu frequenti cattivi compagni…. forse ti spingeranno a far male, a viver nei bagordi, a bestemmiare il Santissimo; io voglio perderti e morir di dolore, anzi che esser tua moglie e pianger sul tuo traviamento in mezzo a disgraziate creature! Addio, Federigo! addio!”
“Maria, fermati!… è vero forse ch’io frequentai male; però…. la mia debolezza fu già punita: se il castigo non basta, se devo subirne uno peggiore, oh! non venga da te, lascia che mi raggiunga per altra mano. Forse domani ti dorrà d’avermi rigettato, perchè il destino che mi sta sul capo può colpirmi domani, oggi….”
“Che dici? che destino?”
“Dimmi che qualunque cosa avvenga di me, tu mi amerai sempre.”
“Oh! parla chiaro.”
“Non posso, ma non sono ancora indegno di te, te ne do sacrosanta parola; e per non divenire, forse dovrò soccombere.”
“Dio! Dio! aiutatemi a farlo parlare!” gridò l’affettuosa fanciulla. “Federigo! Eccoti la mia mano, prendila senza patti; ch’io manchi di tutto, del fuoco, del pane, di tutto!… ch’io pianga misera, sconsolata, non importa; tu però promettimi di custodire la tua persona, di allontanarti dai rischi. Vuoi a questo patto essermi marito? lo vuoi?”
“No, Maria; sarebbe il patto d’un Angelo col Demonio; tu sei un angiolo, io non voglio essere il demonio; io farò teco la parte del galantuomo; adesso prima di dartela, io la brucerei questa mano. Credilo,” soggiunsi, “è immenso pegno d’amore il rifiutarla.”
“Sarà, vedo che bisogna rassegnarsi…. Addio!… addio!”
Uscì di chiesa, la seguitai, ma più non volle ascoltarmi.
Corsi in traccia di Fausto, lo rinvenni, e: “Senti,” gli dissi, “tu devi liberarmi dall’inferno che m’hai posto nel cuore; riporta lo stile a chi me lo diede, io non voglio assassinare.”
Egli mi guardò sorridendo, ed io notai quel sorriso.
“Non ischerzo,” soggiunsi, “eccoti lo stile; ti giuro un eterno silenzio su quanto so di te, de’ tuoi compagni, ma non contate sopra di me.”
“Lo sapevo,” egli rispose coll’accento del più profondo disprezzo; “sei un ragazzo, e volevi passar per uomo, ecco tutto.”
“Fausto, ho cambiato parere, perchè repugno ai delitti, non perchè mi atterrisca il ferire.”
“Sarà.”
“Ti prego di dirlo a coloro.”
“Oh! sono proprio gente da crederlo.”
“Che dunque crederanno?”
“Te l’ho da ripetere? che hai avuto paura.”
“Avranno torto.”
“O torto, o ragione, è così.”
“Dunque, secondo voi, chi non è assassino, non è tale se non perchè gli è mancato il coraggio di essere. Se a nessuno mancasse, che sarebbe la terra?”
“Io non so far riflessioni filosofiche,” rispose Fausto; “so bensì che a forza di sottigliezze si è trovata una scusa a tutto, e che il cuore della lepre è ben contento di potersi avviluppare in un mantello di filosofo e di filantropo.”
Prese dalle mie mani lo stile, e se ne andava; poi si rivolse verso di me, e:
“Senti,” mi disse, “mi fai tanta compassione, che voglio darti un avviso: questa non è più aria per te, fa di andartene avanti sera.”
“Perchè?”
“Per paura di provare la punta dello stile che mi rendesti; vattene a casa, e non uscirne che per chiuderti ben bene in una carrozza, dalla quale ti farai portare lontano molto di qui: poi d’ora innanzi in qualunque luogo ti trovi, da casa in chiesa, e viceversa, come tua madre.”
“Chetati, Fausto; io non sopporto gl’insulti.”
“Che forse chiami insulto un avviso caritatevole? Povero te, se non vuoi seguirlo! e pure mi par che t’importi il vivere; su, dunque, a casa.”
“Fausto, è troppo!”
“Se vuoi darmi qualche commissione per la tua Maria, l’eseguirò volentieri, le dirò che ti sei nascosto per prudenza, per senno.”
“Basta!”
“Che se ti vuole, vada a cercarti alle prediche, ai vespri.”
“Fausto!”
“Che c’è?”
“Basta, ti dico.”
“Vattene dunque a casa.”
“Il mio sangue bolle.”
“Per la paura?”
“Ben altro.”
“Via! non fare il gradasso.”
“Rendimi lo stile.”
“A te? se fosse una rocca!”
“Rendimelo.”
“Scherzi.”
“Dico davvero.”
“Che vuoi farne?”
“Provarti che non son vile.”
“Eh! son bambocciate, io non ho tempo da perdere; addio.”
“Fausto!” gridai, “dammelo, o trema!”
Ei si volse, e: “Non posso,” rispose, “me l’hai dato, devo renderlo al nostro capo; se veramente tu hai la forza di rivolerlo per farne l’uso che devi, richiedilo a lui medesimo; questa sera ci troverai tutti uniti mezz’ora prima di mezzanotte.”
“Dove?”
“Nel piazzale dei cipressi.”
“Verrò.”
“Non ci credo….”
Egli se ne andò ripetendo queste parole, ed io rimasi in preda a mille riflessioni, tutte, una più tormentosa dell’altra. Quando ridomandai lo stile fu nell’impeto dello sdegno, senza aver risoluto che ne farei; forse per piantarlo nel petto di Fausto, o nel mio. Adesso un altro proponimento mi si affacciò al pensiero, dopo le seguenti considerazioni: la fuga mi pareva tal viltà, contro cui si sollevava l’anima tutta; rimanendo, la morte per mano di un sicario era per me inevitabile, e: “Quand’anche,” pensai, “cosa che non può essere, mi risparmiassero, rimarrei esposto ad un continuo dileggio; sono, è vero, coloro un’accolta di scellerati che dovrei spregiare; ma lo scherno, venga da qualunque siasi labbro, umilia, avvilisce…. È bensì impossibile che mi lascino in vita; mi posero a parte dei loro segreti, potrei tradirli, sanno essi che cos’è l’onore per aver fiducia nel mio?… La mia morte è sicura; almeno si muora, provando di non esser vile. Io tornerò là dove mi fu consegnato il ferro omicida, proverò così di non averlo restituito per paura; mi lasciai traviare, bisogna pagarne il fio…. E chi sa? forse richiamerò qualche altro traviato sulla strada del pentimento, le mie parole ridesteranno dei rimorsi, salverò qualche vittima…. morrò nè codardo in faccia agli uomini, nè senza porre una buona azione nella bilancia di Dio!” – Questo pensiero era il solo, su cui mi appoggiava per riposare qualche momento da tanta guerra.

CAPITOLO IX.

Risoluto di affrontare la vendetta di Fausto e dei suoi compagni, sentii esser per me di somma necessità l’assestare le mie faccende, il far testamento. Tornai perciò a casa, mia madre era fuori; entrai nella sua camera, mi gettai colle braccia aperte sopra il letto, e baciai il luogo dove essa appoggiava il capo venerando, ricordando di quante lagrime lo aveva già bagnato per me, per le follie della mia adolescenza! Ed ora…. nella prossima notte probabilmente nuove lagrime disperate lo inonderanno!… Piansi anch’io; poi mi chiusi nel mio così detto Studio, per occuparmi del testamento. L’uomo che lo verga lottando con gli orrori dell’agonia; quegli che se ne occupa quasi per passatempo pensando a un lontano avvenire: sono l’uno troppo vicino, l’altro troppo lontano dalla morte, per poterla considerare come io la considerai in quell’ora. Giovane, sano, libero, io scriveva per il domani, in cui era in me la quasi assoluta certezza di non esser più che un cadavere. Ordinando le mie cose spesso mi veniva fatto il dimenticare che io non dovea godere dei vantaggi di quell’ordine; che io non entrava per nulla in quelle disposizioni dell’avvenire: e al riaffacciarsi di questa memoria, mi pareva una cosa incomprensibile, e mi fermavo colla penna sul foglio, chiedendo a me stesso: “È vero? Non ci sarò io?”
M’immaginai che mia madre e Maria potrebbero vivere insieme; ne scrissi ad ambidue una calda preghiera, e mi posi a riflettere, che in casa vi abbisognerebbero due stanze di più, una per Maria, una per la vecchia Camilla. Queste mancavano; vi era bensì la mia stanza, il mio studio. Ebbene non mi fu possibile indurre la mia mente a confessare, che rimarrebbero libere, che il domani se ne potrebbe disporre. Poi si trattò di assegnare una dote a Maria: “Essa è giovanissima,” pensai; “se deve rimanere, è giusto che abbia una piccola fortuna per portarla al marito che sceglierà; tutto quello che non è necessario al benessere di mia madre si lasci a lei.” Però, Maria sposa di un altro era tal pensiero, che mi faceva andar sulle furie, e quando scrissi: “Lascio, perchè quando si marita….” mi prese tal impeto di rabbia, che fui sul punto di lacerar quel foglio. – Come!… io nude ossa, polvere, dimenticato dentro una sepoltura, senza aver più diritto che a un De profundis;… e un altro, seco,… nel suo cuore, fra la sue braccia!… E la cosa sarà come deve essere…. e a nessuno parrà un’ingiustizia? Ed ecco da capo mi rammentavo di provvedere a un ordine di cose affatto distaccato da me…. In quel momento tutta l’amarezza contenuta nell’idea della distruzione mi piombò sull’anima…. Oh! finchè si sfidano i rischi, finchè si contempla nel sepolcro un asilo contro l’umana nequizia, la morte non ha terrori; ma quando si pensa: “Quelli che io amo mi dimenticheranno, stringeranno nuovi nodi di tenerezza, l’oblio starà solo sulla mia sepoltura!” allora…. colui soltanto che non sentì mai il potere degli affetti, guarda imperterrito l’avvicinarsi del momento supremo.

CAPITOLO X.

Il cielo era negro e soffiava un vento impetuoso; mi parevano indizi funebri. Per via intesi il gracchiar d’un corvo, mi venne l’idea che fosse per me il precursore della salmodia che la domani mi accompagnerebbe freddo cadavere al cimitero… Un brivido mi serpeggiò per tutta la persona…. “È freddo!” dissi ad alta voce, benchè sentissi venirmi una vampa al viso da ogni soffio di vento. Uscii all’aperta campagna, e gli alberi che incontravo, da lontano mi parevano vestir forme orrende: avrei pur desiderato non esser solo! Io andava spontaneamente incontro alla morte, dunque non poteva esser paura quel ch’io provava; oppure esiste nel cuore umano una paura più potente di quella della morte, oltre la paura dell’infamia e d’Iddio?… Non so! narro i fatti senza commento.
Volsi i passi al luogo funesto; e a mano a mano che mi andava avvicinando alla mèta del cammino, rallentavo sempre più il passo, spingevo gli occhi fra le circondanti tenebre, e scorgendo tutto nero e nessun indizio di muraglie, provava un’intima soddisfazione. Ma ecco trapelare allo sguardo un non so che di bianco: feci un altro passo, e il muro mi si offerse al termine della strada. Mi fermai allora,… caddi per un movimento rapido, spontaneo, in ginocchio; alzai gli occhi e le mani verso l’immensa vôlta del firmamento, che mi appariva più maestosa nel suo manto di nuvole…. Il mio spirito sentì l’esistenza, il potere d’un Dio! e una prece mi eruppe dal petto commosso: non era per la vita: quel momento mi aveva rivelato l’Eternità. Stavo per alzarmi, quando uno scoppio di riso si fece sentire vicinissimo.
“Bravo!” gridò una voce che riconobbi subito per quella di Fausto; “hai proprio bene scelto il luogo per la preghiera; io ti veniva già incontro, e mi pareva tu tardassi troppo; vien meco.”
Lo seguitai, muto, con passo fermo; i miei polsi avevano rallentato i battiti, il capo non ardeva più, e dissipate le larve della fantasia, ritrovai il sangue freddo…. forse della disperazione. Entrammo nel recinto, e Fausto s’inoltrò verso la stanza mortuaria.
“Rainaldo!” chiamò.
“Fausto!” rispose di dentro la sonora voce dell’uomo gigante.
“Egli è qui.”
“Bene!”
Vidi la porta ingombra dalla forma colossale, sentii chiamarmi a nome e mi avvicinai.
“Fratelli!” egli disse, “uomini legati dal giuro del sangue, giudicate costui; egli rese lo stile quale lo ebbe, senza aver compito l’opera della notte a lui dal Destino prescritta; egli è un vile oggi, domani sarà un traditore, una spia dei nostri segreti.”
“Muoia!” gridarono tutti.
Lo dirò? lo stridere del gufo aveva fatto sui miei sensi una impressione più angosciosa di quella prodotta ora da questo grido, ma restai impassibile. Il capo mi chiamò un’altra volta a nome.
“Ti compiango,” disse, “perchè sei un ragazzo; ma la paura è una brutta pianta che ha già messe radici troppo profonde e bisogna sradicarla col ferro: t’avviso che il sole di domani non ti troverà più fra i vivi.”
“Sia!” risposi con dignitosa fermezza; “meglio morto che disonorato; avrò vendetta, spero, dagli uomini; se no, da Iddio.”
“Non vogliamo prediche,” gridò quel feroce, “chètati, o il gastigo sarà maggiore!”
“Vi sfido,” gridai, “di togliermi più che la vita; il mio onore, l’anima mia stanno intangibili fra gli artigli di queste tigri.”
“Sciagurato! Tu non sai qual’è la nostra potenza! Vattene.”
Fausto si fece avanti, e volle persuadermi a riprender lo stile, a giurare di commettere l’assassinio: la sua eloquenza aveva perduto l’incanto, lo ascoltai con ribrezzo; e quando tacque, ripetei d’esser risoluto a non commettere un delitto. Tentai scuotere quei petti indurati, ma uno scoppio di risa generale fu la risposta alle miei esortazioni; sdegnato, inorridito, volsi le spalle a quell’infame masnada, e prima di aver potuto riordinar le mie idee, mi trovai là dove poco fa mi era inginocchiato pregando. Appena la vista del luogo ebbe ridestata la ricordanza, ricaddi in ginocchio. “È l’ultima preghiera,” pensai, “sia per mia madre e per Maria;… io non le vedrò più!” – Mi alzai; il vento portava fino a me il rimbombo delle voci dei mostri raccolti nell’orrendo ritrovo; ridevano tuttavia forte, senza dubbio di me,… li compiansi. Ripresi lentamente la strada della città;… la morte mi pareva così inevitabile, che neppur mi cadde in pensiero il cercar di evitarla. Dopo aver fatto pochi passi, e parendomi di essere inseguito, mi fermai, e tratto il pugnale mi preparai a dare a caro prezzo la vita.
“Federigo, Federigo!” chiamò l’acuta voce di Fausto.
“Che vuoi da me?” gli risposi; “è toccato a te in sorte di assassinarmi?”
“Eh! ho altro da fare io; mi fai davvero pietà, e t’ho seguitato per giovarti;… è la prima volta che mi viene l’idea di tentare un’opera di misericordia; vediamo se ci riesco.”
“Cioè?”
“Senti: accanto all’uscio di casa tua si sta ad aspettarti da più di un’ora…. capisci.”
“Un sicario!”
“Un bravo giovine della lega; lo stile è avvelenato, la più lieve ferita sarebbe mortale; dunque non aspettare che ti venga addosso; senza far motto, senza dargli tempo di muoversi, gettati alla disperata su di lui col tuo vecchio pugnale rugginoso;… forse preso così all’impensata si lascerà ferire anche da un par tuo; guai però se il primo colpo ti va fallito! è uomo colui da non lasciarti vibrare il secondo. Ora…. uomo avvisato mezzo salvato: addio.”
Se ne andò, ed io rimasi in preda al dispetto di vedermi anco spregiato, benchè avessi dato prova di non esser codardo; non poteva persuadermi che Fausto mi avesse dato un avviso diretto veramente a salvarmi, nè d’altra parte avrei saputo immaginare qual altro scopo aver potesse, avvisandomi che un assassino mi aspettava accanto all’uscio di casa mia. “Ma infine,” conclusi, “che importa a lui se muoio io, oppur chi mi deve succedere? A questi cannibali basta aver sangue; da qual petto si versi è l’ultimo dei loro pensieri. Fausto sa che per salvare la mia vita devo troncarne un’altra; è contento perchè vi sarà in ogni modo una vittima: perciò mi avrà trascinato a commettere l’omicidio, e così da quel momento sarò anch’io stretto per forza alla lega; forse anche un avanzo di coscienza, un rimorso indistinto gli fanno desiderare ch’io non perisca per opera sua; ed io mi varrò dell’avviso. Qui non si tratta di usare i modi di una guerra aperta, generosa; ogni mezzo è buono, purchè riesca; s’io lascio venire avanti l’assassino senza prevenirlo, egli solito a tali imprese non mi darà tempo di respingere l’assalto…. Lo ha detto anche Fausto: gli scellerati si conoscono bene tra loro! bisogna, appena visto, assalirlo.”
Il cielo era più che mai nero, il vento fortissimo; varcai le porte della città camminando come un cieco, a tastoni fra densissime tenebre. I pochi lampioni rimasti accesi davano da lontano una luce abbagliante, e da vicino nulla giovavano per chiarir gli oggetti. Batteva il tocco dopo mezzanotte, quando arrivai a capo della strada dov’era la mia abitazione, e mi fermai. La bufera imperversava tratto tratto, quasi a intervalli misurati; dopo un forte sibilo di vento, una quiete intera per quattro o cinque minuti: in quello nessun romore, nessuna voce, nessun’eco di passi. Io aveva in mano nudo il mio vecchio pugnale; l’amore dell’esistenza, che l’orgoglio offeso avea tanto sopito poche ore prima, si era ridestato in tutta la sua energia: tremando, io spiava il muoversi d’un atomo di polvere; ma i passi del temuto sicario non echeggiavano in quel silenzio solenne. M’inoltrai sulla strada; lo stesso silenzio, la stessa solitudine: già la mia casa era vicina; qualche altro passo, e avrei varcata la soglia. “Che Fausto m’abbia ingannato per darmi l’agonia di questa ora?” Mentre io pronunziava sommessamente queste parole, ecco un lieve rumore…. È di passi…. vien dalla parte della mia casa. “Chi va là?” grido. – Nessuno risponde. – Mentre colla mano destra impugno lo stile, colla sinistra muovo in giro il bastone; inciampo nei piedi di una persona, ed una voce fioca pronunzia il mio nome. “È il sicario!” Non perdo tempo, lo assalisco…. il colpo è vibrato…. Un gemito, il rumore d’un corpo che cade a terra;… poi torna ogni cosa nel silenzio di prima. Io rimango immobile; i capelli mi si rizzano sulla fronte. “L’ho fatto per difesa, sì; ma a pochi passi da me sta una creatura agonizzante, ed io non ho nè la potenza nè il coraggio di assisterla;… io alfine, ora, sono anch’io un assassino!” – Il sangue mi si portava tutto alla testa; per entrare nel mio uscio avrei dovuto probabilmente calpestare il ferito: questo pensiero mi toglieva la forza di muovermi. L’anima mia aveva fino a quel momento deviato solo, per dir così, in astrazione dalle strade della innocenza; la realtà del delitto, il terrore, l’ansia che l’accompagnano, la puntura del primo rimorso, le erano sconosciuti: conobbi tutti questi martirii ad un tempo! Io non mi poteva ancor muovere, ed era in tale stato da non udire nulla di quanto m’accadeva d’intorno, quando ad un tratto il riverbero d’una lanterna mi balenò sotto gli occhi! Il mio cattivo genio, Fausto mi stava accanto.
“L’hai tu spedito?” domandò.
“Pur troppo!” risposi.
“Va bene: ora bisogna che tu veda chi stava qui ad aspettarti.”
“No, no, non potrei.”
“Il debito della notte fu soddisfatto, ma il sacrificatore non può esentarsi dal gettare almeno uno sguardo sopra la vittima;… ora tu sei della lega, non mancare al minimo dei tuoi obblighi, poichè soddisfacesti al maggiore!”
Dicendo queste tremende parole, egli mi trascina verso il luogo, ove giace il moribondo. Assorto nell’orrore della cosa, trafitto dall’idea che mi balenava in quel momento al pensiero, d’essere stato il trastullo della scellerata masnada, io macchinalmente mi lasciai trascinare senza oppor resistenza. Si chinò, accostò la lanterna al viso della vittima.
“Lo riconosci?” domandò col più amaro sarcasmo.
Per uno spontaneo senso di ribrezzo io avea chiusi gli occhi.
“Guardalo! guardalo!” egli soggiunse, – e mi scoteva forte il braccio.
Apersi gli occhi, chinai lo sguardo smarrito sul doloroso oggetto che mi stava dinanzi; i capelli mi si drizzarono sulla fronte!… Sarà un’illusione dell’animo conturbato!… Guardai più fisso; un gran mantello avvolgeva tutta la persona del giacente; ma il cappello gli era uscito di testa nella caduta….
“Una donna!… Ah!… Maria!”
“Sì, Maria,” gridò Fausto, “è già spirata. Così la lega del sangue punisce un codardo; la morte era poco castigo, ora pensa che sei nostro, che non puoi tradirci senza perder te stesso; addio.”
Il mostro si dileguò con rapidi passi; io ripetei più volte ad alta voce: “Maria! Maria!” poi caddi semivivo al suo fianco.

CAPITOLO XI.

Scorsero quindici anni da quel momento terribile! Dieci ne passai in un reclusorio di pazzi, abbandonato intieramente dalla luce dell’intelletto. Quando la mia mente si liberò dalla non so se debba dire funesta o pietosa conturbazione, seppi che una lettera anonima aveva avvertita Maria di trovarsi da mezzanotte all’una presso l’uscio della mia casa, per salvarmi la vita, giacchè un sicario doveva aspettarmi sulle scale, e sarei morto infallibilmente sotto i suoi colpi. L’ingenua fanciulla fu presa al laccio; involta in un mantello, che fu già di suo padre, uscì di casa, quando Camilla era già in letto e dormiva profondamente. Correva a salvarmi, e invece!… E pur essa era incontaminata anche dall’idea d’un delitto! Il mio fu considerato come effetto di un’alienazione mentale…. Non ho potuto punire Fausto!… Se l’umana giustizia non può raggiungerlo, certo non isfuggirà alla divina.
Mia madre morì di dolore due anni dopo quella catastrofe, e fu sepolta in un cimitero campestre accanto a Maria!… Quando mi fu resa la libertà, i miei primi passi si diressero al luogo dove ambedue riposano dopo i dolori della vita. Mi pareva che il sonno del sepolcro si sarebbe interrotto al mio arrivo, che mia madre e Maria risorgerebbero per dirmi una parola di pace…. Ohimè! trovai due gelide pietre…. null’altro! e soltanto in quel momento sentii d’aver tutto perduto. M’inginocchiai fra le due lapide…. pregai…. invocai le mie povere vittime! – Oh! certo sulla terra, fuorchè poca polvere, nulla più rimane di loro; altrimenti mi sarebbe venuto all’animo straziato un cenno di commiserazione e d’affetto! Lasciai il luogo dove il dolore può soltanto trovare una crudele irrisione, e i miei sguardi dal muto ricovero delle ceneri si rivolsero al Cielo!