Antonio Gramsci – Il programma de “L’Ordine Nuovo”

Incominciamo con una constatazione materiale: – i primi due numeri già usciti dell’Ordine Nuovo hanno avuto un diffusione (una diffusione effettiva) che è stata superiore alla piú alta diffusione raggiunta negli anni 1919-1920. Parecchie conseguenze potrebbero tirarsi da questa constatazione. Ne accenniamo due sole: 1) che una rassegna del tipo dell’Ordine Nuovo rappresenta una necessità fortemente sentita dalla massa rivoluzionaria italiana nella situazione attuale; 2) che è possibile assicurare all’Ordine Nuovo le condizioni di una vita finanziariamente autonoma dal bilancio generale del nostro Partito; occorre solo perciò organizzare il consenso che si è verificato spontaneamente, organizzarlo perché esso abbia il modo di continuare a manifestarsi anche se la reazione, come è probabile, voglia intervenire per soffocarlo, per impedire ogni collegamento tra l’Ordine Nuovo e i suoi lettori o addirittura per non permettere che la rassegna a un certo punto sia piú stampata in Italia.
La diffusione raggiunta dai primi due numeri non può che dipendere dalla posizione che l’Ordine Nuovo aveva assunto nei primi anni della sua pubblicazione e che consisteva essenzialmente in ciò: 1) nell’aver saputo tradurre in linguaggio storico italiano i principali postulati della dottrina e della tattica dell’Internazionale comunista. Negli anni 1919-20 ciò ha voluto dire la parola d’ordine dei Consigli di fabbrica e del controllo sulla produzione, cioè l’organizzazione di massa di tutti i produttori per l’espropriazione degli espropriatori, per la sostituzione del proletariato alla borghesia nel governo dell’industria e quindi, necessariamente, dello Stato. 2) Nell’aver sostenuto in seno al Partito socialista, che allora voleva dire la maggioranza del proletariato, il programma integrale dell’Internazionale comunista e non solo una qualche sua parte. Perciò, al secondo Congresso mondiale, il compagno Lenin disse che il gruppo dell’Ordine Nuovo era la sola tendenza del Partito socialista che rappresentasse fedelmente l’Internazionale in Italia; perciò anche le tesi compilate dalla redazione dell’Ordine Nuovo e presentate al Consiglio nazionale di Milano dell’aprile 1920 dalla sezione di Torino, furono dal secondo Congresso indicate esplicitamente come base della riorganizzazione rivoluzionaria in Italia.
Il nostro programma attuale deve riprodurre nella situazione oggi esistente in Italia, la posizione assunta negli anni 1919-20. Esso deve rispecchiare la situazione obbiettiva odierna, con le possibilità che si offrono al proletariato per una azione autonoma, di classe indipendente; deve continuare, nei termini politici attuali, la tradizione di interprete fedele e integrale del programma dell’Internazionale comunista. Il problema urgente, la parola d’ordine necessaria oggi è quella del governo operaio e contadino: si tratta di popolarizzarla, di adeguarla alle condizioni concrete italiane, di dimostrare come essa scaturisca da ogni episodio della nostra vita nazionale, come essa riassuma e contenga in sé tutte le rivendicazioni della molteplicità di partiti e di tendenze in cui il fascismo ha disgregato la volontà politica della classe operaia ma specialmente delle masse contadine. Ciò naturalmente non significa che noi si debba trascurare le quistioni piú propriamente operaie e industriali, tutt’altro. L’esperienza, anche in Italia, ha dimostrato quale importanza; nel periodo attuale, abbiano assunto le organizzazioni di fabbrica; dalla cellula di Partito fino alla Commissione interna, alla rappresentanza di tutta la massa. Crediamo, per esempio, che oggi non esista neppure un riformista che voglia sostenere che nelle elezioni di fabbrica hanno diritto al voto solo gli organizzati; chiunque ricordi le lotte che fu necessario condurre intorno a questo punto, ha un elemento per misurare il progresso che l’esperienza ha costretto anche i riformisti a fare. Tutti i problemi dell’organizzazione di fabbrica saranno dunque da noi rimessi in discussione, perché solo attraverso una potente organizzazione del proletariato, raggiunta con tutti i sistemi possibili in regime di reazione, la campagna per il governo operaio e contadino può non trasformarsi in una ripetizione dell’…occupazione delle fabbriche.
Nell’articolo Contro il pessimismo pubblicato nel numero scorso abbiamo accennato alla linea che il nostro Partito deve tenere nei suoi rapporti coll’Internazionale comunista. Quell’articolo, non fu l’espressione di un solo individuo, ma il risultato di tutto un lavoro di affiatamento e di scambio di opinioni tra i vecchi redattori e amici dell’Ordine Nuovo; prima di essere un inizio fu dunque la risultante del pensiero di un gruppo di compagni, ai quali non si può negare certamente di conoscere per esperienza diretta e per lunga consuetudine di lavoro attivo i bisogni del nostro movimento. L’articolo ha suscitato qualche reazione che non ci ha meravigliato, perché è ineluttabile che tre anni di terrorismo e quindi di assenza di grandi discussioni abbiano creato, anche fra ottimi compagni, un certo spirito settario di frazione. Questa constatazione potrebbe dar luogo a tutta una serie di conseguenze: la piú importante ci pare quella della necessità di tutto un lavoro per far raggiungere alle masse del nostro Partito un livello politico uguale a quello raggiunto dai piú grandi partiti dell’Internazionale. Noi siamo oggi, relativamente, per le condizioni create dal terrore bianco, un piccolo partito, ma dobbiamo considerare la nostra attuale organizzazione, date le condizioni in cui vive e si sviluppa, come l’elemento destinato a inquadrare un grande partito di massa. Da questo punto di vista dobbiamo vedere tutti i nostri problemi e giudicare anche i singoli compagni. Si paragona spesso il periodo fascista al periodo della guerra. Ebbene: una delle debolezze del Partito socialista fu quella di non aver curato durante la guerra il nucleo di 20-25.000 socialisti rimasti fedeli, di non averlo considerato come l’elemento organizzatore della grande massa che sarebbe affluita dopo l’armistizio. Cosí avvenne che nel 1919-20 questo nucleo fu sommerso dal fiotto dei nuovi elementi e fu sommersa insieme la pratica organizzativa, l’esperienza acquistata dalla classe operaia negli anni piú neri e duri. Noi saremmo dei criminali se cadessimo nello stesso errore. Ognuno dei membri attuali del Partito, per la selezione che è avvenuta, per la forza di sacrifizio che è stata dimostrata, ci deve essere personalmente caro, deve essere dal Centro responsabile aiutato a migliorarsi, a trarre dalle esperienze attraversate tutti gli insegnamenti e tutte le indicazioni che comportano. In questo senso l’Ordine Nuovo si propone di compiere una speciale funzione nel quadro generale dell’attività di Partito.
Occorre dunque organizzare il consenso che si è già manifestato. È questo il compito specialmente dei vecchi amici e abbonati dell’Ordine Nuovo. Abbiamo detto che occorrerà raccogliere in sei mesi 50.000 lire, somma necessaria per garantire la vita indipendente della rassegna. A questo scopo è necessario si determini un movimento di 500 compagni ognuno dei quali si proponga seriamente di raccogliere 100 lire in sei mesi nella cerchia dei suoi amici e conoscenti. Noi terremo una lista esatta di questi elementi che vogliono collaborare alla nostra attività: essi saranno come i nostri fiduciari. La raccolta delle sottoscrizioni può essere composta cosí: 1) sottoscrizioni spicciole, di pochi soldi o di molte lire; 2) abbonamenti sostenitori; 3) quote per sostenere le spese iniziali di un corso per corrispondenza di organizzatori e propagandisti del Partito: queste quote non potranno essere inferiori alle 10 lire e daranno diritto ad avere un numero di lezioni che sarà determinato dalle spese complessive di stampa e di porto.
Crediamo di potere, attraverso questo meccanismo, ricreare un apparecchio che sostituisca quello esistente nel 1919-20 in regime di libertà e attraverso cui l’Ordine Nuovo si manteneva strettamente a contatto con le masse nelle fabbriche e nei circoli operai. Il corso per corrispondenza deve diventare la prima fase di un movimento per la creazione di piccole scuole di Partito, atte a creare degli organizzatori e dei propagandisti bolscevichi, non massimalisti, che abbiano cioè cervello, oltre polmoni e gola. Perciò ci terremo sempre in corrispondenza epistolare coi migliori compagni, per comunicare loro le esperienze che in questo campo sono state fatte in Russia e negli altri paesi, per indirizzarli, per consigliare i libri da leggere e i metodi da applicare. Crediamo che in questo senso molto debbano lavorare specialmente i compagni emigrati: dovunque esiste all’estero un gruppo di 10 compagni deve sorgere una scuola di Partito: gli elementi piú anziani e piú pratici devono essere gli istruttori di queste scuole, far partecipi i piú giovani della loro esperienza, contribuire a elevare il livello politico della massa. Certo non è con questi mezzi pedagogici che può essere risolto il grande problema storico della emancipazione spirituale della classe operaia: ma non è la risoluzione utopistica di questo problema che noi ci proponiamo. Il nostro compito si limita al Partito, costituito di elementi che già, per il solo fatto di aver aderito al Partito, hanno dimostrato di aver raggiunto un notevole grado di emancipazione spirituale: il nostro compito è quello di migliorare i nostri quadri, di renderli idonei ad affrontare le prossime lotte. Praticamente queste si presenteranno anche in questi termini: la classe operaia, resa prudente dalla reazione sanguinosa, per un certo tempo diffiderà nel suo complesso degli elementi rivoluzionari, vorrà vederli al lavoro pratico, vorrà saggiarne la serietà e la competenza. Dobbiamo metterci in grado di battere anche su questo terreno i riformisti, che indubbiamente sono il partito che ha oggi i quadri migliori e piú numerosi. Se non cercheremo di ottenere ciò, non faremo mai molti passi in avanti. I vecchi amici dell’Ordine Nuovo, specialmente quelli che hanno lavorato a Torino negli anni 1919-20, comprendono bene tutta l’importanza di questo problema, perché ricordano come a Torino si sia riusciti a eliminare i riformisti dalle posizioni organizzative solo a mano a mano che dal movimento dei Consigli di fabbrica si formavano dei compagni operai capaci di lavoro pratico e non solamente di gridare: Viva la Rivoluzione! Ricordano anche come nel 1921 non sia stato possibile togliere agli opportunisti alcune posizioni importanti come Alessandria, Biella, Vercelli, perché noi non avevamo elementi organizzativi all’altezza dei compiti; le nostre maggioranze in questi centri si sono disperse per la nostra debolezza organizzativa. Viceversa: in qualche centro, per esempio a Venezia, bastò un solo elemento capace, per farci conquistare la maggioranza dopo un solerte lavoro di propaganda e di organizzazione delle cellule di fabbrica e di sindacato. L’esperienza di tutti i paesi dimostrò questa verità; che le situazioni piú favorevoli possono capovolgersi per la debolezza dei quadri del partito rivoluzionario: le parole d’ordine servono solo per far entrare in movimento e dare l’indirizzo generale alle grandi masse; guai però se il partito responsabile non ha pensato alla organizzazione pratica di esse, a creare una struttura che le disciplini e le renda permanentemente potenti: l’occupazione delle fabbriche ci ha insegnato molte cose in questo senso.
Per aiutare le scuole di Partito nel loro lavoro ci proponiamo di pubblicare tutta una serie di opuscoli e qualche libro. Tra gli opuscoli indichiamo: 1° delle trattazioni elementari del marxismo; 2° una esposizione della parola d’ordine del governo operaio e contadino applicata all’Italia; 3° un manualetto del propagandista, che contenga i dati piú essenziali sulla vita economica e politica italiana, sui partiti politici italiani, ecc., i materiali indispensabili cioè per la propaganda spicciola fatta alla lettura in comune dei giornali borghesi. Vorremmo fare una edizione italiana del Manifesto dei Comunisti con le note del compagno D. Riasanof: nel loro complesso queste note sono una trattazione completa in forma popolare delle nostre dottrine. Vorremmo anche stampare una antologia del materialismo storico, cioè una raccolta dei brani piú significativi di Marx ed Engels che diano un quadro d’insieme delle opere di questi due nostri grandi maestri.
I risultati finora ottenuti autorizzano a sperare che si potrà continuare con sicurezza e con successo. Al lavoro dunque: i nostri migliori compagni devono persuadersi che si tratta anche di una affermazione politica, di una manifestazione della vitalità e della capacità di sviluppo del nostro movimento, di una dimostrazione, quindi, antifascista e rivoluzionaria.