Antonio Gramsci – La sostanza della crisi

La caduta di Bonomi, si dice, è stata provocata da una manovra di corridoio non troppo chiara, o nella quale di ben chiaro non v’è che l’ambizione di un gruppo di politicanti. E sta bene. Tutto il Parlamento è, di fronte al paese, un corridoio oscuro e senza via di uscita, nel quale anche i fatti e i contrasti piú profondi sono costretti ad assumere quella forma, poiché la gente che vi abita non ne concepisce un’altra. Ma non sempre sotto a questa forma manca una sostanza degna di piú seria considerazione. Esiste essa nel caso attuale?
Che attraverso gli avvenimenti politici degli ultimi mesi stesse compiendosi in Italia una serie di trasformazioni di carattere sostanziale, è cosa sulla quale abbiamo piú volte avuto occasione di insistere. Base di questa trasformazione, il tentativo di far aderire allo Stato italiano strati profondi delle masse lavoratrici delle città e delle campagne e liberare in questo modo lo Stato dalla crisi che lo travaglia; strumenti di questa azione, i due partiti «socialdemocratici» tipici: quello popolare e quello socialista. Tra il Partito popolare e quello socialista si è perciò attuata una curiosa divisione del lavoro. In alcuni luoghi e sopra alcuni terreni combattendosi, in altri collaborando, in altri ancora dividendosi opportunamente le parti e le zone di influenza, popolari e socialisti hanno compiuto e stanno compiendo un’opera comune: quella di preparare le basi del futuro Stato socialdemocratico italiano. La demagogia e l’opportunismo menzognero e ipocrita sono i mezzi con i quali si cerca tanto dagli uni che dagli altri di raggiungere lo scopo. La cosa è tanto vera che in alcune zone, specialmente agricole e di piccole regioni, vi sono strati inferiori di popolazione lavoratrice che non fanno piú distinzione tra i due partiti. La collaborazione è già in atto; e il fatto che essa si realizza prima dal basso che negli organi direttivi superiori, è indice della corrispondenza di essa con una situazione nuova che si viene creando e di cui bisogna tener conto.
Ma se questa è una realtà, l’altra realtà con cui si devono fare i conti è la formazione tradizionale dello Stato italiano, risultante dalla prevalenza di una classe dirigente che ha interessi opposti a quelli delle masse e vuole esercitare su di esse un dominio con la violenza e con l’inganno. I popolari si sono posti da un pezzo il problema di accordarsi con questa classe dirigente e lo hanno anche risolto, senza tuttavia perdere il loro carattere di partito aderente e rappresentante di vaste masse organizzate. Con l’azione che hanno compiuta, sia in Parlamento che nel paese, essi hanno quindi già dato l’esempio di ciò che sarà la socialdemocrazia italiana, del modo cioè come il nuovo regime riassumerà in sé i piú loschi lineamenti delle tradizionali camorre nostrane coi tratti nuovi dello Stato socialdemocratico, spregiudicato, demagogo, ipocrita, corruttore e corrotto. Bonomi, da questo punto di vista, è stato un precursore vero.
Per raggiungere completamente lo scopo, è però necessario attraversare dei periodi di assestamento. Uno di essi è stato rappresentato dalla crisi di violenza del fascismo. Oggi, anche nel Partito fascista, vi sono i sintomi evidenti della tabe socialdemocratica. L’atteggiamento tenuto di fronte agli affari bancari, valga per tutti. La violenza organizzata al di fuori dei quadri legali dello Stato è del resto caratteristica di tutti i regimi in apparenza «democratici» formatisi nel dopoguerra.
Un’altra fase del periodo di assestamento è rappresentata dalle crisi parlamentari. In Parlamento si deve compiere la saldatura tra gli elementi direttivi delle vecchie e quelli delle nuove camorre. Si richiede perciò che alcuni uomini siano eliminati, altri portati avanti, che si riconoscano certi diritti acquisiti e che si freni l’ardore prematuro dei nuovi venuti. È tutto un lavoro dal quale deve uscire la nuova casta dei dirigenti.
S’intende che questo modo di considerare la questione conduce a negare ogni valore alle distinzioni parlamentari ufficiali, per cui vi potrà essere un governo di destra o un governo di sinistra, o un governo intermedio di «transizione». E se tutto questo è terminologia vuota, ancora meno valgono i programmi e non troppo neanche gli uomini. Le basi sulle quali tutti, su per giú, erano d’accordo, non sono difficili da trovare. Quello che piú importa però non sono tanto esse, quanto il processo generale attraverso il quale lo Stato italiano, senza mutare la sua natura fondamentale, tende a spostare le proprie basi nella speranza di rafforzarsi e di poter godere di un nuovo periodo di vita tranquilla.
Un elemento nuovo sarebbe dato, si dice, dall’atteggiamento dei socialisti. Ma non è vero. Essi rientrano nella linea di questo processo generale, e quanto abbiamo detto sopra sulla analogia tra l’azione dei popolari e quella dei socialisti ci esime dal dare ora maggiori spiegazioni. L’unica differenza sta nella mancanza di partecipazione al governo che costringe i socialisti ad essere anche piú ipocriti e menzogneri degli altri, ad avere non due sole, ma tre o quattro maschere con le quali celare il loro volto vero. I socialisti non chiedono ormai altro che di portare il loro contributo all’opera comune di ricostruzione e di rafforzamento dello Stato. In qualunque modo essi parlino, sia che usino la sfacciataggine dello Stenterello, sia che rifriggano le scemenze di Turati, sia che inalberino il gagliardetto dell’intransigenza o squittiscano come il pappagallo dell’Avanti!, ognuna delle loro parole e ognuno dei loro atteggiamenti è a vantaggio della borghesia e dello Stato, perché serve ad impedire che le masse vedano chiaro nel corso dei fatti che si stanno svolgendo, che le masse si accorgano delle catene che si accingono a ribadire intorno ai loro polsi i nuovi predicatori di libertà, di riforme e di conquiste positive.
Questo è dunque per noi il punto centrale della situazione attuale. Bisogna rendere chiaro alle masse di operai e contadini d’Italia che ogni appoggio da essi dato ai demagoghi dei partiti socialdemocratici – socialista e popolare – è un contributo alla ricostruzione dell’organismo che da decenni li priva della libertà, del benessere, e li costringe alla schiavitú, alle sofferenze e alla morte. La lotta contro la socialdemocrazia, la lotta contro il Partito socialista traditore, si identifica con la lotta per la liberazione del proletariato d’Italia da ogni schiavitú.