Antonio Fogazzaro – Il nostro secolo

Io vidi il nostro secolo quattro volte. La prima volta fu sulla terrazza dello Stabilimento di Lido, a Venezia, tre anni sono. Egli sedeva tutto grigio fra due scarpini gialli e una cravatta rossa, presso l’entrata del caffè, al tavolino di destra. Era certo più giovanilmente elegante che non convenisse alla sua vecchiaia; ridicolo, però, non era. Non poteva esserlo, malgrado la sua parrucca e i suoi baffi tinti, con quella faccia così straordinariamente aspra e cattiva. Le spalle grosse e curve, le mani scarne e grinzose tradivano i suoi molti anni; lo sguardo li smentiva o almeno li smentì per un momento. Quello sguardo non cercava nè il bel mare tinto di verde e di viola, nè le eleganti signore che andavano e venivano sulla terrazza. Era immobile, pareva spento in un tedio, in un fastidio mortale del luogo e della gente. Passò frettoloso un cameriere con un gran vassoio in aria e, svoltando, urtò leggermente quel tavolino. Udii uno scatto, un borbottamento furioso, e, passato il cameriere, vidi colui girargli il capo dietro, seguirlo con due occhi di fiera; dopo di che le sopracciglia gli durarono un pezzo agrottate. Molti, entrando e uscendo, lo salutavano con rispetto. Egli rispondeva appena. Un mio conoscente che mi aveva scorto da lontano venne a me e, passandogli davanti, gli fece una gran levata di cappello, lo salutò con effusione veneziana: “Conte, buon giorno”. Quegli chinò un poco il capo con un grugnito; niente altro.
“Chi è quel vecchio?” domandai subito al mio conoscente. “Fiol d’un can!” mi rispose costui, forte coloritore della parola. “Gastu sentido, ah?”. E grugnì imitandolo. “In malora! – Ti dirò io chi è, proseguì. È il conte X, di Milano, ma io lo chiamo “il nostro secolo”, questo diavolo di secolo, che non crepa ancora con novant’anni sul groppone. Già, se X non ha novant’anni, pochi gliene mancano. Un egoista, anima mia, che si sarebbe messo suo padre sotto una scarpa e sua madre sotto l’altra se gli avessero detto che fa bene ai calli. Un superbo cane che non rispetta neanche Satanasso.
Guardalo là! Con quel muso di fico secco, con quella pelle di mummia marcia che deve avere, un mostro d’un vizioso che mantiene ancora delle ballerine. Un rabbioso maledetto che, a passargli un po’ troppo vicino, morde”. Qui l’amico grugnì da capo: “In malora i cani!” diss’egli. “Con tutto questo” riprese “pieno di ingegno. Ha viaggiato. Fin dove ci sono cuochi, letti elastici, bordeaux, sigarette turche e il resto, quel mastino lì c’è stato. Da giovane ha servito in diplomazia, dicono; per divertirsi. Sa tutte le lingue, ha letto tutti i libri moderni di cui il mondo ha parlato. In politica ha fatto il democratico e porta il suo stemma sulle babbucce. Non crede in Dio, ma crede nelle goccie rigeneratrici. Fa la doccia ogni giorno e ha un’anima che puzza di tutte le porcherie. E poi gli piace la musica. Insomma, quando ti dico che somiglia al nostro secolo come uno sputo a un altro!”

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L’amico, mezzo artista, mezzo uomo politico, l’aveva a morte, in quel quarto d’ora, col secolo presente, perchè una certa personcina non era venuta a Lido col vaporetto delle quattro, come aveva promesso. Io lo lasciai sfogare. Pensavo a quel vecchio che intanto avevo veduto alzarsi e partire un po’ curvo, a passo lento, con le mani dietro la schiena. Adesso sapevo bene chi era, avendo più volte udito parlare del conte X a Milano e a Como. Era un gentiluomo lombardo vedovo da trent’anni di una donna celebre per la sua bellezza, per i suoi amori e per una morte spaventosa. Amabile cavaliere in gioventù, era diventato, invecchiando, un atrabiliare terribile. Non so se il suo nome di battesimo fosse Damone; so che molti, a Milano, lo chiamavano don Demonio.
La seconda volta lo vidi l’anno scorso in una villa del lago di Como. Eravamo in pochi: due uomini e tre signore. Egli era poco meno ingrugnato che a Lido; pigliava parte alla conversazione con una voce rude, con un parlare impetuoso e rotto. Le signore proposero una questione di psicologia amorosa a proposito di non so quale romanzo dove una donna appassionata e magnanima spingeva l’uomo amato da lei, innamorato di lei, verso un’altra donna che le pareva tale da renderlo più felice.
“Sarà stato guasto” borbottò il conte “avrà avuto qualche difetto segreto. O quella donna sarà stata di legno. Quell’autore è di stucco.”

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Allora compresi che, almeno per un rispetto, egli meritava davvero d’essere chiamato “il nostro secolo.” Il nostro secolo, quando parla e scrive d’amore, è stupido come un giovinetto che vuol parere corrotto, o come un vecchio che vuol farsi credere gagliardo. Bisogna dire che in amore i sensi sono tutto e che l’amore umano mira solamente a soddisfar quelli. Perciò bisogna descrivere i loro moti, i loro desideri, le loro compiacenze. Bisogna mostrare che si ha questa scienza, quantunque ciascuno sappia che tutti l’hanno. Bisogna negare l’impero delle anime forti sul proprio corpo, il sacrificio volontario, che talvolta fanno della soddisfazione amorosa. Bisogna dire, almeno, che costoro sono di ghiaccio, benchè si senta tutto il loro sangue salire in un fiotto ardente, arrestarsi, fremere, stridere, discendere sotto il comando della volontà. Tanti omini, che dicono questo con l’intenzione di piacere a tante donnette, se ne vanno poi col naso all’aria, contenti di sè come se fossero diventati grandi. Mai non si è predicato così largamente un concetto dell’amore così basso come lo predica questo putrido carcame di secolo.
Quell’altro carcame di secolo in giacca nera e sottoveste bianca, dopo una breve discussione dove io non misi quattro parole, se ne andò. Le signore mi dissero ch’egli non era un così gran tristo come la gente credeva. Superbo, sì. Tanto superbo che la morte gli faceva orrore, sopra tutto per l’idea delle ruvide mani plebee che avrebbero maneggiato il suo corpo. Vizioso, anche, sì; però capace di una certa fedeltà di cuore perchè aveva sempre conservato e conservava tuttavia una relazione antica con certa gentildonna oramai niente affatto piacevole, carica d’anni, di malanni e di umori bizzarri.

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La terza volta lo vidi quest’anno a Pontresina poco dopo avere appreso, con grandissimo dolore, la sventura del povero Alberto Sormani. “Guarda”, pensai, e ora me ne pento, “Sormani è morto, e quella maligna carcassa lì si trascina ancora!”. L’incontrai presso l’Hôtel Roseg. Aveva seco una signora sui sessant’anni, alta, magra, con un sottile naso adunco e due grandi occhi cerchiati di nero. Egli teneva la sinistra e lei la destra della via; camminavano lenti, senza parlarsi. Neanche andavano proprio a paro, ma si capiva ch’erano insieme perchè avevano, una cosa strana!, del tutto lo stesso sguardo. “Quei due vecchi lì” disse uno ch’era meco e non li conosceva “sono stufi morti d’essere marito e moglie.” Io tacqui. Avrei domandato volentieri a don Demonio perchè si tenesse ancora legato come amante a una donna che all’amore, quale lo aveva sempre inteso lui, non serviva più. Ma don Demonio mi passò accanto, tutto elegante, tutto profumato di héliotrope, senza guardarmi e non gli domandai nulla. – Quell’uomo mi dissi, non avrà creduto ai grandi amori fedeli che Iddio dona. Ecco che Belzebù me lo ha impastoiato con questo sempiterno cataplasma.
Quel che successe il giorno dopo al ghiacciaio di Roseg, molti giornali lo hanno raccontato poco esattamente e io lo so dalle fonti più sicure, le guide stesse che vi accompagnarono il conte. Egli arrivò allo chalet in landau, con la signora, verso le tre pomeridiane. Guardarono col cannocchiale un branco di camosci che si vedevano pascere sulla montagna, poi la signora entrò a prendere qualche cosa e il signore si fece accompagnare al ghiacciaio da due guide. Per giungere al ghiacciaio bisogna superare la morena, una congerie di ciottoli e di macigni, con certe buche dove non è difficile, cadendo, di spezzarsi le gambe. Le guide, poi, vedendo che il vecchio signore faticava assai e avanzava lentissimamente, gli offersero due volte la mano. Egli rifiutò, la seconda volta, con un tale accesso di furore che ne tremava tutto. Arrivò al ghiacciaio senza guai e proseguì abbastanza facilmente, avendo le scarpe ferrate. Però si fece, sulle prime, tender l’ascia da una guida. Per la solita via che le guide tengono si trova presto un crepaccio obliquo, profondissimo, ma stretto; un crepaccio che fa allibire i novizi e sorridere le guide. Giunto colà, il signore sedette e ordinò alle guide di andar a prendere la signora. Coloro esitarono perchè faceva freddo e non pareva loro bene di lasciar quel vecchio stanco a sedere sul ghiaccio per quasi due ore. Proposero che uno andasse e l’altro restasse. Egli replicò furiosamente che la signora, per superare la morena, aveva bisogno di due guide e che ubbidissero. Partirono. La signora non volle muoversi dal caffè. Al loro ritorno sul ghiacciaio non trovarono più il conte. Trovarono sparsi sull’orlo del crepaccio il suo cappello, il suo soprabito, il suo bastone e un portamonete aperto, pieno d’oro; come una mancia buttata là con disprezzo, silenziosamente. Spaventati, gridarono, chiamarono, guardarono nel crepaccio. A un metro o poco più di profondità, quel crepaccio, che alla superficie ha forse un metro e mezzo di larghezza, si restringe per modo da non lasciar passare un corpo umano. Ne seguirono l’orlo, e a un certo punto scopersero sotto l’orlo, nella parete interna, due leggere traccie sporche, recenti, rigate di cinque o sei strisce, che ascendevano diritte al basso. Giudicarono subito che fosse una scivolata di due talloni ferrati. La parete opposta era lì un poco rientrante, si vedeva giù come una stretta gola verdognola in fondo alla gran bocca sgangherata del ghiaccio. In quella gola un corpo umano poteva entrare. Corsero via, ritornarono con molti compagni e molta corda, ma fino ad oggi nulla è più comparso del conte ed è a credere che, secondo il suo desiderio, mani umane non lo toccheranno mai più.

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La quarta volta che lo vidi fu questa notte, in sogno. Mi pareva esser disceso nell’oscurità gelata del crepaccio. Scorsi prima nell’ombra una macchia nera con qualche cosa di biancastro nel mezzo e in alto; poi sentii l’odore di héliotrope, e venni discernendo poco a poco il cadavere. Era orribile. Stava a cavalcioni di uno spuntone del ghiaccio, con le gambe penzolanti, le braccia aperte e il capo rovesciato all’indietro, sulla parete obliqua. Nel biancor vago dello sparato luceva un brillante, e nel biancor vago del viso morto, gli occhi aperti, crucciosi ancora e superbi, parevano di vetro.
No, il nostro secolo non morrà così. Farà la sua confessione generale mescolando i vanti, legittimi e grandi, ai rimorsi; avrà esequie di prima classe con discorsi e poesie e sarà solennemente sepolto nello champagne. Per alquanto tempo non si parlerà che di lui, in seguito verrà dimenticato dalle moltitudini come, nell’oscuro abisso di ghiaccio, il cadavere del conte. Ma nello stesso modo che io rividi, con orrore, costui, così qualche poeta dello splendido futuro potrà riveder morto, in sogno, negli abissi del passato, il secolo decimonono, sinistro quale apparve negli ultimi anni suoi, spirante superbia, odio, cupidità, odori di profumeria e di putredini.