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Borg McEnroe

di Sara Michelucci

Il tennis come metafora della vita. Della lotta contro se stessi, le proprie paure e i propri limiti. Ma anche la dualità, il conflitto con l’altro che ci sembra migliore. Borg McEnroe è il film, diretto da Janus Metz, che ha come protagonisti Sverrir Gudnason e Shia LaBeouf e che racconta proprio la celebre rivalità tra i due tennisti Björn Borg e John McEnroe, i quali si sono affrontati ben quattordici volte tra il 1978 ed il 1981, con sette vittorie ciascuno.

Una delle rivalità sportive più conosciute di tutti i tempi, raccontata al cinema per la prima volta, che ha cambiato in modo indelebile la storia dello sport mondiale. Da una parte l’algido e composto Bjorn Borg, dall’altra l’irascibile e sanguigno John McEnroe. Due caratteri opposti: il primo ansioso di confermarsi signore incontrastato del tennis, il secondo determinato a spodestarlo.

Il regista punta a svelare la loro vita fuori e dentro il campo da tennis, costruendo un ritratto intimo di due celebrità.

Un racconto avvincente e a tratti anche epico, che si concentra anche su una finale diventata leggenda: quella di Wilmbledon 1980. Un po’ come già aveva fatto J. R. Moehringer con il bel libro Open, anche qui si mette in evidenza l’uomo e non solo lo sportivo, scavando in vite illustri, ma al tempo stesso difficili.

In quel rapporto di amore e odio per uno sport altamente competitivo e di grande fascino, che sfida non solo il fisico, ma anche la mente.

Borg McEnroe (Usa 2017)
REGIA: Janus Metz Pedersen
ATTORI: Shia LaBeouf, Sverrir Gudnason, Stellan Skarsgård, Tuva Novotny, David Bamber, Claes Ljungmark, Robert Emms, Demetri Goritsas, Colin Stinton
PAESE: Svezia, Danimarca, Finlandia
DURATA: 100 Min
DISTRIBUZIONE: Lucky Red

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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USA, la morte del diritto

di Michele Paris

L’iniezione letale che nella tarda serata di mercoledì ha ucciso in un penitenziario del Texas il cittadino messicano Ruben Ramirez Cardenas non ha rappresentato solo l’ultima conferma della natura barbara e violenta del sistema giudiziario americano, ma ha anche messo ancora una volta gli Stati Uniti al di fuori della legalità internazionale.

Il 47enne Cardenas è stato rinchiuso nel braccio della morte per quasi vent’anni e i suoi diritti sono stati deliberatamente violati fin dall’arresto, avvenuto nel 1997. La sua storia aveva sollevato accese polemiche soprattutto al di fuori degli Stati Uniti. Dopo l’arresto, infatti, non gli era stato comunicato tempestivamente il diritto di ricevere assistenza da parte delle autorità consolari del suo paese. Il governo messicano avrebbe avuto notizia dell’arresto di Cardenas solo cinque mesi più tardi.

Questo diritto fondamentale previsto per gli accusati di qualche crimine in un paese di cui non hanno la cittadinanza è sancito dalla Convenzione di Vienna sulle Relazioni Consolari del 1963, sottoscritta, sia pure con alcuni importanti distinguo, anche dagli Stati Uniti.

Il governo messicano aveva più volte manifestato il proprio disappunto per la vicenda legale di Cardenas e nella giornata di mercoledì in un messaggio su Twitter lo stesso presidente, Enrique Peña Nieto, ha “condannato fermamente” l’esecuzione.

Il comportamento americano era stato oggetto delle pesanti critiche anche di numerose organizzazioni a difesa dei diritti umani. Tra le altre, la Commissione Inter-Americana per i Diritti Umani, organo indipendente dell’Organizzazione degli Stati Americani (OSA), aveva recentemente adottato una risoluzione nella quale, vista la gravità del caso Cardenas, chiedeva agli USA di “astenersi dall’applicazione della pena di morte” nei confronti del detenuto messicano.

Tutte le proteste internazionali e l’evidenza della violazione dei diritti di Cardenas non sono riusciti alla fine a fermare la mano del boia in Texas. Per legittimare la condanna e l’esecuzione, le autorità politiche e la giustizia americane hanno creato in questi anni varie giustificazioni pseudo-legali a dir poco discutibile. Una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti del 2008, in particolare, aveva stabilito che la Convenzione di Vienna era da considerarsi vincolante solo per il governo federale, mentre non risulterebbe applicabile nei casi di competenza dei singoli stati americani.

Per neutralizzare poi una decisione della Corte di Giustizia Internazionale, che metteva di fatto fuori legge la detenzione nel braccio della morte negli USA di una cinquantina di cittadini messicani, la stessa Corte Suprema aveva rimandato al Congresso di Washington una decisione sull’argomento. Prevedibilmente, tuttavia, da quest’ultimo non è mai arrivato nessun provvedimento in proposito.

Oltre a mostrare l’indifferenza degli Stati Uniti per il diritto internazionale, il caso di Cardenas è risultato emblematico anche del carattere anti-democratico e ultra-autoritario del sistema penitenziario e giudiziario americano, anche quando in gioco vi è la vita dei condannati.

Cardenas aveva ricevuto la sentenza di morte nel 1998 per il rapimento e l’assassinio di una cugina di 16 anni. Le circostanze seguite all’arresto sarebbero state messe però in seria discussione dal cittadino messicano e dai suoi legali. La sua confessione era stata la prova principale nel procedimento ma, secondo Cardenas, gli sarebbe stata estorta dalla polizia del Texas e, infatti, egli stesso avrebbe ben presto dichiarato la propria innocenza.

Non solo, un’altra gravissima violazione dei suoi diritti ha pesato sulla condanna, visto che la polizia gli permise di ottenere un avvocato solo dolo 11 giorni dal suo arresto, durante i quali era stato interrogato ripetutamente senza assistenza legale. Le dichiarazioni rilasciate in questo periodo di tempo erano risultate contraddittorie. Ad esempio, Cardenas aveva dichiarato di avere violentato la vittima, ma l’esame sul cadavere aveva smentito l’ipotesi dello stupro.

Gli avvocati difensori di Cardenas hanno poi sempre sostenuto che le prove raccolte dagli inquirenti potevano essere state contaminate, ma i tribunali americani non hanno mai consentito nuovi esami del DNA che avrebbero potuto scagionare il loro cliente.

Nei giorni e nelle ore precedenti l’esecuzione, i legali di Cardenas hanno presentato svariati ricorsi, sia nel circuito statale del Texas sia a livello federale fino alla Corte Suprema di Washington. Nonostante gli elementi a favore del cittadino messicano, tutti gli appelli anche per una sospensione della condanna sono stati però respinti, a conferma del disinteresse del sistema giudiziario USA per le più basilari norme democratiche e per il diritto americano e internazionale anche in presenza di elementi e fattori di estrema rilevanza.

Cardenas, da parte sua, ha continuato a ribadire la sua innocenza fino al momento dell’esecuzione. Nella sua ultima dichiarazione scritta prima dell’iniezione letale, Cardenas ha affermato di non potersi scusare per “un crimine commesso da qualcun altro”.

Come già ricordato, l’esecuzione di Ruben Ramirez Cardenas non rappresenta un caso isolato negli Stati Uniti. Oltre ai più di cinquanta detenuti nel braccio della morte, sono almeno cinque i cittadini messicani già giustiziati negli USA in violazione del diritto internazionale.

La storia di Cardenas si inserisce in un quadro giudiziario caratterizzato da ripetuti abusi, eccessi e aberrazioni legali nell’ambito della somministrazione della pena capitale in America. Uno degli esempi più recenti è rappresentato da una decisione della Corte Suprema di Washington, presa proprio questa settimana, che ha dato il via libera all’esecuzione di un detenuto 67enne gravemente invalidato da una serie di ictus. Svariate perizie psicologiche hanno dimostrato che il condannato, detenuto in Alabama, non è in grado nemmeno di ricordare il crimine del 1985 che gli sarebbe costato la condanna a morte nove anni più tardi.

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L’Asia e il fattore Trump

di Mario Lombardo

Il presidente americano Trump ha iniziato mercoledì in Cina la terza tappa di una lunga trasferta in Estremo Oriente, il cui obiettivo primario è quello di raccogliere consensi e serrare i ranghi tra gli alleati in vista di una possibile aggressione militare diretta contro il regime nordcoreano.

La seconda parte della visita a Seoul, che ha preceduto l’arrivo a Pechino, come quella precedente a Tokyo aveva visto Trump tornare duramente all’attacco della Corea del Nord in un discorso al Parlamento dai toni ben diversi rispetto a quelli relativamente insoliti di poche ore prima. Martedì aveva infatti sorpreso molti prospettando una qualche apertura a Pyongyang, se non addirittura la possibilità di raggiungere un accordo diplomatico per risolvere la crisi.

Mercoledì mattina, al contrario, il presidente americano ha parlato di gulag e violazioni dei diritti umani in relazione al regime di Kim Jong-un, mentre ha invitato gli altri paesi a isolare completamente la Corea del Nord. Le minacce dei mesi scorsi sono state inoltre ribadite quando Trump ha avvertito Pyongyang a “non sottovalutare né mettere alla prova” gli Stati Uniti, vista anche la presenza di ben tre portaerei americane nel Pacifico occidentale impegnate in esercitazioni militari.

Proprio in Corea del Sud, Trump e il presidente Moon Jae-in avevano anche concordato un massiccio piano di fornitura di armamenti americani a Seoul, inclusi sottomarini nucleari, mentre saranno con ogni probabilità aumentati nel prossimo futuro la forza di fuoco e il personale militare USA dispiegato sul territorio dell’alleato asiatico.

L’unica via d’uscita pacifica alla crisi in atto, secondo Trump, sarebbe lo stop da parte della Corea del Nord al programma di sviluppo di missili balistici e la “totale denuclearizzazione” del paese.  L’insistenza su simili concessioni preventive impedisce però di fatto anche solo l’avvio di negoziati concreti, poiché il regime di Kim continua comprensibilmente a escludere di abbandonare programmi militari che potrebbero rappresentare l’unico deterrente contro un’aggressione americana.

In merito al vertice con il presidente cinese, invece, i media americani hanno insistito nel ricordare la presunta sintonia tra quest’ultimo e Trump, già emersa nel corso della visita di Xi negli USA nel mese di aprile. A confermare l’intesa a livello personale tra i due leader sarebbe stata anche l’insolita decisione di Xi di accompagnare il presidente americano e la consorte in una visita alla Città Proibita di Pechino.

Al di là delle apparenze, la tappa cinese di Trump è senza dubbio la più delicata del tour asiatico in corso. Le tensioni tra le prime due potenze economiche del pianeta continuano infatti a crescere in parallelo allo scontrarsi dei rispettivi interessi in Asia e su scala globale.

L’ingresso di Trump alla Casa Bianca ha ulteriormente peggiorato una situazione già segnata da fattori oggettivi legati alla perdita di influenza internazionale del capitalismo americano e alla costante crescita di quella cinese.

L’agenda ultra-nazionalista del presidente repubblicano e la promozione assoluta degli interessi americani a discapito di qualsiasi altro paese, sia esso partner o rivale di Washington, hanno accelerato da subito il deterioramento dei rapporti tra Washington e Pechino.

Da un lato, la crisi più o meno latente nella penisola di Corea è esplosa fino a giungere sull’orlo di un conflitto di vasta scala e, dall’altro, gli squilibri della bilancia commerciale negli scambi USA-Cina sono diventati consuetudine nel dibattito politico americano e internazionale.

A Pechino, così, al centro della discussione tra Trump e Xi ci sono proprio la questione coreana e quella commerciale, in un mix di avvertimenti e incentivi che caratterizzerà il faccia a faccia formale previsto nella giornata di giovedì.

L’intenzione di Trump sarebbe di convincere il governo cinese a raddoppiare gli sforzi per rimettere in riga l’alleato nordcoreano, implementando in pieno le sanzioni punitive approvate dalle Nazioni Unite e, in sostanza, limitando al massimo o azzerando del tutto i legami economici e finanziari.

La disponibilità di Pechino ad assecondare almeno in parte il gioco americano è in ogni caso limitata. Oltre al fatto che l’ascendente cinese su Kim è oggetto di discussione, la Cina ha già fatto molti passi in questo senso per poi ritrovarsi puntualmente esposta a nuove pressioni da parte degli USA.

Xi Jinping e l’apparato di potere cinese sono d’altra parte ben consapevoli che l’obiettivo americano è precisamente quello di ridurre il peso strategico di Pechino in Estremo Oriente attraverso un’offensiva diplomatica e (forse) militare contro la Corea del Nord. Allo stesso tempo, tuttavia, pur non potendo tollerare il crollo del regime, il governo cinese ha scelto di fare una serie di concessioni all’amministrazione Trump, così da evitare di dare a quest’ultima la giustificazione per attaccare il regime nordcoreano e destabilizzare l’intera regione.

Un’eco della necessità di Pechino di muoversi con cautela nell’approccio al governo USA si è visto da vari commenti apparsi sui media ufficiali cinesi, i quali mercoledì hanno assunto un tono generalmente positivo nei confronti di Trump e sottolineato la disponibilità del governo guidato da Xi a rafforzare i rapporti bilaterali tra le due potenze.

In ultima analisi, la moderazione cinese nell’affrontare la portata distruttiva dell’aggressiva politica estera USA è dettata dal bisogno di allentare le tensioni e disporre di un clima internazionale disteso per mettere in atto l’ambizioso piano di integrazione economica globale che ha ricevuto un nuovo impulso nel recente Congresso del Partito Comunista Cinese.

Il fattore destabilizzante della situazione asiatica e internazionale è determinato però dal fatto che gli Stati Uniti puntano a ostacolare i progetti di crescita cinesi, mettendo in atto pericolose provocazioni negli scenari di crisi dove appaiono più sensibili gli interessi di Pechino, come appunto nella penisola di Corea o nell’ambito delle contese marittime e territoriali nel Mar Cinese Meridionale.

Dopo la Cina, ad ogni modo, la trasferta asiatica di Trump proseguirà venerdì in Vietnam, dove parteciperà al summit dell’APEC (Cooperazione Economica dell’Asia e del Pacifico) e potrebbe incontrare il presidente russo Putin, per poi concludersi domenica nelle Filippine.

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Le mani saudite sul Libano

di Michele Paris

Gli eventi mediorientali degli ultimi giorni hanno probabilmente segnato una nuova accelerazione dell’offensiva contro la crescente influenza nella regione dell’Iran da parte dell’Arabia Saudita e delle forze strettamente alleate alla monarchia assoluta sunnita, compresi gli Stati Uniti del presidente Trump.

In quest’ottica, la notizia più significativa è consistita nelle inaspettate dimissioni del primo ministro libanese, Saad Hariri, a nemmeno un anno dal suo ritorno alla guida del governo grazie a un accordo inter-settario che sembrava poter stabilizzare la delicata situazione nel “paese dei cedri”.

Hariri ha annunciato le sue dimissioni in un comunicato letto dalla rete televisiva saudita Al Arabiya mentre si trovava nella capitale del regno, Riyadh, facendo riferimento a una possibile minaccia contro la sua incolumità, peraltro smentita dai vertici delle forze di sicurezza libanesi.

La località da cui ha parlato sabato scorso Hariri e, ancor più, il contenuto del suo annuncio hanno lasciato pochi dubbi sul fatto che l’addio al governo di Beirut sia stato in sostanza ordinato dai suoi sponsor sauditi. La sua denuncia esplicita delle operazioni in Medio Oriente della Repubblica Islamica e di Hezbollah ha rappresentato infatti la conferma dell’allineamento delle forze sunnite libanesi, guidate dal clan Hariri, alla campagna anti-iraniana di Riyadh e Washington.

“Ovunque vi sia traccia dell’Iran”, ha sostenuto Hariri, “troviamo scontri e guerre”. Ribaltando la realtà dei fatti in relazione agli eventi degli ultimi anni in Medio Oriente, poi, il premier libanese ha accusato Teheran di “seminare distruzione” nel suo paese, ma anche in Siria, Bahrein e Yemen.

Se Hariri e la sua fazione politica e settaria in Libano costituiscono il contrappunto alle forze sciite guidate da Hezbollah e che fanno riferimento a Teheran e Damasco, a Beirut il primo ministro uscente era alla guida dallo scorso dicembre di un governo nato grazie a un’intesa con i propri “nemici”. Questo accordo aveva portato allo sblocco di un’impasse politica durata quasi tre anni e aveva consentito l’elezione alla presidenza del Libano dell’ex generale cristiano alleato di Hezbollah, Michel Aoun.

A cambiare le posizioni di Hariri e a determinare la sua inversione di rotta sul fronte interno, facendo cadere il suo governo di cui fanno parte esponenti di Hezbollah, è stata in definitiva l’accelerazione della campagna contro l’Iran e lo stesso “partito di Dio” impressa da Arabia Saudita e Stati Uniti, ma anche da Israele.

Questi sviluppi sono intimamente legati a quelli registrati in Siria negli ultimi mesi, con il governo di Assad, assistito da Russia, Iran e Hezbollah, in grado di riconquistare ampie porzioni di territorio dallo Stato Islamico (ISIS) e dalle altre forze dell’opposizione armata sostenuta dagli USA, dalla Turchia e dalle monarchie arabe.

Avendo fallito nei loro piani in Siria, questi ultimi intendono cioè spostare in Libano la guerra contro l’Iran e, più in generale, contro l’arco della resistenza sciita in Medio Oriente. Questa strategia include il soffiare sulle tradizionali divisioni settarie in Libano per far cadere il governo di “unità nazionale” guidato finora da Hariri e avvicinare nel contempo una nuova possibile guerra tra Israele e Hezbollah attraverso la demonizzazione del partito-milizia sciita.

I fatti più recenti erano stati preannunciati da una serie di eventi che avevano interessato il Libano negli giorni precedenti. In particolare, all’inizio della scorsa settimana il ministro saudita per gli Affari del Golfo Persico, l’ultra-settario Thamer al-Sabhan, aveva pubblicamente attaccato e minacciato Hezbollah, definito il “partito di Satana”, fino a prospettare “immediati sviluppi sconvolgenti”.

Subito dopo la presa di posizione saudita e in seguito all’incontro a Beirut tra Hariri e il diplomatico iraniano consigliere dell’ayatollah Khamenei, Ali Akbar Velayati, il primo ministro libanese è stato convocato a Riyadh, dove ha finito per annunciare le proprie dimissioni in TV recitando un copione scritto con ogni probabilità dallo stesso ministro Sabhan e dal numero uno di fatto del regime saudita, l’erede al trono Mohammad bin Salman.

Tra lunedì e martedì, la vicenda ha assunto contorni ancora più inquietanti. Il quotidiano libanese Al Akhbar ha scritto che Hariri sarebbe stato messo in stato di fermo dalle autorità saudite fin dal suo arrivo a Riyadh venerdì scorso. Il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, ha da parte sua accusato il regime saudita di avere costretto il premier alle dimissioni, definendo “legittimi” gli interrogativi su una sua possibile detenzione a Riyadh.

I vertici sauditi hanno smentito l’arresto di Hariri, mentre la stampa del regime ha dato notizia che il leader sunnita libanese si è recato negli Emirati Arabi Uniti, dove ha incontrato il principe ereditario Sheikh Mohammed bin Zayed, per poi fare ritorno a Riyadh. Secondo alcuni media, però, lo stesso governo francese lunedì aveva chiesto al governo saudita di rimettere in libertà Hariri, con il quale era impossibile mettersi in contatto. A Beirut, intanto, il presidente Aoun ha affermato di non potere accettare le dimissioni del primo ministro fino a che quest’ultimo non tornerà in Libano e sarà fatta chiarezza sulla vicenda.

Nonostante una condotta al limite del criminale che mette in serio pericolo la stabilità del Libano, l’Arabia Saudita, tramite il ministro Sabhan, ha sostenuto che questo paese e Hezbollah avrebbero niente meno che “dichiarato guerra” a Riyadh, così che il regime sarà costretto ad adottare provvedimenti adeguati.

Martedì, poi, Mohammad bin Salman ha alzato ulteriormente il livello dello scontro, quando ha accusato l’Iran di avere messo in atto una “aggressione militare diretta” nei confronti del suo paese. Il principe saudita ha fatto riferimento alla distruzione, avvenuta sabato scorso, di un missile lanciato dai “ribelli” Houthis in Yemen e diretto a Riyadh. L’Arabia Saudita e gli altri regimi sunniti del Golfo accusano da tempo Teheran di sostenere militarmente e finanziariamente gli Houthis, protagonisti nel 2015 del rovesciamento del governo che Riyadh cerca da allora di reinsediare con una campagna bellica sanguinosa. 

Lo sfondo su cui si sono svolti i fatti più recenti era stato preparato già dalla visita di Trump in Arabia Saudita nel mese di maggio, quando il presidente americano aveva inaugurato l’offensiva anti-iraniana facendo appello alle forze ultra-reazionarie sunnite nel mondo arabo. A ciò ha fatto seguito la recente denuncia dell’accordo sul nucleare di Teheran siglato a Vienna nel 2015 e l’adozione, da parte del Congresso di Washington, di una serie di sanzioni punitive contro esponenti di Hezbollah.

A influire sulle decisioni prese a Riyadh negli ultimi giorni può per molti avere influito anche la visita in Arabia Saudita a fine ottobre del consigliere e genero di Trump, Jared Kushner, durante la quale potrebbero essere state concordate le mosse del regime sul fronte dell’offensiva anti-iraniana e anti-Hezbollah.

In qualche modo collegate alle dimissioni di Hariri sembrano essere inoltre le notizie arrivate sempre dall’Arabia Saudita nel fine settimana, con gli arresti e la destituzione forzata di numerosi principi, ministri e alti funzionari del regime sunnita. La nuova purga all’interno della casa regnante è stata ordinata da Mohammad bin Salman nel tentativo di azzerare le resistenze al consolidamento del potere nelle sue mani e reprimere le voci critiche contro la crociata anti-iraniana promossa dal 32enne principe saudita.

Che nei piani americani e sauditi debba svolgere un ruolo di spicco anche Israele è confermato poi dal fatto che le dimissioni di Hariri sono state subito commentate positivamente dal primo ministro Netanyahu. Quest’ultimo ha definito la decisione del premier libanese “un campanello d’allarme” che dovrebbe convincere la comunità internazionale ad “agire contro l’aggressione iraniana”.

Più precisamente, la mossa di Hariri telecomandata da Riyadh potrebbe servire, come ha spiegato un commento del Jerusalem Post, a “dare a Israele maggiore legittimità per una campagna intransigente e a tutto campo contro Iran e Libano, e non solo Hezbollah, in caso di guerra” oltre il confine settentrionale.

Quello che la nuova situazione libanese potrebbe comportare per il momento è una nuova crisi politica a Beirut e, anche senza prevedere il riesplodere della guerra civile, un riaggravarsi delle tensioni settarie, già alimentate dal conflitto in Siria. In Libano, ad esempio, nel 2018 sono previste elezioni che già sono state rimandate di ben quattro anni e, vista la cronica difficoltà a mettere assieme governi funzionanti, potrebbero essere nuovamente posticipate.

A ben vedere, in ogni caso, l’intensificazione della battaglia contro Iran e Hezbollah da parte americana e saudita, oltre a risultare estremamente rischiosa per la sorte del Libano, non è che la prova della disperazione di Washington e Riyadh, costretti a prendere atto del naufragio dei loro piani in Siria e in Iraq, ma anche degli effetti indesiderati della sanguinosa guerra in Yemen e dell’aspra disputa in corso con il Qatar.

I tentativi di destabilizzare ulteriormente la regione, di rovesciare governi ostili e di limitare l’influenza dell’Iran hanno finora ottenuto l’effetto esattamente contrario, ingigantendo cioè il ruolo della stessa Repubblica Islamica e della Russia in Medio Oriente. Gli sforzi diretti ora in Libano, perciò, se pure minacciano nuove violenze in quest’ultimo paese, potrebbero anche finire per riprodurre lo stesso identico risultato.

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Callista, ambasciatrice per amore

di Bianca Cerri

Callista Bisek Gingrich, designata quale ambasciatrice degli Stati uniti in Vaticano, fa parte di un ristretto gruppo di donne che hanno sposato uomini politici con un certo potere dopo aver scalciato le legittime consorti dei suddetti. Il colpaccio riesce in genere a signore capaci di rendersi invisibili fino al raggiungimento dell’ambita meta. Callista invece ha operato alla luce del sole facendo di tutto per farsi notare al fianco di Newt Gingrich che già le aveva assegnato un posto di “assistente” presso il Comitato per l’Agricoltura della Camera.

Metteva in ordine la collezione di francobolli di lui cercando di imparare alcune nozioni di storia di cui non capiva assolutamente nulla. Andava in giro nella mano nella mano con l’esponente repubblicano nei parchi attorno a Georgetown, la zona dei potenti di Washington, e la si vedeva entrare e uscire negli stessi motels frequentati dai rappresentanti di Camera e Senato con amiche ed escorts.

Callista era in fondo una donna ingenua che non trovava nulla da ridire sulle amicizie talvolta ambigue dell’amante, né sul fatto che questi fosse regolarmente sposato. D’altra parte, Repubblicani o Democratici che siano, i politici americani hanno sempre avuto una certa tendenza all’adulterio, compreso lo stesso Gingrich, considerato il signore assoluto della moralità e dei valori cristiani.

Callista dal canto suo non poteva permettersi di fare tanto la difficile, visto che prima di conoscere l’esponente repubblicano non aveva mai avuto mai veramente lavorato. A meno che finire in un coro religioso o sospirare come una ghiandaia soffiando in un corno francese sia da considerarsi un lavoro.

Sapeva già, comunque, che farsi sposare da un uomo politico dopo esserne stata per anni l’amante è una operazione complicata negli Stati Uniti, dove ci si aspetta che la nuova arrivata sia per lo meno all’altezza della moglie abbandonata. Soprattutto se l’uomo politico abbandona la moglie malata di cancro e devastata da anni di tradimenti come aveva fatto in passato Newt Gingrich, le elucubrazioni su valori familiari e patriottismo vanno a farsi benedire e anche l’aspirante sostituta verrà travolta dal ridicolo.

Per la verità di mogli malate e abbandonate nella vita di New Gingrich ce ne sono state due. A 16 anni, bisognoso di dimostrarsi sicuro e virile, sposò Jean Bettley, sua insegnante di geometria, che di anni ne aveva ventisette. Però le cose non andarono bene e il matrimonio si concluse che un divorzio.

E’ molto difficile che i repubblicani statunitensi si facciano condizionare da sentimenti come la pietà o la semplice solidarietà umana. E infatti Gingrich abbandonò la prima moglie dopo venti anni di matrimonio mentre questa era in ospedale, dove aveva subito l’asportazione di un tumore.

Gli uomini che abbandonano le mogli sono una faccenda quotidiana ma nessuno lo fece con la stessa noncuranza. In quell’anno,1980, era già iniziata la scalata del rappresentante repubblicano verso la Casa Bianca e al tempo stesso si intensificavano le relazioni con qualunque donna gli capitasse a tiro.

Anne Manning, che conobbe Gingrich alla fine degli anni ’70, ebbe con lui una breve relazione. Nata in Inghilterra, ma residente negli USA, Manning rivelò che Gingrich la portava nei motels di Georgetown esclusivamente per brevi sedute di sesso orale, ma ci fu anche il tempo di scambiarsi alcune confidenze. Fu Manning che in seguito rivelò alla stampa che l’esponente repubblicano, obeso e maldestro, era deluso dalla moglie, non abbastanza avvenente per diventare un giorno first lady. Bettley si ammalò gravemente e questa divenne una ragione sufficiente per chiedere il divorzio. Ci fu un po’ di burrasca sulla questione degli alimenti e solo molto tempo dopo Gingrich le concesse 1650 dollari al mese.

I begli occhi di Marianne Ginther, giovane collaboratrice del suo staff, lo avevano già incantato e, con una semplice firma apposta su un modulo prestampato dal letto di un ospedale, il divorzio fu sancito. Con quella firma Gingrich tornò libero e sei mesi dopo iniziò un secondo matrimonio più tormentato del primo. Ginther aiutò il marito a scrivere un libro sul futuro dell’America. Ma in poco tempo si accorse però di aver sposato un vero camaleonte non solo della politica ma un uomo cinico e falso, con un ego gonfiato all’estremo, che la  umiliava ricordandole la scarsa avvenenza anche durante gli eventi pubblici.

Nel 1997 Gingrich passò dalle stelle alle stalle, perdendo una umiliante battaglia con Bill Clinton sull’affare Lewinsky; non poteva andare diversamente, dato che tutta l’America sapeva che aveva avuto storie persino con la moglie di un giocatore di baseball in macchina mentre le figlie assistevano alla partita.

La sua relazione con Callista Bisek era iniziata già da anni ma lui chiese a Marianne di acconsentire ad una “coppia aperta”, aveva il terrore dei costi di un nuovo divorzio. Marianne non fece commenti, in quei giorni era troppo preoccupata dalla diagnosi di sclerosi multipla che le era stata appena comunicata. Gingrich approfittò di nuovo di una malattia implacabile per liberarsi della seconda moglie e s’impegnò a pagare un’assicurazione da 26 dollari al mese a suo favore.

L’adulterio è ancora reato in numerosi stati americani ma Marianne era troppo presa dai propri problemi personali per ingaggiare una guerra legale. L’ex-marito le concesse anche un vitalizio da 149 dollari al mese per le cure mediche e, prima di sposare Callista, si dimise dalla carica di portavoce repubblicano alla Camera per ragioni di “moralità”. Solo 48 ore prima aveva tenuto un discorso sul valore dei padri fondatori e criticato i liberals che avevano approvato l’aumento delle tasse danneggiando così mogli e figli.

Dopo quattro mesi il  terzo matrimonio. Ci sarebbe voluto qualche anno ma il pubblico avrebbe dimenticato le molte peripezie maritali dell’aspirante presidente. Nel frattempo Callista doveva imparare a sfoggiare un sorriso a 32 denti per ammaliare gli scettici. E naturalmente imparare a vestirsi come una vera first lady.

Finalmente arrivarono le presidenziali del 2012 e Callista commise subito un errore madornale. Si presentò alla prima di un documentario sulla religione cattolica prodotto assieme al marito con un collier di diamanti. La coppia aveva già speso più di mezzo milione di dollari da Tiffany. Gingrich si era convertito al cattolicesimo nel 2009 colpito dalla serenità emanata da papa Ratzinger. Per gratitudine due anni dopo il secondo matrimonio era stato completamente annullato.

In un documentario l’uomo politico aveva rivisitato il ruolo di Dio negli Stati Uniti, ormai sicuro che sarebbe diventato presidente. La Casa Bianca però non è alla portata di tutti i candidati che hanno cambiato il look della moglie con un paio di bigodini. Lo sa molto bene l’ex-sindaco di New York, Rudolph Giuliani, che nel 2008 si era candidato alla presidenza.

Giuliani voleva portare la seconda moglie, conosciuta in un bar nel 1999, alla Casa Bianca e per riuscirci aveva rotto drasticamente col passato. Ma fu proprio la biografia di Judy Nathan Giuliani a mettere fine alle ambizioni presidenziali del marito. Certo, oltreoceano la britannica Camilla aveva atteso oltre venti anni per impalmare il principe Carlo, rinunciando persino al titolo di principessa a favore di quello più modesto di duchessa, ma Judy sperava che i tabloid l’avrebbero resa popolare in un battibaleno.

La dipingevano come una madre nubile che aveva lottato tutta la vita per mantenere i figli. Passi che invece la signora aveva già tre divorzi alle spalle e i figli di lui mai avrebbero accettato di sostenere la campagna presidenziale alla sua presenza. E passi pure che nei primi tempi i suoi interventi su temi delicati come l’intervento militare in Iraq e la Sanità pubblica avevano sbalordito l’opinione pubblica. Sui giornali, ad ogni tappa delle primarie, uscivano fuori nuove storie su Judy che non le facevano onore.

A far traboccare il proverbiale vaso fu però la lussuosa cerimonia di nozze con la sposa in bianco tempestato di diamanti e un diadema in testa alla presenza di quattrocento invitati, tutti rigorosamente miliardari. Ma a infastidire ancora di più il pubblico fu l’acquisto di un appartamento da quattro milioni di dollari nell’East Side.

Non c’è niente da fare: gli americani hanno la loro idea in materia di first ladies che non corrisponde alla personalità di Judy. L’opinione pubblica ama i personaggi come Nancy Reagan, “out of touch” ma con lo sguardo adorante sempre rivolto verso il marito. Anche Callista fu scartata quando si presentò con gioielli che costavano quanto la casa di un americano medio. In quell’epoca il debito pubblico era alle stelle e neppure la rivista Time perdonò un paio di orecchini da 22 mila dollari esibiti dall’aspirante first lady.

Solo Gingrich ormai era convinto che la terza moglie lo avrebbe portato alla presidenza. Il 3 marzo 2011 aveva avviato un’indagine esplorativa sulle possibilità di vincere. Il 4 aprile 2012 una vittoria di Gingrich sembrava però assai improbabile. Il 24 aprile il candidato repubblicano si era ritirato dalla corsa presidenziale dando il suo supporto a Mitt Romney.

Nel 2016 Gingrich incoraggiò la candidatura di Donald Trump che sembrava ancora indeciso. Visto che Trump (ahinoi!) aveva vinto, sperava nella vice-presidenza che andò invece a Mike Pence. Gingrich era stato il principale mastino a sostegno di Trump anche nei momenti difficili ed era rimasto deluso dalla sua mancanza di gratitudine. Per rimediare Trump ha aumentato il gruppo di incompetenti del suo entourage  assegnando a Callista Gingrich il ruolo di nuovo ambasciatore presso la Santa Sede.

Il bello è che le politiche di Washington sull’immigrazione, ad esempio, divergono drasticamente da quelle di Francesco. L’Enciclica papale dello anno scorso è tutta centrata sul ruolo della famiglia. La nomina di Callista, secondo lo Spokane Review, insulterebbe il Papa. Ma ormai è cosa fatta. Qualcuno ipotizza che Gingrich è felice del nuovo incarico che impegnerà la moglie per molte ore al giorno lasciandogli il tempo di fare nuove conquiste. Callista assicura di essere sempre stata una persona molto religiosa.

Ma con le ultime vicende che interessano la Casa Bianca e lo spettro dell’impeachment su Trump, la nomina di Callista può tornare utile per distogliere l’attenzione da problemi gravi. Newt Gingrich rimarrà sempre l’elefante zoppo della politica USA e a Cally Lou toccherà la missione impossibile di collegare la squinternata amministrazione Trump con l’intransigente Santa Sede.

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Cento anni fa

di Fabrizio Casari

Cento anni fa, mentre con la più sanguinosa delle guerre le monarchie europee si contendevano il dominio dell’Europa, la Rivoluzione Bolscevica chiudeva per sempre la storia delle monarchie, inaugurando il XX secolo con la più grande storia di ribellione ed emancipazione mai conosciuta.

Guidata da Vladimir Ilic Ulianov Lenin, la Rivoluzione Bolscevica cambiava la geografia sociale, politica ed economica, fino a quel momento destinata solo a favorire l’aristocrazia e la Russia si tirava fuori dalla prima guerra mondiale. Irrompeva nel libro della storia la classe proletaria, assumevano un volto e un nome i contadini e gli operai non più disponibili ad assoggettarsi al regime zarista.

D’improvviso, una massa di sfruttati ed impotenti si fece classe. Mise fine ad un regime feudale, prese in mano le redini di un paese immenso ed aprì al mondo intero una diversa prospettiva di liberazione dalla tirannide prima e di emancipazione delle classi lavoratrici poi. Da dominati divennero governo. Il grande disordine divenne l’Ordine Nuovo. L’unità di misura della politica apprese la scienza delle trasformazioni radicali che, sebbene datesi in un solo paese, si riflettevano sull’intero pianeta.

La Rivoluzione Bolscevica, forgiatasi sulla idealità marxista, smentì le previsioni del filosofo di Treviri, che vedeva nella borghesia la classe rivoluzionaria per eccellenza e che, per questo, immaginò lo sviluppo dei processi rivoluzionari nei paesi industrialmente più avanzati, Stati Uniti e Inghilterra in primo luogo. E invece in Russia, come successivamente in Cina e nei processi di liberazione in Asia, in America Latina e persino in Africa, fu il proletariato la classe protagonista dei processi rivoluzionari e che avrebbe permesso, con la sua liberazione, quella della società in generale.

Con i suoi limiti, con i suoi errori e con le sue rettifiche, la rivoluzione russa fu lo spartiacque della storia, l’inizio di un’altra lettura del Novecento, il secolo che cambiò i paradigmi dell’esistente insegnando che un mondo diverso era possibile. Il nascente capitalismo moderno, che si erigeva sulle macerie delle monarchie e prosperava nel colonialismo, da quel momento in poi avrebbe dovuto misurarsi con un modello nuovo, che chiamava a raccolta le ragioni dei dimenticati, ergeva a metro di misura il bene collettivo e proponeva un nuovo assetto nella storia dell’umanità.

L’edificazione della nuova Russia, divenuta Unione Sovietica nella riunificazione di una nazione grande come un continente e nell’abolizione delle differenze tra le etnie contenute al suo interno, dovette affrontare il mostro nazifascista che le borghesie europee avevano concepito prima e legittimato poi. Il nazifascismo, infatti, era stata la risposta disperata di queste, che nell’Unione Sovietica vedevano – giustamente – una minaccia mortale al loro dominio, all’ordine stabilito delle classi dominanti.

L’Unione Sovietica fu anche scuola di resistenza, quando per difendersi e difendere l’Europa intera dal terrore nazifascista offrì alla storia 22 milioni di morti per piegare il Terzo Reich e il fascismo italiano. La bandiera Sovietica che sventolò sul Reichstag di Berlino annunciò la fine dell’orrore, permise la liberazione di un intero continente e l’inizio di una nuova era per tutta l’umanità.

Successivamente alla vittoria, l’esempio dell’Unione Sovietica spinse il proletariato europeo ad un ruolo di protagonista, al punto che il capitalismo uscito dal secondo conflitto mondiale dovette cercare un modello di dominio calibrato sulle concessioni di diritti ai lavoratori divenute inevitabili; il sacrificio sovietico contro il nazifascismo non aveva solo liberato l’Europa dalla tirannide ma anche spinto su un piano molto più avanzato la lotta per le rivendicazioni di diritti sociali in ogni paese del vecchio continente.

L’Unione Sovietica non si limitò, però, a fungere da esempio. Nonostante avesse firmato gli accordi di Yalta, che prevedevano la divisione del mondo in sfere d’influenza, Mosca intervenne ad aiutare, in ogni parte del pianeta, le lotte per l’indipendenza dei popoli oppressi dal colonialismo e dalle dittature militari decise e sostenute dal capitalismo internazionale a garanzia dei suoi interessi.

La decolonizzazione in Africa, così come le lotte di liberazione in America Latina, videro il sostegno dell’Unione Sovietica. La rivoluzione cubana poté contare per decenni sull’aiuto sovietico e la stessa Rivoluzione Sandinista, in Nicaragua, ricevette ogni sostegno da Mosca e dall’intero blocco dell’Europa Orientale, decisivo nella difesa del paese aggredito dagli Stati Uniti di Reagan e Bush.

Oggi ricorrono i cento anni da quel 1917 che cambiò il destino della Russia e la storia del mondo intero. Quella dell’Unione Sovietica, durata oltre settant’anni, fu non priva di passaggi controversi e di vere e proprie pagine drammatiche. Ma l’ostacolo più importante al processo venne da un assetto interno a forte vocazione burocratica ed accentratrice, poco sensibile alle esigenze di rinnovamento e incardinato nel confronto militare con l’Occidente (che sapeva di dissanguare l’Urss con la continua corsa al riarmo, conscia di una superiorità tecnologica e finanziaria decisive per prevalere nello scontro). Il sistema sovietico non seppe autoriformarsi.

Sebbene per la sua composizione territoriale fu in qualche modo costretta ad un modello sviluppista, l’Urss non seppe costruire in parallelo un cammino alternativo all’industrializzazione pesante nella sua produzione. Allo stesso tempo, sul piano politico, sclerotizzò il dispiegarsi del dibattito politico all’interno della comunità socialista e privilegiò il controllo interno sulla libertà di espressione. Con la riproposizione autoritaria dell’ortodossia ideologica esaurì progressivamente la spinta affascinante di un modello che aveva cambiato l’umanità, e non fu in grado di valorizzare le modificazioni del costume che, grazie anche al progresso tecnologico, s’imposero su scala globale.

Ma tutto il processo politico che contrassegnò la sua esistenza fu un processo di emancipazione per le classi popolari che oggi in molti rimpiangono, a cominciare dagli ex paesi Oltrecortina. La caduta dell’Urss portò con sé l’equilibrio bipolare del pianeta e il trionfo del capitalismo neoliberista, che negli ultimi venti anni ha portato il mondo del lavoro e dei diritti sociali vicino al collasso. Il suo affermarsi ha prodotto il punto più basso della civiltà occidentale. Il fallimento delle sue ricette per i popoli non è però un errore collaterale, ma la conseguenza voluta del successo per le elites. Al suo massimo grado di sviluppo incontrastato, il sistema che ha vinto ha prodotto la supremazia dei potenti e determinato un ordine economico ingiusto ed escludente che rende i poveri più poveri e i ricchi più ricchi.

Cento anni dopo quel 7 Novembre del 1917, la speranza è che non sia ancora scritta l’ultima pagina della storia e che la sinistra che verrà serva a fare di questo mondo un luogo meno ingiusto e più degno di essere vissuto.

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Roma da record, Napoli frena, Juve seconda

di redazione

Napoli e Inter rallentano, Roma e Juve ne approfittano. Tra i risultati della domenica fa notizia soprattutto quello dei giallorossi, che al Franchi centrano la 12esima vittoria consecutiva in trasferta. A nessuno era mai riuscita un’impresa del genere nella storia della Serie A. I ragazzi di Di Francesco passano in vantaggio due volte nel primo tempo con una doppietta dell’esordiente Gerson, ma vengono raggiunti dalla Fiorentina prima con Veretout e poi con Simeone. Nella ripresa, però, i capitolini chiudono l’incontro con le reti di Manolas e Perotti. I giallorossi, che devono ancora recuperare la partita contro la Sampdoria, salgono così a 24 punti, a -4 dai cugini della Lazio, la cui gara all’Olimpico contro l’Udinese è stata rinviata a data da destinarsi causa pioggia.

Vince anche la Juventus, ma facendo molta più fatica del previsto. L’inerme Benevento, fin qui vittima sacrificale del Campionato con i suoi 0 punti, doveva fare la figura dello schiavo gettato ai leoni dello Stadium, ma così non è stato. Anzi: i campani sono riusciti perfino a chiudere in vantaggio la prima frazione grazie a una punizione vincente di Ciciretti e a resistere fin quasi all’ora di gioco. Poi la Signora ha ristabilito la normalità ribaltando il risultato con Higuaìn e Cuadrado. Un punteggio comunque più che onorevole per il Benevento, che, pur continuando a perdere, da qualche settimana sta dando segnali di ribellione.

I bianconeri arrivano a 31 punti in classifica e si riprendono la seconda posizione in solitaria scavalcando l’Inter, a quota 30 dopo il pareggio interno contro il Torino. A San Siro gli ospiti passano in vantaggio con Iago Falque, ma vengono raggiunti dai nerazzurri con Eder, a segno su assist di Icardi. Vecino colpisce la traversa nel finale, ma il risultato non cambia più. La squadra di Spalletti perde così l’occasione di raggiungere il Napoli in vetta alla classifica e si ritrova addirittura terza.

Nel frattempo, infatti, anche la corazzata invincibile di Sarri compie il primo vero passo falso del suo Campionato. Se lo 0-0 di qualche settimana fa contro l’Inter poteva essere un risultato comunque positivo per gli azzurri, altrettanto non si può dire del pareggio a reti bianche rimediato in casa del Chievo, che torna a fare punti dopo due sconfitte consecutive. I veneti devono ringraziare soprattutto il portiere Sorrentino, eroico nello sventare le molte occasioni costruite dall’attacco napoletano. Per Sarri è il primo pareggio dopo 9 vittorie consecutive in trasferta.

In zona Europa continua il sogno della Sampdoria, sesta con 23 punti dopo la vittoria per 2-0 nel derby della lanterna (reti di Ramirez e Quagliarella). Si mette invece davvero male per il Genoa e la panchina di Juric traballa. Il Grifone è terzultimo con 6 punti, gli stessi del Verona, e vede allontanarsi di altre 3 lunghezze Cagliari e Crotone, entrambe a quota 12 dopo le rispettive vittorie contro Hellas (2-1, Ceppitelli e Faragò rispondono a Zuculini) e Bologna (3-2 con doppietta di Budimir e gol su rigore di Trotta, che vanificano la storica doppietta di Verdi, a segno su punizione con entrambi i piedi).

Fa punti anche la Spal, che pareggia sul campo dell’Atalanta. Cristante porta in vantaggio i bergamaschi dopo 23 minuti e Rizzo pareggia nella ripresa. Nel finale, con i bergamaschi in 10 (rosso a Freuler), grandi occasioni per i ferraresi salvate da Berisha.

Nel posticipo di giornata il Milan batte 2-0 il Sassuolo e salva (per il momento) la panchina di Montella.

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