Antonio Villani – OSSERVAZIONI ZOOLOGICHE eseguite durante l’ecclisse parziale di sole del 18 luglio 1860 COMMUNICATE DAL SOCIO ANTONIO VILLA.

Coll’occasione dell’ecclisse solare che l’altro giorno si offriva visibile a Milano per la durata di più di due ore, ho creduto opportuno di replicare le osservazioni, sul modo di comportarsi degli insetti nelle praterie e nelle campagne allo stato libero, come aveva già praticato nell’occasione di altri ecclissi, i cui risultati vennero da me pubblicati coi titoli:

“Note su alcuni insetti osservati nel periodo dell’ecclisse dell’8 luglio 1842. Lettera diretta all’illustr. sig. conte Nicolò Contarini di Venezia, e dal medesimo letta all’adunanza del IV Congresso degli Scienziati Italiani in Padova il 17 settembre 1842;”

“Osservazioni entomologiche durante l’ecclisse del 9 ottobre 1847. Memoria letta all’Accademia Fisio-medico-statistica nella tornata del 9 dicembre 1847 dal socio Antonio Villa”.

Mi recai pertanto fuori della città prima che incominciasse il fenomeno, e scelto a campo d’osservazione una prateria, le cui erbe non erano ancor tagliate e fossero lussureggianti specialmente per ombrellifere, osservai che volitavano su di esse varie specie d’insetti neurotteri, ditteri, imenotteri e coleotteri, le quali facilmente fuggivano al mio appressarsi.

Volavano pure baldanzose pei prati e per le strade, Æsne, Libellule, Vespe e diversi lepidotteri, specialmente la farfalla Belladama e l’Edusa (Vanessa cardui e Colias Edusa), e le farfalle bianche del cavolo e delle rape (Pieris Brassicæ e rapæ). I cespugli bordeggianti le acque erano popolati dall’Agrion virgo, come in tutte le giornate belle, serene e calde.

Tale era lo stato delle cose alle ore 2 1/2. All’incominciare dell’ecclisse alcuni insetti, specialmente le ædemere, i clytus massiliensis e 4-punctatus erano meno vispi, mentre la Libellula flaveola, ch’era comunissima ai bordi della prateria, mostrava irrequietudine e portavasi mano mano più addentro, e posava sulle cime dei rami di alcuni gelsi che erano colà. Le Agrion virgo, che prima erano tanto numerose, alle ore 3 erano già tutte scomparse, meno che due, le quali volteggiando, fuggendo e correndosi dietro l’un l’altra, mostravansi, l’uno esaltato ed eccitato forse a compiere il voto principalissimo della natura, mentre l’altra appariva più dell’ordinario renitente a prestarsi. Provai a gettare dei sassolini nei cespugli di rovi e di vitalbe che cascavano dai muri bordeggianti le acque, e mi accorsi che gli Agrion scomparsi, erano colà rifugiati.

Alle ore 3 1/4 già molti insetti si erano evasi; altri invece, come le api, volitavano più basso e meno vivaci. Diverse farfalle notturne passavano di fretta, sebbene con volo incerto: mi parve di ravvisare in una la Catocala nupta o la sponsa; molte erano individui maschi della Liparis dispar. Una Plusia gamma, che di solito al sol cocente è irrequietissima, ora vagava di fiore in fiore umilissima verso terra, e lasciavasi toccare colle dita.

Alle 3 1/2 più non si vedeva una farfalla diurna, ma le ostinate cicale facevano sentire tutt’ora lo stridulo lor canto. Qualche Libellula depressa trascorreva con rapido volo, mentre la flaveola, tanto comune dapprima sulle erbe, poi sui rami delle piante, erasi portata quasi in massa per l’aperto campo, elevandosi più dell’ordinario. Alle 3 3/4 fecero sosta finalmente le cicale al loro canto, meno una proterva, la quale non desistette mai e che non fu possibile poterla scernere, perchè posata sull’alto di un albero; forse poteva essere ella pure dominata da esaltazione individuale, proveniente dall’accoppiamento, giacchè anche nell’ecclisse totale del 1842 mi si offerse una copula di coccinelle, che resistette a tutte le influenze senza cadere in letargo.

Alle ore 4 continuava la stessa cicala da sola il suo canto, ma poco dopo ripigliarono pure le altre. Dieci minuti dappoi incominciarono le farfalle bianche a mostrarsi, indi gli Agrion; e alle 4, 22 le Libellule flaveole si abbassarono e ritornarono sulle erbe. Festoni di Brionia alba in fiore vennero ripopolati d’insetti d’ogni ordine. Tutto ritornò al primiero stato: le ultime a comparire furono le Vanesse Cardui.

Questi sono i fatti che trovo confermati anche per osservazioni eseguite da altri.

Un mio amico, dilettante di pesca all’amo, portossi espressamente al Lambro all’intento di fare alcune osservazioni, ed ebbe a vedere: che mentre prima dell’ecclisse i pesci guizzavano a pelo d’acqua e vi saltavano fuori per carpire gl’insetti cadenti dalle piante, i moscherini e le libellule che survolano appena all’acqua, e che correvano prontissimi a rubarsi l’un l’altro l’esca che lor veniva gettata coll’amo; durante l’ecclisse invece si erano tutti abbassati al fondo, e grossi e piccoli, vagavano inanzi indietro sul letto del fiume. Difficilmente anche al più diligente getto ed appostamento dell’esca gli veniva dato di farli sortire dai loro nascondigli, o sortiti qualche palmo appena, vista l’esca, tosto senza fiutarla ricoverava ciascuno nel nascondiglio stesso d’onde n’era uscito. Mano mano poi che l’ecclisse andava terminando, i pesci tornavano a correre all’esca con quella maggiore voracità che spiegano per lo più nelle prime ore del giorno.

Lo stesso ebbe altresì ad osservare che le varie specie di mosche, le quali numerosissime ed importunissime assalgono lo sportivo della pescagione, e le mani ed il viso del pescatore, durante l’ecclisse scomparvero, nè lo molestarono punto. Rimarcò in pari tempo la inquietezza ed il volo incerto di varj insetti e la totale scomparsa loro, specialmente delle farfalle, nel tempo della maggiore oscurità. Annotò pure, come osservai io stesso, e come appresi da altri, che gli uccelli si mostravano più irrequieti ed incerti.

In quanto alle mie osservazioni entomologiche, i risultati non furono certamente così marcati come li ottenni per l’ecclisse totale del 1842, e neppure come le altre dell’ecclisse annulare 1847. Il motivo della differenza lo ritengo in ciò, che quei due ecclissi accaddero di buon mattino, allorquando varie specie d’insetti non erano anco desti dal letargo notturno, ed altri erano appena risvegliati, per il che, a seconda della natura di essi, alcuni dovettero protrarre il loro sonno, altri ricadere in letargo. Essendo l’ecclisse dell’altro giorno avvenuto ad ora tarda, poteva essere da alcune specie ritenuto come l’imbrunire della sera, e già vispi pel caldo della giornata inoltrata, non ebbero tempo di subire un letargo, come avvenne nei periodi degli ecclissi del 1842 e 1847, e come avviene talvolta per talune specie nell’occasione de’ grandi temporali.

Tali pure furono i risultati che ebbi dalle osservazioni, istituite anche durante l’ecclisse del 28 luglio 1851, il quale avveniva quasi all’ora medesima.

ANTONIO VILLA.