Antonio Gramsci – La commemorazione di Miss Cavell

Un foltissimo pubblico assisteva ieri mattina, nel vasto salone dell’Ambrosio, alla commemorazione che dell’eroica Miss Cavell fece Luigi di San Giusto.
Commemorazione sobria nel contenuto, quantunque un po’ troppo prolissa nella forma esteriore, letterariamente convenzionale e banale. Ci pare però che all’oratrice sia sfuggito il punto centrale del dramma spirituale dell’infermiera inglese, dramma suo intimo, tanto piú interessante dell’esteriore dramma inscenato dalla sbrigativa e rigidamente feroce giustizia militare tedesca. Di questa donna che dopo aver apertamente, francamente confessata e aggravata la sua colpa, dirittamente giustificandola col suo patriottismo, sul punto di essere condotta al supplizio, dichiara al suo confessore: «Ora che mi trovo sola dinanzi a Dio e all’eternità, mi accorgo che nella vita il patriottismo non è tutto». Per la di San Giusto questo particolare diviene un puro e semplice fatto di cronaca, senza importanza e perciò non meritevole di sviluppo. Per noi è, in tutto questo orrendo episodio della fredda logica militaresca, punto culminante e suggestivo in sommo grado. Ma non bisogna domandare agli uomini e alle donne di letteratura, specialmente, piú di quanto essi possono vedere e possono dare.
Riandavamo, ascoltando l’oratrice, ad altre giornate tragiche indimenticabili. Fiori vermigli di sangue erano sbocciati sui selciati rettilinei della nostra città, fatta d’ordine, di tradizione militare, squadrata negli isolati delle sue case monotone, come un reggimento dell’esercito dei suoi vecchi duchi sabaudi. In una città lontana delle Marche tre sconosciuti eran caduti in un giorno beffardamente consacrato alla libertà statutaria, e serpeggiava per tutta l’Italia una ventata di ribellione a dimostrare che il proletariato aveva ben acquistato una coscienza nazionale se per obbedire ad un sentimento e ad una disciplina di solidarietà nazionale scendeva per le strade a farsi massacrare. Cosí noi commemoravamo i nostri morti. Non vane parole. Non richiami singhiozzanti a sfumate entità umanitarie, ad abbracciamenti generali per vendicare una vita sacrilegamente violentata, ma l’inquadramento delle nostre forze nei ferrei ranghi della solidarietà di classe, ma maree nereggianti di rudi uomini che calavano nei boulevards cittadini a sfilare innanzi alle saracinesche abbassate dei pallidi piccoli uomini della vigilia, rodentisi di rabbia compressa e di paura. Cosí commemoravamo i nostri morti, col sangue dei nostri migliori, e colla promessa di un domani migliore.
Perciò non possiamo non sentir strazio per il piccolo Belgio schiantato, per Miss Cavell caduta sotto il piombo d’un ufficiale prussiano nel compimento del suo dovere di carità. Ma è strazio austero il nostro, che non fluisce in componimenti a rime obbligate, né si inquadra nelle vaneggianti ambagi di un discorso d’occasione. Ci sentiamo presi come nel volante di una macchina che il nostro braccio non può fermare e rinchiudiamo dentro di noi il dolore che c’invetrisce le pupille. Forze naturali irresistibili sono traboccate da argini di carta straccia e vediamo galleggiare cadaveri sulle livide acque, cadaveri di bimbi e di donne strappati dai focolari e dalla culla; e la loro morte ci pare anche piú tragica, perché inutile, perché non rispondente ad una logica dell’azione, ad una necessità della propria conservazione, ma solo ad una concezione meccanica del regolamento della disciplina. Però non ci cospargiamo i capelli di cenere, né ci battiamo le anche in atteggiamento di prefiche, pagate ad una tanto, per il grado della loro commozione. Siamo maschi nei nostri dolori come lo siamo nelle nostre vendette. E perciò non possiamo prendervi sul serio, o eterni ipocriti, venditori di parole e di fumo umanitario.
Riflettiamo leggendo il proclama che il duca d’Artois lanciò proprio da questa nostra Torino invocante una solidarietà di classe tra i coronati e i nobili dell’Europa per la vendetta del ghigliottinamento di Luigi XVI, che ora i bellicissimi legittimisti francesi vogliono beatificare avendo fallito a Valmy il tentativo di riscossa; rimaniamo rigidi dinanzi al vostro nuovo proclama che non ha ossatura ed è un mercato di parole. Non crediamo alla taumaturgia della bacchetta democratica e della giustizia assoluta. Rimaniamo rigidi nella coscienza del nostro accoramento e della impotenza dell’azione da parte vostra. Ma ricordiamo… Perché noi i nostri morti li vendichiamo col nostro sacrificio, col sangue del piú audace e coll’obolo del piú umile, e non facciamo vane ciance di giustizia e di diritto. E saremo noi che vendicheremo Miss Cavell, quando toglieremo la facoltà agli uni di violentare come agli altri d’ingannare i belgi e i serbi e i montenegrini, vasi d’argilla fra i massicci vasi di rame degli eserciti nazionali, e toglieremo anche la facoltà di massacrare gl’inermi contadini di Rocca Gorga e i dimostranti di Ancona con gli agenti della giustizia di classe.
E in un giorno che ci proponiamo di non lunghissima attesa noi, proletariato internazionale, tedesco e belga, serbo e bulgaro, francese e italiano, inglese e russo, quando il giuoco delle forze storiche antagonistiche avrà ripreso il suo ritmo normale, faremo a nostro modo la commemorazione di Miss Cavell e dei sei milioni di nostri compagni che hanno insanguinato i campi della lotta infeconda. E non sarà il nostro un mercato di parole…

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