Arrigo Boito – Iberia

I.

L’epoca di questo fatto ci è ignota; il paese è la Spagna.

Un cavallo corre furiosamente per campi deserti, un cavaliere lo sprona, nero l’uno, nero l’altro; ravvolti nelle pieghe d’un immenso mantello, sembrano una nuvola d’uragano che voli, radendo la terra, col fulmine in grembo. Il cavaliere nasconde la sua faccia in un ampio cappuccio. Sotto quella tenebrosa coperta si possono supporre tutte le schiatte umane di tutti i tempi, lo spagnuolo, il saraceno, l’hidalgo; la corazza di ferro del quattrocento, il giustacuore di cuoio del cinquecento, la giubba di velluto del seicento vi si potrebbero parimenti celare. Quel fosco mantello è una larva che maschera un uomo e un secolo. Alla oscurità delle vesti, la vertigine della corsa s’aggiunge per fare più inafferrabile ancora quel mistero volante.

Veduto da lungi, il cavallo disegna nel vuoto colla curva delle zampe balzanti un arco d’aereo ponte che si ripete sterminatamente per la campagna. Lo scalpito metallico de’ ferri scande sul terreno un ritmo stringato e preciso come i trochei di Pindaro. Quel cavallo ha il volo e il metro dell’ode. I pioppi sfilano in processione sotto gli occhi del cavaliero e le loro fronde, smosse dalla brezza del vespro, rendono suono d’applausi lontani.

Chi è quel fuggiasco? In che secolo vibrarono i palpiti di quella corsa? nel grande oceano delle ore quali furono i minuti marcati da quel galoppo furente?

A che giova saper la cifra del tempo!?

Il cuore non muta, la terra non si trasforma per variar di secoli e di storia. Regni in Granata l’Abenceragio o Filippo II, domini sulla Spagna intera il fanatismo del turbante o della croce, vigili sul trono di Madrid il genio di Carlo V o vi dorma l’idiotismo di Carlo II, che importa ciò al trovator di romanze e al monte dell’Estremadura? L’uno canterà sempre le sue albe sotto il terrazzo della dama sua, l’altro coronerà sempre di fiori la cima delle sue antiche palme. Ciò solo che sta fra l’uomo e la natura appar mutabile: leggi, costumi, scienze. Un divino impulso spinge codeste labili forme verso un perenne moto d’ascensione; ma né le sante virtù del cuore ponno farsi più sante, né le belle virtù del creato ponno farsi più belle.

La storia che raccontiamo è l’eterna storia dell’amore nell’eterno paese della poesia; non mettiamo date all’eternità.

Il cavallo non s’arresta, non s’allenta mai. Tutte le fiumane di Leone e di Castiglia passarono già sotto il suo volo; d’un balzo varca l’Esla, d’un altro balzo l’Orbigo, d’un altro balzo la Duera; pure, giunto presso gli orli della Pisurga, esita, ma l’uomo che lo cavalca, implacabile, feroce, gli conficca gli sproni ne’ fianchi, alcune goccie di sangue cadono sulla riva, il puledro si dibatte fra le ginocchia del cavaliero, spicca un salto portentoso, e la Pisurga è varcata ed è ripresa la fuga, e passa Valadolid e passa Zamora e si sprofonda nelle più selvaggie regioni dell’Estremadura. La linea del suo viaggio parte da Salamanca e va alla montagna. Ogni suo sbalzo divora dieci cubiti di terreno, la sua unghia ferrata ripete sul suolo quel gesto nervoso che fa la mano di chi sfoglia rapidamente un libro e getta pagina su pagina. Così quel cavallo scaglia dietro di sé trionfalmente le leghe percorse.

Il cavaliere si volge con orgogliosa movenza verso la propria ombra che il sole tramontando profila per terra; la vede disegnarsi lunga lunga e incurvarsi leggiera in un vano del colle, simile alle figure bizantine delle alte cupole orientali. Davanti ogni croce che incontra s’inchina devoto fino a toccar le briglie col capo. E viaggia. Senza questi segni manifesti di adorazione cattolica, ei si direbbe un evaso dai roghi del Sant’Ufficio che provò già i primi lambimenti del fuoco.

La notte sale sulla montagna e il bruno cavallo con essa. Le due Castiglie s’addormentano nel buio senza neanche un auto-da-fé per fiaccola notturna.

Un soffio di vento fa cadere il cappuccio sulle spalle del cavaliero, e il cavaliero schiude il suo volto alla limpidezza del cielo. È un giovanetto bello di bellezza ideale, biondo come un bambino e abbronzito come un guerriero. Gli arcangeli che pellegrinavano sulle sabbie della Palestina ai primi anni di Cristo, dovevano risalire l’azzurro abbronziti così. Ed egli aveva dell’arcangelo anche la vaga età, come la ideava Murillo, errante fra i quindici e i dieciott’anni. Al pudico ceruleo degli occhi si avrebbe detto quindici, al fiero congiungimento delle labbra si avrebbe detto dieciotto. Egli correva ancora, benché il sentiero salisse erto e selvoso.

La notte s’avanzava e il bel cavaliero tornava a nascondere il suo viso nella folta penombra, il suo viso apparso come meteora, un istante, fra i fuggenti riverberi del crepuscolo. Giunto a una più erta salita, scende di cavallo e cammina. Alla foga quasi paurosa è succeduta una più paurosa lentezza. Il giovanetto fa passi radi, brevi e tremebondi; il suo cavallo affranto lo segue.

Giunto a mezzo del monte incomincia a cantare un’alba provenzale che l’eco della valle deserta ripete così:

          Erransa
Pezansa
Me destrenh e m balansa;
Res no sai on me lansa,

e continua a salire sempre più lento per vie sempre più selvaggie.

Mancano due ore a mezzanotte quand’egli arriva agli spaldi d’un immenso castello ritto sul ciglione d’una rupe. Il giovanetto lega il suo puledro alla massiccia balaustra del ponte levatoio; poi s’appoggia col gomito sulla sella e rimane immobile in quell’atteggiamento qualche minuto. Indi ripiglia a cantare con voce intensa e tremante:

    Nacido en Castilla,
Enamorado en Leon,

e un’altra voce più fluida e più bianca risponde:

    Nacida en Leon,
Enamorada en Castilla,

e il ponte levatoio è abbassato, ed appare una forma bianca come la voce che aveva cantato, e il giovanetto passa, e s’odono, in fondo al porticato oscuro, mormorar questi nomi:

“Estebano”.

“Elisenda”.

II.

—Principe, mi apparite più veloce del sogno e più pronto della speranza!

—Mi posi in viaggio all’aurora con tre puledri, uno bianco, uno sauro e uno nero; salii sul bianco a Castiglia, gli altri due mi seguivano. A Palenza il bianco morì e salii sul sauro; a Salamanca il sauro morì e salii sul nero, che ora dorme laggiù fuor dello spaldo.

—Cugino Estebano, il sangue dei nostri grand’avi bolle fieramente nelle nostre vene. I re di Castiglia erano chiamati aguilas en sus caballos.

—E le regine di Leone erano dette fadas en sus castillos, principessa Elisenda, graziosa cugina mia.

L’accento di quest’ultime parole sonò grave e oscillante sulle labbra del giovanetto, come la cadenza d’un canto.

—In dieci anni che non ci siamo visti è cresciuta in voi la statura del corpo e la gentilezza della parola. Vi stanno ancora nella memoria le serenate di Valadolid?

—I due versi che ho cantato poc’anzi ve ne fanno fede. Avevo sett’anni quando li composi per voi nel parco della defunta principessa Blanca vostra augustissima madre; e cinque anni avevate voi quando per la prima volta mi rispondeste cantando come questa sera.

—Sì; me ne rammento tanto, tanto. Io vi chiamavo Menestrello e voi mi chiamavate Reina. Voi portavate i miei colori, io ripetevo le vostre canzoni; e mi ricordo d’una volta che vi nascondeste nel bosco dei leandri per piangere un giorno intero quando scopriste che il verso Enamorado en Leon era sbagliato; né prima ve n’eravate accorto, né poi lo sapevate correggere.

—E non l’ho ancora corretto, principessa.

—Spero che non lo correggerete mai.

Dopo queste parole il castello echeggiò alle risate dei due giocondi cugini.

Indi Estebano ricominciò:

—E Don Sancio, il vostro buon nonno, come morì?

—Povero nonno! morì di vecchiaia, la morte del leone. Egli presentiva l’ora della sua fine. Tre dì prima di andarsene in paradiso vergò il suo testamento, quello che leggeste ieri a Castiglia; piegò, suggellò e v’inviò egli stesso lo scritto. Il giorno dopo, che fu ieri, escì dal castello coll’archibugio ed uccise tutti i corvi e tutti gli avvoltoi di queste gole; poi si riposò. Oggi, prima dell’alba, mi prese per mano e mi condusse sulla cornice d’un burrone, da dove quel forte vegliardo soleva ogni dì contemplare il crepuscolo. Lì, sull’orlo dell’abisso, appoggiando la schiena contro la roccia nuda, parlò a me, che lo guardavo dal ponte, così: “Principessa Elisenda de Sang-Real, figlia di colui che nacque dal figlio di tutti i re di Leone, sappiate che oggi, quando il sole comparirà in questa rupe, io sarò morto. Non piangere, ma ascolta. Quest’aurora è il tramonto mio”. (Ed egli mormorava ciò mentre voi, cugino, sellavate a Castiglia il cavallo bianco). “Ti ricordi”, soggiunse, “a Madrid quel vecchio toro che non sapeva più combattere nel circo e che penava a morire? Tu eri ancora bambina e ridevi guardandolo e lo beffavi: io, per moderare il tuo riso, che non s’addiceva a prole di regnatori, ti dissi:—Donna Elisenda, sul davanti della vostra bocca ognun vede che manca qualche tenero dente di latte—; allora ti facesti seria e chiudesti le labbra. Oggi che hai tutti i tuoi denti e che nessuno ti scorge, puoi sorridere, figliuola mia; il toro decrepito c’è ancora”. E intanto che il vecchio parlava s’udì nell’alvo dell’azzurro il gorgheggio della prima lodola. Don Sancio levò la testa come per cercare nell’aria l’augellino canoro e poi sclamò: “Ecco già il grillo del paradiso! Da queste vette al cielo c’è poca distanza… tu non aver paura, figliuola, non turberò le tue notti. Per sola esequie accenderai nell’oratorio, questa sera, l’antica torcia benedetta che fu la face tutelare della nostra stirpe, da Alfonso VIII fino a te. Abbi gran cura di quel sacro cero, bada che per ispegnerlo ci vuole l’alito d’una sposa; ti sarà spiegato poi questo mistero. In quella fiamma è chiuso il fato della nostra razza. Quel cero fu tratto dall’arnie che popolano le valli dove nacque Gesù; lo portò da Terra Santa uno de’ nostri avi eccelsi. Il profetico frate che glielo porse gli disse:—Finché questo cero arderà vivranno i troni di Spagna.—D’allora in poi avemmo sempre per costume d’accendere quella preziosa reliquia ad ogni nostro funerale e ad ogni nostro imeneo. Ora non puoi ancora comprendere tutta la sapienza dell’oracolo avvinto alla vetusta reliquia. Sappi soltanto che l’alito d’una vergine, su quella vergine cera, estinguerebbe insieme alla fiamma la grazia divina che veglia sulla nostra progenie, e la progenie sarebbe spenta con essa. Elisenda, le anime dei tuoi figliuoli si accenderanno alle faville di quel cero serafico, ma prima di spegnerlo attendi Estebano tuo. Egli arriverà questa notte, gli ho scritto; arriverà questa notte, ti sposerai ad Estebano; un vecchio moribondo è vicino a Dio più del più santo sacerdote, ed io stendo verso di te la mia mano non ancora tremante e benedico il tuo regio imeneo. Gli angeli veglieranno sul sacro connubio dei due ultimi dilicati rampolli di Sang-Real”. Poi pronunciò parole così oscure e così profonde che io non le compresi. “Pensa, Elisenda”, soggiunse, “che dal tuo grembo sorgerà la storia dei secoli venturi; dell’alta quercia imperiale, che dilatò le sue ombre fin sull’Asturia e sull’Aragona, due ramoscelli rimangono ancor vivi. Dio unirà questi due ramoscelli che diventeranno una sola ed eterna radice. Da donna Urraca e da Alfonso el Batalador nacque la nostra gloria passata; da donna Elisenda e dal principe Estebano de Sang-Real sorgeranno le nostre glorie future. Bimbi leggiadri ed augusti, siete fiorellini di re, siete semi di re! e come da una sol’ape coronata pullula l’intera popolazione degli alveoli armoniosi, così popola tu, figliuola, gli alti troni del mondo! Estebano, Elisenda: amate, germinate! Offro a Dio in olocausto questi lunghi anni di romitaggio e di umiltà, pei quali piacquegli conculcare temporariamente la mia imperiale famiglia. Ma in premio della mia perduta potestà chiedo a Dio per le creature delle mie creature una imperitura dominazione. Ricordati, Elisenda, delle somme virtù che furono fregio alla tua schiatta possente; riuniscile tutte in te e ciò sia la tua religione:

    Alfonso I era chiamato il cattolico;
Alfonso II era detto il casto;
Alfonso III era denominato il grande:
Sancio II il forte;
Alfonso VIII il nobile;
Alfonso X il savio;
e Pietro I il crudele.

Se tu non ispregerai nessuna di queste antiche virtù da monarca, e se ti comporrai con tutta la salda armatura dell’anima, sarai genitrice d’eroi, e Ceuta e Tunisi e Melilla e Cuba e Venezuela e San Domingo e Navarra ritorneranno Spagna. Io vissi umile in faccia ai signori d’Europa, ma pur volli per asilo alla mia umiltà la più elevata cresta dell’Estremadura. Tu da umiltà guardati come da peccato; sappi trarre dal meditato abbassamento mio cagione d’auge ai nepoti. L’umile passa inosservato sotto gli occhi dell’Altissimo che creò le alte montagne; l’incenso che sale da loco basso e nascosto offende le nari dell’Onnipossente. Dio è l’eterno orgoglio che regge la vita dell’Universo. L’umiltà è la virtù delle turbe. Gesù sta ben ritto davanti alla plebe prosternata, e chi vuol favellare a Filippo II, foss’anche un duca di Medina Celi, dee piegare il ginocchio. Nessuno può essere più alto del re…”

—E intanto il sole saliva dietro la montagna che era di fronte a Don
Sancio, ed irradiava le vette che gli stavano sul capo. Il nonno
misurò collo sguardo e colla mente il corso della luce e sclamò:
“Ancora un’ora di vita!”

—Poi si raccolse nei suoi pensieri.

—Dopo mezz’ora si scosse dicendo: “È tempo ch’io mi confessi”. Allora si fece il segno della croce, si curvò col capo sull’abisso profondo che si squarciava sotto ai suoi piedi, e, incurvando le mani alla bocca in forma di portavoce, mugghiò verso il precipizio: “Tu sarai il mio confessore”. La sua parola si perdeva nel burrone, squillante come la nota d’un corno da caccia. La voragine, co’ suoi tortuosi meandri, pareva un immenso orecchio di tenebra su cui piombavano queste voci:

“Ho tre peccati sull’anima. Eccoli:

“Primo peccato: quando avevo vent’anni, a Zamora salvai dal rogo tre infedeli, un moro, un ebreo e un luterano.

“Secondo peccato: quando avevo cinquant’anni, salendo a questi dirupi, allontanai dalla mia solitudine e dalla mia povertà tutti i miei vecchi servi, tutti i miei santi preti e tutte le mie povere ancelle.

“Terzo peccato: ieri, vigilia della mia morte, ho ucciso un’aquila reale sul suo nido”.

—E si levò come un albero in nave.

—Io allora feci un passo come per varcare il ponte che ci divideva;
Don Sancio me lo vietò, gridando:

“Fermati, non avvicinarti, non toccarmi; mi faresti cader vivo nel precipizio”.

—Il sole continuava a salire ed il suo raggio a discendere sui macigni del monte, attraversando una rupe spaccata nel mezzo come una gigantesca merlatura guelfa.

—A un tratto il sole raddoppiò di splendore; c’era la distanza d’un palmo dalla sua luce ai capelli del nonno. Il nonno pareva assorto in contemplazione, ritto sui piedi e appoggiato alla roccia; fu un baleno quando il suo crine canuto al primo tocco della luce diventò d’argento. Il sole sembrava un arciere appostato dietro la rupe spaccata come dietro una feritoia; l’arciere appuntava lentamente il suo arco verso le pupille del nonno; una saettata di luce vibrò sugli occhi di Don Sancio. Il sole e il vegliardo si fissarono per un attimo come due rivali. La freccia era scattata; Don Sancio era morto. Il sole lo aveva fulminato; pure non cadde e stette ritto fino a meriggio. Mentre voi sellavate a Salamanca il vostro caval sauro, il vento urtò il povero nonno, che precipitò nell’abisso.

—Pace all’anima di Don Sancio,—rispose Estebano; domani scenderò nel precipizio, raccoglierò la salma veneranda e la porterò nel chiostro di Sant’Isidoro, dove dormono tutti i monarchi di Leone.

Elisenda soggiunse:—Amen.

III.

I due cugini, così parlando, camminavano lentamente fra gli oscuri colonnati del castello. L’uniforme pestio degli sproni d’Estebano accompagnava lungo i marmi del cortile il fiero racconto d’Elisenda; tutto intorno era silenzio. Intanto la luna alzatasi splendeva già sui monti e sui tetti; una piccola stella le vagava d’accanto e pareva una lagrima di luce.

Estebano mormorò:—La luna piange!—e i due giovanetti s’arrestarono immobili a guardarla, mentr’essa benignamente li inondava di raggi. Allora comparve illuminato e purissimo il viso della fanciulla.

A fermare col pensiero la tenuissima gradazione ideale che esisteva fra le fattezze e le anime di quei due cugini, simigliantisi come due fratelli, non troviamo altra imagine fuor che questa:

Estebano era un fiore vivace con un profumo gentile;

Elisenda era un fiore gentile con un profumo vivace.

Il gherofano e la viola avevano fra essi scambiato l’olezzo, e per ridonarselo entrambi era forza che l’uno penetrasse nell’essenza dell’altra. Ogni armonia ed ogni soavità sembrava assorta in quella coppia adolescente. Appariva fra essi di vario appena quel tanto che è indispensabile al simpatico accordo delle cose create. Del resto erano in tutto l’identica ispirazione di Dio tentata su due sessi diversi, Estebano la forma virile ed Elisenda la forma femminea dello stesso divino concetto. Essi si assomigliavano come tutti gli angeli si assomigliano. Certo nelle loro vene scorreva infuso l’azzurro del cielo tanto essi apparivano eterei. L’orgogliosa frase castigliana, sangre azul, colla quale si fregia tuttora l’antichissima nobiltà spagnuola anteriore alla invasione dei saraceni, realizzavasi idealmente nei due ultimi germogli dei Sang-Real.

Quel re di Leone che, ferito in battaglia, macchiò di azzurro la scimitarra del moro nemico, era un antenato dei nostri giovanetti reali. Le teste d’Elisenda e d’Estebano dovevano esser state create per portar nimbo o corona; un’aura monarchica e serafica si condensava attorno le loro fronti come una gloria, e i cieli d’oro di Zurbaran si abbozzavano vagamente dietro lo spazio in cui respiravano. Immobili, Estebano ed Elisenda, fissavano sempre la luna.

A far vieppiù tenace la loro contemplazione s’aggiungeva lo sgomento che provavano entrambi nel sentirsi vicini e l’indicibile terrore del guardarsi nel viso.

S’amavano già e non s’erano neanche intraveduti, tanto l’oscurità scendeva fitta prima che la luna s’alzasse.

S’amavano per la memoria che avevano del loro amore da bimbi, perché quell’amore era stato il primo sogno dei loro cuori infantili e l’ultimo sogno dell’avo moribondo; s’amavano perché un istinto fatale e un’occasione violenta li trascinava ad amarsi; s’amavano perché la farfalla bianca ama il fiorellino bianco e la farfalla celeste il fiorellino celeste, perché erano biondi e pallidi tutti e due, perché si sentivano soli sulla terra, soli ed uniti su quelle notturne alture di paese selvaggio.

Nello stesso modo che sovra il disco lunare l’astronomo contempla il riverbero diurno d’un altro emisfero, i due giovanetti contemplavano nella luna il raggio riflesso del loro timido amore.

Elisenda ruppe prima il silenzio dicendo:—Principe, volete seguirmi nell’oratorio?—e s’incamminò verso una gradinata fosca; Estebano la seguì.

Salirono nel buio l’uno dietro l’altra senza più dir parola.

Giunti al culmine della torre, Elisenda spinse una porta ferrata e grave che ricadde dietro i passi d’Estebano.

Eccoli nell’oratorio.

Il cero santo arde per la morte del nonno ed illumina solo il religioso recinto.

È l’oratorio situato sulla più elevata parte del castello; le pareti ottangolari tese di velluto viola, fiocamente illuminate, sembrano quasi nere e i loro angoli vi si confondono tanto da produrre all’occhio di chi entra l’aspetto d’una costruzione conica. Di fronte all’ingresso sta l’altare innalzato su tre vasti scaglioni coperti da molle e prezioso tappeto. Sopra l’altare è appeso un lunghissimo quadro. Due faccie magre guardano dall’alto della nerissima tela. A piedi del dipinto si legge in lettere gialle questa scritta:—el matrimonio de doña Uraca de Castiglia et Alfonso de Aragon.—Più sotto la data 1144. Le figure del quadro sono quasi interamente sommerse in una caligine che arriva loro alla bocca, né più s’indovina quale fosse lo sposo e quale fosse la sposa di quell’antico imeneo. Tutti e due hanno negli occhi lo sguardo esterrefatto dei naufraghi e par che presentino l’irrevocabile sollevamento del livello di tenebre che li affoga. Né una mano, né una collana, né l’impugnatura d’un brando traspare attraverso il sudario nero che li va coprendo. Pure in mezzo ad essi si stacca dal buio la linea d’un cero alto ben sette cubiti.

L’ironia del tempo che parla da ogni cosa surta per mano d’uomo, sembra qui voler paragonare quel lungo cero dipinto all’altro rimasuglio di torcia che arde nel mezzo della cappella e che non ha più d’un palmo d’altezza. L’ironia diventa più bieca quando si sappia che uno è l’immagine intiera dell’altro. I secoli consumarono il cero ardente come consumarono i due monarchi effigiati nel quadro; l’ombra salì su questo, la luce calò su quello.

Fra le modanature dell’altare si vedono scolpite le parole mensa regia.

Un messale d’argento massiccio è aperto a sinistra del ciborio. Agli otto angoli della cappella pendono o giacciono stole, turiboli, spade, morioni, flabelli, palii, clamidi, rosarii, farraginosamente accumulati. Su tre ampli cuscini, disposti rasente l’orlo del più alto gradino della mensa regia, riposano due corone e una mitria.

Pochi passi bastano a misurar l’oratorio. Tutto il genio spagnuolo è compendiato in quelle pareti e in quelle spoglie pompose. Penetrando in quel ricinto chiuso e opulento come una tomba, ove tante reliquie reali e papali sono agglomerate, il pensiero porge al pensiero queste parole: Angusto et Augusto.

IV.

Estebano ed Elisenda, a capo chino davanti l’altare, pregavano; sulle loro labbra vagava un alito sottile, un ronzio dolce come di brezza o di zanzara. Elisenda finì le sue preci prima di Estebano, e poiché vide ch’esso continuava devoto, si pose a contemplarlo. Com’era bello il profilo del principe, col mento converso sul petto e sulle mani giunte, in atto d’alta mansuetudine!

L’estasi scendeva già nell’anima della fanciulla.

Quand’ei si scosse, ella, turbata, fece sembianza di rimettersi a pregare.

Allora fu egli che la guardò. Com’era bella, alla luce del cero,
Elisenda, in vesti bianche!

I suoi capelli parevano ambra pura, e le sue mani avevano il morbido contorno dell’agata lavorata; poi, strana cosa, eppur leggiadra, le sue labbra non erano porporine né rosee, ma quasi bianche, e, assai divise nel mezzo, parevano composte con quattro foglie di tuberosa.

L’adorazione d’Estebano s’era volta da Dio ad Elisenda.

Il silenzio era così grave che opprimeva l’orecchio. A un tratto
Estebano esclamò quasi supplichevolmente:

—Oh! principessa, è lunga la vostra orazione!

Elisenda rispose:—Ho finito.—E si guardarono negli occhi, stupefatti di non ispaventarsi.

Lo sguardo d’Estebano penetrava nelle pupille di Elisenda profondo, lucido, sicuro, come una lama nella sua guaina.

—Chi c’è nel castello?—chies’egli.

Essa rispose:—Non un’anima viva.

Appena finite queste parole s’udì un colpo formidabile dietro l’altare, come d’un gigante che bussasse dietro a una porta, e dopo quel prim’urto un secondo, e un terzo, e un quarto; al dodicesimo s’arrestò.

—Chi è là? Chi è là? Chi è là?—grida Estebano, e si slancia verso Elisenda e l’afferra pel corpo col braccio sinistro, e col destro la copre come per difenderla dall’ignoto nemico.

Poi ripiglia, mugghiando più che sclamando:—Avanti, se sei un prode! se sei un vile, indietro! o il mio pugno levato risponderà sul tuo cranio dodici percosse non meno tremende delle tue, malvagio turbator di preghiere. Avanti! Avanti, ciclope od orso o diavolo, uomo, fantasma…—Ma qui s’interruppe e, tutto stretto ad Elisenda, mormorò:

—Ahimè! pace all’anima di Don Sancio.—E fu come un leopardo che diventasse un agnello.

La fanciulla tremava, ma non di paura, e come Estebano la vide così tremebonda, la raccolse tutta sul petto e la baciò sulla fronte.

Ella allora sclamò:—Grazie, don Sancio!—con accento d’infantile beatitudine; poi continuò sorridente:—Cugino mio, fiero e robusto, pace anche a te! Ciò che hai udito vien dalla cripta che sta sotto all’oratorio ed è l’orologio del vescovo Olivarez. Devi sapere che quando morì quel santo vescovo (il solo prete e il solo uomo che abitò con noi questo castello), il nonno lo seppellì in un bel cofano di rame ricoperto d’ebano, e lo collocò sotto l’orologio della torre, da dove aveva fatto estrar la campana perché il martello, cadendo ad ogn’ora sulla bara del morto, ricordasse perennemente la caducità delle esistenze umane. Quei dodici colpi ci avvertono ch’è mezzanotte.—Poi soggiunse con voce più bassa, come chi profferisce cosa che non comprende:—È tempo che ci sposiamo.—E fissò in volto lo sposo. Estebano la teneva ancora stretta col braccio.

Lo spavento aveva congiunte, più presto che non avrebbe fatto l’amore, quelle due creature innamorate, le quali non sapevano più separarsi, né più cessar dal tremare. Così avvinti, vacillanti, i due giovanetti s’avviarono, mossi da un solo pensiero, verso un angolo dall’oratorio. Là, Elisenda, raccolto da terra un palio di drappo d’oro, lo pose sulle spalle ad Estebano; poscia ambidue si volsero ad un altro angolo ove Estebano staccò dal muro una clamide di porpora e d’argento colla quale rivestì Elisenda sua; poi brancolarono lungamente sulle sparse reliquie degli avi e si adornarono di cinture moresche, di collane gotiche; il giovanetto indossò anche una preziosa stola di bisso e la fanciulla colse un rosario e un anello; poi s’inginocchiarono sul primo gradino dell’altare, Estebano a destra, Elisenda a sinistra; si curvarono religiosamente, sollevarono dai cuscini, ov’erano deposte, le due corone imperiali e se le posero in capo, muti, gravi, compunti, come due bimbi assorti in un magico tripudio. I loro corpi flettevano sotto il peso degli splendidi manti, e le loro chiome si torturavano entro i cerchi massicci delle corone d’oro.

La corona d’Estebano, imperiale e chiusa, colla croce sul colmo, somigliava a quella di Carlo Magno, tranne che in giro apparivano cesellate le tre parole colle quali i romani battezzarono la provincia di Leone: Legio septima gemina.

Sul manto d’Elisenda s’ammirava ricamato in argento il superbo leones rampando, e topazi e rubini e diamanti erano sparsi a centinaia sulle vesti dei giovanetti reali. Ma la polvere aveva appannate quelle gemme e quegli ori, e il tarlo aveva róso quelle porpore.

Un’antitesi tragica sorgeva da quelle due bionde figure adolescenti, schiacciate sotto una così polverosa catasta di ornamenti da trono. La stola d’Estebano gli si acuminava dietro il collo con una piega acuta sotto la nuca, e dura e tondeggiante sugli omeri. Una ragna cinerea gli cadeva da una punta della corona fin lungo l’orecchio e gli si perdea fra i capegli. Quei sacri arredi coprivano di maestà e di scherno, incoronavano e vituperavano ad un tempo chi li portava.

Le membra dei teneri sposi avevano smarrita la loro eleganza natia sotto la goffa pompa di quei drappeggiamenti.

Ma i due fanciulli si guardavano, e così vestiti si sembravano più belli.

Allora incominciarono una bizzarra cerimonia.

Sempre inginocchiati, si presero per mano e recitarono il rosario:
Elisenda sospirava Kirie Eleison, Estebano rispondeva Christe
Eleison
, e le grane delle avemarie scorrevano lievi lievi fra le dita
tiepidamente intralciate. Quand’ebbero finito, Estebano intuonò:

Veni de Libano, sponsa mea, veni,

e nel suo canto s’udivano le vibrazioni dei sorrisi e delle lagrime.

Elisenda rispondeva:

Manibus date lilia plenis.

Poi Estebano:

Fulcite me floribus;

poi, chinando la fronte davanti ad Elisenda:

Salve, Regina,

mormorò soavemente, e le baciò il manto come ad una madonna. Indi ambidue si posero a cantare con voce alta e fiera l’inno delle nozze reali

Te Deum laudamus, te, Domine, confitemur.

Le loro voci unisone salivano e scendevano sul liturgico salmo. La grave melodia faceva risonar l’oratorio; i turiboli appesi, allo scoppio delle forti note, oscillavano, come per accompagnarle colle loro danze.

Così, sempre cantando, Elisenda aveva messo in dito ad Estebano un anello d’onice, e, sempre cantando, Estebano s’era levato e avea steso il pugno nell’ombra dietro l’altare e l’avea ritratto armato da una immensa spada. Poi che si tacquero, egli, ritto in piedi, col braccio alzato, colla punta della spada tesa sul messale aperto, pronunciò questo giuramento:

—Io, Don Estebano, principe di Castiglia, duca di Salamanca e di Zamora, giuro sulla sacrata croce vera di Cristo, sull’evangelio e su questa lama d’Alfonso VIII d’Aragona, giuro d’essere sposo in terra ed in cielo alla principessa Donna Elisenda di Leon, marchesa di Valadolid, contessa d’Asturia, mia eccelsa cugina. Giuro di riconquistare per noi e pei nostri figliuoli il trono perduto di Spagna, di riconquistarlo colla virtù o colla forza, col genio o colla spada, colla pace o colla guerra, col bene o col male, colla clemenza o colla ferocia, sorretto pur sempre dalla sacrosanta religione cattolica. Così sia.

L’orologio di legno battè un’ora. La punta della spada agitata dai fremiti del principe aveva squarciato la pagina del messale sovra cui s’appoggiava.

Estebano si toglieva a stento da quell’atto sovrano e dalla solennità di quel gesto; ma, di repente, come disciolto in un ineffabile bisogno d’umiltà, si gettò per terra colla testa sui cuscini dell’altare, sclamando:

Adhaesit pavimento anima mea.

Allora Elisenda gli si pose d’accosto, chinò la guancia verso le sue labbra: una lunga perla pendeva dall’orecchio della fanciulla; Estebano baciò quella perla, poi disse:

—Sei bella, o mia regina!

Essa rispose:

—Sei bello, mio re!

E l’amore incominciò le sue note.

L’odore della cera liquefatta saliva nelle nari dei giovanetti; quell’odore era dolce e tedioso e caldo. Ma essi non rimuovevano già più gli occhi l’uno dall’altro.

—Mia soave Elisenda,—la chiamava Estebano, mentre il suo cuore batteva convulso come l’ali d’una farfalla trafitta da uno spillo; poi continuava:

—Posa, posa la tua bianca mano sulla mia fronte e penserò dei poemi!—ed Elisenda posava la mano sulla fronte d’Estebano. Dopo un lungo silenzio egli riprendeva a parlare con questo sogno:

—Elisenda, odi; vorrei che tu fossi una caleide ed io un altro vago e tenue insetto, e che avessimo per padiglione il calice d’un giglio, e lì vivere la corta vita nostra, al blando lume d’un’aurora mitigata dalle nivee pareti del nostro talamo, e poi morire tutti e due in quel giglio odoroso e chiuso.

—Ma non vedi, Estebano, com’è tutto chiuso e non senti com’è tutto odoroso anche questo asilo di pace?

Ciò che dicevano quei due fanciulli erano parole e parevano canti.

Elisenda ripigliava:—Ho dei sogni così gonfi e delle chimere così turbolente nel cuore che, per farnele uscire, mi bisognerebbe infrangerlo. Ciò che nasce nel cuore non può escir che dal cuore! feriscimi un poco qui, Estebano mio, al costato sinistro… tanto che con qualche goccia di sangue possa sprigionarsi anche qualche pensiero. Le labbra umane non sanno la via di queste cose profonde.

Allora Estebano soggiungeva:—No; nel linguaggio che mi hanno insegnato non esiste il nome di ciò ch’io sento per te.

Elisenda chiedeva:—M’ami?

Ed Estebano rispondeva con voce bassa e tranquilla:—Sì,—e i volti avvicinavansi ed allungavansi le labbra; poi baciavansi col bacio religioso e casto che si dá agli amuleti. E continuavano:—Amiamoci più delle rondini e più dei cigni e più dei puledri d’Asturia che vanne a due a due per le ville castigliane avvinti alle carrozze dei re.

L’orologio del vescovo Olivarez batté due tocchi. Ogni volta che quell’orologio scoccava, Estebano trasaliva.—Quell’orologio è lugubre,—pensò;—pare il dito d’uno spettro che bussi là fuori per incitarmi a qualche oscuro mistero,—e rimase turbato.

—Estebano mio, permetti ch’io mi tolga un minuto da te? Oggi ho scordato di dare il pane al mio povero cigno. Tu, intanto, va dal tuo cavallo con un pugno d’avena, perché non muoia di fame.

—Questi, cugina mia, non sono uffici da principi,—rispose Estebano;—lascia che il cigno provveda egli stesso al suo pane e il cavallo alla sua avena. Non istaccarti da me: il tempo fugge, l’ora batte alla porta. Guai a chi esce dal cerchio che gli segnò la fortuna! Poni mente al giorno più lieto de’ tuoi anni, perché in quel giorno morrai. Mi ricordo sempre queste parole che udii una volta, predicate sul pergamo nella chiesa di Sant’Ignazio a Madrid da un vecchio gesuita. Questo è il giorno più lieto de’ miei anni; temo che se noi esciamo di qui, la morte ci colga.—Poi susurrò, posando il capo sul seno d’Elisenda:—È così dolce la vita!

La fanciulla rispose:—Sia fatta la tua volontà,—e si coricarono entrambi sui gradini dell’altare colle teste appoggiate sullo stesso cuscino. I loro profili sfioravansi; si guardavano l’anima attraverso le pupille degli occhi. Quelle d’Elisenda si dilatavano prodigiosamente e si rinserravano convulse ad ogni battito de’ polsi. Dopo un mite silenzio essa chiese ad Estebano:—Dimmi, ti par più bello l’amore o la gloria?

Estebano meditò; poi disse:—Sorella, la gloria non e altro che un grande amore diffuso su molti popoli e su molti secoli; ma l’amore è una soave gloria condensata in un cuore solo e in un’ora sola. È più bello l’amore:

    Mejor es penar
Sufriendo dolores
Que estar sin amores.

Le sue parole s’estinsero in questo mormorio cadenzato; poscia egli s’avvinse ad Elisenda e la baciò sulla bocca, e l’abbracciamento fu stretto e il bacio fu lungo; ma la loro posa rimaneva innocente come quella della cuna ed immobile come quella della tomba.

La pupilla d’Elisenda s’alzava lenta, cerulea, simile a un’alba di luna.

Sulla testa dei due giovanetti pendeva, appesa a quattro catenelle d’oro, una lampada di quelle che i primi cristiani chiamavano coronaephorae; era spenta e di bronzo e tempestata di pietre preziose, sulle quali si rifrangeva la luce del cero con tutti i riverberi del prisma.

Estebano ed Elisenda levavano in su gli occhi e il mento; la nascente lanugine delle guancie d’Estebano toccava la guancia d’Elisenda come l’ermellino ducale tocca il velluto principesco. Gli sguardi dei due giovanetti adagiati erano fissi sulle faccette d’un grosso diamante, che folgorava più d’ogni altra gemma. Le loro labbra si confidavano così gl’incanti dell’iride che li affascinava:

—Estebano,—mormorava Elisenda,—vedo un paese azzurro come una notte serena e come il canto della tua voce; poi vedo uno sciame di farfalle volanti in mezzo a un fumo di mirra!

—Elisenda, vedo un paese verde come un liquido prato o come un oceano tranquillo, e poi degli angioli che si baciano e nuotano coll’ali come delfini celesti!

—Estebano, vedo un paese viola come i colli remoti d’Andalusia, e come il manto della Vergine, e come il solco soave che sempre più si sprofonda sotto le tue palpebre.

Poscia, come l’idea sale dall’effetto alla causa, gli sguardi dei due giovanetti passarono dal diamante della lampada alla fiamma del cero.

Il cero non misurava già più di tre pollici di lunghezza, per modo che il suo dileguarsi era rapidissimo in proporzione della sua circonferenza. Certo quella cera doveva essere amalgamata con qualche materia più adusta. Le goccie scorrevano veloci dal vertice alla base della candela e s’arrestavano per un attimo sugli orli del candelabro; poi, scivolando lentamente e mano mano appannandosi, conformavano una agglomerazione di stalattiti glutinose e verdastre che si perdevano nell’ombra. Il candelabro, alto come una gamba, era d’argento massiccio arrugginito, ed aveva per piedistallo la figura d’un serpe avvoltolato che si mordeva la coda.

Quella santa reliquia emanava una segreta aura di veleno. Quel cero, stillante la sua bava d’ossido su quella ruggine malsana e su quel serpe attortigliato, appariva bieco.

Nell’oratorio si diffondeva sempre più un profumo: era la mollezza dell’oppio, l’acredine della canfora, la limpidezza dell’aloe, mista ad un altro inesprimibile olezzo. Tutti gli aromi d’un gineceo d’Oriente e tutte le esalazioni d’un sotterraneo d’alchimia si condensavano in quell’aura letargica e letale.

La fiamma del cero si circondava di quando in quando con quell’alone di nebbia che si vede intorno la luna durante le insalubri notti autunnali. Il suo lucignolo allungato e curvo portava in cima un carboncello che aveva la forma d’una viola stillante una pioggia di faville incandescenti.

Estebano ed Elisenda scoprivano in quella rugiada di foco l’immagine d’un nuovo paradiso. Fissavano ammaliati il cero sorridendo alla luce, muti, pallidi.

Elisenda riandava colla memoria le ultime parole di Don Sancio, e tentava invano afferrarne il recondito senso; e pensando favellava come in sogno:

—Le anime de’ tuoi figliuoli si accenderanno alle faville di quel serafico cero…

—Finché quel cero sarà, vivranno i troni di Spagna…

—Per ispegnerlo ci vuole l’alito di una sposa…. e qui s’arrestava conturbata.

—Prima di spegnerlo attendi Estebano tuo…

—Dal tuo grembo sorgerà la storia dei secoli venturi…

—Amate! Germinate!

E piangeva.

Intanto la fiamma calava rapidissima; Estebano la fissava sempre più intensamente; a un tratto s’accorse d’una sigla miniata in carmino sulla estremità del cero. Quella sigla scritta orizzontalmente formava queste tre lettere disposte così:

H I S

antichissimo monogramma delle parole Have. Iesus.

Estebano s’erge in piedi, corre verso il cero, afferra il candelabro pesante, lo innalza vigorosamente, lo capovolge; poi, segnando coll’indice sinistro la sigla rovesciata così:

S I H

grida volto verso Elisenda:—Stephanus Imperator Hispaniae!

Elisenda lo guardava atterrita, eppur beata, tanto era sublime quel fiero garzone in quell’atteggiamento di trionfo. Ma intanto la fiamma sconvolta divorava il cero e mordeva il dito d’Estebano.

Quando il pesante candelabro fu ricollocato sul suo piedistallo, della torcia non rimaneva più che un mezzo pollice appena; le lettere H e I della sigla erano dileguate.

Elisenda sclamò:—Guai a me se si spegne!

Il giovanetto s’accorse allora che tutto intorno all’estremo del cero girava una grossa lista di pergamena. La distaccò per prolungare così d’un minuto la vita alla fiamma.

La pergamena era piena di simboli sacri, di formule cattoliche che s’insertavano bizzarramente a molti caratteri orientali. Nel mezzo della lista apparivano queste parole miniate in rosso:

ANATHEMA SIT

Estebano s’era messo già a decifrar quel mistero, allorché Elisenda dié un grido.

—Elisenda mia!—sclamò, e le fu subito accanto.

—Ho tanta sete,—sospirò la fanciulla, mentr’ei, tutto chino sovr’essa, le toccava i polsi e la fronte.

Essa ripeteva tutta ansimante:—Leggi, leggi ciò che stringi nel pugno. Un anatema pesa su noi in questo minuto. Leggi, ma non partirti da me; leggi qui,… qui.

La fiamma si dibatteva convulsa; pareva quasi un’anima che si ribellasse alla morte.

Quell’estremo avanzo d’antichissima reliquia cattolica e monarchica pareva fatale a vedersi. Era più che un lumignolo che s’estingueva; era un’agonia. Otto secoli accumulati su quella torcia agonizzavano con essa. Una religione possente e una stirpe trionfale esalavano l’anima nel crepitio di quel cero. Quel cero soffriva la rabbiosa angoscia del reprobo; le sue convulsioni affrettavano la sua fine. Una luce fredda, verdastra, inquieta vagava nella cappella e rendeva penosa ad Estebano la lettura dell’anathema mezzo arso, macchiato, irto d’intralciatissime cifre.

—Estebano! Estebano!—ripigliava la fanciulla tremante avviticchiandosi al collo del giovanetto, mentr’ei frugava cogli occhi quelle iscrizioni oscure.—Guardami, guardami! prima che il cero si spenga, prima che la notte infinita ci copra, guardami! Dammi un bacio, e che il tuo bacio mi dia l’alito di una sposa; poi soffierò sul cero prima che si spenga.—

Ei la guardò; un fremito febbrile li avvolgeva. Ricaddero col capo sul cuscino della corona. L’afa dell’oratorio, l’amplesso violento in cui erano assorti, li soffocavano.

—Resta qui,—diceva Elisenda con voce fievole.—Non posso alzarmi; la mia fronte suda piombo bollente e il mio seno stilla rugiada di manna. Vorrei morire adesso, vorrei che la mia vita si sciogliesse fra le tue braccia, dolce, mesta, serena come una cadenza d’arpa, come gli ultimi accordi d’un organo…

—Se io morissi ora,—rispondeva Estebano,—l’angelo sarebbe già accanto a me; e le lagrime inumidivano le loro labbra, che si parlavano unite… La fiamma del cero non guizzava più, ma diveniva più fioca; il pavimento dell’oratorio era già immerso in una fluttuante penombra.

—La luce muore—disse Elisenda.

—Lasciala morire,—rispose Estebano;—quando saremo nel buio, le tue labbra mi parranno più dolci…

Un ribrezzo vago s’agitava ne’ loro fianchi, sotto il pesante incubo degli ornamenti reali…

L’oscurità era fitta…

Elisenda gridò:—Ah! questa cintura m’abbrucia!…—e divennero muti.

Il lucignolo della torcia era mezzo affogato nella cera liquida che affluiva intorno ad esso come un lago oleoso; quando quella cera traboccò giù pel candelabro, la fiamma si ravvivò come per incanto e brillò luminosissima e fissa.

Estebano guardò Elisenda che non profferiva parola; poi, con un supremo sforzo, si levò e corse alla fiamma del cero colla pergamena spiegata. Un lampo dell’anima gli rivelò la scrittura. Lesse:—Quand’io morrò, morranno i troni di Spagna.

La fiamma vacillò, Estebano rabbrividì. C’erano ancora due versi che bisognava leggere… gli occhi del giovanetto s’offuscavano… gli pareva vedere Elisenda stesa a piè dell’altare, immobile e bianca, e avvolta in un fumo. Gli ultimi fili del lucignolo caddero nel lago di cera liquefatta, ma non si spensero. Estebano si chinò sulla fanciulla moribonda, concentrò in un impeto solo tutte le forze degli occhi e del pensiero; il fumo del lucignolo lo attossicava, un’acre angoscia gli salia nella gola. La fiammella scemava, scemava, e più che scemava, più diventava serena… A un tratto apparvero chiare queste parole sulla pergamena:

    Ho sulla cima il mele
E in fondo il veleno dell’Upas.

La fiamma si spense.

L’orologio di legno batté tre colpi spaventosi.

Estebano cadde.

Brillava ancora sul fumido lucignolo un’ultima brage. Era l’occhio sanguigno delle tenebre. Dopo qualche minuto secondo s’udì per terra lo strisciare d’un corpo che si trascinava penosamente… poi due baci… poi uno stridor di mascelle tremanti…

L’ultima brage si spense. Tutto ripiombò nella notte; tutto ripiombò nel silenzio.

Un’ora prima dell’alba il gallo di montagna cantò come per interrogare un mistero.

V.

Molti e molti anni dopo il dramma senza data che or finimmo di raccontare, sorgeranno in Ispagna questi avvenimenti:

Un poeta si ricorderà dell’anno 613, quando il re Egica, prosternato colla faccia a terra davanti i vescovi cattolici, si sentì sulla nuca premere le calcagna di quei santi.

Un altro poeta si ricorderà dell’anno 730, quando l’Oriente calò sull’Iberia con tutte le sue mollezze e con tutte le sue pestilenze.

Un altro poeta si ricorderà dell’anno 1578, quando l’invincibile armada fu distrutta dal mare, cioè da Dio.

Un altro poeta si ricorderà dell’anno 1879; e un altro si ricorderà anche dell’augusto secolo presente, e sorgerà per la Spagna intera un forte ed armonioso ridestamento d’idee.

S’alzerà un filosofo che parlerà così alle turbe raunate nei giardini di Madrid:

—Spagnuoli! Un cieco istinto di sommissione verso i troni e verso la Chiesa fu il peccato mortale della nostra razza. Noi abbiamo sonnecchiato sei secoli nel culto delle fedi antiche. Guardate com’è già lontana da noi la spira luminosa del progresso.

—Fin dalle prime aurore del 1500 cominciò in Europa l’assalto contro gli errori e i pregiudizi degli avi.

—Mentre l’intelletto umano compiva atti prodigiosi, mentre le scoperte s’accumulavano su tutti i punti dell’orizzonte mercé la indomabile energia del progresso, la Spagna continuava a dormire, impassibile, incurante, vanagloriosa, sull’estremo punto d’Europa, incarnazione letargica del Medio Evo…

E allora la turba briaca non aspetterà la conclusione del discorso e si getterà a capo chino, come il toro dell’anfiteatro, in una corsa furibonda e feroce. E il severo filosofo rimarrà solo, mesto, deluso, a fronte dell’Idea.

La turba irruente, colla bava dei torrenti alla bocca, armata di scuri e di pugnali, salirà alla devastazione dei troni.

Allora, un truce, un vecchio assassino si ricorderà alla sua volta che sull’alto d’una certa montagna d’Estremadura s’era rifugiata una razza di re discendenti da Urraca di Castiglia.

La turba correrà alla montagna, assalirà gli spaldi, troverà lo scheletro d’un cavallo legato sulla cui gualdrappa si potrà ancora vedere lo stemma castigliano. La turba colle picche in pugno salirà le scale, demente, furente; cercherà nei penetrali più remoti del castello le tracce dei figliuoli dei re.

Finalmente giungerà all’oratorio, spalancherà la porta, invaderà quel tenebroso asilo di preganti, che sarà ad un tratto rischiarato dalle torve faci della rivolta.

Allora appariranno agli sguardi della turba due figure di re, coronate e coperte di porpora e abbracciate l’una all’altra come nello sgomento e nell’amore.

Un rosso demagogo toglierà loro dal capo le corone e palperà loro la testa; poi dirà alla plebe impaziente:

—Gettate pur le mannaie; costoro sono morti da mezzo secolo.

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