Catalogna, l’ultimatum di Rajoy

di Mario Lombardo

La crisi in atto in Spagna sulla possibile indipendenza della Catalogna non ha fatto intravedere alcuna soluzione pacifica nemmeno dopo gli interventi pubblici, avvenuti tra martedì e mercoledì, del leader del governo regionale, Carles Puigdemont, e di quello centrale, Mariano Rajoy.

Il congelamento di fatto della dichiarazione di indipendenza annunciato dal primo non ha nemmeno evitato il procedere verso l’adozione di misure ancora più repressive e anti-democratiche da parte di Madrid, come ha in sostanza confermato lo stesso primo ministro conservatore.

Rajoy ha parlato in diretta televisiva nella mattinata di mercoledì dopo una riunione di emergenza del suo gabinetto per decidere le prossime mosse e ha apparentemente rimandato la questione al governo regionale catalano, al quale ha chiesto di spiegare se la dichiarazione di indipendenza abbia o meno avuto luogo. Per il leader del Partito Popolare (PP), Puigdemont avrebbe deliberatamente creato confusione attorno alla vicenda, rendendo incerto il governo di Madrid sull’opportunità e i tempi delle azioni da intraprendere.

Nel pomeriggio di mercoledì, Rajoy è poi apparso di fronte al parlamento spagnolo dove ha aggiunto che il governo catalano dovrà rispondere alla richiesta di chiarimento sulla dichiarazione di indipendenza entro cinque giorni. Se Puigdemont confermerà l’avvenuta dichiarazione, Barcellona avrà altri tre giorni per fare marcia indietro.

Le parole di Rajoy dimostrano che i preparativi sono ormai in atto a Madrid per implementare misure drastiche al fine di fermare il processo indipendentista. Se infatti l’ultimatum del premier non sarà soddisfatto, verrà attivata la procedura per l’adozione dell’articolo 155 della Costituzione che sospende a tutti gli effetti l’autonomia della Catalogna e l’autorità del governo regionale, trasferendone le competenze direttamente a Madrid.

In precedenza, davanti al parlamento catalano Puigdemont aveva fatto riferimento al mandato, ottenuto dal referendum del primo ottobre, per proclamare una repubblica indipendente, i cui effetti sono stati tuttavia sospesi per favorire una trattativa con Madrid.

Il messaggio inviato mercoledì da Rajoy a Puigdemont è servito a confermare come da Madrid non vi sia nessuna disponibilità al dialogo e che l’allentamento delle pressioni su Barcellona e la possibile cessazione delle misure repressive avverranno solo con la rinuncia al processo secessionista.

La fermezza di Rajoy nell’affrontare le spinte indipendentiste della Catalogna, possibile anche grazie al sostegno garantito dal Partito Socialista (PSOE) di opposizione, e l’indisponibilità di praticamente tutti i leader europei ad appoggiarle hanno messo in crisi il governo regionale di Barcellona.

Alla luce delle circostanze, Puigdemont ha finito per smentire le promesse fatte alla vigilia del referendum che una vittoria del “sì” avrebbe portato entro 48 ore a una dichiarazione di indipendenza. Tra le divisioni nel fronte indipendentista, Puigdemont è stato costretto a tenere in considerazione sia le posizioni dell’UE, a cui aveva fatto appello senza successo, sia la situazione esplosiva determinata dal dispiegamento in Catalogna dei militari e delle forze di polizia deciso da Madrid.

A ciò si aggiunga anche il timore per le notizie circolate nelle ultime ore sui piani già predisposti da molte banche e imprese con sede in Catalogna per trasferirsi al di fuori della regione.

Il congelamento della dichiarazione di indipendenza è stata così accolta prevedibilmente dalle critiche di molti leader catalani, a cominciare da quelli del partito di sinistra Candidatura di Unità Popolare (CUP), che hanno parlato di “occasione sprecata”.

Da queste critiche emergono chiaramente le preoccupazioni per una secessione che appare oggi più lontana nonostante la repulsione provocata nell’opinione pubblica internazionale dalle violenze della polizia spagnola, su mandato del governo Rajoy, nel giorno del referendum in Catalogna.

La situazione resta ad ogni modo ancora estremamente incerta, ma, al di là delle prossime mosse di Puigdemont, è la strategia della classe dirigente catalana ad apparire perdente. Nel cercare almeno di creare le condizioni per una trattativa con Madrid, il governo regionale si è limitato a fare appello alle ultra-screditate istituzioni europee, impostando parallelamente solo sul piano nazionalistico gli sforzi per la mobilitazione dei cittadini catalani.

Le simpatie per il progetto indipendentista si sono effettivamente ampliate anche rispetto ad alcune settimane fa, ma ciò è avvenuto in larga misura come reazione alla durissima risposta del governo Rajoy al referendum del primo ottobre.

Come ha mostrato lo stesso voto per la secessione dalla Spagna, la maggior parte dei catalani si è dimostrata contraria all’indipendenza. I favorevoli all’addio a Madrid sono stati in realtà più del 90%, ma al referendum ha partecipato appena il 42% degli elettori, mentre i contrari non si sono nemmeno recati alle urne, visto anche il clima di intimidazione creato dal governo centrale.

Soprattutto, i partiti indipendentisti, anch’essi responsabili di odiate politiche antisociali in questi anni di crisi e probabilmente non meno corrotti di quelli al potere a Madrid, non sono stati in grado di ottenere l’appoggio in questo frangente dei lavoratori catalani e delle classi più disagiate.

La mancata convergenza tra le istanze indipendentiste e la lotta contro il franchismo di ritorno a Madrid e per politiche sociali più eque ha in sostanza indebolito il disegno di Puigdemont e dei suoi alleati, lasciando sul campo un piano di secessione di respiro tutt’altro che ampio, fondato sull’integrazione della nuova entità statale nei circuiti del capitalismo internazionale senza l’intermediazione del governo centrale.

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