Antonio Fogazzaro – Solamente le armi?

Io non possa rifiutarmi di aderire a chi predica, in qualsiasi maniera, la pace. Non so comprendere che si condanni una propaganda pacifica per questo che la guerra fu per tutti gli esseri viventi, compresa la specie umana, un potente fattore di progresso. La guerra è dolore. Se una legge di natura trae dal dolore il bene, noi non abbiamo che vedere con essa. Vi ha pure una legge suprema, che ci condanna a morire. Ambedue possono essere salutari al genere umano nella sua condizione presente, ma esse operano al di sopra di noi, della nostra volontà, del nostro potere, come le forze che portano il sistema solare, attraverso i cieli, a un destino ignoto. A noi un’altra legge di natura impose l’odio della morte e del dolore; essa vuole da noi che facciamo ogni sforzo di prolungare a noi stessi e agli altri, con la scienza e con l’amore, la vita e la pace. Sarebbe follìa disobbedire a questa legge in nome del progresso umano, di un movimento non diretto da noi, prodotto da energie diverse e anche opposte, da un meccanismo complesso di motori e di freni, che tutti debbono agire secondo la loro natura.
Il nome della pace, però, è così santo, che non mi piacerebbe udirlo pronunciare invano. La guerra tra le nazioni è una crisi esterna, determinata da un processo interno. È inutile lavorare contro la crisi e anche contro le cause immediate della crisi, se non si combatte il processo precedente, come è inutile porre dei cataplasmi sopra la pelle livida di un isterico. Per questo i Congressi della Pace paiono vani a molte persone. Il genere umano è malato di morbo bellicoso nei visceri, e bisogna curarne i visceri, bisogna ricercare quali forze abbia l’organismo sociale in sè stesso, atte a reagire contro il morbo; bisogna aiutarle e dirigerle.
Il movimento economico, il moltiplicarsi delle relazioni d’interesse fra popolo e popolo, il progrediente sviluppo delle attività che più abbisognano di pace: ecco sicuramente una di queste forze salutari. Essa opera da sè e non ha bisogno di stimoli. È tuttavia possibile di aiutarla indirettamente, combattendo tutto ciò che impedisce o ritarda l’azione sua. Diciamo dunque: giù le barriere doganali, giù i monopolii, giù tutti i ceppi della libertà commerciale e industriale.
Ma poi vi hanno due grandi movimenti che tendono, per vie diverse, alla pacificazione interna dell’umanità e che importa di aiutare e dirigere: il socialismo e il cristianesimo. Ambidue esercitano una potente azione unificatrice. Il primo unisce gli uomini nell’odio mediante un ideale di giustizia terrena, il secondo li unisce nell’amore mediante un ideale di giustizia celeste. Possono a vicenda combattersi, ma il loro antagonismo non è necessario, essendo la giustizia, al postutto, una sola sulla terra e nel cielo, l’amore del giusto e l’odio dell’ingiusto essendo due faccie d’un solo vessillo.
Intanto, si combattano o no, un’associazione di lavoratori che si chiama “internazionale” e un’associazione religiosa che si chiama “assemblea universale” conducono fatalmente insieme a trasformare il concetto di patria e i sentimenti che vi hanno radice, a correggere piano piano un patriottismo ristretto, vanitoso, orgoglioso, ombroso, feroce, pieno di pregiudizi, principal causa dei conflitti umani, degno di gloria nel passato, degno di ragionevole ossequio nel presente, degno di esecrazione in un lontano avvenire.
Il movimento socialista è il più mortale nemico di questo patriottismo augusto. Ora si può non essere socialisti positivi, è difficile di credere nelle panacee che il socialismo ha proposto finora; ma, se si è amici della pace, bisogna chiarirsi almeno socialisti negativi, riconoscere che nella critica il socialismo ha in gran parte ragione, che una futura trasformazione, secondo utilità e giustizia, degli ordini sociali, è certa, in virtù di leggi generali e superiori, come son certe le trasformazioni passate; che un’alleanza è naturale fra quanti, senza distinzione di patria, invocano un ordinamento sociale migliore. Diciamo dunque: giù le glorificazioni a oltranza del patriottismo ristretto, giù le repressioni del socialismo che non assale a mano armata, le condanne di ogni atto che pacificamente significhi la solidarietà di tutti i lavoratori.
Si può non essere socialisti, ho detto; non si può invece, se si vuole risolutamente la pace, non essere cristiani. Poichè vi ha nel mondo una religione che proibisce di offendere i nostri fratelli e impone agli offesi il perdono; che proibisce di sacrificare il diritto altrui all’interesse nostro e impone la restituzione del mal tolto, beni, libertà o indipendenza; che proibisce di attentare alla vita umana e impone a chi governa la più terribile responsabilità; che promette ai suoi, come premio supremo, la pace in terra e nel cielo; poichè vi ha una simile religione, folli voi, che volete pacificare il mondo, se operate fuori di essa. Se non foste cristiani, dovreste fingere di esserlo, se non credeste in Cristo, dovreste pur sempre cercare che la sua parola fosse obbedita. Giù dunque la guerra contro il cristianesimo, contro l’istruzione religiosa, giù i pregiudizi dei piccoli cervelli, che nel cattolicismo vedono soltanto la misera questione politica italiana, sentono soltanto il cattivo odore di un piccolo potere morto e non ancora sepolto!
Ma non basta; bisogna rispettosamente chiedere che qualche cosa muti anche dentro la Chiesa. Il glorioso S. Francesco d’Assisi collocò un giorno quattro de’ suoi a fronte dei quattro venti e disse: andate, predicate la pace. Bisogna richiamare nella Chiesa questo sublime spirito ardente, domandarle di opporre alle agitazioni bellicose non qualche mite consiglio, qualche blanda preghiera, qualche dimostrazione pro forma, bensì tutta la sua potenza. Bisogna chiederle di por giù le prudenze del mondo e di usare le audacie dei Santi. Bisogna chiederle, col linguaggio della fede e dello zelo, di por giù certe considerazioni terrene, di parlare alto ai prepotenti, principi o popoli, ne speri ella favori o no. Bisogna chiederle di smettere i Te Deum per le stragi vittoriose e le benedizioni alle navi da guerra, di pregar solo in ogni tempo, in ogni luogo, fra i vincitori e i vinti, a una voce, per la pace e per la giustizia.
Chi lavora contro la guerra fuori del cristianesimo, in nome della pietà e dell’orrore, si persuada che lavora invano. La pietà e l’orrore del sangue versato parlano naturalmente così forte nel cuore umano, che nulla vi può aggiungere qualsiasi retorica. Per questo verso, più dei discorsi sentimentali, giovano le invenzioni terribili di cui si arricchisce ogni giorno la scienza militare. Essa va convertendo gli uomini alla pace con la paura dell’inferno; ma è da preferire che le si convertano per amore di Dio.