Antonio Fogazzaro – I cavalieri dello spirito

Non molto tempo è che il purissimo e gentile Antonio Fogazzaro, deducendo in leggi dello spirito quanto egli aveva raffigurato nelle fantasiose forme dell’arte, come poeta e come romanziere, ha tentato di aprire o di riaprire le anime dei suoi ascoltatori e dei suoi lettori a un senso più alto e più nobile della vita interiore. Cavaliere dello spirito, la sua parola tendeva a riconciliare tutta la ricchezza dell’idea scientifica moderna con gli ideali antichi rinnovellati della fede: tendeva a dar la immagine di una fede nostra, più profonda perchè più sapiente, più salda perchè più luminosa, più schietta perchè meno candida e meno puerile. La sua propaganda, confortata da quelle simpatiche qualità d’arte che gli sono particolari, ebbe, non ebbe successo? Molti fra coloro che lo ascoltavano, avevano già in cuore questo prepotente bisogno di un nuovo ideale dello spirito, più nutriente e più sereno, e si appagarono grandemente di veder data una forma concreta a quello che era, in loro, un vago ma ostinato desiderio: molti furono superficialmente lusingati dalla bellezza di quest’idea: ma molti, anche, si strinsero nelle spalle, come innanzi al sogno di un poeta, alla utopia di un’anima buona esaltata. Questi molti, anche, applicarono all’apostolato di Antonio Fogazzaro quel disdegno che hanno i tentativi isolati, quel facile disprezzo che i beati della quiete mortale dello spirito applicano ai predicatori nel deserto. Che mai avrebbe potuto fare, questo povero Fogazzaro, solo solo, con un carattere mite come il suo, con un temperamento più desideroso di silenzio che di chiasso, con quella sua innata modestia, a favore di una causa che aveva, ha bisogno di lottatori ardenti e acerrimi? Combattere contro tutto il naturalismo, contro tutto il positivismo, voler questo strano connubio fra la verità della vita e i fatti morali dello spirito, fra la brutalità della esistenza e le idealità supreme, egli solo, tranquillo scrittore vivente nella pace della sua piccola città veneta? Non era questa una illusione di un giorno solo? Questo e altro ancora, fu detto, fu scritto ma Antonio Fogazzaro continuò la sua propaganda, per qualche tempo, non impavido perchè non pugnace, ma fermo e sicuro di sè, della sua idea, finchè non ebbe chiuso questo primo periodo di apostolato, ritirandosi a Vicenza, aspettando un’altra occasione per riprendere il suo lavoro pubblico, lavorando in privato, corroborandosi in quello che è, oramai, lo scopo spirituale della sua anima di uomo e di scrittore.

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Ebbene, questo che fu chiamato un fenomeno isolato, dal tramonto rapido, si è venuto moltiplicando, qui, altrove, in varie letterature, diverse fra loro; in varie menti di scrittori che non si rassomigliano punto, che non si conoscono, certo, che non si leggono, forse. Ognuno dalla sua parte, scrittore di critica, poeta, romanziere, ha manifestato a suo modo questa tendenza spiritualista, sempre più forte: e se il movimento è stato spontaneo, quasi simultaneo, esso viene dopo lunghe maturazioni anteriori e conserva un carattere d’originalità. Paolo Bourget, uno dei quattro scrittori più popolari della Francia, caro a tutte le anime che hanno sofferto molto, per aver molto pensato e molto amato, colui che pareva appena velasse di una tinta di pietà leggerissima le miserie dell’uomo e di cui, qua e là, mal represso, trapelava il cinismo dell’osservatore che troppe tristizie ha osservate, Paolo Bourget sin dal penultimo suo romanzo Terra promessa ha mostrato quella sua nuova corrente spiritualista: e l’ha mostrata come egli usa di fare, incarnando in un personaggio la sua idea e il suo sentimento, facendone quasi un simbolo, come è la pura e dolente Enrichetta del romanzo che ho nomito: e più avanti ancora, nel Cosmopolis, un’altra figura muliebre appare un’altra giovinetta, trasformata ed idealizzata da questa spiritualità. Del suo ultimo viaggio in Palestina, nulla si conosce: silenzio anche più indicatore di una rivoluzione nell’anima di colui che scrisse Mensonges. Ancora impregnato delle idee naturaliste chiare e convincenti idee, ma afferrate troppo rudimentalmente e sviluppate con grossolanità, forse crolla in lui l’antico uomo e l’altro non è sorto per anche non è sicuro di sè: e lo scrittore tace, e il suo nuovo libro sarà atteso con vivace impazienza da chi segue con una certa ansietà questa nuova corrente. Pierre Loti, un altro dei quattro scrittori popolari di Francia, che nei suoi ultimi volumi, pur confessando il suo ateismo, se ne rattristava, come di un gran bene dello spirito perduto, e rimpiangeva tutte le tenere illusioni infantili, e invidiava tutti i sinceri e sicuri credenti, è partito per un gran viaggio nell’Asia Minore e nella Palestina.
Che scriverà egli? La sua immaginazione di artista, il suo cuore di uomo rimarranno chiusi e freddi, innanzi agli spettacoli mirabili dei paesi dove lo spiritualismo ebbe la sua culla? Intenderà lui l’anima di Gesù, almeno nella sua semplice parte spirituale?
L’anno nuovo porterà questa rivelazione: e se il Loti cede alle indistinte ma già crescenti tendenze spirituali del suo animo, la causa dei pochi troverà un ausiliario potente. Sarà uno spiritualismo alla Loti, triste, nebuloso, che par ritenga sempre attorno i grandi veli bigi delle nebbie d’Islanda, quei veli avvolgenti che sono restati sempre nella mente e nell’arte del viaggiatore e che ne formano uno dei fascini. Anche il volume del battagliero Richepin, del poeta ribelle e violento, Mes paradis, quello che doveva essere un libro voluttuoso e folle, ha in sè questa malinconia novella, questo desiderio di tutte antiche consolazioni dell’anima, questo bisogno di un’altra cosa, ancora indefinita ma già seducente e ineluttabile. Lo stesso Maurizio Barrès che viene su, viene su, nella reputazione e nella simpatia del pubblico francese, ancora molto giovane, ancora un po’ esitante, è uno spiritualista. In Italia le pruove di questa forte corrente spirituale non sono molto: ma il libro di Anton Giulio Barrili Fra cielo e terra, il romanzo di questi ultimi sei mesi, contiene una prefazione magistrale, in cui il romanziere ligure confessa la sua completa conversione con una semplicità, con una fermezza che meritavano maggiore attenzione, se il nostro paese non fosse troppo distratto. Il Barrili non è mai stato un naturalista accanito, in arte, nè un materialista nella vita: era stato un indifferente. Il suo romanzo e più la sua bellissima prefazione appartengono a uno spiritualista e, per di più, a un cristiano. Anche, fra qualche giovane, questa inclinazione si palesa: e se ad essa toglie efficacia la poca autorità di chi la manifesta, ciò non impedisce che essa non sia un indizio di un fermento crescente nelle anime. Siete voi dunque contento, o Fogazzaro, nel vostro fresco ritiro vicentino?
Quello che voi avete pensato e amato, altri valorosi lo pensano e lo amano: quello che voi tentaste, altri lo tentano e lo tenteranno: e da solo che eravate, fedele cavaliere dello spirito, ecco una schiera si forma, e la nobilissima idea è, sarà propagata dall’arte, dalla poesia, dovunque! Contento, nevvero? Costoro, certo, non v’imitarono: qualcuno non seppe neppure dell’opera vostra: tanto meglio, questo significa che l’idea, l’idea soltanto è apparsa ad artisti ed a poeti nelle contemplazioni interiori, nelle ansiose interrogazioni alla vita!

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Ma che è, che sarà questa corrente spirituale nell’arte e nella poesia? Sarà l’evangelismo di Leone Tolstoi o la dura filosofia di Enrico Ibsen? Sarà una preponderante tendenza come in Paolo Bourget o una tendenza vaga come in Pierre Loti? Sarà la fede dei neo-cristiani di Melchior de Vogüè nel suo opuscolo Cicognes, o quella dei neo-cristiani di Antonio Fogazzaro e di Anton Giulio Barrili? Sarà uno spiritualismo affannoso o placido, ricercatore assiduo o già saldo nelle sue credenze? Chi sa! Il fenomeno è ancora troppo al suo inizio, perchè se ne possa specificare il carattere e la finalità; è troppo ancora personale, perchè si possa considerare come una leva sociale.
Come causa, si può arguire, con facilità, essere un sollevamento dell’anima contro l’aridità, contro l’asprezza di un naturalismo male inteso, contro la vacuità di una verità troppo breve, troppo esclusiva, troppo assoluta. Coloro che hanno creduto instaurata, per sempre, una forma d’arte nel naturalismo, e si sono esaltati della loro piccola scoperta e hanno esagerato sino al delirio, non hanno compreso quale ribellione avrebbero causato a quelli che guardano con occhio più quieto la vita e le sue ragioni. Sono i naturalisti che hanno rovinato il naturalismo. Finito il barbaglio e lo stupore cagionato dalla nuova formola che, pomposamente, pareva si nutrisse di verità scientifica, ognuno ha voluto raccapezzarsi, pensare, intendere: nel frattempo, l’eccitazione dei naturalisti arrivava agli estremi limiti e, all’osservatore freddo, la miseria degli apostoli pareva fosse la miseria della teoria, e la monotonia del metodo rivelava il gran difetto del naturalismo, la monotonia umana.
Un movimento di reazione era, omai, naturale: e si è sviluppato, per fortuna, in coscienze intellettuali e sapienti, in anime che sanno leggere in sè stesse, prima d’ogni altro, e sanno parlare alla folla. Movimento incomposto, saltuario, bizzarro, senza nesso, senza legame fra spirito e spirito, senza rapporti fra le sue manifestazioni: che importa? Importa che esso sia. Importa che si agiti in fondo al nostro cuore una domanda, un dubbio, una grave incertezza: importa che ognuno di noi si chiegga se tutto quello che ci meravigliò e ci affascinò, in venti anni, era la verità e non altro che la verità: importa che nel silenzio delle profonde cogitazioni, ognuno di noi ricerchi nuovamente le sorgenti disseccate della sua vita interna e trovi modo di farle ripullulare e, non trovandole, cerchi, cerchi ancora, cerchi sempre: importa che la nostra coscienza non si appaghi, non si cheti, non si addormenti: importa che le ragioni dello spirito ci riappaiono, superiori, supreme, pacificatrici, consolatrici! Tutta la verità è altrove. Importa di ritrovarla. Notiamo che per questo importante, gravissimo viaggio di esplorazione, di scoperta, sono partite intelligenze di artisti e di poeti: notiamo i loro strani modi di viaggiare, a traverso questo problema essenziale della vita: molto tempo passerà, prima che qualche cosa di sicuro si conosca: molti moriranno prima d’aver compiuto il viaggio: periranno, forse, tutti quelli che hanno invocato tutta la verità, senza che loro sia completamente apparsa, nel suo fulgore. Oltre noi, tutto si saprà! È sempre una consolazione per questa schiera di cavalieri dello spirito, esser partiti avanti.