Antonio Fogazzaro – Suonatina per orsi

La più misteriosa, forse, fra le radici più oscure de’ miei sentimenti, è una sottile, profonda radice di simpatia per mastro Bruno, l’onesto mangiatore di miele. Io mi sono sempre sentita viva questa radichetta nella parte inferiore del cuore, piuttosto a sinistra che a destra, prima ancora di accorgermi che spuntavano da quella stessa parte i miei sentimenti poetici e le mie idee evoluzioniste.
Si comprende che avendo io secondato per tanti anni le inclinazioni più sinistre del mio cuore, mi sia ora impossibile di udire che anche un solo orso, un solo tapino orsacchiotto va ballonzolando per la città, senza correrne subito in cerca e cacciarmi, nel mezzo della via, tra quei poeti e filosofi che stimano degno uno spettacolo simile di lasciar per esso la casa, la famiglia, il marciapiede, le cure della vita.
Ciò è naturale; è strano invece che il mio destino, per alimentare questa simpatia e per condurmi con essa ad una illuminazione interiore della quale dirò in seguito, mi abbia fatto capitare alle mani, di tempo in tempo, certi volumi di poeti dove la bonaria e poderosa figura del grande plantigrado mi si affacciava tra pagina e pagina con quel suo magnetico sguardo triste.
Primo mi comparve, nell’epica larga e serena di Goethe, il vero orso classico, il sempliciotto Braun che, burlato atrocemente da Reinecke il volpone, lascia le orecchie, la pelle del muso e gli artigli delle zampe anteriori nel fesso di un tronco d’albero e, insultato, picchiato dai villani con le mazze, dalle villane con le granate, persino dalla serva del prete con le molle, cieco di dolore, corre all’impazzata, si caccia fra le femmine strillanti, salta nel fiume e si salva solo perchè anche Frau Jutte, la fantesca, è ruzzolata nell’acqua, e tutti si voltano a pescar lei. Più tardi, quando mi perdevo deliziosamente nella selva magica dei canti di Heine, ecco che v’incontro fra gli abeti Atta Troll, l’orso romantico, e Frau Mumme, la sua venerabile dama. Atta Troll mi affascinò e mi turbò insieme. Egli non somiglia punto a Braun. È un bestione soprannaturale, un’idea di poeta fatta orso; vi è in lui qualche cosa d’umano. Atta Troll parla in versi; ciò prova che non è ancora un animale ragionevole, benchè forse lo potrebbe diventare. Insomma, quest’animale poetico m’ispirò un primo sospetto confuso di relazioni possibili fra l’orso e l’uomo. Nel tempo migliore della mia giovinezza diventai amico ad uno de’ più squisiti e delicati artisti di Francia, il Merimèe; e subito egli mi presentò l’orso mistico, Lochis, l’orso dalle passioni sovraorsine, che ambisce mescolarsi alla specie umana. Lochis afferra nel fitto della foresta una bella contessa cacciatrice, la porta via correndo, e, molto meno bestia di Atta Troll, si guarda bene dal parlarle in versi. La giovane signora ritorna poi al suo castello. Non ha una sola graffiatura, ma è fuor di senno per sempre, e mette alla luce un essere ambiguo, bellissimo, intelligentissimo, che ha la istintiva cupidigia del sangue, del più giovanile, del più puro, del più dolce. Egli s’innamora, s’ammoglia e, la prima notte, in un accesso di ferocia, sgozza con i denti la sua fresca sposa. L’imperatrice Eugenia e le sue dame non intesero questo racconto enigmatico quando il Merimèe lo lesse loro. Quanto a me, esso mi offese perchè mi parve ingiusto verso la specie orsina; ma intanto l’idea di un’affinità fra le due specie faceva occultamente molto cammino nell’animo mio. Pochi anni or sono mi diedi a studiare la origine delle specie animali inferiori, e mi convinsi che son tutte procedute poco a poco da una comune origine e che l’uomo stesso, ultimo venuto, è carne della loro carne. Mi persuasi dunque della nostra parentela con esse, mi parve ritrovare nel cuore umano traccie di tutte le bestialità che sono sulla terra, nell’acqua e nell’aria. Non avevo ancora pensato a studiare particolarmente le somiglianze morali fra l’uomo e l’orso quando feci conoscenza con le opere d’Ibsen.
Ibsen è nei suoi drammi singolare artista che io non adoro, ma che rispetto grandemente. Però l’opera sua riuscitami più cara e preziosa è una poesia dov’egli svela la sottile arte pedagogica dei domatori d’orsi, il metodo sorprendente col quale s’insegna il ballo a mastro Bruno.
Si piglia, dice Ibsen in questa ispirata lirica, una caldaia, un caldaione grande, lo si capovolge e vi si accende sotto il fuoco. Subito vi si fa salir sopra l’orso e ve lo s’incatena così stretto che non ne possa in alcun modo discendere. Poi si piglia un organino e si suona un’aria qualunque. Supponiamo che si suoni “Tutto è gioia tutto è festa” della Sonnambula. Quando l’aria è finita, si ricomincia a suonarla e poi si torna da capo. Intanto il fuoco lavora, la caldaia si scalda, Bruno diventa inquieto, leva pian piano una zampa, la posa, ne leva un’altra, la posa, e così la terza e la quarta, dolcemente. La caldaia scotta, Bruno affretta il giuoco delle zampe. La caldaia brucia, Bruno salta e balla mentre l’organino seguita con la sua gioia e con la sua festa. Quando si fa scendere l’orso dalla caldaia la sua educazione è fatta. Mai più per tutta la vita il mio amico non udrà un organino suonar quell’aria della Sonnambula senza mettersi immediatamente a ballare, tanto gli brucierà il ricordo della caldaia. Sarà inutile, in quel momento, dirgli ch’egli non è ragionevole, giurargli che ha le zampe sul lastrico della via, o nell’erba fresca, o magari sulla neve; a ogni modo Bruno ballerà.
Questa poesia subito accese nella mia mente, tanto a ciò preparata e disposta, una luce mirabile. Vidi la solita prova d’un’affinità occulta dell’orso con l’uomo e mi fu scoperto il segreto della condotta, incomprensibile altrimenti, di moltissimi uomini. Succede infatti a una quantità di persone, anche egregie, di turbarsi, di agitarsi al suono di certe parole innocue, senza che si possa indovinarne una valida ragione. Se voi immaginate che vi sia nella umanità loro una certa mescolanza di natura orsina, intenderete facilmente che il ricordo di qualche spavento associato a una parola, di qualche dolore, di qualche odio, diremo insomma di qualche passata caldaia le faccia irragionevolmente ballare. Rammento io stesso che una volta, mentre tenevo in Napoli una conferenza sulla origine dell’uomo, solo a udir nominare Darwin e le scimmie, alcuni orsi, cui certo in passato era stata fatta una terribile paura col darwinismo materialista, si misero incontanente a ballare nella sala. Ripetei a Milano quella conferenza ed ecco che solo a udir nominare la Bibbia e la Chiesa, qualche orso che aveva ancora la memoria piena di scottature antiche, di roghi, di autodafè, non potè ascoltar altro e si mise furiosamente a ballare. Gli orsi che ballano al nome della scienza e sopra tutto quelli che ballano al nome della Chiesa sono i più comuni, s’incontrano a ogni passo, ed è follia tentar di chetarli, cercar che ascoltino e che ragionino.
Essi non ascoltano e non ragionano; hanno in mente le loro caldaie e continuano a ballare. Ma poi vi ha pure un’altra grande moltitudine di orsi politici, dei quali non mi occupo, che non possono udir certi nomi, magari di cose morte, senza mettersi tosto a ballare per la memoria di battiture passate. Io ho conosciuto un letterato italiano di molta fama ch’era stato scottato nella sua gioventù da non so quale strampalata metafora di Victor Hugo, non aveva più voluto leggerne sillaba e, tosto che udiva il nome del grande poeta, ballava. Moltissimi che furono tribolati sui banchi della scuola con Orazio e con Ovidio, quando si parla loro di nuove odi arcaiche, di nuove elegie, ballano col maggior fervore. Alcuni di coloro che vissero, sentirono e pensarono nel nostro paese prima del 1859, hanno un tale ricordo della rovente caldaia austriaca che non soltanto il nome di certi alleati, ma persino il nome dell’arte e della letteratura tedesca li fa inevitabilmente ballare. Io viaggiai una volta con una giovine e intelligente signora che parlava assai volentieri di musica, ne parlava bene e di Rossini neppure poteva udire il nome senza dare in ismanie di orrore. Poco a poco venni a scoprire ch’ell’aveva avuto un vecchio professore d’italiano, gran tabaccone, gran ghiottone, sucido, noioso e odioso a lei, fanatico di Rossini. Conosco adesso che la dama era una piccola graziosa orsa bianca. Insomma io prego ciascuno che osserva le anime umane, di accendere il suo lumicino a questa fiaccola offerta dall’Ibsen e di viaggiare il mondo con esso. Non esito a dire ch’egli spiegherà la maggior parte delle opinioni e dei sentimenti umani, non con la ragione, ma con la caldaia. Stolto, costui, se accuserà gli uomini! La colpa è della bestia.
Il destino che mi ha fatto incontrare Ibsen, mi ha poi condotto a scrivere queste righe nell’Engadina, un classico paese di orsi, dove la zampa dell’onesto Bruno è glorificata negli stemmi più illustri. Non sarei venuto a scriverle qui se le credessi ingiuriose per la specie orsina. Io le voglio bene, le perdono volentieri questa eccessiva vivezza della memoria; e nella sua stessa stupidità onoro il carattere. Certo la preferisco pura anzi che mista alla specie nostra. Una gentile fanciulla di Silvaplana mi parlò spontaneamente, giorni sono, degli orsi, che abbondano su queste montagne: “Essi sono rispettosi” diss’ella. E suo padre, che si divertiva a parlarmi latino, soggiunse: Ursi sunt philosophi montium, senatores reipublicæ helveticæ. Mentre un mio giovane compagno di viaggio correva al pianoforte, cercando di farne calar qualcuno alla sua musica, io pensai che quei tali orsi del mio paese non sono sempre filosofi nè rispettosi, e che io conosco forse meglio del mio amico pianista l’arte di farli ballare.