Buio a Las Vegas

 

di Mario Lombardo

La nuova orrenda strage di massa avvenuta negli Stati Uniti nella notte tra domenica e lunedì ha lasciato per l’ennesima volta in questi anni i media ufficiali e i leader politici americani virtualmente a corto di spiegazioni in grado di dare un senso a una tragica routine che sembra andare ben al di là del disagio mentale e della facilità con cui è possibile reperire armi in questo paese.

Qualsiasi considerazione definitiva sui fatti di Las Vegas è ad ogni modo impossibile per il momento, visto che le informazioni rese note finora dai responsabili delle indagini hanno generato più interrogativi che certezze. Per cominciare, l’autore di quello che la stampa USA ha definito probabilmente come il peggiore massacro nella storia americana recente, il 64enne Stephen Paddock, sarebbe riuscito a portare indisturbato nella stanza dell’hotel/casinò Mandalay Bay in cui alloggiava una ventina di armi, molte delle quali semi-automatiche adattate per essere utilizzate come se fossero di fatto automatiche.

Da due finestre della stanza, Paddock ha poi aperto il fuoco su una folla che, in un’area sottostante e all’aperto, stava assistendo a un concerto nella serata finale di un festival di musica country. Il bilancio delle vittime è finora di 59 morti e oltre 500 feriti.

Uno dei fratelli di Paddock ha assicurato alla stampa americana che quest’ultimo non aveva mai dato segnali di squilibrio mentale, né era un appassionato di armi, pur possedendone alcune legalmente, o aveva affiliazioni politiche o religiose. Non solo, il responsabile della strage sembrava avere una vita comoda, trascorsa più o meno oscuramente in varie località degli Stati Uniti e resa possibile da una certa ricchezza accumulata in ambito immobiliare.

L’unico segno di una qualche possibile alienazione sembrerebbe essere una forte propensione al gioco d’azzardo che lo aveva portato talvolta a vincere o a perdere anche decine di migliaia di dollari in un colpo solo. Praticamente nessuna indicazione fornisce invece il fatto, riportato dai giornali americani, che il padre di Paddock, con cui quest’ultimo non aveva avuto contatti dall’età di sette anni, fosse stato tra i fuorilegge più ricercati dall’FBI alcuni decenni fa, principalmente per una serie di rapine ai danni di banche.

Al momento, anche la rivendicazione della strage da parte dello Stato Islamico (ISIS) viene considerata senza fondamento dagli investigatori americani. Il gruppo fondamentalista islamico ha sostenuto, senza alcuna prova, che Paddock, del quale non ha mai fatto il nome, si era convertito alla fede musulmana alcuni mesi fa.

Il fatto che l’autore del massacro non sia con ogni probabilità legato al jihadismo islamista, che sia bianco e cristiano è ad ogni modo bastato alle autorità e ai leader politici negli USA per evitare di bollare i fatti di Las Vegas come un episodio di terrorismo.

I precedenti dell’ultimo decennio e mezzo, così come l’ambiguità delle forze di polizia in relazione ai fatti di sangue che avvengono in territorio americano, raccomandano comunque estrema cautela nel giungere a conclusioni in assenza di prove e concrete piste investigative o giornalistiche. La stessa notizia del suicidio di Paddock, poco prima dell’irruzione delle forze speciali nella stanza al 32esimo piano del Mandalay Bay, deve essere presa quanto meno con le molle.

Le sparatorie e le stragi di massa negli Stati Uniti hanno raggiunto ormai una frequenza quasi quotidiana, tanto da far passare paradossalmente in secondo piano nel dibattito pubblico le conseguenze e le ragioni di questi eventi una volta superato lo shock iniziale.

Dietro agli ormai numerosissimi fatti di sangue ci sono motivazioni di diverso genere, dallo squilibrio mentale degli attentatori all’esplosione di frustrazioni dovute a condizioni di vita sentite come insostenibili, dall’affiliazione più o meno diretta a organizzazioni terroristiche internazionali al coinvolgimento fino al fanatismo in movimenti o ideologie di estrema destra.

Per quanto riguarda Stephen Paddock, solo maggiori informazioni che emergeranno nei prossimi giorni aiuteranno forse a comprendere le ragioni di un gesto apparentemente insensato. E proprio sull’insensatezza degli episodi di sangue che continuano ad avere luogo negli Stati Uniti insiste invariabilmente la maggior parte di politici e commentatori americani.

La risposta del presidente Trump è stata esemplare in questo senso e, nel parlare di “pura malvagità”, l’inquilino della Casa Bianca non ha fatto nulla di più per comprendere l’accaduto di quanto faceva il suo predecessore Obama, chiamato più volte a intervenire pubblicamente dopo stragi simili a quella di Las Vegas, da lui quasi sempre attribuite a un astratto e indecifrabile “male assoluto”.

Un’attitudine peraltro rafforzata da una violenza indicibile che ha come bersaglio una massa di persone totalmente sconosciute e indifferenti agli assalitori, in un processo di spersonalizzazione significativamente molto simile a quello a cui si potrebbe assistere in uno dei tanti teatri di guerra che vedono protagonisti gli Stati Uniti da anni in maniera ininterrotta.

Quando al contrario una motivazione più concreta delle stragi viene offerta, essa ha a che fare quasi sempre con l’assenza quasi totale di regolamentazioni al possesso e all’acquisto di armi da fuoco. Se politici e commentatori di destra difendono strenuamente il diritto a loro dire garantito dal secondo emendamento alla Costituzione americana, anche e soprattutto per le pressioni e il denaro della lobby delle armi, dopo ogni massacro di massa i “liberal” tornano invece alla carica per cercare di porre un qualche limite.

Negli Stati Uniti la situazione in questo ambito ha subito effettivamente un’evoluzione tale da favorire l’accesso ad armi da fuoco anche a individui disturbati o collegati ad ambienti criminali o terroristici di varia natura. Spiegare il dilagare di una piaga come quella delle sparatorie di massa con la sola facilità nel disporre di armi, tuttavia, è a dir poco fuorviante.

Tanto più che praticamente nessuno negli USA chiede il bando totale della vendita di armi ai privati cittadini, ma al massimo un rafforzamento dei controlli, indeboliti negli ultimi anni, sui precedenti e la salute mentale dei potenziali acquirenti. Uno scenario, cioè, che anche nella migliore delle ipotesi non avrebbe impedito l’accesso alle armi all’autore della strage di Las Vegas.

Regole più severe sulla vendita e la possibilità di portare armi in luoghi pubblici sarebbero ad ogni modo più che auspicabili, ma, oltre a non esaurire il problema delle stragi di massa, la loro invocazione nasconde spesso il tentativo di occultare le implicazioni sociali di eventi di questo genere.

Il moltiplicarsi delle scene di orrore come quella di Las Vegas e la peculiarità tutta americana di questo flagello non possono essere cioè spiegati soltanto a livello psicologico, anche se evidentemente i fattori legati alla sfera individuale hanno un peso importante.

Soprattutto l’aumentare delle stragi in parallelo all’intensificarsi, da un lato, della crisi sociale negli Stati Uniti e, dall’altro, del militarismo e dell’aggressività sul fronte internazionale suggeriscono che queste tendenze abbiano un qualche effetto sul comportamento di determinati individui.

Oltre due decenni di invasioni, guerre criminali, omicidi mirati, massacri di civili innocenti ordinati o giustificati dagli organi dello stato, la consuetudine e la normalizzazione della violenza nella risoluzione delle dispute, ma anche la crescita a dismisura delle differenze di reddito, la glorificazione del denaro e l’assolutismo del profitto, l’indifferenza nei confronti della vita e dei bisogni delle persone contribuiscono a creare un ambiente sociale profondamente malato che finisce per essere terreno fertile di episodi come quello di domenica a Las Vegas e dei molti altri che l’hanno preceduto.

A raccontare di questa miscela esplosiva che fa da sfondo alla strage più recente, pur con le dovute distinzioni, è in qualche modo lo stesso presidente Trump, impegnato a condannare il “male” e la “violenza” presumibilmente incarnati in Stephen Paddock appena pochi giorni dopo avere minacciato alle Nazioni Unite di distruggere letteralmente un intero paese – la Corea del Nord – assieme a tutti i suoi 25 milioni di abitanti.

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