Augusto Elia – Ricordi di un garibaldino dal 1847-48 al 1900

MIO CARO ELIA,

I fatti esposti nel vostro Manoscritto sono esatti per ciò che riguarda quanto io ne conosco.

Un caro saluto alla famiglia dal

Sempre vostro
G. GARIBALDI.

Caprera, 18-3-76.

PREFAZIONE

Ai miei Vecchi Compagni d’Armi!
Ai giovani d’oggi!

Mai, come in questo momento che scrivo, e che ho davanti a me sul tavolo, raccolte le bozze dei miei “Ricordi”, ho sentita tutta la religione delle memorie, e il conforto dell’opera prestata per la redenzione della patria.
In queste pagine povere e modeste, si seguono, in folla, uomini ed episodi, confusi nella nebbia del tempo e delle vicende, vivi, però, nel cuore di quanti parteciparono alle epiche lotte della italica rivendicazione.
Come da un prisma, vividi e smaglianti si sprigionano i colori, così dalle memorie, netti e purissimi vivono gli uomini che furono – le battaglie combattute – le lotte fierissime sostenute gli ideali mai piegati e mai domi – le turbinose vicende che tempo ed uomini non poterono infrangere o tramutare.
E malgrado io sappia che un pensiero scettico domina e vince gli uomini dell’oggi – pure non reputo inutile il pubblicare questi “Ricordi” – documento autentico d’una epoca fortunosa e grande – fiore modesto che io depongo sulle fosse dimenticate e su’ marmi onorati – lauro votivo a quanti alla patria dettero la giovinezza, il sangue, gli entusiasmi, la vita.
E voi, scettici beffardi, che irridete le gloriose memorie delle nostre battaglie – Voi che dovete l’attuale libertà alla fede da noi sentita e alle lotte da noi sostenute – Voi che educate la odierna gioventù alla negazione di quel sentimento patriottico che fu il culto dell’epoca nostra – Voi che tentate distruggere col freddo sofisma o col gelido e immeritato disprezzo, le pagine più belle e più gentili della storia del popolo nostro – Voi, scettici per opportunismo, leggete questi modesti “Ricordi” ove palpita, freme e grida dolente l’anima mia – un’anima di soldato che ebbe ed ha un solo ideale: la patria! e che vorrebbe che, come una volta, s’effuse sangue generoso, si prodigasse oggi intelletto, operosità e cuore per completarla e mantenerla grande, prospera e temuta.
Leggete e se non troverete la bellezza della forma e della frase letteraria studiatamente convenzionale, voi vedrete, invece mano a mano riapparire e palpitare uomini che furono e sono gloria e vanto dell’Italia nostra, e dopo questi, altri ed altri ancora, che il facile oblio trascinò troppo presto fra la folla dei dimenticati.
Ed allora son certo – se il vostro cuore, non sarà precocemente pervertito dall’opportunismo moderno – che anche Voi, resi men scettici dalla lettura di questi “Ricordi”, vi riconcilierete col passato glorioso che è eredità di popolo generoso – e comprenderete che il patriottismo non è una forma arcadica morta, mentre esso vive e vivrà nel pensiero e nel cuore dei popoli liberi, fino a che sarà culto gentile la riconoscenza per i fattori della nostra indipendenza.

Ed è ai giovani che insieme a Voi miei vecchi commilitoni – che io dedico questo libro mio: – è ai giovani che, anche in nome vostro, ricordo tutta quell’epoca che parrà leggenda, quando il tempo renderà la tarda ma dovuta giustizia agli uomini ed agli eventi storici.
Ed è ai giovani che hanno l’anima piena di speranze e d’amore, e sentono che la vita sarebbe sterile senza la luce d’un ideale, che io mando il mio saluto augurale.
Su, su, giovani d’Italia! – Come voi, rosei e frementi nei loro vent’anni, eran coloro che dal 48 al 70 combatterono per redimere l’Italia – eran come voi animosi e gagliardi gli studenti che a Curtatone e Montanara, come a Roma, tennero alto agli albori del nostro risorgimento, il genio e il valore italiano; – come voi erano entusiasti e nobilmente ribelli i Mille compagni di Garibaldi, che salpando da Quarto compirono il più grande fatto storico dell’epoca moderna; – e giovani come voi erano i caduti sui campi di battaglia per la causa santissima da Custoza a Milazzo – da S. Martino a Calatafimi – da Pastrengo a Bezzecca – da Volturno a Castelfidardo e Mentana; e le zolle d’Italia, ricoprono ovunque pietose le ossa generose di quella balda e fiera gioventù, che tutto abbandonando affrontava la morte al grido di “Viva Italia!…”
Su, su, giovani! sulle mura d’ogni vostro paese, nei marmi votivi, sono scolpiti i nomi dei vostri cari – e quei nomi sono solcati dal sangue dei morti e dalle lagrime dei superstiti – sangue e lagrime che valsero a darvi una patria libera e indipendente!
Innanzi a tali ricordi l’irrisione diventa bestemmia!… – Giovani d’Italia venite con me a salutare i soldati del patrio risorgimento!

A. ELIA.

CAPITOLO I.

Garibaldi in America.

Nato in Ancona il 4 settembre del 1829 e figlio d’un marinaro, Elia volle fin dalla tenera età di nove anni intraprendere esso pure la carriera del mare incominciando ad esercitarla da mozzo e percorrendola tutta, fino a diventare Capitano di lungo corso.
Nei suoi viaggi più volte gli era occorso di entrare in relazione con patrioti italiani; nei loro discorsi aleggiava già la fulgida figura di Giuseppe Garibaldi. Si sentivano entusiasmati dal racconto delle eroiche azioni da lui compiute nell’America del Sud, ne apprendevano i particolari con avidità e ne facevano prezioso tesoro. Era tutta un’epopea che vedevano svolgersi intorno all’eroe, e loro sembravano omeriche gesta quelle compiute in difesa della piccola repubblica dell’Uraguay invasa dalle truppe del terribile Rosas, e fra le altre, la campagna del Paranà combattuta da Garibaldi con tre piccoli legni, male armati, contro tutta la flotta Argentina comandata dall’Ammiraglio Brown; e particolarmente il combattimento di Nuova Cava decantato quale uno dei più brillanti fatti navali. La gloriosa giornata di Sant’Antonio al Salto fu poi quella che illustrò il nome italiano e rese celebre quello di Garibaldi; combattimento di leoni che il Generale stesso descrisse così:
“Nella mattina del 18 febbraio 1846 dalle ore 8 alle 9 sortii dell’accampamento del Salto alla testa di centonovanta legionari italiani divisi in quattro piccole compagnie e circa duecento cavalieri comandati dal Colonnello Baez che da pochi giorni si era a noi riunito.
“Costeggiando la sinistra dell’Uraguay un pò prima delle 12 si arrivò alle alture del Tapevi, fiancheggiato sempre dal nemico che fu tenuto in soggezione dalle nostre catene di Cacciatori.
“La fanteria prese posizione sotto tettoie di paglia, che altro vantaggio non ci offrivano fuorchè di ripararci dai cocenti raggi del sole; la cavalleria si spinse fino al Tapevi in esplorazione. Una mezz’ora passò senza nessuna dimostrazione ostile per parte del nemico; ma questo da tempo covava un inganno e ci aveva tratti nell’agguato, occultando accuratamente le sue forze nei boschi del Tapevi, per trarci in aperta campagna, cosa che non gli riuscì, causa l’azione della nostra batteria. La nostra cavalleria, attaccata da forze molto superiori, fu travolta e messa in fuga, meno pochi che ci raggiunsero. Io arringai con brevi parole i miei: – “I nemici sono molti, ma per noi sono ancora pochi – non è vero? Italiani! questo sarà un giorno di gloria pel nostro paese; non fate fuoco se non a bruciapelo.
“Grandi masse di cavalleria si avanzano su di noi, e per poco ci lusingammo di avere a fare con la sola cavalleria; ma fummo ben presto disingannati nel vedere scendere dalla groppa dei cavalli i fanti, ed ordinarsi in numero di oltre trecento: mille e più erano i cavalieri, tutti sotto il comando del generale Servando Gomez. Le nostre piccole compagnie furono ordinate in battaglia sotto le tettoie per trarre profitto di una scarica generale e caricar quindi alla baionetta; la cavalleria, ridotta in pochi, si tenne pronta ad agire ove più occorreva. La fanteria nemica ci assaliva di fronte; la cavalleria ci prendeva ai fianchi ed alle spalle: ma quando la fanteria fu a trenta passi da noi, l’accogliemmo con una scarica così concorde ed aggiustata, che s’arrestò di botto: e poichè anche il suo comandante era caduto da cavallo lo scompiglio del nemico crebbe a tal segno che noi pensammo di trarne profitto immediatamente. E ben n’era tempo, perchè anche la cavalleria ci era sopra e pochi istanti di titubanza ci potevano riuscir fatali. Con l’esempio e con la voce, ci scagliammo all’attacco della fanteria impegnando una lotta corpo a corpo che terminò colla quasi distruzione del nemico. Anche la nostra cavalleria ci giovò in quel frangente, divergendo da noi parte delle truppe nemiche e caricando forze dieci volte superiori, quando già stavano per piombare su di noi.
“Distrutta la fanteria restammo padroni del campo; il nemico si ritirò a rispettosa distanza atterrito dalla nostra difesa. Non abbandonò però il pensiero di considerarci come cosa sua, e dispose tutta la sua cavalleria – metà della quale era armata di carabine – all’intorno del nostro campo, sicuro che la fame e la mancanza di munizioni ci avrebbero costretti alla resa.
“La nostra posizione era ben critica: scemati di numero, feriti la maggior parte dei superstiti, circondati da un nemico imponente e minaccioso, la nostra energia era pressochè esaurita; guai a noi se il nemico ci avesse attaccati un’altra(1) volta in quel momento.
“In attesa della notte si diede opera a sollevare e curare i feriti.
“Era tanto il terrore del nemico per l’eroismo dei legionari, che i suoi capi non riuscirono a condurlo ad un secondo attacco.
“Infine venne la desiderata oscurità.
“Ad un miglio circa dal luogo del combattimento eravi il bosco che costeggia l’Uraguay, porto di salvezza, che l’ignoranza del nemico aveva lasciato aperto.
“In gran silenzio si formò una piccola colonna – così dice Garibaldi – i feriti atti a camminare, furono posti nel mezzo, caricati sulle spalle!… Ad un dato segnale si partì compatti, a passo accelerato, decisi a tutto; si prese la direzione del bosco passando silenziosi avanti al nemico, che stupefatto, del nostro ardire ci lasciò libero il varco, e prima che si fosse riavuto o fosse stato in grado di seguirci noi avevamo raggiunto il bosco – porto tanto necessario e desiderato.
“Nessuno si sbandò – ubbidienti all’ordine, tutti si gettarono a terra, distesi in una lunga catena, in attesa del nemico che non si fece attendere molto. Il suono delle sue trombe ci avvisò del suo avvicinarsi, e poco stante comparvero i suoi squadroni, che noi, silenziosi e nascosti, attendemmo fino alla distanza di venti passi per salutarli con una salva che li colpì nel più fitto, e riuscì micidiale, tanto da metterli in scompiglio e deciderli a dar volta a briglia sciolta!
“Soddisfatto il bisogno il più sentito, quello della sete, riprendemmo la ritirata verso il Salto. A poca distanza dal paese incontrammo il bravo Anzani, tenente colonnello Comandante la legione italiana, che ci era venuto incontro per abbracciarci.
“Gli abitanti del paese presero amorevole cura dei nostri feriti. La nostra perdita ammontò a quarantatre morti – gli altri quasi tutti feriti; ma le perdite del nemico furono assai gravi, più di cinquecento fra morti e feriti, e fra i morti diversi ufficiali superiori. Appena si seppe che la Campagna era libera dal nemico, sortimmo per raccogliere i corpi dei nostri fratelli per dar loro onorata sepoltura sul terreno ove caddero valorosamente, pugnando per tenere alto ed onorato il nome italiano. Una alta Croce colla modesta iscrizione: – trentasette italiani morti combattendo l’8 febbraio 1846 – indica il luogo ove quei valorosi riposano per sempre”!
A questa narrazione fatta da Garibaldi non manca di aggiungere che l’ordine del giorno col quale egli ringraziò i suoi legionari della vittoria riportata, e il decreto, con cui la Repubblica Orientale deliberava ai vincitori di Sant’Antonio imperitura onoranza.
Ecco i due documenti:

Salto 10 febbraio 1846.

Fratelli,

“Avanti ieri ebbe luogo nei Campi di Santo Antonio, a una lega e mezzo da questa città, il più terribile ed il più glorioso combattimento. Le quattro compagnie della nostra Legione, e circa cinquanta uomini di cavalleria rifugiatisi sotto la nostra protezione, non solo si sono sostenuti contro mille e duecento uomini di Servando Gomez, ma hanno sbaragliato interamente la fanteria nemica che li assaltò in numero assai superiore. Il fuoco cominciò a mezzogiorno e durò fino a mezzanotte; non valsero al nemico le ripetute cariche delle sue masse di cavalleria, nè gli attacchi dei suoi fucilieri a piedi; senz’altro riparo che una casupola in rovina coperta di paglia, i legionari hanno respinto i ripetuti assalti del più accanito dei nemici; io e tutti gli ufficiali abbiamo fatto da soldati in quel giorno. Anzani che era rimasto al Salto, ed a cui il nemico aveva intimato la resa della piazza, rispose colla miccia alle mani e il piè sulla Santa Barbara della batteria, quantunque lo avessero assicurato che noi tutti eravamo caduti morti o prigionieri.
“Abbiamo avuto trentasette morti e cinquantatre feriti; tutti gli ufficiali sono feriti. Io non darei il mio nome di legionario italiano per tutto il globo in oro”. Il vostro

G. Garibaldi.

Ed ecco il

DECRETO

“Desiderando il Governo dimostrare la gratitudine della patria ai prodi che combatterono con tanto eroismo nei campi di Sant’Antonio il giorno 8 del corrente; consultato il Consiglio di Stato, decreta:
Art. 1. Il Generale Garibaldi, e tutti coloro che lo accompagnarono in quella gloriosa giornata,sono benemeriti della Repubblica.
Art. 2. Nella bandiera della Legione Italiana saranno iscritte a lettere d’oro, sulla parte superiore del Vesuvio, queste parole. “Gesta dell’8 febbraio del 1846, operate dalla Legione Italiana agli ordini di Garibaldi”.
Art. 3. I nomi di quelli che combatterono in quel giorno, dopo la separazione della cavalleria, saranno iscritti in un quadro, il quale si collocherà nella sala del Governo, rimpetto allo Stemma Nazionale, incominciando la lista col nome di quelli che morirono.
Art. 4. Le famiglie di questi, che abbiano diritto a una pensione, la goderanno doppia.
Art. 5. Si decreta a coloro che si trovarono in quel fatto, dopo di esserne stata separata la Cavalleria, uno scudo che porteranno nel braccio sinistro con questa iscrizione circondata di alloro: “Invincibili combatterono l’8 febbraio 1846”.
Art. 6. Fino a tanto che un altro corpo dell’Esercito non s’illustri con un fatto d’arme simile a questo, la Legione Italiana sarà in ogni parata alla diritta della nostra fanteria.
Art. 7. Il presente decreto si consegnerà in copia autentica alla Legione Italiana, e si ripeterà nell’ordine generale tutti gli anniversari di questo combattimento.
Art. 8. Il Ministro della Guerra resta incaricato della esecuzione e della parte regolamentare di questo decreto che sarà presentato alla Assemblea de’ Notabili: si pubblicherà e inserirà nel R. U.

“Suarez – Jose de Beia – Santiago – Vasquez Francisco-J. Mugnoz”.

Garibaldi restò ancora alcuni mesi al Salto di Sant’Antonio, continuando a battagliare colla flottiglia e colla Legione, fino a che il Governo stesso lo chiamò a Montevideo. Sul cominciare di settembre il Generale Pacheco che aveva immensa affezione e stima di Garibaldi gli offrì il comando della Piazza.
Per ubbidienza Garibaldi accettò l’arduo incarico – ma ben presto grandi e piccole gelosie, pregiudizi locali, permalosità spagnole, scoppiarono contro di lui e lo fecero accorto che era meglio deporre l’ufficio.

Saputosi a Montevideo la notizia dell’assunzione al trono pontificale di Pio IX e delle sue idee riformatrici, nonchè delle apparenti sue intenzioni di promuovere guerra contro l’Austria, a Garibaldi ed ai suoi legionari sembrò giunta l’ora di combattere per la redenzione della loro terra natale, e senza indugio, in nome suo e dei suoi compagni d’arme, scrisse al Nunzio papale a Montevideo, offrendo i suoi servigi nella guerra contro lo straniero.
Contemporaneamente scriveva al suo amico Paolo Antonini di Genova, concludendo così:

“Io pure, con gli amici penso venire in Italia ad offrire i deboli servigi nostri, o al Pontefice o al Granduca di Toscana. Indi avrò il bene di abbracciarvi. Qui si aspettano notizie d’Europa. Amate il vostro”

G. Garibaldi

Montevideo 27 dicembre 1847.

CAPITOLO II

1847-48 Insurrezione della Sicilia
Messina-Palermo-Catania-Calabrie.

Come la più oppressa tra le regioni italiane, la Sicilia fu la prima a tentare di scuotere il giogo che le gravava sul collo appena si ebbe sentore delle idee liberali di Pio IX. Primissima Messina, il 1° settembre del 1847. Molti parteciparono alla congiura, pochi, per fatali equivoci, presero parte all’azione; gli ufficiali borbonici che dovevano essere tutti colti all’improvviso all’Hôtel Vittoria, dove erano uniti per festeggiare una promozione, non si sa come, vennero prevenuti; corrono alle caserme ed alla Cittadella e ne escono alla testa di forti battaglioni. Gli insorti non s’intimidiscono; affrontano le truppe vendendo cara la loro vita; ma alla fine il numero la vince sul valore e l’insurrezione è domata. Il generale Landi pubblica un bando contro i principali cospiratori promettendo lauti premi a chi li consegni.
Tutta la città conosceva i capi dell’insurrezione, ma non vi fu uno che li denunziasse; e, più meraviglioso ancora, che taluni dei perseguitati trovarono rifugio in case di gente poverissima per la quale il premio promesso dal Lanza sarebbe stata una vera ricchezza. Tutti i compromessi trovarono modo d’imbarcarsi; ma nei messinesi restò accresciuto l’odio contro le truppe borboniche, e doveva presto venir il giorno che la patriottica città avrebbe presa la sua rivincita.
A dare la nuova iniziativa spettava alla capitale della Sicilia, all’eroica Palermo e questa non tardò ad affermarlo in modo veramente straordinario.
Maggiore eroismo di un popolo non si sarebbe potuto dare. Certo fu esempio unico nella storia.
Questo fu la sfida poderosa, quasi pazza, in cartello a giorno determinato che i palermitani stanchi di domandare lenimento alle profonde piaghe comuni, lanciavano alle autorità costituite del tirannico governo borbonico. Il 22 gennaio 1848, giorno natalizio di Ferdinando II Re delle due Sicilie, era fissato per la rivoluzione.

L’ansia dei giorni che di poco precedettero quello stabilito fu grande.
Spuntava l’alba del 12. Forti pattuglie di cavalleria in attitudine di guerra percorrevano le vie della città e i sobborghi. Buon nerbo di fanteria e di birri stavano schierati in piazza Vigliena. Le truppe erano consegnate ne’ quartieri, al palazzo Reale, al Castello. Era appena giorno e le vie brulicavano di gente inerme di ogni classe come nei giorni di festa. Le finestre, i balconi di tutte le case zeppe d’uomini, di donne, di fanciulli, tutti aspettanti qualche cosa che ignoravano ma che presentivano dovesse accadere. Finalmente alla Madonna del Cassero si presenta un uomo armato di fucile, visto di essere il solo armato, grida al tradimento e fa fuoco in aria. Al colpo si risponde con applausi rumorosi dalle finestre, dalle vie; ed ecco altri due cittadini armati salutati al loro arrivo da frenetici applausi. Alla piazza della Fieravecchia una ventina di persone, quali armati di fucile e quali d’arma bianca con nastro tricolore sul petto, stanno aspettando che altri vengano a far massa; fu un’ora tremenda di aspettativa e di dubbio, ma altri valorosi sopraggiungono, si forma una colonna, questa si muove per altre strade e fa nuove reclute. Passa per l’Albergaria e la colonna s’ingrossa d’armati, pronti a dare la vita combattendo. La truppa ed i birri di piazza Vigliena, non molestati e non molestanti, si ritirano verso il palazzo Reale ed il popolo li acclama.
Un corpo di circa cinquanta soldati a cavallo con alla testa il figlio del generale Vial entrava nella strada nuova per sciogliere l’attruppamento; il popolo gridava Viva la truppa! ma i soldati all’ordine dell’ufficiale che li comandava misero mano alle sciabole; dal popolo allora partirono alcuni colpi di fucile e questi bastarono per mettere in fuga ufficiali e cavalieri. Il dado ormai era tratto e la rivoluzione prese animo e si fè gigante per l’inasprimento della popolazione svegliata dal rombo delle artiglierie. Si festeggiava il natalizio del re con la strage che palle e mitraglia facevano del popolo; e da parte del popolo coi rintocchi delle campane suonanti a stormo.
Il giorno 13 le squadre cittadine cresciute di numero e di coraggio assalivano da più parti il palazzo delle Finanze difeso da forte presidio di soldati; il combattimento fu ostinato e non cessò che la sera; il popolo mancava di artiglieria e non poteva tentare un assalto con fucili od armi corte perchè per forzare i cancelli bisognava esporsi alla mitraglia dell’artiglieria di Porta Nuova che infilava il “Cassero”; durante il lungo combattimento contro le Finanze non si cessò mai dal Castello di lanciare bombe che danneggiavano le case, i conventi, le chiese; si sperava che il terrore avrebbe consigliata la sottomissione, ma l’effetto fu totalmente contrario. Pacifici cittadini, anche i più timidi, vistisi minacciati negli averi e nella vita scelsero di morire con le armi in pugno in difesa del patrio focolare e si unirono al popolo; si chiedeva armi da ogni parte.
Per provvedere ai più urgenti bisogni si riunivano molti dei più notabili cittadini nel palazzo Municipale e si formarono comitati diversi in appoggio del Comitato della Fieravecchia centro delle disposizioni di guerra, e siccome le imprese generose svegliano la simpatia dei cuori umani, un inglese, che per modestia volle non fosse pubblicato il suo nome, mise a disposizione del Comitato armi e munizioni da guerra a quanti dei cittadini ne avessero fatta richiesta.
I combattimenti continuavano da parte dei cittadini; la distruzione col bombardamento da parte delle truppe che fra l’altro incendiavano il Monte di S. Rosalia e nell’incendio venivano consumati i miseri cenci della parte più povera del popolo e il popolo inferocito, nonostante la difesa delle truppe, s’impossessava del quartiere militare di Santa Cita; altra vittoria sanguinosa riportava sulle truppe che occupavano il podere del principe di Villafranca di fronte a porta Macqueda.
Nel giorno 24 i cittadini assalivano furiosamente il Noviziato guardato da molta forza e se ne rendevano padroni. Le truppe erano scosse già; alcuni militi eransi affratellati al popolo accolti con amorevolezza; il palazzo Reale nel giorno 26 cadeva in mano dei cittadini e nelle ore pomeridiane questi prendevano possesso anche del palazzo delle Finanze.
I regi cacciati da tutte le loro posizioni si riunirono al Molo; i generali De Maio e Vial s’imbarcano per Napoli; al comando delle truppe rimase il Desauget.
I cittadini si aspettavano un sanguinoso combattimento al Molo, ma il Desauget sceglie di ritirarsi, costeggiando la catena dei Monti che cingono da Levante a Settentrione Palermo.
Non restava ai cittadini che di espugnare il forte di Castellamare; e a questa impresa si accinsero animosi.
Furono piantate, mascherandole, le più grosse artiglierie e mortai caduti in mano del popolo nel fabbricato della Carità che guarda il Castello dal lato della Cala. Il forte sotto il fanale del molo fu destinato a tenere occupato il Gross comandante del Castello dal lato opposto; altri pezzi dovevano ribattere il fuoco della batteria principale e questi furono piazzati fra le case che circondano la Cala di porta Felice a Piedigrotta; doveva essere un feroce bombardamento e della battaglia dovevano essere spettatori un Vascello di linea inglese ed altro Vapore, nonchè molte navi mercantili di diverse bandiere che abbandonato il molo eransi schierate in linea nella rada. E il fuoco incominciò da ambo le parti; per quasi tre ore tremarono le case della città al rimbombo delle grosse artiglierie e di mortai. Ad un tratto il fuoco cessava su tutti i punti. Per mediazione del Comandante del Vascello inglese si trattò della resa ad onorevoli condizioni. Nella notte il Comandante Gross con tutta la guarnigione di circa mille soldati con armi e bagaglio s’imbarcava per Napoli.
Il giorno 5 febbraio Palermo libera, dalle armi borboniche, solennizzava alla Chiesa Madre, con l’inno ambrosiano, la sua vittoria.
Fu questa la fine dei 24 giorni di rivoluzione palermitana, meravigliosa per l’audacia di chi la indisse, pel valore sommo del popolo che la sostenne, per la generosità di soccorsi avuti e pel favore unanime dell’Isola tutta; deplorevole per le truppe regie, vittime delle insolenze e delle viltà dei capi, nonchè del giusto risentimento di un popolo da assai tempo calpestato ed oppresso.
Il Comitato Generale ottenuta la meravigliosa vittoria col concorso e il sagrifizio di tutta la cittadinanza, sentì la necessità, sino alla convocazione del Parlamento, di costituire un governo provvisorio e con un proclama divideva le incombenze governative e nominava i cittadini che doveano esercitarle come appresso:
Presidente del Comitato generale sig. Ruggero Settimo, Segretario generale sig. Mariano Stabile.
1° Comitato – Guerra e Marina – presidente il principe di Pantellaria, Vice presidente il barone Pietro Riso, Segretario sig. Francesco Crispi.
2° Comitato – Finanze – presidente il Marchese di Torrearsa, vice presidente il conte Sommatino, Segretario sig. Francesco Anca.
3° Comitato – -giustizia, culto, sicurezza pubblica interna – Presidente sig. Pasquale Calvi, vice presidente il sac. Gregorio Ugdulena, Segretario sig. Vincenzo Errante.
4° Comitato, Amministrazione civile, istruzione pubblica e commercio, presidente il principe di Scordia, vice presidente il barone Casimiro Pisani, segretario il cav. Vito Beltrami.
Componenti dei quattro Comitati. Guerra e Marina, i signori barone Andrea Bivona, Rosario Bagnasco, Pasquale Bruno, Ignazio Calona, Salvatore Castiglia, Giambattista Cianciolo, Emanuele Caruso, Damiano Lo Cascio, Giacinto Carini, Sebastiano Corteggiani, Ascanio Enea, Enrico Fardella, principe Grammonte, cav. Antonio Jacono, Giuseppe La Masa, Giacomo Longo, Domenico Minelli, Pasquale Miloro, Filippo Napoli, Faija Giovanni, Naselli Flores, Giuseppe Oddo, Andrea Ondes Reggio, Agatino Ondes Reggio, Vincenzo Orsini Giordano, Salvatore Porcelli, Rosolino Pilo Giaemi, Mario Palizzolo, principe Ottavio Ramacca, Tommaso Santoro, Francesco Vergara, Guglielmo Velasco.
Finanze – i signori conte Aceto, duca Monteleone, duca Serradifalco, Francesco Stabile, Giovanni Villa Riso, Benedetto Venturelli, Francesco Trigona, Paternostro Francesco.
Giustizia, culto e sicurezza interna – i signori Vincenzo Caccioppo, Giovanni del Castillo Sant’Onofrio, Angelo Marocco, march. Ignazio Pilo, Paolo Paternò, Francesco Ugdolena.
Amministrazione civile, istruzione pubblica e commercio – i signori Salesio Balsano, Francesco Burgio, Villafiorita, duca Gualtieri, conte Manzone, Paternò di Sessa, Federico Napoli, march. Spedalotto, Luigi Scalia, duca della Verdura.
La Città di Catania non degenera figlia della Sicilia, appena ebbe novella della gloriosa rivoluzione della magnanima Palermo corse alle armi al grido di Viva Palermo – Viva la Sicilia. Il popolo espugnò valorosamente tutti i posti occupati dalle truppe compreso il forte S. Agata. L’entusiasmo, il coraggio e la magnanimità dei cittadini risparmiò la vita ai miserabili mercenari che ardirono tirare sulla città e con le grida della vittoria e del perdono confuse quelle genti col rimorso di essersi battuti per la causa nefasta della tirannide.
Alla voce di Palermo e di Catania tutti i paesi della Sicilia risposero secondando il movimento rivoluzionario armando numerose bande pronte a combattere per la difesa della patria.
Ed ora toccava a Messina.
Ecco quel che scrivevano i delegati del Comitato di Messina a Ruggero Settimo presidente del Comitato Generale di Palermo.
“Sia gloria ai prodi che combattono per la Sicilia.
“Messina attende lo avviso da Palermo. Se deve perire morrà; ma con le armi alla mano e con il voto dell’indipendenza nel cuore.
“Sappiate intanto che la guarnigione è forte di 4000 soldati – 300 cannoni sono pronti a vomitare l’esterminio sulla città. Ma Messina sprezza il pericolo – ne facciano fede la brillante pugna del 1° settembre e la imponente dimostrazione del 6 gennaio. Messina quantunque si mostri disarmata è col fatto in rivoluzione – il suo aspetto è minaccioso, imponente; però Messina come al tempo dei Vespri desidera di gareggiare con Palermo solo nella virtù. Se per la causa comune vuolsi il sacrificio di lei essa è pronta a patirlo e ardimentosa si getterà nella voragine. Quantunque i prodi del settembre siano profughi, altri figli ella ha pronti al cimento; quantunque fu disarmata pugnerà con le mani. Se l’attuale stato minaccioso della città, i fatti già consumati, e la diversione dei 4,000 soldati bastano per aiuto alla causa comune, essa starà pronta e minacciosa; se altro vuolsi da lei, si dica. Messina è città “Siciliana” e solamente “Siciliana”. Viva Palermo è il grido del popolo. Dite e sarà fatto il voler vostro. Indipendenza e libertà è il solo voto di Messina”.

Ma il contegno ardimentoso, provocante del popolo messinese non piaceva ai regi. Comandava in Messina il generale Nunziante, che un giorno, credendo d’intimorire la popolazione, volle far mostra di tutte le truppe che aveva al suo comando stendendole lungo la via Ferdinando. Un abatino si staccò dal popolo che s’era addensato tanto da impedire i movimenti dei soldati, s’avvicinò al generale e gli disse: “Sono queste tutte le vostre truppe? Non ci toccherà neppure un boccone a testa”. Al generale che aveva voluto scendere in piazza non restava che caricare la folla e rompere l’assembramento per tenere alto il prestigio militare, invece ordinava di rientrare nei quartieri, il che si fece fra gli urli e i fischi della popolazione. L’abatino era Felice Perciabosco che fu patriota e dei dimenticati.
Da quel momento non ebbero più tregua le provocazioni, le risse fra popolo e truppe borboniche e la sommossa divenne generale. Il bombardamento della città non faceva che inasprire gli animi dei cittadini, i quali, armatisi con armi fornite dai bastimenti, che erano nel porto e con altre mandate da Palermo, si divisero in tre schiere sotto il comando di Antonio Pracomi, di Paolo Restuccia, e di Domenico Landi, decisi di vincere o di morire e senz’altro si diè mano ai più arditi assalti.
Il 22 febbraio il forte Real Basso, Porta Saracena, Santa Chiara, i bastioni di Don Blasco, le barricate di Porto Franco, e l’Arsenale cadevano in mano delle forze cittadine. Aiutati dall’ardire eroico dei bravi cannonieri palermitani il valoroso popolo messinese si avventava furioso all’attacco. Non valse ad arrestarlo il fuoco micidiale del forte S. Salvatore e della Cittadella, traenti bombe e mitraglia contro gli assalitori; tutti questi luoghi difesi dalle truppe borboniche dovettero cedere all’imponenza del furore cittadino, mentre i nemici della patria, atterriti e sbaragliati, correvano a gambe levate a cercare rifugio nella Cittadella, unico punto ormai di loro salvezza. Da per tutto il popolo vittorioso inalberava la bandiera a tre colori. In questi eroici fatti si distinsero assai Longo, Porcella e Scalia.
Diedero esempio di patriottismo altri bravi messinesi e fra altri l’infaticabile Salvatore Bensaia; espugnato il forte Real Basso, si slanciava in altre parti dove ardeva la pugna acclamato dal popolo, quando il figlio suo Giuseppe, salito sull’espugnato baluardo per piantarvi il tricolore vessillo, veniva colpito a morte. – Portata la notizia al padre, al primo annunzio ne rimase tramortito – ma riavutosi gagliardamente gridò al popolo: “Cittadini mio figlio è morto gloriosamente per la salute della patria, io non debbo piangere la sua morte”: al cittadino Valadi portarono la notizia che i suoi figli erano feriti all’attacco del forte di porta reale: l’infausto annunzio non sgomentò il patriota: preso il fucile disse: “vado io a rimpiazzare i miei figli”. Giulio Colondre, ginevrino, che si unì nel combattere al popolo messinese, riportava grave ferita ad un braccio che ferro chirurgo dovette amputare – ai cittadini accorsi a confortarlo, con tutta serenità diceva: “Signori di questo mio braccio io fo dono alla Città di Messina”. Moriva Tommaso Arena e rimaneva ferito anche Nicola Bensaia.
Ai soldati borbonici ridotti nella cittadella non restava altro sfogo che di lanciare ogni giorno delle bombe sulla città, ma i cittadini ne avevano fatta ormai l’abitudine, tanto che accudivano ai loro affari senza punto badarvi.
Il 24 aprile una fregata a vapore napoletana portava a Messina, incaricati di trattare l’armistizio, i commissari Plutino e Lo Presti, calabresi; il Comitato Messinese incaricava per suoi rappresentanti i cittadini Piraino, Ribotti e Natoli, ai quali, prima di altre trattative, era dato il mandato dello sgombro della Cittadella.
Così la Sicilia, che aveva dichiarato decaduto il Re delle due Sicilie, era liberata da tutte le truppe borboniche.
A Palermo veniva istituita la Guardia Nazionale affidandone l’incarico al Comandante generale Barone Riso.

Collaboratori

Duca di Monteleone, Marchese Casimiro Drago, Leopoldo Pizzuto, Conte Lucio Tasca, Cav. Luigi Gravina, Andrea Mangeruva – Tommaso Abbate Segr.

La rivoluzione della Sicilia del 1848 sarà ricordata come uno dei più meravigliosi fatti storici. Il prodigio operato da Palermo gli ha guadagnato il rispetto e l’ammirazione generale.

Le notizie delle Calabrie erano da per tutto favorevoli al movimento insurrezionale.
A Cosenza, centro delle operazioni, nido di uomini generosi, il cui suolo, santificato più volte dal sangue di tanti martiri ed ove rosseggia tuttora di quello dei fratelli Bandiera e compagni, tutte le cure erano rivolte ad un unico scopo, distruzione della tirannia. A Nicastro come in altri punti della Calabria si riunivano uomini armati per dare la caccia ai borbonici, correre serrati a Reggio al grido di viva la libertà.
Nelle provincie di Catanzaro, di Abruzzo, di Salerno, di Lecce, di Campobasso e di Avellino, si apprestavano armi ed armati. Che più? Napoli insorgeva massacrando Svizzeri e spie borboniche.
L’ora della libertà pareva suonata da un punto all’altro d’Italia! Sventuratamente non fu di lunga durata; mancò un’unica direzione e la concordia.
Dal Ministero di Guerra e Marina veniva emanato il seguente ordine del giorno:

Gloria e lode ai nostri fratelli di Calabria. Un avviso telegrafico giunto ieri da Messina alle ore 23-1/2 così avvisa:
Dal piano della Corona ci viene con espresso avvisata la disfatta delle truppe borboniche per parte dei naturali di Catanzaro e la morte del Nunziante; l’azione ebbe luogo presso il fiume Angitola nel giorno di ieri.
Ci consola, o Cittadini, vedere eseguita con tanta giustizia l’ira del Cielo.
Attendiamoci di sentire altre vittorie, acciò si giungesse al santo scopo di liberare gli afflitti fratelli del Continente dal duro giogo d’un barbaro.

Palermo, 30 giugno 1848.

Il Maresciallo di Campo, Ministro della Guerra
Giuseppe Paternò

CAPITOLO III.

Garibaldi s’imbarca coi suoi legionari per l’Italia.

Si era alla fine del 1847 e ogni bastimento che approdava alla Plata, portava dal vecchio continente l’annunzio di avvenimenti importanti.
Un nuovo Pontefice benediva l’Italia, perdonava ai ribelli, accoglieva i proscritti, e poneva sotto la tutela della Croce la causa dei popoli. Queste notizie entusiasmavano i legionari e la partenza per l’Italia era nella mente di Garibaldi ormai risoluta. L’annunzio della sollevazione di Palermo e di Messina venne a precipitarla; la lotta era già incominciata; in Italia si combatteva e si moriva per la libertà; il posto suo e della legione era indicato.
Una pubblica sottoscrizione venne aperta fra gli italiani in favore della spedizione comandata da Garibaldi. Un brigantino era stato noleggiato e si stava apprestando per la partenza. Invano il Governo di Montevideo, conscio della perdita che stava per fare, tentava trattenere con preghiere, con lusinghe Garibaldi ormai impaziente; invano gli stranieri stessi che vedevano nel generale una delle più sicure garanzie dello Stato e dei loro interessi, si associavano al Governo nel sforzarlo a ritardarne quanto più poteva la partenza; ma Garibaldi non si sentiva più padrone della sua volontà, e le insistenze e gli indugi lo inasprivano e lo si sentiva pieno di amarezza dire “duolmi che arriveremo gli ultimi e quando tutto sarà finito”.
Però egli stesso capiva che per ottenere la riuscita della impresa era necessario precisarne la meta, avvertire gli amici e prepararle in Italia il terreno.
Poco dopo la giornata del Salto era sbarcato a Montevideo e si era arruolato nella legione Giacomo Medici. Era un giovane bello di forme, intrepido di cuore, affabile di modi; e Garibaldi, intuendo nel Medici un valoroso che avrebbe immortalato il suo nome, l’ebbe subito assai caro e ripose in lui tutta la sua fiducia. Garibaldi pensò subito di mandarlo in Italia quale foriero e preparatore della divisata spedizione e lo muniva delle seguenti

ISTRUZIONI

“Terrai presente che scopo nostro è di recarci in patria non per contrariare l’andamento attuale delle cose, e i Governi che v’acconsentano; ma per accomunarci ai buoni, e d’accordo con essi andare innanzi pel meglio del paese; ma che noi preferiremmo lanciarci ove una via ci fosse aperta ad agire contro il tedesco, contro cui devono essere rivolte senza tregua le ire di tutti; e tanto più lo vorremmo, perchè la gente che ci accompagna è mossa da questo ardentissimo desiderio: perchè questo avvenga ti recherai:
“1. A consultare Mazzini intorno ai passi da farsi onde preparare le cose nel senso suindicato; quindi t’affretterai per alla volta di Genova, Firenze e Bologna, a meno che con Mazzini non risolviate altrimenti.
“2. Dagli amici ti procurerai commendatizie per tutti quei punti che crederai utile di visitare, affine di dar moto a preparare gli uomini, e combinare elementi di cooperazione.
“3. Scorsi quei paesi, ti ridurrai a Livorno come luogo più acconcio a sapere di noi.
“4. Una delle cose che dovrai tenere in vista, si è quella di indurre gli amici a tener pronti quei mezzi indispensabili a provvedere il bisognevole almeno pei primi giorni, affine di non correre il rischio di perdere il frutto di tante fatiche e dei sagrifici fatti con tanta generosità dai nostri compatriotti di Montevideo.
“5. I venti, ed altre cause, potrebbero obbligarci(2) a toccare Gibilterra. Se Mazzini ha ivi persona fidata le diriga lettere per me, informandomi della marcia delle cose e sul da farsi – e potrà, appena tu arrivi, cominciare a scrivere. La persona che incaricasse dovrebbe stare sempre all’erta, affine di farmi pervenire ogni cosa a bordo e subito. Dal nome del bastimento chè quello di “Speranza” con bandiera orientale, sarebbe al momento avvertito del nostro arrivo – e perchè ne fosse più sicuro e potesse riconoscerlo facilmente, alzeressimo all’albero di prora una bandiera bianca attraversata orizzontalmente per quanto è lunga e nel bel mezzo, da una striscia nera.
“Di quanto scrivesse a noi potrebbe darti avviso se ciò potesse farci mutare di direzione”.

Montevideo, 20 febbraio 1848.

G. Garibaldi

“Le lettere che io ti scriverò a Livorno saranno dirette al nome di M. James Gross – nella soprascritta – sig. Giacomo Medici”.

Il Medici infatti dopo tre giorni s’imbarcava per la sua missione; e il 15 aprile 1848 Garibaldi medesimo, accompagnato da ottantacinque de’ suoi legionari, fra cui l’Anzani, ammalato, il Sacchi, ferito, Ramorino, Montaldi, Marocchetti, Grafigna, Peralta, Rodi, Cucelli e il suo moro Aghiar, soccorso dallo stesso Governo Orientale di armi, munizioni, col brigantino “La Speranza” salpò da Montevideo per la terra Italiana.

CAPITOLO IV.

Venezia si erige a repubblica.
Milano e le cinque giornate.

L’annunzio d’una sollevazione degli studenti viennesi propagatosi alla metà di marzo, spinse il popolo veneziano alla presa delle armi per la cacciata dello straniero. Si combattè nella città della laguna per cinque giorni e il popolo veneziano, rimasto vittorioso, liberava Manin e Tommaseo e si erigeva in repubblica.
Il 18 marzo Milano iniziava colle barricate le memorande cinque giornate. Mentre gli Austriaci avevano fatto del Broletto la loro cittadella e luogo di macello; mentre dal Castello si prendeva di mira l’italiano che giungeva a tiro – al suono delle campane a stormo il popolo impegnava la lotta sotto la direzione di un Comitato di salute, del quale facevano parte Carlo Cattaneo e Enrico Cernuschi.
Non sgomentavano i Milanesi il rombo assordante del cannone, al quale rispondevano coi rintocchi delle campane; e la strage che facevano le truppe imperiali, spronava alla lotta, alla vendetta gli eroici insorti per la patria libertà.
E la lotta fu aspra, violenta, combattuta corpo a corpo. I cittadini si scontravano con le pattuglie, che numerose stavano appostate in ogni via della città, le affrontavano con ardimento; uccidevano od erano uccisi, mentre dalle finestre delle case, dai tetti pioveva pioggia micidiale di tegole e di sassi – e di quartiere in quartiere si scacciavano le truppe con valore senza pari.
Il 23 marzo fu giorno di vittoria e di giubilo per la città di Milano. Assaliti da ogni parte, gli Austriaci cacciati dal popolo che non dava loro tregua, al Radetzky non restò che di ordinare la ritirata.
L’eco delle cinque giornate risuonò per tutta Italia commuovendo le popolazioni ed incitandole alla riscossa.

CAPITOLO V.

Carlo Alberto bandisce la guerra all’Austria.

Il 23 di marzo 1848 il Re Carlo Alberto bandiva la guerra all’Austria, ed il 27 dello stesso mese si metteva alla testa delle sue truppe con a Capo di Stato Maggiore il generale Salasco. L’esercito piemontese, forte di circa 60 mila uomini, era diviso in due corpi d’armata, il primo era comandato dal generale Eusebio Bava; il secondo dal generale Ettore De Sonnaz; a capo dell’artiglieria era il Duca di Genova, e d’una terza Colonna era comandante il principe ereditario Vittorio Emanuele.
Le altre forze che concorsero alla guerra in Lombardia erano 5000 Toscani, 3000 Parmensi e Modenesi, 15000 dello Stato Pontificio, 4000 volontari Lombardi. Le truppe Napolitane comandate dal generale Pepe erano entrate in Venezia. Le forze Austriache erano di 80 mila uomini suscettibili di rinforzi.
Il giorno 6 di aprile le truppe Sarde ebbero cogli Austriaci un forte scontro al ponte di Goito ed a Monzambano ove i bersaglieri comandati dal Colonnello Lamarmora, il battaglione Real Navi e i cannonieri si copersero di gloria.
Il giorno 13 s’investiva Peschiera con vivissimo cannoneggiamento.
Il 24 le truppe Toscane prendevano posizione a Montanara ed a Curtatone alla destra dell’armata Piemontese.
Nello stesso giorno la colonna mobile dei Modenesi comandata dal Maggiore Fontana fu attaccata da un Corpo Austriaco sulla strada di Mantova ad un miglio da Governolo. Il combattimento sostenuto dai nostri con valore durò circa tre ore e terminò con la ritirata degli Austriaci. In appresso quasi ogni giorno si ebbero scaramuccie nelle prossimità di Mantova dagli avamposti Piemontesi, e da quelli Toscani e Modenesi, fin che si arrivò al 13 maggio, nel qual giorno verso le due pomeridiane 5000 Austriaci attaccarono le posizioni di Curtatone e Montanara tenute dai Toscani; l’attacco fu sostenuto con vigore per oltre tre ore e i Tedeschi furono respinti con forti perdite sotto le mura di Mantova.
I reduci dall’America non conoscevano gli avvenimenti del febbraio, la sollevazione di Vienna, la riscossa di Venezia, le barricate di Milano, l’entrata di Carlo Alberto in Lombardia e le prime vittorie delle armi italiane sul Mincio; tutto questo era loro interamente ignoto; quindi Garibaldi era incerto del luogo e della meta del suo sbarco – e l’animo suo ondeggiava tra i consigli avuti dal Mazzini, che con uno scritto lo spingeva a sbarcare in Sicilia e gli accordi presi col Medici per i quali erasi impegnato ad approdare in Toscana, mentre il suo vivo desiderio era di scendere ove fosse più pronta l’occasione di menar le mani. Obbligato ad approdare a Palos presso Cartagena per fare provvista di viveri, Garibaldi riceveva dal vice Console Francese la lieta notizia della guerra dichiarata all’Austria. Non più esitazioni – la via era tracciata, la meta era designata. A Garibaldi urgeva senza perdere un istante dirigere la prora verso la costa della Liguria per essere più vicino al teatro della lotta, ed offrire senza esitare il braccio suo e dei suoi a Carlo Alberto.
I venti lo obbligarono ad approdare a Nizza, ed alle 11 antimeridiane del 21 giugno 1848, inalberante la bandiera di Montevideo, gettava l’ancora nel porto della sua Città natale.
Nello scendere a terra un urlo d’entusiasmo lo saluta, facendogli suonare all’orecchio nel dolce idioma natio quel grido d’ammirazione che da tanti e tanti anni non aveva più udito se non in lingua straniera, in terra straniera.
Non perdette tempo Garibaldi.
Riordinata la legione, alla quale i Nizzardi avevano recato un primo rinforzo, il 28 giugno di mattina salpa con circa duecento volontari ben armati ed equipaggiati, ed arriva a Genova nel pomeriggio del 29, accolto dai Genovesi coll’entusiasmo di popolo con cui era stato acclamato a Nizza, e ricevuto dalle autorità con ogni dimostrazione d’onore.
Per debito di cortesia prima di partire da Genova dovette accettare l’invito fattogli d’intervenire ad un’adunanza del Circolo Nazionale; fu obbligato dopo avere uditi diversi discorsi a pronunziarne uno egli stesso per esprimere il suo giudizio sulle cose della guerra e sulle condizioni dell’esercito. Procurò di schermirsi, ma dovette cedere alle vive insistenze e con parola misurata e con molta franchezza si espresse così:
“Voi sapete che io non fui mai partigiano dei Re. Ma poichè Carlo Alberto si è fatto il difensore della causa popolare e muove guerra allo straniero per l’indipendenza nazionale, io ho creduto dovergli recare il mio concorso e quello dei miei camerati.
“Il maggiore pericolo che ci sovrasta è quello che la guerra si prolunghi e non sia terminata quest’anno. Noi dobbiamo fare ogni sforzo perchè gli Austriaci sieno presto cacciati dal suolo italiano e non si abbia a sostenere una guerra di due o tre anni. Ora noi non possiamo ottenere questo intento se non siamo fortemente uniti. Si bandisca da noi la politica, non si aprano discussioni sulla forma di governo, non si ridestino i vecchi partiti. La grande, l’unica questione del momento è la cacciata dello straniero, è la guerra dell’indipendenza.
“Io fui repubblicano, ma quando seppi che Carlo Alberto si era fatto campione dell’Italia, io ho giurato di ubbidirlo e di seguire fedelmente la sua bandiera. In lui vedo riposta la speranza della nostra redenzione; Carlo Alberto sia dunque il nostro capo, il nostro simbolo; gli sforzi di tutti gl’italiani si concentrino in lui. Fuori di lui non vi può essere salute.
“Uniamoci dunque tutti nel solo pensiero della guerra allo straniero; facciamo per la guerra ogni sorta di sacrifici. Pensiamo che essi saranno sempre minori di quelli che c’imporrebbero i nemici se fossimo vinti”.
Queste parole vennero accolte da grandi applausi, e Garibaldi fu nominato socio onorario del circolo Nazionale.
Garibaldi senz’altro partì per Torino. – Passata in fretta Novara, e toccata Pavia per salutare il suo grande amico Sacchi, il quale andava raccogliendo volontari, al 4 di luglio arrivò al Quartiere Generale in Roverbella, e si presentò immediatamente al Re.
Questi lo accolse con grande cortesia, si mostrò edotto delle sue gesta di America, se ne compiacque altamente congratulandosi con lui. Ma all’offerta che Garibaldi gli fece di sè e dei suoi compagni, quale Re costituzionale si credette obbligato di mandare il Generale ai suoi Ministri.
Garibaldi non perdette tempo – si presentò al Ministro della Guerra Generale Ricci, bravo uomo, colto militare, ma pieno di pregiudizî; questi credette di non potere accettare i servigi che Garibaldi offriva alla causa italiana combattendo con l’esercito, per ragioni di regolamenti ecc. – e finì per consigliarlo di recarsi a Venezia “campo degno di lui, dove poteva prendere il comando di qualche flottiglia tanto utile a quell’assediata Città”. A Garibaldi “uccello di bosco e non di gabbia” non piacque quel suggerimento – deliberò invece di recarsi a Milano, dove giunse la sera del 15 luglio e dove l’aspettava miglior fortuna.
Milano era pur sempre la città delle Cinque Giornate e quindi il concetto della guerra popolare rivoluzionaria era sorta dalle barricate.

CAPITOLO VI.

Garibaldi a Milano prende il comando dei Volontari.

Il governo provvisorio s’affaccendava a reclutare quante più milizie poteva, ed accoglieva volontieri quanti venivano ad offrirgli il loro braccio; e però il giorno stesso del suo arrivo esso offerse a Garibaldi il comando di tutti i volontari raccolti fra Milano e Bergamo, i quali sommavano a circa tremila.
Non era forza atta a salvare il paese, ma più di quanta in quel momento Garibaldi potesse desiderare. Si occupò quindi senz’altro dell’armamento dei suoi volontari; li ordinò in battaglioni, dando al più scelto il nome del suo amico Anzani morto, suo compagno di Montevideo, ponendolo sotto il comando di Medici che si era unito a lui a Torino.
Nel pomeriggio del 25 luglio, obbedendo a un ordine del Governo Provvisorio, lasciò i quartieri di Milano e s’incamminò verso Bergamo.
Prima di lasciare Milano Garibaldi indirizzava alla gioventù italiana il seguente:

PROCLAMA

Alla Gioventù!

La guerra ingrossa, i pericoli aumentano. La patria ha bisogno di voi.
Chi v’indirizza queste parole ha combattuto per l’onore italiano in lidi stranieri, è accorso con un pugno di valenti compagni da Montevideo per aiutare anche egli la vittoriosa patria, o morire su terra italiana.
Egli ha fede in voi: volete, o giovani, averla in lui?
Accorrete, concentratevi intorno a me, l’Italia ha bisogno di dieci, di ventimila volontari, raccoglietevi da tutte le parti, in quanti più siete: e alle Alpi! Mostriamo all’Italia, all’Europa che vogliamo vincere, e vinceremo.

Milano, 25 luglio 1848.

G. Garibaldi

CAPITOLO VII.

Venezia, Treviso, Vicenza, Curtatone e Montanara, Goito, Peschiera, Rivoli – Sfortunata giornata di Custoza – Armistizio di Salasco.

Il 21 marzo Venezia quasi senza spargimento di sangue si liberava dal giogo straniero.
Il governo civile e militare austriaco era dichiarato decaduto ed una convenzione era firmata per la quale il reggimento Kinski e tutte le altre truppe, Croati, Artiglieria, Marina ecc. ecc. si ritiravano, imbarcandosi per Trieste. Manin e Tommaseo, liberati dal carcere politico, venivano portati alla sede del governo in trionfo.
Il popolo veneziano proclamava la repubblica e il governo prendeva provvedimenti per una pronta ed efficace difesa contro il ritorno dello straniero.
Padova, Treviso, Vicenza e tutte le città del Veneto proclamavano il governo provvisorio, e così facevano le città del Friuli.
La mattina del 24 marzo 1848 ebbe luogo a Roma un’imponente dimostrazione popolare che chiedeva armi e la guerra all’Austria.
Questa ottenne effetto immediato, perchè nel giorno stesso fu affidata al generale Ferrari la organizzazione del Corpo dei Volontari e Ferrari non perdette tempo; difatti alle cinque del mattino del 26 marzo partiva da Roma la prima legione Romana di circa mille uomini; e solo due giorni dopo partiva anche, e bene organizzato, il primo reggimento volontari forte di altri milleduecento uomini. Queste truppe per la via di Ancona giungevano a Bologna il 16 e 18 aprile; e non più in numero di 2200 combattenti, ma di circa 8000 uomini, pieni di ardimentoso entusiasmo per la libertà della patria.
Il mattino del 27 di marzo Carlo Alberto assumeva in Alessandria il comando supremo dell’esercito e il 29 entrava(3) in Pavia, ove era accolto con grande gioia dai cittadini. Agl’inviati di Milano si esprimeva in sensi di vera devozione alla causa dell’unità italiana e manifestava il deliberato proposito di volere liberata l’Italia dallo straniero.
Procedeva quindi innanzi coi suoi figli fino a Lodi e vi piantava il suo quartier generale, da dove emanava i seguenti proclami:

“Italiani della Lombardia, della Venezia, di Piacenza e Reggio!

“Chiamato da quei vostri concittadini nelle cui mani una ben meritata fiducia ha riposto la temporanea direzione della cosa pubblica, e sopratutto spinto visibilmente dalla mano di Dio, il quale, condonando alle tante sciagure sofferte da questa nostra Italia, le colpe antiche di lei, ha voluto ora suscitarla a nuova gloriosissima vita, io vengo tra voi alla testa del mio esercito, secondando così i più intimi impulsi del mio cuore; io vengo tra voi non curando di prestabilire alcun patto: vengo solo per compiere la grand’opera, dal vostro stupendo valore così felicemente incominciata.
“Italiani! In breve la nostra patria sarà sgombra dallo straniero. E benedetta le mille volte la Provvidenza Divina, la quale volle serbarmi a così bel giorno, la quale volle che la mia spada potesse adoperarsi a procacciare il trionfo della più santa di tutte le cause.
“Italiani! La nostra vittoria è certa: le mie armi, abbreviando la lotta, ricondurranno tra voi quella sicurezza che vi permetterà di attendere con animo sereno e tranquillo a riordinare il vostro interno reggimento; il voto della nazione potrà esprimersi veracemente e liberamente; in quest’ora solenne vi muovano sopratutto la carità della patria e l’abborrimento delle antiche divisioni, delle antiche discordie, le quali apersero le porte d’Italia allo straniero; invocate dall’Alto le celesti ispirazioni; e che l’Angelico Spirito di Pio IX scorra sopra di voi; Italia sarà!
“Dal nostro Quartier Generale in Lodi, 31 marzo 1848.

Carlo Alberto

Il Ministro della Guerra, Franzini.

“Soldati!

“Passammo il Ticino e finalmente i nostri piedi premono la sacra terra Lombarda! Ben è ragione che io lodi la somma alacrità, colla quale, non curando le fatiche di una marcia forzata, percorreste nello spazio di 72 ore più di cento miglia.
“Molti di voi, accorsi dagli estremi confini dello Stato, appena poteste raggiungere le vostre bandiere in Pavia; ma or non è tempo di pensare al riposo: di questo godremo dopo la vittoria.
“Soldati! Grande e sublime è la missione a cui la Divina Provvidenza ha voluto ne’ suoi alti decreti chiamarci. Noi dobbiamo liberare questa nostra comune patria, questa sacra terra italiana dalla presenza dello straniero, che da più secoli la conculca e l’opprime: ogni età avvenire invidierà alla nostra i nobilissimi allori che Iddio ci promette; tra pochi giorni, anzi tra poche ore, noi ci troveremo a fronte del nemico; per vincere basterà che ripensiate alle glorie vostre di otto secoli, e gl’immortali fatti del popolo Milanese; basterà vi ricordiate che siete soldati italiani.
Viva l’Italia!

Dal nostro Quartier Generale in Lodi, 31 marzo 1848.

Carlo Alberto

Il Ministro della Guerra, Franzini”

E quasi a dimostrare il sentimento concorde di popolo e di Re nel volere liberata l’Italia dallo straniero, in Ancona veniva pubblicato il seguente bando:

“Cittadini!

“Al suono delle campane a stormo, che eccitò l’insurrezione nelle Lombarde città contro l’odiato straniero e ne fa ora trionfalmente inseguire la fuga e disperdere gli avanzi, si mesce già il vivo fuoco degli accorsi drappelli italiani e il tuono possente del cannone di Carlo Alberto. Da ogni città, da ogni borgo, da ogni siepe esce un animoso combattente della santa guerra d’Italia. La croce corona la tricolore bandiera, e Cristo ne ha fatto l’indivisibile segno della nostra vittoria. I lunghi secoli del dolore e del lutto si riscattano con brevi e invidiabili perigli; le macchie, già abolite, d’inerzia e d’indifferenza si redimono con un’eternità d’impareggiabile gloria.
“Chi, alla voce d’Italia, di questa patria sublime, ode più gli affetti di padre, di marito, di figlio? Chi getta ancora uno sguardo sugli averi e sulla ricchezza se non per farne un sagrificio alla patria?
“Via il lusso, via gli ornamenti; il ferro! il ferro! nessuna gioia fuorchè nelle ferite largamente aperte nei petti nemici; nessun desiderio fuorchè del sangue copiosamente sparso per l’Italia; nessuna gloria fuorchè nella sua redenzione. La nostra avanguardia è partita. I nostri prodi ci aprono la via. Quale ragione, qual pretesto ai forti, ai valenti per rimanere? Che dolcezza in queste mura, che beltà nella vita, quando nei campi di Lombardia si muore per l’indipendenza italiana?
“Chi non invidia a sè stesso questa nobile fortuna di morire per l’Italia? Chi ricusa la celeste voluttà di vendicare la sua vendetta? Chi non s’infiamma all’alto pensiero di concorrere ad eseguire il decreto di Dio, il decreto della rigenerazione italiana? In questo punto si fonda la nostra nazionalità, si conquista la libertà nostra, si edifica una gloria immortale! Deh! ciò non sia senza noi! Deh! si accorra alla guerra della redenzione! Felice chi lascerà la vita per lei! Felice chi tornerà vittorioso, e udrà dirsi ammirando e piangendo di tenerezza: questi fu soldato dell’indipendenza d’Italia!

Ancona, 30 marzo 1848”.

Da Lodi il Re mosse per Cremona, ove tenne Consiglio di guerra per deliberare sulle operazioni militari.
L’esercito procedeva verso il fiume Oglio e arrivatovi il generale Bava faceva restaurare il ponte di Marcaria.
Il Re si trasferiva a Bozzolo.
Il giorno 6 aprile il generale Bava si avanzava verso il fiume e giunto verso le 9 in prossimità di Goito ordinava ad un battaglione di bersaglieri di assalire i cacciatori austriaci che occupavano i colli; i nostri mossero impetuosi all’assalto e gli austriaci, abbandonate le posizioni, si ripararono entro Goito. Ordinata in schiera d’assalto la brigata Regina, e sopraggiunti i reggimenti della brigata Aosta, il generale Bava mosse contro Goito preceduto dai bersaglieri comandati dal generale Alessandro Lamarmora; questi appoggiati dall’artiglieria che battevano le case per cacciarne gli austriaci spalleggiati da due compagnie delle Real Navi, superati arditamente gli asserragliamenti costruiti dai nemici, penetravano nel paese; gli austriaci, parte rimasero prigionieri, parte corsero al ponte per difenderlo; i nostri bersaglieri e i Real Navi inseguono, passano a tutta corsa il ponte e, scesi sulla sinistra del fiume, s’impadroniscono di un cannone che il nemico nella precipitosa fuga non riesce a salvare.
Il combattimento durò tre ore, le nostre truppe che vi presero parte, sopratutto bersaglieri e Real Navi, mostrarono gran valore; ebbero due ufficiali e sei soldati morti, cinque ufficiali feriti fra i quali il Colonnello Lamarmora e il Maggiore Maccarani comandante le truppe Real Navi e trentacinque soldati. Si distinsero il Generale D’Arvillers, il Capitano Griffini e Domenico Resta.
Il giorno appresso il generale De Sonnaz con un ardito colpo di mano sloggiava gli austriaci da Monzambano ed alle 5 pomeridiane i Piemontesi erano padroni di quelle posizioni. Contemporaneamente il Colonnello comandante il reggimento Savoia entrava in Borghetto alla destra di Monzambano in faccia a Valeggio, ove i nostri entravano il giorno appresso.
A questi combattimenti seguirono quelli di Pastrengo e di Santa Lucia.
I nostri guidati dal Generale De Sonnaz, cacciati gli austriaci dai colli di Costiera, Cassetta e Fratelli furono, in breve ai piedi di Pastrengo. Ma il Duca di Savoia, che colle brigate Cuneo e Regina si era avanzato alla testa di tutti, si trovò arrestato dal melmoso letto di quei piccoli torrenti che si scaricano più in basso nel fiume Tione. Fu dovuta rallentare la marcia, finalmente, superato l’ostacolo ed animati della presenza del Re e del Duca, s’avventano alla lotta, che fu aspra perchè gli austriaci difesero palmo a palmo il terreno; alle 3 e mezzo i nostri erano padroni di Pastrengo. Il Re in quel giorno superò tutti in valore e corse gravissimo pericolo; intollerante d’indugi aveva precorso la fanteria con la sola scorta di un drappello di carabinieri. Un corpo di Tirolesi, in agguato per ritardare la marcia dei Piemontesi, fece una scarica a bruciapelo contro il piccolo drappello e se il Colonnello Sanfront non fosse arrivato in tempo coi suoi squadroni di carabinieri, il Re, che aveva tratto la spada in atto di slanciarsi contro il numeroso nemico, si sarebbe trovato a mal partito.
Il 6 maggio i Piemontesi con tre divisioni mossero in ricognizione su Verona; la brigata Regina sotto gli ordini del generale D’Arvillars si avanzava sulla strada di Sona, incontrava il nemico e impegnava un assai vivo combattimento, che ebbe esito fortunato per i nostri perchè il nemico si ritirava sotto le mura di Verona; però durante il combattimento la brigata Aosta, per seguire il Re, sempre primo ai rischi, avendo accelerato il passo si trovò sola di fronte alla nemica e formidabile posizione di S. Lucia, seguita a grandissima distanza dalla brigata Guardie.
Gli Austriaci occupavano il Campanile e le case, e, del Cimitero cinto di mura munite di feritoie, ne avevano formato una vera fortezza, e un fuoco micidiale colpiva i nostri; il valoroso generale Sommariva secondando l’ardore del Re e dei suoi soldati assale energicamente il villaggio; il generale Bava fa piazzare in buona posizione l’artiglieria, la quale apre vivo fuoco contro il campanile, le case e il Cimitero; sotto le mura del villaggio si accende un aspro conflitto nel quale trova morte il prode colonnello Caccia del 5° reggimento; a fianco del generale Sommariva cadeva mortalmente ferito il tenente Beston Balbis suo aiutante, il colonnello Manassero del 6° reggimento era gravemente ferito ed a lui vicino moriva il tenente Gandolfo di lui aiutante e tanti e tanti altri; ma i valorosi Valdostani non si arrestano; chè anzi il desiderio di vendicare i caduti li spingeva a più fiera lotta. Giungeva finalmente la brigata Guardie, che al fragore del cannone aveva accelerato la sua corsa; e allora il Generale Bava valendosi del sopraggiunto rinforzo si pone alla testa di questo, slancia le sue brave truppe sul merlato muro, e queste sprezzando il pericolo, animate dalla presenza dei condottieri, superano tutte le difficoltà, s’impadroniscono del baluardo seminando morti e facendo prigionieri.
Dopo il combattimento di S. Lucia, tanto glorioso per le armi Piemontesi, essendo giunto il parco da Alessandria, il Re ordinava che si cingesse d’assedio Peschiera. La direzione dell’assedio fu affidata al Duca di Genova, il quale aveva sotto i suoi ordini il generale Chiodo del Genio e il generale Rossi dell’artiglieria; ai lavori d’assedio e a cingere la piazza furono destinate le brigate Piemonte e Pinerolo con Federici generale di divisione, Bes e Manno brigadieri.
Il giorno 19 aprile le truppe Romane di linea e volontari, alle quali eransi uniti il battaglione volontari di Ancona ed altri delle Marche, la Legione Romagnola di Ferrara, passavano il Po, e si mettevano in marcia verso Montebelluno. Il generale Durando Comandante in capo di queste truppe colla prima divisione trovavasi già ad Ostiglia.
Il 25 d’aprile nei dintorni di Schio ebbe luogo un combattimento fra le nostre truppe e un corpo di Austriaci che durò per quattro ore; l’attacco fu vivo, ma i bravi nostri giovani volontari seppero così bene resistere alle prime prove del fuoco da costringere il nemico a ritirarsi con perdite non lievi.
Anche nei giorni seguenti ebbero luogo vari scontri sempre favorevoli alle nostre armi.
Il giorno 8 maggio il generale Ferrari, che aveva concentrato le sue forze di volontari e regolari a Montebelluno, ebbe avviso dai suoi posti avanzati dell’avvicinarsi del nemico.
Il generale, lasciata una parte delle truppe a guardare il paese, mosse col resto delle sue forze per la via di Cornuda, ove giunto alle ore 5 pom. fece prendere ai suoi posizione sulle colline circostanti, mentre mandava grosse pattuglie a perlustrare sulla strada dalla quale si attendeva il nemico. Poco prima del tramonto la compagnia dei bersaglieri del Po, che stava appostata sulla collina di destra, incominciava il fuoco contro l’avanguardia nemica che di poco precedeva il grosso delle truppe, per cui ben presto il fuoco fu acceso su tutta la linea; questo durava da un’ora circa e cessava da parte del nemico che suonò a raccolta. Era certo che questo aveva voluto limitare la sua azione ad una ricognizione, e sicuro che l’indomani sarebbe stato attaccato da forze superiori il generale Ferrari dispose di ritirarsi dalle posizioni avanzate che occupava colle sue giovani truppe e di disporre una nuova linea di avamposti al di là di Cornuda. Mandava subito avviso al Durando, che si trovava colla sua divisione nella vicina Bassano, della presenza del nemico, affinchè come generale in capo avesse prese le sue disposizioni.
Alle 5 di mattino del 9 maggio il nemico si mosse all’assalto delle posizioni occupate dai nostri i quali sostennero l’urto senza cedere un palmo di terreno, mantenendo un fuoco assai ben nutrito fino alle 4 pomeridiane in attesa dell’arrivo del Durando.
Intanto il nemico ingrossava sempre più tanto che a sera la truppa del Ferrari si trovava ad avere di fronte l’intera divisione del Nugent che occupava con nuovi battaglioni tutte le posizioni di fronte con spiegamento di altri battaglioni a destra e a sinistra tendenti all’avviluppamento dei nostri; intendimento che non sfuggì al Ferrari, il quale ordinava alle sue truppe un movimento di ritirata e di concentramento più indietro di Cornuda per proseguire poi per Montebelluno onde congiungersi colle truppe che vi aveva lasciato di presidio. Giunto a Montebelluno ordinava la partenza per Treviso dandone avviso al generale Durando.
Nel combattimento del 9 si distinsero il marchese Patrizi comandante la 2a Sezione composta di perugini e di marchigiani che si comportarono da eroi; combatterono da prodi veterani i bersaglieri romani comandati dal Tittoni ed il 1° battaglione della 3a sezione composta di romagnoli; ebbe il cavallo ucciso e riportò ferita il maggiore Diamilla-Muller aiutante di campo del generale Ferrari mentre conduceva al fuoco due compagnie.
Il mancato appoggio del Durando fu inesplicabile.
Alle pressanti premure del generale Ferrari egli rispondeva così:

Crespano, 9 maggio 48.

Generale,

“Vengo correndo”.

“Durando”

Ma non si vide!
Il generale Ferrari presa posizione a Treviso ordinava una ricognizione – volle dirigerlo di persona il generale Guidotti il quale spintosi avanti alla testa dei suoi, ebbe trapassato il cuore da una palla tedesca.
Verso mezzogiorno si ebbe notizia che il nemico in forti masse si avvicinava a gran passi da tre parti su Treviso. Il bravo generale Ferrari si spinse con una forte ricognizione verso il Piave. Venuto a contatto col nemico ingaggiava il combattimento di tiragliori, facendo piazzare intanto la debole sua artiglieria. Al contrattacco del nemico, che aveva spiegato forze imponenti, e al fuoco delle sue artiglierie che fulminavano, la colonna(4) avanzata composta di truppe di linea non resse, balenò prima, poi, presa da panico, si sbandava abbandonando al nemico un cannone e non arrestandosi che a Treviso. Non giovò l’intrepido e valoroso esempio del generale di fronte al fuoco: fu vana la voce degli ufficiali che tentarono di richiamarli al dovere e di fare argine alla fuga; nulla valse e la rotta, di quella truppa fu completa. I volontari marchigiani, romagnoli, umbri, romani rimasero al loro posto ma non poterono riparare al disastro: questi si misero sotto gli ordini del colonnello Galletti e del Sante per riannodarsi alle truppe del generale in capo Durando, avendo il generale Ferrari abbandonato il comando, offeso della condotta del Durando che gli aveva fatto mancare il promessogli soccorso.

Nei combattimenti di Cornuda e di Treviso, sostenuti con valore dalle forze di linea e di volontari comandate dal generale Ferrari si distinsero:
Patrizi Filippo, Galletti Bartolomeo, Diamilla-Muller Demetrio, Stefanoni Carlo, Ruspoli Bartolomeo, Tittoni Angelo, Pianciani Luigi, Del Grande Natale, Montecchi Mattia, Gariboldi Alessandro, Ceccarini Luigi, De Angelis Pietro, Federici Romolo, Savini Francesco, Gazzani Adriano, Silli Giuseppe, Chiavarelli Antonio.

Il generale Durando col grosso dei suoi si trovava a Padova con posti avanzati a Vicenza.
Il 20 maggio gli Austriaci, forti di 6000 uomini oltre l’artiglieria, assalivano i posti avanzati di Vicenza sviluppando la loro azione di artiglieria e di ben nutrito fuoco di fucileria contro le barricate di Porta S. Lucia, di Porta Padova e di Porta S. Bartolo, ma dopo 4 ore di combattimento il nemico fu da ogni parte brillantemente respinto.
In questo combattimento, sostenuto con molto valore, i nostri ebbero a soffrire non poche perdite e lo stesso generale Antonini vi rimase gravemente ferito.
Il giorno 23 gli Austriaci con maggiori forze ritornarono ad assalire Vicenza; il combattimento durò accanito tutto il giorno e fu ripreso la mattina del 24, mentre nella notte del 23 al 24 gli Austriaci bombardarono la città che non diè segni di allarme. I nostri fecero prodigi di valore; colla punta della baionetta fugarono il nemico che perdeva due cannoni e lasciava in nostre mani 154 prigionieri; gli Austriaci ebbero più di mille feriti.
Fu una giornata gloriosa per le armi italiane.
Contemporaneamente gli Austriaci attaccavano i nostri nelle posizioni del Caffaro-Lodrone-Bagolino, ma anche da quella parte furono bravamente respinti.
Il giorno 8 giugno da informatori il generale Durando fu avvisato del nuovo avanzarsi del nemico, ma mal si seppe del numero e della direzione. Si diceva che non raggiungeva i 20,000 uomini ed erano diretti al Piave per congiungersi ad altro corpo ivi concentrato. Ma il giorno 9 si ebbe notizia che aveva tagliata la strada ferrata e gittati tre ponti sul Bacchiglione; ormai il sospetto di essere attaccati diveniva certezza e quindi con ogni maggiore alacrità si diede opera ai lavori di difesa, si distribuirono le forze di 11,000 uomini nelle posizioni le più importanti. Verso sera si ebbero precise informazioni che tutto l’esercito Austriaco con Radetzky alla testa e con 80 cannoni stava per rovesciarsi su Vicenza.
Alle 4 di mattina del giorno 10 incominciò l’attacco al Monte Berico posizione importantissima che domina Vicenza. Per disposizione del generale Durando, le posizioni di Castel Rambaldo e di Bellaguarda presidiate dagli Svizzeri dovevano essere abbandonate se attaccate da forze preponderanti per concentrarsi con una forte difesa al Colle su cui sta la Villa Ambelicopoli; e così fu fatto. Abbandonato dai nostri il colle di Bellaguarda gli Austriaci pensarono subito di piantarvi una batteria, ma colpiti con grande precisione dalla batteria del Colle Ambelicopoli batterono in ritirata. Fino alle 10 del mattino l’attacco fu debole perchè gli Austriaci lavoravano per fortificarsi nelle posizioni conquistate nel piantarvi batterie che avrebbero ben presto vomitato quel turbine di fuoco che doveva avviluppare la città e piombare sui colli. Ad un dato momento il nemico spiegava tutte le sue forze attaccando contemporaneamente il Monte Berico, i Colli e le porte di Padova, di S. Lucia, e di S. Bartolo.
Alla difesa della posizione Ambelicopoli stava la batteria Lentulus, rafforzata da un battaglione di corpi pontificii, di un battaglione di svizzeri e dalle compagnie di Mosti di Ferrara e Fusinato di Schio e del Tirolo italiano. Fu un accanito scambiarsi di palle, di granate, di razzi e di fucilate con esito micidialissimo. Alle 2 pomeridiane il Marchese d’Azeglio comandava un attacco alla baionetta contro i nemici occupanti la collina opposta; il combattimento a corpo a corpo fu accanito, micidiale sopratutto per i nostri che avevano di fronte forze quattro volte superiori; vi rimasero feriti lo stesso d’Azeglio e il colonnello Cialdini, e l’esito infelice fu la causa della perdita della nostra posizione al Monte Berico: i nostri costretti a ritirarsi furono inseguiti da cinquemila cacciatori ed Ungheresi senza che la nostra batteria potesse arrestarli con fuoco a mitraglia per non colpire i fratelli inseguiti d’appresso; giunti gli Austriaci a passo di corsa fino ai nostri, come una valanga li rovesciarono giù dal Monte; tentarono ancora i bravi italiani di fare resistenza sul Monte della Madonna e per i portici, ma tutto inutile, che dovettero ripararsi in città.
Perduto il Monte Berico la sorte di Vicenza era decisa, ma è pur vero che la resistenza poteva prolungarsi.
Erano le 8 di sera e ad onta del fulminare delle artiglierie e degli stutzen nessuna delle barricate aveva ceduto, tutte difese fino all’eroismo dal battaglione volontari e dalla legione Romana, dalla legione Romagnola, dal battaglione Anconitano e dalle truppe delle Marche; di questo parere di ulteriore resistenza erano i Vicentini che quando videro sulla torre inalberata la bandiera bianca, la presero a fucilate.
Fu firmata una capitolazione che salvava la città e i cittadini da ogni rappresaglia; ai parlamentari nostri, l’Austriaco disse: “che non si poteva negare una onorifica capitolazione a chi si era difeso tanto eroicamente”.
Certo è che le truppe regolari e volontari fecero tutti il loro dovere e si batterono con accanimento e valore, e la stessa capitolazione lo dimostrava perchè le truppe poterono ritirarsi con armi e bagaglio ed onori di guerra, senza alcuna scorta, colla semplice promessa che non avrebbero preso le armi per tre mesi.
Si distinsero il Pasi, il Ceccarini, il Calandrelli, il Casanova, il Marchese Ruspoli, l’Albani, i capitani Ornani, Gigli, Andreucci, ed i tenenti Schellini e Andreani.
Vi lasciarono la vita il Maggiore Conte Gentiloni, il colonnello Del Grande, Francesco Maria Canestri; rimasero feriti Massimo d’Azeglio, il Colonnello Enrico Cialdini, il Comandante l’Artiglieria Lentulus, il Maggiore Morelli, il Morigliani, il Minghetti, il Corandeni, capitani, il Beaufort, e il Bandini tenenti.

Vinti separatamente, le truppe Romane e i volontari, delle Marche, del Ferrarese, delle Romagne e delle Venete provincie e del Friuli, comandate dal Durando, dal Ferrari, dal Zambianchi, dal Mosti, dal Fusinato, il Maresciallo Radetzky era ormai libero di portare tutte le sue forze rafforzate e ringagliardite contro l’esercito Piemontese di cui aveva provato il valore e che solo gli rimaneva di fronte.
Disgraziatamente queste truppe, il cui ammontare non superavano i 60 mila uomini, erano ordinate in una estensione di terreno larghissimo, da occupare una linea di circa cento chilometri attraversati da un fiume – Rivoli, le rive del Mincio da Peschiera a Goito, i pressi di Mantova, Governolo, Villafranca ne erano le estremità, Roverbella il centro.
Il Maresciallo Austriaco volle tentare un colpo decisivo, salvare Peschiera dall’imminente caduta e piombare addosso all’esercito Piemontese sperando di trovarlo debole a motivo della estensione della lunga linea di posizioni che teneva occupate. Formava quindi il piano di forzare la destra del Mincio per Rivalta, le Grazie e Curtatone contando di trovarvi debole resistenza, sorprendere alle spalle le truppe Piemontesi e sospingerle sotto le fortezze del quadrilatero.
Formato questo piano il 27 di maggio usciva da Verona con 30 mila uomini che diresse per Mantova, la notte del 28 si attendò sotto quella fortezza da dove trasse con se altri 15 mila uomini del Nugent; aveva con se 45 mila combattenti con corrispondente artiglieria e li divise in tre corpi di 15 mila ognuno.
Alle 10 del mattino del 29 maggio attaccava contemporaneamente l’ala sinistra dell’esercito Piemontese girandolo per Rivoli, Affi, Lozise ed il Campo Toscano di guardia alla destra; fra Mozzacane e Povegliano eravi un altro corpo di 15 mila uomini minacciante il centro, qualora i Piemontesi avessero incautamente appoggiato a destra e a sinistra per rafforzare i deboli estremi.
L’attacco di Lozise riuscì sfavorevole agli Austriaci; essi furono ricacciati al di là dell’Adige dal generale De Sonnaz e vi lasciarono sul terreno oltre 500 feriti e numerosi prigionieri.
A Curtatone e a Montanara erano 5 mila Toscani con pochi Napolitani a guardia del Mincio comandati dal valentissimo generale Laugier, di questo pugno d’uomini il Maresciallo Austriaco coi suoi 15 mila che loro mandava contro credeva di averne ben presto ragione.
Lanciava quindi contro questa estrema punta un numero di truppe, con ordine di disfarli senz’altro, varcare il Mincio, prendere alle spalle i Piemontesi, sgominarli e fare punta su Peschiera.
Senonchè i Toscani ricevettero il formidabile urto come tanti eroi della vecchia guardia, entusiasmati dall’esempio del loro generale che moltiplicandosi si trovava ove più fiera era la mischia.
Gli artiglieri rispondono coi loro otto cannoni alle furiose scariche nemiche, molti muoiono da eroi sui loro pezzi, ma vengono tosto rimpiazzati da altri animosi, dal molino e dalla casa del Lago, della quale i Toscani avevano fatto una fortezza aprendovi feritoie e fulminavano gli assalitori; il battaglione degli studenti si slancia con impetuosa carica sulla sinistra del nemico, lo rompe e lo mette in fuga.
Il combattimento durò fino alla sera; un pugno d’uomini che il Radetzky credeva di sterminare in brev’ora, seppe con impareggiabile valore tenergli testa sebbene decimato. Alla sera, sfiniti, dovettero ritirarsi su Goito e Castelluccio.
In quel fiero combattimento nel quale i bravi Toscani combatterono contro forze tre volte superiori, maggiormente si distinse l’artiglieria comandata dal bravo tenente Nicolini, che vi rimase ferito; gli artiglieri morirono tutti sui loro pezzi, meno uno l’Elbano Gaspari che, aiutato dal bravo Capitano Camminati riusciva a salvare i pezzi che avevano fatto strage di nemici tutto il giorno; anche il Capitano Malenchini cooperò potentemente colla sua compagnia a trarli in salvo; tutti si comportarono con eroico contegno e sopratutto il battaglione universitario comandato dal valoroso Maggiore Mossotti.
Al combattimento prese parte il Montanelli; questi temendo che il forte numero degli Austriaci potesse avere ragione del piccolo corpo dei Toscani disse al Malenchini, Capitano dei bersaglieri:
– “Moriamo qui tutti piuttosto che arrenderci” mentre così diceva venivano colpiti a morte Pietro Parra e Paolo Crespi; Malenchini si trovava vicino a quest’ultimo, volle soccorrerlo, accorse e lo prese nelle sue braccia “dammi un bacio amico” gli disse il moribondo Crespi “e torna a fare il tuo dovere”.
Fra i tanti feriti vi era il Colonnello Campia e il tenente Colonnello dello Stato Maggiore Chigi che dovette soffrire l’amputazione della mano sinistra.

Nel mattino del 30, accortosi Carlo Alberto che la Colonna nemica del centro erasi ritirata durante la notte a Mantova, trovò necessario di dare appoggio alla destra del Mincio a garantire le ritirate delle truppe Toscane su Volta, e tener fermo sull’alto Mincio lungo le forti ed elevate posizioni che da Valleggio distendonsi fino a Castiglione; e fu una provvida misura.
Il nemico fatte passare le sue truppe alla destra del Mincio, le distese da Rivalta a Gazzaldo e già si trovava a Goito quando giunsero le truppe Piemontesi.
Ben notevole era la differenza delle due forze; i Piemontesi non superavano i 19 mila uomini e 45 pezzi di artiglieria, l’Austriaco era di 28 mila uomini e 60 cannoni; ma questa sproporzione fu tosto vinta dall’ardimento e sommo valore dei Piemontesi.
In sei ore di eroico combattimento dalle 2 pomeridiane alle 8, l’inimico fu sconfitto; lo sbaragliarono nelle sue colonne, e lo misero in piena fuga, inseguito fin sotto Mantova.
Fu una vittoria veramente gloriosa. Il Re fu sempre esposto in mezzo alle palle, ed ebbe sfiorato un orecchio; il duca di Savoia fu ferito ad una coscia. Il numero dei morti e feriti austriaci fu grande e molti furono i prigionieri; fra questi è morto il principe Bentheim, ed è rimasto prigioniero il generale principe Hohenloche.
I nostri erano comandati dal Re col Duca di Savoia; generale di Divisione era il Bava; le brigate che vi presero parte furono quelle delle Guardie di Aosta, Cuneo, Acqui e Sardegna.
A rendere più memorabile la giornata, Peschiera si era resa alle 2 pomeridiane; e alle 4 il Re lo annunziava all’esercito durante il combattimento.
Per facilitare le comunicazioni con la Carniola e con la Carinzia il Re Carlo Alberto credette utile di conquistare la posizione di Rivoli, punto importantissimo per gli austriaci; ne diede ordine al generale De Sonnaz.
Stava a difesa dell’importante posizione il colonnello Zobel con 4 mila uomini. Il generale De Sonnaz il 9 di giugno si metteva in marcia e l’avanguardia piemontese, formata dal battaglione degli studenti, entrata a Cavaion, che trovò sgombra di nemici, proseguiva fino a Costerman ove pernottava ad un’ora di distanza dagli avamposti.
All’indomani il De Sonnaz divideva il corpo in due colonne; l’una comandata dal Duca di Genova composta dalle due brigate Piemonte e Pinerolo, dalle compagnie degli studenti, dei volontari pavesi e piacentini e di due batterie, giunse per Costerman, Boi e Caprino, sopra S. Martino, accennando a circuire la posizione di Rivoli per la sinistra e tagliare la ritirata al nemico, l’altra colonna partita da Pastrengo composta di tutta la Divisione Broglia per la strada del Ronchi ed Affi giunse sopra Rivoli che fu trovato sgombro, perchè il Zobel, quando si accorse che due forti colonne erano in marcia per attaccarlo da due parti, s’era ripiegato su Incanale; giunto a Preabono occupava fortemente la Corona, punto molto importante sul suo destro fianco e le Croare, e mandava sul Trentino alcune compagnie sulla sinistra dell’Adige e quivi sperava di mantenersi. Ma allo spuntare del giorno 11 fatto assalire dal Duca di Genova, dopo qualche resistenza, batteva in ritirata verso Madonna della Neve luogo al di là del confine italiano.
Il 18 luglio le truppe Piemontesi ordinate a serrar più d’appresso Mantova, con brillante attacco ordinato e diretto dal Generale Bava s’impadronivano di Governolo ricacciando nelle paludi gli Austriaci e facendone molti prigionieri.
Il giorno 22 luglio il Maresciallo Radeztky(5) deciso di dare una decisiva battaglia ai Piemontesi usciva di Verona con 45 mila uomini; divideva queste forze in tre corpi l’uno capitanato dal d’Aspre doveva portarsi sulle alture e il borgo di Sona; l’altro comandato da Wratislaw doveva assalire Sommacampagna; il terzo lo teneva sotto mano il Wimpfen per soccorrere al bisogno d’Aspre o Wratislaw.
Le posizioni che stavano per essere investite dal nemico erano difese dal Generale Broglia che con la brigata Savoia, un battaglione del 13°, alcune compagnie di Toscani, di bersaglieri e di volontari, sei squadroni di Cavalleria Novara, una batteria da posizione Piemontese, due pezzi Toscani e quattro pezzi Modenesi e Parmensi, occupava Palazzolo, S. Giustino e mandava avamposti alle Cascine di Colombarone a destra ed a sinistra fra Sondrio e Boscolengo.
Pochi alberi abbattuti e qualche barricata erano tutte le difese dei Piemontesi sulla sinistra.
Non così al centro ove il generale De Sonnaz aveva fatto innalzare un lungo bastionato che legando le colline di Palazzolo con quelle di Sona, chiudeva la gran strada che da Peschiera porta a Verona; quest’opera era(6) difesa dal Duca di Genova e dai Parmensi.
Sulla destra a Sommacampagna eransi pure erette alcune trincee, difese da un battaglione del 13° e dai Toscani con tre cannoni.
Stava in riserva Novara Cavalleria. Erano in tutti appena ottomila uomini.
In Villafranca stavano gli altri due battaglioni del 13°, un secondo battaglione Toscano e mezza batteria di artiglieria; in tutto duemila cinquecento uomini che non presero parte al combattimento.
L’attacco incominciò a Sona alle 6 del mattino del 23 luglio; i Piemontesi assaliti da tre lati con forze tre volte superiori, respingevano con grandissimo valore i ripetuti attacchi.
E sebbene il Wimpfen vedendo l’ostinata resistenza dei Savoiardi e dei Parmensi avesse mandato in aiuto la riserva, pure poco frutto ne riportava contro il bastione difeso dalla brava artiglieria e dalle valorose truppe di fanteria; nè sarebbero riusciti ad impadronirsene se Sommacampagna avesse potuto resistere. Ma come era possibile resistere mentre tre battaglioni combattevano arditamente per più ore contro tre brigate? E non sarebbero entrati in Sommacampagna neppure; ma gli Austriaci per venirne a capo, collocata una batteria di obici sull’altura del Santuario della Salute, fecero piovere nel paese tale una grandine di proiettili che i Piemontesi dovettero sloggiare e ripiegare assai ordinati sopra San Giorgio in Salice, nel qual luogo erasi già ridotto il generale Broglia ritiratosi egli pure in ordine perfetto portando con se la sua artiglieria; dietro ordine ricevuto dal generale De Sonnaz ricondusse le valorose truppe per Sandrà e Colà sopra Pacengo.
Il maresciallo Radetzky(7) dopo questa battaglia che gli era costata numerose perdite si preparava a valicare il Mincio per impedire a De Sonnaz di ricongiungersi col resto dell’Esercito; intanto Carlo Alberto ordinava i suoi per assalire il nemico e cacciarlo dalle posizioni di Custoza, Sommacampagna e Staffalo, ributtarlo contro il Mincio e togliergli la ritirata su Verona.
Il generale De Sonnaz prima del far del giorno del 24 luglio uscito da Peschiera colle sue genti saputo dell’avvicinarsi degli Austriaci al Mincio, presidiata la terra di Ponti con cinque battaglioni e collocati due cannoni e una compagnia di bersaglieri a Salionze per contrastare al nemico il passaggio del fiume, con la brigata Savoia recavasi a Monzambano; senonchè assalito il presidio di Ponti da forze assai preponderanti, dopo accanita resistenza furono costretti cedere, abbandonando i cannoni per ridursi a Peschiera; anche De Sonnaz vedendo che non avrebbe potuto tenersi a Monzambano con le poche sue forze, cinque volte inferiori a quelle nemiche, dovette abbandonarla per raccogliersi a Volta.
Ma nel frattempo Carlo Alberto trionfava in Val di Staffalo; il re si era mosso da Villafranca alle 2 e mezza pomeridiane colle brigate Guardie Piemonte e Cuneo, aveva lasciato la brigata Aosta ad Acqueroli a breve distanza da Villafranca sulla strada verso Valleggio, dando ordine a Sommariva d’invigilarla, a Manno di custodire Villafranca, ad Olivieri di lasciare la brigata Robillant di riserva al Centro e portarsi a perlustrare sulla destra in direzione di Alpo.
Giunta a Pozzomoretto la brigata Guardie veniva salutata dal cannone nemico, ma l’impareggiabile brigata schierava a battaglia i suoi battaglioni, piazzava la sua artiglieria e controbatteva vittoriosamente quella nemica; la brigata Cuneo continuando ad avanzare al centro progrediva sino a Fredda ed all’imboccatura della Valle di Staffalo che separa i Monti Gai e Mondatore dalle colline della Berettara e di Somma.
La brigata Piemonte convergendo fino a destra fiancheggiata dalla cavalleria assaliva la posizione di Berettara.
Gli austriaci avevano collocato due pezzi su quel Monte in un un’ottima posizione da dove mitragliava i nostri; il generale Bava faceva prontamente raccogliere in un forte drappello i volteggiatori dei due reggimenti Piemonte e postili sotto gli ordini di due Capitani Marcello del 3° e Chiabrera del 4° ordinava loro di sloggiare il nemico e rivoltosi ad essi diceva:
“Vedono quei due pezzi? – me li facciano tacere”.
In breve spazio di tempo – in meno di mezz’ora gli artiglieri che li servivano erano fulminati: l’ufficiale austriaco pensò a tirarsi indietro ma non fu in tempo, i nostri erano sul monte.
Da per tutto si combatteva dai nostri con impareggiabile valore guidati dal Duca di Savoia e dal duca di Genova, a baionetta spianata cacciavano gli Austriaci dalle favorevoli posizioni di Sommacampagna e di Custoza e vi si mantenevano; i morti da parte degli Austriaci furono in numero stragrande circa quattromila. Furono diciotto ufficiali, milleottocento soldati colla loro bandiera quelli che dovettero deporre le armi.
Fu un giorno di gloria! ma era destino fosse foriero di ben dolorose sventure!
Il 25 luglio Carlo Alberto ordinava alle sue truppe d’impadronirsi di Monzambano e di Borghetto alfine di ricongiungersi al De Sonnaz. Usciva col Bava e col Sommariva da Villafranca e presso Valleggio attaccò gli Austriaci. Ma l’astuto Radetzky indovinando la mossa aveva moltiplicato le sue forze traendole tutte con se da Mantova e da Verona, e mentre si combatteva accanitamente nei pressi di Villafranca, il Duca di Savoia e il Duca di Genova venivano furiosamente attaccati a Sommacampagna ed a Custoza. Dopo fierissima lotta, dopo essere stati per bene otto volte respinti da Custoza e da Berettara nei quali combattimenti i principi di casa Savoia dettero prova d’indomito coraggio, finalmente gli austriaci del generale d’Aspre che ritornavano all’attacco con sempre nuovi rinforzi poterono nel cadere del giorno occupare Sommacampagna e stabilirsi nella posizione di Custoza.
Questo risultato ebbe le più fatali conseguenze. Nello scoraggiamento e nel pericolo di quelle ore, fu decisa l’immediata ritirata su Goito.
Per la via di Roverbello marciava in ritirata l’esercito piemontese; chiudeva la marcia il duca di Savoia. Con cozzo furioso l’armata regia la sera del 26 s’avventava all’assalto di Volta, superando sotto il fuoco micidiale nemico l’ertissima altura lottando disperatamente nelle tenebre, replicando l’assalto più e più volte in sette ore di combattimento; ma ogni sforzo fu inutile, il nemico ne faceva un vero macello – e la ritirata si rese imperiosamente necessaria.
A Custoza si era iniziata, a Volta si compiva la catastrofe!

L’ora del risveglio era suonata, e qual triste risveglio!
L’esercito piemontese dopo tante vittorie in tre giorni di lotta eroica disfatto; le linee del Mincio e dell’Oglio perdute; quella dell’Adda insostenibile; tutta la Lombardia riaperta agli eserciti di Radetzky(8); Milano stessa minacciata; ecco le notizie che dal 25 al 30 luglio giungevano terribilmente gravi nella Capitale Lombarda.
Fin dall’annunzio dei primi disastri un Comitato di difesa erasi costituito, il quale, mentre Re Carlo Alberto andava radunando le membra sparse del suo esercito, assumevasi di porre in istato di difesa la città, procedeva alla fortificazione ed all’asserragliamento delle mura e delle vie, cercava armi ed armati, ordinava le milizie popolari raccolte nella città, mandava in Svizzera ad assoldare nuovi volontari, provvedeva ai viveri per l’esercito e per la popolazione, richiamava infine a Milano quanti corpi franchi non erano stati tagliati fuori dall’invasione nemica, fra i quali necessariamente anche Garibaldi.
Se chiedere armi, rizzar barricate, bruciar case, offrire vita e sostanze, gridar “guerra o morte” erano segni della deliberata volontà d’un popolo di seppellirsi sotto le rovine della sua città, Milano li diede tutti!
A Garibaldi l’ordine di recarsi a Milano minacciata dagli eserciti austriaci giunse a Bergamo alla sera del 3 agosto; e poichè egli era già consapevole dello stato delle cose, e che le avanguardie austriache bivaccavano già a Cassano d’Adda, non esitò un momento e mandava ai suoi legionari il seguente ordine del giorno:

Legione italiana!

Legionari! Il cannone tuona – il punto in cui siamo è in pericolo, come in posizione di essere tagliato fuori, e poi il giorno di domani ci promette un campo di battaglia degno di voi.
Adunque vi chiedo ancora una notte di sacrificio, progrediamo la marcia.
Viva l’indipendenza italiana.

Merate, 4 agosto 1848.

G. Garibaldi

Fatti quindi nella notte stessa gli apparecchi della partenza per la via più corta e sicura di Pontide – Brivio – Merate, dopo trent’ore di marcia forzata, verso le due pomeridiane del giorno(9) 5 giunse a Monza.
Conduceva con sè cinquemila uomini circa, e fra essi, confuso co’ gregari del battaglione Anzani, venuto a chiedere in quella suprema angoscia della patria il suo posto di combattimento, Giuseppe Mazzini armato di carabina inglese, pronto a dare come semplice legionario italiano la vita per la patria.
Monza, finchè Milano resisteva era una buona posizione di fianco sulla destra dell’esercito austriaco, e quand’anche fosse stato impedito di penetrare nell’assediata città, l’audace condottiero avrebbe potuto molestare il nemico e recare agli assediati anche dal di fuori un non spregevole soccorso, ma troppo tardi! Sfasciato l’esercito; discordi i generali; riescite sfortunate le prime fazioni sotto le mura; smarrita ogni speranza, disordinate, inesperte le milizie cittadine; diviso il popolo; impossibile persino l’eroismo della disperazione, certo l’eccidio della città e con esso inevitabile la ruina del Piemonte e della sua libertà; in tale frangente Carlo Alberto ebbe il triste coraggio di fare col proprio sacrificio sua l’onta amara di una resa, che la giustizia della storia attribuisce a molti altri più che a lui, e la sera del 4 agosto mandò una proposta di armistizio al nemico, che la accettò.
L’annunzio dell’armistizio Salasco colpì tutta la Lombardia, e fu inteso con un sentimento d’incredulità, e Garibaldi, anzichè pensare alla ritirata, deliberò di marciare prontamente in soccorso di Milano.
Invano! tutto era finito! L’esercito piemontese in ritirata verso il Ticino, l’esodo dei patriotti e dei proscritti era già incominciato; Radetzky(10) superbo come un conquistatore, passeggiava per le vie di Milano.

Nel frattempo un altro fatto degno di essere ricordato era avvenuto in Bologna.

CAPITOLO VIII.

Sollevazione di Bologna.

Il giorno 8 agosto fin dal mattino, v’erano state provocazioni fra le truppe austriache ed i cittadini. Tra il pro-legato Bianchetti e il generale Velden, era stato convenuto che le truppe austriache non sarebbero stanziate colle armi in città, riservandosi la sola guardia delle Porte di San Felice, Galliera e Maggiore.
Alla Guardia Civica era affidato il servizio della città, e l’onorevole posto della Gran Guardia al Pubblico Palazzo.
Tali patti non vennero mantenuti, e soldati armati erano entrati in città, sfidando e provocando i cittadini; ne seguirono delle risse con ferimento di un ufficiale e di alcuni croati, quindi scorrerie in città di truppe a piede ed a cavallo, entrate da Porta San Felice, ed un corpo di cavalleria alle 9 del mattino, entrato da Porta Maggiore, recavasi ad occupare la piazza.
Fu un fremito generale per la città e gli atti minacciosi degli austriaci non si vollero tollerare. Datone il segno, tutte le campane della città suonarono a stormo, i tamburi della guardia civica batterono a raccolta; gli armati volarono alla difesa; gli inermi, non atterriti dalle minaccie nemiche, si diedero ad erigere barricate.
Gli austriaci senz’altro cominciarono l’attacco lungo la linea che da Porta San Felice stendesi a quella Galliera, punto formidabilmente battuto.
Da porta Galliera la mitraglia contro la strada diretta recava danni gravissimi; cannoni, dalla Montagnola e da piazza d’armi, fulminano contro le case e gli sbocchi delle vie.
Le racchette, i razzi, le bombe piovendo nella città, recavano gravi guasti agli edifizi, ed appiccavano incendi, che i bravi pompieri a stento riuscivano con ammirevole coraggio a domare.
Ma il popolo non si atterrisce, anzi cresce il suo sdegno di fronte a tali barbarie e armatosi di fucili o con qualsiasi altro mezzo offensivo che può trovare incomincia una disperata difesa. Si combatteva da due ore virilmente da parte dei cittadini; quando la guardia civica con due cannoni si piantò alla Montagnola menando strage dei nemici, che sfiduciati e vinti si danno alla fuga, lasciando prigionieri ufficiali e soldati. Per fortuna loro il popolo, senza alcuna direzione, non pensò di approfittare della fuga, nè d’impadronirsi dei cannoni che poterono portar seco.
Fu universale il grido di gioia da parte dei cittadini quando, usciti i nemici, si videro padroni di Porta Galliera.
Ma la gioia della vittoria non fece dimenticare i pericoli ai quali la città era esposta. Fu ordinato un servizio di sorveglianza e di difesa lungo tutte le mura, e fu salutare consiglio.
Un corpo di cavalleria muovendo da S. Felice si dirigeva lungo gli spalti esterni verso Porta S. Mamolo, minacciando d’impadronirsi degli sbocchi e dei Colli che da quel lato sovrastano e dominano la città; una mano di bravi giovani, appostata in un interno riparo, lasciarono venirsi sotto i cavalieri nemici e con una scarica generale ne ferirono diversi e misero in fuga gli altri.
I bolognesi non si addormentarono sulla vittoria; essi si prepararono alla difesa per potere accogliere come si conveniva il nemico.
Si creò un comitato di pubblica salute, il quale subito si mise all’opera pubblicando il seguente manifesto:

Fratelli delle Romagne e d’Italia!

“Dopo di avere occupato tre porte principali della città ed i suburbi, l’insolente austriaco credeva di potere gettare il fango a piene mani su un popolo italiano; il castigo fu pronto. L’amor della patria e l’onore d’Italia fa gagliardamente palpitare il cuore del nostro popolo quanto ogni altro generoso; in breve, dopo ostinata pugna, gli austriaci furono cacciati dai posti che avevano proditoriamente occupati e dalla Montagnola, ove avevano fatto il loro inespugnabile baluardo, che credevano di tener saldo coi cannoni bombardando la città. Un popolo quasi inerme fece mordere la polvere a molti di quei tristi, e ne incatenò molti altri.
“Dopo la prima vittoria la causa non è vinta; accorrete in armi tutti, generosi fratelli a dividere la gloria come divideste per tanto tempo i dolori.

Bologna, 9 agosto 1848.

Bianchetti, Pro-delegato – Pepoli Gioacchino-Napoleone – Biancoli Oreste – Berti Lodovico – Gherardi Silvestre – Dottore Frezzolini – Rusconi Federico”.

Ma il destino era segnato, l’Italia doveva ancora soffrire il servaggio dello straniero, causa non ultima le nostre discordie.

CAPITOLO IX.

Garibaldi continua la lotta contro l’Austria.

La Lombardia dopo l’Armistizio avea piegato il capo al duro destino; era forza che Garibaldi piegasse il suo; ma la sua doveva essere la ritirata d’un leone! Decide pertanto di piegare su Como, sperando che il paese, scosso dal primo sbalordimento, si leverebbe in armi per riprendere la lotta. Infiammato da questa fede arrivava coi suoi a Camerlata; ivi prendeva posizione e si trincerava: di là spediva messi al Griffini, al D’Apice, al Manara, all’Arcioni perchè si riunissero a lui per continuare la guerra Santa; apriva nuovi arruolamenti invitando alle armi il paese. Tutto inutile! Il Griffini per la Valcamonica, il d’Apice per la Valtellina, erano già in via sul confine Svizzero; il Manara, il Dandolo, il Durando subendo l’Armistizio, s’erano incamminati verso il Ticino; la sua Colonna, anzichè ingrossare perdeva più della metà dei suoi uomini; una cosa era sicura: che gli Austriaci s’avanzavano, e in poche giornate potevano avvilupparlo.
Tuttavia non volle darsi vinto. Levò bensì il campo dirigendosi verso San Fermo; ivi giunto, fece formare sulla piazza il quadrato e arringò i rimasti; disse che sarebbe stata vile cosa deporre le armi; che bisognava continuare la guerra di banda e con altre parole incisive che egli sapeva così ben trovare, tentava comunicare il suo sacro fuoco agli altri – ma il silenzio eloquente fu la prima risposta; nuove e numerose diserzioni, furono il commento di quel silenzio.
Calato il cappello sugli occhi come era solito fare nei momenti più torbidi, l’eroe iniziò la marcia senz’altro col resto de’ suoi su Varese; passatavi la notte del 9, ripartiva il mattino seguente per il Lago Maggiore, e tragittato il Ticino a Sesto Calende approdò la sera del 10 agosto a Castelleto presso Arona. La mattina dell’11 s’impadronì nel porto d’Arona dei due piroscafi “S. Carlo” e “Verbano” v’imbarcò in essi e in alcuni navicelli a rimorchio, i millecinquecento uomini rimastigli; risalì il Lago Maggiore e sbarcò a Luino ove pose il suo campo.
Era la prima delle sorprese con cui Garibaldi doveva far meravigliare popoli e governi.
Già aveva deciso di non lasciare la terra Lombarda senza misurarsi con lo straniero. Egli mantenne il suo voto, nè l’occasione si fece attendere.
Fin dalla mattina del 15 una colonna di Austriaci forte di duemila uomini era partita da Varese coll’intenzione di attaccare i legionari italiani. Garibaldi era ammalato nell’albergo della Reccaccia posto a piccola distanza da Luino sulla strada di Varese. Medici vegliava per lui. Barricata la strada al di là dell’albergo, collocati gli avamposti, spediti esploratori a scandagliare i dintorni, stava in guardia pronto alle armi. Non era scoccato il mezzogiorno che gli esploratori vennero ad annunciargli l’avanzarsi del nemico.
Medici corse ad avvertire Garibaldi il quale, dimentico del male che lo tormentava, balzava dal letto, montava a cavallo, spiegava una parte della sua colonna sulla strada nei campi circostanti, appostava sulla sinistra il Medici col rimanente del corpo, lasciava, secondo il suo costume di guerra, avvicinare il nemico e, scambiati pochi colpi, lo caricava alla baionetta, prima di fronte, poi colla colonna del Medici di fianco. In poche ore di fiera lotta lo metteva allo sbaraglio, inseguendolo per lungo tratto di via e costringendolo a lasciare sul terreno, tra morti feriti e prigionieri, circa duecento uomini.
Una nuova campagna era incominciata in Lombardia! Il giorno 16 stette ad aspettare un nuovo assalto del nemico, che non si fece vedere; il dì seguente per la Valgana, s’avvicinò a piccole tappe a Varese, dove entrò il 18 alle cinque del pomeriggio.
La patriottica città lo accolse trionfalmente. Vi passò in riposo la giornata del 19, e la mattina del 20 avvertito dell’avvicinarsi di un grosso corpo di Austriaci ordinò la ritirata sulle colline d’Induno, spingendo Medici ad Arcisate. Il giorno appresso alcune compagnie presentavansi in ricognizione e, raccolte le notizie sulle posizioni occupate da Garibaldi, ripartivano. Il 23 tutta la divisione D’Aspre, comandata dal generale in persona, forte di dodicimila uomini, entrava in Varese, mentre due altre colonne Austriache, l’una da Luino e l’altra da Como, erano in moto per occupare tutti i passi della Valcuvia e del Mandrisiotto con l’intendimento di impedire a Garibaldi ogni ritirata e farlo prigioniero.
Garibaldi comprese che se lasciava tempo a tutte quelle colonne nemiche di compiere le loro manovre, chiusa ogni via di scampo, ne sarebbe rimasto schiacciato. Non esitò un istante; lasciò Medici ad Arcisate con duecento uomini, con l’ordine di tenere a bada e molestare il nemico, di resistere più che avesse potuto, ed all’estremo di rifugiarsi in Svizzera; egli risalì per un tratto la Valgana, per confermare gli avversari nella credenza che volesse difendersi su quegli altipiani, poi ad un tratto mutò direzione, girò per Valcuvia, scese(11) rapidamente su Gavirate, costeggiò il Lago e per Capolago e Gazzada, dopo due giorni di marcia forzata riuscì a Morazzone, alle spalle del nemico che credeva averlo sempre di fronte.
Il generale D’Aspre non durò a lungo nell’inganno, perchè uno spione lo avvertì dell’ardita mossa di Garibaldi, deliberò quindi di assalirlo immediatamente nella sua nuova posizione; l’indomani una colonna di cinquemila Austriaci comandata dallo stesso generale D’Aspre, compariva improvvisamente a Morazzone.
Garibaldi non si aspettava sì rapida mossa; i suoi, spossati dalle marcie forzate dei giorni precedenti, trascurarono il comandato servizio di vigilanza e di perlustrazioni, sicchè il nemico potè facilmente sorprenderli, e il cannone fu la loro sveglia. Egli ebbe appena il tempo di montare a cavallo e di accorrere alle prime difese; in brevi istanti l’attacco sviluppò in tutta la linea, e i garibaldini, dominata la prima sorpresa, animati dalla voce e dall’esempio del loro capitano, sostennero intrepidamente l’urto nemico e lo arrestarono. Il nemico però non poteva tardare ad avere ragione sul valore: tuttavia a Garibaldi riuscì di protrarre la difesa fino a notte inoltrata; poi, apertasi con la baionetta una via tra i petti nemici, si buttò coi suoi, serrati e minacciosi, nell’aperta campagna, e quivi sciolse la colonna, consigliando i compagni di guadagnare alla spicciolata il confine svizzero.
Egli dal canto suo li imitò, e travestito da contadino, nascosto ed ospitato dagli amici, protetto dalla sua stella, giunse a sconfinare, presso ponte Fresa, in Svizzera, dove ad Agno in casa Vicari ricevette calda ed affettuosa ospitalità.
Anche a Medici era toccata la stessa sorte. Assalito il 24 agosto da circa cinquemila austriaci che in più colonne s’erano mosse ad avvilupparlo, con soli duecento dei suoi, tenne fronte per oltre quattr’ore ai replicati assalti; finchè divenuta pericolosa ogni ulteriore resistenza, si ritirò in buon’ordine nella limitrofe Svizzera, lasciando le truppe del D’Aspre nell’illusione di avere combattuta l’intera Legione di Garibaldi, e di avere riportato una grande vittoria. Così finì la prima impresa di Garibaldi in Italia. Essa riuscì quale doveva essere! Fu la protesta di un uomo avvezzo a non deporre le armi che dopo la vittoria e non contro l’armistizio Salasco; fu l’audace disfida di un eroe, e una disperata rivolta, della quale nessun’altri all’infuori di lui e dei suoi avrebbe affrontate le conseguenze.
Militarmente considerata, la mossa di Morazzone fu una delle più ardite che la mente di uno stratega possa immaginare. Lo stesso generale(12) D’Aspre scoprì nella azione del suo avversario, i lampi di un gran genio militare, che gli italiani non avevano ancora appreso a conoscere e lo confessava così a persona elevata: “L’uomo che avrebbe potuto essere utile nella vostra guerra del 1848, l’avete disconosciuto; esso era Garibaldi”.

Garibaldi fu costretto da quei febbroni che mai l’avevano abbandonato durante tutta la campagna a prolungare la sua dimora in Svizzera più di quanto avrebbe voluto; alla metà di settembre potè partirne, e si ricondusse a Nizza per rivedervi la moglie, il figlio, la madre. Ma vi rimase per poco perchè la febbre della lotta gli bruciava le vene.
Si recò a Genova, sperando di trovarvi aiuto di denaro, di armi, e di armati; ma la sua fu una disillusione; non vi trovò nulla di quanto sperava! Però appunto in quei giorni, una deputazione di siciliani si presentava in Genova a Garibaldi, invitandolo a formare una spedizione di soccorso alla Sicilia.
Ferdinando II di Napoli aveva tradita e assassinata la promessa libertà e mandato un poderoso esercito a sottomettere la Sicilia, la quale priva di armi, di milizie e di capitani, nonostante la gagliarda difesa di Messina stava per soccombere.
Garibaldi, senza prendere impegno assoluto, promise, se gli fosse stato possibile di portare ai siciliani l’aiuto richiesto. Infatti, raccolti circa cinquecento della sua vecchia Legione di Lombardia lanciava agli italiani il seguente proclama:

Italiani!

Il nido della tirannide, al quale mettevano capo tutte le vili iniquità cortigiane, è rovesciato. Vienna combatte per la loro libertà. Non combattiamo noi per la nostra? Non udite venire, o italiani, un fremito dalla Lombardia e dalla Venezia? Il popolo che(13) surse di marzo, sebbene coperto di ferite, non è morto, ma vive; carica il fucile e aspetta il cenno.
All’armi, dunque o italiani; noi siamo alla vigilia dell’ultima guerra, non lenta, non fiacca, ma rapida, implacata. Levatevi forti dei vostri diritti calpestati, del vostro nome schernito, del sangue che(14) avete sparso: levatevi in nome dei martiri invendicati, della libertà conculcata e della patria saccheggiata, vituperata dallo straniero; forti come uomini parati a morire! Non chiedete vittoria che a Dio e al vostro ferro; non confidate che in voi. Chi vuol vincere vince.
Su dunque, raccogliete fucili e spade, o italiani. Non sonore promesse, ma opere; non vanti passati, ma gloria avvenire.

Genova, 18 ottobre 1848.

G. Garibaldi.

Da Genova s’imbarcò col proposito di recarsi in Sicilia.

Ma il 25 di ottobre a Livorno ove Garibaldi aveva approdato, i democratici di quella città gli si misero attorno, persuadendolo a restare in Toscana ed a prendere il comando di quel simulacro d’esercito senza capo. Fu costretto ad acconsentire e, sbarcati i suoi, si recava a Firenze; ma quivi giunto si sentì sedotto dall’immagine di Venezia, sola combattente invitta per mare e per terra contro l’Austriaco. Dominato da questo sentimento, lasciava con la sua colonna Firenze, e s’avviava per Bologna col disegno di scendere a Ravenna e di là passare a dare il suo aiuto all’eroica regina dell’Adriatico.
Ma era appena arrivato in Bologna, intento sempre a reclutare nuovi seguaci, ed a spiare l’occasione che gli schiudesse l’agognata via di Venezia, quando si sparse per tutta Italia l’eco dei tragici fatti di Roma; il 15 novembre Pellegrino Rossi veniva assassinato; il Papa, assediato nel Quirinale, rassegnato a subire un Ministero Mamiani; ma risoluto a non concedere di più; infine il 21 novembre Pio Nono fuggito a Gaeta; il governo affidato alle mani di una Giunta Suprema eletta dal Parlamento; la Costituente convocata.

Un sì inatteso e violento mutamento nelle cose d’Italia, mutò anche tutti i piani di Garibaldi. Ora gli era aperta la via di Roma, ed il fascino di Roma era per lui irresistibile.
Non mise quindi indugio ad offrire al nuovo governo l’opera sua e dei suoi compagni; e l’offerta essendo stata accettata così scriveva al Ministro della Guerra.

Eccellenza,

Domani raggiungerò colla mia colonna Foligno, donde mi dirigerò a Rieti, punto che mi sembra molto conveniente per organizzare il battaglione, e ricevere da Roma l’armamento e quanto altro necessario. Mi permetto di raccomandare a V. E. il pronto invio del vestiario, trovandosi la mia gente in uno stato deplorevole.
Mi onori dei suoi ordini.
Terni, 22 dicembre 1848.

G. Garibaldi

“P.S. Ho ricevuto il dispaccio di V. E. dopo di aver scritta la presente; dirigerò la colonna a Fermo siccome mi viene ordinato. Ringrazio V. E. dell’accettazione del Corpo al servizio dello Stato e solamente reitero la sollecitudine dell’abbigliamento e dei suoi ordini. Vale.”

Garibaldi partì da Foligno il 28 dicembre, avendo dovuto aspettare il vestiario e l’armamento; arrivò a Macerata il 1° del 1849 dove lo raggiunse un novello ordine di non proseguire più per Fermo e di restare dove era.
A Macerata Garibaldi badava ad ordinare, agguerrire ed a rinforzare la sua gente; e tanto entrò nella stima e nell’affetto dei maceratesi, che più tardi, quando furono convocati a nominare il deputato alla Costituente, elessero lui.
Mentre la Giunta Suprema di governo lavorava ad apparecchiare il terreno alla Costituente, dall’altro i clericali si studiavano a seminare d’ostacoli il cammino di quella rivoluzione, il cui andare era necessario e ormai fatale; giusta la loro vecchia teoria ogni mezzo era buono; e in attesa che le potenze cattoliche muovessero all’invito di Pio IX, coprivano di trame e d’intrighi tutto lo stato romano; e in alcuni luoghi, specie nell’appennino ascolano, e nel confinante Abruzzo, spalleggiate dal Borbone, avevano coronate le creste di quei monti, antico teatro del sanfedismo, di numerose bande brigantesche.
Importava alla Giunta Suprema di parare a quell’urgente pericolo; laonde deliberava di mandare il Colonnello Roselli a combattere il brigantaggio ascolano; nello stesso tempo chiamava Garibaldi a Rieti, con l’incarico di guardare quel confine verso Napoli, e di concertarsi con Roselli per soffocare la nascente reazione; Garibaldi ubbidiva; e per Tolentino, Foligno, Spoleto, arrivato verso la fine di gennaio a Rieti, si accinse senz’altro all’opera; e, quantunque il mandato fosse arduo e richiedesse severe punizioni, tuttavia il temuto condottiero non lasciò in quei luoghi alcun ricordo di ferocia, alcuna traccia di sangue innocente.
Rese invece segnalati servizi al Governo Romano, perseguendo nel più rigido inverno l’ostinato malandrinaggio, tenendovi atterrita e rimpiattata la reazione, custodendo fino all’ultimo tratto quel territorio, aperto per tante vie alle insidie nemiche….

CAPITOLO X.

Roma – Proclamazione di Repubblica.

Il 5 febbraio 1849 i deputati del popolo adunati in Campidoglio trassero con solenne maestà al palazzo della Cancelleria, luogo stabilito per le loro adunanze. Fu posta subito la questione che si dichiarasse il decadimento del potere temporale dei papi e si proclamasse la repubblica. Sorse allora Terenzio Mamiani con le memorande parole: A Roma, o i Papi o Cola di Rienzo, – “i Papi, investiti del potere temporale essere stati sempre il flagello d’Italia e della religione; la repubblica la più bella parola, che dir potesse labbra d’uomo. Gravi per altro i pericoli che potea con sè portare la repubblica, non avendo gli Stati romani per tutelarla le immortali falangi che la Francia ebbe nel 1793. Toscana poteva aiutare ma debolmente; gran danno invece la proclamata repubblica potea recare in Liguria e in Piemonte, nerbo e centro delle forze italiane; l’Europa tutta conservatrice; la Francia meno repubblica che impero Napoleonico. Concluse che la questione della forma di governo conveniva rimettere alla Costituente italiana”.
Masi, Filopanti, Agostini, Carlo Rusconi, Garibaldi parlarono in favore della repubblica. Vinciguerra esclamava essere tempo di finirla coi Papi, assentivano Gabussi e Savini. Bonaparte principe di Canino, dichiarava impossibile la conciliazione del papato con la libertà italiana; fu una discussione serrata, efficace, eloquente. Infine respinta ogni altra proposta fu messo ai voti il memorando decreto.

Art. 1. Il papato è decaduto di fatto e di diritto dal governo temporale dello Stato romano.
Art. 2. Il Pontefice romano avrà tutte le guarentigie necessarie per la indipendenza nell’esercizio della sua potestà spirituale.
Art. 3. La forma di governo dello Stato romano sarà la democrazia pura, e prenderà il glorioso nome di Repubblica romana.
Art. 4. La repubblica romana avrà col resto d’Italia le relazioni, che esige la nazionalità comune.

I votanti furono Centoquarantatre; centoventi risposero Sì; nove risposero No; quattordici approvarono commentando un articolo.
La folla immensa di popolo alla notizia proruppe in un urlo immane di gioia e di plauso.
Roma in quel momento aveva affermato il diritto del popolo italiano.
Essa parve, e fu più grande della Roma dei Cesari!
E il manifesto, che la Costituente romana diresse a tutti i popoli lo prova.
Ecco alcune parti più importanti di quel documento d’imperitura memoria:

Italiani,

“Novello vi si presenta quel popolo, che era già il più grande della terra. Ma fra l’antica grandezza e questa resurrezione stette per mille anni il papato. ………………
“Il popolo ha voluto, e la sua volontà non ha bisogno di chiedere giustificazioni dal passato. La sua ragione è antecedente ad ogni fatto umano. ………………
“Era piena di lacrime la storia d’Italia, e al papato ne veniva ascritta gran copia. E non dimeno, allorchè si fece innanzi il papato, e mise la croce sulla cima del vessillo nazionale, vide il mondo che gl’italiani erano presti ad obbliar le sue colpe; e a nome di un papa iniziavano la loro rivoluzione. Ma quella fu appunto la prova di quanto potesse il papato e di quanto non potesse. I predecessori dell’ultimo regnante erano stati troppo cauti per non impegnarsi a tal prova, e la loro potenza non fu misurata, che dalle sciagure accumulate sui popoli. L’ultimo regnante si avventurava primo nell’opra e volle ritrarsene, quando si fu accorto, ch’egli aveva rivelata una terribile verità, cioè l’impotenza del principato papale a far libera, indipendente e gloriosa la nazione italiana; volle ritrarsene, ma fu tardi. Il papato aveva giudicato se stesso…………
“Speravamo tuttavia; ma un sistema di reazione fu la risposta che venne dal papato. Cadde la reazione. Il papato dapprima dissimulò; vide la pace del popolo e fuggì. E nel fuggire portò seco la certezza di destare la guerra civile; violò la costituzione politica; ci lasciò senza governo; respinse i messaggi del popolo; fomentò le discordie; stette in braccio del più feroce nemico d’Italia e scomunicò il popolo.
“Questi fatti mostrarono abbastanza che il principato papale nè voleva, nè poteva modificare se stesso, e non restava, che subirlo o distruggerlo. Venne distrutto.
“La liberalità di regnanti o tolleranza di popoli avevano posto il papato nella città degli Scipioni e dei Cesari, invece che nel mezzo della Francia, o sulle rive del Danubio e del Tamigi; doveva esser per questo, che gl’Italiani perdessero i diritti comuni a tutti i popoli, la libertà e la patria? E se fosse pur vero, che alla potestà spirituale del pontificato sia necessario il possesso d’una sovranità temporale, quantunque non a questa condizione fosse promessa da Gesù Cristo l’immortalità della sua Chiesa, era dunque serbato a Roma il divenire il patrimonio del papato e divenirlo per sempre? Roma, patrimonio di una sovranità, che per sussistere aveva bisogno di opprimere, e per essere gloriosa aveva necessità di perire? e come patrimonio del papato farsi cagione permanente della ruina d’Italia? Roma, di cui le tradizioni, il nome e fin le ruine parlano sì forte di libertà e di patria?….”

E il popolo rispose e risponde: No! – Roma è mia! Roma è della libertà!

Pagato a Roma il debito politico Garibaldi ritornò a Rieti a riprendere il suo posto militare.
Nel frattempo gli avvenimenti avevano fatto il loro corso.
Il 22 marzo la catastrofe di Novara; il 27 la risposta dell’Assemblea Veneta all’Haynau: “Venezia resisterà ad ogni costo”; il 28 l’insensata rivolta di Genova; il 1° aprile l’ultimo giorno della decade Bresciana.

CAPITOLO XI.

Le dieci giornate di Brescia
disastrosa giornata di Novara.

Il 20 marzo in Brescia una adunata di popolo in piazza Vecchia, sotto la loggia municipale, preceduta da bandiera tricolore chiedeva le dimissioni del Podestà Zambelli, e la formazione della guardia civica. Nello stesso giorno sul Colle di S. Florian era comparsa una squadra d’armati condotta dal prete Boifava(15). Questo piccolo corpo volante di 300 uomini al quale si erano aggiunti alcuni terrazzani, aveva avuto incarico dal Comitato per l’insurrezione di impedire le comunicazioni sulla strada per Peschiera, Verona e Mantova, intercettare dispacci del nemico e molestarlo con avvisaglie.
La sera del 21 marzo, fermata una staffetta latrice di dispacci, tradotti questi dal tedesco si rilevò che recavano l’annuncio, essere partito da Verona un grosso convoglio di munizioni per fornirne Brescia e Milano.
Una trentina di giovani animosi, fra i quali Giuseppe Zanardelli, postisi sotto gli ordini di tale Longhena, perchè egli era stato militare, uscirono dalla città alle 11 di sera col determinato proposito d’impadronirsi del convoglio di munizioni tanto utile ai cittadini insorti.
L’ardita, ma non numerosa falange, giunse a Rezzato prima di giorno.
Avvertiti i baldi giovani che il convoglio delle truppe imperiali era prossimo(16) a giungere, si diedero subito a costruire una barricata allo sbocco della via verso Ponte S. Marco, e dopo di avere collocata della gente anche inerme sui balconi e nelle vie per dimostrare che erano in molti a chiudere il passo, presero posto nella barricata, risoluti a tutto.
Non tardò a comparire sulla strada la pesante colonna dei carri custoditi dalle baionette croate.
Il corpo austriaco di scorta agli otto carriaggi carichi di munizioni era di 173 soldati e sei ufficiali; questi accortisi della barricata e degli armati che impedivano il passo si fermarono. Il comandante della piccola squadra bresciana divisò di mandare un parlamentario ad invitare il comandante delle forze nemiche a recarsi a Rezzato per trattare col duce delle forze cittadine insorte. Questi assentì, e quando fu all’ingresso del paese gli fu imposto d’arrendersi, informandolo che ogni resistenza sarebbe stata inutile, perchè Brescia e Milano erano in mano del popolo e le truppe avevano capitolato, l’intero paese insorto, come era insorta la stessa Vienna.
Intanto, durante le trattative erano sopraggiunti altri insorti guidati dal curato Boifava(17), e il capitano acconsentì di arrendersi; ufficiali e soldati consegnarono le armi e i bravi bresciani preso possesso del convoglio delle munizioni, per vie montane, onde evitare l’incontro di qualche squadrone di cavalleria, si diressero verso Brescia ove giunsero sul fare di sera del giorno seguente accolti dalla cittadinanza con luminarie e grande entusiasmo.
La sera del 21 era stato acclamato Podestà il Soleri che si annunziava alla cittadinanza con un patriottico manifesto.
Il 22 venivano aperti i ruoli per la formazione della Guardia civica.
La mattina del 23 nella contrada degli Orefici, nei pressi di Piazza Vecchia, un pugno di popolani si avventava contro i soldati austriaci di scorta ai carri di legna destinata al riscaldamento delle caserme e del Forte, li disarmava, inseguendoli fino all’accesso del Castello; e disarmava pure alcuni gendarmi incontrati per via. La sommossa si fece allora generale, si abbatterono gli stemmi e le insegne imperiali, e si disarmarono i soldati di picchetto negli ospedali ed in altre località dando ad essi dovunque la caccia.
Il comandante del Forte, Leshke, senza indugio volle ricorrere alle armi dello spavento; e nelle ore pomeridiane fece piombare sulla città un gran numero di bombe, che, se cagionarono qualche rovina alle case, ebbero per effetto di accendere maggiormente l’entusiasmo belligero della cittadinanza; dopo tale preludio mandava un messaggio al Podestà, intimando che se la città non fosse ritornata alla soggezione imperiale, l’avrebbe bombardata ed incendiata. Il Soleri a sua volta domandava tempo per provvedere; ma allo scoccare della mezzanotte, in esecuzione della fatta minaccia, il Leshke apriva dal castello un furioso bombardamento.
Questo procedere barbaro, che veniva principalmente a colpire donne e bambini giacenti nel sonno, inasprì i cittadini, che armati si fecero sotto al Castello e rispondevano al bombardamento prendendo a bersaglio i cannonieri nemici al grido “di viva l’Italia, viva il Piemonte.”
Quelli del giorno 23 e della notte del 24 marzo furono i primi bombardamenti subiti da Brescia nel 1848.

Intanto sul mezzoggiorno del 20 marzo le ostilità da parte dell’esercito piemontese contro gli austriaci furono riprese, ma le sorti della guerra furono addirittura disastrose per le armi italiane.
Il piano del generale in capo Chzamowsky, non era tale che potesse convenire ad un piccolo esercito, qual era quello potuto mettere assieme dall’eroico Piemonte. Invece di tenere unite quanto più si potesse le nostre forze, esse erano schierate sopra una fronte eccessivamente estesa.
Il generale Lamarmora con una Divisione era stato inviato nella Lunigiana per attraversare l’Appennino con l’obbiettivo di assalire gli austriaci alle spalle sulla sinistra del Po.
Ma qualunque fosse il piano strategico, è certo che il generale Ramorino, che con la Divisione Lombarda fronteggiava il Ticino nella posizione della Cava, ed a cui era stato dato ordine preciso di arrestare la marcia del nemico ove questo avesse passato il Ticino a Pavia, e, come segnale al Comando Generale del passaggio, tirare moltiplicati colpi di cannone; questo generale, contrariamente a tali ordini precisi, non sparò neppure un colpo, non fece atto di resistenza, nè si ritrasse, sopra Sannazzaro e Mortara ove corpi piemontesi avrebbero potuto trovarsi concentrati il mattino del 21 per dargli man forte, appoggiati ad ottime posizioni.
Invece la Divisione senza sparare una cartuccia, si ritirò sulla destra del Po, standosene là spettatrice inerte, anzi accennando a ritirarsi per la volta di Genova.
Dopo un’avvisaglia di avamposti al Gravellone, gli eserciti avversari si trovarono di fronte il 21 presso Mortara. Radetzky con rapide mosse aveva spinto i suoi all’attacco; le truppe piemontesi comandate al centro da Vittorio Emanuele, Duca di Savoia, fecero prodigi di valore, ma gli austriaci soverchianti di uomini riuscirono ad impossessarsi di notte della città; e fu notte di strage in Mortara, perchè si combattè accanitamente per le vie, nelle piazze e nelle case, opponendo i nostri un’indomita e disperata resistenza….
Intanto si combatteva con valore ed onore dalle nostre truppe anche alla Sforzesca; ma i risultati ottenuti furono completamente neutralizzati dalla rotta di Mortara.
Il grosso dell’esercito, con Re Carlo Alberto, nella supposizione che gli Austriaci muovessero da Magenta per transitare il Ticino, stava accampato per attendere il nemico presso Trecate; ma, trovate sgombre le posizioni circostanti, mosse al di qua del fiume, per la via di Milano.
Pur troppo non potè continuare al lungo la sua marcia su terra lombarda, perchè, giunta fra quelle schiere la notizia che l’austriaco già vittorioso proseguiva alle sue spalle minacciando Torino, fu immediatamente ordinata la retromarcia.
Il 23 marzo, l’esercito nostro, forte di cinquantamila uomini e 110 pezzi d’artiglieria, si trovava alle nove di mattino sotto Novara. Alle ore undici il cannone nemico diede il segnale della battaglia. Re Carlo Alberto era al suo posto in prima fila tra i combattenti. Il Crocevia della Bicocca era la chiave della posizione, e gli austriaci in dense colonne diressero tutti i loro sforzi contro di essa. I piemontesi la difesero col coraggio della disperazione; Re Carlo Alberto, ritto sul suo cavallo, nella sua marziale impassibilità, sembrava desiderasse di essere colpito a morte; ma se il Re era risparmiato dalle palle nemiche, quanti gli stavano vicini venivano mietuti e fra altri il generale Perrone, colpito da palla alla testa, e il generale Passalacqua restavano fulminati sul terreno, proprio al fianco di Carlo Alberto.
Tutte le riserve erano state impegnate.
Il Duca di Savoia, dopo avere avuto feriti a morte tre cavalli, appiedato, mantenevasi alla testa degli avanzi dei suoi battaglioni con singolare intrepidezza. Ma l’eroismo non poteva più rimettere le sorti della giornata.
Re Carlo Alberto, testimonio e parte di tutte le fasi della battaglia, cavalcava taciturno e mesto verso la città, incurante dei pericoli che lo circondavano, e giuntovi, di là, muto, contemplava con indicibile dolore la disfatta del suo esercito. Lo si voleva allontanare dal luogo tanto esposto, ma Egli nello schianto del dolore gridava: “lasciatemi morire; questo è l’ultimo giorno della mia vita!” Aveva tanto invocato dal Dio degli eserciti di perdere in quel giorno la vita! ma non fu ascoltato.
La bandiera bianca annunziava la sospensione delle ostilità, cui seguì l’armistizio, e quindi l’abdicazione di Carlo Alberto e l’assunzione al trono del figlio Vittorio Emanuele II.
Tutto era finito! I destini d’Italia non erano ancora maturi! Alle undici della notte, Carlo Alberto, muoveva alla volta di Oporto, per morirvi di lì a pochi mesi, martire di una idea sublime, vittima del dolore!

Il 25 marzo a Brescia, ove nulla si sapeva del disastro toccato alle truppe piemontesi, si procedeva alla nomina del Comitato di difesa nelle persone dei cittadini Cassola e Contratti i quali pubblicarono il seguente proclama

Brescia, 26 marzo 1849.

Cittadini!

La patria è in pericolo!
Ora è il momento, o bresciani, d’agire e di fare conoscere che le vostre promesse non furono millanterie.
Gli armati accorrano davanti al teatro per ricevere la loro destinazione. Chi non ha armi, le donne, i vecchi, i ragazzi si adoperino(18) a costruire barricate alle porte della città.
Uniamo le nostre forze e difendiamoci. Non si tratta che di duemila uomini, con due pezzi d’artiglieria, quasi tutti italiani.
All’armi! All’armi!
Unione, costanza, ordine!

Cassola, Contratti.

Ragione di questo Manifesto al popolo di Brescia era che il Comitato della difesa aveva avuto avviso che la notte del 25 un corpo d’imperiali sotto il comando del generale Nugent, sortito da Mantova, con marcie forzate si dirigeva su Brescia.
Nella città erasi formato un corpo dei più ardimentosi guidati da Tito Speri, capi squadra erano Giuseppe Nullo, Antonio Frigerio, Luigi Castelli, Camillo Biseo, Eligio e Filippo Battaggia. Tutti mossero incontro al nemico prendendo posizione nel borgo di Sant’Eufemia ove già trovavasi il curato Boifava(19) con la sua compagnia, si asserragliarono pure in altre posizioni, atte ad impedire al nemico l’ingresso nella città.
Poco prima del mezzodì gli austriaci aprirono il fuoco, ma gli assalitori vennero coraggiosamente respinti.
Il Comitato ed il Municipio, convinti che la resistenza non poteva durare a lungo, decisero di spedire al generale Nugent una Commissione di cittadini, che si presentò agli avamposti nemici con bandiera bianca.
La Commissione fu ricevuta dal generale; il quale poneva senz’altro per condizione che i bresciani cessassero dalla difesa, deponessero le armi, e distruggessero le barricate perchè egli, per amore o per forza, sarebbe entrato nella città.
Quando si seppe dell’arrogante risposta del generale austriaco, la popolazione proruppe unanime in un sol grido. “Guerra! Guerra!”
Gli austriaci mossero allora all’assalto della città, inoltrandosi fino a San Francesco di Paola; ma i Bresciani usciti da porta di Torre Lunga, giunsero a San Francesco, alle spalle degli austriaci, alle prese con le bande dei nostri, e impegnarono una mischia micidiale.
Il combattimento durò fino alla sera con la peggio degli Austriaci, che, abbandonate le conquistate posizioni, si ritirarono nei loro attendamenti di S. Eufemia.
Così ebbe fine la memorabile giornata del 26 marzo.
Il 27 gli imperiali a mezzodì ripresero le ostilità, si spinsero fino a Rebuffone a poca distanza da Torre Lunga, dove i Bresciani erano appostati alla difesa. Gli Austriaci, piantata una batteria sopra l’erta della Villa Maffei, si diedero a fulminare i bravi difensori, mentre nello stesso tempo il Castello iniziava il bombardamento prendendo i Bresciani fra due fuochi. Ma le cannonate, il bombardamento, gli incendi non sgomentavamo i valorosi Bresciani, che anzi, inaspriti dalla ferocia del nemico, moltiplicarono gli atti di eroismo; tanto che quando videro verso sera rallentare e cessare il fuoco da parte degli imperiali che rientravano nel loro accampamento, gli eroici difensori, comandati dallo Speri, con rapida sortita, si slanciarono sull’inimico ed in breve furono addosso alla retroguardia austriaca facendone strage.
La sera la città era in festa per la felice resistenza opposta al nemico; e il Comitato della difesa pubblicava il seguente manifesto.

Cittadini!

Il vostro nome alla posterità è assicurato. Il nemico trovasi nell’avvilimento, perchè gli imponenti mezzi di guerra coi quali credeva atterrirvi, non hanno fatto che accrescere il vostro entusiasmo.
Ormai ha consumato tutti i suoi mezzi guerreschi, e quindi non dovete fare altro che dar compimento alla vittoria nello stesso modo che l’avete cominciata.
Italia tutta farà plauso a tanta prodezza.
Ordine, Costanza, Unione!

Brescia il 27 marzo ore 6-1/2 pomeridiane.

Cassola, Contratti.

Per dire degli episodi, degli atti di eroismo compiuti dai Bresciani nei giorni successivi 28, 29, 30, 31, non basterebbe un intero volume. Basti affermare che tutti gli sforzi fatti dal Nugent con ben 3500, uomini per impossessarsi di Brescia o per costringerla alla resa furono inutili. Vista la sua impotenza, fu obbligato a chiedere rinforzi, e questi non tardarono a giungere condotti da un ben formidabile avversario, tristamente conosciuto dai Bresciani.
Il 31 marzo giungeva infatti, per espugnare l’eroica Brescia, il tenente maresciallo Haynau con una intera divisione – e ben presto diede sue nuove col seguente dispaccio: n. 152 – Dal 2° I. R. Comando del Corpo d’Armata.

Alla Congregazione Municipale della Città di Brescia.

“Notifico alla Congregazione Municipale che io alla testa delle mie truppe mi trovo qui, per intimare alla città di arrendersi tosto e senza condizioni.
“Se ciò non succederà fino a mezzogiorno, se tutte le barricate non saranno interamente levate, la città sarà presa d’assalto, e saccheggiata e lasciata in balia a tutti gli orrori della devastazione.
“Tutte le uscite dalla città verranno occupate dalle mie truppe ed una resistenza prolungata trarrà seco la certa rovina della città.
“Bresciani! Voi mi conoscete, io mantengo la mia parola!
“Il Comandante delle truppe stanziate all’intorno della città di Brescia.

Il Tenente Maresciallo
Haynau.

Non è a dire quanto la lettura di questo dispaccio rinfuocasse gli animi.
Il Municipio mandò subito per il Comitato che pronto accorse all’adunanza.
Richiesto del suo parere il Comitato dichiarava doversi risolutamente resistere.
La maggioranza degli adunati, pur non dissentendo dalla resistenza, deliberava però di mandare deputati all’Haynau per ottenere una proroga di tempo onde si potessero prendere ponderate risoluzioni.
Come ambasciatori si offersero i cittadini Lodovico Borghetti, Pietro Pallavicini, Paolo Barucchelli e il Nobile Girolamo Rossa, alla patria devotissimi. Così composta, e fiancheggiata da due gendarmi e preceduta da bandiera bianca l’ambasceria verso le 10 si avviava per il Castello.
I messaggeri trovarono l’Haynau inflessibile. Ho detto a mezzogiorno.
Ed alle vive rimostranze degli inviati, per grazia dichiarava che avrebbe aspettato fino alle due pomeridiane.
Dell’ultimatum del Maresciallo austriaco fu data partecipazione al popolo dal balcone del Palazzo Comunale. E la risposta del popolo Bresciano fu quale doveva essere: Guerra! Vogliamo la guerra!
Quella del Podestà fu dunque – All’armi Bresciani! all’armi!
Allo scoccar delle due, tutte le campane della città, come se fossero mosse da un sol uomo e tocche da uno stesso martello, si diedero a suonare a stormo gloriosamente. Questa era la risposta che i bresciani mandavano all’Haynau.
Il nemico aveva intanto circondato con forze numerose la città e piantate sulle alture batterie di cannoni e di mortari coll’ordine che quando le artiglierie dal Castello avessero dato il segnale, tutte le batterie facessero fuoco.
E alle tre, tanto dal Castello che dalle(20) batterie circostanti, s’incominciò senza interruzione a vomitare bombe e palle incendiarie; tutte le campane della città suonavano a stormo, chiamando il popolo alla resistenza.
L’Haynau aveva stabilito di dare alla città un assalto generale; ordinava quindi le sue genti in modo che tutta la circuissero, per dividere così le forze dei difensori e rendere più debole la resistenza.
A questo scopo sul ripiano del poggio Maffei dove stava la brigata Nugent, aveva fatto piazzare una batteria, che batteva direttamente la barriera di Torre Lunga, ove dovevano essere diretti i maggiori sforzi. Infatti essa fu presa a fulminare con fuoco mai interrotto e con colpi così ben diretti, che presto l’intera trincea ne fu squarciata, costringendo i difensori ad abbandonarla, ed a ritirarsi al ridosso della barricata che formava la seconda linea di difesa. Tennero loro dietro i nemici,che tentarono di entrare con essi in città, ma furono valorosamente respinti lasciando molti di essi sul terreno.
Non cessava intanto il tuonare dei cannoni e dei mortari dal di fuori, mentre le bombe ed i razzi piovevano dal Castello; ma non per questo ritiravansi i difensori, che sempre capitanati dallo Speri, combattevano con tanta valentia e costanza, da tornare ad onore anche dei più esperimentati e disciplinati veterani.
L’Haynau aveva ordinato che un battaglione di croati, di notte appostato, scendesse giù per la china del colle ed a forza occupasse le vie che conducevano al centro della città. Furono però accolti, mentre discendevano con una tempesta di fucilate, sì da essere obbligati a sostare e a dare indietro; ma poi riordinati, assalirono i nostri con fuoco ben nutrito e così ben diretto che i difensori furono obbligati ad abbandonare la trincea più avanzata, posta alla svolta della china del Castello, non solo, ma poi dopo altra eroica difesa, furono costretti a ritirarsi anche dalla barricata che custodiva la svolta di S. Urbano; ed infine anche dall’ultima di via della Consolazione. Gli imperiali alla carica, sorpassando le barricate, sgombrando impedimenti si precipitarono nella piazza dell’Albero. Là i Bresciani li attendevano alla posta, dalle finestre, dai tetti, dagli sbarramenti che chiudevano il passo all’interno della città, vennero accolti con una salva di fucilate, tanto che ben pochi ebbero salva la vita; ma una fiumana di altri croati serrati in colonne giù per quella stretta impediva ai primi di dare indietro; tanto che alla disperata mancando loro ogni scampo, fecero testa, e s’avventurarono risoluti contro le trincee per forzare il passo; ma ancora un fuoco micidiale a bruciapelo li accolse, e più che decimati, dovettero arrestarsi e dare indietro.
L’Haynau che dal Castello vedeva lo scempio che i difensori facevano dei suoi ordinava al Colonnello Milez di accorrere in aiuto con buon nerbo di forza; ma appena sboccato sulla piazza il Milez stesso, che stava alla testa dei suoi, colpito da palla al cuore cadeva morto; i suoi soldati allora sostarono indecisi; prendendo il momento i bravi bresciani saltarono dai ripari, e slanciandosi sul nemico l’assalirono a colpi di baionetta, di daghe, di stocchi, di coltelli. Non ressero gli austriaci, ma si diedero alla fuga, abbandonando armi e feriti.
La piazza dell’Albero a ricordo di tanto valore fu poi nominata Piazza del 1849. In quel giorno 31 marzo correva a rivi il sangue e i cadaveri vi giacevano ammonticchiati.
Però in altri punti alcuni quartieri della città furono invasi dal nemico come Torre Lunga, S. Urbano, S. Alessandro, e l’incendio, il saccheggio, gli orrori di città presa d’assalto, incominciarono nelle tenebre con tutti i suoi atti brutali.
Il primo aprile dalla parte del Castello, appoggiati dalle artiglierie, gli Austriaci discesero in città, investendo e rompendo tutti gli ostacoli che trovavano sui loro passi, giungendo alle spalle dei difensori della barricata della Piazza dell’Albero, teatro del micidiale combattimento del giorno innanzi, occupando il palazzo del governo, del Broletto, massacrando ed abbruciando quanti si paravano a loro dinanzi, gettando dalle finestre, e dai tetti quante persone si trovavano nelle case. Lo stesso avveniva nel quartiere di San Nazzaro e a porta S. Giovanni.
Era tempo di pensare seriamente ai casi della patriottica città, ridotta agli estremi, e minacciata di distruzione.
Alle 10 antimeridiane il Municipio riceveva le dimissioni del Comitato di difesa. Bisognava senza perdita di tempo mandare all’Haynau una deputazione per trattare la resa. Fu incaricato il padre Maurizio da Brescia, che fu accompagnato dal padre Ilario da Milano e dal cittadino Pietro Marchesini.
I patti della resa furono con molto stento convenuti.
La mattina del 2 aprile entrate le soldatesche austriache in città, il Maresciallo Haynau emanava due bandi. Col primo imponeva alla città una taglia di 300,000 lire, destinate a compenso e a premio degli ufficiali – più imponeva alla città e provincia una multa di sei milioni di lire.
Così ebbe fine la lotta gloriosa di Brescia sostenuta per 10 giorni con subblime eroismo.

I tempi intanto incalzavano e la reazione divampava.
Il 6 aprile Catania dopo eroica difesa cadeva nelle mani sanguinarie del borbonico Filangeri; il 12 la reazione lorenese restaurava in Toscana il granduca; il 20 Filangeri era minaccioso alle porte di Palermo; finalmente il 21 aprile salpava da Tolone la spedizione francese per Roma.
L’ultima di queste notizie sorprese Garibaldi ad Anagni dove era arrivato il giorno precedente.
Il 24 aprile l’avanguardia, il dì appresso tutto il corpo di spedizione comandato dal generale Oudinot, portato da dieci navi, forte di ben dodicimila uomini, di sedici pezzi da campagna e di sei di assedio, gettava l’ancora nelle acque di Civitavecchia.

CAPITOLO XII.

Eroica difesa di Roma.

Sullo scopo dell’intervento francese nelle cose di Roma è stata già giudice severa la storia, e non è tema che invogli un italiano a ritornarci sopra. Solo affermeremo che per quanto si sia voluto dire, certo non fu scusabile che una grande nazione come la Francia, col pretesto d’instaurare l’ordine, fra un popolo già confidente e calmo nel suo patriottismo, siasi mossa a sostenere una abborrita teocrazia, ed a strozzare, tra le braccia d’una repubblica sorella, la libertà nascente.
E fu con sembianze oneste ed amiche che l’esercito francese potè sorprendere la buona fede del governatore, del presidio e della popolazione di Civitavecchia, e mettere impunemente il piede sul suolo della repubblica. Se Civitavecchia avesse respinto con la forza dal suo forte il disbarco o lo avesse soltanto ritardato il governo della Repubblica Romana avrebbe avuto maggior tempo e si sarebbe trovato in migliori condizioni per preparare la difesa.
Il Colonnello Leblanc, inviato dal Generale francese, ebbe il merito di parlar chiaro al Mazzini e confessare che scopo della spedizione era la restaurazione papale. Egli rese grande servigio a Roma, quando uscì nella ridicola guasconata “Les Italien ne se battent pas” la quale fece affluire al cuore il sangue caldo del popolo di Roma, e mise gl’italiani in obbligo di provare che colui aveva mentito per la gola.
Alla Repubblica Romana non restava adunque più che difendere ad oltranza, se non la vita che era preda designata alla forza del numero, l’onore che non poteva essere da alcuno calpestato impunemente, e che sarebbe salito tanto più alto quanto più fosse stato inaffiato di sangue.
E la difesa di Roma fu degna dei suoi giorni migliori, al tempo dei consoli e dei Cesari.
L’Assemblea decretò senz’altro di dare incarico al Triunvirato di respingere la forza con la forza; il popolo applaudì al magnanimo decreto, corse alle armi, e i Triumviri, mirabili di concordia e di energia, assunsero l’impegno della difesa. Giuseppe Avezzana nominato ministro della guerra, posto al Comando supremo dell’esercito; la guardia civica venne armata e mobilizzata; la linea di difesa tracciata; i punti principali muniti; i Corpi stanziati fuori di Roma richiamati; e tutta la massa di truppe regolari ed irregolari, di finanzieri, di studenti, di emigrati, di reduci, di quanti infine si trovavano(21) in Roma atti alle armi, fu ordinata e così ripartita e comandata:
La Legione Garibaldi; il battaglione dei Reduci, i quattrocento giovani universitari, i trecento finanzieri, i trecento emigrati, un totale di duemilacinquecento uomini, composero la prima brigata comandata dal Generale Garibaldi.
Alla seconda brigata, formata di mille uomini di Guardia Civica e del primo Reggimento di fanteria leggiera fu posto comandante il Colonnello Masi.
La Legione Romana e il primo di linea con due pezzi di campagna, posti agli ordini del Colonnello Bartolomeo Galletti; una colonna di riserva, di ottocento carabinieri ubbidivano al generale Giuseppe Galletti; cinquecento dragoni al Colonnello Savini; le artiglierie al Lopez e ai fratelli Calandrelli.
I bersaglieri Lombardi comandati dal Manara avendo ottenuto dal generale Oudinot di sbarcare a Porto d’Anzio a condizione che non avrebbero preso parte a combattimenti prima del 4 maggio, erano vincolati dall’impegno preso per essi dal Preside di Civitavecchia.
Sicuri ormai che il generale Oudinot voleva entrare in Roma per ristaurarvi il governo papale il 28 aprile l’assemblea approvava il seguente decreto, dove il senno romano ben distingueva fra nazione e governo di Francia, non incolpando la prima delle inique aggressioni del secondo, e ponendo sotto la protezione delle leggi i Francesi nell’atto che si apprestava alla guerra contro l’armata di Francia.

REPUBBLICA ROMANA

In nome di Dio e del Popolo

“Credendo nelle generose virtù dei Romani come nel loro valore:
“Conscio che sebbene deciso a difendere fino agli estremi, contro ogni invasore l’indipendenza della sua terra, il popolo di Roma non rende mallevadore il popolo di Francia degli errori e delle colpe del suo governo”:
“Fidando nel popolo e nella santità del principio repubblicano:

IL TRIUNVIRATO DECRETA

“Gli stranieri e segnatamente i Francesi dimoranti pacificamente in Roma sono posti sotto la salvaguardia della Nazione”:
“Sarà considerato come reo di leso onore romano qualunque proponesse far loro oltraggio o molestie”:
“Il governo invigilerà che nessuno d’essi trasgredisca i doveri dell’ospitalità”.

Così Roma vicina a scendere sul campo di battaglia per amor della libertà ed indipendenza, dava prova di quella generosità che è tradizionale nel suo popolo.

La mattina del 28 aprile, la legione insieme agli altri corpi militari riuniti in Roma, fu passata in rivista sulla piazza di S. Pietro dal Ministro della guerra.
Il piano di guerra fu presto formato; la topografia della Città, le condizioni dell’esercito difensore, le forze degli assalitori, chiaramente lo suggerivano.
Scartato il concetto di una offensiva in aperta campagna, e deliberata una concentrata difensiva della Capitale, la difesa non poteva essere stabilita che sulla destra del Tevere e precisamente lungo le mura d’Urbano VIII, che da porta Portese, per quelle di San Pancrazio e Cavallegeri va a porta Angelica; comprendente come posizione avanzate, al centro la collina di Villa Pamfili, come baluardo a settentrione il forte Vaticano, e come seconda linea d’appoggio le alture del Gianicolo.
Garibaldi avuto partecipazione del Comando affidatogli, spedì il seguente ordine del giorno:

Al comando della Sezione degli Emigrati.

“Il Ministro della Guerra, col dispaccio del 27 corrente affidò a me il comando della prima brigata nella cui forza è pure compresa la vostra Sezione.
“Le urgenze del momento esigono che c’intendiamo subito e quindi oggi vorrete immancabilmente trovarvi con la vostra truppa sulla piazza di S. Maria in Trastevere per tutte le comunicazioni”.
“Salute e fratellanza”.

Dalla piazza del Vaticano 29 aprile

G. Garibaldi.

La brigata Garibaldi fu ordinata a coprire la posizione tra porta Portese e porta San Pancrazio; quella di Masi distribuita tra porta Cavalleggieri e porta Angelica; la riserva composta dalla brigata Galletti, dai dragoni Savini, dai bersaglieri Manara, schierata tra Piazza Navona, la Lungara e Borgo; i bastioni furono coronati di nuovi pezzi, le batterie del Vaticano rinforzate; tutto ciò disposto in buon ordine; di modo che Roma si tenne pronta a ributtare gli assalitori.
Il 30 aprile le vedette di San Pietro annunziarono lo spuntare di una colonna francese sulla via di Civitavecchia. Erano circa dodicimila uomini, divisi in due brigate sotto il comando dei generali Molière e Lavaillant, con due batterie da campagna; credevano davvero che gli italiani non si sarebbero battuti; dovevano presto accorgersi del loro folle giudizio e chiamare poderosi rinforzi.
Alcuni colpi aggiustati dal Calandrelli fecero capire che si pensava a respingere sul serio gli assalitori, ma erano pur sempre francesi, gli agguerriti soldati dei combattimenti africani. Essi quindi avanzarono da prodi secondo l’ordine ricevuto per l’attacco; non restavano i nostri dal fulminarli colla mitraglia e coi fucili. Ai difensori, specialmente agli artiglieri, nuocevano le carabine dei cacciatori di Vincennes; ma le nostre artiglierie egregiamente servite e dirette, facevano vuoti sanguinosi nelle file avversarie.
Un notevole vantaggio avevano ottenuto i francesi, fin dal principio; il generale Oudinot aveva ordinato alla brigata Molière di occupare la Villa Panfili, il battaglione universitario sostenne valorosamente i primi assalti, ma scarso di numero, in confronto degli assalitori, dopo di avere contrastata la preziosa posizione dovette abbandonarla, ritraendosi al riparo dietro il Casino de’ Quattro-Venti.
Ma da quella parte, attento a tutte le fasi del combattimento, stava vigile Garibaldi e il trionfo dei francesi non doveva essere di lunga durata. Infatti il generale, scorto il pericolo, chiamò a sè la legione italiana e la lanciò a baionetta contro il nemico. Questi non temette l’attacco, e da quell’istante intorno a Villa Corsini, per le aiuole e i prati del parco Pamfili, dietro ogni muro e ogni siepe, s’impegnò una lotta corpo a corpo, petto a petto, palmo a palmo, a vita ed a morte.
A favore dei francesi erano il vantaggio delle armi, la bontà della posizione che li proteggeva, l’abitudine alla disciplina, l’esperienza del combattere; per gl’italiani era presidio la coscienza della giusta causa, la religione della patria, la fede nella baionetta e il comando di Garibaldi.
Ormai troppo già durava il contrasto: e Garibaldi sentì venuta l’ora del colpo decisivo.
Con l’aiuto di mezza brigata Galletti, riunite tutte le forze che aveva sotto mano si rovescia per la Valle sul fianco destro francese, lo rompe, lo sfonda ed incalza con la baionetta alle reni e costringe in brev’ora tutto l’esercito assalitore, già ributtato dal fronte su tutta la linea, a battere in precipitosa ritirata.
La giornata del 30 aprile sarà ricordata dalla storia come una delle più belle pagine militari dell’indipendenza italiana.
Più di trecento morti, cinquecentotrenta feriti, duecentosessanta prigionieri dovuti all’eroismo di Nino Bixio, fecero pagar cara alla Francia l’insana aggressione e dimostrarono al mondo che gl’italiani si battono.
In confronto le perdite degli italiani furono lievi; sessantadue morti, un centinaio di feriti; un solo prigioniero – Ugo Bassi.
Onore ai prodi rapiti troppo presto ai futuri cimenti della patria.
Il battaglione universitario comandato dal Maggiore Andreucci si distinse assai nella gloriosa giornata. “Avanti ragazzi” tuonava Garibaldi – “avanti alla baionetta” e i ragazzi, da veterani si lanciavano impavidi contro gli agguerriti soldati della Francia combattendo da eroi.
Fra tutti primeggiò Nino Bixio che con audacia da leone, come già fu detto, fece prigioniero con pochi uomini un battaglione del 20° reggimento di linea col Maggiore che lo comandava.
Il primo merito della gloriosa giornata spetta al generale Garibaldi. Fu unanime il sentimento di tutta Roma nella sera stessa del combattimento; e la storia lo conferma col suo ponderato giudizio. Egli rimase ferito nel più caldo della mischia e non ne fece mostra; solo alla sera il dottore Ripari, il carissimo amico suo, volle a forza curarlo.
Fatto caratteristico del combattimento fu questo, che, nelle lievi perdite subite dai nostri, chi più ne sofferse furono gli ufficiali, sempre i primi ad esporsi al fuoco nemico; così, oltre a Garibaldi, furono feriti il maggiore Marochetti, il tenente Ghiglione, il tenente Teglio, i sottotenenti dall’Ovo e Rota, e feriti a morte il maggiore Montaldi, il maggiore Scianda, i tenenti Grassi e Righi e il sottotenente Tresoldi.
Garibaldi combattè tutto il giorno, affrontando il nemico in aperta campagna, ne scoperse il lato debole, lo assalì quando ravvisò il tempo opportuno, e decise della giornata.
Avrebbe fatto di più se in quel giorno avesse egli avuto il comando supremo, o se fosse stato ascoltato il suo consiglio.
Garibaldi aveva infatti intenzione di completare, quella sera stessa, la vittoria, tagliando ai francesi la ritirata su Civitavecchia; e il progetto sarebbe stato senza dubbio attuato; dopo lo scacco sofferto, il morale del nemico era depresso ad incominciare dall’Oudinot, sfinito, inoltre i francesi mancavano di cavalleria per coprire la ritirata, mentre Garibaldi coi lancieri del Masina e coi dragoni di linea, tutta gente fresca che nulla aveva sofferto dal combattimento, poteva giungere a Civitavecchia prima dei francesi e suscitare quelle popolazioni contro lo straniero. Che se non si fosse voluto precorrere i francesi in quel posto, si poteva prenderli di fianco nella loro ritirata: giacchè Garibaldi avrebbe potuto ingrossare le sue truppe coi due reggimenti di linea che non avevano ancora combattuto, e così trarre il miglior frutto della vittoria.
Ma indarno Garibaldi insistette appoggiato da Galletti: Mazzini non voleva esporre la Francia ad una completa disfatta, e provocarne i risentimenti. Egli era il capo del triumvirato, e se i nostri si arrestavano nel momento il più propizio, era lui che doveva risponderne alla storia.
Utilizzata o no la vittoria del 30 aprile si doveva capire che i francesi avrebbero voluto prendere la rivincita; meglio era dunque trarre partito della giornata, annientare il primo corpo di spedizione, circondando di una aureola gloriosa i difensori di Roma, ammirati da tutta Europa, poi prepararsi a far degna accoglienza al secondo corpo di spedizione, che la Francia ostinata nel volere ristaurato il potere dei papi ed ormai impegnata, avrebbe senza ritardo ordinato.
Unica impresa che venne concessa dal Triunvirato a Garibaldi il 1° maggio, fu una ricognizione sul nemico che si ritirava per la via di Civitavecchia, verso Castel di Guido, dove i Francesi avevano passata la notte in armi nella certezza di essere assaliti. Egli uscì colla sua legione da porta S. Pancrazio, mentre il Masina coi lancieri e coi dragoni usciva da porta Cavalleggeri; entrambi si unirono all’osteria di Malagrotta, dove i Francesi si erano preparati alla resistenza.
Ma per volere di Mazzini non si venne alle mani, come Garibaldi avrebbe desiderato. E ciò anche perchè l’Oudinot mandò a Garibaldi un parlamentario, per avvertirlo che trattava col governo Romano un armistizio; quasi contemporaneamente Garibaldi stesso riceveva un ordine di ritornarsene a Roma; e l’ordine fu eseguito nel giorno stesso.
Così i Francesi ebbero modo di guadagnar tempo, e ritornare con forte nerbo di forze e grosso materiale di guerra a riprendere l’attacco dell’eterna città con certezza di successo.
Ma se la giornata del 30 aprile non ebbe quelle conseguenze che erano da aspettarsi dopo una vittoria così bella, essa però provò al mondo che Garibaldi era qualche cosa di più di un semplice guerrigliero Americano, e che non gli mancavano le doti tutte del generale delle grandi fazioni; come provava al mondo che gl’Italiani, se ben condotti, sapevano battersi.

Intanto che Oudinot riposava a Civitavecchia, e mandava a Parigi messaggi bugiardi mal dissimulanti la sconfitta toccata, e l’Assemblea Romana lo rimeritava delle sue slealtà col mandargli liberi i prigionieri; un esercito austriaco minacciava dal Po le Legazioni; un’armata Spagnola veleggiava per la medesima crociata nel Mediterraneo; e finalmente re Ferdinando di Napoli faceva occupare da una divisione Velletri, mentre due altre, una di milizie regolari comandate dal generale Winspeare, l’altra composta di briganti comandata dallo Zucchi, s’inoltravano per la provincia di Frosinone sui colli Latini.
Il governo Romano commise a Garibaldi, che, evitando i decisivi conflitti, tenesse a bada e molestasse il nemico, sperando il Mazzini che le trattative colla Francia si risolvessero con soddisfazione, per poi, tranquilli da quella parte, potere intraprendere una guerra a fondo contro il re di Napoli, e rivendicare a libertà il suo reame.
Garibaldi riunì la sua piccola brigata il 4 maggio, dalle 6 alle 8 di sera, in piazza del Popolo; era composta in tutto di duemila duecento uomini, la passò in rivista, ed uscito tacitamente da Porta del Popolo, s’incamminò per Ponte Molle, facendo le viste di marciare a Palo; poi voltò a un tratto per la Prenestina, e dopo una marcia notturna pei Monti Tiburtini faticosissima, ma silenziosa ed ordinata, arrivò all’indomani a Tivoli dove si accampò sulle sponde dell’Aniene, occupando cogli avamposti il ponte Lucano a circa sei chilometri sotto Tivoli.
Il 6 maggio fece riposare nelle ore più calde la truppa presso gli avanzi grandiosi degli acquedotti romani.
L’esercito borbonico appena avuta notizia della sortita da Roma di Garibaldi, s’era concentrato fra Albano e Valmontone, e forte di seimila uomini sotto il comando del generale Lanza si preparava ad affrontare Garibaldi e disfarlo.
La mattina del 7 Garibaldi fece levare il campo e verso la mezzanotte del giorno stesso, sotto un acquazzone torrenziale, occupò Palestrina a poche miglia dalle linee nemiche, minacciando così da vicino il suo fianco destro. Fin dal giorno 8, Garibaldi ordinava alcune scorrerie dei suoi, una delle quali, comandata dal prode Bronzetti Narciso, gli aveva riportata la speranza che il nemico non sarebbe stato così formidabile come si vantava di essere. Era però troppo forte di numero per attentarsi con soli duemila uomini ad assalirlo nelle sue forti posizioni; e risolvette di starsene sulla difensiva e attenderlo di piè fermo.
Il primo incontro serio fra le parti avversarie avvenne verso la sera dell’8 maggio sulla strada che da Montecompatri porta a Frascati.
Il giorno 9 Garibaldi circondato dal suo stato Maggiore salì a Castel San Pietro, piccolo paese sopra Palestrina, per osservare dal campanile le mosse del nemico. Questo, in numerosa schiera di 6000 uomini, verso le 2 pom. si avanzava da Valmontone su Palestrina, con intenzione di chiudere a Garibaldi la ritirata su Roma.
Garibaldi prese tosto le sue misure e affidata a Manara la difesa della città, collocò parte dei Legionari al suo fianco sinistro fuori porta del Sole, egli in persona stava al centro, mentre Nino Bixio guardava la destra.
Come suo costume, Garibaldi fece avvicinare ben bene i napoletani e a un dato momento ordinò un attacco generale alla baionetta che mise in rotta il nemico, il quale lasciava nella fuga feriti e prigionieri e in potere dei nostri tre cannoni da montagna e non pochi fucili. Le perdite delle truppe romane furono lievi; degli ufficiali solo il sottotenente Rotta rimase ucciso e il tenente Martino Franchi ferito.
Ormai una più lunga stanza a Palestrina poteva divenire pericolosa perchè a Roma era giunta la notizia di un prossimo attacco combinato di napoletani e francesi, per cui il Triumvirato ordinava a Garibaldi di rientrare in Roma. Era anche lui deciso di finirla e non s’attardò sotto le tende; la sera dell’11 per sentieri impraticabili sfilando in perfetto ordine e silenziosamente nelle vicinanze del campo nemico, marciò per Zagarolo, sostò un poco nella osteria della Colonna sulla via Casilina, e con un lungo giro come se venisse da Tivoli ricondusse la propria gente a Roma, lieta se non di riportata vittoria, di onorato successo.

Nel frattempo importanti avvenimenti militari e politici eransi maturati. Bologna, dopo quattro giorni di disperata resistenza, aveva dovuto capitolare nelle mani del bombardatore Gorkowsky. Ancona, dove teneva il comando militare quel Livio Zambeccari, compagno di Garibaldi a Rio Grande, minacciata, si preparava ad imitarne e sorpassarne l’eroismo; a Fiumicino s’ancorava la flotta, avanguardia della spedizione spagnola; da Gaeta l’Antonelli s’affannava a mettere d’accordo i quattro alleati senza riuscirvi; la Francia finalmente continuava la politica a due faccie: quella delle parole favorevoli a Roma, quella dei fatti favorevoli al Papa.
Di guisachè, mentre l’Assemblea nazionale a Parigi decretava che la spedizione francese fosse “ramenée à son premier but”, Luigi Napoleone e l’Odillon Barrot inviavano lettere e messaggi all’Oudinot, ripetendogli l’ordine di entrare a Roma a qualunque costo per restaurarvi il governo papale.
Infine, perfidia maggiore di tutte (se si eccettua il nero tradimento che doveva fra breve compiere il Generale Oudinot), la missione a Roma del Lesseps affidatagli da Drouyn De Lhuys. L’inviato francese doveva col governo di Roma trovare il modo di conciliare la libertà del popolo Romano, i diritti della sovranità pontificia, e la dignità del governo francese; in realtà doveva condurre i Romani ad aprire ai francesi le porte di Roma, per restaurarvi il potere temporale del Papa.
Il primo effetto dell’arrivo del Lesseps fu la tregua di trenta giorni: tregua che slealmente venne anticipatamente rotta dal Generale francese; ma che ad ogni modo giovò al governo della Repubblica romana, per finirla almeno coll’esercito borbonico.

CAPITOLO XIII.

Spedizione contro l’Esercito Borbonico – Velletri.

L’esercito romano tra il 1° e il 16 di maggio s’era venuto via via ingrossando. Il battaglione Melara, prepotentemente catturato dall’Oudinot a Civitavecchia, veniva lasciato libero; i corpi distaccati nell’Ascolano erano rientrati; una Legione straniera si veniva organizzando; la Legione trentina ed una compagnia del 22° Reggimento, scappata dagli accantonamenti forzati della Spezia, erano riuscite a penetrare in Roma tra il 9 e il 10, e fuse insieme andavano a formare un altro battaglione di bersaglieri lombardi, che aggiunto al primo, sotto il comando del Manara promosso colonnello, prendeva corpo e nome di Reggimento. Finalmente venuta da Bologna, dopo 15 giorni di marcia, entrava dalla Porta del Popolo la Divisione Mezzacapo, forte di circa duemila uomini, preceduta da quella compagnia di studenti lombardi e toscani che formarono il nerbo dei futuri difensori del Vascello.
Sommate queste forze nuove a quelle già esistenti al 30 aprile, si ha che Roma poteva disporre di circa diciottomila combattenti, non bastevoli certo a fare la guerra alla Santa Alleanza, accanitasi contro di lei, e neppure a vincere la Francia, ma, finchè durava l’armistizio, più che sufficiente a cacciare dal territorio della Repubblica le truppe del Re di Napoli, e proteggere nel tempo stesso Roma da qualsiasi insidia.
Restava la scelta del Generale in capo. Chi meglio di Garibaldi meritava tale carica? Nessun altro poteva contrastargliela. Il Triumvirato, per timore esagerato della sua indisciplinatezza, e forse anche per gelosia della sua popolarità sempre crescente, non volle nominarlo. Siccome però la sua superiorità era innegabile, il Triumvirato fece questa pensata; promosse Garibaldi Generale di Divisione, ed elesse Generale in Capo il colonnello Roselli entrato da poco a Roma, reduce dall’Ascolano, ove era stato a combattere il brigantaggio.
Il Roselli generalissimo s’accinse senza ritardo, come voleva il governo, alla spedizione contro il Borbone. Pensò di attaccare i Napoletani, accampati fra Porto d’Anzio e Valmontone, sulla loro destra, spuntarli da questo lato e tagliar loro la ritirata: capitanava diecimila fanti, mille cavalli e dodici pezzi d’artiglieria.
La prima brigata, sotto gli ordini del colonnello Marocchetti e la direzione del colonnello di Stato Maggiore Haug, composta della Legione Italiana, del terzo reggimento di linea, dello squadrone dei lancieri Masina, d’una compagnia di zappatori del genio e due pezzi d’artiglieria, in tutto duemila cinquecento uomini circa, formava l’avanguardia.
Il corpo di battaglia componevasi di due brigate composte del reggimento dei Bersaglieri Lombardi, di un battaglione del primo fanteria, del secondo e quinto reggimento, della Legione romana, di due squadroni di dragoni e sei pezzi d’artiglieria; circa seimila uomini; e lo capitanava il generale Garibaldi in persona, colonnello Milbitz capo dello Stato Maggiore.
La riserva e retroguardia era la brigata del generale Giuseppe Galletti, che marciava alla testa del sesto reggimento di fanteria, d’un battaglione di carabinieri a piedi, del battaglione zappatori del genio, di due squadroni di carabinieri a cavallo, e di quattro pezzi di artiglieria; in tutto duemila e cento uomini.
Comandante l’artiglieria il colonnello Lodovico Calandrelli; quello della cavalleria il generale Bartolucci; capo dello Stato Maggiore generale il colonnello Pisacane. Generale in capo Pietro Roselli.
Formato così il piano e l’ordine di marcia, uscirono la sera del 16 da porta S. Giovanni; marciarono per via Labicana; arrivarono alla mattina del 17 a Zagarolo, dove soggiornarono; ripartirono il giorno appresso per Valmontone, dove il grosso e la riserva si accampò, mentre l’avanguardia si spinse fino a Montefortino, forte posizione a cavaliere delle due vie che da Valmontone conducono l’una a Velletri, l’altra a Terracina; che è quanto dire, sulla fronte e sul fianco dell’esercito Napoletano.
Questo però non era rimasto immobile come il Roselli nel silenzio del suo studio aveva calcolato; ma appena avuto sentore dell’avanzarsi dei Romani, aveva frettolosamente abbandonato la linea dei Colli Latini, e s’era da tutte le parti ripiegato su Velletri. Era una notizia importantissima: il piano di campagna del generale Roselli poteva dirsi fallito prima che tentato: occorreva farne un altro, ma suprema necessità era prontezza d’occhio e celerità di esecuzione; il Roselli non affrettò d’un passo la sua marcia, non diede le occorrenti disposizioni; solo ordinava all’avanguardia di spingere il 19 di mattina ricognizioni fin sotto le mura di Velletri, mentre l’armata in ordine compatto, fiancheggiata da perlustratori, avrebbe secondato il movimento.
All’alba del 19 l’avanguardia si era già messa in moto; ma, fatti pochi chilometri di strada, il Marocchetti mandava ad avvertire Garibaldi che scorgeva verso Velletri un confuso movimento di truppe nemiche, onde temeva di essere da un istante all’altro assalito da forze superiori. A tale annunzio Garibaldi montò a cavallo, e mandò avviso al generale in capo, dell’allarme dato delle mosse nemiche, come della sua partenza per trovarsi coll’avanguardia sul luogo dell’attacco, se attacco ci fosse stato, affinchè avesse provveduto mandando pronti rinforzi. A spron battuto raggiunse l’avanguardia, e raccolti dal Marocchetti gli ultimi rapporti, cavalcò ancora innanzi per cercare, come fu sempre suo costume, un posto elevato d’onde scoprire le posizioni e le mosse del nemico.
Giunto alle Colonnelle sull’altura della vigna Rinaldi, smontò da cavallo; coperto dai canneti e dalle macchie della Vigna, s’inoltrò fino ad una sporgenza d’onde l’occhio poteva correre fin sotto le mura di Velletri; e vide abbastanza chiaro che i borbonici si preparavano ad un’azione imminente.
Garibaldi senza perdita di tempo spiegò a destra e a sinistra della strada, che correva tutta incassata fra poggi e vigneti, la legione italiana e alcune compagnie del terzo di linea; e montato sul tetto d’una casa nella vigna Spalletti si rimise a spiare le mosse nemiche.
I borbonici avanzavano su tre colonne; un battaglione di cacciatori pei vigneti a destra e a sinistra; uno squadrone di cavalleria appoggiato da un corpo di fanteria e da artiglieria, al centro della strada. Garibaldi sceso dal suo osservatorio non fece un passo per muovere loro contro; ma li aspettò di piè fermo. Trascorsi pochi minuti lo scoppiettio presso la salita di Villafredda avvertiva che i nostri erano stati scoperti e che il primo scontro era avvenuto.
Potevano essere le 11 di mattina. Gli avamposti s’erano ripiegati sulle Colonnelle dove erano appostate le fanterie romane; l’attacco si svolgeva su tutta la linea; la fucilata era vivissima da ambe le parti; quando Garibaldi, vista spuntare sulla strada la testa della cavalleria nemica, spiccò il Masina coi suoi cinquanta lancieri ad arrestarla; e il Masina si slanciava seguito dai suoi compagni: ma o perchè sopraffatti dal torrente della cavalleria nemica sei volte più numerosa, o perchè i loro cavalli fossero nuovi a quel vertiginoso giuoco delle cariche, il fatto è che al primo cozzo furono travolti, e voltarono briglia tutti quanti, abbandonando il loro comandante alle prese col colonnello nemico che ne riportò la testa spaccata.
Ma lo spettacolo accadeva troppo vicino a Garibaldi perchè potesse starsene inerte spettatore. Visto il voltafaccia dei lancieri e il Masina circondato dai nemici, saltò a cavallo e scortato dal solo moro Aghiar, si mise a traverso la via per tentare col gesto imperioso, colla voce tonante e colla stessa persona, d’arrestare la rotta sfrenata. Tutto invano; chè egli stesso rovesciato di sella, venne travolto dall’onda commista degli amici e nemici, e impigliato il corpo sotto il proprio cavallo e pesto dalle unghie di cento altri, stava per cadere ormai morto o vivo nelle mani borboniche, se in buon punto la brava compagnia di ragazzi, detta della Speranza, appostata lì vicino, con una scarica ben aggiustata, non avesse fatto largo nella siepe dei cavalieri nemici, che già si serravano intorno al caduto, e investendoli poscia alla baionetta, non avesse salvata la vita al suo generale. Come se nulla fosse stato, quantunque ferito e ammaccato in più parti del corpo, e coll’impronta di un ferro da cavallo sulla mano destra, Garibaldi balzava come lampo in sella e riprendeva sereno e imperturbabile come sempre la direzione del combattimento.
Nel frattempo però gli Ussari borbonici, trasportati dalla foga dei loro cavalli, erano andati a cascare nel fitto delle linee repubblicane e fulminati di fronte e dai fianchi da un fuoco micidiale vennero forzati a dar volta, lasciando sul terreno numerosi feriti e prigionieri, e trascinando nella fuga rovinosa la fanteria che li spalleggiava. I garibaldini non mancarono di approfittare della rotta, e slanciatisi tutti assieme alla carica accompagnarono i fuggenti colle baionette alle spalle fin sotto le mura della città. Là era forza arrestarsi.
Garibaldi vide che il momento era critico. Un assalto a Velletri era impossibile; una ritirata, con gente già scompigliata dalla pugna, e più atta a caricare con furore che ritirarsi con ordine, sarebbe stata una follia; altro non restava che sollecitare il comandante supremo di correre in suo soccorso; e tenere frattanto in iscacco il nemico con manovre e scaramuccie. Mandò a gran carriera Ugo Bassi a dare notizia dell’accaduto al Roselli e pregarlo, se aveva cara, nonchè la vittoria, la salute dei suoi, a correre senza indugio in suo aiuto; intanto pensava a coprire alla meglio le sue truppe dietro tutti i frastagli e gli scoscendimenti del terreno, in attesa degli invocati aiuti.
Il Bassi trovò il Roselli a Valmontone – gli fece l’ambasciata di cui era incaricato, usò di tutta la sua fervida eloquenza nel dipingere la situazione perigliosa dell’avanguardia; ma s’ebbe in risposta “dover prima aspettare che la truppa avesse consumato il rancio, poi si sarebbe mossa”. Fortuna volle che alcuni corpi della seconda brigata, tra cui i bersaglieri Lombardi, accorressero da sè stessi al tuonar del cannone, onde Garibaldi man mano che arrivavano poteva condurli a riparare le file stremate dell’avanguardia.
Così entrarono in linea i Bersaglieri Lombardi, la Legione romana, un battaglione del secondo reggimento, e parte dell’artiglieria del Calandrelli, che, controbattendo gagliardamente le batterie del nemico, gli levarono la tentazione di ripigliare l’offensiva.
Ma tutto ciò a nulla approdava; i nostri non retrocedevano; i borbonici non avanzavano, ma restavano sempre forti e minacciosi, ed ogni istante che fuggiva andava a loro profitto; solo uno sforzo concorde di tutto l’esercito poteva assicurare e compiere la vittoria. Convinto di questo, Garibaldi mandò il capitano David, un animoso Bergamasco, tanto aitante della persona come caldo di parola, a sollecitare ancora una volta il soccorso dal Roselli.
E il David, divorata la via, trovò il generale in capo, che seguito da tutto il suo stato maggiore, alla testa di circa cinquemila uomini marciava alla volta di Velletri.
Il messaggio portato dal capitano David fece accelerare la marcia delle truppe. L’arrivo dei rinforzi diede modo a Garibaldi di tentare qualche mossa, che dalla tenuità delle forze gli era prima vietata. Veduto infatti sulla via di Terracina un insolito movimento e sospettando un preparativo di ritirata, mandò il colonnello Marchetti con un centinaio di fanti e mezzo squadrone di dragoni a imboscarsi nella selva che fiancheggiava quella via affinchè piombasse sui fianchi e alle spalle del nemico appena gli fosse giunto a portata; e dispose un vigoroso assalto contro il Convento dei Cappuccini, che formava la chiave delle posizioni borboniche alla loro sinistra.
Intanto che Garibaldi era intento a riprendere l’offensiva, ecco il fuoco dei Napoletani rallentarsi, le loro linee concentrarsi, la strada di Terracina nereggiare, e tutto accennare a precipitosa ritirata.
In quel punto arrivava Roselli sul luogo dell’azione. Garibaldi lo ragguagliò di quanto era avvenuto e condusse il generale in capo al luogo che gli era servito da osservatorio in casa Blasi, e gli mostrò i preparativi dei Napoletani per una precipitosa ritirata, concludendo col fargli questo piano: “Egli, Garibaldi, si getterebbe ai fianchi del nemico fuggente; il Roselli coll’artiglieria del Calandrelli, la linea e i carabinieri della riserva resterebbe a difendere la posizione espugnata e appoggerebbe l’attacco”.
Ma il generale in capo non prestò fede nè ai suoi occhi, nè a quanto gli esponeva Garibaldi; secondo il suo giudizio, quei nemici che sfilavano sulla strada di Terracina erano brigate che si disponevano ad un nuovo attacco per l’indomani; la ritirata dell’esercito borbonico era una manovra!
– Ma che manovra! ribatteva Garibaldi, non vedete che quello è un esercito che fugge? e lasciò il generale in capo a passare tranquillamente la notte in casa Blasi, e lui pure se ne andò a dormire coi suoi all’aperto.
Al nuovo mattino non c’era più a Velletri un solo Napoletano!
Si è voluto fare un’accusa a Garibaldi di avere attaccato battaglia col borbonici contro l’ordine del generale in capo.
Garibaldi fu attaccato – non attaccò, e giudicando pericolosa la ritirata e per di più disonorevole, prese posizione difensiva, in attesa dell’arrivo del grosso delle nostre forze. Si tenga in mente che Garibaldi era all’avanguardia, e si trovò senza provocarlo alle prese col nemico; in quanto all’ordine di non attaccare, Garibaldi ha sempre dichiarato sul suo onore di non averlo ricevuto che tardi, quando già era impegnato – e la parola di Garibaldi non può essere da nessuno messa in dubbio.
La mattina del 20 il generale in capo mandò sulla strada di Terracina qualche squadra volante di fanti e di cavalli a perseguitare il nemico; ma Garibaldi aveva già idea di buttarsi nel Regno ed accendervi la rivoluzione.
Ne scrisse perciò lo stesso giorno al Roselli con la seguente lettera:

“Generale.

“Io profitto della vostra compiacenza ad ascoltarmi, e vi espongo il mio parere. Voi avete mandato ad inseguire l’esercito Napoletano da una forza nostra; ed è molto bene.
“Domani mattina dobbiamo col Corpo d’esercito tutto prendere la strada di Frosinone, e non fermarci fino a giungere sul territorio Napoletano, le popolazioni del quale bisogna insurrezionare.
“La divisione che seguita la strada di Terracina non deve impegnarsi con forze superiori, e deve ripiegarsi sopra noi in caso di urgenza; ciò che potrò, farò anche traverso le montagne, non impedito dal peso dell’artiglieria.

Velletri, 20 maggio 1849.

G. Garibaldi.”

Il generale Roselli, come era debito suo, trasmise la proposta di Garibaldi al Ministro della Guerra, esponendo le difficoltà dell’impresa e declinandone la responsabilità.
Il governo Romano richiamò a Roma il Roselli col grosso delle forze; e lasciò Garibaldi con una brigata coll’incarico apparente di liberare i confini dalle masnade dello Zucchi, ma con quello reale di tentare l’impresa dell’insurrezione del Regno di Napoli.
Il 23 di sera Garibaldi era coll’avanguardia a Frosinone, da dove il Zucchi era già partito; il 25 a Ripi; il 26 sconfinava a Ceprano, e saputo che Rocca D’Arce, posizione fortissima, era occupata dai Napoletani, inviava tosto i suoi bersaglieri ad assalirla. E i bersaglieri si slanciarono arditi su per l’erta scoscesa, aspettandosi da un momento all’altro d’essere salutati dalla mitraglia, ma arrivarono senza dare e ricevere un colpo, fino nel paese, ove non trovarono anima viva.
All’annunzio dell’approssimarsi di Garibaldi, soldati ed abitanti colti da timore avevano sloggiato.
Non fu toccata in quel paese la più piccola cosa. Le truppe si coricarono sulla piazza, tranquille, senza tentare di rompere un’imposta e vi passarono la notte.
Garibaldi, saputo che un corpo di Svizzeri l’aspettava a San Germano ordinò al mattino di riprendere la marcia. Egli aveva in mente che se avesse potuto vincere una battaglia, la vittoria gli avrebbe aperta le porte del Regno.
Altri però erano i pensieri del governo di Roma. L’invasione austriaca s’avanzava minacciosa; mentre Wimpfen s’inoltrava verso Ancona, un corpo sotto gli ordini del Lichtenstein marciava su Perugia; Roma poteva essere in pochi giorni stretta da braccia di ferro; fare argine a tanto pericolo era un’assoluta necessità.

CAPITOLO XIV.

Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma.

Il Triunvirato illuso che le trattative con Lesseps sarebbero approdate ad una felice conclusione, ordinò che si allestisse in Roma una spedizione per le Marche. Garibaldi fu richiamato, ed egli, saputo il motivo del richiamo ubbidì con gioia, e il 28 di maggio ripassato il confine, con marcie forzate, la mattina del 1° giugno rientrò in Roma.
Sventuratamente, ma come del resto era da prevedersi, il giorno stesso della rientrata in Roma di Garibaldi le trattative con Lesseps erano fallite e rotte.
Il 1° di giugno l’Oudinot alla lettera ingenua del generale Roselli, con la quale chiedevagli una proroga dell’armistizio per dare modo allo esercito della Repubblica romana di battere l’esercito austriaco, rispondeva “che gli ordini del suo governo gli prescrivevano di entrare in Roma al più presto; di avere già denunziato l’armistizio alle autorità Romane; solo per riguardo ai sudditi francesi residenti in Roma consentiva a differire l’attacco fino a lunedì mattina”. In tutte le lingue del mondo ciò voleva dire che egli non avrebbe attaccato che il mattino del giorno 4.
Con una slealtà senza nome, con una perfidia inaudita negli annali militari, della quale la coscienza della Storia ha gridato vendetta, all’alba del 3 giugno i francesi, col silenzio del tradimento, sorpreso quasi nel sonno il sottile battaglione Melara, s’impadronivano di Villa Panfili, e in men che si dica, avviluppati da ogni parte i pochi bravi che la occupavano, si rendevano padroni del Convento di San Pancrazio, di Villa Corsini, detto Casino de’ Quattro-Venti, formanti con Villa Panfili quell’altipiano che era la chiave della difesa di Roma.
Era da prevedersi che i francesi cui necessitava assicurarsi le retrovie per Civitavecchia, avrebbero fatto tutti gli sforzi per impossessarsi del punto più elevato della linea di difesa – e vi misero tanta e tale importanza che per venirne al possesso adoperarono perfino il tradimento. Come il generale in capo non se ne sia preoccupato non si spiega. Era principalissimo suo dovere di provvedere durante l’armistizio alla fortificazione in modo efficace delle alture, nonchè delle ville e dei casini fuori porta San Pancrazio per servirsene come posti avanzati – invece non pensò a nulla, e le conseguenze furono gravissime. E la imprevidenza non si arrestò a questo; il 1° di giugno il generale Oudinot, come abbiamo visto, dichiarava la cessazione dell’armistizio dando l’annunzio che avrebbe aperte le ostilità il giorno 4; le necessità del momento obbligavano se non altro il generale in capo a guarnire di forze sufficienti a respingere il nemico e non permettergli d’impossessarsi di posizioni tanto importanti, quali erano quelle avanzate di porta S. Pancrazio e ciò senza attendere l’ultima ora! Neppure a questo fu provveduto – e fu errore fatale.
Avvenuta l’occupazione, per sorpresa e per tradimento, la villa Corsini (detta dei Quattro Venti) fu oggetto di aspra contesa. Ritolta dai bersaglieri di Pietramellara ai francesi, fu nuovamente perduta, ripresa dal reggimento Pasi fu difesa coraggiosamente per più ore ma riperduta; con combattimento accanitissimo sostenuto dalle truppe del generale Bartolomeo Galletti fu anche da queste perduta.
Il furioso accanimento per conservarne il possesso dimostra quanto grande importanza si dava dalle due parti a quella dominante posizione; e tanto più non si arriva a capire perchè nè il Triumvirato, nè il generale in capo dell’esercito l’abbiano trascurata! Ed ora Roma ne pagava il fio.
Garibaldi sempre così vigile, mai pensando che da parte dei Francesi si potesse temere un tradimento, dormiva nel suo modesto letto in Via delle Carrozze n. 59 quando il fragore del cannone che, aveva scossa tutta la città, lo destò. In un baleno fu in sella; si trasse dietro la Legione Italiana, acquartierata nel vicino convento di S. Silvestro; lasciò l’ordine che le rimanenti truppe lo seguissero; partì al galoppo. Arrivato alla Porta di San Pancrazio, misurò con un’occhiata tutta l’estensione del pericolo; distribuì le truppe man mano che arrivavano tra i bastioni, la Porta e il Vascello, e lanciò i Legionari alla conquista di Villa Corsini.
La Legione, comandata dal Sacchi, preceduta dal Masina accompagnata dal Bixio, non indugiò, traversò sotto una grandinata di palle, il terreno scoperto, seminandolo dei suoi migliori, e arrivò fin sotto la Villa; ma colà, fulminati di fronte e dai lati, dalle finestre, dalle siepi, dalle muraglie da migliaia di nemici appostati al coperto, furono costretti a desistere e ordinatamente a ritirarsi al Vascello, che da quel momento divenne l’antemurale estremo e più tenace dei difensori di Roma.
L’attacco replicato del Casino dei Quattro Venti, fu micidiale per i nostri; feriti a morte il bravo Masina, Pier Antonio Zamboni portabandiera dei lancieri e Pietro Scalcerle aiutante dei lancieri stessi. Esposti a grave pericolo e feriti il generale Bartolomeo(22) Galletti; Nino Bixio, che, uccisogli sotto il cavallo, si spinse fino a salire su un balcone del primo piano rimanendo gravemente ferito.
Ebbero pure ferite mortali Francesco Daverio, Capo dello Stato Maggiore della Legione, il Colonnello Pulini primo aiutante di Campo di Garibaldi e tanti e tanti altri.
E al Vascello le parti erano cambiate. Gli assalitori di prima diventarono gli assaliti; i francesi sboccavano da ogni parte; ma i legionari protetti dal massiccio edificio, convertito in fortezza, folgoravano da cento feritoie la morte. Il Vascello, avvolto da una bufera di fuoco resisteva impavidamente. Di questo baluardo della repubblica romana ne aveva preso il comando Giacomo Medici; si era certi che sarebbe stato difeso fino agli estremi.
Nelle ore pomeridiane i tentativi di riprendere le posizioni perdute, furono dai garibaldini rinnovati con grande energia ed insuperabile eroismo; nonostante le perdite gravissime, i Legionari, i bersaglieri del Pietromellara e quelli del Manara si slanciarono ad un nuovo attacco anche contro il Casino dei Quattro Venti: i due aiutanti di Garibaldi, Goffredo Mameli e Augusto Vecchi erano alla testa dell’ardita falange, il primo, Goffredo Mameli, caro sopra tutti a Garibaldi, ne riportò una ferita mortale.
La grande superiorità delle forze francesi, che coi rinforzi ricevuti superavano i quarantamila uomini sì da permettere loro di subito rioccupare con truppe nuove le posizioni perdute, resero vani tutti gli sforzi, anche quello tentato verso sera dai bersaglieri, sostenuto dal reggimento Unione (9° di linea).
Così finì la giornata del 3 giugno, nefasta alla fama francese, giornata veramente memorabile nei fasti del valore italiano se si pensi che cinque grandi assalti furono dati dai soldati della repubblica Romana per sloggiare il nemico dalle posizioni occupate per tradimento; più di dieci furono le cariche alla bajonetta con cui precipitarono contro il nemico, e per quattro volte seppero riprendere alle migliori truppe del mondo le posizioni perdute.
Chi può dire, degli eroici episodi di questa immortale giornata? Come ricordare alla patria i nomi dei caduti per essa?
Il Masina, ferito al primo assalto, fasciata in fretta la piaga si slanciava a cavallo su pei gradini di Villa Corsini, e avvolto dai nemici roteando il ferro terribile, squarciato il petto da una palla cadeva fulminato.
Il Mangiagalli, a Villa Valentini menò strage di Francesi; spezzata la spada, combattè sempre, benchè ferito e tenne la villa con pochissimi rimastigli fino a sera.
Lo Scarcele colpito a morte legò tutto il suo alla(23) patria. Il Manfrin sergente dei bersaglieri, quantunque gravemente ferito, volle riprendere il suo posto nelle file; e al Manara che gli diceva “vattene, qui non servi a nulla;” rispondeva “lasciatemi stare colonnello, almeno faccio numero” e alla prima scarica il valoroso era colpito mortalmente.
Il Rozà, ferito due volte, ritornava alla pugna, e alla terza soccombeva.
Angelo Bassini, s’avventava con un pugno de’ suoi, contro Villa Corsini e ne tornava pesto e insanguinato. Dalla Longa, milanese, raccolto sulle spalle il caporale Fiorani mortogli al fianco mentre ritraevasi col caro peso, una palla lo trapassò e cadde in un fascio col suo carico. Emilio Dandolo, errava per tutto il campo in cerca delle spoglie dell’amato fratello e fu ferito mortalmente. Narciso Bronzetti pure ferito andava in ore notturne tra le scolte francesi per togliere ai nemici il corpo del suo servo fedele.
I legionari del Medici, affrontarono la grandine dei Vincennes per sottrarre da una casa incendiata dal fuoco nemico i cadaveri dei loro compagni ivi caduti quando essi la difendevano, d’onde il nome di Casa Bruciata. Eroismi immortali!
In tutti i corpi Romani che presero parte ai combattimenti del 3 giugno grande fu il numero degli ufficiali che morirono o rimasero feriti, perchè negli attacchi alla bajonetta primi col loro esempio incitavano i giovani soldati della Repubblica al sacrifizio della propria persona. Ma nessun corpo, in proporzione del numero, ebbe perdite così rilevanti di Ufficiali come la Legione Italiana e lo Stato Maggiore di Garibaldi; Garibaldi stesso calcolava a ventitrè ufficiali della sola legione messi fuori combattimento; otto gli ufficiali dello stato maggiore di Garibaldi; cinquecento e più dei nostri soldati tra feriti e morti; circa sessanta ufficiali tra morti e feriti.
È doloroso che ancora non si conoscano tutti i nomi dei caduti in difesa di Roma nel 1849; quelli che si conoscono e sono raccomandati alla storia eccoli: Oltre ai già nominati: morirono il Colonnello Pulini, d’Ancona, dello stato Maggiore di Garibaldi, l’aiutante Maggiore Feralta, il Capitano Ramorino, Emanuele Cavallaro, Canepa, Sivori, Pedevilla, Anceo, Caroni, Minuto, Gnecco, Pegorini, Gruppi, Costa, Rodi, Coglioli, de Maestri, Cavalleri, Bonnet, Grossi, Savoia, Bonduri, Meloni, Conti, Loreta, Gazzaniga, Bucci, Marzari, Cavizzi, Battelloni, Rambaldi.
Feriti gravemente: Nino Bixio, Goffredo Mameli morto in seguito alla ferita, Strambio, Duzelisiana, Binda, Ricci, Marocchetti, Bassini, Frattini, Grattigna, Sartorio, Boldrini, Bignami, Mambrini, Zanetti, Magni, Zanucchi, Tassoni, Gnoli, Zuccalà, Vigoni, Sampieri, Righi, Tresoldi, Silva, Colombo, Mancini, Signoroni, Scorani, Vinaselti, Luzzi, Mazza, Costaldini, de Pasqualis, del Pozzo, Lucci, Giorgieri; e fra questi i due valorosissimi giovanetti Domenico Cariolato delle provincie Venete, e Raffale Tosi di Rimini che il generale Garibaldi ebbe carissimi per tutta la vita.
Fu pure ferito combattendo valorosamente Baccigaluppi Paolo che fu poi fucilato sul Po assieme a Ciceruacchio e ad altri patriotti.
Padroni di Villa Panfili e delle alture, i francesi, quasi fosse una piazza forte, intrapresero l’assedio di Roma; tracciarono parallele, piantarono batterie sotto la direzione del generale Vaillant, s’avanzarono senza posa verso la piazza.
I nostri, condotti da un genio militare arditamente infaticabile, privo di cannoni e di ogni sorta di materiale, contrapposero intrepidi offesa ad offesa, trincera a trincera, scavarono vie coperte, alzarono cortine, restaurarono senza sosta le cannoniere smontate, e tentarono anche delle sortite; alla debolezza dei mezzi supplirono con la forza dei petti, per prolungare quanto potevano l’agonia della Repubblica.
Ma ogni giorno che passava la cinta d’assedio veniva sempre più serrandosi.

Dopo ripetuti attacchi di forze sempre in aumento e soverchianti, malgrado l’eroica resistenza sostenuta dalla Legione Romana reduce dal Veneto della quale faceva parte il tenente Giacinto Bruzzesi che pel suo valore si meritava la medaglia d’oro al valore, malgrado il valore spiegato dal battaglione universitario e da altri valorosi. Anche ai Monti Parioli i nostri venivano sopraffatti.
Tra questi fu ferito il colonnello Romano Silvestri mentre combatteva eroicamente con al fianco tre figli, uno dei quali rimase pure ferito. Questo patriota che Roma ricorda con onore, fu uno dei più perseguitati dal governo pontificio; esiliato nel 1821 e nel 31, doveva subire la stessa sorte nel 1849.
Nel 1848 comandò il 1° reggimento volontari romani che tanto si fece onore combattendo a Cornuda ed a Mestre; ebbe poi il comando dell’Estuario e quindi passò capo di Stato Maggiore col generale Pepe.
Combattendo sotto Velletri le truppe borboniche, ebbe ucciso il cavallo; dopo la ritirata delle truppe Napolitane venne nominato comandante di quella zona. Nel 1860 egli stesso accompagnava i sui tre figli al campo a combattere per l’unità della patria. Onore alla sua memoria.
I francesi eransi fortemente stabiliti con l’intera Divisione Guepiller anche nella Via Flaminia da dove per 28 giorni fulminavano il Pincio, bombardavano la città, senza essere mai riusciti a sloggiare i nostri dai Monti Parioli; fra i difensori vi era anche un battaglione degli studenti che teneva con grande valore la Villa Paniotowschi, sebbene bersagliato senza tregua dal nemico che della Villa Polverosi al di là del ponte Milvio aveva fatto una formidabile posizione offensiva e difensiva.
L’11 di giugno nelle ore pomeridiane il battaglione comandato dal valoroso capitano Golinelli sostenuto dalla Legione romana volle con supremo ardimento tentare di sloggiare il nemico dalla Villa: con slancio da veterani i bravi studenti si precipitarono impavidi all’attacco, sostenendo un accanito combattimento per più ore, ma la grandine delle palle nemiche alfine ne arresta lo slancio, balenano i bravi giovani, cadono numerosi e sono obbligati a ritirarsi; ultimi a farlo furono i fratelli Francesco ed Alessandro Archibugi di Ancona, che combattendo da veri eroi caddero entrambi mortalmente feriti; rimasti sul campo, vennero fatti prigionieri e condotti a Civitavecchia ove vi lasciarono la vita.
Il combattimento di quel giorno sostenuto con slancio ammirevole, costò al piccolo battaglione oltre quaranta feriti gravemente, primi fra i quali il capitano Gollinelli, il tenente Ronchini, il Cattaneo, il Pietrasanta, il Silvagni, il Finzi.
Il fatto d’armi meritò di essere messo all’ordine del giorno nel quale venne segnalato in modo speciale il battaglione degli studenti meritevole di grandi encomi.

La mattina del 13 i francesi smascherarono tutte le loro batterie e con trenta bocche da fuoco batterono per sette giorni e sette notti i bastioni sesto e settimo, e la sera del 21 vi aprirono in tre punti la breccia; non restava più agli assedianti che di salirla; e difatti la notte del 21 al 22, taciturni, tentarono l’assalto; il battaglione del reggimento “Unione” che vi stava di guardia, si lasciò sorprendere e volse in fuga, e gli assalitori solleciti a trarre profitto dal panico, furono padroni, senza combattimento, delle mura di Roma.
Presa la breccia, Mazzini propone che ne sia tentata la ripresa la notte stessa. Si mandò a chiamare Garibaldi, ma questi dichiarò ineseguibile l’impresa.
Mazzini scrisse a Manara perchè persuadesse Garibaldi, ma questi non mutò divisamento.
Disse essere suo convincimento che l’assalto notturno alla breccia, con truppe stanche, orbate dei loro migliori ufficiali, sarebbe inevitabilmente fallito – e che ormai la sola provvida e urgente risoluzione da prendersi era quella di riparare dietro una nuova linea, che egli aveva già ideato e proposto.
Perduta la breccia, e la fiducia di conquistarla, ai Romani non restava fuori di Roma che il Vascello. Solo ma formidabile sempre; e dentro Roma restava il tratto dei bastioni da Porta S. Pancrazio a Porta Angelica, e come seconda difesa, la linea tracciata dagli avanzi(24) della Mura Aureliana, sostenuta al centro dalle batterie del Pino, ad occidente dal bastione ottavo e dalla Villa Spada, ad oriente dai Conventi di San Calisto e di San Cosimato, sulle falde dell’Aventino.

Ed era appunto intorno a queste posizioni che stava per rinnovarsi la lotta.
I francesi, dopo di essersi gagliardamente trincerati nella breccia conquistata, avevano costruito una terza parallela(25) dalla quale bersagliavano le posizioni nemiche facendo piovere nella città una tempesta di bombe che spesso andava a cadere, danneggiandoli, sui monumenti più famosi dell’antica romana grandezza.
Garibaldi affidava al valore dei Legionari del Medici la ripresa di Villa Barberini; in questa impresa ebbe fracassato un braccio il Capitano Gorini, il corpo forato da diciotto ferite l’Induno Girolamo, la spalla forata da una baionettata il giovinetto valorosissimo Cadolini, e non lasciarono al nemico che un monte di rovine; armarono di nuovi pezzi le batterie del Pino, afforzarono Villa Spada, tempestarono di colpi bene aggiustati le batterie nemiche, e sopportarono con costanza invitta i disagi dei lavori notturni, i guasti del bombardamento, i vuoti della morte.
Tutti fecero eroismi sorretti dalla coscienza d’un alto dovere.
Il Medici, fatta del Vascello una fortezza, con un manipolo di prodi la difese con sovrumana energia di piano in piano, di pietra in pietra. Bersagliato notte e giorno da Villa Corsini, tormentato senza posa dalle carabine dei famosi Cacciatori d’Africa, ridotto in frantumi in gran parte l’edificio che gli serviva di asilo e di rocca, nulla valeva a scrollare la sua impassibile fermezza. Squarciato il secondo piano scese al primo; crollato anche il primo, passò al piano terreno; diroccato questo pure, s’accampò all’aperto; ma non cedette un sasso della sua ruina e la rese immortale.
E i difensori delle batterie fecero pure miracoli – e innanzi tutti i cannonieri – inferiori per l’armi, mal coperti da terrapieni improvvisati, costretti a combattere con pezzi da campagna contro pezzi d’assedio più di una volta fecero tacere le batterie nemiche; ne sconquassarono o ne demolirono le opere, strapparono per la giustezza dei tiri e l’intrepidezza della difesa grida d’ammirazione anche agli stessi nemici.
Un uomo compendiava in se tutti gli eroismi e pareva abbellire colla calma la morte dei suoi bravi e rendere fede al miracolo dell’invulnerabilità sua; Garibaldi!
Lasciata Villa Spada si era fatta costruire una capanna di stuoie presso la batteria del Pino, la sua prediletta; e là, fra il rombo assordante delle bombe francesi, passava i giorni e le notti nell’osservare tutte le mosse del nemico, dirigendo il fuoco della batteria, spacciando i suoi ordini ad ogni parte del campo, e trovando modo di dormire tranquillamente come in casa sua.
Ma l’ultima ora fatalmente s’appressava; dal 27 al 29 sette batterie francesi, avevano fulminato tutte le posizioni romane, e malgrado la virtù e l’eroismo dei difensori avevano fatto di esse mucchi di rottami(26).
Al mattino del 29, il Casino Savorelli era distrutto, la Porta S. Pancrazio sfiancata, il bastione nono e la Villa Spada gravemente danneggiati, la batteria del Pino sconquassata, e infine il bastione ottavo, punto principale di mira dell’assediante, ridotto in macerie, e la quarta breccia aperta nei suoi fianchi. Bisognava impedire che il nemico ne approfittasse e vi si organizzò una fiera resistenza.
La mattina del 30 due grosse colonne francesi, sostenute da forti riserve mossero di fronte e dai fianchi all’assalto della breccia; i Romani li respinsero con vigorosa pugna; assaliti e assalitori si trovarono corpo a corpo ed un accanito combattimento(27) a ferro freddo s’impegnò sul terrapieno; molti s’immortalarono in quella difesa disperata. Emilio Morosini eroe diciottenne fece eccidio di nemici, e sebbene ferito due volte non ristà dalla pugna, ma sfinito di forze mentre era trasportato all’ambulanza dai suoi, fu sopraggiunto dai nemici e abbandonato; ma non si arrese ancora e menò di sciabola finchè gli bastò la lena; quando una terza palla nel ventre gli trapassò il bel corpo e ne involò l’anima eroica.
La breccia era salita, ma non presa ancora; le batterie della Montagnola facevano strage degli assalitori; i francesi pagarono ogni palmo di terreno col sangue loro e dei loro capitani; gli artiglieri si facevano tagliare a pezzi sui loro cannoni, ma non si arrendevano; esaurite le polveri restavano ancora le baionette e i calci dei fucili; restavano sopratutto ancora a far barriera i petti dei superstiti ed i cumuli dei morti; ma la gloriosa ecatombe non poteva trattenere il nemico ed il numero doveva avere ragione una volta ancora; i francesi irruppero da ogni lato minacciando l’unica via di ritirata; non restava ai superstiti altro riparo che Villa Spada.
Garibaldi richiamata al Casino Savorelli la Legione Medici, poichè la perdita della seconda linea rendeva inutile la difesa del Vascello, asserragliata Villa Spada, appoggiate le spalle a San Pietro in Montorio, la Sinistra a San Calisto, l’estrema destra al bastione nono ancora in piedi, tentò improvvisare una terza linea di difesa.
Preceduti e spalleggiati dal fuoco incrociato di tutte le batterie, i francesi montavano da ogni parte all’assalto; ma il loro obiettivo era sempre Villa Spada; colà ormai si decideva l’estrema sorte di Roma; colà Garibaldi, il Manara, Sacchi, i Legionari, i Bersaglieri, quanti erano uomini vivi e atti ancora a impugnare un’arma si prepararono all’estremo cimento. Il tetto, le mura della casa bombardata, crollavano da ogni lato sui difensori, ma nessuno parlava di resa. Il Manara infiammato da eroico ardore, desiderando la morte piuttosto che assistere alla resa correva dove più era grande il pericolo, incorraggiava i combattenti, dirigeva la lotta, ma mentre s’affacciava per osservare le mosse del nemico una palla lo stramazzò agonizzante fra le braccia di Emilio Dandolo, a cui poco prima aveva detto, come Ney a Vaterloo: “Non ci sarà dunque una palla per me?”
Un altro come lui aveva cercato in quell’antro infuocato di Villa Spada la morte; ma questa lo risparmiò suo malgrado volendolo serbato a ben più grande destino. Se in quel giorno Manara fu grande, Garibaldi fu terribile; ruotava come fulmine la sua spada e guai ai nemici che incontrava dinanzi. I suoi fidi tremavano di vederlo cadere da un momento all’altro(28), ma pareva che le palle avessero paura di toccarlo.
A mezzo giorno del 30 giugno tutto era finito; Villa Spada era perduta; Garibaldi si ritirava coi laceri avanzi dei suoi, per la Lungara, sperando ancora di arrestare il nemico a Ponte Sant’Angelo, quando, un rappresentante del popolo venne ad annunziargli che l’Assemblea aveva bisogno d’interrogarlo sullo stato delle cose, e l’attendeva in Campidoglio.
Chiese al Vecchi Augusto che lo scortava “credete che in un’ora potremo essere di ritorno?” Lo credo rispose il Vecchi – “allora partiamo” e al galoppo, coperto di polvere, fiammeggiante in volto per l’ardore della pugna, salì al Campidoglio. Al suo apparire l’Assemblea ruppe in una salva interminabile di applausi. Informato che Mazzini aveva già proclamato che tre sole vie rimanevano aperte ai romani: o capitolare; o difendere la città fino all’estremo ovvero uscire da Roma, Governo, Assemblea, Esercito, e portare la guerra altrove; invitato Garibaldi a salire sulla Tribuna ed esporre il parere suo, dichiarò senz’altro.
“La difesa oltre Tevere impossibile; possibile ancora al di qua del fiume la guerra di barricate; ma a patto che tutta la popolazione s’internasse nella città, e che tutto ciò si effettuasse entro due ore. Dover suo di aggiungere che anche siffatta difesa non avrebbe potuto durare che pochi giorni. Quanto a lui null’altro restavagli che uscir di Roma col resto dei suoi prodi e tenere alta la bandiera della patria fino all’estremo; consigliava perciò l’Assemblea di accettare la terza proposta del Mazzini: uscire da Roma coll’esercito, col Governo e coi rappresentanti del popolo; concludendo: “dovunque saremo, colà sarà Roma”.
Ciò detto tornò al suo campo, e l’Assemblea, respinta ogni idea di resistenza votò il Decreto omai celebre:

“In nome di Dio e del popolo.

“L’Assemblea costituente romana cessa una difesa divenuta impossibile, e sta al suo posto”.

Per effetto di questo Decreto, il Triumvirato rassegnava l’ufficio al Municipio Romano unica autorità legittima cui spettasse di negoziare col vincitore i patti della resa. Senonchè avendo il generale francese per colmo, rifiutate le più oneste condizioni, e tra le altre quella del rispetto delle persone e delle cose, Roma sdegnosamente ruppe ogni negoziato, preferendo lo estremo arbitrio del vincitore al disonore di sottoscrivere con lui una resa che avrebbe soffocato in lei il grido di estrema protesta al mondo, contro quella bugiarda sorella latina, che dopo averla assalita colla perfidia di un tradimento, vinta colla sola virtù del numero, veniva a negarle il supremo diritto dell’incolumità della vita e degli averi dei cittadini.
Il Municipio annunziava ai romani la prossima entrata dei francesi.

“Romani!

“Il coraggio da voi dimostrato nella difesa di Roma, i sacrifici che incontraste, vi hanno assicurata la gloria e la stima degli stessi stranieri – Una difesa ulteriore, come fu annunziato dal Decreto dell’Assemblea, sarebbe stato impossibile, senza volere la distruzione d’una città che conserva memorie le quali non debbono perire. La vostra rappresentanza municipale non ha accettato patti per non compromettere menomamente la dignità di un popolo così generoso, ed ha dichiarato di cedere alla forza.
“Le leggi di umanità e di incivilimento, la disciplina di un’armata regolare, le assicurazioni dei comandanti ci ripromettono il rispetto delle persone e delle cose.
“La vostra rappresentanza municipale vi promette che non mancherà di fare quanto è in suo potere onde non si rechi ingiuria ad alcuno. Abbisogna però del vostro concorso ed è certa di ottenerlo. Fida nel vostro contegno dignitoso e nell’esperienza costante che ha dimostrato al mondo come i romani in circostanze prospere o avverse, hanno saputo egualmente mantenere l’ordine, e costringere anche i nemici e salutare con riverenza la città dei monumenti, e rispettarne gli abitanti che con le loro virtù rendono impossibile l’oblio della Romana Grandezza.
“Dal Campidoglio il 2 luglio 1849.

“Francesco Sturbinetti, Senatore.

Lunati Giuseppe, Gallieno Giuseppe, Galeotti Federico, Deandreis Antonio, Piacentini Giuseppe, Corboli Curzio, Feliciani Alceo, Tittoni Angelo, Conservatori.

Giuseppe Rossi, Segretario.

La sera del 2 luglio i francesi s’impadronirono di Porta Portese, di Porta S. Pancrazio, e il dì seguente occupavano Porta del Popolo. Nella giornata entrava in Roma il generale Oudinot circondato dal suo Stato Maggiore ed alla testa della 2a Divisione e di numerosa cavalleria, accolto con ogni sorta di dimostrazioni ostili ed al grido “Viva la Repubblica Romana, morte agli stranieri, morte al cardinale Oudinot, morte al traditore”.
La sera del 4 soldati francesi entrano a viva forza con le armi in pugno alla sede della Costituente ed intimavano alla sezione che vi stava in permanenza di sciogliersi. Carlo Bonaparte che la presiedeva protestò.

“In nome di Dio; in nome del popolo degli Stati Romani che liberamente, con suffragio(29) universale, ha eletto i suoi rappresentanti; in nome dell’art. 5° della Costituzione francese, l’Assemblea Costituente Romana protesta in faccia all’Italia, in faccia alla Francia, in faccia al mondo incivilito contro la violenta invasione, della sua sede operata dalle forze francesi il giorno 4 luglio, alle ore 6 pomeridiane.
Roma, nel Campidoglio 4 luglio 1849.

Per l’intera Assemblea

Il Presidente di Sezione: C. Bonaparte,
Il Segretario: Quirico prof. Filopanti.

CAPITOLO XV.

Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari
San Marino – Morte di Anita – Cesenatico

A mezzo giorno del 2 luglio, Garibaldi radunava sulla Piazza del Vaticano i resti della sua divisione, e fatto formare il quadrato li arringò così:
“Soldati, io esco da Roma. Chi vuole continuare la guerra contro lo straniero venga con me. Ciò che io offro a quanti vogliono seguirmi eccolo: non paga, nè onori, nè stipendi. Gli offro fame e sete, marcie forzate, battaglie e morte. Chi ama la patria mi segua”.
Lo seguirono circa tremila uomini, i resti cioè della Legione Italiana, buona parte della polacca, e del battaglione Medici, grossi manipoli di finanzieri, di studenti e di emigrati, i superstiti Lancieri di Masina, circa quattrocento Dragoni; i pochi bersaglieri Lombardi.
La sera del giorno stesso usciva furtivamente da Porta San Giovanni, e lasciando tutti incerti sulla sua meta s’incamminò per la via Tiburtina.
Gli cavalcava al fianco, in vesti virili, la sua Anita; gli faceva da guida Ciceruacchio coi suoi figli, l’accompagnava Ugo Bassi; ne seguivano le sorti Sacchi, Marocchetti, Montanari, Hoffstetter, Cenni, Livraghi, Isnardi, Sisco, Ceccaldi, Chiassi, Stagnetti, Bueno, Müller, l’eletta dei suoi ufficiali superstiti. Giunto in sull’alba del 3 a Tivoli, fece spargere la voce che si dirigeva al Napoletano. Al tramonto infatti, levato il campo, marciò per un buon tratto verso il Mezzogiorno; indi volse improvvisamente a Settentrione, pernottò a Monticelli, e la mattina del 4 s’accampò a Monterotondo.
Qual era il suo disegno? dove voleva andare? a che mirava? nessuno seppe indovinarlo. Egli aveva in animo di portare il suo aiuto a Venezia, e certo una cosa voleva: tener viva la fiamma finchè avesse soffio di vita, morire, tra i laceri brani della sua bandiera!
Come era facile prevedersi l’Oudinot gli sguinzagliò contro due grosse colonne, l’una comandata dal generale Molière, l’altra dal generale Morris; il borbonico Statella gli muoveva alle spalle dal Tronto; gli Spagnoli di Don Consalvo appostati a Rieti gli sbarravano la destra; e gli austriaci del D’Aspre, accampati nell’Umbria, l’aspettavano di fronte a Foligno, e gli chiudevano le due vie di Perugia e di Ancona. Così Garibaldi era accerchiato in una maglia di ferro; sbagliata una mossa, l’eroe, l’amato del popolo, era irremisibilmente perduto. Ma l’inseguito era Garibaldi, ed il leone non si sarebbe lasciato cogliere! Nel pomeriggio del 5 staccava la marcia da Monterotondo; il sei era a Confine; il 7 a Poggio Mirteto; l’8 a Terni dove s’incontrò col colonnello Forbes, che veniva a portargli una colonna di ottocento uomini, resti di corpi sbandati nella campagna, e due pezzi di cannone.
Terni era il centro di cinque vie; si poteva salire a Foligno, quanto discendere a Rieti; voltare per Narni e Viterbo, come salire a Todi e Perugia. Garibaldi lasciò in ogni passo delle squadriglie per ingannare gl’inseguenti, spinse una avanguardia di cavalli a Todi, e il dì appresso, 9 luglio, vi si condusse egli stesso col grosso del corpo. Qui le cose cominciavano a volgere male, e l’orizzonte ad intorbidirsi. Il programma di Garibaldi – fame, sete, marcie forzate – se ebbe applausi quando fu proclamato, accennava man mano a divenire impossibile; anche ai tanti di buona volontà veniva meno le forze, e sintomi di scoramento cominciarono a manifestarsi; seguirono quindi le diserzioni, prima a frotte, poi in massa.
Intanto concordi notizie recavano, che i francesi del Morris gli muovevano contro da Viterbo, e che gli austriaci da Foligno si mettevano in marcia per Todi. Garibaldi mandò un nerbo de’ suoi a scorazzare sulla strada di Foligno per far credere che mirava là; spedì Müller con i suoi cavalli ed una compagnia della legione per la strada di Orvieto con ordine di spingersi fino a Montefiascone-Viterbo; seppellì i due cannoni del Forbes, e quando ebbe l’assicurazione dai suoi scorridori che i due nemici erano ancora lontani tanto da potervi scivolare in mezzo, lasciò Todi la sera del 12, passò il Tevere a Ponte Acuto e s’incamminò per la via mulattiera, montuosa ed obbliqua di Brodo per Orvieto, sua meta la Toscana.
La sera del 13 avendo avuto informazioni che il generale Morris era ancora lontano, staccò la marcia per Orvieto ove giunse sul mattino del 14.
Non entrò in Orvieto ma s’accampò su di una buona posizione a cavaliere della strada di Ficulle. Gli Orvietani mandarono a Garibaldi invito di entrare in città, e lo fornirono del pane mandato ad ordinare dai Francesi. Ma Egli non s’indugiò; nel pomeriggio del 15 levò il campo e mosse verso Ficulle, vi arrivò a sera quando già i Francesi gli erano alle calcagne; gli Austriaci gli muovevano incontro da Perugia.
Partì la mattina del 16; abbandonò dopo poche miglia di cammino la strada maestra, e si buttò a Sole dove riposò per poche ore; e la notte, per sentieri impervii e monti disabitati, sotto una pioggia dirottissima, in mezzo a tenebre fitte, guadagnò il confine Toscano e giunse alla mattina a Cetona accolto festosamente dalla popolazione. Fu quella la prima volta che la brigata, dacchè era uscito da Roma, dormì acquartierata.
Liberatosi dai Francesi gli restavano sempre di fronte gli Austriaci, che scendevano da Perugia, ed i Toscani, che tenevano presidii tra Santeano e Chiusi, i quali potevano impacciare se non arrestare i suoi movimenti e molestarlo.
Ma l’eroe non se ne sgomentava. Fortificatosi a Cetona, circondati i suoi fianchi d’imboscate, coperte le spalle da forze sufficienti, mandò celeremente(30) una grossa squadriglia a battere la strada Sarteano e Chiusi, e quando gli riportarono di avere snidati e messi in fuga i presidii Toscani, ripigliò la marcia; dormì il 17 a Sarteano; entrò(31) il 18 a Montepulciano, dove tutta la popolazione fece a gara nell’usargli gentilezze e nel colmarlo di cortesie e d’offerte. Rinata la speranza in Garibaldi, pubblicò un ardente manifesto ai Toscani col quale li invitava ad insorgere contro la tirannide domestica e straniera. Ma fu l’illusione di un momento, e presago ormai che nulla più poteva sperare, proseguì il suo fatale cammino.
Giunto sull’albeggiare del 20 a Torrita prese una grande risoluzione, quello di abbandonare il granducato Toscano e di prendere per nuova meta l’Adriatico e Venezia! Là sulla laguna ardeva sempre quel gran focolare, in cui ormai si concentravano tutti gli sforzi d’Italia.
Il piano di Garibaldi fu presto formato; salire fin presso Arezzo; passare dal subappennino al grande appennino; scendere tra Pesaro e Ravenna all’Adriatico; imbarcarsi nel punto più opportuno per Venezia.
Vani sforzi! inseguito come belva feroce passo passo dagli Austriaci che con forze superiori da ogni parte lo circondavano, seppe rompere il cerchio di ferro, e per vie dirupate e nascoste, guadagnò dopo enormi fatiche le alture di Carpegna al mezzodì del 30; ne ripartì nel Vespro, traversò la Valle del Conca, prese un po’ di riposo poche ore in un bosco, e al tocco dopo mezzanotte ripigliò la marcia alla volta di S. Marino.
Non gli restava altro rifugio!
A San Marino scioglieva la sua colonna e lasciava libero ognuno di tornare alla vita privata col seguente ordine del giorno:

San Marino 31 luglio 1849.

Soldati!

Noi siamo giunti sulla terra di rifugio, e dobbiamo il miglior contegno ai nostri ospiti. In tal modo noi avremo meritata la considerazione che merita la disgrazia perseguitata.
Da questo punto io svincolo da qualunque obbligo i miei compagni, lasciandoli liberi di ritornare alla vita privata, ma rammento loro che l’Italia non deve rimanere nell’obbrobrio, e che è meglio morire che vivere schiavi dello straniero.

G. Garibaldi.

Verso le undici di sera chiamò intorno a sè i migliori suoi ufficiali e i pochi suoi fidi, e svelò loro l’incrollabile suo proposito di sottrarsi ai patti che il governo della repubblica Sammarinese stava trattando collo straniero(32).
“A chi vuole seguirmi, egli dice, io offro nuove battaglie, patimenti, esiglio; patti collo straniero mai”.
Le parole di Garibaldi caddero come stille roventi nell’animo degli accorsi al suo invito, ma a pochi bastò il cuore e la forza di ascoltare il suo appello. Non furono più di duecento quelli disposti a seguirlo. Allo scoccar della mezzanotte, preceduto da tre guide paesane, per un unico sentiero di montagna, scendeva il Titano; guizzando tra le scolte nemiche, traversava la Marecchia, passava Montebello; e camminando tutta la giornata verso le 10 di sera del 1° agosto penetrava in Cesenatico. Non perdette tempo; fatti prigionieri i Carabinieri e i pochi soldati austriaci colà sorpresi, s’impadronì di tredici “bragozzi” Chiozzetti, v’imbarcò tutta la gente, uscì dal porto e veleggiò per Venezia.

In sulle prime al fuggitivo arrise la fortuna; ma verso sera apparì all’orizzonte la flottiglia Austriaca che s’avanzava a tutto vapore.
Ritornato ardito uomo di mare, concepì con rapidità fulminea il suo piano; comandò ai bragozzi di sparpagliarsi e di dirigersi verso punta della Maestra, dove le acque basse li avrebbe protetti dall’inseguimento. Ma egli comandava a timidi pescatori; questi alle prima minaccie delle scialuppe nemiche che venivano loro incontro, si scompigliarono senza saper più manovrare: sicchè otto bragozzi caddero prigionieri degli austriaci ed a Garibaldi non restò che gettarsi sulla costa di Magnavacca, che per miracolo potè afferrare.
Ma la terra non era più sicura del mare; squadre di gendarmi lo cercavano per ogni verso.
Prima necessità fu quella di separarsi per potersi meglio nascondere ai nemici. Ugo Bassi e il Capitano Livraghi presero per una via, Ciceruacchio e i suoi figli per un’altra(33); e Garibaldi restò solo con Anita e il Capitano Leggiero. Ma la povera Anita era in fin di vita, di lei non viveva più lo che lo spirito, il corpo era consunto dagli stenti sofferti. Unico mezzo di salute era quello di lasciare all’istante quella spiaggia; Garibaldi, senza pensare ad altro, prese sulle braccia la sua Anita e scortato da Leggiero, e guidato da un contadino che la fortuna gli aveva condotto dinanzi, col caro peso traversò la macchia e arrivò ad una deserta capanna, dove trovò un nascondiglio, e fu per Anita un po’ di riposo un giaciglio di frasche.

Era là da qualche tempo quando Garibaldi si vide davanti all’uscio della capanna un giovanotto in veste signorili che lo salutava rispettosamente. Era Gioacchino Bonnet di Comacchio, di famiglia di patrioti il cui nome va ricordato dagli Italiani. Fu lui che salvò Garibaldi, facendogli traversare le valli di Comacchio, travestito de’ suoi abiti, in una sua barca, nella quale aveva preparato anche un giaciglio per l’Anita; fu per mezzo suo, e dei suoi fidi guardiani, che potè arrivare nella fattoria Guiccioli presso Sant’Alberto. Colà appena adagiata sul letto, l’eroica Anita esalava l’ultimo suo respiro nelle braccia del marito.
Così il 4 agosto 1840 alle 4 di sera spirava l’anima forte di Anita Ribeira Garibaldi; essa fu martire dell’amore, sublime, intrepida donna degna compagna dell’Eroe che tanto la pianse. Le sue ossa furono coperte, da poca sabbia, in vicinanza della fattoria Guiccioli alla Mandriola, a circa undici miglia da Comacchio!
Povera martire!!!

Lasciato per necessità il triste luogo Garibaldi, con l’aiuto di patriotti montanari, potè raggiungere la pinetta di Ravenna e di là subito dopo, si condusse alla valle Guiccioli, detto Manubria. Colà venne a prenderlo in consegna il bravo popolano Giuseppe Savini di Ravenna, che, tenutolo nascosto per alcuni giorni in un casolare delle Paludi di Ravenna della Valle di Canna, lo passò ad Antonio Fuzzi, Ravennate esso pure, che a sua volta lo affidò a Don Giovanni Verità onesto e patriottico sacerdote di Modigliana, mercè il quale, attraversato il Passo della Futa potè sconfinare in Toscana. Da allora passando sempre da mano amica a mano amica, sgusciando in mezzo alle ronde mandate alla sua caccia, protetto dalla sua stella, valicò i due versanti(34) dell’appennino. Il 26 agosto fu a Poggibonsi, di là a Pomarance dove fu ospite di Antonio Martini. In appresso, Camillo Serafini lo tragittò a San Dalmazio dove lo raccomandò al Guelfi che a sua volta, condottolo prima a Massa Marittima poi a Follonica(35), lo consegnò finalmente alle mani di Paolo Azzarini, marinaio di Rio(36), che si offrì di portare Garibaldi a Porto Venere, in terra di salute.
Colà sbarcato assieme all’amico Leggiero rilasciò all’Azzarini un prezioso documento così concepito:

“Il padrone Paolo Azzarini, che la fortuna mi fece incontrare in terra italiana, dominata dagli austriaci, mi ha trasportato su questo luogo di asilo e di salvamento, trattandomi egregiamente e senza interesse”.

G. GARIBALDI.

In questo frattempo un forte corpo di armata austriaco invadeva gli Stati di Romagna; occupava il 7 maggio Ferrara e marciava difilato su Bologna. Quel popolo patriottico si dispose alla resistenza, e quando gli austriaci investirono la porta di Galliera buon numero di popolani spalleggiati da uno squadrone di carabinieri comandati dal Colonnello Boldrini con una carica arditissima ed a colpi di baionetta mettono in fuga il nemico; ma i bravi bolognesi sono ad un tratto arrestati dalle scariche di mitraglia di tre pezzi di cannoni che gli austriaci avevano piazzati in buona posizione e fulminati dalle Carabine dei Tirolesi che seminavano morte, sono costretti di cedere e ritirarsi dopo avere veduto cadere ferito a morte il colonnello Boldrini, l’aiutante Marziani, il maresciallo Pavoni e numerosi altri. Occupata Bologna gli austriaci proseguirono per restaurare il governo papale nelle Marche.

CAPITOLO XVI.

Assedio di Ancona e sua eroica difesa.

Ancona era investita dagli austriaci, il 24 maggio, bloccata e chiusa per terra e per mare.
Erano 12,000 gli assedianti, muniti di armi potenti.
Il generale Wimpfen(37) aveva mandato agli anconitani l’intimazione di arrendersi, e di assoggettarsi al Sovrano Pontefice; il Preside Mattioli rispose con fiere parole; Livio Zamboccari, comandante delle milizie a difesa, ricordava: “gloria a piccolo Stato il vincere; gloria per(38) la santità del diritto soccombere”.
I difensori erano 4850 compresovi i fratelli accorsi da Iesi, da Loreto, da Sinigaglia, da Fano, da Pesaro, dalla Romagna, dalla Lombardia ed anche dal Piemonte, nell’insieme, i più maldestri alle armi, vissuti fino allora nelle industrie e nei commerci; ma tutti animati di amor patrio, e dal proposito di fare il proprio dovere.
Elia e suo padre erano giunti pochi giorni prima del blocco in Ancona e furono destinati sul vapore da guerra “Roma” sotto gli ordini del tenente di vascello Castagnoli e poscia comandati ai forti in difesa della città.
Il 25 maggio avvenne il primo scambio di fucilate fra le Torrette e Montagnolo, e il primo cannoneggiamento fra il forte della Lanterna e il piroscafo austriaco “il Vulcano”.
Il 27 “la Bellona” la più potente nave armata della squadra nemica, attacca il forte della Lanterna con le sue bordate e nonostante fiera difesa, smontati alcuni pezzi, il forte fu costretto al silenzio: diresse allora la nave le sue bordate alla Darsena, ma i cannonieri del forte Marano risposero con spessi colpi e con tiri così bene aggiustati da aprire numerose falle nei fianchi della “Bellona” che fu salvata dal “Vulcano” accorso in aiuto per trarre la Nave Ammiraglia a rimorchio fuori del tiro del forte; essa ebbe il comandante mortalmente ferito, due morti e quaranta messi fuori di combattimento.
Così con ugual valore, con indomita fierezza, nessuno mancò al dovere suo nei memorabili venticinque giorni d’assedio.
Tutti i giorni un combattimento; sui forti, sui baluardi, sulle baricate, all’aperto. Agli austriaci occupanti le alture; alla squadra che batteva il forte cannoneggiando con potenti artiglierie, rispondevano con efficacia i nostri bravi dal Cardetto, dalla Cittadella, dai Cappuccini, da Marano, dalla Lanterna, da ogni luogo fortificato; i marinai e popolani senza conoscere la balistica eransi tramutati in un lampo puntatori meravigliosi.
Nel profondo della notte dal 29 al 30 maggio gli austriaci lanciarono in città una spaventosa grandinata di bombe.
Gli Anconitani, a giorno fecero una sortita; tre volte attaccarono nelle sue posizioni avanzate il nemico alla baionetta; i giovani parevano veterani, i veterani erano tramutati in eroi! sembrava ricostituita la compagnia della morte, rinnovante le tradizioni del libero comune, intrepida nelle audaci sorprese, negli scontri temerari, nello sprezzo della morte; i vecchi gli inabili alle armi, le donne fornivano le munizioni; i capitani di mare in corse pericolose rompevano il blocco, rifornivano i viveri.
L’8 di giugno Wimpfen(39), mandava un messaggio al comune, che è documento del valore Anconitano, tanto più alto in quanto veniva dal nemico stesso. “Le truppe imperiali, esso dice, passarono per le romagne, per le marche senza incontrare ostacoli; ne trovarono solo avanti Ancona; si arrenda la città se non vuol essere distrutta”.
Ancona non si arrese; ma continuò la difesa colla forza rinnovata dalla disperazione.
Il 15 giugno, trecento uomini comandati dai capitani, Gervasoni(40), Gigli ed Ornani, cuori ardimentosi, assaltarono Monte Marino alla baionetta; i nemici furono messi in rotta e l’altura rapidamente occupata. Ma le forze nemiche ritornarono soverchianti di numero all’assalto; la lotta durò accanita i nostri piuttosto che cedere morivano nel santo nome della patria, finchè più che decimati furono obbligati alla ritirata. Gervasoni(41) fu colpito a morte, e Francesco Gigli sopraffatto da’ nemici sarebbe rimasto sul terreno, se Enrico Schellini con coraggio leonino non fosse accorso in suo aiuto.
La minaccia di Wimpfen(42) aveva infiammati gli animi alla lotta suprema.
Dal 14 al 18 giugno le bombe, i razzi, scoppiavano per le vie, nelle case, sugli ospedali, rombavano di notte e di giorno con orrendo fracasso; pareva d’essere circondati da una catena di vulcani che eruttassero fiamme, fuoco e ferro sulla patriottica città.
I pompieri, onorato corpo che vanta nobilissime tradizioni, senza badare a fatiche e pericoli, si moltiplicarono, spengevano incendi, sgombravano via le macerie, demolivano muri, salvavano quanti più potevano dalle case incendiate, trasportavano feriti, lottavano ogni giorno, ogni ora con la furia degli incendi, guidati dal sentimento del dovere e da profonda pietà umana.
Tanto sacrificio, tanta nobiltà d’animo, tanti eroismi non bastarono a salvare la città degli oppressori.
I viveri erano esauriti e il blocco sempre più stretto come in cerchio di ferro non permetteva d’introdurne in città; ottanta incendi divamparono, gli ospedali riboccavano di feriti che non si aveva mezzo di alimentare; oltre trecento morti affermarono col sangue l’affetto alla patria.
Ancona, diroccata, affamata, straziata, dopo 35 giorni di resistenza veniva forzata alla resa.
La marina mercantile Anconitana della quale era a capo Antonio Elia fece nella difesa del patrio suolo bravamente il suo dovere.

Era necessario pensare alla salvezza dei compromessi politici affinchè non cadessero nelle mani dei sbirri papalini e dei Croati.
Un bastimento anconitano, di cui era proprietario e comandante Mariano Scoponi, ottenne per solerte intromissione del patriotta Nicola Novelli, di poter inalberare bandiera inglese e su di esso dovevano prendere imbarco per essere trasportati a Corfù, quanti credevano di non essere sicuri in patria.
E difatti vi si imbarcarono tutti quelli, che si trovavano compromessi e che avevano a temere la vendetta del governo ristaurato e dello straniero. Antonio Elia aveva avuto un diverbio col priore del convento di S. Francesco di Paola.
Temendo la vendetta del prete che mai perdona, il figlio e gli amici lo pregarono caldamente, di prendere esso pure imbarco per l’estero. Ma egli rispondeva di avere la coscienza tranquilla, di nulla avere a temere, non volere quindi volontariamente abbandonare la patria e la famiglia, e restò.
La notte del 24 luglio 1849 la casa abitata dall’Elia, appartenente ai frati di S. Francesco di Paola ed attigua al loro convento, fu circondata da gendarmi papali, da soldati austriaci e da poliziotti. Si picchiò all’uscio di casa ed alla intimazione della forza fu aperto; venne eseguita una minuziosa perquisizione e nulla si rinvenne. Non era questo che volevasi dal barbaro austriaco e dai preti; era necessario dare un terribile esempio alla popolazione, applicando la legge stataria su uno dei capi del popolo. Non essendosi rinvenuto nulla in casa, gli assetati di sangue del patriota, requisiti alcuni muratori, si diedero a rompere un condotto di scolo avente comunicazione con tutti i cinque piani superiori, abitati da numerosi inquilini.
In fondo al condotto disfatto, fu trovata un’arma che aveva appartenuto chi sa a chi, o che poteva anche essere stata appositamente gettata da coloro, che avevano premeditato il delitto. Antonio Elia venne legato sotto gli occhi della moglie incinta, in mezzo al pianto di quattro creature, e condotto alle Carceri di S. Palazia. Appena giorno la povera moglie con le sue quattro piccole figlie andava a gettarsi alle ginocchia del generale austriaco Faltzenter domandando grazia per l’innocente, ed il permesso di poterlo visitare nelle carceri. Le fu accordato il permesso di visitare il marito, ma quando la santa donna si presentava alle carceri una detonazione le gelava il sangue e le faceva istintivamente comprendere, che la vita di Antonio Elia veniva barbaramente ed ingiustamente troncata. Alla domanda di vedere il marito, come ne aveva il permesso, le fu risposto che era troppo tardi. Sarà stata una raffinatezza di barbarie del generale quella di far trovare presente alla esecuzione la moglie del martire? Il sospetto almeno è ammissibile.
Ecco una lettera che Garibaldi scriveva al figlio del martire Anconitano:

Caprera, 22 dicembre 1868.

Mio caro Elia,

“Figlio del popolo, il padre vostro merita di essere annoverato tra i grandi Italiani.
“Oggi, che si avvicina la caduta della tirannide papale noi dobbiamo ricordare agli italiani le vittime della sua ferocia e fra quelle una delle più illustri, certamente, Antonio Elia.
“Ancona ricordi quel prodissimo suo cittadino che tanto l’onora”.

Vostro
G. Garibaldi

Per la morte del padre, Augusto Elia all’età di venti anni rimaneva unico sostegno della povera madre e delle quattro sorelle, tutte di tenera età.

Un fatto avvenuto in Ancona nell’inverno del 1849 lo obbligò di lasciare la patria e la famiglia e di darsi a volontario esilio.
In tarda ora di una notte oscura e piovosa una povera donna scendeva la via del porto con un orcio pieno d’acqua attinta alla pubblica fonte di piazza grande. Quando fu in vicinanza del vicolo della Cisterna, la poveretta veniva brutalmente assalita da quattro croati, i quali, toltole l’orcio, volevano trascinarla nel vicolo oscuro per violentarla. Mentre la povera donna resisteva e gridava sopraggiunse un giovane, il quale, sguainata in men che si dica dal fodero di uno dei croati la sciabola-baionetta, assalì i quattro intenti a dare prova di loro prodezza su di una povera donna; i quattro furono assai malconci e posti fuori combattimento dal giovinotto e la donna liberata.
Alla mattina l’Elia se ne stava in casa sua in prossimità del luogo ove avvenne il fatto, quando gli si fa annunziare l’amico del padre e suo, Agostino Scipioni, il quale, tutto trepidante, lo veniva ad avvisare, che una donna, la signora Piermattei, gli aveva confidato di averlo riconosciuto quale assalitore dei quattro croati; gli disse di aver supplicata la signora Piermattei di non ripetere parola se non voleva farlo fucilare; la signora promise di non parlare, ma l’amico Scipioni pensava, che non vi era da fidarsene e volle che l’Elia lasciasse subito Ancona. Così fece, prese subito imbarco e si recò a Malta: l’opportuna fuga salvò la vita, ma all’Elia figlio, apriva la via dolorosa dello esilio.
Scorsero dieci anni. Ma ormai i destini della patria venivano maturandosi e l’ora della resurrezione stava per suonare.

CAPITOLO XVII.

Dal 24 marzo 1849 al 1859 – Il Piemonte.

Nella notte del 24 marzo 1849 Vittorio il nuovo Re, uscente dalla tenda di Radetzky(43) a cui aveva detto “I Savoia sanno la via dell’esilio non quella del disonore”! – galoppava tra i campi seminati dai caduti per la libertà della patria, seguito da piccolo drappello de’ suoi. A qual destino andava incontro? Quale meta attendeva la giovinezza del suo regno saturo già d’ineffabili angoscie? Qual fiamma lo agitava? Certo il suo cuore era angosciato dai ricordi del breve idillio del “48” e della dolorosa epopea del “49”; ma la grand’anima sua si sollevava al pensiero che il nome d’Italia era stato per la prima volta il grido del popolo combattente, e sentiva già che le speranze della patria erano in lui riposte. E stretto al cuore il patto della libertà, e il simbolo della redenzione, proseguiva incontro al suo destino verso il suo vecchio e fido Piemonte, deciso entro di sè di volere raggiungere la santa meta – l’unità della patria!

Garibaldi dopo il “49” si era recato a New-York con la speranza di trovare imbarco come comandante od anche come secondo di nave mercantile; dopo lunga aspettativa una Società Italo-Americana gli diede il comando di un bastimento col quale doveva battere gli scali dell’America Centrale. Nel 1853 Garibaldi prendeva il comando del “Commonwealth” – un tre alberi destinato ai carichi di carbone dall’Inghilterra per l’Italia; arrivato a Genova, lasciava il comando e si recava a Nizza per portare un saluto almeno, sulla tomba della sua santa madre e per restare qualche tempo presso i suoi figli, Menotti, Teresita e Ricciotti.
Vi rimase immolestato l’anno 1854: quindi con altro piccolo bastimento detto “L’Esploratore” si mise a fare la navigazione del piccolo cabotaggio.
In uno di questi viaggi, colto da grosso fortunale nelle bocche di Bonifacio(44) dovette cercare rifugio nel porto della Maddalena, e dimorandovi alcuni giorni, per la prima volta gli balenò l’idea di comprare una parte dell’Isola di Caprera.
Aveva riscossi alcuni residui dei suoi stipendi di Montevideo; nei suoi viaggi marittimi aveva messo da parte qualche cosa; dall’eredità del fratello Felice aveva raccolto una sommetta; onde gli parve venuto il momento d’impiegare i suoi modesti capitali e decise di comprare dal Demanio Sardo i lotti dell’Isola che erano vendibili e di fissarvi la sua dimora.

Lungo, lento, doloroso decennio quello dal “49 al 59!” Ma pur meraviglioso di contrasti e di conciliazioni; di forze latenti che si preparavano; di aperte riscosse che si tentavano; di passioni ardenti che spingevano a sagrifizi; di martiri che inaffiarono di sangue l’Idea:
Vittorio Emanuele, Mazzini, Cavour, Garibaldi, Pallavicini ed altri grandi patriotti non dimenticavano che l’Italia viveva in catene, e si preparavano.
L’Austria, accampava in Italia con diritto di feudo su Modena, Parma e Toscana; con eserciti dominatori nel Lombardo, nel Veneto, nelle Romagne, nelle Marche; suo sistema di governo, forche, fucilazioni e bastone.
Eppure tutto il decennio fu sfida e duello fra l’Austria forte e l’Idea Italiana.
Luminoso e generoso si diffondeva(45) il pensiero dell’agitatore genovese nella Giovine Italia che aveva per bandiera il tricolore; per programma l’indipendenza ed unità di Nazione, forma di governo repubblicano; che predicava guerra di popolo, s’insinuava nelle congiure, scoppiava in parziali insurrezioni, provocava vendicatori del nuovo sangue versato, cementava l’idea santa del martirio.
Ma le rivolte fallivano; la gioventù si spegneva fra gli ergastoli ed ai patiboli; i tentativi infelici di Orsini, di Bentivegna, di Pisacane; il moto di Calvi in Cadore; la congiura di Milano, che dava, sugli spalti di Belfiore, alle forche, ed al carcere duro tanto fiore di nobili vite, dimostravano che il pensiero mazziniano, grande perchè manteneva vivo il fuoco patrio, era impotente nell’azione.
Chi avrebbe potuto armare l’idea? Il Piemonte e la Casa Sabauda! Quel principato italiano doveva trasformarsi in principato Nazionale; la monarchia dovea farsi rivoluzionaria; i repubblicani unitari dovean persuadersi che la monarchia di Savoia aveva fede, forza e valore; e la monarchia si pose allo esperimento dei fatti. Pallavicini e Manin si fecero apostoli dell’unione della democrazia col Piemonte.

Cavour – vigile e possente intelletto – uomo di Stato degno del Re Vittorio Emanuele – concepisce la felice idea di mandare nelle terre d’Oriente, sui campi di Crimea, combattenti, tra i soldati d’Inghilterra e di Francia, i nostri bravi soldati che riaffermino alla Cernaia, la virtù degli animi e la potenza delle armi italiane.
Al Congresso di Parigi si fa eco dei dolori, delle miserie, delle speranze d’Italia – e l’Italia sente nel Piemonte se stessa – intuisce in Vittorio Emanuele il suo Re prode generoso e fedele.
Finalmente a Plombiers si segna l’alleanza con la Francia, e l’ultimatum lanciato dall’Austria, tanto desiderato, dà la spinta al compimento dei destini della patria.

Nel 1856 il generale Garibaldi trovandosi a Genova veniva ogni giorno, ogni minuto sollecitato, e messo alle strette da numerosi patrioti, i quali chiedevano che si mettesse alla loro testa per iniziare un ardito movimento Nazionale.
Da tempo erano sorti due partiti in Italia: unica però la meta – la cacciata dello straniero: i mezzi per raggiungerlo, però, si palesavano assolutamente diversi. Gli uni rimanendo fedeli intransigenti al principio repubblicano volevano arrivarci colla rivoluzione. Gli altri, senza alcuna abiura ai principii, aderivano al patto con la Casa di Savoia che s’impegnava di mettersi alla testa del movimento Nazionale e di combattere per l’unità ed indipendenza d’Italia. Garibaldi sentiva che per raggiungere questo fine patriottico era necessario di far tesoro delle forze piemontesi e che la spinta, magari indiretta, doveva venire da quel principe leale e da quel governo. Egli quindi abbracciò questo secondo partito; per lui si doveva compiere l’unità italiana; ed è dovere riconoscere che la Casa Savoia era chiamata per virtù propria, per valore e per tradizione storica, a compiere i destini della patria.
L’impotenza sempre più manifesta dei partiti puramente rivoluzionari; la sfacciata complicità degli altri principati italiani collo straniero; la politica schiettamente nazionale del Piemonte e del suo Parlamento; il sangue già versato sui piani Lombardi; l’esilio del suo Re; la proverbiale lealtà di Vittorio Emanuele ai patti giurati; furono queste le vere ragioni che chiamarono provvidenzialmente la monarchia piemontese a capo della lotta nazionale.

CAPITOLO XVIII.

1859 – La guerra d’indipendenza.

Il 1° dell’anno 1859 l’Europa veniva risvegliata dall’eco rumorosa dei pochi detti, pronunziati dall’Imperatore Napoleone III al conte Hübuer ambasciatore d’Austria:
“Mi duole che le relazioni col vostro governo non sieno così amichevoli come per lo passato; dite però all’Imperatore che i miei sentimenti personali verso di lui non sono punto cambiati”.
Era il preavviso della dichiarazione di guerra, e furono pochi quelli che non lo capirono. In Italia sopra tutto queste parole risvegliarono tutte le speranze alle forze sopite dal 49 in poi. I frutti delle alleanze di Crimea venivano a maturanza.
Si attendeva con ansia febbrile l’apertura della Camera Sarda per trovare nella parola del Re Sabaudo un detto che confermasse le concepite speranze, e la parola si fece sentire così:

Signori Senatori, signori Deputati,

“L’orizzonte in mezzo a cui sorge il nuovo anno non è pienamente sereno. Ciò nondimeno vi accingerete colla consueta alacrità ai vostri lavori parlamentari. Confortati dalla esperienza del passato, andiamo incontro risoluti all’eventualità dell’avvenire. Quest’avvenire sarà felice riposando la nostra politica sulla giustizia, sull’amore della libertà e della patria.
“Il nostro paese, piccolo per territorio, acquistò credito nei consigli di Europa, perchè grande per le idee che esso ispira.
“Questa condizione non è scevra di pericoli, giacchè mentre rispettiamo i trattati, non siamo insensibili al grido di dolore che da tante parti d’Italia si leva verso di noi.
“Forti per la concordia, fidenti nel nostro buon diritto, aspettiamo prudenti e decisi i decreti della Provvidenza”.

10 gennaio.

La Corona non potea dire di più: i gridi di dolore uditi dal Re Vittorio Emanuele, si cambiarono nelle genti italiane in grido di giubilo e di esultanza.

Il primo dardo era gettato e l’Austria non aveva tardato a raccoglierlo ordinando la marcia del 3° Corpo d’Armata di stazione a Vienna verso la Lombardia.
Questo provvedimento unito ad altri di concentrazioni di truppe ordinati dal Maresciallo Giulay sul Ticino e sul Lago Maggiore diede motivo alla stampa liberale, diretta dal Conte di Cavour, di dichiararsi provocati e di fare appello a tutto ciò che l’Italia aveva di valido e di nazionale – ed ai preparativi per la prossima campagna.

Mentre tutto nell’Alta Italia si apprestava alla guerra, in Toscana la dinastia di Lorena al 27 di aprile cessava di regnare. Una rivoluzione si compiva pacificamente, si formava un governo provvisorio, e il generale Ulloa prendeva il comando delle forze militari.

Il 20 di dicembre del 1858 il Conte di Cavour aveva chiamato in segreto convegno Garibaldi e gli comunicava in confidenza questo disegno: un’insurrezione era preparata nei ducati: verso il 1° di aprile Massa e Carrara inizierebbero il movimento; due bande di volontari irromperebbero contemporaneamente da Lerici e da Sarzana: Garibaldi doveva spalleggiare la rivolta e capitanarla. Nello stesso tempo un battaglione di bersaglieri, dei migliori elementi della guardia Nazionale di Genova, si doveva organizzare in quella città, e sarebbe il primo nucleo delle forze popolari destinate a fiancheggiare colla rivoluzione l’esercito regolare.
Garibaldi applaudì alla proposta e diede senza restrizione la sua adesione; e lieto che ormai la guerra dell’indipendenza era davvero imminente, si ridusse di nuovo nella sua isola di Caprera.
Ma l’accalcarsi crescente dei volontari in Piemonte, consigliò il Conte di Cavour di pensare ad altro mezzo per potere più efficacemente trar profitto di Garibaldi. Infatti il 2 marzo 1859 il generale fu chiamato a Torino dal Re. Le parole di quel dialogo tra il Re Galantuomo e l’eroe popolare andarono perdute; ma il senso ne fu presto palese. Gli si volle dare una parte più diretta ed importante sul teatro della guerra.
Tornato Garibaldi a Genova, convocò i suoi più intimi, Medici, Sacchi, Bixio e diede loro quest’annunzio: “Ho veduto Vittorio Emanuele; credo che il giorno di ripigliare le armi non sia lontano; state pronti; io spero di poter fare ancora qualche cosa con voi”!
Fu deciso di ordinare tutta quella valorosa gioventù – che da ogni regione della penisola conveniva in Piemonte – in corpi speciali, che stessero a fianco dell’esercito, come rappresentanti dell’elemento popolare e rivoluzionario di Italia, disciplinati in ordinata milizia, ubbidienti al suo capo, e soggetta al Comando supremo.
Da questo concetto nacquero i Cacciatori delle Alpi. Garibaldi fu richiamato da Caprera per capitanarli; ed egli rispose subito all’appello, traendosi seco i suoi più fidi commilitoni.
La sera pel 23 aprile due inviati austriaci presentavano al Conte di Cavour l’ultimatum del loro governo: “disarmo immediato, o guerra” e la risposta non poteva essere dubbia.
Finalmente quel cartello di sfida, tanto provocato, tanto desiderato, il grande statista lo teneva in mano; finalmente la guerra era certa, la Francia vi era impegnata; l’Austria l’intimava essa stessa, e non poteva sfuggirla.
Infatti, prima ancora che il Conte di Cavour consegnasse ai messaggeri austriaci la sua risposta, Garibaldi, risposta ancor più espressiva, riceveva l’ordine di portare la sua brigata a Brusasco, sulla destra del Po, cioè a dire, in prima linea. Suo mandato era, guardare il Po da Brusasco a Gabbiano, difendere la strada militare Casale-Torino, e chiudere gli intervalli esistenti tra la divisione Cialdini che guardava la Dora Baltea, e le batterie di Casale che proteggevano più a mezzogiorno i passi del Po.
Garibaldi ad effettuare questo disegno, mandò una compagnia a presidiare Verua, e, spedito avviso al generale Cialdini suo capo immediato, nel giorno stesso occupava Brozzolo e vi piantava il suo quartier generale.
Il 25 aprile le truppe francesi varcavano il confine della Savoia, ed altre prendevano imbarco nei porti di Tolone e di Marsiglia per Genova.
Il dado era tratto, la guerra dichiarata, e il 29 aprile un corpo di austriaci comandato dal generale Giulay invadeva il territorio sardo.
L’esercito Piemontese si concentrava sulla destra del Po, tra Casale e San Salvatore, fiancheggiandosi con Alessandria, aspettando che il nemico avanzasse se lo avesse osato.
Nella giornata del 30 giungevano a Torino ed Alessandria le avanguardie francesi.

In data del 29 aprile 1859 il re Vittorio Emanuele diresse alle truppe un nobilissimo proclama, il quale fra le altre belle cose diceva:
“….. L’annunzio che vi dò è annunzio di guerra; all’armi dunque o soldati… Io sarò il vostro duce. Altre volte ci siamo conosciuti con gran parte di voi nel fervore delle pugne; ed io, combattendo a fianco del magnanimo mio genitore, ammirai con orgoglio il vostro valore. Movete fidenti alla vittoria, e di novelli allori fregiate la vostra bandiera, quella bandiera che coi tre suoi colori e colla eletta gioventù, qui da ogni parte d’Italia convenuta e sotto a lei raccolta, vi addita che avete a compito vostro l’indipendenza d’Italia; questa giusta e santa impresa che sarà il vostro grido di guerra” quali parole del re guerriero e patriota empirono d’entusiasmo e di ardimento gli animi delle milizie regolari e dei volontari Garibaldini.

Nel pomeriggio del 22 maggio Garibaldi con marcia ordinata e celere aveva preso la via di Arona, e mentre per le disposizioni date, tutto doveva far credere che vi avrebbe pernottato, a notte calata le sue truppe facevano un rapido mezzo giro a destra e infilavano, serrate e silenziose, la strada di Castelletto, penetravano nel parco Visconti e trovati alla riva i barconi preparati già dal bravo Viganotti in ordine mirabile s’imbarcarono, e passarono sull’opposta riva occupandola militarmente; e subito dopo la 3a compagnia De Cristoforis, scelta per avanguardia si spingeva a notte profonda dentro Sesto Calende a cogliere nel sonno le autorità austriache, doganieri, gendarmi e croati colà residenti, facendoli prigionieri.

La mattina del 23 maggio la situazione degli eserciti belligeranti era questa: gli alleati ancora al di là della Sesia e del Po, tra Vercelli e Voghera; gli austriaci in faccia a loro, padroni delle due rive della Sesia e del Ticino, e di tutto il Lago Maggiore.
In questo stato di cose Garibaldi si trovava isolato, come campato in aria, ed i suoi cacciatori potevano considerarsi come un nucleo di truppa perduta nel cuore del campo nemico: per cui al nostro eroe non restava che, o vincere subito ad ogni costo, o disperdersi coi suoi per i monti, onde potere all’evenienza rifugiarsi in Isvizzera. A ragion militare veduta, dei due eventi certo il meno probabile non era il secondo. Ed invero l’Austria era signora della Lombardia, la scorrazzava con dodicimila uomini, riceveva rinforzi, o ne poteva ricevere ancora; occupava Milano con imponente presidio, allacciava i suoi distaccamenti con forti colonne mobili pronte a correre nei punti più minacciati; sicchè poteva opporre al condottiero italiano una forza sempre di molto maggiore della sua. Ma a Garibaldi in mancanza di grandi forze erano potenti ausiliari, la perizia e l’indomita audacia. Si fissava quindi nell’antico suo scacchiere del 1848 tra il Verbano e il Lario, e formava in un baleno il suo piano deliberando la marcia su Varese nel giorno stesso.
Un fiero proclama scritto di sua mano, inciso colla sua spada, aveva annunziato il suo arrivo alle popolazioni della regione, e non vi era umile terra dei dintorni che vi restasse insensibile. Da Laveno, Gallarate, Besozzo, Ispra, Varese, accorsero festanti ad offrire al famoso Capitano l’opera loro, ad invocare una sua parola d’ordine per la lotta; ed a tutti l’eroe distribuiva parole d’incitamento e di coraggio.
All’inviato di Varese, che, a nome del suo generoso Podestà Carlo Carcano gli domandava istruzioni, rispondeva di suo pugno; “qualunque cosa facciate contro il nemico in pro’ della santa causa italiana, sarà da me approvata, ed io vi sosterrò validamente”.
La marcia da Sesto Calende a Varese non poteva essere fatta di fronte, perchè esposta ad essere pericolosamente molestata di fianco; oltre di che, prima d’inoltrarsi nel paese, importava assicurarsi sul Lago Maggiore un punto di sostegno, e impadronirsi di uno almeno dei piroscafi che il nemico vi teneva. Guidato da questi concetti ordinò il suo movimento così:
Bixio con un battaglione del suo reggimento doveva marciare per la strada lacuale di Sesto Calende; toccato Angera doveva staccare una compagnia per tentare di predare il piroscafo “Ticino” ivi ancorato: giunto ad Ispra sostare ed informarsi esattamente del presidio di Laveno, e di tutte le altre forze austriache sul Lago, dopo ciò convergere su Brebbia e spingersi fino a S. Andrea, borgo che cavalca la via Laveno-Varese ed ivi accamparsi gagliardamente.
Il capitano De Cristoforis doveva rimanere a Sesto con la sua compagnia, sorvegliare il passo del Ticino, e se gli capitava il destro impossessarsi di qualcuno dei vapori nemici, e sopratutto doveva guardare la strada Sesto-Gallarate attirandovi il nemico, trattenerlo quanto avesse potuto, e battere in ritirata su Varese se assalito da forze superiori.
Tutto ciò stabilito, spinta un’altra pattuglia a Gallarate, per mascherare una volta di più la sua mossa, verso le 5 di sera Garibaldi staccava la marcia, e per le vie traverse di Corpegno, Varano, Bodio, Capolago, tra fitte tenebre, attento a tutti i bivii, e sollecito a tutti i rumori, con la truppa stanca, ma elettrizzata al contatto di quella terra tanto agognata, s’accostava a Varese, dove circa le 11 di sera incontrato da musiche e da fiaccole, accolto da una calca di popolo in delirio, vi entrò in trionfo, s’avviò difilato al Municipio ed incontrato il Podestà lo abbracciava infiammando con l’ardente sua parola che affascinava quanti l’ascoltavano; e prima di ritirarsi pronunziava queste testuali parole, che la storia non può dimenticare: “Qualunque bene diciate di Vittorio Emanuele non sarà mai troppo. Io non sono realista: ma dopo che avvicinai Vittorio Emanuele, dovetti riconoscerlo per un gran galantuomo. Egli non solo ha per l’Italia un amore immenso, ma un culto, un’idolatria”.
Quello che importava era provvedere alla difesa. L’Austriaco, scossa la prima sorpresa, accorreva e serrava da ogni banda. Giulay conosciuta l’invasione garibaldina, in risposta a quello di Garibaldi, bandiva un suo proclama feroce, nel quale dopo avere annunziato il suo arrivo concludeva. “Do la mia parola che i luoghi, i quali facessero causa comune con la rivoluzione, verrebbero puniti col fuoco e con la spada”. E non dovevano essere parole soltanto.
Il giorno stesso spiccava dal grande esercito una colonna che a marcia forzata, accorreva sul nuovo teatro di guerra; anche da Milano il generale Melezes di Kellermes, spediva su Gallarate e Somma un corpo di quattrocento fanti, due pezzi e uno squadrone. Fu questo corpo che il 25 di mattino andò ad attaccare in Sesto-Calende il capitano De Cristoforis, e che questi, con strattagemmi degni di una pagina di storia indimenticabile, seppe illudere e deludere così bene, da tenerlo in mano per quasi due ore con forze quattro volte inferiori, e sgusciargli di sotto gli occhi, a mezzo tiro di moschetto, lasciandolo solo a cannoneggiare le povere case di Sesto, dove fin dalla mattina non v’era più l’ombra di un garibaldino.
Intanto la colonna austriaca partita da Oleggio, il cui antiguardo fu visto spuntare ad Olgiate la sera del 23, era in marcia su Varese, forte di quattromila uomini con due batterie e due squadroni, comandata dal tenente maresciallo Urban.
Varese giace in una conca di colline alcuna delle quali vestite di macchie e di boscaglie che formano il suo baluardo. E tramezzo a siffatte colline nella direzione dei quattro punti cardinali corrono altrettante strade principali: ad oriente, quella che dalle falde di Biumo conduce per Malnate, a Olgiate e a Como; a mezzodì, quella che lambendo le pendici di San Pedrino e di Gubiano, va per Gallarate a Tradate a Milano; ad occidente, quella che, traversati i poggi di Masnago e Comerio, mena per Gavirate a Laveno, a settentrione, infine le due strade d’Induno e di Sant’Ambrogio che spaccando le prealpi di Valcuvia e di Valgana, portano al Lago Maggiore ed alla Svizzera. Ora a chi avesse considerata questa topografia, due cose risultavano notabili: la prima, che la strada di Induno e di Valgana si allacciava presso Biumo inferiore, alla strada di Como in guisa da formare con essa un angolo retto; la seconda, che per il poggio di Biumo Superiore s’incamminava nel quadrivio testè descritto, Varese-Sant’Ambrogio-Induno-Como, e con la forte postura ne teneva la chiave e la dominava.
Ciò posto, e per quanto fosse manifesto che l’attacco principale sarebbe venuto dalla via di Como, non era però da trascurarsi, il supposto, assai probabile, che l’Urban avrebbe compiuto un movimento aggirante per la via Induno; nè molto meno era a rigettarsi come improbabile il caso che i corpi incontrati a Gallarate dal De Cristoforis e il presidio di Laveno si muovessero a rincalzare di fianco e alle spalle l’assalto principale, tentando di mettere i garibaldini tra tre fuochi.
Importava dunque guardarsi da tutti i lati, e guardarsi in modo da potere all’evenienza far fronte da ogni parte, senza assottigliare di troppo la propria linea e disseminare le forze; e Garibaldi non titubò. Fissate due linee di difesa, l’una esterna, lungo l’arco Biumo-Giubiano-San Pedrino e l’altra interna rasente gli sbocchi delle principali(46) vie di Varese, occupò coi carabinieri genovesi e un battaglione del terzo Reggimento la Villa Ponti, centro di Biumo Superiore, e vi piantò il suo Quartier Generale; mise a guardia di Biumo Inferiore un battaglione del secondo Reggimento, ed erigendo due barricate, una appoggiata alla Villa Litta Modignani, a custodia della strada d’Induno, l’altra tra la chiesetta di San Cristoforo e la casa Merini, a sbarrare le vie di Como, assicurò su queste posizioni la sua sinistra. Appostò indi un battaglione del primo Reggimento in faccia a Giubiano, e intorno alle alture circostanti di Boscaccio e vi appoggiò il suo centro; collocato tra Villa Pero e la(47) Villa De Cristoforis(48) a San Pedrino, il rimanente del primo Reggimento sotto il comando di Cosenz, e fatta asserragliare anche quella strada, afforzò la sua destra dal lato di Milano; richiamò Bixio da Sant’Andrea, senza tralasciare di far battere da frequenti pattuglie a grande distanza la strada di Laveno, munì di barricate tutti gli sbocchi di Varese e provvedere(49) così alla sua seconda linea; infine prescritte come eventuali linee di ritirata le strade di Induno e Sant’Ambrogio, tutto ispezionato co’ suoi occhi, a tutti comunicando la(50) sua intrepidezza e la sua fede, attese di piè fermo il nemico.
E questo non si fece aspettare lungamente, fin dalla sera del 25 gli esploratori l’avevano segnalato a Olgiate. Un breve ma eloquente manifesto del Regio Commissario Emilio Visconti-Venosta che diceva: “Varesini, Voi foste i primi a salutare la bandiera tricolore in Lombardia, Voi sarete i primi a difenderla” vi aveva preparato gli animi ad accoglierlo degnamente e al mattino seguente infatti sullo scoccare delle otto il nemico appariva innanzi a Belforte e il combattimento incominciò.
Dei quattromila uomini che il generale Urban traeva seco, una parte, l’aveva lasciata in riserva a San Salvatore forte posizione tra Binago e Malnate; un altro battaglione di granatieri lo aveva inviato per Casanuova e Cozzone ad eseguire quel movimento aggirante sulla strada d’Induno che Garibaldi aveva preveduto; e cogli altri duemilacinquecento fanti circa, la cavalleria, e quattro pezzi veniva ad assalire direttamente Varese. Impadronitosi del poggetto di Belforte annunziò con alcuni razzi il suo attacco, muovendo simultaneamente contro la sinistra e il centro garibaldino; ma questi non si mossero ed attesero, come Garibaldi aveva ordinato, a mezzo tiro il nemico e con pochi colpi ben assestati l’arrestarono di botto. Ad un secondo e più gagliardo attacco, i garibaldini usarono la medesima tattica. Infatti appena il nemico fu presso la barricata della gran strada di Como, e spuntò al centro sulle alture di Boscaccio, Medici con una brillante carica alla baionetta di fronte, e Cosenz con un abile contrattacco di fianco, con poche forze, ma con grande valore ributtarono l’assalitore fin sotto alle falde di Belforte e lo forzarono a battere in ritirata su tutta la linea.
Garibaldi da Villa Ponti, donde aveva osservato le vicende della pugna, visto che il nemico si ritirava, ordinò che s’inseguisse e scendendo di galoppo sulla strada, si pose egli stesso a capo dell’inseguimento.
Il generale Urban era intanto arrivato a San Salvatore, dove aveva lasciato la sua riserva, e, saputo del rovescio toccato ai suoi, si apparecchiava a sua volta a sostenere l’assalto.
Garibaldi non aveva con sè che un terzo delle sue forze, e quantunque la posizione di San Salvatore fosse fortissima e serrasse la strada come un contrafforte, non esitò ad ordinare l’attacco; occupato il poggetto Raera fronteggiante San Salvatore, e fatto ripiegare Bixio che si era troppo inoltrato, tenne a bada il nemico con vivissimo fuoco di moschetteria, finchè sceso da Cozzone il Medici, spinse ad una carica alla baionetta tutta la sua linea, costringendo gli Austriaci a lasciare a precipizio anche quella seconda posizione e a non arrestarsi più che ad Olgiate.
All’annunzio della vittoria di Varese, l’agitazione patriottica divampò, estendendosi rapidamente. I patrioti di Como fecero sapere a Garibaldi che lo aspettavano frementi nella loro città; che molte pievi del Savio s’erano sollevate, e che alcuni giovani armati si erano impadroniti dei vapori del Lago ed erano passati alla causa Nazionale. Garibaldi promise che avrebbe marciato alla volta di Como, non però col proposito di entrarvi, ma di occupare una buona posizione che gli avesse permesso di dar la mano agli insorti del Lago, e di riassaltare di conserva con loro l’austriaco.
Date le opportune disposizioni per la sicurezza di Varese, all’alba del 27 col primo reggimento in testa s’incaminava con tutta la brigata per la via che per Olgiate e Cavallasca mette a Como.
Il generale Urban a sua volta, rinforzato da due nuove brigate (Augustin e Scoffgotsche) che facevan montare le sue truppe a ben diecimila uomini, aveva preso posizione difensiva fra la strada medesima e l’altra più settentrionale che da Cavallasca per San Fermo piomba su Como; e colla sinistra dietro il Lura tra Brebbio e Breccia, il centro a San Fermo, la destra al Prato di Porè sul lago, si preparava a sostenere l’assalto. Se non che, male esperto delle abitudini tattiche di Garibaldi, egli se l’aspettava nel piano, alla sua sinistra e quindi per rinforzare questo punto aveva malaccortamente indeboliti gli altri. Garibaldi invece aveva l’occhio fisso ai monti; sicchè giunto ad Olgiate arrestava la colonna, metteva in posizione tutto il primo reggimento sì da far credere si preparasse allo assalto, tenne a bada il nemico per più ore, e allo scoccar del mezzogiorno, coperto dal reggimento Cosenz, voltava repentinamente a sinistra per gli erti viottoli che salivano a Geranico al Piano ed a Porè; e giungeva a Cavallasca in faccia a San Fermo. Quivi, spiate dal campanile di Cavallasca le posizioni nemiche, Garibaldi stabiliva prontamente il suo piano di battaglia e ne ordinava con pari celerità l’esecuzione. Al colonnello Medici ed al suo reggimento l’onore del primo assalto; De Cristoforis con due compagnie doveva attaccare di fronte la chiesa di San Fermo; Susini-Millelire con una compagnia doveva attaccarla da sinistra, quella del Vacchieri da destra; altre compagnie, condotte dal Gorini, e tutte comandate dal Medici in persona, dovevano calare sulla strada San Fermo-Rondinello e minacciare il nemico.
Il primo cozzo fu tremendo; i cacciatori austriaci armati delle loro eccellenti carabine, appiattati attorno al parapetto del piazzale della Chiesa, che s’innalzava sopra un poggio a guisa di bastione, e dietro le finestre delle case circostanti battevano con un fuoco micidiale di fronte e di fianco, i primi assalitori e cioè la compagnia De Cristoforis, che rigò del sangue dei suoi migliori la via infuocata; cadde colpito gravemente il tenente Pedotti; cadde, lacerate le visceri, il capitano De Cristoforis; cadde, fracassata una spalla, il tenente Guerzoni ed altri, ed altri; la compagnia decimata balena s’arresta un istante, ma non indietreggia. Nel frattempo l’assalto ai due fianchi si spiegava ed incalzava; un battaglione austriaco si lanciava alla corsa da Rondinello, ma incontra sui suoi passi il Medici che lo arresta, e con una carica furiosa riesce a rovesciarlo; altre compagnie dei nostri subentrano a rinforzare l’assalto, sicchè il nemico ormai circuito, sgominato, rotto, volta in fuga precipitosa verso Camerlata e Como.
Garibaldi non indugiò un istante ad occupare le posizioni espugnate, e mentre Medici s’afforzava tra Rondinello e Breccia, e Bixio chiudeva gl’intervalli tra S. Fermo e Rondinello, il maggiore Quintini si piantava col battaglione ed alcune compagnie del secondo reggimento a San Fermo; ed altre compagnie si stendevano a sinistra verso Cima la Costa. Ma ancora il nemico non si dava per vinto, il generale Augustin, raccolte tutte le sue forze, le spinse parte a destra, su Cima la Costa, per spuntarvi la nostra sinistra; parte a manca, per riafforzare l’altura di sopra la Costa, e di là controbattere San Fermo. E la mossa fu condotta con rapidità; ma vegliava Garibaldi, e vegliavano i suoi luogotenenti; onde appena l’assalitore giunse a mezzo tiro della nostra linea, il Cosenz a sinistra di Cima la Costa, il Medici a destra da sopra la Costa, lo respingono, di svolta in svolta, di poggio in poggio, giù per la strada d’onde era venuto, fino a che Garibaldi adocchiata da Cima la Costa quella seconda più rovinosa ritirata, vide possibile quello di cui prima dubitava, cioè la presa di Como; e vi si preparò senz’altro.
Ordinò che si raccogliessero e riordinassero le forze; spedi Simonetta con alcune guide ad esplorare i dintorni della città, e lasciata una buona retroguardia a San Fermo, marciò a notte fatta giù per la tortuosa via di Borgo Vico, e ormai accertato dagli esploratori che l’austriaco aveva abbandonato Como vi entrò risolutamente.
Non può descriversi la festosa sorpresa della città; una piena di popolo trasognato accorse ebbro, frenetico; Garibaldi baciato, benedetto, toccato come un santo, è portato in trionfo fino al palazzo del Comune. Ma nella gioia di una intera città egli non smarrì un solo istante la mente; e tosto diede opera a custodire le sue spalle, mandando Medici, infaticabile quanto lui, a vegliare sulla strada di Camerlata, dove ancora s’accalcava minaccioso il nemico.
L’alba dell’indomani però chiariva che l’ultimo austriaco era scomparso da Camerlata e che ormai tutta la colonna dell’Urban s’era riconcentrata tra Barlesina e Monza sulla via di Milano.
L’Elia, che dopo il 1849 aveva dovuto emigrare, si trovava a New York quando i giornali diedero la notizia che Vittorio Emanuele aveva sguainata la spada per l’indipendenza italiana.
Non perdette tempo – col primo Pacchetto in partenza il “Devonshire”(51) s’imbarcava per Londra e presa la via di Calais per la Svizzera raggiungeva Garibaldi a Como il 28 maggio e subito si presentava al generale sotto gli auspici del padre, già amico suo fin da quando era in America. All’udire che colui che gli stava davanti era il figlio del fucilato Antonio Elia, volle baciarlo e tenendogli stretta la mano, con accento commosso gli disse parole di affetto paterno e volle che stesse al quartier generale. Da quell’ora l’Elia seguì sempre Garibaldi con venerazione filiale.
Garibaldi non era uomo da stare ozioso; affidò a Camozzi, Commissario Regio per Bergamo, l’organizzazione militare; lasciò la compagnia del Fanti a proteggere Como, a reclutar volontari, a raccogliere armi, inviò con lo stesso ufficio la compagnia del Ferrari a Lecco; lodati come meritavano i suoi bravi cacciatori delle Alpi, e concessa loro per riposarsi tutta la giornata del 28, la mattina del 29, senza svelare ad alcuno il suo disegno, fece battere l’assemblea, e si pose in marcia, col resto della brigata, di molto assottigliata dai morti, dai feriti, dagli infermi e dai distaccati, per Olgiate e Varese.
Dove si andava? a che mirava il generale? a qualcuno dello stato maggiore che lo interrogò “Andiamo, risponde, a incontrare i nostri cannoni a Varese”. Infatti il ministro della guerra aveva deciso d’inviare ai cacciatori delle Alpi quattro obici di montagna: ma i cannoni erano un pretesto, o tutto al più uno scopo secondario, altro era l’intendimento di Garibaldi.
Egli non aveva mai deposto il pensiero di assicurarsi una base sul Lago Maggiore; voleva quindi impadronirsi di Laveno che ne era uno dei punti dominanti. Marciava per ciò a quello scopo, fidando nella rapidità e segretezza delle sue mosse.
Passata la notte del 30 a Varese, mosse all’alba dell’indomani per la gran strada di Laveno; giunto a Germonio, sostò per studiare il piano e raccogliere notizie dopo di che decise di tentare di notte la sorpresa del forte: e si inoltrò con la brigata fino a Citiglio, lasciò dietro di sè a Brenta il secondo Reggimento, ed a Germonio sulla strada di Varese il terzo, mandò segretamente Bixio e il Simonetta nell’altra sponda del Lago, perchè vi raccogliessero barche ed armati, con cui tentare un abbordaggio contro qualcuno dei vapori Austriaci ancorati a Laveno; e ciò disposto voltò a sinistra per Mombello e andò a collocarsi a due chilometri dal forte di Laveno, diramando tosto i suoi ordini per attaccarlo.
Gli ordini erano buoni; i soli possibili; e se a frustrarli non avesse cospirato quel nemico fatale in tutte le imprese notturne, il buio, causa di confusione, d’equivoci, di terrori, il colpo sarebbe riuscito. Il capitano Bronzetti che doveva con la sua compagnia cogliere di sorpresa il Castello dal lato settentrionale, venne abbandonato dalle guide, perdette la via e non arrivò al posto. Il capitano Landi, che doveva con un’altra compagnia sorprendere il Castello dal lato meridionale, incontrò una strada coperta, gremita di nemici, dove credeva trovare un orto indifeso; scoperto, prima del tempo dalle vedette, combattè per più di un’ora valorosamente, lasciando sul terreno non pochi de’ suoi, sino a che feriti i suoi luogotenenti Gastaldi e Sprovieri e ferito egli stesso fu costretto a ripiegare ed a ritirarsi, conducendo seco i feriti. Il forte desto dall’allarme, diede fuoco a tutte le sue batterie, tempestò di palle il terreno circostante, comunicò l’allarme ai Vapori, che, accortisi delle barche condotte dal Bixio e dal Simonetta, le presero a bordate mettendo ben presto lo spavento nella ciurma inesperta, che si sgominava, e nonostante le preghiere, le minacce degli intrepidi condottieri voltavano precipitosamente le prue.
Potevano essere le due dopo mezzanotte, e Garibaldi visto fallito il tentativo, ordinava la ritirata su Cittiglio, colà si ricongiungeva in buon ordine ai corpi che aveva lasciato a Brenta ed a Gemonio, con intendimento di ritornare a Varese.
Però la mattina del 31 maggio si ebbero non liete novelle. Il generale Urban marciava minaccioso e ringagliardito su Varese; sicchè Garibaldi dovette prudentemente mutar pensiero, e risalire la via di Valcuvia, dove poteva, protetto dai monti, attendere gli eventi.
Ma era difatti la giornata del 31 al tramonto, che Urban compariva con due colonne da Tradate e da Gallarate sulle alture di Giubiano e di San Pedrino dominanti Varese, e vi si accampava militarmente. Conduceva dodicimila uomini e diciotto pezzi d’artiglieria; sbuffava fuoco e fiamme, annunziava alla città ribelle strage e rovina, la multava dell’enorme tributo di tre milioni, oltre grande quantità di provvisioni, prendeva ostaggi numerosi, li minacciava ad ogni istante di morte, e non vedendo subito soddisfatte le sue insensate pretese, apriva contro di essa un furibondo bombardamento abbandonandola poi per più ore al saccheggio.
Intanto che Varese subiva l’infernale flagello, Garibaldi scendeva da Valcuvia fino in faccia di Santa Maria del Monte; e di là nella mattina del 1° giugno, giù fino a Sant’Ambrogio e Robarello, discosti un’ora(52) da Varese, sfidando il nemico.
Più bella occasione pel generale austriaco di vendicarsi di quel brigante di Garibaldi non gli si poteva dare. Aveva giurato che lo avrebbe impiccato con tutti i suoi: ed ora che lo teneva quasi nelle unghie, appena ad un tiro di cannone, in una posizione quasi disperata, e presso a schiacciarlo di un sol colpo con forze quadruplicate, perchè non lo assaliva? Perchè se ne stette immobile dietro Varese, occupato soltanto a bombardare una città inerme, non rispondendo alla sfida temeraria dell’eroe?
Il perchè è un mistero! Il fatto si è che l’Urban lasciò passare tutta quella giornata senza fare un passo, senza tentare nemmeno una ricognizione a fondo, e, soltanto, la sera si decise ad occupare la posizione di Biumo superiore temendo di essere attaccato. Intanto più grossi avvenimenti erano accaduti sul maggior teatro della guerra.

Fra il 27 e 28 maggio l’esercito alleato iniziava quel gran movimento di fianco dal Po al Ticino, che fu la più abile manovra strategica della campagna.
Il 29 maggio l’esercito Sardo, meno la quinta divisione rimasta a difesa della riva destra del Po, si concentrava sopra Vercelli per passare la Sesia sui ponti che vi erano stati gettati. Il 30 la divisione Cialdini passò per la prima. Il nemico occupava tutti i villaggi sparsi in faccia alla Sesia e dominava il paese; a Palestro poi aveva concentrati i più grandi mezzi di resistenza. Vi aveva piantato batterie per dominare il fiume e per battere d’infilata la strada. Aveva inoltre coronate le cime delle alture di forti parapetti per tenere al coperto la fanteria, e scavati dei fossi nei lati, pure protetti di parapetti, dietro ai quali stavano numerose truppe, mentre molti cacciatori tirolesi erano appostati dietro gli alberi e nelle case da dove fulminavano gli assalitori.
Vittorio Emanuele dirigeva in persona le operazioni militari. Il 6° e 7° bersaglieri formavano l’avanguardia con una sezione d’artiglieria ed uno squadrone di cavalleggeri d’Alessandria; il generale Cialdini marciava alla testa.
Al terzo ponte che taglia la strada, gli esploratori incontrarono gli avamposti austriaci; accolti da fitte scariche di fucile e di mitraglia i nostri non si arrestarono, si cacciarono risolutamente di corsa, invadendo il ponte e vi si stabilirono, mentre il 17° bersaglieri guidato dal suo comandante(53) Chiabrera si precipitò con slancio irresistibile sulla difesa di destra, snidò i cacciatori nemici imboscati nei declivi, e la quarta divisione con rapidità fulminea, con foga irresistibile metteva in fuga il nemico e s’impadroniva di Palestro. La terza divisione rafforzata dai reggimenti 5° cavalleria e Piemonte Reale, traversata la Sesia marciava sopra Vinzaglio, fortemente occupato dal nemico. La divisione piombò in colonne serrate sul villaggio; non vi furono ostacoli validi ad arrestarla; i battaglioni divoravano lo spazio e fatta una scarica si avventavano sul nemico colla punta della baionetta – questo non resistè all’urto terribile e, come a Palestro, abbandonò il villaggio e si ritirò su Confienza.
L’imperatore dei francesi, prevedendo che l’esercito italiano avrebbe dovuto sostenere aspre battaglie, staccava dal 5° corpo il 3° reggimento Zuavi, ed ordinava al colonnello Chabron di mettersi a disposizione di Vittorio Emanuele. Il Re, sicuro che gli austriaci avrebbero fatto tutti gli sforzi per riprendere l’importante posizione di Palestro, ordinava al colonnello dei Zuavi di dirigersi su quella posizione.
Verso le dieci del 31 maggio gli austriaci sboccando per le strade di Robbio e di Rozano diedero di cozzo negli avamposti piemontesi che li accolse con fuoco ben nutrito. Ma erano tre le colonne d’attacco che si avanzavano in grandi masse compatte, ed obbligavano i nostri a ripiegare sul villaggio.
Il 20° reggimento che trovavasi a sinistra della strada di Robbio fu pure obbligato a ritirarsi sull’alture ma non rallentò il fuoco; il nemico però ingrossando sempre, minacciava di schiacciare le poche e intrepide nostre truppe; accorse in quel frangente il prode colonnello Brignone conducendo con se alcuni battaglioni, ed i Piemontesi prendendo l’offensiva, si lanciarono contro il nemico e lo respinsero al di là delle linee degli avamposti.
Il generale Cialdini accorso, si avvide che le manovre del nemico tendevano ad aggirare la sinistra della sua posizione; vi mandò tosto alcuni battaglioni che raccolse con una sezione d’artiglieria comandata dal bravo capitano Ponzio-Vaglia, mentre il 7° bersaglieri si slanciò addosso al nemico, minacciante il ponte gettato sulla Sesia e fa occupare vigorosamente gli approcci di Palestro affine d’impedire al nemico la marcia sul villaggio; la lotta si fa accanita, le grosse colonne austriache comandate dal feld Maresciallo Zobel, sorrette da numerose compagnie di tirolesi e dall’artiglieria, si avanzarono risolutamente contro le truppe piemontesi che tennero fermo, incuorate dalla presenza di Vittorio Emanuele; coprendosi di gloria. Proprio nel più caldo del combattimento il colonnello Chabron lanciò i suoi Zuavi all’attacco: questi, come un uragano, sotto gli occhi del Re di Piemonte si gettarono sopra agli austriaci; nessun ostacolo, nessuna resistenza li arresta; invadono le difese nemiche si gettano sopra ai cannoni: gli artiglieri austriaci non hanno tempo di caricare i pezzi perchè le terribili baionette ne fanno strage; riescono vani i tentativi della fanteria che accorse per salvarli e i cinque cannoni furono preda dei vincitori; non si arresta il reggimento, si slancia sulla strada e, seguendo Vittorio Emanuele che con la spada li invita all’attacco, si avventa contro le masse austriache impegnate in furiosa lotta coi piemontesi, e così i soldati delle due nazioni si frammischiarono nel combattimento e nella gloria, investendo il nemico alla baionetta. Questo fortemente trincerato sul ponte della Brida, fortificatosi in una grande masseria, munita di cannoni e di feritoie, preclude il passaggio del ponte; ma zuavi e piemontesi non si sgomentano, nè si arrestano; animati dalla presenza del re e dall’esempio degli ufficiali, s’avventano sul ponte, sui cannoni, che sono presi dai piemontesi; nella masseria è una lotta terribile, corpo a corpo, e gran numero di nemici trovano la morte nel fiume che li travolge nei gorghi delle sue acque.
La vittoria dei nostri fu completa, oltre ventimila erano gli austriaci combattenti, numerosissimi furono quelli rimasti sul campo, circa cinquecento trovarono la morte nel fiume, gli austriaci perderono fra morti feriti e prigionieri oltre seimila uomini; i nostri circa duemila uomini fra morti e feriti. Trofeo della vittoria furono, oltre mille prigionieri, cinque cannoni presi dai zuavi e tre dai piemontesi. La campagna s’iniziava splendidamente!
I Zuavi per rendere omaggio al valore del Re, vollero portare al suo quartier generale la sera stessa del 31 i cannoni tolti al nemico.
Il Re grato del delicato pensiero di quei valorosi, scrisse al colonnello Chabron la seguente lettera:

Torrione, 1 giugno 1859

Sig. Colonnello,

“L’Imperatore nel porre sotto ai miei ordini il 3° reggimento degli Zuavi mi ha dato un prezioso attestato di amicizia. Io ho creduto di non poter meglio accogliere questa truppa scelta, che fornendole immediatamente l’occasione di aggiungere un nuovo glorioso fatto a quelli che sui campi di battaglia d’Africa e di Crimea hanno reso così terribile al nemico il nome degli Zuavi. Lo slancio irresistibile con cui il vostro reggimento, sig. Colonnello, ha mosso ieri all’assalto, ha meritato tutta la mia ammirazione. Avventarsi contro il nemico alla baionetta, impadronirsi di una batteria, sfidando la mitraglia, è stato l’affare di pochi istanti. Voi dovete essere altero di comandare a siffatti soldati, ed essi debbono essere felici di obbedire ad un capo quale voi siete. Io apprezzo altamente il pensiero che hanno avuto i vostri Zuavi di condurre al mio quartier generale i pezzi d’artiglieria presi agli austriaci, e vi prego di ringraziarli in mio nome. Io mi affretterò d’inviare questo bel trofeo a S. M. l’Imperatore, al quale ho già fatto conoscere la bravura impareggiabile con cui il vostro reggimento si è battuto ieri a Palestro ed ha sostenuto la mia estrema destra.
“Vogliate, sig. Colonnello, far noti questi miei sentimenti ai vostri Zuavi”.

L’Imperatore Napoleone, desideroso di mostrare la sua ammirazione pel cavalleresco alleato e di soddisfare il voto dei Zuavi, decise che il Re di Sardegna sarebbe pregato di volere accettare i cannoni. E così fu infatti.
Ma un altro regalo di non minor gradimento pel Re doveva venirgli dai bravi Zuavi.
L’indomani mattina, quando Vittorio Emanuele(54) si recava a visitare i suoi valorosi camerati della vigilia, ed a consegnare al Colonnello Chabron il decreto col quale decorava colla medaglia d’oro la bandiera del suo reggimento, il più anziano dei Zuavi gli partecipava che il reggimento lo aveva acclamato suo Caporale e lo pregava di accettare. “Ben volentieri amici miei” rispose il Re commosso di quel segno di simpatia “d’ora innanzi io appartengo a voi”.
Così Vittorio Emanuele fu nominato Caporale dei Zuavi, come altra volta Napoleone Bonaparte era inalzato allo stesso grado a Montenotte.

In seguito a questi avvenimenti il generalissimo austriaco, sicuro che ormai l’aspettava una grossa battaglia sul Ticino, aveva pensato a rafforzarsi, e s’era affrettato a richiamare la divisione Urban da Varese, dandole per obiettivo Turbigo.

Mentre avvenivano questi fatti, gli austriaci in grandi masse, comandati dall’Arciduca Carlo, dalle alture di Montebello dimostravano, coi loro movimenti del 19 maggio proseguiti il 20, essere loro intenzione di stringere in un cerchio di ferro e di fuoco la 1a divisione dell’esercito francese, comandata dal generale Forey, prima che fosse riunita ed in ordine di battaglia; bisognava ad ogni costo arrestare il movimento girante delle grandi masse nemiche.
Il generale Forey vi si preparò arditamente, ordinando al colonnello Cambriels di riunire quanti più uomini può della sua divisione in marcia, e con questo piccolo numero di valorosi, elettrizzati dall’ardente coraggio del generale e del loro colonnello, con audacia senza pari si slanciò contro il nemico tre volte superiore di numero, lo arrestò e gli tenne testa. Ma la lotta ineguale non può durare a lungo, molti dei bravi cadono colpiti a morte fra i quali il maggiore Lecretelle che combatteva da eroe alla testa del suo battaglione; bisognava difendere passo-passo il terreno per impedire al nemico di avanzare e dare tempo al resto della divisione di arrivare sulla linea del combattimento; ma il nemico con forze preponderanti pressa, si avanza, e la resistenza ulteriore diviene ormai impossibile; quando per grande fortuna in quel critico momento un reggimento di cavalleria piemontese (Monferrato) comandato dal valoroso generale De Sonnaz si slanciò vigorosamente all’attacco in soccorso dei fratelli d’armi di Francia e con ripetute cariche irresistibili, si gettò contro le masse austriache che ne furono sgominate e costrette a sbandarsi e a cedere terreno.
Intanto giunsero al generale Forey i desiderati rinforzi del resto della sua divisione.
Il combattimento si fece sempre più accanito da ogni parte; il generale Forey ordinò al brigadiere Beuret un supremo attacco alla baionetta; gli austriaci non resistendo all’urto sono obbligati a cedere terreno; si arrestano, però, al Cimitero di Montebello del quale fanno la loro estrema base di difesa. Bisognava sloggiare il nemico da quell’ultimo formidabile riparo; ancora uno sforzo: e, gridando ai suoi bravi soldati:
” – Allens, mes enfants, arrachons a l’ennemi son dernier abrì! Suivez votre generale”. – Il valoroso Forey si slanciò alla testa dei suoi contro la posizione nemica. Il Cimitero fu investito con slancio furioso ed il terreno venne seminato di morti e feriti – primo a cadere mortalmente colpito fu il generale di brigata Beuret; ma niente arrestò la foga degli assalitori che, scavalcato il muro del Cimitero investirono il nemico colla punta della baionetta menandone strage.
Alle ore sei e mezzo il nemico era in rotta precipitosa verso Casteggio, inseguito alle reni per buon tratto di via. La vittoria di Montebello, nella quale la 1a divisione comandata dal prode generale Forey si copriva di gloria, inaugurava brillantemente la campagna che doveva procedere di vittoria in vittoria.
In questo combattimento anche le brave truppe piemontesi comandate dal valoroso De Sonnaz ebbero la loro parte di gloria.

Il 4 di giugno a Magenta e a Ponte Vecchio si decideva delle sorti di quella memoranda giornata.
Avanti e dentro Magenta il combattimento fu accanito oltre ogni credere. Gli austriaci vi avevano concentrate tutte le truppe del loro centro lasciando la sola brigata Rammindz in riserva. Le truppe degli alleati fecero sforzi i più eroici per sloggiarli; i loro soldati caddero sotto il fuoco violento dei ripetuti contrattacchi. Nel momento il più caldo e decisivo il generale d’artiglieria Auger ebbe un’ispirazione felice; seguendo il movimento dell’estrema destra riuscì a piantare, un dopo l’altro, 42 pezzi d’artiglieria sull’argine della ferrovia ed il loro fuoco a mitraglia fece orribili vuoti nelle file nemiche, e portò lo sgomento nelle brigate del 1° 2° 7° e 3° corpo che combattevano unite: i francesi e due battaglioni di bersaglieri italiani si slanciarono con impeto irresistibile contro il nemico che non resse all’urto tremendo, si ruppe e si dette alla fuga. Alle 8 di sera le truppe francesi entrarono a Magenta. Gli austriaci vi perdettero due bandiere, quattro cannoni e circa quindicimila uomini fra morti, feriti e prigionieri.
La vittoria di Magenta ebbe per immediata conseguenza non solo la sollevazione di Milano e di tutta la Lombardia, ma pur quella dei Ducati e delle legazioni pontificie.
Il giorno 8 di giugno, dopo un accanito combattimento di tre ore i francesi sloggiarono gli austriaci, comandati dal Principe di Sassonia ed occuparono Melegnano.
Il giorno 10 gli austriaci sgombrando Lodi batterono in piena ritirata sulla sinistra dell’Oglio.
Il giorno 16 occupate forti posizioni dietro il Chiese attesero di piè fermo gli alleati. Lonato e Castiglione furono i due punti salienti sui quali la linea spiegò la sua azione.
L’imperatore Napoleone e Vittorio Emanuele conosciuta la ritirata dei nemici nell’interno del quadrilatero ordinavano il passaggio del Chiese e l’occupazione delle ultime colline che tra questo fiume e il Mincio rannodano la grande catena delle Alpi alla pianura Lombarda.
Il giorno 23 al Maresciallo Mac-Mahon venne ordinato di fare ricognizioni generali tra il fronte dell’esercito e il Mincio.
Intanto all’imperatore Francesco Giuseppe giunsero grandi rinforzi: cambia, perciò, tattica e risolve di prendere l’offensiva. Divise le sue forze in due grossi corpi di armata, il 23 passava il Mincio sopra 11 ponti gettati fra Peschiera e Goito, spingendo avanti forti ricognizioni, onde conoscere al giusto le posizioni degli alleati.
Dalla situazione dei belligeranti è provato che gli austriaci portavano in campo nell’imminente battaglia 150 mila fanti, 13 mila cavalli e 688 pezzi di cannone, mentre gli alleati mettevano in linea 140 mila fanti, 15 mila cavalli e 522 pezzi d’artiglieria.
Il giorno 24 i due eserciti si pongono in marcia l’uno verso l’altro, senza sapere che andavano rispettivamente ad urtare il grosso del nemico.
Il Maresciallo Baraguay partito alle tre del mattino per la strada di montagna che va da Esenta su Solferino, trovava i posti di Fontana e le Grotte occupati dagli austriaci e impegnava un accanito combattimento.
Il Maresciallo Mac-Mahon, che si era messo in marcia alle due e mezzo antimeridiane per la gran strada che da Castiglione va a Mantova, a cinque chilometri dal primo villaggio, vedeva il 7° cacciatori a cavallo incontrare gli avamposti del nono corpo austriaco, che aveva occupato casa Merini.
Il Maresciallo fece prendere dai suoi immediatamente casa Merini e se ne servì di base per lo spiegamento delle sue forze.
Così avvenne di tutti gli altri corpi in marcia, i quali si urtarono contro il nemico pure in marcia.
L’imperatore Napoleone ai primi colpi di cannone era montato a cavallo e senza indugio diede gli ordini per la battaglia.
Per descrivere le vicende di quel sanguinoso e memorabile combattimento, il più glorioso che ebbe a sostenere la Francia dopo la battaglia di Marengo ci vorrebbe un volume.
A Solferino l’esercito francese si coprì di gloria.

L’armata Sarda secondo gli ordini ricevuti da Vittorio Emanuele doveva portarsi il 24 a Pozzolengo. Il quartiere generale ordinava alla 1a 3a e 5a divisione di esplorare il terreno con cura, mediante numerose ricognizioni. In conseguenza la brigata granatieri della 1a divisione, postasi in moto alle 4 del mattino, era preceduta da un battaglione di bersaglieri, uno di fanteria, uno squadrone di cavalleggeri d’Alessandria ed una sezione d’artiglieria; la 3a divisione aveva spinto quattro ricognizioni sulla strada che costeggia il Lago e la ferrovia; la 5a inviò il suo capo di Stato Maggiore Colonnello Cadorna con l’8° bersaglieri, un battaglione dell’11°, una sezione d’artiglieria ed uno squadrone cavalleggeri di Saluzzo per la strada Sugana nella direzione di Pozzolengo.
La ricognizione della 1a divisione che costituiva la destra dell’esercito Sardo, incontrati gli avamposti austriaci in Val di Quadri, attaccò il nemico, ma essendo questi in forze assai superiori dovette retrocedere fino verso Fenile Vecchio per ricongiungersi al grosso della divisione. Questa si slanciò sulla posizione austriaca e se ne impossessò; ma gli austriaci rinforzati gagliardamente tornarono alla carica e vi fu un momento in cui i granatieri Sardi furono per essere sopraffatti, ma l’arrivo della brigata Savoia li salvò. Sulle alture di Monte Polperi l’arrivo di nuovi rinforzi rende il combattimento ostinato, micidiale; nè Piemontesi nè austriaci, guadagnano terreno, ma infine gli austriaci sono obbligati alla ritirata, e La Marmora fa avanzare i suoi che occuparono Madonna della Scoperta; là vi ricevè il rinforzo della brigata Piemonte e si mette in marcia per Pozzolengo.
Il Colonnello Cadorna della 5a divisione avanzandosi per la strada Sugana incontra alle cascine di Ponticello gli avamposti del corpo di Benedeck; per rendersi conto della loro forza spiegò immediatamente le sue poche truppe, mandando ad avvisare il generale Mollard onde accelerasse la marcia. Gli austriaci, che erano in forze preponderanti, accettarono la sfida e, malgrado la resistenza eroica delle poche truppe che loro stanno di fronte, riescirono ad impadronirsi delle alture della Casetta e S. Martino occupandole solidamente. Alle 10 del mattino il generale Mollard vedendo sboccare la brigata Cuneo la spiegò in due linee fra la strada Sugana e Casa Nuova e procedè all’assalto. Il 7° e l’8° reggimento si slanciarono alla baionetta sostenuti dal fuoco di una batteria e da alcune cariche dei cavalleggeri di Monferrato, giungono due volte sul culmine dell’altura, ma non riescono a scacciarvi il nemico che la tiene solidamente e sono costretti alla fine di ritirarsi, protetti dalle batterie della sopraggiunta divisione Cucchiari; la brigata Acqui si portò anche essa in linea e tutte queste truppe si precipitarono sotto una pioggia di fuoco all’assalto di S. Martino e se ne rendono padroni; ma Benedeck lanciò le sue riserve intatte sul fronte e sul fianco dei Piemontesi; ed è allora che la 5a divisione mitragliata a pochi passi, contrattaccata vivamente, balena e non trovandosi sostenuta fu costretta a ripiegare e a retrocedere in buon ordine fino a mezza strada di Rivoltella. Il generale Mollard ridotto alle sole sue forze prende posizione alla Cascina di Retinella colla brigata Pinerolo in prima linea e vi si tiene.
Intanto il generale Fanti – riserva generale dell’armata Sarda – era stata inoltrata secondo gli ordini imperiali verso Solferino, ma alle 12 le altre tre divisioni strette seriamente da Benedeck con grandi forze, domandando rinforzi, il Re Vittorio Emanuele dava l’ordine di spedire la brigata Piemonte a Madonna dello Scoperto, ove La Marmora avrebbe preso il comando superiore, mentre la brigata Aosta, col quartier generale, si sarebbe rivolto a S. Martino.
All’arrivo della brigata Aosta, il generale Mollard, che era l’anima di tutti i movimenti offensivi, la formò su due linee colla sinistra alla ferrovia; la brigata Pinerolo si collocò alla sua diritta identicamente disposta, aggregandosi il 7° reggimento, mentre l’8° stava in riserva. Il punto di direzione di queste truppe è la Contracania, mentre sei compagnie con due pezzi di cannone si volgono sulla sinistra austriaca dietro le alture di S. Girolamo. Appena fosse giunta in linea la 5a divisione era dato ordine di cominciare l’attacco generale. Ma in quel punto scoppiò un forte uragano che obbligò la sospensione di qualunque operazione.
Fin dalle prime ore del mattino(55) si combatteva con gran valore e con straordinario accanimento – erano le sette di sera e per quanti sforzi eroici si fossero fatti dai nostri non si era potuto sloggiare il nemico dalle alture di S. Martino, da dove opponeva indomita resistenza. – Molte erano state le perdite. Vi era rimasto ucciso il colonnello Rovetta e il Maggior Bosio del 6° reggimento: feriti il generale Cerale, il generale Arnaldi, il colonnello Vialardi del 5°, il Colonnello del 6°, i maggiori Polastri, Botteri e molti altri ufficiali.
Cessato l’uragano fu deciso di fare uno sforzo supremo con un assalto generale per strappare al nemico il possesso di posizioni con tanto accanimento disputate; il piano concepito stava per essere posto in esecuzione con quella simultaneità da cui solo potevasi sperare vittoria.
Il 14° era all’estrema destra, poi verso sinistra veniva il 7°, indi Aosta, poscia Casale, e un battaglione dell’8°, in ultima Acqui. L’8° battaglione bersaglieri col 14°, il 1° con Aosta, il 5° col 17°.
Cerale, che quantunque ferito non si ritirava dall’azione, domandava al generale Mollard aiuto di artiglieria e tosto venti pezzi erano condotti dal valente maggiore Revel e posti in buona posizione.
Appena le truppe si posero in movimento, un fracasso assordante delle artiglierie che battevano di fronte e di fianco, avvertiva il nemico che i nostri stavano per piombargli addosso. Centinaia di tamburi battevano la carica, le trombe dei bersaglieri la suonavano ai punti estremi ed al centro; un urrah generale scoppiava da un punto all’altro delle colonne convergenti che, a baionetta spianata(56), si slanciavano sulla posizione e ne toccavano la cima. I generali, gli ufficiali, tutti alla testa dei loro soldati, incuoravanli col grido “Avanti, avanti”. Il nemico ne fu scosso, non sostenne l’urto tremendo, cominciò ad oscillare ed infine voltate le spalle si diede alla fuga; e allora l’Avogadro, comandante il 2° squadrone di cavalleria, collo assenso del colonnello Ricotti lo assalì con carica brillantissima, lo sbaragliò e lo pose in rotta disordinata verso Pozzolengo, lasciando nelle nostre mani numerosi prigionieri.
Il combattimento aveva durato dalle sette del mattino fino alle nove di sera: quattordici ore! fu uno dei più lunghi ed ostinati combattimenti che gli annali delle battaglie ricordino.
Trofei della vittoria furono cinque cannoni, non pochi prigionieri, fra cui parecchi ufficiali.
Così la sera del 24 giugno prendeva posto, tra le glorie dell’esercito, la battaglia di S. Martino.
La memorabile giornata del 24 fu chiamata di Solferino e S. Martino dal nome dei luoghi sui quali ne venne deciso l’esito.
Le truppe alleate hanno dovunque combattuto con grandissimo valore. I Piemontesi si diportarono in modo degno di grande lode, dacchè è certo che le loro 3 divisioni 1a 3a 5a hanno avuto a fronte 7 brigate austriache, quasi un terzo di forze superiori; e, quel che è peggio, situate in ottime posizioni difensive.
Bella la vittoria di S. Martino – tale da rendere immortali quanti vi presero parte. – Molti furono gli atti di supremo valore che meriterebbero di essere qui ricordati. Ma per farlo non basterebbe un intero volume. Merita di essere segnalato quello di un valoroso giovane tenente Besozzi Giuseppe, ufficiale d’ordinanza del colonnello comandante il 17° reggimento: questo bravo, quantunque ferito due volte gravemente, con ferrea volontà, con sforzo sovrumano volle continuare il suo servizio – e resistette per tutto il tempo che durò il combattimento; solo acconsentì a farsi medicare quando cambiata la linea del suo reggimento non trovossi più esposto al fuoco nemico.
Questo valoroso veniva decorato colla croce dell’ordine militare di Savoia e portato all’ordine del giorno dell’esercito.
Dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino, Napoleone III emetteva il seguente ordine del giorno:

Soldati!

“Noi abbiamo preso tre bandiere, trenta cannoni e seimila prigionieri. L’esercito Sardo ha lottato con grande valore contro forze superiori. Esso è degno di marciare al vostro fianco. Soldati! tanto sangue versato non sarà inutile per la gloria della Francia e dell’Italia e per la felicità dei popoli”.

Napoleone.

Mentre l’Urban, lasciata una forte retroguardia a Varese, contromarciava col grosso della sua divisione su Gallarate diretto al Ticino, Garibaldi ignaro di questa improvisa(57) ritirata, levato nel tempo stesso il suo campo da Induno, per Arcisate, Rodero, Casanova arrivava a Como fra il tripudio di quella cittadinanza che da quattro giorni paventava di rivedere ad ogni istante gli austriaci.
La vittoria delle armi alleate spalancava loro le porte di Milano, mentre gli austriaci erano obbligati a ritirarsi precipitosamente.
Quest’avvenimento fortunato ebbe per immediata conseguenza non solo la liberazione della Lombardia ma la sollevazione dei ducati, delle Legazioni e dell’Umbria.

Nel giorno 20 di giugno una forte colonna di soldati svizzeri al soldo del Papa, partiti da Roma assaliva Perugia che si era ribellata al governo papale. La patriottica città, quantunque la gran parte della gioventù fosse in Lombardia a combattere con Vittorio Emanuele e con Garibaldi, oppose una valorosissima resistenza, dapprima dall’alto delle mura, poi nelle contrade, combattendo corpo a corpo, cedendo il terreno alle forze soverchianti palmo a palmo, finchè, i bravi Perugini sopraffatti(58) dovettero cedere. I vincitori, satelliti della tirannide vaticana, inferociti per la resistenza incontrata, si vendicarono mettendo a saccheggio la città, seminando strage, non rispettando neppure gli inermi e le donne; la strage di Perugia perpetrata da armati al soldo del Papa andrà alla storia come fatto esecrando.

Ventiquattro ore dopo la battaglia di Magenta l’intero esercito austriaco era in ritirata sull’Adda; le avanguardie degli alleati entravano in Milano, ed anche il piccolo corpo dei cacciatori delle Alpi poteva proseguire la sua marcia fortunosa.
Il 4 e 5 giugno Garibaldi li impiegò a riordinare le sue forze, a chiamare nuovi volontari, perlustrare in tutti i sensi le strade circostanti, e lanciare scorridori che si spinsero fin presso le porte di Milano.
Dal 5 al 6 s’imbarcava con tutta la sua brigata, meno alcune compagnie lasciate a Como, alla volta di Lecco e nel giorno in cui l’esercito alleato varcava il Ticino, egli toccava la destra sponda dell’Adda. Non vi si fermò a lungo; chè il dì appresso tenendo sempre ai monti ripigliò la marcia per Caprino e Almeno.
Mentre Garibaldi era in via per Caprino e Almeno, accompagnati da una lettera di Cavour si presentarono al generale Garibaldi, Turr e Teleki, ambedue colonnelli nell’esercito della libera Ungheria, che nel 1849 combattè strenuamente contro l’Austria.
Il generale accolse i due valorosi magiari come fratelli e da quel giorno quei bravi seguirono Garibaldi con vera devozione.
Alle ore tre di mattino del 7 la brigata dei cacciatori delle Alpi con alla testa il suo generale passava il Brembo sul ponte S. Salvatore e per la strada occidentale del monte Luvrida riusciva a Voltezza, ed a passo di carica scendeva in Bergamo.
Vi arrivava però troppo tardi, chè il nemico, erasi precipitosamente ritirato. Garibaldi pensò immediatamente d’inseguire i fuggenti sulla strada di Crema, ma appena incominciata la marcia venne informato che un corpo d’austriaci stava per arrivare in ferrovia per portare rinforzo al presidio. Richiamò in fretta la brigata dalla strada di Crema, distribuì e rimpiattò i suoi cacciatori alla stazione e nei dintorni, in modo che il nemico non potesse scappargli; senonchè a pochi passi da Seriate(59) uno spione avvisò la colonna viaggiante che i Garibaldini erano a Bergamo; il comandante austriaco fatto fermare il treno, fece smontare le truppe, e protetto da fiancheggiatori e da esploratori s’inoltrò con tutta cautela verso la città, ove sarebbe stato ben accolto; ma il Bronzetti inviato con due compagnie per la strada di Seriate(60) lo incontrò, e, senza contare i nemici, li assalì con impetuoso ardimento, lo arrestò, lo sbaragliò costringendolo a riprendere in fretta la vaporiera.
In quel giorno i sovrani entravano nella capitale Lombarda; e Garibaldi era chiamato in Milano da Vittorio Emanuele. Le accoglienze fatte al comandante dei cacciatori delle Alpi furono degne del grande animo del Re, e caldi gli elogi a lui ed ai suoi compagni.
Intanto il generale Urban fin dal giorno 7 si era accampato sull’Adda, nei dintorni di Vaprio e vi si era trincerato. Era questa una posizione forte; ma, dopo l’entrata di Garibaldi a, Bergamo, la sua importanza era di molto(61) diminuita perchè poteva essere minacciata di fronte e di fianco. Sarebbe bastato che il generale Cialdini, il quale formava l’avanguardia del nostro esercito, si fosse affrettato verso l’Adda, e il generale Garibaldi fosse calato, con mossa combinata, da Bergamo, perchè quella divisione nemica fosse inevitabilmente disfatta. Quali frutti non si sarebbero colti da questa semplicissima manovra!
La rotta di Vaprio avrebbe precipitato la ritirata dell’esercito austriaco più della rotta di Magenta; gli alleati avrebbero potuto marciare senza intoppi e con celerità, e, arrivando molto prima nella destra del Mincio, avrebbero troncato a mezzo il concentramento nemico.
Per questo mancato accordo del generale Cialdini con Garibaldi, l’Urban potè restare impunemente tre giorni sull’Adda, e per altrettanti Garibaldi indugiarsi a Bergamo.
La mattina dell’11 giugno l’Urban lasciava Vaprio ritirandosi per la via di Crema, e la sera del giorno stesso Garibaldi, abbandonato Bergamo, si mise in marcia per Martinengo alla volta di Brescia; il 12 riprendeva il cammino per Palazzolo, da dove passava a Polasco, mentre l’Urban con la sua divisione si trovava a Pontoglio(62).
Chi nel giorno 13 giugno avesse potuto guardare a volo d’uccello sulla terra Lombarda vi avrebbe scorto: l’imperatore Napoleone colla sua guardia imperiale a Gorgonzola, il re Vittorio Emanuele a Vimercate(63) in mossa per Palazzolo, la più avanzata sinistra degli scaglioni francesi a Treviglio sulla sinistra dell’Adda, il più avanzato scaglione piemontese a Romano sulla sinistra del Serio, lo scaglione austriaco più vicino, divisione Urban, a Pontoglio e Garibaldi marciare coi suoi cacciatori da Palazzolo a Brescia; marcia pericolosa perchè fatta su strada parallela a quella del nemico, quattro volte più forte, e minacciante sul fianco. Ma il generale destreggiandosi con grande avvedutezza, facendo uso delle poche guide, comparendo or quà or là su tutti i punti della linea nemica, spingendo a marcia forzata i cacciatori delle Alpi, affranti ma non domi, all’alba del 14 si trovava già alle porte di Brescia, la quale, incitata da infuocate parole dell’illustre patriota Giuseppe Zanardelli, non aveva atteso neghittosa l’arrivo del corpo liberatore, ma era già tutto pronto per dare a colui che li emancipava potente aiuto. Dopo l’entrata in Brescia accolto dalla popolazione delirante, Garibaldi cessava di godere di quella indipendenza che era il principale fattore dei suoi successi.

Mentre i cacciatori dello Alpi eransi fermati nella sera del 14 di giugno per pernottare a S. Eufemia a due chilometri circa da Brescia, il generale Garibaldi riceveva nella notte stessa un ordine dal quartier generale espresso in questi termini: “S. M. il Re desidera, che domattina ella porti la sua divisione su Lonato, dove sarà raggiunto dalla divisione di cavalleria comandata dal generale Sambuy composta di quattro reggimenti di cavalleria di linea, con due batterie a cavallo”.

Generale Della Rocca.

Ebbe anche l’ordine il generale di ristabilire il ponte del Bettoletto sul Chiese a monte del ponte di S. Marco.
Sul fare dell’alba del 15 Garibaldi lasciata una compagnia a S. Eufemia, e fatto perlustrare tutto intorno il paese si pose in marcia. Giunto a Rezzatto e non avendo notizia della divisione di cavalleria che doveva seguire, fermò la colonna e mandò al Re, a mezzo del tenente Trecchi, un rapporto scritto col quale informava che, quantunque avesse sul fianco destro la divisione Urban pure egli procedeva avanti per eseguire gli ordini ricevuti. Infatti pattuglie delle guide a cavallo avevano rapportato che avamposti nemici stavano sulla strada tra Rezzato-Castenedolo e Villa-Boffalora. Per non lasciarsi dietro al suo fianco destro truppe nemiche sì prossime, scaglionò i suoi sei battaglioni nel modo seguente. Due del 1° reggimento agli ordini di Cosenz, dietro le case Carbone in Tre Ponti; un battaglione del 2° con una squadra di carabinieri genovesi sotto il comando di Medici, in Bettola di Ciliverghe, dove la strada da Brescia a Lonato si biforca, l’una sul ponte di S. Marco, l’altra a sinistra sul ponte del Bettoletto; l’altro battaglione del 2° reggimento, e i due del 3° coll’artiglieria e con i rimanenti carabinieri genovesi Garibaldi stesso li condusse in persona al ponte del Bettoletto; al colonnello Turr addetto al suo Stato Maggiore il generale ordinava di occupare con due compagnie del 1° reggimento lo sbocco di Tre Ponti verso Castenedolo e nel tempo stesso riconoscere bene il nemico; a tutti Garibaldi raccomandava di difendere ad ogni costo la strada da Rezzato a Tre Ponti e Bettola di Ciliverghe aspettando l’arrivo della divisione di cavalleria piemontese; mandò il capitano Corte del suo Stato Maggiore ad avvisare Cialdini che era sul Mella, della sua mossa e si mise senz’altro per la via di Molinetto. Intanto il generale Rupprecht, che colla sua brigata formava l’avanguardia della divisione Urban dal Mella al Chiese, mandava ricognizioni sulla strada tra Rezzato, Tre Ponti e Bettola-Ciliverghe, mentre si portava col grosso a Castenedolo.
Per far fronte al nemico e rigettarlo come aveva ordinato il generale Garibaldi, Medici fece costrurre una barricata al biforcamento della strada Brescia-Bettola-Ciliverghe appoggiata alla Cascina Lana che occupò militarmente; pose tre compagnie nel Cimitero di Ciliverghe(64) munendo i muri di feritoie. Cosenz dal suo canto fece occupare Osteria di Rezzato, casa Bassalini che sta a destra della strada bresciana a capo del sentiero di Tre Ponti, munendo i muri di feritoie, lasciando in riserva il primo battaglione. Così la difesa era ordinata col fronte a Castenedolo, la destra a Osteria di Rezzato, il Centro a Tre Ponti, la sinistra a Bettola-Ciliverghe.
Una ricognizione nemica si spinse stendendo la sua catena di cacciatori fin sotto il giardino di casa Bassalini; e fu presto respinta. Alle otto di mattina il nemico molto rinforzato si avanzò a destra e a sinistra del canale Lupo, con forti riserve nelle cascine Chizzola e Chidone fra Tre Ponti e la strada ferrata. Il colonnello Cosenz deliberò di opporre attacco ad attacco; il colonnello Turr si recava di persona a Rezzato e dava ordine al comandante della compagnia posta all’Osteria di mandare una parte dei suoi uomini per un sentiero traversale in forma di testa di colonna che accennasse a girare la sinistra della catena nemica.
Ciò fatto Turr raggiunse Cosenz il quale, spinte due compagnie da casa Bassalini a risoluto attacco di fronte, costringeva il nemico a ripiegare; e tanto fu l’ardore dei nostri da riuscire a sloggiare il nemico anche dalle due cascine Chizzola e Chidone, ed occupare l’argine della strada ferrata e il ponticello sul Lupo.
I nostri, rinforzati da una compagnia del Bronzetti e da altra del Lipari, non si arrestarono, assalirono il cascinone chiamato Fenile-Ospitale e, sebbene fortemente difeso, riuscirono a cacciarne il nemico e l’occuparono.
In questo frattempo il capitano Croce, che calla sua compagnia formava l’ala spinta più avanti della estrema nostra sinistra scoprì molte forze nemiche ammassarsi sulle alture di Castenedolo; avvisatone Cosenz, questi riconoscendo di non essere in numero da potere assalire la intera brigata Rupprecht, fece suonare l’alto e l’assemblea a sinistra per prepararsi a ricevere l’urto nemico. Ma il colonnello Turr riunite quel che potè di forze, e chiamando a sè la restante debole riserva, deliberò di assalire il nemico sul roccolo che prende nome da S. Giacomo e fece suonare la carica; udito questo segnale il Cosenz, per non produrre un movimento slegato nella sua linea fece esso pure suonare la carica. I nostri si avanzarono arditamente fin presso alla falda del poggio di Castenedolo; ma il nemico suonata a sua volta la carica su tutta la linea si rovesciò imponente di forze su quelle scarse dei cacciatori delle Alpi che, minacciati di aggiramento, dovettero ripiegare. Nel tempo stesso il colonnello Turr spinse arditamente alla carica i suoi, ma il fuoco micidiale dei nemici che coronavano il roccolo boscoso li arrestò sul ponte S. Giacomo; qui il Turr avanti a tutti comandava a voce sonora… “Passo di carica, avanti…” allorchè una palla gli trapassava il braccio sinistro poco sotto la scapola; non si arrestò per questo il bravo soldato ma seguitò a comandare e incoraggiare i militi allo assalto. Ma il nemico, numeroso assai, dalla forte posizione seminava la morte; a fianco di Turr, colpito da una palla alla gola cadeva il tenente Gradenigo; nel medesimo istante era colpito mortalmente il Bronzetti e, al sergente Gnocchi che lo sorreggeva, una palla gli traversava l’omero. Non era possibile più sostenersi e i nostri dovettero ripiegare.
Ma il Cosenz non si sconfortava; formata dalla prima compagnia e dai resti di altre che potè raccogliere una piccola colonna comandata dal tenente Martini, la spinse avanti per la via di mezzo, e sostenuta da un distaccamento guidato dal tenente Mancini per un sentiero di destra, e da altro simile affidato al tenente Logarbo che lo condusse a sinistra celato fra le boscaglie, riprendeva l’offensiva.
Giungeva in quel punto il generale Garibaldi coi bravi carabinieri genovesi e con altri valorosi; arrivavano pure in quel mentre tre compagnie del Medici, e dirette da Garibaldi stesso si spinsero ad un furioso attacco in aiuto del Cosenz; la lotta per alcun tempo fu accanita e micidiale, già il nemico balenava e cedeva terreno quando comparvero le prime avanguardie del Cialdini mandato in soccorso del Re; si poteva ben sperare di prendere fra due fuochi il nemico e distruggerlo, ma questo si affrettò a battere in ritirata lasciando i nostri padroni del campo di battaglia seminato di morti. Fu quella dei Tre Ponti una giornata ben calda; anche i garibaldini ebbero perdite gravi: centoventi feriti, fra i quali molti ufficiali e sott’ufficiali alla testa delle loro squadre; fra questi l’Elia del seguito del generale Garibaldi ed il Carbone dei carabinieri genovesi; più del quinto degli ufficiali che presero parte all’azione vi rimasero feriti. Grandi lodi meritarono prima d’altri il Cosenz, e il Turr, il capitano Bronzetti e il tenente Gradenigo, il maggiore Lipari i capitani Pesce e Rosaguti, i tenenti Mancini, Logarbo, Martini, Specchi, Pea, Ribolla, Spettini, ed i furieri Pedotti, Torre e Torchi, portati all’ordine del giorno e proposti per la medaglia al valore militare.
Il giorno 16 il generale Lamarmora si recava a trovar Garibaldi a Nuvolento – i due generali si stimavano a vicenda, e certo devono avere parlato sulle mosse ulteriori della guerra.
Il 17 Garibaldi mandava a Turr che era a Brescia a curarsi la ferita la seguente lettera:

Carissimo amico,

“Il sangue Magiaro si è versato per l’Italia, e la fratellanza che deve rannodare i due popoli nell’avvenire, è aumentata: quel sangue doveva essere il vostro, quello di un prode! Io sarò privo di un valoroso compagno d’armi per qualche tempo e d’un amico, ma spero rivedervi presto sano al mio lato, per ricondurre i nostri giovani soldati alla vittoria. Sarei fortunato in qualunque circostanza di potervi valere, e non avete che a comandarmi”.

Vostro

G. Garibaldi

Alla sera di quel giorno la brigata con Garibaldi entrava in Gavardo fra le acclamazioni della popolazione. La mattina del 18 all’alba Bixio, come all’ordine avuto, occupava Salò.
La mattina del 20 la brigata col generale a capo si metteva in marcia. Un ordine del Comando generale portava che i cacciatori delle Alpi senza indugio si recassero ad occupare la Valtellina.
Il 26 la brigata bivaccava a Pontida e a sera arrivava a Lecco; così il generale si approssimava alla meta designatagli, la Valtellina, preceduto buon tratto avanti dal colonnello Medici. Lecco, costeggiando il lago, mena a Colico e, continuando nella Valtellina, va per lo Stelvio al Tirolo austriaco.
La Valtellina incomincia dalla foce dell’Adda nel lago di Como e si prolunga, incassata fra altissimi monti, le cui inaccessibili punte piramidali vanno a congiungersi colle altre pure altissime dello Stelvio.
Il basso fondo della valle è così stretto da non lasciare altro spazio che al corso rapidissimo dell’Adda e ad un’unica strada carreggiabile che la costeggia fino a piccola distanza da Bormio, ove volge a sinistra per salire allo Stelvio.
Bormio, ora poco popolato, fu un punto importante cinto di fortificazioni, avanzo delle quali sono le sue antichissime torri.
Da Bormio incomincia una strada tortuosa tagliata lungo il fianco del monte Cristallo; verso la sommità si trova la fortissima posizione della Cima di Sponda Lunga che gli austriaci tenevano chiusa con doppie palizzate e con parapetti, oltre a due fortini all’estremità, armati di più pezzi per battere di fianco e di fronte il sottoposto stradale, nei cui ponti e gallerie vi avevano praticato delle mine. Trincerati in tale inespugnabile posizione gli austriaci vi possedevano la chiave dell’unica comunicazione della Valtellina all’Alto Tirolo.
Il generale Cialdini avendo assunto l’incarico della difesa delle Valli limitrofe al Tirolo aveva concentrato il nerbo delle sue forze in Valcamonica e come principale punto lo stretto di Breno che mise tosto in stato di difesa.
A Garibaldi era dato l’incarico d’impedire la discesa in Lombardia di masse nemiche dal Tirolo. Importava prima di tutto impadronirsi delle gallerie soprastanti alla strada dello Stelvio, per frapporre un ostacolo inespugnabile alla minacciata invasione. Necessitava quindi conquistare la sommità dello Stelvio onde far nostro lo sbocco alla valle dell’Adige.
Questo compito era affidato al colonnello Medici, che precedeva la brigata comandata da Garibaldi, il quale aveva formato una colonna di ottocento combattenti con volontari che il maggiore Fanti, il capitano Bassini ed il tenente Bottini avevano arruolati ed armati alla meglio.
Il giorno 25 giugno Medici diede ordine al tenente Zambelli, comandante una compagnia di volontari Valtellinesi, di occupare il ponte del Diavolo come estremo avamposto, e la seconda linea di Prese-Mondadizza e Balladore, mentre faceva avanzare le altre truppe su Mazzo, Grosetto e Grosio, e si assicurava i fianchi con un distaccamento in Val Grosina, ed un altro alla sommità(65) del Monte Mortirolo che comunica colla Val Camonica.
Il giorno 26 mentre Medici erasi recato ad ispezionare l’estremo avamposto, questo venne di sorpresa attaccato. I pochi ma valorosi Valtellinesi si ritiravano calmi e combattendo, ma arrestati dal Medici in una forte posizione a cavallo della strada, quel pugno d’uomini per oltre un’ora oppose valida resistenza, finchè raggiunto da altra compagnia di Valtellinesi comandati dal capitano Strambio gli austriaci furano costretti a ritirarsi.
Il colonnello Medici visto che la scelta del ponte del Diavolo per estrema linea di difesa era stata poco abile, si spinse ad occupare l’indomani S. Antonio di Morigone e fattevi erigere alcune opere di fortificazione si mise in grado di potersi vantaggiosamente sostenere fino allo arrivo di Garibaldi col grosso delle forze.
Frattanto il generale Garibaldi colla brigata sbarcava a Colico il 27 giugno e proseguiva fino a Tirano, dove seppe che il generale Cialdini dovendo ripiegare su Brescia, incaricava lui della difesa degli sbocchi dello Stelvio, Tonale e Caffaro con Rocca d’Anfo, in conseguenza di che il generale affidava al Medici, col secondo reggimento, con un battaglione del terzo comandato da Bixio, colla compagnia carabinieri genovesi comandata dal tenente Chiassi, con una sezione d’artiglieria ed un distaccamento del Genio, la difesa dell’Alta Valtellina, mentre Garibaldi scaglionava in dietro il resto dei cacciatori delle Alpi.
Il 1° luglio una deputazione di Bormio avvertiva Medici che quel municipio aveva ricevuto l’intimazione di provvedere una forte somma di denaro, viveri e bestiame agli austriaci.
Il 3 luglio il Medici si spingeva avanti per lo stradale e per le alture laterali. Giunto a Ceppina fece occupare a sinistra il monte Oga, ed a destra le alture di Piazza e Ratta che si stendono verso Bormio. Dopo di che fece avanzare due compagnie ad occupare il ponte di S. Lucia.
Il distaccamento austriaco che si trovava in Bormio per l’intimata requisizione, strepitava contro il Municipio che ritardava la consegna; ma intanto due compagnie agli ordini del maggiore Fanti si avanzavano su Bormio il che fece decidere gli austriaci a darsi a precipitosa fuga. A mezzogiorno Bormio era salva.
La mattina seguente Medici disponeva un attacco simultaneo da Bormio e da Ceppina; tosto che vide le due colonne in marcia, il nemico si ritirava dai Bagni Nuovi sui Bagni Vecchi, dando fuoco alle mine, per cui in un istante si vide cadere il magnifico ponte della galleria.
Il Medici diè ordine di occupare i Bagni Nuovi; s’impegnò una viva fucilata fra i due stabilimenti. Garibaldi giunto in quel momento, 3 luglio, si portò sul luogo del combattimento; la resistenza degli austriaci durava ostinatissima; ma sul fare della sera, presi di fianco da un distaccamento, asceso a sinistra fino a metà del monte delle Scale, e minacciati alle spalle da altro distaccamento disceso dalle Torri di Fraele, il nemico battè in ritirata dando fuoco alle mine delle altre gallerie, ma senza molto successo.
Al Medici importava scacciare il nemico al di là dello Stelvio. Con questo intendimento dava le seguenti disposizioni. Il maggiore Bixio colle forze di cui disponeva, più la compagnia del genio, doveva dalle alture di Piatta-Martina avanzarsi fin oltre a Val Vitelli per minacciare l’estrema sinistra nemica fortificata a Cima di Sponda Lunga, e così con un finto attacco distrarre l’attenzione del nemico dalla sua destra.
Il capitano Bosisio, doveva la mattina dell’8 impadronirsi delle vette del monte Pedenello con trecento uomini scelti del secondo reggimento; il tenente Croft con circa cento carabinieri doveva mostrarsi a tempo opportuno sull’altura che domina la quarta Cantoniera bersagliando il nemico alle spalle; il Bosisio doveva assalire con vigore dalla nostra sinistra il nemico, minacciargli la ritirata e rendere possibile un assalto di fronte; sulla strada dello Stelvio nelle gallerie, tra la prima e la seconda Cantoniera, era disposto un battaglione in colonna d’attacco agli ordini del maggiore Sacchi rinforzato da pochi pezzi d’artiglieria che a gran stento eransi potuti trascinar fin lassù.
Come alle istruzioni avute la mattina dell’8 Bixio riusciva ad occupare la posizione che minacciava la sinistra nemica; gli austriaci aprivano un fuoco vivissimo colle eccellenti loro carabine, alle quali solo i carabinieri potevano rispondere. Nonostante Bixio si mantenne nella posizione finchè non ebbe ordine di ritirarsi.
Il nemico prevedendo un attacco aveva chiesto ed ottenuto rinforzi, tanto che in quelle formidabili posizioni vi aveva concentrato settemila uomini delle migliori truppe oltre un numero di volontari tirolesi con eccellenti carabine; per questo fatto la sorpresa di sinistra non potè riuscire perchè il Bosisio trovava già solidamente occupate le alture di Pedenollo. Del resto quello dell’8 fu un combattimento inutile, perchè in quel giorno era stato segnato l’armistizio.

Difatti dopo le vittorie di Solferino e di S. Martino l’imperatore Napoleone mandava all’imperatore d’Austria una proposta di armistizio. Il giorno 8 di luglio in seguito ad una conferenza dei commissari incaricati venivano regolate le condizioni dell’armistizio stesso.
Secondo questa convenzione la ripresa delle ostilità era fissata per il 16 di agosto.
Ma l’armistizio nel pensiero di Napoleone segnava il preludio della pace; e a tal fine mandava a chiedere un convegno all’imperatore d’Austria che lo accordava.
Il giorno 11 i due imperatori ebbero una conferenza a Villafranca, nella quale furono fissate le basi del trattato di pace, a concludere il quale fu incaricato il principe Girolamo Bonaparte.
Il 12 di luglio l’imperatore Napoleone mandava all’armata, dal suo quartier generale di Valeggio, il seguente proclama:

Soldats!

“Les bases de la paix sont arrétêes avec l’empereur d’Autriche, le but principal de la guerre est ateint, l’Italie va devenir pour la primière fois una nation.
“Une confederation de tous les Etats de l’Italie, sous la presidence honoraire du Saint-Pere, reunira en un faisceau les membres d’une même famille; la Venétia reste, il est vrai, sour le sceptre de l’Autriche: elle sera neanmois une province italienne faisant partie da la confederation.
“La réunion de la Lombardie au Piemont nous crée de ce cotè des Alpes un allié puissant qui nous devra son indipendance; les gouvernements restés en dehors du mouvement, on rappelés dans leur possessions, comprendront la necessité de réforms salutaires.
“Un amnistie générale fera disparaître les traces des discords civiles. L’Italie, desormais maitresse de ses destinées, n’aura plus qu’à s’en prendre á elle-même, si elle ne progresse pas réguliërment dans l’ordre e la libertè.
“Vous allez bientôt retourner en France, la patrie reconnaissant accuillera avec transport ses soldats qui ont porté si haut la gloire de nos armes á Montebello, á Palestro, á Turbigo, á Magenta, á Marignano, et Solferino, qui en deux mois, ont affranchi le Piémont e le Lombardie, et ne se sont arretés, que parce que la lutte allait prendre des proportions qui n’etaient plus en rapport avec les intéréts que la France avait dans cette guerre formidable.
“Soyez donc fiers de vos succés, fiers des résultats obtenus, fiers sourtout d’etre les enfents bien-aimés de cette France qui sera toujours la grande nation, tant q’elle aura un coeur pour comprendre les nobles causes et des hommes comme vous pour les défendre.

Napoleon”

Così mentre le vittorie di Solferino e di S. Martino ci dovevano schiudere i varchi all’Adige ed all’agognata conquista del Veneto, inattesa e dolorosa come una catastrofe giungeva la notizia della pace di Villafranca, che tale ormai poteva chiamarsi.

L’Italia, prima i garibaldini, accolse con vivo dolore la fatale notizia che troncava d’un colpo le più belle speranze. Ma pensandoci poi a sangue freddo, si dovette trovare che la pace fu una provvidenza. Se l’aiuto della Francia ci costò per la liberazione della Lombardia, Nizza e Savoia, che cosa altro ci avrebbe costato l’aiuto per la liberazione del Veneto? Di più avremmo veduto ingrandirsi il predominio della Francia imperiale, e forse effettuata l’idea Napoleonica della Confederazione Italica presieduta dal Papa!
Invece restava agli italiani soltanto il compito doveroso di completare l’unità della Patria, e questo dovere essi lo compirono con prudenza e con fermezza.
Un articolo del trattato di pace – quello nel quale veniva stabilito il non intervento – giovò all’unità della Patria, perchè permise alle diverse provincie sorte a libertà di proclamare coi loro plebisciti l’unione nazionale.

Verso la metà di agosto, la Toscana, la Romagna, Modena e Parma concludevano una lega, costituendo un governo dell’Italia centrale e prescegliendo come comandante supremo il generale Manfredo Fanti, e comandante in seconda il generale Giuseppe Garibaldi.
Nell’ottobre sparsasi la voce che le truppe al soldo del Papa si adunavano a Pesaro per marciare di qua della Cattolica, e che le Marche si preparavano ad una generale sollevazione, il Fanti disponeva che Garibaldi si recasse alla frontiera, per far fronte ad ogni attacco del nemico, batterlo ed inseguirlo oltre il confine, occupando le Marche.
Giunto il generale a Rimini vi stabiliva la sede del comando, volle fosse data esecuzione ad un suo disegno che avrebbe giovato all’occupazione delle Marche; quello cioè di armare alcune delle navi mercantili che si trovavano in quel porto-canale.
Furono scelte pel momento le due migliori, lo Scooner “Arimino” e “la Fenice” di proprietà del patriota Agostino Pericoli; del primo il generale diede il comando ad Andrea Rossi di Oneglia, del secondo ne fu nominato comandante Augusto Elia entrambi col grado di sotto-tenenti di Vascello dell’Italia centrale. Essi si misero all’opera senza ritardo per armare ed equipaggiare il naviglio facendo tesoro dei consigli che ad essi dava il loro amico colonnello Bixio. L’Elia intanto per ordine del generale e con l’intesa dei patrioti di Pergola, G. B. Jonni, Ginevri, Bertiboni e Bertuccioli per la via di S. Marino aveva fatto pervenire nell’Urbinate buon numero di fucili affine di promuovere un movimento insurrezionale che provocasse l’intervento di Garibaldi.
Tutto era pronto e non si attendeva che l’ordine di marciare.
Ma sorto dissidio fra i reggitori provvisori dei quattro nuovi Stati di Toscana, Romagna, Modena e Parma l’ordine ritardava. Il Ricasoli ed il Cipriani, temendo di complicare le cose nostre, decidevano di sconfessare le istruzioni date dal generale Fanti a Garibaldi; ma questi alla loro intimazione, sorretto dal patriottico ardire del Farini, rispondeva fieramente col noto telegramma – “Non ricevo ordini che dai governi riuniti”.
Al dissidio fra il Ricasoli e il Fanti essendo seguito anche quello fra il Fanti e Garibaldi; il Re Vittorio Emanuele chiamava presso di sè Garibaldi.
All’invito del Re, Garibaldi si recò subito a Torino e con lui si trattenne a lungo colloquio. – Che cosa il Re abbia raccomandato a Garibaldi non si seppe, ma si potè ben immaginare che erasi elaborato questo piano:
Se attaccato dai mercenari del Papa Garibaldi avrebbe dovuto sgominarli, inseguirli ed occupare le Marche; se le Marche fossero insorte, correre in loro soccorso. Tolto di mezzo il Fanti generale dell’esercito regio, cessava la compromessa del Piemonte; Garibaldi rappresentava la rivoluzione, e nulla si comprometteva da parte del governo, se lui fosse(66) accorso in aiuto degli insorti. Infatti Garibaldi lavorava allo scopo di incitare le Marche alla sommossa, ma queste sventuratamente non davano segno di prepararsi ad un serio movimento insurrezionale – e non potevano neppur tentarlo; basti considerare che le Marche erano occupate da imponenti forze mercenarie al soldo del Papa, e che i migliori patrioti erano stati obbligati ad esiliare; come dovette fare il conte Michele Fazioli, gonfaloniere di Ancona, che si salvò miracolosamente colla fuga da condanna di morte per avere eccitato un tentativo di sommossa.
Il Farini era d’accordo col Fanti, e, come Garibaldi, credeva alla rivoluzione nelle Marche ma voleva la mossa rivoluzionaria. Il Cipriani, reputato fautore di un movimento politico nell’Italia Centrale inteso a favorire il Principe Napoleone, chiamato davanti all’assemblea delle Romagne a dare ragione dei fatti che gli si addebitavano, si dimise; così che L. C. Farini fu chiamato al governo anche di Bologna, Ravenna e Forlì, formando lo Stato unico delle provincie dell’Emilia; la lega dell’Italia Centrale veniva così ricomposta in due Stati: Emilia e Toscana.
Garibaldi intanto persuaso da agenti e da amici che la rivoluzione era imminente, aveva fatto i preparativi per l’occupazione; e mentre al governo della Lega risultava che l’insurrezione era assolutamente priva di base, e solo fissa nella mente di pochissimi esaltati, Garibaldi mandava un telegramma al governo annunziante che la rivoluzione era scoppiata, e che egli stimava suo dovere di accorrere senza altro, come aveva preso impegno, in favore di quei patrioti.
L’animo del Farini, amante delle audaci risoluzioni e devoto a Garibaldi, avrebbe desiderato che l’asserzione della scoppiata rivoluzione fosse vera; ma le informazioni che aveva autentiche la smentivano assolutamente; ed obbligato a ricordarsi che egli era il dittatore dell’Emilia, e che era suo dovere di agire d’accordo col Ricasoli dittatore in Toscana, che ben sapeva che le Marche non erano nella possibilità d’insorgere, dava ordine al generale Fanti di richiamare Garibaldi al dovere, invitandolo a recarsi a Bologna.
Garibaldi ubbidì alla chiamata; gli si fece presente quali pericoli sarebbero derivati alla patria se egli si fosse spinto nelle Marche che non davano segno di sommossa e si cercò di strappargli la promessa che sul momento avrebbe rinunziato all’impresa.
Garibaldi nulla volle promettere, perchè aveva la certezza che le popolazioni marchigiane qualche cosa avrebbero fatto per giustificare il suo intervento.
Allora si fece di nuovo ricorso al Re Vittorio Emanuele, ed il 14 novembre Garibaldi era di nuovo chiamato a Torino.
Il 17 mattino il generale si abboccava col Re, e la sera stessa i giornali davano la notizia che Garibaldi aveva rassegnato le sue dimissioni. Infatti due giorni dopo egli ne dava l’annunzio agli italiani col suo celebre manifesto da Genova, portante la data del 19 novembre 1859.
Eccolo:

“Agli Italiani:

“Trovando, con arti subdole e continue, vincolata quella libertà d’azione che è inerente al mio grado nell’Armata dell’Italia Centrale, onde io usai sempre a conseguire lo scopo, cui mira ogni buon italiano, mi allontano per ora dal militare servizio. Il giorno in cui Vittorio Emanuele chiami un’altra volta i suoi guerrieri alla pugna per la redenzione della Patria, io ritroverò un’arma qualunque ed un posto avanti ai miei prodi commilitoni.
“La miserabile volpina politica, che turba il maestoso andamento delle cose italiane, deve persuaderci più che mai, che noi dobbiamo serrarci intorno al prode e leale soldato dell’Indipendenza Nazionale, incapace di retrocedere dal sublime e generoso suo proposito; e più che mai preparare oro e ferro per accogliere chiunque tenti tuffarci nelle antiche sciagure.

G. Garibaldi”

Dopo ciò il generale volle annunciare al Re la sua determinazione con questo affettuoso e riverente biglietto:

23 novembre 1859.

Sire,

“Secondo il desiderio della Maestà Vostra, io partirò il 23 da Genova per Caprera, e sarò fortunato quando voglia valersi del mio debole servizio.
“La dimissione mia, chiesta al Governo della Toscana ed al generale Fanti, non è ottenuta ancora. Prego Vostra Maestà si degni ordinare venga ammessa.
“Con affettuoso rispetto di Vostra Maestà
“Devmo

“G. Garibaldi”

Ed il prode, insieme ai suoi vecchi amici che vollero dimettersi con lui, Schiaffino, Basso, Froscianti, Elia, Gusmaroli, Stagnetti, Rossi ed il figlio del generale Menotti si ritirarono a Caprera e colà vissero in famiglia, amandosi come fratelli e passando le giornate a fare lavori di muratura per condurre a termine la casa di Garibaldi, a dissodare(67) quella parte di terra dell’isola che si prestava alla coltivazione, a cacciare e pescare per provvedere al loro nutrimento.
Garibaldi era da poco a Caprera quando ricevette una lettera dal colonnello Turr con la quale gli proponeva in nome del Ministro Rattazzi di organizzare la mobilizzazione della guardia nazionale, includendovi i volontari.
Garibaldi rispondeva al Turr dando la sua piena adesione, e il Turr si recava da S. M. il Re con la lettera ricevuta, e dopo di avere conferito col Ministro Rattazzi scriveva al generale di recarsi a Torino.
Garibaldi non indugiò e arrivato a Torino prendeva alloggio all’Hôtel Trombetta.
Il 1° di gennaio i patrioti di Torino Sineo, Bottero, Brofferio, Leardi, Turr ed altri, vollero dare un banchetto al generale e mentre questi siedeva a mensa cogli amici, una immensa folla lo acclama dalla piazza.
Garibaldi dovette affacciarsi e parlare al popolo: disse essere pieno di speranze nell’avvenire della patria; avere fiducia intera nel Re galantuomo e molto confidare nel forte carattere del popolo subalpino; concludendo che egli non avrebbe deposta la spada finchè l’Italia non fosse interamente unita e libera.
Ma la dimostrazione del 2 gennaio organizzata dagli studenti universitari fu anche più imponente. Garibaldi fu costretto a parlare dal balcone dell’Albergo: disse di andare superbo di quella dimostrazione che lo assicurava dello amore della gioventù per l’Italia, pronta a liberarla dal fango nel quale le potenze straniere volevano cacciarla; concludendo così: “Ho chiesto un milione di fucili – ed oggi vi dico che bisogna formare la Nazione armata per essere padroni dei destini della patria nostra”.
Questo discorso elettrizzò la gioventù ma ebbe un grave contraccolpo(68); poichè il giorno appresso tutto il corpo diplomatico protestava presso S. M. il Re contro le parole pronunziate da Garibaldi; e il Ministro fu obbligato a dare le dimissioni, e il generale Garibaldi fece pubblicare dalla Gazzetta del Popolo la seguente sua lettera:

Agli Italiani,

“Chiamato da alcuni miei amici ad assumere la parte di conciliatore fra le frazioni del partito liberale italiano, fui invitato ad accettare la presidenza d’una società che si sarebbe chiamata “La Nazione Armata”.
“Credetti potere essere utile; mi piacque la grandezza del concetto ed accettai.
“Ma siccome la Nazione Italiana armata è tal fatto che spaventa quanto c’è di sleale e prepotente tanto dentro che fuori d’Italia, la folla dei moderni gesuiti si è spaventata ed ha gridato; Anatema!
“Il governo del Re galantuomo fu importunato dagli allarmisti, e per non comprometterlo mi sono deciso di desistere dall’onorevole e grande proposito.
“Di unanime accordo con tutti i soci – dichiaro dunque sciolta la società della Nazione armata – ed invito ogni italiano che ami la patria a concorrere alla sottoscrizione per l’acquisto di un milione di fucili.
“Se con un milione di fucili l’Italia in cospetto dello straniero non fosse capace di armare un milione di soldati, bisognerebbe disperare dell’umanità!
“L’Italia si armi e sarà libera”!

Torino 4 gennaio 1860.

G. Garibaldi

Il Conte Benso di Cavour veniva incaricato di formare il nuovo Ministero.
Il 17 gennaio 1860 il colonnello Turr riceveva dal generale Garibaldi la lettera seguente:

Fino 17 del 1860.

Mio caro colonnello Turr
“Vogliate avere la compiacenza di chiedere a S. M. se è deciso di cedere Nizza alla Francia. Questa domanda mi viene fatta molto caldamente dai miei concittadini.
Rispondetemi subito per telegrafo. Sì! o no!

G. Garibaldi”

Il colonnello Turr ossequiente al desiderio del generale si recava da S. M. e gli consegnava la stessa sua lettera: ed Egli dopo averla letta disse al Turr: – umh, hum, sì o no – è un po’ spiccio, umh! Ebbene sì – ma non telegrafategli – Andate a trovare Garibaldi e ditegli: – “Pare il destino domandi da noi due il più grande sacrificio che uomo possa fare. E se a lui rode il cuore per la sua Nizza deve immaginare il dolore mio per la Savoia, culla della mia famiglia! Ma per fare l’Italia noi due dobbiamo fare questo grande sacrificio.
“Andate a fare questa mia commissione a Garibaldi e ditegli che conto su di lui, come egli può contare su di me per il bene d’Italia”.
Il colonnello Turr portò la parola del Re a Garibaldi che si trovava a Fino e che subito si ritirava a Caprera.
Ma non doveva trattenervi a lungo e venne il momento in cui Garibaldi dovette decidersi di passare sul Continente, e s’imbarcò coi suoi fidi compagni.
Arrivato a Genova dopo breve sosta in casa del suo amico Coltelletti, il generale si recava ad alloggiare a Quarto nella Villa Spinola presso il suo vecchio amico e compagno del 1849, Augusto Vecchi.
Gli altri prendevano stanza nella locanda di Raschiani al porto.

FINE DEL PRIMO VOLUME

INDICE

Prefazione
CAPITOLO I. – Garibaldi in America
” II. – 1847-48 Insurrezione della Sicilia Messina-Palermo-Catania-Calabrie
” III. – Garibaldi s’imbarca coi suoi legionari per l’Italia
” IV. – Venezia si erige a repubblica. Milano e le cinque giornate
” V. – Carlo Alberto bandisce la guerra all’Austria
” VI. – Garibaldi a Milano prende il comando dei Volontari
” VII. – Venezia, Treviso, Vicenza, Curtatone e Montanara, Goito, Peschiera, Rivoli – Sfortunata giornata di Custoza – Armistizio Salasco
” VIII. – Sollevazione di Bologna
” IX. – Garibaldi continua la lotta contro l’Austria
” X. – Roma – Proclamazione della Repubblica
” XI. – Le dieci giornate di Brescia – disastrosa giornata di Novara
” XII.-Eroica difesa di Roma
” XIII. – Spedizione contro l’Esercito Borbonico – Velletri ” 147
” XIV. – Ripresa delle ostilità dei Francesi contro Roma
” XV. – Garibaldi esce da Roma coi suoi legionari San Marino – Morte di Anita – Cesenatico
” XVI. – Assedio di Ancona e sua eroica difesa
” XVII. – Dal 24 marzo 1849 al 1859 – Il Piemonte
” XVIII. – 1859 – La guerra d’indipendenza

CAPITOLO XIX.

1860 – Spedizione dei mille – Marsala – Salemi Calatafimi – Palermo – Milazzo – Reggio Calabria – Napoli – Volturno.
Liberazione dell’Italia Meridionale consegnata a Vittorio Emanuele.

Era il mese di aprile, e notizia giungeva che in Sicilia si combatteva per scuotere il giogo borbonico e per la libertà. Già Francesco Crispi, anima della parte più avanzata degli esuli siciliani, presi accordi con Mazzini e col dittatore Farini, che pure era sempre inclinato a tutti gli ardimenti per l’unificazione della patria, si era arrischiato a recarsi nascostamente in Sicilia per dare anima e forza all’insurrezione; i patrioti s’intesero e la sollevazione dell’isola, che le brutalità del governo borbonico avevano resa fremente di libertà, fu deliberata. – Si decise di fare del Convento della Gancia la base di operazione della rivoluzione; e così fu. All’alba del 4 aprile, il suono delle campane a stormo chiamava all’armi la città di Palermo. Alla testa degli animosi, che dovevano cominciare il fuoco, era il popolano Francesco Riso, anima di patriota e di eroe.
Fatalmente, come avviene sempre nelle cospirazioni, vi fu il delatore, che informò il Maniscalco, il quale nella notte fatti occupare tutti gli sbocchi che portavano al Convento, si tenne preparato per soffocare nel sangue la sommossa popolare.
Al suono delle campane fu pronto il Riso ad uscire dal Convento, e furono pronte altre squadre per sostenerlo. Ma sopraffatti dalle soldatesche borboniche che sbucavano da ogni parte, furono ben presto accerchiati e risospinti nel Convento, ove i prodi difensori venderono cara la loro vita; assieme coi trucidati caddero da eroi il Riso ed il Padre Angelo di Monte Maggiore.
Anche le bande armate, che secondo gli accordi da ogni parte si erano accostate ai sobborghi ed alle porte della città, dovettero ritirarsi ai monti non essendo più sostenute dalla insurrezione interna; ma la rivolta non era vinta perchè le squadre non si sgomentarono e non si sciolsero, ma si mantennero nelle alture resistendo agli attacchi.
Al generale Garibaldi furono resi noti questi fatti; ma in seguito le notizie giungevano troppo incerte: quali dicevano che anche gli insorti delle campagne erano stati domati; quali invece affermavano che essi mantenevano coraggiosamente vivo il fuoco dell’insurrezione, dando filo da torcere alle truppe borboniche.
Bisognava accertarsi(69) del vero stato delle cose dell’Isola, e Rosolino Pilo e Corrao, cari patrioti siciliani, si presero l’impegno di sfidare il pericolo di recarsi in Sicilia per abboccarsi cogli insorti, infondere in essi nuova lena per la resistenza e mandare informazioni. A tale uopo Garibaldi consegnava loro una lettera con caldo appello ai patrioti siciliani.

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Intanto anche Nicola Fabrizi, grande patriota, mandava da Malta a Crispi non liete novelle sull’insurrezione siciliana. Ma Crispi che voleva far decidere risolutamente Garibaldi alla spedizione, faceva sapere a modo suo che le notizie erano buone.
I più decisi erano Crispi, Bertani, Bixio; Stefano Türr dichiarava che avrebbe seguito Garibaldi in qualsiasi spedizione. Sirtori faceva la stessa dichiarazione; Medici decideva di rimanere per seguire il generale con altre spedizioni.
Le insistenze di Crispi, di Bertani, di Bixio, la vinsero. Il 1° di maggio dalla bocca di Garibaldi usciva la fatidica parola “Partiremo!” Elia, che si teneva sempre presso al generale e che ebbe l’incarico di preparare gli equipaggi, avrebbe voluto chiamare i marinari che aveva avuto sotto i suoi ordini nei legni armati a Rimini, ma Garibaldi non credette di accordargli tale consenso, perchè non voleva si propagasse troppo la notizia della spedizione. A Genova vi erano buoni marinari, fra i quali i nostromi Lorenzo Carbonari, Demetrio Conti e Fabi Eugenio; li arruolò e mandò il Capitano della Marina Mercantile Carlo Burattini, per arruolarne altri a Livorno. Bixio ebbe l’incarico di provvedere al resto, e fu aiutato dal patriota garibaldino Francesco Carbone. Occorrevano vapori e fissò col Rubattino la presa di possesso, a momento opportuno, dei due vapori “Piemonte” e “Lombardo”. Tutto fu in breve pronto. Nella notte del 4 al 5 maggio chiamato in casa sua Andrea Rossi (uno dei comandanti dei legni armati a Rimini) ed Elia, Bixio dispose che Rossi prendesse possesso senza rumore del “Piemonte” con metà dell’equipaggio e con Schiaffino ed Elia, con l’altra metà dell’equipaggio e con Menotti Garibaldi, s’impossessasse del “Lombardo”.
La presa di possesso dei vapori fu eseguita col massimo ordine e silenzio. Quando Bixio arrivò col rimorchiatore, gli ormeggi erano già stati abbandonati, e tutto era pronto. Accodato al rimorchiatore il “Piemonte”, e dietro al “Piemonte” il “Lombardo”, alle 5 del mattino del 5 maggio i vapori erano già fuori di Quarto, per ricevere a bordo il generale Garibaldi ed i mille suoi seguaci.
Prima d’imbarcarsi il generale Garibaldi aveva raccomandato al suo grande amico Medici di preparare altre legioni che, da lui comandate, lo avessero raggiunto in Sicilia se la sorte gli fosse stata propizia – e il Medici, ossequiente ai desideri di Garibaldi, scriveva al Panizzi a Londra così:

Genova, 6 maggio 1860.

Caro Panizzi,

“Garibaldi con 1000 uomini corre il mare in due battelli a vapore da ieri mattina alla volta della Sicilia. L’impresa è generosa; Dio la proteggerà, e proteggerà la fortuna dell’eroico condottiero.
“Io sono rimasto per appoggiare l’ardita iniziativa con una seconda spedizione, o meglio con una potente diversione altrove; ma i mezzi ci mancano. Bertani ha fatto miracoli di attività che molto hanno prodotto, ma che la prima spedizione ha completamente esauriti.
Caro Panizzi, non lasciarci soli, non lasciamo solo il nostro Garibaldi e i suoi generosi compagni”.

Tuo affmo
Medici

Effettuatosi l’imbarco nel più breve tempo possibile, si fece rotta per la riviera di Levante a piccola velocità attenti tutti se si vedevano le barche che ci dovevano portare a bordo le carabine inglesi, i revolvers e le munizioni.
Appena montato sul ponte di comando del “Piemonte” Garibaldi aveva domandato al Castiglia ed al Rossi se si erano imbarcate queste armi. Avuta risposta negativa, sorse nella sua mente un terribile dubbio: egli fece tosto segnalare al “Lombardo” di accostarsi e arrivato a portata, con voce tonante, gridò:
– Bixio, quanti fucili e munizioni avete caricati?
– Mille fucili – rispose Bixio.
– E i revolvers, le carabine e le cartucce? ribatté Garibaldi.
– -Null’altro, replicò Bixio.
Fu un brutto colpo – e si pensò ad un basso tradimento – Anche da Livorno ci dovevano venire armi e munizioni, ma anche quelle mancarono.
Il “Piemonte”, comandato da Garibaldi in persona, procedeva avanti. Aveva per ufficiali, sotto gli ordini suoi, Castiglia comandante in seconda, Rossi, Schiaffino(70) e Gastaldi; con Garibaldi erano Crispi, Türr, Sirtori, Missori, e Nuvolari.
Seguiva il “Lombardo” comandante Bixio, secondo comandante Elia, ufficiali Dezza, Menotti Garibaldi, e Carlo Burattini, capo macchinista Orlando Giuseppe.
Per quanto costeggiando, si cercassero per ogni dove, le barche con le armi e munizioni non si presentavano in vista; e perduta ormai la speranza, il generale ordinò rotta a tutta forza pel canale di Piombino.
Il “Piemonte” ed il “Lombardo” portavano sul loro bordo l’Italia e la sua fortuna; se la spedizione riusciva, l’unità della patria era assicurata; se falliva, i Mille sarebbero sempre rimasti immortali!
La spedizione del resto non si nascondeva al nemico: la pubblicità data alla lettera lasciata da Garibaldi a Bertani prima della partenza, la rendeva nota al mondo. Eccola:

Genova, 5 maggio 1860

Mio caro Bertani,

“Spinto nuovamente sulla scena degli avvenimenti patrii, io lascio a voi il seguente incarico.
“Raccogliere quanti mezzi sono possibili per coadiuvarci nella nostra impresa.
“Procurare di far capire agli Italiani, che se saremo aiutati devotamente, sarà fatta l’Italia in poco tempo e con poca spesa; ma che non avranno fatto il dovere, quando si limiteranno a qualche sterile sottoscrizione.
“Che l’Italia libera, d’oggi in luogo di 20,000 soldati deve armarne 500,000, numero non certamente sproporzionato alla popolazione, poichè tale proporzione di soldati l’hanno gli Stati vicini, che non hanno indipendenza da conquistare,
“Con tale esercito l’Italia non avrà più bisogno di padroni stranieri, che se la mangiano a poco a poco col pretesto di liberarla.
“Che ovunque sono italiani che combattono oppressori, fa bisogno spingere gli animosi e provvederli del necessario per il viaggio.
“Che l’insurrezione siciliana non solo in Sicilia bisogna aiutare, ma dovunque sono nemici da combattere.
“Io non consigliai il moto della Sicilia, ma venuti alle mani quei fratelli nostri, io ho creduto obbligo di aiutarli.
“Il nostro grido di guerra sarà Italia e Vittorio Emanuele e spero, che anche questa volta, la bandiera italiana non riceverà sfregio.

Vostro con affetto
G. Garibaldi”

Altra lettera aveva già diretta il giorno innanzi al Re Vittorio Emanuele:

Genova, 4 maggio 1860

Sire,

“Il grido d’affanno, che dalla Sicilia arrivò alle mie orecchie ha commosso il mio cuore e quello di alcune centinaia dei miei vecchi compagni d’armi. Io non ho consigliato il movimento insurrezionale dei miei fratelli di Sicilia, ma dal momento che essi si sono sollevati a nome dell’unità italiana, di cui Vostra Maestà è la personificazione, contro la più infame tirannia dell’epoca nostra, non ho esitato di mettermi alla testa della spedizione. So bene, che m’imbarco per un’impresa pericolosa, ma pongo confidenza in Dio, nel coraggio e nella devozione dei miei compagni.
“Il nostro grido di guerra sarà sempre “Viva l’Unità Italiana!” “Viva Vittorio Emanuele, suo primo e più bravo soldato!”
“Se noi falliremo, spero che l’Italia e l’Europa liberale, non dimenticheranno che questa impresa è stata decisa per motivi, puri affatto da egoismo, ed interamente patriottici.
“Se riusciremo, sarò superbo di ornare la Corona di Vostra Maestà di questo nuovo e brillantissimo gioiello, a condizione tuttavia, che Vostra Maestà si opponga a ciò che i di Lei consiglieri cedano questa Provincia allo straniero, come hanno fatto della mia terra natale.
“Io non ho partecipato il mio progetto a Vostra Maestà; temevo infatti, che per la reverenza che Le professo, Vostra Maestà non riuscisse a persuadermi d’abbandonarla.
“Di V. Maestà, Sire, il più devoto suddito

G. Garibaldi”

Ed all’esercito scriveva così:

Soldati Italiani,

“Per alcuni secoli la discordia e l’indisciplina furono sorgenti di grande sciagure pel nostro paese. Oggi è mirabile la concordia che anima le popolazioni tutte dalla Sicilia alle Alpi. Però di disciplina difetta ancora, e su di voi, che sì mirabile esempio ne deste e di valore, essa conta per riordinarsi e compatta presentarsi al cospetto di chi vuole manometterla. Non vi sbandate dunque, o giovani, resto delle patrie battaglie; sovvenitevi che anche nel settentrione abbiamo nemici e fratelli schiavi – e che le popolazioni del mezzogiorno, sbarazzate dai mercenari del Papa e del Borbone, abbisogneranno dell’ordinato vostro marziale insegnamento, per presentarsi a maggiori conflitti. –
“Io raccomando dunque, in nome della patria rinascente, alla gioventù che fregia le file del prode esercito di non abbandonarle, ma di stringersi vieppiù ai loro valorosi ufficiali ed a Vittorio Emanuele, la di cui bravura può essere rallentata un momento dai pusillanimi consiglieri, ma che non tarderà molto a condurci tutti a definitiva vittoria.

G. Garibaldi”

La mattina del 7 maggio i due piroscafi andarono ad ancorare a Talamone, a breve tratto dal porto S. Stefano e della fortezza di Orbetello. Garibaldi, sceso a terra, vestito da generale del 1859, ottenne dal comandante del luogo tutto quello che gli occorreva, limitatamente alla possibilità sua; così si ebbe un piccolo numero di fucili arrugginiti ed una vecchia colubrina. Saputo dal comandante di Talamone, che nel forte di Orbetello sì trovava altro armamento, il generale vi spediva il colonnello Türr con una sua lettera chiedente al colonnello Giorgini, comandante del forte, armi e munizioni. Verso sera giungeva col Türr, lo stesso comandante di Orbetello, il quale fatto persuaso dal Türr che la spedizione di Garibaldi era fatta sotto gli auspici del Re, aveva messo a disposizione del generale tutto quello che di armamento si trovava nel forte, e cioè quattro cannoni da sei con 1200 cariche, alcuni fucili, cartucce ecc. Dei quattro cannoni due erano col fusto, due senza.
Una parte dello scopo era raggiunto, ma il generale approdando a Talamone aveva in animo un disegno molto più alto. Il pensiero, vagheggiato nel 1859 di una invasione nello Stato Pontificio per la Cattolica non era mai stato da lui dimenticato. Egli sperava che, data la spinta, sapendosi la Sicilia sollevata, una vasta sommossa avrebbe messo in fiamme la Penisola tutta; per cui, fatto chiamare a se il colonnello Zambianchi, gli affidava l’incarico d’invadere lo Stato Pontificio dalla parte di Orvieto, per promuovervi la rivoluzione. A tal uopo staccò dagli imbarcati una schiera di 60 prodi armati e consegnato al Zambianchi un manifesto pei Romani ed un foglio d’istruzioni, gli ordinò dì prepararsi alla partenza. Fra i tanti bravi che ebbero ordine di accompagnare il Zambianchi eranvi pure i cari compagni Guerzoni, Pittaluga e Galliano.
Il manifesto diceva così:

Romani,

“Domani voi udirete dai preti di Lamoricière, che alcuni mussulmani hanno invaso il vostro terreno. Ebbene questi mussulmani sono gli stessi che si batterono per l’Italia a Montevideo, a Roma, in Lombardia! Quelli stessi che voi ricorderete ai vostri figli con orgoglio, quando giunga il giorno che la doppia tirannia dello straniero e del prete vi lasci la libertà del ricordo! Quelli stessi che piegarono per un momento davanti ai soldati agguerriti e numerosi di Bonaparte, ma piegarono colla fronte rivolta al nemico, ma col giuramento di tornare alla pugna, e con quello di non lasciare ai loro figli altro legato, altra eredità, che quella dell’odio all’oppressore ed ai vili!
“Sì, questi miei compagni combatterono fuori delle vostre mura accanto a Manara, Melara, Masina, Daverio, Peralta, Panizzi, Ramorino, Mameli, Montaldi, e tanti vostri prodi che dormono presso alle vostre catacombe, ed ai quali voi stessi deste sepoltura perchè feriti per davanti.
“I vostri nemici sono astuti e potenti, ma noi marciamo sulla terra degli Scevola, degli Orazi e dei Ferrucci; la nostra causa è la causa di tutti gli Italiani: il nostro grido di guerra è lo stesso che risuonò a Varese ed a Como “Italia e Vittorio Emanuele” e voi sapete che con noi, caduti o viventi, sarà illeso l’onore italiano.

G. Garibaldi

generale Romano, nominato da un governo eletto dal suffragio universale”.

Prima di partire da Talamone scriveva a Bertani così:

Caro Bertani,

“Nella notte della nostra partenza si smarrirono due barche che portavano le munizioni, i capellozzi, tutte le carabine e revolvers, 230 fucili ecc. Nel giorno seguente cercammo indarno tali barche per molte ore, e poi proseguimmo.
“Qui abbiamo rimediato alle principali urgenze, grazie alla buona volontà delle autorità di Orbetello e di queste.
“Fra poco avrete altre notizie di noi.
“Frattanto fate ritirare tutti gli oggetti suddetti.
“Con affetto.
“Talamone, 8 maggio
Vostro: G. Garibaldi

Poi perchè nessuno dovesse aver danno in causa della presa di possesso dei due vapori “Piemonte” e “Lombardo” mandava a Genova la seguente lettera:

Ai Signori Direttori dei Vapori Nazionali

Signori,

“Dovendo imprendere un’operazione in favore d’italiani militanti per la causa della patria, di cui il governo non può occuparsi per diplomatiche considerazioni, ho dovuto impadronirmi di due vapori dell’amministrazione dalle LL. SS. diretta e farlo all’insaputa del governo stesso e di tutti.
“Io attuai un atto di violenza: ma comunque vadano le cose io spero che il mio procedimento sarà giustificato dalla santa causa da noi servita e che il paese intero vorrà riconoscere come debito suo da soddisfare, i danni da me recati all’amministrazione.
“Quandochè non si verificassero le mie previsioni sull’interessamento della Nazione per indennizzarli, io impegno tutto quanto esiste in denaro e materiale, appartenente alla sottoscrizione pel milione di fucili, acciocchè con questo si paghi qualunque danno, avaria, o perdita a LL. SS. cagionata. Con tutta considerazione

G. Garibaldi

Genova, 5 maggio 1860.

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Alla mattina dell’8 maggio, salpati da Talamone, ancorarono nel porto vicino di S. Stefano per prendervi il resto delle provvigioni, ed alla sera si misero in rotta per ponente libeccio colla prua verso l’Africa. Fra le istruzioni date dal generale Garibaldi a Bixio, principali erano le seguenti: Seguire il “Piemonte”, e se si fosse incontrata qualche nave da guerra nemica, correre addosso all’arrembaggio.
Prima di lasciare Talamone venne affisso sull’albero di maestro dei due vapori il seguente

ORDINE DEL GIORNO:

Maggio 7, di bordo del Piemonte.

“Cacciatori delle Alpi!

“La missione di questo Corpo è basata sull’abnegazione la più completa davanti alla rigenerazione della patria. I prodi cacciatori servirono e serviranno il loro paese colla devozione e disciplina dei migliori corpi militari, senz’altra speranza che quella della loro incontaminata coscienza. Non gradi, non onori, non ricompense allettarono questi bravi.
“Essi si rannicchiarono nella modestia della loro vita privata allorchè scomparve il pericolo; ma, suonando di nuovo l’ora della pugna, l’Italia li rivede ancora in prima fila, volenterosi e pronti a versare il loro sangue per essa.
“Il grido di guerra dei Cacciatori delle Alpi è lo stesso che rimbombò sulle sponde del Ticino, or son dodici mesi: “Italia e Vittorio Emanuele” e questo grido, pronunciato da eroi, susciterà spavento ai nemici d’Italia.-

G. Garibaldi”

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L’organizzazione del corpo era la seguente:

Stato Maggiore

Sirtori Giuseppe(71), capo di stato maggiore. Türr, primo aiutante del generale Garibaldi. Crispi, segretario di stato. Manin, Salvino, Maiocchi, Grazziotti, Borchetta, Bruzzesi, Cenni, Montanari, Bandi, Stagnetti, ufficiali d’ordinanza. Basso Giovanni, segretario generale.

Comandanti delle Compagnie

Nino Bixio, comandante la 1ª Compagnia
Orsini ” 2ª ”
Stocco ” 3ª ”
La Masa ” 4ª ”
Anfossi ” 5ª ”
Carini ” 6ª ”
Cairoli ” 7ª ”

Intendenza
Acerbi, Bovi, Maestro, Rodi
Corpo Medico
Ripari, Giulini, Boldrini

Un ordine di Garibaldi diceva:
“L’organizzazione è la stessa dell’Esercito italiano a cui apparteniamo, ed i gradi, più che al privilegio, al merito, sono gli stessi già coperti su altri campi di battaglia.

G. Garibaldi”

Prima di lasciare S. Stefano Garibaldi fece formare un’ottava compagnia, comandante Bassini; della 2ª fu dato il comando a Dezza e l’Orsini ebbe il comando dell’artiglieria.
In due giorni di viaggio nulla di notevole accadde.
La sera del 10 all’11 maggio il “Piemonte” fatto forza di macchina, cominciò a lasciarsi indietro il “Lombardo” che camminava due nodi all’ora di meno, fino a scomparire totalmente dalla vista dei comandanti, per quanto si fosse fatto attivare maggior combustibile per mantenersi vicini.
Era certo intenzione del generale Garibaldi di spingersi quanto più avanti poteva, per scoprire il Marittimo, prima del cadere della notte: però, se per il “Piemonte”, che portava con sè il comandante della spedizione tutto andava bene, non era così del “Lombardo” che, perduto di vista il “Piemonte”, aveva perduta la sua guida, e non sapeva quale direzione tenere, Intanto la notte era scesa oscura, e Bixio sul ponte di guardia, con l’ansietà di chi sente una gravissima responsabilità pesare sopra di sè, stava assieme con Elia, spiando se da prua si scoprisse una traccia del “Piemonte”. Si era giunti in vista del Marittimo ed il “Piemonte” non si vedeva. Ad un tratto dal timoniere si dà l’avviso, che un vapore era in vista dalla parte di poppa; ed infatti dal lato opposto a quello ove il “Piemonte” era scomparso se ne scopriva uno, che si avanzava su noi guadagnando rapidamente sul nostro cammino. Esso aveva, i fanali spenti; questa precauzione (che se era necessaria per noi, che volevamo passare inosservati, non poteva esserlo per un pacchetto postale od altro ordinario vapore) fece credere a Bixio che avessimo a che fare con un naviglio borbonico in crociera; ordinò quindi che si desse la maggiore velocità alla macchina e che tutto si approntasse per un arrembaggio, se non fosse stato possibile evitare il combattimento.
La nave che si supponeva nemica intanto si avanzava sempre più, il che rendeva impossibile ogni sforzo per non essere raggiunti. Bixio, raccomandando il silenzio, tutto dispose per l’arrembaggio e per una pronta ed energica azione pregando Elia di prendere egli stesso il timone per meglio dirigere l’abbordaggio. Era il vapore giunto a breve distanza, quando il suono della campana colla quale il generale Garibaldi era uso comandare le manovre del naviglio, ed al quale Elia si era abituato nei passati giorni di continua sorveglianza, venne a colpire le sue orecchie. Lasciò Elia subito il timone ad un marinaio corse sul ponte di guardia per avvisare Bixio che il vapore che faceva forza di macchina per raggiungere il “Lombardo” era il “Piemonte”, e tale fu la convinzione che Elia mise in questa asserzione, e tanta era la fiducia che Bixio aveva nel suo secondo, che ordinò alla macchina di fermare per attendere l’arrivo del generale; e difatti poco appresso la voce di Garibaldi si faceva sentire nelle tenebre, ordinando di dirigere su Marsala!
Verso le nove del mattino il “Piemonte” ed il “Lombardo” erano in prossimità di Marsala, quando dalla punta di Mazzara si scoprirono tre legni da guerra borbonici, che si avanzavano rapidamente per tagliare il cammino alla spedizione ed impedirle l’arrivo in quel porto. A costo di far saltare le caldaie bisognava fare sforzi di macchina supremi, per arrivare primi; ed a ciò si riuscì. Il “Piemonte” arrivato avanti il “Lombardo” sia perchè pescava meno, sia perchè potè rasentare più il molo, passò liberamente e si accostò al molo stesso, al riparo dell’antimurale del porto.
Il “Lombardo” invece per il suo maggiore pescaggio rimase in secco a pochi passi dalla bocca del porto. Messe a mare le imbarcazioni, Bixio scese tosto a terra per raggiungere il generale, lasciando ad Elia gli ordini per lo sbarco dei volontari, delle armi e munizioni.
Elia ordinò tosto a Burattini di requisire quante imbarcazioni si trovavano nel porto, e giunte queste in numero sufficiente, si effettuò lo sbarco con ordine e prontezza ammirabile. Presa terra la parte dei Mille che erano sul “Lombardo”, scaricate le munizioni e le armi, il generale Garibaldi mandò ordine ad Elia di uscire dal porto, e procurare di raggiungere Genova per mettersi a disposizione del Comitato presieduto da Bertani. Dovevasi ubbidire! ma mentre Elia provava di trarre dal secco il vapore, obbedendo con dolore agli ordini del generale, i legni borbonici presero a lanciare delle bordate: sicchè poco appresso, vedendo che i legni napolitani avevano messe a mare le imbarcazioni armate e s’avanzavano per impossessarsi dei nostri vapori, ordinò ai marinari di entrare nelle imbarcazioni, e fatte aprire le valvole della macchina, perchè penetrasse l’acqua nella stiva, e si impedisse che il “Lombardo” cadesse preda del nemico, come avvenne poi del “Piemonte”, scesero tutti a terra.

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È bello, è doveroso il dire che fu ammirevole l’accoglienza fatta agli sbarcati dalla patriottica cittadinanza marsalese. Essa accolse i Mille con esultanza. Vecchi e giovani, uomini e donne – persone civili e popolani fecero a gara per usare loro ogni sorta di gentilezze – facendo echeggiare grida di “evviva Garibaldi”.
Il generale dispose che Missori occupasse con forza la porta Trapani.
Bruzzesi, vestito da ufficiale dei bersaglieri, con una pattuglia di camicie rosse, ebbe ordine di occupare l’ufficio postale e telegrafico.
Mosto, coi bravi carabinieri genovesi, fu appiattato nella scogliera che forma il porto per respingere le imbarcazioni armate distaccate dalle navi da guerra borboniche e difatti pochi tiri delle brave carabine bastarono a metterle in ritirata. Le truppe rimasero scaglionate durante la notte, a destra e a sinistra della città.
Ecco il proclama che il generale Garibaldi indirizzava al popolo Siciliano appena sbarcato a Marsala:

Siciliani,

“Io vi ho guidato una schiera di prodi, accorsi all’eroico grido della Sicilia. Resto delle battaglie lombarde, noi siamo con voi e non chiediamo altro che la liberazione della vostra terra. Tutti uniti, l’opera sarà facile e breve. All’armi dunque; chi non impugna un’arma è un codardo o un traditore della patria. Non vale il pretesto della mancanza delle armi. Noi avremo fucili, ma per ora un’arma qualunque ci basta, impugnata dalla destra di un valoroso.
“I Municipi provvederanno ai bimbi, alle donne ed ai vecchi derelitti. All’armi tutti! La Sicilia insegnerà ancora una volta, come si liberi un paese dagli oppressori, colla potente volontà di un popolo unito.

G. Garibaldi”

Occorreva però non perdere tempo, e marciare avanti al più presto. Garibaldi comandò quindi che all’alba dell’indomani tutta la colonna fosse pronta alla partenza, ed infatti la mattina si metteva per la via di Salemi. A Rampagallo, feudo del Barone Mistretta, fu ordinato il grand’alto per pernottarvi. Fu in questa prima tappa, che si ebbero i primi segni dell’insurrezione siciliana, perchè vedemmo con gioia arrivare le bande comandate dai Baroni di S. Anna, e quelle del Barone Mocarta. Saranno stati un’ottantina, armati di schioppetti.
Intanto fu riordinata la Legione, già ripartita in otto compagnie; si formarono con esse due battaglioni ai comandi di Bixio e Carini, e si organizzò coi marinai del “Piemonte” e del “Lombardo” una compagnia di cannonieri.
Alla mattina seguente la colonna si rimetteva in via per Salemi, dove, dopo una marcia alquanto faticosa, arrivava accolta da grande festa di popolo, e al suono delle campane e di musica. Un vero delirio! A Salemi, il generale pubblicò il Decreto col quale per volontà dei liberi comuni di Sicilia, ed in nome di Vittorio Emanuele, Re d’Italia, assumeva la Dittatura.

Italia e Vittorio Emanuele.

“Giuseppe Garibaldi, comandante in capo l’armata nazionale in Sicilia, invitato dai principali cittadini e sulla deliberazione dei Comuni liberi dell’Isola, considerando che in tempo di guerra è necessario che i poteri civili e militari sieno concentrati nelle medesime mani, decreta di prendere la dittatura di Sicilia in nome di Vittorio Emanuele.

Salemi, 14 maggio.

G. Garibaldi

Altre bande intanto arrivavano, comandate da Giuseppe Coppola e dal frate Pantaleo, che davano notizia che Rosolino Pilo e Corrao tenevano sempre la campagna e con una mano di prodi erano nelle alture di S. Martino, dominanti Monreale; si sapeva pure che verso Missilmeri mantenevansi, asserragliati sulla montagna, il La Porta, il Firmatari, il Piediscalzi, il Paternostro, e, cosa significantissima e per noi sorprendente, il clero faceva parte della rivoluzione e ne era il principale istigatore.
Ma il Borbone non stava inoperoso. Ordini erano stati dati al comando delle truppe di Sicilia, per arrestare la marcia dei garibaldini e distruggerli.
Infatti nella notte del 14 al 15 maggio Garibaldi aveva notizia che il generale Landi con un corpo di 3000 uomini ed artiglieria marciava su Calatafimi, e che a quella volta si era pure avviato il presidio di Trapani.
Le bande dei Picciotti non erano ancora giunte nel numero che il generale avrebbe desiderato. Era dunque da pensare bene se con lo scarso numero di volontari male armati, fosse prudente attaccare posizioni fortissime, coperte ai fianchi ed alle spalle e difese da truppe regolari armate da buone carabine e da artiglieria.
Non sarebbe forse stato più prudente consiglio trincerarsi in Salemi, occupare coi Picciotti le alture circostanti ed attendervi l’attacco?
Sì sarebbe potuto ricevere il nemico con una energica controffensiva e costringerlo alla ritirata; le bande avrebbero avuto tempo di formarsi numerose ed accorrere in aiuto, attaccando il nemico alle spalle.
Ma Garibaldi era impaziente di misurarsi col nemico; sentiva nell’animo che una vittoria gli era necessaria; senza di che tutto sarebbe stato compromesso e, forse, tutto perduto.
Non era dunque il caso di attendere il nemico a Salemi; bisognava andargli incontro audacemente, romperlo e sloggiarlo ad ogni costo da Calatafimi.
E così fu deciso.
La posizione nella quale eransi accampati i napolitani, chiamata fin dall’epoca romana “il Monte del Pianto” era forte per se stessa, perchè mentre impediva un rapido attacco, offriva validissimo riparo alla difesa.
Da Vita, villaggio che si erge su di un poggio a cinque chilometri circa da Salemi, Garibaldi dispose che le bande Siciliane che sopraggiungevano e si andavano raccogliendo, si distendessero il più diffusamente possibile sul dorso delle colline a destra e a sinistra della strada, mostrandosi sempre pronte alla pugna. Dopo questo spiegamento Garibaldi ordinava la marcia in avanti della colonna, con la sinistra in testa.
Precedeva Carini con l’ottava compagnia cui tenevano dietro la settima, la sesta e la quinta; al centro marciava l’artiglieria i cui avantreni consistevano in carri comuni a due ruote; poi alcuni volontari del genio, e i marinari del Piemonte e del Lombardo. Seguiva il battaglione Bixio con le altre quattro compagnie.
Durante la marcia Garibaldi si spingeva in avanti con alcune sue guide, avendo al fianco il capitano Menotti suo figlio, il capitano Schiaffino ed il maggiore Elia, i quali non avendo voluto accettare comandi, formavano la guardia del corpo del generale. Osservata la posizione del nemico, che, colla sua linea di cacciatori coronava l’altura del “Pianto”, senza indugio inviava ai suoi l’ordine di schierarsi sulle pendici di Monte Pietralunga e sulla strada.
Egli aveva appena le forza di un battaglione sul piede di guerra, e dovette disporlo secondo esigeva il terreno, lo scarso numero dei suoi e la posizione formidabile del nemico.
Stabilì quindi un ordinamento profondo e rado in linee successive; i Carabinieri Genovesi in prima linea dietro ripari naturali; poi stese l’ottava e la settima compagnia in cacciatori colle squadriglie a brevi intervalli sul versante dell’avvallamento che separava la sua posizione da quella nemica e le teneva nascoste nel grano già alto; in seconda linea stavano le altre due compagnie 6ª e 5ª, pure in ordine rado, quasi sul ciglio; ed a rovescio del ciglio aspettava il battaglione di Bixio in riserva.
Questo schieramento si fece in ordine mirabile.
Da una parte e dall’altra delle alture apparivano secondo l’ordine di Garibaldi, sui verdi dossi gli insorti siciliani, che per entusiasmo sparavano i loro fucili e mandavano alte grida di guerra, che si ripercuotevano minacciose per le lontane campagne.
Questa apparizione, nel momento in cui si stava per venire alle mani, dovette certo, come aveva preveduto il generale, produrre sgomento e depressione nell’animo delle truppe napoletane, mal disponendole alla battaglia.
Verso il mezzogiorno parve che il nemico accennasse ad un serio attacco. I suoi sostegni si avvicinarono alla linea dei cacciatori, la quale cominciò a spiegarsi, scendendo per la costa del monte del Pianto. Per giungere fino a noi, doveva toccare il fondo del Monte, passare la convalle e rimontare la china verso l’altura di Pietralunga. Garibaldi avrebbe avuto grande vantaggio nell’attirare il nemico in basso, attendendolo a piè fermo nella posizione occupata dai suoi; egli veniva a paralizzare così la superiorità delle sue armi da fuoco e al momento opportuno, che egli avrebbe saputo ben cogliere, avrebbe potuto rovesciare addosso ai Napoletani le forze garibaldine coll’impeto irresistibile dell’attacco alla baionetta. A questo intento Garibaldi ordinò ai suoi di star tranquilli, distesi a terra e di non sparare alcun colpo.
Ma l’offensiva dei napoletani fu un lampo passeggiero e si arrestò poco dopo iniziata; invece di un attacco a fondo, essi si limitarono a mandare qualche colpo di fucile, le cui palle fischiarono alle orecchie dei garibaldini come un eccitamento del quale essi non avevano davvero bisogno. Ma non si doveva rispondere, bisognava mordere ancora il freno!
Intanto Bixio, di cui è da immaginarsi l’impazienza di venire alle mani, venne a spiegarsi a sinistra di Carini col suo battaglione su due linee, completando l’ordine di battaglia con dinanzi i Carabinieri Genovesi(72), all’ala destra, Bixio alla sinistra; Orsini sulla strada colla sua microscopica artiglieria. Garibaldi intanto con a fianco Turr suo aiutante di campo e Sirtori capo di Stato Maggiore, stava spiando il più fuggevole dei momenti tattici; quello che decide sempre della vittoria.
Vedendo che il nemico non si spingeva all’attacco desiderato, ma rimaneva immobile, egli ordinò si suonasse la sveglia, sperando che questo segnale servisse a scuoterlo. L’effetto prodotto da quel suono di tromba fu affatto contrario; quei napoletani che si erano spinti avanti in catena batterono tosto in ritirata; e fu quello il momento in cui Menotti Garibaldi, Schiaffino con la bandiera in pugno (una bandiera da lui improvvisata a bordo del Piemonte, e non già quella che la città di Montevideo donava alla Legione comandata dal generale Garibaldi) e l’Elia si lanciarono dietro ai fuggenti, seguiti dai Carabinieri Genovesi che formavano la prima linea. Fra i cacciatori del Landi fuggenti, i tre garibaldini erano con essi montati sulla banchina, fortissima posizione del nemico: Schiaffino colla bandiera, Menotti Garibaldi, Elia. Quello che accadde fu cosa di brevissimi istanti. L’eroico Schiaffino veniva crivellato di ferite; Menotti Garibaldi, che lo vide vacillare e sul punto di cadere, afferrava tosto la bandiera, ma veniva colpito alla mano; Elia che era già stato sfiorato al petto da una puntata di baionetta, con pensiero rapido e più rapidamente eseguito, afferrava il suo caro amico Menotti e la bandiera che egli teneva stretta nella mano sanguinante, e con lui abbracciato si lasciava cadere al di sotto della banchina; disgraziatamente l’asta impugnata da Menotti venne giù dalla banchina, ma il drappo della bandiera restava sul campo nemico.
A ridosso della banchina stavano i carabinieri genovesi che prendevano flato, per poi riprendere l’assalto.
Caduti dall’alto i due si trovarono vicini a Froscianti, il carissimo, fidato amico del generale Garibaldi, che appena veduto Elia, gli domandava cartucce avendo egli finito le sue. Nel voltarsi verso di lui, Elia vide il generale Garibaldi che col solito sangue freddo camminava verso la formidabile posizione nemica vomitante fuoco e dalla quale poteva essere distante non più di cinquanta metri. Il pericolo che il generale correva fece correre un brivido per le ossa ai presenti; ed Elia si slanciava rapidamente verso lui, gridandogli con disperazione “Generale, se una palla vi colga tutto è perduto e con Voi la unità della patria nostra;” ma egli, calmissimo, procedeva in avanti. Con la fronte rivolta al nemico. Elia, che gli camminava a fianco, stava in indicibile angoscia pronto ad ogni evento, quando infatti vide un cacciatore borbonico abbassare l’arma e puntarla alla direzione del generale. Elia non ebbe che il tempo di fare un passo avanti alla persona di Garibaldi; un terribile colpo alla bocca lo rovesciava ed egli cadde a terra supino; coll’aiuto del generale che si era chinato su lui per dirgli un’affettuosa parola “Coraggio, mio Elia di queste ferite non si muore” egli potè volgersi bocca a terra e scampare l’imminente pericolo di essere soffocato dal sangue.
Intanto i napoletani fulminavano i nostri; in quel momento arrivava Bixio a spron battuto; parlò a Garibaldi brevi parole: e fu inteso il generale rispondere “No, Nino, qui si vince o si muore” e puntata la sua spada alla direzione della sempre formidabile posizione nemica, con tonante parola gridò: “Avanti ancora questo assalto o figlioli e la vittoria è nostra” e ordinata la carica si slancia per primo sull’erta, seguito da tutti i compagni che non erano caduti; e quel pugno d’uomini, trafelati, pesti, insanguinati, sfiniti da tre ore di corsa e di lotta, con nuova lena riprende la sua ascesa micidiale rigando ancora ogni palmo dell’erta terribile di altro nobile sangue, risoluti all’estremo cimento.
Come l’eroe aveva preveduto, la vittoria fu nostra. Incalzati di fronte da quello stuolo di indemoniati che parevano uscissero dalla terra, sgomenti dall’improvviso rombo dei nostri cannoni che il bravo Orsini era riuscito a portare in linea, turbati dal clamore crescente delle squadre siciliane sui loro fianchi, disperando ormai di poter vincere, voltarono le spalle, abbandonando il monte tanto fieramente contrastato e non si arrestarono che dentro Calatafimi.
Il miracolo era compiuto – la giornata era vinta! – La vittoria di Calatafimi fu incontestabilmente decisiva per la campagna del 1860 e per l’unità della patria – decisiva sopratutto indiscutibilmente, nel senso morale – perchè dalla giornata di Calatafimi la superiorità della Camicia rossa sulle truppe borboniche fu immensamente stabilita. – -“Aiuto e pronto aiuto” telegrafava a Palermo la stessa sera del 15 il generale Lanza: ma poi credette miglior partito una precipitosa ritirata anche da Calatafimi.
Ecco come un eroe dei mille Giuseppe Cesare Abba, descrive nel suo aureo libro “da Quarto al Volturno” la gloriosa giornata di Calatafimi:
“Già tutta l’erta era ingombra di caduti, ma non si udiva un lamento. Vicino a me il Missori, comandante delle guide, coll’occhio sinistro tutto pesto e insanguinato, pareva porgesse orecchio ai rumori che venivano dalla vetta, d’onde si udivano i battaglioni muoversi pesanti, e mille voci, come flotti di mare in tempesta, urlare a tratti: “Viva lo Re”.
“Frattanto i nostri arrivavano a ingrossarsi, rinascevano le forze. I capitani si aggiravano fra noi confortandoci. Sirtori e Bixio erano venuti a cavallo fin lassù.
“Sirtori, impassibile, colla frusta in mano, pareva non si sentisse presente a quello sbaraglio; eppure sulla sua faccia pallida e smunta io lessi qualcosa, come la volontà di morire fra tutti noi.
“Bixio compariva da ogni parte, come si fosse fatto in cento; braccio di ferro del generale. Lassù, lo rividi vicino a lui un altro istante.
” – Riposate, figliuoli, riposate un poco, diceva il generale – ancora uno sforzo e sarà finita! E Bixio lo seguiva fra le file.
“In quello il sottotenente Bandi veniva a salutarlo lì, per cadere sfinito. Non ne poteva più. Aveva toccate parecchie ferite, ma un’ultima palla gli si era ficcata sopra la mammella sinistra, e il sangue gli colava giù a rivi. Prima che passi mezz’ora sarà morto, pensai; ma quando le compagnie si lanciarono all’ultimo assalto, contro quella siepe di baionette che abbagliavano, stridevano, sì che pareva di averle già tutte nel petto, tornai a vedere quell’ufficiale fra i primi. “Quante anime hai?” gli gridò uno che deve essergli amico.
“Egli sorrise beato.
“In quel momento i regi tiravano l’ultima cannonata, fracellando a bruciapelo un Sacchi pavese; e fu da quella parte un grido di gioia perchè il cannone era preso. Poi corre voce che il generale era morto, e Menotti, ferito nella destra, correva gridando e chiedendo di lui. Elia giaceva ferito a morte; Schiaffino, il Dante da Castiglione di questa guerra, era morto, e copriva colla sua grande persona la terra sanguinosa.
“Quando, i nemici cominciarono a ritirarsi, protetti dai loro cacciatori, rividi il generale che li guardava e gioiva.
“Gli inseguimmo un tratto; disparvero. Dal campo stemmo a vedere la lunga colonna salire a Calatafimi, grigia lassù a mezza costa del monte grigio, e perdersi nella città. Ci pareva miracolo aver vinto.
“O gran giorno, o immortali quelle tre ore del combattimento! Ma se fosse stato perduto? Si accapriccia il cuore, immaginando Garibaldi vinto, i suoi a squadre, a gruppi, rotti, messi in caccia, uccisi per tutta quella terra da Calatafimi a Salemi, lontano, lontano; gli ultimi ad uno ad uno, chi qua chi là, scannati come fiere, fin sulle rive del mare; e la testa del generale mandata a Napoli; che la potesse vedere e finire di tremare quel Re! Si raccapriccia. E forse l’Italia non si sarebbe fatta mai più.
“Felici allora, ben felici i morti combattendo, che almeno non avrebbero visto la grande tragedia.
“Ma per fortuna d’Italia la vittoria fu nostra”.
Sgominato il nemico, conquistata Calatafimi, chiave della posizione, ormai si era padroni delle tre vie conducenti a Trapani, a Castellammare, a Palermo. Ulteriore resistenza non era pel momento da prevedersi, ed inutile era anche l’inseguimento da parte dei garibaldini, perchè ad infastidire i fuggiaschi vi avrebbero pensato i bravi insorti siciliani.
Garibaldi pensò di dare un po’ di riposo ai suoi, e volle che si passasse la notte sul conquistato campo di battaglia.
Le perdite nostre furono gravi rispetto al numero esiguo che rendeva prezioso ogni individuo; bisognava quindi aver cura dei feriti.
Trentadue dei mille rimasero sul terreno, fra i quali Schiaffino, Montanari, Pedotti, Sartori, D’Amicis; centottantadue i feriti fra i quali, Menotti Garibaldi, Elia, Maiocchi, Sirtori, Manin, Nullo, Missori, Cariolato, Bandi, Martignoni, Perducca, Palizzolo, Sprovieri, Bedischini, Carbonari, Pasquinelli, Della Torre, Della Casa, molti dei quali gravemente.
La mattina del 16 i garibaldini entrarono a Calatafimi fra gli evviva e le acclamazioni del popolo.
Posto il quartier generale al palazzo del Comune, Garibaldi emanava il seguente ordine del giorno:

ORDINE DEL GIORNO
DOPO LA BATTAGLIA DI CALATAFIMI:

“Con compagni come voi io posso tentare ogni cosa, e ve l’ho provato ieri portandovi ad una impresa ben ardua, pel numero dei nemici e per le loro forti posizioni.
“Io contavo sulle fatali vostre baionette, e vedeste che non mi ero ingannato.
“Deplorando la dura necessità di dover combattere soldati italiani, noi dobbiamo confessare che trovammo una resistenza degna di uomini appartenenti ad una causa migliore, e ciò conferma quanto sarem capaci di fare nel giorno in cui l’italiana famiglia sarà serrata tutta intorno al vessillo di redenzione.
“Domani il continente italiano sarà parato a festa per la vittoria dei suoi liberi figli e dei nostri prodi siciliani; le vostre madri, le vostre amanti, superbe di voi, usciranno nelle vie colla fronte alta e ridente.
“Il combattimento ci costò la vita di cari fratelli morti nelle prime file; quei martiri della santa causa d’Italia saranno ricordati nei fasti della gloria italiana.
“Io segnalerò al nostro paese il nome de’ prodi che sì valorosamente condussero alla pugna i più giovani ed inesperti militi, e che conduranno domani alla vittoria, nel campo maggiore di battaglia, i militi che devono rompere gli ultimi anelli delle catene, con cui fu avvinta la nostra Italia carissima.

Calatafimi(73), 16 maggio.

Scrisse poi a Bertani la seguente lettera:

Caro Bertani,

Ieri abbiamo combattuto e vinto. La pugna fu tra italiani. Solita sciagura – ma che mi provò quanto si possa fare con questa famiglia – nel giorno che la vedremo unita.
Il nemico cedette all’impeto delle baionette de’ miei vecchi Cacciatori delle Alpi vestiti in borghese; ma combattè valorosamente – e non cedette le sue posizioni che dopo accanita mischia corpo a corpo.
I combattimenti da noi sostenuti in Lombardia furono certamente assai meno disputati che non fu il combattimento di ieri; i soldati napolitani, avendo esaurite le loro cartucce, vibravan sassi contro di noi, da disperati.
Domani seguiremo per Alcamo; lo spirito della popolazione si è fatto frenetico, ed io ne auguro molto bene per la causa del nostro paese.
Vi daremo presto altre notizie. Vostro:

Calatafimi, 16 maggio.

P.S. Questa serve per Medici pure.

Della battaglia di Calatafimi Garibaldi con parola commossa così ne parlava:
“Calatafimi! Io avanzo di tante pugne – se nell’ultimo mio respiro i miei, vedranmi sorridere, l’ultimo sorriso d’orgoglio – esso sarà ricordandoti!”
“Tu fosti il combattimento più glorioso di popolo! L’Italia non deve dimenticarlo”.

*
* *

Disfatte le truppe napolitane a Calatafimi(74), in quell’eroico combattimento nel quale si decise dell’unità della patria, Garibaldi comprese che bisognava battere il ferro finchè caldo, e marciare su Palermo. Era assai arduo affare, ma che cosa tratteneva più Garibaldi? Si trattava ne più ne meno di questo; mettere assieme strategia ed audacia per assalire con circa 4000 armati, tra i rimasti dei mille ed i picciotti, ed impadronirsi d’una città che conteneva trentamila difensori, appoggiati ad una fortezza e sorretti da una squadra regia. Garibaldi tentò il colpo.
Il 17 marciava su Alcamo, il 18 per Partinico; nel medesimo giorno ordinava una conversione e giungeva al passo di Reune; fiancheggiavano Garibaldi a ponente le bande di Rosolino Pilo, a levante quelle del La Masa, un quattromila picciotti, male armati ma arditi e ben condotti. Per sopperire alla tenuità delle forze Garibaldi giuocò di astuzia; ordì un tranello nel quale il nemico cadde.
Il giorno 20, comandò e diresse egli stesso, una ricognizione su Monreale per attirarvi il nemico, e manovrò in modo da far credere che quello era il suo obbiettivo. Impegnato un combattimento d’avamposti, ad un tratto faceva sospendere l’attacco e si ritraeva indietro.
Nella notte, imperversando una violenta tempesta, prendeva sentieri di montagna battuti solo da capre e volgeva a levante, lasciando Orsini con le salmerie ed i cannoni a farsi inseguire dalle truppe borboniche. Egli, di sorpresa, scendeva al Parco e batteva una colonna nemica che lo aveva assalito di fronte; colà il generale Orsini coll’artiglieria lo raggiungeva. Il 24 le truppe borboniche, fiancheggiate da forti colonne di cacciatori attaccavano i nostri. Garibaldi batteva in ritirata su Piana de Greci mentre era già sera. Nella notte ordinava ad Orsini di prendere la strada di Corleone per attrarre le forze nemiche; egli marciava silenzioso su Marineo, quindi lasciava Marineo per Missilmeri e, mentre le truppe napolitane inseguivano quelle che credevano le forze garibaldine condotte in ritirata dall’Orsini, Garibaldi, spalleggiato dalla parte di levante dai picciotti del La Masa, si preparava a dare l’assalto a Palermo.
La mattina del 26, alle 4, accompagnato da Turr, Bixio e Missori, andò a visitare il campo di Gibilrossa, occupato dalle squadre siciliane comandate da La Masa, Fuxa e fratelli Mastricchi, formanti un corpo di oltre 4000 uomini.
Garibaldi per avvicinarsi a Palermo aveva due grandi strade, ad una delle quali si poteva giungere per stretti sentieri e La Masa, pratico dei luoghi informò il Generale che da Gibilrossa poteva discendere benissimo calando per quei sentieri praticabili sino a Mezzagno, da dove con altro poco cammino faticoso si poteva trovar presto sulla strada di Porta Termini. Garibaldi, dopo brevi riflessioni, decideva di battere questa via e dava ordine a Turr di fissare la marcia per l’indomani di primo mattino e che veniva ordinata così:
1° l’Avanguardia comandata dal maggiore Tuköry, composta di guide e di 60 volontari dei Mille, scelti da ciascuna compagnia.
2° Il battaglione Bixio coi carabinieri genovesi.
3° Il battaglione Carini, cacciatori delle Alpi.
4° Il corpo delle squadre siciliane, comandate da La Masa.
Disposta in tal modo la colonna Garibaldi, fatti chiamare i suoi ufficiali superiori, i comandanti le compagnie, e i capi delle squadriglie parlò loro così: “Compagni! Due vie abbiamo avanti a noi: una è di ritirarci nell’interno dell’Isola facendo la piccola guerra per organizzarci; l’altra è di piombare su Palermo, entrarvi, accendervi la rivolta: sicuri che quest’ultima impresa darà per risultato la liberazione dell’intera Sicilia. “Decidete!” – A “Palermo”, tutti gridarono. – “Ebbene, che ognuno faccia il suo dovere e domattina vi saremo!”
Alle 3 antimeridiane del 27 maggio – data memoranda – Garibaldi col resto dei suoi Mille comandati da Bixio, da Carini, da Cairoli, da Tuköry, da Menotti, da Mosto, da Nullo, da Canzio, da Dezza, da Cucchi sui quali sapeva di poter contare fino alla morte, spalleggiato fortemente dai Picciotti del La Masa e del Fuxa, come aveva predetto, si preparava ad assalire Porta Termini e da quella entrare in Palermo.
Era intendimento del generale di sorprendere la posizione del Ponte dell’Ammiraglio senza colpo ferire, ed in tal guisa piombare su Porta Termini, e di là spingersi al palazzo Reale dove trovavasi il Lanza, comandante in capo delle forze borboniche, col suo quartier generale. Tuköry colla sua avanguardia procedeva in silenzio per precipitarsi d’improvviso sul nemico, ma i Picciotti, tosto che videro le prime case del sobborgo, quasi avessero già in mano la città, non seppero frenarsi e presero a gridare Viva Garibaldi: Viva l’Italia; sparando delle schioppettate: così il piano di sorpresa andava fallito. I regi fortemente protetti da barricate, che difendevano e impedivano il passaggio del Ponte dell’Ammiraglio, spazzavano con un turbine di mitraglia e di moschetteria la via che vi conduceva e i campi d’intorno: – i Picciotti non ancora abituati al fuoco ed ai cimenti corpo a corpo, balenano per un momento, ma all’esempio dei mille che nulla paventano, serrati, concordi, disprezzanti della morte si slanciano, sperdono in men che si dica le truppe borboniche e, come un torrente impetuoso si avventano su Porta di Termini scacciandone i nemici, vincendone la resistenza: primi fra tutti Bixio, Carini, Sirtori, Turr, Fuxa, La Masa; già erano caduti fulminati, i prodi fra i prodi, Tuchöry, Rocco, La Russa, Pietro Inserillo e Giuseppe lo Squiglio assieme a tanti e tanti altri che ebbero la fortuna di fare la bella morte dei prodi; ebbero ferite più o meno gravi Turr, Benedetto Cairoli, Enrico Piccinini, Raffaello Di Benedetto, Leonardo Caccioppo; Bixio alla testa del suo bravo battaglione, coi carabinieri genovesi, con a fianco, Dezza, Menotti, Mosto, Missori, Canzio, Nullo, Carbone, Cucchi, Cavalli, Venzo ed altri bravi, a passo di corsa, con impeto furioso, attaccano ed espugnano la barricata di Porta Termini. Il Carbone, dei carabinieri genovesi, sale coraggiosamente per primo sulla barricata con la bandiera italiana in pugno e ne riporta ferita che non gli impedisce di continuare a combattere; per questo fatto il Carbone venne encomiato dal generale Garibaldi e promosso sottotenente.
Nell’assalto della barricata Bixio, Dezza, Menotti, Bezzi, Canzio, Cucchi, Carbone, Damiani, Mosto, Venzo, Manci fecero prodigi di valore; Bixio sopra tutti; come una furia si precipitava dove era più forte la resistenza, tempestando di colpi i nemici, finchè cadde gravemente ferito.
Forzata l’entrata in città, i Carabinieri Genovesi ed il resto di Mille seguiti dai bravi picciotti, si lanciarono sui borbonici forzandoli a cedere ed a ritirarsi; nel combattimento dei Quattro Cantoni fino a Piazza del Duomo ed a Porta Maqueda Cucchi, Miceli, Venzo, Mosto, ed altri bravi caddero feriti; ma i nostri, non ostante le preziose perdite, procedevano dovunque vittoriosi. Turr, Sirtori benchè feriti insieme agli altri ufficiali di Stato Maggiore si moltiplicavano, ed erano all’attacco del Palazzo Reale, erano a quello di Porta Maqueda, tagliavano le comunicazioni tra il mare e il Castello, mentre Dezza e Missori con un pugno dei Mille battevano il nemico all’Albergaria.
La Loggia, e molti altri signori siciliani componenti il Comitato insurrezionale, con alcuni dei Mille fra i quali il Venzo, si cacciano fino alla Fiera-Vecchia, penetrano nelle Chiese, salgono sui campanili, ed il terribile tocco delle campane a stormo chiama in armi tutti i cittadini. La Città dei Vespri si ridesta, si erigono dovunque barricate, e i soldati napoletani, incalzati da ogni parte, sono costretti a ritirarsi nelle caserme e nel forte di Castellammare.
Garibaldi si spinge fino in piazza Bologna, insedia il suo quartier generale nel palazzo Municipale e di là emana il primo suo atto dittatoriale in nome di Vittorio Emanuele(75), col seguente proclama:

Siciliani!

“Il generale Garibaldi, dittatore in Sicilia a nome di S. M. Vittorio Emanuele Re d’Italia, essendo entrato in Palermo stamattina 27 maggio, ed avendo occupata tutta la Città, rimanendo le truppe Napoletane chiuse nelle caserme e nel forte di Castellammare, chiama alle armi tutti i Comuni dell’Isola, perchè corrano nella metropoli al compimento della vittoria.
Dato in Palermo, oggi 27 maggio 1860

G. Garibaldi.

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Il 28 fu giornata nella quale la città di Palermo sofferse orribilmente. La mitraglia fece vittime numerosissime, le bombe rovinavano, incendiavano, distruggevano tutto; ma mentre il bombardamento infieriva con tutti i suoi orrori, Garibaldi pensava anche all’organizzazione civile. Nominava Crispi segretario di Stato; il Duca della Verdura sindaco; istituiva un Comitato di difesa, presidente lo stesso della Verdura e componenti i signori Michele Mangiano, Tommaso Lo Cascio, barone Michele Capuzzo, barone di Paternò, Rubino Emanuele e Benedetto Scidita, Pietro Messineo, marchese Pilo, Patriola, Girolamo Mondino, ed altri patrioti, e segretario Vincenzo Scimecca.
La mattina del 29 maggio, i garibaldini ebbero un rinforzo di siciliani condotti da Fardella.
Per tutto quel giorno il combattimento continuò accanito, specialmente a Montalto ove il Laporta, il marchese Firmaturi, il Sant’Anna, sostenuti dai Carabinieri genovesi, fecero colle squadre dei Picciotti, con fermezza e valore, il loro dovere.
Il generale Lanza, che fin dal mattino aveva fatto inutili sforzi per riprendere le posizioni perdute, e vedeva falliti tutti i tentativi per aprirsi le comunicazioni con Castellammare, fece cessare il bombardamento, durato tre giorni e tre notti senza intervallo.
I Consoli esteri e l’Ammiraglio inglese, commossi per le tante rovine e gli eccidi che da tre giorni sterminavano la bella città, fecero dei passi presso il generale Lanza perchè si desse tregua con un armistizio a tanta effusione di sangue cittadino; il generale borbonico acconsentiva, e la mattina del 30 spediva al Dittatore Garibaldi la lettera seguente:

Generale!

“L’ammiraglio britannico mi fa conoscere che riceverebbe con piacere al suo bordo due miei generali, per aprire con lei una conferenza, nella quale egli servirà da intermediario.
“La prego farmi conoscere se acconsente, e nel caso affermativo, permettere che i due miei generali passino la sua linea, facendoli Ella accompagnare dal palazzo reale, ove potrebbe mandarli a prendere, fino alla Sanità per imbarcarsi.
“In attesa di una sua risposta, ho l’onore di essere

“29 maggio 1860.

“Lanza”.

Garibaldi acconsentì e ordinò la cessazione del fuoco, disponendo che l’intervista avesse luogo all’una pomeridiana. Il maggiore Cenni fu inviato alle undici e mezzo con due guide al palazzo Reale.
Erano scorsi pochi istanti dalla partenza del Cenni, quando veniva dato un allarme a Porta Termini; poco dopo incominciavano le fucilate: Erano Von-Mechel e Bosco, i quali ritornavano da Corleone, col dispetto di essere stati giuocati per la terza volta, e di avere inseguito non Garibaldi coi suoi volontari, ma un treno di cassoni e carriaggi inservibili.
I garibaldini non risposero al fuoco; Carini e Sirtori si presentarono per dare la notizia dell’armistizio nel momento in cui il fuoco dei napoletani era più vivo; Carini ne riportò grave ferita, Sirtori fu ferito leggermente. Turr, raccolti quanti uomini potè sul momento, corse in appoggio dei nostri a Porta Termini.
In quel momento il generale borbonico Letizia accompagnato dal Cenni traversava Toledo; saputo quanto accadeva, si offerse di recarsi egli stesso sul luogo del combattimento per portare ai suoi la notizia dell’armistizio, e per fare cessare il fuoco onde non si sospettasse un tradimento. Arrivato sul luogo, impose a Von-Mechel e a Bosco di cessare da ogni azione ostile, essendo che la tregua doveva essere rispettata da tutti. Garibaldi all’una si recò a bordo dell'”Annibal” nave da guerra Inglese, nella cui sala di consiglio ebbe luogo la conferenza e fu stipulata una tregua di 24 ore; ma, prima che questa venisse a scadenza, il generale borbonico richiese la sospensione delle ostilità per altri tre giorni, prodromo evidente della resa finale. E Garibaldi accondiscese ancora.
Infatti il 6 giugno, i negoziati furono ripresi e senza difficoltà condussero ad una convenzione, per la quale le truppe napolitane sgombravano Palermo e il forte di Castellammare per la via di mare.
Intanto tutte le principali città dell’Isola si erano affrancate a libertà, e di tutta la Sicilia, il 7 giugno, non restava in mano del Borbone che Messina, la cittadella di Milazzo, Augusta e Siracusa.
Garibaldi s’insediava, col suo quartier generale e col suo governo, al Palazzo Reale.

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Dopo la presa di Palermo Garibaldi avuta notizia che Elia curato con cure fraterne dai bravi medici chirurgi, Ripari, Lampiasi, Cipolla, Maltese, era vivente a Vita, accolto amorevolmente in casa del patriota Salvatore Romano, mandò Menotti con incarico di portarlo possibilmente a Palermo, e ivi giunto il generale volle che fosse curato sotto ai suoi occhi e lo fece condurre al palazzo Reale.

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Occorreva provvedere ora al necessario per non perdere il frutto delle riuscite imprese. Faceva mestieri organizzare i corpi militari in forza dell’entusiasmo dei cittadini per poter far fronte ai pericoli delle rappresaglie d’un governo che, prossimo a cadere, voleva segnalare i suoi ultimi giorni con atti disperati e col sovvertimento delle turbe e di ogni ordine civile.
Questi pensieri pesavano orribilmente sull’animo del dittatore, il quale trovava più difficile mettere riparo a queste difficoltà civili che il combattere formidabili eserciti borbonici. Per riparare a questi mali erano necessarie delle spedizioni nell’interno dell’Isola, affidate ai suoi fidi compagni; ma l’esecuzione di tale progetto gli riusciva nel momento assolutamente impossibile. Da Genova non arrivavano rinforzi. Anzi si avevano notizie che due navi cariche di volontari condotti dal maggiore Corte “L’Utile” e il “Charles Georgy” erano state catturate dalla crociera napoletana e condotte a Gaeta.
Era un vero disastro che impensieriva il Dittatore, tanto più che si sapeva che trovavasi in viaggio la forte spedizione Medici. Per fortuna questo esperto condottiero, che aveva ereditato da Garibaldi tutte le astuzie e tutte le audacie, seppe deludere la vigilanza della crociera napoletana, approdando inaspettato a Cagliari e di là, per rotta impensata dai nemici, arrivare alla desiderata destinazione.
Nella mattina del 19 giugno Medici sbarcava sulla vicina costa di Partinico con forte aiuto di uomini e di armi, e tutte le preoccupazioni del Dittatore erano dissipate – Medici aveva con sè(76) il bravo colonnello Malenchini coi suoi toscani – e annunziava l’arrivo di Cosenz. L’arrivo di Medici pose Garibaldi in condizione di compiere i suoi piani riguardo alla Sicilia, quelli cioè di scacciare quanto rimaneva dell’esercito borbonico nella parte orientale dell’Isola.
Divise le forze in tre colonne: la prima formante la sinistra agli ordini di Medici doveva marciare per il litorale fino a Milazzo, ultimo obbiettivo Messina; la seconda, al centro, condotta dal Turr per Missilmeri, Villafrati, Alia, Caltanisetta, sopra Catania, scopo ultimo Messina; la terza, all’estrema destra, comandante Bixio, per Corleone, Girgenti, Catania scopo finale Messina; così che, tutte le forze non avevano che un solo obbiettivo la punta del Faro.
La marcia di queste brigate contribuì moltissimo a sistemare il nuovo ordine di cose, a sollevare l’elemento liberale e por freno agli insani tentativi di disordini.
Ma questo consolidamento incontrava ostacoli per il fatto che armi borboniche occupavano dei punti importanti dell’Isola e tenevano in soggezione tutta la regione orientale, appoggiandosi su Milazzo e alla cittadella di Messina.

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Il Dittatore riserbava a Medici la parte splendida di liberare questa regione dalle truppe borboniche, e Medici, ricevuti gli ordini, a marcia forzata occupava Barcellona, quivi giunto, temendo che i regi fortificati in Milazzo tentassero un colpo per sloggiarlo, avvisava a tutti i mezzi per fortificarvisi; occupava l’interessante posizione del fiume Meri; muniva il ponte con due cannoni; distendeva le sue ali di difesa fino all’altura del villaggio Meri; e tutto preparava alla difesa della sua posizione per dare tempo all’arrivo di altri rinforzi.
Le truppe borboniche così composte: un corpo di 3500 uomini proveniente da Messina, altro di 1500 stanziato a Milazzo, altri 2500 che si aggiunsero provenienti da altre parti(77) dell’isola, erano comandate dal colonnello Bosco, il quale si trovava in grado di dare aspra battaglia.
Il giorno 17 ebbe luogo un primo fatto d’armi, ostinato e sanguinoso.
Medici si era fortificato presso Carriola al fiume Nocito, ed aveva occupata la strada di Meri e Milazzo, erigendovi barricate. Bosco pensò di sloggiarlo, e con forze preponderanti pervenne a passare oltre Carriola il Nocito; ma ivi s’impegnò un vivissimo combattimento con la destra di Medici, gagliardemente tenuta dal reggimento Malenchini; tanta resistenza da questa parte poneva i regi in pericolo di essere tagliati fuori della loro linea, per cui Bosco spinse altri battaglioni verso le barricate; il combattimento fu accanito, ma Medici per venirne a capo, lanciava contro le truppe borboniche un battaglione della riserva e i nostri alla punta della baionetta ricacciavano i regi dentro Milazzo. Le truppe comandate dal Malenchini combatterono sotto gli occhi di Medici assai valorosamente.
Il generale Garibaldi avvisato a Palermo della resistenza che incontrava Medici s’imbarcava con un buon rinforzo. Sbarcato a Patti corse innanzi solo, al quartiere generale di Medici. Vi arrivò il 19 e vi trovò anche il Cosenz.
Calcolando il generale che i rinforzi sbarcati a Patti sarebbero arrivati il 20 sul luogo del combattimento, decise di dare battaglia e d’investire Milazzo.
La mattina del 20 alle 5 il generale Medici divideva le sue truppe in due colonne, ciascuna di quattro battaglioni, una sotto il comando di Simonetta, l’altra sotto quello di Malenchini.
Deciso il combattimento Garibaldi ordina che il Malenchini per la strada di Santa Marina si porti ad assalire senz’altro la sinistra del nemico; dà(78) incarico al Medici di avanzare col reggimento Simonetta e il battaglione Gaeta per la strada di San Pietro spingendosi col centro e colla destra contro la città; affida a Nicola Fabrizi d’occupare con una legione di siciliani la strada di Spadafora per antivenire ogni sorpresa di un’eventuale sortita del presidio di Messina; delibera infine che la colonna Cosenz, già partita fin dall’alba da Patti e rinforzata dal battaglione Dunn(79) e da quello del Guerzoni, lasciati a guardia di Meri, formino la riserva.
Alle 5 del mattino tutti erano in moto; il Malenchini alle 7 aveva già aperto il fuoco presso San Papino; anche il Medici attaccava il nemico al di là di San Pietro e il combattimento si accese, accanito su tutta la linea. I garibaldini si spingono verso Milazzo, ma la loro sinistra appoggiata al mare, trovò tale resistenza nei regi nella strada di San Pepino e tale fuoco d’artiglieria dal forte e dalla batteria portata dietro i canneti, che furono obbligati a ripiegare.
Ad accrescere lo scompiglio nelle giovani schiere dei volontari, concorse la cavalleria nemica che irruppe furiosamente sui nostri, sbaragliandoli. Comandava questa colonna il colonnello Malenchini che, potentemente coadiuvato dai suoi bravi ufficiali, faceva sforzi eroici per riordinare i suoi e ricondurli alla pugna; chi si distinse per ardire insuperabile fu il Tommasi, che venne promosso tenente sul campo di battaglia.
Mentre questo avveniva sull’ala sinistra, Medici spingeva tre dei suoi battaglioni ed uno di Carabinieri genovesi verso il fiume Nocito; investiva i molini dove i regi eransi fortificati e tentava d’impadronirsi della lingua di terra che congiunge Milazzo con l’interno, e così girare alle spalle del corpo napoletano e tagliar fuori di Milazzo il Bosco; ma anche questo tentativo incontrò un’energica resistenza, perchè il Bosco da quel lato aveva spinto il maggior nerbo delle sue forze; si combatteva uno contro tre, senza contare la mitraglia che, da dietro grandi siepi di fichi d’India, faceva strage dei nostri.
Medici riconosce la gravità della posizione e, da quell’eroe che era, decide d’avventarsi contro il cannone che faceva strage dei suoi e d’impossessarsene. “Meglio perire nell’arrischiata impresa, che vedere così sacrificati i miei soldati”. Con questo pensiero raduna quanti più può dei suoi e si lancia in mezzo al fuoco nemico, ma nei primi passi gli cade morto il cavallo e al fianco suo è colpito da palla fredda il Cosenz, tanto da rimanerne tramortito; riavutosi tosto e circondato dai suoi valorosi compagni, riprende impavido il combattimento.
Garibaldi, accortosi del pericolo che correvano i suoi cari compagni, riunisce intorno a sè Missori, Statella e quanti trova sotto mano e si lancia al soccorso; il cavallo di Garibaldi è ferito e non sente più il freno; il tacco di un suo stivale è portato via da una scheggia; è obbligato a smontare dal cavallo; accanto a lui in quel momento cadeva mortalmente ferito il maggiore Breda; a Missori è pure ucciso il cavallo; anche Garibaldi vede che per spuntarla bisognava ad ogni costo impadronirsi del cannone che faceva strage, e dà(80) gli ordini necessari; si lancia alla testa dei suoi e il cannone è preso e trascinato nelle proprie linee.
Allora la fanteria napolitana, che in quella giornata combattè valorosamente, apre i suoi ranghi e dà il passo ad una furiosa carica di cavalleria che s’avventa sui nostri come un turbine per riprendere il pezzo; le squadriglie siciliane giunte allora da Patti entrano in combattimento e con una formidabile scarica fermano l’impeto dei cavalieri; l’ufficiale che comandava la cavalleria è esso pure obbligato ad arrestarsi da Garibaldi che aveva preso la briglia del cavallo; l’ufficiale mena un fendente, ma Garibaldi para il colpo e con una pronta risposta gli taglia la gola; i napoletani assalgono Garibaldi; si combatte corpo a corpo; Missori scarica quanti colpi ha nel suo revolver ed uccide quanti tentano(81) appressarsi al generale; Statella lo difende a colpi di sciabola, dando così tempo ai garibaldini di accorrere al soccorso.
Ma gli ostacoli sono insuperabili; gl’immensi canneti e le boscaglie di fichi d’India sparsi su quella riva impedivano ai garibaldini di far uso delle baionette, terribile arma loro prediletta, e favorivano i tiri dell’artiglieria borbonica. Per fortuna in quel momento apparve nella rada un vapore con bandiera italiana. Era la corvetta napoletana “La Veloce” che il comandante Anguissola, dando primo l’esempio della rivolta, aveva consegnata a Garibaldi, il quale la battezzava col nome di “Tuckery” in memoria del prode maggiore ungherese morto alla presa di Palermo. Il generale, senza perdita di tempo, si fa portare a bordo, e salito sulla coffa dell’albero di trinchetto domina tutto il teatro della battaglia; ordina al comandante d’accostarsi a tiro di mitraglia ed al momento opportuno fa fulminare di fianco le truppe borboniche, e ne fa strage tale che il nemico è sgominato in brev’ora.
Questo felice diversivo dà tempo al Medici ed al Cosenz di riordinare i loro battaglioni e prepararsi ad un decisivo assalto.
Garibaldi scende a terra dal Tukery con un manipolo di marinari armati, si mette alla testa dei suoi e si riprende l’assalto; tutte le riserve sono impegnate: il maggiore Guerzoni arriva esso pure coi suoi a passo di corsa; un’ultimo disperato assalto è ordinato, i canneti a sinistra, il ponte di Curiolo di fronte, le case di destra, terribili strette, sono tutte superate con indicibile valore; i cacciatori del Bosco rispondono con un fuoco infernale e recano ai nostri danni non lievi; il capitano Leardi, dopo aver veduto cadere attorno a sè non pochi dei suoi valorosi è ferito a morte; il Costa, lo Statella, il Martini, il Cosenz feriti; ma il nemico è in fuga e dopo del nemico i garibaldini entrano in Milazzo e i borbonici si rinchiudono nel forte.
La battaglia di Milazzo fu la più sanguinosa tra quelle combattute delle armi garibaldine nel 1860.
Su quattromila combattenti garibaldini, più di settecento restarono sul campo fra morti e feriti.
La giornata del 21 passò in entrambi i campi tranquilla, le nostre truppe riposarono, e quelle borboniche il 22 s’imbarcarono su tre navigli francesi per essere trasportate a Napoli.
Il 23 arrivavano nelle acque di Milazzo quattro navi da guerra napolitane; ma visto che i garibaldini erano padroni della piazza si limitarono ad imbarcare il presidio del Castello; sicchè il Castello, con cannoni, munizioni ed ogni attrezzo di guerra, rimaneva in potere di Garibaldi, che vi faceva inalberare la bandiera tricolore.

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Dopo la presa di Milazzo anche le truppe che occupavano la cittadella di Messina si arresero. – Tutta la Sicilia era liberata!
Occorreva pensare al passaggio dello stretto ed alla continuazione della marcia gloriosa per le Calabrie alla capitale del Reame di Napoli, e primo pensiero del Duce fu quello di nominare comandante militare e civile di Messina l’illustre patriota Nicola Fabrizi, con suo Capo di Stato Maggiore il valoroso Abele Damiani.
Questo venerando patriota aveva organizzato a Malta un corpo d’italiani volontari del quale faceva parte il Pittaluga, che dopo lo scontro infelice di Grotte, sostenuto dal Zambianchi contro forze superiori papaline, aveva preso passaggio in un vapore delle Messaggeries per raggiungere Garibaldi in Sicilia; col Pittaluga erano il Civinini, il Pedani livornese, ed altri.
Sbarcato il Fabrizi in Sicilia ebbe ordine da Garibaldi di recarsi a Barcellona per organizzare e prendere il comando dei battaglioni dell’Etna composti di patriotti siciliani. Il governo civile e militare di Messina era quindi affidato a buone mani.
Il passaggio sul continente non era cosa delle più facili; bisognava vincere le difficoltà che venivano dal Ministero in seguito alle pressioni dell’imperatore dei francesi; bisognava inoltre deludere la vigilanza della flotta nemica che giorno e notte batteva il mare e sorvegliava lo stretto senza contare che il Borbone, nonostante le defezioni, poteva sempre mettere a fronte di Garibaldi un Esercito organizzato di 100 mila uomini. Era necessario quindi fare uso di quegli audaci colpi di mano, nei quali Garibaldi era maestro.
Infatti la sera dell’8 agosto egli ordinava al Mussolino, calabrese, di tentare con un limitato numero di volontari scelti fra i più audaci, come Missori, Alberto Mario, Vincenzo Cattabeni ed altri valorosi, la sorpresa del forte Cavallo e la insurrezione della Calabria. La sera dopo ordinava a Salvatore Castiglia di sbarcare nell’Alta Fiumana con arditi garibaldini.
Persuaso Garibaldi, dopo quindici giorni di vani tentativi, della difficoltà del passaggio dello stretto di Messina, causa l’esiguità delle sue forze, ed avute notizie dal Bertani che in Sardegna stavasi organizzando una legione di circa 8 mila bene armati sotto la direzione del colonnello Pianciani, col proposito d’invadere lo Stato Pontificio, convinto che su Roma si poteva marciare con più sicurezza per la via di Napoli, deliberava di portarsi egli stesso al Golfo degli Aranci per assicurarsi il concorso degli ottomila uomini coi quali avrebbe raddoppiato il numero delle sue forze. Non tardò a mettersi in viaggio ed appena arrivato si presentò d’improvviso a quella gioventù che anelava al combattimento; vinse col fascino delle sue parole gli scrupoli di qualcuno e, preso il comando di quelle truppe, se le trasse seco in Sicilia.
Date le disposizioni opportune per il governo dell’Isola – nominò Depretis Prodittatore e partì per Messina.
Prima di lasciare Palermo il Generale emanava l’ordine del giorno seguente:

Alle Squadre Cittadine!

“A Voi robusti e coraggiosi figli dei campi, io dico una parola di gratitudine in nome della patria italiana, a Voi che tanto contribuiste alla liberazione di questa terra, a Voi che conservaste il fuoco sacro della libertà sulle vette dei vostri monti, affrontando, in pochi e male armati, le numerose ed agguerrite falangi dei dominatori.
“Voi potete tornare oggi alle vostre capanne colla fronte alta, colla coscienza d’aver adempiuto ad opera grande! Come sarà affettuoso l’amplesso delle vostre donne inorgoglite di Voi, accogliendovi festose nei vostri focolari! e Voi racconterete superbi ai vostri figli i perigli trascorsi nelle battaglie per la santa causa dell’Italia.
I vostri campi, non più calpestati dal mercenario, vi sembreranno più belli, più ridenti. Io vi seguirò col cuore nel tripudio delle vostre messi, delle vostre vendemmie, e nel giorno in cui la fortuna mi porgerà l’occasione di stringere ancora le vostre destre incallite, sia per narrare delle nostre vittorie o per debellare nuovi nemici della patria, Voi avrete stretto la mano di un fratello.

Palermo, 3 giugno.

G. Garibaldi.

Il generale Sirtori aveva già assicurati due vapori, il “Torino” ed il “Franklin”, che faceva trovar pronti nel porto di Taormina. Senza perdita di tempo, appena arrivato a Messina, Garibaldi ordina a Bixio, che tanto aveva sospirato quel comando, di mandare tutta la sua gente a Taormina (circa 4000 uomini) e d’imbarcarla sui due piroscafi. Bixio, che tutto aveva approntato per il passaggio dello Stretto, imbarcate le sue truppe, monta sul “Torino”; Garibaldi, arrivato in carozza da Messina, sale sul “Franklin” e nella notte del 19 di agosto, levate le ancore partono per la Calabria, ed allo spuntar dell’alba del 20 i due vapori si accostano a Melito tra Capo dell’Armi e Spartivento. Disgraziatamente nel prendere terra il “Torino” rimaneva arenato, ma non per questo venne ritardato lo sbarco a terra delle truppe garibaldine che fu effettuato senza contrasto; solo più tardi le navi da guerra napolitane in crociera se ne accorsero e presero a bombardare il “Torino” vuoto.
Bisognava impadronirsi con un colpo di mano di Reggio; e senza esitare il generale Garibaldi ordina di muovere all’assalto, e la sera del 20 i garibaldini ripresero la marcia. Ad una certa distanza dalla città il Generale faceva obbliquare a destra e per sentieri remoti, evitando gli avamposti nemici appostati sullo stradale, e guidato dal colonnello Plutino si avvicinava alla piazza. Fatti riposare i volontari e disposto che la divisione Bixio dovesse assalire dalla parte di destra e quella di Eberhardt da sinistra, dopo forte resistenza i nostri s’impadroniscono della città ed obbligano i Regi a rinchiudersi nel Castello.
A Garibaldi importava d’impossessarsi del Castello, perchè aveva avuto notizia che una forte colonna nemica, comandata dal generale Briganti, marciava su Reggio. Fortunatamente la comparsa di Missori, coi suoi reduci dall’impresa del Forte Cavallo, fece credere ai Napoletani che erano rinchiusi, di essere accerchiati, per cui alle prime fucilate piovute dall’alto domandarono d’arrendersi.

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Questo è l’ordine del giorno che il generale Garibaldi aveva mandato alle sue truppe prima che si accingessero al passaggio del Faro.

Messina, 9 agosto 1860.

“Il maggior Casalta d’Ornano, della divisione Cosenz si dirigerà da questo porto di Torre di Faro per sbarcare sulla costa di Calabria tra Ragnore e Scilla.
“Egli comanda il suo battaglione e più un distaccamento del battaglione Fazioli. La sua missione è di propagare l’insurrezione contro il Borbone di Napoli ed il suo programma è quello dell’Italia e Vittorio Emanuele.
“Chiederà del colonnello Mussolino, lo cercherà e procurerà di coadiuvarlo in qualunque emergenza, siccome lo stesso Colonnello coadiuverà lui.
“Si manterrà possibilmente vicino al quartiere Generale, che terrà informato di qualunque cosa utile alla causa nazionale ed al servizio.
“Procurerà di tagliare le comunicazioni del nemico sullo stradale di Reggio e Napoli, impossessandosi dei suoi convogli, dispacci ecc.
“Occuperà il nemico instancabilmente mediante distaccamenti, in varie direzioni, per ingannarlo sulla sua vera situazione.
“Ubbidirà ai Colonnelli Mussolino e Missori soltanto nel caso che questi colonnelli dovendo operare sul nemico lo richiedessero del suo concorso; egli parteciperà queste istesse istruzioni ai Colonnelli suddetti.
“Sopratutto egli farà ogni sforzo per cattivarsi l’amicizia delle popolazioni ed impedire qualunque prepotenza delle sue truppe contro le stesse.
“Infine l’Esercito Meridionale confida che l’onore delle armi italiane riceverà nuovo lustro dal coraggio, capacità e patriottismo del maggiore Casalta.

G. Garibaldi.

I risultati della presa di Reggio furono di grandissima importanza; Garibaldi si rendeva padrone di buon materiale da guerra e acquistava per base d’operazione sul continente una piazza di grande rilievo.
La vittoria di Reggio era ben presto coronata da altra pure importantissima e decisiva. Nella notte dal 21 al 22 il generale Cosenz, imbarcata sopra la flottiglia del Faro la sua divisione, i Carabinieri Genovesi, e la Legione estera, riusciva ad approdare su la spiaggia calabrese nelle vicinanze di Scilla, mettendosi così alle spalle della forte brigala Briganti, accampata presso San Giovanni.
Avuta notizia del fortunato sbarco di Cosenz a Scilla, il generale Garibaldi si mosse senza indugio con tutti i suoi da Reggio, ove lasciava il colonnello Plutino con una colonna di patriotti calabresi, per prendere fra due fuochi i Borbonici, comandati dal Briganti e dal Melendez. Le mosse dei garibaldini furono così ben combinate che riuscirono a circuire le forze regie, tantochè Garibaldi, serrandole d’appresso e sicuro del fatto suo, intimava la resa. Allora si videro novemila uomini d’ogni arma, ricchi d’artiglieria e d’ogni attrezzo di guerra, abbassare le armi, dopo debole resistenza, innanzi a seimila garibaldini quasi sprovvisti di tutto. Però nel breve combattimento sostenuto dal Cosenz nel prendere terra nelle vicinanze di Scilla, dopo di essere sfuggito miracolosamente alla flotta borbonica in crociera, si ebbe a deplorare una preziosissima perdita, quella di Paul De Flotte, deputato all’Assemblea repubblicana(82) francese, il quale erasi unito ai Mille col Locroix, col Dumas e con altri fratelli di Francia, venuti a combattere per la libertà ed unità d’Italia; perdita dolorosissima per tutti, ma particolarmente per Garibaldi, che così ne scrisse al Bertani, in forma d’ordine del giorno del 24 agosto:
“Abbiamo perduto De Flotte! gli epiteti di bravo, di onesto, di vero democratico sono impotenti per esprimere tutto l’eroismo di quest’anima incomparabile!
“De Flotte, nobile figlio della Francia, era uno di quegli esseri privilegiati che un sol paese non ha diritto di appropriarsi; no, De Flotte appartenne all’umanità intera; giacchè per lui la patria era ovunque un popolo sofferente e curvo si rialzava per la libertà.
“De Flotte morto per l’Italia, ha combattuto per essa come avrebbe combattuto per la Francia.
“Quest’uomo illustre è un legame prezioso per la fratellanza dei popoli che attende l’avvenire dell’Umanità. Morto nei ranghi dei Cacciatori delle Alpi, egli era, come molti dei suoi bravi concittadini, il rappresentante della generosa Nazione, che si può arrestare un momento, ma che è destinata a marciare in avanguardia dell’emancipazione dei popoli e della civiltà del mondo.
24 agosto.

G. Garibaldi.

Da quel giorno lo sfacelo dell’esercito borbonico delle Calabrie seguì con rapidità crescente. Tutte le provincie si sollevavano precedendo le forze della rivoluzione, guidate da Garibaldi. La città di Potenza cacciava le truppe che la custodivano, e la Basilicata rivendicava la sua libertà. Cosenza costringeva le forze borboniche a capitolare ed a ritirarsi a Salerno, con impegno di non più combattere contro Garibaldi. A Foggia, a Bari le truppe fraternizzarono col popolo. Il Generale Viale, che stava a guardia delle Termopoli di Monteleone con 12000 uomini, minacciato dall’insurrezione del popolo e dalla sedizione delle truppe, batteva in ritirata, abbandonando ai garibaldini una delle più forti posizioni, chiave strategica delle Calabrie. Delle truppe in ritirata prese il comando il generale Chio che si arrestava a Saveria-Manelli, tra Tiriolo e Cosenza, per attendere di piè fermo il soproggiungere(83) dei Garibaldini. Prima però che egli arrivasse a Saveria, le alture che la dominano, erano occupate dalle bande calabresi di Stocco, parte delle quali erano dirette e comandate dal valoroso patriota Antonio Taglieri, che nominato tenente passò poi nel 2° reggimento della divisione Cosenz; cosicchè il Chio si trovò prima di combattere, accerchiato. Garibaldi ordinò tosto a tutte le truppe che lo seguivano di convergere a marcia forzata su Tiriolo, e, appena potè avere sottomano l’avanguardia della divisione Cosenz, la lanciò sulla strada di Saveria-Manelli, fece calare dalle alture le bande dello Stocco, ed intimò al generale Chio la resa.
Questi tentò di guadagnare tempo, ma dopo un’ora altri 12000 uomini andavano dispersi e disciolti come quelli del generale Briganti, lasciando libere nelle mani del Dittatore tutte le Calabrie. Garibaldi intanto proseguiva la marcia trionfale per Napoli.
Tra Salerno ed Avellino circa ventimila uomini, la più parte mercenarii stranieri, stavano aspettando Garibaldi, risoluti a combattere. Ma corsa la notizia che la rivoluzione si era propagata ad Avellino e nel Principato Ulteriore, saputo che il generale Calderelli, che aveva capitolato a Cosenza, era passato con Garibaldi, anche le truppe di quel campo cominciarono a dar segni di ammutinamento; il che tolse ai comandanti la speranza di tentare un attacco con probabilità di successo.
L’arrivo di queste notizie a Napoli indusse il Re a ritirarsi a Gaeta; il che fece il 6 del mese di Settembre, lasciando Napoli in tutela della Guardia Nazionale. All’udire la lieta notizia Garibaldi presa a Vietri la ferrovia, arrivò a mezzogiorno alla stazione di Napoli ove Liborio Romano lo ricevette, felicitandolo a nome della cittadinanza. Al tocco, in carrozza, accompagnato da Cosenz, da Bertani, da Missori, da Nullo e da pochi altri ufficiali entrava in Napoli, passando sotto i forti ancora occupati dalle truppe borboniche, in mezzo a soldati nemici sparsi per la città e fra l’entusiasmo di un popolo delirante, scendeva alla Foresteria, palazzo del Governo, e ne prendeva possesso.
Primo suo atto fu quello di emanare il seguente Decreto:
Napoli, 7 settembre 1860.

Il Dittatore Decreta:

“Tutti i bastimenti da guerra e mercantili appartenenti allo Stato delle due Sicilie, Arsenali e materiali di Marina, sono aggregati alla Squadra del Re Vittorio Emanuele, comandata dall’Amiraglio Persano”.

G. Garibaldi.

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* *

Istituiva tosto il governo dittatoriale, nominando Crispi ministro degli Esteri, Bertani ministro dell’Interno, Cosenz ministro della Guerra, ed al general Turr dava il comando di tutte le truppe stanziate a Caserta ed al Volturno.
Il 18 settembre il generale Turr, comandante le forze al Volturno chiamava a sè(84) il suo capo di Stato Maggiore e tutti i comandanti delle brigate ai suoi ordini; esponeva ad essi il progetto di una ricognizione offensiva su Capua, onde antivenire una battaglia che, secondo notizie ricevute, i regi si apprestavano a dare appunto nel giorno 19 dedicato a S. Gennaro, dal quale speravano protezione e vittoria. Si doveva simulare un attacco sul fronte di Capua, per attirarvi le forze borboniche ed impedire alle medesime di portare soccorso alla loro sinistra dove dovevano operare le colonne di Csudafii e di Cattabeni; dava ad ognuno dei comandanti di brigata verbali istruzioni, determinando ad ognuno la parte che doveva prendervi; raccomandava infine ai comandanti di non esporre le truppe oltre il limite richiesto dallo scopo cui tendeva l’azione, cioè la simulazione di un attacco.
Ordinava quindi che l’azione dovesse effettuarsi nelle prime ore del giorno seguente, 19 settembre.
In seguito a tale ordine i colonnelli brigadieri Spangaro, Puppi e di Giorgis si mossero sul fare del giorno del 19 al simulato attacco di Capua.
L’attacco contro il fronte di questa fortezza fu sostenuto con grande valore; colla punta della baionetta furono snidati i borbonici che occupavano due cascine sulla strada conducente agli approcci del forte e quelli appostati fra l’argine della ferrovia e la strada postale.
I bersaglieri milanesi, comandati dal capitano Pedotti, compirono atti di grande valore; il capitano, cacciatosi coi suoi fra le fitte schiere nemiche, corse pericolo di essere soprafatto; vi fu un momento in cui fu creduto perduto, ma il destino lo volle conservato alla patria.
La mitraglia, senza interruzione vomitata dai bastioni e dai(85) forti di Capua, cagionava perdite enormi; lo stesso brigadiere Puppi, mentre con temerario ardimento si esponeva alla testa dei suoi, cadeva mortalmente ferito. Ormai lo scopo che il comandante superiore erasi prefisso poteva ritenersi pienamente ottenuto; per cui venne ordinato di retrocedere ordinatamente, per riprendere ciascun corpo le proprie posizioni. Al capitano Pedotti coi suoi bersaglieri milanesi, coadiuvato dal luogotenente Zancarini, comandante la compagnia Genio, fu dato l’arduo incarico di sostenere e proteggere la ritirata del grosso delle truppe garibaldine e di trarre in salvo l’artiglieria, specialmente i pezzi che il fuoco nemico aveva smontati.
Il nemico, appena visto che i nostri muovevano in ritirata, baldanzosamente usciva in buon numero dal forte per inseguirli e molestarli; ma venne arrestato dalle punte delle baionette dei bravi bersaglieri che, guidati dal loro comandante capitano Pedotti e assecondati dal 3° battaglione comandato dal capitano De Caroli, lo misero in fuga, inseguendolo fin sotto ai bastioni di Capua, al grido di “viva Garibaldi”.
Il capitano Pedotti per la sua eroica condotta veniva proposto per la promozione e per la croce dell’Ordine Militare di Savoia.
Altri ufficiali per la loro bella condotta ebbero pure meritate onorificienze.
Il maggiore Cattabeni, partito secondo l’ordine ricevuto da Caserta alle 3 pom. del giorno 18, arrivava a Limatola a mezzanotte e mandava il seguente rapporto:

Al generale Turr.

“Mi trovo ad un terzo di miglio dalle sponde del fiume. Mi è riuscito ottenere tre pescatori che mi serviranno di guida. Da qui a Caiazzo vi sono circa 4 miglia. I soldati riposano, e alle 2 e mezza riprenderò la marcia. Ho ordinato ai soldati di mettere le giberne all’estremità del fucile, perchè troveremo un mezz’uomo d’acqua abbondante.
“Dai rinsegnamenti avuti, in Caiazzo ci sono 600 regi, con due pezzi d’artiglieria.
“Al giungere di questo rapporto, son sicuro Caiazzo sarà in nostro potere. Non potevamo scegliere un miglior punto di questo per passare il fiume. Alle 4 e mezza darò l’assalto a Caiazzo, e vedrà che i cacciatori di Bologna son degni di essere sotto i suoi comandi”.

firmato G. B. Cattabeni.

E, come aveva promesso, le truppe comandate dal Cattabeni alle 5 e mezza entravano a Caiazzo.
Ottenuto lo scopo della ricognizione e di esplorare le forze del nemico, il Turr esponeva al generale Garibaldi la necessità di ordinare al Cattabeni di sgombrare Caiazzo; ma Garibaldi mostrava ripugnanza di abbandonare una così bella posizione; e allora Turr fatta comprendere la difficoltà di sostenere con un battaglione una posizione così lontana, al di là di un fiume, raccomandò a Garibaldi di farla occupare fortemente, e il generale dava ordini al Medici di mandarvi una brigata della sua divisione; disgraziatamente era però già troppo tardi.
Il generale Garibaldi, visto che il Turr aveva bisogno di riposo, per migliorare la sua salute il 20 gli telegrafava così:

Al generale Turr, Caserta.

“Subito giunto Medici a Caserta incaricato del Comando, venite qui a passare qualche giorno Napoli 20, ore 6,50” G. Garibaldi.
Intanto il generale Garibaldi avendo constatato colle ricognizioni del 19, opportunamente ordinate dal Turr, di avere da fare con un nemico che disponeva di molte forze, si preparava per affrontarlo.
Ma, mentre questo avveniva nel campo garibaldino, i borbonici preoccupati della perdita di Caiazzo, determinavano di riprenderlo immediatamente e ad ogni costo.
La mattina del 21 settembre cinque battaglioni di cacciatori regi, due squadroni di cavalleria ed una batteria da campagna, sotto il comando del generale Colonna uscivano da Capua per investire Caiazzo.
Il comandante dell’11° battaglione garibaldino che occupava la posizione avanzata di Monte S. Nicola, avvisava il brigadiere Spangaro di questo movimento; ma era troppo tardi! I rinforzi non potevano arrivare in tempo, solo il colonnello Vacchieri con 600 uomini potè giungere in sussidio dal Cattabeni.
Ma che potevano fare i comandanti garibaldini contro l’enorme superiorità delle forze nemiche? Essi occuparono un bosco di olivi, barricarono le strade di Caiazzo ed attesero di piè fermo il nemico. Si cominciò a combattere fuori le città ma, incalzati da ogni parte, i garibaldini mancanti di artiglieria, oppressi dal numero, abbandonarono la campagna e si ritirarono nella città dietro le barricate, per resistere fino all’estremo. Avveniva allora un fatto atroce; mentre i nostri combattevano alla difesa delle barricate, i reazionari li fucilavano alle spalle dalle case e dai tetti. Ogni resistenza diveniva impossibile, inutile; le barricate erano demolite dal cannone borbonico, i garibaldini assaliti di fronte e alle spalle; il Cattabeni cadeva ferito gravemente mentre incoraggiava alla resistenza; molti altri ufficiali feriti caddero prigionieri; i garibaldini cercarono di salvarsi ritirandosi, ma, incalzati dalla cavalleria, molti rimasero sul terreno, altri si gettarono nel fiume, ove non pochi perdettero la vita, sicchè del battaglione Cattabeni ben pochi rientrarono in Caserta.
Verso la fine di settembre Garibaldi, presentendo che i napoletani, forti di oltre quarantamila uomini, rinchiusi a Capua avrebbero fatto un supremo sforzo per riconquistare Napoli al loro Re, aveva mandato fuori un caldo proclama chiamando i commilitoni a raccolta e chiedendo all’Italia nuovo aiuto d’uomini, pel compimento dei suoi voti di libertà e d’indipendenza.
Alla chiamata di Garibaldi volle rispondere anche l’Elia, che il Prodittatore Depretis aveva mandato a Bologna alle cure del professore Rizzoli; sebbene assai sofferente e impedito di parlare, pur’egli sentì il dovere di non mancare allo appello, tanto più che il tenente Lanari, superstite del battaglione Cattabeni, si offriva di accompagnarlo.
Quando il generale lo vide a Caserta lo accolse con gioia ed amore, rallegrandosi di vedere avverata la sua profezia del 15 maggio a Calatafimi “Coraggio, mio Elia, di queste ferite non si muore” che egli si compiacque di rammentare ai presenti del quartiere generale.

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Come Garibaldi aveva previsto i borbonici si preparavano ad una fiera, disperata riscossa.
Ma il generale dal canto suo non si faceva cogliere sprovvisto. – Egli si approntava a ricevere il nemico come si conveniva, e prendeva il partito il fronteggiarlo in tutti i punti, pei quali avrebbe potuto sfondare e marciare su Napoli.
A questo scopo dava le sue disposizioni.
Le posizioni dell’esercito garibaldino, cominciando dalla sua estrema destra, cioè da Maddaloni, descrivendo un semicerchio erano le seguenti:
Monte Longone, Monte Caro, Castelmorone, posto di prolungamento della linea tra Maddaloni e S. Leucio; S. Leucio, Sant’Angelo, Santa Maria e San Tommaso, le quali erano occupate così:
Sopra Maddaloni Bixio colla sua divisione, che componevasi delle brigate Dezza e Spinazzi, più la brigata Eberhardt della Divisione Medici, con la colonna Fabrizi, in tutto 5500 uomini circa, con 8 pezzi di artiglieria.
A Castelmorone, passo da Caserta a Limatola, il battaglione Bronzetti di soli 270 uomini.
A S. Leucio il generale Sacchi colla sua brigata (divisione Turr) di 2000 uomini circa.
A Sant’Angelo il generale Medici con la sua divisione (meno la brigata Eberhardt) e colla brigata Spangaro (divisione Turr) in tutto 4500 uomini circa, con 9 pezzi da campagna e il reggimento Brocchi del genio con 300 uomini.
A San Tommaso, estrema sinistra, della divisione Cosenz, il reggimento Fardella esteso fino alla ferrovia di S. Maria e a Capua, ove eravi pure una mezza batteria, i reggimenti Malenchini e Laugè della divisione Cosenz, sulla strada ruotabile a destra di S. Maria, ed a sinistra verso la ferrovia la brigata La Masa con una compagnia del genio, distesa verso lo stradale Santa Maria-Sant’Angelo; la batteria della divisione Turr a Porta Capua di S. Maria. Tutta questa forza sotto gli ordini del generale Milbitz.
Ad Aversa il colonnello Corte con la brigata di formazione.
La riserva forte di 5500 uomini circa, con 12 pezzi di artiglieria, sotto gli ordini del generale Turr a Caserta.
La battaglia era imminente; Garibaldi la presentiva. Il 30 di settembre aveva notato un gran movimento in Capua, e siccome era sicuro di aver indovinato il pensiero del suo avversario, mandava gli aiutanti ad avvertire i suoi Luogotenenti che facessero buona guardia perchè l’indomani sarebbe avvenuto l’attacco generale, ultimo, disperato tentativo da parte dei borboni.
Il 1° ottobre, alle 3 del mattino, il generale Garibaldi seguito dal suo stato maggiore e dai suoi aiutanti montava in ferrovia e giungeva a S. Maria sul far dell’alba. Il Milbitz era già alle prese col generale Tabacchi in S. Maria, e il Medici con Afan de Rivera a S. Angelo.
Il generale Tabacchi, attaccando S. Maria e trovando forte resistenza di fronte da parte dei reggimenti Lauger, Sprovieri, Corrao e La Porta, spinse una parte delle sue truppe a sinistra per girare la città e tagliare le comunicazioni fra S. Maria e Sant’Angelo; ma se ne avvide del tentativo Garibaldi ed ordina alla brigata Assanti di accorrere in aiuto.
Dava pure ordine al 2° battaglione bersaglieri livornesi comandati dal maggiore Sgarallino di spingersi a sinistra dalla strada per S. Angelo, al 2° reggimento colonnello Borghesi, ed al 1° comandato dal tenente colonnello Fazioli, di occupare il cimitero ed una casa, per tener testa all’irrompente nemico. Tutti questi ordini rigorosamente eseguiti, malgrado il fulminare incessante del nemico, rafforzano la minacciata posizione tenuta con estremo valore dal brigadiere Malenchini e dai suoi eroici compagni. L’attacco fulmineo della brigata Assanti e dei bravi guidati da Lauger, Sprovieri, Palizzolo, Malenchini, La Porta ferma lo slancio del nemico che si riduce ad investire Santa Maria.
Mentre a destra ardeva così il combattimento a Sant’Angelo i Regi facevano i più arditi sforzi, con le più grandi masse, per sfondare la linea occupata dai nostri e irrompere su Caserta e Napoli. Il Dunn, lo Spangaro, il Simonetta, il Ferrari, il Pedotti facevano sforzi eroici per contenere ed arrestare l’impeto del nemico, ma battuti da tutti i lati dall’artiglieria dei Regi, ferito il brigadiere Dunn, morto il comandante del(86) battaglione Ramorino, feriti i capitani Tito, Franco ed altri, sono costretti a dare indietro e a riparare dietro le barricate.
Il generale Medici comprendeva che la perdita della sua posizione sarebbe stata la perdita della battaglia e l’occupazione da parte dei Regi di Caserta e di Napoli. Bisognava vincere ad ogni costo: “Avanti figliuoli” egli grida – “moriamo tutti qui se occorre, ma vinciamo in nome d’Italia e di Garibaldi”.
“Avanti tutti” egli grida – e colla risoluzione di vincere o di morire si mette alla testa dei suoi e, sorretto dalla sezione d’artiglieria comandata dal tenente Torricelli, si slancia contro il nemico affrontandone il turbine di fuoco, caricando furiosamente alla baionetta; cadeva nella brillante carica il maggior Castellazzo, il luogotenente Capanelli e molti altri, ma il nemico era fermato e obbligato a retrocedere.
Il generale Garibaldi che dalle prime ore del mattino si trovava a S. Maria, confidando interamente in Milbitz, suo vecchio compagno di Roma, cui aveva raccomandato di tener duro e impedire ad ogni costo che le comunicazioni tra S. Maria e Sant’Angelo fossero tagliate, montò in vettura e, scortato dal suo stato maggiore, da Missori, da Arrivabene, da Canzio, da Basso e da alcune guide, si mosse verso Sant’Angelo per vedere se, anche in quel campo d’azione, il combattimento era impegnato seriamente.
La strada che da S. Maria va a Sant’Angelo era fulminata; il generale Garibaldi in quel momento supremo per le sue armi nel traversarla si trovò avvolto in un nembo di morte; la carrozza tempestata da una grandine di fucilate fu involta fra un nugolo di nemici. Già le scariche avevano ucciso un cavallo ed il cocchiere, talchè Garibaldi fu costretto a balzare a terra e coi suoi difendersi; cadeva ferito, facendo scudo al generale il prode Arrivabene; il pericolo era grande; ma se ne avvidero i carabinieri genovesi comandati dal Mosto, i carabinieri lombardi comandati dal Simonetta, e il bravo capitano Romano Pratelli comandante la 7a compagnia della brigata Spangaro, i quali tutti si slanciarono con tale impeto che il nemico fu in breve sbaragliato e posto in fuga a punta di baionetta, e a Garibaldi e ai suoi fu aperta la via per Monte Sant’Angelo.
Ivi arrivato trovò Medici che alla testa dei suoi faceva eroici sforzi onde rigettare le masse borboniche e s’avvide che le sommità del Monte S. Nicola erano occupate dai nemici, i quali per strade coperte avevano delusa la vigilanza dei garibaldini e, girato Sant’Angelo, si erano portati dietro la nostra linea, occupando le alture.
Senza perdita di tempo il generale raccolse tutte le truppe che potè avere sotto mano e, preso esso stesso il comando, si avviò per stretti sentieri di montagna passando al di sopra del nemico e d’improvviso fatta una sola scarica si precipitò sui borbonici che ne rimasero schiacciati e fatti prigionieri.
Intanto altre truppe giungevano in aiuto al Medici condotte dal maggiore Farinelli, dal maggior Morici, dal Simonetta, dal colonnello Ferrari, e dal colonnello Guastalla, capo dello stato maggiore; con tutte queste forze il Medici ordinava un estremo assalto alla baionetta; questo fu condotto con tale impeto irresistibile, che i borbonici furono rotti e posti in fuga lasciando numerosi prigionieri.
Quando Garibaldi fu assicurato che a Sant’Angelo per l’eroica condotta dei combattenti potevasi ormai contare sulla vittoria, si lanciò di nuovo verso S. Maria. Mentre accorreva in quella parte ove il combattimento era aspramente impegnato, il generale Turr mandò a Garibaldi un suo ufficiale d’ordinanza, per fargli noto di avere inviata parte della riserva a S. Maria e parte in rinforzo a Bixio; e per chiedergli se credeva arrivato il momento opportuno per fare entrare in combattimento i restanti 3500; Garibaldi gli rispondeva: “marciate con tutte le forze su S. Maria, dove mi troverete”.
Il generale Turr non perdette un minuto – egli teneva pronti i suoi – e presto fu a S. Maria ove trovò che Milbitz faceva eroici sforzi per ribattere gli attacchi sempre ripetuti del nemico.
Appena Garibaldi vide Turr con la riserva gli disse: “Siamo vincitori – non occorre che l’ultimo colpo decisivo”.
All’istante il generale Turr ordina alla brigata Milano che aveva condotto con sè di caricare il nemico; Garibaldi seguito da Rustow coi suoi usseri si mette alla testa della brigata; tutti gli altri corpi fanno a gara per seguirlo nell’estremo cimento; Corrao, La Porta, Pace, Palizzolo, Sprovieri, Malenchini, Bassini, Tasca si slanciano in furioso attacco; il battaglione Tasca del reggimento Bassini, 1a compagnia Lepore alla testa, affronta il nemico che erasi fortemente trincerato nel Cimitero da dove seminava strage sui nostri; il primo a scalare la cinta è il valoroso furiere Pittaluga; il Pittaluga è seguito dalla 1a compagnia e dalle altre; il Cimitero è preso colla punta della baionetta e il nemico posto in fuga; molti rimangono prigionieri e il prode Pittaluga è promosso sottotenente sul campo di battaglia.
Altri si avventano contro la batteria nemica e se ne impadroniscono.
Ma non era ancora la vittoria predetta da Garibaldi!
A S. Maria ancora si combatteva accanitamente.
La compagnia La Flotte teneva fermo nella Cascina davanti S. Maria dalla mattina, da dove cinque furiosi assalti nemici non avevano potuto sloggiarla. Ma tutti erano sfiniti.
Per fortuna il capitano Adamoli dello Stato maggiore portava la notizia al generale Turr dell’arrivo della brigata Eber; si sentiva il vivissimo fuoco col quale era stata accolta la brigata Milano guidata da Garibaldi in persona, e Turr ordinava che Eber con la brigata, colla legione ungherese e con la compagnia dei cacciatori esteri, accorresse a sostegno.
Il Dittatore, sboccato sulla strada S. Angelo colla brigata Milano, era stato accolto da fuoco violentissimo sulla sua sinistra; la cavalleria borbonica si slanciava alla carica, ma i bersaglieri milanesi mandati dal Medici a sostegno e guidati dal capitano Pedotti, tennero testa con una furiosa controcarica loro e della legione ungherese e mettono in fuga, sbaragliata, la cavalleria borbonica.
Era ora di finirla; e Garibaldi manda ordine al Turr a S. Maria, a Medici a Sant’Angelo, perchè si faccia un ultimo supremo sforzo su tutta la linea; Scheiter coi suoi usseri ungheresi, Corrao, La Porta, coi loro reggimenti; Tanara, Cucchi, Tasca coi loro battaglioni si lanciano in aiuto delle truppe di Malenchini e del Bassini e tutti uniti si avventano contro il nemico con furiosa carica alla baionetta; il nemico è rotto su tutta la linea, sbandato ed in ritirata su Capua.
La giornata del 1° ottobre fu memorabile. – In quel fiero combattimento anche una volta Garibaldi dava prova di grande sapienza militare: i suoi luogotenenti Turr, Medici, Bixio, Milbitz e Dezza, si mostrarono degni di lui; i bravi garibaldini tutti, diedero prove di grandissimo valore e di abnegazione. Moltissimi furono coloro che si distinsero e fra questi i colonnelli Borghesi e Fazioli, il maggiore Pedotti, il tenente Carbone, il Tommasi, che il Malenchini promosse(87) capitani; a fianco del Carbone combattè da valoroso il furiere maggiore Coffa che veniva promosso sottotenente e fregiato della medaglia al valore militare.
Verso le 6 pom. tutta la linea di battaglia da S. Maria alle alture di S. Angelo era abbandonata dai nemici e i garibaldini estenuati, dopo 14 ore di combattimento accanito, potevano riposarsi sul campo tanto gloriosamente difeso.
Anche da Maddaloni Bixio aveva mandata la notizia della vittoria su tutta la sua linea.
Il combattimento fu lungo ed accanitissimo. – Bixio aveva voluto dai suoi compagni nel grave cimento la promessa che sarebbero morti tutti al loro posto piuttosto che permettere ai borbonici di marciare su Caserta – “Devono passare sui nostri corpi” aveva detto e gli assalti delle truppe regie, replicati ed accaniti, furono respinti ed infine i nemici furono posti in fuga.
Gli atti di eroismo di Bixio, di Dezza, di Menotti Garibaldi, degno figlio del padre, e di tanti altri, fra i quali si distinse anche il tenente Venzo che con pochi de’ suoi fugato il nemico s’impadroniva di un cannone, non possono descriversi: si comportò da valoroso il tenente Giorgi Tullio; venne proposto per la promozione e per la medaglia al valore il tenente Taglieri Antonio e si distinsero molti e molti altri nel fiero combattimento, che fu vinto colla punta della baionetta e con atti di vero eroismo.
È degno di memoria onorata questo episodio; mentre si combatteva accanitamente in tutta la linea a S. Maria, a S. Angelo ed a Maddaloni, il maggiore Bronzetti con 270 dei nostri sosteneva a Castel Morrone l’urto di 3000 borbonici, respingendoli a varie riprese in ben dieci assalti; la maggior parte di quei bravi era caduta; invano gli ufficiali napoletani esortavano i superstiti ad arrendersi, facendo sapere che tanto valore sarebbe stato rispettato; Pilade Bronzetti resistette entro il castello finchè ebbe cartucce, e, quando queste vennero meno, i difensori di Castel Morrone vollero morire da eroi. Stretti come un sol uomo, tentarono aprirsi un varco colla baionetta tra le migliaia dei nemici; caddero quasi tutti; fu ferito a morte lo stesso eroico Bronzetti e i pochi non feriti vennero condotti prigionieri. Fra questi eroi sacrati alla morte, combatterono disperatamente il valorosissimo Mirri capitano ed i tenenti Matteo Renato Imbriani e Vincenzo Migliorini, che si guadagnarono la medaglia al valore militare e la promozione.

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Mentre Garibaldi co’ suoi del quartiere generale si ritirava da S. Angelo, s’imbattè nei carabinieri genovesi che vollero fargli scorta; fatto l’alt per il rancio, e per un piccolo riposo di cui tutti sentivano il bisogno, venne al Generale l’avviso che una colonna di 5000 borbonici trovavasi a Caserta vecchia, pronta a piombare su Caserta, quartiere generale garibaldino. Mandate staffette per avvertire Sirtori che era a Caserta e Bixio a Maddaloni, egli coi carabinieri genovesi e con altre forze, che potè avere sotto mano, si mise subito in marcia, prendendo la via della montagna. I nemici si erano mossi su Caserta ove trovavano Sirtori che li ricevette vigorosamente; e, sorpresi ai fianchi ed alle spalle dalle forze di Bixio e da quelle condotte da Garibaldi, dopo poca resistenza furono fatti prigionieri.
La vittoria del Volturno del 1 e 2 ottobre aveva tolto ai borbonici ogni possibilità di rivincita; rinchiusi nelle fortezze di Capua e Gaeta non avevano altro scampo, che una resa più o meno lontana.
Però un pensiero crucciava Garibaldi. Esso diceva con gli amici nei brevi momenti di riposo al quartier generale di Caserta: “Il primo ottobre abbiamo sconfitto il nemico a tal punto, che non sarà più in grado di affrontarci; ma non posso andare a Roma, lasciando addietro 40,000 uomini trincerati in due fortezze: essi si riprenderebbero Napoli, quando io coi miei non fossimo qui a difenderla”.

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A distoglierlo da cotali pensieri era avvenuto
un fatto politicamente assai importante.

CAPITOLO XX.

Liberazione dell’Umbria e delle Marche
Castelfidardo-Ancona.

Decisa l’occupazione delle Marche e dell’Umbria da parte delle truppe Piemontesi, il Conte di Cavour ne dava avviso con sua nota del 7 settembre 1860 al Cardinale Antonelli nella quale si diceva: Che il governo Sardo era dovuto venire in quella determinazione perchè “la coscienza del Re Vittorio Emanuele non gli permetteva di rimanersi testimone impassibile delle sanguinose repressioni con cui le armi dei mercenari stranieri al soldo del governo papale, soffocherebbero nel sangue italiano ogni manifestazione del sentimento nazionale. Niun governo ha diritto di abbandonare all’arbitrio di una schiera di soldati di ventura gli averi, l’onore, la vita degli abitanti di un paese civile.
“Per questi motivi dopo aver chiesti gli ordini di S. Maestà il Re mio Augusto Sovrano, ho l’onore di significare a Vostra Eminenza che truppe del Re hanno incarico d’impedire, in nome dell’umanità, che i corpi mercenari pontificii reprimano colla violenza l’espressione dei sentimenti delle popolazioni delle Marche e dell’Umbria.
“Ho inoltre l’onore d’invitare Vostra Eminenza, per i motivi sopra espressi, a dare l’ordine di disarmare e di sciogliere quei corpi, la cui esistenza è una minaccia continua alla tranquillità dell’Italia.
“Nella fiducia che V. Eminenza vorrà comunicarmi tosto le disposizioni date dal governo di S. Santità in proposito, ho l’onore di rinnovarle gli atti dell’alta mia considerazione.

Firmato: C. Cavour”

Sciogliere l’esercito sarebbe stato lo stesso che aprire le porte alla rivoluzione; il governo pontificio dovette scegliere la guerra.
Dopo la giornata del 1859 nella quale le truppe pontificie comandate dal generale Schmidt espugnarono Perugia commettendovi fatti atroci, Cortona era divenuta il centro dei nuovi preparativi insurrezionali nel limitrofo Stato romano. Emigrati perugini, come il Danzetta, il conte Ansidei, il Pompili ed il Massarucci vi avevano preso stanza e vi tenevano adunanze di patrioti; v’interveniva anche il Gualterio che aveva preso parte al movimento del 27 aprile in Toscana. Questi, assieme al Diligenti, si recava a Torino dal conte di Cavour per stabilire accordi per una prossima sollevazione dell’Umbria.
Gli accordi furono questi: il Danzetta ed il Massarucci con altri patrioti ed amici dovevano preparare una sollevazione nel punto che essi avessero creduto il migliore per l’8 o 9 di settembre. Il Diligenti venne incaricato di intendersi coi patrioti Toscani vicini alla frontiera perchè si riunissero in armi a Chiusi il giorno 7 e di là corressero a prestare man forte ai sollevati dell’Umbria; il Diligenti per questo s’intese anche coi liberali livornesi e tutto era stabilito.
Cento patrioti dell’eroica città di Perugia, dei quali erano capi Ugolini conte Galeazzo e Manni Gaetano, uscirono dalla città, si diressero all’osteria dell’Ellera, poco distante, ove trovarono ordine di recarsi a Chiusi per concretare le operazioni da farsi; durante il cammino incontrarono una squadra di gendarmi, impegnarono la lotta, ne uccisero alcuni e fecero gli altri prigionieri.
A Todi ed a Terni altri patrioti dei quali era alla testa il conte Alceo Massarucci erano pronti pel movimento; e l’8 di settembre i patrioti che il Massarucci aveva radunati si mettevano in marcia; erano circa 400 mandati dal Massarucci, dal Theodoli Mario, da Baldoni Giuseppe, e da Colacicchi di Todi; luogo di convegno era l’altura di Allerona; vi arrivarono alle 11 della notte del 9 ove trovarono i volontari condotti dal Danzetti e dal Bruschi. A Chiusi aveva preso il comando di altri 300 volontari, il colonnello Masi e ne aveva formata la legione alla quale aveva dato il nome dei Cacciatori del Tevere. Partito il Masi da Chiusi si diresse su Città della Pieve, ove nominava un governo provvisorio. Giungevano da Chiusi altri 150 volontari condotti dal capitano Giuseppe Baldini. Il giorno 10 il colonnello Masi, arrivava al convento di S. Lorenzo ove erano adunati i volontari dell’Umbria e prendeva il comando del corpo di circa mille uomini.
Fu deciso di marciare su Orvieto e, colle intelligenze che si avevano nell’interno, impadronirsi della città di notte e di sorpresa. Il colonnello riunita la colonna nel piazzale del convento di S. Lorenzo, con voce vibrata disse parole patriottiche agli adunati chiedendo a tutti abnegazione e valore; tutti lo giurarono. Divise quindi le forze in due colonne, una la prese con sè e si diresse al nord della città d’Orvieto, con la speranza che gli amici interni gli aprissero la porta da quel lato della città come era convenuto, l’altra colonna sotto il comando del capitano Liborio Salvatori si diresse dalla parte sud della città, su quel cono di tufo alto ed inaccessibile, nel mezzo della spianata del quale sorgono le mura dell’antica Orvieto.
Erasi convenuto con i liberali orvietani che verso la mezzanotte avrebbero fatto scendere una scala di corda per la quale i volontari da fuori sarebbero ascesi sulle mura. All’ora stabilita la scala era al posto; primo a montarvi fu il coraggioso Delbontromboni Giovanni di Crevalcore, già caporale dei finanzieri pontifici; altri lo seguirono; nel salire assai faticoso, disgrazia volle che i fucili di quei bravi urtassero e facessero rumore; già il bravo Delbontromboni stava per arrampicarsi sulla sommità delle mura, quando una voce gridò; “Chi vive?” alla risposta “Roma” seguì una detonazione che fu susseguita da altre; la scala venne abbandonata da coloro che la tenevano e i volontari che vi erano saliti, sbattendo violentemente contro il tufo, precipitarono nel fossato. Il tentativo era fallito e la colonna dovette ritirarsi a S. Lorenzo, ove prima del giorno faceva pur ritorno il colonnello Masi, essendogli fallito anche il tentativo dell’apertura della porta al nord della città.
L’audace tentativo non andava però perduto; il giorno seguente le autorità cittadine guidate dal conte Piccolomini, assecondate dal popolo orvietano tutto assembrato, si presentavano al legato del Papa monsignor Cerruti chiedendo si aprissero le porte alle truppe nazionali e si evitassero conflitti.
Il delegato, dopo breve indugio, accordava la resa e dava incarico per l’esecuzione alla rappresentanza comunale; così i cacciatori del Tevere entravano in Orvieto dalla parte della Rocca, mentre i papalini ne uscivano dalla porta Romana.
La sera del 17 settembre i cacciatori incolonnati prendevano la via di Bagnorea preceduti da ardita avanguardia comandata dal tenente marchese Mario Theodoli. Arrivata la colonna a Bagnorea dopo breve sosta, riprese la marcia per Cellino e Montefiascone; si sperava di arrivare al paese di sorpresa, ma a tre chilometri distanti alcuni uomini dell’avanguardia mandati avanti dal Theodoli ad esplorare, s’imbatterono in una pattuglia di gendarmi a cavallo; altri a piedi seguivano a distanza; gli uomini dell’avanscoperta aprirono il fuoco: i carabinieri a piedi che si trovavano a distanza si misero in fuga, quelli a cavallo che erano già sopra ai nostri furono fatti prigionieri. Ma i fuggiti avevano dato l’allarme e la sorpresa non fu più possibile.
Una compagnia di pontifici (belgi) si fece avanti per arrestare l’avanguardia dei cacciatori comandati dal Theodoli, ma i nostri, fatta una scarica, e sorretti dal corpo del Masi sopraggiunto di corsa, attaccano i belgi alla baionetta, li mettono in fuga e con essi entravano a Montefiascone, mentre i papalini fuggivano dalla parte opposta per la via di Viterbo.
Il giorno 20 settembre la guarnigione pontificia avendo abbandonato Viterbo, una deputazione cittadina veniva ad invitare Masi ad entrarvi, ed alle 5 pomeridiane dello stesso giorno i nostri erano a Viterbo. Il 24 i cacciatori del Tevere occupavano Civitacastellana e Corneto.
Il 2 di ottobre i cacciatori lasciata Civitacastellana giunsero parte a Rignano Flaminio, altri a Castelnuovo di Porto e una colonna a Fiano Romano; il 5 tutta la colonna transitava sulla sinistra del Tevere e nel pomeriggio arrivava a Poggio Mirteto, città delle più patriottiche.
Presavi stanza il colonnello Masi spediva il Diligenti ed il Massarucci al generale Brignone in Terni per sapere se poteva proseguire il suo movimento verso Roma e quali erano le intenzioni del Governo.
I due patrioti venivano incaricati dal generale di fare sapere al colonnello Masi che ogni speranza di andare a Roma era svanita e che ordine perentorio eravi di sgombrare dal così detto patrimonio di S. Pietro.
Fu forza al Masi di ubbidire e l’8 di ottobre non restava un volontario sulla sinistra del Tevere. I cacciatori del Tevere si erano ridotti a Montefiascone diretti per Orvieto, da dove avevano mossi i primi passi pieni di ardire e di speranze; il 20 dovettero abbandonare anche Orvieto!
In seguito i cacciatori del Tevere formati in due battaglioni, sotto gli ordini del colonnello Masi, poterono rendere segnalati servigi al paese combattendo il brigantaggio che nell’Ascolano e negli Abruzzi perpetravano atrocità inaudite specialmente in Collalto, segnalandovisi in modo particolare il capitano Marchese Mario Theodoli che si meritava promozioni ed onoreficenze; vi si distinsero pure il tenente Giulio Silvestri ed il più giovane fratello Annibale sottotenente, romani.

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Per liberare l’Umbria dai mercenari del papa comandati dal famoso generale Schmidt, fu dato incarico al generale Fanti, comandante del 5° corpo, il quale formò il piano seguente:
1° Impadronirsi di Perugia come base d’operazione;
2° Marciare compatti su Foligno, centro delle comunicazioni dello Stato pontificio con l’intento d’assicurare per ogni evento la congiunzione col 4° corpo, comandato dal Cialdini;
3° Da Foligno rivolgersi su Spoleto o su Ancona secondo le mosse di Lamoricière.
Il generale De Sonnaz con la brigata granatieri di Sardegna ed altre truppe sussidiarie, bersaglieri, artiglieria, cavalleria e genio, doveva occupare Perugia. La mattina del 14 settembre investiva la piazza murata e alle ore 9 la colonna di destra comandata dallo stesso generale De Sonnaz, sfondava la porta S. Antonio e coi bersaglieri in testa, comandati dal colonnello Pallavicini, entrava in città. Mentre questo avveniva a destra, i granatieri di Sardegna a sinistra sfondata la porta Santa Margherita entravano essi pure trionfanti in Perugia. Il generale Schmidt che si era ritirato nel forte, alle 6 pomeridiane capitolava. Così per le eccellenti disposizioni tattiche prese dal generale De Sonnaz e pel valore delle nostre truppe si ebbe espugnata l’importantissima piazza di Perugia e si arrendevano prigionieri 1700 ponteficii con sei pezzi d’artiglieria e la bandiera del 2° reggimento estero.

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Nelle Marche le cose andavano così:
L’8 settembre Urbino insorgeva e fugati i gendarmi pontificii, abbattuti gli stemmi del governo papale proclamava l’unione all’Italia sotto la dinastia di Savoia; Fossombrone ne seguiva l’esempio innalzando il vessillo tricolore. A tale notizia il generale Lamoricière mandava ordine al Di Curten di ridurre a servitù le ribellate città. Il giorno 11 Fossombrone veniva violentemente assalita da una forte colonna di mercenari, i quali sorpresa la città vi rinnovarono le scelleratezze e gli eccidî che funestarono la patriottica Perugia; non ebbe il prode Di Curten l’ardire di assalire Urbino, ove lo attendevano in armi i generosi cittadini rafforzati da 800 volontari accorsi in loro soccorso dalle terre vicine, risoluti all’estrema resistenza.
Nè, nella baldanza brutale di quell’orgia sanguinaria, ardiva di muovere su Pergola che erasi pure sollevata con grande entusiasmo e si sosteneva con vigoroso ardimento, ispirato coll’esempio dai patriotti G. Batt. Jonni e Ascanio Ginevri.
Per tutte le Marche il Lamoricière aveva fatto proclamare lo stato d’assedio e le scorazzava terrorizzando le popolazioni con atti feroci.
Al Cialdini, a cui il governo del Re aveva dato l’incarico di liberare le Marche da tanto flagello, era imposto il dovere di accelerare le sue mosse per cogliere il nemico disseminato e sconfiggerlo prima che avesse potuto raccogliersi.
Il mezzogiorno del 11 settembre una brigata di cavalleria e tre battaglioni di bersaglieri, divorata(88) la via, accerchiavano la città di Pesaro.
Il Cialdini mandava un parlamentario coll’intimazione della resa, ma essendo stata questa respinta, l’artiglieria, che appena arrivata aveva preso posizione, apriva il fuoco contro porta Rimini e porta Cappuccini. Dopo un’ora di cannoneggiamento i nostri bravi bersaglieri entravano in città per le porte sfondate.
La guarnigione mercenaria erasi riparata nel forte coll’intendimento di resistere; ma il giorno di poi dopo un vivacissimo fuoco della nostra artiglieria piazzata sul colle di Loreto, inalberava bandiera bianca e si arrendeva a discrezione.
Il giorno 12 i nostri s’impadronirono di Fano e la mattina del 13 riprendevano la marcia per Ancona.
Il 14 si volle dare un po'(89) di riposo alle truppe a Senigallia, ma, saputosi che la colonna del generale Di Curten si trovava sulle alture di S. Angelo, il bravo generale Leotardi ordinava al brigadiere Avogadro di Casanova di muovere subito ad attaccarli e questi, con due battaglioni della brigata Bergamo e coi Lancieri di Milano, verso le 2 pomeridiane assaliva il nemico vigorosamente e lo sbaragliava, facendo buon numero di prigionieri.
Nella notte del 14 il generale Cialdini veniva informato che il generale Lamoricière si dirigeva per la Valle del Chienti a marcie forzate verso Ancona con circa 4000 uomini e che era seguito, ad un giorno di distanza, dal general Pimodan colla 2a brigata di circa 5000 uomini; e gli si riferiva pure che avrebbe passata la notte del 15 a Macerata.
Da Macerata per Ancona il Lamoricière poteva percorrere tre strade; la 1a, più breve e più diretta, discende in Val di Potenza, passa questo fiume, sale a Monte Casciano e per Monte Fiore procede per Osimo e di là ad Ancona; la 2a che, dopo passato il fiume Potenza segue il versante a maestro di questa valle mette a Recanati, sale a Loreto e per la Valle di Musone va alle Crocette di Castelfidardo e ad Ancona; la 3a segue la cresta delle colline fra Potenza e Chienti, per Monte Lupone e Monte Santo sbocca alla spiaggia, varca il fiume Potenza presso la foce, viene a Porto Recanati e per Camerano va ad Ancona.
Il generale Cialdini al mattino del 16 fece occupare un’eccellente posizione fra Osimo e Jesi, spingendosi fino a Castelfidardo.
Per trarre in inganno il Lamoricière sulle sue intenzioni il Cialdini mandava nel cuore della notte del 15 uno squadrone di lancieri a Filottrano, con incarico di ordinare perentoriamente pel mattino seguente 24,000 razioni di pane per l’esercito, il quale doveva attraversare il paese diretto per Macerata. Invece, nella stessa notte, i due battaglioni 11° e 16° che colla brigata Como avevano occupato Torre di Iesi, si portavano a passo accelerato accompagnati da una sezione d’artiglieria, ad occupare la forte posizione di Osimo.
Il Lamoricière arrivò il 15 a Macerata ed il 16 a Loreto, ove il 17 lo raggiunse la colonna Pimodan.
Soltanto il Musone separava i due eserciti; il generale Cialdini aveva dovuto disporre le sue truppe in modo da parare contemporaneamente a due attacchi, convergenti ma provenienti da direzioni opposte, e cioè da Loreto e da Ancona. A tale intento, aveva occupate le colline che dividono il Musone dall’Esino, e si protendono digradando verso il mare fin presso la confluenza dei fiumi. L’ordine di battaglia delle truppe italiane aveva quindi due fronti, l’uno rivolto al nord, verso Ancona e disteso dal ponte delle Ranocchie, per S. Biagio, la Badia e San Rocchetto, alle Crocette: l’altro, rivolto al sud, verso Loreto, dalle Crocette, per Campanari, Castelfidardo, S. Solino ad Osimo. Quest’ultimo era il più forte, come il più potente era il capo pontificio al quale doveva opporsi.
Il Lamoricière, che aveva per obbiettivo Ancona, comprese subito che per raggiungerlo gli era necessario d’impadronirsi della linea di colline che riunisce l’Esino al Musone e più che altro, del poggio che fa culmine al Monte Oro ad oriente delle Crocette. Divise perciò il suo corpo in due colonne: l’una forte di cinque battaglioni, tre squadroni e 12 cannoni guidati da Pimodan, che, con una conversione a sinistra doveva sloggiare le truppe italiane dalla suindicata posizione; la seconda, sotto il proprio comando, forte di quattro battaglioni, riparti di cavalleria e 4 pezzi, doveva attaccare da destra.
Alle ore 9,30 del 18, l’avanguardia pontificia, carabinieri e svizzeri, urtò contro i primi avamposti italiani sulla destra del Musone. L’estrema punta dell’ala sinistra italiana era formata da bersaglieri, ossia dal 26° battaglione, e di una compagnia del 12°, ed occupava col grosso il poggio e col resto il piano inclinato antistante, circoscritto a Nord-Est dall’Aspio ed a Sud dal Musone. Due grosse case coloniche si ergevano in quello spazio, l’una nel piano, l’altra a mezza costa.
Il combattimento si accese innanzi alla casa di sotto, che le cinque compagnie di bersaglieri raccoltesi là intorno, difesero valorosamente contro tre battaglioni pontifici, carabinieri e svizzeri, il primo cacciatori indigeni ed i zuavi franco-belgi con due cannoni; dopo accanitissima resistenza, soprafatti dal numero, i bersaglieri ripiegarono alla casa di sopra, che egualmente tennero con tenacia e che pur dovettero sgombrare. Ma, accorsi a sostegno, prima due e poi due altri battaglioni del 10° reggimento fanteria con due cannoni, dopo pugna ostinata le due case vennero riprese; ed invano varcarono il Musone e si schierarono in battaglia gli altri due battaglioni del Pimodan, che vi perdeva la vita, ed i quattro della colonna Lamoricière con tutta la loro artiglieria. Queste truppe non ressero a lungo al fuoco delle truppe italiane e si ruppero, sbandandosi quali verso Loreto, altre verso Recanati; mentre alcuni piccoli drappelli si diressero verso Umana. Riuscì a pervenire in Ancona solo il generale Lamoricière con pochi dei suoi, deludendo la vigilanza dei nostri.
Alle 2 del pomeriggio il combattimento era cessato.
Dalla parte di Ancona tuonava il cannone. Fin dalle 8 di mattina la flotta aveva aperto il fuoco contro la piazza, danneggiando le opere di Monte Cardetto e di Monte Marano; verso sera si ritrasse al largo avendo raggiunto il suo scopo, cioè quello di distogliere il presidio della piazza dal portare soccorso ai combattenti di Castelfidardo.
Il giorno 19 fra il generale Cialdini ed il colonnello Coudenhoven venne stabilito che i pontificii avrebbero deposte le armi in presenza delle truppe italiane. Si arresero circa 5000 pontificii, con 150 ufficiali; 11 cannoni, cassoni e carri di artiglieria caddero nelle mani del vincitore.
Così ebbe termine la battaglia di Castelfidardo colla vittoria delle armi italiane.

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Il giorno 20 il generale Cialdini diede le disposizioni per un largo blocco intorno ad Ancona, in aspettativa della sua 13a divisione e del 5° corpo che distava di poche marcie.
Il giorno 23 il generale Fanti riconobbe la piazza dal lato di mare e presi concerti coll’ammiraglio Persano dichiarò il blocco serrato di terra e di mare; sbarcò il parco d’assedio nella grossa spiaggia di Numana e dispose il completo investimento della piazza.
Dalla parte di terra l’obbiettivo principale era quello di Monte Gardetto, dal qual forte si poteva comandare e battere tutte le altre difese della piazza; per raggiungere tale obbiettivo era necessario impadronirsi delle posizioni fortificate di Monte Pelago e Monte Pulito, onde impiantarvi le batterie per battere la Lunetta di S. Stefeno e Monte Gardetto.
Il generale Fanti ordinava pertanto che si concentrassero vivissimi fuochi d’artiglieria sulla Cittadella e sul campo trincerato, e comandava che si prendessero di viva forza la lunetta di Monte Scrima e il Lazzaretto.
Il giorno 24 si apriva il fuoco contro le opere esterne della piazza.
Dalla sua parte Cialdini radunati su Montagnolo 12 pezzi rigati investiva la Cittadella e il forte Scrima, che fu dovuto abbandonare dalle truppe pontificie e subito occupato dai nostri. Il giorno 25 il generale Cadorna vi piantava la 4a batteria e con essa apriva il fuoco contro il Lazzaretto, dal quale si voleva sloggiare il nemico.
Il giorno 26 fu deciso dal Fanti l’attacco al Monte Pelago. La brigata Bologna, condotta dal brigadiere Pinelli, si slancia col più grande vigore sulla posizione, unitamente al 23° e 25° battaglione bersaglieri, e nonostante la fitta grandine di palle di carabina e di mitraglia dei cinque pezzi ivi piazzati, i nostri bravi continuano la loro corsa; ufficiali e soldati gareggiano a chi prima porrà il piede sul parapetto nemico; in un baleno superano gli spalti, saltano nel fosso, s’arrampicano sui parapetti e la bandiera del 39° reggimento sventola sul culmine del forte: i mercenari sono messi in piena fuga.
I nostri bravi soldati inebbriati dalla vittoria inseguono il nemico, scalano i parapetti della seconda lunetta e v’impiantano la bandiera del 40° reggimento impossessandosi di altri due pezzi.
Monte Pulito viene occupato dal 39° reggimento che vi si stabilisce.
Si dà allora alla squadra il segnale di aprire il fuoco e questa assale con le sue bordate il Gardetto e il Forte dei Capuccini, che ne vengono gravemente danneggiati.
Nella notte del 26 essendosi ultimati i lavori del forte Scrima, e piazzatavi una batteria d’obici ed altra di pezzi rigati sulla sinistra, al far del giorno tutti questi pezzi aprirono il fuoco contro le posizioni fortificate della piazza. Intanto il generale Cialdini ordinava al 7° battaglione bersaglieri, comandato dal capitano Brunetta, sotto la direzione del suo capo di stato maggiore tenente-colonnello Piola, di occupare rapidamente Borgo Pio. Il battaglione si slancia risolutamente, e cacciati i posti nemici lo occupa provvedendo subito alle opere di prima difesa; verso sera due altri battaglioni di bersaglieri il 6° e il 12° rinforzarono(90) il 7° e occupano solidamente quel borgo.
Alle ore 8 del 27 il 6° battaglione dei bersaglieri ebbe l’ordine d’impadronirsi del Lazzaretto; sotto un fuoco micidiale questi bravi si lanciano all’ardita impresa; una barca serve da ponte nello stretto canale che isola il Lazzaretto.
Il primo plotone accompagnato da un drappello di zappatori procede sotto un fuoco vivissimo all’atterramento della porta; ma il sottotenente Ferrari Luigi si slancia entro il ridotto per una cannoniera seguito dai suoi bersaglieri, e, cadendo all’improvviso sul nemico, facilita la apertura della porta; in un’ora(91) l’intero battaglione si stabiliva al Lazzaretto, impossessandosi di 3 pezzi e facendo prigionieri 3 ufficiali ed i soldati che lo presidiavano.
Il giorno 28 e la notte fra il 28 al 29 le truppe piemontesi si occuparono nel piantare a 400 metri dalle mura, nuove batterie. Il Lazzaretto era stato rinforzato da altre truppe, ma vedendo il generale Fanti che le batterie del Molo e quella della Lanterna lo avevano preso di mira e lo fulminavano, dava ordine al contrammiraglio Persano di attaccare quelle batterie e farle ad ogni costo tacere.
Il Persano corrispose prontamente all’invito del Fanti. Ad un’ora pomeridiana la Piro-fregata “Vittorio Emanuele” si abbozzava a 500 metri di distanza dalla batteria Casamatta della Lanterna; le Piro-fregate “Governolo” e “Costituzione” assecondarono la “Vittorio Emanuele” ormeggiandosi a 500 metri di distanza a ponente della Lanterna. Alle due pomeridiane le manovre erano eseguite sotto il fuoco delle batterie della piazza; senonchè il vento forte che soffiava da scirocco fece arare gli ancoroti che tenevano abbozzata la “Vittorio Emanuele” la quale dovette cambiare di posto e per manovrare fu obbligata a mettersi fuori di tiro. Fu segnalato alla “Carlo Alberto” di prendere il posto della nave suddetta e questa s’andò ad abbozzare verso le 3 pom. a 200 metri di distanza dalla Lanterna, senza rispondere neppure con un colpo ai tanti che le piovevano attorno dai forti.
Alle 3 1/2 fatto il tiro di prova questa fregata lanciava tutta la sua fiancata contro la batteria della Lanterna; che ne aveva rovinato il piano superiore. “Il Governolo”, “La Costituzione” e il “Carlo Alberto” continuavano a fulminare le batterie del porto.
La “Vittorio Emanuele” rientra in azione e a tutta velocità manovra per passare ad un tiro di pistola dalla Lanterna; alla temeraria manovra rimangono pietrificati gli stessi artiglieri delle batterie nemiche; ma, arrivata la bella fregata all’altezza della Lanterna lancia a bruciapelo la sua terribile fiancata e come se nulla fosse passa avanti prendendo il largo per girare di bordo e portarsi a lanciare all’occorrenza l’altra fiancata; ma non ve ne fu bisogno, perchè ad un tratto si vide uscire denso fumo dalle cannoniere della batteria e da li a poco si fe’ udire un terribile scoppio e la Lanterna apparve avvolta in una fitta colonna di fuoco.
Svanito il fumo si vide la batteria ridotta ad un mucchio di macerie, sotto le quali rimasero sepolti ufficiali e artiglieri. La catena che sbarrava l’entrata del porto non esisteva più, perchè i pontoni che la reggevano erano stati affondati dai colpi di cannone delle fregate, per cui il porto stesso era aperto alla nostra squadra e quindi Ancona poteva considerarsi perduta per i mercenari papalini.
Alle 4 1/2 cessava il fuoco ed il maggiore Mauri recavasi a bordo dell’ammiraglio per chiedere un armistizio; ma il Persano rispondeva che egli non aveva la facoltà di accordarlo e che bisognava trattare col generale Fanti; senonchè ripugnando al Lamoricière di trattare col Fanti non mandò alcun parlamentario e quindi il Fanti ordinava che alle 10 di notte tutte le batterie riaprissero il fuoco. Da due ore i nostri fulminavano la città, quando fu annunziato al Fanti l’arrivo di un parlamentario e la resa fu conclusa.
Così poterono fare ritorno in Ancona i patriotti conte Michele Fazioli, conte Ferdinando Cresci, l’Ornani, l’Albani, i fratelli Gigli, il Bravura, l’Andreucci, lo Stronati, i fratelli Schellini, l’Andreani e tanti e tanti altri che per sfuggire alle gravi pene, perfino di morte, inflitte loro dal mansueto governo dei preti, avevano dovuto abbandonare la patria e le loro famiglie.

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* *

Disfatto a Castelfidardo il generale Lamoricière?(92) ed entrate le truppe italiane nella capitale delle Marche, il conte Cavour, sfidando la collera di qualche potenza europea, chiese al Parlamento subalpino l’approvazione della sua politica, che era quella di annettere tutte le provincie italiane, che liberamente avessero dichiarato di voler far parte della Monarchia Sabauda, ed avutone l’assenso dispose tosto che il Re stesso si mettesse alla testa dell’Esercito per passare il Tronto. Già il Re aveva emanato il seguente proclama ai soldati, che stavano per occupare l’Umbria e le Marche:

Soldati!

“Voi entrate nelle Marche e nell’Umbria, per restaurare l’ordine civile nelle desolate città, e per dare ai popoli la libertà di esprimere i propri voti.
“Non avete a combattere potenti eserciti, ma liberare infelici provincie italiane dalle straniere compagnie di ventura.
“Non andate a vendicare le ingiurie fatte a me o all’Italia, ma ad impedire che gli odi popolari rompano a vendetta della mala signoria.
“Ora insegnerete coll’esempio il perdono delle offese e la tolleranza cristiana a(93) chi, stoltamente paragona all’islamismo, l’amor della patria italiana.
“D’accordo con tutte le grandi potenze, ed alieno da ogni provocazione, io intendo togliere dal centro d’Italia una cagione perenne di turbamento e di discordia. Io voglio rispettare la sede del Capo della Chiesa, al quale sono sempre pronto a dare io, d’accordo colle potenze alleate ed amiche, tutte quelle guarentigie d’indipendenza e di sicurezza, che i suoi ciechi consiglieri si sono indarno ripromessi dal fanatismo delle sette malvagie, cospiranti contro la mia autorità e la libertà della Nazione.
“Soldati! Mi accusano di ambizione. Sì, ho un’ambizione: ed è quella di restaurare i principii dell’ordine morale in Italia, e di preservare l’Europa dai continui pericoli della rivoluzione e della guerra”.
11 settembre 1860.

Vittorio Emanuele.

Il generale Cialdini nell’imminenza della battaglia di Castelfidardo dirigeva questo proclama alle truppe:
Soldati di questo Corpo d’Armata!
“Vi conduco contro una masnada di briachi stranieri, che sete d’oro e vaghezza di saccheggio, trasse nei nostri paesi.
“Combattete, disperdete inesorabilmente quei compri sicari, e per mano vostra sentano l’ira di un popolo, che vuole la sua nazionalità e la sua indipendenza.

Soldati!

“L’invitta Perugia domanda vendetta e, benchè tarda, l’avrà.
“Il generale comandante il 4° corpo d’armata

Cialdini”

Garibaldi, informato che il generale Cialdini aveva disfatto a Castelfidardo i mercenari del Papa capitanati dal Lamoricière, emanava il seguente ordine del giorno:

Caserta, 5 ottobre 1860

“Il quartiere generale è a Caserta; i nostri fratelli dell’Esercito italiano, comandati dal bravo generale Cialdini, combattono i nemici d’Italia e vincono.
“L’esercito di Lamoricière è stato disfatto da quei prodi. Tutte le provincie serve del Papa sono libere. Ancona è nostra: i valorosi soldati dell’esercito del settentrione hanno passata la frontiera e sono sul territorio napolitano. Fra poco avremo la fortuna di stringere quelle destre vittoriose.

G. Garibaldi”

Il 7 ottobre indirizzava a Vittorio Emanuele la lettera seguente:

Sire!

“Mi congratulo colla Maestà Vostra per le brillanti vittorie riportate dal vostro bravo generale Cialdini e per le felici loro conseguenze. Una battaglia guadagnata sul Volturno ed un combattimento alle due Caserte, pongono i soldati di Francesco II nell’impossibilità di più resisterci. Spero dunque poter passare il Volturno domani. Non sarebbe male, che la M. V. ordinasse a parte delle truppe, che si trovano vicino alla frontiera abruzzese, di passare quella frontiera e fare abbassare le armi a certi gendarmi che parteggiano ancora pel Borbone.
“So che V. M. sta per mandare quattromila uomini a Napoli, e sarebbe bene. Pensi V. M. che io le sono amico di cuore e merito un poco di essere creduto. È molto meglio accogliere tutti gli italiani onesti a qualunque colore essi abbiano appartenuto per il passato, anzichè inasprire fazioni, che potrebbero essere pericolose nell’avvenire.
“Essendo ad Ancona, dovrebbe V. M. fare una passeggiata a Napoli per terra o per mare. Se per terra, e ciò sarebbe meglio, V. M. deve marciare almeno con una divisione. Avvertito in tempo, io vi congiungerei la mia destra e mi recherei in persona a presentarle i miei omaggi e ricevere ordini per le ulteriori operazioni.
“La M. V. promulghi un decreto, che riconosca i gradi de’ miei Ufficiali. Io mi adoprerò ad eliminare coloro che debbono essere eliminati.
Della M. V. ubbidientissimo

G. Garibaldi”

Il 9 ottobre Vittorio Emanuele da Ancona lanciava ai popoli dell’Italia Meridionale il seguente manifesto:

Ai popoli dell’Italia Meridionale,

“In un momento solenne della storia nazionale e dei destini italiani, rivolgo la mia parola a voi, popoli dell’Italia meridionale, che mutato lo Stato nel nome mio, mi avete mandato oratori d’ogni ordine di cittadini, magistrati e deputati de’ municipii, chiedendo di essere restituiti nell’ordine, confortati di libertà ed uniti al mio Regno.
“Io voglio dirvi quale pensiero mi guidi, e quale sia in me la coscienza dei doveri che deve adempiere chi dalla Provvidenza fu posto sopra un trono italiano.
“Io salii al trono dopo una grande sventura nazionale. Mio padre mi diede un alto esempio, rinunziando la corona per salvare la propria dignità, e la libertà de’ suoi popoli. Carlo Alberto cadde coll’armi in pugno, morì nell’esiglio; la sua morte accomunò sempre più le sorti della mia famiglia a quelle del popolo italiano, che da tanti secoli ha dato a tutte le terre straniere le ossa de’ suoi esuli, volendo rivendicare il retaggio di ogni gente, che Dio ha posta fra gli stessi confini, e stretta insieme col simbolo di una sola favella.
“Io mi educai a quell’esempio e la memoria di mio padre fu la mia stella tutelare.
“Fra la corona e la parola data, non poteva per me essere dubbia la scelta, mai.
“Riaffermai la libertà in tempi poco propizii a libertà, e volli che, esplicandosi, essa gittasse radici nel costume dei popoli, non potendo io avere a sospetto ciò che a’ miei popoli era caro. Nella libertà del Piemonte fu religiosamente rispettata la eredità, che l’animo presago del mio Augusto Genitore, aveva lasciato a tutti gli Italiani.
“Colle franchigie rappresentative, colla popolare istruzione, colle grandi opere pubbliche, colla libertà dell’industria e dei traffici, cercai di accrescere il benessere del mio popolo: e volendo rispettata la religione cattolica, ma libero ognuno nel santuario della propria coscienza, e ferma la civile autorità, resistetti apertamente a quella ostinata e procacciante fazione, che si vanta la sola amica e tutrice de’ troni, ma che intende a comandare in nome del Re, ed a frapporre tra il Principe e il popolo la barriera delle sue intolleranti passioni.
“Questi modi di governo non potevano essere senza effetto per la rimanente Italia. La concordia del Principe col popolo nel proponimento dell’indipendenza nazionale e della libertà civile e politica, la tribuna e la stampa libere, l’esercito che aveva salvata la tradizione militare italiana sotto la bandiera tricolore, fecero del Piemonte il vessillo e il braccio d’Italia. La forza del mio principato non derivò dalle arti di una occulta politica, ma dallo aperto influsso delle idee e della pubblica opinione.
“Così potei mantenere nella parte di popolo italiano riunito sotto il mio scettro, il concetto di una egemonia nazionale, onde nascer doveva la concorde armonia delle divise provincie di una sola nazione.
“L’Italia fu fatta capace del mio pensiero, quando vide mandare i miei soldati sui campi della Crimea accanto ai soldati delle due grandi potenze occidentali. Io volli far entrare il diritto d’Italia nella realtà dei fatti e degli interessi europei.
“Al congresso di Parigi i miei legati poterono parlare per la prima volta all’Europa dei vostri dolori. E fu a tutti manifesto, come la preponderanza dell’Austria in Italia fosse infesta all’equilibrio Europeo, e quanti pericoli corressero la indipendenza e la libertà del Piemonte, se la rimanente penisola non fosse francata dagl’influssi stranieri.
Il mio magnanino(94) alleato, l’Imperatore Napoleone III, sentì che la causa italiana era degna della grande nazione sulla quale impera. I nuovi destini della nostra patria furono inaugurati da una giusta guerra. I soldati italiani combatterono degnamente accanto alle invitte legioni della Francia. I volontari accorsi da tutte le provincie e da tutte le famiglie italiane sotto la bandiera della Croce Sabauda addimostrarono, come tutta l’Italia m’avesse investito del diritto di parlare e di combattere in nome suo.
“La ragione di stato pose fine alla guerra, ma non a’ suoi effetti, i quali si andarono esplicando per la inflessibile logica degli avvenimenti e dei popoli.
“Se io avessi avuta quell’ambizione che è imputata alla mia famiglia da chi non si fa addentro nella ragione dei tempi, io avrei potuto essere soddisfatto dell’acquisto della Lombardia. Ma io aveva speso il sangue prezioso dei miei soldati non per me, per l’Italia.
“Io aveva chiamati gl’italiani alle armi; alcune provincie avevano subitamente mutato gli ordini interni per concorrere alla guerra d’indipendenza, dalla quale i loro Principi aborrivano. Dopo la pace di Villafranca, quelle provincie dimandarono la mia protezione contro il minacciato restauro degli antichi Governi. Se i fatti dell’Italia centrale erano la conseguenza della guerra alla quale noi avevamo invitati i popoli, se il sistema delle intervenzioni straniere doveva essere per sempre bandito dall’Italia, io doveva conoscere e difendere in quei popoli il diritto di legalmente e liberamente manifestare i voti loro.
“Ritirai il mio Governo; essi fecero un Governo ordinato: ritirai le mie truppe; essi ordinarono forze regolari, ed a gara di concordia e di civile virtù vennero in tanta riputazione e forza, che solo per violenza d’armi straniere avrebbero potuto esser vinti.
“Grazie al senno dei popoli dell’Italia Centrale, l’idea monarchica fu in modo costante affermata, e la Monarchia moderò moralmente quel pacifico moto popolare. Così l’Italia crebbe nella estimazione delle genti civili, e fu manifesto all’Europa come gl’italiani siano acconci a governare sè stessi.
“Accettando la annessione io sapeva a quali difficoltà europee andassi incontro. Ma io non potevo mancare. Chi in Europa mi taccia d’imprudenza, giudichi con animo riposato, che cosa sarebbe diventata, che cosa diventerebbe l’Italia, il giorno nel quale la Monarchia apparisse impotente a soddisfare il bisogno della costituzione nazionale!
“Per le annessioni, il moto nazionale se non mutò nella sostanza, pigliò forme nuove; accettando dal diritto popolare quelle belle e nobili provincie, io doveva lealmente riconoscere l’applicazione di quel principio, nè mi era lecito di misurarlo colla norma dei miei affetti ed interessi particolari. In suffragio di quel principio, io feci per utilità dell’Italia, il sacrificio che più costava al mio cuore, rinunziando a due nobilissime provincie del Regno avito.
“Ai Principi italiani che han voluto essere miei nemici, ho sempre dati schietti consigli, risoluto, se vani fossero, ad incontrare il pericolo che l’accecamento loro avrebbe fatto correre ai troni, e ad accettare la volontà dell’Italia.
“Al Granduca io aveva indarno offerta la alleanza prima della guerra. Al Sommo Pontefice, nel quale venero il Capo della Religione dei miei avi e dei miei popoli, fatta la pace, indarno scrissi offerendo di assumere il Vicariato per l’Umbria e per le Marche.
“Era manifesto che queste provincie contenute soltanto dalle armi di mercenari stranieri, se non ottenessero la guarentigia di governo civile che io proponeva, sarebbero tosto o tardi venute in termine di rivoluzione.
“Non ricorderò i consigli dati per molti anni dalle potenze al Re Ferdinando di Napoli. I giudizii che nel Congresso di Parigi furono proferiti sul suo Governo, preparavano naturalmente i popoli a mutarlo, se vane fossero le querele della pubblica opinione e le pratiche della diplomazia.
“Al giovane Suo Successore io mandai offerendo alleanza per la guerra dell’indipendenza. Là pure trovai chiusi gli animi ad ogni affetto italiano e gli intelletti abbuiati dalla passione.
“Era cosa naturale, che i fatti succeduti nell’Italia settentrionale e Centrale, sollevassero più e più gli animi nella Meridionale.
“In Sicilia questa inclinazione degli animi ruppe in aperta rivolta. Si combatteva per la libertà in Sicilia, quando un prode guerriero devoto all’Italia ed a Me, il generale Garibaldi, salpava in suo aiuto. Erano italiani che soccorrevano italiani; io non potevo, non dovevo rattenerli!
“La caduta del Governo di Napoli riaffermò quello che il mio cuore sapeva, cioè quanto sia necessario ai Re l’amore, ai Governi la stima dei popoli!
“Nelle due Sicilie il nuovo reggimento si inaugurò col mio nome. Ma alcuni atti diedero a temere che non bene si interpretasse, per ogni rispetto, quella politica che è dal mio nome rappresentata. Tutta l’Italia ha temuto, che all’ombra di una gloriosa popolarità e di una probità antica, tentasse di riannodarsi una fazione pronta a sacrificare il vicino trionfo nazionale, alle chimere del suo ambizioso fanatismo.
“Tutti gl’italiani si sono rivolti a me perchè scongiurassi questo pericolo. Era mio obbligo il farlo perchè nell’attuale condizione di cose non sarebbe moderazione, non sarebbe senno, ma fiacchezza ed imprudenza, il non assumere con mano ferma la direzione del moto nazionale, del quale sono responsabile dinanzi all’Europa.
“Ho fatto entrare i miei soldati nelle Marche e nell’Umbria, disperdendo quella accozzaglia di gente di ogni paese e di ogni lingua, che qui si era raccolta, nuova e strana forma d’intervento straniero e la peggiore di tutte.
“Io ho proclamato l’Italia degli italiani, e non permetterò mai che l’Italia diventi il nido di sette cosmopolite, che vi si raccolgano a tramare i disegni o della reazione o della demagogia universale.

Popoli dell’Italia Meridionale!

“Le mie truppe si avanzano fra voi per raffermare l’ordine. Io non vengo ad imporvi la mia volontà, ma a far rispettare la vostra.
“Voi potrete liberamente manifestarla: la Provvidenza, che protegge le cause giuste, ispirerà il voto che deporrete nell’urna.
“Qualunque sia la gravità degli eventi, io attendo tranquillo il giudizio dell’Europa civile e quello della Storia, perchè ho la coscienza di compiere i miei doveri di Re e di italiano!
“In Europa la mia politica non sarà forse inutile a riconciliare il progresso dei popoli colla stabilità delle monarchie.
“In Italia so che io chiudo l’era delle rivoluzioni.
“Dato da Ancona addì nove ottobre milleottocentosessanta.

“VITTORIO EMANUELE

“Farini”.

*
* *

Il giorno 15 ottobre il generale Garibaldi pubblicava questo manifesto:

“Per adempiere ad un voto indisputabilmente caro alla Nazione intera, determino:
“Che le Due Sicilie, che al sangue italiano devono il loro riscatto e che mi elessero liberamente Dittatore, fanno parte integrante dell’Italia una ed indivisibile, con suo Re costituzionale Vittorio Emanuele e i suoi discendenti.
“Io deporrò nelle mani del Re, al suo arrivo, la dittatura conferitami dalla Nazione.
“I prodittatori sono incaricati dell’esecuzione del presente decreto.

“G. Garibaldi”.

Il 21 il plebiscito era votato con la formula:
“Il popolo vuole l’Italia una e indivisibile sotto lo scettro di Casa Savoia”.
E nel giorno stesso Garibaldi emanava il seguente

Ordine del giorno:

“Il prode generale Cialdini ha vinto presso Isernia. I borbonici sbaragliati hanno lasciato ottocentottanta prigionieri, cinquanta ufficiali, bandiere e cannoni.
“Ben presto i valorosi dell’esercito settentrionale porgeranno la mano ai coraggiosi soldati di Calatafimi e del Volturno.

“G. Garibaldi”.

Garibaldi aveva finita la sua impresa colla quale aveva collegata all’Italia settentrionale l’Italia meridionale. Arrivata al Volturno la divisione Della Rocca, serrò Capua di regolare assedio.
Il 31 di ottobre il generale consegnava solennemente alla legione ungherese la bella bandiera ricamata dalle Signore napoletane; il 4 il Generale faceva la solenne distribuzione della medaglia, che il Municipio di Palermo aveva decretato ai Mille. Il giorno 6 passava in rassegna il glorioso esercito, che aveva combattuto sì strenuamente per l’Italia e Vittorio Emanuele.
Il giorno 7 il Re Vittorio Emanuele faceva il solenne ingresso a Napoli, fra un entusiasmo indescrivibile ed una pioggia di fiori. Nella carrozza davagli la destra il generale Garibaldi: di fronte sedevano i due prodittatori Mordini e Pallavicino.
Il giorno 8 il Generale consegnava al Re il plebiscito delle Due Sicilie, e prendeva da lui congedo, dopo di avergli raccomandato i suoi valorosi compagni d’armi; indi faceva pubblicare il seguente ordine del giorno, per accomiatarsi dai suoi compagni:

Ai miei Compagni d’armi,

“Penultima tappa del risorgimento nostro, noi dobbiamo considerare il periodo che sta per finire, e prepararci ad attuare splendidamente lo stupendo concetto degli eletti di venti generazioni, il cui compimento assegnò la provvidenza a questa generazione fortunata.
“Sì giovani! l’Italia deve a Voi un’impresa che meritò il plauso del mondo.
“Voi vinceste – e vincerete – perchè siete ormai istruiti nella tattica che decide delle battaglie!
“Voi non siete degeneri di coloro che entravano nel fitto profondo delle falangi Macedoniche e squarciavano il petto ai superbi vincitori dell’Asia.
“A questa pagina stupenda della Storia del nostro paese, ne seguirà una più gloriosa ancora, e lo schiavo mostrerà finalmente al libero fratello un ferro arruotato che appartenne agli anelli delle sue catene.
“All’armi tutti! tutti, e gli oppressori, i prepotenti sfumeranno come la polvere.
“Voi, donne, rigettate lontani i codardi, essi non vi daranno che codardi.
“Che i paurosi dottrinari se ne vadano a trascinare altrove il loro servilismo, le loro miserie.
“Questo popolo è padrone di sè. Egli vuole essere fratello degli altri popoli, ma guardare i protervi con la fronte alta; non rampicarsi mendicando la sua libertà; egli non vuole essere a rimorchio di uomini a cuore di fango, no! no! no!
“La provvidenza fece dono all’Italia di Vittorio Emanuele. Ogni cuore italiano deve rannodarsi a Lui, serrarsi intorno a Lui. Accanto al Re Galantuomo ogni gara deve sparire, ogni rancore dissiparsi!
“Anche una volta io vi ripeto il mio grido – all’armi tutti! tutti! – Se marzo del 1861 non trova un milione d’italiani armati, povera libertà, povera vita italiana! Oh! no: lungi da me un pensiero che mi ripugna, come un veleno. Il marzo del 1861, e se fa bisogno, il febbraio, ci troverà tutti al nostro posto.
“Italiani di Calatafimi, di Palermo, del Volturno, di Ancona, di Castelfidardo, d’Isernia, e con noi ogni uomo di questa terra non codardo non servile; tutti, tutti serrati intorno al glorioso soldato di Palestro, daranno l’ultimo colpo alle crollanti tirannide!
“Accogliete giovani volontari, resto onorato di dieci battaglie, una parola d’addio! Io ve la mando commosso d’affetto dal profondo della mia anima. Oggi io devo ritirarmi, ma per pochi giorni. L’ora della pugna mi troverà con voi ancora accanto ai soldati della libertà italiana.
“Che ritornino alle loro case quelli soltanto chiamati da doveri imperiosi di famiglia, e coloro che gloriosamente mutilati, hanno meritato la gratitudine della patria. Essi la serviranno nei loro focolari coi consigli e coll’aspetto delle nobili cicatrici che decorano la maschia figura di vent’anni. All’infuori di questi, gli altri restino a custodire le gloriose bandiere.
“Noi ci ritroveremo fra poco, per marciare insieme al riscatto dei nostri fratelli schiavi ancora dello straniero. Noi ci troveremo fra poco per marciare insieme a nuovi trionfi della libertà(95).

G. Garibaldi.

Il giorno del suo ingresso in Napoli il Re Vittorio Emanuele indirizzava ai popoli dell’Italia Meridionale il seguente proclama:

17 novembre 1860.

Ai popoli Napoletani e Siciliani

“Il suffragio universale mi dà la sovrana potestà di queste nobili Provincie. Accetto quest’altro decreto della volontà Nazionale, non per ambizione di Regno, ma per coscienza d’italiano. Crescono i miei, crescono i doveri di tutti gli italiani. Sono più che mai necessarie la sincera concordia e la costante abnegazione. Tutti i partiti debbono inchinarsi devoti dinanzi alla maestà dell’Italia che Dio solleva.
“Noi dobbiamo instaurare un governo che dia guarentigia di viver libero ai popoli e di severa probità alla pubblica opinione. Io faccio assegnamento sul concorso efficace di tutta la gente onesta.
“Dove nella legge ha freno il potere e presidio la libertà, ivi il Governo tanto può pel pubblico bene, quanto il popolo vale per la virtù.
“All’Europa dobbiamo addimostrare che, se la irresistibile forza degli eventi superò convenzioni fondate sulle secolari sventure d’Italia, noi sappiamo ristorare nella Nazione Unita l’impero di quegli immutabili dommi, senza dei quali ogni società è inferma, ogni autorità combattuta ed incerta”.

Vittorio Emanuele.

Il 3 novembre, il generale Della Rocca d’ordine del Re scriveva una lusinghiera lettera a Garibaldi con la quale ammirava i prodigi di valore e i sagrifizi dell’Esercito Meridionale, ed esprimeva la riconoscenza che la patria italiana deve al loro eroismo.
Garibaldi a sua volta scrisse un’affettuosa lettera di commiato al Re, la quale si chiudeva con queste parole:
“Vogliate Maestà, permettermi una sola preghiera nell’atto di rimettervi il supremo potere. Io Vi imploro affinchè mettiate sotto l’altissima Vostra tutela, coloro che mi ebbi a collaboratori in questa grand’opera di affrancamento dell’Italia Meridionale, e che accogliate nel Vostro Esercito i miei commilitoni che han ben meritato della patria e di Voi”.

CAPITOLO XXI.

Ritiro di Garibaldi a Caprera.

Il giorno 8 di novembre il Generale volle vedere Elia, al quale fece invito di andare con lui a Caprera. “Sarete fratello a Menotti” gli disse stringendogli la mano. L’Elia commosso ringraziò il generale a cui fece capire che egli aveva altri sacri doveri da compiere verso la madre vedova e verso le sue quattro sorelle orfane; e prese congedo con dolore da quel grande che in meno di sei mesi aveva assicurata l’unità italiana, unendo sotto lo scettro di Vittorio Emanuele l’Italia Meridionale, con quasi otto milioni di sudditi devoti.
La mattina del 9 Garibaldi s’imbarcava per Caprera.

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Fu grande fortuna d’Italia la rivoluzione siciliana del 4 aprile 1860.
Questa provocò la spedizione dei Mille. Se questa spedizione non veniva in tempo – come è provato dalle rivelazioni di Brassier de Saint-Simon – l’Italia si sarebbe sistemata in base ai risultati della guerra del 1859 – e secondo il volere di Napoleone non si sarebbe avuta l’unità ma la federazione, ed il Papa ne sarebbe stato il Capo e tutt’ora Re di Roma!
La spedizione dei Mille ha avuto un’importanza massima, più di qualsiasi altro evento della Storia d’Italia.

CAPITOLO XXII.

Presa di Capua e di Gaeta.

La mattina del 28 ottobre ambo gli eserciti settentrionali e meridionali erano intorno a Capua. Una conferenza tra Garibaldi ed i generali Menabrea e Della Rocca aveva già determinato il piano di espugnazione della fortezza, per l’esecuzione del quale il generale Menabrea diede i suoi ordini agli ufficiali del genio e prendeva tutte le misure per una pronta espugnazione della piazza, mentre il generale Della Rocca dava le sue disposizioni all’artiglieria ed agli altri corpi, per effetto delle quali, le truppe piemontesi rinforzavano il posto di Caiazzo abbandonato dai borbonici, di S. Maria e di S. Angelo; il genio e l’artiglieria si distribuivano nelle rispettive posizioni intorno alla fortezza e tutto era ordinato per il bombardamento.
Più di ventimila borbonici si erano trincerati con potenti artiglierie a Mola di Gaeta. Il 4 di novembre vennero destinati a conquistare quella posizione, la brigata granatieri di Sardegna, il 14° e 24° bersaglieri, due squadroni di lancieri di Novara e due batterie d’artiglieria.
Mola, è la parte più a mare della cittadella di Formia, ed è addossata ad una linea di colline che scendono sul mare lasciando appena posto per la strada.
Il 24° battaglione bersaglieri si andò a stendere su un’altura a cavallo della strada; a destra, sulle prime alture, si stendeva il 1° reggimento granatieri; il 2° reggimento granatieri si collocava più indietro; il 3° in riserva; il 14° battaglione dei bersaglieri venne mandato a sloggiare i borbonici che occupavano il paese di Maranola, situato in altura sopra Mola.
Alle ore 11 s’incominciò l’assalto con fuoco vivissimo da ambo le parti; un battaglione del 1° granatieri è mandato in sostegno del 14° bersaglieri e con vigoroso attacco scacciano i borbonici da Maranola.
Il battaglione granatieri dopo di avere cacciato i borbonici da Maranola, rinforzato da altro battaglione del 2° granatieri si scaglia arditamente contro l’alta posizione chiamata Madonna di Ponza fortemente occupata e difesa da due batterie; i nostri con slancio ammirabile vi sono sopra, fugano il nemico e s’impossessano dei cannoni.
Eseguite queste due brillanti operazioni, tutta la linea dei nostri si slancia risolutamente all’attacco di Mola sotto il fuoco assai ben nutrito del nemico, attraverso un terreno difficile, seminato da siepi, da muri e da fossi; marciano in testa la(96) 3a e la 4a compagnia del 2° granatieri che primi scavalcano le barricate e penetrano nel paese, mettendo in fuga il nemico(97) che lascia in potere dei nostri undici cannoni. Non restava che di espugnare la posizione del Castellone fortemente tenuta dai borbonici; i granatieri e bersaglieri esaltati(98) dalle riportate vittorie, si lanciano valorosamente all’assalto e, superati tutti gli ostacoli ed ogni resistenza, riescono vittoriosi e l’espugnano.

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Ricoverati entro le mura di Gaeta, i Borboni di Napoli si sforzavano di tener ancora testa alle forze vigorose dell’unificazione d’Italia, con una guarnigione di oltre 15 000 combattenti e con ben 528 bocche da fuoco.
Nella notte del 10 novembre 1860, otto pezzi da campagna aprivano il fuoco con tiri in arcata, producendo grande sgomento negli assediati; nella notte successiva il fuoco fu ripreso. Il giorno 12 il generale Cialdini, comandante delle due divisioni 4a e 7a, che aveva occupato tutte le alture dominanti la città e spinti i suoi avamposti più presso il Borgo di Gaeta – oggi Tlena – decise di ricacciare entro la cinta quella parte di truppe borboniche che aveva stabiliti i suoi bivacchi sull’istmo fino all’attrattina: le fa assalire da buon nerbo di bersaglieri che colla punta della baionetta l’obbliga ad abbandonare ogni esterna posizione.
Alla fine di dicembre tutte le batterie erano piazzate e l’8 di gennaio Cialdini ordinava si aprisse il fuoco. Mentre seguiva il bombardamento la diplomazia non mancava d’agitarsi. Napoleone III s’interponeva fra i belligeranti e riusciva a fissare un armistizio che aveva principio la stessa sera dell’8 gennaio per terminare il 19.
Dal 19 al 21 furono fatte pratiche per la resa, ma avendo il Borbone rifiutato, alle ore 8 1/2 ant. del giorno 22 tutte le batterie assedianti entrarono in azione. Il bombardamento durò fino al 12 febbraio, producendo danni non lievi alla città e provocando esplosioni di magazzini di polvere. Infine il giorno 13 verso le 3 pomeridiane un orribile esplosione succedeva nelle batterie Malpasso e Transilvania, essendovisi appiccato il fuoco all’enorme quantità di 26 mila chilogrammi di polvere. Lo spavento in Gaeta fu così grande che rese necessario risolversi alla capitolazione, la quale fu firmata alle ore 5 pomeridiane.
Francesco II non s’intromise nella capitolazione e prima che l’esercito italiano entrasse a Gaeta s’imbarcava sul vapore francese “La Muette” che lo condusse a Civitavecchia.
Molti dei nostri valorosi ufficiali si distinsero nei combattimenti di Mola e nell’assedio di Gaeta e fra questi il prode capitano di San Marzano che veniva decorato della Croce militare di Savoia e promosso.

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A Caprera il generale non rimaneva inoperoso; egli aveva l’anima fissa al riscatto di Roma e di Venezia ed invitava gli amici a preparare i mezzi occorrenti. Con questi concetti scriveva al Bellazzi alla fine di dicembre 1860.

Caprera, 29 dicembre 1860.

Caro Bellazzi,

“Io desidero l’apertura concorde di tutti i comitati italiani di provvedimento per coadiuvare al gran riscatto. Così Vittorio Emanuele con un milione d’italiani armati questa primavera, chiederà giustamente ciò che manca all’Italia.
“Nella sacra via che si segue, io desidero che scomparisca ogni indizio di partiti; i nostri antagonisti sono un partito, essi vogliono l’Italia fatta da loro col concorso dello straniero e senza di noi.
“Noi siamo la Nazione, non vogliamo altro capo che Vittorio Emanuele; non escludiamo nessun italiano, che voglia francamente come noi; dunque sopra ogni cosa si predichi energicamente la concordia di cui abbisogniamo immensamente.
Vostro

G. Garibaldi”.

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Dopo aver preso parte ad una seduta tempestosa alla Camera dei Deputati, Garibaldi era tornato a Caprera, quando il 6 giugno si sparse la fulminea notizia che Cavour era morto. L’impressione fu enorme; l’Italia perdeva il suo più grande uomo di Stato, la libertà un devoto amico, la Dinastia di Savoia uno dei suoi più validi sostegni.
Il Ministro Ricasoli, succeduto al Conte di Cavour, volle accontentare il generale Garibaldi coll’istituzione dei Tiri a Segno Nazionali, ma dopo pochi giorni il Barone Ricasoli non era più al Governo; il partito moderato voleva che si fosse proceduto allo scioglimento dei Comitati di Provvedimento, ma egli in nome della libertà di associazione, rifiutò e diede le dimissioni. Gli successe Rattazzi, che, conseguente al disegno del Ricasoli, commise al generale la direzione dei Tiri a bersaglio.
All’Elia che ne voleva istituire uno in Ancona il generale così scriveva:

Caprera, 18 gennaio 1862.

Caro Elia,

“Italia e Vittorio Emanuele è il programma consentaneo ai voti della nazione e fu di guida a tutti i Comitati di Provvedimento.
“Oltre ai servizi che hanno già resi alla patria, amministrati che siano da persone intelligenti ed oneste, potrebbero renderne altri importanti in avvenire, raccogliendo i fondi pel riscatto di Roma e Venezia.
“Qualunque altro Comitato che sorga con programma e fini diversi non potrebbe reggersi, perchè la Nazione lo riproverebbe.
“Accetto adunque con piacere l’offerta vostra di erigere in cotesta importante città un Comitato di Provvedimento. Intendetevi a tal fine con persone oneste e patriottiche e mettevi in relazione col sig. Federico Bellazzi, persona di mia confidenza, il quale ha diretto devotamente il Comitato Centrale di Genova, ma che si è ritirato, non accettando la presidenza di quel nuovo comitato.
“Gradite i sensi di stima e d’affetto dal

vostro
G. Garibaldi”.

Nei primi giorni di maggio 1862, quando già da qualche tempo il generale era in giro nella Lombardia per l’impianto dei tiri a bersaglio, incominciarono a manifestarsi i sintomi di un tentativo per la liberazione di Venezia; il tentativo di Sarnico, che venne impedito dal governo.
Disgustato da questo avvenimento, il generale erasi di nuovo ritirato a Caprera, quando amici della Sicilia lo invitarono ad andare a visitare le terre da lui liberate. La notte del 7 luglio coi pochi amici, che si trovavano all’Isola, prese imbarco per la Sicilia. A Palermo fu accolto con delirio. Chiamato nei luoghi dell’epopea del 1860, Alcamo, Partinico, Calatafimi, Corleone, Sciacca ed altre città, si spinse fino a Marsala. Dovunque passava dimostrava la necessità di riprendere le armi per la liberazione di Roma, essendo un’onta per la Nazione, che la sua Capitale rimanesse schiava del Papa. E fu allora che ebbe principio il grido di Roma o morte!, grido che condusse al doloroso fatto di Aspromonte ed alla gloriosa disfatta di Mentana.

CAPITOLO XXIII.

Aspromonte – Sollevazione in Polonia.

Ad Aspromonte, il generale veniva ferito al piede da palla italiana; il fatto suscitò profonda commozione non solo in ogni angolo d’Italia, ma in quante contrade era giunto il nome dell’Eroe condottiero e l’eco delle sue vittorie. I volontari accorsi intorno a lui, venivano dispersi ed egli stesso veniva portato in prigione nel forte del Varignano. Ecco come si svolsero i dolorosi fatti:
Il Governo, istigato dall’imperatore dei Francesi, aveva determinato di arrestare Garibaldi sulla via di Roma, incaricando il generale Cialdini di anche combatterlo, qualora fosse necessario, e ad ogni costo arrestarlo disperdendo i suoi seguaci.
Il general Mella, comandante della brigata Piemonte mandato in Sicilia sotto gli ordine del Cialdini, sapendo che diversi ufficiali suoi dipendenti erano stati compagni a Garibaldi nelle guerre combattute per l’indipendenza, considerando che questi mal si sarebbero trovati se condotti a combattere contro Garibaldi ed i loro antichi compagni, riuniva gli ufficiali superiori e, intesosi con questi, chiamava a rapporto gli ufficiali subalterni, e faceva loro intendere, che quelli che non si sentissero di combattere contro Garibaldi, potevano chiedere le dimissioni, giacchè l’ufficiale non essendo legato come il soldato, era libero di dimettersi; rammentava ad essi che da ufficiali d’onore avevano l’obbligo di francamente dichiararsi; accordava per ciò mezz’ora di tempo per decidersi.
Gli ufficiali che erano stati compagni a Garibaldi, senza calcolare fin dove poteva arrivare la competenza dei loro superiori, piuttosto che combattere contro Garibaldi, il che avrebbero pur fatto anche a malincuore pur di compiere il loro dovere, in numero di trentadue rassegnarono le loro dimissioni, mai immaginando che ciò facendo il loro onore potesse rimanere intaccato. Le dimissioni furono da ognuno così formulate:
“A termini delle parole del Comandante del Reggimento e del generale, al rapporto del quale gli ufficiali furono chiamati, il sottoscritto domanda le dimissioni”.
Gli ufficiali dimissionari in seguito alle dichiarazioni del generale Mella e degli ufficiali superiori del 3° e 4° reggimento, Brigata Piemonte, furono i seguenti:
Capitani: Bennici Giuseppe, Buttinoni Francesco, Burruso Giuseppe, Alessi Antonio, Bonafini Francesco, Pastori Enrico, Bonetti Pietro. – Luogotenenti: Tosti Paolo, Maggioni Ulrico, Bonighi Arnoldo, Armanni Ernesto, Amadesi Alfonso, Bresciani Giuseppe, Nizzori Antonio, Plebani Luigi. – Sottotenenti: Quercioli Egisto, Zanoncelli Michelangelo, Sassi Francesco, Cucchiarelli Levino, Archieri Federico, Lucianetti Lodovico, Rosignoli Francesco, Bergalli Nicolò, Bertone Luigi, Orsoni Emilio, Conti Carlo, Pollina Pietro, Sparacio Giuseppe, Aceto Emidio, Fioravanti Valentino, Sulli Giovanni, Belluzzi Raffaele, De Carli Carlo.
Di questi dimissionari, uno che maggiormente s’era nella campagna precedente distinto, e che corse serio pericolo di essere due volte fucilato fu un carissimo amico di Bixio, un valorosissimo(99) ufficiale e caldo patriota, Giuseppe Bennici; preso con l’armi in pugno dai borbonici alli 21 di maggio 1860 sui Monti di Monreale, come capo squadra dell’insurrezione siciliana, il giorno 27 doveva essere tradotto sul banco dei rei colpevoli di fellonia e di ribellione al Re di Napoli. La condanna a morte era sicura; ma la fortuna volgeva uno sguardo pietoso sulla patria e sul bravo giovane di Piana de’ Greci.
All’alba del 27 Garibaldi entrava in Palermo, la sentenza restava sospesa e dopo tre giorni era reso libero cittadino in libera terra. Da quel giorno Giuseppe Bennici giurava affetto eterno e fede costante al liberatore Giuseppe Garibaldi; Bixio lo vide, lo volle con sè e ne fece il suo aiutante.
Dopo quasi due anni nell’agosto del 1862 in Adernò gli veniva ordinato di battersi contro Garibaldi che con la medesima bandiera dei plebisciti marciava alla liberazione di Roma, o, se meglio gli fosse piaciuto, rassegnasse le sue dimissioni. Il giovane non aveva di ricchezza che la sua sciabola, e tutto il suo avvenire era basato nell’intrapresa carriera militare; ma per lui la riconoscenza verso il suo liberatore s’imponeva, e depose le spalline. Incontrato Garibaldi a Catania, si univa a lui ed ai suoi vecchi compagni di Calatafimi e del Volturno. Ad Aspromonte venne fatto prigioniero; trasportato alla Sede del comando del generale Pallavicini, gli si partecipava che sarebbe stato fucilato. Alla mezzanotte, data la muta alla guardia, il capo scorta gli ordinava di seguirlo; gli si fece percorrere tutta la linea degli avamposti e lo si accompagnava al posto, ove doveva essere fucilato, quando sopraggiunse un ufficiale latore di un contr’ordine.
L’indomani sotto buona scorta fu mandato a Scilla, il 31 a Reggio ed il 1 settembre fu trasportato a Messina e rinchiuso nel forte Gonzaga. Il 9 di ottobre era condotto innanzi al tribunale militare, dal quale veniva emanata la seguente sentenza:

NELLA CAUSA
contro

“Bennici Giuseppe, del fu Gerlando d’anni 21, nato a Piana de’ Greci, celibe, Luogotenente nella 8a Compagnia del 4° Reggimento Fanteria.

detenuto e accusato

“di tradimento, per aver portato le armi contro lo Stato, prestando servizio nelle file del generale Garibaldi, arrestato il giorno 29 agosto p.p. ecc.
“Condanna alla pena di morte previa degradazione ecc.”
Ma anche questa volta un altro angelo salvatore vegliava sulle sorti del Bennici; il generale Pinelli si adoperò con ogni sua possa per ottenergli, se non la grazia, la commutazione della pena, e così il 26 di ottobre S. M. il Re firmava il decreto col quale si commutava la pena di morte in quella dell’ergastolo.
La madre del Bennici, angosciata per la sorte del figlio, si rivolse con calde preghiere al generale Garibaldi, e ne riceveva questa confortante lettera.

Pisa, 11 novembre 1862.

Signora,

“Mi commuove il modo eroico col quale sopportate la vostra sventura. Vostro figlio sarà libero e presto; io appena potrò farlo, m’incaricherò di lui.
“Le catene di vostro figlio sono gloria per lui.
“Credetemi

G. Garibaldi.

Fu un conforto per Bennici e per gli altri ufficiali compromessi pel fatto di Aspromonte udire come patrioti, quali il Mordini, il Crispi, il Cadolini, il Macchi, ed altri perorarono la loro causa in Parlamento, e fu gioia e speranza per essi il sapere che nobili Signore, come Donna Pallavicino Trivulzio, Laura Mancini, Laura Mantegazza ed altre, facevano coprire da molte migliaia di firme una petizione al Sovrano per la loro liberazione.
Finalmente il 14 marzo 1865 si aprivano le porte del Castello di Vinadio, ed il Bennici ed altri compagni che vi erano stati tradotti, venivano posti in libertà.
Primo pensiero dei liberati fu quello di dirigersi al camposanto e formato circolo sul luogo che racchiudeva le ossa di alcuni loro compagni di sventura, il più anziano tra i graduati, dinnanzi alle autorità civili e militari, pronunziava un discorso funebre, che concludeva con queste commoventi e nobili parole.
“E lassù sono i nostri compagni d’armi caduti in Aspromonte, e lassù gli altri trapassati, sopraffatti dai dolori; e di lassù ci mirano le anime dei nostri undici compagni che lasciarono il loro misero corpo in questo tenebroso recinto, ed esultano nel ricevere questo tributo d’affetto; e lassù faranno voti, che ognora il nostro cammino sia quello dell’onore e della gloria.
“E noi, forti sotto l’usbergo della nostra pura coscienza, osiamo gridare arditamente a’ quattro angoli d’Italia, che dall’Esercito che ha saputo vincere a S. Martino, a Castelfidardo, a Calatafimi e sulle barricate di Palermo, non escono e non usciranno giammai traditori. Pronti a chinare il capo ad una espiazione militare, sdegnosamente protestiamo, contro qualunque accusa infamante, per chi col vessillo tricolore alla liberazione di Roma con Garibaldi, marciava. Si! per Roma solo andavamo; per Roma abbiamo sofferto, e per Roma questi undici nostri compagni sono morti! Quando nel tempio di Marsala il duce dei Mille giurava Roma o morte, non era per ribellarsi contro il principe eletto da liberi plebisciti.
“Garibaldi, facendosi interprete del bisogno supremo dell’Italia, intimava la crociata del 1862, solo ambizioso di offrire, come fece al Volturno della corona delle due Sicilie, Roma a Vittorio Emanuele, in Campidoglio…
“Si paralizzino i nostri sensi, e la vergogna ricopra le nostri fronti, se cesseremo di combattere, finchè il vessillo tricolore non isventoli sulla pina di S. Pietro”.
Dopo Aspromonte e dopo sì avversa fortuna, i liberali, prima di ritornare alle loro case, vollero sulla cenere dei loro morti rinnovare il giuramento di Marsala, “Roma o morte”.
La palla del 29 agosto 1862, se abbattè il corpo del temuto capitano, fece percorrere alla idea sua animatrice per tal fatto, un cammino quale non avrebbe potuto sperare con la più splendida vittoria.
Aspromonte giovò alla questione romana in modo decisivo.

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* *

Nel 1862 il Governo Russo aveva ordinata la leva generale in tutto l’impero, ma per la Polonia si prescriveva, che fossero esenti dall’obbligo di leva i contadini ed i grandi proprietari rurali, per cui la legge colpiva soltanto gli abitanti delle città. Questo privilegio promosse una agitazione grandissima in tutta la Polonia, e quando il Governatore di Varsavia volle applicare la legge, il 18 gennaio 1863, il Comitato Nazionale di Varsavia bandì l’insurrezione(100) e la lotta incominciò.
Il Generale era infermo a Caprera, e si doleva di non poter accorrere in aiuto dei Polacchi per pagare un debito di gratitudine verso un paese che tanti suoi figli aveva sacrificati per la causa della nostra libertà. Non potendo pagare di persona scriveva all’Europa: “Non abbandonate la Polonia”.
Ed in Italia recar soccorso alla Polonia era come un dovere. Il valoroso Nullo Francesco dei Mille, impaziente d’indugio e di martirio, partiva e, unitosi ai ribelli, trovava la morte sugli argini di Skutz.
In Genova si era costituito il Comitato Generale di soccorso ai Polacchi sotto il patronato di Garibaldi, e presieduto dal generale Clemente Corte.
Alla fine di maggio due emissari Polacchi sbarcavano a Caprera apportatori di un audacissimo progetto:
Sommuovere la Rumenia, coll’aiuto del Rossetti e del Bratiano, rovesciare il principe Couza; formare la base dell’insurrezione nel principato; penetrare nella Bessarabia e di là in Polonia, per dare mano forte alla rivoluzione.
In Ancona pure, fin dai primi del 1863 si era costituito un comitato di soccorso per la Polonia.
Il 16 marzo 1863 Elia riceveva la seguente lettera dal generale Clemente Corte, accompagnata da poche linee del generale Garibaldi.

Genova, 16 marzo 1863.

Pregiatissimo Signore,

“Ho ricevuto il di lei foglio 15 corrente e m’affretto a risponderle, che sentii con molto piacere come la sottoscrizione per la Polonia sia stata iniziata e promossa in Ancona, da cittadini distinti pel loro patriottismo.
“È urgente che tale sottoscrizione sia spinta con la maggiore sollecitudine possibile, e che il denaro raccolto venga spedito al nostro Comitato di Genova. Confido quindi, che Ella e gli altri patrioti d’Ancona, faranno in modo di soddisfare a tale mia richiesta.
“Le accludo copia della lettera colla quale il generale Garibaldi autorizza il nostro Comitato a raccogliere e disporre dei fondi suddetti
“Aggradisca i miei più cordiali saluti e mi creda con distinta stima
Dev.mo suo
Clemente Corte.”

Caprera, 1 marzo 1863.

Signori,

Vogliate pregare i Comitati italiani per la Polonia di mettersi in relazione con Voi, acciò si possa disporre dei fondi raccolti in favore della rivoluzione.

Vostro
G. Garibaldi.

Al Comitato per la Polonia
Genova.

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Il gennaio del 1864, Elia data la sua piena adesione al movimento insurrezionale della Polonia e deciso di prendervi parte, gli venne trasmesso dall’organizzatore generale del Governo Nazionale, il decreto qui trascritto col quale lo si creava organizzatore delle forze insurrezionali a favore della Polonia nell’Adriatico e lo si nominava provvisoriamente Capitano di Fregata.
Pour etre remplace
par un brevet en
notre arrive au
Quartier General.
VARSAVIA.
Bollo
nazionale
Polacco.

Donè o Gene 1864
Mars 15.

En vertu des pouvoirs qui nos sont confères pour le Gouvernement National Polonais par un Decret du 10 fevrier 1864 daté de Varsavie, nous nommons au post d’Organizateur des forces Navales Polonais sur le mer Adriatique le Citoyen Auguste Elia sujet du Roy.me de l’Italie, natif d’Ancone, et lui conferons provisoirement le grad de Capitaine de Fregate dans la Marine Nationale; il aurà a se conformer dans l’esercice de ses funtions a nos ordres et instruction ulterieurs.

F.to F. K.
Organizateur General.

Il 13 marzo Elia ricevette dal Cy John Robson di Londra la seguente lettera, con la quale l’avvisava dell’arrivo in Ancona di un vapore a lui diretto e gli dava commissione di vendere il carico e di fare del vapore quell’uso, che più gli fosse piaciuto, dandogli assicurazione, che il vapore medesimo era pienamente adatto pel servizio dei passeggeri nel mare Adriatico e per non lunghe navigazioni.

London, 1864 mars 13th

Dear Sir,

“Having been furnished with your address by my commercial friend. I avail myself of the opportunity, and beg of yon, to take in your charge my steamer the “Princess,” Master Sainscler, destined to your port and charged with goods insended for speculation. Should yon accept this commission, I then will send you the power for sale, or to dispose of her in manner yon would think proper. She is fit for transport, and passengers trade of short distance, and I think she will(101) answer well in the Adriatic. She may be in your place towards the end of this month.
“The bearer of this letter, the Master of the steamer, will require your aid and your advice, which yon will kindly afford him and oblige.
“Your obedient servant

John Robson”.

Nell’aprile, insistendo Elia che non aveva avuto altre notizie, perchè gli si facesse fare qualche cosa, riceveva la seguente lettera:

Torino, 22 aprile 1864.

Pregiatissimo Signore,

Ho ricevuto la vostra del 11 aprile. Aspettate e fate aspettare gentilmente, fino a che non riceverete notizie positive da Londra.
Spero che gli avvenimenti camminino e che con loro camminerà anche il nostro affare. Fra poco riceverete da parte mia la lettera patente commerciale, che ho ricevuto oggi e che manderò a voi col mezzo di una persona sicura. A tutti i miei saluti.
Aggradite l’espressione della mia sincera amicizia e del mio distintissimo rispetto

Vostro dev.mo
S. S.

Ma passò del tempo. Il vapore annunziato non erasi veduto, nè arrivavano altre notizie, quando da persona sconosciuta gli venne portata la seguente lettera:

Torino, 30 giugno 1864.

Mio caro Elia,

“Se potete e volete consacrarvi ad una grande impresa, che vi allontanerà per qualche tempo dalla vostra famiglia, ma che può e deve essere base della nostra gloria e della grandezza avvenire, venite immediatamente a Torino e da Torino al Campo di S. Maurizio, dove debbo dirvi cosa e come. Non dite niente a nessuno. Il latore non sa nulla e non gli dite nulla.
“Se poi le vostre ferite non vi permettessero di viaggiare per mare e per terra rispondetemi non posso.
“Attendo con impazienza voi od una vostra riga. Tacete tutto e vogliate sempre bene al
Sempre Vostro

Nino Bixio”

È da immaginarsi con che premura Elia rispondesse all’appello del caro amico generale Bixio, che già presentiva essere d’accordo col Re Vittorio Emanuele e con Garibaldi per qualche ardita e gloriosa impresa. Non indugiò la partenza e raggiunse dopo due giorni, Bixio al Campo di S. Maurizio.
Montati a cavallo si recarono in una casina di proprietà di Accossato, dove Elia ebbe l’altissimo onore e la grande soddisfazione di stringere la mano che gli veniva stesa dal Padre della Patria, Re Vittorio Emanuele II, che ebbe parole assai benevoli per lui. Elia ricevette verbali ordini e disposizioni intorno ad una combinata operazione e ritornò in Ancona in attesa di essere chiamato.
Anche Mazzini cooperava con Vittorio Emanuele e spronava gli amici suoi a dare il loro appoggio per l’insurrezione in Gallizia, e nel trovare appoggio nei principati Balcanici, e sopratutto nel Montenegro, per un forte diversivo contro l’Austria, per poi marciare colle forze nazionali alla conquista del Veneto.
Intanto che tali trattative correvano, il generale Garibaldi, invitato dal popolo inglese a recarsi in Inghilterra, la mattina dell’11 aprile vi faceva il suo ingresso, accolto da per tutto da una moltitudine fremente d’ammirazione e di amore.
Fra le feste che gli furono fatte merita di essere ricordata quella della prima autorità cittadina.
Il Lord Mayor di Londra salutava in lui in nome della libera Inghilterra:
“Il grande Apostolo della libertà; l’eroico e cavalleresco soldato che non impugnò mai la spada che per una giusta causa; il conquistatore di un regno per liberarlo dall’oppressione; colui che rimase povero per arricchire gli altri; il cittadino amante della sua patria e di tutta la razza umana, assai più della propria vita; l’uomo sinceramente buono e giusto di cui le private virtù sono superate soltanto dalle virtù pubbliche, dalla magnanimità più che spartana o romana”.
Invitato ad un banchetto di amici polacchi ed italiani tra i quali Mazzini, Saffi e Mordini, al levare della mensa Mazzini si levò e propose un brindisi al generale Garibaldi con queste parole:
“Il mio brindisi racchiuderà tutto quanto ci è caro, tutto quello per cui abbiamo sofferto, e combattuto. Bevo alla salute della libertà dei popoli, dell’uomo, che è la incarnazione vivente di queste grandi idee, di Giuseppe Garibaldi; della povera, sacra ed eroica Polonia i cui figli silenziosamente combattono e muoiono per la libertà da più di un anno; bevo alla salute di quella giovane Russia la cui divisa è terra e lavoro; della nuova Russia che fra non molto offrirà la mano alla Polonia sorella, riconoscendo la sua indipendenza e cancellando i ricordi dei russi degli Czar; alla salute dei russi che col nostro amico Herzen hanno fatto tanto per creare questa nuova Russia”.
Garibaldi rispose:
“Sono per fare una dichiarazione che avrei dovuto fare già da gran tempo; vi è fra noi un uomo che ha reso i più grandi servigi al nostro paese ed alla causa della libertà. – Quando io ero giovinetto non avendo che aspirazioni verso il bene, cercai uno capace di servire di guida e di consiglio ai miei giovani anni, e lo trovai. – Egli solo vegliava, mentre tutti intorno a lui dormivano – Egli solo alimentò il fuoco sacro – Egli conservò sempre la sua fede, l’amore sviscerato al suo paese e la devozione alla causa della libertà – Quest’uomo è il mio amico e Maestro Giuseppe Mazzini. Beviamo alla sua salute”.
Il 5 maggio Garibaldi lasciava l’Inghilterra, ed il 9 l'”Ondine” Jakt del Duca di Sutherland lo sbarcava a Caprera.

*
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Prima d’imbarcarsi per far ritorno alla sua Isola il generale così scrisse a Victor Ugo che avevagli espresso il desiderio di stringergli la mano qualora avesse potuto visitarlo nella partenza da Londra:

Mio caro Victor Ugo,

“Il visitarvi nel vostro esiglio era per me più che un desiderio; era un dovere: ma molte circostanze me lo impediscono. Spero mi capirete, chè lontano o vicino, non sono mai separato da Voi e dalla causa che rappresentate.
“Sempre vostro
“Londra, 22 aprile.

“G. Garibaldi”.

Volle pure fosse pubblicata una lettera di commiato e di omaggio alla stampa inglese e così scriveva:
“Nel lasciare l’Inghilterra non posso a meno di offrire un pubblico omaggio alla stampa inglese, e uno speciale tributo di gratitudine a tutti quei giornali che furono sinceri e fedeli organi della pubblica opinione verso di me, e benevoli interpreti dell’ammirazione e dei sentimenti che nutro per la nazione che mi diede ospitalità.
“Londra, 28 aprile.

“G. Garibaldi”.

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Garibaldi però non si trattenne a lungo nella sua isola. Il 14 di giugno, collo stesso vapore che lo aveva ricondotto dall’Inghilterra e che il Duca di Sutherland aveva messo a sua disposizione, sbarcava nell’Isola d’Ischia per curarsi, secondo si diceva, dell’artrite.
Come si disse già da qualche tempo correva una corrispondenza privata fra Mazzini e Vittorio Emanuele.
Intermediario fra Vittorio Emanuele e Mazzini era il patriota Diamilla Muller amico al Mazzini e carissimo quanto altrettanto devoto a Vittorio Emanuele.
Nel novembre del 1863 il Diamilla Muller riceveva da Mazzini un messaggio che diceva così:
“Il Re non intende questo cospirare continuo a impiantare un dualismo tra il governo e il partito d’azione, in cose nelle quali si era, in sostanza, d’accordo; volere egli Venezia quanto me: avere egli fede nell’onestà del mio procedere; perchè non si verrebbe a un patto per l’intento comune?”
E il 15 novembre del 1863 il Mazzini in una sua lettera nella quale apriva l’animo suo grande, concludeva così:

Caro Muller

“Se chi pensa alla guerra contro l’Austria ha coscienza di me, e crede al mio onore, che non ho tradito mai, io dichiaro
“Che non credo a vittoria definitiva possibile senza l’esercito regolare e l’intervento governativo.
“Che non sogno neanche d’innalzare, ove anche il potessi, una bandiera repubblicana sul Veneto – che tacendo noi per coscienza e per dignità d’ogni programma politico, e limitandoci a gridare guerra all’Austria, aiuto ai nostri fratelli, accetteremmo il programma che escirebbe dal Veneto. Ora il grido del Veneto che abbisogna dell’esercito e dell’Italia costituita come è, sarà infallibilmente monarchico. Su questo punto il re non ha dunque da temere.
“Data questa sicurezza, il migliore accordo è quello di lasciarci fare, e apprestarsi a cogliere rapidamente l’opportunità che noi cercheremo di offrire.
“Garibaldi è l’anima d’ogni moto di volontari. Nessuno può dubitare sulla di lui adesione alle dichiarazioni che io feci sul principio di questa mia lettera. Ma sono convinto, che la di lui azione dovrebbe essere lasciata libera ed indipendente. S’intende che i primi fatti di guerra governativa regolarizzerebbero il contatto dell’insurrezione e del capo dei volontari col disegno generale strategico.
“Potete comunicare al re questa mia e credetemi vostro

G. Mazzini

La risposta di Vittorio Emanuele fu:
“Avere comuni lo slancio e il desiderio di fare con la persona di cui si parla. Giudicare le cose da me e con la massima energia, non con timide impressioni altrui.
“Ma sappia la persona che gravi sono i momenti, che bisogna ponderarli con mente calma e cuore ardente, che io e noi tutti vogliamo e dobbiamo compiere nel più breve spazio di tempo la grand’opera; ma guai a noi tutti se non sappiamo ben farlo, o se, abbandonandoci ad impetuose intempestive frenesie, venissimo a tale sciagura da ripiombare la patria nostra nelle antiche sventure.
“Il momento non è ancora maturo; fra breve, spero, Dio aiuterà la patria nostra.

“V. E.”

Il 2 di maggio in un autografo il Re faceva a Mazzini questa risposta:
“La Polonia mancò ognora nelle varie sue fasi insurrezionali della forza vitale di espansione, e questa è la principale cagione della sua rovina: forse potrebbe rinascere come la fenice dalle proprie ceneri, estendendo le sue ramificazioni in Gallizia, Principati ed Ungheria, dove il terreno sarebbe facile á exploiter se vi fossero uomini energici ed audaci che servissero di trait-d’union.
Se i moti in Gallizia estesi alle citate contrade prendessero le proporzioni di una spontanea popolare insurrezione da tenere fortemente occupata l’Austria, allora sarebbe necessario anzitutto d’aiutarla con un nucleo d’italiani determinati, e così riuniti vari fecondi elementi, tutti ostili al principale nemico si potrebbe condurre a compimento il comune desiderio.

“V. E.”

Intanto correvano intelligenze oltre che con Mazzini e Garibaldi anche coi generali Klapka e Turr capi dell’insurrezione ungherese e con altri a Belgrado ed a Bukarest – Garibaldi era pronto a tutto.
Nel maggio il Re Vittorio Emanuele approvava tutte le proposte di Mazzini e si metteva d’accordo col generale Garibaldi, che doveva essere il condottiero dell’ardita impresa; intermediario del Re Vittorio Emanuele con Garibaldi era il sig Porcelli.
Alcuni amici del generale Garibaldi non approvavano questa pericolosa spedizione e temevano pel Generale stesso, che volevano rimanesse in Italia ad aspettare altri eventi propizi. Ma egli era risoluto; si doveva partire ed Elia stava aspettando impaziente l’annunziato vapore, quando ricevette la seguente lettera:

Torino, 9 luglio 1864.

Mio caro Elia,

“I mestatori hanno tentato di fare andare a monte il tutto e di far cambiare idea al nostro G….
“Spero che non riesciranno! Questa sera vedrò l’altra persona e cercherò di accomodare ogni cosa.
“Domani vi saprò dire qualche cosa di positivo.
“Intanto ho voluto scrivervi queste due righe in risposta alle vostre due, perchè attendiate senza inquietarvi.
“Sarà un piccolo ritardo, ma pazienza! Ho scritto a Stagnetti ciò che desiderate.
“A domani dunque.
“Tutto Vostro

“Porcelli”.

Ma l’indomani 10 luglio 1864 il Giornale il Diritto pubblicava la seguente protesta anonima:
“Avuta certa notizia, che alcuni fra i migliori del partito d’azione sono chiamati a prendere parte ad imprese rivoluzionarie e guerresche fuori d’Italia, i sottoscritti (che non si sottoscrissero(102)!) convinti:
“Che noi stessi versiamo in gravi condizioni politiche;
“Che nessun popolo e nessun terreno sia più propizio ad una rivoluzione per gli interessi della libertà, che l’italiano;
“Che le imprese troppo incerte e remote quali sono le indicate, ordite da principi, debbano necessariamente servire più a’ loro interessi che a quelli de’ popoli;
“Credono loro dovere per isgravio della loro coscienza dichiarare;
“Che l’allontanarsi dei patriotti italiani in questi momenti non può che essere funesto agli interessi della patria”.
Questa pubblicazione del Diritto fece persuaso Vittorio Emanuele che non potendosi più condurre l’impresa con la dovuta segretezza, se ne accrescevano i pericoli; e non volendo che si pensasse, che egli mandava al sagrifizio Garibaldi coi suoi valorosi compagni, per vedute ambiziose proprie, con lettera, portata al Generale dal Porcelli, lo scioglieva da ogni impegno e ritirava il suo concorso all’opera progettata.

CAPITOLO XXIV.

Guerra del 1866 – Liberazione del Veneto.

La guerra del 1864 intrapresa dalle due grandi potenze germaniche contro la Danimarca fu poi l’origine dei loro dissensi. Finchè si trattò di togliere ad un piccolo regno i tre ducati dell’Elba; finchè si volle togliere ogni ingerenza ai minori Stati della Confederazione, Austria e Prussia andarono d’accordo; ma quando si fu alla spartizione della conquista fra le due potenze, si sviluppò un forte antagonismo che doveva condurre alla guerra.
In vista di questa eventualità il Conte di Bismark chiamato a sè(103) nei primi di marzo il Conte Barral, Ministro d’Italia presso il Re di Prussia, ebbe con lui una conversazione concernente un trattato di alleanza offensiva e diffensiva a concludere il quale La Marmora(104) incaricava il generale Govone – non poteva farsi scelta migliore – e il 9 marzo egli partiva da Firenze per Berlino. Il trattato fu concluso e firmato, ed a questo l’Italia si mantenne fedele, sebbene l’Austria le offrisse la cessione del Veneto, purchè si distaccasse dalla Prussia. Essa si preparò alla guerra con la mobilitazione dell’esercito e col richiamo sotto le armi delle vecchie classi.
La guerra fu dichiarata.

*
* *

Il Re Vittorio Emanuele, dopo la dichiarazione di guerra all’Austria, indirizzava alla Nazione il seguente proclama:

Italiani!

“Sono corsi ormai sette anni che l’Austria assalendo armata i miei Stati, perchè Io aveva perorata la causa della comune patria nei consigli d’Europa, e non ero stato insensibile ai gridi di dolore che si levavano dall’Italia oppressa, ripresi la spada per difendere il mio trono, la libertà dei miei popoli, l’onore italiano e combattere pel diritto di tutta la nazione.
“La vittoria fu pel buon diritto; e la virtù degli eserciti, il concorso dei volontari, la concordia ed il senno dei popoli e gli aiuti di un magnanimo alleato, rivendicarono quasi intera la indipendenza e la libertà d’Italia.
“Supreme ragioni che noi dovemmo rispettare ci vietarono allora di compiere la giusta e gloriosa impresa: una delle più nobili ed illustri regioni della penisola, che il voto delle popolazioni aveva riunito alla nostra Corona e che per una eroica resistenza e una continua e non meno eroica protesta contro il restaurato dominio straniero ci rendeva particolarmente sacra e cara, rimase in balia dell’Austria.
“Benchè(105) ciò fosse grave al mio cuore, nondimeno mi astenni dal turbare l’Europa desiderosa di pace, che favoriva colle sue simpatie il crescere ed il fondarsi del mio Regno.
“Le cure del mio governo si volsero a preferenza ad accordare gli ordinamenti interni, ad aprire ed alimentare le fonti della pubblica prosperità, a compire gli armamenti di terra e di mare, perchè l’Italia, posta in condizione di non temere offesa, trovasse più facilmente nella coscienza delle proprie forze la ragione delle opportune prudenze, aspettando si maturasse col tempo, col favore dell’opinione delle genti civili e degli equi e liberali principii che andavano prevalendo nei consigli d’Europa, l’occasione propizia di ricuperare la Venezia e di compiere ed assicurare la sua indipendenza. Quantunque l’aspettare non fosse senza pericoli e senza dolori entro confini mal circoscritti e disarmati, e sotto la perpetua minaccia di un inimico, il quale nelle infelici provincie rimaste soggette alla sua dominazione aveva accumulato i suoi formidabili armamenti della offesa e della difesa: collo spettacolo continuo innanzi agli occhi dello strazio che egli faceva delle nostre popolazioni, che la conquista e una spartizione iniqua gli avevano dato, pure io seppi frenare, in omaggio alla quiete d’Europa, i miei sentimenti di italiano e di Re, e la giusta impazienza dei miei popoli. Seppi conservare integro il diritto di cimentare opportunamente la vita e le sorti della Nazione: integra la dignità della Corona e del Parlamento, perchè l’Europa comprendesse che doveva dal canto suo giustizia intiera all’Italia.
“L’Austria ingrossando improvvisamente sulla nostra frontiera, e provocando con un atteggiamento ostile e minaccioso, è venuta a turbare l’opera pacifica e riparatrice intesa a compiere l’ordinamento del regno, e ad alleviare i gravissimi sacrifici imposti ai miei popoli dalla sua presenza nemica sul territorio nazionale.
“All’ingiustificata provocazione ho risposto riprendendo le armi, che già si riducevano alla proporzione della necessità dell’interna sicurezza: e voi avete dato uno spettacolo meraviglioso e grato al mio cuore, colla prontezza e con l’entusiasmo con che siete accorsi alla mia voce nelle file gloriose dell’esercito e dei volontari.
“Nondimeno quando le potenze amiche tentarono di risolvere le difficoltà suscitate dall’Austria in Germania ed in Italia per via di un Congresso, io volli dare un ultimo segno dei miei sentimenti di conciliazione all’Europa, e mi affrettai di aderirvi.
“L’Austria rifiutò, anche questa volta, i negoziati, e respinse ogni accordo e diede al mondo una novella prova che, se confida nelle sue forze, non confida ugualmente nella bontà della sua causa e nella giustizia dei diritti che usurpa.
“Voi pure potete confidare nelle vostre forze, Italiani, guardando orgogliosi il florido esercito e la formidabile marina, pei quali nè cure nè sacrifizi furono risparmiati; ma potete anche confidare nella santità del vostro diritto, di cui ormai è immancabile la sospirata rivendicazione.
“Ci accompagna la giustizia della pubblica opinione, ci sostiene la simpatia dell’Europa, la quale sa che l’Italia, indipendente e sicura del suo territorio, diventerà pur essa una garanzia d’ordine e di pace, e ritornerà efficace istrumento della civiltà universale.
Italiani!
“Io do lo Stato a reggere al mio amatissimo cugino il principe Eugenio e riprendo la spada di Goito, di Pastrengo, di Palestro e di S. Martino.
“Io sento in cuore la sicurezza che scioglierò pienamente questa volta il voto fatto sulla tomba del mio magnanimo Genitore. Io voglio essere ancora il primo soldato della indipendenza italiana.
“Viva l’Italia.
“Firenze, li 20 giugno 1866.

“Vittorio Emanuele”.

Il Re rivolgeva poscia il seguente proclama all’esercito:

Ufficiali, sottufficiali e soldati!
L’Austria, armando sulla nostra frontiera, vi sfida a novella battaglia. In nome mio, in nome della Nazione, vi chiamo alle armi. Questo grido di guerra sarà per voi, come lo fu sempre, grido di gioia. Quale sia il vostro dovere, non ve lo dico, perchè so che bene lo conoscete. Fidenti nella giustizia della nostra causa, forti del nostro diritto sapremo compiere con le armi la nostra unità.
Ufficiali, sottufficiali e soldati!
Assumo oggi nuovamente il comando dell’esercito per adempiere al dovere che a me ed a voi spetta di rendere libero il popolo della Venezia, che da lungo tempo geme sotto ferreo giogo. Voi vincerete, ed il vostro nome sarà benedetto dalle presenti e future generazioni.
Firenze, 21 giugno 1866.
Vittorio Emanuele.

Disponeva poi che si istituissero due depositi a Como ed a Bari per la formazione del corpo dei volontari e ne offriva il comando al generale Garibaldi, che rispondeva così al Ministro della guerra:

Caprera, 14 maggio 1866.

Signor Ministro,
“Accetto con vera gratitudine le disposizioni emanate da S. M. in riguardo al corpo dei volontari, riconoscente della fiducia in me riposta coll’affidarmene il comando.
“Voglia essere interpetre presso Sua Maestà di questi miei sentimenti, nella speranza di potere subito concorrere col glorioso nostro esercito al compimento dei destini nazionali.
“Ringrazio la Signoria Sua della cortesia colla quale si è degnato farmene partecipazione.
“Voglia credermi della Signoria Sua
Dev.mo
“G. Garibaldi”.

Si sapeva dunque della formazione di un corpo di volontari e tutta la vecchia guardia aspettava di essere chiamata; non si sapeva però dal Generale quale destinazione gli si sarebbe data. Si parlava che avrebbe avuto incarico di sbarcare coi suoi volontari in Istria, sollevare quelle popolazioni italianissime e piombare su Trieste. Ma prevalsero altri concetti.
Quando tutto fu deciso egli chiamò a sè i suoi fidi, ed all’Elia così scriveva:
Mio caro Elia,
“Venite – Se vi fosse Burattini, che venga. Se vi fossero pure dei bravi marinari volontari conduceteli a Milano e arrivati là avvisatemi.
Vostro
“G. Garibaldi”.

Subito Elia metteva assieme un buon numero di marinari volontari, ai quali, oltre il Burattini, si unirono alcuni capitani della marina mercantile che si offersero come marinari; e tutti partirono per Milano, ove giunti Elia informava subito il Generale chiedendo ordini.
Il 16 di giugno il “Monitore Prussiano” pubblicava la dichiarazione di guerra, mentre le truppe incominciavano le ostilità. Il 17 il telegrafo ne dava notizia all’Italia e La Marmora fedele ai suoi impegni partiva pel Quartiere generale, ed il 20 inviava la dichiarazione di guerra all’Austria.
Se la flotta italiana fosse stata affidata al comando di un uomo come Garibaldi, con la certezza di dominare con la stessa l’Adriatico, tenendo obbligata la flotta nemica a stare riparata sotto i cannoni di Pola, il miglior piano di campagna(106) sarebbe stato quello d’impossessarsi, con un energico colpo di mano di Trieste per farne base di operazione dell’esercito, che sbarcato su quel punto avrebbe girato tutte le difese accumulate per tanti anni sul territorio Veneto, trasportando di primo slancio la guerra nel suolo nemico; disgraziatamente prevalse altro criterio, e la flotta italiana fu data in mano a persona mancante di energia e di quella capacità superiore, che richiedevasi in momento così grave e decisivo per la nazione.
Per maggiore sventura, nella fissazione e nella esecuzione del piano di campagna, si urtarono due pareri contrari.
La Marmora non ammetteva altra offesa possibile se non dal Mincio colla base di Alessandria e Piacenza. Cialdini invece aveva capito essere folle impresa l’attacco di fronte al quadrilatero; essere indispensabile girarlo, facendo base a Bologna e dirigendo le operazioni di attacco su Padova per Pontelagoscuro e Rovigo. L’attacco dal Mincio conduceva per necessaria conseguenza agli assedi di Peschiera e di Verona che bisognava assolutamente evitare.
L’aggressione invece da Bologna a Rovigo non presentava grandi difficoltà. La marcia dal Po all’Adige, comeche brevissima era tutt’altro che difficile, tanto più che gl’italiani potevano contare sul simpatico concorso delle popolazioni.
Concentrate le maggiori forze italiane fra Badia e Rovigo, con la sinistra, forte da poter reggere ad un’energica offesa proveniente da Legnago facile sarebbe stata la riduzione dei quattro piccoli forti di Rovigo col gran materiale di artiglieria rigata di cui si disponeva; così con Rovigo in mano era assicurato il passo dell’Adige e l’arciduca comandante le forze austriache veniva obbligato o a dar battaglia con tutti gli svantaggi d’inferiorità numerica nei pressi di Padova, o chiudersi in Verona, o retrocedere verso il Piave.
Così la campagna ci sarebbe iniziata nel modo il più brillante.
La Marmora rifiutò recisamente di operare nel Po; adottò invece un mezzo termine che doveva infine condurre a cattivi risultati. Fu quindi stabilito che i primi tre corpi di armata eseguirebbero una seria dimostrazione sul Mincio onde attrarre da quel lato le forze dell’arciduca, mentre il 4° Corpo, varcato il Po marcerebbe su Rovigo di cui s’impadronirebbe, attendendo per inoltrarsi oltre l’Adige, di essere raggiunto dal grosso dell’Esercito, che vi si porterebbe mediante una marcia di fianco, utilizzando la ferrovia dell’Emilia. Se la dimostrazione accennata non fosse riuscita e che l’arciduca avesse opposti gravi ostacoli al passaggio del basso Po, era allora Cialdini che sarebbe andato a raggiungere La Marmora sul Mincio.
Fissato dal La Marmora questo piano, nella mattina del 19 giugno, dal comando supremo dell’Esercito fu ordinato che all’alba del domani il 1° Corpo si avanzasse a prendere posizione sulle alture tra Pozzolengo e Volta in modo da poter chiudere il passo ad ogni sortita da Peschiera sulla destra del Mincio; che il 3° Corpo d’armata si avanzasse su Goito legandosi a sinistra col 1° sotto Volta e a destra col 2° per Rivalta; che il 2° Corpo si appressasse a Mantova, senza passare il confine, ma in modo da potere al rompere delle ostilità, impadronirsi subito di Curtatone e minacciare Borgoforte; che la divisione di cavalleria muovesse nella notte per porsi tra Castiglione delle Stiviere, San Cassiano, Guidizzolo e Medole.
La riserva generale d’artiglieria si collocasse attorno a Cremona.
Il fronte dell’armata del Mincio era per tal modo collocato su una distesa di 42 chilometri.
Disegno del comando supremo dell’Esercito era il seguente: al mattino del 23 impadronirsi dei passi del Mincio tra Monzambano e Goito con truppe del 1° e 3° Corpo, porre piede sulla sponda sinistra e spingere la cavalleria verso l’Adige; e, nel tempo stesso, colle truppe pel 2° Corpo impossessarsi dei fortini avanzati di Curtatone e Montanara dinanzi a Mantova, entrare nel Serraglio, tagliare le comunicazioni tra quella fortezza e Borgoforte, e assalire questa ultima posizione dalle due sponde del Po e costringere con un rapido fuoco di numerosa artiglieria, il presidio alla resa o allo sgombro.
Nel mattino del 23 il passaggio del Mincio fu effettuato come era stato ordinato senza contrasti da parte degli austriaci.
Il 1° Corpo passò il Mincio a Monzambano colla brigata Pisa e si ritirò al di là ed a cavallo del fiume; la quinta divisione lo passò a Borghetto ed occupò Valleggio; la 3a lo valicò ai mulini di Volta ed occupò l’altipiano di Pozzuolo; la 2a restò nella sua posizione di Pozzolengo osservando Peschiera; una forte riserva si situò a metà strada tra Volta e Borghetto.
Il 3° Corpo valicò il fiume al ponte di Goito, alla presenza del Re.
Vi passarono la 7a, 16a e 9a Divisione mentre l’8a gettava un ponte più in alto, a Ferri; le divisioni 16a e 7a si collocarono in prima linea, fra Belvedere e Roverbella, le altre due rimasero in seconda linea.
Il 2° Corpo non passò il Mincio; ma con la 6a Divisione ed una brigata della 4a varcò la frontiera delle Grazie ed occupò Curtatone e Montanara; l’altra brigata della 4a Divisione fu posta sulla destra del Po, osservando Borgoforte.
Le divisioni Longone e Angioletti rimasero nei pressi di Castelluccio.
Tutti questi movimenti, come si disse, non incontrarono alcuna resistenza. L’assenza di forze austriache nella pianura avanti Verona, indusse il generale La Marmora a ritenere che il nemico avesse rinunziato a difendere il terreno fra l’Adige e il Mincio, e che si sarebbe limitato a contrastare il passo del primo fiume. Perciò venne nel concetto di gettarsi arditamente fra le piazze di Verona, Peschiera e Mantova, per separarle una dall’altra, ed occupare una forte posizione che, richiamando l’attenzione del nemico, favorisse il passaggio del 4° Corpo d’Armata, concentrato fra Bologna e Ferrara. In conseguenza di questo presupposto(107) diede gli ordini perchè il 1° Corpo occupasse Castel Nuovo, S. Giustino e Sorra. Il 3°, prolungando questa linea, avesse occupato Somma-Campagna e Villafranca.
Ordinava infine che il 2° Corpo, passando il Mincio a Goito, avesse occupato quel paese, Marmirolo e Roverbella, quale riserva generale.
Tutti questi movimenti dovevano farsi nelle prime ore antimeridiane del giorno 24.

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* *

Garibaldi aveva accettato con gran cuore, che Trento, fosse l’obbiettivo delle sue operazioni; ma v’erano altre vie per giungervi oltre quella all’ovest del Garda. Scalare le sue truppe a Bergamo, accennando a nord per richiamare gli austriaci ai passi del Tonale e del Caffaro; poi correre a gran passi al Po Cremonese, e, per l’Emilia, al basso Po, dietro il corpo del generale Cialdini; entrare con questo nel Veneto, sopravanzarlo, e per la Val Sugana lanciarsi su Trento. Questo era il piano che egli aveva in mente. La Val Sugana era infatti la più facile per la impresa del Trentino; ma tale disegno non combinava colle idee del Comando Supremo ed a questo dovette sottomettersi.
Il generale il 23 giugno contava di avere con sè(108) seimila uomini circa, e con questi si metteva in marcia per la via che gli era stata tracciata, mentre sapeva che il generale Kunn gli opponeva una forza superiore ai 18 mila uomini.
Elia aspettava da tre giorni a Milano la chiamata di Garibaldi, quando a mezzo del tenente colonnello Francesco Cucchi dello Stato Maggiore, riceveva l’ordine di portarsi con tutti i suoi a Salò.
Ivi arrivato Elia presentava al generale i volontari che lo accompagnavano. Questi lo informò che suo intendimento era di affidare a lui il comando della minuscola flottiglia del Lago di Garda; ma Elia gli fece osservare che avendo già il maggiore Sgarallino Andrea di Livorno, arrivato prima, presa la consegna ed il comando della flottiglia stessa, per ordine del Capo di Stato Maggiore, era suo desiderio di lasciarglielo; solo chiedeva il comando dell’unica barca cannoniera pronta ed armata “Il Torione”, se il generale avesse risolutamente deciso di lasciarlo nella flottiglia. Il generale pregò Elia di rimanere nella flottiglia e gli diede il comando desiderato.
Questa flottiglia si componeva di cinque barche cannoniere armate con un cannone da 24 mm. a prua, difese da un parapetto di corazza e da 2 da 5 1/3 mm. nei fianchi; ma quattro di esse erano in riparazione e solo dopo alcuni giorni furono pronte all’azione.
La flottiglia austriaca sul lago era composta delle cannoniere ad elica “Speinthenfel” “Wildfang” “Scharfschiutez” “Raufbold” “Wespe” e “Nikoke” e dei vapori a ruote “Francesco Giuseppe” e “Hess”.
Il 23 il generale aveva ordinato ai volontari che aveva sottomano, di marciare avanti e di occupare con audaci colpi di mano il Caffaro e Montesuello; e i garibaldini non perdettero tempo.
Il colonnello Spinazzi, comandante del 2° reggimento, messosi subito in marcia si spingeva fino ad Anfo; il maggiore Castellini faceva avanzare il suo battaglione di bersaglieri in due colonne di due compagnie ciascuna e da una compagnia del 2° reggimento, per la strada di Bagolino verso Montesuello e vi riusciva mettendo in fuga il nemico che si ritirava. Così i nostri si erano stabiliti sul Montesuello e sul Caffaro, con drappelli di fianco a Bagolino da un lato ad Hano(109) e Monte Stino dall’altro, quando arrivava allo Spinazzi l’ordine di retrocedere su Lonato e Desenzano; e ciò in seguito all’ordine che il generale Garibaldi aveva ricevuto dal Comando Supremo, di recarsi a proteggere l’eroica Brescia.

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Si credeva, secondo notizie avute, che a Villafranca fosservi due squadroni di cavalleria nemica. S. A. R. volendo sorprenderli ordinava al Capitano di Stato Maggiore Taverna di porsi alla testa dello squadrone d’avanguardia e di attraversare di gran galoppo quella città, per la strada diritta e larga che la taglia nel mezzo, e ai due battaglioni di bersaglieri di seguirlo a passo di corsa. Intanto la Divisione sostava a breve distanza.
L’avanscoperta fu eseguita con prontezza, ma fu trovata la città sgombra di nemici.
Il conte Taverna spinse la ricognizione sulla strada di Verona e Povegliano e vi scoperse le vedette nemiche; erano Ussari Wurtemberg della brigata Radakowschi in marcia. Avviso ne fu dato al grosso della Divisione che già aveva traversato Villafranca; questa spiegò subito la brigata Parma in prima linea con due batterie a cavallo della strada Regia e della ferrovia, tendenti a Verona. Era tempo perchè l’attacco della cavalleria austriaca, si sviluppò immediato, energico e violento.
Gli squadroni Usseri si slanciarono a galoppo serrato contro lo squadrone italiano inseguendolo fino sulle catene dei bersaglieri che coprivano la brigata Parma; lì si arrestarono accolti da viva fucilata, batterono in ritirata e si ridussero presso le due brigate comandate dal Pulz e dal Radakowschi, le quali spiegati i propri cavalieri in battaglia, gli Ussari Imperatore a diritta, gli Ulani di Trani a sinistra, la batteria al centro, si lanciano contro Villafranca.
Gli Ulani preso il galoppo sopravanzarono gli Ussari; oltrepassato Canova incontrarono le fitte catene dei bersaglieri. Caricare queste ed i sostegni fu l’affare di un momento, ma al di là diedero di cozzo contro gli otto quadrati della brigata Parma, appoggiati da una potente artiglieria che vomitava mitraglia. Il principe Umberto aveva avuto appena il tempo di gettarsi in un quadrato del 49°, comandato dal maggiore Ulbrich. Lo spettacolo era imponente; da una parte una giovane fanteria, cui non intimidivano gli urrak dei cavalieri lanciati a briglia sciolta, dall’altra una brillante cavalleria che si gettava impavida contro quella muraglia di ferro e di fuoco. Ma i quadrati del 49° rimasero immobili come torri e la cavalleria austriaca vide spezzarsi tutti i suoi sforzi contro la muraglia di ferro della brava fanteria, superba di mostrare il suo sangue freddo e il suo eroismo al figlio primogenito di Vittorio Emanuele il quale, con serenità d’animo dava l’esempio del coraggio e della devozione al dovere.
Dopo inutili, ripetute cariche gli avanzi del reggimento Trani retrocedettero laceri e malconci; quando il Radakowschi li riannodava appena 200 risposero all’appello.
Al rumore delle cannonate la divisione Bixio era accorsa a spiegarsi sulla sinistra del principe il generale ordinava al suo capo di stato maggiore, tenente colonnello di San Marzano di porsi alla testa dei tre squadroni di cavalleggeri di Saluzzo, muovere in ricognizione e portare soccorso, occorrendo, a S. A. R. Il tenente colonnello di San Marzano si slancia alla testa dei suoi bravi squadroni si avventa contro la cavalleria nemica che tentava sfondare i quadrati della fanteria della divisione del principe e concorre a decimarla; per questo fatto brillante Di San Marzano veniva decorato della Croce di Ufficiale dell’ordine militare di Savoia.
Nel frattempo l’attacco da parte degli austriaci era divenuto generale. Fino alle 4 pomeridiane si combattè dando i nostri prova di indomabile resistenza contro un nemico assai superiore in numero, perchè quasi la metà delle nostre forze, al comando del Cialdini, era rimasta sulla destra del Po colle armi al piede.
Alle 5 tutto il 7° corpo austriaco appoggiato da una brigata del 5° corpo, dopo di essersi fatto padrone di Sommacampagna, assaliva le poche truppe italiane per sloggiarle dalle alture di Belvedere, che eroicamente difendevano. Ottomila dei nostri, sebbene spossati dalle marcie e dai lunghi combattimenti, tenevano testa a forze tanto soverchianti nemiche che ben presto sommarono a più di venticinquemila. I nostri non cedevano, la lotta continuava sempre più accanita, furiosa, con gravissime perdite da ambo le parti. Ma nuove forze subentravano e il nemico ingrossava, premeva sempre più, e i nostri furono obbligati a ripiegare.
Il 29° reggimento e il 18° bersaglieri assaltarono risolutamente la Mongabia e il Monte Cricol.
Erano 20 compagnie sostenute dal fuoco di otto cannoni che andavano ad assalire 25 compagnie austriache con otto pezzi, in fortissime posizioni. Di contro alla parte orientale del Monte Cricol, il generale Willarey colla 5a compagnia del 30° si avanzava tenendo alto il berretto e gridando Viva il Re, quando, colpito da tre proiettili cadde fulminato. Ma quelle alture con tanto accanimento difese, furono dai nostri valorosi conquistate; e le truppe della brigata austriaca furono obbligate ad una ritirata scompigliata, con l’abbandono di due cannoni e tre carri di munizioni rovesciati.
Il Casale di Mongabia veniva occupato dal maggiore Raiola-Pescarini con tre compagnie del 29° reggimento.
Il generale Govone che era stato mandato dal Re sulle alture di monte Torre con la brigata Alpi, vide quanto vantaggio poteva ricavare da questa posizione, ove aveva raccolto tutta la sua artiglieria. Per primo scopo si prefisse di conquistare Custoza. Fece piazzare tutte tre le batterie coi tiri rivolti contro quel villaggio; ordinò che il 34° bersaglieri (maggiore Pescetto) muovesse ad aiutare i granatieri che combattevano per riprendere quella posizione.
L’effetto di quel potente fuoco d’artiglieria fu grande. Il 34° bersaglieri superò con mirabile slancio l’erta scoscesa del poggio di Custoza, di contro alla testa del Monte Torre, raggiunse i valorosi della 3a Divisione, e al suono delle trombe si slanciò insieme a quelli, entro il villaggio, impegnando contro gli Austriaci lotta accanita.
In quel momento arrivava dalla parte di Villafranca, inaspettato rinforzo, la seconda batteria a cavallo comandata dal valoroso maggiore Ponzio-Vaglia.
Giungendo sull’alto del poggio all’entrata sud-occidentale del villaggio, la testa della batteria urtava in un forte drappello di cavalleria Austriaca e ussari di Baviera; il maggiore Ponzio-Vaglia riuniti intorno a sè(110) i serventi dei pezzi, cui si aggiunsero gli ufficiali della batteria, carica furiosamente la cavalleria austriaca, la rompe, la mette in fuga, facendone alcuni prigionieri.
Infine gli austriaci sono obbligati a ritirarsi in rotta verso il Belvedere.
Rimasti padroni di quella posizione, bersaglieri e granatieri impegnarono il fuoco contro i nemici appostati in Val Busa, nel cimitero, nella chiesa, nel palazzo Maffei e sul poggio soprastante.
Il maggiore Ponzio-Vaglia ordinava al capitano Perrone di condurre i suoi cinque pezzi in aiuto dei combattenti nel villaggio di Custoza contro il nemico, appostato fortemente a Belvedere.
Appena impadronitosi di Custoza il generale Govone mandava avviso al generale della Rocca, cui diceva di inviare colà altre truppe per fronteggiare quelle assai numerosa del nemico che sempre più ingrossava e col quale il combattimento era seriamente impegnato.
Digraziatamente la 3a divisione (Brignone) assalita da forze preponderanti, era stata costretta ad abbandonare le importantissime posizioni(111) del Monte della Croce e di Monte Torre. L’annunzio fu doloroso assai pel generale La Marmora(112) il quale, vista l’importanza di esse, ordinava al generale Cugia di affrettarsi a portare soccorso a(113) quella divisione, muovendo verso le alture ed ordinava al colonnello Ferrari, comandante del 64° fanteria, di seguire senz’altro la mossa.
Intanto il generale Govone che aveva obbligato gli austriaci ad abbandonare non solo Belvedere ma anche le posizioni di Monte Molimenti e Cavalchina, ordinava alle sue brave truppe di marciare alla conquista di quelle posizioni, che alle 2 1/4 pom. furono in mano dei nostri.
20 compagnie stavano ora su quelle alture dinanzi a Belvedere sino a Bagolino. Urgeva apparecchiarsi a gagliarda difesa su quelle importantissime posizioni e sopratutto coprirle di artiglieria; ma tempo e mezzi mancavano.
Il generale austriaco Moroicic riceveva ordine dell’arciduca di muovere le sue due brigate di riserva ed impadronirsi nuovamente di Custoza. Erano passate le 3 pom. e le nostre truppe non avevano alcun sentore di quella mossa che doveva dare il crollo alla battaglia. Alle 3 1/4 ricominciava il fuoco dell’artiglieria nemica più violento che mai.
Nell’udire il forte rumore della battaglia sulle alture di Custoza il generale Bixio mandava il suo capo di stato maggiore colonnello di San Marzano, a chiedere al comandante del corpo se poteva muoversi in soccorso. Anche S. A. R. Umberto mandava a prendere ordini, e ricevevano quello di rimaner fermi nelle loro posizioni. Infatti il generale della Rocca interpretando gli ordini ricevuti dal La Marmora(114) nel più stretto senso, non si credette autorizzato ad un atto spontaneo di vigorosa controffensiva.
Vedendo addensarsi rapida tanta massa d’armati attorno a Belvedere, il generale Govone fa scendere dal Monte Torre il 27° bersaglieri e lo spinge contro la sinistra del nemico; ordina al generale Bottacco di fare avanzare il 36° reggimento sulla destra ad est di Custoza. Il combattimento infuria; le nostre quattro batterie dal Monte Torre, tirando a mitraglia, fanno strage dei nemici; ma il numero di questi è stragrande e i vuoti si riempiono in un attimo. I nostri sono esausti di forze, e vengono meno le munizioni; il nemico ingrossa e preme sempre più; non è possibile resistere più a lungo, le nostre perdite sono enormi; il maggior Fezzi cade ferito a morte, sono feriti gravemente i tenenti Salini e Tornaghi, il capitano Alberi è ucciso, il capitano Serratrice e il maggiore Lavezzeri feriti. Anche il capitano di stato maggiore Biraghi è ferito gravemente. Gli Austriaci occupano l’altura sovrastante a Valle Busa; i nostri, sempre combattendo, sono costretti a scendere verso la chiesa e il cimitero; i due cannoni della batteria a cavallo rimangono nelle mani del nemico.
Intanto il generale Moroicic aveva fatto piazzare sulle alture di Belvedere e di Monte Molimenti le batterie delle due sue brigate e tre altre della riserva e, d’accordo con quelle del 9° corpo batteva furiosamente Custoza, monte Torre e il Monte della Croce, quindi ordinava un attacco generale che divenne formidabile per la gran massa degli assalitori.
I difensori di Custoza si sforzano di tener fronte al nemico col fuoco e con cenni di contrattacco sotto la tempesta dei proiettili, tramezzo alle case che ardono e minacciano rovina. Il colonnello Marchetti eccita i suoi a resistere; la batteria a cavallo ha finito le munizioni; il tenente Polloni ne protegge la ritirata. Granatieri, bersaglieri e fanteria del 51° e del 35° combattono furiosamente; il generale Bottaco dirige impavido il combattimento; ma ogni più lunga resistenza non è possibile; troppo è grande la soverchiante forza nemica.
Frattanto il generale Govone ha avuto risposta da Villafranca che nessun soccorso può essergli mandato; la sua artiglieria è all’ultimo colle munizioni; il capitano Gatti, del suo seguito, è ucciso al suo fianco, il capitano Nasi ferito gravemente.
Le sue truppe non possono più reggere il peso della battaglia divenuto enorme. Non gli rimane un momento da perdere se vuole salvare la sua Divisione dalla terribile conseguenza degli attacchi di fronte e di fianco. Comanda la ritirata su Villafranca. Manda ufficiali a fare riordinare dietro la casa Coranini i retrocedenti per avviarli in colonna di marcia sulla strada; i colonnelli Cravetta e Di Salasco sono ordinati sui fianchi della strada per agevolare e coprire la ritirata dell’artiglieria e della fanteria.
Il movimento si eseguisce con tanto ordine, quanto è possibile in simili casi, sotto il micidiale tiro delle artiglierie situate nelle alture; e qualche centinaio di valorosi rimasti a contatto col nemico in Custoza e nel bosco, assicurano, con un ultimo sforzo di difesa, la ritirata.
Così finisce verso le 6 pom. la battaglia di Custoza combattuta con straordinario valore.

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Mentre questo avveniva a Custoza e nelle alture di Belvedere e di Monte Croce, il comandante del 7° reggimento bersaglieri, maggiore Giolitti, segnalava la comparsa di grosse masse di truppa nemica sulle alture di là di Val di Staffolo. Il generale Cugia spediva avviso al Comandante del 3° corpo della minaccia d’imminente attacco di forze preponderanti, facendogli presentire l’impossibilità di mantenersi in quella posizione. Il generale Della Rocca gli mandava ordini di ritirarsi in direzione di Villafranca.
Il generale Della Rocca comprendendo che il momento finale era giunto, dava le disposizioni per la ritirata verso il Mincio; la divisione Bixio e la cavalleria di riserva doveano coprirla.
La fermezza del generale Bixio e delle sue truppe assicurarono la ritirata del 3° Corpo di armata ed egli stesso si affrettò poi ad occupare Quaderni, per impedire al nemico di penetrare tra Villafranca e Valleggio.
Il combattimento del 24 giugno non fu affatto disonorevole per le truppe italiane. Il campo di battaglia rimase in parte agli austriaci, in parte a noi, e se noi ci ritirammo, si ritirarono essi pure.
Le nostre perdite furono sensibili, ma quelle del nemico furono maggiori. La maggior parte dei nostri combattenti fecero prodigi di valore, tanto è vero che gli austriaci, persuasi che l’armata italiana non è inferiore ad alcun altra, si astenne dal cimentarsi a molestare e ad impedirne la ritirata. Nove divisioni non avevano potuto prender parte a quel combattimento; due rimaste per ordine superiore a Villafranca; quella comandata da S. A. Reale il principe Umberto e l’altra comandata dal generale Bixio; e sette divisioni con 176 cannoni rimaste sul Po, sotto gli ordini del generale Cialdini.
La giornata di Custoza non ebbe la grande importanza che, gli si volle attribuire; tanto è vero che il 17 luglio le truppe sotto agli ordini di Cialdini passato il Po, costringevano la guarnigione di Borgoforte ad abbandonare quella forte piazza per ritirarsi in Mantova.

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Per i volontari comandati da Garibaldi l’ordine di ritirarsi dalle posizioni conquistate era stato doloroso, ma bisognava ubbidire.
Il generale senza(115) esitare, con la sua abituale rapidità, ordinò alle sue truppe di abbandonare i posti occupati e con tanto valore difesi, e li disponeva fra Brescia e Lonato.
Nella notte del 25 il comandante della flottiglia ordinava ad Elia di sbarcare tutto il materiale di guerra della sua cannoniera e di avvertire di non lasciare a bordo palle esplodenti; poichè dovevasi dar fuoco alla flottiglia e distruggerla.
Elia ubbidì quanto allo sbarco del materiale, che poteva essere stato richiesto dal Generale come necessario alla difesa di Brescia, ma credette di non poter egualmente permettere si abbruciasse la sua cannoniera. Raccomandò ai marinari del “Torrione” di fare buona guardia e, coll’autorità che gli dava il suo grado superiore, ordinò ai comandanti delle altre cannoniere di non dare esecuzione ad alcun ordine, che potesse compromettere la salvezza del naviglio loro affidato. Fatto ciò egli si diresse alla residenza del Capo di Stato maggiore e, trovato il generale Fabrizi ed il colonnello Guastalla, chiese loro quali erano gli ordini per la flottiglia e saputili, domandò carta bianca, ripromettendosi d’impedire che essa cadesse in mano agli austriaci, senza che vi fosse bisogno d’incendiarla e di distruggerla. Sua intenzione era di adoperare il sistema, che ebbe a riuscirgli così bene a Marsala col “Lombardo” di aprire all’ultimo estremo i rubinetti alle macchine per farle affondare. Avuta tale facoltà, mantenne una attivissima sorveglianza per non essere sorpreso dal lato del lago, mentre il colonnello Bruzzesi prendeva le sue precauzioni dal lato di terra, e non essendo accaduto nulla di straordinario, la flottiglia fu salvata con soddisfazione grandissima del generale Garibaldi, che alla notizia avuta della sua distruzione era andato su tutte le furie.
Venuto il giorno dopo a prendere il comando di Salò il generale Avezzana, questo con insistenza pregava Elia di accettare il comando della flottiglia, e sebbene a malincuore, perchè gli doleva lo stato di quasi inazione a cui era condannato, pur nondimeno dovette ubbidire, perchè alle istanze del generale Avezzana vi si aggiunse il comando(116) del generale Garibaldi, che, venuto a bordo della cannoniera Torrione gli faceva elogio per la salvata flottiglia e gli ordinava di prenderne il comando. L’Elia non poteva rifiutarsi e chiese ed ottenne per suo Capo di Stato maggiore il capitano, amico suo carissimo, Alberto Mario.
Ebbe poi delle segrete ed importanti missioni di fiducia d’ordine del generale Garibaldi e da lui personalmente. La prima affidatagli fu quella di recarsi in incognito ad esplorare se erano vere alcune mosse del nemico riferite al Capo di Stato Maggiore, e nel tempo stesso di vedere se era fattibile impossessarsi di un vapore che gli Austriaci avevano in costruzione a Desenzano, ciò che fu impossibile perchè il vapore non era ancora interamente allestito: ecco la lettera con la quale gli dava l’incarico.

“Caro Colonnello,

“Ecco le due guide di tutta confidenza. Ho già detto loro qualche cosa. Quando crederete voi direte il resto. La vettura sarà alla vostra porta tra pochi minuti. Buon viaggio e felice ritorno con più buone notizie. Il sotto Capo di Stato Maggiore. E. Guastalla”.

Altre missioni di Garibaldi al Ministero con lettere e con istruzioni riservate l’Elia condusse a termine con soddisfazione del generale.
Come si è già visto la battaglia del 24 non portò conseguenze gravi come sulle prime dava a temere.
Il generalissimo austriaco non si sentì abbastanza forte da arrischiarsi ad altri attacchi dopo la ben contrastata vittoria (se pur vittoria poteva chiamarsi) e, salvo qualche piccola ricognizione, si tenne nel quadrilatero.

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Il 1° luglio ricevuto il rinforzo di tre dei cinque reggimenti che si stavano organizzando, il generale Garibaldi, lasciato buon presidio a Brescia ed a Lonato, disponeva il movimento in avanti per riprendere, con nuovo sangue dei suoi, le posizioni che gli era stato ordinato dì abbandonare.
Il giorno 2 di luglio il colonnello Corte ebbe l’ordine di muovere verso Rocca d’Anfo. La sera pernottava a Vestone ed alla mattina riprendeva la marcia. Verso il mezzogiorno veniva avvertito che una compagnia di bersaglieri, comandata dal capitano Evangelisti e sotto la direzione del capitano di Stato Maggiore Bezzi aveva ricevuto ordine di girare attorno alla Rocca e di(117) piombare dalla cima dei monti sugli austriaci che occupavano S. Antonio e le falde orientali di Monte Suello.
Arrivata la colonna in prossimità di S. Antonio venne attaccata dai Cacciatori austriaci, appostati sulle falde del monte e distesi lungo lo stradale. Ma non per questo i nostri rallentavano la marcia. Arrivati sulle alture vi prendevano posizione e piazzati 4 cannoni aprivano contro gli austriaci un fuoco così ben nutrito da obbligarli a ritirarsi sul Monte Suello. Nel fatto mostrarono valore e sangue freddo il tenente colonnello Bruzzesi e il maggiore Mosto; si comportò da valoroso il sottotenente Coralizzi che veniva decorato al valore militare.
A mezzanotte dal 8 al 9 la brigata Corte si mise in marcia per i monti del Tirolo; giunta sull’erta del Monte Poino vi fece l’alto e furono prese disposizioni per il combattimento.
Il 3° reggimento fu mandato in ricognizione verso Storo, ove si sapeva accampato un corpo austriaco forte di 4000 uomini.
Sull’albeggiare del giorno 9 una colonna di 2000 austriaci con artiglieria si mosse contro i nostri attraverso la via che mena a Rocca d’Anfo.
Queste mosse vennero segnalate a Garibaldi che montato tosto in carozza arrivò fra le file dei volontari; egli stesso li dispose pel combattimento mettendoli in avanzata, ben fiancheggiati e protetti dal cannone; giunti i garibaldini a contatto col nemico il generale ordinava senz’altro la carica alla baionetta che eseguita brillantemente sbarragliava e travolgeva a precipitosa(118) fuga, gli austriaci, inseguiti dai nostri fin sotto ad Arzo.
Il giorno 10 gli austriaci vollero prendere la rivincita, ma anche questa volta furono bravamente respinti e, costretti ad abbandonare Arzo si ritirarono su Storo.
Si procedeva allora dal generale Garibaldi all’espugnazione del forte d’Ampola.
La notte del 18 con ardimento rarissimo un battaglione del 9° reggimento, comandato da Menotti Garibaldi, dopo avere marciato più ore in silenzio e con ogni sorta di cautele occupava Monte Burelli e Monte Giove. Colla occupazione di quelle alture il forte d’Ampola rimaneva completamente circondato.
Alle 2 pomeridiane dello stesso giorno il forte si arrendeva senza condizioni.
Anche in Val Camonica ebbe luogo un fatto d’armi molto onorevole pei pochi volontari che vi presero parte(119).
Il maggiore Caldesi comandante del 1° battaglione del 4° reggimento, aveva preso posizione nella stretta di Incudine sopra Edolo e vi si era afforzato con opere di difesa campale, valendosi di due pezzi di artiglieria del 44° battaglione di Guardia Nazionale Mobile della legione Guicciardi forte di circa 450 uomini, d’un drappello di doganieri e di alcuni carabinieri.
Il 1° luglio giungeva a Breno il luogotenente colonnello Cadolini cogli altri tre battaglioni del 4° reggimento e il 2° battaglione bersaglieri; e la mattina del 2 si recava ad Incudine; visitava le posizioni e dava altre opportune disposizioni di difesa; ordinava un miglior collocamento dell’artiglieria e la costruzione di un ponte nell’Oglio per poter padroneggiare anche il versante sinistro della Valle, prescrivendo al maggiore Caldesi di tenere quella posizione ad ogni costo, e ad ottenere tale effetto gli annunziava l’invio del 2° battaglione bersaglieri.
Predisposto ogni cosa ripartiva per Edolo onde fare avanzare le altre sue truppe. Ma camin facendo gli venne avviso che un corpo di 5 mila austriaci irrompeva pel passo di Croce Domini su Breno. Arrivato ad Edolo spediva ordine telegrafico a Breno perchè i tre battaglioni occupassero subito Campolare nella Valle delle Valli di contro allo sbocco di Croce Domini, e dopo di aver spedito il 2° battaglione bersaglieri ad Incudine e dato ordine al Castellini che lo comandava di porsi alla dipendenza di Caldesi, lasciava Edolo e alla mattina del 3 era a Campolare; visto che nessun nemico era calato da Croce Domini ed avendo saputo che di là del monte eravi buon nerbo di nemici, decise di lasciare a Campolare un battaglione, il 4°, e ricondusse gli altri due a Breno.
Frattanto il maggiore Caldesi aveva collocato il 2° bersaglieri nel Casale di Davena, a mezza via tra Incudine e Vezza, con ordine di assicurare la ritirata alla sua compagnia che stava agli avamposti a Vezza e, se il nemico si fosse avanzato con grosse forze, ritirarsi tutti alla posizione di Incudine.
Nel corso della notte vi fu qualche allarme; si disse al Caldesi che 7 mila austriaci stavano per piombargli addosso, ed egli chiedeva per telegrafo rinforzi al Cadolini mentre ordinava al Malagrida di abbandonare il posto avanzato di Vezza e di ritirarsi assieme al maggiore Castellini su Incudine.
Il Malagrida ubbidì, non così il Castellini che gli ordinava invece di rioccupare la posizione abbandonata; senonchè nel frattempo gli austriaci si erano avanzati, e trovato sgombro il villaggio di Vezza, lo avevano occupato fortemente e piazzati in batteria i loro cannoni. Quando il Malagrida, ubbidendo agli ordini del Castellini(120) si presentava avanti il villaggio, veniva accolto da vivo fuoco nemico; non si scosse per questo il bravo ufficiale, ma ordinò ai suoi di distendersi in catena e di muovere arditamente avanti; intanto sopraggiungevano i rinforzi dei bersaglieri comandati dai capitani Adamoli e Frigerio; il combattimento divenne allora accanitissimo; il nemico si addensava sempre più e il Caldesi visto che la posizione era insostenibile mandava ordini di ritirata. Ma il prode Castellini non volle darsi per vinto. Comandata la carica alla baionetta si slanciò per primo; impetuoso fu l’assalto, ma una grandine di fuoco di fucile e di mitraglia arrestava la foga dei nostri bravi che venivano decimati. Il prode Castellini cadeva colpito nel braccio, nel volto e nel petto; il bravo Frigerio cadeva egli pure colpito per non più rialzarsi. Gli assalitori si ritrassero alquanto per riprendere fiato; erano stanchi si, ma non iscoraggiati; si appostarono rispondendo colpo a colpo; ma, ultimate le munizioni, dovettero cedere e ritirarsi dietro ordine del capitano Oliva, che per la morte del Castellini aveva assunto il comando. Anche il maggiore Caldesi erasi ritirato da Incudine e si era fermato a Cedegolo, dietro ordine del tenente colonnello Cadolini, ove venne raggiunto dall’Oliva coi suoi bravi che nel combattimento impari, avevano mostrato grande valore e fermezza.
Il 10 luglio il tenente colonnello Bruzzesi rafforzato dal 2° battaglione del 9° reggimento e da una batteria del maggiore Dogliotti, cacciava gli austriaci da Lodrone e si spingeva ad Arzo posizione migliore.
Padroni del forte d’Ampola i garibaldini mossero in avanti verso la gola, sulla sommità della quale si trova il villaggio di Tiarno di sopra, mentre più in basso vi è l’altro che si noma Tiarno di sotto.
Avanti a quest’ultimo si apre la stretta valle alla cui sinistra si trova Bezzecca, oltre la quale la valle si stringe ancor più, chiudendosi da monti e dal villaggio di Pieve al di là del quale comincia il Lago di Ledro.
La mattina del 20 due compagnie del 2° reggimento, tre del 7°, un battaglione del 6° ed il 1° bersaglieri occupavano Tiarno di sopra; poco dopo vi prendeva posizione pure il 9° comandato dal colonnello Menotti Garibaldi. Il 5° reggimento si collocava a Tiarno di Sotto, spingendo i suoi avamposti fino a Bezzecca.
Era necessario impedire al nemico(121) che si trovava dietro i monti, d’avanzare per la valle di Concei, giacchè superando Bezzecca avrebbe tagliato fuori il 2° reggimento, respinto probabilmente gli altri alle gole d’Ampola, e ponendosi nelle montagne fra questa e Lardaro, avrebbe minacciato seriamente i fianchi delle due linee di operazione.
L’attacco del giorno seguente provò che tale appunto era il progetto tattico del nemico.
Il generale Haug prevedendo questo disegno piantò il suo quartier generale a Bezzecca, incaricando Pianciani di portare a Garibaldi il suo rapporto.
Il generale Garibaldi arrivava in fretta e poneva il suo quartier generale a Tiarno e subito ordinava che un battaglione del 5° occupasse i villaggi della valle di Concei, e si collocasse nelle case onde meglio respingere l’avanzarsi del nemico. Ordinava che un altro battaglione prendesse buona posizione sul Tratt e sull’altura di faccia a Bezzecca per chiudere lo sbocco verso Pieve; gli altri due battaglioni del 5° pronti al far del giorno per guarnire i monti a dritta ed a sinistra della valle di Concei: queste disposizioni, però, non furono eseguite colla prontezza e coll’esattezza necessarie, per cui il battaglione mandato sul monte di destra, trovata la posizione occupata dal nemico fu sperso e molti restarono prigionieri.
La giornata del 21 cominciava così con triste preludio.
Gli austriaci con grosse forze comandate dallo stesso generale Kühn si accingevano a furioso attacco.
Il generale Haug comprese subito che la sua diritta era insostenibile, sebbene vi avesse fatto collocare dal Pianciani tutto quello che vi era di disponibile: mandava quindi il Pianciani stesso ad informarne Garibaldi e lo incaricava di ordinare a Menotti di portarsi col suo 9° reggimento rapidamente sul monte di sinistra, e che il 2° reggimento avesse avanzato dal Pieve circa un chilometro e mezzo in appoggio della destra. Se questo movimento si fosse effettuato come era ordinato, il nemico ne sarebbe rimasto accerchiato. Ma il 2° reggimento non si mosse e l’esito mancò.
Si dovette però alla fulminea esecuzione della disposizione datagli, e al coraggio insuperabile del colonnello Menotti Garibaldi, se la vittoria finì per essere dei garibaldini.
Il colonnello Chiassi per porre riparo al tardato movimento del 5° ed alla mancata mossa del 2° reggimento si avventò contro il nemico con furia irresistibile(122); alla carica fulminea il nemico s’arresta, cede ed accenna a ritirarsi in disordine, quando nel momento decisivo l’eroico Chiassi è colpito a morte.
Al vedere caduto il loro comandante i nostri rallentano l’offesa, ondeggiano, incominciano a dare indietro e a disordinarsi. In quel momento giungeva sul posto il generale Garibaldi in carozza, ed abbracciato col suo colpo d’occhio sicuro il campo di battaglia, mandava avviso a Menotti di scendere dall’altura col suo 9° reggimento, per approntarsi a disperato attacco.
In pari tempo ordinava che si raccogliessero gli avanzi del 5° reggimento e con quante altre truppe può avere sotto mano, e coi bersaglieri che avevano fatto prodigi di valore, dava le disposizioni per una disperata e decisiva lotta affine di sloggiare gli austriaci.
Intanto questi non solo si erano resi padroni di Bezzecca, ma, sbucati fuori dal villaggio, avevano coronate le alture della loro artiglieria e si preparavano ad un formidabile attacco contro l’estrema linea garibaldina.
Il pericolo era gravissimo, la strada di Tiarno era tempestata dal nemico e Garibaldi stesso veniva fatto bersaglio ai loro colpi. Le palle guizzavano, rimbalzavano e ravvolgevano in un nembo di polvere la sua carrozza; uno dei cavalli era ferito a morte, una delle guide che la scortava (Giannini) cadde morta, altre hanno feriti i cavalli; i suoi aiutanti volevano strapparlo da quel posto mortale e salvare lui, se non è possibile vincere. Ma Garibaldi aveva sul volto la calma di Calatafimi! “Qui si vince o si muore” e comandava, incoraggiava, spediva ordini, secondato dagli ufficiali del suo quartiere generale, sopratutto da Canzio, dal Miceli, dallo Stagnetti, dal Damiani e dalle guide tra le quali l’Amadei che in tutta quella giornata si era moltiplicato per trovarsi sempre presente dove maggiore era il pericolo; i carabinieri genovesi condotti dal Mosto, sempre primo nei replicati attacchi, seguito dai suoi valorosi Burlando, Stallo, senza cessare di combattere, facevano cerchio attorno al generale per coprirlo dalla furiosa pioggia di proietti che tempestava la posizione.
Intanto il maggiore Dogliotti aveva mandato ordine che si portassero sul posto la batteria di riserva e gli altri pezzi che si erano dovuti ritirare; appena arrivati il generale ordina che al galoppo vadano a piazzarsi su una posizione che esso stesso indica, ed il maggiore eseguisce l’ordine; in un baleno i cannoni sono a posto ed aprono il fuoco convergente su Bezzecca. Le dieci bocche dirette mirabilmente dal Dogliotti produssero il loro terribile effetto. Il nemico sfolgorato dentro Bezzecca, incalzato dal 9° reggimento guidato da Menotti Garibaldi che fa miracoli di valore, dal 7°, dai resti del 5° e da quanti altri eransi ivi raccolti per ordine del generale, incalzano furiosamente il nemico e lo costringono a cedere, e a disperdersi. Per tanto eroismo il colonnello Menotti Garibaldi e la bandiera del suo 9° reggimento venivano decorati della medaglia d’oro al valore militare.
Ma nulla valeva finchè Bezzecca non era presa. Questo il Duce voleva e quanti sono intorno a lui lo comprendono e più che altri, Menotti, Canzio, Missori, Mosto, Damiani, Cariolato, Guerzoni, Bedischini, Miceli, Stagnetti, Amadei, Politi, Tosi, Ficola, Stangolini, Proia, Buratti, Dubois, Bonacci, Gattoni, Popovich, Nani, Lizzani, Giorgi, Fallani, Gatti, Giammarioli, Luperi, Galletti, Restivo ed altri, che formano una falange votata alla vittoria od alla morte; di questa falange si pone alla testa Ricciotti Garibaldi che fa da prode le sue prime armi; il bravo giovanetto degno figlio del padre, afferra la bandiera del 9° reggimento comandato dall’eroico suo fratello Menotti, e con questa in pugno, mentre i cannoni del Dogliotti mandano in fiamme Bezzecca, a testa bassa, lui e tutti i valorosi che si erano stretti attorno al generale, a passo di carica, si slanciano sul villaggio e con lotta terribile, corpo a corpo rompono, sgominano gli austriaci, li mettono in fuga precipitosa e li inseguono colla punta della baionetta alle reni fin al di là di Lesumo.
Così la vittoria, con tanto accanimento contrastata fu violentemente strappata su tutta la linea.

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Il 5 luglio, il generale portava il suo quartiere Generale da Rocca d’Anfo a Bagolino.
Il 7 luglio i garibaldini respingevano una forte ricognizione della brigata Thoun, che si era spinta fino a Lodrone, e tre giorni dopo ributtavano brillantemente un secondo attacco di quella brigata, e sotto gli occhi di Garibaldi, la mettevano in fuga.
Intanto la flottiglia del Lago di Garda non stava inoperosa.
La flottiglia austriaca, che poteva considerarsi padrona assoluta del lago perchè molto poderosa, tenevasi tra Bardolino e Garda alla punta di S. Vigilio sotto la protezione di quei forti. Elia con la sua cannoniera “Torrione” si portava a molestarla sotto il tiro dei forti, prendendola a bersaglio col suo cannone, ritirandosi quando vedeva che le navi austriache abbandonavano le àncore per inseguirlo, tenendo avanti il nemico diritta la prua corazzata, ordinando macchina indietro a poco a poco, con la lusinga di poterle attirare sotto i forti di Salò. Tentativi vani!
Il 15 di luglio si addivenne alla formazione regolare delle brigate, come alla proposta del generale Garibaldi portata al Ministero dal colonnello Elia.
Vennero formate così:

la Brigata 2° e 7° reggim. magg. gen. Haug
2a ” 4° e 10° ” ” Pichi
3a ” 5° e 9° ” ” Orsini
4a ” 1° e 3° colonn. brigad. Corte
5a ” 6° e 8° ” ” Nicotera

Al comando di Salò il ten. gen. Avvezzana.
Capo di Stato maggiore Augusto Vacchi.
Fu ordinato che l’8° reggimento movesse da Vestone per raggiungere a Condino il 6° col quale doveva formare brigata.
Nella stessa mattina del 15 il brigadiere Nicotera aveva occupato Condino col 6° reggimento e l’8a batteria del 5° reggimento d’artiglieria (capitano Afan di Rivera). Nella giornata ricevette l’ordine di portarsi a Cimego; per cui il luogotenente colonnello Sprovieri muoveva a quella volta da Condino col 3° e 4° battaglione del 6° reggimento e una sezione dell’8a batteria.
Il brigadiere Nicotera avevagli ordinato di porre un battaglione a Cimego e coll’altro occupare le alture che signoreggiano il ponte sul Chiese e farvi piazzare i cannoni.
Si aveva notizia che a Cimego non vi erano austriaci, ma passato appena lo sbocco della valle Averta, verso le 10, la colonna Sprovieri fu ad un tratto investita da fucilate dalle alture soprastanti che ferivano alcuni senza che si potessero scoprire i feritori; fu continuata la marcia e nella notte lo Sprovieri giungeva a Cimego ove riuniva il suo piccolo corpo in ordine ristretto.
All’alba del 16 il brigadiere Nicotera mosse da Condino col rimanente della colonna. Nella stessa ora gli austriaci con grandi forze movevano ad assaltare le nostre posizioni avanzate da tre parti convergenti, da Cologna, da Val di Daone, da Pieve per Tiarno e Monte Giove verso Condino, coll’intendimento di attorniare i nostri e distruggerli.
Erano le ore 8 ant. quando cominciò il combattimento. Il brigadiere Nicotera aveva ordinato al 4° battaglione di slanciarsi ad occupare le alture di la del Chiese; prima però che il battaglione giungesse al ponte, l’artiglieria nemica cominciò a fulminarlo e una grossa colonna di austriaci si distendeva di corsa sulle alture di faccia al ponte ed al villaggio di Cimego.
Il maggiore Lombardo comandante il 1° battaglione del 6° reggimento, destinato alla riserva, visto il pericolo che correva il 4°, corre di moto proprio al 3° battaglione che stava allo sbocco del villaggio e gridando “avanti” trasse seco i volontari e primo si lanciò sul ponte ove cadde fulminato. Una palla gli aveva traversato il cuore.
Il Nicotera volle ad ogni costo allontanare il nemico da quelle alture; a questo scopo ordinava al 4° battaglione di scacciarnelo. Si mise alla testa del battaglione il valoroso tenente colonnello Pais-Serra, il quale ordinava si attraversasse il fiume a guado e con grande ardimento, i bravi si slanciano sulle alture sotto il fuoco micidiale del nemico.
I garibaldini fecero sforzi eroici per snidare il nemico dall’elevata posizione, ma dovettero cedere a forze tanto prevalenti e sempre combattendo ritirarsi protetti dall’artiglieria.
Intanto altre masse austriache venivano ad assalire le alture di Narone, per battere la nostra sinistra; il capitano Bennici sostenne con grande valore il combattimento sulla vetta del Narone, ma visto il pericolo di essere avviluppato da forze tanto superiori, dovette ritirarsi colla sua compagnia volante e la 3a compagnia bersaglieri. Il colonnello Guastalla e il maggiore Lobbia dello Stato maggiore, che assistevano al combattimento, visto il pericolo che correvano le compagnie distaccate sulla sponda sinistra del Chiese ordinarono un cambiamento di fronte a destra indietro sempre combattendo. Il generale Garibaldi accorso in vettura mandava un battaglione del 9° reggimento ad occupare Condino ed ordinava all’artiglieria di piazzarsi dinnanzi al villaggio a mezza costa delle alture di Brione; il fuoco di 10 pezzi trattenne il centro e la sinistra degli austriaci. Intanto i generali Garibaldi e Fabrizi provvedevano alla riscossa, e con forze combinate e con grande valore, cacciavano gli austriaci da quelle alture e li mettevano in fuga tale, che più non si arrestarono.
Ormai Garibaldi non temeva più ostacoli, e con le sue mosse progrediva sempre per raggiungere l’obbiettivo dell’azione affidatagli; l’occupazione del Trentino; per cui serrava d’appresso Riva, portava il suo quartier generale a Cologna e incominciava l’investimento di Lardaro.
Padrone delle due valli principali, che dal(123) Garda salivano a Trento, era ormai libero di spiegare tutte le sue forze e di marciare in battaglia contro un nemico, che aveva esperimentato il valore garibaldino. Intanto Medici alla testa di una forte colonna di truppe regolari, si era avanzato vittoriosamente sino a Levico ed a Perzine, per cui la vittoria finale e la presa di Trento era ormai sicura.
Senonchè il mattino del 25 luglio, quando tutto era pronto pel bombardamento di Lardaro giungeva l’annunzio della sospensione delle ostilità, preludio della pace.
Il 10 di agosto Garibaldi riceveva dal generale La Marmora il seguente telegramma:
“Considerazioni politiche esigono imperiosamente la conclusione dell’armistizio pel quale si richiede, che tutte le nostre forze si ritirino dal Tirolo.
“D’ordine del Re”.
Quale scossa abbia provato in quel momento il cuore dell’Eroe e dei suoi compagni si può indovinare. Il Trentino perduto, Trieste abbandonata! Ma Garibaldi non tradì neppure con un segno la tempesta che aveva nel cuore, e rispose egli stesso al La Marmora: “Obbedisco”.
La campagna per la liberazione del Veneto era finita ed i garibaldini si accingevano a ritornare alle loro case.
Anche la flottiglia del Lago di Garda si scioglieva. Essa, sebbene in condizioni immensamente inferiore alle forze austriache del Lago, seppe compiere il proprio dovere durante la campagna, e se avesse avuto alcuni altri giorni di tempo e ricevuto dal Ministero i cannoni richiesti per armare una zattera ormai a termine di costruzione, avrebbe certo messo tutto l’impegno per vincere la flottiglia nemica e per rendersi padrona del Lago.
Che non mancò al suo dovere lo dicono i due ordini del giorno seguenti del generale Garibaldi e del generale Avezzana comandante divisionale di Salò:

ORDINE DEL GIORNO
mandato al generale Avezzana
Comandante divisionale a Salò

Generale,

“Porgete una parola di lode ben meritata in nome della Patria e del Re ai prodi della nostra flottiglia; essi hanno ben meritato col loro esempio; e sotto il comando di voi, valoroso veterano dell’indipendenza della patria, vedremo presto il Garda libero dalla dominazione straniera.

Salò, 10 agosto.

G. Garibaldi.

Ecco l’ordine del giorno col quale il generale Avezzana, già Ministro della Repubblica Romana nel 1849, dava commiato agli equipaggi della flottiglia.

ORDINE DEL GIORNO

“Gli equipaggi dei volontari che rimasero fino ad oggi a bordo della flottiglia italiana nel lago di Garda, hanno ben meritato della patria. Coraggio nello sfidare il nemico superiore nel naviglio, in macchine da guerra, superiore in uomini. Virtù ed abnegazione negli ufficiali che servirono come semplici militi. Ordine, nettezza nelle Piro-Cannoniere, che il generale Garibaldi affidò alle loro cure.
“Fino al 12 luglio esse furono tre dinanzi al nemico, poi quattro ed in ultimo cinque. Lo affrontarono arditamente nelle sue acque sotto il fuoco delle batterie di terra e gli procacciarono uccisioni e danni. Qui, dove erano i pochi ma valorosi uomini, il nemico non osò mai venire. Unico vanto lo avere bombardato la inoffensiva città di Gargnano e rubato il “Benaco” a quindici miglia dalla flottiglia, che non poteva difendere l’inerme piroscafo mercantile.
“Io ricorderò sempre con militare orgoglio lo avere avuto ai miei ordini il personale degli equipaggi volontari in questa guerra del 1866, forse l’ultima della mia vita.
“S’abbiano tutti gli ufficiali e militi le mie sentite azioni di grazia.

Salò, 21 settembre 1866.

Il luogotenente generale
G. Avezzana”

All’ordine del giorno, il generale Avezzana faceva seguire questa lettera, diretta ad Elia:
Al Colonnello A. Elia
Comandante la flottiglia sul Lago di Garda.
Chi scrive è rimasto sommamente soddisfatto del modo come la S. V. ha disimpegnato il suo compito nel comando delle forze galleggianti sul lago di Garda. Ed aggiunge in verità come V. S. sendo comandante la cannoniera “Torrione ” nella calamitosa notte del 26 giugno salvasse risolutamente la sua nave e le altre da prossima rovina, opponendosi ad ordini stati verbalmente impartiti da chi allora comandava la flottiglia. E di poi, insignito da chi scrive e poi confermato dal generale Garibaldi nel comando supremo, s’ebbe in codesto incarico l’elogio palese del salvato naviglio.
Lo scrivente, nell’attestare siffatte verità, offre alla S. V. i sentimenti della sua stima e devozione.
Salò, li 24 settembre 1866.

Il luogotenente generale
comandante divisionale(124)
G. Avezzana

Infine il 28 settembre l’Elia faceva la consegna della flottiglia.

Salò, li 28 settembre 1866.

Il sottoscritto, incaricato dal Ministero di Marina di ricevere la flottiglia sul Lago di Garda affidata provvisoriamente al Corpo dei Volontari italiani, dichiara di aver ricevuto il materiale galleggiante della flottiglia dal colonnello dei Volontari sig. cav. Augusto Elia, presente il generale Avezzana e che ha trovato le cannoniere in ordine e pulizia.
Il comandante
Napoleone Canevaro

Gli ufficiali suoi compagni d’armi nella flottiglia; vollero dare al loro comandante il seguente attestato di affetto:
Al colonnello Augusto Elia
gli ufficiali della Marina Volontaria.
“Radunati oggi per stringerci tutti uniti la mano, permettete, o colonnello, che prima di separarci da voi v’indirizziamo una parola di addio.
“Non è la serva parola di chi adula o di chi esprime un affetto bugiardo, ma è la libera espressione di quanti amareggiati dalle memorie del passato, si confortano nella speranza di un migliore avvenire.
“Dimentichiamo intanto per carità di patria le umiliazioni sofferte sugli insanguinati campi di battaglia e nelle ingemmate aule della diplomazia, e che ci perdonino questo supremo sacrifizio i martiri invendicati di Custoza, di Tiarno e di Lissa!
“E noi pure confinati da tre mesi in questa riva, dove l’Eroe del popolo ci destinava a gloriosi avvenimenti, dimentichiamo l’ingrata inazione a cui ci si volle costretti, sfruttando tanta parte di entusiasmo e di generosi propositi.
“Colonnello! Se il sangue delle battaglie non ha battezzato la nostra camicia, voi ed i vostri bravi compagni, sul cui petto brilla la medaglia dei Mille, potrete francamente attestare, come inferiori di numero, di forze e nel difetto di tutto, sapemmo cimentare più volte un nemico, che pur troppo insegnava a chi ci governa come si appresta una guerra, mai a noi come si combatte, e si va incontro alla morte.
“Gli avvenimenti del 1866, non saranno però d’inutile peso nella bilancia dei nostri destini, perchè la democrazia rifulse di una luce più bella sulle alture di Custoza, fra le moschetterie del Tirolo, e in mezzo alle vampe della eroica Palestro!
“Questo è il nostro conforto, Colonnello, e quando tornati alle nostre case deporremo l’incruenta camicia rossa, giuriamo di vestirla quel giorno, in cui il popolo armato insanguinerà nuovamente le vette del Tirolo, e le coste di Istria, perchè qualunque straniero sappia, che quel tremendo confine è il confine dell’Italia, indipendente e libera!

Salò, 21 settembre 1866.

Mario Alberto, Burattini Carlo, Gagliardi Guglielmo, Bandini Temistocle, Bradicich Giuseppe, Viggiani Pompeo, Pegoraro Giuseppe, Martini Narciso, Pedani Tito, Stramazzoni Cesare, Brenno Bandini, Pacetti Luigi, Silvestrini Pasquale, Schiaffino Prospero, Bandini Costantino, Baracchini Andrea, Venzi Cesare, Barbieri Alessandro, Ghiglioni Lorenzo, Bocci Marino, Berardi Colombo, Camin Gaetano, Romani Giovanni, Negrini Mariano.

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* *

Intanto che questi fatti si svolgevano in terra un avvenimento dei più dolorosi avveniva nel mare Adriatico.
I migliori ufficiali della marina da guerra invocavano come loro Duce supremo il Galli della Mantica, uomo di grande capacità, e di straordinaria energia, ritenuto una vera tempra d’acciaio, capace di ogni eroismo. Fu invece preferito il conte Carlo Pellion di Persano, che già poteva dirsi vecchio, perchè aveva oltrepassata l’età di 60 anni.
Contro il Persano l’Austria seppe opporre un terribile avversario – Guglielmo Tegetthoff di quarant’anni appena di età; e fu scelto proprio lui, sebbene fosse il più giovine degli ammiragli, perchè lo si sapeva pieno di ardire e dì un coraggio quasi temerario.
La flotta italiana dopo il 24 giugno per la sua potenza era la dominatrice del mare Adriatico; e quella austriaca si teneva rinchiusa in Pola. Vi era tutto da tentare – tutto da sperare.
Fu decisa l’occupazione di Lissa, considerata la Gibilterra dell’Adriatico; e il 18 luglio alle 11 antimeridiane la nostra flotta prendeva posizione dirimpetto all’isola.
Una ricognizione fatta dal D’Amico, capo di stato maggiore del Persano, coll’esploratore “Messaggero” riferiva che la guarnigione dell’Isola era di 2500 uomini provveduta di tutto.
Deciso l’attacco, la flotta venne divisa in tre squadre; una comandata dal vice ammiraglio Vacca doveva attaccare Comisa, difesa da due batterie, e da una casamatta; l’altra sotto gli ordini del vice ammiraglio Albini doveva eseguire uno sbarco nel porto di Manego difeso da due batterie; la terza, comandata dal Persano doveva forzare il porto di S. Giorgio difeso da quattro forti e da due batterie.
Alle 11 1/2 del 19 incominciò il fuoco e senza interruzione durò fino alle 7 1/2 pomeridiane; alle 2 saltava in aria una polveriera nemica; alle 3 1/2 ne scoppiava una seconda e andava all’aria la Torre del Forte e la bandiera che vi era inalberata; alle 5 tutti i forti di S. Giorgio erano demoliti ed i cannoni, ad eccezione di due situati nell’elevata posizione del telegrafo, erano smontati e ridotti al silenzio; l’intrepidezza, il valore degli equipaggi è impossibile descrivere, sebbene a bordo non pochi fossero i feriti e parecchi i morti.
La presa di Lissa era assicurata; ma fu malauguratamente rimandata all’indomani, perchè si ebbe notizia che l’Albini non aveva potuto eseguire lo sbarco.
Alle ore 9 del giorno 20 l’avviso “Esploratore” segnalava la squadra nemica in vista. L’ammiraglio Persano avrebbe dovuto senz’altro assegnare a ciascuna delle navi sotto al suo comando il proprio posto di combattimento, e dare ad esse gli ordini della parte che avrebbe dovuto prendere per ribattere vittoriosamente l’attacco; invece l’ammiraglio Persano alle ore 9 1/2 abbandonava la nave di comando “Re d’Italia” per imbarcare sulla corazzata “Affondatore” accompagnato dal capo di stato maggiore e da due suoi aiutanti di bandiera.
L’onorevole deputato Pier Carlo Boggio che era nella nave ammiraglia “Re d’Italia” quale amatore e come storiografo, all’invito che gli fece il Persano, si rifiutò di seguirlo perchè ebbe subito la percezione che coll’abbandono della nave ammiraglia nel supremo momento del combattimento, si commetteva non solo un gravissimo errore, ma un vero atto colpevole da essere paragonato alla fuga davanti al nemico.
Intanto la squadra austriaca arrivava a grande velocità in linea su due file, ma formata in formidabile cuneo, col proposito di spazzare, rompere ed affondare tutte quelle navi che avrebbe incontrato sulla sua via; in testa a tutte era la nave ammiraglia “Carlo Max”.
Il primo e maggiore impeto fu portato dal nemico sulla R. nave ammiraglia “Re d’Italia” – e si capisce! – L’ammiraglio Tegetthoff riteneva che su quella nave stesse il comandante in capo della flotta italiana, e le muoveva arditamente contro. Era un duello tra le due navi di comando – e quello dei due che ne fosse riuscito vincitore avrebbe deciso della vittoria della sua squadra!
Il “Re d’Italia” assalito da poppa, nei fianchi, da prua ebbe spezzato subito il timone per cui rimase senza governo; nella critica e fatale posizione, il comandante Foa di Bruno, uomo dei più valorosi, gli ufficiali sotto ai suoi ordini, gli equipaggi, i cannonieri tutti al loro posto impavidi, rispondevano agli assalitori con bordate, con tiri di cannone, con le carabine – quando – la nave ammiraglia austriaca “Max” le fu sopra a tutta forza di macchina e l’investiva con urto tremendo; con orribile scroscio lo sperone ferrato squarciatole il fianco, le apriva un’enorme breccia sotto la linea d’acqua – e il “Re d’Italia” la bella nave ammiraglia colla bandiera a riva spiegata al vento, sempre eroicamente combattendo s’inclinò – e fra le grida di viva l’Italia da parte del suo equipaggio, e col capo reverentemente scoperto di quello austriaco – sprofondava nell’abisso. del mare trascinando nei vortici 700 eroi; primi fra tutti, l’Emilio Foa di Bruno comandante in prima, il deputato Pier Carlo Boggio, il marchese di Malaspina comandante in seconda, il cav. Del Santo sotto capo di stato maggiore, i tenenti Gualterio Enrico, Casanova Giuseppe, Bossano Alfredo, Bozzetto Michele ed Isola Carlo sottotenenti, Olivieri Giuseppe, Palermo Salvatore, Orsini Torello, il conte Fazioli, guardie marine, Verde cav. Luigi medico di bordo; ed il pittore Ippolito Ciaffi. Pochissimi furono i salvati e fra questi il bravo tenente Candiani.
Affondata la creduta nave ammiraglia le corazzate austriache assalgono le navi Italiane “Ancona” la “Palestro” la “San Martino” ed altre: il “Kaiser” si slanciava contro il “Re di Portogallo” ma ne esciva malconcio assai, messo fuori di combattimento ed in fuga, mercé l’abilità e la bravura del comandante Riboty. Nella mischia la “Palestro” venne colpita da granate nella parte non corazzata cagionandole forti avarie.
Sviluppatosi l’incendio il bravo comandante Cappellini fa di tutto per domarlo; ma inutili sforzi! Visto che ogni salvezza della corazzata è ormai impossibile due piroscafi dell’armata italiana “l’Indipendente” ed il “Governolo” sfidando ogni più grave rischio si accostano alla Palestro offrendo salvezza.
L’eroico comandante – chiama a raccolta i compagni – fa ad essi nota l’inevitabile catastrofe – quindi dice: “Chi vuole salvarsi si salvi” Unanime un grido risponde “faremo quello che il comandante sarà per fare” al che il Cappellini risponde “io non abbandono il mio posto” e allora gli eroi tutti a rispondere “vogliamo seguire la tua sorte”.
Udita questa commovente decisione il comandante ordina sia alzato il gran pavese. I marinai salgono a riva sugli alberi, sui pennoni, intuonano i canti della Nazione. – Un orrendo scoppio – un ultimo, immenso grido si eleva al cielo “Viva l’Italia viva il Re” e in una nube di fiamme sono tutti avvolti – e i martiri della patria sprofondano nei vortici del mare.
Nel combattimento tutti fecero il loro dovere, gli eroismi di Foa di Bruno e del Cappellini sono immortali; va anche segnalato il valore dei Riboty, degli Acton, dei Del Carretto, dei Del Santo, e l’abnegazione il patriottismo, le virtù militari di tutti gli ufficiali della flotta e degli equipaggi.
Ma a che giova il valore, e a che vale l’eroismo se manca il duce che sappia condurre alla pugna ed alla vittoria?
Il Persano commise due errori gravissimi: il primo di avere abbandonato la nave ammiraglia pochi momenti prima del combattimento. Egli avrebbe dovuto scegliere fin dall’inizio della campagna come nave ammiraglia l'”Affondatore” se la credeva atta a meglio servirlo nel suo piano di battaglia; il secondo è, che egli non seppe adottare un ordine di battaglia rispondente a quello col quale la parte nemica veniva ad investirlo. Colla sua squadra il Persano doveva ordinarsi in due linee ed in forma d’imbuto; lasciare che le navi nemiche entrassero nell’imbuto e quindi assalirle prima a colpi di cannone, a bordate e poi investendole a colpi di sperone.
L'”Affondatore” doveva tenersi sopravento onde potere dominare, dirigere l’azione; ed impegnato il combattimento valersi della velocità della sua nave e delle sue qualità offensive, correre addosso al “Max” nave ammiraglia austriaca, investirla a tutta forza col tagliente suo sprone e colarla a fondo. Così avrebbe certamente manovrato Galli della Mantica. Invece come fu utilizzata questa nave, la più potente del tempo?
L’Affondatore (comandante Martini), mentre le nostre navi “Re d’Italia” “Re di Portogallo” “Ancona” “Palestro” e le altre si trovavano alle prese col nemico e facevano con tanto eroismo il loro dovere, traversata la linea delle corazzate italiane volgeva la prua contro il lato destro del “Kaiser” manovrando per investirlo col suo formidabile rostro. Già il luogotenente Chinca dalla tolda(125) della nave manda il grido “pancia a terra” affinchè il potente urto imminente non faccia trabalzare gli uomini dell’equipaggio; già l’ultima ora è suonata per quel bel tipo delle antiche armate navali, quando ad un tratto, l'”Affondatore” per ordine imperioso dell’ammiraglio Persano comandante le forze navali italiane, piega bruscamente a destra e si allontana dal Kaiser e dal combattimento. Quante lacrime di vergogna e di dolore si saranno versate da quei bravi che formavano l’equipaggio della potente nave! Quanti di quei bravi si saranno morse le dita!

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L’orgoglio italiano nell’anno 1866 ebbe a patire ben dolorose delusioni.
L’infelice giornata di Custoza che non fu priva di gloria per i nostri combattenti; la terribile catastrofe di Lissa; recavano profondo dolore nel cuore della nazione. E, per di più la Venezia, uno degli obbiettivi del patriottismo italiano, per sfogo di dispetto e di orgoglio dell’imperatore d’Austria, era data allo imperatore Napoleone dalle cui mani doveva riceverla il Re d’Italia!
Nella notte del 4 al 5 luglio il Re Vittorio Emanuele aveva ricevuto il seguente telegramma:

A S. M. il Re d’Italia

Parigi, 5 luglio

“Sire: L’imperatore d’Austria entrando nelle idee espresse nella mia lettera al sig. Drouyn De Lhuys, mi cede la Venezia, dichiarandosi pronto ad accettare una mediazione per ristabilire la pace.
L’esercito italiano ha avuto occasione di mostrare il suo valore. Un maggiore spargimento di sangue è dunque inutile e l’Italia può raggiungere onorevolmente lo scopo cui aspira mediante un accomodamento con me, su cui sarà facile intenderci. Scrivo a S. M. il Re di Prussia per fargli conoscere questo stato di cose e proporgli per la Germania come lo faccio a V. M. per l’Italia, la conclusione d’un armistizio come preliminare alle trattative di pace.

Napoleone”

Questo gravissimo annunzio, pochi giorni dopo una battaglia perduta, sebbene valorosamente combattuta, nel momento di ripigliare le offese con tante speranze e tanto bisogno di un grande successo d’armi, giunse al Re, all’esercito, all’Italia oltre ogni dire sgradito.
Ricevere la Venezia come un dono dalle mani dell’imperatore dei francesi feriva nel più vivo l’amor patrio degli italiani, non solo, ma avrebbe potuto dar motivo a dubbi ingiuriosi sulla fede dell’Italia verso la Prussia sua alleata.
D’altro canto ricusando, e continuando la guerra a dispetto dell’imperatore dei francesi, v’era la possibilità di vederci venir contro la Francia armata nel veneto o altrove! Pure tra la rovina alla quale una tal guerra ci avrebbe condotti e il disonore, nè al quartier generale nè al Re, nè al ministero poteva rimaner dubbia la scelta.
Il Re quindi rispondeva, ringraziando l’Imperatore dei Francesi dell’interesse che prendeva per l’Italia; ma che trattandosi di affare tanto grave doveva consultare il suo governo e il suo alleato al quale era stretto da un trattato.
Intanto il generale Cialdini domandava se poteva invadere senza perdita di tempo il territorio veneto e gittarsi nella provincia di Rovigo.
Il generale La Marmora(126) rispondeva al Cialdini invitandolo ad operare, giacchè egli diceva “per me il peggio sarebbe ricevere la Venezia senza avervi messo piede”.
E il generale Cialdini confermava che il 7 di sera avrebbe gettati i ponti e passato il Po.
Per questi fatti l’imperatore Napoleone era adiratissimo, e ci fu poco che la Città regina dell’Adriatico non vedesse sventolare sul campanile di S. Marco e sui forti della sua laguna la bandiera napoleonica ed a suo presidio le truppe francesi.
Per scrupolo di lealtà il barone Ricasoli d’accordo con S. M. il Re e col generale La Marmora(127) si opponeva alla firma dell’armistizio senza averne prima ottenuto l’assenso del Re di Prussia alleato in quella campagna, e l’imperatore Napoleone aveva già ordinato che due navi da guerra con truppe da sbarco “La Provence” e “L’Eclaireur” partissero per Venezia con ordini suggellati.
Ubaldino Peruzzi, visto che al conte Nigra nostro ambasciatore a Parigi non era riuscito di parare il grave colpo, consigliò a Ricasoli di mandare a Parigi il Diamilla Muller conosciuto fin da giovinetto da Luigi Napoleone quando era principe, e che aveva elevate amicizie a Parigi fra le quali quelle di Alcide Grandguillot direttore del giornale officioso “Costitutional” e del generale De Fleury, perchè vedesse di scongiurare questo affronto all’Italia. Questi accettò la delicata, quanto difficile missione e seppe riuscire a risparmiare alla patria una nuova umiliazione e danni non lievi.
La retrocessione dal Veneto si effettuò senza scosse e senza riserve, e la conclusione della pace pose termine ad ogni complicazione.

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Unita la Venezia all’Italia, Garibaldi pensava a sciogliere il suo voto a Roma. A tal fine raccomandava agli amici di non indugiarsi, e li incitava a fare i preparativi necessari.
A Firenze erasi costituito un comitato centrale che aveva per capi Cairoli, Crispi, Fabrizi, Guastalla ed altri, tutti animati dal vivo desiderio di dare all’Italia la sua Capitale naturale – Roma.

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CAPITOLO XXV.

Campagna dell’Agro-Romano
Montelibretti – Roma – Monterotondo – Mentana.

Dopo le guerre del 1859-1860 le condizioni morali dei liberali romani avevano subito una forte scossa.
I più non accettavano senza discussione la condotta passiva, rassegnata, che dal 1853 veniva loro raccomandata.
L’emigrazione resa più numerosa per i giovani che da Roma erano corsi ad arruolarsi sotto la bandiera dell’unità nazionale, faceva apertamente intendere essere giunto il momento per Roma di cambiare attitudine, e suo dovere di pronunciarsi energicamente per la sua liberazione dal giogo papale.
La vittoria degli alleati sui campi Lombardi – la disfatta dell’esercito ponteficio nelle Marche – la marcia trionfale di Garibaldi nel regno di Napoli – avevano a tal punto entusiasmato la gioventù liberale romana da volere senz’altro che si uscisse dall’inerzia, nella quale l’aveva fatta addormentare il Comitato nazionale.
Ma questo Comitato nazionale romano faceva ogni sua possa per rattenere la brava gioventù dicendo: “La liberazione di Roma è questione difficile – solo la diplomazia può riuscirvi, quindi necessità assoluta di non crearle ostacoli e rimanere tranquilli lasciandone la cura al governo di Torino”.
Il partito democratico di Roma, abbenchè stremato, non era del tutto spento. Esistevano ancora non pochi avanzi del 48 e 49 che alla azione del tempo ed alle seduzioni avevano resistito conservando integra la loro fede e i loro principi.
Questi patrioti, insofferenti a tanta sottomissione, s’intesero coi più animosi e migliori della emigrazione e coi capi del partito d’azione; ruppero gl’indugi e organizzarono dei nuclei indipendenti dal Comitato nazionale pronti all’azione; disgraziatamente, però, mancava un’unica direzione.
Il fatto poi di Aspromonte fu lo stimolo ad un azione concorde, e stabilita la fusione dei vari nuclei si costituì un Comitato d’Azione Romano col seguente programma:
“Fare propaganda incessante ed efficace onde indurre il popolo a scuotersi ed a sollevarsi, non fosse altro per dare pretesto al Governo di Torino di portare con maggiore utilità sul tappeto diplomatico la questione romana.
“Raggranellare gli elementi d’azione esistenti in città, organizzarli e prepararli per un dato momento alla riscossa. – Provvedere d’armi la città. – Stabilire mezzi regolari e sicuri al confine per lo scambio della corrispondenza. – Organizzare un servizio di corrispondenza coi giornali italiani ed esteri”.
L’impresa era ardua – trattavasi di lottare col prete, coi francesi, col comitato nazionale! Bisognava agire con arditezza e ad un tempo con prudenza poichè le tre polizie, pontificia, francese e quella del comitato nazionale, erano intente a spiare e a sventare le mosse del nuovo centro d’azione.
Contro tutte queste difficoltà lottavano i direttori del partito d’Azione Romano – ed il programma tracciatosi ebbe in parte il suo svolgimento. Un giornale clandestino dal titolo Roma o morte fu istituito e in mezzo a mille ostacoli e peripezie non cessò dalla patriotica sua propaganda, combattendo per tre anni con accanimento le turpitudini del governo dei preti e la condotta del Comitato nazionale che a quello assicurava l’esistenza, consigliando al popolo la inazione.
In questo giornale oltre a patrioti romani, collaboravano Mazzini, De Boni, Asproni, Alberto Mario, Pianciani, Scifoni ed altri. Era direttore il dottore Giuseppe Pastorelli.
Si procedette dal Comitato d’azione all’organizzazione delle forze con forma e carattere proprio. La corrispondenza al di là dei confini fu organizzata con elementi d’indiscutibile sicurezza. Le armi erano state raccolte in luogo da potere essere, a momento opportuno, introdotte in città coll’aiuto di provati patrioti quali il Cucchi, il Guerzoni, l’Adamoli ed altri.
Certo è dunque che il lavoro lento sì, ma costante del Comitato d’azione romano valse a scuotere dall’inerzia la gioventù ed a preparare gli elementi che nella città dovevano prendere parte ad un fatto che doveva affrettare la liberazione di Roma.

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L’11 febbraio 1867, il ministro Ricasoli, disapprovato nella perpetua questione del diritto di riunione, aveva sciolto la Camera.
Convocata la nuova, questa non apparendo diversa da quella disciolta, il barone Ricasoli senza attendere alcun voto che lo giudicasse, rassegnava il potere, che veniva raccolto da Urbano Rattazzi.
Si sapeva del nuovo presidente del Consiglio le opinioni su Roma. Egli aveva censurato la convenzione di settembre, e s’era risolutamente opposto alla convenzione Lagrand Dumonceau.
Era pur noto che egli non intendeva fare alcuna concessione alla Chiesa se non quando fosse cessato il potere temporale dell’autorità ecclesiastica ed il governo italiano fosse insediato in Roma.
L’entrata al potere del Rattazzi fece nascere nel partito liberale italiano la speranza che con lui si sarebbe andati a Roma; e il partito d’azione si mise subito all’opera per accelerare l’evento.

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Da parte sua il generale Garibaldi inviava al Comitato insurrezionale di Terni il capitano Galliano e il tenente Perelli col mandato di armare quanti giovani fuorusciti romani avessero potuto raccogliere, e con questi, fatta insurrezione nello Stato Pontificio, gettarvi la prima favilla dell’incendio. I rappresentanti del partito d’azione nel Ternano conte Massarucci e Frattini, caldi patrioti e vecchi cospiratori, consentivano di dar mano all’impresa; e il 19 giugno il Galliano ed il Perelli raccolti ed armati centoquattro giovani arditi, tragittata la Nera marciavano per la Sabina. Se nonchè giunti nel punto di sconfinare nei pressi di Ponte Catino e Castelnuovo, una compagnia di granatieri, che si teneva ivi imboscata, circuì la colonna e le intimava la resa.
Questo fatto non influì in ciascun modo a raffreddare l’opera di Garibaldi, chè anzi servì a spronarla. Difatti Garibaldi mandava Cucchi Francesco a Roma per annodare in sua mano le fila della rivoluzione; mandava suo figlio Menotti a sondare il terreno e a stringere patti col Nicotera e con altri nel mezzogiorno; incaricava Acerbi della raccolta dei giovani e delle armi alla frontiera Umbro-Toscana e lo mandava in suo nome a scandagliare le intenzioni del Rattazzi: da quanto ne fu trapelato parve che il Rattazzi non dissentisse dall’idea del generale ed era pronto a coadiuvarlo. Solo dimostrava la necessità che il generale, per acquietare le rimostranze del governo francese e stornare i sospetti del governo pontificio, lasciasse per qualche tempo il continente e si recasse a Caprera.
Intanto nella prima quindicina di agosto il generale aveva dati i suoi ordini e distribuite le parti come alla vigilia di un entrata in campagna; Menotti doveva sconfinare da Terni coll’obbiettivo Monterotondo; Acerbi da Orvieto obbiettivo Viterbo; Nicotera e Salomone da Aquila e Pontecorvo obbiettivo Velletri.
Già il 13 luglio 1867 i comitati riuniti avevano annunziata la loro fusione col seguente manifesto:

Romani!

“Il voto comune, il voto di tutti quelli a cui batte il cuore per l’onore e la libertà della patria, si è realizzato.
“Non più dissensi, non più divisioni; tutte le frazioni del partito liberale si sono data la mano, hanno unite le forze per abbattere per sempre questo resto del governo papale e dare Roma all’Italia.
“Il Comitato Nazionale Romano ed il Centro d’insurrezione fanno quindi luogo ad una Giunta Nazionale Romana la quale assume la suprema direzione delle cose.
“Rallegriamoci di questa santa concordia, e diamo opera a fecondarla con unità di fede e di disciplina, con unità di propositi e di sacrificii. Il fascio romano è ora veramente formato: facciamo che non si sciolga mai più e che presto ci dia la vittoria.

Romani!

“I cittadini rispettabili, che fanno parte della Giunta a cui rassegneremo l’ufficio, sono degni dell’alta missione; ma a nulla riuscirebbero senza il vostro concorso.
“Secondateli adunque, fidenti ed animosi e l’impresa non fallirà.
“Vogliamolo tutti, e ben presto venticinque milioni di fratelli saluteranno Roma Capitale d’Italia”.

Il Comitato Nazionale Romano
Il Centro d’Insurrezione.

In quel tempo, invitato Garibaldi ad intervenire al Congresso Socialista Internazionale della pace, che doveva tenersi a Ginevra, vi andò accompagnato da Cairoli, da Alberto Mario, da Ceneri, da Riboli, e da altri amici, e dopo un suo discorso, concretava la sua opinione colle seguenti affermazioni:
1° Tutte le Nazioni sono sorelle.
2° La guerra fra di loro è impossibile.
3° Tutte le querele che sorgeranno tra le Nazioni, dovranno essere giudicate da un Congresso.
4° I membri del Congresso saranno nominati dalle società democratiche dei popoli.
5° Ciascun popolo avrà diritto di voto al Congresso, qualunque sia il numero dei suoi membri.
6° Il papato, essendo la più nociva delle sette, è dichiarato decaduto.
7° La religione di Dio è adottata dal Congresso e ciascuno dei suoi membri si obbliga di propagarla. Intendo per religione di Dio la religione della verità e della ragione.
8° Supplire il sacerdozio dell’ignoranza, col sacerdozio della scienza e dell’intelligenza.
“La Democrazia sola può rimediare al flagello della guerra.
“Lo schiavo solo ha il diritto di far la guerra al tiranno; è(128) il solo caso in cui la guerra è permessa”.
A questo colpo inatteso, che urtava contro le idee predominanti nel Congresso, successe un inferno. Garibaldi non attese neppure la votazione, abbandonò il Congresso, rientrò in Italia, e fermatosi un poco a Belgirate, fece ritorno a Firenze.
Intanto le sue istruzioni per la concentrazione delle colonne invadenti il territorio romano erano date e stava per partire egli pure pel luogo dell’azione, quando il 23 settembre in Sinalunga venne arrestato; doveva essere tradotto ad Alessandria. A Pistoia, mentre si era per un momento fermato nel viaggio ebbe tempo di consegnare al Del Vecchio il seguente biglietto da pubblicarsi:

24 settembre

“I romani hanno il diritto degli schiavi, insorgere contro i tiranni.
“Gli italiani hanno il dovere di aiutarli e spero lo faranno a dispetto della prigionia di cinquanta Garibaldi.
“Avanti adunque nelle vostre belle risoluzioni, Romani e Italiani. Il mondo intero vi guarda, e voi, compiuta l’opera, marcerete colla fronte alta e direte alle Nazioni: Noi abbiamo sbarazzata la via alla fratellanza umana, dal suo più abominevole nemico.

G. Garibaldi

Il 27 imbarcato nella Ra nave l'”Esploratore” veniva portato a Caprera dove doveva essere sorvegliato a vista da navi da guerra e dalle loro imbarcazioni.
Intanto che il governo sequestrava Garibaldi, i suoi amici discutevano sul modo di raggiungere lo scopo; se l’accordo nel fine era generale – la liberazione di Roma – vi era discordia sui mezzi di esecuzione: Crispi, Fabrizi, Cucchi, Cairoli, Guastalla, Miceli, La Porta, Oliva, Guerzoni, Adamoli, Damiani, tutta quasi la frazione politica-militare del partito garibaldino opinava che il segnale della riscossa dovesse partire da Roma; Menotti, Canzio, Acerbi e qualche altro, tenendosi più ligi alle istruzioni del generale, volevano che le mosse dovessero essere parallele; il Cucchi, che più di tutti la caldeggiava, dava per sicura l’iniziativa romana.
Mentre avvenivano queste trattative fra i capi del movimento; ad un tratto, all’improvviso per tutti, un circa duecento giovani capitanati dal trentino Luigi Fontana dei Mille, passavano il confine nel Viterbese, si buttavano sopra Acquapendente e dopo una zuffa accanita facevano prigionieri una quarantina di gendarmi pontifici e s’impossessavano del paese.
All’annunzio dell’inopinato assalto di Acquapendente Menotti ed Acerbi credettero non essere più questione di discutere – essere impegnato il loro onore ad accorrere in soccorso degli arditi patrioti – e quindi Acerbi diede ordine alle sue genti di sconfinare.
Il 3 ottobre Menotti Garibaldi rotti gli indugi con pochi compagni e col capitano Tringalli varcava nascostamente il confine. Si diresse a Poggio Catino ove fu accolto con amore fraterno in casa del conte Galeazzo Ugolini. Ma non volle fermarvisi e tosto si mise in moto. A S. Valentino il Sindaco Nardi con venti giovanotti ingrossava il drappello che a Poggio Mirteto accoglieva altri trenta animosi; a Montemaggiore trovava il capitano Fontana con cinquanta circa volenterosi e vi pernottava. Sull’albeggiare la colonna si dirigeva a Montelibretti.
Menotti con circa 80 uomini precedeva, gli altri col Tringali e coll’Ugolini seguivano alla distanza di mezzo chilometro. Giunto Menotti nella macchia di Manocchio si trovò assalito da buona schiera di gendarmi e di zuavi pontifici che lo attendevano in imboscata.
I nostri sebbene sorpresi non si perdettero d’animo; guidati dal valoroso Menotti Garibaldi i bravi volontari si lanciarono sull’inimico; questo dopo breve resistenza preso da sgomento si dava a fuga precipitosa.
Il giorno 6 accampavano i nostri a Carmignano di fronte a Nerola occupata dal colonnello De Charette; quivi la colonna fu raggiunta dal maggiore Salomone che conduceva circa 150 volontari; dal maggiore Valentini di Aquila con altri 100 volontari circa; giungevano pure altri 60 baldi giovani guidati da Lodovico Petrini e dal conte Ippolito Vicentini di Rieti; 100 circa da Montopoli sotto gli ordini dei fratelli Rondoni e dell’emigrato romano Ovidi Ercole; arrivava infine il maggiore Fazzari che conduceva oltre 300 volontari da lui formati in un bello e valente battaglione.
Sotto gli ordini di Menotti erano ormai 900 circa volontari. Intanto il collonnello de Charette informato che la colonna che gli stava di fronte erasi molto ingrossata, abbandonava Nerola per Montelibretti.
La mattina dell’8 ottobre, Menotti fece muovere la colonna ed alla sera occupava Nerola; ivi attendeva all’organizzazione della sua truppa ed a provvederla dell’armamento che giungeva da Terni. La mattina del 13 ordinava la marcia su Montelibretti e la colonna vi giungeva verso le due pomeridiane. Si erano avute informazioni che il nemico erasi allontanato, per cui i garibaldini credendosi sicuri avevano formato i fasci d’armi e ognuno per conto suo cercava di provvedere ai propri bisogni ed a ristorarsi del lungo cammino.
D’improvviso una scarica di fucilate avverte i volontari che il nemico è alle porte del paese. Si corse senza ritardo alle armi. Il Fazzari montato a cavallo scorreva le vie animando ed incitando quanti incontrava a formarsi in colonna. Messo assieme un gruppo di circa 50 uomini esce animoso dalla porta e precipita contro il nemico che a passo di carica veniva ad investire il paese.
Era un battaglione di zuavi pontifici, i quali visto Fazzari a cavallo lo accolgono con una scarica a bruciapelo che gli uccide il cavallo e lo ferisce alla gamba; il cavaliere precipita di sella ma non si dà(129) per vinto; ha in pugno il suo revolver, lo scarica addosso a chi ha la disgrazia di avvicinarglisi e sparati tutti i colpi finisce per scaraventare il suo revolver stesso contro i nemici che lo accerchiavano. Questo eroismo incute rispetto agli ufficiali che comandavano i zuavi, i quali invece di finirlo lo lasciavano in custodia di tre dei loro, mentre la massa continuava ad avanzare mantenendo fuoco vivissimo contro i nostri che, sebbene in pochi, tenevano testa.
Intanto Menotti aveva riunito intorno a sè(130) il grosso dei volontari e a passo di carica investe i nemici che fanno resistenza ma infine il valore dei nostri li vince e dei zuavi pochi poterono salvarsi, i più erano rimasti sul terreno morti e feriti.
Nel combattimento molto si distinsero, senza dire del Menotti e del Fazzari, il capitano Tringalli ed i tenenti conte Ugolini Galeazzo e Nani Raffaele, e il sottotenente Campagnoli Aldebrando della colonna Salomone.
Il 13 di ottobre Nicotera esso pure sconfinava con ottocento uomini a Vallecorsa e l’indomani s’avviava a Falvaterra.
Si aspettava che Roma desse qualche segno di vita e Cucchi, Guerzoni, Adamoli, Bossi, Celle, Costa si erano stretti in lega coi membri del Comitato di Azione; ma tutti sentivano che la sollevazione intempestiva nella provincia aveva resa impossibile una sorpresa nella Capitale.

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Mentre questo avveniva in Sabina, Canzio e Vigiani pensavano di trarre Garibaldi dalla prigionia di Caprera. Noleggiata una paranzella salparono da Livorno il 14 ottobre, cautamente accostarono alla Maddalena ed a mezzo della Signora Collin, fatto pervenire un biglietto al Generale, proseguivano pel porticello di Brandinchi per aspettarvelo. La notte del 16 ottobre il Generale avventuratosi sopra un guscio di noce, faceva il tragitto da Caprera al punto di ritrovo, e deludendo la vigilanza dei R. Equipaggi, prendeva imbarco nella paranzella, sbarcava a Livorno, ed in sul mezzogiorno del 20 arrivava a Firenze con grande sorpresa del Governo e gioia degli amici.
Il 21 ottobre 1867 veniva diramato il seguente manifesto:

Romani all’armi!

“Per la nostra libertà, per il nostro diritto, per l’unità della patria Italiana, per l’onore del Nome Romano.

All’armi!

“Il nostro grido di guerra sia:
“Morte al papato temporale! Viva Roma Capitale d’Italia. Rispettiamo tutte le credenze religiose, ma liberiamoci una volta e per sempre da una tirannia, che ci separa violentemente dalla famiglia italiana e tenta perpetuare l’inganno, che Roma sia esclusa dal diritto di nazionalità ed appartenga a tutto il mondo, fuorchè all’Italia.
“Da molti giorni i nostri fratelli hanno levato il vessillo della santa rivolta e bagnata del loro sangue la via sacra di Roma.
“Non tolleriamo più che siano soli e rispondiamo al loro eroico appello con la campana del Campidoglio.
“Il nostro dovere, la solidarietà della causa comune, le tradizioni di Roma ce lo impongono.

All’armi!

“Chiunque può impugnare il fucile accorra, facciano di ogni casa un fortezza, di ogni ferro un’arma.
“I vecchi, le donne, i fanciulli elevino le barricate, i giovani le difendano.
“Viva l’Italia!
“Viva Roma!”

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Durante la traversata della paranzella da Brandinchi a Livorno Garibaldi redigeva il seguente manifesto:

Da bordo, 18 ottobre 1867.

“Redimere l’Italia e poi morire”.

Cari compagni,
“Eccomi ancora con voi, prodi sostenitori dell’onore italiano. Con voi, per compire un dovere, per aiutarvi nella più santa e gloriosa impresa del nostro risorgimento.
“L’Italia s’è persuasa, che non può vivere senza il suo corpo, senza il cuore, senza la sua Roma, che alcuni servili ledendo un diritto e il decoro nazionale, vogliono sacrificare ai capricci d’uno spregevole tiranno.
“Dunque avanti, e costanza soprattutto! Io non vi chieggo coraggio, valore, perchè vi conosco. Vi chieggo costanza. Gli Americani durarono quattordici anni nella lotta gloriosa, che li fece la più potente, la più libera nazione del mondo: a noi concordi bastano pochi mesi per lavare l’Italia dal sudiciume che l’infesta, voglia o non voglia un semplice bastardume ed i suoi padroni.

“G. Garibaldi”.

Il 22 partì per Terni. Ivi giunto sapendo che il Governo aveva dato ordine di arrestarlo, in sull’albeggiare del 23, sconfinava a Passo Corese e dava ordine a Menotti, comandante del centro, di riunire tutte le colonne che si trovavano già pronte e di sconfinare senza ritardo. Intanto altre colonne erano in formazione a Terni. E nella notte del 24 Garibaldi telegrafava al Comitato di Firenze: “Occupo Passo Corese e Monte Maggiore con le forze riunite di Menotti”. Nel giorno stesso ordinò si investisse Monte Rotondo, che voleva ad ogni costo occupare, ancorchè non avesse alcun pezzo di artiglieria.
La notizia che Garibaldi era entrato nel territorio pontificio, fece accorrere volontari da tutte le parti; anche Ancona eccitata alla guerra da un patriottico proclama non mancò di fare il suo dovere.
Messi assieme pochi fondi, e raccolte delle armi, partiva una colonna di cui veniva affidato il comando ad Elia. Prima però, che questa colonna composta di più di mille ducento volontari fosse armata, si dovette perdere molto tempo a Terni. Infine rotto ogni indugio e sebbene non poche armi mancassero per l’armamento completo, Elia ordinava la partenza e raggiungeva il generale Garibaldi e suo figlio a Monte Rotondo, ove già si combatteva.
La difesa di Monte Rotondo fu accanita. L’attacco incominciato all’alba era durato tutta la giornata; stava per calare la notte ed il fuoco continuava accanito da parte dei papalini; già molti dei nostri erano feriti, fra i quali, Mosto, Martinelli, Uziel; morti il Giovagnoli, l’Andreucci ed altri. “Bisogna finirla” grida Garibaldi – ed ordina di dar fuoco alla porta; verso le otto di sera la porta andava in fiamme e fattavi una apertura i garibaldini vi si precipitano dentro, gli antiboini si rifuggiano nel Castello ed all’albeggiare riprendevano le fucilate; ma visto che i volontari, penetrati nelle scuderie del principe Piombino, che era coi garibaldini a combattere per la liberazione di Roma, si preparavano a dare fuoco al Castello, incendiando il fienile, verso le 9 di mattino si arrendevano, lasciando in nostre mani due cannoni con un centinaio di cariche, circa 300 fucili e poche munizioni.
Nella presa di Monterotondo si comportarono da valorosi, rimanendo feriti, Antonio Lazzari, Emilio Pignocchi, Guerrino Galeazzi, Giovanni Dottavi, Massimiliano Gianforlini, Gennaro Montevecchio, Vincenzo Spadolini, Campagnoli Aldebrando, tutti di Ancona.
Ecco come il generale partecipava la presa di Monterotondo:

Caro Fabrizi

“L’impresa di Monterotondo è certamente una delle più gloriose per questi poveri prodi volontari.
“In tutte le campagne in cui ebbi l’onore di comandarli non li vidi mai sì travagliati dai disagi, dalla nudità e dalla fame.
“Eppure questi valorosi giovani, stanchi ed affamati, hanno compito in questa notte un sanguinoso e difficile assalto, come non avrebbero fatto meglio i primi soldati del mondo. Sono le 4 e siamo padroni di Monterotondo, meno il palazzo in cui si sono rifugiati i zuavi, antiboini e svizzeri.
“Abbiamo in mano molti trofei della vittoria, cavalli, armi e prigionieri.
“Monterotondo, 26 ottobre 4 ant.

G. Garibaldi”.

ORDINE DEL GIORNO

“Anche in questa campagna di Roma i valorosi volontari hanno compito il loro glorioso Calatafimi(131); temporali, nudità, fame quasi da non credersi sostenibili, non furono capaci di scuotere il brillante loro contegno.
“Essi assaltarono una città murata, colle porte barricate e cannoni per difenderla, guernita dagli esperti tiratori che i preti regalano agli italiani da tanti secoli, con uno slancio di cui l’Italia può andare superba!
“Dio benedica questi generosi.
“Monterotondo, 26 ottobre.

G. Garibaldi”.

Al Comitato Centrale di Roma:

Cari Amici

“Dopo l’assalto e la presa di Monterotondo ci siamo spinti sino a sei miglia da Roma, ove ci troviamo ora.
“Dei nemici non abbiamo notizie. Se la spedizione francese è vera, spero vedere ogni italiano fare il suo dovere.
“Casina S. Colomba, 27 ottobre.

G. Garibaldi”.

Il 24 ottobre Acerbi assaliva Viterbo, ma nonostante il valore spiegato dai suoi, nel quale primeggiò il bravo Napoleone Parboni che l’Acerbi promoveva maggiore, fu necessità desistere dall’attacco.
Il giorno 26 i ponteficii abbandonavano Viterbo e l’Acerbi se ne impadroniva senza colpo ferire. Nella giornata del 24 si distinse anche il capitano Greco, siciliano.
Il Nicotera che aveva per obiettivo Velletri ebbe un serio e micidiale combattimento a Monte San Giovanni, ove cadeva l’eroico Di Benedetto con ben ventidue valorosi compagni; il 28 il Nicotera prendeva la sua rivincita a Frosinone, ove fugava il nemico cagionandogli forti perdite ed il 30 occupava Velletri.

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Appena si seppe in Roma che bande di garibaldini erano entrate nel territorio del papa, il governo non ebbe più ritegno. Chiuse alcune delle porte della città; le altre fortemente custodite; sorvegliati gli alberghi e le case; cacciati i forestieri sospetti; infine rigori e vessazioni di ogni sorta; difficile quindi più che mai preparare una sommossa, senza che la polizia non ne venisse a cognizione.
Cucchi Francesco era stato incaricato, con amplissima credenziale di Garibaldi, d’intendersi col Comitato d’insurrezione e coi membri della Giunta Nazionale per promuovere e dirigere il movimento di Roma.
A coadiuvare il colonnello Cucchi erano entrati in Roma, il maggiore Guerzoni il maggiore Adamoli, il colonnello Bossi, il Cella, i quali sfidando ogni pericolo lavoravano indefessamente perchè scoppiasse la scintilla rivoluzionaria ma, nonostante i prodigi d’operosità e d’ardire del Cucchi e dei suoi compagni, i preparativi per l’audace impresa non si erano potuti completare; e, quel che peggio, le armi, senza le quali i congiurati romani si protestavano impotenti a qualunque tentativo, non erasi ancora trovato modo di farle entrare in Roma.
Ma da quelli di Firenze si scriveva al Cucchi “una schioppettata, una sola schioppettata entro Roma e basta”; e la schioppettata fu tirata.
Disegno dei cospiratori era d’assalire il Campidoglio, impadronirsene ed asserragliarvisi. Un drappello di congiurati guidati dal Cucchi e dal Costa Nino era incaricato di questa faccenda. Il colonnello Bossi con altra squadra doveva sorprendere il corpo di guardia di piazza Colonna; Guerzoni con cento uomini forzare Porta S. Paolo e distribuire agli insorgenti le armi depositate nella Villa Matteini. Giuseppe Monti con altri doveva minare e fare saltare la Caserma Serristori, e Zoffetti e altri cannonieri inchiodare le artigliere del Castel Sant’Angelo. I fratelli Cairoli dovevano scendere il Tevere fino a Ripetta, e portare armi che dovevano prendere a Terni. Senonchè, tutte queste imprese audaci abortirono, perchè il Governatore di Roma venutone a cognizione, aveva prese le misure preventive; solo la Caserma Serristori andò in parte all’aria, ma senza scopo, perchè vuota di soldati ponteficii. I fratelli Cairoli con settanta valorosissimi compagni, arrivati all’altezza di Ponte Molle, saputo che i preparativi di sommossa erano falliti, furono costretti a tenersi nascosti durante la notte fra i canneti, ed a cercarsi poi un migliore rifugio appena fatta l’alba. Credevano d’averlo trovato a Villa Glori sui monti Parioli; ma scoperti ed assaliti da truppe cinque o sei volte superiori, dopo eroica resistenza, caduto Giovanni Cairoli, ferito mortalmente Enrico mentre cercava d’assistere il fratello moribondo, la più bella schiera d’eroi, che avesse mai fatto sagrifizio di sè(132) per la patria veniva decimata e dispersa.
Fallito il moto insurrezionale della notte del 22 ottobre, in Trastevere buon numero di arditi popolani si apparecchiavano alla riscossa.
Giulio Aiani patriota e giovane pieno di ardimento, proprietario di un lanificio in via della Lungaretta, aveva dato convegno a quanti erano giovani liberali, forti e coraggiosi in Trastevere, e per quanto potè, raccolse nel suo stabilimento fucili, revolver e munizioni.
In quella casa erasi istituito un laboratorio ove si fabbricavano cartuccie al cui bisogno erano intente alcune giovinette del popolo, addette come lavoranti nel lanificio.
Prossima allo stabilimento eravi l’abitazione di Francesco Arquati, altro vero patriota, molto popolare nel rione di Trastevere. La moglie di lui e le figlie anche esse attendevano alla preparazione delle munizioni, mentre il figlio maggiore dell’Arquati, Pasquale, insieme a Giulio Aiani, percorrevano quel popoloso quartiere per la propaganda alla rivolta, eccitando ad un’ardito movimento i più animosi di quei popolani.
In fatti il 25 ottobre l’opera ferveva nel lanificio Aiani, divenuto focolare di quel manipolo di patrioti, decisi a morire per la libertà di Roma. Fra questi eravi pure Cesare Sterbini, parente del triumviro della repubblica romana nel 1849; quando alle 2 1/4 uno dei giovani che stava di vedetta su una terrazza, dava l’avviso dell’approssimarsi di un corpo di zuavi accompagnati da forte stuolo di gendarmi; fu chiusa e barricata la porta di strada e tutti corsero ad armarsi risoluti all’estrema difesa.
Gli zuavi si slanciano per abbattere coi calci dei fucili la porta della casa, ma dall’alto si tirano delle bombe nelle loro file, e sono ricevuti da fucilata così viva, da costringere la truppa papalina ad abbandonare l’assalto ed a ripararsi nelle vicine vie, ove appiattata, iniziava un vivo fuoco di fucileria contro i patrioti romani.
Al rumore delle fucilate Giulio Aiani che si trovava in casa Arquati corre verso l’uscio per uscirne, ma la casa è in un baleno circondata dagli zuavi e dai gendarmi, che, forzata la porta, si slanciano per le scale; l’Aiani col revolver in pugno si precipita sugli invasori, ma assalito da ogni parte dopo una lotta terribile, sopraffatto dal numero, viene legato e tratto in prigione.
Intanto il combattimento contro la casa Aiani si fa sempre più vivo. Paolo Gioacchini, uomo di 50 anni, capo del lanificio, coi di lui figli Giuseppe e Giovanni incoraggiano alla resistenza e nessuno pensa di arrendersi. Infine il comandante degli zuavi, irritato nel vedere che un pugno d’uomini teneva testa a più di trecento soldati, fa suonare la carica; gli zuavi si lanciano all’assalto della porta, ma per la seconda volta vengono respinti, e molti sono i morti e i feriti. Da due ore si combatteva, quando si vide sopraggiungere altre truppe in rinforzo e la fucilata si faceva più viva.
I tre Gioacchini e Pietro Luzzi lanciano bombe e tirano fucilate dalla terrazza, vengono feriti uno dei Gioacchini ed un giovane trombettiere disertato dalle truppe pontificie. Si combatteva da quattro ore quando agli zuavi riesce di sfondare la porta; la casa è invasa dalla truppa inferocita per la lunga resistenza e fa macello di quanti incontra; Angelo Marinelli, vecchio settantenne, gridava ai giovani di porsi in salvo pei tetti, mentre egli teneva testa agli invasori atterrandone quanti gli si facevano vicini a colpi di accetta, finchè crivellato da ferite cadde per non più rialzarsi; intanto ad alcuni dei difensori era riuscito di mettersi in salvo pei tetti delle case vicine, dove poscia vennero arrestati.
Quelli che non poterono salvarsi non cessavano da combattere sulle scale, sugli abbaini, a corpo a corpo colle daghe, coi pugnali, coi denti, dominante in mezzo a tutti l’eroica donna Giuditta-Tavani-Arquati, che incuora, comanda e combatte, terribile nell’ira nel vedere avanti a se il cadavere del marito e quello del giovinetto figlio, entrambi trucidati; alla fine soccombeva essa pure trafitta da replicati colpi.
Il nome dell’eroica donna e dei prodi caduti con lei dovranno essere ricordati con ammirazione dalle generazioni future e dall’Italia.
Caddero trafitti il padre e i figli Gioacchini, Cesare Bettarelli, Giovanni Rizzo, Enrico Ferrochi, Rodolfo Donnaggio, Francesco Mauro, Augusto Domenicali.
Oltre a questi morirono in prigione in seguito alle riportate ferite Salvatore Raffaeli e Serafino Marconi.
Furono condannati alla pena di morte Giulio Aiani e Pietro Luzzi; ad altre pene Cesare Sterbini, Romano Mariotti, Gaetano Goretti, Giuseppe Leonardi, Pio Crescenzi, Giuseppe Sabatucci, Giovanni Sabatucci, Luigi Domenicali, Ulisse Martinoli, Oreste Martinoli, Costantino Mazza, Luigi Pallocchini, Mariano Magnani, Pietro Calcina, Giacomo Marconi, Paolo Carpanetti, Germano Ceccarelli, Oreste Tedeschi, Lodovico Talucci, Perzio Giuseppe, Del Cassio.
Riuscirono a fuggire alle ricerche della polizia Cesare Benvenuti e Paolo Barabella.

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La presa di Monterotondo produsse grande sgomento in tutto il territorio pontificio ed ebbe per conseguenza la ritirata di tutte le truppe papaline al di là(133) dei ponti di Tevere e del Teverone.
Garibaldi non aveva pace se non faceva un colpo di mano su Roma sperando che gli amici nella piazza gli avrebbero facilitata la riuscita e non volle perdere tempo.
Lasciato un battaglione a Monterotondo sotto gli ordini del colonnello Carbonelli, e speditone un altro col colonnello Pianciani a Tivoli, il generale, ordinato ad Acerbi ed a Nicotera di raggiungerlo, muoveva diffilato con tutte le sue forze su Roma.
Il giorno 29 Garibaldi portava il suo quartiere generale a Castel Giubileo spingendo i suoi avamposti oltre a Villa Spada e al Casino dei Pazzi. I pontifici si erano ben premuniti; la porta del Popolo, la Salaria, la Pia e tutte le ville attigue, Torlonia, Patrizi, Lodovisi e Monte Mario erano guernite da pezzi coperti ed occupate da numerose truppe. Garibaldi vide l’impossibilità di un attacco venturoso; passò tutta la giornata a studiare la posizione, e sperando sempre in una insurrezione entro Roma, ordinò che nella notte si accendessero fuochi in tutta la linea del campo.
Ma a Roma l’insurrezione non appena tentata era stata repressa e spenta. Garibaldi con alcuni Carabinieri genovesi sotto gli ordini di Stallo e di Burlando e con alcune guide aveva voluto tentare una ricognizione su ponte Nomentano; incontrata una pattuglia di papalini questa aveva presa la fuga. Dopo una permanenza di un’ora in quel posto, due colonne di zuavi e di antiboini sbucarono, una dal ponte Nomentano, l’altra dal ponte Mamolo tirando contro i nostri. Ma il Generale non volle, che si rispondesse, e siccome egli non aveva voluto fare, che una ricognizione, e lo scopo era raggiunto, nel mezzo della notte ordinò la ritirata su Monterotondo. Egli aveva avuto un messaggio, col quale lo si informava che i francesi sbarcati a Civitavecchia erano in marcia forzata per Roma, e perciò si voleva preparare a riceverli.
Arrivati a Monterotondo mandava il seguente contrordine:

“Al generale Nicotera.
“Per i due messi vostri, che vidi questa mattina vi inviai ordine di occupare Tivoli, e lo stesso ordine vi confermo ora.
” – Qui tutto va bene.
” – Interventi o non interventi, bisognerà compiere l’unificazione della patria.
“A Tivoli troverete Pianciani con un battaglione.
“Scrivetemi subito.
“Monterotondo 31 ottobre.

G. Garibaldi.

Col ritorno a Monterotondo una gran parte di volontari disertarono le loro file per ritornare alle loro case, tantochè alla sera del 2 novembre all’appello neppure la metà delle forze si trovò presente.

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Garibaldi, commosso per l’eroica morte di Enrico Cairoli e dei suoi prodi, scriveva il seguente ordine del giorno.

“Volontari italiani!
“La Grecia ebbe i suoi Leonida, Roma antica i suoi Fabi, e l’Italia moderna i suoi Cairoli, colla differenza che con Leonida e Fabio gli eroi furono trecento: con Enrico Cairoli essi furono settanta, decisi di vincere o morire per la libertà italiana.
“Nella notte del 22 al 23 del passato mese, 70 prodi comandati da Enrico e Giovanni fratelli Cairoli, ardirono, pel Tevere, gettarsi fin sotto le mura di Roma, col magnanimo pensiero di portare soccorso d’armi e di braccia al popolo romano combattente.
“A ponte Molle non vedendo i segnali convenuti, sostarono. Giovanni Cairoli spedito in ricognizione riferiva cessata la pugna in Roma. “Ritirarsi o morire”. Quei generosi preferirono la morte.
“Si asseragliarono in S. Giuliano, e quivi, uno contro quattro, armati di soli revolvers, questi prodi, operando miracoli di valore, di gloria imperitura coprirono un’altra(134) volta il nome italiano.
“Attaccati da due compagnie di zuavi e antiboini, intrepidamente ne sostennero l’urto. La pugna fu accanita e sanguinosa; ma davanti a quel pugno di valorosi i mercenari del papa ripiegarono. Molti i caduti dei nostri, fra i quali i Cairoli e l’Enrico morto.

“Volontari”.

“Tutte le volte che vi troverete a fronte dei mercenari pontifici ricordatevi degli eroi di San Giuliano.
Monterotondo 2 novembre.

G. Garibaldi.

Ordine del giorno al maggiore Eugenio Andruzzi.
“Il maggiore Andruzzi ha il comando dei distaccamenti composti dei Volanti, i quali non devono oltrepassare i 50 uomini cadauno nè(135) essere meno di 30.
“Egli opererà con queste forze sulla destra del Tevere disturbando il nemico in ogni modo e dando al quartier generale ogni notizia di considerazione.
“Esso procurerà di sorprendere i distaccamenti, esploratori, gendarmi e spie, e di non essere sorpreso giammai.
“Perciò le sue marcie saranno più di notte che di giorno.
“Distruggerà vie ferrate, i fili elettrici che possono servire al nemico.
“Dovrà farsi amiche le popolazioni e fregiare di bei fatti e con condotta irreprensibile la nobile missione di servire questa santissima causa.
Monterotondo 2 novembre.

G. Garibaldi.

Il 2 novembre con un ordine del giorno veniva stabilito l’ordine di marcia per la via di Tivoli. Si doveva partire da Monterotondo nelle prime ore del mattino del 3; invece, per non si sa qual contrattempo, s’incominciò la marcia verso le ore 12.
Si erano dal Generale ordinati corpi di esploratori, di avanguardia e fiancheggiatori.
Le posizioni di Palombara, Sant’Angelo, Monticelli erano state occupate da tre battaglioni comandati dal colonnello Paggi, si era quindi tranquilli contro ogni sorpresa; ma non fu così.
Appena oltrepassata Mentana l’avanguardia veniva attaccata(136) dai soldati pontifici.
Da un bosco che si trova a destra della strada che da Mentana va a Tivoli, era incominciato il primo attacco contro un piccolo reparto dei nostri che precedeva la colonna in marcia. Menotti accorse con tre o quattro ufficiali del suo stato maggiore e il suo capo guida Augusto Lorenzini, per riconoscere il nemico, ma non si potè accertate che di una cosa, e cioè che il bosco era fortemente occupato – si sperò che fosse una ricognizione di non grande importanza e Menotti ordinava a Stallo di avanzare col suo battaglione, d’occupare i punti più elevati a destra e sinistra della strada, spingendo le catene per sloggiare il nemico. Intanto sopraggiungevano i battaglioni di Burlando, di Missori, di Mayer che cogli uomini di Stallo si spiegarono a destra per sostenere l’urto delle forze papaline, mentre Menotti pensava alla difesa del centro e della sinistra.
Ben presto si potè constatare che si aveva di fronte tutto intero l’esercito pontificio e Garibaldi spiegava immediatamente le sue forze indicando a ciascuna colonna la posizione da occupare e ordinando un simultaneo contrattacco che fu spinto con bravura e sostenuto gagliardamente contro forze assai superiori per oltre due ore. Ma verso le 3 pom. soprafatti da nuove forze, contrastando palmo a palmo il terreno, i garibaldini furono costretti di abbandonare i pagliai ed indietreggiare fin sotto le case di Mentana.
In quel punto i tiri rapidi e ben aggiustati dei nostri, appostati nelle case che avevano occupato per ordine del generale, e quello dei due cannoni che Garibaldi stesso aveva fatto piazzare in eccellente posizione, arrestano la foga del nemico.
La presenza del generale Garibaldi accompagnato da Fabrizi, da Menotti, da Canzio, da Mario, da Guerzoni e da altri, infonde nuovo ardire nei nostri; il generale ordina la carica alla baionetta – un urrà di gioia saluta il comando – e la carica fu generale, splendida pel risultato. Il nemico abbandona le posizioni, i nostri riacquistano le loro e si procede all’assalto di Villa Santucci, certi ormai della vittoria.
Ma vinti i papalini, altro nemico sconosciuto, fin allora rimasto invisibile, giungeva in quel punto, fresco di combattimento a rimpiazzare i vinti, venendo a fulminare di fianco con fuoco di fila mai interrotto i trafelati garibaldini.
Grandi masse nere si avanzavano intente ad impadronirsi dei dossi delle colline di sinistra coll’obiettivo evidente di tagliare la ritirata su Monterotondo. I bravi garibaldini sparavano le loro ultime cartucce; ma era fuoco sprecato, perchè le nostre palle non arrivavano neppure alla metà della lunga linea percorsa dal nuovo nemico.
La resistenza era ormai impossibile – e Garibaldi visto il pericolo di essere in breve avviluppati, ordinava la ritirata su Monterotondo, che fu eseguita sotto il continuo grandinare delle palle dei soldati dell’imperatore dei francesi.
Giunto a Monterotondo Garibaldi pensò di organizzare la difesa asserragliandone l’entrata. Ma mancavano del tutto le munizioni avendo i bravi garibaldini consumata fin l’ultima cartuccia; quale difesa era possibile?
I prodi difensori del governo teocratico portarono a Roma, trofeo di vittoria, i due cannoni di Monterotondo, non nostri ma del Papa: e fu una mistificazione!
Portarono è vero dei prigionieri – ma anche questi con frode perchè violarono i patti della capitolazione segnata col comandante del Castello, i quali sancivano che tutti i garibaldini che si trovavano nel Castello e nelle case di Mentana dovevano essere compresi nella capitolazione e lasciati liberi di ritornare alle loro case.
Per dare un’idea di come si svolse una parte dell’azione, ecco il rapporto del colonnello Elia al generale Fabrizi:

Rapporto del Comandante la 6a Colonna
al capo di Stato Maggiore del Comando Generale
Generale Nicola Fabrizzi.

Ancona, li 12 novembre 1867.

Generale,
“Rispondo all’invito diretto dalla S. V. a tutti i comandanti di Colonne che si trovarono presenti al combattimento di Mentana, inviandole questo rapporto sulla parte avuta nel combattimento suddetto, dalla 6a colonna da me comandata.
Alle ore 11 1/2 a. m. del 3 corrente mossi da Monterotondo alla testa della Colonna seguendo l’ordine di marcia prescrittami dal Comando Generale con ordine del giorno della sera precedente.
“Le mie forze, molto diradate dopo il ritorno a Monterotondo, si componevano del 18° Battaglione, ridotto a 195 uomini, comandato dal maggiore Perlach Pietro, del 19° comandato dal maggiore Cesare Ghedini forte di 200 uomini, del 20° battaglione comandato da Cesare Bernieri forte di 340 uomini, rimasto a Monterotondo agli ordini del Comandante di quella piazza colonnello Carbonelli.
“Giunto al paese di Mentana verso la 1 p. m. dovetti fare alto essendomi impedita la marcia dai volontari della 3a colonna, che ci precedeva, comandata dal colonnello Valzania, i quali con un’ordinata contromarcia a sinistra passando avanti il nostro fronte si portavano a prendere posizione sulle colline a sinistra del paese. Da qualche ferito, che si vide passare, avemmo conoscenza che ci trovavamo in faccia al nemico e che ai posti avanzati eransi incominciate le fucilate. In quel punto mi venne ordine dal generale Garibaldi, trasmessomi dal suo aiutante capitano Coccapieller, di fare occupare da parte dei miei le case a sinistra di Mentana. Trasmisi l’ordine ai maggiori Perlach e Ghedini ed i nostri vi penetrarono risoluti a respingere ogni attacco del nemico. Vista eseguita tale operazione mi portai presso Garibaldi per ulteriori istruzioni. Egli trovavasi a metà del paese circondato dai vecchi compagni e dai suoi aiutanti, dando ordini pel combattimento. Vedutomi, mi diede ordine di raccogliere le rimanenti mie forze e di spingermi con esse al di là delle case, che formano il lato sinistro del paese di Mentana, se vi si giunge da Monterotondo; ordinai ai miei, che non erano nelle case, di seguirmi in avanzata verso la parte più presa di mira dal nemico. Avevo con me i maggiori Perlach e Ghedini, l’aiutante maggiore Tironi, l’aiutante in seconda Barattini Filippo, l’ufficiale d’ordinanza Falaschini Pietro, il capitano Berti Antonio, il tenente Augusto Marinelli, il mio capo di stato maggiore capitano Boldrini, il capitano Canini dei Mille, il tenente Occhialini ed i sottufficiali Longhi, Zagaglia, Beretta, Melappioni, Berti, Pezzali, Leone Bucciarelli, Saltara, Beducci, Mariotti, Marinelli Luigi, Ferraioli ed i caporali Luigi Padiglioni, Cesare Burattini e l’aiutante del 18° battaglione sottotenente Luigi Carnevali. Si erano pure uniti a me i capitani Grassi e Ballanti. Altri volontari comandati da Salomone(137) e da Frigesy, fra i quali i bravi Buratti e Giammarioli rafforzavano la posizione, fatta segno alle palle nemiche. Ordinai ai bravi che avevo con me, di spiegarsi in catena e rasentando le siepi, fiancheggianti la strada che taglia quei campi e conduce alla villa Santucci, spingersi in avanti nell’intento di sloggiare il nemico dalla villa occupata. I garibaldini rispondevano da bravi al fuoco nemico e gli ufficiali ne li incoraggiavano; eravamo fulminati dall’artiglieria e dal fuoco vivissimo delle carabine; più di un volontario era caduto al mio fianco e già feriti il mio aiutante in primo Tironi, il capitano Antonio Berti che bravamente rimasero al loro posto. La faccenda si faceva sempre più seria; mandai l’aiutante in seconda Burattini, onde riunisse quanti dei nostri potesse e li portasse con sè(138) al fuoco, ma ritornò solo. Si era da ogni parte impegnati e non conveniva fare scendere i garibaldini che occupavano le case; privi di rinforzi ed incalzati dagli Zuavi pontifici fin sotto le case di Mentana, riuniti intorno a me quanti più ne potei, ufficiali e soldati, ordinai una carica alla baionetta; coadiuvati dai nostri, che dalle case tiravano addosso agli assalitori e dal tiro dei cannoni che il Generale aveva fatto piazzare in buon posto, i miei, incoraggiati dagli ufficiali primi ad esporsi, si slanciano contro i papalini e sotto gli occhi di Garibaldi, di Fabrizi, di Menotti, di Ricciotti, di Canzio, di Mario e di altri bravi giunti sul posto in quel punto, mettono in fuga, incalzandoli colla punta della baionetta, gli assalitori. Fu un attacco brillantissimo, tanto che Canzio, che mi era venuto vicino, si congratulò con me pel risultato. Si credette per un momento alla vittoria.
“Ciò avveniva verso le 4 pom.; ma passato poco tempo ci vedemmo più fortemente attaccati in altro punto.
“Il generale Fabrizi, venerando patriota, esperto ed ardito soldato, si era trovato esso pure in quella pericolosa posizione, incoraggiando col suo esempio e sangue freddo al combattimento i nostri, i quali sfiniti da una lotta che durava da quattr’ore incessante, e qualche volta a corpo a corpo, bruciavano sul nemico in fuga le ultime cartuccie. Attorno a Fabrizi stavano gli eroi di cento altri combattimenti, Missori, Guerzoni, Tanara, Bezzi; tutti studiavano le mosse del nemico, che credevano in ritirata; questo invece, cambiata tattica e direzione all’attacco, spingeva forti colonne sulle alture della nostra posizione di sinistra, difesa da Valzania, allo scopo di tagliarci la ritirata su Monterotondo.
“La natura dei tiri, la regolarità e rapidità dei medesimi, il fischio delle palle, tutto aveva cambiato. Non erano più le truppe papaline che si battevano contro i pochi ed estenuati garibaldini, privi ormai di munizioni; stavano di fronte ad essi i primi soldati del mondo che facevano le prime prove dei loro Chassepot sui petti dei patrioti italiani.
“La colonna Valzania stette salda finchè ebbe cartuccie da sparare contro il formidabile assalto; ma poi, sopraffatta da forze imponenti e ridottasi senza munizioni, dovette ripiegare. Abbandonata la posizione di sinistra fu giuocoforza ai nostri di battere con la maggiore celerità possibile in ritirata, per non essere tagliati fuori da Monterotondo.
“Non furono però in tempo di farlo i molti, che trovavansi, per ordine avuto dal Generale, ad occupare le case ed il Castello di Mentana, i quali rimasero prigionieri e fra questi molti del 18° e 19° battaglione appartenenti alla mia colonna.
“Il 20° battaglione, pure facente parte della 6a colonna, rimasto a Monterotondo, fece anch’esso il suo dovere. Il bravo capitano Litta, che lo comandava in assenza del maggiore Bernieri, visto che a Mentana erasi impegnata con calore l’azione, allo scopo di garantire ai nostri la ritirata in caso di rovescio, portò la maggior parte delle sue forze ad occupare il convento dei Cappuccini situato in buona posizione sulla strada che va a Mentana, da dove potè arrestare la foga dei francesi, che si avanzavano seguendo i nostri, i quali poterono ritirarsi con ordine. Giovò non poco l’azione risoluta del capitano Raffaello Giovagnoli, che si trovava al Romitorio, da dove respingeva i ripetuti attacchi del nemico. Egli volle tentare un ultima controcarica alla testa di un centinaio di valorosi, che fecero prodigi. Molti di quei bravi caddero attorno al Giovagnoli colpiti dalle palle dei Chassepot dell’imperatore di Francia; fra quelli che più si distinsero per valore, primeggiò il sottotenente Luigi Coralizzi, che riportava grave ferita alla testa da farlo ritenere per morto.
“Tutti fecero il proprio dovere. Gli ufficiali molto si distinsero per ardire e sangue freddo, nel condurre i volontari al combattimento.
“Non mi è permesso di dare preciso ragguaglio dei feriti e dei morti appartenenti alla mia colonna, stantechè, come già dissi, essendo una buona parte dei volontari rimasti entro le case occupate per ordine del generale Garibaldi, fu ad essi chiusa la ritirata su Monterotondo e caddero quindi prigionieri dei francesi. E potendo avvenire, che per la inesattezza delle notizie, io ommetta di comprendere fra i primi alcuni di quelli che sono ora prigionieri in Roma, mi è forza astenermi dal compilare la nota richiestami dalla S. V. Onorevolissima; però mi riserbo inviarla non appena per via di documenti e di esatte informazioni, sarò giunto a conoscere con sicurezza il vero stato delle cose.
“Frattanto le invio un primo elenco dei feriti e dei morti, che non mi fu difficile di compilare, essendo quasi tutti caduti a me vicini, mentre difendevano la importante posizione affidataci dal generale Garibaldi. Morti, il capitano Grassi di Jesi, i tenenti Vianini Pietro di Alessandria, Mazzoni Giuseppe di Bologna, i furieri Giorgini Francesco di Sinigallia, Pezzoli Augusto di Bologna, i caporali del Frate Valentino di Fabriano, Cappuccini Pietro di Ancona, Luzzi Baldassare di Osimo, Toscani Domenico di Filottrano, Petravecchia Nicolò di Matelica. Feriti i capitani: Tironi Augusto aiutante maggiore, Berti Antonio di Ancona, Canini Cesare dei Mille, Ballanti Gaspare di Corinaldo, Zagaglia Carlo di Jesi; i tenenti Occhialini Serafino, Falaschini Pietro di Ancona, Montanari Giovanni di Bagnacavallo, Campagnoli Aldebrando di Ancona; i furieri Elia Leopoldo di Ancona, Berti Raffaele di Ancona, Pezzoli Augusto di Bologna, Gatti Filippo di Jesi, i sergenti Marchetti Virgilio di Ancona, Fida Camillo di Fabriano, Bernani Cesare di Fabriano; i soldati Marsili Luigi di Osimo, Sileoni Tita di Osimo, Nigretti Federico di Bagnacavallo.
Il comandante la 6a colonna
Col. A. Elia.

Dopo il sanguinoso combattimento e la ritirata, il generale fu per lungo tempo deciso a continuare la resistenza in Monterotondo. Non voleva sentire parlare di ritirata “La nostra bandiera é Roma o Morte. Non siamo andati a Roma dobbiamo morire qui!” diceva. Ma i comandanti di colonna, credettero loro dovere d’insistere nell’interesse della patria, e vollero che l’Elia assumesse l’incarico del tentativo ad essi fallito.
Fu con fatica che Elia poté persuadere il generale, che la vita sua e dei suoi doveva essere conservata all’Italia. Il generale scosso domandò se Fabrizi, Menotti e Ricciotti erano rientrati, ed avendo Elia risposto affermativamente, questi gli diede l’incarico di ordinare la ritirata su Passo-Corese. La ritirata fu eseguita senz’essere punto molestata e si passò la notte sul territorio ancora tenuto dal papa per virtù dell’intervento dei soldati dell’imperatore dei francesi.
Quando al mattino il generale entrava nel territorio italiano, il primo che gli si presentò fu il colonnello Caravà, già suo ufficiale, allora comandante del 4° granatieri di guardia al confine, il quale durante la campagna si era fraternamente interessato, in tutti i modi possibili, permessigli dalla disciplina, de’ nostri sbandati e dei nostri feriti. Garibaldi gli porse la mano e gli disse:
“Colonnello, siamo stati battuti, ma potete assicurare i nostri fratelli dell’esercito che l’onore delle armi italiane è salvo”.
Eloquente epigrafe di quella campagna, che, nel 1899 ebbe il battesimo di riconoscimento, allorchè per volontà del parlamento fu riconosciuta campagna nazionale.
Dippoi si fece la consegna delle armi da parte dei soldati volontari alle truppe italiane.
Quando i compagni presero congedo dal generale che saliva sul treno per Firenze tutti erano commossi; Elia gli disse: – “Non tarderà altra occasione – ricordatevi di me generale!”. Ed Egli tenendogli la mano fra le sue, rispondeva: – “Mi ricorderò di voi, come della mia sciabola”.

Mentana può considerarsi come uno di quei casi fatali, che affrettano i destini di una Nazione; come un olocausto inevitabile, necessario! Questo glorioso combattimento, anche una volta dimostrò che gl’italiani si battevano: 4000 garibaldini, male armati, quasi senza munizioni, affamati tennero gagliardamente testa a 5000 papalini ed a 4000 francesi, armati di Chassepot, tenendoli a rispettosa distanza per mezza giornata e facendo pagar cara la loro vittoria.

CAPITOLO XXVI.

Il 1870 – Digione – Entrata in Roma.

Sul principio del 1870, scoppiavano una dietro l’altra, le notizie dell’anno terribile; l’antico duello tra Francia e Germania ripreso; il primo esercito francese distrutto a Worth e a Gravelotte; il secondo annientato a Sedan; l’imperatore stesso fatto prigioniero; l’impero caduto e in Francia la repubblica proclamata; gli eserciti di Germania sotto le mura di Parigi.
La Francia, troppo grande per darsi vinta, faceva sforzi eroici per rialzarsi.
Mentre il governo italiano spinto dall’unanime sentimento del partito liberale si apprestava alla conquista di Roma, Garibaldi offriva la sua spada alla repubblica francese. Ma al governo della difesa nazionale non giunse gradita l’offerta, e l’avrebbe respinta se il generale Bordone, amico di Garibaldi, non si fosse assunto l’incarico e la responsabilità di scrivergli che sarebbe stato accolto a braccia aperte dal popolo francese.
Saputo che il generale voleva andare in Francia, Elia, che con molti altri era pronto ad accompagnarlo, gli scriveva che esso e i compagni aspettavano una sua chiamata, desiderosi di seguirlo; contemporaneamente scriveva all’amico Canzio che così rispondevagli:

Genova, 28 settembre 1870.

Mio carissimo Elia,

“Il generale è prigioniero a Caprera e Menotti a Catanzaro, e in Francia non ci vogliono.
“Codesti novelli Bruti, che oggi reggono la cosa pubblica in Francia, vogliono diplomatizzare e non pensano a prepararsi a lotta suprema, che abbia per obbiettivo, la cacciata dell’invasione straniera.
“M’ingannerò, ma essi non servono, come dovrebbero, la Francia e la causa repubblicana.
“Alla generosa e patriottica offerta del generale non risposero ancora; allo slancio dei volontari contrappongono ordini rigorosissimi ai consoli e ai confini donde siamo rimandati.
“Domani avrò lettera dal generale e ordini suoi, che immediatamente ti comunicherò; per ora io ti consiglio a non muoverti.
“Saluto gli amici.

“Aff.mo tuo
“S. Canzio”.

E così Elia e gli amici, che sarebbero andati con lui, non si mossero.
Coloro che seguirono il generale Garibaldi tennero alto anche una volta il valore italiano fugando a Digione le schiere degli invasori, vendicando in modo così generoso il fratricidio(139) della repubblica Romana ed il fatto di Mentana.
Nobile sangue italiano fu versato sul suolo francese ed è titolo di gloria il rammentare, che l’unico trofeo che si conserva in Francia di quella guerra disastrosa, è la bandiera del 61° reggimento prussiano strappata sotto un grandinare di palle dai garibaldini, comandati da Ricciotti Garibaldi.
Ecco quello che Garibaldi dice nel suo libro: “Memorie Autobiografiche” della Campagna di Francia. “Il governo della difesa nazionale, composto di tre onesti individui meritevoli della fiducia del paese, mi accolse perchè imposto dagli avvenimenti, ma con freddezza(140); coll’intenzione manifesta di volersi servire del mio povero nome, ma non altro; privandomi dei mezzi necessari a che la cooperazione mia potesse riuscire utile.
“Gambetta, Cremieux, Glain-Bizoin individualmente furono con me gentili; ma il primo, più di tutti, da cui avrei dovuto aspettarmi un concorso energico, mi lasciò in abbandono durante un tempo prezioso.
“Nei primi di settembre 1870 fu proclamato il governo provvisorio in Francia, ed io il 6 di quel mese offrii i miei servizi a quel governo; e quel governo stette un mese senza rispondermi; tempo prezioso in cui si sarebbe potuto far molto, e che fu intieramente perduto.
“Solo ai primi di ottobre seppi che sarei stato accolto in Francia, ed il generale Bordone, a cui solo si deve la mia accettazione, venne a cercarmi in Caprera col piroscafo la Ville de Paris, capitano Condray, sul quale giunsi a Marsiglia il 7 ottobre.
“Esquiros, prefetto dell’illustre città e la popolazione entusiasmata mi accolsero festosamente; un telegramma del governo di Tours mi chiamava immediatamente presso di sè(141).
“A Tours perdetti vari giorni per l’indecisione del governo, e mi trovai sul punto di dovermene tornare a casa, perchè compresi che ero poco gradito; l’incarico che si voleva darmi, quello di organizzare alcune centinaia di volontari italiani che si trovano a Chambery ed a Marsiglia, lo dimostrava.
“Dopo controversie coi signori del governo, mi recai a Dôle per raccogliervi quegli elementi d’ogni nazionalità che dovevano servire di nucleo al futuro esercito dei Vosges.
“I Prussiani marciavano su Parigi dopo Sédan, e naturalmente sul loro fianco sinistro, ove s’addensavano le nuovo reclute della Francia, essi dovevano tenere dei fiancheggiatori, e questi più volte comparvero sino nei dintorni di Dôle, ove tenevo pochi uomini in via d’organizzazione, poco equipaggiati, e, quel che è peggio, per molto tempo male armati; il nostro contegno, comunque, fu energico, prendendo posizione a Mont Rolland prima, e poi nella Foret de la Serre, dimodochè Dôle rimase inviolata per tutto il tempo che noi vi soggiornammo.
“Da Dôle ebbi ordine in novembre di portarmi colla mia gente nel Morvan, minacciato dal nemico, assieme all’importante stabilimento metallurgico del Creuzot.
“Io scelsi Auton per porvi il mio quartier generale; l’arrivo degli Italiani di Janara e di Ravelli, di alcuni Spagnoli, Greci, Polacchi, e di alcuni battaglioni di mobili cominciò a rialzare l’effettivo del nostro piccolo esercito, perchè avemmo alcuni pezzi da montagna, due batterie di campagna e alcune guide a cavallo; la maggior parte d’italiani.
“Si organizzarono tre brigate; la prima comandata dal generale Bossack; la seconda dal colonnello Delpeck che poi passò sotto gli ordini del colonnello Lobbia, e la terza comandata da Menotti; la quarta brigata sotto il comando di Ricciotti, si componeva da principio di sole compagnie di franchi tiratori, operanti in colonne volanti, e sull’ultimo della campagna venne accresciuta con alcuni battaglioni di mobilizzati. Capo di Stato Maggiore dell’Esercito fu il generale Bordone, che in occasione di mia infermità supplì me stesso in ogni circostanza; Capo del mio quartier generale fu il colonnello Canzio, sinchè prese il comando della quinta brigata alla quale aggiunsi la prima, dopo la morte del generale Bossack; comandante dell’artiglieria fu il colonnello Olivier.
“I due nostri squadroni di guide furono comandati dal Forlatti; il dottore Timoteo Riboli fu capo dell’Ambulanza; comandante di piazza presso il quartier generale il tenente colonnello Demag; capo del genio il colonnello Gauklair.
“Con tale organizzazione(142) alquanto improvvisata, movemmo verso la metà di novembre per Arnay-le-Duc e la Valle dell’Ouche che scende a Dijon, ove si trovava l’esercito prussiano di Werder che minacciava la vallata del Rodano, e che teneva i suoi avamposti verso Dôle, Nuits, Soubernon, taglieggiando con delle scorrerie tutti i paesi circonvicini.
“Il sedicente esercito dei Vosges, forte di circa ottomila uomini, marciava dunque contro l’esercito vittorioso di Werder di circa ventimila(143) uomini con molta artiglieria e cavalleria.
“I nostri tiratori impegnarono subito varie scaramuccie di non grande rilievo, eccettuata la brillante impresa di Ricciotti su Châtillon sur Seine, e quella d’Ordinarie. Nella prima, i franchi tiratori della quarta brigata eseguirono una magnifica sorpresa, la quale è narrata nell’ordine del giorno seguente:

ORDINE DEL GIORNO

“I franchi tiratori dei Vosges, i cacciatori dell’Isêre, i cacciatori delle Alpi (Savoiardi), il battaglione del Doubs, ed i cacciatori dell’Hâvre che sotto la direzione di Ricciotti Garibaldi han presa parte all’affare di Châtillon, hanno ben meritato della Repubblica.
“In numero di quattrocento essi assalirono circa mille uomini, li sconfissero, fecero loro centossessantasette(144) prigionieri, fra cui tredici ufficiali, presero ottantadue cavalli sellati, quattro vetture d’armi e munizioni e il carro della posta. I nostri ebbero sei morti e dodici feriti, assai più i nemici. Raccomando i prigionieri alla generosità francese.
“Arnay-le-Duc, 21 novembre 1870.

G. Garibaldi”.

“Eravamo alla metà di novembre e nulla si era ancora da noi operato d’importante; qualche cosa conveniva fare.
“Misurarsi in un attacco di giorno contro l’esercito di Werder che occupava Dijon, sarebbe stata una stoltezza, si poteva fare un tentativo di notte. Di notte la diversità delle armi spariva, giacchè anche in Francia c’eran toccati i soliti ferracci, e questi nelle tenebre potevano sembrare fucili ad ago, con cui erano armati i nemici; oltre che io avevo per massima che non si deve sparare in un(145) attacco di notte, massime da militi nuovi.
“La mattima del 26 novembre, essendo io montato a cavallo a Lantenay per riconoscere quell’altipiano, mi trovavo con lo Stato Maggiore su quelle alture, quando una colonna di più migliaia di prussiani con le tre armi, uscita da Dijon, avanzavasi per la strada maestra verso noi.
“Ordinai a tutte le forze che si trovavano nel villaggio di Lantenay di salire sull’altipiano, e le collocai di mano in mano che arrivavano nei loro posti di battaglia, a destra e sinistra della strada per cui giungevano, lasciando sulla stessa strada alcuni battaglioni in colonna come riserva, e per una carica decisiva, in caso che il nemico si spingesse sino alle nostre linee. La maggior parte della terza brigata, che formava il nerbo delle nostre forze, occupava la sinistra schierata sull’orlo del bosco, con le sue linee di tiratori in fronte sul ciglione della collina che dominava il bosco stesso. Le riserve nella strada appartenevano esse pure alla terza brigata.
I carabinieri genovesi erano collocati all’estrema sinistra, e la nostra artiglieria composta di una batteria di campagna, da 4 rigata e di due batterie da montagna, si era collocata alla sinistra dei genovesi in posizione dominante tutte le altre.
“Sulla nostra destra eranvi i franchi tiratori di Lhost che furono poi rinforzati da quei di Ricciotti. La poca cavalleria composta di trenta cacciatori e di alcune guide, s’era collocata in fronte del centro nostro in una depressione del terreno. Si aveva una forza di cinquemila uomini in tutto.
“Nel combattimento di Lantenay, 26 novembre 1870, non prese parte nè la prima nè la seconda brigata. La prima, perchè nel giorno anteriore, verso Fleury in conseguenza di quel combattimento, erasi ritirata su Pont de Pany. La seconda era in marcia ed arrivò il 27 a Lantenay.
“Il reggimento Ravelli della terza brigata, composto d’italiani, era pure assente, trovandosi verso l’Ouche.
“Occupato Paque dal nemico, io feci avanzare due pezzi della nostra artiglieria sostenuti da alcune linee di tiratori, che cacciarono con pochi tiri il nemico dal villaggio.
“Mentre ciò succedeva, i Prussiani avevano fatto gran mostra delle loro forze schierandole sulle dominanti alture di Prenois. Mentre il loro battaglione si ritirava con precipitazione da Paques, appena sostenuti da alcuni pezzi, non fecero avanzare la superba linea che stava in riserva – “Dunque essi non sono in gran forza!” ecco il ragionamento che io mi feci subito – “Non vengono? ebbene andiamo noi a trovarli”. – Mi decisi quindi di attaccarli, e marciammo risolutamente contro il nemico, colla stessa ordinanza di battaglia con cui lo avevamo aspettato nelle posizioni nostre.
“I nostri franchi tiratori di destra caricarono la sinistra nemica bravamente, minacciando di avvolgerla. La terza brigata avanzava in ordine perfetto, colle sue linee di bersaglieri al fronte, seguita da colonne di battaglioni così serrate da destare invidia ai soldati i più agguerriti.
“Io andavo superbo di comandare tale gente contemplando la bell’ordinanza su di un campo di battaglia vero, e tanta intrepidezza da parte dei miei giovani fratelli d’armi.
“Le artiglierie nemiche collocate sulle alture di Prenois, fulminavano le nostre linee, come sanno fare i pezzi prussiani; eppure non si scorgeva nei centri la minima esitazione; nessuna ondulazione nelle linee, ammirabile il loro contegno; l’energia, la fermezza e la fredda bravura delle truppe repubblicane, scossero l’impassibile intrepidezza dei vincitori di Sédan; e quando essi videro che non si temevano le loro granate, ma si avanzava coraggiosamente e celeramente alla carica, cominciarono la loro ritirata su Dijon. Due sole nostre compagnie che avevano(146) fiancheggiato il villaggio sulla destra in sostegno della nostra cavalleria, caricarono insieme un battaglione di riserva prussiana, che con due pezzi d’artiglieria era rimasto indietro, per proteggere la ritirata, cagionandogli forti perdite. Si distinsero in quella carica il colonnello Canzio ed il comandante Boudet, che entrambi ebbero morti i cavalli.
“Lo spirito dei miei militi era stupendo; eravamo stati sì felici nella giornata che io presi la risoluzione di tentare un colpo disperato, che riuscendo avrebbe potuto rialzare le sorti della sventurata repubblica e forse obbligare il nemico ad abbandonare l’assedio di Parigi, vedendosi minacciato sulle principali sue linee di comunicazione. Ma quali mezzi aveva posti in mia mano il governo della difesa? Io rabbrividisco pensandovi! Era troppo presumere, sperando una vittoria! Però in una notte piovosa della fine di novembre pensai di fare un tentativo, confidando che in caso di non riuscita avremmo avuto tempo sufficiente per ritirarci: decisi l’attacco. L’inaspettata aggressione produsse in Dijon una qualche confusione; ma, sia detto in onore della Germania, i numerosi corpi ivi stanziati, scaglionaronsi prontamente nelle forti posizioni di Talant(147), Fontaine, Hauteville, Daix e ci ricevettero con una grandine tale di fucilate, come non vidi mai l’eguale.
“I miei giovani militi tennero testa e compirono quanto si poteva compiere in tale circostanza. I posti esterni dei prussiani furono assaliti uno dopo l’altro, conquistati e distrutti malgrado una fiera difesa.
“La mattina i nostri cadaveri si trovavano ammonticchiati sui cadaveri dei nemici, la maggior parte di questi forati da bajonette, giacchè l’ordine era di non sparare.
“Giunti, sotto Talant, il fuoco nemico era troppo formidabile per poterlo superare e si dovette ripiegare a destra ed a sinistra della strada maestra, per scansare i tiri diretti che la solcavano orribilmente e facevano strage.
“Il nostro assalto alle posizioni di Dijon cominciò verso le sette pomeridiane; era molto buio e tempo piovoso. Sino alle 10 ebbi molta fiducia di riuscire; ma scorsa quell’ora i capi della mia avanguardia mi fecero sapere essere inutile persistere nell’assalto, essendo spaventosa la resistenza del nemico ed impossibile fare avanzare la nostra gente. Con reluttanza mi dovetti conformare alle asserzioni dei miei fidi e dovetti ordinare la ritirata che per essere di notte potè effettuarsi senza perdite. Il nemico non si mosse dalle sue posizioni e noi non fummo disturbati.
“Luogo di concentramento di tutti i corpi in ritirata del sedicente esercito dei Vosges su Autun.
“Il 1° decembre il nemico, imbaldanzito dalla nostra ritirata, venne di sorpresa ad attaccarci ad Autun. Collocate le loro artiglierie sulle alture di Saint Martin cominciarono a fulminarci – Era verso il mezzogiorno.
“Feci collocare i nostri diciotto pezzi in posizione dominante quella nemica e questi serviti con ardore e bravura dai nostri giovani artiglieri, tempestarono di projetti l’avversario e lo obbligarono dopo più ore di combattimento, a portare indietro i propri pezzi.
“Alcune compagnie di franco tiratori ed alcuni battaglioni di mobili lanciati sul fianco sinistro dei Prussiani, completarono la giornata, ed il nemico fu obbligato a ritirarsi.
“A Autun servimmo di cortina e protezione ai due movimenti di fianco che si operarono da Chagny a Orleans dal generale Crousat, e dal grande esercito della Loira, comandato dal generale Bourbaky verso l’est. In conseguenza del movimento del generale Bourbaky(148), i prussiani abbandonarono Dijon, e noi l’occupammo con alcune compagnie di franchi tiratori e dipoi con tutte le nostre forze”.
Prima di abbandonare Autun il generale consegnava a suo figlio Ricciotti il seguente:

ORDINE DEL GIORNO

“Partendo da Autun devi pigliare la direzione di Sémur e di Montbard per turbare le comunicazioni del nemico, il quale occupa Troyes e Auxerre, e di quello che occupa Dijon.
“Potendo arrivare a Montbard, Chatillon, Chaurmont, Neufcháteau, sulla gran linea delle comunicazioni dell’inimico, la quale va da Strasburgo a Parigi, l’operazione diventerà molto più ardua e più importante.
“All’uopo di compiere con successo tale missione ci vogliono militi ad hoc, cioè uomini forti ed agili; quanti nol fossero debbono rimanere ad Autun nei depositi, ove serviranno di nocciolo per l’istruzione dei nuovi franchi tiratori.
“Sorpassati gli avamposti del nostro esercito verso il nord, i tuoi movimenti hanno sempre ad effettuarsi di notte.
“Che l’aurora ti trovi sempre imboscato preferibilmente nei lembi dei boschi, sempre pronto a sorprendere gli esploratori nemici, i loro corrieri, o le loro vettovaglie, e sempre a portata dei boschi e delle montagne, per assicurarti la ritirata.
“Non essendo punto possibile il trar carri e muli con munizioni di riserva, ciascun milite deve curare diligentemente le proprie cartuccie, epperò sparare di rado e bene.
“Ti raccomando severissimamente un buon contegno cogli abitanti, i quali devono amare e stimare i militi della repubblica. Amati dagli abitanti si avranno facilmente buone guide, il che non deve mai mancarti, come pure esatte informazioni delle posizioni del nemico, delle sue forze, ecc.
“Giunto sulle linee di comunicazioni di lui, urge distruggervi le vie ferrate e i telegrafi.
“Venendoti fatto di distruggere quella da Strasburgo a Parigi, sarebbe un vero colpo di mano.
“Mi riprometto da te ogni notizia che possa interessarmi, sia mediante telegrafo, sia in qual’altro modo che ti sarà possibile.
“Ottocento uomini sono troppi per tenerli tutti uniti; bisogna dunque suddividerli, e non adoperarli uniti, che quando si tratti di un fatto serio.
“Epperò tu devi a tal’uopo munirti di buone carte dei luoghi e dei dipartimenti che occupi, le quali tu domanderai alle autorità municipali.
“Incalzato, o inseguito da forze superiori, spartirai i tuoi in tanti piccoli distaccamenti, i quali inganneranno il nemico, pigliando direzioni diverse, e ai quali tu indicherai un punto di ricongiungimento.
“Autun, 11 novembre.

G. Garibaldi”

Questo dispaccio è di una grandissima importanza storica, giacchè si è tentato di accusare Garibaldi di non avere prestato il suo concorso all’armata dell’est comandata dal generale Bourbaky, mentre le mosse eseguite da Garibaldi, sostenute da combattimenti, provano il contrario.
I fatti furono i seguenti:
Il generale Bourbaky, comandante l’armata dell’est (quello che passò in Svizzera con 120,000 soldati francesi) si era mosso per accorrere in aiuto di Belfort, piazza fortificata fra il Doubs e l’Oignon nei Vosgi; mossa ardita che avrebbe invertite le sorti della Francia, se questa manovra fosse riuscita.
La stampa francese volle censurare il generale Garibaldi nientemeno di tradimento, per avere permesso, secondo essa, al corpo del generale Manteuffel di intercettare la linea d’operazione.
Importa notare: che la marcia del generale Menteuffel avvenne nei giorni 21, 22 e 23 gennaio 1871, giorni di sanguinosi combattimenti per l’esercito dei Vosgi forte di 20.000 combattenti italiani, spagnoli e francesi, trattenuti dalla forze imponenti del generale Kettler.
Il giorno 24 fu impiegato a riordinare le truppe alquanto scompaginate dai combattimenti. Il giorno 25 di primo mattino il colonnello Baghina partiva con gli ordini ricevuti alla testa di 12 compagnie ed un mezzo squadrone di cavalleria alla volta di Auxosnne, e la sera del 26, il Monte-Roland, chiave di Dôle cadeva in potere delle truppe comandate dal Baghina, per il qual fatto la via di ritirata a sud-ovest era aperta all’armata del Bourbaky.
Questo avveniva per le disposizioni strategiche e previdenti di Garibaldi, mentre la divisione comandata dal Crenier villeggiava inoffensiva tra Gray, Vesoul e Montebouzon, senza utilità alcuna per la Francia.

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E il generale Garibaldi continua così:
“Il movimento del generale Bourbaky ben ideato era d’impossibile esecuzione, perchè le condizioni di quel grande esercito erano assolutamente disastrose.
“Venti giorni di più di organizzazione o di riposo, passata la terribile stagione della neve e dei ghiacci di gennaio, quel numeroso e giovane esercito avrebbe potuto ravvivare le speranze della Francia esausta e prostrata: invece esso fu sprecato e distrutto in modo orribile.
“Il movimento di Manteuffel parallelo a quello di Bourbaky, per ingrossare le forze di Werder e degli assedianti di Belfort, mi era noto: e io avrei fatto tutto il possibile per arrestarlo nella sua marcia di fianco. Mi vi provai, ed ero uscito da Dijon col nerbo delle mie poche forze per attaccare il nemico a Is-Sur-Till, lasciando al comando della città il generale Pellisier; ma le forti colonne che mi stavano di fronte mi persuasero a ripigliare le primitive posizioni: nondimeno due delle mie quattro brigate, la seconda e la quarta, operavano sulle comunicazioni del nemico, congiuntamente a tutte le compagnie dei miei franchi tiratori.
“Deciso di difendere Dijon, la mia prima cura fu di continuare le opere di fortificazione che erano state incominciate dai Prussiani.
“Le posizioni di Talant e Fontaine che dominano la strada principale che va a Parigi, furono le prime ad essere coronate da opere volanti e vi si collocarono a Talant due batterie di campagna da 12 e due da 4, a Fontaine una batteria di 4 di campagna ed una di montagna dello stesso calibro. Altre batterie da 12 si collocarono in altre opere innalzate a Montemuzard Monthappè, Bellair, e in altre posizioni nella cinta di Dijon, per tener lontani i fuochi del nemico in caso di attacco, che io mi aspettavo da un giorno all’altro.
“Difatti il 21 gennaio il nemico ci attaccò dalla parte di ponente.
“Con forti posizioni, coperte da muri e ripe, con linee di tiratori a destra e a sinistra della strada maestra, e con trentasei pezzi di artiglieria collocati sulle formidabili posizioni di Talant e Fontaine, la nostra difesa riuscì brillantissima. La formidabile colonna che ci venne dalla parte di Parigi poteva ben chiamarsi una colonna di acciaio! Furono appena bastanti a fermarla i nostri trentasei pezzi infilanti la strada e varie migliaia dei nostri migliori tiratori, distesi dietro i ripari. L’attacco fu veramente formidabile; io vidi in quel giorno soldati nemici, come mai avevo veduti migliori. La colonna che marciava sulle nostre posizioni dal centro, era ammirabile di valore e di sangue freddo. Essa ci giungeva sopra, compatta come un nembo a passo non accelerato, ma uniforme, con un ordine ed una pacatezza spaventevoli.
“Questa colonna, battuta da tutte le nostre artiglierie in infilata e da tutte le linee di fanteria in avanti di Talant e Fontaine lateralmente alla strada, lasciò il campo coperto di cadaveri, e per varie volte riordinandosi nelle depressioni del terreno, essa ripigliava l’attacco, collo stesso ordine e pacatezza ammirevole.
“Che famosi soldati!
“Molto valore mostrarono pure i nostri in quella memoranda giornata e furono veramente degni dei nemici che ci assalivano.
“La battaglia durò dalla mattina sino al tramonto, con quanto accanimento fosse possibile da una parte e dall’altra e senza vantaggio marcato di nessuno. Al tramonto noi eravamo padroni delle nostre posizioni ed il nemico stava nelle sue.
“Il 22 l’attacco si ripetè con eguale accanimento; la valanga dei prussiani era sì grande che fummo minacciati d’esserne sepolti.
“Verso la metà della giornata, ci minacciarono di un attacco su Fontaine, e v’inviarono alcuni battaglioni, fingendo un assalto, ma subito dopo comparvero a settentrione sullo stradale di Langres in due colonne, e con altre forti colonne di fiancheggiatori da Levante verso Montmuzard, a Saint-Apollinaire.
“L’attacco sulla via di Langres fu formidabile, degno del terribile esercito che ci stava di fronte; quasi tutti i nostri corpi piegavano, meno la quarta brigata che si sostenne fortemente in una fabbrica di nero animale, munita di un chiuso, ove si eran praticate delle feritoie. Alcune centinaia di militi della terza brigata in formazione, già decimata nel combattimento del 21, sostennero(149) pure l’urto in uno stabilimento contiguo più indietro e si riunirono poi alla quarta. Questi corpi rimasero per un pezzo avviluppati dal nemico, per la ritirata della nostra ala destra.
“Avendo il nemico collocate le sue artiglierie sulla prima collina che domina Pouily e Dijon a tramontana e tirando con quella maestria a cui ci avevano assuefatto i prussiani, smontarono in poco tempo tutti i nostri pezzi del centro collocati sullo stradale e lateralmente, rispondendo con qualche tiro da parte nostra i due pezzi di Montmuzard, e due del Montechappè ed altri due che si collocarono su di una strada obliqua allo stradale sulla destra, quando si vide l’impossibilità di tenerli nella prima posizione, fulminata dalle artiglierie nemiche.
“Verso il tramonto la nostra situazione era delle più critiche; i prussiani padroni del campo, minacciavano di assaltare la città. Ai nostri corpi che si ritiravano si procurava di assegnare posizioni più indietro presso la cinta, con buoni recinti alcuni dei quali muniti di feritoie(150); ma invano: questi presi da panico non pensavano che mettersi in salvo, spargendo l’allarme in città e lo spavento dovunque.
“La nostra estrema sinistra, formata per la maggior parte della terza brigata, e situata a Talaut e Fontaine, alla vista della ritirata del centro, aveva spinto i suoi franchi tiratori sulla destra nemica, e marciava risolutamente per sostenerlo; sull’imbrunire alcuni corpi di mobilizzati sulla nostra destra, spiegandosi energicamente su Pouilly, obiettivo principale del campo di battaglia, ricacciarono il nemico dal terreno conquistato, e lo respinsero sino al di là del Castello. In tal modo la quarta brigata, cui si doveva l’onore della pugna, venne sbarazzata dal nembo nemico che l’aveva avvolta da un pezzo; anzi, onore maggiore, nel respingere i reiterati assalti del 61° reggimento prussiano, e combattendo corpo a corpo, essa pervenne a togliergli la bandiera che, eroicamente difesa e sepolta sotto un monte di cadaveri, fu con altrettanto ardimento conquistata dai nostri, che la vollero trofeo del valore italiano.
“Io mi sono trovato presente a pugne ben micidiali, ma certamente, poche volte ho veduto sì gran numero di cadaveri ammonticchiati su piccolo spazio, come ne vidi in quella posizione a tramontana, occupata dalla quarta brigata e da parte della quinta.
“Nelle prime ore della notte il nemico era in piena ritirata, e per vari giorni ci lasciò tranquilli a Dijon avendo sgombrato pure i villaggi circostanti che furono occupati da noi.
“Le notizie dell’armistizio, e poscia della capitolazione di Parigi, e finalmente l’emigrazione dell’esercito di Bourbaky in Svizzera, cambiarono la faccia delle cose.
“Il nemico, libero dall’assedio di Parigi e dell’esercito dell’Est passato in Svizzera, cominciava ad ammassare su di noi forze imponenti, e, malgrado tutte le opere di difesa da noi eseguite, esso avrebbe finito per ischiacciarci ed attorniarci, come aveva fatto a Metz, a Sedan, ed a Parigi.
“Per ordine del governo di Bordeaux dovevasi trattare coi Prussiani per l’armistizio, ed il generale Bordone capo del mio stato maggiore, si recò più volte al campo nemico; ma il risultato della sua missione fu, che per noi non vi era armistizio.
“Dal 23 gennaio al 1° febbraio ci tenemmo come meglio si potè nella capitale della Borgogna in tutte le nostre posizioni. Il nemico aveva capito che per scuoterci occorrevano grandi forze, e ne accumulava molte, tanto che alla fine di gennaio, le sue colonne occupavano con grandi masse il nostro fronte, e cominciavano a stendersi per avviluppare i nostri fianchi. L’esercito di Manteuffel, libero di quello dell’est di Bourbaky, scendeva verso la vallata del Rodano, e minacciava la nostra linea di ritirata.
“Il 31 gennaio si cominciò a combattere verso la nostra sinistra dal mattino, e si continuò sino a notte avanzata. Il nemico ci tastava su vari punti, prendendo posizioni al di fuori di Dijon per un attacco generale. Alcuni corpi prussiani mostravansi nella valle della Saone, minacciando di prenderci a rovescio per la nostra destra.
“Non v’era tempo da perdere. Noi eravamo l’ultimo boccone, che avidamente solleticava il grande esercito vincitore della Francia, e voleva farci pagare cara la temerità di avergli contrastato per un momento la vittoria.
“Ordinai la ritirata in tre colonne: la prima brigata comandata da Canzio, a cui s’era aggregata la quinta, doveva scendere parallelamente alla strada ferrata di Lione, proteggendo l’artiglieria pesante e il nostro materiale che marciavano in vagoni. La terza brigata con Menotti s’incamminò per la vallata dell’Ouche verso Autun. La quarta preso la via di Saint-Jean di Losne, per la sponda destra della Saone verso Verdun. Il quartiere generale partì in via ferrata dopo avere fissato a Chagny il punto centrale della riunione dell’esercito; i vari altri corpi e compagnie di franchi tiratori distaccati dalle brigate, furono pure dirette al punto di convegno.
“Tutto fu eseguito col migliore ordine possibile, grazie all’attività del capo di stato maggiore, del comandante generale d’artiglieria colonnello Olivier, e dei comandanti dei corpi, senza essere molestati dal nemico.
“Da Chagny il quartier generale passò a Chalons sur Saone, poi a Courcelles”.
Dopo la vittoria di Lantenay e la ritirata di Dijon, il generale Garibaldi emanò il seguente proclama:

Ai prodi dell’Esercito dei Vosgi.

“Voi avete certamente la coscienza d’avere compiuto il vostro dovere. Dopo d’aver valorosamente combattuto un nemico superiore di forze per due giorni, voi non abbandonaste il vostro posto d’onore ad onta delle fatiche, delle privazioni e dei rigori di una stagione orribilmente piovosa e fredda.
“Il vostro coraggioso esempio servirà alle giovani milizie che hanno abbandonato il loro posto per inesperienza, e insegnerà loro d’ora innanzi a tenersi più compatte e più costanti, nella missione onorevole che la Francia repubblicana ha loro affidata.
“La grande repubblica Americana combattè quattordici anni contro i suoi oppressori e sul principio della lotta le sue milizie non erano più agguerrite delle nostre.
“Nel 1789 i quattordici eserciti che presero le armi in Francia, erano nuovi alle pugne, e fino a Fleurus, Walmy e Iammapas essi pure furono respinti dagli stessi eserciti che noi combattiamo, e tuttavia finirono per riuscire vittoriosi in tutta Europa.
“Onore a voi dunque, miei prodi di Commarin, che, servendo la santa causa della repubblica, sapeste mostrare ai vostri giovani compagni la via del dovere e della vittoria.

Commarin, 29 novembre.

G. Garibaldi”

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E dopo ciò, documento storico importantissimo, ecco l’ultime disposizioni che il generale Garibaldi impartiva al Baghina – prova dì quella serenità di spirito e di quella fierezza di carattere che non ebbero i comandanti francesi.

Commendateur Baghina

Auxonne

“Restez sur les positions a fin de constater occupation et de me reinseigner exactament sur sa situation. Conseigne sévère aux avantpostes, aucune communications sous quelque preteste que ce soit avec ennemi.
“Ligne de demarcation bien determinée par les villages De Peintre, Chevigny, Rainaus, Biarne, S. Vivon, on vous pouvez piacer vos détachement.
Dijon 30 Janvier

G. Garibaldi.

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La capitolazione di Parigi essendo un fatto compiuto, e l’armistizio trasformato in preliminari di pace, dopo d’essere stato il generale eletto deputato all’assemblea di Bordeaux, egli decise 1’8 febbraio di recarsi in quella città coll’unico intento di portare il suo voto alla repubblica, lasciando Menotti provvisoriamente al comando dell’esercito.
“Tutti sanno come fui accolto(151) dalla maggioranza dei deputati, all’assemblea; certo quindi di non potere far più nulla per quel grande e sventurato paese che ero venuto a servire nella sciagura, mi decisi di recarmi a Marsiglia e di là a Caprera, ove giunsi il 16 febbraio 1871.”

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La caduta dell’impero francese ci apriva la via di Roma; gli animi ritornavano all’antica speranza di dare la sua capitale alla nazione: Ma il governo titubava; ecco alcune lettere che danno luce a quel fatto storico della più grande importanza per l’Italia:

Carissimo amico Elia

Ancona

“È urgente per l’esistenza e l’avvenire d’Italia che si trasporti la capitale a Roma, senza dilazione.
“Riunite meeting ed agitate per questo l’opinione pubblica colla parola e colla penna.
“Il governo è ben disposto, ma indeciso.
“Siano nostri amici personali, o nò, fate capire ai democratici di costà ed ai semplici nazionali, che oggi non c’è un minuto da perdere in faccia alla situazione europea. Bisogna spingere il governo a Roma e subito. Si gridi Roma capitale d’Italia immediata, dalle Alpi ai due mari.

Vostro
L. Frapolli”.

Ed in Ancona, città altamente patriottica, si ebbero meeting e agitazione, concordi tutti i partiti.

Firenze, 4 settembre 1870.

Amico col. Elia,

Ancona.

“Giovedì sera, tutte le vette dell’appennino, da Tenda ad Aspromonte, devono essere illuminate da fuochi.
“Pensate all’esecuzione per la parte vostra sui punti circostanti prominenti. Ceneri e Saffi pensano per in su. Parlatene con Pichi. Verso Chieti abbiamo i nostri. Pensate per Sinigaglia.
“Viva Roma.

Vostro
L. Frapolli”.

Firenze, 5 settembre 1870.

Amico,

“Le truppe italiane sono partite per Roma; fra ore Roma sarà la capitale effettiva d’Italia.
“Moltiplicate i fuochi per giovedì sera. Saranno fuochi di gioia.

Vostro
L. Frapolli”.

Firenze, 7 settembre 1870

Amico!

“A Roma si va. Se c’è qualche ritardo è di ore e per ostacoli materiali. Non vi lasciate sviare dalle notizie dei malevoli. Fate riunioni, dimostrazioni, fuochi dovunque. Se domani sera saremo in Roma sarà gioia. Se no incitamento! A Roma si va, l’Europa è concorde. Viva l’Italia!

Vostro
L. Frapolli”.

E a Roma si andò per la breccia di Porta Pia e il sacro voto dei liberali italiani omai era compiuto.

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Il 7 settembre 1870 il Ministro degli Affari Esteri spediva una circolare con la quale si rendevano noti i pericoli che minacciavano la patria e la chiesa, concludendo con queste parole:
“S. M. il Re, custode e depositario dell’integrità(152) e dell’inviolabilità del suolo nazionale, interessato come sovrano di una nazione cattolica a non abbandonare alla mercè di qualche sorpresa il capo della chiesa, prende, come è suo dovere, con fiducia in faccia della cattolicità e dell’Europa, la responsabilità del mantenimento dell’ordine nella penisola e della tutela della Santa Sede. – Il governo di S. M. non può aspettare a risolversi, avvenimenti che conducano all’effusione del sangue tra i romani e le forze straniere. – Noi occuperemo pertanto(153), allorquando le nostre informazioni lo dimostrino opportuno, i punti necessari per la sicurezza comune, lasciando alle popolazioni la cura della loro propria amministrazione”.
Fu quindi ordinato che fossero pronte le truppe destinate all’occupazione di Roma, sotto il comando del generale Cadorna.
Dato l’ordine, le truppe italiane dopo di avere occupato Viterbo, Civita-Castellana, Frosinone, Civitavecchia e le terre dell’Agro, il giorno 17 settembre il 4° corpo d’armata si mosse su Roma; da altre parti muovevano le divisioni Bixio e Angioletti, e tutte queste truppe furono disposte intorno alla città in modo da accerchiarla.
Nella mattina del 20 settembre fu ordinato l’attacco. La Porta Pia veniva sfondata a colpi di artiglieria, e accanto ad essa, aperta una breccia nella cinta delle mura. Ottenuto questo risultato, fu ordinata la sospensione dei fuochi d’artiglieria e le truppe furono mandate all’assalto. I battaglioni dei bersaglieri e di fanteria si avventano a passo di carica sulla barricata della porta e dentro l’apertura della breccia, non arrestati dalla mitraglia e dal fuoco di fucileria dei mercenari pontifici che facevasi sempre più vivo ed intenso. Mentre questo avveniva a Porta Pia, il generale Bixio, dopo essersi impadronito di villa Panfili e del Casino dei quattro venti, aveva affrontato e sperso il nemico a Porta S. Pancrazio.
L’ingresso delle truppe italiane fu accolto con segni di vivissima gioia e di entusiasmo da parte del popolo di Roma.
Il giorno 2 di ottobre si procedeva al plebiscito che riusciva imponente, poichè i voti affermativi sommarono a 135,291 mentre i negativi furono 1507 soltanto.

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Non erano trascorsi due mesi da questo avvenimento felice per la nazione italiana, che la Casa di Savoia riceveva un grandissimo attestato della fiducia che godeva in Europa.
Le Cortes di Madrid assicurate del consenso di Vittorio Emanuele e del principe reale, proclamavano Amedeo duca d’Aosta Re di Spagna.
Il 3 di dicembre giungeva a Firenze la deputazione che portava al nuovo Re la fausta notizia.
Al palazzo Pitti erano presenti al ricevimento i grandi dignitari dello Stato, i ministri della Corona e la rappresentanza delle due Camere del Parlamento Nazionale.
Al discorso del signor Ruiz Zorilla il Re rispose con brevi parole, accordando all’amato figlio il consenso di accettare il glorioso trono a cui lo chiamava il voto del popolo spagnolo.
Il Duca D’Aosta, con voce commossa significava la sua accettazione, e l’atto solenne, che proclamava Amedeo Re di Spagna, veniva rogato; e poco appresso egli si recava alla capitale del suo regno, animato da sentimenti liberali e d’amore pel popolo che lo aveva prescelto a suo Re.
Ma ben presto si manifestarono nelle provincie spagnole ed anche nella stessa capitale segni di non dubbia ribellione.
Il 18 luglio del 1872 si attentava alla vita del giovane Re ed a quella della regina ed i due sposi furono miracolosamente salvi.
Mentre assieme alla regina attraversava in carozza una delle più popolose vie di Madrid, vennero tirate addosso ai reali parecchie fucilate.
Non si sgomentò per questo il figlio di Vittorio Emanuele e continuò nella incominciata impresa di ricondurre la pace, imprimendo un regime liberale, fra quelle popolazioni.
Ma i torbidi crebbero talmente di gravità che Amedeo di Savoia, vedendo di non poter governare senza venir meno alla costituzione, piuttosto che mancare al suo giuramento o far versare in una lotta civile sangue spagnolo, decise di rinunziare spontaneamente alla corona.
E così fece: e il dì 11 febbraio 1873 ritornava, non più Re di Spagna, ma principe di Savoia acclamato in seno alla patria sua.

CAPITOLO XXVII.

Morte di Mazzini.

Il 10 di marzo 1872 moriva a Pisa, quasi profugo nella sua patria che amò tanto, dopo quasi mezzo secolo di lotte titaniche e di ineffabili amarezze, Giuseppe Mazzini.
Fin dal 1835 egli aveva incominciata la sua vita di agitatore col nobile scopo di vedere l’Italia libera tutta, libera per sempre, pronto a dare il suo concorso a chiunque avesse assunta la santa impresa del riscatto nazionale. A tale effetto istituì la grande associazione della Giovine Italia, a riscontro della Società dei Carbonari ridotta all’impotenza per difetto di capi.
Nel finire del 1831 pubblicava la famosa lettera a Carlo Alberto.
In essa, istigava il Re di Piemonte ad iniziare l’impresa dell’emancipazione nazionale, dipingendogli lo stato dell’Italia, gli ideali e le speranze del popolo italiano; suggerendo al Re quello che doveva fare per la nazione.
Coi suoi scritti tenne vivo l’amore della patria. Col lavoro indefesso di 17 anni, dal 31 al 48, col suo apostolato di fede e d’amore, si acquistò la simpatia non solo degli Italiani ma dell’Europa, che vide in lui, l’incarnazione dei tempi nuovi e l’apostolo della redenzione.
Quando Pio IX salì al Pontificato, Mazzini levava un’altra volta la voce ricordando al Papa le sventure d’Italia ed invocando il suo intervento per farle cessare.
Caduto in Francia il Regno di Luigi Filippo nel febbraio del 1848, radunati quanti più potè esuli che si trovavano a Parigi; fondava l’Associazione nazionale italiana a scopo unitario.
L’Italia si svegliava colla gloriosa rivoluzione di Palermo, Messina e Catania e colle 5 giornate di Milano, seguite dall’eroica Brescia, dai moti dell’Italia centrale e dall’intimazione di guerra all’Austria da parte di Carlo Alberto.
Nella guerra del 48 seguì la legione dei volontari capitanati da Garibaldi, finchè sfinito di forza dovette rifugiarsi a Lugano.
Alla notizia dolorosa della rotta di Novara l’assemblea Romana elesse un triumvirato che pensasse alla difesa della proclamata repubblica e Mazzini fu eletto triumviro con Saffi e Armellini.
Contro Roma si erano unite Austria, Spagna, Francia e il Re di Napoli, ma la gloria di distruggere la repubblica Romana, che seppe difendersi con tanta gloria, doveva spettare tutta alla repubblica francese.
Mazzini credette sempre essere indispensabile all’Italia l’unione di tutti i suoi figli per diventare e conservarsi libera, gloriosa e potente; e quando nel 59 fu intimata dal Re Vittorio Emanuele la guerra contro l’Austria, egli dichiarava che si univa al concetto di Garibaldi, perchè anteponeva ad ogni cosa, l’unità della patria; il che era la base dei suoi principi.
Nel campo liberale Mazzini era considerato lo spirito della rivoluzione, Garibaldi la forza. Senza Garibaldi l’unità d’Italia forse non si sarebbe fatta; ma senza Mazzini, che fece iniziare i moti di Sicilia, Garibaldi non avrebbe accettata l’impresa dei Mille e non sarebbe sbarcato a Marsala.
La morte di Mazzini lasciò un vuoto profondo nel cuore degl’Italiani; poichè molti riconobbero troppo tardi qual’uomo egli era; quale l’opera spesa disinteressatamente per la patria redenzione; le lotte alteramente sostenute fra la santa ribellione e la ancor più santa abnegazione – l’impulso dato in ogni tempo alla causa nazionale. Con Mazzini si spense il cuore animante alla rivoluzione, il grande mezzo che portò l’Italia da Torino a Roma – e alla sua memoria la venerazione che gli si tributò è inferiore a quanto egli meritasse, a quanto, senza pompa e senza lenocini, gli tributa dal cuore il risorto popolo italiano.

CAPITOLO XXVIII.

Morte di Vittorio Emanuele II.

Il Re Vittorio Emanuele II nel 31 dicembre del 1870 entrava per la prima volta in Roma per recarvi generoso soccorso; il Tevere uscito dal suo letto, apportava desolazione e ruina.
Nel 2 luglio del 1871, accolto prima in Campidoglio dal plauso, dalle benedizioni e dall’esultanza di 30 milioni d’Italiani, prendeva gloriosamente possesso del Quirinale, nuova sua Reggia, pronunciando le memorabili parole “ci siamo e ci resteremo”.
Roma italiana, dopo la sua proclamazione a capitale del risorto paese, accolse nel Quirinale parecchi sovrani e principi esteri venuti a visitare il Re Vittorio Emanuele, riconoscendo con tale atto il nuovo regime costituzionale: l’imperatore Don Pedro del Brasile, il re ed il principe di Danimarca, il principe Federico Carlo di Prussia, l’arciduca Nepomuceno d’Austria, il re e la regina di Grecia, il principe di Galles, il duca di Edimburgo ed altri. Tutti ebbero a lodarsi delle festose accoglienze, e l’ammirazione d’ognuno fu grande e completa per le particolari doti di pensiero e di cuore del nuovo Re d’Italia.
Nel 1873 Re Vittorio visitò Vienna e Berlino, accolto con entusiasmo che sembrò delirio – egli ovunque personificava il popolo italiano risorto a vita novella, ed il Re galantuomo sapeva rappresentare un popolo che aveva diviso e divideva le sue aspirazioni.
Nel febbraio 1874 giunse in Italia la notizia della morte di Nino Bixio, il soldato intrepido, temerario, di animo bollente e dell’inerzia sdegnoso. L’ardore di operosità che lo divorava l’aveva spinto, quando non era più richiesta l’opera delle armi, a correre in lontane regioni per schiudere nuova via al commercio italiano, ed in selvaggie ed inospitali contrade la morte crudele, che egli aveva tante volte affrontata sul campo di battaglia, lo fece sua vittima.
Morendo egli pensò alla patria, alla sua famiglia che raccomandò al Re. E non fu vana la raccomandazione.
In data 14 febbraio 1874 il Re indirizzava da Napoli – ove pervennegli la notizia – il seguente telegramma al Ministro Minghetti:
“Ricevetti ieri il rapporto che Ella mi manda sulla morte del povero Bixio. La prego di fare per parte del Governo quello che si potrà per la famiglia. Io pure son disposto aiutare. Faccia il piacere di dirmi, dopo che Governo e ordine mauriziano avranno fatto la loro parte, con qual pensione creda che io possa contribuire”.
Il 5 aprile 1875 l’imperatore Francesco Giuseppe restituiva a Venezia la visita fattagli da Re Vittorio a Vienna, e sull’ottobre l’imperatore Gugliemo di Germania giunse a Milano ospite del Re, accolto con un entusiasmo veramente commovente.
Intanto Re Vittorio dava impulso al riordinamento della vita pubblica italiana, prendendo viva parte al rinnovamento della vita nazionale, conscio e compreso dei suoi doveri di cittadino e di Re. E come alto fosse in lui questo sentimento lo dimostrano le parole da lui profferite nel discorso della Corona il 20 novembre 1876:
“Da 6 anni celebriamo in Roma la festa dell’unità nazionale. Dalla integrata unità avemmo frutti di gloria e prova di sapienza civile. Molto si è fatto, molto rimane a fare. Rimane l’opera che vuole maggiore pazienza e lavoro e maggiore concordia d’intento; quello di consolidare tutto l’edificio governativo, e dove occorre, correggerlo. A questo non si può riuscire che con una gara sincera di operosità e di costanza. Io vi addito la via e sono certo che anche in queste battaglie pel riscatto civile, la mia voce troverà risposta di nobili sacrifizi e di gloriose vittorie”.
Il primo gennaio 1878, Vittorio Emanuele ricevette, senza dare il benchè minimo sospetto di sofferenza, le deputazioni del Parlamento, i grandi dignitari dello Stato e molte altre rappresentanze, ed a tutti ricambiò con volto lieto gli auguri pel nuovo anno.
Alla sera si recò al teatro Apollo; nel tornare a casa si lagnò d’un gran caldo e fece abbassare i cristalli della carrozza. Giunto nelle sue stanze volle che il primo cameriere aprisse le finestre; si fece portare dell’acqua ghiacciata ed accese un sigaro, si mise a fumare sul davanzale della finestra.
Il giorno 2 andò a Castel Porziano per iscuotersi “come egli disse” e ne ritornò verso il mezzogiorno, chè il malessere andava crescendo.
Il giorno 3 ricevette al Quirinale il presidente del Consiglio dei Ministri per la firma dei decreti.
– “Vede, Depretis”, gli disse: “contrariamente alle mie abitudini ho fatto accendere il fuoco, perchè sento un grande freddo – . La scorsa notte l’ho passata male”.
– “Bisogna curarsi, Maestà!
– “Mi curo; mi astengo dall’andare a caccia; del resto se di notte non mi sento bene, di giorno la va meglio”.
Ciò detto si diede a firmare.
Aveva letto un decreto che collocava in aspettativa per motivi di salute un impiegato. Rivolto a Depretis, gli disse sorridente:
– “Anche io avrei bisogno di un po’ d’aspettativa per l’eguale ragione.
– “Maestà – gli rispose il Ministro alquanto turbato, ma seguendo lo scherzo del Sovrano – per i Re i motivi di salute non sono sufficienti per avere l’aspettativa”.
Il Re tacque e continuò a firmare.
Il 4 di mattino, il Re aveva dato le disposizioni di partenza per Torino, ma la debolezza lo costrinse a cedere al male e a rimettersi a letto; fece chiamare il medico. Il Saglione, comprese subito che la cosa era grave, ma non diede a capir nulla al Re; soltanto domandò ed ottenne che fosse consultato un altro medico. Si telegrafò al Professore Bruno in Torino e fu chiamato l’on. Baccelli.
La mattina del 5 vi fu aumento di febbre prodotto dalla polmonite. Al tocco, arrivato il Dottore Bruno, si tenne consulto. I tre dottori si trovarono d’accordo nella diagnosi della malattia ed ordinarono una dose di chinino come disinfettante e una buona emissione di sangue, mediante salasso. Il Re era recisamente avverso a farsi aprire la vena: ma il professore Baccelli disse risolutamente:
– “Maestà, la nostra responsabilità innanzi a Voi e al paese, è troppo grande, perchè noi si faccia uso di tutti i nostri diritti. Vostra Maestà sarà Re finchè vuole; ma in questo momento i re siamo noi e Vostra Maestà è nostro suddito”.
Vittorio Emanuele sorrise, sporse il braccio e si prestò al salasso; dopo del quale si sentì(154) un po'(155) meglio.
Il quinto giorno della malattia si sperava in una crisi benefica. Da Firenze venne chiamato il professore Cipriani, da Pisa il professore Landi, ma la crisi benefica non venne!
Nella mattina del giorno 9 i medici avvertirono un forte peggioramento. Gli ufficiali di servizio furono mandati ad avvisare i principi reali, i ministri e i grandi dignitari della Corte.
Il professore Bruno ebbe incarico di chiedere al Re, se era disposto a ricevere i conforti della religione.
Il Re calmo, si volse al medico e gli disse:
– “Ma dunque la malattia è(156) ben grave?
Il dottore riprese che si trattava di una precauzione – e il Re replicò, “Facciano pure”.
Il Re prese il viatico con grande serenità di spirito e disse:
– “Io speravo di morire sul campo di battaglia: ma pazienza! – Muoio almeno in questa Roma, in mezzo al mio popolo”.
Dopo il Viatico passarono avanti al Re, affranti dal dolore, i ministri e i dignitari e il Re li salutò tutti.
Al figlio suo disse queste testuali parole:
– “Mio Umberto – caro figlio mio – ti raccomando fortezza, amore alla patria e alla libertà”.
Il principe che era inginocchiato accanto al letto, assieme alla principessa Margherita piangente, giurava al padre suo che non avrebbe dimenticati i suoi ultimi comandi e i suoi doveri.
Verso le 11 Vittorio Emanuele – il Grande Re – il Padre della Patria – entrava in agonia, che durò pochi minuti. Quando il prof. Bruno disse: “Il primo Re d’Italia è morto” fu uno scoppio unanime di pianto.
E così il dì 9 gennaio 1878 in Roma, nel palazzo del Quirinale cessava di vivere, dopo breve malattia, il Gran Re a cui l’Italia deve la sua unità, la sua indipendenza.
La morte di Lui fu cagione di lutto per la intera nazione e del più vivo dolore per ogni buon italiano.
I suoi funerali furono imponenti – Tutta Italia fu largamente rappresentata; e sulla sua tomba al Pantheon, asilo supremo della sua pace immortale, si scrissero le parole – vere – eloquenti – nella loro brevità:

A VITTORIO EMANUELE II
PADRE DELLA PATRIA

E il Pantheon rimarrà sempre luogo di pellegrinaggio per i veri e sinceri patriotti.
Vittorio Emanuele fu fedele mantenitore delle franchigie concesse al popolo da Carlo Alberto; e mai s’oppose ai progressi richiesti dai nuovi tempi di civiltà e dal bene del paese; supremo fine dei suoi desideri. Nella storia del regno di Vittorio Emanuele si racchiude la storia d’Italia di trent’anni; giacchè alla grand’opera della redenzione egli si era accinto fin dai primordi del suo regnare e mai si arrestò, mantenendo le libertà giurate, ricevendo nel piccolo Piemonte gli esuli d’ogni parte d’Italia, resistendo alle minaccie ed alle prepotenze straniere e, giunto il momento desiderato, sguainando la spada per l’indipendenza ed unità della patria.
La memoria di Vittorio Emanuele sarà sacra in eterno nel cuore degli Italiani.

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Fu fortuna per la patria nostra, da poco sorta a nazione, che Umberto I successore al Gran Re nel trono d’Italia fosse degno figlio del Gran Genitore, e che le sorti della nazione non corressero con lui nessun pericolo, sapendosi come immenso fosse in lui l’amore all’Italia e il sentimento di volerla prospera e grande.

CAPITOLO XXIX.

Ultimi giorni e morte del generale Garibaldi.

Della morte di Vittorio Emanuele Garibaldi fu inconsolabile.
Esso da tempo viveva a Caprera intento a trarre qualche partito dalla parte dell’isola suscettibile ad essere coltivata.
Nel 1875 apriva la campagna per la sistemazione del Tevere.
Nell’inviare al tenente colonnello Domenico Cariolato l’appello agli Italiani per la sottoscrizione ai grandi lavori del Tevere, così gli scriveva:

“Mio caro Cariolato,

“Vi accludo l’appello che io faccio agli Italiani per la sottoscrizione a favore dei lavori del Tevere. Sarebbe utile che la prima firma fosse quella del Re, ma temo che anche in quest’opera umanitaria vorranno ficcarvi la politica. Minghetti mi si è dimostrato favorevole, ma temo che altri metteranno i bastoni fra le ruote, e si farà in modo che il Re non firmi.
“Parlatene a Dezza e venite presto a Villa Casalini. Sempre vostro

G. Garibaldi”

Roma, 10 gennaio 1876.

Era intento a questo nobile scopo ed a quello non meno nobile e grande della bonifica dell’Agro Romano, quando avvenne il triste fatto del trattato del Bardo. Garibaldi ne fu colpito più di ogni altro patriota perché lui non si aspettava dalla Francia quest’atto che umiliava l’Italia.
Palermo si preparava in quei giorni a festeggiare la data della ricorrenza dei Vespri Siciliani, e, invitato a recarsi nell’Isola da lui tanto amata, acconsentiva a fare il faticoso viaggio sebbene sofferente di salute e sebbene sconsigliato dai figli e dagli amici.

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Lasciata Caprera, sbarcava il 21 di gennaio a Napoli ricevuto con delirio da quella popolazione che non l’aveva più riveduto dopo il 1860. Sente il bisogno di un po’ di riposo e va a passare giorni tranquilli per circa due mesi nella villa del sig. Maclean a Posillipo.
Da Napoli si dirige in Calabria; riposa una notte a Catanzaro, segue poi il viaggio, parte in vettura, parte in ferrovia; pellegrinaggio per lui micidiale, accolto dovunque passa con vera frenesia; arrivato allo stretto, ricevuto a Reggio da quel popolo delirante, passa alla sua Messina che s’accalca per salutarlo, per toccarlo, per baciarlo come se fosse cosa santa, e il 28 marzo entra a Palermo. Non è possibile dire delle deliranti accoglienze di quella popolazione, essendo più facile immaginarle, che descriverle.
A quel popolo, che freneticamente lo acclamava e voleva sentire la sua parola, diceva:
“Ricordati, o popolo valoroso, che dal Vaticano si mandavano benedizioni agli sgherri, che nel 1282 cacciasti con tanto eroismo.
“Forma quindi nel tuo seno, dove palpitano tanti cuori generosi, un’associazione Emancipatrice dell’intelligenza umana, la cui missione sia quella di combattere l’ignoranza e svegliare il libero pensiero”.

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Il 31 marzo, anniversario del terribile eccidio, il Generale per le tristi condizioni di salute non potè assistere alla grande cerimonia: e l’indomani suo figlio Menotti alla folla radunata sotto le sue finestre, leggeva un’addio affettuoso del padre, nel quale si protestava figlio di Palermo, e il 17 aprile sul Cristoforo Colombo ripartiva per Caprera.
Tra l’aprile e il maggio lo stato di salute del Generale erasi fatto più grave, e la notte del 1° giugno i telegrammi si correvano l’uno dietro l’altro. Garibaldi è aggravato, Garibaldi è moribondo!
Nelle prime ore del mattino del 2 giugno lo stato del Generale appariva disperato, il respiro diveniva sempre più lento ed affannoso, e si vedeva che il terribile momento della sua scomparsa dal mondo era pur troppo vicino. Da Menotti furono mandati avvisi telegrafici a Canzio ed a Ricciotti. Fu pure telegrafato al dottore Albanese; ma ormai non poteva più giungere a tempo.
L’abbandono delle forze faceva a tutti comprendere che la catastrofe era imminente. Egli si spegneva tranquillo; solo si vedeva che avrebbe desiderato la consolante notizia dell’arrivo del dottore Albanese, di Ricciotti, di Canzio e Teresita.
Nel meriggio – due capinere vennero a posarsi sul balcone aperto della camera del Generale, cinguettando – La moglie signora Francesca, temendo disturbassero l’ammalato fece un gesto per allontanarle; ma il Generale con un fil di voce soave, sussurrò(157): “lasciatele stare, sono forse le anime delle mie due bambine che mi portano l’ultimo saluto. Quando non sarò più mi raccomando di non abbandonarle” e non disse più altro. Solo più tardi chiese del suo piccolo Manlio. Volle vedere il suo cielo, il suo mare, e placidamente fra le braccia della dolce famiglia presente, alle 6 e 22 pomeridiane esalava la sua anima grande!
Alla notizia – Garibaldi è morto – l’Italia sussultò – e si sentì sbigottita dall’immensità della perdita. La Nazione si mise in lutto come nel funebre giorno della morte di Vittorio Emanuele.
Il Re Umberto scrisse di proprio pugno a Menotti, figlio del Generale, così:
“Mio padre m’insegnò nella prima gioventù ad onorare nel generale Garibaldi le virtù del cittadino e del soldato.
“Testimone delle gloriose sue gesta, ebbi per lui l’affetto più profondo, la più grande riconoscenza e ammirazione. “Mi associo quindi al supremo cordoglio del popolo italiano, e prego d’essere interprete delle mie condoglianze, condividendole coll’intera nazione.

Umberto”

Sentimenti veramente patriottici e gentili, degni del figlio del Gran Re, padre della patria.
La morte del generale veniva constatata dal certificato seguente:

Caprera, 3 giugno 1882.

Signor Sindaco

Maddalena

“Ieri (2) alle ore 6 pomeridiane è morto in Caprera, al suo domicilio, il generale Giuseppe Garibaldi in seguito a paralisi faringea. Dichiariamo che la tumulazione del cadavere può farsi dopo 24 ore della morte.
“In fede ci sottoscriviamo

Prof. Albanese
Dott. Cappelletti”.

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Due uomini nel secolo nostro lasciarono questa terra accompagnati da universale consenso di laudi e di dolore: Vittorio Emanuele e Garibaldi; perchè essi soli incarnarono due dei più straordinari avvenimenti della storia: un Re fedele alla libertà, che oblia la tradizione della sua stirpe, e mette in pericolo il retaggio dei suoi figli per la redenzione di un popolo; un popolano che si eleva, per virtù propria fino alla potenza di Re, ma per ritornare al suo modesto focolare scevro di qualsiasi ambizione, sagrificando gli ideali della sua anima alla suprema felicità della patria! Inchiniamoci alla memoria di questi Grandi!

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Composta la salma del Generale il dottore Albanese inviava questo telegramma perchè fossero note le supreme disposizioni del Generale:
“Garibaldi spirò ieri sera; lasciò un’autografa disposizione in data 17 settembre 1881, così concepita: – “Avendo per testamento determinato la cremazione del mio cadavere, incarico mia moglie dell’eseguimento di tale volontà, prima di dare avviso a chicchessia della mia morte. Ove ella morisse prima di me io farò lo stesso per essa. Verrà costruita una piccola urna in granito che racchiuderà le ceneri sue e mie. L’urna sarà collocata nel muro, dietro il sarcofago delle mie bambine e sotto l’acacia che lo domina”.
Ecco poi testualmente la lettera del generale al dottore Prandina:

Caprera, 27 settembre 1877

Mio carissimo Prandina,

“Voi gentilmente vi incaricate della cremazione del mio cadavere e ve ne sono grato.
“Sulla strada che da questa casa conduce verso tramontana alla marina, alla distanza di trecento passi a sinistra, vi è una depressione di terreno limitata da un muro.
“In quel canto si formerà una catasta di legno d’acacia, lentisco, mirto ed altre legne aromatiche. Sulla catasta si poserà un lettino di ferro e su questo la bara scoperta, con dentro gli avanzi miei, adorni della camicia rossa.
“Un pugno di cenere sarà conservato in un’urna di granito, e questa dovrà essere posta nel sepolcreto che conserva le ceneri delle mie bambine Rosa e Anita.

Vostro sempre
G. Garibaldi”

Ed a queste sue istruzioni scritte ne aggiungeva altre verbali: al Prandina diceva. –
“Voglio essere bruciato: bruciato, non cremato, capite bene. In quei forni che si chiamano Crematori non ci voglio andare: voglio ripeto essere bruciato all’aria aperta….. e voi Fazzari sarete il mio liberto.
“Farete una catasta di legna, dell’acacia di questa isola, stenderete il mio corpo vestito della camicia rossa sopra un lettino di ferro; mi deporrete nella catasta con la faccia rivolta al sole e mi brucerete; le ceneri le deporrete dietro la tomba di Anita – Così voglio finire – ”
E non fu bruciato! – Le sue osse sono sepolte nella sua granitica Caprera – isola sacra alla patria. – Ma il suo spirito aleggia in ogni angolo d’Italia che tanto amò e per la quale tanto fece perchè fosse libera e grande! Tale l’ideale di tutta la sua vita gloriosa! E che così fu, lo prova questa sua dichiarazione.
“Io non ebbi mai altro che uno scopo – quello dell’unità italiana – quindi il mio programma del Ticino fu lo stesso a Marsala, ad Aspromonte ed a Mentana”.

CAPITOLO XXX.

Sbarco a Massaua – Guerra abissina.

Ricercare ora quali furono i moventi che ci spinsero all’occupazione di Massaua, sarebbe opera vana!
L’Italia, divenuta nazione, credette che il suo prestigio sarebbe aumentato, se al pari delle altre potenze si fosse lanciata in qualche impresa coloniale e il governo italiano vi si decise incoraggiato all’occupazione, dall’Inghilterra che temeva di vedere altra nazione inalberare a Massaua, da un momento all’altro, la propria bandiera.
Del resto l’idea di aprire nuovi sbocchi al nostro commercio sorrideva, e l’opinione pubblica si mostrò favorevole all’iniziativa, sopratutto in Lombardia ove fiorivano a questo scopo delle Società, e si pubblicava un giornale caldo fautore dell’espansione coloniale, e s’incoraggiavano e si organizzavano spedizioni africane.
E difatti quando al principio del 1885 un giornale officioso ne dava il primo annunzio l’opinione pubblica, lo accolse con segni di compiacimento, e salutava pochi mesi dopo con entusiasmo, la partenza dei nostri bersaglieri per Massaua.
Disgraziatamente allo slancio con cui l’Italia aveva iniziato la conquista di colonie africane, non corrispose la preparazione necessaria.
Due erano le politiche da seguirsi dopo l’occupazione avvenuta il 4 febbraio 1885.
Una, quella di limitarsi a tenere Massaua come porto di sbocco alle regioni interne, attendendo dal tempo l’occasione di assoggettarle moralmente, l’altra, di fare addirittura una guerra a fondo, impossessarsi dell’Abissinia, assoggettarla per poi irradiare la nostra influenza nelle ricche regioni del Sud, assicurandoci le vie commerciali.
Invece, dei due sistemi, non ne abbiamo seguito decisamente nessuno. – Siamo andati al caso – per una via di mezzo che ci portò a continui successivi conflitti, ed infine al disastro
Rimanendo a Massaua col porto naturale dell’Abissinia del Nord in nostre mani, potevamo chiedere ed ottenere compensi commerciali in cambio dei favori che si sarebbero potuti rendere al Negus, agevolando il commercio del suo paese; ma dal momento che ci inoltravamo nell’interno, bisognava farlo con ogni precauzione e con tutta la preparazione perfetta tanto da poter avere la sicurezza di non temere sconfitte.
Venne pur troppo, per nostra eccessiva fiducia la catastrofe di Dogali e la strage dei nostri soldati e del colonnello De Cristofaris che li comandava; fatto che, non ostante l’esito sfortunato, contribuì più di una vittoria e far rispettare nel Tigrè e farne ammirare l’eroismo dell’esercito italiano.
E, sotto la dolorosa impressione di quest’eccidio l’opinione pubblica fu concorde nello spronare il governo alla guerra o nell’approvarlo quando decise la spedizione di S. Marzano. Ma il triste fatto non valse ad aprire gli occhi al governo il quale, invece di lasciare mano libera ai comandanti le forze che si mandavano laggiù, volle esso stesso fissare i limiti dell’azione; ostacolandone tutte le iniziative e mal provvedendo alle loro richieste, sempre esitando dinanzi alla idea di assumere la responsabilità di una politica e di un’azione decisiva. E così siamo andati avanti a forza di piccole iniziative, le quali hanno dato sterili risultati, e finirono coll’obbligarci a dei sacrifici che necessariamente dovevano diventare non solo necessari ma urgenti, e quel che è più doloroso, non dovevano essere più sufficienti per salvarci da immane catastrofe.
Quanti disinganni! quante amarezze, questo procedere ha costato ai nostri bravi ufficiali, a incominciare dal Saletta al Gene al Di San Marzano, al Lanza al Cagni per finire al Balbissera; i quali animati dal desiderio di portare di fronte al nemico la balda nostra gioventù con la speranza di ricondurre le nostre truppe vittoriose in Italia, per gli ordini che si mandavano da Roma si trovarono delusi, obbligati a mordere il freno, perchè con essi veniva loro impedito lo sviluppo alle operazioni militari, nei momenti più indicati dalle circostanze.
Il generale di San Marzano, più degli altri impaziente d’impegnare l’azione, quando nel 1888 l’esercito del Re Johannes era in isfacelo così da dovere levare il campo ed iniziare la ritirata in condizioni disastrose, dovette provare il dolore più grande della sua vita – egli – valoroso militare di tutte le campagne dell’indipendenza – compresa pur quella di Crimea – allorchè ricevette i telegrammi da Roma che paralizzavano ogni sua iniziativa.
E non abbiamo neppur saputo cogliere nè(158) avvalerci della bella opportunità che il caso ci offriva.
L’improvvisa morte del Negus Giovanni poteva metterci in condizioni tali da essere noi gli arbitri degli eventi. Invece aperta la successione al trono, abbiamo commesso il più grande, il più fatale degli errori. Quello cioè di spendere tutta la nostra influenza per aiutare l’assunzione al trono imperiale del Re dello Scioa, inimicandoci a morte i nostri vicini del Tigrè che dovevamo tenerci amici e strettamente a noi vincolati, col favorirli in tutti i modi, aiutando con tutte le nostre forze l’elezione del Mangascià, il più legittimo pretendente alla successione del Negus, e di questo servirci, e servirci delle popolazioni, ostili per tradizione agli scioani, per garantire la frontiera della nostra colonia e tenere a rispettosa distanza il Re dello Scioa.
Richiamato in Italia il corpo di spedizione comandato dal generale conte Asinari di San Marzano, venne lasciato come comandante a Massaua il generale Baldissera, il quale diede all’opera sua una spiccata impronta personale. Egli ebbe un esatto concetto della situazione e previde le gravi difficoltà che sarebbero sorte per il fatto dell’abbandonata politica Tigrina per quella Scioana. Fu lui che iniziò l’organizzazione delle truppe indigene che fecero tanta buona prova sotto gli ordini di Arimondi ad Agordat ed a Coatit. E fu sotto Baldissera che la colonia da Massaua a Saati e Ua-à si estese senza difficoltà e senza spese sull’altipiano.
Affabile con tutti, sopratutto coi suoi ufficiali, non transigeva mai quando si trattava di un dovere da compiere. In servizio, quando aveva dato un ordine, un comando, voleva essere rapidamente obbedito.
Il giorno della occupazione di Saati il comando superiore aspettava di essere assalito dagli Abissini. Furono dati gli ordini per l’attacco. Il generale Baldissera, fedele agli ordini del comando, fece occupare le posizioni più avanzate; diede tutte le disposizioni per una energica azione. Ad un maggiore dei Bersaglieri destinato ad occupare una posizione importante disse colla sua voce sempre calma – soltanto queste parole: “Se fosse attaccato… Lei maggiore muore qua… Ha capito? siamo intesi! O la croce di legno… o la croce di Savoia…” e via di galoppo.
Baldissera – fiero soldato, intelligentissimo ufficiale – fu lui che fece sventolare la bandiera italiana all’Asmara e a Cheren, e fu peccato che egli pure fosse sacrificato alla politica Scioana e per questo fosse obbligato a chiedere il rimpatrio.
Il generale Baldissera veniva rimpiazzato dal generale Orero. – Al nome di questo generale, valoroso ufficiale – è legato il ricordo della marcia su Adua, fatta con tale ordine e rapidità da destare l’ammirazione generale – l’accoglienza ad Adua fatta alle nostre truppe fu entusiastica.
Ma per non offendere le suscettibilità Scioane si dovette abbandonare Adua e ripassare il Mareb!
Invano i capi Tigrini, il clero, il popolo esortavano gl’italiani a rimanere. “Noi saremo con voi” dicevano: invano ci si raccomandavano dal momento che noi non volevamo essere i loro governanti, di riconoscere per loro Re Mangascià sottraendoli alla minaccia di essere governati dallo Scioa – l’ordine era di ritirarsi e di restare per Menelik e il generale Orero e le truppe da lui comandate ubbidirono, e il generale, disgustato esso pure – domandò di ritornare in Italia.
All’Orero successe il generale Gandolfi, un altro dei nostri migliori generali. Giunse a Massaua nel giugno del 1890 quando la politica Scioana era all’apogeo.
Contando su di una pace durevole dopo il trattato d’Ucciali, il Crispi capo del governo, volle dare all’Eritrea un ordinamento civile, formato, oltre che dal governatore, da altri tre funzionari con incarichi speciali ai quali diede il nome di Commissari Coloniali; ma tale organizzazione non fece buona prova, perchè la colonia non era ancora a quel punto nel quale all’ordinamento militare si poteva, come avvenne dippoi, sostituire un’organizzazione civile.
Fu sotto il generale Gandolfi che ebbe luogo la famosa intervista sul Mareb con Mangascià e cogli altri capi tigrini, nella quale furono solennemente giurati i patti che dovevano assicurare la quiete e la tranquillità della colonia, e fu in conseguenza di questi patti che vennero dati gli ordini da Roma per la ritirata delle nostre truppe, dalle migliori provincie Eritree del Seraè e dell’Oculè Cusai.
A rimpiazzare il generale Gandolfi fu destinato il generale Barattieri, che all’età di 17 anni aveva fatto parte della gloriosa schiera dei Mille, uno dei più caldi fautori della politica di espansione coloniale. – Amicissimo di Zanardelli e di Cairoli, sotto l’aureola simpatica di essere trentino fu eletto deputato di Breno, collegio, che gli rimase sempre fedele.
Durante i primi anni del suo governo, passati in un periodo ininterrotto di pace e di tranquillità, diede opera all’ordinamento civile della colonia.
Verso la fine del 1893 ritenendo che la pace sarebbe perdurata, venne in licenza in Italia lasciando il comando delle truppe e le funzioni di governatore nelle mani del colonnello Arimondi, – un valoroso. Questi il 22 dicembre 1893 con un suo telegramma al Ministro della guerra annunciava la vittoria d’Agordat combattuta contro i Dervisci. Trofeo della vittoria, 72 bandiere lasciate in mano dei nostri, una mitragliera e circa 800 fucili. I dervisci lasciarono sul terreno più di mille morti, mentre le nostre perdite furono di tre ufficiali ed un sottufficiale morti, di un ufficiale ed un sottufficiale ferito, e di circa 225 indigeni(159) fra morti e feriti.
Il Re mandava il giorno stesso al colonnello Arimondi il seguente telegramma:

Colonnello Arimondi,

Agordat.

Mando a lei e alle truppe d’Africa le più vive felicitazioni per la vittoria d’Agordat. L’Italia che si associa al mio plauso, rende con me un sacro tributo ai valorosi che morirono per la gloria della nostra bandiera.

Umberto.

A questo telegramma il colonnello Arimondi rispondeva così:

“Ministro Guerra,

Roma.

“Il plauso del Re fu per tutti il premio più ambito”.
Il colonnello Arimondi fu promosso al grado di maggior generale per merito di guerra.
Il generale Barattieri ritornato a Massaua, preoccupato dall’eventualità di qualche non gradita sorpresa da parte dell’Abissinia, fece noto al governo il vantaggio che si sarebbe ritratto dalla occupazione di Cassala, non soltanto al nord ma anche al sud della colonia, sia per il maggior prestigio che questo colpo di mano ben riuscito avrebbe dato alle nostre forze di fronte agli abissini, sia perchè togliendo ai dervisci quell’importante punto di concentramento, si allontanava il pericolo di dover fronteggiare contemporaneamente due nemici posti agli estremi limiti della colonia.
In data 12 giugno il ministro degl’esteri barone Blanc telegrafava al Barattieri.
“Il Governo del Re lascia lei giudice di prendere quelle disposizioni che crede più opportune per agire su Cassala”.
E il Barattieri prendeva le sue disposizioni per l’attacco.
Il 16 di giugno di sera, dà l’ordine di marcia che, trattandosi di sorpresa, deve essere fatta nel silenzio il più assoluto, con raccomandazione agli ufficiali di tenere sempre in mano le truppe – e la marcia fu eseguita in ordine perfetto, e secondo le disposizioni date. – Sul fare del giorno le nostre truppe erano in vista del campo di Cassala.
Alle ore 7 l’avanguardia apriva il fuoco contro la cavalleria nemica, la quale si gettava contro il nostro fianco sinistro, ma è costretta a ripiegare; l’avanguardia seguita dal grosso continuò ad avanzare, finchè giunta a 400 metri dai dervisci schierati, apriva il fuoco a salve, sia contro essi, sia contro la cavalleria; i nemici rispondevano con fuoco ben nutrito, ma infine, vedendo che non vi erano apprensioni sui fianchi e per le spalle, il generale Barattieri diede l’ordine di un colpo simultaneo di tutte le forze, che mise in sfacelo il nemico, obbligato a lasciare il campo ed a ritirarsi a corsa sfrenata.

*
* *

Fin dal luglio il generale Barattieri informava il governo che egli temeva prossima – e cioè nel dicembre del 1894 o nel gennaio 1895 – una levata di scudi di tutta l’Etiopia contro di noi.
Difatti il primo sintomo che al generale diede modo di giudicare giusto, fu la ribellione di Batha-Agos, la rottura dei fili e quindi l’interruzione del servizio telegrafico, e l’arresto a tradimento del tenente Sanguinetti, nostro residente a Saganeiti.
Il maggiore Toselli informato del tradimento, con marcia rapidissima la mattina del 16 arrivava con tre compagnie a Mahraba, poco distante da Saganeiti, e subito apriva trattative con Batha-Agos per la restituzione del tenente Sanguinetti; intanto ristabiliva la linea telegrafica. Disponeva in complesso di circa 1500 uomini e di una batteria da montagna, ed aveva stabilito di dare l’attacco a Saganeiti, forte posizione, la mattina del 18 settembre, quando si accorse che i ribelli l’avevano sgombrata. Deciso ad inseguire i ribelli, il maggiore Toselli senza por tempo in mezzo, occupa Saganeiti e continua senza riposo la marcia nella speranza di disperderli e di arrivare in tempo a salvare la compagnia di Halai isolata e che correva il più grave pericolo.
Ad Halai frattanto la compagnia sotto gli ordini del capitano Castellazzo, con grande valore sosteneva da ore un ineguale combattimento contro le(160) orde di Batha-Agos forti di 1600 uomini; mentre i ribelli avvolgevano da tutte le parti il piccolo forte presidiato da circa 200 uomini, una viva fucilata rovesciava il fronte del combattimento. Era l’avanguardia della colonna Toselli che entrava in azione colle compagnie dei capitani Folchi, Olivari e Gentili e dava tempo alla compagnia Galli di guadagnare il ciglio con una sezione d’artiglieria.
I nostri rianimati pel soccorso aumentarono il fuoco al grido di Savoia! e poco appresso il maggiore Toselli con tutte le forze si slanciava all’attacco. Alle 18 era già notte e il nemico, sfuggiva dietro le rupi e giù per le chine precipitando. Le perdite dei nostri, 11 ascari morti e 22 feriti; le perdite del nemico furono notevoli assai.
Fra i morti Degiac Batha-Agos ed il suo parente bascià Musgnen.
Il tenente Sanguinetti poté sottrarsi alla triste fine che i seguaci di Batha-Agos gli minacciavano, per l’assistenza del suo interprete Gare-Sghaer, bravo giovane indigeno che gli si mostrò fido fino alla morte.
Dopo la ribellione di Batha-Agos non era più possibile dubitare sulle intenzioni ostili di ras Mangascià. Il generale Barattieri(161) non perdè(162) tempo; concentrò un corpo di operazione ad Adi Ugri, e chiamò sotto le armi la milizia mobile che diede ottimi risultati; fatto ciò, al generale sembrò il miglior consiglio quello di marciare su Adua. La colonna rifece la strada percorsa dal generale Orero, e anche questa volta come allora, le popolazioni accorsero sul passaggio delle nostre truppe festeggiandole ed insistendo che vi rimanessero a proteggerle.
Le nostre truppe nell’imminenza d’un attacco che pareva certo, presero posizione sull’altura di Fremona; ma nè ras Mangascià, nè ras Agos osarono cimentarsi; e si ritirarono avviandosi, apertamente ostili, per altra direzione.
Il Barattieri(163) che aveva ottenuto l’effetto morale voluto, abbandonò Adua e ritornò ad Adi-Ugri.
Verso l’8 ras Mangascià concentrò tutta la sua gente al di là dei nostri confini. Il giorno 12 decise di passare la frontiera per entrare sul’Oculè-Cusai, dove ogni villaggio è una fortezza naturale e da dove chi vi si annida può sfidare impunemente qualunque nemico.
Barattieri(164) decise di prevenire il nemico nella posizione di Coatit mentre questo stava per addentrarsi nei monti. Ed a Coatit avvenne la battaglia che ha dato nuova gloria ai nostri ufficiali, che ha provato una volta ancora la saldezza delle nostre truppe e dei loro ordinamenti. Alla sera dell’11 il Generale ordinò di passare l’indomani mattina il Mareba, dirigendosi sopra Adis-Adi. Quivi la colonna che doveva marciare su Coatit fu formata così:
Avanguardia: Toselli con sei compagnie e le bande dell’Oculè-Cusai; Grosso: la compagnia del battaglione Galliano, una batteria su 4 pezzi, quattro compagnie dello stesso battaglione, il battaglione Hidalgo di cinque compagnie; Salmeria, e le bande del Seraè in retroguardia.
Da Adis-Adi le truppe si mossero alle 9; il Toselli aveva ordine di occupare Coatit, e possibilmente prima di notte prendere contatto col nemico. Difficile, faticosa fu la marcia. La colonna giunse a Coatit che fu trovato sgombro, senza che il nemico avesse avuto sentore dell’ardita marcia.
La notte passò senza novità, senza nessun allarme. Alle 3 del 13 il generale ordina al maggiore Galliano di muovere, per schierarsi a sinistra del maggiore Toselli; al maggiore Hidalgo ordina di seguire in riserva.
Tutti sono al loro posto e il movimento offensivo si inizia allo spuntare dell’alba, ore 6, coll’avanzare di tutti convergendo a destra, perno l’artiglieria; successivamente i battaglioni Toselli Galliano e le bande Sanguinetti e Mulazzani; nel centro, a rincalzo, in posizione coperta il battaglione Hidalgo con quattro compagnie, avendo dovuto lasciare la quinta nella posizione e con l’incarico sopra indicato; direzione di marcia, un poggio conico sulla cui sommità sorge un Tecul. Tutto procede con ordine. Poco dopo le sei i due battaglioni di prima linea hanno le compagnie parte schierate, parte coperte in buona posizione e allo spuntare del sole la batteria Ciccodicola da un altura maestrevolmente scelta, lancia il suo primo Shrapnel contro il campo nemico; mentre il quartier generale, con bandiera spiegata va a fissarsi sul poggio conico sovraindicato.
È evidente una grande agitazione nel campo nemico. Malgrado la sorpresa, con molta prontezza e slancio, a gruppi sempre più fitti vengono innanzi, superando con destrezza ammirabile buroncelli ed impedimenti, mascherando il numero, offrendo pochi bersagli, affittendosi sempre più dietro i ripari.
Il fuoco di fucileria si apre su tutta la linea colle avanschiere del 3° e del 4° battaglione, le quali, malgrado l’impeto che le spinge all’attacco, si mantengono in pugno agli ufficiali come ne sono prova i frequenti fuochi a salva. Le compagnie manovrano con calma serena, facendo moderatamente uso del tiro e schermendosi convenientemente. Lo slancio non scema la disciplina che manifesta la sua superiorità.
Mentre l’azione si accende sempre più viva si scorge da parte dei tigrini un movimento girante alla larga, ciò che gli è permesso dal gran numero di forze, superiori assai alle nostre, dalla perfetta conoscenza dei luoghi e dalla maestria abissina nei movimenti avviluppanti. Dal comando furono mandati ordini urgenti alle bande di volgersi a sinistra in direzione del poggio di Adi Auei, ed alle compagnie non impegnate del 3° battaglione, di muovere verso le alture per interrompere l’aggiramento che andava sempre più accentrandosi stringendosi.
Fu dato ordine ai maggiori Toselli e Hidalgo(165) di arrestare l’avanzata verso il campo del Ras delle compagnie impegnate; ripiegare dalla destra verso sinistra le compagnie non impegnate volgendo il fronte a Nord Est e Nord donde veniva l’accerchiamento; concentrarsi infine sopra la posizione di Coatit. I cannoni furono pure avviati verso Coatit per sostenere il cambiamento di fronte a sinistra; e il comando stesso mosse dal poggio verso Coatit, esposto nel percorso al bersaglio di una forte colonna nemica, la quale fu bravamente respinta dagli ascari; caddero vicini al generale Barattieri, il tenente Sanguinetti colpito tre volte di palle, il tenente Castellani, il sergente Bertoja, il porta bandiera e molti ascari. Ma verso le undici dal ciglio che limita al Nord lo spianato di Coatit, il generale poteva ordinatamente disporre le truppe per un efficace difesa della località e l’accogliere le forze per un contrattacco, coadiuvato potentemente dal generale Arimondi.
Tutto il corpo d’operazione era sottomano unito e pronto a qualsivoglia azione, con un morale altissimo.
Il nemico dalle alture che aveva occupato continuava un vivo schioppettìo a grandi distanze senza recare ai nostri, gravi danni.
La notte del 13 al 14 passò tranquilla; il nemico salutò l’alba del 14 con intensa fucilata che pareva volesse preludiare ad un attacco generale. Nel meriggio si videro nuvoli di tiratori coronare l’altura e scendere giù nel burrone, scagliando una punta a sinistra cioè all’angolo Nord-Ovest della posizione di Coatit; la batteria lanciò qualche colpo contro i nuclei nemici che volsero in fuga ed incendiò l’erba secca per una notevole estensione.
Distribuiti viveri e munizioni, raccolti indizi di depressione da parte del nemico il generale risolse per l’alba dell’indomani (15) di dare l’attacco contro l’altura a Nord di Coatit. All’uopo l’artiglieria prima dell’alba doveva essere pronta a battere la cresta dell’altura della quale aveva misurato la distanza. Il 4° battaglione con manovra libera e tattica abissina, doveva scendere stormeggiando nel vallone e risalire l’altura avviluppandola sotto la protezione del fuoco d’artiglieria; le bande nel fianco destro aggirando, dovevano puntare sopra Adi-Auei per minacciare e colpire fianco e tergo dei tigrini. Il 2° e 3° battaglione dovevano aspettare ordini per appoggiare l’attacco.
Ma nella notte Ras Mangascià pensò bene di ritirarsi coi suoi verso Senafé.
Avutone il Barattieri notizia alle 3 1/2 del mattino del 15, diede gli ordini opportuni (166) per l’inseguimento del nemico – questo durò fino a Senafé – ma non fu potuto raggiungere e le truppe abissine si dispersero.
Dopo la sconfitta di Coatit e la disastrosa ritirata da Senafé, Ras Mangascià, mentre faceva proteste di amicizia e mostravasi al generale italiano animato dal desiderio di pace, cercava d’altra parte di raccogliere soldati, ed avendo posto il campo coi suoi a due giornate da Adigrat, era di ostacolo alla pacificazione della regione. In tale stato di cose l’occupazione di Adigrat, capitale dell’Agame, per parte nostra s’imponeva.
Nella metà di marzo Barattieri intimava a Mangascià di disarmare; e siccome invece di disarmare egli continuava a dare molestie, il generale decise di varcare il confine ed occupava militarmente Adigrat.
Intanto le informazioni che venivano dallo Scioa confermavano sempre più la notizia che Menelik era deciso di portare forte aiuto a Mangascià. Nel suo rapporto al Ministro degli Esteri il governatore dell’Eritrea informava dello stato delle cose, concludendo che bisognava essere pronti ad una grossa guerra pel prossimo dicembre.
E fu in seguito a tali notizie che il Ministero, non essendo d’accordo sulle misure da prendersi, reputò opportuno di chiamare il governatore in Italia col seguente telegramma:

Roma, 8 luglio

“Il governo desidera conferire verbalmente sulla situazione preveduta pel prossimo autunno. La preghiamo prendere disposizioni opportune per una sua breve assenza dalla Colonia”.
Crispi-Blanc-Mocenni.

Prima di lasciare la Colonia il generale disponeva che a vigilare le regioni occupate, il maggior Toselli ponesse la sua dimora nell’Agame e che il maggior Amelio si stabilisse nel Tigrè dominando Adua dal colle di Fremona. Tutto disposto il governatore, ubbedendo agli ordini del governo, s’imbarcò per l’Italia.
Verso la fine di settembre ebbero luogo delle scaramuccie al di là dei nostri confini fra partigiani nostri e gruppi di fedeli a Mangascià il quale seguitava a raccogliere armati. Era evidente la necessità da parte nostra di attaccare Mangascià prima che potesse ricevere gli sperati aiuti dallo Scioa.
Il governo Eritreo ai primi d’ottobre chiamò sotto le armi la milizia mobile e decise di prevenire la minacciata invasione.
Il generale Barattieri era ritornato al suo posto.
Si era saputo che Ras Makonnen, aveva espulso dall’Harrar gli italiani e si era mosso col suo esercito per raggiungere il Negus; che Ras Mikael era pronto col suo esercito e che Ras Oliò s’era avanzato fino al sud del Lago Ascianghi. Non c’era tempo da perdere; una sconfitta inferta a Mangascià poteva ancora trattenere Menelik e persuaderlo ad evitare un conflitto; così fu creduto dal comando.
Il giorno 4 di ottobre il generale Barattieri mosse da Adigrat con quattro battaglioni indigeni, col battaglione Cacciatori d’africa e coi reparti del genio e dell’artiglieria.
L’ordine di marcia in avanti fu accolto con entusiasmo nel campo.
Il Toselli fu distaccato col suo battaglione in colonna volante, con incarico di sorprendere sul fianco Mangascià in ritirata.
Il nostro corpo d’operazione invase l’Enderta. Circa 1700 tigrini avevano occupato la forte posizione di Debra-Ailà; mosse a quella volta con rapida e faticosa marcia il maggiore d’Amelio col suo battaglione, attaccò vivamente la posizione malgrado la difficoltà del luogo e della difesa e ne determinava la sconfitta e la fuga del nemico, facendo numerosi prigionieri.
Il maggior Toselli la sera dell’8 informava il generale di avere occupata la posizione alle spalle del nemico che si trovava al sud di Debra-Ailà e che la mattina seguente avrebbe proceduto all’attacco.
Ricevuta questa notizia verso notte Barattieri ordinava alle tre dì mattino si riprendesse la marcia. Alle 11 i nostri entravano in Antalo senza avere incontrato il nemico. Si sentiva un vivo fuoco di fucileria ed esaminata la posizione si vide che si combatteva sulle alture di Debra-Ailà.
L’assalto di quella forte posizione era stato iniziato dalle bande comandate dai bravi tenenti Sapelli e Lucca; quando queste furono spinte sui fianchi il maggiore d’Amelio fece avanzare due compagnie di Ascari, mentre l’Artiglieria sloggiava il nemico delle alture.
Dopo un quarto d’ora di fuoco accelerato, il battaglione indigeno muoveva all’assalto della montagna, mentre Barattieri faceva avanzare il battaglione dei cacciatori italiani, sostenuti dal 3° battaglione indigeno. In breve i nostri forzarono il ridotto dell’Amba e il fuoco cessava. Il nemico, sbaragliato si dava alla fuga, mettendosi in salvo per sentieri impraticabili.
Finito il combattimento il battaglione d’Amelio, che si distinse in modo particolare, rimase sulla forte posizione conquistata con una batteria; le altre truppe ritornarono ad Antalo, ove Barattieri pose il suo quartier generale.
Il generale Arimondi avuto notizie che Mangascià si era diretto verso il Vogherat si mosse da Antalo per inseguirlo, così pur fece il maggior Toselli; sorpassata la catena di Tagarrà, raggiunse il campo del Ras che lo aveva abbandonato poco prima; lo inseguì ancora, ma si cercò invano di raggiungerlo; allora riunitosi Arimondi col Toselli presero la via di Amba-Alagi.
Dopo questi fatti il Makonnen mandò proposte di pace d’incarico del suo sovrano; ma queste non erano che inganni per guadagnar tempo e per addormentare il governo italiano e il comando dell’Eritrea. Si sapeva invece che Menelik raccoglieva forze poderose, che unite a quelle di Makonnen formavano già un corpo rispettabile di circa cinquantamila uomini.
Mentre questo si preparava nel campo nemico, al comando di Massaua, mancando un servizio di sicure informazioni, nulla si sapeva, e così il governo e il governatore dell’Eritrea, continuarono ad andare innanzi nella convinzione che il Negus non si sarebbe mosso, e che non si trattava di altro che di minaccie. Insomma si credeva ad una eccellente situazione, quando già ingenti masse si riunivano al lago Ascianghi e si facevano allo Scioa gli ultimi preparativi per la gran guerra di esterminio degli italiani.
A confermare il comando nella sua credenza, il 3 dicembre un dispaccio ufficiale annunziava che ras Makonnen aveva chiesto un convegno al generale Barattieri “per trattare la pace”. Perfido inganno – che ribadiva nel nostro governo una fallace illusione, il cui risveglio doveva essere fatale e tremendo. E questo risveglio non doveva pur troppo ritardare.
Il giorno 9 dicembre veniva comunicato alla Camera dei deputati un dispaccio del generale Barattieri col quale informava che la colonna Toselli era stata improvvisamente attaccata ed avviluppata ad Amba Alagi da tutto l’Esercito Scioano. Si riteneva che l’ordine mandato dal generale Arimondi di ritirarsi, non gli fosse pervenuto.
Che il generale Arimondi avanzatosi per sostenere il Toselli era arrivato alle ore 16 a mezza strada fra Macallè e l’Amba nella posizione di Aderat; ivi incontrate le colonne nemiche aveva impegnate con esse combattimento ed aveva poi concentrate(167) tutte le sue truppe col massimo ordine a Macallè; che lasciato Macallè fortemente presidiata e munita, si era messo in marcia per Adagamus assieme agli ufficiali Bodrero, Pagella e Bazzani.
Infine concludeva che mancavano notizie del Toselli.

*
* *

L’annunzio del doloroso avvenimento produsse una impressione enorme.
Ecco le informazioni che si ebbero sul combattimento ove si coprirono di gloria coloro che vi presero parte.
Il maggiore Toselli aveva fin dal giorno precedente disposta la sua difesa, sempre con la certezza che il generale Arimondi gli avrebbe portato soccorso.
Aveva ordinato che le bande di ras Sebath e di Degiac Alì, 350 fucili, tenessero il colle a guardia della strada Falaga all’estrema sinistra; che le Compagnie Issel e Canovetti tenessero la sinistra con una centuria avanzata verso la chiesa di Atzalà; che la batteria Angherà, scortata dalla compagnia Persico tenesse il centro; che le bande dell’Oculè Cusai, 350 fucili, tenessero le colline sovrastanti; che lo Sceicco Thalà con 340 fucili stesse sulla destra a difesa del Colle di Togorà-Maggia; che le compagnie Ricci, Bruzzi e la centuria Pagella stessero in riserva. L’attacco non si fece attendere.
La colonna di ras Olie con una mossa rapida frontale avvolgente impegnò l’ala estrema sinistra: ras Sebat preso di fianco e di fronte dovette ripiegare, lasciando le due compagnie Issel e Canovetti scoperte e costrette a cambiare la fronte, pur sempre trattenendo il nemico incalzante. Intanto dal Colle di Bootà sbucavano imponenti le colonne di ras Mikael e di ras Makonnen, circa 15,000 fucili, dirette per la via principale verso il centro della posizione. La nostra ala sinistra, sebbene stremata, con brillanti contrattacchi teneva in rispetto forze venti volte superiori. Erano morti i tenenti Molinari e Basale, e ferito il tenente Mazzei.
A Toselli premeva tenere ancora quella posizione che proteggeva la strada diretta di Antalo, donde sperava veder giungere la colonna Arimondi e slanciò a sinistra la compagnia Ricci; questi si avanzò e impegnossi a fondo. Il nemico dovette ripiegare incalzato sul fronte; frattanto la batteria apriva squarci nella pesante colonna scioana, ma questa riordinandosi e rafforzata da nuove bande continuava ad avanzare.
Giungeva allora (9,45) l’avviso di Volpicelli che un’altra forte colonna comandata da ras Alula e da ras Mangascià, tentava girare la destra tendendo al Colle di Togorà; anche da quella parte si facevano vive le fucilate. Toselli, non vedendo giungere gli sperati aiuti, decise di restringere la difesa e di tenersi addossato all’Amba; mandava quindi ordini a Ricci, a Canovetti, a Issel di eseguire un ultimo contrattacco e la ritirata sotto l’Amba; alla sezione Manfredini ordinava di proteggerli. Intanto la colonna principale scioana avanzava sulla batteria, nè valevano a trattenerla i tiri spessi e ben aggiustati e le salve della centuria Persico.
Toselli allora ordinava che le salmerie s’incolonnassero sulla via di Togarà ed il movimento cominciò regolarmente: a sostenere il movimento al nord dell’Amba, Manfredini ebbe ordine di spostarsi colla sezione da quella parte.
Appena gli scioani si accorsero del cessare del fuoco della batteria, irruppero rincalzando l’assalto; fu un momento terribile; la strada strettissima sovrastante a un precipizio, era ingombra di muletti carichi di feriti; Manfredini con sangue freddo e valore inarrivabile riusciva a mettersi in batteria, Pagella si distendeva con pari valore a protezione della colonna affollantasi; sventuratamente lo Sceicco Thalà aveva ripiegato in disordine.
Le bande del Volpicelli erano disfatte; l’altura era coronata dalla gente di ras Alula che con fuoco accelerato a meno di cinquanta metri, infliggeva perdite enormi. I nostri ascari rispondevano al fuoco in ritirata; la compagnia Brizzi disfatta, non potè fare argine alle grosse colonne di ras Makonnen e di ras Oliè che irrompevano prendendo i nostri alle spalle. I sudanesi del tenente Scala, piuttosto che cedere i pezzi, rovesciarono i muli, i cannoni e le munizioni nel precipizio.
Manfredini mitragliava a cinquanta passi; ma il(168) numero esorbitante degli scioani rese impossibile ogni ulteriore difesa. Allora cominciò la discesa del dirupo precipitosamente per proseguire il movimento su Macallè.
L’ultimo a muoversi fu Toselli; conservando la sua calma, disposto come era a sagrificare la sua vita, dava ordini affinchè il danno fosse il minore possibile; erano rimasti intorno a lui pochi ufficiali: Angherà, Persico, Bodrero, Pagella e i suoi più fidi e valorosi soldati. Tutti erano sfiniti; e la piccola schiera andò man mano assottigliandosi nella discesa, colpiti a dieci passi di distanza. Giunto sulla strada di Antalo, Toselli, da vero eroe ordinò a Bodrero di raccogliere i pochi rimasti e condurli a Macallè. Egli, si voltò sereno verso il nemico, sfidandolo in attesa della sua sorte.
Bodrero, ubbidiente agli ordini del suo superiore, riordinò la colonna, trattenne i dispersi e li portò ad Arimondi che si trovava ad Aderà e nulla sapeva del combattimento; con Bodrero si salvarono Pagella e Bazzani.
Il giorno dopo il combattimento, Makonnen, ordinò solenni funerali alla salma del maggior Toselli, del quale ammirava il valore. Tutta l’Italia ha sentito per quest’Eroe un fremito di compianto e di orgoglio.
L’assalto all’Amba Alagi fu dato improvvisamente come sempre, ed a tradimento, mentre pendevano trattative di pace ingannatrici.
Tant’è vero che avendo ras Mangascià investito alcuni dei nostri posti avanzati, il maggiore Toselli se ne lagnò con Makonnen, e questi rispondeva che Mangascià aveva operato di sua testa, contrariamente agli ordini da lui dati. – Vero esempio di fede abissina!
Il generale Arimondi raccolti i superstiti di Amba Alagi si ritirò su Adigrat lasciando per presidio a Macallè il maggiore Galliano col 3° battaglione indigeni, una compagnia dell’8°, quattro pezzi da montagna, due sezioni del genio, una stazione di carabinieri, in complesso 31 ufficiali, 176 uomini di truppa bianca, 1150 di truppa indigena.
Il 16 decembre questa nostra posizione avanzata era investita da 30,000 combattenti, gli assalti si susseguirono agli assalti, sempre valorosamente e brillantemente respinti.
Il giorno 8 di gennaio il nemico si avanzava arditamente fino all’angolo morto di due burroni, occupando l’acqua della quale si alimentava il presidio di Macallè(169); nella notte furono dai nostri respinti due furiosi attacchi.
Le truppe nemiche che muovevano contro per annientarci e ricacciarci al mare eransi andate sempre più ingrossando fino ad arrivare alla cifra di 70,000 fucili, 10 mila lancie, più la cavalleria Galla ed altri piccoli riparti disseminati nelle vicinanze; in tutto oltre centomila combattenti. I nostri non avevano da apporre che circa 8000 soldati bianchi e 11,000 indigeni.
E si noti – che il generale Barattieri aveva previsto che nel novembre e dicembre la colonia sarebbe stata investita da tutta l’oste Tigrina e Scioana; per cui era da prevedersi che i nostri si sarebbero trovati di fronte ad un esercito di circa centomila uomini ben armati, della cui resistenza e valore avevano dato prove.
E allora perchè non si è provveduto a tempo in conformità dei bisogni e delle previsioni pur troppo esattamente avveratesi? Perchè il generale Barattieri che aveva preveduto il formidabile attacco non si preparò per tempo a bravamente respingerlo? Se non si voleva fare un agglomeramento di truppe nella colonia prima del bisogno, perchè non si provvedeva in Italia quanto occorreva per la preparazione di una grossa guerra, onde alla chiamata dei rinforzi a momento opportuno, e che il governo non avrebbe dovuto lesinare, tutto fosse pronto? E preparata bene ed a tempo, non sarebbe stata una utilissima diversione quella di uno sbarco di nostre truppe ad Assab ed una spedizione all’Aussa che avrebbe trovato favore presso i Dancali – come così bene era stata progettata dal generale Pittaluga? Era cosa alla quale bisognava pensarci per tempo, e, presa una decisione, attuarla prima che le nostre poche truppe della colonia fossero impegnate a fondo. Non si può negare; fu grande la imprevidenza e ne fu scontato il fio!
Mentre i nostri a Macalè sostenevano con eroismo giorno e notte furiosi assalti, il Makonnen continuava per incarico del Negus di chiedere la pace; proposte che il Barattieri comunicava al governo. Messaggiero di tali proposte era certo signor Felter persona di fiducia del Barattieri, il quale aveva trasferito il suo quartiere generale ad Adagamus.
Il 17 gennaio il Felter si presentava al Barattieri portatore di un’offerta da parte di Menelik, garante Makonnen – di lasciare uscita libera con armi, munizioni di guerra, bagagli e senza condizioni di sorta le nostre truppe da Macallè per raggiungere Adigrat.
Al Galliano fu dato l’ordine di lasciare il forte – dopo di essersi pienamente assicurato che tutte le garanzie sarebbero state completamente osservate.
Sembrò da prima che questo fosse un fatto da tenersi in conto ed atto a predisporre il governo italiano ad un trattato di pace onorevole per ambo le parti; invece si verificò che la concessione del Negus non era che un’astuzia di guerra; le forze comandate dal Galliano non dovevano essere che un ventaglio aperto per coprire la marcia delle orde Scioane verso Adua e per impedire alle truppe della colonia un attacco di fianco durante la marcia.
Rese libere le truppe del presidio di Macallè il giorno stesso nel quale venne segnalato al comando generale lo spostamento della gran massa dell’esercito nemico, Barattieri ordinava di levare il campo da Adagamus per occupare una posizione atta a mantenere il contatto delle forze della colonia con quelle del nemico; per cui dopo una marcia di 12 giorni, il 13 di febbraio il generale diede ordine di schierare i suoi battaglioni sulle alture di Sauria, dominante la posizione di Mai Gabetà ed Adua occupate dal nemico.
Nella notte del 13 disertavano dal nostro campo le bande di Ras Sebath e di Degiac Agos Tafari di circa 600 fucili – questa diserzione fu il segnale dell’insurrezione nell’Agamè, per cui il Barattieri fu obbligato a pensare di garantire alle nostre truppe la linea di rifornimento; al quale effetto dovette distaccare dalla brigata Arimondi il colonnello Stevani con tre battaglioni, una batteria e due compagnie di indigeni, e nel tempo stesso chiamare da Adi-Ugri a Mai Maret il colonnello Di Boccard con tre battaglioni; per queste disposizioni le forze combattenti rimanevano ridotte a circa 14,000 fucili con 50 cannoni. Si aveva però il vantaggio che la posizione di Sauria era ottima per la difesa, convenientemente fortificata, coi fianchi ben appoggiati e difficilmente aggirabili; infine le nostre truppe, sebbene sensibilmente diminuite di numero, si trovavano in condizione da potere respingere qualsivoglia attacco. Nel frattempo il nemico vista la forte posizione dei nostri dopo di avere per un momento pensato ad attaccarli si dileguava dietro i monti di Genedapla e finiva per ritirarsi nella conca di Adua.
Vi era quindi tutto da guadagnare nel rimanere nella forte posizione che l’immensa oste Scioana aveva permesso ai nostri di occupare senza molestie; si doveva renderla quanto più possibile inespugnabile ed attendere di essere assaliti, provocando anche il nemico con delle avvisaglie e con avvedute ricognizioni. Coll’attendere si suscitava il malcontento e la discordia nel campo nemico; gli Scioani avrebbero consumato le provvigioni che avevano tratte seco e sarebbero stati costretti di levare il campo e ritornarsene da dove erano venuti. È notorio che perfino un ufficiale russo, il capitano d’artiglieria Zviaghin, membro di una Commissione del suo governo presso Menelik e che aveva studiato con molta diligenza e con la maggior benevolenza lo stato di guerra dell’esercito etiopico, aveva dovuto sentenziare, che questo esercito doveva forzatamente ritirarsi, prima che le riserve delle vettovaglie che gli uomini portavano con se fossero esaurite.
Si è voluto invece precipitare – con 14,000 uomini si è preteso di portare vittoria su 80 a 100,000 valorosi; tutta gente che aveva mostrato di sapersi battere; svelta nei movimenti, pratica di ogni palmo di terreno, avvezza per istinto agli accerchiamenti; e come doveva essere – si è andato incontro ad un immane disastro.
Colpa imperdonabile l’ebbe anche il governo. Presa la decisione di mandare al Comando generale il Baldissera, il governo aveva il dovere assoluto, imprescindibile, di subito informarne il Barattieri, ordinandogli contemporaneamente di mantenersi nella difensiva.
Il Barattieri invece d’accordo cogli altri generali Dabormida, Arimondi, Albertone, Ellena, decise di muoversi la notte del 29 febbraio da Sauria per marciare verso Adua – obiettivo l’occupazione della forte posizione costituita dal monte Semaiata e da monte Esciasciò.
L’ordine di marcia era il seguente:
Colonna destra, generale Dabormida – 2a brigata fanteria – battaglione di milizia mobile – Comando 2a brigata di batteria, colle batterie 5a 6a e 7a.
Colonna del centro, Arimondi – 1a brigata fanteria – 1a compagnia del 5° battaglione indigeni – batterie 8a e 11a.
Colonna di sinistra, Albertone – Quattro battaglioni indigeni – Comando della 1a brigata di batteria e batterie 1a 2a 3a e 4a.
Riserva, Ellena – 3a brigata fanteria – 3° battaglione indigeni – Due batterie a tiro rapido e compagnia genio.
La colonna di destra doveva seguire la strada colle Zalà, colle Guldam, colle Rebbi Arienni; la centrale e la riserva la strada da Adi-Dichi, Gundapta, colle Rebbi Arienni; la colonna di sinistra la strada Sauria, Adi-Cheiras, colle Chidane Maret; il quartier generale doveva marciare in testa alla riserva.
Ordine a tutti di mantenere il collegamento – e il corpo di operazione si mise in moto. Si marciava di notte in terreni sconosciuti ai nostri – era possibile non avvenisse qualche disguido?
La colonna Albertone arrivava al colle Chidane Maret alle 5 1/4; secondo le istruzioni avute vi si doveva stabilire, cercare il contatto colla destra ed aspettare ordini; invece il comandante desideroso della gloria di venire primo alle mani col nemico, commise il grande errore di rimettersi in marcia; cosicchè all’albeggiare giungeva alle falde di Abba-Carima, mentre il 1° battaglione indigeni (maggiore Torrito) in avanguardia si trovava a circa 3 chilometri spinto più avanti; per cui avanguardia e colonna Albertone della sinistra, si erano allontanate di gran lunga dalle altre brigate e prive di ogni contatto.
Difatti alle 8 1/4 il battaglione indigeni (Torrito) avanguardia Albertone, fu il primo ad essere attaccato da forze preponderanti e nonostante la più disperata difesa fu rotto e posto in fuga; nel medesimo tempo le alture di Abba-Carima e l’Amba Scellodà si videro coronate da numerosissimi stormi di nemici, che investirono la brigata Albertone, isolata ad una distanza di sei chilometri e nell’impossibilità di essere soccorsa.
Il generale Albertone non si smarrì; lottava con la sua brigata contro forze dieci volte superiori e ne faceva strage, ma minacciata di aggiramento alla sua sinistra gli ascari non tennero più, e volsero il tergo al combattimento e si diedero alla fuga; invano gli ufficiali tentarono di fare argine, di arrestarli per ricondurli al combattimento, essi stessi venivano travolti da quella valanga.
Frattanto al colonnello Brusati era riuscito di stendere sulla sinistra di monte Belah due battaglioni del suo reggimento, e sebbene la brigata indigena continuasse a combattere efficacemente non impressionata dalla fuga degli ascari, pure il generale Barattieri alle 7 1/4 credette opportuno di mandare all’Albertone l’ordine di ritirarsi sotto la posizione della brigata Arimondi. Alla brigata di riserva era dato ordine di rinforzare la sinistra di Arimondi.
Ma la brigata Albertone era sempre più furiosamente attaccata da forze, contro le quali era impossibile lottare, in guisa che alle 11 era completamente avvolta e i reparti venivano colpiti dal fuoco nemico sul fronte, sui fianchi e di rovescio. Dopo avere subito perdite enormi, dopo avere perduto la maggior parte degli ufficiali, le truppe indigene cominciarono a ritirarsi prima alla spicciolata poi a grossi reparti; queste prive dei loro ufficiali, perfino dello stesso generale Albertone di cui non si aveva più notizie, non si poterono più riordinare e la rotta fu completa e convertita in fuga spaventosa.
Ne avveniva quindi che fuggiaschi e sterminate colonne nemiche che inseguivanli alle reni erano sopra alla brigata Arimondi, che si ordinava in posizione di resistenza e di contrattacco.
Invano il bravo colonnello Brusati tentava coi suoi di fare argine; invano il valoroso colonnello Galliano aveva schierato il 3° battaglione indigeni all’estrema sinistra per arrestare i fuggenti e tener testa all’irrompente nemico, tutti gli sforzi di questi eroi e dei loro ufficiali furono inutili; i battaglioni scossi dallo spettacolo che si manifestava ai loro occhi, malgrado gli sforzi dei loro comandanti, dei loro bravi ufficiali, malgrado l’esempio di serena bravura che dava il battaglione 9° (bianco), malgrado le batterie che facevano fuoco vivissimo, si davano alla fuga.
Frattanto gli ascari in fuga, tirandosi dietro forti masse di scioani, scuotevano le truppe delle brigate Arimondi ed Ellena che non avevano modo di spiegarsi e di prendere posizione. Mentre il generale Arimondi impartiva ordini alle batterie, le orde scioane, girando sul fianco sinistro, irrupero in massa addosso alla colonna e coronate le cime di monte Belach, facendo fuoco d’inferno sui nostri soldati bianchi e neri che si affollavano nell’insenatura, ne facevano strage.
Il prode Arimondi e il di lui aiutante di brigata ai quali erano stati portati via i muletti non poterono togliersi(170) dalla disastrosa posizione e rimasero accerchiati.
Il generale Barattieri, visto che nè i bersaglieri, nè gli alpini avevano potuto tener testa e che tutte le alture si coprivano di nemici, chiamato a sè il colonnello Stevani si dirigeva verso il colle Rebbi Arienni, incontrava per la via il colonnello Nava e Vandiol del 16° battaglione, e disponeva per la ritirata verso il vallone.
Ma il tumulto cresceva colle ondate dei sopravenienti inseguiti e col grandinare delle palle. Era uno(171) spettacolo da squarciare il cuore! Quanti valorosi(172) ufficiali caddero non è(173) possibile dire. A fianco di Barattieri cadevano il colonnello(174) Nava e il tenente Chigi. Quando Barattieri(175) giunse nella convalle presso Rebbi-Arienni vi trovò il generale Ellena. Ivi chiamò a raccolta; fu raggiunto dal(176) tenente colonnello Musini, dal tenente Marchiori degli alpini, dal capitano Bedini, dal tenente Partini, dal tenente colonnello Violante, dal tenente Ribotti, dal capitano Grassi e da altri e riuniti qualche centinaio di truppe fra alpini, bersaglieri ed altre armi si organizzò la resistenza per far possibilmente arrestare la foga del nemico.
Mentre questo succedeva alle brigate Albertone, Arimondi ed Ellena ecco quel che avveniva alla brigata Dabormida.
Verso le 6 la testa della brigata si fermava sul ciglio del colle Rebbi-Arienne. Il generale Dabormida dopo di avere mandato avviso al comando che occupava il colle senza avere potuto mettersi a contatto coll’Albertone, proseguiva oltre solo accompagnato dal capitano Bellavita suo aiutante di campo e dal tenente Piva suo ufficiale d’ordinanza, allo scopo di formarsi una idea del terreno sul quale avrebbe dovuto operare, mentre la brigata prendeva formazione di(177) ammassamento sul colle; intanto che il battaglione De Vito di avanguardia marciava più innanzi per vedere di trovare il contatto colla brigata Albertone.
Il generale Dabormida ritornato dalla sua esplorazione, visto il generale Barattieri(178) che stava alquanto più indietro gli andò incontro e s’intrattenne a parlare con lui impensierito(179) di non avere nuove dell’Albertone; a poca distanza l’Arimondi s’intratteneva coi colonnelli Airaghi e Ragni sullo stesso argomento giacchè tutti ne erano(180) grandemente preoccupati.
Verso le 7 la brigata Dabormida riprese, pian piano, nell’ordine di prima, la marcia in avanti, mentre il comando supremo rimaneva sul colle, dirigendosi per la valle che va a Mariam Sciavitu e ad Adua.
Il campo di battaglia della brigata Dabormida si divideva in tre parti; alture di sinistra, fondo della vallata, alture di destra, e il generale dava ordini alle truppe di prendere posizione sulle alture.
Non appena i nostri ebbero raggiunto la sommità delle alture scorsero dense truppe nemiche dirette ad occupare una specie di sprone che da Monte Derar va(181) verso Adua; un altro forte nucleo nemico con reparto di cavalleria Galla si dirigeva verso il Vallone. La compagnia Sermani all’appressarsi del nemico si era spiegata ed aveva aperto il fuoco; il maggior De Vito ordinava alle sue truppe di occupare celeremente il controforte prima che vi arrivasse il nemico; come un onda nera, i bravi indigeni si precipitano giù(182) pel burrone, l’attraversano e ansanti risalgono l’altura agognata; Tola e Ferrero hanno raggiunto la posizione appena in tempo per aprire il fuoco sul nemico che sale dall’opposto versante; erano le 9, il combattimento era impegnato su tutta la fronte, dalla cresta principale, lungo tutto il controforte, fino al fondo della vallata; la compagnia del Chitet è obbligata a ripiegare, per cui il battaglione del De Vito già colpito a morte, e minacciato sull’ala destra. Frattanto il nemico ingrossa, il fuoco raddoppia e semina morte: molti ufficiali sono caduti, i reparti tentennano e all’estrema sinistra hanno incominciato a ritirarsi; il tenente Gaslini si getta con un pugno(183) di bravi fra i nemici, cade, ma la compagnia Longo riprende il suo posto; il nemico ingrossa, investe con una pioggia di piombo e gl’indigeni si ritirano e si sbandano; la precipitosa ritirata poco mancò non travolgesse i reparti del 3° reggimento; ma appena fu sgombrata la fronte le truppe comandate dal colonnello Ragni, prima col fuoco e poi colla bajonetta arrestava la foga del nemico, respingendolo sul dorsale dello sprone.
Nel frattempo il colonnello Airaghi avanzava colle sue truppe calme ed ordinate, con le batterie in battaglia scortate dal 14° battaglione; si erano appena messi in batteria i pezzi, che il nemico si lanciava con urli feroci all’assalto; le nostre truppe non si mossero, aprirono il fuoco a ripetizione e l’artiglieria alla mitraglia; un fuoco micidiale: la carica è rovesciata, il nemico si ritira in disordine decimato, e il fuoco andò rallentandosi e parve languire; erano verso le 12 e il generale ed il colonnello Airaghi credettero buono il momento per un attacco offensivo onde scacciare il nemico dalle posizioni e diedero gli ordini necessari. La brigata fu disposta con una calma con una regolarità di un’esercitazione in tempo di pace; le truppe sulle alture di sinistra agli ordini del colonnello Ragni; quelle nel piano al comando del colonnello Airaghi; tutte con le catene e sostegni; più indietro la riserva; l’artiglieria al centro comandata dal Zola; tutti con ordine ammirabile pronti all’attacco con un morale elevatissimo.
Si vedeva però nel generale qualche cosa che lo contrariava – una nube offuscava la serenità del suo volto – non aveva potuto dar mano all’Albertone, non aveva avuto nessuna notizia della brigata Arimondi colla quale aveva perduto il contatto, nè(184) alcuna dal Comando supremo e questo lo angustiava.
Il generale più tardi ordinò uno sbalzo più innanzi per tastare il nemico, ma questo non si mosse, soltanto raddoppiò il suo fuoco e mise in batteria sullo sprone delle alture del tucül alcuni pezzi d’artiglieria dai quali non trassero alcun effetto.
Mentre così procedeva il combattimento della brigata Dabormida sulla fronte verso Adua, alle sue spalle, nella vallata succedente al Rebbi Arienni avveniva il tragico esodo della colonna Arimondi – arrestata nei suoi movimenti dai fuggiaschi della brigata Albertone, inseguiti alle reni da una massa imponente di nemici – veniva essa pure travolta e decimata prima che avesse potuto spiegarsi e prendere posizione per una energica difensiva.
Non è possibile descrivere gli atti di valore – gli eroismi dei nostri ufficiali per sbarrare la via ai fuggiaschi – per arrestare le irrompenti – enormi masse nemiche. – Il colonnello Brusati alla testa del suo reggimento riuscì di tener testa e di fermare per alcun tempo la nera fiumana, ma minacciato da avvolgimento fu costretto a ripiegare – nel farlo ordinava a se il resto della brigata e dopo di avere tentato un’estrema resistenza, ne formava una colonna che guidò con fermezza ed intelligenza, radunando le truppe disperse e facilitandone la ritirata. Per il suo eroismo, per la sua ammirevole condotta, veniva decorato della Croce all’Ordine militare di Savoia.
Della rotta della brigata Arimondi di questo tragico fatto – nulla si sapeva nella colonna Dabormida, e certamente non fu avvertita neppure dal battaglione De Amicis del 4° reggimento Brusati, che dalle 10 si era schierato sull’altura dominante il colle d’accesso alla vallata, posizione che gli era stato ordinato di occupare per proteggere il fianco della brigata Arimondi e per cercare il contatto colla brigata Dabormida, altrimenti quel battaglione non si sarebbe limitato a rimanere in quella posizione per proteggere le spalle della brigata Dabormida, ma si sarebbe fatto un dovere di avvisarne prima il Dabormida, poi di accorrere senz’altro in aiuto della brigata alla quale apparteneva il suo reggimento.
E il De Amicis non stette a lungo inoperoso; visto la Brigata Dabormida impegnata nella valle sottostante, persuaso che la sua presenza nell’altura non aveva più scopo, perchè sulla destra della direttrice di marcia un’altra brigata aveva impegnato il combattimento, scese dal colle per correre in appoggio ai combattenti; però aveva appena lasciata l’altura che alcuni cavalieri Galla si mostravano sul colle abbandonato; il De Amicis vide subito la necessità di ritornare sull’abbandonata posizione ed a passo di corsa si mosse per rioccuparla; sotto il fuoco nemico il battaglione potè raggiungere un recinto murato, ed ivi trincerarsi.
Nel frattempo il generale Dabormida inteso il fuoco di fucileria sull’altura occupata dal De Amicis mandava ordine al maggiore Rayneri di mandare la sua 1a compagnia a scorta dell’artiglieria, e col resto del battaglione portarsi a rinforzare le truppe del De Amicis, scacciare il nemico e liberare la brigata da qualsiasi minaccia da tergo; l’aiuto giunse in tempo e il nemico potè essere respinto nella sottostante vallata proveniente dal Rabbi Arienni; e fu fortuna che anche il 13° battaglione valendosi di altro recinto in muro a secco assieme al 5° battaglione, poterono occupare solidamente le due alture a tergo e resistervi fino a sera, senza di che la brigata Dabormida(185) avrebbe visto precipitarsi alle sue spalle la maggior parte del grosso del nemico che ritornava dall’avere rotte e disperse le altre due brigate, ed avrebbe avuto preclusa ogni via di ritirata.
Dopo il mezzogiorno fra le truppe del Dabormida e le scioane sul fronte d’Adua si ravvivava la fucilata; la nostra artiglieria si era piazzata sullo sprone delle alture dei tucül. Ad ogni colpo di Shrapnel si scorgeva un rapido sbandarsi degli scioani attraverso le roccie e i rovi; quelli diretti verso lo sbocco della vallata facevano solchi profondi nelle folte colonne nemiche, coperte da alta erba. Il colonnello Airaghi rompe gl’indugi; alla testa del suo reggimento lancia le truppe nel piano ad un primo poi ad un secondo assalto; ed il colonnello Ragni che dal mattino si è trovato sulla linea del fuoco, appoggia gli sforzi del suo collega, quantunque gli aspri fianchi delle alture da dove combatte, gli renda impossibile di mandare avvisi e ricevere ordini.
Ma lassù nelle alture il nemico tiene fermo, e quantunque nel fondo della valle si fosse ritirato, grandi masse riaprono in tutto il fronte un fuoco micidialissimo, per cui i nostri bravi sono costretti a ritirarsi dalle posizioni avanzate guadagnate poco prima, e il nemico riprende le proprie. Le perdite sono gravi assai, fra altri sono caduti i capitani Casadei, Sini, Messaglia, il tenente Vitali, i due tenenti medici Miccichè e Lombi, e molti altri.
I nostri battaglioni hanno ordine di accelerare il fuoco; le batterie secondano mirabilmente; fanno due sbalzi in avanti; ma il nemico non si muove nè dalle alture nè dal fondo della vallata; un centinaio di metri divide i nostri dalla fronte nemica che fa un fuoco d’inferno; le artiglierie rombano con fragore indemoniato; la tromba squilla il pronti(186) per l’assalto; il generale Dabormida come se si trovasse ad una parata, con a fianco il colonnello Airaghi, seguito dagli ufficiali del comando oltrepassa a cavallo la linea di fuoco – in tutti corre un fremito – un urlo tremendo si leva, “Savoja, Savoja!” e dal primo all’ultimo, a denti stretti, con ardore feroce, con l’arma in pugno si slanciano all’assalto; l’urto fu terribile – irresistibile, perchè il nemico ne è rovesciato, costretto a volgere le spalle e darsi confusamente alla fuga – le trombe suonarono alt e fuoco e una scarica a salva investe la terga del nemico. Era la vittoria! e un grido proruppe unanime. “Viva l’Italia! Viva il Re!”
Ad un tratto, potevano essere le 14, un grosso rumore di fucileria da tergo gela il sangue degli eroici combattenti. Grossi stormi di cavalieri galla si videro scendere dal colle e dietro la cavalleria un nero nembo di fanteria. All’imminenza di un attacco da tergo il bravo generale Dabormida non perdette l’ammirabile sua calma giacchè non avrebbe potuto supporre che tutto il resto dell’esercito fosse scompaginato, e già rotto e lontano: urgeva provvedere perchè il De Amicis e Rayneri tenessero fermo nella loro posizione; e questi rimasero saldi come torri fin all’ultimo; l’azione di questi due battaglioni fu veramente eroica e provvidenziale.
Si sa già che cosa era avvenuto: battuta la colonna Albertone che si era distanziata dagli altri corpi e messa nell’impossibilità di essere soccorsa, il nemico dieci volte superiore ai nostri inseguendo gli indigeni in fuga capitarono precipitosamente sulla brigata Arimondi che stava prendendo posizione, la scompagina, la rompe e mette in fuga e colla stessa rapidità piomba sulla brigata Ellena di riserva e sgomina e disperde pur questa. Atti eroici furono compiuti dalla brigata Arimondi, altrettanti e pure eroici dalla brigata Ellena ma, questi non riuscirono a frenare la valanga impetuosa delle enormi masse nemiche che inseguendo i fuggiaschi tutto travolgevano e rovesciavano.
Rotte, sgominate le tre brigate Albertone-Arimondi-Ellena, poste in fuga e lanciate alle loro calcagne arditi distaccamenti e grossi reparti di cavalleria galla, tutto il grosso dell’esercito abissino si rivolse dove ancora si combatteva con tanto eroismo da obbligare più volte forze assai superiori alla ritirata; e da quel momento la situazione della brigata Dabormida diveniva disperata. Bisognava prepararsi ad un’ultima e disperata difesa la gloriosa brigata si lancia contro il nemico su tre fronti. Il generale Dabormida a cavallo a capo scoperto e coll’elmo nella mano destra, si lancia avanti a tutti, il colonnello Airaghi lo segue con la sciabola in alto, eroicamente eccitando i suoi bravi alla pugna!
Un urlo tremendo! – e disperatamente le nostre truppe si precipitano sul nemico che non indietreggia, impedito a retrocedere dalla massa enorme che gli si accalca addosso e l’obbliga ad avanzare – ma la lotta a corpo a corpo è terribile – tanto è il furore dei nostri – tanta è la strage che seminano intorno a loro che la massa scioana ne è scossa, ondeggia ed è costretta a cedere terreno.
Lo spazio necessario per la ritirata è aperto – ma quanti prodi seminati per la via sanguinosa! Pel prode generale fu un momento ben triste quando rivoltosi al colonnello Airaghi gli disse “Airaghi bisogna iniziare la ritirata: tu la coprirai col tuo reggimento!” “Va bene generale” rispose il colonnello del 6° reggimento e si separarono per non vedersi mai più!
Dabormida si diresse all’imbocco dell’angusta valletta per dove dovevano sfilare le truppe in ritirata, e dava gli ordini opportuni; poi preoccupato della sua sinistra, insieme al capitano Bellavita suo aiutante di campo volle ascendere l’aspra altura ove ancora combattevano i battaglioni De Amicis e Rayneri.
Era di lassù che solo potevasi coprire la ritirata delle truppe combattenti nella valle. Rifiutandosi il cavallo di salire per l’erta dovette scendere; incaricò il capitano Bellavita di portare i suoi ordini al De Amicis e al Rayneri di tener fermo ad ogni costo, e ridiscese per dirigere l’incolonnamento della brigata.
Quando il Bellavita ritornò dopo avere impartiti gli ordini, il generale Dabormida, questo fulgido eroe leggendario, era scomparso!
Finito il periodo epico dei gloriosi combattimenti, si dava principio a quello tragico di una disastrosa ritirata! E, come era da immaginarsi, ne seguì una carneficina orrenda.
I battaglioni De Amicis e Rayneri che avevano strenuamente sostenuto l’urto di un nemico più che quintuplo e che ancora stavano sulle alture a proteggere la ritirata, quando videro che il 6° ed ultimo reggimento si ritraeva per lo sbocco della valletta ad imbuto, anch’essi abbandonarono le trincee fin allora difese per ridursi al colle e ritirarsi; nella stretta insenatura di questa si svolse l’esodo triste di una grande brigata! – Soprafatta dal numero, sfinita dalla sete, dalla fame, lacera, semiscalza, dopo una intera giornata di combattimento, senza tregua, abbandonava il campo col cuore stretto dall’ambascia, ma fiera per il dovere compiuto! Fu una scena d’orrore illuminata dagli ultimi raggi del sole, che esso pure andava morendo. La brigata aveva strenuamente, eroicamente combattuto dal sorgere al tramontare del sole. Tutto era perduto anche per la brigata Dabormida – non era certo perduto l’onore.
Ah! se le nostre quattro brigate avessero mantenuto il contatto! quale scempio delle orde scioane avrebbero fatto! E fu fatalmente strano che a questo non si sia rigorosamente provveduto! e non si sia pensato che è un principio incontestabile di guerra che un esercito di fronte al nemico deve sempre tenere le sue colonne riunite, in guisa che il nemico stesso non possa mai introdursi fra le medesime. Anche quando si sia dovuto dividere un esercito affine d’avviarlo per linee concentriche contro il nemico, è necessario all’approssimarsi ad esso per dare battaglia, che gl’intervalli fra le diverse colonne siano raccorciati tanto che queste possano a vicenda agevolmente soccorrersi e sostenersi. E a questo principio elementare di guerra nella fatale giornata di Adua non si è pensato!
Che ne era avvenuto del generale Dabormida, del colonnello Airaghi, del maggiore De Amicis e di tanti e tanti altri eroi? Nessuno sapeva dirlo!
Il valoroso colonnello Ragni comprese che era a lui ormai serbato un altro grave dovere, quello di dirigere la ritirata. Verso le 19 la colonna sboccò su di un ripiano sul quale si elevava una specie di controforte; il colonnello decise di far quivi l’ultima resistenza per riordinare al riparo di questo ed alla meglio la confusa massa dei superstiti. Il capitano Pavesi coi suoi ufficiali Benito (ferito), Camelli, Caloria, con la loro bella compagnia del 5° indigeni, formarono il nucleo principale della più che ardita difesa; là(187) si trovarono e si riunirono i maggiori Prato, Raqueni e De Fonseca; i capitani Paperotti, Guastalla, Liquori, Sciarra, Cicerchia, Voet, Bellavita; i tenenti Matteucci (ferito), Massazza, Angelini, Zonchello, Benetti, Carossini, Donedu (ferito), Bairi, Neri (ferito) ed altri ed altri.
Il nemico vista la tenacia temeraria dei nostri non volle avventurarsi nell’oscurità della notte e cessò dall’inseguimento, per cui la ritirata potè compiersi, ma seminando nei giorni appresso altre ossa lungo tutta la via ben dolorosa, perchè i superstiti furono continuamente assaliti dagli insorti nei paesi che attraversavano.
Nel combattimento d’Adua cadde da eroe, fra tanti e tanti altri, il capitano Leopoldo Elia di Ancona, il prode garibaldino ferito a Mentana, il valoroso soldato dell’esercito alla breccia di Porta Pia. Egli era già stato in Africa colla spedizione di San Marzano quale capitano dei bersaglieri; vi era rimasto per due anni e fu costretto a rimpatriare per grave malattia. Ricuperata la salute lo si tolse dall’arma dei bersaglieri, nella quale aveva fatta tutta la sua carriera, grado a grado, fino a quella di capitano – arma che egli idolatrava!
Fu un colpo assai doloroso per lui – e per mostrare che avevano avuto torto di toglierlo dal corpo suo prediletto, appena si ebbe notizia dell’eroica giornata di Amba-Alagi, non chiamato, offriva volontario i suoi servigi alla patria e ripartiva colla brigata Ellena.
Nella fatale, ma pur gloriosa giornata d’Adua, schierata la sua compagnia sotto un fuoco infernale nemico, nella posizione che doveva tenere e difendere, incuorando i suoi bravi soldati che l’adoravano, dando loro l’esempio, eroicamente combattendo, per più ore sostenne urti tremendi che sempre respingeva; ma infine circondato da migliaia di nemici, senza ritrarsi d’un passo, vendendo cara la vita egli e i suoi bravi che sempre assottigliandosi si stringevano intorno a lui, cadeva ferito per non più rialzarsi. Così finivano quasi tutti della compagnia comandata da Leopoldo Elia, preferendo morire piuttosto che darsi prigionieri.
E un altro valorosissimo lasciava la vita in quella fatale giornata, un carissimo amico dell’Elia che merita di essere ricordato, il capitano Ciro Cesarini di Corinaldo.
Uscito dalla scuola di Modena entrava come sottotenente nel 4° reggimento bersaglieri. Nel 1894 domandò ed ottenne di essere mandato in Africa e venne destinato col grado di tenente alla 2a compagnia cacciatori di guarnigione a Keren.
Dopo pochi mesi venne chiamato alla 3a compagnia del 2° battaglione indigeni comandato dal maggiore Hidalgo – combattè da valoroso per l’espugnazione di Cassala e vi guadagnò la menzione onorevole e per merito fu promosso capitano nella 1a compagnia del 1° battaglione indigeni sotto il comando del maggiore Turitto.
Col suo battaglione prese parte alla battaglia di Debra-Ailat ed all’inseguimento di Ras Mangascià.
Quando si formò il corpo di operazione contro gli Scioani, col suo 1° battaglione indigeni entrò a far parte della brigata Albertone – che come si è visto – fu la prima ad impegnarsi nel combattimento del 1° marzo – ed a sostenere tutto il grave peso dell’immensa oste nemica per essersi distanziata dalle altre nostre brigate.
Dopo la triste notizia del disastro toccato alle armi nostre nella battaglia d’Adua, alla famiglia, ai concittadini, agli amici, trepidanti per la sua sorte, venne notizia che il capitano Cesarini si trovava ad Adigrat; però la novella fu presto smentita. Solo poté essere accertata la sorte del valoroso capitano, quando fu liberato dalla prigionia l’ultimo scaglione dei prigionieri di Menelik del quale faceva parte il tenente Fuso, unico ufficiale superstite della compagnia comandata dal Ciro Cesarini, del quale raccontava così l’eroica fine.
“Il capitano Cesarini con la sua compagnia fu il primo ad attaccare il nemico e ne sostenne il fuoco per due ore di seguito.
“Quando il generale Albertone – dopo accanito combattimento contro masse nemiche dieci volte superiori alle sue forze – minacciato di avvolgimento – si trovò costretto ad ordinare la ritirata – il capitano Cesarini col resto della sua compagnia e con quanti altri potè raccogliere, venne incaricato di proteggere la ritirata – Ed egli – dando esempio ai suoi che in pochi rimasti si serravano intorno a lui – non abbandonava un palmo di terreno e battendosi come un leone compiva fin all’ultimo eroicamente il suo dovere. Ferito ad un braccio continuò a combattere – ma una palla gli fracassò un ginocchio – la ferita era orribile – il sangue ne usciva a fiotti – gli spasimi dovevano essere atroci.
“Io ed il furiere della compagnia volevamo prestargli soccorso – ma egli – visto che per lui era finita – ci pregò di non occuparci di lui – ordinava a me di prendere il comando della compagnia e di resistere fino all’ultimo.
“Allora lo trasportammo in una specie di grotta che vi era lì(188) appresso – durante il tragitto perdette i sensi – lo adagiammo alla meglio e più non lo rivedemmo”.
Ecco quanto il generale Albertone dice di questo bravo e della sua eroica compagnia.
“La compagnia rimasta col tenente Fuso, che ne aveva assunto il comando, col furiere ed una trentina di soldati Ascari rimasti, respinse quattro volte il nemico con altrettanti attacchi alla baionetta.
“Durante la mia prigionia intesi più volte dai capi Abissini la narrazione dei prodigi di valore del capitano Cesarini, il quale aveva meravigliato gli stessi nemici”.
E combattendo da valorosi lasciavano in quella giornata la vita pure, il prode tenente Monina Attilio, ed i forti giovani Adolfo Muzzi, Alfredo Pettinelli, Adolfo Santarelli, Cesare Salustri, Cesare Stramazzoni.
O forti e valorosi soldati – la vostra fine non doveva essere diversa! Solo agli eroi è dato la gloria di morire ravvolti nella propria bandiera!
Ancona e i luoghi della sua provincia che vi dettero i natali conserveranno sacra la vostra memoria!

*
* *

Al generale Baldissera toccò di compiere le operazioni militari nel secondo periodo della campagna d’Africa 1895-96.
Con rapide mosse, con ardite dimostrazioni su Coatit, su Debra-Damo e su Adua, affine di coprire il vero obiettivo del corpo di operazione, riusciva in breve a liberare il presidio d’Adigrat; a riordinare gli avanzi del primo corpo di operazione che aveva combattuto ad Adua; a coprire la colonna minacciata nel punto più vitale; ad iniziare trattative di pace col precipuo scopo di guadagnar tempo, per ottenere la liberazione dei nostri prigionieri, il seppellimento dei nostri morti; – e portare soccorso a Cassala.
Operazioni tutte condotte a compimento con militare energia e con sommo accorgimento da meritare il plauso del paese.

CAPITOLO XXXI.

Volontari italiani in Grecia.

Nel 1897 – un grido di entusiasmo echeggiava da un capo all’altro d’Italia per la causa ellenica – il filellenismo fu sempre fra noi una delle corde che più vibrarono nel cuore di quanti sentivano amore di patria e di libertà – e tutte le volte che la Grecia tentò di sottrarre dall’onta del governo turco le belle terre che le appartengono, l’Italia non vi rimase insensibile e mandò i migliori suoi figli a combattere per la sua redenzione.
Sarebbe troppo lungo il ricordare i patriotti che le diedero la vita in tempi ormai lontani ma pur non dimenticati; basterebbe ricordare il Santorre Santarosa – nel 1821 – il Basetti – il Tarella – il Mamiot – il Tirelli – il Briffori – il Tarsio – il Viviani – il Torricelli – il Prenario – il Miovitowich – il Dania – il Rattelani – che diedero la vita per la Grecia nel 1822 – e l’Andrea Broglio marchigiano che lasciava la vita ad Anatolica nel 1828 – come molti greci lasciarono la loro vita per la causa italiana; accenneremo ai più recenti, e diremo che insorta l’isola di Creta dopo la campagna del 1866, ben duemila e più volontari e non meno di ottanta ufficiali corsero a dare agli insorti il loro aiuto. I primi, sbarcati a Sira furono posti sotto gli ordini di Zambra-Kakis, Bisanzios, e Coracas, gli altri sotto il comando(189) del maggiore Mereu, e tutti diretti all’isola di Creta ove si combatteva per la propria indipendenza.
Al Mereu prima della sua partenza il generale Garibaldi consegnava la lettera seguente:

Caprera, 9 ottobre 1866.

“Il maggiore Mereu, uno dei miei prodi compagni d’armi, va in Grecia per combattere la santa causa di quel paese.
“Io lo raccomando caldamente ai miei amici.

G. Garibaldi”.

In tutti i combattimenti per l’indipendenza della Grecia il sangue italiano fu sparso gloriosamente.
Nel 1867 la Grecia minacciava di sorgere in armi per la questione non solo di Creta ma anche per la causa macedone: una nuova spedizione di Toscani guidata da Sgarellino partiva da Livorno; toccata Caprera prendeva il comando della spedizione il bravo giovane Ricciotti Garibaldi.
Egli partiva diretto non a Candia ma al Pireo, con istruzioni del padre di vedere di portare la rivoluzione nell’Epiro e nell’Albania e di far sapere che se l’insurrezione avesse luogo, anche egli sarebbe accorso sul campo dell’azione.
Ma mentre un comitato ellenico era dietro ad organizzare un movimento sulla frontiera Epirota; l’intervento delle potenze intimava alla Grecia di spegnere il movimento nel suo nascere, e i volontari italiani dovettero rimpatriare.
Nel 1875, Mico Liubibratic, un eroe Erzegovese, che col Vucalovich si era mantenuto in campagna contro i Turchi per l’indipendenza della sua patria fino al settembre 1862 riportando segnalate vittorie il 13, 14, 18 ottobre – tali da destare l’universale ammirazione e da obbligare il governo ottomano a segnare in Ragusa un trattato favorevole all’Erzegovina (trattato i cui patti non furono poi rispettati) – aveva ripreso le armi e indirizzava un fiero proclama alla gioventù di tutte le nazioni, perchè rispondessero al suo appello. Garibaldi alzava anche esso la sua voce in favore dell’Erzegovina col seguente proclama:
A Liubibratic ed ai suoi gloriosi compagni!

“Miei cari amici,
“Voi vi siete assunti una difficile missione, ma bella, superba, santa; quella dell’emancipazione degli Slavi dalla più atroce delle tirannidi.
“Io vi invidio e giammai tanto mi pesarono gli anni come oggi, che non posso dividere con voi glorie e perigli.
“Già m’indirizzai a tutte le popolazioni che languono sotto il giogo ottomano e non dispero di vedere raggiungere la vostra bandiera dai prodi che contano nella loro storia i Leonidas, gli Spartachi e gli Scanderberg.
“Il vostro divisamento di sostenere la guerra di partigiani durante l’inverno, lo credo il migliore; l’avvenire è vostro. Qualunque uomo che non sia un perverso farà sua la causa vostra e come noi palpiterà di gioia al vostro glorioso trionfo”.

Roma, 29 ottobre 1875.

Vostro
G. Garibaldi.

Al patriota esule triestino, presidente del Comitato per gl’insorti erzegovini, scriveva così:

“Mio caro Popovich,

“Ove rimanesse un insorto solo nell’Erzegovina, bisogna aiutarlo.
“Io spero che Liubibratic e compagni si sosteranno sino alla primavera. Intanto bisogna lavorare per loro a tutta forza.
“Dite ai valorosi del Montenegro che il mondo ammira il loro eroismo, e salutateli caramente per me”.
Roma, 31 ottobre 1875.

Sempre vostro
G. Garibaldi

E quando ebbe per telegramma i particolari
della battaglia di Piva nella quale i Turchi toccarono
una solenne sconfitta, così gli scriveva:

“Caro Popovich,

“I liberi d’ogni paese europeo esultano per la splendida vittoria degli eroici figli dell’Erzegovina orientale”.
Roma, 5 novembre 1875.

G. Garibaldi.

Non è quindi da meravigliarsi se all’annunzio dell’insurrezione di Creta nel 1897 e dell’attitudine del governo Ellenico di sostenerla anche a mano armata contro il Turco, in Italia vecchi patrioti e giovani di cuore ardente, sentirono il sacrosanto dovere di continuare la gloriosa tradizione della camicia rossa, quale simbolo di libertà per gli oppressi.
Per opera dell’insigne patriota Ettore Ferrari, coadiuvato dal colonnello Gattorno, si formò un corpo di garibaldini. Ma in parte per le difficoltà frapposte dal Governo Italiano, che per riguardo ai trattati internazionali doveva ostacolare l’imbarco dei volontari, ma ancor più per le incertezze dello stesso governo di Grecia, il numero degli accorsi fu assai limitato. E per provare che tali incertezze riuscirono dannose alla causa ellenica, basti il dire, che avendo il generale Menotti Garibaldi (col quale sarebbero andati i colonnelli Pais, Cariolato, Elia, Bedischini e tanti e tanti che lo avrebbero seguito da formarne una divisione) telegrafato al fratello Ricciotti se doveva partire, riceveva risposta, che gli diceva inutile la partenza, giacchè riteneva, dal modo come si mettevano le cose, che forse egli stesso sarebbe stato costretto a fare ritorno in Italia.
Per tutte queste contrarietà si potè solo formare intanto un 1° battaglione di duecento cinquanta uomini, che comandati dal Mereu, furono i primi a partire per la Grecia. Del grosso del corpo di ottocento uomini, formatosi poi, il generale Ricciotti Garibaldi comandante di tutta la Legione, ne formava altri due battaglioni il 2° e il 3°.
E ci volle tempo non breve, dopo giunti al Pireo e ad Atene, perchè questi bravi potessero avere le armi e il più stretto necessario per un corpo destinato a combattere. Finalmente il 7 di maggio il Ministro della guerra partecipava al comandante del corpo garibaldino generale Ricciotti Garibaldi, l’ordine di marcia.
Il giorno 9 la Legione approdava ad Hagia-Marina; ivi giunta il generale avvisava telegraficamente il principe Costantino a Domokos del suo arrivo; questi lo invitava a raggiungerlo senza ritardo. A Domokos la Legione garibaldina fu posta sotto gli ordini del generale di divisione Mauromichaelis.
La mattina del 17 maggio l’esercito turco, forte di settantamila uomini, diviso in cinque divisioni, con movimento aggirante attaccava l’esercito greco, di appena 28 mila combattenti.
L’attacco più accanito si svolse nel centro, contro le trincee intorno a Domokos, tenute validamente dalle truppe greche comandate dal generale Mauromichaelis, che da prode vi lasciava la vita.
A questo combattimento prese parte il 1° battaglione garibaldino comandato dal Mereu, che vi perdette ben 50 circa dei suoi valorosi fra morti e gravemente feriti. Per la morte del generale Mauromichaelis che le comandava, e per il numero preponderante del nemico, le truppe greche dovettero abbandonare le trincee di Domokos. Da quel momento la battaglia poteva dirsi finita, perché il principe ereditario, a notte fatta metteva tutto il suo esercito in ritirata per Furca.
Mentre questo avveniva al centro, all’estrema sinistra la divisione Hairi Pachà spingeva distaccamenti con l’obiettivo di impossessarsi della strada Koto-Agoriani-Dereli-Moccoluno onde tagliare ai Greci la ritirata; mentre col grosso delle sue forze si presentava ad attaccare la piccola divisione Tertipis che occupava Balimbeni-Kasimir-Amaslar.
Contro la divisione Hairi Pachà(190) combattevano eroicamente il 2° e 3° battaglione dei garibaldini, fiancheggiati dalla brava legione Filellenica.
Ecco come il generale Ricciotti Garibaldi descrive il combattimento.
“Indovinato il piano di attacco del generale Hairi Pachà(191), decisi di prendere contatto con le truppe nemiche in una specie di semicerchio rientrante che faceva la pianura a piè delle colline, il cui corno destro era tenuto solamente dalla Filellenica ed il sinistro da alcuni Euzoni della divisione Jertipis.
“In mezzo a questo semicerchio vi era una collinetta isolata; e questa era la posizione che io ordinai d’occupare per tener testa alle masse nemiche; già i tiragliatori turchi più avanzati, ne avevano raggiunte le falde a destra e sinistra accogliendo la comparsa della nostra colonna con un ben nutrito fuoco. Fermate per un momento le prime compagnie dissi ai miei bravi così:
“Compagni! ricordatevi che oggi è affidato a voi l’onore e la dignità d’Italia”.
“Queste poche parole furono accolte con fremito d’entusiasmo e non ebbi dubbio che questa terza generazione di Camicie Rosse sarebbe stata degna delle precedenti.
“Ordinai a Martinotti, comandante del 2° battaglione, di stendere la 1a compagnia in ordine aperto e prendere possesso a passo di corsa della collinetta – obbiettivo del nostro campo d’azione.
“Per fortuna la nostra brava 1a compagnia giunse sul culmine della collina, che era attraversata da una scogliera di muro a secco, pochi minuti prima dei turchi. Arrivati alla scogliera i nostri aprirono un fuoco accelerato sul nemico – ma questi a sua volta li fulminava(192) con fuoco incrociato.
“Fu in questo momento che accadde un fatto il quale sarà sempre un dolore per l’Italia.
“Fra i primi che giunsero sulla cresta della collina vi erano alcuni ufficiali del mio stato maggiore, tutti provvisti(193) di fucile. Con essi si trovava il nostro Antonio Fratti. Raggiunta che ebbi in pochi minuti la sommità, mi sentii dire: Generale, Fratti è ferito! Mi rivolsi al piccolo gruppo che si allontanava col ferito, e chiesi: “Come sta Fratti?” Mi fu risposto “è morto”.
“Ne sentii dolore vivissimo!
“Povero Fratti! fu destino che dovesse trovare l’estremo giaciglio là sotto un salice sulla sponda del Pentamili!
“All’apparire dei nostri il movimento in avanti del nemico si era arrestato; ma tutto il fuoco lo aveva concentrato sulla collina e le Camicie Rosse presentavano uno splendido(194) bersaglio tanto che in un momento ne caddero parecchie.
“Il capitano Capelli comandante della 1a compagnia, mio figlio Beppino ed altri sette o otto si erano già slanciati giù del pendio contro il nemico strapotente; immediatamente diedi ordine a Martinotti(195) di abbandonare la collina e di avanzare, a passo di carica, contro il nemico.
La 2a, 3a, 4a compagnia furono spinte avanti in sostegno del movimento sulla sinistra, e quattro compagnie greche (3° battaglione comandante Martini), sulla destra.
“La sezione francese – sotto de Barre – seguì il battaglione italiano; e la sezione inglese – sotto Erio Short – si unì al battaglione greco.
“Ramos, greco, mio compagno indivisibile si mise alla testa dei suoi connazionali, e Mereu di quella della nostra destra.
“Alle 5 pomeridiane attaccati rabbiosamente, i Turchi interrompono la loro marcia in avanti, si fermano, balenano, si disordinano e infine volgono in precipitosa ritirata. Un grido si leva altissimo dalla Legione Filellenica: “Viva i garibaldini! Viva l’Italia!” Ben altro ci rimaneva da fare.
“Bisognava sloggiare i Turchi che si erano trincerati in un altura detta della Madonna. Montai a cavallo; pregai il valoroso capitano Varatassis, comandante la(196) Legione Filellenica, rimasta in poco più di cento, e il capitano greco Stifiliades che era venuto a mettere a mia disposizione una compagnia di truppe regolari, di appoggiare la mia destra, e sostenuti alla sinistra dal 3° battaglione greco comandato da bravi ufficiali e diretto dal valoroso compagno Ramos, ordinai un attacco generale alla baionetta. Tutti con slancio ammirevole si avventarono ansanti sull’erta posizione nemica, ma i Turchi non aspettarono l’ardito e furioso assalto, abbandonarono la posizione e si diedero alla fuga.
Il sole era tramontato – le fucilate erano cessate – ed anche l’artiglieria taceva – ormai non vi era da fare altro che ritornare ai villaggi per pernottarvi.
“Le trombe suonarono a raccolta e da tutte le parti venivano gruppi di camicie rosse gridando evviva – ebbri tutti di un immenso entusiasmo.
“La prova era superata e splendidamente superata.
“La camicia rossa aveva scritto un’altra pagina non indegna di figurare accanto alle altre gloriose; e l’Italia nostra poteva andare superba di questa nuova generazione dei suoi figli. Avevano combattuto uno contro sette e non erano stati vinti!
“Verso l’una del mattino mi venne l’ordine di ritirarmi per la via di Dranitz a Lamia – e mi si diede notizia che tutto l’esercito greco si ritirava”.

*
* *

Ma il generale Ricciotti Garibaldi non volle abbandonare il campo prima di avere raccolti i feriti e fatto un convoglio di trasporti. E prima di tutto volle rendere l’estremo tributo al valoroso compagno Antonio Fratti dandogli onorata sepoltura. Fu preparata dai compagni la fossa e con mestizia di tutti venne sepolto sotto ad un salice vicino al ruscello Pentamili!
Fra i morti caduti nel combattimento di Domokos – va ricordato un giovane valorosissimo – Oreste Tomassi – degno figlio del maggiore Adolfo Galanti Tomassi che nel combattimento di Milazzo e del Volturno si meritava decorazioni al valore e promozioni.
L’Oreste Tomassi laureato a Camerino e nell’università di Bologna aveva 25 anni. – Si trovava a Vienna per affari – quando saputo che la Grecia aveva impugnato le armi contro la Turchia abbandonava ogni cosa e correva a Trieste per imbarcarsi il 22 aprile pel Pireo. Ecco come il valente giovane dava al padre notizia della sua decisione

Atene 19 aprile (1 maggio) 1897.

Caro Papà.
“Non so se avrai già ricevuto da Mario la notizia della mia partenza per la Grecia. Partii da Vienna il giorno 20 aprile e m’imbarcai a Trieste domenica passata; presentemente mi trovo qui in Atene dove sono arrivato oggi stesso insieme ad una numerosa legione d’italiani accorsi da tutte le parti del regno. Ci fermeremo qui probabilmente fino dopo domani per aspettare l’arrivo di Menotti Garibaldi; onde partire unitamente a un’altra legione di volontari per l’Epiro. Potremo essere in tutti circa tremila. Ricciotti Garibaldi ci ha fatta formale promessa di mandarci in prima linea, volendo il governo greco procurarci questo onore.
“Figlio di un garibaldino – figlio di un soldato della libertà e dell’indipendenza d’Italia – ho creduto di fare semplicemente il mio dovere di accorrere ad arruolarmi per una nazione che combatte per gli stessi ideali per cui ha combattuto mio padre. Non dirmi che ho fatto male, perchè tu pure studente e figlio prediletto – abbandonasti studi e famiglia per una causa consimile.
“Se io morrò credo fermamente che tu saprai sopportare dignitosamente il dolore che ti potrò arrecare. A mamma dille che non è poi certo che io debba morire – e che se anche ciò fosse, si consoli pensando che sarò morto bene. Papà – sono Garibaldino! – Mentre ti scrivo vesto la leggendaria camicia rossa – se io morrò con questa camicia ne dovrete essere orgogliosi! – Se ritornerò che orgoglio per voi e per me! Saluta tutti i fratelli e sorelle – che in questa lettera voglio nominarli tutti – pensando che forse sarà l’ultima”.
E fu l’ultima davvero! Ma quale soddisfazione – quale orgoglio per il padre suo – per la sua famiglia! E quale gaudio per noi vecchi nel vedere come i nostri figli sanno far loro i nostri ideali.
O giovani d’Italia che portate in cuore sentimenti così elevati, siate benedetti!
Il generale Ricciotti Garibaldi così scriveva per dare notizia al padre dell’eroica morte del suo Oreste:

“Egregio Sig. Adolfo Tomassi,

“Compio il doloroso dovere di spedirle il congedo del suo caro estinto.
“E mentre la prego di accettare le mie più sincere condoglianze, Le sia di conforto il pensiero che il suo Oreste – morendo da valoroso sul campo, ove si combatteva per l’umanità – ha insieme ai suoi compagni provato che nella razza italiana non sono estinte quelle qualità che resero così gloriosa la generazione passata.
“Il nome di suo figlio prenderà posto nella storia – tra i più gloriosi – come uno – che con il suo valore e il suo sacrifizio – iniziò un’era nuova di gloria – per la nostra gioventù – e questo è l’unico conforto che accompagnerà noi vecchi nel mondo al di là”.

Sempre dev.mo Suo
Ricciotti Garibaldi.

“Corpo volontari italiani
in Grecia.

“Si certifica che Tomassi Oreste ha preso parte alla campagna di Grecia dell’anno 1897 nella qualità di caporale….. e fu presente ai fatti d’armi di Domokos. Morto da valoroso sul campo di battaglia”.
Atene, 27 maggio 1897.

Il comandante del corpo
Ricciotti Garibaldi.

Il colonnello: Luciano Mereu.

“Legation royale
de Grece.

“Il R. Incaricato d’affari della Grecia esprime il suo più vivo rincrescimento d’essere impedito, per causa di malattia, di assistere alla commemorazione che si terrà questa sera in memoria del compianto filelleno Oreste Tomassi, valorosamente caduto nella battaglia di Domokos”.

Vienna, 31 maggio-12 giugno 1897.

Ai Preg.mi Signori
Signori Costiglioni
Cofler e De Hoeberth
Vienna.

Portato l’ultimo tributo alla sepoltura del valoroso amico, e mandato l’estremo saluto ai valorosi che erano caduti combattendo per una santa causa, la colonna, che fra morti, feriti e scorte era ridotta a circa 450 uomini, prese la strada di Panaghia. Così finì la breve campagna di Grecia del 1897.
Dopo altre peripezie, che non torna conto di ridire – la brava Legione che aveva onorato anche una volta(197) il nome italiano, e tenuto alto il prestigio della camicia rossa, ritornava in patria.
Questi sono i caduti morti nella battaglia di Domokos, gloriosa per i garibaldini: Antonio Fratti, Antonio Pini, Giovanni Capra, Ugo Silvestrini, Alfredo Antinori, Filippo Bellini, Ettore Panseri, Pio Simoni, Michele Frappampina, Guido Cappelli, Alarico Silvestri, Enrico Mancini, Oreste Tomassi, Francesco Fraternali, Romolo Garroni, Massimiliano Tombelli.
Onore ad Essi!
La piaga dolorosa lasciata sul cuore della nazione dalla disfatta d’Adua andavasi cicatrizzando, allorquando da un gravissimo lutto doveva essere colpita l’Italia tutta;

CAPITOLO XXXII.

Orrendo misfatto e morte di Umberto I°

Il 29 luglio del 1900 – giorno nefasto – il mondo esterefatto udiva l’orribile notizia – A Monza, moriva assassinato da belva umana Umberto I° Re d’Italia – il Re che amava il popolo suo come padre il più amoroso! il più benefico!
Chi può ricordare senza fremere la data della sera infame nella quale Umberto di Savoia – forma ideale di bontà – in mezzo ad una festa di popolo alla quale fidente aveva voluto prendere parte – a tradimento – fra le ombre notturne – veniva ucciso dall’arma parricida d’un italiano? Fu il più grande misfatto che tigre sitibonda di sangue potesse perpetrare!
Umberto I° nel morire deve avere pensato – che meglio sarebbe stato cadere fra il fragore delle armi e lo squillar delle trombe nel 1866 – quando fra i suoi compagni combatteva da eroe nella disgraziata ma pur gloriosa giornata di Custozza, col pensiero rivolto alle terre italiane irredente – aspettanti di essere unite alla madre patria – sempre fidenti!
Incancellabile durerà in noi il ricordo dell’esecrando delitto – e il popolo italiano che vivo l’amò tanto – sente che il ricordo di Lui forma ormai la parte più cara della sua coscienza.
“Date lacrime ed onori alla sua sacra memoria”.
Questo fu il Vostro voto Sire! quando saliste sul trono del Padre della Patria e di Umberto I il Re Buono – e il popolo come una eco alle parole del Vostro cuore addolorato – spinto da sentimento unanime – glorificando la memoria del Re estinto, faceva nel tempo stesso solenne affermazione plebiscitaria di affetto per Voi Emanuele III nostro Re e per la Vostra Casa.
E le dimostrazioni di vivo rimpianto di tutto un popolo, sia per Voi – Regina Margherita – tanto amata dal lacrimato Re – di conforto al Vostro cuore d’italiana e di madre.
L’Italia vi ha consacrata alla sua venerazione!

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Ecco il primo ordine del giorno esprimente alti sentimenti patriottici e civili che il Re Vittorio Emanuele III emanava in occasione della sua assunzione al trono.

Ufficiali, sott’ufficiali e soldati
dell’Esercito e dell’Armata!

“L’intiero mondo civile ha udito con indignazione la tragica fine del compianto mio genitore.
“Il dolore della Nazione si è certamente ripercosso nei vostri cuori di buoni e fedeli soldati. In questo momento il mio pensiero si rivolge fidente a voi tutti, certo che riporterete su di me l’affetto col quale circondavate il Re Umberto, affetto che, seguendo l’esempio paterno, con cuore di soldato, io vi ricambio.
“E con voi il mio pensiero si rivolge ai vostri compagni, che in Creta, nell’Eritrea ed in Cina mostrando le tradizionali qualità di soldati italiani, tengono alta la gloriosa bandiera nazionale simbolo della grandezza e dell’unità della nostra patria”.

Da Monza 1° agosto 1900.

Vittorio Emanuele III.

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Ecco come si commemorava alla Camera la morte di S. M. Umberto I Re d’Italia.
Il giorno 6 agosto il presidente onorevole Villa – dava partecipazione alla Camera dell’esecrando delitto colle seguenti parole che tutti i deputati profondamente commossi ascoltavano in piedi:
“Onorevoli colleghi! Umberto I, l’amato nostro Re, non è più! La mano sacrilega di un assassino si è levata su lui e là in Monza, in mezzo al popolo che lo salutava plaudente con le più schiette manifestazioni della gratitudine e dell’affetto, ne spezzava freddamente il cuore.
“Non la mia povera parola varrebbe oggi a dirvi della immane sventura che ci ha colpiti; non io saprei degnamente evocare dinanzi agli occhi del cuore, impietrito dal dolore, l’immagine del Re barbaramente assassinato; non io potrei dirvi di questo gran martire della carità, che l’odio settario ha, nel suo insaziabile istinto di rovine e di sangue vigliaccamente sacrificato. (Benissimo!)
“No!… Ma io sento che parla per me la voce di tutto un popolo che lo amava (Benissimo!) e lo benediva; di un popolo intero che dagli alti palazzi, come dai più umili casolari, dai più remoti angoli del paese, dalle officine e dai campi, si leva esterrefatto fra le lagrime e le preghiere e nell’impeto delle sante ire maledice ai sicarî. (Vivissime approvazioni).
“No!… Ma io sento che echeggia qui nel cuore di tutti noi la voce immensa di tutto il mondo civile che, piangendo desolato o concorde la caduta di un Eroe vilmente fulminato da un assassino, solleva un grido di esecrazione e di allarme contro quel cosmopolitismo feroce e sanguinario che, calpestando ogni alta idealità della vita umana e ponendosi in aperta rivolta contro ogni santa manifestazione della carità e dell’amore, non si arresta neppure dinnanzi al parricidio. {Vivissime approvazioni(198)).
“No, io sento raccolta qui negli animi nostri la parola dolcissima di quella grande Addolorata che, dopo di aver portato nella Reggia il fascino della grazia e della bontà, dà oggi nelle veglie del dolore l’esempio di una forza e di una virtù, ammirande; (Vivissime approvazioni – prolungati applausi) non dimentica mai, fra le angoscie dell’anima, nè dei doveri di madre, nè di quelli che la stringono alla nazione che essa ama, e dalla quale è riamata, e non invocando da Dio che la grazia suprema della rassegnazione. (Benissimo!)
“Era buono… non fece mai male a nessuno. È il più gran delitto del secolo! E in queste parole che proruppero dal cuore della donna e della Regina, è la sintesi dolorosa e solenne di quella terribile tragedia, che ebbe il suo epilogo nella notte fatale del 29 luglio. (Bravo!)
“Era buono. Sì, buono di quella bontà che è il compendio di tutte le virtù; di quella bontà che riunisce e rispecchia le più eminenti doti dell’intelletto e del cuore in tutti i rapporti della vita morale e civile. (Benissimo!)
“Era buono; e lo provò prima ancora di assumere le alte responsabilità della Corona, conformando tutta la sua vita alle austere discipline del dovere, assecondando con sentimento di devozione la volontà del padre, seguendone fedele gli esempi e avventurando la vita con lui e col fratello sui campi di Lombardia per la causa italiana. (Benissimo! Bravo!)
“Io non ambisco – così Egli diceva ai rappresentanti della Nazione, nell’atto di cingere la Corona: Io non ambisco che meritare questa lode: EGLI FU DEGNO DEL PADRE”. E nella omerica semplicità di queste parole Egli scolpiva tutto l’animo suo. (Approvazioni).
“Era buono; e lo provò durante i ventidue anni di regno, non ismentendo mai quella che fu la costante preoccupazione di tutta la sua vita; di mantenere, cioè, fede rigorosa alle istituzioni. Re costituzionale, egli non si lasciò mai sedurre dal pensiero di potersi in qualche modo porre in contrasto con quell’indirizzo di Governo che gli poteva essere segnato dalla volontà della nazione. Religioso osservatore della legge, egli sentiva tutti i doveri che si impongono al Sovrano nell’alto ufficio che gli è affidato, di essere moderatore imparziale fra l’urto dei partiti che intendono a fecondare con nuovi elementi l’attività politica ed economica dello Stato. Passarono sopra di noi turbini e procelle spaventose gravi sventure colpirono il cuore della nazione, egli non disperò mai della patria; nè dubitò mai della virtù italiana; ma richiamando serenamente il paese alla coscienza della sua forza e al culto della libertà, proclamò sempre la sua fede costante nelle Istituzioni “essere esse la salvaguardia contro ogni pericolo; in esse la prosperità e la grandezza della patria”. (Vivissime approvazioni – Vivi e prolungati applausi.)
“Non fece mai del male a nessuno. E come lo avrebbe potuto? Egli passò beneficando. Non fu pubblica sventura nella quale egli non abbia saputo manifestare tutto l’inesauribile tesoro di bontà che aveva nel cuore. Lo vedete impavido in mezzo ai pericoli, affrontare la terribile malattia quando è più fitta l’ecatombe delle vite e più fiero l’imperversare del flagello; impaziente sempre di giungere fra i primi a portare una parola di conforto e un soccorso ai derelitti colpiti dalla sciagura. Non vi è miseria alla quale egli non sappia apprestare un riparo. Negli asili come negli ospedali egli accorre colla coscienza di dover adempiere ad un dovere di umanità e con la stessa fede con cui vi accorre una suora di carità.
“Io porrò negli umili la gloria del mio regno. Con queste parole egli riassumeva tutto il suo cuore, tutto lo scopo al quale avrebbe desiderato fossero rivolte le cure del Governo; l’intento sommo che egli sperava di poter raggiungere. E lo provava accordando largo concorso di sovvenzioni ad Istituti di previdenza, Casse di lavoro, Associazione cooperative, ogni opera diretta ad allievare le necessità dei più umili. Lo provava mostrandosi sempre devoto alla causa degli operai, mescolandosi con questi con confidente famigliarità; mostrando la più viva sollecitudine per i loro interessi e per quelli delle loro famiglie; avendo per tutti una stretta di mano, una parola amica, un sorriso che infondeva in ogni cuore un sentimento di fiducia e di ossequio.
“Era buono e non di meno vi fu chi ha potuto concepire il truce pensiero di farne scempio!
“E vi è stato chi ha potuto freddamente, roteare sopra quel petto, sul quale brillavano le insigne del valore, i tre colpi mortali!
“E vi fu chi pensò di scegliere con ributtante audacia a teatro dell’opera scellerata ed infame quello stesso luogo e quell’ora stessa, in cui il plauso popolare salutava il Re buono, leale e generoso; conculcando l’autorità sovrana ed insultando ad un tempo l’affetto popolare, (vivi e prolungati applausi).
“È il più gran delitto del Secolo. Sì: è la brutale malvagità che, mentre sfoga il suo istinto di sangue distruggendo la più nobile delle esistenze conculca nel tempo stesso la più alta personificazione dell’autorità della legge, della maestà della nazione, del diritto sociale, della giustizia, e insulta ad un tempo il sentimento popolare nella più elevata sua manifestazione. (Vivi e prolungati applausi).
“È la brutale malvagità alimentata ed ordinata a sistema contro ogni ordine sociale: distruggere per distruggere. Lusingansi forse i dissennati, di poter con le loro opere di sangue attentare a quella grande espressione di forza che è la Monarchia italiana; ed offendere quel prezioso coacervo di volontà, di aspirazioni, di energie che è rappresentato dalla Dinastia di Savoia? (Vive approvazioni}.
“No; il Re non muore (Prolungati applausi e grida ripetute di: Viva il Re!) e il sangue dei martiri fortifica la fede dei superstiti. (Prolungati applausi).
“Il Re non muore; Umberto rivive nel figlio suo. Vittorio Emanuele III raccoglie la Corona insanguinata per continuare imperterrito e con la stessa fede quella missione di pace e giustizia, che l’Augusto suo Genitore si era prefisso. (Vive approvazioni). Contro questa legge indefettibile, della continuità giuridica e morale della Monarchia, che la coscienza del popolo ha con mirabile concordia riconosciuta, non vi è opera di sette, non vi è opera di violenti che possa prevalere. (Vivi e prolungati applausi – grida ripetute di: Viva il Re!)
“Grandi doveri però c’incombono, ai quali la nostra coscienza non può mancare. Noi sentiamo che la vita morale della Nazione è turbata da dissesti morbosi; noi sentiamo che vi è nell’organismo sociale qualche cosa che fallisce alla regolarità e sincerità delle sue funzioni. Al più grande dei delitti del secolo, perpetrato su di una pubblica piazza assiepata di popolo e contro la più nobile delle vite, si collegano responsabilità morali più o meno dirette, più o meno prossime che possono dipendere dagli imperfetti organismi della nostra vita giuridica ed amministrativa. (Vive approvazioni).
“Bisogna richiamare il paese all’osservanza rigorosa della legge. (Vive approvazioni – applausi). Bisogna modificare, correggere i nostri istituti educativi, far penetrare nelle masse il sentimento del dovere; richiamarle agli alti ideali della patria e della famiglia; dare a tutti e in tutto quella giustizia che è il supremo bisogno dei popoli. (Applausi unanimi e prolungati).
“Con questi intendimenti raccogliamoci attorno al giovine Re sul quale l’occhio del padre e della madre posavansi con tanto affetto e che sollevando la bandiera abbrunata della patria, intende con animo sicuro verso la meta segnatagli dal padre e dalle tradizioni della sua Casa. Raccogliamoci attorno ad esso al grido di: Viva il Re (Vivi e prolungati applausi, – grida di: Viva il Re! ) Questo grido che mi prorompe dall’animo è l’espressione più pura dell’unità della patria, la manifestazione più alta della sua forza morale e della maestà e della grandezza del nome italiano, purificati da ogni contrasto regionale. Da qui l’avvenire della patria, da qui l’espiazione, che darà la pace alle nostre coscienze e al paese la sua unità morale e la coscienza della sua missione. (Applausi generali e prolungati. – Grida ripetute di: Viva il Re! )
Così parlava l’onorevole Saracco, presidente del Consiglio, ministro dell’interno.
Signori deputati! Mi onoro di annunciare alla Camera, che S. M. il Re, con decreto del 2 agosto, ha confermato me nell’ufficio di presidente del Consiglio, ministro dell’interno, e i miei colleghi nelle loro rispettive funzioni. Spetta perciò a me di compiere il mestissimo ufficio di associarmi, in nome del Governo, ai sentimenti d’indignazione e di dolore, espressi con rara eloquenza dal vostro degno presidente.
“Mi associo a questi sentimenti coll’animo più che con le parole; le quali non bastano a significare la commozione profonda o il cordoglio che mi strazia.
“Io, che vidi le origini del nuovo Regno, e presi parte a tutte le vicende fortunate, per cui il piccolo Piemonte si trasformò nella Grande Patria Italiana, non avrei mai creduto di viver tanto per assistere alla strage del mio Re. (Bravo! Bene!)
“Ciò che più mi cruccia è il pensiero che la sua vita preziosissima fu troncata dalla mano d’italiano. (Bravo! – Approvazioni)
“Se la maledizione del popolo non avesse raggiunto il parricida, se non gli pendesse inesorabile sul capo la maledizione di Dio e di tutto il mondo civile, vorrei anch’io, con le lagrime negli occhi e con lo sdegno nel cuore, esecrare e maledire questa belva in figura d’uomo. (Benissimo! – Vive approvazioni).
“Ma debbo far forza a me stesso e, come capo del Governo, imporre freno all’indignazione che mi trabocca dall’animo, imitando l’esempio di forte serenità che ci viene dall’Augusto Successore.
“Raccolti nel dolore, prostriamoci innanzi al feretro del Re leale, buono e generoso, soldato per la patria per l’umanità, del Re che riassumeva le virtù civili e militari della sua eroica stirpe; del Re che fu sempre fortunato interprete dei sentimenti e delle aspirazioni del suo popolo, cui lascia tanta e così larga eredità di affetti.
“L’universale compianto che lo accompagna nel sepolcro è il giusto premio di una vita tutta spesa nello adempimento del dovere e dedicata al benessere ed alla felicità del suo popolo.
“La fine crudele toccata al più giusto al più umano dei Sovrani deve ispirarci, gravi riflessioni e suscitare virili propositi.
“Di fronte alla frequenza di così mostruosi e brutali delitti che, senza odio e senza motivo, prendono di mira le più innocenti e le più elevate esistenze; di fronte alle minaccie incalzanti e feroci di una classe di degenerati senza patria, senza umanità e senza Dio; (Benissimo! – Vivissime approvazioni) che sognano di rinnovare la società seppelendola sotto le sue rovine; in mezzo a tanto agitarsi di malsane passioni e di appetiti sfrenati, che avvelenano l’ambiente e turbano la pubblica coscienza, non è lecito al Governo rimanere impassibile; (Benissimo! – Bravo!) non potete restare impassibili voi, onorevoli deputati, cui sono connesse le sorti di una così nobile e civile nazione, grande nei suoi slanci patriottici, generosa e cavalleresca nei suoi sentimenti. (Bene!)
“Non è possibile che nel seno di questo bel paese continui a fecondarsi il reo seme che ha dato frutti così funesti e ne prepara di peggiori per l’avvenire. (Benissimo!)
“Tutti coloro che, come noi, son convinti essere la Monarchia la sola forza con la quale il nostro paese può tenersi unito e prosperare, (Benissimo!) hanno l’obbligo di stringersi insieme per studiare e per preparare i mezzi acconci a prevenire le funeste esplosioni di un fanatismo cieco, che minacciano il ritorno di una barbaria nuova e senza nome (Approvazioni).
“È questo il compito che i nuovi pericoli impongono al Governo ed al Parlamento, consci della loro missione e solleciti dell’onore, della sicurezza e dell’avvenire del paese. (Benissimo!)
“Dopo mezzo secolo di vita politica, attraverso tante vicende, non ho mai perduta la fede nei benefizi della libertà, che fu la leva del nostro risorgimento e la pietra angolare del nostro Regno; (Benissimo!) ma, per assicurarla e garantirla, occorre impedire con mano ferma ed energica che nell’ombra e sotto il pretesto della libertà si sovvertano gli ordini dello Stato. (Benissimo – Vivi applausi!) e si mettano in serio pericolo le conquiste della civiltà e del progresso. (Benissimo!)
“L’immensa sventura che ci strappa così amare lacrime, sia per noi un salutare lavacro che purifichi gli spiriti e unisca gli animi alla comune difesa.
“Sarà questo l’omaggio più degno che possiamo rendere alla venerata memoria del compianto Sovrano ed il saluto augurale dell’Augusto Successore che, giovane ed animoso, seguita sul trono le orme luminose del Padre e dei suoi Grandi Avi.
“I vecchi hanno data una Patria e un glorioso retaggio da custodire; spetta a voi giovani di conservarlo ed accrescerlo con la fede robusta, collo spirito di sacrifizio e col sentimento di solidarietà, che levarono l’Italia alla presente fortuna. (Benissimo! – Vive approvazioni – Vivi e prolungati applausi). Il presidente della Camera dà(199) comunicazione dei seguenti telegrammi.

*
* *

Monsieur le Président,
Profondément ému par le crime exécrable qui met en deuil l’Italie et le monde civilisé, je prie Votre Excellence d’agréer l’expression de mes plus vives sympathies. Je suis assurè d’être l’interprète des sentiments de mes collegues en vous adressant le temoignage de notre tristesse. Les deux nations se sentent unies une fois de plus par les mêmes douleurs. – Paul Deschanel.” – (Vivissimi e prolungati applausi).
“L’Union Interparlementaire pour l’arbitrage international et la paix réunie en conference à Paris, s’associant au deuil de la nation Italienne et protestant avec indignation contre l’odieux attentat dont Roi Humbert a été victime, a l’honneur d’offerir a Monsieur le Président de la Cambre des Députés l’hommage respectueux de ses sincéres condoleances. – Le Président de la Conference, Faillieres, Président du Senat.” – (Applausi).
“Profondément émus du deuil qui frappe l’Italie, nous vous envoyons nos compliments de condoléance et bien douloureuse sympathie au nom de l’Union des Commissaires étrangers. – Robert Raffalovich Asbeck Spearman.” – (Bene!)
“Le crime abominable qui plonge en deuil l’umanité entière m’a causé une grande douleur. Sûr d’être le fidèle interprète de ces mêmes sentiments de tous mes collègues, j’esprime à Votre Excellence nos sympathies et l’assurance de la part immense que nous prenons dans la douleur de tout la nation italienne. – Ietcho Bakaloff, Président de la Chambre des Députés de Bulgarie.” – (Bene!)
“Dopo aver ascoltate le seguenti parole pronunciate nella seduta d’oggi, la Camera che ho l’onore di presiedere ha deliberato che esse siano trasmesse a V. S. come fedele espressione dei suoi sentimenti, nonchè di quelli della nazione Argentina:
“Signori deputati, il telegrafo annuncia che Sua Maestà Umberto I, il virtuoso e magnanimo Re d’Italia cadde vilmente assassinato. Credo rendermi fedele interprete dei sentimenti della Camera dei deputati della Nazione Argentina esecrando il barbaro attentato che deve essere energicamente riprovato da tutti i popoli civili del mondo in omaggio alla memoria dell’illustre Re, che fu sicuro e costante amico della nostra patria (Applausi).
“In considerazione del dolore che grava sul nostro spirito per la perdita che ha sofferto la nobile nazione italiana e quella parte dei suoi sudditi che abitano il nostro paese e che in fraterna unione con noi lavora alla sua prosperità e al suo ingrandimento propongo si levi la seduta.”
“Saluto Lei, signor presidente, con la più distinta considerazione. – Marco Avellaneda, presidente; Alessandro Sorondo, segretario”. (Vivissimi applausi).
“La Camera dei deputati del Brasile, profondamente commossa per il luttuoso avvenimento di cui fu vittima il Re Umberto, associandosi al dolore che ha ferito il cuore del popolo italiano, votò una mozione di compianto sospendendo le sue sedute, e presenta le sue condoglianze. – Carlos Vaz Mello, presidente della Camera”. – (Approvazioni).
“La Camera dei deputati del Perù si associa al dolore del Parlamento italiano per l’assassinio del Re Umberto. – Carlos de Pierola, deputato-presidente”. (Bene!).
“La Camera dei deputati del Chili ha deliberato esprimere a codesta Camera, per mezzo di Vostra Eccellenza, il suo dolore per la disgrazia che affligge la nazione italiana. – Carlos Palecios, presidente; Rafael Brako, segretario”. – (Bene!).
“In nome partito Indipendenza, costituente due terzi della Opposizione Parlamentare Ungherese, esprimo profondo dolore perdita impareggiabile Re e nobilissimo uomo, augurando felicità nazione italiana. – Francesco Kossuth, presidente”. – (Vivissimi applausi).
Da ogni parte del mondo pervennero telegrammi d’esecrazione per l’orrendo misfatto.

*
* *

L’11 agosto 1900 dopo aver dato il giuramento prescritto dall’art. 22 dello Statuto del Regno S. M. il Re Vittorio Emanuele III pronunziava alle Camere riunite in Senato il seguente discorso:
Signori Senatori, Signori Deputati!
“Il Mio primo pensiero è pel Mio popolo, ed è pensiero di amore e di gratitudine.
“Il popolo che ha pianto sul feretro del suo Re; che affettuoso e fidente si è stretto intorno alla Mia Persona, ha dimostrato quali salde radici abbia nel Paese la Monarchia liberale (Applausi fragorosi – grida di Viva il Re!)
“Da questo plebiscito di dolore traggo i migliori auspici del Mio Regno.
“La nota nobile e pietosa, che sgorgò spontanea dall’anima della Nazione all’annunzio del tragico evento Mi dice, che vibra ancora nel cuore degli Italiani la voce del patriottismo, che inspirò in ogni tempo miracoli di valore (Applausi}. Sono orgoglioso di poterla raccogliere.
“Quando un popolo ha scritto nel libro della Storia una pagina come quella del nostro Risorgimento, ha diritto di tenere alta la fronte e di mirare alle più grandi idealità (Applausi). Ed è a fronte alta, e mirando alle più grandi idealità, che Mi consacro al Mio Paese con tutta l’effusione ed il vigore di cui Mi sento capace (Applausi), con tutta la forza che Mi danno gli esempi e le tradizioni della Mia Casa (Applausi vivissimi).
“Sacra fu la parola del Magnanimo Carlo Alberto, che largì la libertà: sacra quella del Mio Grande Avo, che compì l’unità d’Italia. Sacra altresì la parola del Mio Augusto Genitore, che in tutti gli atti della sua vita, si mostrò degno erede delle virtù del Padre della Patria (Vivissimi e prolungati applausi – grida di Viva il Re! Viva Casa Savoja!)
“All’opera del Mio Genitore diede ausilio, ed aggiunse grazia e splendore quella della Mia Augusta e Venerata Genitrice, (Lunga ovazione e grida di Viva la Regina Margherita} che Mi istillò nel cuore e Mi impresse nella mente il sentimento del dovere di Principe e di Italiano (Applausi vivissimi). Così all’opera Mia si aggiungerà, quella della Mia Augusta Consorte, che nata anch’Essa da forte prosapia, si dedicherà intieramente alla Sua Patria di elezione. (Applausi ripetuti e grida di Viva la Regina).
“Dell’amicizia di tutte le Potenze abbiamo eloquente prova nella partecipazione al Nostro lutto coll’intervento di Augusti Principi e di Illustri Rappresentanti; (Applausi) ed Io mi dichiaro a tutte profondamente grato.
“L’Italia fu sempre efficace strumento di concordia, e tale sarà altresì durante il Mio Regno, nel fine comune della conservazione della pace. (Approvazioni).
“Ma non basta la pace esteriore. A noi bisogna la pace interna, (Vivi e prolungati applausi – grida di Viva il Re), e la concordia di tutti gli uomini di buon volere, per isvolgere le nostre forze intellettuali e le nostre energie economiche. (Approvazioni).
“Educhiamo le nostre generazioni al culto della Patria (Approvazioni), all’onesta operosità, al sentimento dell’onore (Benissimo!); a quel sentimento a cui s’inspirano con tanto slancio il Nostro Esercito e la nostra Armata (Applausi prolungati – grida di Viva l’Esercito, Viva l’Armata), che vengono dal popolo e sono pegno di fratellanza, che congiunge nell’unità e nell’amore della Patria tutta intiera la Famiglia Italiana. (Lunghe e prolungate ovazioni).
“Raccogliamoci e difendiamoci con la sapienza delle leggi e colla rigorosa loro applicazione (Applausi vivissimi). Monarchia e Parlamento procedano solidali in quest’opera salutare. (Benissimo!)
Signori Senatori. Signori Deputati!
“Impavido e securo ascendo al Trono (Ovazione lunghissima; grida ripetute di Viva il Re) con la coscienza de’ Miei diritti e doveri di Re (Triplice salva di applausi).
“È necessario vigilare e spiegare tutte le forze vive, per conservare intatte le grandi conquiste dell’unità e della libertà (Applausi). Non mancherà mai in Me la più serena fiducia nei nostri liberali ordinamenti (Applausi), e non Mi mancherà la forte iniziativa e la energia dell’azione (Grande ovazione e grida ripetute di Viva il Re), per difendere vigorosamente le gloriose Istituzioni del Paese, retaggio prezioso de Nostri maggiori (Approvazioni).
“Cresciuto nell’amore della Religione e della Patria, invoco Dio in testimonio della mia promessa, (Triplice salva di applausi e grida di Viva il Re!) che da oggi in poi il Mio cuore, la Mia mente, la Mia vita offro alla grandezza ed alla prosperità della Patria. (Lunga ovazione che dura per parecchi minuti e grida ripetute di Viva il Re Viva la Regina, Viva Casa Savoia).
Parole esprimenti alti sentimenti patriottici degne del discendente dell’Avo immortale – Il Padre della Patria – e del Re Buono suo magnanimo genitore Umberto I.

*
* *

Giunto alla fine di questi ricordi che sono una eco di storia ripercuotentesi intorno a me – e che riassumono pagine di vita vissuta nelle grandi ore per la libertà della patria – si affollano alla mente mia le sembianze care e gloriose di tutti i compagni dei giorni eroici e lontani – le immagini dei pochi superstiti – dei molteplici morti – dei saliti in alto sulle cime della rinomanza – degli umili rimasti oscuri, non ostante il sagrifizio del sangue e l’altezza divina del sogno!
Amici, compagni, sacre legioni di combattenti, come appaiono lontani i tempi nei quali vibrava così piena, così fulgente, così feconda la giovinezza dei nostri cuori e la visione bella dell’Italia sorgente! Quanto appaiono lontani! e come sono diversi da quelli d’ora.
Eppure anche oggi non mancano alti e nobili ideali che s’impongono alla mente ed al cuore delle nuove generazioni!
Per noi, vecchi – nessuna cosa quaggiù, fu ed è più cara della patria! neppur la famiglia che è pur tanta parte di noi stessi.
L’Italia – una – indipendente – forte – fu il nostro ideale – e nessun sagrifizio ci parve abbastanza grande perchè questo ideale fosse raggiunto.
E Voi giovani non sarete da meno dei vecchi padri vostri – come noi – voi pure sentite nell’anima agitarsi prepotente l’amore della patria – voi pure sentite che la terra sacra a cui natura pose i confini che Dante scolpì nel verso immortale, aspetta anche qualche cosa da Voi – Voi sentite che dal monte e dal mare sospirano cuori fraterni, invocanti libertà di lingua, di costumi e di coscienza e comprendete che non è piccolo ideale il completare la grand’opera che fu cementata col sangue dei padri vostri!
Col progredire dei tempi è giusto che nuovi problemi si agitino; che nuove correnti siano determinate dalla forza e dalla fede dei giovani – ma ciò deve raggiungersi senza rinnegare quello che è fondamento alla vita delle Nazioni; la custodia gelosa delle conquiste fatte; l’autorità sempre ferma contro coloro che in un campo o nell’altro cercano minare la sicurezza della patria e diminuirne il sentimento o la dignità.
O giovani, credetelo! I grandi problemi sociali non si risolvono con l’appello all’odio, alle ire, alle malvagità; chi questo consiglia è nemico di ogni civile progresso – è nemico del popolo, di cui si vanta di propugnare la causa.
O giovani, i vostri padri vi hanno dato una patria che dalle brutture dell’oppressione e della tirannia, in breve volgere d’anni è giunta a tale altezza da meritare le maggiori considerazioni fra i popoli civili.
Ispirandovi all’esempio del passato, attingendo sempre maggior fiducia nella giovinezza del paese, personificata nella giovinezza del Re, a cui l’età ha concesso la provvida vigoria degli impulsi rinnovatori, e il carattere e l’intelletto hanno dato la saggezza e la maturità che affida, non avete che a serrarvi intorno a lui, sicuri che Egli condurrà la patria verso i suoi gloriosi destini.
Stringetevi, o giovani intorno al Re Vittorio Emanuele III che, raccolta la Corona nel sangue paterno, seppe anche far scaturire dal cuore e dalla volontà Sua tanta luce di nobili propositi, tanta fiamma di affetti generosi, tanta coscienza della tradizione storica e dell’ufficio che i nuovi tempi domandano!
A noi generazione morente colla pace dell’al di là – non sorride che la speranza nei figli – che debbono – far più prospera – più concorde – la patria che adorammo e sogneremo in perpetua vittoria fin negli estremi riposi….

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* *

E ora, a Voi vecchi compagni d’arme, dei quali ho fugacemente e troppo modestamente riassunti i ricordi e gli ideali, il saluto mio pieno d’amore e di ricordi.

FINE DEL SECONDO ED ULTIMO VOLUME.

INDICE

CAPITOLO XIX. – 1860 – Spedizione dei Mille – Marsala – Salemi – Calatafimi – Palermo – Milazzo – Reggio Calabria – Napoli – Volturno. Liberazione dell’Italia Meridionale consegnata a Vittorio Emanuele II.
” XX. – Liberazione dell’Umbria e delle Marche – Castelfidardo – Ancona.
” XXI. – Ritiro di Garibaldi a Caprera.
” XXII. – Presa di Capua e di Gaeta.
” XXIII. – Aspromonte – Sollevazione in Polonia.
” XXIV. – Guerra del 1866 – Liberazione del Veneto.
” XXV. – Campagna dell’Agro Romano – Montelibretti – Roma – Monterotondo – Mentana.
CAPITOLO XXVI. – Il 1870 – Digione – Entrata in Roma.
” XXVII. – Morte di Mazzini.
” XXVIII. – Morte di Vittorio Emanuele II.
” XXIX. – Ultimi giorni e morte del generale Garibaldi.
” XXX. – Sbarco a Massaua – Guerra Abissina.
” XXXI. – Volontari Italiani in Grecia.
” XXXII. – Orrendo misfatto – Morte di Umberto I.

APPENDICE
agli avvenimenti del combattimento del 15 maggio 1860 sostenuto dai Mille sbarcati a Marsala e dalle Squadre Siciliane.

Ritenuta la non dubbia importanza di alcuni documenti che sono lettere del Dott. Pietro Ripari, che all’ultima ora ci pervengono, non esitiamo a pubblicarle; riferendosi essi alla memoranda giornata di Calatafimi.

ELIA.

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Lettera del Dott. Pietro Ripari, Capo medico dell’ambulanza dei Mille, con la quale si trasmette un’ordine del generale Garibaldi al Dottore Ignazio Lampiasi, ora deputato al Parlamento.

“Sti.mo sig. Dott. e Prof. in chirurgia
“Don Ignazio Lampiasi,

“Un ordine del generale Garibaldi mi impone di seguirlo col corpo medico dell’ambulanza.
“Dei feriti che trovansi qui in Vita, i più leggermente offesi, saranno entro oggi trasportati in Calatafimi, in quello Ospedale.
“La cura dei gravi, che resteranno nel convento di S. Francesco, dovendo essere affidata a uomini esperti nell’arte, io la invito, dietro comando del Generale a volere compiacersi di assumerla Ella; la quale eventualità, le aprirà la via a far risaltare maggiormente il di Lei valore come chirurgo.
“Ella entra quindi in carica officiale fin da questo giorno e veste l’autorità mia in Vita, che non ha limiti per tutto ciò che riguarda i bisogni, i vantaggi, i comodi dei feriti, ed anche il loro vivere lauto, se avviati a convalescenza, o recati a guarigione.
“Ho l’onore di rassegnarmele con distinta stima

“Collega Dott. PIETRO RIPÀRI
“Capo medico dell’ambulanza generale pei Cacciatori
delle Alpi in Sicilia.

“Di Lei stimatissimo sig. Dottore e Professore in chirurgia.

“Vita, 17 maggio 1860”

16 settembre 1860 – Visto per la firma del Dott. Ripàri – Il Direttore dell’Ospedale Garibaldi – GR. UGDULENA – Palermo.

“Sig. Dottore stimatissimo,

“Nella di Lei lettera del 24, ricevuta oggi, da due Signori di squisiti modi e di piacevole conversare, sento da questa, che i pochi feriti rimasti alla di Lei cura, versano in condizioni di buona, e tra breve di perfetta salute, e ne godo insieme con Lei.
“Mi conforta pure il sentire che buon’aria, pulitezza ed altri conforti presta loro Salemi, ai quali vantaggi aggiungendo il di Lei noto valore dell’arte, mi rende certo della salvezza di tutti.
“Non ho potuto oggi fare parola al Generale della necessità in cui si trovano i feriti di altro denaro, ma ne terrò parola domani e credo potrò ottenere un altro ordine di pagamento di denaro per essi.
“Qui pure abbiamo a deplorare perdite dolorose di prodi che hanno suggellato col sangue il patto antico della giurata libera nazionalità d’Italia: sia lieve la terra ai generosi, e dormano l’eterno sonno avviluppati nel loro mantello di gloria.
“Mi abbia con distinta stima

“Dott. PIETRO RIPÀRI
“Capo medico”.

Seguono altre lettere dello stesso Ripári e di altri che gettano molta luce sui memorabili avvenimenti di quella ambulanza.
E noi esortiamo l’on. Lampiasi di pubblicare tutti i documenti e le notizie di quel periodo memorabile nel quale egli ebbe tanta parte.

ELIA.