Antonio Gramsci – Il Papa e la Chiesa scismatica

L’unione della Chiesa romana con la Chiesa greco-scismatica, od ortodossa, come volgarmente si dice anche in Occidente, è un’antica aspirazione del papato. La Chiesa scismatica comprende l’oriente mediterraneo, la Grecia, i Balcani, la Russia. Tutta la politica di Benedetto XV di fronte alla Russia dei Soviet si riconnette all’antico sogno dell’unità religiosa cattolico-scismatica. È bene dunque dirne due parole in questa vacanza del trono pontificio.
La Chiesa scismatica è molto meno lontana dalla Chiesa romana di quanto non siano i protestanti delle varie sètte. Essa si staccò dal grembo della cattolicità verso il Mille, per ragioni lambiccate di teologia, e per ragioni anche piú importanti di mentalità e di temperamento.
Non mancarono di tanto in tanto tentativi seri di unità e di conciliazione. Anche modernamente, Leone XIII fece degli sforzi notevoli per la fusione delle due Chiese. Né mancarono negli ultimi decenni episodi di vescovi delle due Chiese, che palesemente si permisero gesti di collaborazione e amicizia reciproca.
Benedetto XV prese un atteggiamento anche piú risoluto verso la conciliazione delle due Chiese.
Egli, tra l’altro, fondò in Roma l’Istituto orientale romano e volle assumere la presidenza, affidandone le funzioni di segretario ad un suo fido, conoscitore dell’Oriente e delle questioni ecclesiastiche orientali, il cardinale Marini. Su tale istituto, il Popolo romano scrive:

Questo Istituto, nel proposito del Papa, doveva accentrare tutte le relazioni del papato con i cattolici ed anche i non cattolici dell’Oriente. Con i quali, dunque, il pontefice, in qualità di presidente veniva a creare contatti ininterrotti, completamente all’infuori della burocrazia di Curia, malevole e spesso boicottatrice.
Non è di oggi il dissidio fra la burocrazia romana della cattolicità e le Chiese d’Oriente. Gelose della propria autonomia, queste non son mai riuscite, non potevan e non possono riuscire gradite ai prelati di Curia, il cui sogno è la strapotenza di dominio, l’accentramento assoluto, nelle proprie mani, di tutti gli interessi spirituali e temporali dell’orbe cattolico. È disgraziatamente la deformazione intima di tutte le burocrazie onnipotenti e centralistiche, da cui non si salva neppure – se pur non n’è inquinata piú d’ogni altro organismo sociale – la Chiesa cattolica.
Non è veramente da dire che la Propaganda fide abbia lasciato svolgersi senza contrasti e inciampi il piano di Benedetto. Verte ancor oggi un dissidio non trascurabile circa il controllo che la detta congregazione vorrebbe esercitare sul Collegio dei Maroniti, che i cattolici libanesi mantengono in Roma. Ma le congiure e le arti dei prelati di Curia trovarono sempre un argine invalicabile nella ferma volontà del pontefice. Il quale, prima di chiudere gli occhi, ha avuto la gioia di vedere il suo Istituto in pieno sviluppo, centro di studi importantissimo, aperto, senza distinzione, – e questo torna ad onore della sua serenità spirituale – ai cattolici, come agli ortodossi, come a tutti i cristiani orientali. I programmi dell’Istituto, da questo punto di vista, non hanno potuto non destare lo scandalo dei Merry del Val, dei De Lai, dei Billot e dei gesuiti.
Evidentemente Benedetto XV, riunendo in Roma i cattolici di tutte le Chiese orientali e fin gli ortodossi o cristiani in genere, per istruirsi sul vero contenuto della dottrina cattolica, tornava al grande sogno dell’unione delle Chiese d’Oriente, e tendeva a rafforzare di fronte ad esse il prestigio e l’influenza di Roma. A questo sogno egli sacrificò con una generosità, che ogni sacerdote d’Oriente vi descrive con profonda commozione, non solo le ambizioni dei prelati recalcitranti, ma le sue principali risorse finanziarie.

Anche l’atteggiamento di Benedetto XV verso la Russia mirava palesemente a tradurre in fatti l’antico sogno, che raddoppierebbe il numero dei cattolici.
Il passaggio dell’ortodossismo greco-scismatico al cattolicesimo romano, non dovrebbe significare un salto dai riti greco-scismatici al rituale latino. La Chiesa cattolica possiede già un rito greco, che usa ufficialmente la lingua greca, ha un organismo esteriore consono alle tradizioni peculiari dei patriarcati bizantini e orientali, permette il matrimonio dei preti. Anche lo spirito politico-religioso del rito greco (cattolico) è informato a un indirizzo di massimo adattamento alle tradizioni e al temperamento orientale.
Ciò dipende da un criterio politico e anche da un criterio di rispetto alle tradizioni. Mentre in Occidente la patristica antica greca è messa in seconda luce da quella latina, e i vangeli ufficiali sono latini, in Oriente al contrario non è possibile prescindere dal fatto che la storia antica della religione è soprattutto greca, come greci sono originariamente tutti i vangeli, greci per la maggior parte i Padri. Il carattere greco-orientale è essenzialmente pedante e sofistico in filosofia e in religione. Mentre le tradizioni della Chiesa occidentale sono soprattutto pratiche, quelle della Chiesa orientale sono fin dai piú antichi tempi teologiche, disputatrici, sottilizzanti. I fondamenti filosofici e teologici del cattolicesimo furono elaborati quasi esclusivamente nella Chiesa orientale, prima che avvenisse la scissione in due confessioni distinte. Attualmente, poi, la Chiesa greco-scismatica è minata da una corruzione forse anche piú profonda di quella che esiste nella Chiesa romana.
In ogni modo, la Chiesa romana ha nel suo spirito conciliativo e nel rito greco-cattolico, una base per la vagheggiata unione.
Rimangono fondamentalmente due fatti che costituiscono difficoltà serie.
Primo. La processione dello Spirito Santo dal solo Padre, come credono gli scismatici, mentre i cattolici affermano, nel Credo, che esso procede tanto dal Padre quanto dal Figlio. Probabilmente, su queste sottigliezze sarebbe possibile un accordo.
Secondo. Il riconoscimento della preminenza del vescovo di Roma. Qui la questione è intricatissima e spinosissima. La Chiesa greca antica (cattolica) ebbe sempre troppa autonomia e importanza, di fronte alla Chiesa occidentale, perché la sua erede scismatica possa accettare senz’altro il papato di Roma. In nessun caso la Chiesa scismatica accederebbe a dei preliminari di accordo, se non a patto di mettere in discussione almeno tutto ciò che il papato lentamente andò acquistando, di predominio e di attribuzioni, dal giorno dello scisma fino ad oggi. E fu questo del papato un processo, sempre piú monarchico, veramente gigantesco, che si tradusse in articoli di fede e culminò nel concilio tenuto sotto Pio IX nel 1869, dove – in mezzo a violente opposizioni di vescovi – venne stabilita l’infallibilità del Papa.
Bisogna poi aggiungere che la parte piú intransigente della Chiesa scismatica non solo nega che il vescovo di Roma sia, egli a preferenza del patriarca di Costantinopoli, il successore di Pietro, ma nega addirittura che Cristo abbia conferito a Pietro una reale preminenza sugli altri apostoli, con le famose parole: «Tu es Petrus, et super hanc petram aedificabo domum meam»; e con l’altro passaggio: «Pasce oves meas».
Monsignor Geremia Bonomelli, nel suo Viaggio in Oriente, traeva conclusioni piuttosto pessimistiche sulla possibilità di un accordo prossimo con l’elemento greco-orientale-scismatico. Probabilmente, se una probabilità, sia pure lontanissima, di unione, dovrà mai affacciarsi, sarà in Russia e nei paesi slavi che il Papa cercherà di far breccia.