Antonio Gramsci – Il Partito Comunista e le agitazioni operaie in corso

Un fremito di lotta percorre le file del proletariato italiano. La massima depressione dell’attività del proletariato è decisamente sorpassata e la lotta di classe va riprendendo il ritmo imponente che aveva prima degli avvenimenti della fine del 1920. L’offensiva capitalistica, il cui inizio si può ravvisare negli episodi del 21 novembre 1920 – un anno addietro – a Bologna, si è andata, nelle sue molteplici forme, scatenando solo dopo che sul morale delle masse aveva avuto il suo malefico influsso la disastrosa politica del Partito socialista e della Confederazione del lavoro, e pur profittando soprattutto degli errori e delle colpe dei dirigenti proletari, non appare essere stata tanto perniciosa quanto questi, se al massimo suo infierire la classe operaia risponde risollevandosi alla combattività di una volta.
Tra il periodo di lotte operaie che la tattica equivoca dei socialisti ha allora sciupato, e quello attuale, vi sono differenze profonde di situazioni e di rapporti di forze. Allora sembrava lasciata agli organismi proletari l’iniziativa dei movimenti e la scelta del programma di conquista, e l’avversario, padronato e Stato, sembrava disorientato e pressoché passivo. Oggi invece è la borghesia con una serie di armi ben temprate che muove contro il proletariato e lo assale sul terreno politico colla reazione e col fascismo, e sul terreno economico colle serrate e le denunzie dei patti di lavoro allora conquistati.
Secondo i socialisti di destra fu una colpa proporsi in quel periodo favorevole obiettivi rivoluzionari troppo grandiosi e irreali e non assicurarsi piú limitate conquiste, nelle quali tuttavia il proletariato si sarebbe saldamente rafforzato. Ma essi non alludono a conquiste economiche, poiché queste in realtà si verificarono su vasta scala, ed evidentemente parlano di un programma politico la cui realizzazione, sul terreno politico, venne impedita dalla conclamata aspirazione alla conquista di tutto il potere alla classe operaia.
Ma costoro non dicono né mostrano quale forma di regime, se non l’integrale possesso della forza statale da parte dei lavoratori, avrebbe garantito il proletariato dal contrattacco borghese. È facile convincersi come, se l’offensiva borghese è derivata dalla reazione al peso che aveva assunto la volontà degli organismi proletari nell’andamento della vita sociale, e dalla coscienza che in corrispondenza a questa influenza apparente non vi era una solida organizzazione di lotta, maggiormente essa si sarebbe scatenata nel caso che le masse avessero appoggiata la loro influenza sociale, non sulla loro organizzazione, ma su ulteriori concessioni ottenute con mezzi pacifici da ipotetici alleati scelti tra la sinistra borghese, sul terreno delle combinazioni parlamentari, o di qualche simulacro di crisi di regime; ora l’unico mezzo, in realtà, di impedire il ritorno offensivo borghese era il disarmo dell’apparato borghese di governo e della borghesia stessa, e la diretta gestione dei poteri e della forza armata da parte del proletariato: ossia la dittatura rivoluzionaria di questo.
Nella situazione odierna, in cui la borghesia tende ad una propria dittatura economica e politica, che lasci immutate le forme del suo regime, ma demolisca i fortilizi della organizzazione operaia e respinga il proletariato alle condizioni di anteguerra e piú indietro ancora, gli esponenti della socialdemocrazia, a cui non può nemmeno reggere il comodo alibi cui rispondevamo or ora, non osano piú formulare alcun programma. Essi sostengono, o piuttosto effettuano, il ripiegamento senza lotta, per non essere costretti ad ammettere la necessità dell’armamento non solo ideale ma anche materiale del proletariato per la lotta di classe, da cui consegue necessariamente il programma del consolidamento di quest’apparato di lotta in un apparato di potere rivoluzionario.
I comunisti invece, coerenti alle accuse che nel «felice» periodo degli anni 1919 e 1920 facevano alla politica dei socialisti di destra, incapace di utilizzare ogni tappa percorsa lottando dal proletariato per la organizzazione delle sue facoltà rivoluzionarie, al di fuori e contro lo Stato borghese, come unica garanzia della difesa di quelle conquiste e della loro integrazione fino alla emancipazione proletaria, i comunisti oggi sostengono che il proletariato deve accettare dalla situazione gli eloquenti insegnamenti di lotta che ne derivano, e deve affrontare i singoli conflitti colle forze avversarie con una visione generale dei suoi compiti che prepari il movimento unico di tutta la classe lavoratrice sul piano rivoluzionario.
Se il considerare come isolate le singole azioni e il vantare la tattica di occupare successivamente e con poco spreco di energia le singole posizioni prendibili, poteva avere un senso nel periodo della avanzata, oggi quel metodo equivale evidentemente all’esporsi a certa disfatta.
I comunisti hanno tracciato il piano di azione proletaria nell’incanalamento di tutte le lotte in un’unica azione del fronte unico dei lavoratori, che abbia come posta tutto il presidio delle conquiste operaie che la offensiva borghese viene ad insidiare. Questo piano si viene tracciando negli stessi avvenimenti, che in modo quasi automatico conducono i lavoratori ad allargare la base dei conflitti, fondendoli con quelli a cui son provocate altre categorie e riunendo rivendicazioni politiche ed economiche.
Mentre questa sintesi degli sforzi è programmaticamente completa nella parola d’ordine del Partito comunista, che deve servire come guida all’azione proletaria, nella realtà ci sono coefficienti che si oppongono alla sua realizzazione, principalissimo tra questi l’atteggiamento dei capi di destra. L’azione verso il fronte unico proletario appare cosí come una doppia lotta: contro la borghesia su fronti determinati dai suoi attacchi e contro i socialdemocratici che impediscono alla organizzazione proletaria di rispondere coll’allargamento del fronte alla tattica borghese, che è di battere successivamente e separatamente le forze operaie.
Il Partito comunista intende in tutta la sua complessità questa situazione, e le difficoltà che si frappongono alla realizzazione della piattaforma di azione unica che esso ha proposta, che culminerebbe nello sciopero generale nazionale, mettendo la lotta su di una via decisamente rivoluzionaria, non lo distolgono dal seguire e dal sostenere tutte le fasi della lotta difensiva proletaria che, sebbene impastoiata dalla dittatura socialdemocratica sulle organizzazioni, volge per successive azioni alla estensione del fronte.
Perciò i comunisti hanno un preciso compito, anche se non si è accettata dai loro avversari la forma di azione che essi ritengono e che è la sola che presenti le vere probabilità di una vittoria proletaria. Essi non si fanno della mancata realizzazione fin dal principio, e da parte di tutte le masse, della loro tattica, una ragione di passività o un alibi per le loro responsabilità; essi sono avantitutto per la lotta, la lotta su due fronti, contro l’aperto avversario borghese e contro il disfattismo interno degli opportunisti.
Quindi il Partito comunista è in prima linea negli esperimenti di azione allargata che oggi si svolgono e che indubbiamente preludono a piú vaste battaglie. È certo che se questi tentativi delle masse falliscono, sarà per effetto dell’influenza dei socialdemocratici che rallentano la diffusione del movimento, e che questi cercheranno di sfruttare le eventuali sconfitte proletarie come conseguenza del metodo dell’estensione dell’azione, mentre sarebbero solo conseguenza di quello della troppo tarda estensione. Ma ciò non toglie che compiendo grandi sforzi non si possa ottenere che anche per questa via, resa meno diretta dalla forza dei disfattisti, si possa costruire l’agguerrimento del proletariato alle lotte supreme rivoluzionarie. Quindi noi siamo, dopo avere bene stabilite tutte le responsabilità, nel pieno della lotta negli scioperi generali della Liguria e della Venezia Giulia; noi domandiamo l’estensione del movimento dei ferrovieri contro l’applicazione dell’art. 56.
Bisogna lottare contro questa situazione per trarre da ogni suo episodio un risultato di esperienze e di allenamenti rivoluzionari, con lo sguardo sempre volto all’obiettivo: azione generale unica di tutti i lavoratori.
Il livello della combattività proletaria andrà crescendo attraverso questi episodi nella misura in cui il Partito comunista sarà giunto a fronteggiare il disfattismo dei gialli. I quali attendono, non meno forse dei borghesi autentici, il rovescio che ripiombi il proletariato nella morta gora della passività e dello sbigottimento.
Ma, dai piú viscidi ai piú cinici nemici del movimento proletario, sembra sentano tutti soffiare ben altro vento: quello della grande tempesta rivoluzionaria.