Angiolo Silvio Novaro – Il commiato

—Un racconto che m’è costato sangue,—egli disse.—Ogni parola, una goccia di sangue.

Io lo guardai, con un moto istintivo di repugnanza; ed ebbi ancora la stessa penosa impressione di un’ora prima; quando ci eravam messi a tavola, e Giuseppe era entrato ad accendere il gas. Allora m’avevan colpito le occhiaie incavate e livide, e quello splendore insolito degli occhi che contrastava sinistramente col gran pallore del volto consunto e l’aria stanca e sofferente.

Io non osai parlare.

E il silenzio acuì l’oscuro senso di disagio a cui soggiacevo.

Ma un minuto dopo entrò Giuseppe col caffè, e depose il vassoio dinanzi a lui.

Poi ch’egli stesso mi porse la tazza, m’accorsi che la mano gli tremava. Anche notai, con inquietudine, ch’egli chiese il cognac.

—Non ne prendi mai,—gli dissi timidamente.—Cos’è?

—Una sciocchezza,—rispose sorridendo, mentre avvicinava il bicchierino alle labbra.

Appena Giuseppe fu uscito, gli feci:

—Cos’hai?

Egli rialzò la faccia su cui moriva l’ultima traccia del sorriso; mi fissò con quegli occhi che brillavano, e rispose:

—Voglio scacciar questo po’ di languore.

Poi, avvedendosi forse del turbamento che mi teneva, soggiunse:

—Ti fo paura? Un poco fa mi son visto nello specchio, e mi son fatto paura a me stesso. Eppure non mi son mai sentito forte così!

Queste parole mi agitarono.

—Lèggimi,—gli dissi,—il tuo racconto, se stasera non esci.

—Te lo leggerai tu domani.

—Perchè domani?—feci io rabbrividendo.

Egli abbozzò un sorriso.

—Allora dimmi il soggetto!—incalzai.

E lui:

—Abbi pazienza! Una notte è forse l’eternità?

Deluso e costernato, io pensavo.

Durante quegli ultimi otto anni che, scomparsa la povera mamma, noi avevam seguitato, nella solitudine e nel silenzio del nostro èremo, a coltivar l’Arte che adoravamo, noi eravam vissuti in una quasi perfetta comunanza di vita intellettuale e morale. Con effusione e con abbandono ci eravam scambiati tutte le nostre sensazioni, tutte le nostre idee, tutti i nostri affetti. Avevam guardato l’uno nell’anima dell’altro come attraverso alle acque d’un limpido lago.—Ma per ciò che riguardava la nostra attività artistica, la comunanza era stata assoluta.—Prima di metterci a qualche nuova opera—egli a’ suoi romanzi, io a’ miei quadri—ci eravamo aperti, trepidando, il nostro disegno, ed avevamo insieme combattuti i dubbi, svelte le esitanze, sofferte le ansie e le angosce, e gustati i piaceri, le gioie, i rapimenti che ne accompagnavano l’esecuzione. Ci eravam sorretti e consolati e fortificati a vicenda. Era stata questa una delle più profonde dolcezze della nostra vita di artisti. E non senza una soave commozione avevam visto da altri porre in luce e notare come cosa toccante la vicendevole influenza, che nelle nostre opere si scorgeva, delle nostre dissimili nature.

Solo da qualche tempo il miracolo era cessato. Mio fratello aveva bruscamente rotta e sconvolta l’atmosfera in cui respiravamo. S’era fatto cupo e taciturno; e, quasi insofferente degli antichi legami, s’era sciolto e allontanato da me.

Più che accorarmi, sulle prime questo fatto m’aveva urtato e sdegnato come un’offesa immeritata. Ma, appena l’afflitto aveva, con l’acutezza del suo intuito, trapelato il mio sdegno, s’era in mille modi adoperato per mostrarmene tutta la irragionevolezza, e dissiparlo. Aveva, per un momento, sorriso; s’era effuso in dimostrazioni così spontanee, così candide e delicate di affetto, che io n’era subito rimasto vinto e confuso. Era di nuovo entrato, dopo lunghe assenze, nel mio studio; s’era fermato estatico dinanzi a certe mie nuove tele: aveva risalutate le antiche con lo stesso vergine entusiasmo d’una volta.

Ciò m’aveva intenerito, sollevato e abbattuto ad un tempo, persuadendomi che il cuore di mio fratello era immutato per me, e che quella profonda alterazione avvenuta nel suo spirito doveva avere una troppo seria e dolorosa ragione.

Io avrei dato tutto quanto possedevo per poter penetrare in fondo alla cara anima chiusa, e scoprire e toccare con mano la gran piaga che vi doveva essere aperta; e medicarla.—Senza posa io mi affaticava intorno alla scorza di quel duro enigma. Spiavo ogni atteggiamento, ogni moto del desolato; e da ogni parola sua mi studiavo di trarre un qualche senso riposto, quasi un filo da afferrare che mi guidasse per entro il laberinto.

Ma come un cieco brancolavo nel buio, vanamente, disperatamente.

Il primo sospetto che mi s’affacciava era ch’egli soggiacesse a uno di quei fieri scoramenti che spesso assalgono l’artista a mezza via; lo colpiscono al cuore, lo stramazzano al suolo, e ve lo lasciano esangue, quasi esanime. Qualche volta il colpo è tale che il misero, dibattendosi in una tragica agonia, soccombe. Altre volte, raccogliendo in un supremo atto di volontà le sue povere forze, egli riesce a rialzarsi e a proseguir sorridente il cammino. Ma sempre una riga di sangue rimane a segnarne la traccia….

In verità, da quando s’era incominciato a rabbuiare, mio fratello non m’aveva parlato più mai della sua arte, nè dei suoi studi, nè de’ suoi progetti.

Non aveva più mai presa l’iniziativa d’una di quelle violenti discussioni o letterarie o artistiche o filosofiche ch’egli soleva ricercare avidamente, e nelle quali metteva tanto impeto, tanta gagliardia di passione, e tanta voluttà.—Quando io m’era attentato di chiedergli cosa stesse architettando di bello, m’aveva risposto:

—Sonnecchio!—con un sorriso senza luce che mi aveva stretto il cuore.

Eppure come mai? Come crederlo disanimato proprio allora che l’Arte gli offriva tutte le sue rose sorridendo, e il successo lo innalzava agli occhi del mondo e gli spianava la via?—Incontro al Sole, l’ultimo suo romanzo, non era stato acclamato dalla critica italiana come la più originale e forte opera letteraria dell’ultimo decennio? E un gran giornale francese non aveva testè chiesto per le proprie appendici Cristiana, la novella ch’egli aveva stampata otto anni prima da un oscuro editore, mentre, incerto ancora, tentava i primi passi?

Evidentemente adunque io era fuori di carreggiata!

E mi toccava rifarmi da capo.—E immaginavo una passione d’amore: una di quelle passioni che investono come un fulmine una esistenza, e l’incendiano e la riducono in cenere. Oppure una di quelle passioni che s’infiltrano lentamente nell’anima come un veleno, a goccia a goccia; e la scavano, la rodono, la consumano nell’oscurità e nel silenzio.

Ma la mia povera testa qui si smarriva. I ferri aguzzi delle mie indagini si esercitavan nel vuoto.—Poichè il più fitto velo circondava la vita intima di Pietro; e i pochi fatti esteriori emergenti a’ miei occhi e che, logicamente coordinati, avrebbero dovuto sprizzare una luce improvvisa gettandola per entro alle cavità del segreto, erano di per sè altrettanti enigmi i quali concorrevano ad esacerbare lo stato d’incertezza in cui io viveva sospeso e mi dibatteva.

Egli aveva incominciato con lo spezzare l’antica consuetudine delle concordi passeggiate notturne,—uscendo dopo cena da solo, e scendendo giù al paese, invece di seguitar per lo stradone, come un tempo, la dilettosa salita.

Qualche volta anche era rientrato a notte molto inoltrata.

Io l’avevo aspettato sotto il mandorlo, immobile, ascoltando i lievi murmuri della vallicella nel silenzio, e osservando i giuochi di luce e d’ombra della luna tra le piante, che rischiarava come un sole il giardino e il terrazzo, dall’alto del suo azzurro.

Al giungere di lui avevo finto di risvegliarmi improvvisamente, quas’io mi fossi dimenticato là sul sedile, sorpresovi dal sonno. M’ero levato, e gli ero andato incontro fregandomi gli occhi.

«Ancora qui?» m’aveva detto lui. E nulla lo aveva tradito: nè il tono della frase, nè uno sguardo, nè un gesto.

In sèguito, a settembre, aveva fatto una gita a Napoli, a rivedere—m’aveva detto—alcuni amici della prima giovinezza.—Io l’avevo accompagnato a Genova; ero salito con lui sul vapore, e v’ero rimasto fino alla partenza, sperando sempre di potermi decidere a muovergli quell’unica domanda che mi premeva il cuore come un macigno. Ma all’ultimo momento m’era mancata la forza. Ero disceso nella lancia con un nodo nella gola, ed ero rimasto là ritto, a sventolar il fazzoletto, mentre il vapore tra le lagrime fuggiva.

Una sola volta dopo d’allora m’ero creduto di poterlo riabbracciare guarito. Ed era stato quando da Genova m’aveva scritto una lettera di fuoco per narrarmi tutta la fascinatrice bellezza d’una Idea di Umanità e di Giustizia che gli si era improvvisamente rivelata; e le maravigliose visioni che da lei discendevano, e i sovrumani ardori di battaglia ch’essa gl’infondeva nel sangue.

Ma rivederlo due mesi appresso era stata una cosa immensamente triste, per me. Dei fili d’argento erano spuntati in mezzo al nero velluto della sua capigliatura; un pallor terreo aveva trasfigurato il suo volto, e un fosco velo era calato su quegli occhi ove non ardevan più gli antichi lampi.

Io m’ero ancora sforzato di comprimere e soffocare il traboccante affanno; col cuore attanagliato avevo ancora sorriso: avevo sostenuto impassibile la tortura di que’ lunghi silenzi carichi di cose oscure, malaugurose, schiaccianti.—Ma un mattino ch’egli era uscito dicendo a Giuseppe che tornerebbe solo per mezzodì, m’ero risoluto ad un passo estremo. Ero penetrato nel suo studio, e m’ero messo a rovistare, a cercar febbrilmente sulla scrivania, fra le carte e fra i libri che la ingombravano. Avevo aperta la cartella ov’egli custodiva la corrispondenza; e avevo letto, con la faccia in fiamme, tutte le lettere, tutti i viglietti.—E poichè non avevo trovato nulla, nemmeno l’ombra d’un vestigio, nemmeno l’ombra d’un indizio, m’ero lasciato cadere sul seggiolone, affranto. Avevo atteso lui per dirgli, supplichevole: «Vedi a che mi costringi?»—Egli aveva negato, aveva protestato che nulla mi nascondeva, pallido come un cencio. «Sul nome della povera mamma» io aveva incalzato, «me lo giureresti?» Allora egli s’era smarrito; aveva balbettato, a capo chino: «Son scivolato nel fango. Mi sono avvoltolato nel fango. E non mi levo più!»

Povero Pietro! La sua mano brancicava convulsa sulla scrivania quelle carte, quasi fossero fango; e non se ne poteva staccare.—Ed io avevo preso quella mano, e l’avevo serrata forte nelle mie. «Perdonami!» avevo singhiozzato.—Ed ero fuggito.

Dieci giorni appena eran passati da quella scena: e mi parevan cent’anni.—Avevo sempre aspettato lo scoppio definitivo con quel nascosto violento affanno con cui si aspetta, sotto un cielo saturo di elettricità, l’esplosione del temporale.

«Che sia questa l’ora?» mi domandavo adesso, tutto sbigottito.

E non osavo rispondermi.

—Abbi pazienza!—aveva detto lui.—Una notte è forse l’eternità?

Ma io non potevo più reggere a quell’ansia occulta. Impazientito insorsi:

—Che gusto sfruttare la curiosità fino a questo punto!

Egli ebbe un sorriso tenue, appena percettibile, che aumentò il mio affanno.

—È una crudeltà!—rincalzai.

E poi ch’egli seguitava a tacer sorridendo, mi detti a implorare, come un mendico:

—Il titolo, almeno!

Allora vidi l’impronta di sofferenza ch’ei portava sul volto, acquistare—quasi alla luce d’un lampo—una evidenza lacerante.—Nel gran pallore egli proferì:

La Rovina.

—Lo sapevo!—scattai, involontariamente, meravigliandomi tosto della mia esclamazione, poichè in verità io nulla sapevo.

Si udiva nel silenzio lo stridore delle ruote d’un carro per lo stradone, e lo schiocco d’una frusta, fastidioso e insopportabile anch’esso.

D’un tratto una raffica di vento irruppe, impetuosa. Le rame del mandorlo, che incorniciavan la finestra, sussultarono. Le tende si gonfiarono. L’uscio, dietro a noi, ch’era rimasto aperto, sbattè forte.

Subito io mi levai. Chiusi l’uscio, chiusi la finestra; e mi soffermai un istante presso i vetri a guardar gli olivi travagliati dal vento e ad ascoltar la voce collerosa del mare che s’era repentinamente destato nel buio laggiù.

Come mi voltai a riprendere il mio posto, rividi lui immobile, con gli occhi bassi e una mano distesa sulla mensa accanto a un mucchietto di briciole.

La fiamma del gas, improvvisamente scemata, rendeva una luce assai povera, sotto la quale il quadro diventava tetro.

Preso da una grande inquietudine, io ruppi:

—Si spegne il gas, non te ne accorgi?

Egli levò la fronte, lento, a guardare, senza far motto.

(Che strazio riconoscere che non se n’era accorto!)

Fuori il vento fischiava, ululava. Il mandorlo si dibatteva forte, nel tormento: si curvava a’ vetri, accennava, picchiava, supplice.

E la luce moriva.

E Pietro non si moveva, non si commoveva; teneva ancora gli occhi bassi e la mano scarna allungata in mezzo alla mensa.

Incapace di reggere quello strazio, mi slanciai all’uscio, l’apersi e gridai:

—Giuseppe, una candela!

Ma era tardi.

Un sibilo acuto, lamentoso, prolungato come il rantolo di un morente;—e la tenebra, la paventata tenebra ci avvolse.

Senza respiro, col cuore che mi martellava, io stetti,—aspettando che la riga gialla sul pavimento appiè dell’uscio annunziasse la luce.

Quando Giuseppe entrò con un mozzicone di candela e lo posò sulla tavola, apparvero sulle pareti le nostre ombre, mostruose.

—Ancora una candela!—ordinai, agitato da quella vista.

E fu portata un’altra candela; e la stanza si riempì di luce.

Allora Pietro mi guardò rischiarato, quasi rasserenato anch’esso. Poi, subitamente accendendosi, mi fece:

—Vuoi un soggetto di quadro? Un soggetto semplice e grandioso insieme?—Immagina. Una nobile figura d’uomo su cui or ora s’è posata l’ala della morte. Giace supino sul suo bianco letto: le braccia lungo i fianchi, e le mani distese in un dolce atto di riposo e di calma. Il viso, che la morte non ha deformato nè contratto nè oscurato, è ancora fresco, ancora roseo. Vi è sopra diffuso come un pacato splendore, lo splendore d’una luce interiore immensamente pura. Poichè qui, intorno all’Immacolato, tutto è mondo, tutto candido, tutto puro. Anche il lino del letto, anche la luce che inonda la stanza, anche l’aria mattutina che entra per la finestra spalancata, anche l’orizzonte laggiù su cui s’inarca il concavo azzurro. La morte, così, l’esecrata morte non ha più nulla di ributtante, di osceno, di orrendo. Nulla. È il riposo dopo compiuta la giornata di lavoro: una giornata piena di nobili, generose, feconde fatiche; e soprattutto piena di candore.—Intendi?—Devi far questo quadro. Promettimi che lo farai!

A stento io abbozzai un sorriso e annuii.

Allora egli mi tese quella mano scarna.

—Giuralo sul nome dei nostri poveri morti!

Ed io strinsi quella mano; e giurai, con un brivido.

—Se tu sapessi,—riprese lui dopo una breve pausa,—se tu sapessi come detesto tutto quanto ho scritto fino a ieri! Come ne ho rossore, sdegno, ira!

—Ciò significa semplicemente—diss’io—che la tua arte si rinnoverà!

—Ahimè! Cos’è dunque stata l’Arte per noi fino a ieri?—Un trastullo ozioso, sterile, inutile. Cos’è che l’ha scaldata e l’ha vivificata? Cos’è che l’ha innalzata?—E noi, che cosa abbiamo noi fatto? Come impazzati, come disperati siam corsi dietro un fantasma, una vana ombra che sapevamo di non poter mai raggiungere nè afferrare. Ed intanto avevamo un’anima. Ci siam noi curati di purificarla e di nobilitarla? Avevamo un ideale di perfezione morale. Ci siam noi studiati di seguitarlo e di esaltarlo agli occhi di tutti? Avevamo un ideale di Civiltà e di Giustizia. L’abbiamo noi predicato? Ci siam noi sforzati di apparecchiarne il trionfo nella coscienza della Umanità?

Oh se fosse possibile, se fosse ancora possibile tornare indietro con l’innocenza e la vergine forza d’allora!

—E perchè non dovrebb’essere?—obiettai guardando angustiato il suo viso su cui un gran fuoco s’era diffuso.

Ma egli non rispose: o forse non udì nemmeno. Si alzò, quasi con uno strappo, si avvicinò alla finestra, e stette un istante curvo dietro i cristalli, mentre le prime grosse gocce di pioggia vi crepitavan sopra, e la rabbia del vento assumeva una straordinaria veemenza.

Poi voltandosi ruppe:

—Povere moribonde razze latine! Guarda come il Nord con le vaste ombre de’ suoi colossi ne ricopre l’agonia! E che sconsolata, che turpe agonia!

Io era come colui che nel sogno avverte un tenebroso pericolo che gli striscia alle spalle, e invano s’affanna a difendersene. Vorrebbe fuggire, e le gambe, di piombo, lo inchiodano su quel palmo di suolo. Vorrebbe alzar le braccia per agitarle—e le braccia non gli obbediscono più. E rimane così, immoto, agghiacciato di terrore, aspettando il colpo fatale che già vibra nell’aria.

D’un tratto parvemi che si soffocasse, in quell’aria chiusa e pesante. Balzai in piedi e volli aprir la finestra. Ma il vento irruppe, furibondo. Sollevò alte le tende, agitò e sconvolse le fiammelle delle candele, fischiò attraverso le fessure dell’uscio, e versò dentro un torrente di pioggia.

—Maledizione!

Richiusi dispettosamente, e chiamai Giuseppe, e ordinai il soprabito per uscire.

Avevo temuto che Pietro osservasse:

—Sei pazzo con questa sera d’inferno? Io non esco.

Invece si levò per accompagnarmi; e ciò mi procurò un indicibile sollievo. Dopo d’essermi soffermato a rimirarlo mentre s’avvolgeva nel suo mantello e s’accendeva una sigaretta, sentii con un secreto fremito di gioia il suo braccio che passava attorno al mio e vi si attaccava.

—Coraggio!—mormorò lui sulla soglia, quasi a sè stesso, come vide aperto l’unico ombrello. E un giocondo sorriso lo illuminò.

Nel fitto buio il vento ci salutò con un fiero assalto. La pioggia ci investì, ci sferzò, ci inondò.

—È tremendo—gridò Pietro con accento ilare.

E mi fece abbassar l’ombrello per riparar meglio la pioggia obliqua, e mi raccomandò che badassi a’ piedi, per non isdrucciolare. Ce n’era infatti bisogno, scendendo la lunga scala di mattoni che allacciava il terrazzo al piano inferior del giardino, poichè l’acqua improvvisa e abbondante non trovando sufficiente sfogo nelle docce del terrazzo si precipitava per essa come in un fossato.

I miei piedi eran già tutti immollati, quando toccammo il fondo; tuttavia non mi passò nemmen per il capo l’idea di tornare indietro. Era così dolce, così commovente, così consolante tutto ciò!

Nell’affacciarci fuori del cancello ricevemmo un altro formidabile saluto. Qui il libeccio, libero da ostacoli, imperversava come mille diavoli scatenati. E il mare laggiù, sotto la rupe, rombava con un fragore immenso.

Un po’ di paura colse me a’ primi passi per lo stradone.

—È una pazza impresa!—gridai.—Vieni via!

—È magnifico! Avanti!

Io m’accontentai di serrar più forte il suo braccio al mio fianco.

Ma d’un tratto egli s’arrestò con un grido, si voltò indietro tendendo il braccio verso quel pezzo di strada che il fanale del cancello rischiarava: e nella luce tremolante m’additò un oggetto nero che scappava come una freccia, rotolando nella mota.

—Il mio cappello!—gemette. E gli si lanciò dietro correndo.

Io rimasi a guardarlo fino a che non lo raggiunse piantandovi sopra un piede con una voce vittoriosa.

Le gran risate, allora! Il cappello tutto lordo e malconcio; il vestito inzuppato e inzaccherato da cima a fondo—un vero orrore!

—Via presto per carità! A momenti ho tutta l’acqua nell’ossa!—supplicava ora lui. E crollava le braccia, per iscuoter la pioggia; e rideva, d’un riso fresco e spensierato di adolescente che innamorava.

Poi a Giuseppe che s’ingegnava alla meglio di rasciugarci, raccontò la storia, rabescandola di particolari.

Che felicità!

Il gas splendeva di nuovo nella sala. La faccia di Pietro s’era spianata; ed il vecchio servo pendeva ancora dalle labbra di lui con lo sguardo rilucente di attenzione e di devozione affettuosa.

Per questo io non mi meravigliai udendo:

—Datemi ancora un po’ di cognac. Sono tutto gelato!

Bisognò che mi cadesse sotto gli occhi il bicchierino ricolmo, e quella mano esangue che s’allungava tremando, perchè un nuovo soffio d’inquietudine passasse sulla mia anima e la increspasse.

Ma egli si rizzò.

—Avrai tu voglia di leggere?—mi chiese a bruciapelo, prima di allontanarsi.

Vedo ancora il suo sorriso ambiguo presto dileguato, soggiaccio ancora adesso a quel pauroso smarrimento che mi prese allora, quasi io mi fossi, per un attimo, affacciato a un abisso.

—Che significa questo?—esclamai, fissandolo, nella vertigine.

Egli rise un’ultima volta.

—Gli sprazzi del cognac!

E mi prese la mano, e me la strinse come in una morsa.

Oh perchè se io ebbi in quel punto il presentimento della catastrofe e l’istintivo impulso di cacciarmegli dietro e abbrancarmegli alle ginocchia gridando: «Non ti lascio più!»—perchè non mi mossi?

Come impietrato stetti a sentirlo salire su per le scale, e aprir l’uscio della camera, e richiuderlo con dolcezza. Poi, come ogni rumore fu cessato, nell’ansietà del silenzio, mi feci da Giuseppe portare i giornali illustrati, e mi misi a sfogliarli, per distrarmi.

Fu forse dopo dieci minuti che scoppiò l’orribile tuono.

Giuseppe, che stava ordinando le seggiole, levò la faccia pallida, gridando:

—Ohimè cosa succede?

Ah il terror cupo di quella corsa nell’oscurità! E il raccapriccio mortale di quella vista! Lo squarcio nero della ferita dietro l’orecchio, il sangue, il vivo sangue che colava a lordare il cuscino e il lenzuolo; e quel roco lamento che gli usciva dalla bocca bavosa; e quell’occhio, soprattutto quell’occhio spalancato, fisso nel vuoto, vitreo!

Io non ebbi, subito, la forza di far nulla. Con le mani nei capelli, pazzo, giravo per la stanza supplicando Giuseppe che facesse presto, per carità, che prendesse questo e quell’altro, che non me lo lasciasse morire. Poi tornavo a lui. Posavo il candeliere a terra accanto al braccio che spenzolava fuori dell’orlo del letto, inerte; e chiamavo «Pietro! Pietro!», tra le lagrime. Ma egli non udiva. Non moveva quel braccio, non moveva quell’occhio, quell’afflittissimo occhio sbarrato.

Alfine tolsi dalle mani di Giuseppe le strisce di tela ch’egli aveva preparate; e mi curvai sul misero, e fasciai, tremando da capo a piedi, la ferita; e sentii nelle mie mani cadere e scorrere alcune gocce di sangue.

—Presto il dottore!—supplicai appena terminato.

Ma il pensiero di dover rimanere una mezz’ora lì nella casa abbandonata, flagellata dalla pioggia e dal vento; ed in quella camera, a quella luce fioca, davanti a lui, a mio fratello che agonizzava,—mi riempì di spavento.

—Dal dottore vado io!—proruppi.

E uscii.

E ridiscesi, ancora sotto la pioggia molesta la scala del giardino; e passai un’altra volta sotto a quel fanale ove mezz’ora dianzi egli s’era chinato a raccattare il cappello ridendo. E mi misi a fuggire con un brivido nella schiena, udendo alle mie spalle riecheggiare la lugubre risata.

Così raggiunsi il paese, attraversai la piazza allagata e deserta, mi internai per la stretta via bieca, e salii, trafelato, sfinito, a battere a quell’uscio.

—È mio fratello che muore!—proferii dinanzi alla vecchia che mi si presentò.—Dite al dottore che s’è ferito con un’arma da fuoco. Che non perda un minuto, per carità!

Ella andò; ed io rimasi lì solo, nell’ombra, appoggiato al muro, ad aspettare. E rividi la scena con una evidenza violenta. Chiusi gli occhi, raccapricciando. E rividi ogni cosa ancora. Il sangue che lordava il cuscino e gocciolava giù per il lenzuolo; lo squarcio della ferita nera, orrenda; e quell’occhio, quell’occhio soprattutto, spalancato, immobile, vitreo. Ed allora si rinnovò in me la mostruosa impressione che m’aveva percosso in cospetto del suicida.—Mi pareva che non quella mano, quella piccola mano innocente che spenzolava fuori del letto avesse vibrato il colpo e fatto l’atroce scempio: ma veramente una gigantesca mano nascosta nella tenebra e obbediente a una terribile arcana potenza vendicatrice.

Ma venne il dottore con un silenzioso saluto a liberarmi.

Muti scendemmo le scale, muti ci avviammo su per lo stradone: egli col solito suo passo tardo indolente: io costretto, fremendo, a frenare il mio che s’affrettava.

Pure svoltammo, lassù; e scoprimmo il fanale, e la macchia biancastra della villa, e la finestra illuminata e sconsolata.

Al nostro apparire Giuseppe che stava seduto appiè del letto si alzò e guardò verso noi come un reo che si lascia sorprendere.

Senza una parola, senza un cenno, senza respiro io tolsi il candeliere e lo levai alto perchè il dottore potesse esaminar la ferita. E, pur combattendo dentro di me, gettai un’occhiata sul sofferente; e osservai e conobbi la profonda alterazione avvenuta ne’ suoi lineamenti. Soffocato dall’angoscia, avrei voluto gridare: «È questo mio fratello?»

Ma d’improvviso mi parve che quell’occhio, rispondendo a un mio sorriso velato di lagrime, si animasse e mi fissasse con una espressione di rimprovero e di dolore così intensa, così acuta, così lacerante, ch’io non potei sostenerla. Lasciai cader nelle mani di Giuseppe il candeliere, e mi cacciai in un angolo, col fazzoletto alla bocca.

Un secolo rimase il dottore curvo in quell’atto.

Quando si fu rizzato ed ebbe consegnata a Giuseppe la ricetta, io lo cercai con uno sguardo, muto, per interrogarlo, Ma egli tacque. Si postò appiè del letto volgendomi le spalle, e non si mosse che al ritorno del servo per predisporre l’occorrente alla lavatura e alla fasciatura della ferita. Alfine aperse il suo astuccio di cuoio nero, e ne cavò un oggetto che scintillò.

Come io vidi sotto il rasoio recisa cadere e ruzzolar giù pe ‘l lenzuolo la prima ciocca di capelli, quella bella ciocca nera che soleva recingere l’orecchio del suicida, mi copersi la faccia, con le mani, e mi rifugiai nell’anticamera, pazzo di dolore.

—Assoluta quiete, assoluto riposo,—venne a raccomandarmi il dottore prima di licenziarsi.—Nulla, presso l’infermo, che possa turbarlo. Sarà bene che anche lei si allontani.

Nello stringergli la mano raccolsi le mie misere forze per dimandargli:

—Posso sperare, dottore?

Egli rispose che il caso era assai grave, ma che sarebbe imprudenza avventurare un giudizio. Bisognava aspettare fino al mattino per decidere sull’opportunità di tentare un’operazione.

Pietrificato io ristetti sull’uscio a guardar gli strappi di azzurro aperti fra i nuvoloni che posavan solenni dietro le cime degli olivi rese immobili anche esse dalla calma sottentrata al furore dell’uragano.

Ma a grado a grado uno straordinario languore m’aveva invaso.

Non mi restava che salire nella mia camera, e abbandonarmi sul letto, annichilito dal pensiero di quelle otto ore di attesa.

E montai, e m’abbandonai.

Ma quella positura m’era insopportabile. Mi fu forza levarmi; e aprire, spalancar la finestra, e mettermi a passeggiar su e giù per la stanza.

Un supplizio.

A ogni istante mi strascinavo nell’anticamera in punta di piedi, e mi affacciavo, trattenendo il respiro, di sulla soglia.

E improvvisamente trafitto da quello spettacolo mi discostavo, e me ne tornavo disperato, perduto, alla mia finestra, a guardar la fiamma del fanale che oscillava sinistra in faccia all’entrata del giardino, e a riudir la voce del mare che avventava di laggiù implacato le sue fastidiose rampogne e i suoi funesti presagi.

Una volta, una sola volta la stanchezza ed il sonno mi vinsero.

E fu allora, nella dubia luce dell’alba, ch’io mi riscossi, e riconobbi la testa di Giuseppe che pendeva sulla spalliera della mia seggiola,—e intesi dalla sua bocca l’orribile frase.

Io avrei ben voluto dissolvermi.

E dovetti, sanguinando, attaccarmi al braccio di Giuseppe, e accorrere, e assistere all’agonia. Ascoltare una voce che nulla più aveva di umano, guardar la bocca nera, spalancata, gli occhi appannati, stravolti, da cui fuggiva l’ultima luce; e prendere tra le mie l’esile mano disfatta,—e sentirla fredda, nelle mie, come una pietra.

Finchè la Morte, l’atra Morte esecrata entrò, con un corteo di brividi.

Io la guardai, pieno di orrore e di pianto, mentre tutte le rose falciate le cadevano a’ piedi.

Poi guardai, pieno di odio, la Vita.

Oh con che senso di velenoso disgusto sul mattino intesi il canto improvviso d’un gallo rompente nella chiara serenità come un inno alla luce, e alcune voci umane che si ripercotevan da un poggio all’altro, in grembo all’aria sonora, come festevoli saluti!

Più tardi anche i passeri sul tetto, allegri, garrirono, in coro.

E sopra Porto Maurizio e sopra i monti si posò, come una carezza che ardesse di passione, il sole.

E l’azzurro arrise, chino su quelle vette.

Ma io non osava chinarmi in fondo a me.

Quasi in un cerchio di fiamma viva, mi serrava la frase della vigilia:

Ogni parola, una goccia di sangue.

Passai davanti all’uscio dello studio con un brivido nella schiena, e scesi giù a precipizio, ed uscii nel giardino, per isferrarmi da quel cerchio.

In ogni luogo il vento e la pioggia avevan lasciate le loro tracce.

La facciata della casa era livida. Il vecchio rosaio che, pur indugiandosi ad avviluppar l’inferriata a pianterreno sull’angolo di ponente, saliva, carico di rose, fino a sfiorar con le ultime rame tenere un davanzale dell’ultimo piano,—era sbattuto e sconvolto. Le rose, spampanate e quasi distrutte, portavan fra i petali arrovesciati ancora qualche segreta lagrima.—All’altro angolo il mandorlo, spogliato de’ suoi fiori, spenzolava mesto un grosso ramo spezzato. I nivei fiori, parte giacevan disseminati appiè dell’albero, parte lunghesso la balaustrata, e parte si cullavan, co’ petali delle rose, in mezzo alle pozzette d’acqua che brillavan sul terrazzo qua e là come gemme.

A quando a quando un leggero soffio animava gli olivi in seno alla vallicella, e recava su col mormorio le acri e buone fragranze della terra bagnata e del verde.

Dopo il flagello la Natura si rilevava, fresca e ridente, nella sua giovinezza immortale, e prometteva e apparecchiava un nuovo scoppio di rigoglio e di vita.

Certo questo era dolce e consolante!

Ed era orribile pensare ch’egli non verrebbe più, con quella sua nobile aria pensosa a seder su quel sedile, a rimirar quel cielo e quel verde, ad ascoltar que’ rumori, a respirar quegli odori. Che non risponderebbe più al mio saluto con quel suo pio sorriso. Che non proverebbe più, mai più la gioia di vivere e di sentirsi fino alle viscere immerso nelle profonde ristoratrici ebbrezze della Natura e dell’Arte!

Ma era anche più orribile pensare ch’egli avea potuto disprezzar tutto ciò; e staccarsene, volontariamente; e per sempre!

Da quale cupo vertiginoso abisso aveva egli attinto la disperata forza dell’abbandono e della rinunzia?

Ogni parola, una goccia di sangue.

Levavo gli occhi alla finestra dello studio, chiusa; e inorridivo.

Pensavo a quel racconto, all’urna che custodiva forse il sanguinoso segreto: e fremevo di febbre e di spavento.

Due giorni, due lunghi giorni, sostenni l’intima inaudita battaglia.

Il terzo giorno feci da Giuseppe aprire quell’uscio e schiudere un po’ la finestra perchè almeno un raggio di sole consolasse la penombra.

Feci mettere sulla scrivania un mazzo di rose.

E salii, come salissi a una tomba.

Lascia un commento