Arrigo Baldonasco, Lo fino amor piacente

Lo fino amor piacente,
ch’eo agio, a sè mi serra
sì che d’ogn’altro s’er[r]a
[ . . . . . -ento]
[ . . . . . -ente]
[ . . . . . -erra]
[ . . . . . -erra]
da me dae partimento.
Chè quello amor mantene
solac[c]io e tutto bene,
e[d] in cui sempre regna
parmi ch’el[l]i n’avegna
in tal valore,
che già mai perditore
non fie di sua intendanza.
L’usato intendimento
che la gente à ‘n fallire,
à ciascuno fallire
in loco caunoscianza;
dolen, cognoscimento
àno ben ch’è fallire,
ma nullo lor fallire
c’agia però storbanza.
Però voglio sturbare
me d’ogn’altro pensare,
e intender volentieri
vo’ che sia meo pensieri,
ch’è adoblato,
in quella c’à provato,
più di null’altra, presio.
Chi à ‘l suo presio prova
c’ogn’altro va morendo;
però tutto m’arendo
a lei ch’è la mia spera.
Spero in lei, chè si trova
merzè, und’io m’arendo
allegro, e no m’arendo
a null’altro che pera:
c’ogn’altro de’ perire
e ‘l suo sempre verdire.
Però tutti amadori
conforto che i lor cori
agiano sagi
a mantener li usagi
di quei c’an più savere.
Li sagi cognoscenti
[non] storbano l’amare,
chè ve[do]no c’amare
è us’a mo[l]ta gente.
E gente c’àn tormenti,
però ca più c’amare
chiama più c’omo ‘n mare
[è] forte dispiacente.
Donqua, Signor, vo’ spiaccia
veder qual lui s’al[l]accia,
perchè à ‘n tutto fallito
ed è così agiechito,
che seguitore
non fidi ben suo core
fin c’arà pensamento.
Molti à pensier gioiosi
chi serve a chi à partito
ciò ch’è a suo partito,
[e] mai non à perdenza.
Ma perdono i dogl[i]osi,
quei c’àn da lor partito
ogna fin[o] partito
e son presi a fallenza;
e son certi per fallo,
ch’è ciascun fora stallo
se ‘l com[m]etteno in loco
che ‘l lor sol[l]azo e ‘l gioco
più non por[r]ia
durar. Poi m’à ‘n bailìa,
degialo distornare.