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Corea, l’escalation di Trump

di Mario Lombardo

Il governo americano ha intrapreso una nuova serie di iniziative in questi giorni che confermano la ferma intenzione di tenere alta la pressione sulla Corea del Nord e il principale alleato di quest’ultimo paese, ovvero la Cina. Nel pieno dei festeggiamenti in corso a Pyongyang per l’85esimo anno dalla creazione del precursore dell’esercito nordcoreano, mercoledì il comando delle forze armate USA di stanza in Corea del Sud ha deciso di procedere con l’installazione di un sistema di difesa anti-missilistico altamente controverso.

I primi componenti del cosiddetto THAAD (“Difesa d’Area Terminale ad Alta Quota”) sono stati trasportati da alcuni veicoli militari americani nel luogo dove il sistema dovrebbe essere posizionato in territorio sudcoreano in base a quanto stabilito dai governi di Washington e Seoul lo scorso mese di luglio.

Le parti del THAAD posizionate nei pressi della località di Seongju erano arrivate in Corea del Sud a marzo. L’improvvisa accelerazione dei lavori sulle batterie anti-missile è dovuta in primo luogo all’intenzione da parte americana di lanciare un ulteriore segnale minaccioso nei confronti del regime di Kim Jong-un, visto che l’avvio dell’installazione coincide con uno dei momenti più delicati nella storia recente dei rapporti USA-Corea del Nord.

Non solo, l’ordine di procedere con il THAAD è legato alla necessità di mettere il prossimo governo sudcoreano davanti al fatto compiuto, poiché sembra probabile che dalle elezioni presidenziali del 9 maggio prossimo uscirà vincitore il candidato di centro-sinistra, Moon Jae-in, che aveva assunto posizioni relativamente critiche dello stesso sistema anti-missile.

In realtà, con l’approssimarsi del voto il leader del Partito Democratico di Corea ha in parte ammorbidito la sua opposizione al THAAD, giudicandolo accettabile come strumento difensivo se Pyongyang dovesse continuare a minacciare Seoul.

Gli Stati Uniti temono però che un suo successo alle urne possa fare esplodere le proteste contro un piano militare impopolare e di fatto imposto da Washington dietro le spalle dei sudcoreani. Già nella primissima mattinata di mercoledì, i mezzi americani giunti a Seongju con i componenti del THAAD sono stati infatti accolti da migliaia di residenti che hanno cercato di bloccarli, prima dell’intervento della polizia sudcoreana.

La possibilità di installare e rendere operativo il THAAD è stata in ogni caso offerta dalle continue provocazioni della Corea del Nord, anche se questo sistema, al contrario di quanto sostengono i governi di Stati Uniti e Corea del Sud, non è difensivo né è rivolto principalmente a Pyongyang.

L’obiettivo è piuttosto la Cina e, in seconda battuta, la stessa Russia, visto che il THAAD in territorio sudcoreano rischierebbe di neutralizzare il loro deterrente nucleare, soprattutto quello di Pechino, rendendo potenzialmente inefficace una risposta a un eventuale primo attacco americano.

La decisione di questa settimana sul THAAD segue poi l’arrivo nelle acque dell’Asia orientale di varie navi da guerra USA per condurre esercitazioni con le forze non solo della Corea del Sud ma anche del Giappone.

Nella serata di mercoledì è previsto anche il lancio di un missile balistico intercontinentale in grado di portare una testata nucleare, in un test americano che vedrà partire l’ordigno dalla California e atterrare nell’oceano Pacifico. Singolarmente, il test missilistico degli Stati Uniti è della stessa natura di quello che in molti stanno attendendo da Pyongyang e che, se condotto, potrebbe scatenare un attacco militare da parte dell’amministrazione Trump.

Malgrado il livello di tensione alle stelle, in molti ritengono comunque improbabile un attacco militare americano contro la Corea del Nord, così che l’escalation promossa dalla Casa Bianca servirebbe più che altro per esercitare pressioni sia su Pyongyang sia su Pechino, in modo da rimettere in linea il regime di Kim.

A sostegno di questa interpretazione ci sarebbe tra l’altro il rapporto “amichevole” instaurato da Trump con il presidente cinese, Xi Jinping, dopo il recente faccia a faccia nella residenza del presidente americano in Florida. I due hanno discusso telefonicamente della Corea del Nord anche lunedì, nel quadro di una sorta di linea diretta tra le due potenze che per alcuni dovrebbe scongiurare il pericolo di un conflitto nella penisola di Corea.

In realtà, la nuova amministrazione Repubblicana, dietro la spinta dell’apparato militare e della galassia “neo-con”, ha già mostrato di non avere troppi scrupoli nel cercare di imporre i propri interessi strategici, come ha testimoniato il bombardamento dei primi di aprile contro una base aerea delle forze armate siriane.

L’escalation di provocazioni nei confronti della Corea del Nord rischia poi di spingere il livello dello scontro al di là dei limiti entro i quali lo stesso governo cinese può essere in grado di influenzare le decisioni del regime di Pyongyang.

Da Pechino si moltiplicano infatti le dichiarazioni allarmate per la situazione nella penisola di Corea, a conferma che la leva cinese nei confronti di Kim è limitata. I media cinesi ufficiali continuano a pubblicare commenti e editoriali nei quali si mette in guardia dal pericolo di una conflagrazione che potrebbe facilmente sfociare in un conflitto nucleare, come se questo rischio sia da considerare imminente.

Allo stesso tempo, la Cina insiste affinché gli Stati Uniti dimostrino la loro disponibilità a fare qualche concessione alla Corea del Nord in cambio di un segnale da parte di Kim ad astenersi da ulteriori provocazioni e a congelare il proprio programma nucleare e balistico.

Il nodo della crisi coreana resta però difficilmente risolvibile, dal momento che in essa si intrecciano le mire di un governo, come quello americano, spinto da una logica distruttiva che non ammette concessioni o cedimenti agli interessi di altri paesi con il dilemma strategico che caratterizza le azioni della Cina.

Pechino deve cioè muoversi entro margini molto stretti, misurando le pressioni che può esercitare sull’alleato nordcoreano, in modo da non fornire l’occasione per un’aggressione militare americana, con la necessità di preservare il regime di Kim, la cui caduta materializzerebbe l’incubo di vedere le forze armate degli Stati Uniti subito al di là del confine cinese.

Le manovre americane per la penisola di Corea e, di riflesso, per la gestione dei rapporti con la Cina, sembrano comunque dover riservare qualche mossa clamorosa. L’amministrazione Trump continua infatti a mantenere la crisi coreana in cima alla propria agenda, anche attraverso gesti plateali e decisamente insoliti, per non dire senza precedenti, come quello registrato mercoledì.

Il presidente ha convocato tutti e cento i membri del Senato americano alla Casa Bianca, dove sono stati informati della situazione in Corea del Nord, ovvero dei piani di guerra che sembrano essere allo studio. I senatori di entrambi gli schieramenti sono stati ragguagliati dal segretario alla Difesa, generale James Mattis, dal capo di Stato Maggiore, generale Joseph Dunford, dal direttore dell’Intelligence Nazionale, Dan Coats, e dal segretario di Stato, Rex Tillerson.

Il briefing ai senatori presso la Casa Bianca testimonia non solo della gravità degli scenari coreani, ma anche il processo avanzato di deterioramento delle procedure democratiche negli Stati Uniti, con il Congresso di fatto privato del potere di autorizzare azioni militari, decise ormai in completa autonomia dall’esecutivo e dai militari.

La campagna in atto contro la Corea del Nord dovrebbe proseguire infine nella giornata di venerdì, quando lo stesso Tillerson presiederà al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite una riunione incentrata sul regime di Kim e il suo programma nucleare.

L’evento, è facile prevedere, fornirà un’ulteriore occasione agli USA per dipingere Pyongyang come una minaccia vitale alla propria sicurezza e a quella del pianeta, mentre la quasi certa proposta di adottare nuove sanzioni punitive, che ostacolino i limitatissimi scambi commerciali della Corea del Nord, finirà per restringere ancor più le opzioni a disposizione del governo cinese.

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Macron, paladino dei mercati

di Carlo Musilli

Emmanuel Macron piace moltissimo ai mercati. Dopo il primo turno delle presidenziali francesi, che hanno visto il leader di En Marche andare al ballottaggio da superfavorito contro Marine Le Pen, su tutte le piazze finanziarie sono volati i tappi di champagne. Lunedì la Borsa di Parigi ha chiuso in rialzo del 4,1%, mentre quella di Milano ha fatto ancora meglio (+4,8%).

Sul mercato delle valute, l’euro ha toccato il massimo da sei mesi contro il dollaro (a 1,0871), mentre sul fronte obbligazionario lo spread fra i titoli di Stato francesi e tedeschi è crollato del 21 per cento, intorno ai 50 punti base, e il rendimento sui bond decennali della Francia è sceso in poche ore dallo 0,88 allo 0,84%.

Nelle sedute successive non si è più visto tanto entusiasmo, ma solo perché buona parte dell’effetto-Macron era già stato assorbito dai mercati ancor prima del voto di domenica scorsa.

Le ragioni di questa luna di miele fra l’ex ministro socialista e gli investitori sono due. Innanzitutto, la vittoria di Macron – che secondo i sondaggi sarà ampia – allontana lo spettro neofascista di Marine Le Pen, leader di un partito apertamente anti-euro, anti-Ue e anti-Nato. La prevedibile sconfitta del Front National consente agli analisti delle case d’investimento di accantonare lo scenario di rischio più spaventoso che abbia minacciato l’Europa negli ultimi anni. Un’eventuale uscita della Francia dall’Unione europea e dall’Eurozona produrrebbe conseguenze catastrofiche, neanche lontanamente paragonabili a quelle che hanno fatto seguito al voto sulla Brexit.

In secondo luogo, Macron piace ai mercati per quello che rappresenta in sé. Non è solo l’unica alternativa alla sciagura antisistema e anti-establishment: lui stesso è un paladino del sistema e dell’establishment. Ex banchiere d’affari alla Rothschild, è essenzialmente un neoliberista. Malgrado i suoi trascorsi fra i socialisti francesi – prima come consigliere del presidente Hollande, poi come ministro del governo Valls – è espressione della destra economica che governa a Bruxelles. Non a caso, la sua adesione al verbo europeista è assoluta e si fonda sulla convinzione che i singoli governi debbano cedere ulteriori quote della propria sovranità alle istituzioni comunitarie. Se l’obiettivo dell’Italia è alleggerire le maglie del Fiscal Compact nel segno di una maggiore flessibilità, Macron non è sicuramente il migliore degli alleati.

Per farsi un’idea della collocazione politica di questo presunto apolide è sufficiente dare un’occhiata al suo programma economico. Fra le varie misure si parla di tagli alla spesa pubblica per 60 miliardi entro il 2022; riduzione di 120mila posti di lavoro nel settore statale; rispetto della regola di Maastricht sul deficit, che deve essere inferiore al 3% del Pil; taglio delle tasse sulle imprese dal 33% al 25%; esenzione dall’imposta locale sulla prima casa per l’80% delle famiglie ed esclusione degli investimenti finanziari dalla tassa patrimoniale.

Intendiamoci, tutto ciò non ha nulla a che vedere con la follia lepenista – e di questo ci rallegriamo tutti – ma è pur sempre un programma di destra. Moderata, ma destra. Preferire Macron al Front National è un conto, essere d’accordo con lui un altro. Per questo è difficile comprendere la posizione di chi, partendo da una prospettiva di sinistra o di centrosinistra, trascende il comprensibile sollievo per lo scampato pericolo neofascista e si abbandona all’entusiastica esaltazione di En Marche e del suo leader. Al contrario, capire per quale ragione Macron piaccia tanto ai mercati è piuttosto semplice.

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L’umanità protagonista

di Sara Michelucci

L’umanità forte, fragile, immensa e allo stesso tempo così vicina da poterla sfiorare è la protagonista assoluta delle fotografie di Gianni Berengo Gardin, in mostra al museo Caos di Terni. Un progetto espositivo di Contrasto, prodotto da Civita Mostre e promosso dal Comune di Terni in collaborazione con Indisciplinarte, attraverso cui si narra un’epoca, con immagini che vengono accompagnate dal commento di personaggi famosi che hanno conosciuto il fotografo.

Il racconto dell’Italia passa per le foto di Berengo Gardin, dove la fotografia è più vicina al giornalismo che non alla pittura. Lo scatto, come la penna, permette la documentazione attenta e mai banale della realtà e la macchina fotografica è il mezzo e mai il fine. In sessanta anni di carriera, la vita del fotografo è stata caratterizzata anche da molti incontri, che in un certo senso sono all’origine di questa mostra.

Ciascuna delle foto esposte, come detto, è infatti presentata da un protagonista dell’arte e della cultura, che ha commentato uno degli scatti scelti nell’immenso corpus fotografico di Berengo Gardin. I loro testi, accostati a ciascuna delle 24 foto selezionate, permettono ancor di più di ragionare sul valore di testimonianza sociale ed estetica delle immagini.

I testi sono di registi come Marco Bellocchio, Alina Marazzi, Franco Maresco e Carlo Verdone, architetti come Stefano Boeri, Renzo Piano e Vittorio Gregotti, artisti come Mimmo Paladino, Alfredo Pirri, Jannis Kounellis; e poi di Lea Vergine e di Goffredo Fofi, del sociologo Domenico De Masi, dei fotografi Ferdinando Scianna, Sebastião Salgado e di un giovane emergente come Luca Nizzoli Toetti, di scrittori come Maurizio Maggiani e Roberto Cotroneo, di giornalisti come Mario Calabresi, Michele Smargiassi e Giovanna Calvenzi, di Peppe Dell’Acqua, psichiatra dell’equipe di Franco Basaglia, di Marco Magnifico, vicepresidente del Fai e di una street artist come Alice Pasquini.

L’esposizione è inoltre arricchita da una proiezione di immagini tratte dall’archivio del fotografo. La scelta del bianco e nero, poi, conferisce una profondità in più all’immagine, dove il gioco di luci e ombre prevale e rende ‘vivo’ lo scatto, in cui nulla è statico, ma tutto sta per accadere o è appena accaduto. Una forza poetica che supera i valichi temporali ed è destinata a segna un’epoca.

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Macron-Le Pen, il male contro il peggio

di Michele Paris

Il primo turno delle elezioni presidenziali in Francia di domenica ha segnato il clamoroso tracollo del sistema sostanzialmente bipartitico che ha dominato il paese negli ultimi decenni. I candidati del Partito Socialista (PS) al governo e la destra gollista de I Repubblicani (LR) sono stati infatti eliminati a beneficio dell’ex ministro dell’Economia, Emmanuel Macron, e della leader del Fronte Nazionale (FN) neo-fascista, Marine Le Pen.

Per una volta, i sondaggi di opinione della vigilia sono stati confermati dal voto. Macron e Le Pen si sono in pratica equivalsi, con l’ex Socialista che ha sfiorato il 24% e quest’ultima attestata attorno al 21,5%.

Il candidato gollista, François Fillon, non è riuscito a recuperare terreno a sufficienza dopo lo scandalo relativo a un finto lavoro ricoperto dalla moglie e retribuito con soldi pubblici. L’ex primo ministro si è fermato a poco meno del 20% dei consensi, determinando la prima eliminazione al primo turno delle presidenziali francesi di un candidato gollista da oltre tre decenni a questa parte.

Il collasso del PS francese è apparso chiaro invece dall’umiliante 6,3% raccolto da Benoît Hamon. Il vincitore a sorpresa delle primarie del suo partito era stato di fatto scaricato più o meno formalmente dai vertici Socialisti, schieratisi a favore di Macron, perché ritenuto troppo “progressista”.

A determinare l’affondamento di proporzioni storiche del Partito Socialista è stata però l’eredità del presidente uscente, François Hollande, e dei governi che ha presieduto negli ultimi cinque anni. Austerity, deregolamentazione del mercato del lavoro, guerra, stato di emergenza permanente ed erosione dei diritti democratici hanno caratterizzato l’esperienza di governo Socialista, trasformandosi in una batosta elettorale ancora peggiore di quella del 2002 che vide l’esclusione dal secondo turno dell’allora primo ministro, Lionel Jospin.

In molti hanno fatto notare come il ritiro della candidatura di Hamon a favore di Jean-Luc Mélenchon avrebbe potuto spingere quest’ultimo al ballottaggio. Il leader del Partito di Sinistra (PG) e del movimento “France insoumise” (“Francia ribelle”), creato ad hoc per le presidenziali, ha toccato domenica il 19,6% dopo essere riuscito a capitalizzare almeno in parte il diffuso sentimento anti-bellico e anti-liberista tra la popolazione francese.

Se la matematica del dopo voto indica che la confluenza dei voti di Hamon su Mélenchon avrebbe fatto di quest’ultimo il vincitore del primo turno, è altrettanto probabile che un eventuale accordo con il candidato Socialista, che pure era stato esplorato, gli avrebbe fatto perdere un numero considerevole di consensi, visto il discredito del partito di governo tra gli elettori più orientati a sinistra.

Dopo il primo turno di domenica, in ogni caso, i francesi si ritroveranno ora con la prospettiva di una nuova orgia neo-liberista, in caso di successo di Macron al ballottaggio, o dell’abisso della deriva neo-fascista.

Lo scampato pericolo di una sfida al secondo turno tra Mélenchon e Le Pen, oltre all’entusiasmo dei mercati, ha già scatenato la prevedibile campagna pro-Macron dei media e dell’establishment politico francese. Fillon e Hamon hanno già dato indicazione ai propri elettori di votare per il 39enne ex banchiere Rothschild. Mélenchon, invece, non ha per ora espresso apertamente la sua preferenza, sapendo forse che un “endorsement” a favore di Macron sfocerebbe nuovamente in un vicolo cieco per il potenziale movimento progressista coagulatosi attorno alla sua candidatura in questi mesi.

Emmanuel Macron è dunque il candidato di gran lunga preferito dai poteri forti in Francia e in Europa. La sua candidatura è stata costruita a tavolino dopo l’addio al Partito Socialista e la creazione dal nulla di un movimento (“En Marche !”) con nessun radicamento nel paese. Dietro a Macron c’è in sostanza l’élite finanziaria transalpina ed esponenti del Partito Socialista protagonisti della deriva neoliberista, nonché della virtuale distruzione, di questo partito.

Macron è riuscito a sfruttare il discredito del PS, le cui rovinose politiche economiche di questi anni ha peraltro contribuito a formulare, presentandosi come un candidato giovane, dinamico e svincolato dalle logiche di destra e sinistra. La sua rapida ascesa a favorito per l’Eliseo è stata possibile anche grazie all’implosione della candidatura di Fillon, legata in parte ai suoi orientamenti filo-russi, e alla costante promozione della sua immagine da parte dei media ufficiali.

Su questi aspetti il vincitore del primo turno è tornato nel suo discorso seguito alla chiusura delle urne. La retorica del rinnovamento della Francia, del superamento delle divisioni ideologiche e la lotta al nazionalismo del Fronte Nazionale nascondono tuttavia una realtà ben diversa e che è in definitiva ancora una volta quella del neo-liberismo sfrenato, in perfetta continuità con i mandati di Sarkozy e, ancor più, di Hollande.

Nelle due settimane che separano la Francia dal secondo turno, la candidata del FN cercherà perciò di approfittare della natura stessa del progetto politico di Macron, così da smascherare le forze che lo sostengono e di proporsi essa stessa come l’unica alternativa anti-establishment per gli elettori, soprattutto quelli appartenenti alle classi più disagiate.

La strategia dell’estrema destra francese è infatti sempre la stessa. Denuncia della globalizzazione, del capitalismo senza freni e dello smantellamento del welfare, il tutto indirizzato però verso l’ultranazionalismo, l’anti-socialismo, la xenofobia e il razzismo, in un mix che non può che tradursi in un disastro per lavoratori e classe media.

Praticamente tutti i sondaggi ufficiali danno ora Macron in netto vantaggio sulla Le Pen nel secondo turno. In media, l’ex ministro Socialista sembra dover ottenere più del 60% dei consensi nel voto del 7 maggio.

I veri equilibri elettorali potrebbero però essere almeno in parte diversi da quelli proposti dalla stampa, tanto che qualcuno prospetta una possibile sorpresa da qui a due settimane. A rappresentare un’incognita per le chances di successo di Macron è in primo luogo la sua stessa natura artificiosa e di controfigura dei grandi interessi economico-finanziari francesi.

Se, poi, in Francia e nel resto d’Europa c’è da attendersi una certa mobilitazione per evitare l’ascesa al potere della destra neo-fascista, le credenziali di Marine Le Pen e del Fronte Nazionale sono oggi notevolmente superiori rispetto ad esempio al 2002, quando Jean-Marie Le Pen accedette al ballottaggio dove venne schiacciato da Jacques Chirac.

Con il persistere della crisi del capitalismo francese e l’emergere di fortissime tensioni sociali, infatti, la classe dirigente transalpina ha progressivamente adottato buona parte dell’agenda di estrema destra del FN, finendo in definitiva per legittimarlo come un normale partito del panorama politico ufficiale.

A causa anche di queste dinamiche, di fronte a un favorito che, al di là delle apparenze, risulta legato a doppio filo con l’establishment respinto domenica dagli elettori francesi, nel vuoto della sinistra francese potrebbe infilarsi così con successo l’estrema destra e consegnare un risultato che, a tutt’oggi, i sondaggi sembrano escludere categoricamente.

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La derIVA di Padoan

di Antonio Rei

C’è un’idea fissa di cui Pier Carlo Padoan non si riesce a liberare. Da anni una vocina sussurra nell’orecchio del ministro dell’Economia lo stesso ritornello: “Devi alzare l’Iva”. Il numero uno del Tesoro cerca di resistere, ma poi, ciclicamente, le sue difese crollano e quell’idea torna a circolare. Nei suoi conti di tecnico, chissà per quale modello o proiezione, questa prospettiva un senso ce l’ha. Il problema è che, da ministro, Padoan dovrebbe anche preoccuparsi delle ragioni della politica.

E la politica non va tanto per il sottile: al di là di tutti i calcoli fiscali o economici possibili, alzare la tassa più odiata e più evasa d’Italia a pochi mesi dalle elezioni sarebbe come impugnare la katana del samurai e prodursi nel più clamoroso degli harakiri. È una considerazione elementare, ma il buon Pier Carlo non riesce a farsene una ragione.

E così, poco prima del Def, ecco che quell’idea rispunta. In un’improvvida intervista al Messaggero, il ministro torna a parlare dell’ipotesi di alzare l’imposta sul valore aggiunto per ridurre il peso delle tasse sulle buste paga. “Lo scambio tra Iva e cuneo fiscale suggerito dall’Ocse – spiega Padoan – è una forma di svalutazione interna che va a beneficio delle imprese esportatrici, che sono anche le più competitive”. Peccato che in Italia ci sia anche qualche milione di consumatori: persone che ogni giorno fanno la spesa e che, prima o poi, torneranno a votare.

Di questo si rende conto benissimo Matteo Renzi, che da anni, in modo speculare rispetto a Padoan, ha una crisi di nervi ogni volta che a qualcuno viene in mente di parlare di Iva. Infatti anche stavolta il premier-ombra/segretario-Pd-in-pectore (locuzioni roboanti per non rilevare che, al momento, si tratta di un privato cittadino senza incarichi ufficiali) dopo aver letto le parole del ministro scatena subito la contraerea.

Prima lascia che a sparare il colpo d’apertura sia il capogruppo dem alla Camera, Ettore Rosato, con un tweet: “L’aumento Iva non è nel programma del Pd né può essere nelle intenzioni del governo”. Poi l’ex capo del governo scende in prima persona sul campo di battaglia per impallinare l’uomo che lui stesso, controvoglia, ha portato alla guida del Tesoro: “L’Iva non si tocca e non si toccherà – dice Renzi dal salottino di Matrix – Secondo Padoan e altri professori porterebbe benefici. Non sono d’accordo. C’è una crescita più alta del previsto e spazio per ulteriori iniziative. Dobbiamo fare come in questi anni: andare in Europa a gomiti larghi”.

A quel punto il duello da far west sembra inevitabile. Invece no. Padoan abbassa lo sguardo e batte in ritirata. In audizione davanti alle Commissioni bilancio di Camera e Senato per parlare di Def, il ministro rassicura i parlamentari Pd: “Il governo non intende aumentare l’Iva nel 2018: il rialzo sarà sostituito con altre misure”.

Qui serve una precisazione. L’aumento delle aliquote Iva non è un’idea estemporanea, ma una spada di Damocle che pende su ogni manovra finanziaria. Si tratta di una clausola di salvaguardia, ovvero di una misura che scatta automaticamente a meno che il governo non trovi le risorse per disinnescarla. E costa molto: nella manovra varata lo scorso dicembre sono stati stanziati 15,1 miliardi a questo scopo, cioè più della metà dell’intera legge di bilancio, che in tutto valeva 26,5 miliardi. Nel 2018 il conto sarà ancora più salato: serviranno 19 miliardi e mezzo, altrimenti le aliquote Iva saliranno dal 10% al 13% e dal 22% al 25%.

Da dove tireremo fuori, stavolta, questa montagna di soldi? “Non sono in grado di dirlo… Non se ne è ancora parlato”, ammette Padoan. Forse sogna di lasciare che l’Iva salga proprio perché le alternative sono difficili da trovare nelle pieghe del bilancio pubblico e c’è il rischio che la medicina si riveli peggiore della malattia. Ma tant’è: ci sono le elezioni e l’Iva non può salire. Questa è una certezza.

Il vero mistero è per quale ragione Padoan continui a tirare fuori la questione, visto che poi gli manca sempre il coraggio di sostenere lo scontro con Renzi. Del resto, parlare di aumento dell’Iva rovina la reputazione un po’ a tutti, perché smentisce il dogma governativo secondo cui le grandi riforme renziane sono state un successone. Non lo sono state: abbiamo speso una fortuna in mance e mancette che non hanno riattivato la crescita, né riacceso i consumi, né abbattuto la disoccupazione, né rilanciato gli investimenti. Siamo sempre allo stesso punto, sempre qui a cercare disperatamente di far quadrare i conti, ad avvelenarci sui decimali con Bruxelles per poi alzare le accise su sigarette e benzina, senza nemmeno la speranza di mettere in campo una manovra economica che segni un punto di svolta per il Paese. E nella testa quella vocina che ripete: “Prima o poi l’Iva salirà”.

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Milano cade

di redazione

Con un tuffo sincronizzato, Inter e Milan perdono tre punti su tutte le concorrenti per la corsa all’Europa. La grande sorpresa di questa 33esima giornata arriva da San Siro, dove i rossoneri riescono nell’impresa di farsi battere per 2-1 dall’Empoli. Gli eroi di giornata per i toscani sono Mchedlidze e Thiam, a segno con un gol per tempo. I padroni di casa riaprono la partita con Lapadula, ma non è destino: Skorupski para tutto, compreso un rigore di Suso. In questo modo il Milan scivola a -5 dall’Atalanta e a -6 dalla Lazio, ma grazie alla sconfitta dell’Inter conserva comunque il sesto posto, l’ultimo buono per il treno europeo.

Da parte sua, la squadra di Pioli può continuare a sperare. Dopo il tonfo dei cugini, i nerazzurri rimangono a -2 dalla sesta posizione malgrado la débacle di sabato sera al Franchi. Il 5-4 subito dalla Fiorentina, però, non è certo indolore: primo perché ora i viola sono a un solo punto di distanza, secondo perché questo risultato sancisce probabilmente il divorzio fra società e allenatore. Per non essere considerato un semplice traghettatore Pioli avrebbe avuto bisogno di un posizionamento di prestigio a fine anno, come un terzo o un quarto posto. E il sogno ormai sembra svanito.

Un altro passo falso di giornata è quello del Napoli, che sul campo del Sassuolo non riesce ad andare oltre il pareggio. Il 2-2 finale in realtà è addirittura un punto guadagnato dagli azzurri, che si salvano dalla sconfitta solo grazie a una zampata vincente del redivivo Milik. Ma il pari può significare l’addio definitivo al sogno di agguantare il sesto posto, che significa qualificazione in Champions diretta, senza preliminari.

La Roma, infatti, stasera gioca contro il debolissimo Pescara e ha l’occasione di scappare a +4 sui partenopei. In caso di mancato successo dei giallorossi, invece, lo scudetto aritmetico della Juventus sarebbe sempre più vicino, visto che nel posticipo di giornata i bianconeri hanno liquidato il Genoa con un poker in scioltezza (sul tabellino un autogol di Munoz, poi le reti di Dybala, Mandzukic e Bonucci).

Ai gradini successivi della classifica, Lazio e Atalanta consolidano rispettivamente il quarto e quinto posto sfruttando la caduta delle milansesi. La vittoria dei bergamaschi arriva nella partita delle 12 con un emozionante 3-2 in rimonta sul Bologna (gol di Conti, Freuler, Destro, Di Francesco e Caldara).

Con questo risultato la squadra di Gasperini scavalca per qualche ora in classifica la Lazio, che però alle 15 risponde disintegrando il Palermo. È vero, i biancocelesti attaccano con energia e velocità, ma la difesa dei siciliani non è proponibile a questi livelli. A metà del primo tempo il risultato è di 5-0 per i capitolini, a segno due volte con Immobile e tre volte con Keità. Prima di ieri, l’unica squadra che in A aveva segnato 5 gol nei primi 26 minuti era stata la Juventus (contro la Fiorentina) nel 1938. Alla fine il risultato è un set di tennis con doppio break: 6-2.

In zona retrocessione il Crotone non molla e trova i 3 punti sul campo della Sampdoria (le reti di Falcinelli e Simy rimontano il vantaggio iniziale dei blucerchiati con Schick, autore di un altro gioiello). I calabresi però sono davvero sfortunati, perché l’imprevedibile vittoria dell’Empoli a San siro li mantiene a -5 dalla salvezza.

In mezzo alla classifica, fra quelle squadre che ormai non hanno più nulla da chiedere a questo Campionato, completano il quadro della giornata il 3-1 del Torino sul campo del Chievo (gol di Ljajic, Zappacosta, Pellissier e Iago Falque) e il 2-1 interno dell’Udinese sul Cagliari (in rete Perica dalla panchina, poi Angella e Borriello).

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Consumo di suolo, c’è chi dice no

di Tania Careddu

Negato, alterato nelle sue fisiologiche funzioni chimico-fisiche e biologiche, il suolo italiano è pressoché consumato. Da un’urbanizzazione selvaggia, con usi e coperture del territorio, principalmente insediativi e infrastrutturali, che arrivano a configurare un’irreversibile ‘sigillatura’ della crosta terrestre. Fino al 2015, stando ai dati riportati nel dossier “Suolo minacciato, ancora cemento oltre la crisi”, redatto da Legambiente, l’urbanizzazione del territorio del Belpaese ha compromesso circa più di due milioni di ettari, il 7 per cento del suolo nazionale – soprattutto nel quadrante nord-ovest, Lombardia in testa per la caratteristica pianeggiante della sua area – e, principalmente, per dotare le costruzioni private di spazi e pavimentazioni (le cosiddette infrastrutture di mobilità).

Dal dopoguerra a oggi, l’urbanizzazione espansiva come risposta all’uscita dalla crisi, affastellando investimenti infrastrutturali di dubbia utilità, sostenuti oltretutto dalla mancanza di regole nazionali e comunitarie, ha generato uno spreco esagerato del territorio nelle regioni italiane.

Lungi dal fare letteratura, però, negli ultimi due anni, si nota un rallentamento della pressione della trasformazione immobiliare: la crisi del settore delle costruzioni, sentendo il peso della zavorra di tanti edifici in cerca di compratori, ha (forse) innescato nuovi e più salubri meccanismi, riconducibili a meno concessioni edilizie e a uno stand by di piani attuativi. E c’è chi, da oltre un decennio, dice no al cemento selvaggio e al movimento indisciplinato delle ruspe.

Una su tutte, esempio isolato, la Sardegna che, consapevole dell’enorme potenziale economico dei suoi paesaggi, ha scelto di fermarne la dissipazione. Per la prima volta nello scenario delle regioni della Penisola, nel 2016, ha approvato un Piano Paesaggistico Regionale (PPR) finalizzato al recupero e alla riqualificazione integrale del territorio secondo un modello di sviluppo sostenibile, basato sulla programmazione di obiettivi di qualità paesaggistica, che tenga insieme gli insediamenti urbani, agricoli, produttivi e turistici.

Con la finalità strategica, i cui risultati saranno visibili a lungo termine versus il mordi e fuggi dell’uso speculativo dagli effetti immediati, di rafforzare l’identità culturale del paesaggio storico sardo, recuperandone il patrimonio (anche) architettonico e proporzionando le crescite residenziali ai reali fabbisogni.

Nell’immediato, ciò ha permesso l’annullamento di una lunga sequenza di maxi progetti immobiliari: dai trecentomila metri cubi di Cagliari Tuvixeddu ai due milioni e mezzo di metri cubi del Master Plan Costa Smeralda, dai cinquecentomila metri cubi di Arzachena per gli investimenti dell’emiro del Qatar ai duecentoventimila di lottizzazione annessa a un campo da golf a Is Arenas.

Con buona pace di chi sostiene che la protezione del territorio, coste comprese, sia un limite allo sviluppo sociale ed economico, l’identità culturale sarda, tutelandone il paesaggio, attraverso il PPR, è ripensata continuamente nel confronto con la contemporaneità capace di coniugare la conservazione con l’innovazione e la tutela con la ricostruzione. All’orizzonte, un nuovo panorama.

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