Antonio Fogazzaro – La Nitália l’è brodéga

Andavo a piedi da Vezzano del Trentino a Castel Madruzzo, avendo per guida e portatore un omettino sui cinquant’anni, piccolino, bruttino, giallognolo, umile come un fraticello. Non aveva un bel nome ed era salutato per nome da quanti incontravamo. – Addio, Patata. – Bondì, Patata. – Com’ela, Patatina? – Èi doi i fiorini stavolta, Patata?
Patata rispondeva con garbo a tutti. Solo mostrava turbarsi delle allusioni alle mie future larghezze. All’amico dai doi fiorini rispose: – Oh sì, mato – con quella cantilena trentina, intonata, nelle risposte, di blanda meraviglia e di correzione giudiziosa, che vi fa colà sentire un mite sapiente disturbato nel suo chilo in ciascuno cui avete chiesto la strada o il nome di qualche bicocca dei monti. Questa modestia di Patata mi commosse. Egli era del resto, un santerello. Faceva divotamente di berretto alle immagini sacre, mi raccontava con molta compunzione le buone opere del parroco tale e del parroco tal altro, i miracoli operati dal patrono del suo paese nativo, una terricciola di Val d’Adige. Udite se la sua pietà era sincera e profonda. A Calavino entro da un tabaccaio a comperarmi delle sigarette e intanto lui resta fuori a discorrere con un prete. Quando mi volto per uscire, odo Patata che dice:
– E come stalo po’, sior decano, el so zio? – Eh caro – risponde il prete – è più d’un anno ch’è andato in Paradiso. – Patata si reca una mano al berretto, l’altra sul cuore, fa un inchino e dice gravemente: – Ben fato.

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Ma io porto Patatina nella memoria per un altro episodio di quel viaggio. Si stava girando il fianco del monte sotto le torri diroccate di Castel Madruzzo, che guardano in giro un gran vuoto e quindi una ressa, un disordine di monti indietreggiati d’ogni parte, come per far largo al signore. Riconobbi i pressi di Castel Toblino, e, siccome contavo passar la notte a Castel Madruzzo, pensai che avrei volentieri riveduto, l’indomani, il laghetto di Toblino. Il cielo era sereno quasi del tutto. Però in un angolo del mezzogiorno veniva su dall’invisibile Garda una gran fumata di nuvoloni densi. – Sentite un po’ – dissi alla mia guida. – Che tempo avremo domani? – Patata si fermò, guardò il cielo a destra e a sinistra, e considerò poi a lungo la fumata del Garda. – Ma, sior! – rispose con un tono di cattivo augurio. – La Nitália l’è brodéga.
Nel suo linguaggio ciò significava: – L’Italia è sporca. – Replicai: molto! E come si potrebbe pulire? – Elo el scherza, sior. – Niente affatto. Come si potrebbe pulire? – Mah, se Quel de sora el vol, salo….! – Ma come, si potrebbe provar noi? – Patata sorrise con finezza. – S’el vol che soffiente, sior?… Ch’el soffia elo che po soffierò anca mi. – Io non dissi nulla, ma sentii la profondità del concetto di Patata: per pulire l’Italia non c’è che Domeneddio e il solo rimedio umano sarebbe di soffiar dentro tutti quanti nelle immondizie, con quanto fiato si ha in corpo.
Mentre salivamo il valloncello ombroso “delle marmotte” intagliato a tergo di Castel Madruzzo nel gran sasso biancastro che lo porta in testa e che porge al sole sull’opposta faccia scoscesa ulivi e agavi, il cielo si andava già oscurando. Poco tempo dopo, quando nel cortile del castello contemplavo con i miei ospiti e con altri amici le torri spettrali, i baluardi ruinosi, il vecchio noce pendente in un angolo sul pozzo, la signorile casa del cinquecento, nido di un Madruzzo cardinale, accanto alle rovine del duecento, covo d’un Madruzzo ladrone, cominciò a soffiare acqua e pioggia dalla montagna calva che sale dolcemente dietro il castello. Ci rifugiammo nella sala dove forse Carlo Gaudenzio Madruzzo, nato in Issogne, come tu sai, Giacosa, da una Challant, pensava, guardando il magnifico paese a’ suoi piedi, che avrebbe volontieri peccato mortalmente pur di non lasciar uscire di famiglia il vescovado di Trento. Tuonava, lampeggiava, ondate di pioggia battevano furiose i vetri; o proprio in quel momento, per un caso di cui la Italia sporca non era affatto in colpa, alcune case ardevano da lontano verso levante, si udivano fra un tuono e l’altro tante campane di paeselli suonare a stormo.
Alla sera il cielo si rischiarò, uscì la luna e andai a goderla con due amici sul terrazzo di un torrione. – Bene! – esclamai lassù guardando il cielo – la Nitàlia non è più bròdega. – Ciò condusse il discorso sulle sentenze di Patata e sugli scandali bancari italiani.
I miei amici misero fuori innanzi tutto la loro inorridita onestà. Quanto ai rimedii, l’uno invocò la caduta del Ministero e della Camera, l’altro suggerì una gran frittata di ministri, di deputati e di senatori. Io apersi allora il mio cuore e parlai così:

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Non facciamo della politica come se fossimo al caffè Aragno. Qui siamo assai più in alto, in una solitudine, mille rovine di una forma sociale. Non parliamo di cambiare Camere o Ministeri. Quand’anche riesciste ad avere un Ministero Patata, che sarebbe il più onesto governo possibile, e quand’anche il mio Patatina v’imbandisse la frittata che desiderate, ciò non farebbe che ritardare forse d’un’ora il grande, provvidenziale processo di disorganizzazione in corso. Se siete uomini politici, pensate a guadagnare quest’ora; se non lo siete pensate ad altro. Facciamo come gli amici di Giobbe seduti intorno al suo giaciglio immondo. Prima piangiamo pure; ma poi non suggeriamogli i bagni di mare, nè la bambagia fenicata, nè le pennellature di iodio nè alcun empiastro. Confessate intanto la corruzione segreta delle moltitudini che gridano contro le corruzioni pubbliche. Oggi la gente, nel suo segreto, apprezza sopratutto il danaro; perciò non grida tutta insieme che quando vede in alto mani rapaci adunghiar danaro non dovuto ad esse. Allora poi va fuori dei gangheri. Ma questi sono i fiori e non la radice del male. Vi ha chi strepita pure contro le cause immediate della disonestà, il lusso, i piaceri, le vanità, il mal costume. Ma queste sono solamente le frondi del male. Poi vi ha un partito che attribuisce, in sostanza, tutti i guai all’impoverimento della Chiesa cattolica e alle società segrete che le fanno guerra; ma il primo non è un male e le seconde sono un ramo non la radice del male. Vi dirò una cosa strana che io penso: la radice dei clamorosi mali che voi lamentate è un gran bene.

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Voi udite ripetere dalle persone religiose che la società si scristianizza ogni giorno. Non è vero; è l’opposto che succede. Alle putrefazioni scandalose nell’alto corrisponde sempre il salire di una grande idea cristiana nel basso. Ciò che vi ha di più contrario a lei nell’ordine sociale, intristisce a quel recondito contatto, si corrompe, si putrefa. Guardate la decadenza romana e l’alta società francese quando vi si formavano i primi germi della Rivoluzione e vi fermentava sotto, non conosciuta ancora, una grande idea cristiana di eguaglianza civile. Tutto ciò che godeva privilegi cadeva in una putrefazione schifosa. Adesso fermentano in Europa i germi di un’altra rivoluzione, ed è una grande idea cristiana di giustizia economica, non conosciuta ancora, che sta salendo. Perciò ribollono in alto le cupidigie disoneste del danaro e le corruzioni dei nostri ordinamenti economici vengono continuamente a galla. Badate bene che i progressi dell’idea cristiana sono comunemente iniziati, aiutati da gente anticristiana: nel secolo scorso, dai filosofi dell’Enciclopedia, nel secolo presente dai socialisti negatori del Cristianesimo, gente che crede andare dove vuol lei, e va dove nè lei nè altri sa, dove vuole una Legge superiore. Se credeste spaventarmi con gli anarchici, vi direi che saranno essi pure strumenti inconsci di una trasformazione cristiana della società. Anche il Macaulay si spaventava di simili orde selvagge, vedeva raccogliersi all’ombra delle nostre chiese e dei nostri musei altri Goti, altri Unni, altri Vandali pronti a distruggere la civiltà moderna. Ma sono appunto i barbari che hanno trasformata la civiltà pagana in cristiana.

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Vi dico io che non vi sia nulla da fare? No, vi dico solo che operar sui Ministeri e sui Parlamenti è più che inutile; bisogna operar sulle anime, nel senso stesso dell’idea cristiana che va trasformando il mondo. A operar sulle anime in un senso religioso qualsiasi, la letteratura moderna ci pensa. Proprio adesso il conte Tolstoi si è battuto con Emilio Zola circa questo punto. Zola predica la religione della scienza e del lavoro; Tolstoi, dopo un’acuta e acerba critica di questa religione, predica il non agire, chiede ai lavoratori di fermarsi, di riflettere su quel che fanno, di domandarsi perchè lo fanno e a cosa serve.
– Trasformate – egli dice loro – la vostra vita pagana con il concetto cristiano dell’amore. L’amore per gli altri diventi il solo movente delle vostre azioni. – Egli esalta Alessandro Dumas che scrive le stesse cose al direttore del Gaulois. Ora io vorrei dire, se lo posso col debito rispetto, che il cervello del conte Tolstoi è un meraviglioso meccanismo dove alcune ruote non lavorano perfettamente bene.
Lasciamo stare ciò che il consiglio ai lavoratori di non agire per riflettere, può avere d’irragionevole e anche di amaro; lasciamo stare che il consiglio di amare gli altri sopra noi stessi va contro la natura e contro l’ideale cristiano; ma al conte Tolstoi che condanna lo Zola perchè propone agli uomini una religione vaga e indefinita, al conte Tolstoi che condanna il Credo positivo delle Chiese cristiane, io domando in nome di qual fede egli voglia imporci sacrifici così grandi e se la fede sua non sia vaga e indefinita quanto qualsiasi altra.
No, è un’altra l’idea cristiana per la quale tutti dobbiamo combattere se vogliamo aiutar a purificare il mondo e che noi artisti predicheremo, anche perchè il clero, forse, non può farlo in chiesa. Per infinita gente l’ideale cristiano è semplicemente la salvezza delle anime, la vita eterna. Ora ve n’ha un altro per il quale milioni e milioni di cristiani pregano ogni giorno con le labbra senz’averne una chiara coscienza nel cuore. Il movimento della evoluzione umana tende a uno stato di cose in cui tutte le istituzioni familiari, sociali, politiche, le attività economiche, scientifiche, artistiche prendono legge da un ideale di bontà, di verità, di bellezza, riconosciuto come volontà divina. Questo regno di Dio ch’è già fra noi, che si sviluppa continuamente, è pure un ideale cristiano. Il nostro dovere è di annunciarlo con un’ardente, incrollabile fede, la nostra gloria è di dare ad esso l’opera nostra e ogni necessario sacrificio, pronti a discendere nella tomba senza averne veduto un progresso sensibile, sapendo che decine di secoli non basteranno alla sua manifestazione completa sulla terra. Lasciamo corrompersi ciò che deve corrompersi e aiutiamo ciò che sorge. Diciamo a tanti cristiani, chiusi in una specie di egoismo religioso, che quando hanno cercato di salvare l’anima propria e hanno beneficato il prossimo principalmente con questo fine, non hanno fatto tutto. Devono ancora lavorare, ciascuno come può, alla trasformazione cristiana della società, non per il loro profitto personale in questa o nell’altra vita, ma per la gioia di secondare il disegno divino, di servire Iddio senza stipendio. Il loro criterio per promuovere ed aiutare una riforma sociale o no, è la relazione di questa riforma con l’idea cristiana. S’inganneranno, sbaglieranno strada, ma il loro lavoro non andrà mai perduto, affretterà quella evoluzione di cui nessuno può prevedere bene la forma e che è la risultante d’infinite forze. Il diritto di associazione pone ogni infimo cittadino in grado di prender parte a questo spontaneo e libero lavoro. Bisogna fare dentro il seno del cristianesimo ciò che le recenti società tedesche, inglesi, americane di cultura etica credono a torto poter fare senza qualsiasi base religiosa, nè ristretta nè larga. Se i vantaggi diretti non saranno grandi, i vantaggi indiretti saranno immensi. Non conosco ideale che possa maggiormente appassionare lo spirito umano; perchè, io vi ho parlato di riforma sociale, ma tutto è da riformare per il regno di Dio, anche l’indirizzo della scienza e dell’arte. Nulla purifica lo spirito umano quanto la passione per un’idea anche se quest’idea è falsa. Quando si facevano le rivoluzioni a mano armata per un’idea, il popolo era preso da un sacro furore di onestà; neppure i ladri osavano, in quel momento, rubare; se uno avesse osato, era morto. Noi vedremmo il movimento per quest’altro ideale operare nel seno stesso del cristianesimo, lasciandone intatte le dottrine, una grande purificazione, un grande distacco dagli interessi terreni e dalle passioni politiche. Esso acquisterebbe una forza di espansione che tra noi ha perduta e il miglioramento morale della società non si farebbe attender molto.

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Lo so, il pubblico italiano non è il tedesco, nè l’inglese nè il francese. Gli italiani vanno bastantemente a predica, ma parlare ad essi, fuori della chiesa, di argomenti che, avendo attinenza col principio religioso, sono tuttavia per tutti materia disputabile, è come parlare alle donne di economia politica. Si seccano. Nella massima parte essi credono per non seccarsi e non credono per la stessa ragione; perciò sì quelli della prima che quelli della seconda categoria, considerano inutile ogni discorso su questa materia, malgrado una bella comune ignoranza. Ebbene, bisogna lavorare a muovere anche il pubblico italiano onde non sia inferiore, almeno di curiosità intellettuale, persino al pubblico russo, cui Leone Tolstoi parla in un Messaggero del Nord qualsiasi.

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A questo punto sbucò su dalla botola l’amico Patata, che aveva pranzato nella cucina del Castello e veniva a congedarsi da me.
– E la Nitalia? – diss’io. – Oh, no l’è pu bròdega, no, – rispose l’omino. – Ho soffiato, io, vedi. – Maledeta! – esclamò Patata grattandosi il capo e fingendo maliziosamente una certa ammirazione. – A star in cüsina, me parea ch’el soffiasse Quel de sora, mi.