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Regeni, Al Sisi e le ginocchia dell’Italia

di Fabrizio Casari

La ragion di Stato. E’ il refrain che abbonda nelle vicende del nostro paese quando, superata la dimensione del pettegolezzo, si passa alla tragedia vera e propria. L’assassinio di Giulio Regeni ad opera degli apparati di sicurezza egiziani è in qualche modo paradigmatico. Contiene infatti tutti gli ingredienti di una squallida e drammatica vicenda di spie di bassa lega: un innocente assassinato perché poneva domande lecite ovunque; gli informatori della polizia, dal commerciante fino alla coinquilina, ricattati e dunque spioni; la solerzia omicida dei funzionari ottusi e criminali della sicurezza egiziana, notoriamente specializzati in omicidi e torture; la copertura dei massimi livelli del paese nei confronti dei loro aguzzini.

Il fatto che la vittima fosse italiana, oltre che innocente di ogni colpa, non ha spostato granché la situazione. Sì, certo, le frasi di prammatica, le pressioni politico-diplomatiche e la campagna di stampa orientate all’accertamento della verità ed al castigo dei colpevoli, ma l’Egitto ha dimostrato sufficiente arroganza e indifferenza, confermando di conoscere l’Italia più di coloro che invocavano un sussulto di dignità nazionale.

Sono arrivate le misure diplomatiche, significativamente il richiamo per consultazioni dell’ambasciatore ed il successivo ritiro temporaneo come segno dell’insoddisfazione italiana per la scarsissima collaborazione delle autorità egiziane, ma il tempo della moina è finito e l’ambasciatore, dietro provvedimento emanato a Ferragosto, è tornato al Cairo.

Alcuni buontemponi sostengono che il rientro dell’ambasciatore in Egitto non comporta nessuna resa, che anzi intensificherà il livello delle pressioni italiane sull’Egitto affinché si faccia piena luce sull’assassinio di Giulio Regeni. E allora, proprio perché in cerca di una verità, potremmo cominciare a non raccontarci balle.

Il governo italiano a guida Renzi, con il mellifluo Gentiloni alla Farnesina e l’indescrivibile Alfano all’Interno, seppero dal governo statunitense la verità sull’assassinio di Giulio Regeni. Per Renzi la situazione era complicata: per mesi aveva tessuto le lodi di Al Sisi in ogni luogo, allegramente sorvolando sul massacro di circa 1200 manifestanti, sulle torture sui detenuti e sul colpo di Stato. Per Renzi e Gentiloni è arduo chiedere la consegna dei killer al governo egiziano visto che questi hanno agito agli ordini del governo egiziano. Chiedere la verità ad Al Sisi sulla morte di Regeni è come pensare che il tacchino si autoinviti a cena la notte di Natale.

Gli USA occultarono le fonti della loro intelligence USA, com’è comprensibile, ma fornirono quadro e dettagli difficili da confutare circa quanto avvenuto al nostro ricercatore. Il governo scelse di chiudersi le orecchie e tapparsi gli occhi, perché l’affidabilità della fonte e il collimare esatto delle informazioni in possesso della nostra intelligence non permetteva dubbi di sorta. Andava quindi messa in campo una azione politica e commerciale contro l’Egitto di ben altro livello che quella operata tra mille incertezze.

Il richiamo e anche il ritiro di un ambasciatore sono misure blande di protesta diplomatica, che vede l’innalzamento della stessa ad un livello politico solo con altri due passaggi: la chiusura delle sedi diplomatiche con l’affidamento a un paese alleato per il disbrigo delle pratiche consolari e la successiva rottura delle relazioni diplomatiche, con quello che comporta anche sul versante di quelle commerciali. In assenza di questi due provvedimenti, il livello dello scontro si mantiene a un rango di poco superiore allo scambio di note verbali e proteste di prammatica.

Non si è proceduto in questa direzione benché si sapessero con certezza due cose: che Giulio Regeni era stato assassinato dai servizi di sicurezza egiziani e che l’Egitto non avrebbe mai ammesso la sua responsabilità e, ancor meno, consegnato all’Italia gli autori del crimine. C’entrano gli affari con l’Egitto di Al Sisi, primo fra tutti la fornitura di armi, l’intesa nel contrasto al jahidismo sunnita e il tentativo di stabilizzazione della Libia, si dice, come se queste fossero buone ragioni per chinare la testa e ignorare la dignità del nostro paese.

Economiche, commerciali, politiche e diplomatiche: numerose ed efficaci avrebbero potuto essere le misure ritorsive italiane verso l’Egitto fino a quando non avesse deciso di fare giustizia per la morte di Giulio. Si è scelto di alzare polvere, di partecipare al gioco dell’indignato speciale ma senza arrivare a sferrare i colpi decisivi di fronte all’arroganza di Al Sisi, il macellaio del Cairo.

Nel caso Regeni emergono così due verità: la prima è quella di un assassinio di un innocente da addossare alla solerzia omicida di quattro imbecilli assetati di sangue, funzionari di un paese che si dice amico; la seconda è quella di una Italia sempre più paese di Pulcinella, incapace di proteggere i suoi cittadini se non pagando, di farsi rispettare sulla scena internazionale, di salvaguardare le sue politiche nazionali, di difendere la propria indipendenza, balbuziente di fronte ad ogni crisi internazionale e pronta a pagare per ingaggiarsi in quelle altrui.

Già in diverse circostanze l’Italia ha abdicato alla sua funzione di garanzia nei confronti dei suoi cittadini e numerosi sono i casi nei quali l’inserimento della coda tra le gambe è stato il maggior movimento registratosi tra Procure della Repubblica e Farnesina. Esemplare il caso di Fabio di Celmo, il ragazzo ligure assassinato nel 1996 da una bomba nell’Hotel Copacabana a L’Avana: le autorità italiane non hanno mai richiesto l’estradizione del mandante dell’omicidio, il terrorista cubanoamericano, ex agente CIA, Luis Posada Carriles, tutt’ora libero di circolare per Miami. Oltre alle vittime del Cermis, c’è il caso di Nicolò Calipari, straordinario funzionario dei nostri servizi d’intelligence volutamente ucciso da marines statunitensi contrari all’accordo per la liberazione di Giuliana Sgrena: niente è stato fatto per ottenere giustizia, a dimostrazione che non importa quale ruolo abbia la vittima nel nostro paese, la si sacrifica per la “ragion di Stato” comunque.

I registri della storia patria indicano in Sigonella (ma era la Prima Repubblica) l’ultimo afflato di dignità nazionale. E’ questione di attitudine, non di possibilità: se ci si allena per decenni ad inginocchiarsi, ad essere vassalli verso l’estero e omertosi verso l’interno, se si tende all’obbedienza cieca ed alla subalternità politica, difficilmente le ragioni nazionali troveranno modo di affermarsi. Essere vittime all’estero e carnefici all’interno sono due facce della stessa medaglia.

E se questa è l’Italia, la sua politica estera non può essere migliore. Per questo si indica come dittatore il presidente eletto del Venezuela, Nicolas Maduro, mentre si definisce uno statista il generale golpista Al Sisi. Per lo stesso motivo si dice a parole di combattere il jahidismo ma poi si sanziona la Russia che lo fa davvero mentre si vendono armi all’Arabia Saudita che il terrorismo lo dirige e finanzia. Vige una lettura strabica e cialtrona da parte di una classe politica al di sotto di ogni decenza, con le ginocchia ormai callose e la coscienza sporca.

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SuperLazio per una Supercoppa

di redazione

Simone Inzaghi aveva le idee chiare: “Si dice che tutto può succedere – aveva affermato l’allenatore della Lazio in un’intervista alla Repubblica – non sempre si aggiunge che succede solo se gli sfavoriti giocano una grande partita”. Così è stato. Dopo aver perso 13 delle ultime 14 sfide contro la Juventus, di cui le ultime 10 consecutive – comprese due delle ultime 3 finali di Coppa Italia e la Supercoppa di due anni fa – dopo aver subito un parziale di 31 gol a 3 ed essere rimasti per ben 746 minuti di fila senza segnare contro i campioni d’Italia, i biancocelesti ce l’hanno fatta. Domenica sera all’Olimpico hanno battuto la Juventus, conquistando la quarta Supercoppa Italiana della loro storia.

Finisce 3-2, nel modo più incredibile. Immobile va a segno due volte – la prima trasformando un rigore da lui stesso procurato nel primo tempo, la seconda nella ripresa con un colpo di testa in sospensione sul palo lungo. Sembra fatta, ma negli ultimi 7 minuti la Juve trova un insperato pareggio grazie al talento del suo più grande campione. Si tratta naturalmente di Paulo Dybala, che prima accorcia le distanze con una punizione sensazionale, poi riaggancia i padroni di casa trasformando un rigore al 90esimo. A quel punto viene da pensare che per i bianconeri sia in discesa: gli avversari sono stremati e il pallino della partita è nelle loro mani. Invece no. Al 93esimo Lukaku trova un grande spunto sulla fascia sinistra: brucia uno spaesato De Sciglio, corre sulla linea di fondo e rimette il pallone indietro. All’appuntamento arriva il protagonista più inatteso, Alessandro Murgia – romano, 21 anni, figlio delle giovanili laziali di Inzaghi – che insacca di piatto il pallone del trofeo.

Quello della Lazio è un successo inatteso, contrario a ogni pronostico, eppure si spiega in diversi modi. La ragione più importante ha a che vedere con la preparazione precampionato. I biancocelesti hanno optato per un ritiro tradizionale, prima ad Auronzo di Cadore poi a Marienfeld, in Germania, puntando tutto sulla condizione fisica. La Juve invece ha seguito le ragioni del fatturato, con una tournée negli Stati Uniti che ha senz’altro favorito le casse della società, ma non la forma della squadra. Che infatti domenica ha subito sul piano atletico in mezzo al campo: Pjanic e Khedira hanno perso nettamente la battaglia fisica con gli avversari e l’unica nota positiva è stata Douglas Costa, che, entrato nella ripresa, ha dato la scossa ai bianconeri. La difesa però, orfana del tanto vituperato Bonucci, non è più la corazzata impenetrabile di un tempo (Benatia disastroso in marcatura su Immobile) e in attacco Higuaìn inizierà a carburare fra qualche mese (ieri De Vrij lo ha cancellato dal campo).

Il secondo motivo ha un nome: Lucas Leiva. Il brasiliano è arrivato alla Lazio in sordina, come un rimpiazzo improvvisato all’ormai ex capitano Biglia, passato al Milan e già infortunato. Sennonché, l’ex giocatore del Liverpool si è inserito da subito come un leader nei meccanismi del centrocampo laziale, rivelandosi fin dal precampionato perfino superiore al Lucas argentino, soprattutto per la capacità di recuperare palloni e di non perderne, oltre che di impostare geometrie e di vedere i tagli in profondità degli attaccanti. 

Il terzo fattore ad aver favorito la Lazio è stato Simone Inzaghi. Nonostante una società che sembra remargli contro – aveva chiesto un’ala veloce, gli hanno comprato un colosso da area piccola come il colombiano Caicedo – l’allenatore biancoceleste si sta rivelando sempre più l’uomo dei miracoli. Con Felipe Anderson in panchina per infortunio, ha avuto il coraggio di tenere fuori dalla lista dei convocati Keita, che presumibilmente si trasferirà a breve proprio alla corte di Allegri. Sembrava una resa, invece Inzaghi ha rilanciato con un colpo di genio tattico: Milinkovic Savic attaccante dietro Immobile. Il serbo, pur non avendo la velocità dei due compagni rimasti fuori, ha messo in capo il fisico, la tecnica e soprattutto il carisma del grande giocatore. Allegri, è evidente, non lo aveva previsto.

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Kim e Trump, urla per negoziare

di Fabrizio Casari

Tra minacce e controminacce continua il colloquio a distanza tra Washington e Pyongyang. Difficile dire chi tra Kim Yong-un e Donald Trump la spari più grossa, ma certo nella storia delle relazioni internazionali poche volte si era assistito a toni di questa portata. Ma sono tuoni che precedono la grandine o si tratta solo di rumori che servono a coprire altro?

Le sanzioni economiche e commerciali contro la Corea del Nord avranno un impatto relativo, vista la scarsa commercializzazione internazionale del paese asiatico; Pyongyang compra poco e vende meno, dunque minacciarla di non acquistare o vendere è sterile e non mancheranno comunque le strade alternative a Kim per l’importazione di ciò di cui ha bisogno, vista la disponibilità a fornire cooperazione militare a diversi livelli.

Invece i temi delicati che sono sullo sfondo restano tali. La Corea del Nord avverte che non ha nessuna intenzione si seguire il destino dell’Irak e la minaccia di un attacco preventivo su Pyongyang ottiene in risposta la conseguente minaccia di ritorsioni su Seul e Tokyo, oltre che sulla base statunitense di Guam. Kim, che pure sembrerebbe essere ostaggio dei vertici militari, viene preso terribilmente sul serio. Vuoi per la miniaturizzazione degli ordigni, vuoi per la generata maggiore proiezione di lancio delle testate, Pyongyang sembra esser diventata molto meno folkloristica di quanto la si volesse dipingere ad Occidente.

La possibilità di un nuovo conflitto nucleare su scala regionale, che fino ad ora aveva messo gli USA relativamente al sicuro, potendo in ultima analisi scaricare sui suoi alleati asiatici il volume più alto del rischio, sembra poi venir messa in discussione dai progressi dell’arsenale militare nordcoreano, che per la prima volta nella storia viene considerato capace di poter raggiungere obiettivi USA.

Ma le opzioni militari, per fortuna, sono tutte piene di controindicazioni severe. Le forze armate di Pyongyang sono numerose e dotate di un ottimo addestramento, niente a che vedere con gli eserciti-operetta di Saddam o Gheddafi. La stessa dimensione geografica e la densità della popolazione rendono oltremodo difficile qualunque progetto d’invasione.

Eppure, il vicepresidente USA ha parlato di attacco preventivo. Ma non sarebbe semplice nemmeno questo, considerando due aspetti: l’efficacia dell’intelligence nordcoreana non assicura l’individuazione certa degli obiettivi e la certezza che, comunque, Pyongyang reagirebbe senza misura; in fondo da decenni si dedicano e si addestrano a ogni variante che questa ipotesi comporta. Dunque, un attacco preventivo agli impianti nordcoreani non salverebbe Seul dalla ritorsione di Pyongyang.

Lo stesso vale per un attacco destinato a colpire le postazioni dell’artiglieria di Kim, ovvero i 13.600 cannoni nordcoreani piazzati alla frontiera con la Corea del Sud. Proprio il loro numero renderebbe insufficiente un attacco; anche una ipotetica, straordinaria precisione statunitense (fino ad oggi tutta da dimostrare) necessiterebbe di giorni e giorni di attacchi per raggiungere l’obiettivo e dunque non eviterebbe una reazione che, per quanto parziale, sarebbe devastante per la Corea del Sud. Tutti gli specialisti concordano, peraltro, sulla relativa efficacia del sistema di difesa antimissilistico statunitense che protegge Corea del Sud e Giappone. Ne l’attacco all’artiglieria nordcoreana potrebbe esser svolto con missili a testata nucleare, perchè le radiazioni colpirebbero la Corea del Sud.

Idem dicasi per il Giappone, che sebbene fresco della riforma costituzionale che ne ha riabilitato lo spirito imperiale e fascistoide insito nel Sol Levante, non avrebbe strumenti efficaci per sentirsi al sicuro da un attacco nordcoreano. Ovvio dunque che Washigton non può permettersi di mettere a repentaglio la sicurezza dei suoi alleati: se lo facesse, il suo ruolo in tutto il mondo verrebbe fortemente messo in discussione, dal momento che nessun paese accetterebbe una protezione che non esita a sacrificarlo per gli interessi del protettore.

Gli strali di Trump sembrano essere soprattutto indirizzati verso la Cina, da lui sempre ritenuta responsabile della condotta di Kim o, per lo meno, in grado di condizionarlo attraverso la leva degli aiuti economici che Pechino assegna alla Corea del Nord. Ma le cose stanno in maniera diversa. Pechino agisce in funzione dei suoi interessi, certo, che in questo caso coincidono però con gli interessi della distensione regionale. Gli aiuti e la cooperazione cinese a Kim sono calibrati anche sul rischio d’impatto con una possibile carestia nordcoreana, che potrebbe determinare uno scenario che vedrebbe milioni di profughi nordcoreani alla frontiera cino-coreana.

Pechino non trae nessun vantaggio dalla situazione, che mette in discussione la sua leadership continentale; ha tentato in tutti questi decenni di orientare e condizionare le scelte politiche del vicino, ma l’avvento di Kim Yong-un ha complicato le cose. Con lui è cresciuto il ruolo dei militari e la stessa capacità di penetrazione dei servizi cinesi nei vertici castrensi e politici di Pyongyang è stata enormemente ridotta: la rete di Pechino è oggi molto più debole, i suoi uomini fidati sono stati esclusi e, in alcuni casi, eliminati e Pechino è molto meno influente di quanto lo fosse un decennio addietro.

In realtà Pechino ha tutto l’interesse a che la tensione non arrivi alle stelle, essendo preoccupata da un possibile conflitto. Il rischio che  questo si accenda al 38 parallelo ma poi si propaghi per buona parte dell’Asia, nel tentativo di stroncare la crescita dell’influenza militare cinese e che un eventuale conflitto scarichi sui confini cinesi alcuni milioni di nordcoreani in fuga, sono i due incubi di Pechino. Ciononostante, non aver posto il veto alla ultima risoluzione ONU sulle sanzioni alla Corea del Nord, rappresenta un messaggio chiaro sia a Pyongyang – che viene avvertita di non poter contare sull’ombrello cinese – sia a Washington – cui viene fatto presente che l’idea di una influenza cinese determinante sulla Corea del Nord è superata dai fatti.

La soluzione militare del conflitto, insomma, appare la meno probabile. Nessuno ne uscirebbe vincitore e solo una improvvisa impennata o una evoluzione ingovernabile degli eventi potrebbe togliere la sicura dal grilletto di entrambi. Sembra piuttosto di assistere ad un rialzo dei toni per meglio preparare un tavolo negoziale. La drammatizzazione del contesto serve a ridurre l’influenza degli attori non protagonisti e un possibile lavoro diplomatico tra USA, Cina e Corea del Nord potrebbe ispirarsi all’accordo tra USA e Unione Sovietica che chiuse la crisi dei missili a Cuba nel 1962. Garanzie reciproche, un maggiore bilanciamento militare e il reciproco riconoscimento d’interlocuzione politica, sarebbero un trionfo per Kim e una vittoria per Trump. E Pechino sorriderebbe dietro le quinte.

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Ong, i nemici immaginari

di Antonio Rei

Quella di trovare un nemico comune contro cui scagliarsi è un’esigenza antica. Ma sulla questione migranti, affibbiare questo ruolo alle organizzazioni non governative che ogni anno salvano decine di migliaia di vite è veramente assurdo.

Ormai nel cervello di molti nostri connazionali è pacifico che le Ong siano delle associazioni a delinquere il cui unico interesse sarebbe massimizzare l’afflusso di migranti in Italia per non si sa bene quale tornaconto economico. A sostegno di questa tesi non esiste lo straccio di una prova, ma poco importa. La maldicenza non ha bisogno di verifiche per trasformarsi in convinzione. È sufficiente la conferma sociale, il classico “se lo dicono tutti sarà vero”. Un po’ come con i vaccini, che migliaia di italiani ritengono ancora oggi causa di autismo, incuranti di essere smentiti da tutte le evidenze scientifiche del mondo.

A cementare ulteriormente le posizioni degli anti-Ong sono intervenuti di recente due nuovi fatti: l’inchiesta della procura di Trapani sulla Jugend Rettet e la decisione della maggior parte delle organizzazioni di non firmare il protocollo Minniti. Peccato che né l’una né l’altra vicenda sostenga in alcun modo le argomentazioni di chi – come Matteo Salvini – insinua in modo del tutto arbitrario l’esistenza di legami fra Ong e scafisti.

Nel caso della Jugend Rettet, indagini ed eventuali procedimenti spettano com’è ovvio alla magistratura, ma gli stessi inquirenti siciliani sostengono che i soggetti coinvolti avrebbero agito “non per denaro” ma per “motivi umanitari”.

Quanto al protocollo Minniti, le ragioni che spingono le Ong a rigettarlo sono chiarissime. Un’organizzazione come Medici senza Frontiere rifiuta di accogliere un militare a bordo delle proprie navi non per poter commettere impunemente chissà quali nefandezze, ma perché deve rimanere neutrale. Non si tratta di un principio ideologico, ma di un requisito operativo: in un contesto di guerra, chiunque si trovi davanti alle strutture di Medici senza frontiere deve essere sicuro che là dentro non troverà persone armate, ma solo professionisti pronti ad aiutarlo. Ammettere i militari sulle navi vorrebbe dire distruggere questa certezza.

Insomma, le Ong non sono il nemico e sostenere il contrario è segno di grettezza o malafede. Se proprio bisogna puntare il dito contro qualcuno, i bersagli sono altri.

Su tutti Ungheria, Polonia e Repubblica Ceca, contro cui lo scorso giugno la Commissione europea ha aperto una procedura d’infrazione per i mancati ricollocamenti dei profughi provenienti da Italia e Grecia.

“Questi tre Paesi non hanno fatto niente per oltre un anno – ha spiegato due mesi fa Dimitris Avramopoulos, commissario europeo per le migrazioni, facendo il punto sulle riallocazioni – L’Ungheria non ha mai fatto niente. La Polonia si è offerta di accogliere nel 2015 e poi non ha fatto altro. La Repubblica Ceca non ha più ricollocato dall’agosto 2016”.

In alternativa potremmo prendercela con l’Austria, che ad ogni difficoltà elettorale interna si ricompatta minacciando il nostro Paese di chiudere la frontiera per difendersi da un’invasione inesistente. Il ministro degli Esteri di Vienna, tale Sebastian Kurz, si è permesso addirittura d’impartirci ordini: “Pretendiamo che venga interrotto il traghettamento di migranti illegali dalle isole italiane, come Lampedusa, verso la terraferma – ha detto il mese scorso – L’Austria chiuderà il Brennero se l’Italia dovesse applicare il lasciapassare”.

Oppure, ancora, potremmo scagliarci contro la Francia di Emmanuel Macron, che dall’alto del suo europeismo continua a rispedire migranti (anche minorenni) in Italia attraverso la frontiera di Ventimiglia, pratica vietata dalle convenzioni internazionali.

Potremmo. Invece no. Ci sono state delle polemiche, ma le reazioni suscitate da questi comportamenti non sono nemmeno lontanamente paragonabili alla furia che il nostro Paese sta riversando da settimane contro le Ong. Uno sdegno totale e bipartisan, alimentato dall’ignoranza di molti politici e dalle fake news fatte circolare sui social network. Sempre più regno dei nemici immaginari.

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Tillerson, il pompiere di Trump

di Michele Paris

In un’apparizione a sorpresa davanti ai giornalisti, questa settimana il segretario di Stato americano, Rex Tillerson, ha offerto una visione relativamente conciliante delle varie crisi che si stanno accumulando sullo scacchiere internazionale e che vedono coinvolti gli Stati Uniti. Durante l’intervento, il numero uno della diplomazia USA ha prospettato la possibilità di aprire un dialogo con i propri rivali, a cominciare dalla Corea del Nord, anche se in parallelo alle sue dichiarazioni la stampa d’oltreoceano scriveva di un’amministrazione Trump ormai pronta a lanciare una vera e propria guerra commerciale contro la Cina.

Per Tillerson, Washington non avrebbe intenzione di rovesciare il regime di Pyongyang, né di forzare la riunificazione della penisola di Corea o di “trovare una scusa per inviare i nostri militari a nord del 38esimo parallelo”. Le ripetute provocazioni americane di questi mesi servirebbero perciò a far capire ai nordcoreani che gli Stati Uniti “non sono il nemico né rappresentano una minaccia”.

L’escalation diplomatica e militare degli USA, in sostanza, sarebbe la conseguenza del comportamento “inaccettabile” del regime stalinista di Kim Jong-un, al quale Washington non può che rispondere adeguatamente. La speranza di Tillerson sarebbe che, “a un certo punto”, la Corea del Nord finisca per “comprendere e decida di sedersi al tavolo delle trattative”.

Se i toni di Tillerson sono apparsi più pacati rispetto alle uscite anche delle ultime ore di altri membri dell’amministrazione Trump, le parole pronunciate davanti alla stampa al dipartimento di Stato ribadiscono il punto centrale della strategia americana relativa alla Corea del Nord.

La responsabilità della crisi in atto sarebbe cioè da attribuire interamente a Pyongyang, così come all’alleato cinese, e, di conseguenza, lo sblocco dello stallo dipende dalla disponibilità del regime di Kim a fare un passo indietro, a prescindere dall’atteggiamento del governo USA.

Tillerson ha poi ammesso che i rapporti tra il suo paese e la Cina stanno attraversando un momento molto difficile, ma ha provato a individuare un percorso di distensione, se non altro di convenienza, visti i legami economici e commerciali tra le due potenze, che possa evitare un “conflitto aperto”.

Tutta la conferenza stampa del segretario di Stato americano è stata condotta all’insegna di una moderata apertura ai rivali degli USA e, allo stesso tempo, dell’ammissione delle difficoltà nel risolvere pacificamente i conflitti internazionali.

La relativa moderazione di Tillerson è da un lato il segnale della parziale diversità di vedute, ammessa dallo stesso ex “CEO” di ExxonMobil, tra lui e il presidente Trump su alcune questioni di politica estera. Dall’altro, però, si è evidentemente in presenza del solito gioco delle parti che caratterizza il comportamento del governo di Washington, apparentemente aperto a qualsiasi soluzione pacifica, ma in realtà intento a manovrare per orientare i conflitti secondo i propri interessi.

Anche sulla Russia, infatti, Tillerson non ha nascosto la spirale negativa che hanno imboccato i rapporti bilaterali, dicendosi però convinto dell’impossibilità di un tracollo completo delle relazioni con la seconda potenza nucleare del pianeta.

Se all’interno dell’amministrazione Trump, così come nell’apparato militare e dell’intelligence americano, vi sono voci che auspicano un accomodamento con paesi come Russia o Cina, è altrettanto vero che le sezioni dell’establishment che spingono per lo scontro sono altrettanto attive e, anzi, prevalenti.

Proprio mentre Tillerson esponeva la sua visione relativamente moderata, sulla stampa americana sono apparse due rivelazioni che hanno dipinto un’amministrazione Trump con ben altre inclinazioni. Come già ricordato, la Casa Bianca starebbe per aprire una “indagine” sulle pratiche commerciali cinesi e, sulla base di una legge americana del 1974, adottare provvedimenti contro Pechino per la possibile violazione dei diritti di proprietà intellettuale, in particolare nel settore tecnologico.

Se, poi, Tillerson aveva detto che gli Stati Uniti non intendono incolpare la Cina per la situazione nella penisola di Corea, qualche giorno fa Trump aveva invece puntato il dito su Twitter proprio contro il governo di Pechino per non avere fatto nulla per risolvere la questione a favore degli USA.

Anche per quanto riguarda la Russia non mancano i messaggi conflittuali da Washington. A fare da contrappunto alle parole del numero uno del dipartimento di Stato sono giunte rivelazioni sulle intenzioni della Casa Bianca di autorizzare la fornitura di armi non solo “difensive” alle forze armate ucraine e alle milizie di estrema destra sorte dopo il golpe neo-fascista orchestrato a Kiev nel 2014. La sola ipotesi, com’era prevedibile, ha subito suscitato accese proteste da parte di Mosca.

Malgrado le timide aperture di Tillerson, gli scenari di crisi a livello internazionale continuano a registrare segnali tutt’altro che positivi. I due paesi al centro delle trame americane – Cina e Russia – hanno infatti entrambi mostrato i muscoli in questi giorni, facendo capire di essere intenzionati a non accettare pacificamente le politiche sempre più aggressive di Washington.

In Cina, il presidente Xi Jinping ha partecipato a una massiccia sfilata dell’Esercito Popolare di Liberazione in occasione del 90esimo anniversario della sua fondazione. Durante l’evento, già di per sé una chiara prova di forza, Xi ha affermato la volontà dell’esercito e del Partito Comunista di proteggere la sovranità cinese ad ogni costo e ovunque possa essere messa a rischio.

Mosca, invece, dopo l’ordine di Putin di ridurre di oltre 750 unità il personale impiegato presso le rappresentanze diplomatiche americane in Russia in seguito all’adozione di nuove sanzioni da parte del Congresso USA, ha annunciato un’esercitazione militare in Bielorussa per il mese di settembre.

Se le manovre in programma sono soltanto la risposta a quelle ben più massicce dei paesi NATO ai confini russi, esse hanno prevedibilmente fatto impennare i livelli di isteria dei governi occidentali e dei paesi baltici, tutti pronti a cogliere la palla al balzo per ingigantire ancora una volta la fantomatica minaccia di una possibile invasione russa.

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Trump e il caos alla Casa Bianca

di Mario Lombardo

L’ingresso dell’ex generale dei Marines, John Kelly, nello staff della Casa Bianca rappresenta un nuovo segnale del persistente caos che attraversa l’amministrazione Trump e, allo stesso tempo, consolida l’influenza su quest’ultima di militari ed ex militari. Kelly ha il compito di provare a riportare un certo ordine nel governo americano, come conferma il licenziamento immediato del capo della comunicazione del presidente, Anthony Scaramucci, diventato un pericoloso elemento destabilizzante nonostante fosse stato scelto da Trump poco meno di due settimane fa.

A nemmeno sette mesi dall’insediamento dell’amministrazione repubblicana, il ritmo del ricambio di personale registrato alla Casa Bianca appare decisamente insolito. Ciò testimonia delle enormi difficoltà che sta attraversando la stessa amministrazione, sotto assedio per i presunti legami con la Russia e in affanno nel tener dietro alle numerose crisi internazionali.

L’ex generale Kelly ricoprirà l’incarico di capo di gabinetto ed era fino a pochi giorni fa il titolare del dipartimento della Sicurezza Interna. Il compito che sarà chiamato a svolgere sarà reso complicato in primo luogo dalle continue rivalità che agitano l’amministrazione del presidente Trump.

Le ragioni del caos che sta caratterizzando il mandato di quest’ultimo sono molteplici e le principali hanno a che vedere, oltre che con la natura stessa del presidente, con la coesistenza alla Casa Bianca di rappresentanti di forze con interessi talvolta contrastanti, dai membri della famiglia Trump ai militari, dai consiglieri collegati ad ambienti neo-fascisti a esponenti dell’establishment del Partito Repubblicano e dell’industria finanziaria.

Il già ricordato Scaramucci, ex speculatore di Wall Street e in passato sostenitore delle campagne elettorali di candidati democratici, subito dopo essere stato promosso da Trump aveva sollevato un polverone alla Casa Bianca, tirandosi addosso l’ira di praticamente tutti i principali membri dell’entourage del presidente.

In una conversazione con un giornalista del New Yorker, poi pubblicata, Scaramucci aveva insultato pesantemente, tra gli altri, l’ex capo di gabinetto, Reince Priebus, e lo “stratega capo” della Casa Bianca, Stephen Bannon, nel quadro di una strategia che avrebbe dovuto fare del proprio ufficio l’elemento di coordinamento dei vari centri di potere dell’amministrazione.

Lo stesso Priebus, rappresentante dei vertici del Partito Repubblicano nell’amministrazione, era stato licenziato da Scaramucci, mentre il capo ufficio stampa della Casa Bianca, Sean Spicer, aveva rassegnato le proprie dimissioni in polemica col nuovo capo della comunicazione.

Il comportamento di Scaramucci non ha fatto che alimentare le divisioni alla Casa Bianca e i consiglieri di Trump, per i quali avrebbe dovuto fungere da punto di riferimento nei rapporti con il presidente, hanno verosimilmente chiesto a loro volta la sua testa.

Lo scenario che si troverà di fronte Kelly alla Casa Bianca non appare dunque dei più semplici, tanto che alcuni commentatori americani si sono mostrati sorpresi che l’ex generale abbia dato la propria disponibilità a diventare il nuovo capo di gabinetto del presidente.

La necessità da parte di Trump di provare a innestare nella sua amministrazione con un ruolo chiave una personalità forte come quella di John Kelly, al quale tutti i membri dello staff presidenziale dovranno fare riferimento, è dettata in particolare dalle urgenti questioni di politica interna e internazionale che gli Stati Uniti si trovano a dover affrontare.

In sostanza, sulla Casa Bianca ci sono enormi pressioni che richiedono ordine e una certa disciplina nel processo decisionale. L’amministrazione Trump si trova infatti nel pieno della crisi nordcoreana, di quella siriana e dello scontro con la Russia.

Sul fronte domestico, invece, il presidente sta ancora facendo i conti con le conseguenze del fallito tentativo di far approvare la revoca della riforma sanitaria di Obama, mentre da più parti gli si chiede di procedere con i punti cruciali del suo programma elettorale, come la nuova riduzione delle tasse per i redditi più alti e il lancio del piano di costruzione e ammodernamento delle infrastrutture del paese.

Le difficoltà che il Congresso a maggioranza repubblicana ha incontrato finora nell’implementare l’agenda di Trump hanno già convinto molti nel partito a guardare verso l’opposizione democratica per mandare in porto qualche successo legislativo.

Il compito di stabilire contatti con il Partito Democratico per gettare le basi di qualche compromesso al Congresso potrebbe così spettare proprio al nuovo capo di gabinetto. I giornali americani hanno scritto di contatti già avvenuti tra Kelly e i leader democratici di Camera e Senato, rispettivamente Nancy Pelosi e Charles Schumer.

La deputata della California, d’altra parte, nei giorni scorsi aveva espresso la propria soddisfazione per la scelta da parte di Trump dell’ex generale, malgrado le sue responsabilità nell’implementare le durissime direttive anti-immigrati del presidente alla guida del dipartimento della Sicurezza Interna.

La scelta di Kelly è comunque un altro segnale del progressivo deterioramento del quadro democratico negli Stati Uniti. Il neo-capo di gabinetto, come già ricordato, è l’ennesimo militare a ricoprire un ruolo di spicco nell’amministrazione Trump. Questa realtà è tanto più grave alla luce di un processo che negli ultimi decenni ha visto le forze armate e l’apparato dell’intelligence espandere enormemente la propria influenza sulle istituzioni civili americane.

La tendenza di Trump è precisamente quella di affidarsi al consiglio dei generali, sia per una naturale predisposizione per l’autoritarismo sia, soprattutto, per cercare di legittimare agli occhi dei militari un’amministrazione dimostratasi finora molto fragile e profondamente impopolare.

Che John Kelly sia in grado di rimettere ordine alla Casa Bianca è tuttavia molto dubbio. L’ex segretario alla Sicurezza Interna, malgrado il coro di elogi raccolti in questi giorni, sembra già avere i propri rivali all’interno dell’amministrazione. Il consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, e la sua consorte, Ivanka, avrebbero ad esempio accettato a denti stretti la nomina dell’ex generale dopo avere inutilmente caldeggiato la candidatura della numero due del Consiglio per la Sicurezza Nazionale, Dina Powell.

Lo stesso Kelly non è tra i sostenitori della prima ora del presidente e, in un’amministrazione che considera e gratifica spesso la fedeltà, ciò potrebbe rappresentare un problema. Quasi ad anticipare i possibili ostacoli del prossimo futuro, subito dopo l’assunzione formale del nuovo incarico, la CNN ha pubblicato una rivelazione che ha creato qualche imbarazzo a Kelly.

L’ex generale, cioè, in seguito al licenziamento da parte di Trump nel mese di maggio del direttore dell’FBI, James Comey, aveva valutato l’ipotesi di dimettersi da segretario alla Sicurezza Interna come segno di protesta contro la decisione del presidente con cui dovrà invece d’ora in poi lavorare a strettissimo contatto.

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USA-Russia, Putin cancella il disgelo

 

di Michele Paris

L’annuncio da parte di Vladimir Putin del provvedimento relativo al taglio del personale diplomatico americano in Russia è stata la conferma nei giorni scorsi dell’ulteriore deterioramento in atto delle relazioni tra Mosca e Washington. La mossa del Cremlino è la diretta conseguenza del recente voto del Congresso USA sul nuovo pacchetto di sanzioni contro la Russia ed è stata con ogni probabilità attentamente calibrata per mandare un chiaro messaggio oltreoceano sull’esaurirsi della pazienza di Mosca in relazione a un possibile allentamento delle tensioni che aveva fatto intravedere l’amministrazione Trump.

La riduzione di 755 unità tra gli addetti alle sedi diplomatiche degli Stati Uniti in territorio russo è stata definita senza precedenti dalla stampa americana, anche in confronto con episodi simili registrati durante la Guerra Fredda. Il fatto poi che lo stesso Putin abbia spiegato l’iniziativa nel corso di un’intervista alla televisione russa la dice lunga sull’importanza del gesto per il governo di Mosca.

Putin, va ricordato, si era astenuto dall’adottare ritorsioni sul finire del 2016, quando l’amministrazione uscente del presidente americano Obama aveva espulso dagli USA decine di diplomatici russi a causa delle presunte interferenze di Mosca nelle presidenziali di novembre. In quell’occasione, il presidente russo aveva optato per un atteggiamento prudente e di attesa, confidando in un cambio di rotta almeno parziale dell’amministrazione repubblicana entrante.

Se, vista la situazione attuale, Putin abbia sbagliato i propri calcoli o semplicemente non aveva alternative all’attesa di circostanze migliori per evitare un’escalation del conflitto con Washington ha ormai poca importanza. Il precipitare della situazione a cui si sta assistendo dipende infatti interamente dalle dinamiche interne a una classe dirigente americana in piena crisi e lacerata come forse mai in passato attorno alle scelte strategiche considerate necessarie per cercare di far fronte al declino internazionale degli Stati Uniti.

La decisione di Putin di rispondere in maniera relativamente dura all’offensiva americana è anche la presa d’atto di una vittoria, almeno per il momento, del fronte anti-russo a Washington e della marginalizzazione della Casa Bianca nel tracciare gli indirizzi della politica estera USA.

L’aspetto più significativo delle sanzioni approvate definitivamente settimana scorsa dal Congresso è d’altra parte quello che restringe fino quasi ad annullare gli spazi di manovra del presidente nell’implementazione o nella sospensione delle misure punitive.

Come ha scritto un paio di giorni fa sulla testata on-line Asia Times il commentatore ed ex diplomatico indiano, M. K. Bhadrakumar, l’iniziativa sulla gestione dei rapporti con Mosca è ormai sostanzialmente passata al Congresso americano ed essendo essa basata sul tentativo di “strangolamento” della Russia, per il Cremlino non resta che “considerare gli Stati Uniti come una minaccia chiave alla propria sicurezza” e agire di conseguenza.

Ciò non era esattamente quanto Putin e lo stesso Trump si erano augurati dopo il loro primo faccia a faccia solo qualche settimana fa a margine del G20 di Amburgo. L’incontro aveva prodotto, tra l’altro, un accordo sul cessate il fuoco in alcune zone della Siria e proprio il paese mediorientale in guerra è uno dei fronti che potrebbero risentire nel prossimo futuro del nuovo peggioramento degli scenari internazionali dopo le decisioni prese al Congresso americano e al Cremlino.

La condotta abitualmente cauta del presidente russo spiega ad ogni modo il permanere di uno spiraglio per il dialogo con Washington, anche se, visti gli scenari, ciò appare più un’ipotesi teorica che effettiva. Singolarmente, a far notare come l’iniziativa annunciata da Putin non chiuda del tutto la possibilità di continuare a lavorare per una qualche intesa con l’amministrazione Trump sono stati proprio quei giornali americani che hanno fino ad ora amplificato maggiormente le posizioni anti-russe dell’establishment USA.

Il New York Times, ad esempio, ha insistito sul fatto che il taglio del personale delle rappresentanze diplomatiche degli Stati Uniti riguardi più che altro cittadini di nazionalità russa e non tanto diplomatici americani. Inoltre, il tempismo della mossa di Putin non sarebbe casuale, visto che avviene dopo il voto di Camera e Senato sulle sanzioni ma prima della ratifica del presidente, così che la decisione non deve essere intesa come una ritorsione diretta contro Trump, bensì contro i suoi oppositori interni.

Dietro a precisazioni di questo genere sembra scorgersi un certo nervosismo da parte di coloro che negli USA stanno orchestrando la caccia alle streghe nei confronti di Mosca e dell’amministrazione Trump. La ragione principale delle apprensioni risiede negli effetti indesiderati per Washington delle politiche di confronto con la Russia, emersi in tutta la loro evidenza con l’approvazione dell’ultimo round di sanzioni.

Ironicamente, il delirio anti-russo di determinati ambienti della classe politica e dei media ufficiali americani rischia infatti di accelerare quei processi economici e strategici che essi stessi vorrebbero impedire attraverso la campagna in atto.

Il riconoscimento da parte russa dell’impossibilità di costruire una qualche intesa con gli Stati Uniti non può cioè che risolversi in un ulteriore impulso all’integrazione economica, commerciale, ma anche energetica e militare, da un lato tra Russia e Cina e dall’altro tra la Russia e i paesi europei, a cominciare dalla Germania.

Come è noto, d’altra parte, le recenti sanzioni approvate dal Congresso USA minacciano seriamente di colpire anche le compagnie energetiche europee impegnate in progetti di sviluppo con quelle russe, andando perciò al cuore degli interessi della classe dirigente del vecchio continente. Un risvolto, quest’ultimo, che ha già soffiato sul fuoco delle tensioni più o meno latenti tra Europa e Stati Uniti, con esponenti di spicco dei vertici dell’Unione e, in particolare, del governo tedesco, impegnati a chiedere contro-sanzioni da applicare all’alleato americano.

Il motore di queste dinamiche, apparentemente irrazionali, che vedono protagonisti gli Stati Uniti è in fin dei conti ancora una volta il progressivo venir meno dell’influenza di quest’ultimo paese su scala globale e la guerra che sta cercando di combattere contro la tendenza al multipolarismo, all’integrazione euro-asiatica e all’emergere di nuove potenze in grado attrarre vaste regioni del pianeta nelle rispettive orbite.

Tutti processi, questi ultimi, che minacciano la supremazia americana e contro cui, in definitiva, Washington cerca di opporsi con mezzi che implicano direttamente il ricorso alla forza militare o che, nel medio o lungo periodo, rischiano di risolversi comunque in un rovinoso conflitto armato.

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