Antonio Gramsci – Bisogna parlar chiaro

Dopo aver letto il nuovissimo manifesto lanciato al proletariato d’Italia e «gli sfruttati tutti» dal Partito socialista e dalla Confederazione generale del lavoro ogni operaio è naturalmente costretto a domandarsi e a domandare: «Quali fini comuni possono proporsi oggi la classe operaia e tutti gli altri sfruttati? Con quale tattica e nei quadri di quale nuovo tipo di organizzazione possono essere raggiunti questi fini? Insomma, cosa dobbiamo fare? Il Partito socialista crede sia maturo il tempo per organizzare i Consigli dei delegati operai, contadini e soldati?».
Queste domande sono perfettamente giustificate. Il manifesto dei socialisti infatti non si riferisce solamente alla lotta sindacale per gli orari e i salari; esso invita «tutti gli sfruttati» a una lotta unitaria contro la speculazione, cioè contro il sistema capitalistico in generale, nelle sue forme immediatamente concrete di protezionismo doganale, di rincaro dei viveri, di disoccupazione. La lotta sindacale appare nel manifesto solo come motivo particolare di un quadro piú ampio e comprensivo. Gli operai e i contadini organizzati nelle Camere del lavoro e nelle Federazioni appaiono nel manifesto solo come l’avanguardia dell’esercito che si vuole mobilitare. Perché? A qual fine? Con quale indirizzo? Non essendoci in vista né elezioni parlamentari… né elezioni municipali, lo scopo di questa mobilitazione dovrebbe essere solo rivoluzionario, dovrebbe essere: come programma minimo, l’organizzazione di un sistema di Consigli per il controllo sulla produzione e sugli scambi, di Consigli eletti da tutti i lavoratori, manuali e intellettuali, organizzati e disorganizzati, comunisti, socialisti, sindacalisti, anarchici, popolari; come programma massimo, l’organizzazione di Consigli di deputati operai, contadini e soldati che si propongano di lottare per sostituire nel potere statale, il Parlamento e i Municipi. Cosa vogliono dunque i socialisti? Il manifesto deve essere precisato, deve essere postillato, deve essere chiarito. Le masse operaie non devono piú essere adoperate per esercizi sportivi di dubbia origine e di ancor piú dubbio carattere.
La realtà è troppo tragica perché si possa scherzare colle parole a doppio senso. I comunisti non daranno un momento di tregua ai capi del socialconfederalismo: nelle assemblee, nei comizi, in tutte le riunioni li metteranno con le spalle al muro. D’accordo che alla lotta sia necessario chiamare non solo gli operai e i contadini organizzati, ma le piú grandi masse della popolazione sfruttata, i comunisti insisteranno infaticabilmente nel domandare parole d’ordine precise, fini reali, metodi concreti di organizzazione e di controllo delle grandi masse sui capi responsabili. Gli operai e i contadini, entrando in lotta, arrischiano tutta la loro vita e la vita dei loro famigliari; se i capitalisti, alle prime avvisaglie di controffensiva proletaria, attuano la serrata generale, cosa faranno i socialisti? Se una nuova azione fascista in grande stile viene sferrata contro i lavoratori, cosa faranno i socialisti? Se lo stato maggiore minaccia un pronunciamento, cosa faranno i socialisti?
È giunta l’ora di assumersi tutta la responsabilità delle parole che si lanciano in mezzo al popolo. I socialisti hanno finora attuato la politica del dottor Grillo: come il dottor Grillo distribuiva ricette a destra e a mancina, augurando ai suoi clienti: «Che Dio ve la mandi buona!», cosí i capi socialisti lanciano manifesti demagogici, senza preoccuparsi delle loro conseguenze reali e dei loro risultati pratici. Non si lotta senza un programma preciso e senza una tattica adeguata al programma proposto come fine della lotta. Non si invitano alla lotta le grandi masse popolari senza un piano preciso per il loro inquadramento permanente, per la massima utilizzazione delle energie che vengono in tal modo scatenate. Signori del Partito socialista e della Confederazione generale del lavoro, dovete parlar chiaro; a nessun costo i comunisti vi permetteranno di trascinare il proletariato in una avventura che ripeta l’avventura dell’occupazione delle fabbriche. La posta è troppo grave, la posta è la vita stessa degli operai: se le canaglie massimaliste credono di potersi rifare una verginità rivoluzionaria speculando demagogicamente sull’ultimo quarto d’ora di potere di cui ancora sentono di poter disporre, troveranno chi saprà affrontarli e saprà, senza paure di impopolarità, strappar loro la maschera dalla faccia.