Arabia-Qatar, la crisi spacca il Golfo

di Michele Paris

L’unità tra i paesi arabi nella lotta al terrorismo e alla presunta minaccia iraniana, chiesta dal presidente americano Trump un paio di settimane fa in Arabia Saudita, è sembrata crollare lunedì con l’esplosione a livello pubblico della crisi che agita da tempo i rapporti tra l’emirato del Qatar e alcune delle altre monarchie sunnite del Golfo Persico.

Il Bahrein ha inaugurato la rottura delle relazioni diplomatiche con Doha, puntando il dito contro il regime del Qatar per l’appoggio che esso fornisce al terrorismo, ma anche per le continue interferenze nei propri affari interni e per il ruolo destabilizzante che starebbe svolgendo nella regione mediorientale.

Dopo il Bahrein, il cui regime guidato da una monarchia sunnita è impegnato da anni in una durissima repressione del dissenso interno tra una popolazione a maggioranza sciita, dichiarazioni pressoché identiche nei confronti del Qatar sono arrivate anche dall’Arabia Saudita, dall’Egitto, dagli Emirati Arabi Uniti, dallo Yemen e dalle Maldive..

Il Cairo ha fatto riferimento all’ostilità del Qatar per il governo egiziano del dittatore al-Sisi e le simpatie e l’appoggio all’organizzazione islamista dei Fratelli Musulmani, della quale faceva parte l’ex presidente Mursi, deposto con un sanguinoso colpo di stato militare nell’estate del 2013.

Il comunicato ufficiale saudita ha inoltre motivato la messa al bando del Qatar con l’appoggio garantito dalle autorità di questo paese a “svariati gruppi settari e terroristi”, tra cui “i Fratelli Musulmani, l’ISIS e al-Qaeda”. I messaggi e le trame di questi ultimi sarebbero anche promossi dai media ufficiali del Qatar, primo fra tutti il network al-Jazeera.

Praticamente tutti i voli da questi paesi verso il piccolo stato arabo e viceversa sono stati cancellati, mentre i cittadini con passaporto del Qatar presenti entro i loro confini sono stati invitati ad andarsene entro due settimane (entro 48 ore i diplomatici). Ugualmente, il Qatar è stato espulso dalla coalizione militare, guidata da Riyadh, che da più di due anni sta conducendo una guerra criminale in Yemen.

Il fatto che regimi come quello dell’Arabia Saudita, degli Emirati Arabi, del Bahrein e dell’Egitto accusino il Qatar di sostenere materialmente organizzazioni di natura terroristica è sembrato a molti un cinico scherzo ed è stato ampiamente deriso soprattutto in rete.

Non solo tutti i regimi di questi paesi usano regolarmente contro la propria popolazione metodi violenti spesso assimilabili al terrorismo, ma alcuni di essi – Arabia Saudita ed Emirati Arabi – sono i principali sponsor, assieme appunto al Qatar e con la collaborazione degli Stati Uniti e di altri paesi occidentali, delle formazioni jihadiste armate che vengono utilizzate per la destabilizzazione e il rovesciamento di governi non graditi.

La forma ultra-conservatrice dell’islamismo abbracciato dalla monarchia saudita, poi, è il vero punto di riferimento (sub-)culturale delle organizzazioni fondamentaliste che operano dal Maghreb alle Filippine.

Al di là della retorica sul terrorismo, quello manifestatosi questa settimana tra alleati degli USA nel mondo arabo è uno scontro di diversa natura, da ricondurre per lo più a questioni di influenza sul Medio Oriente e alla rivalità tra i paesi del Golfo Persico e l’Iran, il tutto nel quadro del riassetto strategico regionale prodotto dall’amministrazione Trump.

Quasi tutti i resoconti di questi giorni sulla vicenda che sta interessando il Qatar hanno ricordato come le decisioni di lunedì siano scaturite da una polemica scoppiata quasi due settimane fa. In quell’occasione si era scatenato un polverone dopo l’apparizione sul sito web dell’agenzia di stampa ufficiale Qatar News Agency della trascrizione di alcune frasi controverse attribuite all’emiro Sheikh Tamim bin Hamad al Thani.

Quest’ultimo avrebbe condannato i vicini del Golfo per avere alimentato le tensioni con l’Iran, parlato in termini positivi di Hamas e Hezbollah e annunciato il ritiro degli ambasciatori del Qatar da alcuni paesi arabi, come Arabia Saudita ed Egitto. La notizia era sparita in fretta e le autorità del piccolo emirato avevano subito fatto sapere che il sovrano non aveva mai pronunciato le parole incriminate, ma che il sito della Qatar News Agency era stato hackerato.

Ciò non era però servito a evitare la degenerazione dello scontro. I paesi rivali del Golfo e, più in generale, nel mondo arabo hanno infatti visto nelle presunte dichiarazioni di Sheikh Tamim bin Hamad al Thani l’esposizione dei principi a cui sembra essersi ispirata la politica estera del Qatar negli ultimi anni.

Per altri, invece, la controversia sull’hackeraggio dell’agenzia di stampa del Qatar ha fornito semplicemente l’occasione a Riyadh e ai suoi più stretti alleati di mettere in atto alcune iniziative allo studio da tempo e diventate urgenti dopo la visita di Trump in Medio Oriente alla fine di maggio.

La prima trasferta oltreoceano del presidente americano era stata segnata dal tentativo di compattare il fronte sunnita, assecondando il vero e proprio isterismo saudita nei confronti dell’Iran. Il consenso esplicito di Washington alla linea anti-iraniana, risultato con ogni probabilità delle pressioni “neo-con” sulla nuova amministrazione Repubblicana, ha dato così il via libera al regime saudita per una sorta di resa dei conti tra le monarchie del Golfo, con il Qatar da tempo nel mirino di Riyadh per le politiche relativamente indipendenti da esso perseguite.

In particolare, il risentimento nei confronti del Qatar ha a che fare con la protezione offerta ai Fratelli Musulmani, tradizionalmente osteggiati dall’Arabia Saudita e dall’Egitto, e dai rapporti piuttosto cordiali intrattenuti da Doha con la Repubblica Islamica.

Alcuni osservatori hanno comunque fatto notare come la mossa di Riyadh comporti una serie di rischi, alla luce soprattutto di un’amministrazione Trump ancora in fase di assestamento per quanto riguarda le proprie priorità di politica estera. I sauditi, peraltro, potrebbero aver voluto esercitare pressioni sulla Casa Bianca per orientare le future scelte degli Stati Uniti in Medio Oriente ancor più secondo i loro interessi strategici.

Lo scontro col Qatar non è ad ogni modo di secondaria importanza e rischia di creare un serio imbarazzo a Washington. Presso la base aerea di al-Udeid, questo paese ospita infatti il quartier generale “avanzato” del Comando Centrale americano, responsabile delle operazioni militari in Nordafrica, Medio Oriente e Asia Centrale, nel quale sono stanziati circa diecimila soldati USA. Proprio durante la recente visita in Arabia Saudita, poi, Trump era stato protagonista di un incontro con l’emiro del Qatar, al termine del quale lo stato delle relazioni bilaterali era stato definito “estremamente buono”.

Anche all’interno dell’organo che riunisce le monarchie del Golfo (Consiglio di Cooperazione del Golfo o GCC) l’offensiva contro il Qatar rischia di aggravare tensioni e divisioni latenti. Se le differenze sono emerse pubblicamente finora attorno alle posizioni di Doha, non tutti gli altri membri del GCC sono allineati completamente a Riyadh e Abu Dhabi. Il Kuwait, ad esempio, è attestato su posizioni decisamente più sfumate in relazione all’Iran, mentre l’Oman ha addirittura rapporti ancora più amichevoli con la Repubblica Islamica.

Per il momento, la reazione americana alle notizie provenienti dal Golfo Persico è stata comunque molto cauta. A rispondere all’iniziativa promossa dal regime saudita è stato lunedì il segretario di Stato, Rex Tillerson, il quale nel corso di una visita in Australia ha invitato gli alleati arabi sunniti a risolvere pacificamente le proprie differenze, escludendo allo stesso tempo possibili effetti negativi sulla “guerra al terrorismo”.

La posizione di Washington sullo scontro interno alle monarchie assolute del Golfo sembra tuttavia ancora da definirsi. Il conflitto in atto si incrocia d’altra parte con le scelte strategiche americane nella regione, mentre rischia anche di avere riflessi tutt’altro che trascurabili sia sulla campagna militare in Siria e in Iraq, dove Doha e Riyadh appoggiano spesso forze fondamentaliste diverse, sia sull’unità dei paesi produttori di petrolio e i loro sforzi in atto per cercare di stabilizzare le quotazioni del greggio e il mercato energetico mondiale.

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