Antonio Vismara – Storia delle cinque gloriose giornate di Milano nel 1848

CENNO STORICO

FINO AL 1848

Grave compito è quello di stendere spassionata storia, giacchè più spesso o per malignità della natura umana, o per simpatie che uno scrittore nutra per dati uomini o per date forme di governo o di indirizzi morali, o perchè il tempo non abbia permesso che i fatti venissero dal freddo soffio della storia presentati nella loro nudità e nella concatenazione che hanno nel movimento cosmico, ne avviene che le storie sieno o svisate o esagerate o mentite; ragione che suggerì a Montesquieu quelle dure parole che: Les histoires sont des faits faux composés sur des faits vrais, ou bien à l’occasion des vrais(1).

Noi ci siam preposti di attenerci scrupolosamente al vero, nè di scostarvici nemmeno per amor di patria o di libertà.

Noi riteniamo che importante sia la storia che presentiamo, perchè è storia di eroiche gesta di un popolo che, perchè volle, – e fortemente volle, – seppe riacquistarsi la propria libertà; seppe rivendicare diritti che la prepotenza del più forte gli aveva rapiti; di un popolo che dalla disperazione di un grave servaggio seppe inspirarsi a forti sensi, e vincere, – perchè

Una salus victis nullam sperare salutem(2).

Imparino da essa i nepoti le forti virtù del cittadino che ha la coscienza della propria dignità, dei proprii dritti! Conosca come il perseverar ne’ forti propositi conduca a raccogliere larga messe anche da arido terreno! Comprenda che non è vivere il trascinare i giorni nel servaggio, e come non si possa sperare miglioramento nella tirannide fuorchè da’ disperati propositi di un animo ardito, di volontà perseverante e di un braccio vigoroso; giacchè il tiranno non muta sensi per ragion qualsiasi: – può simular pentimento nella sventura, ravvedersi non mai! Il sangue de’ tiranni, cantò Byron, non è sangue umano: essi, come demonii incarnati, si abbeverano del nostro sino a che non venga il tempo di renderlo alle tombe: – a quelle ch’essi hanno tanto popolate(3). – Veda infine il popolo che santo è il morir pella patria; giacchè in tal caso si muor nel mondo, ma si rivive ne’ cuori, e s’acquista onor di pianti

Ove fia santo e lagrimato il sangue

Per la patria versato, e finchè il sole

Risplenderà su le sciagure umane(4).

La storia delle cinque giornate vivrà eterna in Italia finchè il sentimento dell’onor nazionale, dell’amor patrio e della gratitudine a’ caduti non sian soffocati colla libertà e colla morte politica della patria.

Prima però d’intraprendere la storia di quelle giornate riteniamo utile dare uno sguardo fuggevole agli anni che precedettero quell’epoca: e lo facciamo.

Sin dal 1815 noi vediamo l’esistenza della setta dei Carbonari e dei Calderari. Nel luglio 1820 i Carbonari del regno di Napoli principiaron la rivoluzione che si estese anche alla Sicilia, e che, trionfante, obbligò quel re a giurare una costituzione che spergiurava ben tosto e soffocava nel sangue. In Lombardia pure cospirarono i Carbonari, ma furon repressi con eccessivo rigore; fra questi s’annoverò Silvio Pellico da Saluzzo, che venne condannato al carcere duro nella fortezza dello Spielperg in Moravia.

Nel 1821 regnava in Piemonte Vittorio Emanuele I, principe buono, di mediocre ingegno, di carattere irresoluto: da Napoli penetrata in Piemonte la rivoluzione per mezzo delle società segrete, essa trovò appoggio in Carlo Alberto, e vi scoppiò nel marzo di quell’anno. Vittorio Emanuele, legato colle potenze estere nella promessa di non concedere costituzione, anzichè darla spergiurando, abdicò nulla concedendo. Ma la concesse Carlo Alberto, nominato reggente; annullandola poi tosto Carlo Felice, successo nel regno a Vittorio Emanuele. Carlo Alberto fu allontanato allora e spedito in Spagna a combattervi la trionfante insurrezione.

Pel Lombardo-Veneto nel 1821 siedette una commissione terribile in Venezia, incaricata di redigere i processi de’ Carbonari che avevano agitate le provincie lombarde e venete. La commissione era presieduta dal conte Guglielmo Gardani, ed aveva per membri Salvotti e Tosetti; segretario n’era De Rosmini. A Milano arrestavasi, a Venezia si procedeva. Fra i primi arrestati vi furono Castilia, Palavicini e Confalonieri: a Venezia fra i prigionieri vi furon da principio condotti anche Silvio Pellico, Pietro Maroncelli, Canova, il professor Rossi. Con sentenza 29 agosto 1821 di quella Commissione si condannava a morte Antonio Solera, D. Felice Foresti, Costantino Munari, Antonio Villa, Giovanni Bachiega, Marco Fortini (sacerdote), conte Antonio Oroboni della Fratta, marchese G. B. Canonici, Giuseppe Delfini, Pietro Rinaldi, Francesco Cechetti, Giovanni Monti e Vincenzo Caravieri, quali rei di delitto d’alto tradimento.

Nel 27 aprile 1831 salì al trono di Piemonte re Carlo Alberto, ridestando le speranze di coloro che aspiravano al riscatto delle italiane provincie dal servaggio. Ma la memoria de’ passati disinganni, l’esagerato sentimento religioso e un carattere irresoluto lo trattennero dall’aderire a’ fini de’ rivoluzionarii.

Mazzini, ch’era già stato arrestato a Genova e imprigionato a Savona, ove concepì il disegno di una nuova forma di società segreta col nome di Giovine Italia, ritornato in libertà, esulò; continuando a cospirare da terra francese, dove nel 1833 pubblicò gli statuti e i programmi della Giovine Italia, tentò guadagnare Carlo Alberto alla rivoluzione, e, non riuscendovi, continuò a cospirare: e per cospirazione fu condannato a(5) morte, lui assente. Rifugiatosi allora a Ginevra, organizzò la spedizione di Savoja, che fallì per colpa di Ramorino suo condottiero.

Molte furon le condanne capitali, ma nella maggior parte in contumacia; moltissime e gravissime le altre condanne dal 1833 al 1846 in Italia.

Ma nel giugno del 1846 veniva eletto a pontefice Giovani Maria Mastai Feretti, il quale assunse il nome di Pio IX; e questi, venti giorni dopo la sua assunzione al trono, accordò larga amnistia ai condannati per titolo politico; quindi nuove riforme accordò. Ciò rivelò sentimenti liberali, e il popolo simpatizzò per lui. Lo stesso Mazzini fu pure lusingato a sperare nel pontefice, e scrisse a tal uopo per lui apposita lettera, nella quale leggevansi le seguenti espressioni(6): Unificate l’Italia e la patria vostra… Non mendicate alleanza di principi. Seguitate a conquistare l’alleanza dei popoli.

Chi era questo Giovanni Maria Mastai elevato al seggio ponteficale col nome di Pio IX?

Questi nacque in Sinigaglia nel 13 maggio del 1792 da nobile e agiata famiglia: educato da padri Scolopi nel collegio di Volterra, vi si distinse. Cercò nel 1815 d’entrare nelle guardie nobili del pontefice, ma non l’ottenne perchè infermiccio e affetto da epilessia. Studiò allora teologia e si fece prete: la sua salute migliorò e l’epilessia andò svanendo: andò in missione al Chili nel 3 luglio 1823: arrestato a Palma dalle autorità rivoluzionarie di Spagna per sospetto di missione politica, rimase prigioniero alcuni giorni: liberato e rimessosi in mare, fu la nave assalita dai filibustieri, ma potette salvar la vita: colto da burrasca, pericolò naufragio: finalmente giunse nel 1824 a Rio della Plata e l’anno dopo arrivò a Santiago del Chili. Nel 1825 ritornato a Roma, Leone XII lo nominò arcivescovo di Spoleto: Gregorio XVI lo elesse vescovo d’Imola nel 1832, e cardinale nel 1840. Salito al pontificato, diede riforme liberali e spiegò ostilità contro l’Austria che gli aveva occupata Ferrara: ciò destò indicibile entusiasmo in Italia, e il suo esempio fu seguito dalla Toscana che ebbe pur essa riforme, e il nome di Pio IX divenne parola d’ordine di risorgimento nazionale. Era giunto così l’anno 1847, e le dimostrazioni contro i governi dispotici si moltiplicavano nella penisola.

La Lombardia non rimase ultima in que’ moti che rivelavano l’aspirazione a libero reggimento. Nel settembre 1847, essendo morto l’arcivescovo Gaisruck, di nazionalità tedesca, l’imperator d’Austria lo aveva rimpiazzato con Bartolameo Carlo Romilli da Bergamo, già professore di religione nel patrio liceo, indi parroco di Trescorre, poscia vescovo di Cremona. Il popolo volle cogliere occasione del suo ingresso per fare qualche dimostrazione contro il governo.

E l’ingresso del nuovo arcivescovo avveniva nella domenica del 5 di settembre 1847; il popolo e il municipio avean fatti grandi preparativi per celebrare l’ingresso con inaudita pompa: alla sera fuvvi generale illuminazione per le vie. Nel dì 8 seguente, in cui ricorreva la Natività di Maria Vergine, alla quale è dedicato il Duomo, si rinnovarono manifesti segni di convulsione popolare; questa volta collo scriver con carbone sui muri: Wia Pio IX e W. l’Italia, e col cantare l’inno appositamente fatto da altri in onor del pontefice, e dalla polizia vietato: una grande luminaria venne fatta in piazza del Duomo e in piazza Fontana, ove s’innalza il palazzo arcivescovile.

La polizia non volle starsene cheta spettatrice di quella festa popolare: molte guardie, in apparenza inermi, mandate per quei luoghi dal conte Bolza, tutto a un tratto sguainarono le sciabole che sotto i cappotti ascondevano, si avventarono in mezzo alla moltitudine festosa e, rotando i ferri, si misero a ferire a dritta e a manca. La folla spaventata fece per fuggire, l’un l’altro premeva, urtava, spingeva: molti agli urti cadevano, e la folla fuggente li calpestava. Le guardie di polizia potettero così comodamente soddisfare alla sete di sangue, ferendo a lor bell’agio gl’inermi: i popolani che più lungi stavano dai poliziotti, inviperiti di lor prepotenze, si posero a gridar morte ai Tedeschi: ciò inviperiva di più i poliziotti: ma d’un tratto essendo comparso sulla porta del suo palazzo l’arcivescovo, riuscì a far cessare le prepotenze tedesche e a far isciogliere la folla. Pattuglie però di dragoni imperiali continuarono a correr la città in quella sera e nel dimani; pur essi divertendosi nel maltrattare e ferir le persone. Più di sessanta vennero in quell’occasione ferite più o meno gravemente: diversi furono anche i morti.

Questi fatti diedero argomento all’autorità militare ed alla polizia per domandare a Vienna lo stato d’assedio, il giudizio statario e tutti gli altri rigori: – volevasi soffocar la voce della giustizia, far tacere la legge, limitare l’autorità dello stesso governo, onde suprema vi regnasse l’autorità militare e della polizia.

Ma nel sangue non si spense il principio di libertà: il sangue ne lo rafforzò anzi in ogni cuore; e il sangue anzichè gettar spavento nelle popolazioni, le inasprì invece nell’odio contro la tedesca dominazione, e le rese tenaci nei propositi di combatterla.

Nel settembre, essendosi aperto in Venezia il congresso degli scienziati italiani, le discussioni scientifiche snaturaronsi in politiche, e il Bonaparte che entusiasmò il congresso con calde parole, fu fatto partire pei confini dalla locale polizia: il fatto diede argomento alla stampa periodica nostrale e straniera di elevar la voce contro l’arbitrario procedere della polizia austriaca.

Giunte e diffusesi per Milano le nuove delle riforme piemontesi del 30 di ottobre, esse produssero un po’ d’agitazione non troppo ben celata. Nazari, deputato presso la Congregazione centrale, espose allora al governo con particolareggiato rapporto il malcontento che le gravose tasse e la licenza militare e gli arbitrii polizieschi avevano sparso nel popolo. Il governatore gli rispose che si rimanesse la Congregazione centrale nei limiti di sue attribuzioni, e non le trascendesse in cose riferentesi(7) alla politica. Il fatto del Nazari bastò per cattivare a lui la popolare simpatia, e si aperse una sottoscrizione onde erigergli un busto. E per rispondere al governator di Milano, che voleva persino niegare il diritto alla Centrale Congregazione di provocare riforme dal governo, il popolo usò il linguaggio e i mezzi del cospiratore: la stampa clandestina eccitò le passioni politiche: si inventò un linguaggio misterioso di segni, che venne rapidamente appreso ed usato dal popolo, e servì per comunicare le disposizioni dei segreti dirigenti del moto liberale. Non essendo possibile rifiutare il pagamento delle tasse dirette, giacchè colla forza si sarebbero con maggiori danni dei contribuenti percette, si ideò di ricusarsi alle tasse indirette, astenendosi dal fumare e dal giuocare al lotto: con ciò si sarebbe danneggiato l’erario imperiale, e sarebbe stato questo un mezzo per mantener vivo il sentimento d’opposizione liberale e per abituare il popolo all’unione de’ propositi.

Sopravvenne intanto il 1848, e al 2 di gennajo di quell’anno più nessuno si incontrava fumando per le vie, eccettuati gli agenti di polizia e il militare. Ciò diede luogo a parziali collisioni, poichè intorno ai fumatori si aggruppavano i popolani gridando: Abbasso il sigaro, e li fischiavano. Durante quel giorno la polizia lasciò fare, comprendendo che le opposizioni alle dimostrazioni non facevano che dar loro maggior importanza e rendere più tenaci gli oppositori. Sul far della notte però le cose non si soffermarono a pacifica opposizione, giacchè i soldati cominciarono a reagire ed a maltrattare la folla. Vuolsi anzi che dall’autorità militare si dessero zigari alla bassa forza onde fumasse in pubblico e provocasse in tal modo disordini, nello scopo di prender partito da quei fatti per levare i poteri all’autorità civile e concentrarla tutti in quella militare.

Il podestà Casati, che si trovava in strada cercò di intromettersi in quella reazione militare, riprovando gli atti violenti dei soldati e dei poliziotti da una parte, e consigliando il popolo dall’altra ad usar prudenza. Ma vicino alla piazza dei Mercanti Casati fu fermato dai soldati e tradotto alla Direzione di polizia. Ciò valse a cattivargli le popolari simpatie, ed una folla compatta di gente l’accompagnò da lontano sino a S. Margherita, ove siedeva quella Direzione politica. Fu invero questo un atto che fece onore a Casati, sebbene, di carattere debole(8) e incerto, più amante di nuovo principe che di vera libertà, dovesse poi in seguito smentire il giudizio che di lui si era formato il popolo.

Casati simpatizzava pel sovrano di Piemonte. Allorquando nel 1842 il principe Vittorio Emanuele di Carignano andò sposo coll’arciduchessa Maria Adelaide, figlia dell’arciduca Ranieri vicerè del regno lombardo-veneto, Casati progettò di presentare alla real coppia un’anfora con bacile d’argento. Lavoro artistico di cui fu l’opera a cesello allogata a Bellezza, nome celebrato in cesellatura; il disegno nella parte ornamentale affidato a Ferdinando Albertoli; il disegno della parte figurativa al consigliere Sabatelli; la modellatura infine a Benedetto(9) Cacciatori. Essendosi il Casati portato a Torino a presentare il dono, n’era ritornato decorato ed entusiasta ammiratore di Carlo Alberto e della Casa di Savoja.

L’arresto di Casati in piazza di Mercanti aveva da parte degli assessori municipali provocata una protesta a Torresani, capo della polizia, contro la licenza militare.

Casati venne allora ridonato a libertà, e sembrava essersi racquetati alquanto gli spiriti, allorchè il conte Neuperg, ufficiale austriaco, ridestò negli animi popolari il rancore, che, non spento, era soltanto assopito. Neuperg aveva distribuito tabacco a sue spese ai soldati onde girassero per le strade fumando e provocando il popolo: egli stesso attraversò la folla collo zigaro in bocca, colla spavalderia negli atti e nello sguardo, urtando l’uno, insultando l’altro: ciò fu causa di pubblica indegnazione: ciò fu sfida al popolo: ciò ridestò nella città un fremito d’ira, ed aumentò l’odio per l’Austria.

Vicino alla galleria De Cristoforis lo stesso consigliere don Carlo Manganini, amico di Torresani, antico inquisitore in una commissione contro i Carbonari, vecchio di 74 anni, avendo riprovato il contegno della truppa, un soldato l’afferrò e lo uccise con quattro sciabolate alla testa e due al braccio destro. Il delirio di sangue era giunto al colmo che non si risparmiavan più nemmeno i partitanti dell’Austria. Più di 60 furono tra feriti e morti trasportati all’ospedale, non contati quelli che furono portati e curati alle case loro.

Apparvero allora epigrammi sui muri delle case, tra i quali leggevasi la seguente strofa:

Hanno il zigaro fra’ denti

Solo i birri e i confidenti;

Cittadini, state attenti

Se vi preme il vostro onor

Ad inasprire maggiormente la concitazione pubblica, Torresani ordinò numerosi arresti.

Nel giorno dopo, 3 gennajo, il Comando militare, fatti ubbriacare i soldati, distribuito a loro trentamila zigari e diviso fra loro qualche migliaja di lire, verso sera li sguinzagliò per la città; molti condannati furon tolti dalle prigioni e gettati per le vie con zigari e furono associati alla truppa che in comitive di venti, trenta, quaranta, ubbriachi di acquavite, scorrevano la città provocando con laide parole i cittadini, maltrattandoli ove sorgeva in loro il mal talento. La popolazione erasi limitata(10) a rispondere a que’ modi insultanti coll’emettere fischi e qualche evviva all’Italia. Ma gli ebbri soldati desiderando emozioni di sangue, snudarono le sciabole e si abbandonarono a disperdere quanto incontravano, menando colpi alla cieca, non avendo riguardo a donne, a’ ragazzi, a’ vecchi; talchè molti cadevano feriti o morti. Sembrava la città esser convertita in una landa selvaggia ove l’odor del sangue attira gli antropofagi! lo spavento fu generale, generale l’indegnazione pubblica, e sulla violenza di que’ giannizzeri del dispotismo maggiormente germogliò l’odio contro la dominazione straniera; e il sangue di tanti sventurati inaffiò l’albero della libertà.

Gravi eran le condizioni d’Italia nel 1848: – le aspirazioni nazionali si eran diffuse per tutta Italia, soccorse dagli scritti di coraggiosi patriotti: – fra questi non possiam sottacere Mazzini che dall’esiglio, con mille sacrifizii, col senno, col consiglio, cogli scritti che diffondeva dovunque, coll’esempio di virtù private e cittadine mantenne vivo per molti lustri il fuoco di libertà negli animi italiani.

Riepilogando i fatti di quell’anno, noi vediamo le sette politiche, dissenzienti nei mezzi, armonizzare tutte nello scopo; – quello di rovesciare il tarlato trono di re Ferdinando; – di cui eran accusa le fallite promesse, le condanne capitali e gli esigli, l’insolenza del militare, la burbanza de’ ministri, la corruzione generalizzata. Cominciò disegno di attuazione di sommossa nel 12 gennajo di quell’anno, ma venne scoperta perchè Giuda, che si era appiccato, aveva lasciati nepoti, ed uno si rivelò in un congiurato che ogni cosa scoprì all’autorità, la quale popolò le galere di coloro ch’eran sfuggiti al carnefice. Ma nel sangue e nei bagni non si soffocano i principii, e l’idea nazionale ripullulò più prosperosa dovunque: da ciò nuovi arresti, nuovi procedimenti, nuove condanne, nuove fatiche al boja: quarantatre furono i condannati nella congiura di Monteforte!

La scintilla rivoluzionaria si diffuse allora per tutta Italia, e noi imprendiamo a narrare la storia della rivoluzione milanese.

IL 18 MARZO

Gli estremi si toccano, dice un antico adagio; talchè come dalla licenza è generata la tirannide, così il despotismo estremo conduce a libertà.

Così fu di Milano nel 1848: – oppressa da un governo che voleva ritenerla schiava: – stretta a ferreo giogo: – bavagliata onde non parlasse: – soffocata onde non facesse udir neppure i suoi gemiti, – Milano sofferse, ma non cadde; – ebbe soffocata nella strozza la voce della libertà, ma ella seppe mantener vivo il sentimento liberale ne’ più reconditi recessi del cuore….

Sorvegliato ogni suo atto, non poteva spezzar le catene che la cingevano; – ma essa non diffidò di quella superiore Provvidenza che veglia sui diritti dell’uomo ed a suo tempo ne rivendica l’oltraggiata esistenza: – sofferse molto, – ma perseverò, – e perseverando maturò i tempi e le occasioni ad una rivoluzione grandiosa, eroica, nella quale un pugno di uomini del popolo, inermi, disuniti, seppe annodarsi e, nuovi Spartani alle Termopili, seppe combattere un’armata numerosa, ben armata, bene organizzata de’ suoi oppressori.

Il marzo 1848 doveva incarnare le aspirazioni de’ Milanesi: – doveva dare alla storia un soggetto eroico da registrare… La rivoluzione di Sicilia, quella di Francia, quella pure di Vienna ingagliardiva gli sforzi de’ Milanesi ad una riscossa: – Milano era stata abbandonata dalle principali autorità, e sol vi rimanevano Radetzky e Torresani; capo l’uno del militare, direttore l’altro della polizia; entrambi fermamente determinati a soffocare nel sangue cittadino ogni tentativo di rivolta.

I tempi che faceansi grossi, grossi; gli avvenimenti che si incalzavano con prodigiosa(11) rapidità, forzarono la mano al tedesco imperatore a promettere concessioni, e nel mattino del 18 marzo pubblicavasi il seguente:

AVVISO

“La Presidenza dell’I. R. Governo si fa un dovere di portare a pubblica notizia il contenuto di un dispaccio telegrafico in data di Vienna 15 corrente, giunto a Zilli lo stesso giorno ed arrivato a Milano jeri sera”.

Sua Maestà I. R. l’imperatore ha determinato di abolire la Censura e di far pubblicare sollecitamente una legge sulla stampa, non che di convocare gli Stati dei Regni Tedeschi e Slavi, e le Congregazioni centrali del Regno Lombardo Veneto. L’adunanza avrà luogo il più tardi il 3 del prossimo venturo mese di luglio.

M. HARTL

I. R. Ispettore al telegrafo.

Milano, il 18 marzo 1848.

Il Vicepresidente

CONTE O’DONELL.

I Milanesi non prestaron fede però alle puniche promesse di un governo che aveva sempre mancato alla fede data al popolo; e d’altra parte la concessione non corrispondeva alle aspirazioni del paese all’indipendenza dallo straniero.

Contrapposto all’avviso governativo vedevansi affisse sui muri della città e diffuse pei negozii le seguenti:

DOMANDE DEGLI ITALIANI DELLA LOMBARDIA.

“Proclamiamo unanimi e pacifici, ma con irresistibile volere, che il nostro paese intende di essere italiano, e che si sente maturo a libere instituzioni.

“Chiediamo offrendo pace e fratellanza, ma non temendo la guerra:

“1° Abolizione della vecchia Polizia, e nomina di una nuova, soggetta alla Municipalità;

“2° Abolizione della legge di sangue ed instantanea liberazione dei detenuti politici;

“3° Reggenza provvisoria del regno;

“4° Libertà della stampa;

“5° Riunione dei Consigli comunali e dei Convocati, perchè eleggano deputati all’assemblea Nazionale, da convocarsi in breve termine.

“6. Guardia civica sotto gli ordini della municipalità;

“7. Neutralità e sussistenza guarentita alle truppe austriache.”

“Alle ore 3 trovarsi alla Corsia de’ Servi.”

ORDINE E FERMEZZA.

“Milano 18 marzo 1848”.

Gli animi eransi esaltati allo scoppio di avvenimenti risoluti e decisivi: – l’agitazione era in ogni petto: – grande la concitazione: – l’ardimento era spartano. Trepidando nell’aspettazione delle ore 3, e l’impazienza dell’animo riversandosi dall’occhi, dalle labbra dal tremito delle membra e dallo stesso respiro, ognuno era sceso per le vie in attesa di quell’ora; talchè verso mezzodì le strade eran tutte gremite di masse popolari, desiose d’azione più che di aspettativa, e, cominciando una voce a parlar di armamenti, divenne voce di tutte quelle masse, le quali risolsero di muoversi verso il palazzo municipale al grido di: Armateci! Dateci la Guardia Civica!

Il podestà conte Gabrio Casati cercò di calmar l’effervescenza popolare, e persuaderla che nulla egli poteva fare, ed esser d’uopo che il popolo si rivolgesse al Governo: – ma il popolo non s’acquetava alle esortazioni, e finalmente gridava che gli si desse un capo per guidarlo. Il Casati allora si offrì di capitanare personalmente il popolo, e vi si pose in testa insieme ai Corpi municipale e provinciale.

Imponente fu il procedere per le vie di quella immensa moltitudine acclamante, festante, sventolante in alto moccichini e berretti!… Non erano uomini che camminavano; – era un’onda che si riversava per le strade, l’un l’altro premendo, spingendo, più portati che camminando, tant’era stipata la folla. Il petto loro portava una coccarda; era quella bianca, rossa e verde.

Giunto il popolo sul ponte di S. Damiano, la guardia del palazzo di Governo, schieratasi nella via, scaricò i fucili contro il popolo: – questi, inasprito all’atto ostile, precipitò furioso verso il palazzo di governo; in un attimo i due granatieri ungheresi di sentinella furon massacrati, gli altri soldati disarmati, il palazzo preso, invaso, rispettandosi scrupolosamente la proprietà. I consiglieri di governo eran fuggiti: alcuni fraternizzarono col popolo: il solo O’Donell, che reggeva il governo in assenza del conte Spaur, erasi barrato nel suo gabinetto e sdegnava scendere a patteggiar col popolo.

In questo frattempo era sopraggiunto l’arcivescovo e l’arciprete Opizzoni, fregiati essi pure di coccarda tricolore, i quali, acclamati dal popolo, si posero intermediarii fra questo e O’Donell; recatisi da quest’ultimo, assicuraronlo che rispondevano di sua vita e l’indussero a presentarsi sul balcone del palazzo, dal quale, pallido e tremante, spiegando una bianca pezzuola, sclamò al popolo: Farò quello che volete! Tutto quello che volete! E il popolo rispondeva: Abbasso la Polizia! Vogliam Guardia Civica! O’Donell replicava allora: Sì, abbasso la Polizia! Accordata la Guardia Civica! Ma il popolo diffidando delle parole gridò: Lo vogliamo in iscritto. A ciò annuì O’Donell, e, accompagnato in contrada del Monte in casa Vidiserti, egli sottoscrisse i seguenti editti che vennero immediatamente stampati, e pubblicati poche ore dopo dalla Congregazione municipale:

“Milano, 18 marzo 1848

“Il Vice Presidente, vista la necessità assoluta per mantenere l’ordine, concede al Municipio di armare la Guardia Civica.

“Firmato CONTE O’DONELL.”

“La Guardia della Polizia consegnerà le armi al Municipio immediatamente.

“Firmato CONTE O’DONELL.”

“La direzione di Polizia è destituita; e la sicurezza della città è affidata al Municipio.

“Firmato CONTE O’DONELL.”

LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTÀ DI MILANO.

“In conseguenza di ciò sono invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero a presentarsi al palazzo Civico dove sarà attivato il Ruolo della Guardia Civica.

“Interinalmente è affidata la Direzione di Polizia al signor Dottor Bellati, Delegato Provinciale.

“I Cittadini che hanno(12) le armi dovranno portarle con sè.”

CASATI, podestà

BERETTA, assessore

GREPPI, assessore

SILVA, segretario

Chi aveva suggerito al podestà di condurre altrove O’Donell, era stato Cernuschi, il quale costituiva, direm così, la testa di quella prima dimostrazione insieme a Clerici, a Bellati, a Mazzuchelli, a Correnti, a Guerrieri, a Greppi, a Berretta, ad Oldofredi, a Borromeo ed a Busi. Cernuschi aveva suggerita quella determinazione onde procurarsi nella persona di O’Donell un ostaggio alla rivoluzione popolare.

Il corso di porta Orientale era pavesato a festa: le bandiere tricolori, preparate nel segreto delle famiglie, vi apparvero e sventolarono pubblicamente: gremite eran le finestre di vecchi, ragazzi, donne sventolanti le lor pezzuole in atto di gioja. La concitazione era grande, indescrivibile l’entusiasmo: qua e là vedevansi capannelli di uomini e donne che chiedevansi ansiosamente notizie, e le più strane ed esagerate novelle si diffondevano intorno agli avvenimenti della giornata; l’immaginazione ardente creava fatti insussistenti, svisava gli esistenti, tutti tratteggiati di quelle tinte che l’entusiamo(13) e le aspirazioni somministravano.

Il popolo erasi tutto riversato al Governo ed al Broletto: tutti chiedevano inscriversi nella Guardia Civica, tutti erano animati da eguale ardore. Qualche sbocco di contrada cominciava già a venir abbarrata con tavole e con travi; ma deboli erano ancora le difese. Una ventina di ardimentosi giovani, volendo che il loro ardire fosse più proficuo se armati, portossi all’Oficina Colombo, dove, atterrata la porta, s’impadronì delle armi che vi si tenevano in vendita; cioè sciabole, pistole e pochi fucili.

Il palazzo reale era ancora presidiato dalla truppa austriaca, la quale mantenevasi in relazione colla direzione di polizia, senza poter però trovarsi in communicazione col castello, perchè avendo spedito un ussero onde recar la nuova di quanto avveniva, questo era stato fermato dal popolo e fatto prigioniero.

Non esisteva quindi unità di azione, non conoscendosi da Radetzky quanto avveniva nell’interno della città, e ritenendo d’altronde le autorità e le truppe dell’interno che tutto si conoscesse in Castello.

Fatt’è che Radetzky, uscendo verso un’ora pomeridiana dalla casa Cagnola (ch’era situata in via Cusani e nella quale vi esisteva la Cancelleria militare) in compagnia del generale Wallmoden, di altri tre generali e di diversi ufficiali, vide chiudersi le porte delle case, le imposte delle botteghe, le persiane, ed osservò un confuso correr di gente, attrupparsi alcuni, altri fuggire come sovrastasse gran pericolo; talchè, avendo chiesta la ragione di quanto stranamente gli si presentava allo sguardo, gli fu risposto che era scoppiato serio tumulto popolare, e che forti masse eransi recate minacciose al governo, senza conoscerne i particolari e l’esito.

Riparatosi allor ben tosto in castello, vi s’incontrò col professor Menini e col commissario De Betta che, al primo sfavillar della sommossa, eransi colà rifugiati.

Alle confuse, ma appassionate notizie recate da quei due, Radetzky presumette troppo di vincere col terrore l’entusiasmo popolare, ed ideò allora di soffocare nel sangue ogni tentativo di rivoluzione, facendo marciare contro il popolo otto mila uomini, divisi in centosessanta compagnie di cinquant’uomini ciascuna, coll’ordine di spazzar colle armi le vie della città, portarsi a saccheggiare duecento case di signori, indicati dal De Betta come animati da sentimenti ostili al governo, mentre altri seimila uomini avrebbero avuto l’incarico di continuare l’opera dell’ordine col mezzo del sangue e del terrore, assicurando le comunicazioni delle varie strade interne ed esterne col castello.

Ma mentre si spedivano staffette militari da un punto all’altro per procurarsi notizie sul vero stato delle cose, impartire istruzioni, mantenere le communicazioni fra i diversi punti occupati dal militare, questi corrieri militari non giungevano poi mai alla loro destinazione, perchè venivano fermati ed arrestati dal popolo. In quell’occasione vennero intercettate due lettere che due figli del Vicerè si scambiavano, e nelle quali esternavasi il desiderio e la convinzione che Radetzky avrebbe bombardata Milano e domata la rivoluzione colle armi e coi patiboli.

Fortunatamente non solo le pietose intenzioni degli arciduchi non potettero aver realizzazione, ma nemmeno i disegni di Radetzky, ritenendosi da molti ch’egli venisse osteggiato da forti proteste de’ suoi generali Walmoden e Woyna. Si limitò quindi il feld-maresciallo a spiegare innanzi al castello tutte le forze che aveva presso di sè, spingendone una parte lungo i bastioni e tenendo in pronto le artiglierie sugli spalti dei torrioni del castello. Spinse anche forti pattuglie nella città, le quali però trovarono precluso in varie parti il proseguimento di lor marcia.

Ciò avveniva per parte delle truppe del castello: prima di proseguire nel racconto di quanto avveniva nell’interno della città, riteniamo necessità storica di presentare un prospetto delle forze militari che in quel giorno si ritrovavano in Milano, a quali corpi appartenessero ed in quali caserme distribuite.

In Castello

6

comp. di granat. ungh. a

180 uomini

1,080

4

” croati

210 ”

840

6

” regg. Alberto

190 ”

1,140

2

squadroni di cavalleria a

150 ”

300

2

batterie leggere

180 ”

360

3

” a piedi

80 ”

240

1

” racchette

60 ”

60

Nella Caserma S. Francesco.

12

comp. regg. Paumgartten a

190 uomini

2,080

2

” cacciat. tirolesi

200 ”

400

1

” regg. Reisinger

190 ”

190

Nella caserma S. Gerolamo.

2

comp. croati

210 uomini

420

2

” regg. Reisinger

190 ”

380

Nella caserma S. Vittore.

4

comp. regg. Reisinger a

190 uomini

760

1

squadrone di cavalleria

150 ”

150

Nella caserma delle Grazie.

1

squadrone di cavalleria a

150 uomini

150

Nella caserma di S. Eustorgio.

6

comp. regg. Reisinger a

190 uomini

1,140

Nella caserma di S. Angelo.

6

comp. regg. Kaiser a

190 uomini

1,140

Nella caserma dell’Incoronata.

4

com. del regg. Kaiser a

190 uomini

760

Nella caserma di S. Simpliciano.

2

comp. regg. Kaiser a

190 uomini

380

2

squadroni di cavalleria

150 ”

300

La riserva del treno

120

Collegio di S. Luca.

Compagnia dei cadetti

150

Gendarmeria (alle Grazie)

250

Guardia di polizia (a S. Bernardino)

800

______

Totale uomini

13,790

In questo stato di forze non si trovano comprese le armi morte, cioè quelle non combattenti (chiamate dei Tedeschi planisti), le quali sommavano a un migliaio. Nei giorni successivi però al 18 marzo, avendo Radetzky chiamato a Milano altri corpi, l’ammontare della forza militare tedesca aumentò sino a ventimila.

Tutte queste truppe però trovavansi nel 18 e 19 marzo disseminati in 52 posti, i quali erano: la gran Guardia in angolo alla piazza Mercanti, ove erano 2 cannoni; – le undici porte della città; – il Castello; – le altre undici caserme; – l’Arena; – il General Comando; – il Genio; – la Cancelleria militare in casa Cagnola; – la casa Arconati in via di Brisa (alloggio di Radetzky); – i forni militari; – l’Ospitale militare a S. Ambrogio; i granai militari a Porta Tosa; – le case sul vicino baluardo presso la Polveriera; – il baluardo del monte Tabor a Porta Romana; – il magazzino a S. Apollinare; – la Polizia generale e gli altri suoi uffici di Piazza Mercanti, Andegari, S. Simone e S. Antonio; – la Casa di correzione; – il Tribunal criminale; – il Tribunal civile; – il Duomo; – l’Arcivescovado; – la Corte, provveduta anche di artiglieria; – il Broletto in cui eranvi pure cannoni; – il Demanio; il Palazzo del Tesoro (Marino); – la regia Villa al giardino pubblico; – il palazzo di governo; – la Zecca.

La giornata del 18 marzo era piovosa: – sembrava che la natura, prevedendo le crudeltà che avrebbe commesse una soldatesca straniera, avversa agli Italiani per la ragion stessa ch’era straniera, indispettita e resa feroce per l’odio che conosceva esser nutrito contro di essa non per le nazioni a cui appartenevano i diversi militari, ma per l’uso a cui eran diretti, cioè a servir di strumento alla tirannide ultramontana, – sembrava che la natura s’attristisse nella previsione delle crudeli lotte che si preparavano pei Milanesi, e pel sangue che si sarebbe versato. – Era giornata piovosa, melanconica, triste come il cielo sotto cui eran nati que’ soldati: – ma in mezzo alla tristezza della giornata splendeva il raggio dell’entusiasmo popolare, e i cittadini ricordando i crudeli destini a cui avea anticamente ridotta la città un tedesco imperatore, dal color della barba chiamato Barbarossa, rammentaronsi ben anco Legnano e la vittoria ottenuta sull’alemanno oppressore, – e giurarono vincere o morire, rammemorando l’ingiunzione delle madri spartane ai lor figli in partenza per la guerra, allorchè, additando lo scudo di cui eran muniti: Ritornerai, dicevano, o con questo o su questo: ossia o vittorioso o morto.

Nell’interno intanto della città gli avvenimenti prendevano una piega di una gravità straordinaria. Ad un’ora circa pomeridiana, narra una storia contemporanea(14), comparvero dieci gendarmi di cavalleria, comandati dal Commesso di polizia Zamara. Entrarono dalla Piazza Mercanti e si presentarono di fianco alla piazza del Duomo. Il cavallo del commesso cadde, ed allora un uomo del popolo arditamente s’interpose fra la squadra ed il suo comandante, togliendo di mano ad un gendarme la carabina; indi, rifugiandosi dietro una bara caricata di vino, con cui si fece barriera, scaricò il fucile, spargendo il terrore e la confusione nei militari, i quali chiesero soccorso ad un corpo di ussari alla Piazza Mercanti. Quel momento fu il segnale della lotta, poichè lasciò campo al distaccamento dei granatieri di guardia alla corte di fare una sortita.

A questo cenno storico però della storia suaccennata, noi dobbiamo per omaggio alla verità aggiungere che il signor Antonio Zamara in un suo opuscolo intitolato: Giustificazione del cittadino Antonio Zamara sul di lui operato nelle cinque giornate, ecc. (pubblicato dalla Tipografia Valentini e C.) volle negare il fatto d’esser stato lui quello che capeggiava quella pattuglia, cercò giustificare il proprio servizio nella polizia, asserendo ch’egli era stato soltanto incaricato per la direzione del corso delle carrozze ed al teatro della Scala sul palco scenico, e finalmente ritenne giustificare il suo passato col far professione di fede liberale. Sebbene possa essere avvenuto benissimo un errore di persona in quello che dirigeva la pattuglia di cavalleria, dobbiamo però notare sulle altre giustificazioni che un impiegato di polizia che immediatamente dopo il trionfo di una rivoluzione soglia proclamare di esser sempre stato di sentimenti liberali, egli è lo stesso che rendere molto sospetto quell’uomo, a meno che fosse un praticante soltanto; giacchè l’Austria allorchè poneva a soldo un impiegato politico, voleva esser ben garantita che avrebbe potuto far calcolo del suo zelo e della sua fedeltà. Ma di questi casi di bugiarde professioni ne abbiam vedute molte; avendo persino veduti commissarii superiori di polizia far da liberale appena partito il governo austriaco. A questi impostori diremo di gettar la maschera con cui hanno illuso il popolo e colla quale se ne sono approfittati per sedere a posti elevati negli ufficii costituitisi subito dopo la rivoluzione nel 1848, come dopo la partenza dei Tedeschi nel 1859: gettino la maschera giacchè l’Austria non promoveva al grado di commissario superiore uomini de’ quali non avesse avute guarentigie sulla loro sincera adesione al dispotismo. In nuovo governo potevano servire gli antichi impiegati: sta bene! sarebbesi con ciò compiuta un’opera di conciliazione, avrebbe il nuovo governo usufruttato delle cognizioni che dà una lunga pratica d’ufficio acquistatasi, avrebbe mostrato doversi ammettere la riabilitazione dell’uomo: ma io sprezzo coloro che dopo aver servito fedelmente l’Austria, fecero il cerretano col proclamare di averla tradita: questi son quelli capaci di disertare bandiere ad ogni volger di casi. La giustificazione quindi anche del Zamara non può essere rifiutata in tutto, ma accolta soltanto col beneficio dell’inventario.

Procedendo quindi nella narrazione dei fatti avvenuti nel 18 di marzo, diremo che, dopo il fatto da noi narrato, circa ad un’ora e tre quarti nella contrada di Pescheria Vecchia (ora più non esistente, e la quale era situata nell’area attuale di Piazza del Duomo che da Piazza Mercanti procede verso la galleria Vittorio Emanuele, comparvero nove ussari a cavallo, i quali uscivano dalla porta di Piazza Mercanti, che ora più non esiste, e roteando le sciabole intorno quasi a sfida ai cittadini, procedevano baldanzosi.

Quel guanto insultante di sfida fu raccolto dal popolo; imperocchè alcune persone civili e pochi facchini, che videro l’atto provocante, corsero furibondi contro il picchetto, gridando, imprecando e lanciando pietre. Il caporale, a briglia sciolta, cominciò a scorazzare per la via e, roteando la spada, ferì in una spalla un cittadino. Gli altri soldati, come se non avessero inteso il comando, a lento trotto seguirono il caporale sino a Campo Santo, che allor chiamavasi la strada esistente dietro al Duomo, oggidì chiamata pur essa Piazza del Duomo; colà giunti, nè colla lor baldanza scoraggiando punto i cittadini, due dei soldati furon rovesciati di sella ed uccisi da due colpi di fucile, usciti dalle circostanti finestre, e cinque altri ussari rimasero feriti, e i loro cavalli pure; ma malconci e coi cavalli zoppicanti potettero ritirarsi.

La lotta era quindi impegnata seriamente, ed era quistion di vita al governo il tentativo d’ogni sforzo delle armi per reprimere quei moti; com’era quistion di vita pel popolo il sostenere arditamente la lotta, poichè ben conosceva dover cercarsi salute nella vittoria, chè nella sconfitta avrebbe trovato morte sul patibolo chi non l’aveva trovata nel combattimento.

Gli ussari avevano rapportato l’avvenuto, e nuovi drappelli di soldati furon spediti per le strade. Mezz’ora circa dopo la ritirata degli ussari, sopravvennero nella stessa via, uscenti pure dalla Piazza Mercanti, dodici gendarmi a cavallo, i quali furon da prima accolti dai cittadini con un nembo di pietre lanciate contro di loro; ma poscia un prete da un balcone cominciò a gridare ai cittadini mentre batteva le mani: No! No! essi sono Italiani. Evviva la gendarmeria italiana! A quel grido cessò immediatamente la pioggia di sassi, ed un gendarme in atto di riconoscenza fece colla spada un segno di gratitudine al sacerdote. E il popolo rispettandoli perchè italiani, li lasciò passare incolumi; ed essi senza provocazione alcuna procedettero oltre e ritiraronsi nella corte reale. Ciò prova quanta generosità s’annidasse ne’ petti milanesi in momenti che l’odio per lo straniero e la concitazione della pugna lo avevano esaltato nelle sue idee, ne’ suoi affetti, ne’ suoi eroici propositi.

In Cordusio si usò un particolare stratagemma. I cittadini deliberarono di rimanersene più ch’era possibile celati, di lasciar entrare nella piazza le pattuglie, ma, appena giuntevi, il popolo unanime li asserragliava con una ben nutrita scarica di sassi da ogni finestra, ed una compagnia di dieci cittadini armati di pistole dirigeva incessantemente fuoco sulla truppa.

Circa le due ore e mezza, un drappello di truppa, guidato da un capitano dei granatieri, portatosi verso Campo Santo, trovò impossibile procedere oltre, giacchè dai tetti lanciavansi tegole e dalle finestre sassi in quantità sulla sottoposta strada; dimodochè il drappello dovette indietreggiare sino agli scalini del Duomo, ove giunto si pose a far scariche verso il corso e verso i tetti presidiati dai cittadini armati di tegole. In quel punto il signor Francesco Maglia, dalla propria casa in contrada dei Borsinari (or più non esistente, e che era propriamente un piccolo tratto di via tra la Pescheria Vecchia e la porta di entrata nella piazza Mercanti; porta or pure demolita), e propriamente dalla casa che allora portava il N. 1029, munito di un fucile a due colpi, caricato di quadrettoni, fece una scarica sul capitano, il quale, colto nel petto, premette colla mano la ferita e ordinò immediatamente la ritirata.

Dalle parte dell’arcivescovado si erano presentati poi i cacciatori tirolesi, e col mezzo dei loro zappatori sfondarono a colpi di scure il portello del palazzo arcivescovile nel cortile dei Monsignori. Quindi a colpi di scure atterrata la porta che dal cortile mette alla via sotterranea conducente in Duomo, e di porta in porta tutte sforzandole, potettero penetrare nel Duomo stesso, e di là con facilità salire sullo spianato superiore, da cui apersero un fuoco ben nutrito sopra i tetti onde scacciarne i cittadini che vi si erano posti per offendere colle tegole le truppe pattuglianti nelle sottoposte strade; da quelle alture mantennero anche vivo il fuoco in direzione della Piazza del Duomo, del Corso e della via che dal palazzo di corte conduce a Piazza Fontana.

Dopo il ritorno dall’irruzione al governo di quell’immensa moltitudine, come abbiam già narrato, parte di essa erasi portata di nuovo al palazzo municipale, ed altra parte, guidata dai lampionai della città in uniforme, andava dagli armajuoli a sequestrar le armi onde armarsi.

Infatti verso le tre ore buon numero di cittadini portossi alla rinfusa dall’armajuolo Sassi in contrada di S. Maria Segreta, chiedendo invanamente armi, allorchè un caso fortuito li obbligò a desistere. Ciò avvenne in causa dell’uscita dal Castello a quella stessa ora di tutti i granatieri che vi si trovavano, aventi un generale alla testa; questa truppa, diretta nell’interno della città, si incamminò per la contrada di san Vicenzino, avente lo sbocco in piazza Castello; colà, trovandosi ad un balcone molti signori e parecchie signore, sbigottiti alla vista di quella truppa e temendo che essa vi si portasse per intraprendere atti di violenza in causa della lotta che si era impegnata altrove nella città, quella comitiva signorile fece atto di rientrare spaventata: ma il generale a cavallo ne li dissuase coi gesti, quindi colle parole, facendo lor coraggio ed assicurando che non aveva alcuna cattiva missione da compiere a lor riguardo. Ciò attestiamo in omaggio della verità, onde dimostrare che non ci suggeriamo alla passione nello stendere queste pagine, ben riconoscendo che nell’ufficialità austriaca eranvi pure ottimi elementi, e che quando trascesero ad atti brutali, in maggior parte devesi far risalire ogni responsabilità al governo di Vienna che aveva aperto un abisso di odii fra esso e gl’Italiani; odii che si esplicavano poi contro l’esercito ch’era ritenuto strumento del despotismo, senza considerare che l’esercito in mano de’ tiranni viene esso pure retto da tale tirannica disciplina da renderlo macchina e nulla più, e non corpo morale intelligente e volente. La truppa però che da S. Vicenzino erasi condotta pella contrada de’ Maravigli, e quindi per quella di S. Maria Segreta, sconcertò i disegni de’ popolani ch’eransi colà concentrati onde forzare l’armajuolo Sassi ad armarli. Alla vista della truppa la folla che ritrovavasi aggruppata e minacciosa avanti la bottega d’armi, sorpresa dalla subitanea apparizione si abbandonò alla fuga, non potendo del resto concepir proposito di opposizione dal momento che ritrovavasi completamente inerme.

Rimase così libero il passo alla truppa; ma ben altri avean divisato di disputarle il passaggio, e il conduttore dell’albergo di S. Carlino ne doveva esserne capo.

Era questi un tal Beretta Costantino il quale accortosi dell’agitazione ch’erasi diffusa per tutta la città, aveva sin dal mattino tenuta la casa semichiusa; aveva fatta forte provvisione di mattoni, di sassi e di quant’altro valesse a recar offesa, ponendosi co’ suoi all’erta di quanto potesse succedere. Allorchè poi la truppa era entrata in quella contrada ed aveva veduta la fuga dell’assembrato popolo avanti la bottega del Sassi, essa si era convinta di potere invadere la città senza il menomo ostacolo e potersi recare ad occupar le posizioni interne più opportune. Ma allorchè l’albergatore vide spuntar la truppa in contrada, mandò tre suoi inservienti sul tetto, e altri otto collocò alle finestre; la moglie stessa del Beretta non volle esser di meno del marito in coraggio e s’adoperò attivamente al successo della lotta. Giunta la truppa in prossimità dell’albergo, il Beretta diede l’ordine a’ suoi d’incominciar l’offesa. Spaventoso fu lo spettacolo di quella contrada! una grandine continua di tegole, di mattoni, di sassi cadeva addosso ai soldati; e tale fu il fiero ed accanito tempestar di dure materie dall’alto, che il generale fece ritrarre alquanto i suoi soldati ed ordinò che aprissero il fuoco contro i rivoltosi.

Terribile fu la lotta: – le scariche dei fucili s’alternavano rapidamente al grandinar delle tegole: – la polvere prodotta dalle materie gettate dall’alto, il fumo che s’elevava dalla strada per l’esplosione dell’armi da fuoco; il rombo delle materie cadenti, e il fischio delle palle che s’incrociavano nel fulminar la casa, le grida furiose dell’una e dell’altra parte, produceva un concento diabolico, e presentava un quadro spaventoso, cui è sol capace di ridurre in atto l’odio feroce degli uomini che si scannano o si schiacciano vicendevolmente e senza pietà: – e che si scannano spesso perchè, ragionevoli come pretendon essere, più irragionevoli si dimostran de’ bruti col trucidarsi a vicenda con furore insano e per causa il più spesso che non li riguarda davvicino; qual era in fatta la lotta impegnatasi tra Milanesi e soldati, nella quale le parti più non si capivano, non comprendendo alcuno che, pugnandosi per la libertà e la indipendenza da forastiero governo, i soldati inferocivano per causa non propria nella lotta, anzi in causa di chi li teneva aggiogati sotto ferrea disciplina; – e i cittadini da lor parte non comprendevano nel furor della lotta che que’ soldati ch’erano contro a loro non eran altro che giovani strappati colla violenza dal seno di lor famiglie per tramutarli col più fiero dispotismo d’inumana disciplina in altrettanti strumenti de’ capricci di un uomo.

E la lotta fu accanita da entrambi le parti, e durò molto. Il generale stesso fu colpito da un vaso di terra sulla testa, e fu così malconcio dalla ferita da dover esser trasportato da quattro soldati in Piazza Mercanti.

De’ militari non si conobbero i dettagli sulle perdite e sui danni, poichè si ebbe cura di trasportare i feriti in Castello.

Il vicinato, atterrito da quella lotta, molto si lagnò coll’albergatore pell’imprudente attacco che poneva in pericolo tutti gl’inquilini delle circostanti case; ma la lotta terminata poco prima delle quattro ore colla vittoria cittadina rianimò anche i pusillanimi, rinfrancò i dubbiosi, assicurò i protestanti contro il Beretta. La folla che aveva tentato di impossessarsi delle armi dell’armajuolo Sassi, e che si era ritratta all’apparir della truppa, essa fuggente riacquistò animo e ritornò all’impresa contro la bottega del Sassi; questa volta con miglior fortuna; poichè, riuscita ad atterrarne la porta, essa vi penetrò, requisì tutte le armi e le distribuì secondo il bisogno.

Dalla parte del Genio militare, ch’era situato nella via del Monte di Pietà, e propriamente ove ora sorge il palazzo della Cassa di risparmio, due compagnie di linea avevano fatta una sortita ed eransi dirette pella contrada del Monte Napoleone. La via era deserta, cupa, chiuse le botteghe e le griglie; allorchè, giunta quasi alla casa Melzi, un colpo di fucile partito da una finestra stese cadavere un soldato e un altro lo ferì. Il mistero che circondava le fucilate del popolo, non vedendosi da dove partissero, intimorì la truppa, paventando di cadere in qualche agguato se procedeva; talchè risolvette di retrocedere, come retrocedette infatti, seco trasportando il soldato ferito.

Alla ritirata della truppa temendo i cittadini non ritornasse essa alla riscossa con rinforzi, barricarono la via con quanto fu a lor dato. Dalla chiesa di S. Francesco da Paola levarono tutti gli attrezzi e le canne dell’organo che era in costruzione, adoperandoli per barricare il corso di Porta Nuova, appoggiando la barricata alla casa Merini. Lo sbocco del Monte Napoleone venne chiuso con un carro da botti e col carretto del vicino lattivendolo. Per assicurare que’ paraggi, barricaron pure gli sbocchi della Croce Rossa e della corsia del Giardino. Dalla parte poi della contrada dell’Annunciata costrussero barriera colle tavole e colle travi che servivano alla fabbrica della casa D’Adda. Finalmente asserragliarono i portoni di Porta Nuova con una carrozza capovolta.

Verso le quattro ore uscì dalla Direzione di Polizia una pattuglia di 20 ussari a cavallo; ma un drappello di operai-tipografi, diretto da Luigi Camnasio, che sino dalla mattina era stato incaricato di sorvegliare la Direzione di polizia, salito sul tetto della casa esistente di contro a quella, perseguitò la pattuglia di cavalleria con sassi e con tegole che dall’alto lanciava nella sottoposta via. Due ussari essendo stati feriti, gli altri soldati scaricarono le armi da fuoco contro le finestre, e quindi spronarono i cavalli verso il teatro della Scala. In capo però alla contrada di S. Margherita, dal lato della piazza del teatro, trovarono chiusa la via dalla catena che a’ quei tempi usavasi porre attraverso di sera onde impedire il passaggio delle carrozze per quel punto, e che in quel giorno era stata stesa dai cittadini onde servir di barriera contro la cavalleria. Tentò la pattuglia di superar l’ostacolo, ma altri cittadini, appostati nell’atrio del teatro, la bersagliarono coi fucili da caccia; talchè la pattuglia dovette retrocedere in disordine onde ripararsi nel locale della Direzione di polizia. Ma giunta ivi, trovovvi chiusa la porta; e, mentre dal tetto della casa prospiciente lanciavansi tegole, gli ussari inferociti dal pericolo si posero a percuoter la porta colle sciabole e ad urtarla con forza coi cavalli che vi spingevano indietreggiando. Gli sforzi, commisti alle bestemmie, non valsero a sfondare nè a farsi aprir la porta; anzi una scarica di fucili fatta dal locale di polizia rovesciò di sella un ussaro. Era una scarica fatta dai poliziotti che, temendo per sè nello aprire, vollero allontanare i proprii fratelli d’armi col ferirli. Ma gli ussari, circondati dai projettili lanciati d’ogni parte, raddoppiarono gli sforzi, sinchè riuscirono a sfondar finalmente la porta della polizia e ricovrarvisi.

Dal locale di polizia si aperse fuoco allora in ogni direzione: i soldati accortisi che una mano di cittadini stava dai tetti gettando sassi e tegole, salirono pur essi sui tetti del locale di polizia e diressero il fuoco a quei punti culminanti. Bersagliati dalle fucilate, dovettero i popolani ritirarsi da’ quei tetti e scendere a combatter per le strade.

Nello stesso giorno e alla medesima ora veniva affisso ai muri della città e diffuso anche a mano il seguente bando:

“POPOLO DI MILANO!

“L’Europa ha gli occhi su di noi per decidere se il lungo nostro silenzio venisse da magnanima prudenza o da paura. Le provincie aspettano da noi la parola d’ordine. Il destino d’Italia è nelle nostre mani; un giorno può decidere la sorte di un secolo.

“ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!”

Al dopo pranzo alcuni giovani avevano tentato di costruire barricate a Porta Ticinese; ma il loro eccitamento non era stato secondato, perchè, rotte com’erano le communicazioni coll’interno della città, nessuno voleva credere alla notizia dello scoppio della rivoluzione nelle altre parti di Milano. Le svariate, esagerate, contradditorie notizie che i novellieri cialtroni usano nei momenti di lotte cittadine inventare od esagerare per farsi credere conoscitori degli avvenimenti, avevano infiltrata quella diffidenza che scoraggia e paralizza i forti propositi.

La Congregazione municipale continuava intanto le sue sedute in Broletto, ove accorrevano in folla i cittadini ad inscriversi nella Guardia civica. Presiedeva a quest’operazione il generale Teodoro Lecchi e l’impiegato municipale Luigi Manzoni. Le inscrizioni procedevano più regolarmente ch’era possibile, ma al momento della distribuzione delle armi si diffuse la notizia che esse mancavano perchè Torresani non aveva voluto ottemperare agli ordini di O’Donell, ritenendo invalida ogni determinazione da lui emessa sotto la coazione della prigionia. E invero Torresani rifiutò recisamente la consegna dei fucili delle guardie di polizia. Non restavan quindi per armare il popolo che le poche armi prese nelle officine di Sassi e di Calabresi, state poi pagate dal Municipio, ma che non bastavan del certo alle esigenze del bisogno. Essendo stato nominato Bellati a reggere la nuova polizia, in seguito al decreto di O’Donell, col quale scioglieva la polizia antica, ogni trattativa non approdò a qualsiasi favorevole risultato.

Radetzky pure aveva dichiarato di ritenere come nullo ogni ordine di O’Donell, valutandolo come estorto dalla pressione esercitata nella sua cattività per parte dei rivoluzionarii. Anzi il maresciallo, convenendo pienamente nell’operato di Torresani, invece di armi spedì armati. Un forte drappello di granatieri fu da lui mandato al Broletto, ove giuntovi, entrò dalla parte di S. Nazaro Pietrasanta (ora via Giulini), irruppe per le scale che conducevano agli ufficii della Delegazione, arrestò quanti incontrò e fece per tradurli seco in Castello. Se non che i granatieri trovarono opposizione in una mano di giovani armati di fucili e di qualche vecchia alabarda. Scesi in corte i soldati, si trovarono da un drappello di altri popolani minacciati alle spalle; talchè, senza poter condurre gente arrestata con sè, studiaron modo di ordinatamente ritirarsi.

Appena partiti, il popolo conobbe il pericolo di venir di nuovo invaso quel luogo e ne chiuse le porte, lasciando aperto il solo sportello dalla parte di S. Nazaro.

Infatti Radetzky, indignato dalla forzata ritirata de’ granatieri, pensò al modo di riprender più tardi quel luogo stesso.

Passando ad altro punto della città, abbiam veduto che O’Donell era stato condotto in ostaggio in casa Vidiserti al Monte Napoleone, dove pose sede il quartier generale dell’insurrezione. Si potrà censurare la disposizione delle due sedi, municipale e quartier generale rivoluzionario, così distanti l’una dall’altra: ciò non può essere obbietto di censura quando si conosca la ragione che obbligò a trovarsi così distanti quei due ufficii dirigenti della rivoluzione. Abbiamo noi ommesso di dire che allorquando il conte O’Donell veniva scortato come ostaggio in potere del popolo insorto, egli veniva diretto al palazzo municipale; ma, giunta la comitiva nella via del Monte, si scontrò con un centinajo di soldati che fece una scarica contro di essa. Il podestà col prigioniero rifugiossi allora nella casa Vidiserti, e fu per questo fortuito caso che l’autorità municipale, ricapito dei cittadini e quartier generale dei combattenti, si trovò in luogo così remoto dalla sua sede. Ed è per questo che Radetzky, ignorando tal fatto, e ritenendo O’Donell prigioniero in Broletto, diede tanta importanza all’occupazione militare del Broletto.

Terribile era intanto l’aspetto di Milano!… Barrate le strade, scoverti i tetti, un grandinar continuo di tegole dall’alto, uno scagliarsi violento di sassi dalle finestre, il sibilo delle palle della moschetteria, il rombo del cannone, le grida di gioja furente del popolo insorgente, gli urli e le bestemmie di una soldatesca inferocita nella lotta, un cupo cielo coperto di nubi, e che di quando in quando mandava acqua, – tutto ciò rendeva terribile l’aspetto della città… Ma ciò che infondeva un cupo sentimento di malinconia era il monotono squillo delle trombe del popolo che cupamente echeggiava per l’aere già cupo: – erano desse le campane suonate a stormo! Era il suono terribile a’ despoti, e che fece lor sempre rintronare all’orecchio che anche il popolo ha la sua forza; anch’esso i suoi colpi di Stato: talchè quando Carlo VIII, re di Francia, usufruttando delle italiane debolezze scese per l’Alpi e passò a Firenze, dove accolto come amico nel 1494 volle di poi dettar patti da conquistatore, Pier Capponi mentre il segretario del re leggeva il tenor degli oltraggiosi patti dell’assemblea dei cittadini stupiti ed angosciati, Pier Capponi sorse, strappò di mano al segretario la carta, la fece in pezzi, sclamando al re con fiero accento: Ebbene! voi suonate le vostre trombe e noi suoneremo le nostre campane; – e bastò la tremenda minaccia per fiaccare l’orgoglio del re e fargli mutare i patti.

E a Milano la voce di un popolo irato si fece udire negli squilli a stormo di sue campane: un popolano era salito sul campanile di S. Pietro Celestino, aveva afferrato il battaglio della maggior campana, e cominciò a martellare. Risposero tosto allo stormo la chiesa di S. Carlo e quella di S. Babila; e quindi, a brevi intervalli, quelle degli sgombri quartieri. E questo suono che sempre più si propagò e non cessò che col cessare delle offese nemiche, mentr’esso infondeva terrore nel nemico, nello stesso tempo incorava gl’insorgenti, dando certezza ai lontani che quella chiesa, quel rione erano sgombri.

Sull’Angelo di S. Paolo quindici giovani armati di fucili da caccia guardavano quel punto e fecero retrocedere le truppe accorrenti per impadronirsi della corsia, e ricacciarono la guardia che si trovava al tribunale criminale, la quale aveva pur tentato di farsi strada pella corsia. Vittima in quell’eroica difesa fu Tomaso Barzanò, giovane di 23 anni, ricco, patentato ragioniere da poco tempo, da una palla tedesca fatto cadavere al posto ove il bisogno della patria lo aveva collocato.

Un amico di Barzanò gli tenne compagnia in altra vita. Fu questi Ferranti Cadolini, ventenne appena, studente universitario, orfano di padre e conforto alla vedova madre, che armata la mano di carabina, ove fuvvi pericolo accorse, timor non conoscendo si battette da forte, finchè, collocato a difesa dello sbocco della contrada di S. Raffaele, fu da uno de’ Tirolesi, appiattato fra le aguglie del Duomo, ucciso con una fucilata in una gamba.

Intanto scorrevano le ore pomeridiane fra eroici fatti di gente quasi inerme che si scontrava contro agguerrite schiere: e mentre

Lo giorno se n’andava e l’aer bruno

Toglieva gli animai che sono in terra

Dalle fatiche loro(15)….

non ristavano i prodi dalle incominciate imprese e non si curavan di riposo; ma d’altra parte le truppe inferocite dalla resistenza e dai disagi, e dall’odio che lo straniero idioma sollevava, non ozieggiavano in brutali atti. Anzi narran le storie contemporanee che sul far della sera una pattuglia di croati scortando prigioniero in castello un giovane milanese, perchè questi protestava di innocenza e s’opponeva conseguentemente alla traduzione e resisteva co’ pugni, i soldati lo strangolarono e l’appiccarono ad una lampada. Nè i superiori, conosciuto il fatto, lo riprovarono, ma risero sanguinosamente all’inumano dramma ed eccitaron le truppe a riprodurlo in altri. Aggiungon poi quelle storie che otto detenuti politici che si trovavano degenti nella Rocchetta del castello vennero fucilati per ordine del supremo comandante, e che alcuni cadaveri di quegl’infelici vennero barbaramente gittati nella fossa che trovasi nella terza corte del castello.

Parziali scaramuccie eransi verificate nel vespero di quel giorno; le più sostenute da parte del popolo colle sole armi dei sassi o con qualche fucile da caccia.

Nei Martiri della rivoluzione lombarda(16) rileviamo che una forte compagnia del reggimento fanti Baumgartten, venendo dal ponte di Porta Romana, fu di contro alla chiesa di S. Nazzaro accolta con una tempesta di sassi. I soldati vi risposero colle schioppettate; ed il popolo centuplicò la sua mitraglia. L’ira traboccava da ogni animo, ed ogni soldato che cadeva era accompagnato dal grido di: Viva l’Italia, e da un batter di mani. Gioia invero feroce quella di gioire sulla morte di un uomo, a qualunque nazione appartenga od a qualunque opinione, ma è un necessario effetto di quella terribile concitazione che vien generata in una lotta di sangue. La lotta non fu allora tanto breve: perduti un ufficiale e quattro soldati, il capitano riordinò la compagnia e le comandò di avanzare verso la contrada Larga. Giunta la compagnia nella contrada Velasca, dopo aver lasciati due altri soldati morti all’angolo del teatro Lentasio, essa dovette soggiacere a nuove perdite; imperocchè dalla casa Borgazzi all’angolo di Poslaghetto i fratelli Longhi, con tutti gli amici che si trovavano in casa, apersero un vivo fuoco co’ loro fucili da caccia contro la truppa, la quale tenne fermo per quasi mezz’ora, rispondendo alle(17) fucilate con ben nutrite scariche di fila; finchè, decimata, sgominata, si aperse un varco per la contrada di Pantano, ad ogni rumore sostando incerta e paurosa, giungendo finalmente senza molestia sulla piazza di S. Ulderico. Quivi una barricata interruppe il suo cammino: barricata assai estesa, che dall’angolo della via degli Osti si appoggiava all’altro lato della piazza. Un colpo di fucile scaricato dalla casa Biumi da un certo Cesana, praticante in legge, e un vaso di fiori lanciato in pari tempo dalla casa di contro, ferirono due soldati, uno de’ quali mortalmente, e furono il segnale di un nuovo attacco. Ma non rispose troppo energicamente la truppa, la quale consacrò ogni studio ad aprirsi un varco attraverso la barriera, e con soverchia pena potette ripararsi sotto il Cascinotto, or più non esistente, formato allora da un’ampia tettoja, d’onde poi si partirono. E molestati ad ogni passo, decimati, di numero, stremati di forze, scoraggiati da quella lotta misteriosa e di nuovo genere, raggiunsero il palazzo di Corte e vi si ripararono.

Partiti appena i soldati dal cascinotto, irruppero dalle case molti ardimentosi cittadini, corsero a quel punto, e con attività prodigiosa si posero ad abbattere quella tettoja onde non avesse più a servir di riparo a nuove truppe sopravvenienti.

In contrada del Bocchetto pur si combattette: fu lotta di un’ora, ma lotta di leoni: de’ soldati molti furon feriti e quattro morti: de’ Milanesi si lamentò la perdita di Giovanni Tazzini, giovane di 23 anni circa, bene educato, impiegato nella cavallerizza vicereale. Spazzata la via per un istante, il popolo l’asserragliò di poi, adoperando in gran parte i libri bolletarii presi nell’ufficio del Bollo, ove trovavansi in grande quantità.

Pachta che durante la lotta interna erasi rintanato in un nascondiglio del proprio appartamento, verso le sei ore pomeridiane erasi affacciato alla finestra del secondo piano al rumore di truppa pattugliante, chiamò il comandante di essa, e, tenendo per mano la contessa di Spaur, si fece da’ soldati scortare al bastione e quindi in castello, approfittando dell’oscurità, inquantochè le dense nubi che ingombravano il cielo avevano anticipata la sera.

Trenta furono le vittime cittadine – furon trenta martiri pella patria, – perchè tutti caddero per essa e col nome d’Italia sulle labbra.

Le figure più salienti in quel giorno furon Cattaneo, Cernuschi e Casati.

Di Casati e di Cattaneo ecco come ne parla uno storico: “Due personaggi d’indole diversa si distinsero nei cinque giorni della memorabile lotta che i Milanesi sostennero. Il conte Casati, uom timido, misurato, spinto a mescolarsi nei pubblici affari dalla sua qualità di primo magistrato del Municipio, piuttosto nemico della dominazione austriaca che partigiano di libertà, e non curante meno di sè che della patria, aveva, in tempi varii e secondo i casi, ricevuto onori dall’imperatore d’Austria e dal re sardo; perocchè, prevedendo la nimistà che doveva bentosto dividerli, non sapeva da quale parte tenersi, ed attendeva con ansia gli eventi per gettarsi dal lato del padrone che vedesse dalla fortuna favorito. Era altr’uomo Cattaneo. Profondo filosofo, abituato a vita meditativa, capo del partito nazionale, metteva il dispregio forse troppo assoluto di ogni interesse di casta o di corte fra i doveri del suo amor per la patria. La sua energia era grande, immensa l’influenza del suo nome sul popolo, ma non agguagliava Manin, mancandogli il talento pratico di costui, la temerità, il genio vero delle rivoluzioni. Egli dava alle idee un’importanza che non hanno, credendo che dispongano del mondo; però, là dove Manin agiva e trascinava dietro di sè le masse ignare, Cattaneo dava consigli e temeva esser solo a volere(18)”.

Cernuschi era giovane ardito, intelligente, energico, amante di Cattaneo: vestiva sempre abito nero, talchè gli si diede sopranome di abate milanese, con cui, e non altrimenti, fu dal popolo chiamato nei primi giorni. Quando egli appariva in pubblico, ognuno salutava festosamente l’abate, ritenendolo foriero di vittoria: facile oratore, pronto ad espedienti, premuroso ne’ consigli, freddo nei pericoli, audace nella pugna, egli inspirava fiducia a tutti: – il suo sguardo di fuoco poi elettrizzava, magnetizzava.

Epigrammi e versi non pur mancavano all’occasione: alla piazza Mercanti furon trovati affissi i seguenti versi:

Se tu senti alcun che è spia

Di’: È un raggir di polizia

Per distrugger l’influenza

Di fraterna confidenza.

Questi versi alludevano ai raggiri della polizia austriaca di far credere come suoi confidenti gli eccellenti patrioti onde screditarli presso le masse popolari. Per dare un esempio di ciò, citeremo le notizie diffamatorie diffuse su molti profughi, tra i quali il dottor Belcredi, onesto padre e marito e medico assai studioso; nonchè sul conto del conte Vittaliano Crivelli, decoro e tutela operosissima di Milano. A queste cabale della polizia alludevano poi anche i seguenti versi che giravano manoscritti in quei giorni:

Era bella testè la confidenza

Che i figli avean tra lor di Lombardia;

Formava quell’universal credenza

Il massimo terror di polizia.

Che fece? ella gittò la diffidenza,

I più caldi spacciando oggi per spia;

Ma noi, squarciando i tradimenti suoi,

Tornar sapremo in union fra noi.

All’invasione avvenuta del Broletto, la Congregazione municipale ne aveva fatto chiedere a Radetzky per lettera la ragione, inquantochè ritenevasi il municipio nelle vie legali dopo i decreti di O’Donell.

Ma il maresciallo non dava valore alcuno a decreti firmati in uno stato di prigionia; anzi ritenendo per certo che nel Broletto vi si trovasse il podestà, il quartier generale dell’insurrezione ed O’Donell prigioniero, voleva ad ogni costo impossessarsi di quel luogo. Egli rispose quindi alla Congregazione municipale colla seguente nota, che spedì accompagnata da una mezza divisione (una compagnia) di granatieri:

“Il Maresciallo Radetzky alla Congregazione Municipale della regia città di Milano.

“Dal Castello di Milano, 18 marzo 1848.

“Dopo gli avvenimenti della giornata non posso riconoscere i provvedimenti dati per cambiare le forme del Governo e per riunire e per armare una Guardia civica in Milano. Intimo a codesta Congregazione Municipale di dare immediatamente gli ordini pel disarmamento dei cittadini, altrimenti domani mi troverò nella necessità di far bombardare la città. Mi riservo poi di far uso del saccheggio e di tutti gli altri mezzi che stanno in mio potere per ridurre all’obbedienza una città ribelle. Ciò che mi riuscirà facile, avendo a mia disposizione un esercito agguerrito di 100,000 uomini e 200 pezzi di cannone. Aspetto al momento un riscontro alla presente intimazione.

“RADETZKY, Maresciallo.”

Quella lettera spedita alle ore 8 di sera, fu poco dopo ricevuta dall’assessore Greppi, che vi rispose come doveva un rappresentante di un popolo risorto che aveva tutta la dignità della personalità conculcata ed oltraggiata.

Ma, portata al maresciallo la risposta, un colpo di cannone partito dal Castello rese avvertiti i difensori del Broletto che altra determinazione non vi era a prendersi che cedere o combattere disperatamente.

Tutti conchiusero per la pugna: – tutti gridarono esser pronti a morire per la patria!… Pochi erano i difensori ch’entro vi si trovavano, ma tutti risoluti a vender cara la vita ed a non capitolare col nemico. Eranvi fra i difensori molti ragazzi, i quali mostrarono come per la libertà anche l’adolescenza sappia morire.

Nel cortile del palazzo civico sopraggiungeva in quel mentre, portato a braccia, un ferito: era un prode popolano il quale, assalito al ponte Vetero da più Croati, si era difeso con una pistola, e, ferito da colpo mortale alla testa, era caduto. Ma il popolo era accorso a risollevarlo da terra e lo aveva trasportato nel Broletto, ove rendette lo spirito al Creatore, confortato da’ suoi fratelli.

Molta truppa s’incamminava alla volta del Broletto. Un battaglione di Boemi, capitanato dal maggior Lillia, e altre truppe procedevano dal ponte Vetero per la contrada del Broletto; ma giunti i soldati alla chiesa di S. Tomaso, una grandine di tegole, di sassi e di schioppettate li obbligò a ritirarsi, lasciando sul terreno parecchi de’ loro.

Altra vittima di quel fatto fu Antonio Boselli, ch’era accorso alla difesa del palazzo civico. In mezzo al trambusto di quegli istanti che precedettero l’assalto dei croati, fu udito gridare: Alle finestre! Alle finestre! Fu quindi osservato affacciarsi egli ad una finestra, mettervi fuori la canna di un fucile, aggiustarne la direzione sul nemico ed esploderlo; ed, esploso, ricaricarlo e per più volte esploderlo sui soldati. Ansioso di combatterli più da vicino, abbandonò la finestra e scese in strada: vi uscì coraggioso coll’arme in pugno, nè lasciò raffreddarsi la canna del fucile; ma non per molto, che un croato gli fu sopra e lo ferì d’un colpo di bajonetta presso all’inguine. Ferito, cercò riparo dietro una barricata; ma poco dopo due colpi di moschetto lo colpirono e lo ferirono nuovamente. Ferito com’era, tentò trascinarsi sino alla sua abitazione, situata nella contrada de’ Clerici, e riuscì a condurvisi. Addolorò sino alla mattina di lunedì e spirò confortato dalla moglie e da due sue bambine.

Al Broletto si conobbe allora esser venuto il momento di una resistenza disperata: – e tutti furon pronti a sostenerla.

Riteniamo molto proficuo di dare la descrizione della difesa e dell’assalto del Broletto colle parole stesse di uno che vi si trovava dentro; il bravo medico Luca Cozzi.

“Deliberata la resistenza, senza che il municipio più se ne ingerisse, si attese prestamente a preparare la pugna. Chiuse le porte, ammucchiati davanti ad esse i sacchi delle granaglie che, come in luogo di mercato, ivi si trovavano; barricate le porte stesse, per maggior sicurezza, e chiuso anche lo sportello. Un colpo di cannone del Castello rispondeva a tali procedimenti; ed a quel colpo tutti intrepidamente si fecero innanzi, pronti a sostenere l’assalto.

“Non più che 50 erano i fucili; e molti, che pure avrebbero bene adoperate l’armi, ne erano privi. Più scarse ancora erano le munizioni; avevamo poca polvere, e le poche cartucce trovate nel corpo di guardia dei pompieri. Questi, in piccol numero rimasti in Broletto, ajutarono alla difesa; e principalmente guidarono sui tetti quelli che avevano a gettar le tegole. Le finestre del Broletto, che guardavano verso strada, furono accomodate a feritoje, tranne quelle della famiglia del delegato. Di questa guisa e con tali provvedimenti, si potè combattere per ben due ore. L’inimico non tardò a venire all’assalto.

“Irrompevano gli Austriaci da ogni lato. Il Broletto era investito dalle contrade, bersagliato dai soldati che s’erano impadroniti dei tetti delle case vicine. I colpi di cannone spesseggiavano dalla contrada di S. Marcellino e dall’angolo del Rovello. Alcuni pontonieri mandati innanzi ad atterrare le porte, cadevano percossi dalle tegole. Poco frutto invero faceva anche il cannone; i colpi arrivavano obbliqui. Ma indi a poco, occupate tutte le contrade vicine, il nemico piantava di contro alla porta i due cannoni. Ma l’angustia della via non gli consentiva di adoperarli così da presso. Continuava colla moschetteria, e intanto sfondava due botteghe che erano dirimpetto alla porta, e vi faceva entrare a coperto i due cannoni. Procacciato a questo modo anche maggiore spazio ai cannonieri, dava opera a colpire la porta. Pareva che l’edificio ruinasse dalle fondamenta. La porta cedette a quella furia; una breccia fu aperta; l’inimico poteva agevolmente entrare.

“Il Broletto sonava intanto la sua campana a stormo; inutilmente! era impossibile al popolo, per quelle vie anguste, affollate di nemici, avvicinarsi al luogo del combattimento. Rispondeva il nostro fuoco dalle finestre, ma scarsi erano i tiri, le munizioni mancavano. Ci ajutavamo colle tegole, con ogni oggetto atto a percuotere. Con cinquanta fucili combattemmo, dalle ore 7 alle 9, contro a due o tre mila Austriaci. Nessun disordine avvenne durante la difesa. Tutti obbedivano quasi per istinto e senza bisogno d’indirizzo. A caso ivi si trovava il general Teodoro Lecchi, il quale rimase quasi inoperoso. A dir il vero, qualche consiglio per la difesa aveva dato in principio, ma visto il soverchiante numero degli assalitori, proponeva una capitolazione. Nessuno accettò. Come abbiamo detto, a nulla più servivano le armi, perchè finita la polvere. La resistenza tornava inutile; ma la capitolazione pareva troppa vergogna. Certi di veder entrare il nemico, pensammo a nascondere i fucili per non lasciarci cogliere coll’arma in mano. Alcuni non vollero aspettare gli Austriaci, e, mentre questi irrompevano dall’una banda, si calavano con corde dalle finestre nelle vicine case. Altri volevano con l’armi in mano farsi strada. Ercole Durini era fra questi. Tuttavia prevalse l’opinione dei più, quella cioè di restare immobili, poichè la difesa era impossibile, ma senza scendere a pratica d’accordo.

“Più tardi così avveniva a Roma; e fatta ragione della varia grandezza del caso, osserveremo che il popolo sente allo stesso modo la propria dignità. I pochi Milanesi chiusi in Broletto, come il fiore d’Italia in Roma, si rassegnarono a un fatto; ma non lo suggellarono con ignominiosi accordi.

“Entrava furiosamente la truppa ad occupare i cortili. Erano all’incirca 2000 fra boemi e croati; avevano modi feroci, scaricavano i fucili contro le finestre; menavano colpi all’aria; nelle sale guastavano gli arredi. Gli usci che trovavano chiusi, sfondavano colle scuri dei guastatori. Alcuni percotevano gli inermi; altri strappavano loro di dosso persino le vestimenta. Altri più feroci, andati sui tetti, e trovati quivi alcuni ragazzi, li precipitarono nella via. Il sangue cittadino si versava da una soldatesca ebra di furore, mentre nessuna resistenza più si opponeva. Noi, che assistemmo a quella scena spaventosa, non vi possiamo ripensare senza un fremito di dolore e d’ira; cacciati da stanza a stanza, i più de’ nostri s’erano rifugiati nell’appartamento del regio delegato (Bellati); appartamento che venne pure invaso, e sfrenatamente saccheggiato. A raffrenare quelle turbe indisciplinate non valeva la presenza di un maggiore di croati Ottocani, uomo d’indole men bestiale degli altri, e che pure s’ingegnava d’acchetare i più furiosi. Nè meglio valeva la presenza dello stesso delegato, nè quello di sua moglie circondata dai figliuoletti, uno dei quali, ancora infante, le pendeva dal collo. Il maggiore da noi mentovato dichiarava tutti i raccolti nelle sale del delegato esser prigioni di guerra; dimandava l’immediata consegna delle armi; al qual uopo aveva condotti seco due carri per trasportarle. E non è a dirsi la sua meraviglia, allorchè vide co’ suoi occhi tutte le armi raccolte non oltrepassare il numero di quaranta fucili.

“Alcuni dei nostri ripararono nella sala di consiglio, tramutata in infermeria. Io mi trovava in quel luogo, e come medico, con altro compagno, attendeva alla cura dei feriti. Questi erano in tutto otto o dieci tra i quali un caporale boemo. Ivi fummo pure raggiunti da altri che fuggivano il primo impeto dei soldati furiosi; udivamo farsi vicine sempre più le loro grida; c’intronavano l’orecchio i colpi furiosi che davano agli usci, i quali cedevano sfondati sotto le scuri. Irruivano finalmente i soldati nella sala, ma in luogo di trovare uomini armati, vedevano alcuni materassi accomodati alla meglio, sui quali agonizzavano i feriti. Il coadjutore di S. Tomaso, con la stola e l’olio santo, andava confortando qualche moribondo. Alle sue preghiere, mormorate tra il terrore d’una morte imminente anche per lui, si mescevano le bestemmie croate e boeme. Tuttavia quella vista valse per qualche istante e frenare l’impeto di que’ truci, e a inspirar loro men fieri sensi: ma passato quel primo stupore, gli officiali salirono in nuovo furore, esclamando: “Come? anche ambulanza? dunque tutto qua preparato!” E stavano per inveire con noi, che medicavamo i feriti. Per buona ventura, il caporale ferito potè mitigare la stolta ira di quegli officiali, dicendo come fosse stato umanamente accolto. Dichiarati prigionieri di guerra, ci udimmo annunciar prossima la nostra partenza dal Broletto al Castello. Otto guardie rimasero alla porta della sala per custodirci.

“Intanto s’avanzava la notte; durante la quale, avemmo la visita d’un officiale d’artiglieria. Notava i nostri nomi, la nostra condizione e il nostro domicilio. Quell’ufficiale usò verso di noi modi scortesi e minaccevoli. Indi a poco, altra visita ci veniva d’un commissario di polizia, il quale ripeteva le stesse interrogazioni. Ma ciò che maggiormente ci dava fastidio erano le crudeli villanie dei soldati di guardia, i quali non rispettavano i sani nè i moribondi. Uno dei nostri stava spirando, e nella stretta della morte mandava qualche gemito. Incredibile a dirsi! il rantolo d’un morente era colpa avanti a quei soldati ubbriachi che lo ferirono di bajonetta.

“Come medico, fui richiesto quali fossero i feriti in condizione di essere trasportati all’ospitale. Accennai i meno gravi, cercando di porre in mezzo ad essi anche alcuni di quelli che, giunti in Castello, avrebbero corso pericolo di essere immediatamente moschettati. Intorno a un moribondo rimasi io col prete, non più liberi degli altri, ma solo per compiere il supremo dei doveri. Nè potrò obliar mai la scena dolorosa di cui dovetti essere attore. Coloro che venivano trasportati in Castello, fra i quali erano amici miei o conoscenti, credendomi lasciato libero, mi caricavano di messaggi per le famiglie loro. Erano figli, padri, fratelli, che, ignari del destino che li aspettava in Castello, pregavano andassi a confortare i parenti, a ragguagliarli del loro caso. Era un testamento quasi che affidavano alla mia memoria; nè sapevano che io pure aveva a correre più tardi lo stesso periglio.

“I prigionieri furono condotti in Castello in due stuoli. Primi ad avviarsi furono quelli che eransi côlti nelle sale del delegato e nei cortili: erano da centoventi; furono fatti discendere verso mezzanotte, ed ordinati in fila, a due a due, uscirono, preceduti e seguiti da cannoni e da una triplice siepe di soldati. Dipoi si facevano uscire allo stesso modo quelli côlti nell’infermeria: quaranta circa. Tennero nell’andare in Castello le vie S. Nazaro Pietrasanta, Rovello e Cusani. Durante il tragitto ebbero a patire offese d’ogni maniera; si mandavano innanzi a furia di percosse; si manacciava loro la fucilazione, la forca. I croati, storpiando la nostra favella, andavano gridando: “Subito piecara.” I feriti che mal potevano camminare, quelli che pel selciato smosso o per l’ingombro delle tegole inciampavano, erano mandati innanzi a calciate di fucili, o a pugni sul volto. Ed era tanto quel pazzo furore, che quei soldati i quali, per la lontananza, non giungevano a percuotere i prigionieri, lanciavano loro addosso frammenti di tegole e manate di fango. I più lontani urtavano i compagni, perchè l’urto andasse a cadere sui prigionieri. Insomma la via dal Broletto al Castello fu un cumulo di strazii e vituperii; una nuova via di passione.

“Uscita la maggior parte dei prigionieri, il Broletto venne occupato militarmente. Si appostarono soldati alle porte, alle finestre, nei corridoi, perfino sui tetti. Nei cortili, nelle sale municipali, i soldati si posero a bivacco. Non è a dirsi qual mostra facessero di sè quei ceffi bruni, lordi di sangue, ebri di vino e di furore: guastavano, rompevano armadii e suppellettili, e ciò che non poteva portarsi via si gettava nel fuoco. Bestemmie e vituperii accompagnavano quella scena. L’infermeria era assiduamente vigilata. Il prete era quello che più aveva a patire per i mali trattamenti dei soldati. Per essi egli rappresentava Pio IX; nè valeva che egli si gettasse ai piedi di quei soldati bestiali, onde ammansarli. Nè i feriti erano trattati meglio; le sentinelle li frugavano per ogni canto: li derubavano di quanto ancora veniva loro alle mani. Ma la maggior briga era per le armi nascoste. Alcuni dei nostri, prima d’andare al Castello, avevano celato tra i materassi qualche pistola; e allorchè i soldati le trovavano, vomitavano minaccie di morte contro il prete o il medico. Gli stessi ferri della mia professione non poterono andar salvi dalla rapina. Senza dar retta alle loro minaccie, ancorchè privo de’ miei ferri, badava al mio dovere. Vennero poi alcuni officiali a visitare i prigionieri rimasti, e quasi per derisione vantavano umanità. Ma di qual sorte la si fosse, io lo vidi cogli occhi miei nelle camere del delegato.

“Erano tramutate in caserma. Senza badare a sua moglie, ad un vecchio fratello, ai figli, tutti ancora bambini, gli officiali se ne stavano sdrajati sui letti nelle guise più sconcie, senza darsi pensiero alcuno della presenza d’una famiglia. In mezzo allo spavento delle donne, ai sospiri dei moribondi, al rumore delle moschettate, qualche officiale si mise perfino a suonare il cembalo quasi a scherno.

“Dal Broletto uscivano spesso compagnie di soldati per fare provvigioni; giravano nelle vicinanze a disfar barricate e tenere aperta una communicazione col Castello. Il Broletto era divenuto il quartier generale che doveva tenere la città.

“Era la domenica; ignoravamo ciò che seguisse nelle altre parti della città: pioveva a dirotto, ma in mezzo al tempestar del cielo udivasi l’incessante spesseggiar della moschetteria e più lontano il cannone. Il popolo combatteva dunque ancora. Udimmo il suono delle campane di S. Nazaro Pietrasanta e di S. Tomaso, vicinissime. L’insurrezione fremea dunque ben presso ai nostri nemici. Erano spesso portati in Broletto nuovi feriti austriaci. Le fucilate del popolo penetrarono persino nelle nostre sale.

“I soldati, impauriti, erano tutti alle finestre per rispondere al fuoco. Il Broletto era accerchiato da tutte le bande. Le communicazioni, rotte col resto della città, rimanevano aperte solo dal lato del Castello, e anche queste erano minacciate di chiudersi tra le spire delle crescenti barricate. Tennero consiglio, e decisero di riparare in Castello, trascinando seco anche i pochi prigionieri rimasti. Sonava l’ora della partenza: ora trista per noi, perchè non ci lasciava vedere la vittoria del popolo, ed anzi ci metteva in balia della vendetta tedesca. Era verso le sei del mattino del lunedì (terzo giorno). Ci raccolsero tutti in una cucina al terreno, ed ivi, mentendo come al solito, annunciavano che, per occupare essi tutto il palazzo, dovevano condurci cogli altri in Castello!

“Uscimmo preceduti dai cannoni, in mezzo alle file dei soldati, ora dimessi e paurosi. Io mi trovava con un altro medico e il prete, al quale non valsero, per esimerlo da quello strazio, le convulsioni che lo avevano assalito. Io portava meco una bambina di tre anni, che la moglie del delegato, piangendo, mi poneva tra le braccia. Mi seguiva il cognato della signora, vecchio, mal fermo. Passavamo per S. Nazaro, il Rovello e Contrada Cusani.

“Regnava all’intorno un silenzio di morte, rotto soltanto da colpi di fucile e da continua pioggia di tegole e di sassi che i cittadini facevano cadere sopra i soldati, e quindi anche sovra di noi, perchè il bujo non permetteva loro di raffigurarci. La moglie del delegato cadde sfinita a terra. I soldati la fecero rialzare a calciate. Così eravamo tra due pericoli; i colpi dei nostri fratelli, che credevano ferire soltanto i nemici, e quelli dei Tedeschi, che vendicavano sugli inermi le offese degli armati.

“Tuttavia, a consolarci, vedemmo, durante il tragitto, starsi minacciose le barricate nella contrada dell’Orso e de’ Cavenaghi. Anche il Castello alla sua volta veniva accerchiato dal popolo. Giunti nella piazza, vedemmo alla porta del Castello dodici e più cannoni, puntati a semicircolo, e li artiglieri colle micce accese.

“Così entrammo prigionieri, con l’unico conforto di aver veduto il popolo occupare di nuovo il suo palazzo; e il pallore e lo sgomento sulle fronti delli austriaci fuggitivi. Io ignorava quale sarebbe stata la mia sorte; ma portava intera fede in quella della mia città. La fuga degli austriaci attestava la vittoria del popolo.”

Alla sera del 18 marzo fu fatto circolare il seguente bando:

“CITTADINI!

“Le prime prove d’oggi dimostrano che in voi è ancora il valore de’ Padri vostri. Perchè queste non siano infruttuose bisogna che proteggiate quello che già avete fatto. Conviene adunque che neppure la notte vi stanchi e v’inviti a riposo, perchè il nemico veglia contro di voi. Difendete le barricate; armatevi, e vittoria e libertà sono con voi.

“ORDINE! CONCORDIA! CORAGGIO!”

E il popolo milanese non si fece replicare l’avviso: nessuno defezionò al proprio posto: cittadini d’ogni condizione, d’ogni età, d’ogni sesso, – le donne persino, – vegliarono alle barricate, altri presidiarono i tetti, pieni d’entusiasmo, di ardimento, di gioja. Il breve riposo, che si alternavano gli uni cogli altri, si prendeva al posto del combattente: – alla barricata, – sui tetti: – la refezione si faceva agli stessi posti: – le donne confezionavan le vivande e arditamente le trasportavano al posto di guardia.

Pericolosa era oltremodo la sicurezza del popolo milanese, il quale non contava in totale in quella notte del 18 al 19 marzo che trecento a quattrocento fucili, la maggior parte o tolti ai Tedeschi o da caccia; e pochi anch’essi, poichè molti cittadini, temendo venisse pubblicato ordine di consegnarli all’autorità, avevanli spediti in campagna.

Ma quello che più rendeva pericoloso il successo della rivoluzione si era il pericolo in cui versava il suo quartier generale pella posizione in cui si trovava; cioè in casa Vidiserti nella contrada del Monte Napoleone.

A scongiurare questo pericolo, Carlo Cattaneo sollecitava gli amici durante quella notte a trasferire in luogo più sicuro il quartier generale; per la ragione che quel luogo, essendo posto in mezzo a due strade, correva pericolo d’essere facilmente assalito e facilmente preso insieme a tutti quelli che vi si trovavano.

Gli amici di Cattaneo, che vegliavano avanti la casa Vidiserti, rispondevano che avrebbero combattuto sino all’ultimo istante e avrebbero ceduta a caro prezzo la vita. Ed essi eran uomini capaci di compiere quanto promettevano; ma ciò poteva loro ascriversi a colpa, per la ragione che l’ardimento irriflessivo può compromettere una rivoluzione; talchè la loro audacia assumeva un carattere delittuoso come quella del soldato che, comandato di una mossa, non obbedisce per lanciarsi contro il nemico ad incontrarvi morte, e compromette così coll’imprudente condotta l’esito di una fazione campale. Cattaneo insisteva nelle sue idee, e cercava dimostrare che il loro dovere di cittadini e di patrioti non era quello di sacrificare insanamente la vita, ma di procurare con tutti i mezzi possibili che la vittoria rimanesse agli insorti.

Tutta la notte si discusse, e soltanto presso al mattino il consiglio di Cattaneo prevalse.

Cernuschi si adoperò allora al trasferimento del quartier generale in casa Taverna, situata nella contrada de’ Bigli; la qual via si presentava più adatta a difesa perchè stretta, tortuosa, più facile a barrare in qualunque punto, e col giardino confinante con altri, pel quale era più facile operare una ritirata in caso di bisogno, e trasferire altrove il quartier generale prima che fosse accerchiato.

Cernuschi provvide allora a preparare nella nuova sede tutti i mezzi che si presentavano pella difesa e pell’offesa, nonchè pella ritirata; pella quale ultima si procurò la chiave di un cancello che si apriva dietro ai giardini, e che corrispondeva colla contrada del Morone, di faccia alla casa di Alessandro Manzoni. Quindi fece traforare il recinto del giardino Belgioioso.

Trasferito così in casa Taverna il quartier generale, Cernuschi provvide alla sorveglianza esterna onde non venir sorpresi. Pose sentinelle sui muri dei giardini, e provvide alle necessarie barricate.

O’ Donell, tradotto in casa Taverna, tentò i propositi audaci de’ combattenti col proporre mediazioni di pace, ostentando il paterno affetto dell’imperatore: – i cittadini non lasciaronsi però lusingare dalle seducenti promesse(19) – francamente le respinsero, – ognuno gridando: “No! No! la rivoluzione incominciata dover proseguire qualunque fosse per riuscirne l’esito: essere pronti i Milanesi ad incontrare tutti la morte, a ceder non mai alle lusinghe di un governo che per trent’anni aveali oppressi, scherniti, ingannati: confidare in lor santa causa, nel lor coraggio e nella protezione de’ popoli amici(20), i quali sarebbero accorsi in lor ajuto.”

Alla Direzione di Polizia intanto si provvedeva ai possibili casi di una vittoria, che si prevedeva, da parte degli insorti. Era costume della polizia austriaca di provvedere alla sicurezza degli impiegati più devoti ad essa ed a compromettere con artificii satanici gl’impiegati di cui diffidava ed anche i cittadini più influenti. A ciò conseguire, Torresani ordinò che s’abbruciassero tutte le carte che rivelassero i fatti della polizia, e quelle che potessero compromettere i suoi più fidati funzionarii, facendo nello stesso tempo stendere note false di delatori coi nomi di cittadini influenti, commisti ai nomi de’ funzionarii che non godevano ancora la sua fiducia: con tale confusione di nomi di impiegati a cui si notavano fatti falsi, ma odiosi verso la popolazione, con nomi di cittadini ritenuti nella società per patrioti, egli sperava giungere allo intento di toglier fede a’ proprii impiegati se passavano nelle file degli insorgenti, e di screditare cittadini onesti e liberali che avrebbero potuto influire potentemente nella insurrezione.

In tal modo otteneva un altro intento; quello di gittare la diffidenza, che dissolve, nelle file de’ rivoluzionarii. Questo fatto che ci viene attestato dagli storici contemporanei e dallo stesso Cattaneo nel suo Archivio triennale delle cose d’Italia, pur si riprodusse nel 1859, coprendosi di obblio le opere inique di vecchi impiegati di polizia, i quali, essendo state bruciate le carte che li riguardavano, potevano simulare con sfacciata impudenza d’esser stati liberali; comechè l’Austria promovesse facilmente a stipendio in polizia uomini che fossero liberali! Col lasciar false note invece di onesti cittadini, tentava snervar la forza del partito liberale. Il fuoco però che Torresani appiccò alle(21) carte compromettenti, poco mancò che col suo fumo non soffocasse i poveri carcerati della polizia, i quali a squarciagola gridavano che si aprissero le finestre.

Torresani aveva poi impartito ordini iniqui che tristamente lo caratterizzavano; fra i quali vi fu quello dato al cavalier Paladini, direttore della Casa di correzione, di scarcerare i 460 detenuti che vi si trovavano e di armarli al meglio qualora si verificasse il caso di tumulti popolari; ritenendo anche con tal fatto di discreditare la rivoluzione per la natura de’ suoi elementi, renderla diffidente e sospettosa, ed obbligarla a distrarre le sue cure dal moto politico onde sorvegliare gli uomini iniqui che, confusi nel popolo, non poteva conoscere; convinto Torresani infine che que’ condannati approfittando della libertà, delle armi che tenevano, dello appoggio che loro accordava la polizia, dell’ignoranza che ognuno aveva intorno al loro vero essere, si sarebbero abbandonati agli assassinii, alle depredazioni, agli incendii e ad ogni altro delitto.

Ma il disegno di Torresani mancò di esecuzione in causa di rifiuto da parte del cavalier Paladini di prestarsi all’iniqua determinazione.

Erasi intanto diffuso fra i difensori delle barricate un canto di guerra di Luigi Carrer, e che noi riproduciamo come documento storico.

1.

Via da noi, Tedesco infido,

Non più patti non accordi:

Guerra! Guerra! ogn’altro grido

È d’infamia e servitù.

Su que’ rei di sangue lordi

Il furor si fa virtù.

Ogni spada divien santa

Che nei barbari si pianta;

È d’Italia indegno figlio

Chi all’acciar non dà di piglio,

E un nemico non atterra:

Guerra! Guerra!

2.

Tentò indarno un crudo bando

Ribadirci le catene;

La catena volta in brando

Ne sta in pugno, e morte dà.

Guerra! Guerra! non s’ottiene

Senza sangue libertà.

Alla legge inesorata

Fa risposta la Crociata;

Fan risposta al truce editto

Fermo core, braccio invitto,

Ed acciaro che non erra:

Guerra! Guerra!

3.

Non ci attristi più lo sguardo

L’abborrito giallo e nero;

Sorga l’italo stendardo

E sgomenti gli oppressor.

Sorga, sorga e splenda altero

Il vessillo tricolor.

Lieta insegna, insegna nostra

Sventolante a noi ti mostra;

Il cammino tu ci addita,

Noi daremo sangue e vita

Per francar la patria terra:

Guerra! Guerra!

4.

È la guerra il nostro scampo;

Da lei gloria avremo e regno:

Della spada il fiero lampo

Desti in noi l’antico ardir.

È d’Italia figlio indegno

Chi non sa per lei morir.

Chi fra l’Alpi e il Faro è nato

L’armi impugni e sia soldato;

Varchi il mare, passi il monte,

Più non levi al ciel la fronte

Chi un acciaro non afferra:

Guerra! Guerra!

5.

Dal palagio al tetto umile,

Tutto, tutto il bel paese

Guerra eccheggi, e morte al vile

Che tant’anni ci calcò.

Guerra suonino le chiese

Che il ribaldo profanò,

Vecchi infermi, donne imbelli,

Dei belligeri fratelli

Secondate il caldo affetto;

Guerra! Guerra! In ogni petto

Che di vita un’aura serra,

Guerra! Guerra!

IL 19 MARZO

La notte del 18 era stata piovosa; – l’alba del 19 portava il sereno: pareva che il cielo che aveva pianto alle terribili prove d’un popolo inerme, sorridesse di poi al successo che l’audacia, la perseveranza, i sacrifizii d’ogni genere non lascian mancare agli uomini forti.

Appena giorno le campane rintronarono per l’aere col lor cupo suono a stormo, e generale si diffuse per Milano il grido di: All’Armi!

Ed all’armi non mancò alcuno: – le fatiche, i disagi, le sevizie del Tedesco non avevano fiaccato animo alcuno: – tutti accorrevano sulle barricate nello stesso modo che nei corrotti momenti della pace accorrevano ai teatri, ai veglioni, alle feste! Grida di gioja si diffondevano: la gajezza era sui visi; la fermezza negli sguardi! Non tardò l’armonia del cannone a rispondere colla terribile sua voce alle canzoni patriottiche che si canterellavano preparandosi alla vittoria od alla morte: – ma il suo rombo percosse le orecchie, ma non scese punto al cuore a raffreddarvi l’ardore.

Frattanto il generale Rivaira, comandante dei gendarmi, veduto il Decreto d’O’ Donell che affidava al municipio la gestione della polizia, mandò ad offrire al podestà i trecento gendarmi ch’erano in Milano. Quel reggimento unico di tal milizia nell’impero e riservato alla Lombardia e al Tirolo italico, nota Cattaneo, era assai rispettato dai popoli, e poteva inoltre fornire officiali. Ma il podestà che voleva mutare il governo senza disobbedirgli, voleva chiedere al Torresani, capo della polizia austriaca, colla seguente lettera, il permesso d’accettare l’offerta. E così se ne rimetteva a quella polizia medesima ch’era incaricato di scacciare e di surrogare. Certo che quel Casati avrebbe fatto volentieri una ribellione colla licenza dell’imperatore! Ajutanti di campo in questa manovra furono il conte Cesare Giulini e don Alessandro Porro. Non vi fu modo di persuadere Casati a desistere dalla sua accettazione condizionata. Egli parlava di legalità. “Io mi sono opposto, scrisse Cernuschi, quasi violentemente, ma senza frutto, all’ostinato proposito di non accettare l’offerto concorso della gendarmeria; testimonii il dottor Perini, il conte Giulini, don Alessandro Porro e un figlio del conte Casati(22)” Questa scena si compì nella camera da letto verso i giardini del conte Carlo Taverna, in casa sua.

La lettera era così concepita:

“Signor Delegato.

19 marzo 1848, 7 e mezzo antim.

li generale Rivaira disse ai signori dottori Perini e Viglezzi ch’esso tiene la gendarmeria a disposizione del municipio e di Lei, incaricato della polizia in conseguenza del decreto del vice-presidente di governo. Questo è forse il migliore mezzo termine per venire a tranquillare la città, permettendo che si uniscano ai gendarmi alcuni cittadini per aumentare il numero della guardia, in modo che questi cittadini sieno dai medesimi guidati. Sono persuaso che il signor Torresani non vorrà fare opposizione a questo divisamento, che potrebbe condurre ad una soluzione pacifica. Io non posso muovermi dal luogo ove sono; la prego a prendere a petto la cosa; e portarsi da Torresani per convenire su questo punto, onde non nasca un’opposizione che guasti tutto. Il maresciallo Rivaira è disposto, eziandio mettere il corpo al completo immediatamente, coll’aumento di 300 uomini concessi. Affido al suo zelo questo affare importantissimo. Mi creda

Suo aff. serv. Gabrio Casati”.

I commenti, vi aggiungeva un giornale d’allora(23), sono superflui: mezzo termine; tranquillizzare: speranza che Torresani non vorrà fare opposizione: soluzione pacifica: convenire con Torresani. – Si mormorava: Tiene egli dunque il piede in due stivali? Basta; dico che la lettera fu lacerata.

All’una paura altra succedeva più grande e attuale. Casati si ripose a tavolino, e torturato scrisse un nuovo biglietto con cui s’accettava la gendarmeria. Ma l’ora era avanzata. A sedurlo – bisognò logorare tutti i ferri del mestiere. E fu troppo tardi. – La lotta impegnata su tutti i punti, e le comunicazioni interrotte, divenne impossibile ogni corrispondenza, e quindi anche quella per l’accettazione della gendarmeria. Così noi dobbiamo riconoscenza al padre della patria, al conte Casati, d’una vittoria di più: abbiamo combattuto anche gli amici e fratelli della gendarmeria.”

Le truppe imperiali si diressero da prima verso Porta Comasina e verso S. Giovanni sul Muro, dove si diramarono in varii drappelli. Non potendo prender posizioni nell’interno della città, le truppe cercarono impadronirsi degli sbocchi principali delle corsie sino ai ponti sul naviglio. L’artiglieria fu spinta ne’ borghi di P. Orientale, di Monforte e di porta Ticinese, nonchè pelle vie di Brera, della Cavalchina e del Baggio, aprendosi strada colla violenza, col terrore diffuso da crudeli atti e con numerosi arresti di cittadini che venivan tratti in Castello, sollecitandosi il lor passo con pugni e con punture di bajonetta.

La lotta incominciò ben presto: il cannone battette le barricate, ed, ove le rompeva, i fanti correvano alla bajonetta contro i male armati cittadini, li scannavano; mentre la cavalleria s’inoltrava a calpestare sotto le zampe de’ cavalli i morenti e i morti. I cittadini non piegaron per questo: saliti alle finestre e sui tetti, di là battevan l’inimico coi sassi, colle tegole, colle fucilate: con grida festose rispondevano alla terribile voce del cannone; col nome d’Italia e di Pio IX sulle labbra morivan nel combattimento, non lagnandosi, ma animando gli altri a continuar la pugna. A tanto eroismo la forza bruta delle armi tedesche non resisteva: ma combattuti inesorabilmente, senza tregua, dalle barricate, per le strade, dalle finestre, dai tetti; – incalzati ove piegavano, raddoppiando i colpi mortali ove i soldati inoltravansi, urtati da cozzo terribile, decimati da fucilate che non erravan nella mira, dalle tegole che rompevano i cranii, dai sassi che ferivano ne’ visi, i soldati vacillaron nel coraggio, dubitaron dell’esito, cominciarono a provar il terrore che la carneficina de’ loro sollevava; cedettero, ritiraronsi; – in molti luoghi fuggirono; – e nella fuga non potendo provvedere alla salvezza dell’artiglieria, essendo subitaneamente assaltati dai cittadini chè osservavano la confusione e lo sgomento essersi impossessato de’ soldati, restavano i cannoni agli insorgenti.

Mancata la gendarmeria al Municipio, non gli restarono de’ corpi armati che le guardie di finanza e i pompieri; questi ultimi non armati però a’ quei tempi di fucile.

Il difetto d’armi facendosi sentir troppo fortemente, non si lasciò intentato mezzo qualsiasi onde procurarsele, non badando se fossero da taglio o da fuoco, vecchie o nuove. Persino le private gallerie d’armi vennero spogliate; fra le quali quella in contrada Pantano, appartenente ad Ambrogio Uboldo; la quale costituiva il più bel monumento del medio evo, e che veniva visitata da ogni forastiero. Ma la patria prima di tutto e sopra tutto! e il sacrificio fu consumato.

Nè l’Uboldo, che amava come parenti quelle reliquie d’un’età remota, si dolse del gravoso sacrifizio che la patria gli domandava, e volonteroso cedette le armi al bisogno imperioso della sua terra… Furon pure spogliate le sale d’armi antiche e moderne (di molto valore) di Pezzoli, l’armeria degli I. R. Teatri, ecc.

Difettose eran l’armi da fuoco all’uso della guerra, ma difettose ben più eran le munizioni; in un momento però si cercò provvedervi nel modo e colle forze che si avevano. Il chimico Calderini, in casa Borromeo, altri in casa Calvi, in Bocchetto, fabbricavan polvere: lo speziale Ballio, alla corsia della Palla, preparava cotone fulminante e buona polvere. Altrove fabbricavansi palle. Il tutto distribuivasi poi ai combattenti.

Distinzioni sociali non dividevano il popolo: il ricco fraternizzava coll’operajo: ognuno attendeva colle provvisioni che aveva a preparar cibi pei combattenti non solo, ma pelle famiglie loro ben anco.

Il Codice penale era scritto sui muri: MORTE AI LADRI! MORTE ALLE SPIE! E la rivoluzione di Milano si mantenne illibata da ogni rapina, da ogni furto: si invadevano i pubblici uffici onde prenderne possesso: ma nulla si toccava, niuno osò mai appropriarsi il valore di un soldo. Anzi moltissimi sono gli esempi di valori ritrovati da poveri operai e scrupolosamente consegnati all’Autorità.

Il sentimento religioso rafforzava gli animi nello sfidar la morte, perchè la rivoluzione era stata benedetta dal pontefice Pio IX e dall’arcivescovo di Milano. Il clero lombardo dimostrò sentimenti eminentemente liberali, e si prestò come ogni altro cittadino in que’ supremi bisogni della patria. Ciò valga a sbugiardare coloro che gridan la croce contro il clero in genere, senza distinzione di reazionarii e di veri ministri di Dio. Ci basti citare alcuni nomi di questi per suffragare la nostra asserzione. Giovanni Besesti, coadjutore nella parrochia di S. Calimero, animava i combattenti alla pugna e raccoglieva i feriti nei luoghi ove più accanita disputavasi la lotta di sangue. Giuseppe Volonteri, cappellano di S. Celso, ajutò a scacciare i Croati dalla caserma di S. Apollinare. L’abate Malvezzi non curò i pericoli delle fucilate nel soccorrere i feriti e nel sorvegliar la costruzione delle barricate. Il canonico Vimercati ed i sacerdoti Groppetti, Airoldi, Zerbi, Marcionni, Mauri, Bianchi e molti altri condivisero col popolo la difesa delle barricate. I sacerdoti Carlo Ferrario, Lorenzo Denna e Ambrogio Decio consacraronsi a ricoverare le famiglie fuggenti dalle case devastate dal cannone tedesco, ed a provvederle di pane. Il sacerdote Lattuada si consacrò alla cura de’ feriti. Nella contrada di S. Romano, allorchè gli Austriaci s’accinsero ad atterrare le porte di casa Tinelli, un canonico di S. Babila fece schioppettate contro i militari, uccise l’ufficiale che li comandava e li obbligò a ritirarsi. I seminaristi risposero all’appello della patria col trasportare in strada i loro letti, cassettoni, orinaliere ed ogni altro mobile, costruendo fortissime barricate al largo di Porta Orientale, e ponendovisi poscia a difenderle.

Gloriosi esempii di amore, di sacrifizii, di coraggio diedero pure le donne.

La marchesa di Lajatico Rinuccini e la sposa di Giorgio Trivulzio con altre signore si consacrarono in modo ammirabile a curare i feriti, senza risparmio di sacrifizii e di disagi. In casa Borromeo molte donne si erano dedicate a liquefar piombo ed a convertirlo in palle. Altre donne, anche dell’aristocrazia, attendevano con amore e con entusiasmo a preparar filacce e bende; altre, più coraggiose, correvan per le vie devastate dalla mitraglia tedesca a portar soccorsi a’ bisognosi. Anche le suore di carità consacravano il tempo che sopravvanzava alla cura de’ feriti nello fonder palle. Due popolane si distinsero molto. Luigia Battistotti, nativa di Stradella, d’anni 24, ed abitante in Milano alla Vettabia, fu la prima a costrurre barricata nel suo quartiere: strappata ad un soldato la pistola che impugnava, intimò ad altri cinque d’arrendersi e li fece prigionieri: deposta quindi la gonna, e indossati abiti della compagnia dei fucilieri volontarii sotto il comando di Bolognini, impugnò il fucile e furiosamente combattette, e sempre apparve nelle prime file ove maggiore si presentava il pericolo; e per cinque giorni non abbandonò le armi, nè la pugna. – Giuseppina Lazzaroni, giovanetta delicata, si sottrasse ai parenti mentre più ardeva la pugna, impugnò un fucile e, accompagnata dal fratello Giovan Battista, portossi a Porta Comasina, ove il nemico, numeroso e ben provveduto di artiglieria, manteneva ardente fuoco di fucileria e dei grossi pezzi; là ella affrontò le palle e la mitraglia nemica ed operò prodigiosi fatti di valore. Anche fuor di Milano si dimostrarono amazzoni valorose, fiere spartane; in Acquate Angela Martelli volò al soccorso di Milano con altre quindici donne.

Le barricate improvvisate nel dì precedente, aumentarono considerevolmente nel 19 di marzo e si rafforzarono. Ogni cosa servì alla loro costruzione: carri, carrozze private e di corte, diligenze, letti, casse, panche da chiesa, tavole, sedie, pagliaricci. A Porta Tosa si fecero delle barricate mobili con immensi rotoli di fascine, il cui disegno si dovette a Carnevali Antonio, già professore di matematica e strategia alla scuola militare di Pavia sotto il primo regno italiano, e ch’era stato in que’ giorni di rivoluzione nominato alla direzione delle fortificazioni campali: queste barricate cilindriche avevano due grandi vantaggi; per la loro forma eran mobili, potendosi far rotolare in avanti e in dietro; per la connessura di infinite minime parti assumevano una tale elasticità da togliere ogni forza alle palle non solo di fucileria, ma ben anche di cannone: l’incarico di ridurre in esecuzione queste barricate mobili suggerite dal Carnevali, fu affidato al pittore Gaetano Borgocarati. Tra coloro che più meritarono dal paese per l’opera prestata nelle costruzioni delle barricate, non possiam passar sotto silenzio i seguenti: il piemontese Valenzasca, il pittore Bareggi, l’ingegnere Tarantola, il geometra Lilliè, i fratelli Carentico, i seminaristi Giulio Rimoldi, Rosa Verza, Candiani Luigi, Alessandro Ponzoni, e Valentini Gottardo.

In quel giorno cinquecento cittadini milanesi di vita intemerata e d’alti natali, oltre a molti di provincia, vennero arrestati.

Le disposizioni d’offesa da parte dei Tedeschi erano terribili e disposte per tutta la città: le riassumeremo in breve. Fuor di Porta Romana eranvi due cannoni mascherati onde mitragliare l’inerme popolazione che si radunasse sul corso omonimo, e che a’ que’ giorni era stato ribattezzato per corso Pio, a memoria di Pio IX. – Il palazzo reale e quello di Piazza Mercanti erano ben presidiati, e vi avevan cannoni a lor difesa. Il primo circondario di polizia, esistente sulla piazza Mercanti, fu preso a viva forza dal popolo inferocito nella pugna. La Direzione generale di Polizia era ben presidiata e difesa; ma fu vinta dalle armi popolane: si cercò di Bolza e di Torresani, ma non si scoversero allora.

Dei cannoni di Piazza Mercanti, uno era collocato al posto della Gran Guardia, l’altro all’uscita della piazza verso i Ratti; essi non ozieggiavano ma vomitavano continuamente enormi palle devastatrici. I soldati di fanteria, appiattati a tre a tre nelle porte delle contrade degli Orefici, dei Ratti e dei Fustagnari, sortivano di tanto in tanto a far fuoco. Quelli del popolo che avevano armi da fuoco in quel luogo, si posero a bersagliar di preferenza i cannonieri, ed anzi, preparatisi a dar l’assalto ad un cannone, dopo avervi ucciso tre artiglieri lo presero. Alle 12,30 ne davan quindi avviso al popolo col seguente affisso onde rinfrancare il lor coraggio:

CITTADINI!

“La vittoria è sicura – due cannoni presi a piazza de’ Mercanti e a Porta Ticinese. Il nemico in fuga a porta Orientale, a Borgo Monforte e a Porta Nuova. Como è armata, Crema parimenti, Bergamo marcia in nostro soccorso. A Magenta vi sono i Piemontesi. Gli amici aumentano per ogni parte; introduceteli in città e avrete armi e munizioni. Il nostro quartier generale è organizzato, la Guardia nazionale in attività.

“Continuate a suonare a stormo”

Dal Broletto i soldati, che vi stanziavano, coi loro obizzi e mortai mantenevano vivo fuoco per la contrada di S. Maria Segreta, gettando bombe e piccoli razzi incendiarii. Contro di loro stava una barricata, formata di cassoni, posta di contro alla farmacia Ravizza; dietro la barricata il popolo si difese strenuamente per l’intiera giornata.

A porta Nuova il combattimento ferveva accanito, e fu uno dei principali in quella rivoluzione. Vi si segnalorono grandemente alcuni che la storia deve registrare; e noi ne registriamo uno che più vi si distinse. Egli fu Augusto Anfossi, nato a Nizza nel 1812, esule nel 1831 in Francia, che quindi in Egitto militò negli eserciti d’Ibraim Bascià e ne uscì colonnello: passato quindi nel commercio a Smirne, prosperò, e la prosperità sarebbe sempre cresciuta se le notizie dei moti d’Italia non avessero parlato al suo cuore, e suggerito alla sua volontà di far ritorno in patria ad aiutarla. Egli si pose communicazione coi patrioti di Piemonte, della Liguria e della Lombardia, e capitò in Milano pochi giorni prima della rivoluzione. Allorchè questa scoppiò, egli fu destinato in prima a organizzar la guardia civica e quindi a comandar tutte le forze attive della rivoluzione: agli archi di Porta Nuova, monumento della sconfitta di Barbarossa, respinse un drappello di granatieri ed un cannone, ed ivi arditamente vi piantò, baciandola, la bandiera tricolore: in seguito, nell’assalto del Genio, avvenuto nel 21 di marzo, appuntato un cannoncino alla porta principale di esso, nell’atto che la sfondava, fu colpito in fronte da una palla di moschetto; morì quindi nel quarto giorno della rivoluzione, come Epaminonda, lieto della vittoria de’ suoi: morì invocando Dio e la patria. –

A porta Orientale tre volte il Tedesco arditamente si spinse verso S. Damiano, e per tre volte fu arditamente respinto e ricacciato lontano: l’entusiasmo eravi grandissimo: una palla di cannone avendo portato via tutta una gamba ad un ragazzo di 12 anni, egli sclamò: Benedetti coloro che muojono per la patria!

A Porta Comasina gravi fatti si deplorarono. In quel dì di domenica essendosi molte persone recate ad assistere alla messa che celebravasi nella chiesa di S. Simpliciano verso le ore 9 e mezzo, durante la celebrazione udironsi fucilate per di fuori: eran esse dirette contro coloro ch’entravano od uscivano dalla chiesa. Il prevosto Carlo Ferrario cercò allora persuadere i fedeli a non uscir di chiesa, onde sfuggire alle fucilate; ma un tal Luigi Bocciolini, avendo a casa quattro teneri figli, in lui più che il timor di propria vita prevalendo l’amor paterno, volle uscire per recarsi a provvedere di cibo i figli, perchè egli era vedovo: ma presentatosi appena sulla porta della chiesa, una palla gli traforò il braccio destro, che l’obbligò a ricoverarsi di nuovo in chiesa.

Le fucilate contro il tempio però aumentarono, e s’udì pur anco lo scoppio di due bombe. Tutti eran spaventati, giacchè in quel luogo vi si trovavano 131 persone assediate, alle quali l’uscirne equivaleva a certa morte: si pensò allor a provvedere di nutrimento tutta quella gente e col mezzo di segnali dalle finestre si fece conoscere quanto avveniva, e da fornai di altro luogo si fecero trasmetter pane che fu distribuito e mangiato nella chiesa. Là vi rimasero tutti que’ popolani sino alle ore 4 pomeridiane, nella qual ora potettero di soppiatto a poco a poco riparare nelle proprie case perchè la truppa era stata impegnata altrove in combattimento. – Nella mattina stessa che avveniva il fatto a S. Simpliciano, anzi qualche ora prima, una pattuglia di circa cento soldati avviandosi dalla Foppa al Magazzeno delle Proviande (Forni militari) onde provvedersi di pane, cercavano spazzar la strada con frequenti fucilate; se non che, giunti a metà della contrada, vennero colpiti da un grandinar di tegole che li obbligò a fuga. Quel fatto invendicato li indusse a ritornarvi alla sera di quel giorno, cominciando lor vendette sugli abitanti della casa che trovasi all’angolo della contrada. Diedero prima il sacco; poi incendiaron due botteghe; abbrucciarono vive tre donne; indi fecero prigionieri tre giovani, i quali, trascinati sui vicini spalti, li attaccarono legati insieme ad una pianta, e quindi, scostatisi que’ soldati alquanto, si posero a scaricare le armi contro quegli infelici, che servirono de’ loro corpi di bersaglio per una buon’ora a quegli uomini efferati; quindi, semivivi, li lasciarono in una crudele agonia fino alla mattina seguente, in cui furon trovati dagli altri cittadini che li liberaron dai legami di cui eran stretti; potendo così quegli infelici terminare il martirio loro coi conforti della religione(24).

Altri luttuosi fatti registra la cronaca del Tettoni, che noi riproduciamo integralmente onde non scolorirne il valore storico dato da chi registrò i fatti al momento. Alle 6 pom., nella casa al N. 2047, entrati i soldati, dopo di aver saccheggiato e rovinato tutto nelle abitazioni dei diversi inquilini che si erano salvati colla fuga, passarono al piano superiore, ove sgraziatamente si trovavano in casa un certo Giovanni Roncari, accenditor di lampade del comune, uomo onestissimo, colla moglie Giuseppa Zamparini, una figlia ed un loro conoscente, per nome Paolo Murari, lavoratore in seta, ancora nubile. Essi si raccolsero fra il letto e il muro; ma, appena entrati i soldati nella camera, i due uomini caddero a terra trucidati, e la moglie e la figlia si ebbero busse e maltrattamenti. Svaligiaron quindi la camera di quei pochi risparmi della famiglia, di alcuni arredi preziosi della moglie, di tutta la biancheria, e se ne partirono. La moglie disperata si pose accanto all’agonizzante corpo del marito, e si diede ogni cura per adagiarlo sopra alcuni cuscini, onde meno tormentosi gli riuscissero gli ultimi momenti della vita.

Ma, rientrati alcuni soldati in quella camera, martoriarono di nuovo il semivivo Roncari, e con inaudita barbarie afferrarono la mano della moglie ridotta quasi fuor di sensi per la disperazione, e, maltrattandola, la costrinsero di strappare al marito le cervella che per le ferite gli uscivano dal volto: – essa quindi cadde svenuta a tanta oltraggiante barbarie!…

Altrove, ma sempre in quel rione, ad un popolano dopo essersi battuto disperatamente e aver uccisi e feriti molti del reggimento Kaiser, venne portato via, combattendo, il dito anulare della mano sinistra: nel mentre gli si fasciava strettamente la ferita non emise un gemito; ma, fasciata che fu, continuò a combattere, mostrando il suo dito ai circostanti, e accompagnando quell’atto colle parole: Una testa-di-legno mi ha fatto saltar via questo povero dito cui tutto ilare riponeva in saccoccia(25).

Sulla piazza del Carmine cadde una bomba: tutti si diedero alla fuga, temendone lo scoppio; la miccia appiccatavi metteva vivide scintille mano mano che abbruciava, avvicinandosi al pertugio; quand’ecco un popolano, mal conformato di gambe, ma pieno d’ardire, lanciarsi d’improvviso vicino alla bomba, e, cadendovi sopra col corpo, soffocare e spegnere la medesima(26).

A porta Tosa gli attacchi furon gagliardissimi sin dall’alba per parte del popolo: verso le ore 10 ant. gli abitanti dei sobborghi tentarono di sorprendere e prendere la polveriera detta della Bicocca; il colpo non avrebbe fallito se Giuda non avesse venduta per poche monete la patria; imperocchè il conduttore della birraria situata sul bastione suggerì alla truppa di entrare nel suo negozio, come luogo che si presentava il più adatto a difendere la polveriera ed a scacciar gl’insorti borghigiani: ciò che si effettuò e la polveriera fu salva! ad onore però del nome italiano dobbiam notare che quel Giuda era un originario tedesco, calato dalle nevose sue contrade per arricchirsi nel nostro paese, e poi… e poi tradirlo!…

Verso mezzodì arrivò da porta Romana un pezzo di artiglieria scortato da dodici uomini di cavalleria, e si piazzò a porta Tosa: la pugna era accanita: un colpo di cannone colpì il campanile di S. Pietro in Gessate, ma non l’atterrò. – Più tardi arrivarono a porta Tosa altri due cannoni, i quali vennero piazzati avanti la birraria, aprendo tosto il lor fuoco: verso sera la mischia si rallentò, e i popolani s’approfittaron delle tenebre per restaurare le barricate, rinforzarle con nuove opere, e prender posto nelle vicine ortaglie.

A porta Ticinese un fatto d’arme al tenente delle guardie di Polizia al ponte delle Pioppette procurò armi e munizioni al popolo. – Alla Vettabbia si combattette per alcune ore contro soldati del reggimento Reisinger, cinque dei quali furon fatti prigionieri per opera di una donna; della Battistotti di cui abbiam già parlato. – A S. Calocero cento soldati che stavano a guardia della casa Orelli, in cui alloggiava il lor colonnello, tennero vivo per tutto il giorno il fuoco di fucileria: il popolo, nel dar loro l’attacco, potette togliere ad una compagnia di soldati due forgoni carichi delle robe del colonnello e il cavallo carico di munizioni da guerra destinate ai cento soldati di guardia alla casa Orelli: l’ufficiale fu ferito e steso al suolo, diversi soldati rimasero feriti, gli altri fuggirono: fra que’ popolani combattenti si distinsero Giacomo Colombo, Borletti, e Biancardi. – Altrove in porta Ticinese si distinse molto anche Giovanni Onetti che pugnò disperatamente tutto il giorno.

A porta Vercellina (ch’era quella che oggi chiamasi porta Magenta) pur vi si combatteva. Nella contrada di S. Vicenzino, e precisamente ov’essa forma angolo coi Cavenaghi, venne costrutta una barricata; e l’opera costò molte fatiche e molto sudore, per la ragione che dal Castello i soldati tiravano fucilate continuamente. Nella costruzione vi si adoperarono cestoni di vimini, i quali venivan man mano riempiuti di ciottoli e sostenuti colle lastre di granito dalla strada, che si erano levate appositivamente.

Il davanti venne foderato con terra e con sacchi ripieni di cascami di bozzoli. Per ultima operazione fu legata insieme con grosse catene di ferro. Verso le ore tre pomeridiane i Tedeschi appostarono contro la barricata due cannoni e vi diedero fuoco: ciò non intimorì i difensori della barricata, che al grido di W. L’ITALIA! W. PIO IX sostennero intrepidi l’urto, ed obbligarono il nemico a ritirarsi. Non aveva però egli dismesso il pensiero di ritentarne l’assalto: infatti verso le ore sei pom. egli vi ritornò e ritentò l’assalto battendo prima in breccia coll’artigliera; rimanendovi però frustraneamente sino alle ore 7 e mezzo. Numerati i colpi mandati a questa barricata, si rilevò che dovettero essere 84. – A S. Vittore, verso le ore 2 pom., in una casa del Borgo delle Oche cinque cittadini appiattativi essendo stati scoperti da una pattuglia, furon percossi coi fucili, poscia mutilati, e infine barbaramente trucidati.

Il console di Francia nel conoscere gli atti barbari commessi dai soldati tedeschi, e comprendendo quanti danni avrebbe arrecati ai suoi connazionali un generale bombardamento, del resto parzialmente incominciato, stese la seguente protesta che verso le ore tre e mezzo del 19 marzo spediva a tutti gli altri consoli esteri residenti in Milano, da dirigersi a Radetzky, e che ottenne le adesioni che riscontriamo dalle firme appostevi.

“Signor Maresciallo.

“Ci venne detto che l’Autorità militare ha minacciata la città di un bombardamento: se, il che non possiamo credere, dovesse essere adottata una tale misura estrema in una città di 160,000 anime, in una città ove risiede un sì gran numero de’ nostri patriotti, noi saremo obbligati, signor Maresciallo, di protestare verso V. E. in nome dei nostri Governi, contro un atto di tal sorta.

“In ogni caso, facciamo conto abbastanza sulla vostra giustizia ed umanità per sperare che V. E. ci farebbe avvertiti e ci accorderebbe il tempo necessario di poter mettere i nostri nazionali e le loro proprietà al sicuro dei danni a cui potrebbero trovarsi esposti; come si farebbe certamente in simile caso verso i sudditi austriaci nei nostri rispettivi paesi.

“Aggradite, ecc.

“Milano, 19 marzo 1848.

“Firmati: Ferd. Dunois, Console generale di Francia – Cav. Gaet. Deangeli, Console generale di Sardegna. – De Simone, Console generale dello Stato pontificio. – Raymond, Console generale della Svizzera. – Cambel, Vice-console inglese. – Valerio, Console del Belgio.

“A sua Eccellenza il Maresciallo Radetzki.”

Nella giornata del 19 perdette la vita Giuseppe Broggi. Egli era nato in Milano in via della Spiga nel 1814 ed ebbe educazione conforme allo svegliato suo ingegno. Bollente di carattere, credette che la carriera militare meglio d’ogni altra si confacesse alla sua indole, ed entrò nella milizia. Il disinganno gli mietette ben tosto l’illusione preconcetta, comprendendo dalla triste esperienza dei fatti che gli eserciti non sono altro ne’ paesi non liberi se non stromento di tirannide e nulla più: che la organizzazione stessa della milizia è diretta ad invilire lo spirito umano, distruggendo le affezioni di famiglia, di amicizia, di patria, per sostituirvi un ridicolo spirito di corpo, che si risolve in ultima analisi a far degli uomini tante macchine e null’altro, tanti strumenti e nulla più del capriccio di un regnante. Abbandonò quindi la milizia e ricoverossi in Francia, ove si assoldò; sperando in quel paese una politica più libera, non essendosi ancora convinto che i governi tendon più spesso all’assolutismo che non a liberi sensi, e gli eserciti non esser altro che le stampelle su cui sorreggonsi. Militò egli quindi per la Francia in Africa, ove tenne alto il nome italiano acquistandosi diploma di prode con sette ferite. Egli era triste però in strania terra, il cuore si volgeva alla sua patria, alla sua famiglia, a’ suoi amici: – sperò clemenza nel reggitor del suo paese, – troppo facilmente cullandosi di nuovo in fallaci illusioni; – e tornò! – ma tornato che fu, trovò rinnovarsi il disinganno che gli mietette le speranze preconcette, – e pagò la pena della troppo facil fede col venir arrestato e condannato… Languì per sette mesi colla catena ai piedi in Castello, – quindi coll’oro e colle raccomandazioni degli amici rivide la libertà… Il passato gli si era scolpito nella mente, – e non lo dimenticò più… La condotta dell’Austria gli generò nel cuore il sentimento dell’odio, – e odiolla sempre di poi… Venuto il dì delle prove, egli non mancò all’appello della patria sulle barricate, sui tetti, colle parole animando gli altri, colla fermezza dello sguardo contenendo i dubbiosi, colla valentia nel tiro della carabina aprendo molti vuoti nelle file austriache nella rivoluzione del 1848. Ove fervea accanita la pugna non vi mancò il Broggi; nè la sua carabina sciupava polvere e piombo inutilmente: i suoi colpi eran sempre sicuri!

Nel primo dì della rivoluzione, nel 18 marzo, strenuamente combattette a Porta Nuova con Emilio Morosini (morto di poi a Roma nel 30 giugno 1849, combattendo pella repubblica romana come ufficiale ne’ bersaglieri romani), col De Cristoforis (che lasciò di poi la vita pugnando a S. Fermo nel 27 maggio 1859), coi fratelli Biffi, con Giovanni Rusca, con Attilio Mozzoni, con Emilio Dandolo (morto nel 22 febbrajo del 1859), con Angelo Fava, con Re, con Carlo Mancini, con Croff, con Mezzi, con Borgazzi, con Biumi, con Pietro Perego (lo stesso ch’esulò di poi, e trovando duro il pane dell’emigrazione in Piemonte si lasciò corrompere dalla seduzione(27) di poter rimpatriare; e, accettando l’amnistia austriaca del 1857, capitombolò d’errore in errore sino a prostituirsi allo straniero; maledetto da tutti come apostata; compatito dai pochi che conoscevano i disinganni e le sofferenze avute nell’emigrazione in Piemonte, e che gli aveano travolto l’intelletto e avvelenato il cuore). Giuseppe Broggi lasciò memorie imperiture d’eroismo anche a Porta Orientale, al Monte Napoleone, a Santa Babila ed a S. Damiano nel 19 marzo. In quest’ultimo punto narriamo un fatto nuovo. L’avvocato Pier Ambrogio Curti, colla spada nella destra e una pistola nella manca, si era avviato da S. Babila al ponte S. Damiano: tutto a un tratto una pattuglia nemica si presentò al ponte e si avviò a passo di carica verso S. Babila: l’avvocato Curti ritrovavasi a metà via; – retrocedere era viltà e non presentava più scampo; – proseguire o sostare valeva rimaner morto o prigioniero: – chiusa era la porta del palazzo Visconti avanti cui stava: – s’appiattò nell’angolo che ivi fa la casa; – ma senza speranza di salvezza: la pattuglia avanzava, – era già quasi al punto ove s’accovacciava Curti, allorchè da S. Babila parte una schioppettata, e atterra l’ufficiale che comandava la pattuglia: – una seconda schioppettata, esplosa quasi subito dopo, atterra un sargente – la confusione allora subentra nella truppa, – si ferma, – vacilla un istante, – e poi retrocede frettolosa: – così fu salvo l’avvocato Curti! Chi esplose quei colpi fu Giuseppe Broggi. Ma verso le ore 3.30 di quello stesso giorno, – era il suo di onomastico, ricorrendo S. Giuseppe al 19, – Broggi con audace imprudenza si spinse oltre al ponte di porta Orientale, ma poco lungi dalla casa Calvi una palla di cannone di rimbalzo lo colpì, lo atterrò sfracellato in mezzo a’ suoi amici Giovanni Rusca e Agostino Biffi.

Tutto il 19 marzo Milano diede lo spettacolo di una pugna generale: – lasciò ricordi di eroismo pella storia; – preparò esempio a’ nepoti del modo col quale un paese possa riacquistare la perduta libertà. La lotta fu incessante, accanita in ogni punto della città, ma senza disegno; cercando i Tedeschi di rompere le barricate e guadagnar terreno; – sforzandosi da sua parte il popolo di abbarrarsi meglio, armarsi maggiormente colle armi del nemico, aprir vuoti più grandi che fossero possibili nelle file avversarie. La stanchezza, i disagi, la fame non avevano per nulla fiaccato l’ardimento e la perseveranza del popolo, ma gli ostacoli avevano anzi rafforzato in esso la tenacità de’ propositi(28).

Verso sera giravan solo delle voci non troppo benevole a Casati ed al Comitato direttore: sussurravasi che l’uno amoreggiasse col governo austriaco, e che l’altro dormisse sonni profondi e non dasse segno di vita. Alcuni giovani inaspriti dal difetto di armi e munizioni in cui si trovavano i combattenti, domandavano che si mutassero i capi: – altri giunsero persino a proporre la proclamazione della repubblica, suggerendo di spedire inviati a ricercare armi ed ufficiali nelle repubbliche di Francia e della Svizzera: – altri avvisando che la proclamazione della repubblica sarebbe stata cagion di discordie, fomite ad odii, poichè molti vi erano avversi grandemente, e sì che piuttosto d’accettare quella forma di governo avrebbero favorito il nemico, suggerirono di rimanersene nel provvisorio, salvo a discutere dopo la vittoria sulla forma migliore di governo d’adottarsi: altri infine fecero presente che, proclamandosi la repubblica, Milano si sarebbe isolata dal rimanente degli Stati d’Italia, perchè tutti eran retti da principi che non avrebbero transatto coi loro principii monarchici. A repubblica reggevasi soltanto Venezia in Italia; ma neppur questo fatto si conosceva in que’ dì a Milano.

A temperamento migliore delle diverse opinioni, essendo allor tempo d’azione più che di discussione, si deliberò di costituire un governo provvisorio. “Intorno a ciò, scrive Cattaneo, io dissi che, se in siffatto governo dovevano aver parte quei medesimi cortigiani, sarebbero stati di grave impaccio durante il combattimento; e se non vi aveano parte, l’avrebbero tosto discreditato e atterrato, valendosi della momentanea allucinazione del popolo e dei soldati del re di Sardegna. Non trattavasi d’altro per il momento che di combattere; bastava adunque fare un Consiglio di Guerra, di pochi e deliberati, e solo per dare unità alla difesa e cacciare il nemico. Il quale incarico, come quello che offriva solo pericoli, non sarebbe ambito gran chè da quei ciambellani. Accolto questo avviso, si cominciò a scrivere i nomi dei presenti, per procedere ad una qualche forma di elezione. Ma molti altri ad ogni momento entravano, in cerca d’armi, di munizioni e d’indirizzo; e in quell’onda di gente sempre rinnovata, era mestieri ripetere da capo ragionamento e spiegazioni, a cui nel caldo di quei momenti poco badavano. Frattanto si faceva notte; e Casati era sparito. – Cernuschi, ne andò in traccia e lo ricondusse(29)”. – Casati, scrisse Cernuschi, col favore delle tenebre, nei cinque giorni si sottrae alla vigilanza degli armati che, credendolo capace d’una fuga, facevano sentinella al suo onore(30).

IL 20 MARZO

Ad una notte cupa in cui le nubi ritornarono brutto tempo, successe un giorno piovoso, e in cui il continuo tuono del cannone e l’incessante suonare a stormo delle campane, commisti a cozzo d’armi ed a grida de’ combattenti, davan terribile aspetto alla città.

All’alba di quel giorno, in una sala di casa Taverna stava Casati circondato da molti che si sforzavano a persuaderlo di costituire un governo provvisorio, e sembrava nello stesso tempo che que’ cittadini avessero cura di sorvegliar Casati, qual prigioniero, onde non fuggisse. Entrato sull’alba anche Cattaneo in quella sala, concorse pur egli a dimostrar la necessità di costituire un’autorità cittadina che rappresentasse il paese, dirigesse la rivoluzione, avesse mandato di trattar con que’ di fuori di Milano. Casati seccamente vi rispondeva di non voler uscire dalla legalità, e non voler egli esser altro che il capo del municipio. Sollecitavalo anche a chiamare gli officiali veterani per dirigere i combattimenti, e citavansi i nomi di varii; ma Casati pregava non lo inviluppassero con uomini già compromessi, perchè alcuni di essi avean compartecipato alla congiura militare del 1815.

Non potendosi indurre Casati ad un governo provvisorio, egli si determinò soltanto a nominare alcuni Collaboratori al Municipio, affidando la polizia a Bellati; e perchè questi non ritrovavasi presente, essendo stato arrestato dai Tedeschi in Broletto e richiuso in Castello, così gli deputò un supplente. Nel ridurre in scritto tale deliberazione onde promulgarla per la città, Casati cercò di attenersi sempre ad un principio di legalità fuor di luogo; diamo senza ulteriori commenti l’ordinanza pubblicata allora:

“LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTÀ DI MILANO

“Milano 20 marzo 1848, ore 8 ant.

“Considerando che per l’improvvisa assenza dell’Autorità politica viene di fatto ad aver pieno effetto il Decreto 18 corrente della Vice-Presidenza di Governo, col quale s’attribuisce al Municipio l’esercizio della Polizia, non che quello che permette l’armamento della Guardia Civica a tutela del buon ordine e difesa degli abitanti, s’incarica della Polizia il signor dottor Giovanni Bellati, o in sua mancanza il signor dott. Giovanni Grasselli Aggiunto, assunti a collaboratori del Municipio il conte Francesco Borgia, il generale Lecchi, Alessandro Porro, Enrico Guicciardi, avvocato Anselmo Guerrieri e conte Giuseppe Durini.

“CASATI, Podestà.

“BERETTA, Assessore.

Il Municipio ha già decretato lo(31) scarceramento dei detenuti politici, che avrà luogo immediatamente.

“CASATI, Podestà.

Gli uomini d’azione del quartier generale rivoluzionario, vedendo con mal occhio quel modo così pauroso di agire e di esprimersi in faccia al pericolo, raccolti in altra stanza per creare il Consiglio di Guerra proposto nella precedente notte, tutti affidarono a Cattaneo la scelta degli uomini sulla lista preparata dai votanti: egli allora ritenne i primi quattro inscritti (ne’ quali era egli pure) come costitutori di quel Consiglio, e, tirato un tratto di penna sugli altri nomi, scrisse in testa al foglio: Consiglio di Guerra composto per ora dei primi quattro inscritti. Deliberossi poscia di non assumere alcun colore repubblicano nè monarchico, onde rimuovere qualunque occasione di dissenzione fra i cittadini, ma di porre in fronte a tutti gli atti: Italia Libera.

Primo compito del Consiglio fu di collegare tra loro gli sforzi tutti della città ad un concetto unico, armonico, concorrente ad un piano generale. Costituito così quel Consiglio, esso si consacrò immediatamente al lavoro con infaticabile zelo.

Passiamo al campo di battaglia.

All’alba la confusione regnava nel palazzo reale: il presidio che vi si trovava, e con esso molte famiglie, dietro avviso di Radetzky si disposero ad effettuare una ritirata in Castello, preceduti dal generale Ratt. Il popolo diede addosso alla truppa che si ritirava, e, veduto che un corpo di guardie di polizia era penetrato nel palazzo abbandonato dalla truppa, irruppe egli pure nel palazzo. Le guardie, spaventate dalla furente invasione, si nascosero in una cantina. Il popolo si diede a frugare per ogni banda, per ogni sala, cercando in esse delle armi; ma non vi trovarono che venti alabarde dei trabanti. Le guardie vedendo che a momenti poteva scoprirsi il lor nascondiglio e riuscire impossibile qualunque difesa, dietro suggerimento del parroco e del tesoriere di Corte salirono dalla cantina e deposero le armi.

Nelle infermerie del palazzo eranvi molti feriti abbandonati dalla truppa nella lor disordinata ritirata: essi temettero per un istante di lor vita e si nascosero sotto i letti; ma il popolo, fiero nella pugna quanto generoso nella vittoria, li assicurò che niun male sarebbe stato a lor recato, ed anzi li fece scortare all’ospedale, preceduti da un vessillo coll’iscrizione: Rispetto ai feriti.

Nulla fu toccato nel palazzo: nulla asportato, fuorchè sei cavalli condotti via nel trambusto e restituiti poi pochi giorni dopo.

Casati intanto pubblicava quest’altra ordinanza:

“LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTÀ DI MILANO.

“Milano 20 marzo 1848.

“In aggiunta dell’avviso 18 corrente, col quale venivano invitati tutti i cittadini dai 20 ai 60 anni che non vivono di lucro giornaliero, sono novellamente invitati i buoni cittadini, compresi in quella categoria, affine che il numero sia sufficiente a garantire la sicurezza pubblica. Sono invitati egualmente a portar seco le armi tutti quelli che ne avessero.

“Le riunioni delle Guardie si faranno presso ciascuna Parrochia, ove si organizzeranno in compagnie di cinquanta, ed eleggeranno provvisoriamente il lor capo, il quale si metterà in corrispondenza col Municipio per le successive disposizioni.

“CASATI, Podestà.

“BERETTA, Assessore.

Poco dopo la partenza delle truppe dal palazzo vicereale, la guglia maggiore del Duomo presentò il vessillo tricolore sventolante da quell’altura: ve l’aveva piantata Luigi Torelli di Valtellina e Scipione Bagaggia di Treviso. La cattedrale unì allora il suono a stormo delle sue campane al martellar generale degli altri campanili.

Le guardie della Direzione di Polizia avevano seguito l’esempio del presidio della corte ed avevano abbandonato quel locale. Il popolo strappò immediatamente lo stemma austriaco dalla porta, e penetrò nel palazzo di S. Margherita. Si perlustrò allora ogni camera, ogni angolo onde rintracciarvi i capi più odiosi della Polizia: ma Torresani non vi era più; travestito da gendarme, ed unitosi alla cavalleria, erasi già riparato in castello, abbandonando nel locale di polizia la moglie, le figlie e la nuora. Penetrati i cittadini nell’abitazione di Torresani, in un gabinetto vi trovarono una giovane signora, vestita di seta nera, stringendosi al seno una bambina, con a lato una cameriera; entrambe pallide, tremanti. Esse stavan ginocchioni allo irrompere della folla, e la signora emise uno straziante grido all’apparir del primo popolano, credendosi vicina ad esser sacrificata al furor della plebe. Era dessa la giovine contessa Giovio, vedova di un figlio di Torresani. Ma il primo entrato rassicurò quella donna che niun male le si sarebbe recato, e che il popolo combatteva accanitamente i suoi nemici armati, ma rispettava gl’inermi e non recava onta alle donne. Caddero poscia in mano del popolo la moglie stessa di Torresani ed una concubina di Radetzky; ma tutte altrove tradotte, furono amorevolmente trattate e rispettate.

Fiutavasi ansiosamente da ognuno il nascondiglio del Bolza: scorsero alcune ore prima di scoprirne traccia alcuna; ma finalmente fu scoperto nascosto nel fieno sulla soffitta, in un ripostiglio vicino alla sua dimora. Vi fu trovato pallido, contraffatto, coi capelli irti, supplicante pietà e misericordia. Perquisito sulla persona, non gli si rinvennero armi nè scritti, ma le tasche piene di pane e di formaggio; provvista che aveva fatta per que’ momenti difettosi di alimenti.

Galimberti fu ricercato anche nella sua abitazione in contrada dei Due Muri (ora non più esistente). Ma le porte eran barrate per di dentro fortemente: un facchino procurò allora una leva a ruota dallo spedizioniere Pezzoni, la quale, appoggiata in direzione inclinata verso la porta, con forza girato il manubrio, potette abbatterla. Entrativi i cittadini, presso all’ingresso vi catturarono il servo di Galimberti. Minacciato costui nella vita se non rivelava l’ascondiglio del padrone, egli promise indicarlo purchè si salvasse a lui l’esistenza: data la promessa, lo si scortò in una stanza superiore ov’erasi accovacciato Galimberti, e lo si rinvenne infatti. Intimatogli d’arrendersi e di costituirsi prigioniero, mordendosi le labbra cedette(32).

D’un tratto una voce sonora gridò in quel frastuono di voci di gioja: E i prigionieri?… Fuori i prigionieri! Libertà ai prigionieri! Vi si trovarono prigionieri uomini, che, levati dalla prigione, sporgevano la mano supplichevole cercando pane, dichiarando che da quarant’ore non se n’era lor dato; che da 40 ore non prendevano cibo. A loro si provvide d’alimenti; ma il popolo gridava: Ma i prigionieri politici dove sono? Dopo un quarto d’ora si ignorava ove fossero. Allora l’oste della contrada dei Due Muri, incaricato dalla Polizia di provvedere gli alimenti pei detenuti, conoscendo per conseguenza ove si trovassero i prigionieri politici, gridò che si trovavano ai N. 18, 30, 36 e 37; ove in vero si rinvennero e si liberarono.

Nella Direzione di polizia si trovarono circa 25 armi da fuoco e un centinajo da taglio, che vennero tosto distribuite al popolo combattente: armi del certo insufficienti alle straordinarie esigenze del momento.

Frattanto Radetzky che aveva ricevuta la protesta consolare del giorno precedente, onde prevenire complicazioni diplomatiche, rispose colla seguente lettera:

“Signori!

“Accuso la ricevuta del dispaccio dei signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera, nella quale manifestano il desiderio di non vedermi prendere misure che non potrebbero mancare di tornar funeste per la città di Milano, e per le quali dimanderebbero almeno una dilazione che permettesse loro di provvedere alla sicurezza dei loro compatrioti. Il governo di S. M. l’Imperatore e le truppe sotto il mio comando sono state attaccate all’improvviso, in un modo contrario ad ogni diritto delle genti, senza che queste avessero fatta alcuna provocazione.

“Si cominciò a saccheggiare il Palazzo di Governo, a sorprendere parte della debole guardia che vi era posta, per assicurarsi della persona del capo di Governo, esigere da lui delle concessioni che non era in suo potere di firmare e che non appartengono che al Sovrano.

“Concepirete da ciò, Signori, che da uomo d’onore e da soldato, non potrò mai compromettere nè l’uno nè l’altro, come obbliga il mio dovere verso l’Imperatore.

“Sta in Voi, Signori, se avete influenza sui capi del movimento rivoluzionario, se potete deciderli ad astenersi da ogni atto ostile; perchè per tutto quel tempo che sarò attaccato, che i miei soldati saranno uccisi sotto i miei occhi, mi difenderò col coraggio che loro inspira il modo con cui furono assaliti, e a me il sentimento dell’odiosa sorpresa di cui si sono serviti verso di loro.

“Ad ogni effetto, per rispetto al Governo di cui siete l’organo, sospenderò le misure severe che io mi credo obbligato di prendere contro Milano sino all’indomani giorno 21, a patto che(33) ogni ostilità abbia a cessare dalla parte avversa.

“Aspetto i risultati dei passi che farete per mia norma.

“Milano, il 20 marzo, undici ore antimeridiane

“Conte RADETZKY.”

“Ai signori Consoli d’Inghilterra, di Francia, di Sardegna, del Belgio e della Svizzera

MILANO.

Intanto si pubblicava il seguente manifesto da chi dirigeva la rivoluzione, onde mantenere vivo l’ardimento nel popolo ed eccitarlo a persistere nella lotta incominciata:

“CITTADINI

“Il Generale austriaco persiste; ma il suo esercito è in piena dissoluzione. Le bombe ch’egli avventa sulle nostre case sono l’ultimo saluto della(34) tirannide che fugge. – I nostri bamboli non cresceranno nell’orrore della schiavitù.

“Molti ufficiali si danno prigioni. Interi corpi atterrano le armi avanti al tricolore italiano. Alcuni, trattenuti dall’onor militare, domandano un istante a deliberare, supplicandoci frattanto di sospendere il vittorioso nostro fuoco.

“Cittadini, perseverate sulla via che correte. – Essa è quella che guida alla gloria ed alla libertà.

“Fra pochi giorni il vessillo italico poggerà sulla cresta delle Alpi. Colà soltanto noi potremo stringerci in pace onorata colle genti che ora siamo costretti a combattere. Cittadini, fra poco avremo vinto. La patria deciderà de’ suoi destini. Ella non appartiene a sè. – I feriti sono raccomandati alle vostre cure. – Per le famiglie povere provvederà la patria.

“Lunedì, 20 marzo”.

Venne pure pubblicato dal Consiglio di Guerra questo altro avviso onde mantener vivo il sentimento della generosità nel popolo, e prevenire luttuosi casi di sangue, in que’ momenti di grande esasperazione, contro i prigionieri, le famiglie degli impiegati e militari dell’Austria, gli ammalati ed i feriti.

“PRODI CITTADINI.

“Conserviamo pura la nostra vittoria. Non discendiamo a vendicarci nel sangue di que’ miserabili satelliti che il potere fuggitivo lasciò nelle nostre mani.

“Basta per ora custodirli e notificarli. È vero che per trent’anni furono il flagello delle nostre famiglie e l’abbominazione del paese. Ma Voi siate generosi come foste prodi. Puniteli col vostro disprezzo, fatene un’offerta a Pio IX.

“VIVA PIO IX! VIVA L’ITALIA!”

In egual modo erasi già sin dal mattino espresso Carlo Cattaneo, allorchè si venne a chiedergli da alcuni popolani se, trovando Bolza, gli si doveva niegar quartiere. Cattaneo aveva risposto: Se lo ammazzate fate una cosa giusta; se non lo ammazzate fate una cosa santa.

Dopo mezzogiorno Casati pubblicava il seguente avviso, con cui notiziava l’associazione di altre persone nell’amministrazione della città; pubblicazione ritardata, e che meglio di ogni altro documento vale a rilevare lo stato di perplessità, di gravi dubbiezze in cui lottava lo spirito e la mente del Casati:

“LA CONGREGAZIONE MUNICIPALE

DELLA CITTA’ DI MILANO

“Milano 20 marzo, ore una pomerid.

“Le terribili circostanze di fatto per le quali la vostra città è abbondonata dalle diverse autorità, fa sì che la Congregazione municipale debba assumere, in via interinale, la direzione di ogni potere allo scopo della pubblica sicurezza. Egli è perciò che si fa un dovere di far noto a’ cittadini, che sino a nuovo avviso essa concentrerà momentaneamente le diverse attribuzioni onde condurre le cose a fine desiderato dell’ordine e della tranquillità. Ai membri ordinarii della Congregazione vengono aggiunti in via provvisoria i seguenti:

Vitaliano Borromeo.

Francesco Borgia.

Alessandro Porro.

Teodoro Lecchi.

Giuseppe Durini.

Avv. Anselmo Guerrieri.

Avv. Enrico Guicciardi.

Gaetano Strigelli.

“CASATI, Podestà.

BERETTA. Assessore.”

Questa determinazione postuma della Congregazione municipale non aveva forse qualche secondario fine, quale quello per esempio d’infirmare l’autorità del Consiglio di guerra, composto di persone che non simpatizzavano troppo con Casati e colle sue idee? Non vogliamo affermare il dubbio: facciam solo presente che Casati e Beretta dicevano con quell’avviso, in altri termini, al popolo: Ogni potere è concentrato nella Congregazione municipale: – si avvertono di ciò i cittadini per loro norma: questa Congregazione assorbente tutti i poteri sarà composta di quelli indicati nell’avviso; – cioè esclusi Cattaneo, Terzaghi, Cernuschi, Clerici. Da ciò grave si eleva il dubbio di un sinistro intendimento in Casati e Beretta con quell’avviso.

Ma passiamo oltre.

Il bisogno di far conoscere la condizione de’ Milanesi agli abitanti delle terre circostanti, e l’impossibilità di potervi soddisfare con mezzi diretti, inquantochè una barriera di corpi umani circondava, stringeva Milano tutta, suggerì al Consiglio di Guerra di far uso di palloni che svolazzavano per l’aria portando il seguente proclama:

“A TUTTE LE CITTÀ E A TUTTI I COMUNI

DEL LOMBARDO-VENETO.

“Milano, vincitrice in due giorni, e tuttavia quasi inerme, è ancora circondata da un ammasso di soldatesche avvilite, ma pur sempre formidabili. Noi gettiamo dalle mura questo foglio per chiamare tutte le città e tutti i comuni ad armarsi immediatamente in Guardia civica, facendo capo alle parrochie, come si fa in Milano, e ordinandosi in compagnie di 50 uomini, che si eleggeranno ciascuna un comandante e un provveditore, per accorrer ovunque la necessità della difesa impone. – Ajuto e vittoria.”

Il Consiglio di guerra

CATTANEO – CERNUSCHI – TERZAGHI – CLERICI

Il popolo gioiva di aver riveduti i suoi fratelli che languivano nelle prigioni politiche, e li colmava di onoranza. Abbiam citati i nomi di coloro che ritrovaronsi al Tribunale criminale: fra quelli che gemeano nelle prigioni di S. Margherita (ove vi era la Direzione di Polizia) annoveravasi il marchese Filippo Villani, Ravizza, Marcora, Ferrabini, ecc.

Il Ferrabini ritrovavasi propriamente all’infermeria, perchè era stato ferito nel 18 marzo, e ritrovavasi ancora colla camicia e coi pantaloni intrisi di sangue, zoppicante, e con bendata la testa e la mano. Sapendo d’aver riguadagnata la libertà, credette esser guarito: ma le sue ferite eran troppo gravi; talchè sorretto da due amici si diresse verso la propria casa onde riveder la propria famiglia. Giunto però nel vicolo di S. Fedele, il sacerdote don Giuseppe Lattuada non permise che il Ferrabini continuasse il cammino, temendo avesse a soccombere per via in causa delle ferite, e lo ospitò quindi in propria casa.

Ma quali furono le cause e gli autori di quelle ferite?

Gaetano Ferrabini nel 18 marzo, dopo avere preso parte alla costruzione di parecchie barricate ed eccitato in più luoghi a suonare a stormo le campane nella fiducia(35) di guadagnare alla rivoluzione il presidio del Circondario IIº di polizia in via Andegari, verso le 4 pom., brandendo con una mano una bandiera e coll’altra una vecchia spada, mettevasi per quella via gridando==Viva l’Italia. Ma giunto sull’angolo della via detta dei Tre Monasteri, ora Romagnosi, veniva d’improvviso affrontato dal figlio di Garimberti, che gli gl’intimò l’arresto. Il Ferrabini si rifiutò di seguirlo ed oppose gagliarda resistenza; circondato però dalle guardie di Polizia, sopraffatto dal numero, ferito replicatamente alla testa, nella schiena ed alla mano destra di cui ebbe mutilato un dito, veniva sospinto dalle punte delle bajonette entro l’ufficio del Circondario.

Perquisito sulla persona, gli si rinvennero proclami rivoluzionarii. Ciò bastò perchè lo si abbandonasse giacente a terra, perdendo sangue dalla testa, e gli si niegasse persino la somministrazione invocata di un po’ d’acqua. Nella notte venne trasportato nella infermeria delle carceri di S. Margherita, ove vi rimase sino al 20 marzo in cui fu liberato dalla rivoluzione vittoriosa.

I Tedeschi, vedendo che gli avvenimenti prendevano ogni giorno una piega peggiore per loro, pensarono di trattare un armistizio cogli insorti onde guadagnar tempo, potersi fornir di viveri, rimarginare i danni sofferti nelle lor file, procurarsi nuovi rinforzi e preparare nuovi mezzi di offesa e di difesa. Fu incaricato di questo negozio un maggiore dei Croati Ottochan; credesi fosse quello stesso Sigismondo Ettingshausen che trattò qualche mese dopo per la resa di Peschiera.

Il maggiore, presentatosi verso il mezzodì del 20 marzo ad una barricata, dichiarando esser parlamentario, cogli occhi bendati fu scortato dai cittadini al Consiglio di Guerra. Il Consiglio lo indirizzò nella sala della Municipalità onde trattasse direttamente coll’autorità comunale. Casati propose allora un armistizio di 15 giorni, ma prima d’obbligarvisi pretendeva di conoscere dal Consiglio di guerra se si sarebbe incaricato di far desistere i cittadini dal combattimento. Cattaneo, invitato cogli altri suoi colleghi ad esporre il suo parere, rispose esser difficile lo staccare i combattenti dalle barricate: diffidare egli molto delle conseguenze dell’armistizio: tenere compromessa la condizione degli Italiani.

Durante questo diverbio entrò nella sala un prete della chiesa di S. Bartolomeo, portando la nuova che gli Austriaci avevano allor allora trucidato il predicatore quaresimale e commesse altre enormità; il predicatore era don Marino Lazzarini: penetrati gli Austriaci per la porta dalla canonica, fecero inginocchiare i preti che incontravano; quindi gridando: Pei preti niente perdono! ne trassero cinque in arresto: altri soldati frattanto, saliti nell’abitazione del Lazzarini, lo stesero al suolo con una fucilata, e poscia, non contenti di quanto avevano fatto, inveirono su quel misero corpo colle punte delle bajonette. Il maggiore de’ croati che si trovò presente alla narrazione di quel luttuoso fatto, ne rimase commosso. Invitati poi gli estranei alla Municipalità ed al Consiglio di Guerra a ritirarsi, il Maggiore si ritirò pure.

Calorosa fu la discussione fra i membri del Consiglio di Guerra e Casati; talchè prevalendo le ragioni del Consiglio, il quale aveva per sè le simpatie e la fiducia di tutta la popolazione, dopo un quarto d’ora di discussione Casati fece rientrare il parlamentario di Radetzky e gli parlò nel seguente modo: Signore, non abbiamo potuto metterci d’accordo. Vogliate dunque rappresentare a sua Eccellenza, da una parte i sentimenti della municipalità, e dall’altra quelli dei combattenti, affinchè possa prendere in conseguenza le sue risoluzioni. Grave fu l’impressione prodotta da quelle parole sugli astanti, ben comprendendosi che Casati in tal modo pareva separare la sua causa da quella della città. “Tale dichiarazione, nota uno storico, con la quale Casati separava la sua causa personale da quella dei sollevati, avrebbe posta in pericolo la sua vita, se Cattaneo non l’avesse fatta ignorare al popolo(36)”.

Il maggiore fu allora congedato, ed aspettò in corte che gli si bendassero gli occhi per esser ricondotto fuori delle fortificazioni cittadine; ma non gli si volle porre alcuna benda. Visibilmente commosso dal modo con cui era stato trattato, il maggiore, stringendo la mano ad uno dei cittadini che lo aveva accompagnato, sclamò col suo straniero accento: Addio, brava e valorosa gente!

Altri tentativi d’armistizio vennero fatti anche al Genio, al Comando militare ed al Ponte Vetro; ma non approdarono ad alcuna conclusione, inquantochè il popolo pretendeva che i soldati deponessero le armi.

Il 20 fu giornata di combattimenti; e noi li riepilogheremo in brevi cenni.

A porta Romana alcuni Croati, che si trovavano nella polveriera di S. Apollinare, essendo stati posti in fuga da un drappello di cittadini, riuscirono sul far della notte a fuggirsi nelle ortaglie di Quadronno. Ma inseguiti pur là, il popolo arrestossi alla casa di un ortolano, dalla quale uscivano grida strazianti e invocazioni di pietà: entrativi i cittadini, vi arrestarono cinque Croati, e vi rinvennero orribilmente mutilati una donna e tre suoi adolescenti figli.

A porta Tosa il numero dei combattenti aumentò, e vi compirono atti di grande valore e gravi sacrifizii; rimanendo intrepidi in faccia all’artiglieria che continuamente vomitava palle enormi e mitraglia, stringendo il nemico da tutti i lati, facendo avanzare le barricate mobili. Fuori della porta i contadini fecero altrettanto, tagliando le strade e molestando la truppa. Si combatteva nell’interno lungo il corso, pel borgo di Monforte, nelle ortaglie e nelle contrade circostanti al Conservatorio. I Croati e la cavalleria percorrevano e facevano fuoco dai bastioni, stretti anche là da vivo fuoco di fucileria degli insorti. Due volte il nemico cercò di rinforzare la porta con due altri cannoni che tentava condurre da porta Orientale, ma due volte fu respinto dal continuato fuoco del valoroso cittadino Vernay. L’ingegnere Cardani col conte Archinto figlio, coi fratelli Modorati e con altri perseguitò e danneggiò fortemente la truppa. Finalmente Vernay secondato da una mano di intrepidi popolani tentò l’assalto alla porta Tosa.

A porta Nuova si aumentarono le fortificazioni rivoluzionarie; specialmente in capo alla contrada di S. Giuseppe verso Brera, ove alle ore 8 ant. fu costrutta una barricata per impedir la ritirata alla guardia del Genio e precludere al presidio del Comando militare ogni via di soccorrerla. In seguito i tiratori milanesi, fra le acclamazioni dei cittadini che dalle finestre eccitavanli a combattere, avanzaronsi intrepidi verso il palazzo del comando militare, presidiato da una compagnia di granatieri ungheresi e da un’altra del reggimento Reisinger; e, continuando un vivo fuoco, tentarono l’assalto del palazzo.

L’intrepidezza, l’audacia, la fermezza spesso atterriscon più che il numero: questo fu l’effetto morale prodotto sul presidio del Comando militare, il quale tentò con perfida arte trarre i giovani guerrieri in agguato. Sulla porta del palazzo militare comparve un ufficiale con bandiera bianca, chiedendo pace; ma essendosi uno degli insorgenti presentato a parlamentare, conobbe tosto l’insidia ordita, e gridò al tradimento. E quel grido diffondendosi pella contrada, echeggiando per cento labbra, pose gl’insorgenti in guardia. Nè si sbagliaron essi, poichè ben tosto sbucava truppa dalla contrada dei Fiori, aprendo vivo fuoco di fucileria; ma senza frutto. – Nello stesso dì, verso le ore 3.30, un drappello di soldati sfondò le porte dell’antica osteria di Brera, situata sull’angolo che quella contrada fa con quella del Monte di Pietà, ed entrativi, misero tutto a sacco e ruina sotto il comando del proprio colonnello.

A porta Comasina (ora porta Garibaldi) un maggiore degli ungheresi tentò sorprendere la buona fede del popolo colla solita menzogna di sospensione d’armi, ed agitando in aria un fazzoletto bianco nel mentre si avanzava al Ponte Vetro, assicurò aver ordinato anche altrove a’ suoi di sospendere il fuoco, e propose di recarsi alcuno con lui in Castello per un accomodamento. Il sacerdote don Pietro Mauri, della parrochia di S. Tommaso, si presentò al maggiore e si offerse a parlamentario di pace; ma più non ritornando, si arrestò una guardia di polizia e si notiziò la truppa che la si sarebbe scannata se non ritornava il prete; e la minaccia valse, giacchè poco dopo ricomparve don Pietro Mauro, dichiarando ch’erasi ordito tradimento. Tradimento che si tradusse ben presto in atto con un ben nudrito fuoco di moschetteria da parte della truppa e con frequenti colpi lanciati di spingarda.

Atroce fatto, narra Tettoni, successe nella casa di certo signor Torelli, verso S.Marco, nella quale tenevasi osteria. Gli Austriaci sforzarono la porta, ed, entrati, uccisero il cuoco ed altre tre persone dopo averle martirizzate in ogni modo; poi, arrostiti vivi due bambini e cacciata nel ventre ad una donna incinta a varie riprese la bajonetta, diedero fuoco alla casa, ritirandosi quindi nel palazzo del Generale Comando(37). Non facciamo commenti: riproduciamo la notizia e basta!

A S. Bernardino alle Monache (ora via Lanzone) la caserma omonima che acquartierava le guardie di polizia cedette al valor degli insorgenti, i quali, esposti ad un grandinar continuo delle palle nemiche, riuscirono a dar fuoco alla porta del quartiere. Le guardie però che ritrovavansi al Circondario di polizia di S. Simone, vedendosi a mal partito, spiegarono bandiera bianca e, simulando di fraternizzar col popolo, scaricaron poscia i loro fucili verso il popolo ingannato.

Il cannone non cessava mai di tuonare dal dazio di porta Ticinese tanto verso il ponte, come dal bastione verso Viarenna. Però le palle non arrivavano sino all’ortaglia delle monache; fu per ciò che il lattivendolo G. Meschia con pochi suoi compagni potettero appostarsi nella contrada delle Vetere; dalla quale con carabine di precisione fulminarono i cannonieri che stavano al dazio; e furon sì aggiustati i colpi, che non uno andò fallito, in modo che mano mano che gli artiglieri avvicinavansi al cannone per darvi fuoco, essi cadevano colpiti dai tiri di quegli animosi.

Altri soldati penetrarono nel borgo di Viarenna (oggidì Via Arena) e di là nella stretta Calusca, ove abbandonarono al saccheggio quelle case e vi commisero ogni sorta di orrori. Là vi trucidarono pure tre cittadini che furono: Giuseppe Gambaroni, d’anni 58 circa, venditor di rotelle di corteccia, (in milanese robiœul); Antonio Piotti, d’anni 28, fabbro ferrajo; e Giuseppe Belloni, cuojajo; i quali, tratti in una vicina ortaglia, dopo averli straziati in ogni modo, moribondi li copersero di paglia a cui appiccaron fuoco; semivivi abbruciandoli, e respingendo nelle fiamme chi tentava sottrarvisi.

Nella caserma di S. Eustorgio si trovò una panca su cui eravi sangue raggrumato, e sotto la panca vi si osservò un paja di scarpe civili. Ciò tutto induceva a ritenere l’esistenza di un assassinio.

Nel vicolo del Sambuco vi si rappresentarono nuove scene di orrore. I soldati che passavano sul vicino bastione si vedevano ridotti a bersaglio di un fuciliere nascosto in una casa esistente nel vicolo del Sambuco; e i colpi non erravano in quell’umano bersaglio, ma tutti miravano giusto! I soldati allora precipitaron dal bastione nella casa ove ritenevano partire i colpi, e, penetrati nell’osteria della Palazzetta, vi pretesero da mangiare e da bere, vi ferirono l’oste e sua moglie; quindi gli abbruciarono.

In tutta la giornata però non vacillò il coraggio de’ cittadini, ma nelle prove s’assodò, si rinforzò, dilatossi. Siccome però il popolo doveva invadere pubblici edificii per scacciarne il nemico; e doveva poi anche custodire le proprietà devolute alla patria, così venne pubblicato il seguente proclama

“CITTADINI

“Si pregano istantemente tutte le Guardie Civiche di prendere sotto la loro immediata protezione tutti i pubblici stabilimenti e tutti gli oggetti che vi si tengono, e sopratutto le carte che possono essere preziose per le famiglie.

“D’ora in poi tutte le cose che erano del Governo son nostre. Dunque conserviamole.

“ORDINE E CONCORDIA”.

Nel chiudere la storia di questo giorno non possiamo sottacere che durante la giornata la Congregazione aveva cominciato a presentarsi sotto forma di Governo Provvisorio, Uno de’ suoi proclami fu il seguente:

“CITTADINI

“Uomini coraggiosi hanno superate le mura della città e ci hanno recate notizie delle campagne, e lettere scritte alle porte. Pavia è insorta e chiuse il nemico nel castello. Anche a Bergamo il presidio si è arreso col generale, figlio dell’ex-Vicerè. Evviva ai nostri fratelli di Pavia e di Bergamo! Tutte le popolazioni sulle vie di Gallarate e Busto Arsizio a Milano si sono levate in armi e hanno disarmate le truppe, presi sei pezzi di cannone, impedito che il ponte di Boffalora fosse tagliato. Evviva ai nostri fratelli di contado! Abbracciamoci tutti in un amplesso! Ringraziamo Dio. Gridiamo:

“VIVA L’ITALIA – VIVA PIO IX.

“Il Governo Provvisorio

“CASATI – GIULINI – GREPPI – BERETTA”

In quel giorno si pensò poi anche ad organizzare i varii Comitati che dovessero coadjuvare l’opera del Governo provvisorio; essi furono i seguenti.

1. Comitato di difesa e di guerra;

2. Comitato di pubblica sicurezza;

3. Comitato di finanza;

4. Comitato di sanità;

5. Comitato di sussistenza.

Nella casa del conte Carlo Taverna in contrada de’ Bigli stabilirono loro sede il Governo Provvisorio e il Comitato della Pubblica sicurezza, e vi si custodirono alcuni personaggi ed ufficiali prigionieri. Nella casa di Carlo Vidiserti fu collocato il Comitato di pubblico armamento e di guerra.

IL 21 MARZO

Alle 5 ore del mattino Radetzky fece suonare a raccolta. Sembrava che le cose dovessero avere un prospero fine nella giornata.

Alla mattina le truppe cominciarono le fucilate e le cannonate dai bastioni della città: le barricate erano state da parte del popolo spinte molto avanti nella precedente notte.

L’alba era nuvolosa, e piovigginava: le campane della città continuavano a suonare a stormo: – i gridi di rabbia da parte dei Tedeschi e quelli di gioja da parte degli insorgenti echeggiavano dovunque: – a porta Tosa si lavorò indefessamente dalle 7 alle 10 a rinforzare le barricate e vi si collocarono i più audaci combattenti, mentre i più esperti fucilieri vennero disposti sulle diverse case dei dintorni e pegli orti onde potessero meglio molestare il nemico su tutti i punti, uccidere gli artiglieri allorchè s’avvicinavano al cannone per apprendervi fuoco, dando campo in tal modo agli altri popolani d’avvicinarsi per di dentro e per di fuori alla porta Tosa.

Nella città frattanto provvedevasi dal popolo ingegnoso ed entusiasta a far fronte in mille modi alle grandi forze del nemico. Si costrussero cannoni di legno cerchiati di ferro, tanto che reggessero a un certo numero di colpi; s’aumentò la fabbricazione della polvere e del cotone fulminante e la fusione delle palle; si pose in ogni opera un’attività immensa, un entusiamo indicibile.

I consoli residenti in Milano, che si erano interposti sin dal principio del combattimento per comporre le quistioni fra le due parti ed evitare un bombardamento, eransi rivolti alla Municipalità onde communicarle la lettera di Radetzky, chiedendo da essa una risposta in proposito.

“Ora, lasciò scritto Cattaneo, mentre dopo il mezzodì del quarto giorno stavamo concertando con Borgazzi per l’assalto al bastione, la Municipalità ci invitò a convenir seco lei intorno alla risposta da darsi ai Consoli che sarebbero venuti a riceverla verso le ore tre.

“Proponevasi, diversamente dal giorno innanzi, non armistizio di quindici giorni ma di tre; libera una porta, sì all’entrata delle vettovaglie, che all’uscita degli stranieri, ed anco dei cittadini; ma non estesa la tregua alla campagna.

“Casati, assentendovi per sè, pregò il collaboratore Giuseppe Durini a ripeterci un sottile ragionamento che aveva già fatto ai municipali, provando che l’armistizio avrebbe giovato più a noi che al nemico che lo dimandava! I collaboratori e i loro(38) seguaci se ne mostravano già tutti persuasi; tranne Achille Mauri, che pure faceva già loro da secretario.

“Invitato da’ miei colleghi ad esprimere il loro voto, osservai che, dopo un nuovo giorno di vittoria, il richiamare dal combattimento i cittadini era divenuto ancora più difficile; e che non conveniva dar tempo al nemico di ritorcere tutte le forze sulla campagna. – E infatti lettere intercette si scopersero poi, che, s’ei si avviliva a dimandare quella tregua, era solo perchè i tre giorni gli abbisognavano per avere in Milano mille e duecento grosse bombe, sbarcate allora in Piacenza.

“Feci poi considerare che quell’intervallo, oltre al dar agio al nemico di far macello dei nostri soccorritori, avrebbe rallentato il vittorioso impeto dei cittadini, i quali sarebbero atterriti poscia dallo spettacolo forse dei trucidati amici. Feci considerare che l’esempio apportava contagio; che il primo giorno, la città sarebbe abbandonata dai forestieri, dalle donne e dai timidi; il secondo, lo sarebbe dai prudenti; e il terzo, anche dagli animosi. Conveniva ritenere i forastieri fra noi; erano sempre un ostacolo all’incendio e al saccheggio; non si poteva immaginare che il vessillo francese, sventolante a lato al nostro, non dovesse imporre qualche freno agli eccessi. –

“Allora il conte Borromeo raccomandò di non dimenticare che si difettava di munizioni, e si avevano viveri solo per ventiquattr’ore. – Dopo le cose più sopra narrate, non fu millanterìa in me il rispondergli che il nemico, avendoci fornito fin allora le munizioni, ce le avrebbe fornite ancora. Quanto ai viveri, che dovevano durare solo per ore ventiquattro, gli risposi, aver io sciupato in cose statistiche quanto tempo bastava per potergli far sicurtà che computi così precisi non si potevano fare: – “Del resto, gli dissi, ventiquattr’ore di viveri e ventiquattro di digiuno saranno molto più ore che non ci sia mestieri. Il nemico sui bastioni non può reggere; è una linea troppo prolungata (erano dodici chilometri); gli deve già riescire assai malagevole la distribuzione dei viveri; e difatti in giro alla città Croati e Tedeschi sono già ridotti a vivere di ruba. Questa sera, se riescono i concerti fatti or ora, sarà spezzata la sua linea lungo i bastioni; e per poco che tardi a mettersi in ritirata, non troverà più strade. – Infine, quando pur ci dovesse mancare il pane, meglio morir di fame che di forca”. –

“I conti Casati, Durini e Borromeo, propugnando fra quella tanta effervescenza d’animi l’armistizio, si erano messi affatto a nostra discrezione; poichè si udivano affollati all’uscio i giovani vociferare sdegnosamente contro qualsiasi aggiustamento. Dopo essere uscito a tranquillarli, io pregai Casati a por fine a un diverbio oramai ozioso; poichè troppo era manifesta l’impossibilità di far deporre alla gioventù le armi, che aveva sì felicemente impugnate.

“Dopo pochi momenti, giunsero vestiti dei loro uniformi i consoli; e udirono il rifiuto dell’armistizio dalla bocca dell’eroico podestà. Ancora quella volta noi concedemmo ai nostri avversarii un immeritato vantaggio; tanto è vero che non operavamo per ambizione di parte, ma per sentimento di cittadini. Strinsi la mano a quei rappresentanti dell’Inghilterra e della Francia, senza frammettere allusione veruna ai nostri dissidii. È verissimo però che nella lettera indirizzata dal Casati ai consoli, e da questi publicata, il rifiuto dell’armistizio venne attribuito al volere del popolo.”

Appena partiti quei signori, apparve in città il conte Enrico Martini, inviato dal re Carlo Alberto onde parlare della dedizione del paese al re sardo, il quale prometteva soccorsi d’uomini e d’armi in tale caso. Osteggiava la proposta il Cattaneo che sosteneva dover il popolo, non le autorità civili disporre dello Stato; non essere d’altronde quella l’occasione propizia di convocare il popolo a votazioni, correndogli dovere e necessità in quei supremi momenti di provvedere alla difesa dall’inimico, all’offesa onde scacciarlo e procurarsi libertà. Opponevano gli altri a Cattaneo che il popolo difettava d’armi e munizioni, alle quali avrebbe potuto provvedere colla dedizione al re sardo; che del resto con quel sovrano si avrebbero ottenute adesioni e soccorsi anche da tutti gli altri governi italiani. Accalorata fu la discussione, e vi si cominciò a germogliare quella discordia di principii repubblicani e costituzionali sempre cattiva, esiziale in allora, e che perdurò per tutto il tempo successivo della guerra sino alla rotta di Carlo Alberto.

Prevalse in quella discussione l’opinion della Municipalità di accogliere le proposte di re Carlo Alberto ed usufruttare dei mezzi ch’egli offriva.

Il Consiglio di guerra allora credette utile di raccomandare ancora una volta ai cittadini la federazione militare di tutti i popoli d’Italia volgendo il seguente appello a tutte le città della penisola:

“ITALIA LIBERA

“Ormai la lotta nell’interno della città è compiuta. È tempo che le città vicine si scuotino e imitino l’esempio di questa. Noi invitiamo tutte e ciascuna a costituire un Consiglio di Guerra, che lasci le cose di consueta amministrazione ai Municipii costituiti in Governi Provvisorii. Per noi vi è un solo ed unico affare, quello della guerra, per espellere il nemico straniero e le reliquie della schiavitù da tutta l’Italia. – Invitiamo tutti i Consigli di Guerra a limitarsi a questo. – Ci sarà grato il ricever loro immediate novelle ed intelligenze per mezzo di Commissarii che abbiano animo degno dell’impresa. – Noi domandiamo ad ogni città e ad ogni terra d’Italia una piccola deputazione di baionette, che, guidata da qualche buon capitano, venga a fare una giornata d’assemblea generale ai piedi delle Alpi, per far l’ultimo e definitivo nostro commento coi barbari. – Si tratta di ridurli coi debiti modi a portarsi immantinente d’altra parte delle Alpi, ove Dio li renda pure liberi e felici come noi.

VIVA PIO IX

“Dal Consiglio di Guerra in casa Taverna, 21 marzo 1848.

“CATTANEO – TERZAGHI – CLERICI – CERNUSCHI.

Quindi il Consiglio di Guerra rivolgevasi a tutti i militari che si trovavano alle lor case onde accorressero ai soccorsi della patria, pubblicando il seguente invito:

“ITALIA LIBERA.

“I Milanesi domandano il concorso degli ufficiali e soldati in pensione ed in permesso. Non è mai un delitto difendere la patria. – Viva Pio IX.

“I Membri del Comitato di Guerra

CATTANEO, CERNUSCHI, TERZAGHI, CLERICI”

Onde ottenere poi l’effetto della dedizione che il Municipio voleva fare del paese a re Carlo Alberto, il Consiglio di Guerra cercò dimostrare che esso si rivolgeva a tutti i popoli anzichè ad un principe solo, onde rimuovere ogni suscettibilità politica e dinastica in Italia. Col mezzo aereostatico diffondeva quindi il seguente proclama:

“ITALIA LIBERA

VIVA PIO IX

“La città di Milano per compiere la sua vittoria e cacciare per sempre al di là delle Alpi il comune nemico d’Italia, domanda il soccorso di tutti i popoli e principi italiani, e specialmente del vicino e bellicoso Piemonte.

“21 marzo.”

Milano entro la cerchia del naviglio era quasi tutta liberata; pochi luoghi rimanevano a guadagnarsi.

Il Tribunale criminale era stato con grave pericolo dell’ordine pubblico abbandonato dalla truppa sin dal giorno precedente: avean potuto le guardie carcerarie contenere i detenuti all’obbedienza nascondendo loro la partenza della truppa; ma, occupato il Tribunale dal popolo, nel suo entusiasmo ritenne dover essere suo primo atto quello di aprir le prigioni dei detenuti politici e di rimetterli in libertà; come ne li pose bentosto. Essi erano: Filippo Villani, Luigi Ancona, Gallardi, Enrico Rivolta, Zanelli Francesco, Acerbi Giovanni, Filippo Fornara, Manfredo Camperio, Andrea Ponzio, Giovanni Grassi, Alessandro Borgazzi, Ercole Salvioni, Sac. Giuseppe Brambilla, Carlo Scanziani, Achille Volpi, Carlo Seldati, Pietro Cova, Giovanni Barbieri e Angelo Maroni.

Occorreva però di provvedere acciò nel parapiglia non fuggissero gli altri detenuti per delitti, poichè essi eransi già accinti a procurarsi la libertà. Accorsovi però l’avv. Pier Ambrogio Curti, membro del Comitato di Pubblica Sicurezza, impugnando una sciabola nella destra e una pistola nella manca, come ebbimo in eguale atteggiamento già a vederlo nella contrada di S. Damiano, si affacciò arditamente alla porta d’uscita, minacciò d’esploder l’arme da fuoco sul primo che s’avanzasse, cercando con altre parole poi di persuadere i detenuti che si avrebbe tenuto grande calcolo della loro sottomissione; che egli impegnava la sua parola d’onore che l’instruttoria sarebbe stata accelerata, rimessi in libertà gli assoluti, ritenuta pei condannata una circostanza molto attenuante quella di aver ottemperato in quel momento all’ingiunzione di rientrare in carcere. E tanto disse e tanto fece, che quegli uomini, che pur sentivano amor di patria, deposero le armi che già stringevano e rientrarono nella prigione. A questo fatto vi concorse poi anche la presenza di coraggiosi cittadini che accorsero ad assecondare l’opera e gli sforzi del Curti.

Il Genio militare era uno dei pochi luoghi ancora occupati dalla truppa, ove vi si distinsero fra i molti il Sottocorno, l’ingegnere Suzzara ed Augusto Anfossi, di cui abbiam già parlato a pagina 76. Francesco Pagnoni, che erasi adoperato fino del primo giorno (18) come lettore di tutti i proclami che circolavano per la città e nel persuadere le mogli e le madri a lasciare che i loro mariti e figli prendessero parte all’insurrezione, con coraggio e con gravi sacrifizii prestossi nei combattimenti di contrada di Brera e del Monte di Pietà a tenere indietro i soldati austriaci che tentavano di oltrepassare le barricate per portarsi al Genio onde salvare il presidio che in quel palazzo stava rinchiuso. Ma per quanto impetuosi fossero gli assalti dei soldati pure ogni lor tentativo veniva paralizzato e reso frustaneo da una pioggia di tegole e di sassi che cadevano da ogni punto del tetto della casa Passalacqua. I Tedeschi vedendo tornar vani i loro sforzi, ripiegarono al Comando Generale e saliti sul tetto di quel palazzo diressero quantità di colpi di spingarda sugl’insorti, senza che alcun di loro però ne rimanesse ferito. Mezz’ora dopo ritornarono all’assalto delle barricate: ma i difensori di esse, riparati sui fienili, con una ben nudrita pioggia di tegole, e di ogni sorta di macerie di cui erano ben provvisti, di nuovo li fecero retrocedere. Il combattimento durò dalle 11 ant. alle 4 pom., dopo di che si recarono al Genio.

Alla presa del Genio, il Pagnoni fu tra quelli che vi penetrarono, e vi ebbe campo di salvare una cameriera addetta alla famiglia del conte Neuperg e la condusse salva a’ di lei parenti.

La presa del Genio venne ben tosto notificata al popolo col seguente avviso:

“CITTADINI

“Nuove vittorie!

“Il nemico che occupava il palazzo del Genio, dopo replicati assalti ha ceduto al valore dei prodi nostri cittadini. Oltre a 160 soldati e tre officiali sono i nemici che si costituirono prigionieri, cedendo armi e munizioni.

“DIO È CON NOI!

VIVA L’ITALIA

“Dal Comitato di pubblica difesa.

Ore 3 pom. del 21 marzo 1848.

L’ufficio di Polizia in S. Simone fu pure preso con perdita di cittadini. La caserma di S. Francesco cadde anch’essa in potere degli insorti. Queste furono le conquiste dell’insurrezione: altri combattimenti però avvennero senza decisivo risultato, dei quali ne parleremo qui appresso. Riteniamo però di dover prima riportare un editto del Comitato della guardia civica, col quale eccitavansi tutti i cittadini a concentrare le loro forze sui punti più minacciati dal nemico: tale editto era così concepito:

“CITTADINI

“È inutile durante il giorno, mentre il nemico è lontano, si fermino alle barricate interne quelli che sono muniti di fucile e di carabine. È alle barricate esterne, investite direttamente, che è d’uopo portare tutte le forze disponibili in soccorso dei valorosi che tengono fronte al nemico. Quelli pertanto che trovassero aver compiuta l’opera loro in un dato luogo, anzichè fermarsi alle barricate lontane dal nemico e d’altronde munite a sufficienza da’ vigili abitanti delle contigue case, si rechino alla direzione generale della guardia civica, contrada del Monte N. 1263 c, casa Vidiserti, la quale ricevendo ad ogni istante domande di soccorsi dai difensori delle nostre più esposte posizioni, assegnerà condegno campo al loro valore. La vittoria è certa: colla più rigorosa disciplina la compiremo, vieppiù facilmente.

VIVA L’INDIPENDENZA

“Dal Comitato direttore della guardia civica Ore 2 pom. del 21 marzo 1848”

A porta Ticinese verso sera avvennero gravi fatti: crediamo di riportarli colle parole del Tettoni nella sua Cronaca della rivoluzione di Milano.

“Verso le ore cinque di sera, egli dice, una mano di soldati irruppe dal dominante bastione di questa Porta, e per la via di un muro di cinta dell’ostiere Fossati, che primo colla moglie fu trucidato, invase la casa posta nel vicolo del Sambuco, num.° 3707, nella quale, trovata la porta aperta, ebbe facile ingresso. Cominciarono a devastare e derubare i pochi arredi del portinajo: indi saliti al primo e secondo piano atterrarono le porte, e trucidate quattro persone le gettarono in corte, gridando: fatevi guarire da Pio IX, e depredate anche qui in quasi tutte le stanze le misere suppellettili, e derubati i pochi danari e le lingerie, unica sostanza degli artigiani che colà abitavano, discesero le scale fino alle cantine dove la maggior parte delle donne s’erano rifuggite; e quivi senz’altro scaricata una fucilata, colpirono un bambino d’anni tre nelle braccia di suo fratello, egli pure mortalmente ferito; il morente bambino venne poscia barbaramente strappato dalle braccia non più valide del fratello, e gettato sulla siepe della strada confinante. – Pure nella stessa casa vi abitava certo Migliavacca d’anni 43 circa, ammogliato, con due figlie, uomo di specchiata probità, vero e caro padre di famiglia, il quale appena accortosi dei gridi che di subito si sparsero nel vicinato al furioso entrare delle soldatesche, procurò possibilmente di assicurare la propria famiglia chiudendosi in casa, ed opponendo tutta quella resistenza che chiunque avrebbe procurato di tentare nel vedere la propria vita congiunta alle parti più care di sè stesso minacciate da sicura morte. Sua disgrazia volle che vani fossero i suoi sforzi, giacchè, riunitisi que’ mostri in numero sovrabbondante, gli sfondarono la porta; ed appunto per aver loro usato resistenza, appena entrati prima cosa fu di percuoterlo spietatamente ed obbligarlo a chiedere ginocchioni la vita, indi saccheggiarlo di tutto quel poco di meglio che aveva per l’importo di lir. 653. Poi risovvenendosi uno di essi che avevano dovuto impiegare qualche fatica per rendersene padroni, senza più riguardo niuno, subito come furia d’averno gli si avventa addosso, e duro e freddo qual marmo alle strazianti lagrime della moglie e delle figlie, che quasi fuor di sè stesse dallo spavento chiedevano grazia per l’infelice, gli scaglia un colpo sulla testa e gli altri lo imitano; indi così lo abbandonano estinto al suolo; lasciando gli sventurati suoi cari in uno stato di dolore che ci fa pena il descrivere, bastando il fatto da sè stesso a darne tutto il campo alla considerazione. –

“A Giovanni Battista Beltrami si deve la salvezza del borgo di Viarenna. Dopo di aver recato soccorsi di vitto e di denari agli abitanti di questa parte della città confinante coi bastioni della Porta, alla testa di pochi uomini eseguì una barricata mobile con fasci di legna, e la spinse avanti l’inimico, il quale vi scaricava contro una grandine di palle ed alcuni colpi di cannone a mitraglia. Infiammati i nostri di furor patrio non temono la morte, e si spingono tanto sotto che costringono l’inimico alla fuga, lasciando tre de’ suoi morti sul campo. – Il Beltrami contribuì ancora alla liberazione di Cittadella.”

A porta Tosa alcuni cittadini potettero uscir di città guadando un’acqua che scorre sotto il bastione tra porta Romana e porta Tosa: portatisi poscia insieme ad altri del contado in una casa suburbana che dominava il bastione, apersero un vivo fuoco di fucileria dalle finestre.

Il locale del Conservatorio venne destinato a servir di appostamento ai bersaglieri cittadini, onde distrarre le forze militari della porta Tosa, e facilitare da altro punto l’assalto e la presa della porta. I fatti avvenuti in quel luogo vennero con speciale precisione descritti nell’opera Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate: li riportiamo colle parole stesse di quell’opera:

“A undici ore di notte si radunarono molti patriotti in questo locale per l’esecuzione del suesposto progetto.

“Io con un lumicino accompagnai l’ingegnere Cardani e diversi altri armati di fucili e carabine nel quartiere delle alunne destinate all’uopo; le gelosie delle finestre erano state chiuse tutto il giorno, e nelle diverse scuole e nei dormitorii si appostarono i valorosi.

“Intanto alcuni zappatori, diretti dal signor Borgocarati, entrarono per la parte della cucina nel giardinetto sottoposto. Io procurai loro una leva di ferro ed altri attrezzi necessarii per aprire una breccia nel muro di cinta; come fecesi colla massima precauzione per non essere scorti dal nemico. L’ingegnere Cardani, fattosi loro guida, li condusse colle scale della Chiesa della Passione per le ortaglie sui bastioni, ivi furono da noi calate le scale di fuori lungo le mura, onde avessero ad ascendere quelli che si trovassero esternamente, e che si dicevano accorsi in aiuto. Sfortunatamente non si vide nessuno; sia però lode egualmente a quelli che progettarono ed eseguirono tale operazione tanto arrischiata ed ingegnosa!”

“Ad un’ora di notte si cominciò dai nostri a tirare contro i militari posti di guardia dietro le piante del bastione; questi risposero colle loro solite fucilate; poi si videro dei picchetti partire da porta Tosa e dal borgo di Monforte e venire a schierarsi di dietro le piante su quel punto del bastione, e così a colpi replicati e frequenti d’archibugi si continuò per più di un’ora, quando a un tratto cominciarono le cannonate.”

“Un cannone di porta Tosa, appostato dagli Austriaci in capo alla stradella sul bastione, e un altro al borgo di Monforte nel punto opposto, cominciarono a tirar contro le finestre del Conservatorio, e ne menarono fiera rovina.”

“Ma Dio vegliava su noi, poichè de’ tanti nostri, che per ben cinque ore di seguito continuarono a combattere in questa località, due soli rimasero feriti in detto quartiere delle alunne: uno fu certo Poletti Carlo, che, colpito da una palla di fucile, fu trasportato da prima nella cucina inferiore del Conservatorio, dove gli prestarono soccorsi d’ogni sorta, nel che il signor Preposto Radaelli si distinse per carità, coraggio e zelo; quindi fu trasportato al deposito ove morì il 25: – un altro, Antonio Donzelli, addetto allo studio del signor avvocato Lissoni, restò ferito egualmente, mentre l’ingegnere Cardani gli caricava il proprio fucile. Il Donzelli però vive tuttora, essendogli stata dal chirurgo Valerio levata la palla, e si spera che guarirà. Alcuni de’ nostri più ardimentosi, dalla breccia del muretto del giardino del Conservatorio si spinsero nella prossima ortaglia, e di là sino sul bastione con una scala della Chiesa, ma dovettero poi ritrarsi, restandone alcuni morti sotto le palle nemiche.”

IL 22 MARZO

Nella notte del 21 al 22 marzo il popolo stette vegliando, geloso di quanto aveva sino a quel giorno guadagnato, diffidente e pauroso di qualche insidia da parte de’ nemici. Da una barricata all’altra facevasi di ora in ora, spesso di mezz’ora in mezz’ora, circolare il grido di: All’erta! – grido che da una barricata all’altra faceva il giro delle(39) barricate tutte di Milano, e terminava al punto centrale da cui era partito primamente.

E quel grido monotono, acuto, che faceva il giro di tutta una vasta città, scendeva come freddo marmo nei cuor de’ Tedeschi ad aggellare gli spiriti!…

A quel grido rispondeva il rombo frequente di cannone che facevasi sentire a porta Tosa, a porta Comasina, a S. Celso e in altri punti importanti dei bastioni, perchè volevasi in quella notte serrare il Tedesco fra due fuochi e dar l’assalto ad una delle porte: disegno accortissimo, ma che cadde per mancanza di accordi nelle mosse; imperocchè in quell’organizzazione improvvisata della milizia insorgente, la quale non aveva avuto tempo di intendersi con precisione sui modi di azione, divisa com’era dalle barricate che facevano ritardare di molto le trasmissioni degli ordini del Consiglio di guerra per la difficoltà delle comunicazioni, e infine la mancanza di una disciplina che non si può improvvisare, provocava sui diversi punti diversità di ordini, di provvedimenti, di mosse. Chi gridava da un punto: Colle armi a porta Tosa! e dirigeva colà i combattenti: chi gridava: Si apre la porta Romana! e faceva colà convergere una parte di popolo armato.

Intanto in mezzo a quelle voci di gioja, – in cui sembrava ai cittadini d’assistere e far parte a un festino, – scorse rapida la notte, e l’alba tanto ansiosamente aspettata spuntò irraggiata dal sole: – sembrava che l’astro maggiore splendesse maggiormente, e che vibrasse raggi di libertà sopra un popolo che aveva per cinque giorni e cinque notti eroicamente pugnato, da forte vincendo e da forte morendo… A quell’alba che lusingava i cuori di uomini che avevano compiuti i maggiori sacrifizii ch’uom possa compiere, a quell’alba i cittadini ritenendo fortemente presidiato il locale del General Comando, con slancio gli diedero l’assalto, – ma niuno vi rispose da quel palazzo, chè gli Austriaci l’aveano quetamente abbandonato nella notte precedente, talchè il popolo l’occupò senza colpo ferire. Avendovi trovate le carrozze de’ generali, esse furono ben tosto adoperate per costrurre nuove barricate. Sopra un balcone in contrada di Brera vennero trovati in quella mattina due obizzi e due razzi de’ Tedeschi.

A S. Celso fu preso il collegio militare di S. Lucca. Questo collegio de’ cadetti aveva per direttore un tal Severus, il quale aveva ordinato al maestro Corsich di disporre 140 alunni in modo che al sicuro potessero offendere coi fucili e col cannone i cittadini inermi che nel secondo dì della rivoluzione uscivan di casa per provvedersi di alimenti. A questi alunni vennero aggiunti 300 cacciatori tirolesi, onde sostenere di poi l’assalto che per tre giorni continui seguitò a darsi dal popolo. Onde assicurarsi della fermezza degli alunni italiani, il Severus aveva minacciato venticinque colpi di bastone per chiunque non ottemperasse scrupolosamente agli ordini superiori. Assediato però il collegio da tutti i lati, per ogni parte bersagliato, impedita ogni comunicazione esterna, finalmente se non fu preso d’armi, dovette arrendersi per fame.

Le mansioni del Consiglio di guerra però, limitate dalle attribuzioni della municipalità, dietro rimostranze di Cattaneo che dimandava i poteri di un vero ministero di guerra, e suggeriva che si destinasse a presiedere il nuovo dicastero un uomo del governo provvisorio, proponendovi Pompeo Litta ch’era già stato nella milizia del regno d’Italia, da Casati vennero approvate scrivendo in un foglio:

“COMITATO DI GUERRA

“Presidente, Litta – Membri, Cattaneo, Cernuschi, Terzaghi, Clerici, Carnevali, Lissoni, Ceroni, Torelli.

Casati cercò quindi di spiegarsi in faccia al popolo, facendo conoscere d’aver assunte le attribuzioni di Governo Provvisorio; questa dichiarazione però non fu fatta esplicitamente con apposito proclama, ma venne accennata, incidentalmente(40) quasi e per ultima notizia, in un proclama che trattava di altri negozii. Ecco tale documento:

“CITTADINI!

“Milano, 22 marzo 1848.

“L’armistizio offertoci dal nemico fu da noi rifiutato ad istanza del popolo che vuole combattere(41).

“Combattiamo adunque coll’istesso coraggio che ci fece vincere in questi quattro giorni di lotta, e vinceremo ancora.

“Cittadini! Riceviamo di piede fermo questo ultimo assalto dei nostri oppressori con quella tranquilla fiducia che nasce dalla certezza della vittoria.

“Le campane a festa rispondano al fragor del cannone e delle bombe, e vegga il nemico che noi sappiamo lietamente combattere e lietamente morire.

“La patria adotta come suoi figli gli orfani dei morti in battaglia, ed assicura ai feriti gratitudine e sussistenza.

“Cittadini! questo annunzio vi viene fatto dai sottoscritti costituiti in Governo Provvisorio(42), che, reso necessario da circostanze imperiose e dal voto dei combattenti, viene così proclamato:

“Casati, Presidente

Vitaliano Borromeo

Giuseppe Durini

Pompeo Litta

Gaetano Strigelli

Cesare Giulini

Antonio Beretta

Anselmo Guerrieri

Marco Greppi

Alessandro Porro.”

Con altra ordinanza il Governo Provvisorio si nominava il segretario nella persona di Cesare Correnti.

Il Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza era stato costituito sin dal 20 marzo; ma non lo si era completato. In questo dì venne definitamente organizzato, introducendovi tra i nuovi membri un distinto avvocato, caldo patriota, uomo di carattere non tanto spinto all’entusiasmo momentaneo, quanto a’ fermi e giudiziosi propositi, nemico de’ precipitati giudizii e desideroso di giustizia e di legalità; questo uomo fu Francesco Restelli. Il suo aspetto destava simpatia e rispetto: la sua alta e spaziosa fronte rivelava molta intelligenza, il suo modo famigliare nel conversare inspirava fiducia. Egli si era già acquistata fama di democratico e di buon avvocato in una causa sostenuta contro il governo austriaco per una quistione di lotto; nel 1848 fu quindi nominato nel Comitato di Vigilanza, venendo più tardi adoperato in più gravi mansioni, quale quella, per accennarne una, di membro del Comitato di difesa con Fanti e Maestri allorchè gli eventi della guerra volsero a male: ciò però sfugge all’epoca storica che trattiamo. Quel comitato di Vigilanza così completato, si annunziò al pubblico col seguente manifesto:

“CITTADINI

“Si reca a vostra notizia la provvisoria organizzazione del Comitato di Vigilanza alla sicurezza personale (Casa Taverna, contrada dei Bigli).

“Dott. Angelo Fava, Presidente

Dott. Andrea Lissoni, Membro

Dott. Agostino De Sopransi, idem.

Avv. Pier Ambrogio Curti, idem.

Francesco Carcano, idem.

Avv. Francesco Restelli, idem.

Luigi Ancona e Pietro Cominazzi, Segretarii.

Cesare Viviani, Aggiunto.

Prospero Marchetti, idem.

Ballestrini Pietro, idem.

Luigi Manzoni, idem.

Santo Polli, Capitano della guardia del Comitato.

Rusca Antonio, idem.

Avv. Toccagni, idem.

Lottario Rusca, idem.

Giulio Comolli, idem.

Dott. Raffaelle Rusca, idem.

Luigi Brivio, assistente, idem.

“Dal Comitato di Vigilanza alla pubblica sicurezza 22 marzo.

“Il Presidente A. FAVA

“P. COMINAZZI, Segretario”

Gli altri Comitati erano così costituiti:

COMITATO DI DIFESA

(Casa Vidiserti, Contr. del Monte, 1263 C.)

Riccardo Ceroni, Direttore in capo

Antonio Lissoni, Comandante organizzatore della Guardia Civica

A. Anfossi(43), Comandante di tutte le forze attive.

A. Carnevali, Direttore di tutti i punti di difesa.

Luigi Torelli, Direttore delle ronde, delle pattuglie e dei Corpi di Guardia.

G. Alessando Biaggi – Luigi Narducci, Segretarii.

COMITATO DELLA SUSSISTENZA

(Casa Pezzoli, Corsia del Giardino)

Negri Luigi – Ferranti Eugenio – Ugo

Ferdinando – Lampato Francesco – Besevi

Emilio – Besozzi Antonio – Molossi Pietro.

COMITATO DI FINANZA

(Casa Taverna)

Membri, Alessandro Litta Modignani – Gaetano

Taccioli – Cesare Clerici.

Correndo poi voci che l’Austria avesse spediti emissarii nell’interno della città sotto mentita veste; ed anzi sussurrandosi ch’essa, fabbra d’astuzia e nell’ingannare accorta, avesse voluto usufruttare del sentimento religioso che animava le masse insorgenti (che prendevan quasi a parola d’ordine il nome del pontefice Pio IX) ed avesse spediti in città emissarii travestiti da sacerdoti, il Comitato di guerra pubblicò il seguente manifesto

“CITTADINI

“Viene riferito che alcuni travestiti da prete siano esciti dal Castello. Se ne dà notizia perchè si vigili, e ad un tempo stesso perchè i nostri buoni sacerdoti ci rendano il servigio di dare pronti schiarimenti quando ne vengano richiesti.

“La spada del maresciallo Radetzki, la spada di sessantacinque anni, che fu tinta nel sangue de’ nostri fratelli, è nelle nostre mani; nuovo pegno per ora della nostra vittoria, sarà balocco ai nostri fanciulli(44).

“Sessanta Croati finiti dalla fame sono venuti ad implorare la nostra pietà. Eroi nella pugna, noi siamo e saremo generosi nella vittoria. Tutti i molti prigionieri che si sono arresi sono da noi trattati come vuole l’onore italiano.

“VIVA L’ITALIA – VIVA PIO IX

“Dal Comitato Centrale di Guerra in casa Taverna, 22 marzo 1848.”

Durante(45) il giorno la caserma di S. Vittore era stata pur presa dal popolo. A porta Romana il rapporto del capo-posto del Corpo di Guardia del palazzo di Giustizia notiziava il Comitato di guerra che nel borgo di P. Romana (ora corso di P. Romana) un drappello di fanteria austriaca verso le 10 ore pom. di quel giorno, dopo aver cannoneggiata la casa N. 4556, l’avea invasa e saccheggiata. Ma il punto principale del combattimento era a porta Tosa. Un avviso al Comitato faceva conoscere alle ore 12 essere arrivata in quel momento la sola macchina a vapore da Treviglio; – che una compagnia di linea si era diffilata sul bastione, dirimpetto alla Passione, facendo fuoco dalle scarpe di quel baluardo; – annunciavasi l’accanimento della lotta a porta Tosa, e si chiedevano rinforzi; – che da porta Vercellina (ora porta Magenta) molte truppe concentravansi in Castello (ed erano quelle della brigata Maurer, come si seppe di poi, che ritornava dalla frontiera piemontese), e che temevansi quindi sempre nuovi rinforzi ai Tedeschi. In vero il combattimento a porta Tosa era vivissimo: era quello il punto decisivo della battaglia fra la democrazia e l’assolutismo: – fra un popolo ed un imperatore: – fra il diritto e la prepotenza. In quel punto l’accanimento della zuffa era estremo: l’impeto con cui dal popolo si attaccava era irresistibile, quanto immensa dimostravasi la ferocia delle milizie imperiali, già prepotenti per sè, eccitate ora al sangue dai loro superiori, inferocite dalla terribile resistenza e dalla sconfitta che loro toccava su ogni punto. In questo luogo più che altrove il cannone e le bombe mitragliando e bombardando, portavano lo sterminio fra i combattenti, la rovina nei caseggiati. Dove potettero penetrare gl’imperiali, là non mancavano nè il saccheggio, nè l’assassinio, nè peggiori crudeltà, nè l’incendio: era lotta di belve: era satana che si rivoltava contro il cielo: era l’agonia del dispotismo che tentava gli ultimi sforzi del moribondo! Verso le ore 4 e mezzo pomeridiane l’ultima casa vicino al dazio di porta Tosa fu incendiata: alle 5 e mezzo un battaglione di granatieri accorreva da porta Orientale a soccorrere porta Tosa: il seguente rapporto era fatto a quell’ora:

“Al Comitato di Guerra

“Siamo all’ultima casa presso la P. Tosa. La nostra bandiera vi sta già sventolata. – Siamo molti e determinatissimi. Una linea de’ nostri occupa le case del corso sino al ponte. Avremmo già vinto, se un poderoso rinforzo di linea e di cannoni non fosse in questo punto arrivato. Mi si dice che scarseggiano molto le munizioni da fucile. Mandatene. Vinceremo o moriremo.

“Luciano Manara.”

Alla sera trasmettevasi questo altro rapporto, che noi riproduciamo, perchè riteniamo dare maggiore autorità alla nostra storia con documenti ufficiali, che non colle vaghe notizie che vennero raccolte in momenti di confusione, di concitazione morale e d’impossibilità di appuramento de’ fatti e della colleganza fra loro.

“Al Comitato di Guerra

“Ore 8, sera.

“La porta è in fiamme; alcuni soldati si sono rifuggiti dai bastioni in corpo di guardia, che lateralmente arde. I nostri ve li tengono inchiodati a schioppettate. Del resto, rimettersi al latore. Ci si mandi polvere e palle. Salute. Viva la patria.

“Cattaneo Angelo.

“Ho già mandato qualche villico al Comitato; qui ne abbiamo altri; dall’orfanatrofio vengono satollati perchè affamati.

“Cattaneo Angelo.

“P. S. Il caro amico Montanari, capo delle guardie di finanza si è distinto in varii scontri”.

Chi prese ed incendiò porta Tosa difesa di 6 pezzi di cannoni, troviamo nell’Archivio triennale, fu il capitano Manara. – Il primo a portar fuori di Milano la bandiera tricolore fu Pirovano Paolo, d’anni 17, abitante in borgo della Stella al N. 210, di professione falegname: richiesto in seguito quale ricompensa desiderasse, rispose: D’essere ammesso nella Guardia Civica. Chiedeva una grazia per l’età giacchè l’arruolamento nella Guardia Civica era dagli anni 20 ai 60. – Paolo Vicenzini, di Corte in Corsica, abitante in S. Vito al Pasquirolo, di professione daguerrotipista, fece miracoli di valore: dalle 2 e mezzo alle 4 ore dalla penultima casa a destra di porta Tosa fece 6 colpi sui Tedeschi e sei ne uccise: il settimo andò fallito: coll’ottavo tagliò il braccio dritto a un ufficiale: col nono ferì il generale che veniva con due cannoni. C. Cattaneo al Comitato ricompensò poi questo valoroso col dono di una carabina guernita in bianco: Vicenzini giurò di rimeritarla di nuovo.

A porta Ticinese si barrò Cittadella: G. B. Beltrami (fonditore) immaginò e mise in esecuzione una barricata mobile, costrutta con fasci di legna, la spinse innanzi, e dietro essa rimasero a combattere al coperto molti animosi popolani. Gli Austriaci fecero fuoco contro la barricata, tanto con fucileria, quanto coi cannoni caricati alcuni a palla, altri a mitraglia: ma vedendo infruttuoso l’attacco, i Tedeschi cercarono girar per di dietro la barricata onde sorprendere alle spalle gl’insorti; in parte vi riuscirono, ma, strenuamente pugnando, i popolani obbligarono la truppa a ritirarsi. Altrove in porta Ticinese il Beltrami improvvisò altra barricata mobile. In Viarenna si combattette, e si spazzò la via da ogni soldato. Il lattivendolo Meschia Giovanni, che abbiam veduto abile bersagliere in via Vetere in quei giorni, nel 22 marzo era salito sul tetto di una casa prospiciente il campanile di S. Eustorgio, e di là uccise con dieci colpi altrettanti soldati che si erano impadroniti di quella torre, e dalla quale facevan fucilate contro i cittadini.

Dopo difficili e pericolosi lavori, gl’insorti s’avvicinaron per dietro alla caserma di S. Eustorgio, perforando muri di case e scalando cinte dei giardini; quindi, assediatala, cinta da continue scariche di micidiale fucileria, l’obbligarono a resa.

Impossibile era ormai agli imperiali di sostenersi più oltre in Milano: il prolungar la lor permanenza non faceva che sacrificare sempre più soldati senza speranza di favorevole scopo, e per di più minacciava alla truppa di trovarsi preclusa ogni ritirata alle fortezze e bloccata dal numero sempre più crescente degli insorti. Deliberò allora Radetzky di riparare nelle fortezze; ma pur temendo di venir perseguitato nella ritirata, egli la volle coprire con stratagemmi di guerra. Giovandosi dell’oscurità della notte, fece accender fuochi ed appiccare incendii in direzione diversa della via che voleva prendere; quindi, fatti suonare tutti i suoi tamburi e tuonare le sue artiglierie, quasi volesse tentare un disperato assalto alle barricate di Milano, mentre tenevasi intento il popolo allo straordinario fulminar delle artiglierie e al divampare degli incendii in varii punti, compiette la ritirata.

E per quella ritirata erasi già preparato tutto durante la notte: le truppe, sparse intorno a Milano, eran state da ogni parte richiamate e ammassate dietro al Castello, pronte agli ordini superiori, inconsapevoli però di quanto si trattasse. La massima confusione regnava in Castello.

A un’ora dopo mezzanotte stendevasi il seguente scritto per ordine di Radetzky, onde provvedere agli infelici che dovevano rimanere nelle infermerie o senza parenti:

“Milano, dall’I. R. Comando dell’Armata Austriaca “in Italia

Ore 1 (dopo mezzanotte).

“Il Comandante superiore dell’armata d’Italia ha affidato, partendo, al signor capitano Gnoato Antonio la cura del Castello e il difficile incarico di tutelare la sicurezza personale di tanti ammalati e feriti, e dei rispettivi(46) medici e chirurghi, come pure di tante donne e fanciulli tedeschi impossibilitati a partire colla truppa, e quindi esposti all’arbitrio del subentrante governo di questa città. Il Comandante superiore lusingasi che quanto la probità conosciuta di detto signor capitano inspirava fiducia a commettergli così nobile ufficio, altrettanto varrà la medesima ad ottenergli il suffragio della politica autorità subentrante, che a questo modo inizierà il suo potere con atto di sublime e magnanima e santa filantropia.

“Per il generale in capo conte Radetzky, – Schonhals T. M.”

Le truppe imperiali sfilavano quindi nel massimo silenzio pei viali dei bastioni: avevano seco l’artiglieria, i bagagli e 300 e più famiglie d’ufficiali o d’impiegati, che si eran mantenute devote al governo austriaco. Malagevole però era la lor marcia, giacchè gl’insorti erano riusciti di già a segare alberi al piede e lasciarli cadere attraverso la strada onde barrarla. Dovevansi quindi rimuovere quelle piante per lasciar libero passaggio ai carri ed alle carrozze.

Era trascorsa di due ore la mezzanotte, allorchè il terribile rombo dell’artiglieria cessò: al gran frastuono successe un monotono silenzio che veniva soltanto rotto dal grido di All’erta, che partiva dalle barricate e faceva il giro di tutta la città. Gli appostamenti degli insorti alle barricate vicine ai bastioni furono sorpresi del gran passaggio di truppa, ma non compresero che trattavasi di ritirata se non al momento in cui tacquero le artiglierie. Il popolo conobbe allora che Milano era libera: la notizia circolò con straordinaria rapidità per tutta la città: – tutti accorsero al Castello: – grida acute si alzarono dovunque di: Fuori i lumi! I Tedeschi se ne sono andati! Vittoria! Vittoria! – Uomini, donne, vecchi, fanciulli, sin gli ammalati tentarono scendere, affollarsi pelle strade, mormorandosi reciprocamente domande sopra domande: È proprio vero che son partiti? Di dove sono andati? Per dove si son diretti?

Il Castello venne invaso dal popolo: – la bandiera tricolore fu issata sul forte: – i popolani salirono sui torrioni e ne gettarono abbasso i cannoni, che vennero tosto portati sulle mura della città.

Orribili spettacoli si offrirono in Castello allo sguardo del popolo! Cadaveri di cittadini fucilati nella corte, malati, militari morti, arse molte carte. I poveri nostri arrestati nel Broletto, che sommavano a trenta, fra i quali il fiore della cittadinanza, eran stati nei giorni precedenti rinchiusi in una prigione oscura, bassa, senza letti da riposare, nutriti di pane nero ed acqua, confusi coi ribaldi; quindi eran stati legati a due a due, col prete alla testa, e condotti in cortile per esser fucilati: undici vennero passati infatti per le armi; diecianove condotti in ostaggio; i rimanenti delle varie parti della città furon liberati dal popolo; ma, sfiniti dalla fame e dai patimenti, dovettero riparare alle lor case, accompagnati dal popolo che gioiva nel rivederli.

Così Milano fu libera!

Una notizia manca ancora a somministrarsi da noi.

Come si era provveduto in que’ giorni pelle somministrazioni di viveri ne’ luoghi in cui la vicinanza del nemico o l’infuriar della lotta rendeva difficile, se non impossibile ogni communicazione co’ negozii di commestibili? E come si era provveduto pe’ squallidi rioni della città, nei quali la miseria doveva far languire di fame quantità di famiglie povere?

In contrada del Monte Napoleone, nella casa della celebre cantante Pasta, situata di contro alla casa Vidiserti, era stabilito un ufficio(47) annonario, il quale provvedeva i viveri per la città, mandando commessi a requisire pane da tutti i fornai, dietro pagamento a pronti contanti. Requisito il pane, lo si faceva trasportare nei quartieri in cui sentivasi maggiore il bisogno.

A dirigente di quell’ufficio eravi il signor Pio Ottolini de Campi, coadjuvato da’ diversi commessi. In que’ momenti di lotta egli riceveva ordini verbali dalla municipalità costituitasi in Governo Provvisorio, ed impartiva egli(48) pure verbalmente i suoi ordini. L’Ottolini doveva recarsi di qua, di là per le perquisizioni di viveri, e per le somministranze ai bisognosi; e siccome egli non aveva con sè che due commessi, così s’approffittò dell’opera di un cittadino che trovò nella casa Pasta allorchè vi fu trasferito l’ufficio annonario.

Questo cittadino era un tipografo di cui già ebbimo campo a parlarne: era Francesco Pagnoni, sul conto del quale noi che scriviamo quest’istoria ebbimo dall’Ottolini personalmente le seguenti informazioni. Abbandonato il talamo nuziale, accorse nel primo giorno della rivoluzione nei varii punti della città ove i bisogni della patria chiamavano i cittadini. L’Ottolini lo incontrò nella stessa casa Pasta, allorchè vi trasferì l’ufficio annonario, e d’allora in poi il Pagnoni coadjuvò in ogni modo l’opera dell’Ottolini, recandosi con lui a porta Tosa, a porta Romana ed a porta Vigentina specialmente a requisir viveri ed a distriburli nei luoghi che ne avevano più bisogno; nè guardò il Pagnoni a disagi od a pericoli di sorta; premuroso, infaticabile, non richiesto, si era lui stesso il Pagnoni offerto: non avendo arma da taglio se ne era procurata bentosto una di nuovo genere, Ma non nuova a que’ giorni, ne’ quali di un chiodo facevasi un’arma, di una pertichetta costruivasi una lancia. Così aveva fatto il Pagnoni. Ad un lungo bastone aveva attaccato un’accuminata accetta all’estremità superiore, assicurandola con un pezzo di corda. Quella fu l’arma da taglio di cui si munì a difesa dell’ufficiale delle sussistenze allorchè si recava per le requisizioni e per le somministrazioni.

Ma con eroici sforzi di tutti i cittadini, con unanime proposito di combattere e vincere o morire per la libertà, Milano vinse perchè: Fortes fortunam adjuvare aiebant(49):

…. Amica sempre

Fortuna è degli audaci(50)

E l’agguerrito Tedesco, forte per numero, per armi, per munizioni, per arte di guerra e per disciplina, rimase sconfitto da un pugno d’uomini inermi, disusi all’armi, tentati spesso nel bollor della pugna dall’immagine della moglie e dei figli che avevano. E il Tedesco lasciò Milano davanti un pugno d’uomini ch’erano però eroi!… Lasciò Milano, ma abbandonandovi quattro mila morti in quei cinque giorni! Di quattrocento cannonieri ne erano sopravvissuti cinque: erasi dovuto affidar l’artiglieria ai Tirolesi perchè mancavan gli artiglieri!

Una dolorosa notizia però ebbe a conturbare ben presto la gioja de’ Milanesi: fu l’assassinio di uno degli ostaggi: del conte Carlo Porro!

Ecco come troviam narrato in un manoscritto che fu riprodotto nell’Archivio triennale delle cose d’Italia, serie I, Vol. II, pag. 431. Parlandosi ivi dei 19 prigioni che i Tedeschi trassero seco in ostaggio allorchè abbandonarono Milano, vi si narra quanto segue:

“Questi ostaggi prima della partenza rimanevano per quattro ore circa nei cortili accerchiati, da guardie di polizia, ed ammanettati. Fra essi v’era il delegato, ma tenuto in disparte, ed al punto della partenza fatto salire in una carrozza. Gli altri 18 marciavano a piedi in mezzo ai soldati. Quattordici ore mettevano gli Austriaci per giungere a Marignano, tanto erano gli ingombri che trovavano sulla loro via! Il popolo cercando ogni modo di render più difficile la fuga, aveva impediti i bastioni e la strada di circonvallazione con fossi e tagli e piante. Presso Marignano dovettero starsene tre o quattro ore per un taglio profondo di strada riempito d’acqua; i zappatori riparavano alla meglio, ed erano in continua faccenda. Durante la marcia moltissimi soldati cadevano rifiniti; quelli che potevano reggersi sulle gambe andavano a saccheggiare e bruciare le case lungo la strada; erano furibondi per sete e per fame. Prima d’entrare, salutarono il paese alla loro maniera, tirandogli contro buon numero di cannonate; entrati, lo ponevano a fuoco ed a sacco. Quei poveri paesani fuggivano a rotta per la campagna, abbandonando quasi affatto il borgo, che pareva un solo e vasto incendio. I prigionieri, tra nuovi insulti di un officiale di polizia, vennero ivi rinchiusi in una casa. Secondo il vecchio stile austriaco si poneva tra loro una spia a udire i loro discorsi. Ma la sera, non sappiamo per qual ragione, erano tolti di là, e mandati in una sala terrena nella casa del mastro di posta. Fu in quella sala che consumavasi un fatto lagrimoso, col quale noi compiremo la nostra narrazione.

“Fra i 19 ostaggi era Carlo Porro, figlio del conte Gian Pietro Porro, antico podestà di Como, consigliere intimo di S. M., presidente della congregazione centrale(51). Ancorchè il padre fosse stretto agli Austriaci, il figlio non lo simigliava punto; un altro figlio (Alessandro) faceva parte del Governo Provvisorio. Era Carlo Porro di animo gentile, ma decoroso e risoluto nei modi, sviscerato amatore della patria; svegliato d’ingegno s’era dato alle scienze naturali con tal profitto da farsi nominare, sebbene giovine ancora, con rispetto dagli stranieri. Non era ignoto il suo nome come naturalista in Francia e in Germania. Anche in mezzo agli studii aveva sempre intento l’animo alle cose d’Italia. Prima dell’insurrezione molte cose operò, che è bene che rimangano ancora, per prudenza ignorate. Intrepido senza vanti, alto e bello della persona, era amato così da’ suoi, come dai cittadini. laonde è cosa naturale che i satelliti di Radetzky lo trascegliessero fra gli ostaggi che(52) trassero seco.

“Ma un orrendo fatto lo toglieva di vita. In quella terribil notte cadeva in mezzo ai compagni(53), ferito da occulta mano nel petto, e, dopo trentaquattro ore d’agonia, spirava. Come ei morisse e perchè, se per caso o per meditata vendetta, non è il luogo qui di pronunciare. Diremo solo, che il colpo di fuoco, che gli fu scaricato addosso, scoppiava non al di fuori, ma nella camera stessa ove egli trovavasi inoffensivo e dalle manette legato col dottor Peluso, che seco trascinò a terra cadendo, proprio quando il commissario De-Betta, entrato a parlare co’ prigionieri, ne usciva, e trovavasi dirimpetto al nostro povero amico,

– nella direzione del Commissario verso il Porro:

– quando la lucerna, non so per quale bisogno, essendo posta per terra, e quindi la camera trovandosi avvolta nel bujo, poteva lasciar agio all’omicida di ferir senza essere ravvisato:

– per colpo di pistola; ove il colpo fosse stato di fucile, era impossibile che qualcuno non si fosse avveduto del fatto perchè un fucile spianato, in mezzo a 18 prigionieri, non poteva certo restare inosservato:

– impossibile che, alla presenza d’un commissario, altri tirasse dentro ai prigionieri. Impossibile, se fosse stata opera del caso, il non conoscere il modo onde avveniva:

– l’interesse stesso che il De-Betta poneva grandissimo a che il colpo fosse dichiarato fortuito, aggrava sopra di lui i sospetti d’altra parte confermati.

“Gli altri prigionieri intimoriti dalle minaccie, e costretti a sottoscrivere una dichiarazione che il De-Betta pose loro dinanzi, tornati si mostrarono ben altro che persuasi di ciò che la paura, e quel trovarsi in mano degli Austriaci, aveva fatto loro affermare. E con due di essi non valsero minaccie nè persuasioni; e, forti della loro coscienza, bastò loro l’animo di rifiutarsi a quella sottoscrizione.

“Confermano pure quel sospetto le parole di Porro, che, ancorchè moribondo, raffigurando il De-Betta, esclamò: “Ah! signor commissario, in questi momenti l’ho proprio riconosciuto”; e con accento tra l’ironico ed il rassegnato, proseguiva: “era giusto”; alludendo forse a una vecchia ruggine, che, per quanto seppimo poi, il De-Betta covava contro di lui.

“È istoria codesta di cui lasciamo ad altri il giudicio. Portiamo fede tuttavia che i casi futuri d’Italia chiariranno un giorno questo fatto e ne additeranno meno oscuramente l’autore.”

Appena partita la truppa, il Governo Provvisorio diede opera ad assodarsi ed a provvedere allo sviluppo di tutte le dipendenti amministrazioni. Pubblicava quindi il seguente proclama ai cittadini:

“Cittadini!

Milano 23 marzo 1848

“Il maresciallo Radetzky, che aveva giurato di ridurre in cenere la vostra città, non ha potuto resistervi più a lungo. Voi senz’armi avete sconfitto un esercito che godeva una vecchia fama di abitudini guerresche e di disciplina militare, Il Governo Austriaco è sparito per sempre dalla magnifica nostra città. Ma bisogna pensare energicamente a vincere del tutto, a conquistare l’emancipazione della rimanente Italia, senza la quale non c’è indipendenza per voi.

“Voi avete trattato con troppa gloria le armi per non desiderare vivamente di non deporle così presto.

“Conservate adunque le barricate: correte volonterosi ad inscrivervi nei ruoli di truppe regolari che il Comitato di Guerra aprirà immediatamente.

“Facciamola finita una volta con qualunque dominazione straniera in Italia. Abbracciate questa bandiera tricolore, che pel valor vostro sventola sul paese, e giurate di non lasciarnela strappare mai più.

VIVA L’ITALIA.

“Si avverte il Pubblico che il Castello debbe essere consegnato agli incaricati del Governo Provvisorio nei modi stabiliti, locchè è ad eseguirsi immediatamente.

CASATI, PRESIDENTE.

BORROMEO VITALIANO.

GIULINI CESARE.

GUERRIERI ANSELMO.

GAETANO STRIGELLI.

DURINI GIUSEPPE.

PORRO ALESSANDRO.

GREPPI MARCO.

BERETTA ANTONIO.

LITTA POMPEO.

CORRENTI Segr.

Il Comitato di pubblica sicurezza pubblicò esso pure un manifesto alla popolazione, ch’era così concepito:

“Cittadini!

“L’opera gloriosa e santa della nostra rigenerazione fu incominciata col coraggio, coronata colla costanza, ma dev’essere perfezionata coll’ordine.

“Per guarentire la sicurezza delle persone è necessario che certo numero di que’ cittadini, i quali per mancanza di fucili non possono prender parte attiva nei combattimenti, si adoperino a sostenere colla spada e meglio col buon senno gli ordinamenti del Governo e de’ suoi Comitati.

“S’invitano perciò quelli che trovansi in tal condizione a recarsi presso il nostro Comitato in casa Taverna per esservi inscritti in drappelli diretti dai già scelti capitani.

“Difender le pubbliche carte, gli effetti preziosi, resistere ai malfattori, esser il braccio della giustizia è uffizio onorevole quant’altro mai, perchè esige valore uguale a virtù.

“Cittadini! Non è lontana l’ora in cui torni l’Italia a ripigliare l’antico primato fra le civili Nazioni. Iddio è coi buoni, voi riconoscenti alla Provvidenza saprete colla vostra virtù mostrarvi meritevoli di quei miracoli pei quali vedete trasformarsi i fanciulli in giganti, le donne in eroine, e regnar la pace e la moderazione in mezzo ai tumulti della guerra e alle trasformazioni della società.

VIVA L’ITALIA! – VIVA PIO IX!

IL COMITATO

“FAVA. – SOPRANSI. – RESTELLI. – LISSONI.

CARCANO. – CURTI.

“I Segretarj ANCONA. – COMINAZZI.

Il Comitato di Guerra ebbe prima cura di diffondere ai Comuni lombardi una circolare in cui si avvertivano della fuga della truppa austriaca e si eccitavano a provvedersi di difesa contro di essa ed a porsi in condizione di offendere l’inimico. Tale circolare era la seguente:

“AI PARROCI

E A TUTTE LE AUTORITÀ COMUNALI.

“Il nemico è in fuga da Milano. Diviso in due colonne, si dirige per Bergamo e Lodi. Si provveda quindi con ogni mezzo alla propria difesa, ed alla pronta distruzione dei resti di queste orde feroci.

“Il Presidente del Comitato di Guerra

“POMPEO LITTA.

Quindi lo stesso Comitato pubblicava esso pure un manifesto alla cittadinanza, il quale noi qui riportiamo integralmente:

“ITALIA LIBERA

“W. PIO IX

“ESERCITO ITALIANO

“I cinque giorni sono compiuti, e già Milano non ha più un sol nemico in seno. D’ogni parte accorrono con ansia dalle altre terre i combattenti. È necessario raccorli e ordinarli in legioni. D’ora in poi non basta il coraggio, bisogna inseguire con arte in aperta campagna un nemico che può trar tutto il vantaggio dalla sua cavalleria, dai cannoni, dalla mobilità delle sue forze; ordiniamoci dunque almeno in due parti; l’una rimanga come fin qui a difendere colle barricate e con ogni varietà d’armi la città, – l’altra provveduta completamente d’armi da fuoco e di qualche nervo di cavalli, e appena che si possa anche di artiglieria volante, esca audacemente dalle mura, e aggiungendo al valore la mobilità e la precisione, incalzi di terra in terra il nemico fuggente, lo raffreni nella rapina, lo rallenti nella fuga, gli precluda lo scampo.

“Siccome la sua meta è di raggiungere quanto più presto si può la cima delle Alpi e la futura frontiera che il dito di Dio fin dal principio dei secoli segnò per l’Italia, noi la chiameremo LEGIONE PRIMA, l’Esercito della frontiera, Esercito delle Alpi.

“I difensori della città si chiameranno LEGIONE SECONDA, e per uniformarsi ai fratelli e compiere una grande Istituzione italiana: GUARDIA CIVICA.

“Valorosi, che accorrete a noi da tutte le vicine e lontane terre, unitevi e all’Esercito e alla Guardia, secondochè l’imperfetto armamento v’impone. Ma unitevi, ordinatevi, ubbidite al comando fraterno. I vostri comandanti saranno eletti da voi.

“Suvvia dunque, viva l’Esercito delle Alpi, viva la Guardia della città.

“Il Comitato di Guerra

“POMPEO LITTA – GIORGIO CLERICI

“GIULIO TERZAGHI – CATTANEO – CARNEVALI

“CERNUSCHI – LISSONI – TORELLI.

Carlo Alberto, officiato da un nostro concittadino a intervenire colle sue truppe a rassodare la vittoria popolare sull’esercito austriaco in Milano, aderì alla domanda, dichiarò che si sarebbe posto egli stesso alla testa del suo esercito, e disse al signor Martini queste parole:

“Io non entrerò in Milano prima di avere sconfitti in battaglia gli Austriaci, perchè a gente tanto valorosa non voglio presentarmi se non dopo avere ottenuta una vittoria che mi faccia conoscere egualmente valoroso.” Il proclama reale che si pubblicava in seguito alla accennata conferenza col Martini, fu il seguente:

“POPOLI DELLA LOMBARDIA E DELLA VENEZIA.

“I destini d’Italia si maturano: sorti più felici arridono agl’intrepidi difensori di conculcati diritti.

“Per amore di stirpe, per intelligenza di tempi, per comunanza di voti, Noi ci associammo primi a quell’unanime ammirazione che vi tributa l’Italia.

“Popoli della Lombardia e della Venezia, le Nostre armi che già si concentravano sulla vostra frontiera quando voi anticipaste la liberazione della gloriosa Milano, vengono ora a porgervi nelle ulteriori prove quell’aiuto che il fratello aspetta dal fratello, dall’amico l’amico.

“Seconderemo i vostri giusti desiderii fidando nell’aiuto di quel Dio, che è visibilmente con Noi, di quel Dio che ha dato all’Italia Pio IX, di quel Dio che con sì maravigliosi impulsi pose l’Italia in grado da far da sè.

“E per viemmeglio dimostrare con segni esteriori il sentimento dell’unione italiana, vogliamo che le Nostre truppe entrando sul territorio della Lombardia e della Venezia portino lo scudo di Savoja sovrapposto alla bandiera tricolore italiana.

“Torino, 23 marzo 1848.

“CARLO ALBERTO.”

Il Governo Provvisorio da sua parte pubblicava il seguente proclama alla popolazione:

“Proclama!

“Abbiamo vinto: abbiamo costretto il nemico a fuggire, sgomentato del nostro valore e della sua viltà. Ma disperso per le nostre campagne, vagante come frotta di belve, racozzato in bande di saccomanni, ci tiene ancora in tutti gli errori della guerra senza darcene le emozioni sublimi. Così ci fan essi comprendere che l’armi da noi brandite a difesa non le dobbiamo, non non le possiamo deporre se non quando il nemico sarà cacciato oltre le Alpi. L’abbiamo giurato; lo giurò con noi il generoso principe che volle all’impresa comune associati i suoi prodi: lo giurò tutta l’Italia, e sarà!

“Orsù dunque, all’armi all’armi, per assicurarci i frutti della nostra gloriosa rivoluzione, per combattere l’ultima battaglia dell’Indipendenza e dell’Unione Italiana.

“Un esercito mobile sarà prontamente organizzato.

“Teodoro Lecchi è nominato Generale in capo di tutte le forze militari del Governo Provvisorio. Soldato d’alto nome dell’antico esercito italiano, congiungerà le gloriose tradizioni dell’epoca militare napoleonica ai nuovi fasti che si preparano all’armi italiane nella gran lotta della libertà.

“Combattenti delle barricate! il primo posto è per voi. Voi l’avete meritato. La disciplina che porrà regola ma non misura al vostro coraggio, vi farà operare in campo aperto miracoli non minori di quelli per cui già siete divenuti meraviglia e vanto a tutta la nazione.

“Ufficiali e soldati, che avete militato negli eserciti del maggior Guerriero del mondo, anch’esso italiano, accorrete a combattere sotto le bandiere della libertà: mostrate d’essere ringiovaniti nella nuova gioventù della patria vostra.

“Uffiziali e soldati, che avete stentato sotto l’angoscioso servigio, sotto le verghe dell’Austria, venite a dimenticare il passato, a cancellarlo sotto la bandiera tricolore che fra breve sventolerà dall’Alpi ai due mari.

“Intrepidi montanari e valligiani di Svizzera, che avete or ora deposte le armi impugnate a difesa de’ vostri politici diritti, ripigliatele per rivendicare con noi i diritti dell’umanità.

“Generosi Polacchi, nostri fratelli nella sventura e nella speranza, accorrete, accorrete per riconsolarvi nel nostro amplesso, per farvi tra noi sicuri, che tarda a venire, ma pur viene il giorno in cui risorgono i popoli oppressi e si rinnovellano nel puro etere della libertà. Accorrete a combattere il comune nemico: ogni colpo di che lo percuoterete, vi sarà promessa del vostro non lontano riscatto.

“Italiani… oh! voi siete già accorsi; e, stretti nelle vostre braccia, noi ci siamo sentiti più sicuri di vincere.

“Prodi di tutti i paesi, venite, venite: la nostra è la causa di tutti i generosi, di tutti quelli che sentono la virtù dei santi nomi di PATRIA e di LIBERTÀ.

“Dio è con noi: già nè ‘l presagiva Pio IX in quella sua benedizione a tutta l’Italia: lo dice il popolo nella robusta semplicità del suo linguaggio: lo dicono i sapienti affascinati dai miracoli di quest’eroica settimana: Dio è con noi! – All’armi, all’armi! vinciamo un’altra volta, e per sempre.

“CASATI, Presidente

“BORROMEO VITALIANO – GIULINI CESARE

GUERRIERI ANSELMO – STRIGELLI GAETANO

DURINI GIUSEPPE – PORRO ALESSANDRO

GREPPI MARCO – BERETTA ANTONIO

LITTA POMPEO

“CORRENTI Segretario.

Milano era frenetica di gioja nella riavuta libertà: tutti accorrevano ad inscriversi nella Guardia Civica e moltissimi nei corpi volontarii. Per tutti i balconi sventolavano bandiere tricolori: dappertutto si cantavano canzoni patriottiche: fra questi era popolarissima il seguente inno nazionale scritto da Goffredo Mamelli e musicata:

Fratelli d’Italia,

L’Italia s’è desta,

Dell’elmo di Scipio,

S’è cinta la testa.

Dov’è la vittoria?…

Le porga la chioma,

Chè schiava di Roma

Iddio la creò:

Stringiamci a coorte

Siam pronti alla morte

Italia chiamò.

Noi siamo da secoli

Calpesti, derisi,

Perchè non siam popolo,

Perchè siam divisi:

Raccolgaci un’unica

Bandiera, una speme;

Di fonderci insieme

Già l’ora sonò.

Stringiamci, ecc.

Uniamoci, uniamoci;

L’unione e l’amore

Rivelano ai popoli

Le vie del Signore:

Giuriamo far libero

Il suolo natio;

Uniti, per Dio,

Chi vincer ci può?

Stringiamci, ecc.

Dall’Alpi a Sicilia

Ovunque è Legnano,

Ogni uom di Ferruccio

Ha il core, ha la mano;

I bimbi d’Italia(54)

Si chiaman Balilla(55),

Il suon d’ogni squilla

I vespri sonò.

Stringiamci, ecc.

Son giunchi che piegano

Le spade vendute:

Già l’aquila d’Austria

Le penne ha perdute.

Il sangue d’Italia,

Il sangue Polacco

Bevè col Cosacco,

Ma il sen le bruciò.

Stringiamci, ecc.

Evviva l’Italia,

Dal sonno s’è desta,

Dell’elmo di Scipio

S’è cinta la testa.

Dov’è la vittoria?

Le porga la chioma,

Chè schiava di Roma

Iddio la creò.

Stringiamci, ecc.

De’ morti nella rivoluzione non scordossi Milano, ma nel 4 di aprile seguente celebrò solenni esequie nella Metropolitana. Affinchè questa pietosa funzione procedesse con quell’ordine severo che la solenne circostanza richiedeva, alle diverse Magistrature e Rappresentanze era stato fissato di raccogliersi alle ore 10 precise del mattino in tre diversi punti della città onde portarsi in ordinata schiera al Duomo, e rendere così più solenne e maestosa la funzione. I punti di ritrovo erano il palazzo Marino, il palazzo Municipale al Broletto, e la piazza dei Mercanti in cui aveva posta sede la Società di incoraggiamento delle arti e mestieri. Per quella solenne circostanza vennero musicati da Stefano Ronchetti i seguenti versi di Giulio Carcano:

I.

Per la Patria il sangue han dato

Esclamando: ITALIA e PIO!

L’alme pure han reso a Dio,

Benedetti nel morir:

Hanno vinto, e consumato

Il santissimo martir.

Di que’ forti – per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

II.

Noi per essi alfin redenti

Salutiamo i dì novelli:

Sovra il sangue de’ fratelli

Noi giuriamo libertà!

E sul capo de’ potenti

L’alto giuro tuonerà.

Di que’ forti – per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà.

III.

Uno cadde, e sorser cento

Alla voce degli eroi:

Or si pugna alfin per noi,

Fugge insano l’oppressor;

E lo agghiaccia di spavento

La bandiera tricolor.

Di que’ forti – per noi morti

Sacro è il grido, e non morrà;

IV.

O Signor! sul patrio altare

Noi t’offrimmo i nostri figli:

Scrivi in Ciel, ne’ tuoi consigli

Dopo secoli, il gran dì!

Or dall’Alpi insino al mare

Tutta Italia un giuro unì!

ELENCO

delle opere consultate, e che trattarono in modo speciale la storia della rivoluzione milanese.

Leone Tettoni. Cronaca della Rivoluzione di Milano.

Carlo Cattaneo. Dell’insurrezione di Milano nel 1848.

Cattaneo. Archivio triennale delle cose d’Italia.

Turotti. Storia d’Italia.

Ugo Sirao. Storia delle Rivoluzioni d’Italia dal 1846 al 1856.

Venosta. I Martiri della Rivoluzione lombarda.

Cantù Ignazio. Gli ultimi cinque giorni degli Austriaci in Milano.

Osio Carlo. Alcuni fatti delle gloriose cinque giornate.

Racconti di 200 e più testimonj oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate.

Narrazioni dei maravigliosi successi accaduti durante la memorabile lotta sostenuta dai Lombardi nei cinque giorni di marzo 1848.

G. B. La presa di Porta Tosa, così detta Porta Vittoria, e le vicende della casa detta della Birraria sul bastione, e le prodezze dei Lombardi nelle cinque memorabili giornate del marzo 1848.

Ceruti Domenico. I cinque giorni di marzo. Lettera al suo amico e concittadino Angelo Guangiroli.

G. L. B. Infamie e crudeltà austriache; valore e generosità dei Lombardi nel marzo 1848 (si sono pubblicate 4 lettere).

Bollettino storico della rivoluzione di Milano nel marzo 1848, compilato giornalmente da un cittadino abitante sul Corso di Porta Romana.

Due Parole di osservazione sul Bollettino storico della rivoluzione di Milano di marzo 1848 ecc., scritte da un altro cittadino pure di Porta Romana.

Baracchi Francesco. Le gloriose cinque giornate dei Milanesi.

Bianconi Antonio. Origine, progresso e fine della rivoluzione di Milano.

Relazione epistolare delle cose memorande avvenute in Milano nei giorni(56) 18, 19, 20, 21 22 e 23 del mese di marzo dell’anno 1848.

Coppi. Della dominazione austriaca in Milano dal 1814 a tutta la rivoluzione dei Milanesi incominciata col giorno 18 marzo 1848 e terminata nel 23 dello stesso mese ed anno.

Le Cinque gloriose giornate della rivoluzione milanese, descritte da un medico che vi fu testimonio e parte, con un’Appendice relativa ai giorni 23 e 24 marzo; ed infine il Canto di guerra degl’Italiani.

Bertolotti F. Relazione storica del dominio de’ Tedeschi in Milano dal 1814 sino alla rivoluzione di marzo 1848, operata dai Milanesi, e sfratto delle truppe austriache dalla Lombardia. Poema in quattro canti. Milano, 1848.

Labadini. Poche parole scritte e declamate nel giorno 6 aprile 1848 nella Piazza del Duomo di Milano sul feretro dei prodi fratelli lombardi morti per la patria nelle cinque gloriose giornate del marzo 1848.

Bonatti Gaetano. Le barricate di Milano.

FINE

NOTE:

(1) MONTESQUIEU, Oeuvres mellées et posthumes. Pensées diverses.

(2) VIRGILIO.

(3) BYRON, Marin Faliero, Atto IV, sc. 2.

(4) FOSCOLO, I Sepolcri.

(5) Nell’originale “a a”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(6) Nell’originale “espressiomi”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(7) Nell’originale “riferentsi”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(8) Nell’originale “deboie”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(9) Nell’originale “Benedette”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(10) Nell’originale “limitatata”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(11) Nell’originale “prodigosa”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(12) Nell’originale “hano”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(13) Nell’originale “entusiasmo”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(14) Racconti di 200 e più testimoni oculari dei fatti delle gloriose cinque giornate in Milano. – Milano, presso Luigi Ronchi, 1848.

(15) Dante, Inferno Canto III.

(16) Venosta, I martiri della rivoluzione lombarda. – Milano 1862.

(17) Nell’originale “alla”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(18) Ugo Sirao, Storia delle rivoluzioni italiane dal 1846 al [Nell’originale “la” Nota per l’edizione elettronica Manuzio] 1866. Milano 1867.

(19) Nell’originale “promese”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(20) Nell’originale “aemici”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(21) Nell’originale “alla”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(22) Dichiarazione di E. Cernuschi, nel N. 28 dell’OPERAJO del 17 giugno 1848.

(23) Giornale L’OPERAJO, nel N. 38 del 1 luglio 1848.

(24) TETTONI, Cronaca della rivoluzione di Milano, Milano 1848 edit. Wilmant.

(25) Tettoni, opera citata.

(26) Milano nelle cinque memorabili giornate, pag. 12.

(27) Nell’originale “seduzioue”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(28) Nell’originale “propopositi”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(29) CARLO CATTANEO, Dell’insurrezione di Milano nel 1848 ecc., Lugano 1849, pag. 35.

(30) Nel Supplemento, al N. 57 del Giornale L’Operajo del 23 di luglio 1848.

(31) Nell’originale “la”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(32) G. L. B. Infamie e crudeltà austriache ecc. Pubblicazione del 1848.

(33) Nell’originale “che che”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(34) Nell’originale “delle”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(35) Nell’originale “fiduccia”

(36) SIRAO, Storia delle rivoluzioni italiane, pag. 114.

(37) TETTONI Cronaca della rivoluzione di Milano pag. 124.

(38) Nell’originale “lori”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(39) Nell’originale “della”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(40) Nell’originale “incipentalmente”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(41) Non si ebbe il coraggio di dichiarare che l’armistizio fu rifiutato per convinzioni della Municipalità; ma vi si dimostra esser stato imposto dal popolo all’Autorità cittadina!

(42) Ecco che sorta di proclamazione di Governo! La si proclama come parte accessoria.

(43) Abbiam veduto che l’Anfossi era morto pugnando nel giorno precedente, 21 marzo, e noi qui abbiam riportato il suo nome perchè quel Comitato era stato instituito sino dal giorno 20.

(44) Del certo noi deploriamo un linguaggio così poco serio in bocca di autorità e di uomini serii.

(45) Nell’originale “Durarante”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(46) Nell’originale “rispetivi”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(47) Nell’originale ” ufficcio”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(48) Nell’originale “egii”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(49) TITO LIVIO, Lib. IV De bello Maced.

(50) : PINDEMONTE, I Baccanali, Atto I, Sc. II

(51) In casa di sua eccellenza il conte Porro pernottava l’imperatore Francesco ogni qualvolta visitava la città di Como. La madre dell’infelice Carlo Porro era una delle figlie di Pietro Verri. (N. d. E.)

(52) Nell’originale “che che”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(53) Nell’originale “comgni”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(54) Nell’originale “d’talia”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(55) Nell’originale “Babilla”. [Nota per l’edizione elettronica Manuzio]

(56) Nell’originale “gioni”

da: www.liberliber.it