Antonio Fogazzaro – Il parere di Ulisse

Tu conosci quella sala così elegante e signorile nelle proporzioni, così ricca di fregi nelle pareti e nel soffitto, di marmi preziosi e persino di madreperla nel pavimento, che si direbbe ideata dall’architetto della Casa Reale di Micene per il suo signore Agamennone? il quale vi sta solamente dipinto insieme alla principessa Ifigenia, a monsignore Calcante, ad alcuni ufficiali civili, militari ed ecclesiastici, a soldati, a marinai, a un cane di Corte e ad una cervetta che andrà sotto il coltello invece del giovinetto florido corpo femminile. Il nostro secolo democratico vi ha preso stanza con certi mobili che avrebbero fatto stomaco all’ultimo di quegli argivi dipinti; i quali si vedono continuamente tra’ piedi un andare e venire di male bracati barbari e di barbare cui non sempre Diana avrebbe volute per sè. Ci si fanno molte chiacchiere, in quella sala, ma solamente il cane, un bel grosso cane di Tessaglia, ha l’aria di stare ad ascoltarle dalle pareti. Nessuno degli altri personaggi potrebbe, di solito, pigliarci interesse, tranne forse la principessa, che, pur di cambiare posto, entrerebbe nel “Kränzchen” delle signorine, e vestirebbe persine un reo costume di madame M.

***

Ma nel luglio di ciascun anno le cose cambiano e quei grandi Achei non possono a meno di seccarsi dei discorsi di questi piccoli italiani, i quali non parlano quasi più che di lingua greca, e ne parlano senza un riguardo al mondo, come se fossero in casa propria e soli. Forse qualcuno di noi piglia Calcante per Abramo, Ifigenia per Isacco, la cervetta per il caprone e si crede in casa di ebrei. Anche iersera, proprio ai piedi di Agamennone vi era un piccolo guazzabuglio di cappellini oscillanti e di ventagli battenti, con qualche piuolo mascolino nel mezzo, dove la lingua di S. M. era trattata del tutto senza complimenti. “Oh Dio, quel greco!” diceva una signora veneziana, nonna di un liceale. “Quel malignaso greco!”
– “La tasa, contessa!” esclamava la sorella d’un altro liceale con un consenso profondo. “È una lingua barbara, già” disse ossequiosamente un maestro di musica. Una mamma che ha due rampolli impaniati, uno in Platone e l’altro in Senofonte, non faceva che battersi nervosamente il ventaglio sul petto, mormorando con gli occhi rivolti al cielo: “Pori tosi, pori tosi!” E finalmente un’altra signorina focosa, capricciosa, con due occhi prepotenti, esclamò: “È poi anche una lingua ridicola! Quando mio fratello legge quegli sgorbi col professore non si sente che “ohi, cai, ahi, pai, tai, toi, e basta.”
“Signori” disse un grave Acheo dal muro “questa non mi pare convenienza.”
Cioè, disse niente, ma parve a me che avrei detto così anche dipinto.
“E Lei e Lei e Lei” sbuffò verso di me la signorina dagli occhi prepotenti, brandendo il ventaglio come una sciabola “perchè fa quel muso, Lei? Su, dica, fuori! A cosa serve questo greco?”
Serviva certo in quel punto a far vedere due bianchissime file di dentini da pipistrello.
“È più facile dirle, signorina, a cosa non serve. Non serve a ordinare un beefsteak a Corinto nè un gelato ad Atene; non serve a leggere romanzi; non serve a ornare la conversazione italiana; non serve per nomi eleganti di vivande; non serve per fare all’amore se non in qualche rarissimo caso; non serve per avere più facilmente un posto in diplomazia; non si richiede sempre per insegnarlo nei licei e nelle università e molto meno per pubblicare traduzioni di Sofocle o d’Eschilo; non serve finalmente alla professione del droghiere cui è chiamata una moltitudine di anime umane.”
“Allora” replicò la signorina, impavida “a che cosa serve?”
“Questo è un segreto” risposi.

***

Mezz’ora dopo, tutto il guazzabuglio di cappottini, di ventagli e di voci passò nella vicina stanza del piano ed una delle signorine di casa ci suonò ammirabilmente Grieg. Io non dirò che per qualcuno di quegli uditori Grieg e greco fossero due cose molto simili come nel suono dei nomi così nella oscurità della sostanza. Quanto a me, che trovo Grieg assai chiaro malgrado le sue stranezze, mi posi a sedere guardando quell’affresco stupendo dove il pittore d’Ifigenia gettò, fuori d’una grande arcata classica, le onde chiare dell’Egeo, Calipso e un’ancella nel bagno, una costa bianca come Albione che par dipinta col siero, e sul davanti, gittò a sedere in un angolo del parapetto, con le gambe dentro la stanza, un tenebroso Ulisse meditabondo e triste, dipinto col sangue, con la bile e con l’ombra. Giacomo Zanella voleva che quell’ingrugnato greco fosse Achille perchè la Dea nel bagno gli pareva alquanto vecchia e perciò più simile a Teti che a Calipso; ma il nobile poeta non pensava che appunto le prime rughe di Calipso rendevano meditabondo quel Savio e voglioso di pigliar il largo. Io che quando sento della buona musica faccio volentieri a meno di ascoltarla e vado invece a caccia di fantasmi, mentre passava un adagio di Grieg accorato, stanco e meditabondo come Ulisse, diedi la vita a quell’uomo dipinto e mi posi a parlargli con la foga con la quale son uso parlare io quando taccio:
“Consiglia tu, Odisseus dai molti consigli. Di’ tu se noi barbari dobbiamo gittare ancora le perle della tua lingua regale, matribus detestata, a tutti i nostri figliuoli che le mastichino durante cinque anni nient’altro che per la gioia di poterle un giorno sputar via per sempre. Di’ tu, o vagabondo straccione pastore di popoli che sai le leggi e i costumi di mezzo mondo, di’ tu se non sarà bene per noi di aprire le porte amare della scuola di greco e mandarne liberi tutti i droghieri per torto di nascita, tutti gli sventurati che domandano a cosa il greco serve. Noi, noi resteremo nella scuola, noi poeti, noi per diritto di nascita cultori della bellezza, noi ancora innamorati di Elena, di Calipso…”
“Pigliatevela” mormorò il traditore.
“….di Elettra e di Antigone: noi che soli ancora sentiamo la divina dolcezza del vostro idioma, ahimè lacerato adesso nei dittonghi più armoniosi da una rinnovata barbarie. I pensatori resteranno nella scuola e i discepoli ardenti che pendono ancora dal labbro di Platone e non si rifiutano di ascoltare Aristotile. Resteranno nella scuola gli spiriti amorosi del passato, quelli che si ristorano deliziosamente in Erodoto, che si travagliano con ardore su Tucidide e che non si rifiutano talvolta di dormire sopra Senofonte. La tua lingua insemina, o re, e la grande arte di cui tu stesso fosti maestro avranno ancora e sempre il culto degli spiriti eletti, ma più libero, più degno. Leva il volto e parlami. Metti una volta fuori anche qui le parole tue che sogliono sul principio cader lente e placide come neve senza vento. Mettile fuori una volta sincere, se puoi, o augusto bugiardo dalle gambe corte!”
Ulisse levò il volto e mi guardò.
“Tu restare a scuola?” diss’egli. “Tu sei vecchio, tu non vai più a scuola. La mia lingua, i poeti italiani che non vanno più a scuola, la sanno.”
“I nostri padri” incominciai “Giacomo Leopardi, Ugo Foscolo…”
“Non i vostri padri, ma voi, dico.”
“Noi, noi…… Può essere che qualcuno di noi la sappia. Certo qualcuno finge di saperla. Quanto a me, il passare dai libri moderni e dalle faccende tediose al racconto che Omero scrisse de’ casi tuoi mi parve sempre uno scendere dal più cocente polverio estivo in acque fresche e pure che vadano con moto blando.”
“Bene; ma lo sai, tu, il greco?”
“Quante volte non lessi nell’originale quel passo dove Omero ti descrive appunto pensoso, presso al mare, della tua patria lontana!”
“Bene; ma lo intendevi?”
Esitai un poco e poi risposi:
“Amico, ti confido che tenevo un’Odissea pubblicata Parisiis editore Ambrosio Firmin Didot, con la traduzione latina a fronte del testo.”
Incominciarono allora le famose parole placide e lente come la neve:
“Doveva essere così. Qui la mia lingua non è morta; è rimorta. Puzza; buttatela in mare. Le correnti la riporteranno al Jonio, dal Jonio si spanderà nell’Egeo. I flutti la faranno suonare intorno ai lidi del Peloponnese e dell’Attica, intorno alle isole e fin sulle prode Retee. I figli de’ figli miei, che torneranno grandi, la serberanno con fede e amore nei loro sacrarii come i sacerdoti dell’India serbarono nei templi loro un’altra lingua, morta forse nel dare alla luce la mia. E voi latini, voi germani, voi slavi, se vi punge desiderio della nostra grandezza, andrete colà pellegrini.”
Questo mi parve un consiglio da vile oste e volevo sostenere il mio punto; ma due signorine suonavano allora a quattro mani un certo Pascolo dell’innocenza, onde, malgrado il vivissimo dispiacere mio e, credo, anche di Ulisse, non si potè a meno di addormentarci tutt’e due.