Antonio Gramsci – Problemi di oggi e di domani

Da un vecchio abbonato e amico dell’Ordine Nuovo abbiamo ricevuto questa lettera:

Mi pare che il nostro disaccordo sia specialmente di ordine cronologico: accetto una gran parte di ciò che lei mi scrive, ma come soluzioni di problemi che si presenteranno dopo la caduta del fascismo; è utilissimo studiarli e prepararsi ad affrontarli; ma i problemi di oggi sono assai diversi. Parliamo di questo. Confermo la mia opinione che la classe operaia è completamente assente alla vita politica; e non posso che concludere che il Partito comunista, oggi, non può far niente o quasi niente di positivo. La situazione somiglia, in modo impressionante, – a quella del 1916-17 ed anche il mio stato d’animo, che lei mi dice comune agli altri amici che le scrivono. Le mie opinioni politiche sono immutate, peggio, mi ci sono irrigidito; proprio, come mi ero irrigidito, fino al 1917, nel socialismo pacifista del 1914-15, da cui mi tolse la scoperta, fatta dopo Caporetto e la Rivoluzione russa, di novembre, che i fucili erano precisamente in mano degli operai-soldati. Disgraziatamente l’analogia non arriva fino a questo punto; ma come allora, pur rendendoci conto, ragionando, che la guerra doveva pur finire un giorno, tutti si «sentiva» che non sarebbe mai finita e non si vedeva come avrebbe potuto venire la pace – cosí è oggi per il fascismo. Mi ci vuole poco sforzo per accogliere la sua opinione che questo stato di cose non può durare e che gravi avvenimenti sono imminenti; è perfettamente logico, ma non lo si «sente», né si «vede». Non ci sarà la possibilità di un’azione politica operaia fino a che i problemi concreti che si presentano ad ogni operaio dovranno essere risolti individualmente e privatamente, come è oggi: c’è da salvare il posto, la paga, la casa e la famiglia: il sindacato e il Partito non possono dare alcun aiuto, anzi tutt’altro; si ottiene un po’ di pace solo facendosi piú piccoli possibile, polverizzandosi; e aumenta un po’ la paga, lavorando molto e cercando dei lavori straordinari, facendo concorrenza agli altri operai, ecc.: la vera negazione del Partito e del sindacato. La crisi economica si è ormai attenuata tanto che se ci fosse un minimo di libertà sindacale e di ordine pubblico, sarebbe possibile la ripresa delle organizzazioni, degli scioperi, ecc. (come per es. in Inghilterra). La questione urgente, pregiudiziale a qualsiasi altra, è quella della «libertà» edell’«ordine»: dopo verranno le altre, ma per ora non possono neppure interessare gli operai. Ora, un alleggerimento della pressione fascista non credo possa essere ottenuto dal Partito comunista: è il momento delle opposizioni democratiche e mi par necessario lasciarle fare e magari aiutarle. È necessario prima di tutto, una «rivoluzione borghese», che permetterà poi lo svolgersi di una politica operaia. In sostanza mi sembra che, come durante la guerra, non ci sia altro da fare se non aspettare che passi. Vorrei sapere la sua opinione a questo proposito. Non mi sembra che la mia sia inconciliabile coll’essere comunista, sia pure indisciplinatamente: la funzione che attribuisco alle «sinistre» si svolgerà, credo, molto rapidamente, e non converrebbe certo al PC di compromettersi con esse, anche perché non porterebbe alcun contributo ad una campagna di tal genere. Ma mi pare che sia anche un errore il mettersi apertamente contro di esse e insistere troppo (come fa per es. l’Unità) nella derisione della «libertà» borghese: bella o brutta, è la cosa di cui piú fortemente sentono oggi il bisogno gli operai ed è il presupposto di ogni conquista ulteriore. Proprio come durante la guerra il neutralismo non era certo una politica socialista: ma è certo stata la migliore politica, fra quelle possibili, per il Partito socialista, perché era la piú sentita dalle masse. Il PC non può, per la contraddizione, far la campagna per la libertà e contro la dittatura in genere: ma commette un grave errore quando dà l’impressione di sabotare un’alleanza delle opposizioni, come ha fatto con la precipitosa dichiarazione di partecipazione alla lotta elettorale, quando gli altri partiti fingevano di minacciare l’astensione. La sua funzione è, per ora, quella della mosca cocchiera, perché, dopo, sarà necessario per un partito di massa essersi distinto nella lotta contro il fascismo: ancora, come durante la guerra. E intanto sarà bene che, approfittando di quella esperienza, si prepari un programma concreto per dopo: allora certo sarà in primo piano la quistione meridionale e quella dell’unità. Ma non oggi: la battaglia dei fascisti per avere nella lista Orlando e C. non credo abbia il significato da lei attribuitole: può essere spiegata piú semplicemente come un ovvio espediente elettorale, necessario per evitar un fiasco: questa spiegazione è anche piú degna del prefetto di Napoli e di Mussolini. Lei dice esattamente che il fascismo sta disgregando l’unità dello Stato e la quistione è attuale e urgente; ma non credo sia del genere che lei dice, mi sembra piú che una questione sociale, un problema di polizia. Il fatto sta che il fascismo paga i suoi aderenti, piú che con denaro, con briciole di autorità dello Stato, col permesso di far prepotenze, per passatempo e per interesse privato: il rimedio si troverà in una polizia efficiente e indipendente dai ras, non importa poi se centralizzata o locale. Insomma si torna alla questione dell’ordine pubblico, non a quella territoriale.
Ho visto con commozione vera il primo numero dell’Ordine Nuovo. Io spero che, come già nel ’19, saprà trovare la parola d’ordine che oggi manca e che occorre. Spero anche saprà fare il processo al passato: ma non per determinare le colpe e i meriti degli individui e dei partiti, non per ripetere «io l’avevo detto»; soprattutto non il processo agli avversari, ma a se stessi e ai propri compagni, che è piú utile, ed è il solo che renda utile l’esperienza; ci vuol certo molto coraggio per farsi una auto-autopsia, ma il vecchio Ordine Nuovo forse l’avrà. – S.

Elementi liquidatori
Sono contenuti in questa lettera tutti gli elementi necessari e sufficienti per liquidare una organizzazione rivoluzionaria come è e deve essere il nostro Partito. Eppure tale non è l’intenzione dell’amico S., il quale, quantunque non iscritto, quantunque viva ai margini del nostro movimento e della nostra propaganda, ha fede nel nostro Partito e lo ritiene il solo capace di risolvere permanentemente i problemi posti e la situazione creata dal fascismo. È puramente personale la posizione che nella lettera viene assunta? Non crediamo. Essa non può non essere la posizione di una larga cerchia di intellettuali che negli anni 1919-20 simpatizzavano con la rivoluzione proletaria e che in seguito non hanno voluto prostituirsi al fascismo trionfante, essa è anche, incoscientemente, la posizione di una parte dello stesso proletariato, anche di compagni del Partito, che non hanno saputo resistere allo stillicidio quotidiano degli avvenimenti reazionari, nello stato di isolamento e di dispersione loro creato dal terrore fascista: ciò appare da tutta una serie di fatti ed è confessato apertamente dalla corrispondenza privata. L’amico S. non si pone dal punto di vista di un partito organizzato: gli sfuggono perciò le sue conseguenze e le molte contraddizioni in cui cade e giunge quindi fino all’assurdo, mettendo cosí in chiaro egli stesso la debolezza e la falsità dei suoi ragionamenti.
S. crede che l’avvenire sarà del nostro Partito. Ma come potrebbe continuare ad esistere, come potrebbe svilupparsi il Partito comunista – come cioè potrebbe trovarsi in grado, dopo la caduta del fascismo, di dominare e guidare gli avvenimenti, se oggi si annientasse nell’atteggiamento di assoluta passività prospettato dallo stesso S.? La predestinazione non esiste per gli individui e tanto meno per i partiti: esiste solo l’attività concreta, il lavoro ininterrotto, la continua adesione alla realtà storica in isviluppo, che dànno agli individui e ai partiti una posizione di preminenza, un ufficio di guida e di avanguardia. Il nostro Partito è una frazione organizzata del proletariato e della massa contadina, delle classi che oggi sono oppresse e schiacciate dal fascismo; se il nostro Partito non trovasse anche per oggi soluzioni autonome, proprie, dei problemi generali, italiani, le classi che sono la sua base naturale si sposterebbero nel loro complesso verso le correnti politiche che di tali problemi diano una qualsiasi soluzione che non sia quella fascista. Se ciò avvenisse, il fatto avrebbe un immenso significato storico, vorrebbe dire che l’attuale non è un periodo rivoluzionario socialista, ma che viviamo ancora in un’epoca di sviluppo borghese capitalistico, che non solo mancano le condizioni soggettive, di organizzazione, di preparazione politica, ma anche quelle oggettive, materiali per l’avvento del proletariato al potere. Allora veramente si porrebbe anche a noi il problema di assumere non una posizione autonoma rivoluzionaria, ma di semplice frazione radicale delle opposizioni costituzionali, chiamate dalla storia ad essere le realizzatrici della «rivoluzione borghese», di una tappa cioè, imprescindibile e inevitabile del processo che sboccherà nel socialismo. La situazione italiana autorizza forse a credere ciò? Lo stesso S. non lo crede, perché scrive che il compito delle opposizioni costituzionali sarà cronologicamente brevissimo, senza immediati sviluppi, altro che per una rivoluzione proletaria. S. si riferisce al periodo della guerra, pone come esemplare l’atteggiamento del Partito socialista durante la guerra. Quanto assurdo sia tale riferimento e come esso dia torto al suo autore, appare subito, anche dopo una piccola e affrettata analisi. Il neutralismo socialista fu una tattica essenzialmente opportunista, dettata dal tradizionale bisogno di tenere in equilibrio le tre tendenze di cui il Partito si componeva, che indicheremo coi tre nomi di Turati, Lazzari, Bordiga, niente altro: essa non fu una linea politica stabilita dopo un esame delle circostanze e dei rapporti di forza esistenti in Italia nel 1914-15, essa risultò dalla concezione dell’«unità del Partito sopra tutto, anche sopra la rivoluzione» che è propria ancora del massimalismo. Che l’amico S. abbia, solo dopo la rivoluzione di novembre e la rotta di Caporetto, fatta la scoperta che le armi erano nelle mani degli operai-soldati, dimostra solo come questa tattica opportunistica avesse lasciato all’oscuro le masse socialiste sulle discussioni che erano già avvenute a questo proposito nel campo internazionale. La sinistra di Zimmerwald aveva fin dal 1915 fatta questa «scoperta», che aveva determinato la tattica del Partito bolscevico russo: perciò alla rotta degli eserciti russi, dopo le offensive imposte al governo di Kerensky dall’Intesa, seguí la rivoluzione proletaria, la trasformazione della guerra imperialista in guerra civile; alla rotta di Caporetto seguí solo una mozione in cui ci si limitava a riaffermare l’opposizione parlamentare al governo e il rigetto dei crediti militari.
L’atteggiamento tenuto durante la guerra dal Partito socialista italiano illumina anche gli avvenimenti posteriori fino al Congresso di Livorno, fino al Congresso socialista di Roma e alla formazione del Partito unitario. È la stessa tattica, in fondo, che si riveste di nuovi aspetti, per la nuova situazione: la stessa tattica di passività, di «neutralismo», dell’unità per l’unità, del partito per il partito, della fede nella predestinazione del Partito socialista a essere il Partito dei lavoratori italiani. Quali risultati questo atteggiamento abbia oggi, quando esistono il Partito unitario a destra e il Partito comunista a sinistra, è chiaro anche per l’amico S.; crisi interne in permanenza, scissioni dopo scissioni, che non risolvono mai la situazione, perché la tendenza comunista rinasce continuamente e la destra, favorevole alla fusione con gli unitari, continuamente si rafforza.

Residui di vecchie ideologie
L’amico S. non è ancora riuscito a distruggere in sé tutti gli avanzi ideologici della sua formazione intellettuale democratico-liberale, cioè normativa e kantiana, non marxista, e dialettica. Che significato hanno le sue affermazioni che la classe operaia è «assente», che la situazione è contraria al sindacato e al Partito, che la violenza fascista è un problema di «ordine», cioè di «polizia» e non un problema «sociale»?
La situazione italiana è certamente complicata e contraddittoria, ma non tanto che non si possano già cogliere in essa delle marcate linee unitarie di sviluppo. Il proletariato, cioè la classe rivoluzionaria per eccellenza, è la minoranza del popolo lavoratore oppresso e sfruttato dal capitalismo ed è accentrato prevalentemente in una sola zona, quella settentrionale. Negli anni 1919-20 la forza politica del proletariato consisteva nel trovarsi automaticamente alla testa di tutto il popolo lavoratore, nel centralizzare obbiettivamente nella sua azione diretta e immediata contro il capitalismo tutte le rivolte degli altri strati popolari, amorfi e senza indirizzo. La sua debolezza si dimostrò nel non aver organizzato questi rapporti rivoluzionari, nel non essersi neppure posto il problema della necessità di organizzare questi rapporti in un sistema politico concreto, in un programma di governo. La repressione fascista seguendo la linea del minimo sforzo, è incominciata da questi altri strati sociali ed è culminata contro il proletariato. Oggi la repressione sistematica e legale si mantiene contro il proletariato, si è invece allentata alla periferia, contro gli strati che nel 1920 gli erano solo oggettivamente alleati, e che si riorganizzano, rientrano parzialmente nella lotta, assumendo il carattere smorzato di opposizione costituzionale, cioè il loro piú spiccato carattere piccolo-borghese. Cosa significa dunque che la classe operaia è «assente»? La «presenza» della classe operaia, cosí come l’amico S. l’intende, significherebbe la rivoluzione, perché significherebbe di nuovo, come nel ’19-’20, che a capo del popolo lavoratore stanno non i piccoli borghesi democratici, ma la classe piú rivoluzionaria della nazione. Ma il fascismo è appunto la negazione di tale stato di cose, il fascismo è nato e si è sviluppato appunto per distruggere un tale stato di cose e per impedire che risorga. Come si pone dunque il problema oggi? A noi pare che si ponga in questi termini: – La classe operaia è e rimarrà ancora «assente» nella misura in cui il Partito comunista permetterà alle opposizioni costituzionali di monopolizzare il risveglio alla lotta degli strati sociali che storicamente sono gli alleati del proletariato. Il sorgere e il rafforzarsi delle opposizioni costituzionali infonde nuova forza nel proletariato, che di nuovo affluisce nel Partito e nei sindacati. Se il Partito comunista interviene attivamente nel processo di formazione delle opposizioni, lavora per determinare nella base sociale delle opposizioni una differenziazione di classi, ottenendo che le masse contadine si orientino verso un programma di governo operaio e contadino, ecco che il proletariato non è piú «assente» come prima, ecco una linea di lavoro politico in cui si risolvono i problemi di oggi e quelli di domani, in cui si prepara e si organizza il domani e non solo lo si aspetta dal destino.
Questa linea di lavoro politico è dunque contraria tanto alle opposizioni costituzionali quanto al fascismo, anche se l’opposizione costituzionale sostenga un programma di libertà e di ordine che sarebbe preferibile a quello di violenza e di arbitrio del fascismo. La verità è che l’opposizione costituzionale non attuerà mai il suo programma che è un puro strumento di agitazione contro il fascismo: non lo attuerà perché esso vorrebbe dire a breve scadenza che una tale «catastrofe» si verifichi e non lo attuerà perché tutto lo sviluppo della situazione è controllato in Italia dalla forza armata della Milizia nazionale. Lo sviluppo dell’opposizione e i caratteri che essa assume sono tuttavia fenomeni molto importanti, sono i documenti della impotenza del fascismo a risolvere i problemi vitali della nazione, sono un richiamo quotidiano alla realtà obbiettiva che nessuna raffica di male parole può annientare. Per noi rappresentano l’ambiente in cui dobbiamo muoverci e lavorare, se vogliamo rimanere aderenti alla realtà storica e non diventare una sètta di contemplativi, in cui dobbiamo ricercare la concretezza delle nostre parole d’ordine e dei nostri programmi immediati di azione e di agitazione.

Tre punti riassuntivi
Possiamo riassumere cosí i punti della nostra concezione dei bisogni e dei compiti attuali del movimento proletario in contrapposizione a quella dell’amico S.:
1) Dare al nostro Partito una coscienza piú viva dei problemi concreti che la situazione creata dal fascismo ha posto alla classe operaia, in modo che l’organizzazione non sia fine a se stessa ma diventi uno strumento per l’agitazione delle parole d’ordine rivoluzionarie in mezzo alle piú larghe masse;
2) lavorare per l’unità politica del proletariato sotto la bandiera dell’Internazionale comunista, affrettando il processo di scomposizioni e ricomposizioni iniziate al Congresso di Livorno;
3) stabilire concretamente il significato italiano della parola del governo operaio e contadino, dare a questa parola una sostanza politica nazionale, ciò che non può avvenire se non si esaminano i problemi piú vitali e urgenti delle masse contadine, in prima linea quindi i problemi specifici che si riassumono nell’espressione generale di «quistione meridionale».
Gli intellettuali come l’amico S., che non si sono lasciati travolgere dal fascismo, che in un modo o nell’altro non hanno voluto rinnegare il loro atteggiamento degli anni ’19-’20, possono nuovamente trovare nell’Ordine Nuovo un centro di discussione e di raccoglimento.