Arrigo Boito – Il trapezio

Savio Meng-pen, discepolo mio prediletto, fin da quel giorno in cui la paralisi m’irrigidì la lingua (e fu in sul principio di questa luna), tu mi sei stato sempre vicino, hai soccorso ai bisogni del mutolo ora indagando il mio cenno, or seguendo con l’occhio, e come anche ora fai, la traccia del mio calamo su questo papiro. Operando così tu mostri di possedere la più nobile fra le virtù, quella che Kong-tseu chiamava virtù d’umanità, e perciò ti lodo. E lodo Iddio che largì agli uomini tre possenti mezzi d’eloquenza nel gesto, nella penna e nella lingua, per modo che, grazie alla tua fedeltà, s’anco mi sia tolto il conversar delle labbra, mi sembra, scrivendo ciò che tu leggi, di non esser mutolo, giacché mi valgo d’una manifestazione dell’animo assai più lenta ma molto meno infedele che non sia la parola parlata. Afferrando la penna mi pare di stringere la mia lingua nel mio pugno e di assoggettarla meglio alla volontà e al pensiero.

Tu vedi adunque, savio Meng-pen, come codesto morbo, il quale non è altro che un mio placido silenzio, e non paralizza menomamente la sensazione dell’orecchio né i movimenti della mano, e annoda soltanto il volubile organo della pronunzia, possa essere considerato come un bene piuttosto che come un male, giacché molti danni intravvengono agli uomini dalla parola ed io sono ora salvo da tali danni e perciò più perfetto nella mia persona che tant’altra gente ciarliera.

Rammentati del saggio Wen-Wang di cui è scritto nel Lun-yu, che rimase rinchiuso nell’eremo suo per tre anni senza profferire vocabolo. Pur ch’io m’illuda d’imitare quell’antico re e filosofo, mi troverò una volta di più contento nel mio silenzio.

Tu sai, per quella dimestichezza che avemmo insieme, come io sia stato sempre eccessivamente propenso per mia indole al tacere.

Sai come in tutte le speculazioni del mio ingegno, e in forza della sublime scienza che professo, io abbia prediletta sempre la forma grafica del pensiero e anteposto la linea che io geometra stendo sulla tavola d’avorio, ad ogni altra dimostrazione di verità. Se la linea dunque è superiore alla parola, il carattere figurativo della nostra gloriosa patria chinese è più atto d’ogni altro a rappresentare l’idea. Ciò che non è scritto, non è dimostrato che in parte. Felice me dunque che obbligato per esprimermi a mover la penna anzi che le labbra, sono così miglior interprete del vero.

Già da parecchi giorni volevo tracciare queste righe per farti sapere che la mia calma, ammirata da te fin dalle prime ore del morbo, non è soltanto rassegnazione serena, ma sincero accontentamento dell’animo; e tu che m’ami, acquetati filosoficamente in questa certezza.

Non ti rivolsi mai tante parole di seguito negli anni della mia completa salute ed ecco che, essendo ora mutolo, incomincio a diventare loquace.

Sorridi pure senza temere d’offendermi; coll’orlo della pupilla, vedo l’onesto riso del tuo occhio intento a dicifrare l’orma tranquilla della mia scrittura. Sorridi pure delle contraddizioni umane, le troverai nei più saggi; ma non tralasciare di cercare il punto d’intersecazione in cui i due moti contraddittorii s’uniscono, perché colà troverai la sintesi dell’uomo e la spiegazione d’ogni sua apparente stranezza, e il tuo labbro si farà serio tosto.

Certo, sono diventato loquace per ciò solo che non diffido più della mia lingua. Se quando potevo parlare non osavo intrattenermi teco d’altra materia meno esatta che non fosse la nostra scienza, credi che la ragione di ciò non è da ricercarsi in nessuna titubanza o in nessun disdegno ch’io m’avessi di confidarmi teco, anzi la mia natura mi ha sempre spinto all’espansione fino dagli anni più teneri. Mi astenevo solo perché m’è sempre parso che la parola dovesse molto o poco travisare l’intenzione dell’affetto, e per omaggio all’affetto stesso frenavo lo slancio interno che mi trascinava ad espandermi. La vergogna dell’arrischiare, parlando, di commovermi più che non s’addicesse a filosofo, mi tratteneva anche. Fin da quando compresi d’esser uomo, mi studiai di raggiungere quella forza morale che Confucio chiama l’irremovibilità del cuore, e in parte, a prezzo d’angoscia, la conquistai. Fin da quando lessi in Mencio che Kao-tse non si lasciava scuotere da emozione alcuna, mi studiai di possedere così solenne impassibilità. Io so fin dove posso paragonarmi a Kao-tse.

Molte, anche fortissime azioni so di potere pacificamente compiere; altre poche e in apparenza semplici, no. Pure fin che avrò vita lotterò contro me stesso come un ginnasta e trionferò di codeste ultime fiacchezze per le quali a volte mi giaccio.

Fu una di queste fiacchezze la fatale occasione della vertigine che mi colse il dì della nuova luna, mentre stavo calcolando sulla tavola d’avorio, in presenza tua e d’altri miei colleghi e discepoli e del venerabile Kung-sie, l’altezza dell’obelisco di Wei. Ti rammenti che in quel calcolo vi fu un punto in cui io volli generalizzare le mie dimostrazioni a tutte le forme trapezoidali? Ti rammenterai anche, o Meng-pen, che dopo aver disegnato col carbone tre lati d’un trapezio, mentre stavo tracciandone la base, dicendo queste parole:—il trapezio, come sapete, è una figura piana di quattro lati ineguali, due dei quali sono paralleli…—mi turbai un poco, e quando soggiunsi:—benché lo trapezoide differisca dal trapezio…,—svenni; poi mi ridestasti mutolo.

I medici hanno ricercata la causa della mia malattia nel sangue, e credo che abbiano ragione; e so anche di certo che questa infermità mi sarebbe un dì o l’altro capitata per la gravezza dei miei anni; ma so pure che non la causa, ma l’occasione per la quale mi accadde ciò, fu il trapezio.

Sappi dunque, mio dilettissimo Meng-pen, che in mezzo secolo ch’io ammaestro le generazioni nelle matematiche, non ho mai potuto descrivere un trapezio senza confusione dei miei spiriti vitali.

Se alzo gli occhi dalla carta vedo che Meng-pen mi osserva con meraviglia e quasi con incredulità e alterna lo sguardo or sulla mia scrittura or sul mio volto per tema ch’io vaneggi. Onesto Meng-pen, rassicurati. Se ti fosse noto un segreto della mia giovinezza, ti sarebbe manifesta l’origine di quella ubbia strana del trapezio, ubbia che ora soltanto incomincio a domare appunto perché provocò in me una crisi violenta.

Tranquillizzati, amico; penetro nel desiderio che mi nascondi e lo trovo concorde al mio. Nessuno è degno più di te di fiducia. Ti ho insegnato tutte le scienze che possiedo. Sei giunto alla maturità della ragione, sai osservare, discutere, ascoltare, entrare ed uscire secondo il libro dei riti. Tu sacrifichi la tua giovinezza alla mia vecchiaia, la tua salute alla mia infermità; è troppo giusto che tu sappi una avventura che a questa infermità pare strettamente legata.

Quante ore mancano alla cena?

Sta bene. Chiudi l’uscio a chiave. Riaccendi la lampada del thè. Porgimi la cartella di lacca. Avvicina lo scranno di bambù che sta davanti il terrazzo. Siedi. Io scriverò sulle mie ginocchia; ti permetto di appoggiare la testa sul dorso del mio seggiolone; potrai scorgere così più agevolmente i caratteri.

Leggi attento. Incomincio.

L’anno della grande carestia io era, nella provincia di Tsing, un fanciulletto di sette palmi d’altezza. Mio padre era morto e la mia brava madre s’affaticava, colla coltivazione di tre camperelli, a sostentarmi. Ma la crudeltà della terra infieriva e il governo, più crudele ancora, esigeva dall’affamato agricoltore l’integralità del tributo. Il popolo precipitava ogni giorno in miseria più cupa. I figli adulti non potevano più mantenere i loro vecchi padri, le madri dovevano abbandonare alla fame i loro piccoli bimbi; le famiglie disperse migravano per le quattro parti dell’impero in cerca di vita. Ogni germinazione pareva spenta, isterilivano i semi e le corolle. Nulla più nasceva, tutto moriva. Il mercante di bare, che specula sulla morte, ammassava tesori, ma un sacco d’oncie d’oro valeva meno d’un sacco di riso. E vi fu un giorno che anche i funerali parvero superflue cerimonie. I mesti riti sacri a Confucio ed a Mencio stettero negletti per lunghi mesi. Nella città di Tsing più di mille tra vecchi ed infermi si precipitarono dalle mura per sottrarsi alla fame. L’inverno s’avanzava. Io intanto saltavo attraverso i campi, m’arrampicavo sulle piante ischeletrite senza foglie e senza nidi, m’esercitavo al bersaglio colle pietre, colle freccie, colle frombole. Mangiavo tutte le mattine un ping di riso bollito e tutte le sere un pezzo di pasticcio di miglio. Ma un giorno vidi, attraverso l’uscio socchiuso che metteva nel granaio, vidi mia madre curva su d’un sacco mezzo vuoto. Essa teneva nella mano destra una piccola misura di quelle che chiamiamo chao, la immerse quattro volte nel sacco e tre la estrasse piena di grano, la quarta non raccolse che poca polvere. Quando la buona donna si voltò, vidi che piangeva; fuggii senza ch’essa si fosse avvista della mia presenza. Per tutto quel giorno e il giorno appresso, mia madre, muta, pareva occultasse un orribile dolore. Il terzo dì, dopo essersi assentata per qualche ora da casa, rientrò in compagnia d’un uomo vestito da marinaio europeo. Mi chiamò; poi, mostrandomi allo straniero, disse:—Ecco il mio unico figliuolo; ha nome Yao; gli ho insegnato a leggere e a scrivere; è snello e robusto come un leopardo, ed ha anche l’appetito d’una piccola fiera, ma d’una fiera buona, paziente e saggia.—C’erano nelle parole della mia povera madre certe interruzioni, certi brevi silenzi angosciosi. Poi, rivolta a me, disse:—Yao, questo Koo, questo mercante, ha un bastimento pieno di biscotti e di miele, un grande bastimento che viaggia sul mare. Tu lo seguirai,—soggiunse,—diventerai un valoroso navigatore, mentre io mangerò sola i tuoi ping di riso e i tuoi pasticci di miglio.

Poi, rivolta al mercante, gli disse col più tenero accento della supplicazione:—E perché non mi sarebbe concesso di accompagnare mio figlio? potrei rattoppare le vele della nave, medicare i malati; sarei utile, paziente e coraggiosa.

Il Koo rispose scandendo le sillabe in modo bizzarro ed aspro:—Non voglio donne a bordo.

Mia madre, rassegnata, tolse allora da un armadio, che rivedo ancora nella memoria tal quale, tolse una borsa di pelle e la consegnò al mercante con queste parole:—Ecco la somma pattuita: cinquanta oncie d’oro. Intendo comperare con questo denaro una fibra viva del vostro cuore pel mio piccolo Yao. Ho messo dieci anni ad ammassare le cinquanta monete che state contando.

Poi dallo stesso armadio quasi vuoto (e alcuni mesi prima era pieno di molti cibi buoni e dolci) tolse un libro legato in seta (il libro che in questo momento giace sul mio scrittoio, nel secondo scaffale) e me lo diede e disse:—A te, figlio mio; in questo volume ho raccolti e cuciti colle mie proprie mani il Lun-yu, il Ta-hio e il Tsiung-yung. Ti ho insegnato a dicifrare i nostri antichi caratteri a ciò tu potessi un giorno leggere questo sacro libro, la cui sapienza profonda ambivo spiegarti io stessa verso a verso; ma le calamità della terra mi vietarono una tal gioia. Poiché tu possa continuare a vivere, è necessario che tu ti separi da me. Tutte le volte che leggerai qua entro, fa di rammentarti di tua madre.

Io piangevo, essa piangeva; eravamo avvinti in un bacio.

A un tratto il Koo guardò l’orologio, mi afferrò la mano, mi strappò dalle braccia materne gridando:—È tardi.—Mi trascinò seco. Giunti al limitare dello squallido orto, scendemmo giù per la vallata finché giungemmo alle sponde del Fiume Giallo. Avevamo corso ben mezza lega quando salimmo in un sam-pan a sei remi. Io mi accasciai sotto la prua con minore coscienza di me medesimo che se fossi stato una pietra. I remiganti batterono le onde. Il sonno pesante dell’angoscia piombò sulle mie palpebre. Quando mi destai ero a bordo d’un immenso vascello galleggiante su d’una immensa pianura immensurabile che mi pareva un universo d’acque, e mirai per la prima volta, esterrefatto, il mare.

Il mio stupore fu sì forte che dimenticai mia madre finché il sole s’ascose sotto all’orizzonte.

L’infanzia, savio Meng-pen, è un canto vago, incompreso mentre vibra, che diventa chiaro più tardi nella memoria.

Le soluzioni di molti oscuri problemi della mia fanciullezza non mi si rivelarono evidenti che quando divenni adulto.

Nei primi giorni ch’io navigai sul vascello di quell’uomo crudele che mi strappò dal bacio materno, non pensai di esser vittima d’un gin-mù, d’un mercante di schiavi, d’uno di quelli che la timida ironia del popolo cinese chiama pastori d’uomini.

Vissi fidente fra le mani di colui, perché mia madre mi ci aveva posto. Ma una idea mi preoccupava: non avevo ancora gustato né visto i biscotti ed il miele, di cui, come mi aveva detto la madre, doveva esser carico il bastimento.

Un giorno, mentre la maggior parte dei marinai erano immersi nel sonno delle ore meridiane, fui tentato d’andare a scoprire il sito ove dovevano essere nascoste le dolcissime ghiottonerie che mi erano state promesse. Il denaro che mia madre aveva dato per me al capitano, mi costituiva nella mia coscienza il diritto di una tale esplorazione.

Scesi quatto quatto la ripida scaletta che metteva capo alla stiva della nave. Giunto al fondo, mi trovai in mezzo ad una folta penombra, che più avanzavo e più l’oscurità si faceva cieca. Mi posi carpone per non incespicare fra le gomene che ingombravano il pavimento. Camminavo così, timido e cauto come un gatto che intraprende qualche pericolosa avventura.

La tolda sul mio capo era muta, indizio che nessuno si moveva sul ponte. Mi feci coraggio e spinsi la mia esplorazione in dritta linea fin che m’arrestò una parete. Palpai davanti a me fra le tenebre, e indovinai una porta. Il mio dito mignolo s’incastrò in una fessura, lo estrassi e in sua vece posi l’occhio. Attraverso quello spiraglio non vidi che ombra. Pure sapevo che in quell’ombra doveva celarsi il dolce carico del bastimento.

Sperai che a forza d’aguzzare lo sguardo la pupilla dovesse abituarsi a quell’ombra e diradarla. Infatti, dopo qualche minuto un torbido barlume mi rissensò l’occhio. Con l’avida curiosità di un fanciullo goloso che sta spiando un mondo di ghiottonerie, stetti immobile a contemplare ciò che non discernevo ancora. Tutto il silenzio ch’è possibile in mare regnava in quella stiva.

Più guardavo attraverso lo spiraglio e più il barlume aumentava. Poco a poco mi parve che l’ombra quasi vinta si condensasse tutta da un lato in istrati orizzontali e, condensata, assumesse corpo, ma corpo vero e quasi profilo, anzi vero profilo e forma d’uomo.

Prima vidi una testa negra come la caligine, una testa dai capelli lanosi e dalle grosse labbra, poi un torso che respirava affannosamente, poi due ginocchia tremanti; le braccia non vidi; parevano legate sotto la schiena. Quel corpo era disteso sul suolo.

La curiosità della gola aveva fatto posto nel mio animo ad un’altra curiosità assai violenta, quella della paura.

Spesse volte il vero piglia gli aspetti dell’allucinazione. Mi sembrò repente che quel corpo legato e disteso si riflettesse dieci o dodici volte collo stesso profilo e collo stesso atteggiamento, quasi ripercosso nei cristalli di due specchi neri.

Il mio sguardo fuggì atterrito all’opposto lato della stiva. Lì altrettanti corpi di color giallo giacevano stesi in senso inverso, con le piante contro le piante dei primi. Senza l’anelito dei petti li avrei creduti cadaveri.

Ma una fulminea staffilata che piombò sulle mie spalle, mi strappò subitamente al mio terrore e mi rinfrancò lo spirito inorridito.

Dietro di me stava una irosa figura che teneva una lanterna accesa con una mano e una scuriada con l’altra. Riconobbi il pastore d’uomini.

Quando, come adesso, rievoco nella memoria quell’attimo feroce in cui sentii piombare sulla mia schiena la sferza del gin-mù, penso che quello fu l’attimo decisivo e capitale del mio destino, l’impulso primo che inflisse al mio spirito quel moto particolare del pensiero che vien detto, fra gli uomini, carattere, e che è quasi uno stile dell’anima.

Da quel momento la mia vita s’è divisa in due epoche, dirò più, in due ere morali: prima della staffilata del gin-mù; dopo la staffilata del gin-mù. Ma qui permetti che ricorra ad un’immagine. Sai che per le salme degli Tsing si estrae dal più ardente veleno una goccia di balsamo che, appena infiltrata nel cuore del floscio cadavere imperiale, lo irrigidisce, lo trasforma in macigno incorruttibile. Alla stessa guisa mi parve d’essere stato, io vivente, tramutato dallo staffile del pastore d’uomini.

Pure il minuto che seguì immediatamente il colpo non te lo saprei descrivere; lì c’è una lacuna nella mia memoria.

Dopo il momento ch’io rimasi rattrappito nel più profondo della stiva, sulla soglia tragica che ti scrissi, con due violenti fulgori sul volto, la luce della lanterna e lo sguardo del gin-mù, la mia rimembranza s’estingue. Mi ritrovo poi immobile, placido, imperterrito a cavalcioni della più eccelsa antenna d’artimone, dominante il mare. Come io fossi saltato sulla tolda e arrampicato sull’albero maestro, non lo rammento. Ma so che il piccolo Yao, che prima se ne stava accovacciato fra le tenebre, non era più quello stesso che s’ergeva librato fra le sartie della nave, col sole nelle pupille e colla fronte al vento. La mia mente pareva essersi sollevata col mio corpo fra quelle libere altezze, sentivo trabalzar il mio cuore con rapidi e fierissimi slanci, come se la sferzata di quel manigoldo avesse mosso nel mio petto un meraviglioso palèo. Il senso della dignità offesa è più delicato e più puro nel fanciullo che nell’uomo, perché in quello il risentimento è più ingenuo e lo sdegno prodotto dalle tracotanze umane più nuovo. Aggiungi a ciò che fin dalla tenerissima infanzia ebbi la coscienza di possedere un sentimento di giustizia irresistibile, sentimento che m’accompagnò per tutta la vita.

La giustizia apparve sempre nel mio pensiero esatta, evidente come una verità tutta fisica. Quando nella mia età matura incominciai a studiare le matematiche, un diritto leso ripugnò alla mia coscienza nello stesso modo che un calcolo errato al mio intelletto.

Riabilitare il diritto o correggere il calcolo, era per me tutt’uno e mi trovavo formidabilmente spinto verso le vendette da un chiaro e calmo principio scientifico. Attacco e difesa, azione, reazione, angolo percosso, angolo riflesso, identici assiomi che dimostravano lo stesso vero sotto vari aspetti. Il dubbio, il mistero, tutto ciò che è vago e indefinito, fu sempre contrario all’indole mia; non ho mai potuto sopportare a lungo un aspetto, un problema insoluto, una menzogna; s’agita in me un vasto bisogno di constatazione. Ho sempre odiato le tenebre e le fantasie dei romanzi; ho avuto sempre paura dell’ignoto, del noto mai. Ecco perché spiante nell’ombra allo spiraglio della stiva, intravvedendo la bieca fantasmagoria di martirii che ti accennai, tremavo; quello era l’ignoto. Ecco perché la sferzata precisa ed evidente del pastore d’uomini mi aveva ridonata la calma e colla calma la forza.

Placido sull’antenna, pensavo; pensavo che quella mia discesa nella stiva era stata giusta e saggia, perché ne avevo dedotto la certezza che quel gin-mù ingannava mia madre. Il carico di schiavi l’avevo visto co’ miei occhi; nessun’altra mercanzia apparve né sotto né sopra il ponte. Sentivo d’essere caduto in potere di un feroce nemico, e fanciulletto e solo, provavo il bisogno di difendermi, di armarmi, di conquistare le nobili forze del corpo e della mente, tanto più che difendendomi mi pareva di vendicare mia madre. Sotto i miei piedi penzolanti nel vuoto vedevo l’equipaggio della nave muoversi, affaccendarsi; tutta quella folla mi sembrava ostile. Compivo in quel giorno undici anni; mi rammento di aver fatto questo computo.—Undici anni!—pensai con orgoglio, e levando il mio berretto marinaresco dal capo, mormorai gravemente come compiendo un voto sacro:—Sii tu il mio Kuan, il mio berretto di virilità; sono uomo!—E mi ricoprii fieramente la testa. Anticipavo così di nove anni la tradizionale imposizione del Kuan e m’ero consacrato uomo da me stesso.

La luna spuntava sull’orizzonte e l’aura del giorno non era ancora scomparsa. Io rimanevo sulla mia antenna, immerso nelle brezze marine co’ miei pensieri. A un tratto, nel torcere gli occhi in giù, vidi un non so che di bruno che s’arrampicava sull’albero maestro con maggior sveltezza e rapidità che una scimmia. Un attimo dopo riconobbi un fanciullo bizzarrissimo nel volto e nelle movenze, il quale cavalcava già l’antenna accanto a me.

Appena ch’egli ebbe inforcata l’antenna di fronte a me, quel fanciullo ed io ci guatammo come due esseri di razza contraria che si vedono per la prima volta; attoniti, serii, faccia a faccia e muti.

Per un istinto tutto bambinesco di vanità e di difesa misurai collo sguardo le nostre due stature. Le punte de’ suoi piedi, penzolanti nel vuoto, giungevano al malleolo de’ miei ed i suoi occhi non arrivavano al mio mento. Arguii, dunque, con tacita compiacenza, che sul suolo io sarei stato d’un palmo e mezzo più grande del mio aereo compagno. Il suo corpicino snellissimo s’agitava tutto senza posa, come uno di que’ vibrioni d’acqua che vivono in una oscillazione perenne, e la mobilità del suo volto era anche più rapida che quella delle sue membra. Le sue chiome apparivano più nere e più lucide di questo inchiostro col quale scrivo, e prolisse e pendenti e attortigliate come le corde che sopravvanzano dalla testa delle nostre citàre. Di quei capelli foltissimi nessuna parte era rasa; il vento li scuoteva dolcemente di qua e di là, come una pianta di zonarie marine dondolante nell’onda. La sua pelle aveva il colore dell’oliva acerba e sotto i pori sembrava gli traspirasse anche l’untume dolce di quel frutto. Quella testina livida e ardente pareva impregnata d’un balsamo oleoso; il mio sguardo scivolava su di essa senza potersi arrestare a nessun punto, tanta era la instabilità del fanciullo. Fra un guizzo e l’altro del suo volto, lo potei mirare negli occhi, neri così che mettevano raggi come due carboni elettrici, raggi intermittenti ed acuti. Tutto quel corpo era un magnete. Si pensava, a vederlo, che una elettricità più che un’anima lo vivificava. Benché io, giovanetto, a quell’epoca non conoscessi ancora le leggi di certi fenomeni fisici, presentivo che se avessi avvicinato un mio dito alla fronte di quel fanciullo, ne sarebbe scaturita una scintilla. Non credevo allora, come non credo oggi, alle cose soprannaturali; pure una strana inquietudine m’agitava accanto a quella bizzarra creatura d’aspetto fantastico. Oltre gli occhi, altri due punti su quella figura brillavano: i denti fulgidissimi e una piccola moneta d’oro che gli penzolava sul petto nudo. Vestiva una zimarra bruna e sdruscita e squarciata in mille modi e ridevolmente amplia che, sbattuta dal vento, gli svolazzava d’intorno, spandendo al cielo un’allegria di brandelli scossi.

A un tratto egli scoppiò in una sonora risata e con intensa curiosità indicò la mia coda, che fin da quegli anni avevo bellissima, e che dalla sommità del cocuzzolo sfuggendo di sotto al berretto, pendeva lunga lunga e solenne.

Io, a quello scroscio di risa, rimasi muto, immobile e un poco offeso.

L’altro allora incominciò a parlarmi un idioma armonico e strano che non avevo inteso mai; il suo accento terminava come interrogandomi. Quella voce mi penetrava nell’udito così soave che il mio sdegno nascente scomparve e fece luogo a un moto primo di simpatia.

Le cose ch’egli mi chiedeva pensai che dovessero essere, senza dubbio, argomenti di affettuosa inchiesta. Mi immaginai ch’egli mi domandasse, non so perché, di mia madre. E fermo in questa supposizione, risposi con tutta semplicità nel mio linguaggio:—Mia madre è una povera Kùa! (vedova).

A quelle parole il fanciullo fu colto da una frenetica ilarità. Strillò sghignazzando:—Ah! Kùa! Kùa! Kùa! Ah! Kùa! Kùa!—capitombolando sull’antenna più svelto d’una girandola. Poi fra le vociferazioni e le risate si lasciò piombare colla testa all’ingiù, si abbrancò ad una fune, e scivolò così capovolto fin sul ponte, più ratto di una pietra e più leggiero d’una piuma; e scomparve.

Io rimasi ancora sull’antenna, sorpreso, meditabondo. L’apparizione di quel fanciullo, là sulle alture dell’albero maestro, fra il cielo ed il mare, mi aveva scosso, né arrivavo a immaginarmi da dove poteva essere sbucata quella pazza creatura che non avevo veduta mai prima d’allora sul vascello.

Intanto il vascello correva gagliardo, la vela sotto di me si gonfiava maestosamente piena d’aria. S’era fatto notte. Lungo il mio corpo vidi repente scorrere un lume che si fermò alla cima dell’albero; era la lanterna del bastimento. Il rintocco d’una campana annunciò la cena della ciurma e discesi sul ponte.

Diletto Meng-pen, l’occhio tuo diligentissimo ha seguito fin qui i preliminari del mio racconto, troppo, forse, lentamente svolti dalla mia penna. Perdona all’involontaria prolissità d’un vecchio che ritorna col pensiero sui più giovani anni della sua vita. Mille particolari del passato si presentano alla mia mente che li coglie come se ti favellassi, e dimentico che scrivo e che tu leggi accanto a me le diffuse parole che vado delineando. Ma di questa prolissità minuziosa esiste (lo temo e lo sento confusamente), esiste anche una causa volontaria in parte.

Questa causa sta nel ribrezzo che provo d’avvicinarmi a quella stessa catastrofe la di cui narrazione è lo scopo di questo racconto. Mentre mi soffermo qua e là nello scrivere, osservando e dissertando allontano dalla mia penna e dal mio pensiero l’incontro dell’ultimo avvenimento verso cui fatalmente s’avvia questa mia storia. E appunto nella esposizione di quella catastrofe, più assai che altrove, mi converrà adoperare tutta l’arte della più minuta e scrupolosa analisi.

Ma il tuo volto atteggiato ad espressione di nobile pazienza mi conforta a ripigliare il mio tema.

Dopo ch’io m’imbattei sull’antenna con quel fanciullo bizzarro che ti descrissi, non passò ora che non fossimo insieme. Egli, nei dì anteriori era stato rinchiuso dal suo padrone in una cabina del bastimento per castigo di non so più quale colpa.

Ecco perché non l’avevo mai scontrato sul ponte nei primi giorni della navigazione. Quel fanciullo esprimeva colle riflessioni della fisionomia, colla vivacità dei gesti e col modular dell’accento tutto ciò che, in sulle prime, il suo barbarico gergo aveva d’incompreso per me. Egli parlava un misto di latino e d’orientale, e la sua nazionalità era ibrida più che il suo idioma. Apparteneva a una schiatta di popoli errabondi, senza patria e senza nome, o, per dir meglio, di più patrie e di più nomi. Sul ponte egli esilarava la ciurma che si componeva di marinai di vari paesi; alcuni lo chiamavano, sorridendo, Tartaro, altri Pharaòhnepek; gli americani lo battezzavano per indiano nero, Hind-Kales; gli olandesi lo qualificavano Heidene (idolatra); parecchi gli dicevano sorridendo gypsi, parecchi altri gitano o zingaro.

A tutti questi appellativi diversi egli rispondeva indifferentemente. Ma quando alcuno lo richiedeva del suo vero nome indicante la sua propria personalità, il piccolo zingaro denudava il suo braccio sinistro e con un gesto grazioso e solenne poneva l’indice della mano destra su d’un tatuaggio che ornava la gagliarda curva del suo bicipite, e pronunciava la parola Ramàr, secca, sonora come due colpi di tamburo. Ramàr ed io diventammo amici prestissimo. Io capivo i suoi gesti, egli arrivò in poco tempo a intendere le mie parole. Gl’insegnavo la lingua chinese con un sistema assai semplice. Mettevo, per esempio, la mano al posto del cuore e articolavo la parola sin (cuore), ch’egli ripeteva ridendo; oppure allungavo le palme e dicevo tsci, oppure additavo l’azzurro e dicevo (cielo). Questi ammaestramenti pareva lo dilettassero assai, perché sghignazzava ad ogni urto un poco aspro di consonanti come d’un effetto fonico ridevolissimo. La sua sfrenata gaiezza, ch’ei non sapeva contenere neanche in presenza delle cose più serie, mi era qualche volta uggiosa, forse perché contrastava fin d’allora coll’indole mia. L’instabilità di Ramàr m’indispettiva anche un poco e l’impeto delle sue parole, delle sue azioni e de’ suoi sguardi. Ramàr sconcertava la mia individualità nascente, e questa era senza dubbio la causa dell’uggia. Io, là, solo, senza soccorsi, migrante su d’un vascello che viaggiava per un paese a me ignoto; io disamato da tutti, disarmato contro tutti, stavo appunto in quei giorni raccogliendo i miei istinti per cingermi di forza e di difesa. S’operava entro me un lavorio morale simile in tutto a quello del baco da seta che fila il robusto suo bozzolo, ed ecco che quello zingaro spensierato, irriverente, leggiadro, confondeva l’opera mia.

Non mi perdonavo il fascino di curiosità ch’egli m’imponeva e dal quale non potevo sciogliermi.

Ricorrevo spesso alla lettura di Confucio per rassodarmi nelle mie aspirazioni, intuivo più che non capissi letteralmente le profonde massime dell’Invariabilità nel centro; l’anima di quel libro passava nella mia, quasi attratta da un elemento omogeneo. Dopo quelle letture sentivo la coscienza della mia superiorità e contemplavo Ramàr con affettuoso disprezzo. Quel povero fanciullo ignorava perfino il vero senso dei nomi di madre e di padre. Un giorno che io gli chiesi chi era suo padre, Ramàr mi mostrò un signore gigantesco, coi capelli rossi, cogli occhi celesti, un americano del Nord puro sangue, che passeggiava sul ponte. Compresi che Ramàr confondeva il nome di padre con quello padrone. Fin che fui sul vascello non potei raccapezzare nessun altro dato intorno alla condizione sociale del mio piccolo amico.

Quando io gli domandavo:—sai leggere? sai scrivere?—o qualche altra consimile domanda, egli mi rispondeva invariabilmente con uno stranissimo accento di convinzione:—Io so volare.

La stagione, che era piuttosto fredda al principio del viaggio, andava mano mano temperandosi. Mi pareva di essere balzato dall’autunno alla primavera. Ripensavo alle lune che avevano brillato sul mare durante la nostra navigazione e non riuscivo a computarne più di tre. Secondo i miei calcoli, dovevamo esser vicini al solstizio d’inverno, e il caldo aumentava. Questo fenomeno atmosferico m’inspirava meraviglia e turbamento. Tutto era enigmatico intorno a me, il vascello in cui viaggiavo, il gin-mù che lo guidava, il piccolo Ramàr, e l’aria stessa che respiravo e la meta verso cui ero rivolto. Il mio istinto di esattezza s’angosciava in mezzo tutta questa incertezza strana che componeva la mia vita, e mi ribellavo contro il mare, contro l’aria, contro gli uomini, tacitamente, ma con un gran tumulto di pensieri. Nessuno mi parlava tranne Ramàr, il quale pareva abbandonarsi spensierato su tutto ciò che gli sembrava ignoto o misterioso. Io avevo un solenne disdegno d’interrogare gli altri su tutte le cose gravi che non capivo; volevo indagare, indurre, dedurre, scoprire tutto da me. Questo sistema era senza dubbio il più dignitoso per non intender nulla, ma non il più spiccio per arrivare al fondo degli arcani che mi agitavano.

Pure sentivo che quella vita di mare non poteva essere che passeggiera per me, e benché mi rammentassi quelle parole di mia madre:—Diventerai un grande navigatore,—pensavo che l’arte marinaresca non sarebbe stata il mio destino, dacché nessuno s’occupava ad istruirmi in quella, né il gin-mù esigeva da me fatica di sorta sul vascello, e da ciò mi risultava ancora più evidente l’inganno in cui doveva esser caduta la madre. La madre! ed allora mille incertezze assai più crudeli mi assalivano e pensavo:—Quella affettuosa donna mi allontanò dalle sue braccia per causa della carestia che infieriva; mi salvò così dalla fame; diede il suo oro per salvarmi, quel poco d’oro che essa aveva raccolto con tanto sacrificio di lavoro e di astinenze: il pericolo dunque doveva essere estremo, la necessità ineluttabile. Dunque, se mia madre sofferse ch’io mi distaccassi da lei, è segno che vivere in due non si poteva; fuggire in due, neanche; ma essa?—E mi si parava davanti alla memoria, terribile, il granaio deserto e quegli ultimi ping di riso misurati dalla povera donna piangente. Una deduzione orrenda sorgeva sempre alla fine di questi pensieri. Allora, per isfuggire dallo sguardo degli uomini, salivo al mio rifugio, l’albero maestro, e mi sedevo non più sull’antenna, bensì sulla cima stessa dell’immenso pino, come un augello che più sale volando e più si salva. Quando l’angoscia persisteva, quando quella immersione nell’azzurro non bastava a calmarmi, afferravo colle mani la punta dell’albero e mi abbandonavo con tutto il corpo penzolante a seconda del vento e rimanevo così finché le forze me lo permettevano. Quella stiracchiatura di muscoli violenta distraeva l’ansia del pensiero.

Spesso Ramàr, che mi vedeva dal ponte e che credeva ch’io facessi per giocare, mi raggiungeva. Allora s’incominciava una sequela di evoluzioni ginnastiche stranissime, portentose, egli ridente, io piangente quasi ed in preda ad una specie d’esasperazione nervosa. Ciò che mi affascinava in quelle evoluzioni altissime e pazze era l’imminenza del pericolo. I marinai sul ponte ci ammiravano beffandoci. Un giorno m’accadde di compiere una prodezza che mi valse, per così dire, il loro rispetto.

Quel giorno io me stavo accovacciato presso la bussola, studiando le oscillazioni dell’ago magnetico, quando mi scosse un gaio vociar della ciurma. Mi avvicinai ad un crocchio di mozzi; costoro guardavano in alto qualcosa che destava la loro curiosità. Era uno di quegli uccelli gialli di montagna che noi chiamiamo mièn-man, smarrito non so come nei deserti del mare; s’era posato sull’albero di prora, stanco, sfinito, immobile. La ciurma proponeva un premio a chi avrebbe atterrato quell’uccello. Il gin-mù, a cui, in quel dì, sorrideva l’umore, permise la gara. Si caricarono i fucili, la mira appariva difficilissima per la piccolezza del mièn-man e per l’altezza ove posava. Tutti tirarono e sbagliarono il loro colpo. Ad ogni fucilata il mièn-man fuggiva dall’albero con ala incerta, girovagava per l’aria, poi, spossato, si riduceva sul primo appoggio. Dopo l’ultimo colpo io corsi a cercare la mia frombola che avevo portato meco, la armai d’una grossa palla di piombo e mi posi nell’atteggiamento di chi compie un calcolo mentale, fisso coll’occhio al mio bersaglio. I marinai, il gin-mù e il padrone di Ramàr mi contemplavano ironicamente. Convien qui notare che il colpire colla frombola un bersaglio piccolo, alto e lontano è ardua impresa per i più esperti, giacché la parabola del proiettile varia secondo il peso e lo slancio. Pure, dopo due giri di corda, feci scattare la palla ed il mièn-man cadde morto in mare. Un applauso scoppiò dalla ciurma. Io vinsi il premio, che era una moneta d’argento.

Il padrone di Ramàr mi pose la sua poderosa palma sulla spalla in segno di approvazione; poi s’allontanò sollecito col gin-mù a fianco.

Il giorno dopo di quel fatto, all’alba, vidi una linea biancastra all’estremo dell’orizzonte sul mare, lontanissima, immobile. Vidi poi a poco a poco questa linea ingrossare da un lato, diminuire dall’altro. Percepii alcuni vaghi contorni di montagna. Era la terra, e quale terra? Lo ignoravo; pure m’invase una gran gioia. La terra mi rappresentava una meta qualunque e ciò mi bastava per rasserenarmi. In quella meta io costruivo già le mie speranze, i miei progetti.

Il vento ci spingeva verso la costa con una rapidità prodigiosa. Un paese incantevole s’offerse ai miei occhi verdeggiante, luminoso. Una piccola città appariva sulla spiaggia; i marinai la segnavano col dito dicendo la parola Callao. Poco dopo ci trovammo alla foce di un gran fiume che si chiamava Rimàc. Questi nomi risuonavano stranamente al mio orecchio. Ci mettemmo nel fiume a vele sciolte, navigando fra due spalliere di colli meravigliosi. Verso il cader del sole apparve sulla spiaggia immensa del fiume una strana città, rosseggiante come le nubi del tramonto che infocavano l’orizzonte. Le sue case parevano tinte di sangue. Era Lima. Quel paese si chiamava Perù.

Nella confusione dei marinai e dei mozzi che preparavano il vascello per lo sbarco, il gin-mù mi chiamò, mi prese per mano, poi mi condusse davanti al padrone di Ramàr dicendogli:—Sir William Wood, ecco Yao.

Un’ora dopo percorrevo le contrade di Lima col piccolo Ramàr, condotti entrambi per mano del gigantesco sir Wood.

Attraversammo un largo viale costeggiato da salici e da aranci; poi ci mettemmo per una immensa piazza nel cui mezzo appariva una colonna di bronzo; su questa colonna s’ergeva una statua mirabile per la solennità del suo atteggiamento. Non potei trattenermi dal dire a Ramàr, sottovoce, accennando alla colonna:—Ventidue piedi di altezza.—Sir William che m’aveva udito, mi chiese:—Come fai a saperlo?—Io risposi:—Gli occhi sono le due punte del compasso mentale.—Poi drizzando il gesto alla statua, esclamai:—La Gloria.—-Quella statua impugnava una immensa tromba e dalle fiere gote pareva che vi soffiasse dentro uno spiro possente. Dal padiglione della tuba sgorgava una cascata d’acqua perpendicolare, che si raccoglieva in una vasca, a’ piedi della colonna. Io, pur camminando, non istaccavo gli occhi da quel bronzo effigiato e lo ammiravo e m’aggiravo già col pensiero nei forti sogni dell’orgoglio. Lo scroscio di quella fontana percoteva l’aria come un grido incessante di trionfo; io pensavo:—Se quella fontana non inaridisce mai, l’artefice che la ideò conobbe realmente il concetto della vera gloria.—Sentivo il bisogno di dare al mio nome il rimbombo continuo di quell’acqua. Interrogavo l’animo mio: la nuova terra che calpestavo, aveva ridestato in me quella personalità che s’era un poco assopita in mezzo alla vaga immensità del mare. Il mio individuo intellettuale e morale ringagliardiva tutto al contatto del suolo, come una fronda. Stringevo sotto l’ascella, gelosamente, Mencio e Confucio. Mi passava per la memoria un capitolo del Lun-yu, dove è scritto:—Convien por mente alla professione che si vuole abbracciare; tutta la nostra esistenza s’informerà da quella. Lo scopo dell’uomo che fa delle freccie, è di ferire gli uomini; lo scopo di quello che fabbrica delle corazze e degli scudi, è d’impedire che gli uomini siano feriti.—Questo versetto, che ricordavo, mi dimostrava come lo scopo di tutte le opere umane sia beneficamente o maleficamente fatale. Sentivo la gravità di questa sentenza piuttosto dal punto di vista filosofico che dal punto di vista umanitario. Ferire gli uomini o impedire che sieno feriti, pensavo che erano due scopi opposti, ma non concedevo a questi due scopi una grave importanza per ciò ch’essi riguardassero gli uomini, ma per ciò ch’essi mi rappresentavano due moti elementari e contrarii delle facoltà umane.

Interpretato a questo modo, il versetto di Confucio mi appariva in tutta la sua chiara maestà, ed io già mi schieravo tra i feritori della parabola. Sì, ferire, cogliere nel centro con una freccia o con un’idea, una cosa o un problema, o un’occasione o un bersaglio, un astro, un cerchio, o il cuore di un mièn-man o il cuore di un uomo, era per me, fin d’allora, un solo fatto fisico, un solo fatto intellettuale. Il Centro (to tschiung): in questa parola sentivo spuntare la vocazione della mia esistenza. Ripetevo mentalmente queste parole del libro sacro:—Il giusto mezzo non è colto: il dotto lo oltrepassa, l’ignorante nol giunge. Oltrepassare il segno non è coglierlo.—Ma io lo coglierò,—soggiungevo entro me, e i miei pensieri affluivano tutti a questo ideale di giustizia e di moderazione con accanimento feroce.

Lima si avvolgeva già nella penombra della sera; io, Ramàr e sir William, dopo aver lasciato dietro le spalle la plaza mayor e quattro o cinque contrade, ci trovammo in una grande spianata. In fondo a questa ergevasi un immenso edificio circolare. Sir William Wood dirigeva i nostri passi verso quell’edifizio. Io continuavo il corso delle mie meditazioni. Ignoravo perché la mia piccola mano era congiunta al pugno colossale dello strano personaggio che mi guidava, e dov’egli mi guidasse ignoravo anche, né mi degnavo di chiedergli com’egli fosse subentrato al gin-mù ne’ miei destini. Sentivo che il mio passo era schiavo del suo, ma l’ardita indipendenza delle mie aspirazioni mi rassicurava. Il mio piede correva ad una meta ignota, ma nell’anima mia si precisava sempre più la meta dei miei pensieri.

Il progetto della mia esistenza si disegnava esatto, saldo, nel mio cervello, e lo formulavo già in quattro parole:—Sarò un grande geometra.—Ma ci eravamo arrestati davanti al vastissimo ingresso dell’edifizio che stava in fondo della spianata. Parecchi immensi cartelli variopinti stavano appesi alle pareti. William Wood, che parlava un poco il chinese, mi disse allora (proprio mentre stavo pensando:—Sarò un grande geometra):—Ecco il mio circo e tu, Yao, sarai il mio giocoliere. Entriamo.

E qui, diletto Meng-pen, soffri che interrompa un poco la scrittura. Ho sete, porgimi una tazza di thè; piglia anche tu la tua, e supponi che mentre noi stiamo qui bevendo passino dieci anni sulla mia storia.

Il recinto nel quale io vissi dai dieci anni ai venti dell’età mia, è (dico “è” perché esiste ancora) un circolo perfetto, scoperto sotto la luce del cielo. Il suo diametro consta di 855 tsci; sulla sua circonferenza s’ergono alte mura, lungo le quali ricirculano tre ordini di scaglioni giganteschi, occupanti un punto del diametro, cerchi minori, concentrici, inchiusi nel circolo massimo. Il punto dove l’infimo scaglione degrada, dista dal centro 255 tsci e questo spazio, tutto libero e piano, è coperto da una certa rena, proveniente dalle sponde del Rimàc, fulgida e rossa perché mista alle scorie dell’oro e a molta parte di ferro. Ogni quarto di cerchio del semplice edificio che descrivo, era, a’ miei tempi, segnato da una immensa lettera dell’alfabeto latino, la quale serviva a contraddistinguere il sottostante ingresso, e quelle quattro cifre, A B C D, cooperavano non poco a rendere il maestoso circo simigliante a una figura geometrica, tracciata sull’altipiano di Lima come per un prodigioso teorema. Parecchie corde tese dall’uno all’altro emiciclo ne frazionavano l’area in guisa di tangenti, e da queste pendevano tre trapezi e sei parallele.

Quante volte, aggrappato ad uno di quei trapezi, alti 215 piedi dal suolo, stetti a meditare sull’enigma insolubile che ogni circolo rinserra, fin che mi coglieva la vertigine, non già dell’abisso materiale, ma dell’abisso scientifico, assai più profondo.

Tanto andavo compenetrandomi nel cerchio in cui vivevo, e da dove in dieci anni non escii neppur per un attimo, che mi pareva d’essere diventato un punto mobile di quello, agitantevisi entro e delineante coi passi mille angoli e mille curve matematiche. I principali assiomi della geometria mi si rivelarono allo spirito giovanetto solo nel percorrere quel ricinto immenso ch’era il Circo dei tori della città di Lima.

William Wood lo aveva preso ad appalto per un decennio, promettendo al pubblico peruviano una caccia di tori ogni quindici giorni e nei rimanenti dì del mese molte altre rappresentazioni minori. Egli aveva percorso la Spagna, l’Inghilterra, la Boemia, l’Africa, la China allo scopo di raccogliere i tori, i cavalli, gli uomini, le donne, le scimie che gli abbisognavano per la sua intrapresa, ed era riuscito a radunare una popolosa carovana di persone e di animali. Quand’egli, giunto a Lima, si trovò in possesso di tutta la sua baraonda, aperse il circo che prese la denominazione di Circo Wood, e divise i suoi spettacoli in grandi e piccole rappresentazioni. Le grandi rappresentazioni erano diurne, incominciavano prima del cader del sole, sotto la luce dello splendido cielo americano, ed erano caccie di tori, corse di barberi, assalti di fiere, fantasie orientali e incendi pirotecnici quando calava la notte. Le rappresentazioni piccole avevano luogo di sera, al coperto, in un padiglione provvisorio che si poteva erigere ed abbattere in poche ore, nel mezzo del circo ed ivi s’ammirava dal pubblico le pantomime, le prodezze dei volteggiatori, dei ginnasti, i lazzi dei clowns e cento altri minori trastulli.

O paziente Meng-pen, ti sarai già meravigliato indovinando ciò che ora sto per affermarti.

Sì, varie e spesso bizzarre sono le vie del destino. Io Yao-sse o Dottor Yao, come mi chiamano gli scienziati europei, io che ora scrivo e che porto il bottone di corallo sul berretto e sulla toga, presi parte alle piccole ed alle grandi rappresentazioni di William Wood nel circo di Lima.

In molte esatte piacevolezze ero destro. Alcune te ne citerò, se non t’annoio.

Solevo spesso comparire davanti al pubblico con sette campanelli di legno di sandalo fra le mani (di quelli che noi chiamiamo mu-to), intuonati variamente tra loro secondo le leggi musicali. Incominciavo il mio esercizio facendo balzare uno di questi campanelli in aria, per modo che giunto al sommo della sua parabola, col suo battocchio squillasse e ricadesse lieve nell’altra mano. Poscia ad uno ad uno rapidissimamente li facevo tutti girare, avendo cura di così avvicendarne il turno che insieme componessero il suono d’una vera melodia leggiadra. La cantilena che intercalavo più sovente nel mio artificio era quella nostra:

Kuan-tsin-tsi-Kuan

del Libro de’ versi, nobile tanto. Pure al pubblico molto non garbava, e se volevo finire il mio esperimento in mezzo ai più entusiastici applausi, dovevo ritornar sempre ad una volgarissima canzone spagnuola: la jotta aragonese.

Alle volte, invece del mu-to, erano cinque palle di spingarda che scattavano dalle mie mani come uno zampillo di fonte, mentre con una sfera di piombo assai grave, attaccata per mezzo d’un gancio alla mia tenacissima coda, descrivevo nel vuoto, dondolando placidamente la testa, un moto rotatorio orizzontale come un’immensa aureola che tagliava nelle sue intermittenze, il giro delle cinque palle, esattissimamente, senza mai trovare un inciampo. Più ancora che la precisione dei miei movimenti pareva al pubblico, la di cui maggioranza era composta di teste calve, meravigliosa la robustezza della mia chioma che roteava con tanta facilità un peso già forte da sollevarsi colle mani.

Intanto la mia celebrità s’aumentava di giorno in giorno e sui cartelloni del Circo Wood si leggeva scritto in lettere rosse, d’un cubito l’una, il nome di Yao che adescava la folla.

L’uomo s’acconcia presto alla propria gloria da qualunque parte essa gli venga, ed io mi stimavo già lieto d’essere lo scopo di tanta curiosità, il centro di tanti sguardi, la causa di tanta meraviglia e di tanto diletto.

Mi confortavo nella massima di Mencio che dice: “weï-kueï“, massima che un latino plagiò quando scrisse: “populus est prae omnibus mobilis“. Mi confortavo anche ripensando a ciò che Confucio racconta dei savi dell’antichità, “i quali mettevano la loro gioia nella gioia del popolo”, e non disperavo di far apprezzare un dì o l’altro ai miei spettatori la cantilena

Kuan-tsin-tsi-Kuan

del Libro dei versi, dignitosa tanto.

Applicavo la matematica alla ginnastica.

Analizzavo la forza di ripercussione d’un’asse inclinata, calcolavo il peso del mio corpo, stabilivo tre punti, come a dire tre angoli d’un triangolo ottuso colla base rovesciata. Spiccavo un salto dal primo angolo, cadevo sul secondo ch’era l’estremità elastica dell’asse, da dove rimbalzavo sul terzo, a 15 o a 20 palmi di distanza, giusta il calcolo fatto. Sotto il mio corpo, per tutto lo spazio del salto, facevo disporre molte lancie acutissime, sulle quali sorridendo trasvolavo. Il salto pareva prodigioso al pubblico, che attribuiva alla mia robustezza ed al mio ardimento ciò che era il risultato infallibile d’una legge d’angoli riflessi e di forze ripercosse.

Io avevo a quel tempo venti anni. Ramàr, snellissimo sempre benché ingrandito nel corpo, era un satellite de’ miei trionfi. Egli contava forse allora dieciott’anni. Molti celebri esercizi eseguivamo insieme. Uno fra questi era il giuoco delle freccie. E consiste, come già sai, nel lanciare molti strali lungo il contorno d’una persona addossata ad un tavolato, in modo che sul tavolato restino confitti, senza ferire il corpo offerto a bersaglio.

Ramàr, colle braccia e colle gambe nude, e stretto le anche e il torso in una maglia olivastra come la sua pelle, attendeva i miei colpi a 15 passi di distanza. Durante tutto l’esperimento quelle sue membra, sempre oscillanti, s’intirizzivano come davanti ad un gelo de’ miei occhi. Ci leggevamo nelle pupille: egli prevedeva sempre il luogo dove io stavo per ferire, e la stessa fermezza appariva nel suo atteggiamento come nella mia mira. Io disegnavo a punta di stile sull’assito ov’egli stava le linee del suo corpo elegante collo stesso paziente affetto col quale un dipintore ritrae l’immagine d’una persona amata.

Quando ogni contorno era marcato e Ramàr era ingombro di freccia sulla testa, ai piedi, al collo, sotto le ascelle, fra le dita, lungo ogni parte del suo corpo, egli si staccava gaiamente dal tavolato e partivamo insieme in mezzo ad un fragore d’applausi. Io dividevo con Ramàr volentieri le acclamazioni del pubblico, le quali del resto venivano a me più che a lui. Ma se su d’esso si riverberava la mia gloria, io sentivo nella vicinanza della sua persona un non so quale contatto di grazia e di formosità che nobilitava me a me stesso. Avevo sentito parlare di un re degli zingari che doveva essere eletto in quell’epoca, e pensavo che Ramàr avrebbe saputo essere quel re, giacché nessuno più di lui poteva mostrarsi in pari tempo più zingaresco e più regale.

Ma un dì giunse persona nel nostro circo (fu il giorno del solstizio d’estate, quarantatrè anni or sono) che staccò a poco a poco il bel Ramàr dalla mia gloria ed alla sua lo attirò. Questa persona fu una donna, una giovanetta andalusa, danzatrice, già attesa in mezzo a noi da molto tempo.

Questa giovinetta aveva una vaga età: sedici anni; e un bel nome: Ambra, ed essa era più bella de’ suoi anni e più vaga del suo nome. Appena apparve danzando, trionfò. Savio Meng-pen, chi non vide la donna europea, non conobbe la vera bellezza, e tu sei fra questi. Tu che ammiri pudicamente delle nostre dame i minutissimi piedi, tenui triangoli sui quali esse appena si reggono, sappi che l’andalusa aveva le piante minute così essa pure, ma per gentilezza della natura, non per arte crudele d’una nutrice. Ed erano liscie e soavi, un levigato avorio dall’amore stesso miniato, le dita che succedevansi con ordine armonioso di gerarchia dal robusto pollice al mignolo tenerello, morendo in curva d’ala; e come la lodola sui vanni picciolissimi altissima vola, così sui picciolissimi piedi Ambra volava. Era suo capriccio il tenerli nudi quando volteggiava sul dorso, pur nudo, del suo nero puledro. Un lungo pezzo di raso or cinereo, or ceruleo, or fosco le avviluppava le spalle, i lombi, le ginocchia fino ad una spanna dal malleolo; lì, perché la strettissima gonna non isvolazzasse, una fascia annodata la raccoglieva. Tutto quel raso scintillante aderiva alle forme d’Ambra come una di quelle foglie di lucido talco colle quali sono avvolte le nostre confetture di miele e d’aromati. Uno spiraglio di nudità scendeva dalla gola a mezzo il seno. Il suo volto pareva una fusione di pallido argento e la chioma d’oro fulvo sparsa in una miriade di trecce sottili, massiccie e sferzanti l’aria; gli occhi essa aveva di crisopazio, te lo affermo, o Meng-pen, di ametista viola, proprio viola (non sorridere a ciò che scrivo), ed erano dolci e cupi. Occhi come come quelli non vedrò mai più sulla terra. La bocca, perennemente chiusa, pareva non doversi aprire che al bacio e custodiva perle. L’uomo che su quella bocca divina posò una volta le labbra, dovette poi, se più non l’ebbe, per tutta la vita esser casto.

La stupenda fanciulla, forse per amor del suo nome, non s’adornava che di vezzi d’ambra. Come al raggio del sole si schiudono le conchiglie sulla spiaggia del mare, quando Ambra passava nel circo, le labbra degli uomini si schiudevano ammirando.

Fu questa la donna che mi rapì la dolce fratellanza di Ramàr.

Un giorno vidi sui programmi del circo il mio nome scritto, come sempre, in grandissimi caratteri; ma senza il nome di Ramàr, che da tanti anni teneva il suo posto immediatamente sotto il mio con lettere meno appariscenti, e lessi invece, più discosto, tre parole di lucid’oro collegate in una sola linea così:

AMBRA E RAMAR

Non t’accadde mai d’udir favellare i caratteri? Per me quei due nomi risplendevano non solo, risuonavano anche. Il mio orecchio percepiva fonicamente ciò che il mio occhio abbagliato leggeva. E andavo ripetendo: Ambra e Ramàr! Quell'”e” situato in mezzo ai due nomi sonava maligno e pareva più che una congiunzione grammaticale. Per una stranezza tipografica quell'”e” splendeva singolarmente, quasi fosse fra le cinque lettere d’Ambra e le cinque di Ramàr un centro luminoso, un punto focale di convergenze e di raggi.

Quanta affinità fra i due nomi! cinque cifre nell’uno, cinque nell’altro, bisillabi ambidue, e nell’uno e nell’altro una sola vocale, la più pura, la più umana, dominante e due volte ripercossa. Oh! come dolcemente preludiava quella vocale e cadenzava il nome d’Ambra! Con arte parimenti perfetta la più romoreggiante fra le consonanti vibrava al principio ed alla fine del nome di Ramàr. Una indistinta femminea soavità emanava dal primo, tutta la baldezza virile irrompea nel secondo; eppur l’uno parea composto coll’armonia dell’altro. Già i due nomi s’amavano nei loro bei caratteri d’oro. E il nome di Yao, tutto solo, se ne stava quasi reietto nella sua gloria.

Yao e Ramàr simboleggiavano parecchie profonde antitesi: il calcolo e l’intuizione, l’esattezza e l’audacia, la pazienza e l’impeto, la scienza e l’arte. Ambra e Ramàr una più profonda sintesi più sublimemente stavano per simboleggiare: la Bellezza e la Forza nell’armonia dell’Amore.

E due vere figure da simbolo parevano quando sui loro bruni corsieri entravano nell’arena avvinti in un plastico allacciamento. I cavalli, alteri del loro carco, incedevano con lenta violenza incurvando il collo e le zampe anteriori come archi tesi fino all’estremo. Il pugno possente di Ramàr tendeva colle briglie quegli archi pronti a scattare. A un tratto le briglie cadevano e i cavalli volavano scagliati nella rotazione della corsa, colle membra leggiere, distese, eleganti, furibonde, sfrenate, e incominciava il poema d’Ambra e Ramàr, poema più chimerico d’un sogno, pieno di emozioni terribili e vaghe. Io lo miravo dal di fuori dello steccato, confuso nella folla dei palafrenieri e dei clowns.

Quel poema principiava come una fuga e finiva come un trionfo.

Nei primi aggruppamenti lo zingaro e l’andalusa spiravano tanta ansietà d’orrore che parevano evasi dall’antro d’un drago. I nodi dello spavento avviticchiavano quei corpi e quelle anime. Lo zingaro guidava la fuga inginocchiato col ginocchio sinistro sul dorso del suo cavallo, premeva col piede la groppa dell’altro. L’andalusa si aggrappava al collo dell’ansimante Ramàr. I due puledri, lanciati a briglia sciolta, alternavano i loro valchi come due onde d’uragano; le loro brune criniere sferzavano il volto d’Ambra, più pallido di un’agonia, spume tenebrose; ed il plastico gruppo era ad un tempo equestre ed equoreo.

Io m’immaginavo, tanto il terrore tragico m’invadeva, di seguire coll’occhio non già una finzione mimica ricirculante intorno allo stesso cerchio, ma una vera fuga attraverso una distesa di terreni spaventosi. Ed erano deserti immensurabili percorsi in un baleno dai due fuggiaschi, o precipizi varcati miracolosamente, o boschi fantasmati dal raggio della luna, irti di mandragore e di serpi. Ma a poco a poco Ambra si ridestava alla vita, al sorriso, e già nei due vaghi erranti l’abbracciamento della paura mutavasi, per la sola trasfigurazione dei volti, in abbracciamento d’amore. Ed allora anche il fondo immaginario del quadro si trasformava, e vedevo una plenitudine di paesaggi aerei disciolti in un’iride immensa. Il rapido gruppo spiccava in nero or sulla zona d’oro, or sulla verde, or sulla rosea dell’iride, come un’ombra chinese del cielo, sfilante di plaga in plaga. E l’iride apriva lentamente il suo arco, simile ad un colossale ventaglio. Questa immagine dell’iride pigliava certamente le sue cause dalla forma circolare dell’anfiteatro e dalle sue conseguenze prospettiche e dalle magiche irradiazioni del tramonto, e dallo scintillare della sabbia scossa sotto le zampe dei corsieri, e dalla vertiginosa rapidità della corsa e dal fluttuar della folla che or allargava or ristringeva lo spazio davanti ai miei sguardi, ma più ancora dalla stessa equestre visione che nel suo volo e nel suo aspetto portava un non so che di meteorico.

Quando, verso il fine, la fuga diventava apoteosi, Ambra e Ramàr ad ogni giro mutavano aggruppamento. Le pose che essi, inebbriati, trovavano, non sono paragonabili a scultura terrena, e in verità mi pareva che un nuovo Zodiaco si svolgesse davanti ai miei occhi con istrana e sublime novità di segni. Ambra e Ramàr erano invasi da una vera ispirazione delle membra. Spesse volte Ambra gettava al collo del suo puledro un velo bianco ed alle sue estremità s’aggrappava, e tale in quel momento era il furor della corsa, che il leggerissimo corpo dell’andalusa rimaneva sospeso d’attimo in attimo, come uno di quei cervi volanti che i nostri avi trascinavano in battaglia per incantare i nemici. Le pose dell’andalusa e dello zingaro per effetto della rotazione incessante pendevano fuori di piombo e da ciò ne veniva un’impressione di slancio meravigliosa. Le zampe del corsiero di Ambra non battevano più la sabbia, ma attratte da una violentissima forza centrifuga, scalpitavano sul parapetto stesso dell’arena con un fragor di tempesta, mentre il corpo della fanciulla, tutto convergente verso il centro, disegnava una linea obliqua, inclinata sull’orizzonte, vaga ipotenusa.

Ad ogni giro, quando Ambra e Ramàr, avvinti nelle loro pose, passavano vicino a me, mi sentivo combattuto da due moti contrari, da un fascino e da un terrore; volevo torcere gli sguardi per non veder quei corpi e li figgevo con maggior forza in essi; e in quell’estrema vicinanza mi pareva che gli otto ferri dei cavalli scalpitanti battessero tutti sul petto mio; poi, quando s’allontanavano, respiravo più liberamente. Spesso m’univo ai clamori entusiasti del pubblico o anche li biasimavo, perché non ti nascondo che gli atteggiamenti dell’andalusa, pur idealissimi, facevano salire al mio volto di quando in quando il sangue del pudore ferito.

A giorni, cotanta interna confusione mi turbava che desideravo gettarmi sotto i corsieri accorrenti. Inorridivo con orror di fratello all’idea che le due belle creature cadessero; e altre volte (vedi contraddizione), come si coglie un malfattore all’agguato, coglievo il mio pensiero spiante l’attimo della caduta.

Un giorno caddero. L’urlo della folla fu tragico e tragico il silenzio che lo seguì. Io avevo presentito la catastrofe e l’aspettavo. Vedevo chiaramente che quei due si perdevano. L’abbraccio era troppo intenso e l’animo dell’uno e dell’altra troppo errante sulle pupille. Il circo, i cavalli, il pubblico, il mondo, la vita, la morte, tutto essi parevano obbliare pei loro voli. Uno dei cavalli, indovinando l’obblio, rallentò d’un attimo la ferocità della corsa e si staccò dall’altro. Sotto Ambra e Ramàr s’aperse una voragine: precipitarono annodati alle briglie in mezzo al furiar degli scalpitii. Quando poteronsi arrestare i cavalli, Ramàr tentò sollevarsi da terra, ma ricadde tosto tramortito; Ambra stette immobile e distesa come una morta.

La rappresentazione fu interrotta; si trasportarono i due svenuti all’ambulanza del circo. Parecchi medici accorsero dalle loggie del pubblico per soccorrere Ambra e Ramàr. Molti giovani ammiratori della bella andalusa affollavano l’ambulanza e chiedevano con elegante zelo il verdetto dei medici.

Dentro e fuor della sala era un favellio sommesso, un timido agitarsi di pedate: William Wood, pallido, s’affaccendava colle più cortesi supplicazioni a diradar la calca.

Mezz’ora dopo, accanto ai due letti rimanevo io con William Wood e con tre medici, compreso il medico di guardia.

Né Ambra, né Ramàr non avevano ricuperato i sensi. Il fiero urto cerebrale si manifestava in Ramàr colle forme del delirio, in Ambra, assai più gravemente, colle apparenze della catalessi. Ramàr sanguinava, Ambra no. Un rigagnolo rosseggiante scorreva dalla fronte dello zingaro, si stagnava un poco sulle sue labbra, poi discendeva sul petto, e quel corpo immobile d’un color di bronzo, stillante sangue, rendeva immagine di statua ferita. Col pugno destro lo zingaro serrava tenacemente l’amuleto d’oro che gli pendea dal collo fin dagli anni più teneri. La ferita salvava Ramàr alleggerendo col sangue scorrente la congestione del cerebro.

Sul corpo d’Ambra né contusione, né scalfitura: immacolato ma spento. La bella donna nel suo sereno aspetto pareva aver preferito entrar nella morte conservando intatta la bellezza sua, anziché sopportare la vita collo sfregio d’una cicatrice.

Mentre i medici deliberavano intorno al letto d’Ambra, io me ne stavo accanto all’amico, tutto chino a rassodare le bende, a tergere il sangue della sua fronte piagata, e appena il ghiaccio si liquefaceva sul bollente capo, m’affrettavo a ricollocarne dell’altro con quella attenta pazienza per cui vanno decantati i popoli della nostra razza.

Quando gli ripigliava il delirio, io mi mettevo in disparte; non volevo arrischiare di sorprendere qualche sua segreta idea nei vaneggiamenti suoi e volgevo gli occhi dalla parte d’Ambra.

Quasi nuda giaceva la tramortita fanciulla sotto le mani dei medici. La catalepsi aveva resistito ad una forte applicazione di corrente elettrica; gli strofinamenti coi lini caldi avevano valso a rianimare la circolazione del sangue, non a sgombrare la stupefazione cerebrale. Era urgente un più efficace soccorso. Vidi il medico di guardia avvicinarsi al braccio d’Ambra con una lama piccola e lucidissima. Quello stesso ribrezzo fisico che ci coglie alla vista di un’unghia che striscia su d’un pezzo di raso, mi fece torcere gli occhi per non vedere più avanti.

Ritornai pian piano alla destra del capezzale di Ramàr, lungo il muro. I medici dall’altro lato s’agitavano nella stretta che divideva i due letti e occultavano colle loro spalle, a me seduto, la fanciulla. La luce del giorno s’era tutta spenta. William Wood sollevava una lampada accesa sul letto d’Ambra. Io quietavo le mie pupille su Ramàr dormente. Nessuno più si curava dello zingaro. Il suo braccio sinistro, là dove era tatuato, trascolorava a seconda dell’allentare o dell’incrudelir della febbre come il marchio dei cavalli arabi di purissimo sangue. Se rinnovavo spesso le bende ghiacciate sulla fronte dell’amico mio, il suo sopore diventava più calmo, il tremito febbrile cessava e la cicatrice del braccio, in cui si leggeva il suo nome, illividiva. Se permettevo invece che la compressa si riscaldasse sul suo capo, il tatuaggio assumeva poco a poco una tinta pavonazza e il delirio ripigliava il suo corso. Io potevo dunque a mio capriccio temperare o sconvolgere quella organizzazione così squisitamente impressionabile. I miei pensieri si rivolgevano a Ramàr spinti da tenerezza verace.

—O buon Ramàr,—pensavo—, sarebbe stato assai meglio che quella fanciulla, non ti fosse apparsa mai, perché ora tu non saresti qui, tremebondo, col cranio spaccato. Yao solo sapeva stornare i pericoli dalla tua testa, il suo occhio vigilava su te, cauto ed acuto, la vertigine non ti coglieva guardandolo, e quando insieme al tuo vecchio amico ti dondolavi nell’aria, sospeso ai cordami del circo, eri più sicuro che in una culla.

I miei pensieri erano accompagnati da un picchio uniforme come d’una grossa goccia cadente, ad ogni minuto secondo, in una vasca metallica colla regolarità d’un oriolo ad acqua.

Già la mia mente incominciava ad essere distratta dalle cose esterne, quando udii queste frasi staccate proferite da diverse labbra:

—Tentativi inutili!

—Sostengo che il deliquio era vinto…

—Ora si tratta stagnare il dissanguamento.

—Avrei bisogno d’una mano paziente e ferma.

—La mia!—esclamai, sorgendo dallo scanno su cui stavo ed avvicinandomi al letto d’Ambra.

—Pigliatelo in parola,—disse William Wood ai medici, accennando alla mia persona.

Fu collocata una sedia fra il letto d’Ambra e quello di Ramàr; poscia uno di que’ medici osservò attentamente l’epiderme delle mie palme, prese la mia mano sinistra e la collocò in modo che il grosso del metacarpo aderisse fortemente alla vena aperta del braccio d’Ambra, e m’invitò a sedere. Indi rivolto a’ suoi colleghi, disse:

—Vedete? Portiamo spesso i migliori rimedii con noi. L’epiderme umana stagna assai meglio il sangue che qualunque altro più ricercato farmaco.

Poi pose un piccolo guanciale sotto il braccio d’Ambra acciò stesse sollevato. Mi raccomandò di star fermo colla mano e di non sollevarla dalla vena ferita prima di mezzanotte; soggiunse che la salvezza della fanciulla dipendeva dalla mia pazienza. Se all’indomani mattina Ambra avrebbe parlato, ogni pericolo cessava. Dovevo guardarmi dal sonno e dai movimenti repentini.

Pochi minuti dopo nella sala dell’ambulanza restavamo io, il medico di guardia e William Wood. Mezz’ora dopo William Wood si ritirò nelle sue stanze raccomandando l’andalusa al medico di guardia. Un’ora dopo anche quest’ultimo, sopraffatto dalla noia, escì dall’ambulanza dopo aver rinnovato il ghiaccio sulla fronte di Ramàr e dopo aver raccomandato a sua volta, sbadigliando, l’andalusa.

Suonavano le dieci ore dal campanile della cattedrale di Lima, quando in quella sala, dove due ore prima si accalcavano forse duecento persone, non restavo che io solo, fra Ambra e Ramàr.

Immobile al mio posto, subivo quel tedio delle membra che prova la sentinella notturna nella prim’ora di guardia. Incominciai a volgere gli occhi e la testa lentamente qua e là. Mi vidi circondato da una luce verde, direi quasi umida, da una luce come di fondo di mare che scoloriva l’aspetto delle cose e mutava i contorni secchi della realtà in torbide sfumature d’aquarium.

William Wood, prima d’escire, aveva collocato, per amor dei dormienti, l’unica lampada sull’unico tavolo della sala, dietro ad un largo recipiente di cristallo, colmo fino al collo d’una tintura d’assenzio. I raggi del lume filtrati da quell’ampio smeraldo producevano, divergendo, la misteriosa luce che mi circondava. Quel tavolo, distante molte braccia dai letti fra i quali io stavo, offriva al mio sguardo, falsato dall’anormalità della luce, fra i molti oggetti che lo ingombravano, un oggetto che era un persistente enigma da sciogliere. Lo vedevo come un’apparizione confusa, irta, violacea che terminava in una sfumatura tricuspidale; quella vista tormentava il mio pensiero e la mia pupilla; non arriva a scoprire che cosa fosse; il solo concetto che me ne formavo, era questo: lo spettro d’una fiamma. Accanto vi luccicavano parecchie fiale di medicinali. Io, che non potei mai sopportare senza angoscia il più frivolo dubbio, mi smaniavo di verificare la natura dell’oggetto incomprensibile che tanto aizzava i miei occhi pur acutissimi.

L’impossibilità dell’avvicinarmi al tavolo inaspriva la curiosità mia; la mia mano non doveva staccarsi dalla ferita d’Ambra neppure per un attimo, ma ad ogni minuto mi assaliva la tentazione di avvicinarmi a quell’oggetto. Pensavo che tre soli passi avanti mi avrebbero rivelata la natura di quella forma inesplicabile. La solitudine, il silenzio, l’immobilità, la noia alla quale era condannato, imbizzarrivano sempre più questa mia già inasprita curiosità. Mi provai di condurre lo sguardo sovra altri obbiettivi. Contro la sponda del tavolo stava appoggiata una frusta. Entro una vetrina appariva disposta in bell’ordine tutta una batteria di strumenti chirurgici. Sparse per terra giacevano le vesti d’Ambra e di Ramàr luccicanti d’oro e d’argento. Quel miscuglio d’attrezzi da teatro e da ospedale meravigliava lo sguardo e più ancora il pensiero. Un odore di farmacia graveolente, aromatico, giungeva fino alle mie nari; da una catasta di ghiaccio accumulata in un angolo veniva alle mie membra una frescura quasi montanina. Più che sospingevo lo sguardo e più vedevo annebbiarsi la glauca luce d’assenzio. Respiravo un’aria torbida, amara, che dai miei polmoni passava nella circolazione del mio sangue e invadeva il cervello. Pensavo anche idee torbide ed amare. L’oggetto inesplicabile, lo spettro della fiamma, attirava sempre la mia attenzione. Per sottrarmi da quell’incubo decisi di torcere coraggiosamente lo sguardo a sinistra, sul corpo della svenuta. Ramàr dormiva. L’animo mio si scagliò repentinamente in un nuovo corso di pensieri. La prima impressione che provai nel guardare Ambra, fu di ribrezzo. Credetti quasi di trovarmi accanto al cadavere d’un’annegata, nel fondo d’una laguna, io pure sommerso. Sentivo sotto la mia palma il braccio della ideale fanciulla freddo più dello ambiente che ci avvolgeva.

Ci sono dei pensieri che gridano, altri che mormorano. Io udii dentro di me, non so dove, mormorare queste parole: è proprio morta.

Il lenzuolo col quale l’avevano coperta, segnava su quel meraviglioso corpo delle pieghe funerarie, come quei drappeggiamenti marmorei che avvolgono le effigi delle imperatrici, distese sull’alto dei mausolei. La piega dei piedi pareva in ispecial modo lugúbre; poi, come il mio occhio saliva verso il bel grembo e verso il bel seno, i bianchi panneggiamenti ammorbidivano le loro curve e pareva rasserenarsi il sudario. La parte destra del petto rimaneva scoperta per causa del braccio nudo affidato alla mia pazienza.

—Ma se è morta—pensai—a che giova ch’io mi rimanga?—Pur non rimuovevo d’un atomo la mano dalla ferita.—Se è morta il pensiero continuava così—Yao e Ramàr torneranno fratelli. Se è viva sono io che l’avrò salvata.

Allora tutta la mia mente si destò per risolvere questo nuovo dubbio. Mi alzai oncia ad oncia dalla scranna avendo sempre riguardo di non distrarre la mia mano dall’ufficio impostole, e colla destra scopersi il seno sinistro della fanciulla; poi, lento come una sfera di quadrante, mi chinai fino a collocare un orecchio sul cuore di lei. Un olezzo d’olio di rosa lambì le mie narici. Le candide carni erano fredde e mute, sotto l’eburneo costato non vibrava la più languida pulsazione; pur continuai ad origliare adagiando le mie ginocchia per terra, ché la bassezza del letto me lo permetteva. Acuivo l’udito su quella soave epiderme coll’avidità d’una spia, invaso da non so quale devozione feroce.

Stetti così attento, prostrato, immobile per lungo spazio; ad un tratto sentii come uno scoppio di palpiti irruenti, convulsi; mi alzai in piedi precipitosamente, atterrito dall’idea d’Ambra viva e desta. Le pulsazioni continuavano a rimbombare nel mio cervello: non era il cuore della fanciulla che batteva, erano le mie arterie, le mie tempie agitate da tumulto febbrile. Udivo dietro a me Ramàr respirare tranquillo come uno che dorme. Allora l’idea d’ascoltare il respiro d’Ambra mi colse violenta. Tornai a inginocchiarmi e feci per avvicinare il mio volto al suo, ma fui tosto impedito da un inesprimibile sgomento. Mi arrestai lontano due palmi. La fredda fanciulla teneva gravosamente calate le palpebre, ma la sua bocca brillava socchiusa e tutta la pallidissima faccia splendeva. Non dubitai più che fosse morta e questa idea mi dié coraggio ad appressarmi al suo volto. Volli vedere un’ultima volta le divine pupille e sollevai col pollice e coll’indice le pesanti palpebre, ma non vidi che due occhi bianchi, da statua. Ritrassi la mano; le palpebre ricaddero. Allora mi invase una pietà profonda e fu tutta scossa l’irremovibilità del mio cuore.

Non volli più che quella bella creatura fosse morta, e come fanno i fanciulli sui leggiadri insetti agonizzanti, avvicinai la mia bocca alla faccia d’Ambra per ravvivarla col caldo alito mio. Le mie labbra caddero sulle sue, sentii l’avorio freddo de’ suoi denti che mi fece tremare. Un gemito di Ramàr mi scosse; tornai a ricompormi sulla scranna.

Egli dormiva ancora. Scoccarono due ore da un campanile lontanissimo. Stetti lungo tempo immerso in una strana novità di pensieri. Verso le tre sentii sotto la mia palma sinistra una sensazione di leggiero tiepore: Ambra non era dunque morta! Le toccai il polso: viveva; il suo seno, benché quasi impercettibilmente, ondulava sollevato e abbassato da un principio di respiro. La catalepsi era vinta. Io avevo salvato Ambra, io avevo impedito che tutto il suo sangue uscisse dalle sue vene; mi pareva d’averle infuso parte della mia vita, del mio calore, e riconoscevo ciò dispettosamente, irato contro la mia stessa virtù. Non so perché, mi pareva d’averla salvata troppo presto.

La commovente passività del cadavere era svanita. Il volto solo portava ancora il peso del letargo, ma le stupende forme dell’andalusa assumevano già, sempre più vivificate, una fatale potenza che m’annichiliva. Pure, se il sangue ch’io frenavo non era ancora stagnato, quella vita stava sempre sotto la mia mano e poteva giuocarla e illanguidirla a mio talento e rianimarla poi. Questa idea mi fece battere vertiginosamente il cuore, per immenso orgoglio, per acre curiosità, per desiderio violento. Del resto la lunga immobilità de’ muscoli aveva affrante le forze del mio braccio e della mano; provavo un estremo bisogno di mutar posizione. Se la vena era rimarginata, potevo liberarmi a mia voglia da quella catena. Sollevai un attimo la palma. Tosto una goccia di sangue rigò il braccio d’Ambra. Ricollocai immediatamente la mano sulla ferita, tutto sgomento. Bisognava tergere il braccio dalla macchia sanguigna prima che arrivassero i medici. Quel sangue era soavemente tiepido e più dolce del miele. Una goccia me n’era caduta sulla mano e l’avevo succhiata. Portai le mie arse labbra su tutta la striscia che maculava l’incantevole braccio dell’andalusa, e poco a poco giunto colla bocca presso alla viva fonte di quel voluttuoso sangue di donna, allontanai la mano, e mi posi a suggerlo a larghi fiotti come si sugge l’umore d’un preziosissimo frutto. A un tratto mi sentii ghermito spaventosamente pel collo e udii la voce di Ramàr ululare:—Vampiro!

Non feci un gesto per difendermi, benché sentissi la mia vena iugulare contorcersi sotto le dita di Ramàr; a un tratto la mano che mi strozzava si allentò e lo zingaro stramazzò per terra, fra i due letti, ai miei piedi. Io avevo già ricollocata la mia palma sulla ferita d’Ambra. Quell’assalto fulmineo mi ridonò la smarrita impassibilità del corpo e del pensiero. Così un meccanismo turbato è spesse volte rimesso a posto subitaneamente da un urto. Le violenze degli uomini produssero sempre questo effetto su di me: aumentarono la mia calma. Ramàr, disteso sul suolo, si dibatteva affannosamente sotto l’incubo del delirio. Egli subiva una grave reazione febbrile dacché l’ultimo pezzo di ghiaccio gli si era liquefatto sulla fronte. Ne’ suoi vaneggiamenti ritornava sempre più angoscioso il nome d’Ambra. Io aiutarlo non potevo; nel tempo che mi sarebbe occorso per rifasciare la testa di Ramàr colle bende gelate e riadagiarlo sul letto, Ambra avrebbe potuto morire. La coscienza della mia missione tutta ridestata costringeva tenacemente la mia mano al braccio della bella andalusa, tiepido ancora; il rimorso del fallo che avevo commesso poco prima, dava di sproni al mio dovere ch’era di non muovermi, per necessità che fosse, dalla posizione in cui stavo. Se Ramàr abbandonato moriva, la colpa non era mia. Avvertivo sugli angoli della mia bocca ancora il dolce sapore del sangue d’Ambra, purissimo. L’idea ch’io tenevo un poco di quel sangue nelle mie viscere, m’inteneriva stranamente. Sentivo anche una fitta dolorosa nella parte destra del collo, dove le ugne dello zingaro avevano serrato; ed ero contento di portare i segni dell’ira di Ramàr; questo pensiero mi alleggeriva il cuore da un grave peso indistinto. Mi rammento d’aver mormorato allora cinque o sei volte, guardando l’amante d’Ambra disteso a terra, queste parole in chinese: “eulh weï eulh, ngo weï ngo“¹.

¹ Traduzione letterale: te per te, me per me.

Quando i primi bagliori dell’alba illuminarono l’ambulanza, giunse il medico di guardia ancora scarmigliato e cogli occhi imbambolati dal sonno. Vide Ramàr svenuto, così come l’ho descritto, e tornò ad escire in cerca di soccorso. Alcuni minuti dopo entrarono nella sala cinque attori della compagnia, il medico, un clown e William Wood. Poi che lo zingaro fu rimesso a giacere sul suo letto, tutti accorsero ad Ambra. Essa respirava dolcemente. Il medico mi ordinò di staccare pian piano la palma dal braccio dell’ammalata.

Il sangue non colava più. Allora il medico disse a William Wood:—Se parla è salva.

Io che non mi ero mosso ancora dal mio scanno, avvicinavo di tanto in tanto una boccetta di sali ammoniaci alle narici d’Ambra.

Tutti aspettavano ansiosamente una parola dalla bocca dell’andalusa, tutti pendevano da quelle labbra mute. Poco a poco Ambra aperse gli occhi, ma soltanto poi parve realmente destarsi; guardò intorno stupita; quando s’accorse di me che tenevo pazientemente il sale sotto l’alito suo, mi guardò fiso in volto e mi disse con accento languido e gentile:—Grazie, buona donna.

Uno scroscio di risa plebeo assordò la mia testa; un fiume di sangue affluì al mio cuore. Mi guardai in uno specchio che mi stava di fronte, e ringraziai col pensiero la divinità che mi fece nascere nel paese degli uomini pallidi.

Qui una spiegazione mi pare necessaria; poi ripiglierò il mio racconto sommariamente fino a tanto che un altro fatto grave m’obbligherà d’arrestarmi. Ambra non mi aveva mai parlato, né, forse, visto prima di quella mattina in cui disse quelle malaugurate parole. Essa trionfava in una gloria così diversa dalla mia, che mai non s’avvide di me, né de’ miei campanelli di legno di sandalo. Che il suo sguardo di donna europea non avesse ravvisato sul mio volto l’aspetto di virilità, non me ne meravigliai io stesso, e ciò aumentava l’onta mia, giacché sul mio mento neppur l’ombra della lanuggine rivelava l’uomo, e le mie vesti chinesi e la mia treccia, che in quel giorno portavo attortigliata sul capo, potevano essere scambiate, da un occhio non avvezzo ai nostri costumi, per acconciamenti muliebri.

Quindici giorni dopo il dì della catastrofe, ch’ebbe per me conseguenze così bizzarre, lo zingaro e l’andalusa volteggiavano nel circo già gagliardi e lieti, fra le acclamazioni del pubblico.

Intanto tramavasi una beffarda congiura da’ miei colleghi contro di me; l’equivoco d’Ambra, tosto noto a tutta la compagnia, dava diritto all’infimo staffiere di sogghignarmi in faccia. Tutti si dettero parola di non palesare l’inganno all’andalusa, a fine di prolungare più che fosse possibile la celia e le risate. Nessuno mi chiamava più Mister Yao o Señor Yao come per lo innanzi, ma invece Miss Yao o Señorita Yao, e Ramàr si rallegrava di questa burla più d’ogni altro e cercava assiduamente l’occasione di rinnovarla. Quando Ambra mi rivolgeva il discorso, tutti trattenevano il fiato per poter squittire più fragorosamente dopo la parlata. Io intanto rimuginavo nella memoria il capitolo VII del Lun-yu, là dove Tseng-sse, l’amico di Kon-fu-tseu, dice queste savie parole:—Lasciati offendere senza mostrare risentimento,—e stavo ligio alla antica sentenza: non mostravo risentimento, ma nel profondo del pensiero contavo le offese, una ad una, e tenevo interna, indelebile nota.

La mia imperturbalità eccitava i derisori fino all’accanimento; quando lo scherno si mutava in rabbia, io trionfavo entro me; m’accontentavo intanto di questa pigra vendetta. Io, rettificare l’abbaglio ad Ambra, sdegnavo; il mio decoro non mi permetteva una così bizzarra rettificazione. La dignità mia non trovava altro modo d’atteggiarsi fuorché questo: dare a pensare cioè, ch’io credessi l’andalusa conscia e partecipe dello scherzo e che non me ne curassi. Brutto destino, amico mio, è quello di vivere in mezzo a gente di razza diversa dalla propria; l’amarezza di questo destino m’era stata un tempo raddolcita dalla fratellanza di Ramàr; ora egli stesso m’abbandonava.

La nostra amicizia aveva subíto come una specie d’attossicamento; evitavamo di incontrarci colle pupille.

Io lo studiavo di soppiatto. Volevo arrivare a scoprire se gli era rimasta nella memoria qualche reminiscenza di quella notte ch’egli m’aveva chiamato vampiro. Quella parola era stata pronunciata da esso in un attimo così violento, fra un assalto di delirio e una crisi di febbre; se anche egli se la rammentava, doveva, pensavo, confonderla cogli altri vaneggiamenti. In queste induzioni mi tranquillavo un poco, ma in una pace breve e non soddisfatta. Un punto nero stava fra me e lo zingaro tutte le volte che ci trovavamo di fronte: un punto nero, fatale, incancellabile, come quello che turba la vista d’una retina malata. Ed anche Ramàr vedeva quel punto; me ne accorsi poi tutte le volte che eseguimmo insieme nel circo il giuoco delle freccie, di cui ti narrai nelle pagine già scritte.

William Wood volle un giorno che quell’esercizio, da molti mesi trascurato, ritornasse nel repertorio degli spettacoli. Ubbidimmo. Ambra fu atterrita un poco a quest’annunzio; essa non si capacitava che una donna sapesse trar d’arco. Un clown la rassicurò con tal celia ch’essa ne rise e la paura scomparve. Il pubblico rivedeva con emozione intensa il nostro giuoco. Io ridiscendevo nell’arena a fianco di Ramàr come nei sereni giorni della nostra gloria comune.

Ramàr si piantava fermo, diritto, davanti alla mia mira, con aspetto più temerario, forse, di una volta; io però vedevo, sotto la finissima seta che lo copriva, battere il suo cuore. Il punto nero stava allora in mezzo a noi.

Pur le nostre pupille dovevano incontrarsi per forza. L’antica intuizione dei nostri sguardi era smarrita. Un’altra intuizione, tutta morale, le era subentrata. Quando le freccie dovevano correre lungo il costato, io mi trattenevo dolorosamente dal mirare il cuore palpitante di Ramàr; l’abitudine del polso e dell’occhio vinceva il traviamento della volontà, e la freccia, malgrado mio, si conficcava esatta rasente il contorno. Per tutto il tempo che durava il giuoco io e Ramàr ci leggevamo biecamente nell’anima; a giuoco finito il cupo incanto svaniva e riappariva il dubbio. Il pubblico applaudiva, ma lo zingaro aveva da me solo l’ammirazione che meritava, giacché io solo potevo essere allora il vero giudice del suo coraggio.

Fu appunto in quell’epoca che io, sempre deriso, per distrarmi dall’astio e per rifugiarmi in un affetto qualunque che mi fosse accessibile, mi diedi all’ammaestramento dei cani.

In quel nuovo stato della vita mia avventurosa imparai a conoscere cinque buoni amici, i più umani, i più nobili di quanti ne avevo sperimentato fin allora. Li trovai nelle stalle del circo dove miseramente vivevano, e li portai nella mia cameretta e attesi alla loro educazione.

Questi miei ottimi amici erano due cani barboni, un bassetto, un bracco e un stupendo bull—dog d’un anno, mio prediletto fra tutti. Quando nel tempo della mia senilità mi dedicai all’ammaestramento degli uomini, non riscontrai fra i miei simili tanto intelletto d’amore e di ragione quanto ne avevo ammirato in quelle umili bestie. Io insegnavo a ciascuno di quei cani certe meravigliose facezie da far ridere il volgo e ciascuno d’essi insegnava mutuamente e in vario stile a me le virtù d’umanità, che gli uomini m’avevano nascosto. Imposi ad essi dei nomi cinesi.

Uno dei due barboni, il più ilare, il più bianco, lo chiamavo Ani-kaine (buon augurio). Scing-tscie (perfetto) era il nome dell’altro. Chiamava il can bassetto Buddha, perché realmente quando stava in riposo assomigliava all’idolo del nume per la pingue serenità del suo volto. Ta-fu (mandarino) era il can bracco. Al giovane bull-dog avevo imposto il nome uomo (Gin). E così vivevo nel consorzio de’ miei amici amandoli e conversando con essi nella mia lingua materna, e da essi riamato. Gin, forse perché più giovane degli altri e più violento negli istinti suoi, per la fierezza della razza, mi si affezionò appassionatamente e in breve tempo. Egli aggiungeva pregio all’affetto perseguitando i miei colleghi coll’odio suo. Io esercitavo questo generoso animale nelle doti mirabili del corpo più che nella memoria: Gin saltava una barriera di sei metri d’altezza. Il mio affetto per questo cane era così coscienzioso che non volli mai umiliare l’indole sua caratteristica coll’applicarlo alle buffonesche celie che si impongono agli altri cani così detti sapienti; e di questo delicato rispetto Gin pareva riconoscente. Io stesso scopersi che fra il mio ed il suo volto correva una rassomiglianza bizzarra, proveniente dal naso schiacciato e dalla esiguità del labbro superiore, che lasciava due denti scoperti sul davanti delle nostre bocche. La prominenza dell’osso frontale dava al cranio di Gin ed al mio la stessa espressione grave e meditabonda.

Una affinità singolarissima, della quale m’onoravo, mi legava al giovane molosso. Gin odiava i miei nemici forse più che io stesso non li odiassi, e da essi era egli pure ferocemente odiato; pur non osavano offenderlo né offender me in presenza sua, perché un giorno ad un clown, che in pieno circo mi gettò per brutta celia una corda al collo, s’avventò il bull-dog alla gola, e la mia autorità bastò appena a salvare il beffardo.

A questi cinque cani dimenticai di aggiungere un sesto e dimenticai perché poco o nulla lo amavo, tanto mi pareva inintelligente e pigro. Era un catellino chinese di lungo pelo, obeso nelle sue movenze e tutto tenerello nelle sue membra, uno di quei piccoli cagnuoli che nei nostri paesi si mangiano dagli uomini e son tenuti per giottornia perfetta quando sieno bene scuoiati e molto accuratamente purgate le loro interiora e cotti in quattro cucchiaiate d’olio d’oliva e in due di miele, insieme a pistacchi e cipolle. Di questo minuscolo cane ch’era venuto cogli altri, io non ne facevo nulla; pur me lo tenevo perché sapevo che ad Ambra piaceva ed aspettavo l’opportunità d’offrirglielo e farmene così un vanto.

Un giorno William Wood venne al mio canile e mi disse:

—Yao, ho destinato per te (quel “te” patronale plebeo, basso quanto il nostro “ju“, squarciava le mie orecchie), per te e le tue bestie una camera assai più vasta di questa.

Lo stesso dì Yao, Gin, Buddha, Ani-kaine, Ta-fu e Scing-tscie e il cagnetto chinese mutarono quartiere. Quel nostro nuovo ricovero era un ampio locale attiguo alla camera d’Ambra (non ti dissi che tutti noi dimoravamo nel circo?); la porta dell’andalusa e la mia riescivano sullo stesso andito, il quale non dava uscita a nessun’altra stanza. Quando fui lì co’ miei cani, William Wood, che ci aveva seguiti, disse, additando a destra:

—Qui dimora la bella andalusa; so che molti calabroni vorrebbero ronzarle d’attorno; scopersi alcuni biglietti ne’ mazzi di fiori che le vennero presentati iersera dai damerini delle loggie. Che ciò sia, è naturale, e fin che i tentatori ronzano e non pungono, fanno assai bene e li lodo; aumentano così il rumor della fama intorno ad Ambra; ma se uno solo d’essi arrivasse a pungere, il mio danno sarebbe irreparabile. Una danzatrice che pel pubblico è casta, frutta l’ottanta per certo, e assai meno se non lo è. So che Ambra ama Ramàr e ciò mi piace e mi rassicura un poco. Pure sarò più tranquillo ora che tu, saggio ed accorto, dimorerai qui co’ tuoi cani. Bada di far buona guardia. Ambra non indovinerà lo scopo pel quale ti ho collocato così vicino ad essa.

—Farò buona guardia,—risposi. Wood escì confortato. Allora io chiamai:—Gin!—e tosto il bull-dog si slanciò contro le mie ginocchia.—A noi due,—gli dissi, e Gin dimenava la coda così gaiamente come quando leggeva ne’ miei occhi qualche lieto pensiero.

Ramàr, allorché seppe la mia nuova dimora (Wood stesso gliela indicò e gliene confidò lo scopo ed io ero presente), s’oscurò in fronte; poi disse assai turbato:—Non può essere!—Ma Wood riprese tosto:—E perché non può essere? guardiano migliore del nostro chinese non troveresti in tutta Lima. Ambra sarà rallegrata dalla vicinanza di miss Yao. Sai che essa ride sempre guardandolo in viso. Aggiungi ch’egli è devoto ad Ambra e che le salvò la vita con un miracolo di pazienza.

—È vero, è vero,—rispose lo zingaro, e rise come ad una sua ubbia segreta e stolta e mi stese la mano.

Wood continuò:—e anche i suoi cani sono utili. Le macchinazioni dei nostri signori di Lima potrebbero esserci fatali. Quando sarete sposi (Ramàr stringeva sempre la mia mano) il custode d’Ambra sarai tu (e Wood sorrideva) e saprai custodirla meglio che una intiera muta di segugi e cento chinesi; ma la moralità del nostro circo impedisce che tu ora viva troppo d’accanto alla fidanzata.

Scorsero due placide settimane, senza avvenimenti nuovi. Ambra mi credeva sempre una donna, ed a me conveniva il lasciarglielo credere per non isgomentarla d’un tratto e per non perdere nulla della sua lieta famigliarità. La assistevo spesso quando s’acconciava per comparire nel circo; stavo allora in mezzo alle sue serventi, né queste si meravigliavano della mia presenza e, ben lungi dallo scandolezzarsi, sorridevano come d’un fatto di nessun conto. Io divoravo silenziosamente la mia vergogna e colla vergogna un’acre gioia segreta.

Spesso quando Ambra esciva dal bagno, io, chiamato da essa, accorrevo. La trovavo seduta sulla sponda della vasca, avviluppata in una tunica scarlatta di finissima lana. Nella camera vaporavano ancora i caldi fumi dell’acqua. Il sole del meriggio filtrava attraverso le tende di seta gialla e illuminava un pezzo di sapone opalino che appena estratto dal lavacro scivolava da sé, lentamente, sui gradini di marmo del bagno, come una cosa viva. Io, senza dir parola, poiché già sapevo a quale ufficio ero chiamato, cercavo sotto allo specchio una lima d’argento e una piccola cesoia e un pezzo di pomice e una fiala d’olio odorifero; poi m’inginocchiavo davanti la bella andalusa e pigliavo nelle mie mani i suoi piedini nudi e in un soffice lino li asciugavo ben bene, con quella cura con la quale un intagliatore d’avorio terge i suoi ninnoli preziosi. Indi collocavo sul mio naso un paio d’occhiali da presbite che serbavo esclusivamente per l’opera a cui stavo per accingermi, acciocché la mia vista, meravigliosamente acuta per discernere da lungi, ma sulle minute vicinanze un po’ fiacca, non avesse a tradirmi. Essa allora rideva d’un ridere represso da bimba e mi sporgeva il suo piede più asciutto, sul quale io incominciavo il mio lavoro di cesello e d’intaglio, che nessun testimonio profano turbava. Ho ancora impresse nella memoria una ad una le unghiette di quei piedi incantevoli. Nell’ovale di ciascuna d’esse io ravvisavo una certa vaga espressione di volto; la più leggiadra era quella del quarto dito del piede sinistro; i pollici robusti brillavano come un fulgido quarzo; su’ due mignoli apparivano due unghiettine, vaghe cornee dilicate così che era un intenerimento a vederle, benché avessero un poco la curva di due artiglieri nascenti. Io limavo, levigavo, tornivo, arrotondavo quelle opale, quelle madreperle con tocco leggiero e devoto. Ambra di nessun altro si fidava fuorché di me in quella operazione paziente, e ciò venne da un giorno che mi vide, per mio sollazzo, scolpire sull’avorio alla maniera dei nostri diligenti artefici. Io di questa fiducia sua me ne stavo orgoglioso. Il mio fido Gin m’accompagnava quasi sempre. Mentre io lavoravo essa accarezzava il cagnetto chinese che io le avevo donato e che teneva assai caro, accoccolato nei tiepidi lini del bel grembo. Sotto la sua tunica scarlatta Ambra non aveva altre vesti, e a volte, mentre le mie mani erravano da un all’altro dei sottili ordegni coi quali abbellivo i piedi dell’andalusa, il mio sguardo si smarriva un po’ più alto degli alabastrini malleoli, nella rosea penombra delle carni colorate dalla intonazione calda delle pieghe vagamente succinte.

Il mio cuore batteva allora violento, gaio come un applauso interno, e lo era, perché io trionfavo segretamente di coloro che credevano beffarmi.

Quando, compiuto il lavoro, mi sollevavo da terra e mi rimettevo sui calcagni (io che pur sapevo resistere per molti minuti penzolante col capo in giù dall’alto d’un trapezio, senza temer vertigini), sentivo in quel momento alla tempia ed al petto un subbuglio di sangue così impetuoso che mi faceva traballare.

Un giorno che m’ero appena quetato da questo turbinio delle arterie e m’avviavo alla porta della camera per escire (Gin mi seguiva passo passo), incontrai Ramàr sulla soglia, che entrava. Io evitai, non so perché, di fissarlo nel volto. Ad un tratto il mio bull-dog ruggendo gli si avventò al petto come una fiera; un mio comando bastò a salvare Ramàr, che con un bel sorriso sulle labbra corse a tranquillare Ambra sgomenta. Io percossi il cane, che mi guardò con uno sguardo di disapprovazione sommessa, e li lasciammo soli. Mentre m’allontanavo udii Ramàr mormorare ad Ambra quel proverbio spagnuolo che dice: tal padrone tal cane, e ciò mi dispiacque e biasimai nel mio interno l’amico d’aver mormorato alla sua bella una malignità a mio riguardo che sentivo di non meritare. Gin mugolava ai miei piedi dimenando la testa come un muto che cerca ansiosamente la parola. Il bull-dog prima d’allora non s’era mai mostrato ostile allo zingaro e tanta repentina ira non poteva spiegarsi senza una causa. L’istinto meraviglioso del cane aveva visto qualche indubbio segno di malevolenza verso di me nello sguardo dello zingaro. Promisi a me stesso di studiare l’occhio di Ramàr e di trar vantaggio dall’avvertimento della povera bestia, poiché il filosofo dice:—Se ascoltate attentamente le parole d’un uomo e se scrutate le pupille de’ suoi occhi, come mai potrebb’egli celarsi a voi?

Da quel giorno Ramàr non poté più penetrar nella camera d’Ambra senza rischio per via della guardia del cane e de’ suoi latrati che attiravano gente con grande ira dello zingaro e soddisfazione di William Wood.

Avvenne poco tempo dopo ch’io, nell’escir dalla mia camera più tardi del consueto e nell’avviarmi col bull-dog ai trapezi per le esercitazioni del mattino, m’imbattei in un gruppo di dieci o dodici compagni, fra i quali scorsi Ramàr. Ridevano tutti sguaiatamente; ma quando mi videro da lungi, si ricomposero e parvero proseguire una animatissima conversazione in cui ripetevasi spesso la parola “scommessa”. Come fui loro d’accosto, Ramàr con piglio allegrissimo mi disse:

Señora Yao, capiti appuntino. C’è qui Flibbertigibbet (e accennò il clown inglese) che non istima abbastanza il tuo cane.

—Salta lungo, ma non salta alto,—aggiunse strillando il clown.

—Flibbertigibbet scommette che a tre metri d’altezza Gin non coglierebbe un pezzo di lardo,—soggiunse Ramàr.

—Distinguo. Non ho detto un pezzo di lardo,—replicò il clown;—ho detto un pezzo di pane.

Questo “distinguo” sottile fece ridere la comitiva, e lo zingaro ripigliò:

—Vada pel pezzo di pane! Io scommetto un dollaro che Gin a tre metri d’altezza lo coglie, se è Yao stesso che glielo porge.

—Non ne dubito,—dissi io.

All right! Dollaro per dollaro, acconsento alla scommessa. Dov’è il pane?—gridò il clown.

—L’ho qui io,—-rispose Ramàr, estraendo una mollica informe dalla sua tasca. Io presi il pane, salii su d’un tavolato. Flibbertigibbet in quattro salti corse a provvedersi d’un metro, misurò lo spazio stabilito dalla terra alla mia mano. Tutti mi stavano d’attorno con certe faccie stranamente immobilizzate in un bizzarro sorriso. Io gridai:—Gin, hop!—e il buon dog spiccò un salto e colse il pane mirabilmente bene e lo ingoiò tutto lieto come per ricompensa a se stesso della fatica fatta.

All’indomani mattina, quand’io mi destai, trovai il mio povero Gin morto; una gomma verdastra gli esciva dalle nari. Allora mi sovvenne di non aver visto Flibbertigibbet pagare il prezzo della scommessa a Ramàr, e mi ricordai dello sghignazzo infernale che scoppiò nella comitiva quando Gin inghiottò il pezzo di pane. Infamia! m’avevano avvelenato il mio dog, e Ramàr aveva posto nelle mie stesse mani il veleno. Quando riconobbi ciò, lo sdegno mio fu così violento che in sulle prime soffocò il dolore. Poi piansi amaramente. L’alba spuntava appena; tutti dormivano. Raccolsi il cadavere del mio povero Gin e scesi nell’arena. Là, sotto al mio trapezio, scavai una fossa e seppellii la povera bestia; poscia rassettai diligentemente la sabbia dorata sulla sepoltura e ripensai le parole di Confucio: “Se un uomo ti offende gravemente una volta, non mostrare risentimento; ricordati l’offesa, ma non correre ancora alla vendetta”. Mi prostrai sulla fossa del cane e presi in mano la mia lunga treccia e feci un groppo alla sua estremità; poi dissi a me stesso:—Ramàr mi ha offeso una volta.—E rientrai nella mia cella.

E mi diedi ad assaporare irosamente l’amarezza dei miei pensieri. Dissi a me stesso che in terra non mi restava più nessun affetto. Senza madre (un presentimento incessante mi susurrava nel cuore che dovevo esser orfano), senza amici, senza amore, straniero, deriso, avevo collocato in quel povero bull-dog tutta la tenerezza di cui mi sentivo capace. Egli divideva le mie fatiche e i miei rancori; non ero uno straniero per quella povera bestia; quando quell’onesto cane mi guardava dilatando le labbra del suo grugno sagace e mostrando gli acutissimi denti come una persona che ride, non mi guardava coll’occhio sospettoso di Ramàr, non rideva col riso beffardo dei clowns. Povero Gin, era morto! me l’avevano ucciso! Mentre il mio dolore muto m’abbruciava l’interno petto come un fuoco rinchiuso, udii graffiare sul basso dell’uscio; lo apersi e mi trovai fra i piedi il cagnoletto chinese prediletto dell’andalusa. Lo sollevai da terra pigliandolo per la pelle del collo, afferrai un coltello e lo scannai. Lo scuoiai poscia, e purgate ch’ebbi le sue interiora, accesi un fornello e posi a cuocere l’animaluccio pingue in una certa mia pentola, con un po’ di mele e di cipolle, commestibili questi che tenevo sempre ne’ miei ripostigli.

In un paio d’ore il manicaretto fu all’ordine; lo trinciai accuratamente e mi accinsi a mangiarlo. Intanto udivo dal di fuori Ambra che correva di qua e di là e chiamava ad alta voce:—Niño! Niño!—ch’era il nome da essa imposto alla bestiuola. Io rosicchiavo gli ossicini di Niño coi miei denti robusti, quando si aperse l’uscio ed entrarono Ambra, Ramàr e Flibbertigibbet.

Ramàr mi chiese:—Ov’è Niño?

Io, compiendo tranquillamente il gesto voluto dalle mie parole, risposi:—È qui, e se posso offrirvene una costola…

Ambra svenne. Ramàr la soccorse indirizzandomi parole di furore. Io replicai, continuando a rosicchiare i garetti di Niño, che il cagnuolo era mio e che potevo farne il mio pro’ quando volevo. Non feci la minima allusione all’avvelenamento di Gin. Ramàr trasportò Ambra nella camera attigua.

Flibbertigibbet, che si smascellava dalle risa, corse a raccontare a tutta la compagnia il caso di Niño che gli pareva stranissimo. M’avvidi troppo tardi che avevo commesso un errore. La vita di scherno nella quale m’illividivo da tanto tempo s’aggravò dopo quel fatto. I miei colleghi mi chiamarono d’allora in poi il mangia-cani, soprannome che in China non sarebbe parso per nulla vergognoso, ma che pareva ridicolosissimo a quella gente plebea.

La storiella varcò le mura del circo, passò nelle gazzette e macchiò la mia rinomanza.

Quando entravo nel circo, ai dì delle rappresentazioni, le damine galanti, nascondevano per celia i loro catellini avanesi, fingendo di temere che li dovessi divorare belli e crudi, e ridevano.

Ho avuto sempre cura d’analizzare i moventi delle risoluzioni repentine della mia vita, le quali furono per buona sorte poche. Così, perché tu mi assolva un poco dal mio errore, voglio aiutarti a scoprire le cause che mi spinsero all’uccisione del cagnuolo dilettissimo ad Ambra. Le cause minori furono l’istinto di rabbia contro l’amante dell’andalusa che m’aveva attossicato il povero bull-dog; l’antipatia invincibile che nutrivo contro quell’obeso Niño; un brutale bisogno di distruggere una creatura viva per vendicare il mio Gin e me stesso. Ma il movente maggiore di quel fatto di sangue, di miele e di cipolle, mi venne da un lungamente maturato bisogno di ghiottoneria, di cui era forse inconscio io stesso nel momento della catastrofe. Il Niño d’Ambra era l’ideale delle mie merende e delle mie cene. La vendetta fu il pretesto della gola. E quella fu la terza e, fino ad oggi, ultima volta che la mia innata ghiottoneria m’aveva tratto ai cattivi passi.

Un’altra volta questo malo istinto mi valse quella tale staffilata che mi diede il gin-mù quando nella stiva del vascello andai alla cerca delle cose dolci promessemi dalla madre. E quando dieci anni dopo succhiai il dolcissimo sangue della voluttuosa vena dell’andalusa, fu la seconda volta. Ma tu sorridi, savio Meng-pen, col sorriso di chi nota un errore nella dimostrazione di un teorema, e i tuoi occhi mesti non concordano coll’espressione della tua bocca. Ma lasciami proseguire il racconto.

Una sera, dopo gli spettacoli, stanco di servire da bersaglio alle beffe dei clowns e alle risate del pubblico (Flibbertigibbet aveva attaccato quella sera un pezzo di lardo all’estremità della mia coda, senza che me ne fossi avvisto, per modo che tutti i cani e tutti i gatti del circo mi stavano alle calcagna con grande tripudio della plebe), irritato, eppur con passo paziente, mi diressi verso la camera del direttore. Trovai William Wood intento a numerare dollari e banconote.

—Che c’è di nuovo?—mi disse come appena mi vide.

Io risposi con voce umile, ma franca:—Domando la mia licenza, voglio partirmene dal circo.

Uno scroscio di risa riempì così fattamente le fauci di William Wood che queste parole smozzicate s’udirono appena:

—E perché, miss Yao?

—Parto perché sono un ginnasta e non un buffone, sclamai risolutamente.

—Sta bene, sta bene, sta bene—ripeté cantarellando l’americano; m’accorgo che hai bisogno di leggere certa scrittura.

E mi porse una vecchia carta, un contratto. Discesi cogli occhi alla firma e lessi un nome a me ignoto: Tom Tompson. Poi nel mezzo di una linea scorsi il mio nome, “Yao”, e nella stessa linea queste due parole: “tremila dollari”, e più sotto, alla distanza di tre righe: “venduto, colle vesti che indossa e con una preziosa edizione di Confucio, a William Wood direttore del Circo di Lima”. Altro non lessi. Mi appoggiai ad una parete e rividi in un baleno della memoria l’orrendo stivaggio del vascello del pastore d’uomini. Tom Tompson, il gin-mù, aveva ingannato mia madre. William Wood sorrideva. Ero uno schiavo!

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