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L’Austria va a destra

di Michele Paris

I risultati non ancora definitivi delle elezioni federali anticipate in Austria di domenica scorsa sono stati giudicati universalmente come il segnale del drastico spostamento a destra del baricentro politico nel paese alpino. Anche qui come in altri paesi europei nei mesi scorsi, un partito xenofobo di estrema destra – il Partito della Libertà (FPÖ) – ha fatto segnare una netta impennata nei consensi, tanto da assicurarsi molto probabilmente l’ingresso nel nuovo governo di Vienna.

Il vero vincitore è stato però il giovanissimo ministro degli Esteri uscente, Sebastian Kurz, diventato leader del Partito Popolare Austriaco (ÖVP) nel mese di maggio grazie a una sorta di golpe interno messo in atto nel tentativo di risollevarne le sorti. Kurz aveva subito impresso una svolta autoritaria al suo partito e la campagna elettorale appena terminata è stata condotta coerentemente con queste premesse.

L’ÖVP ha in sostanza fatto proprie le posizioni anti-immigrati della destra estrema, combinando la promozione dell’immagine di Kurz con l’auto-celebrazione di quest’ultimo per essere stato il presunto responsabile della chiusura della “rotta balcanica” che i rifugiati provenienti principalmente dal Medio Oriente prediligevano per raggiungere l’Europa.

La strategia di Kurz è stata in definitiva quella di togliere il suo partito dalla decennale e sempre più paralizzata “grande coalizione” di governo con i socialdemocratici (SPÖ) per forzare elezioni anticipate, in modo da fermare l’emorragia di voti verso la destra xenofoba attraverso l’illusione del lancio di un nuovo e più moderno progetto politico conservatore.

L’ÖVP di Kurz ha così recuperato lo svantaggio che, a detta dei sondaggi, fino a pochi mesi fa vedeva il principale partito di centro-destra austriaco dietro FPÖ e SPÖ. Il Partito Popolare si è alla fine imposto come prima forza nel paese con quasi il 32%, pari cioè a un incremento dei consensi di circa l’8% rispetto alle elezioni del 2013. I socialdemocratici e l’estrema destra si sono attestati rispettivamente al 27% e al 26%, ma il secondo posto sarà deciso dal conteggio dei voti postali che verrà ultimato nei prossimi giorni.

Al di là degli equilibri definitivi, appare quasi scontato che il prossimo governo di Vienna sarà formato da una coalizione tra l’ÖVP di Kurz e l’FPÖ, il cui leader, Heinz-Christian Strache, è stato a lungo un militante attivo nei circoli neo-nazisti austriaci.

Il risultato del voto di domenica è ad ogni modo frutto di un clima di intolleranza nei confronti dei migranti che tutti i partiti, compreso quello socialdemocratico, hanno contribuito a creare per eludere le questioni economiche e sociali più pressanti che interessano oggi l’Austria come gli altri paesi europei.

Se l’SPÖ ha alla fine relativamente tenuto, ottenendo un risultato più o meno simile a quello della precedente tornata elettorale, il voto anticipato ne ha comunque decretato la marginalità e la quasi certa estromissione dal prossimo governo. I due partiti che hanno dominato la scena politica austriaca dal dopoguerra a oggi avevano infatti già annunciato da tempo che non avrebbero più proseguito l’esperienza della “grande coalizione”.

Sotto la leadership del cancelliere uscente, Christian Kern, il Partito Socialdemocratico aveva anch’esso adottato in buona parte la retorica della destra austriaca, tanto che i suoi vertici avevano mostrato la propria disponibilità a entrare in un’ipotetica alleanza di governo con l’FPÖ, assieme al quale, peraltro, dal 2015 l’SPÖ è alla guida dello stato orientale del Burgenland.

I socialdemocratici sono stati inoltre penalizzati da uno scandalo esploso al termine di una campagna elettorale tra le più accese della storia austriaca. Un consulente che l’SPÖ aveva assunto durante l’estate era stato arrestato in Israele per un caso di corruzione ed era poi emerso che quest’ultimo aveva aperto una serie di anonimi profili Facebook nei quali diffondeva false notizie sul leader conservatore Kurz con l’intento di dipingerlo come anti-semita.

Il virtuale abbandono di qualsiasi politica progressista da parte del centro-sinistra austriaco e l’adeguamento a un clima politico dominato dai temi promossi dall’estrema destra, oltre a portare con ogni probabilità al governo a Vienna un partito neo-nazista in un paese annesso dalla Germania hitleriana nel 1938, ha pesato anche sul risultato delle formazioni minori. I Verdi, a cui apparteneva l’attuale presidente Alexander Van der Bellen, hanno subito ad esempio un autentico tracollo e non saranno nemmeno rappresentati nel prossimo parlamento perché non in grado di raggiungere la soglia di sbarramento del 4% prevista dalla legge elettorale austriaca.

Il prossimo esecutivo potrebbe quindi avere un orientamento marcatamente xenofobo e anti-immigrati, sull’esempio dei governi di paesi come Polonia, Ungheria e Slovacchia, a cui il premier in pectore Sebastian Kurz ha infatti detto più volte di volersi ispirare. Il populismo di destra che caratterizzerà il nuovo governo di Vienna servirà poi a disorientare gli elettori per implementare una politica economica non esattamente a beneficio delle classi più disagiate.

Secondo l’economista Stephan Schulmeister, già consigliere dell’ex premier dell’ÖVP Wolfgang Schüssel, il partito di Kurz e l’estrema destra dell’FPÖ “vogliono entrambi ridurre le tasse sul reddito e sugli stipendi”, in un modo tale però che eventuali misure in questo senso “favoriranno la metà più ricca della popolazione”. In un’intervista al britannico Guardian, lo stesso Schulmeister ha aggiunto che provvedimenti di questo genere priverebbero il welfare austriaco di una cifra compresa tra i 10 e i 14 miliardi di euro.

Una delle questioni su cui Kurz e l’estrema destra di Strache potrebbero divergere è invece quella dell’Europa. Il leader dell’ÖVP continua infatti a mantenere ufficialmente una posizione filo-europeista, mentre l’FPÖ non ha alcuna simpatia per l’Unione. Lo stesso Kurz, durante la campagna elettorale e nei dibattiti in diretta televisiva, aveva spesso puntato il dito contro Strache per il suo anti-europeismo, accusandolo di volere “distruggere l’UE”.

La relativa moderazione del prossimo primo ministro austriaco sembra essere comunque di poco conforto per i vertici europei, i quali temono un aggravarsi delle forze centrifughe dopo il recente voto in Germania che ha premiato ugualmente l’estrema destra e le forze “centriste” animate da un crescente scetticismo nei confronti di Bruxelles.

Un commento al voto austriaco pubblicato lunedì dal Financial Times ha a questo proposito sollevato preoccupazioni anche per le posizioni di Kurz, il cui programma è sì ispirato a un certo europeismo ma, allo stesso tempo, chiede “riforme istituzionali per l’UE” e “respinge molte delle proposte per rafforzare l’integrazione avanzate dal presidente francese Macron”, prediligendo al contrario “il ritorno di molti poteri ai governi nazionali”.

In generale, la deriva verso destra del quadro politico austriaco, accelerata dal voto di domenica, rientra in un processo comune praticamente a tutta l’Europa. Se non esiste un reale consenso diffuso per l’intolleranza e la xenofobia, i movimenti che fanno leva su questi istinti per favorire la creazione di forme di governo sempre più autoritarie trovano terreno fertile grazie al discredito dei partiti tradizionali, incapaci di offrire una soluzione progressista alla crisi economica e sociale che continua a condizionare la vita di decine di milioni di persone in tutto il continente.

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Il Napoli sogna, la Juve cade, Icardi fa volare l’Inter

di redazione

Ora non ci si può più nascondere dietro alla scaramanzia: a Napoli si deve parlare di scudetto. Con la vittoria di misura ottenuta sabato sera in casa della Roma (decide Insigne al 20esimo), la squadra di Sarri archivia l’ottavo successo su otto partite e si ritrova da sola in testa con ben 5 punti di vantaggio sulla Juventus. All’Olimpico gli azzurri dimostrano di saper vincere anche in sofferenza: senza segnare valanghe di gol e resistendo all’assedio finale degli avversari. Una delle chiavi della vittoria contro i giallorossi è l’ennesima grande prova di Koulibaly, spesso ingiustamente messo in ombra dai compagni dell’attacco.

La vera notizia, però, è che la Signora ha perso una partita in casa: non succedeva da più di due anni. A trionfare allo Stadium è la Lazio, che ritrova la vittoria a Torino dopo ben 12 anni di digiuno. L’eroe di giornata è, tanto per cambiare, Ciro Immobile, che con una doppietta nei primi 8 minuti del secondo tempo cancella il gol del vantaggio bianconero messo a segno nella prima frazione da Douglas Costa. Stavolta, però, l’attaccante di Torre Annunziata deve condividere le prime pagine con un compagno di squadra: si tratta di Thomas Strakosha, portiere albanese di 22 anni capace di parare un rigore a Dybala al 96esimo (senza i due penalty mancati dalla Joya contro Atalanta e Lazio, la Juve avrebbe ora 3 punti in più). Da sottolineare anche la prova di Lucas Leiva, che nell’oscurità recupera valanghe di palloni davanti alla difesa.

In casa Juve, invece, oltre alla perforabilità della difesa – non una novità quest’anno – c’è da registrare che in assenza di Dybala il reparto offensivo non è all’altezza delle ambizioni della squadra. La Joya tornava da un’impegnativa trasferta con la nazionale ed è comprensibile che non fosse al top della condizione. Meno facile è comprendere come possa Higuain non aver ancora raggiunto una forma fisica accettabile. Non a caso contro la Lazio il Pipita sbaglia 2-3 conclusioni che fino a qualche tempo fa avrebbe insaccato a occhi chiusi.

Le sorprese sono proseguite anche la Domenica, quando la celebrata Atalanta viene sconfitta da una Sampdoria che nel primo tempo era stata leggera e confusa, ma che in una ripresa da incorniciare ha rimontato e infine sconfitto 3 a 1 la squadra di Gasperini.

Un’altra sorpresa è quella che vede il Crotone inchiodare sul pareggio per 2 a 2 il Torino di Mihajlovic. Ma l’aspetto sgradevole è che la curva dei calabresi, priva del senso del ridicolo, grida “zingaro” all’allenatore del Toro. Che, a differenza dei barbari curvaroli, ha scritto pagine di calcio sui campi di tutta Europa, proprio dove il Crotone non giocherà mai.

Nessuna sorpresa, invece, semmai la conferma della “legge dell’Ex”, che nel calcio ha quasi il valore della giurisprudenza applicata. Ne fa le spese l’Udinese, che viene sconfitta per 2 a 1 dalla Fiorentina di Pioli proprio grazie ad una doppietta del suo ex Thereau, mentre il match tra Sassuolo e Chievo produce un pareggio a reti inviolateche non serve a nessuna delle due squadre.

Un Bologna ormai decisamente lanciato verso una classifica più confortevole, sconfigge per 2 a 1 la Spal, che continua invece a denunciare una inadeguatezza reale sul palcoscenico della massima serie. Poli realizza il gol della vittoria dei felsinei.

Il derby tra Inter e Milan che si gioca nel posticipo vede la vittoria dei nerazzurri per 3 a 2, ma è il migliore dei suoi, il suo campione assoluto, Maurito Icardi, che con una tripletta sancisce il risultato. Tre volte in vantaggio, i ragazzi di Spalletti hanno colpito anche una traversa e, fatto inedito quest’anno, un infortunio di Handanovic aveva riportato la partita sul 2 a 2. Poi, l’errore marchiamo di Rodriguez che cintura D’Ambrosio in area consegna il penalty all’Inter e Icardi timbra vittoria e tripletta.

Il Milan gioca un calcio più arioso, con frequenti cambi di corsie laterali, ma ad eccezione di Suso non ha nessun uomo capace di impensierire davvero le difese avversarie. L’Inter, più logica ma meno fantasiosa, ha però nella linea di attacco tre giocatori come Candreva, Perisic e Icardi che sono in grado di cambiare una partita. Il Milan, superiore nella capacità di palleggio, impone ai nerazzurri un posizionamento più arretrato ma offre così agli stessi la possibilità di chiudersi e ripartire. Non è un caso che i tre gol e anche la traversa sono l’esito di azioni di ripartenza da centrocampo, con la palla strappata ai centrocampisti del Milan e la corsa rapida verso la porta di Annarumma.

Poi, dietro il Milan è tutto meno che irresistibile, mentre Icardi è un killer autentico dell’area di rigore. Non importa da dove arrivi il pallone, nemmeno quale sia la posizione del corpo, nemmeno essere marcato stretto: bastano venti centimetri di spazio e lui colpisce la palla mandandola in rete. Nella partita di ieri ha segnato due gol uno più bello dell’altro: nel primo, su cross di Candreva, si è infilato tra Bonucci e Romagnoli colpendo al volo e nel secondo effettua una mezza giravolta con il corpo che gli consente di calciare al volo e segnare. Immarcabile, imprendibile, imprescindibile per l’Inter, che vola a 22 punti al secondo posto in classifica dietro al Napoli che troverà sulla sua strada tra una settimana. Per il Milan, a meno 10 dai cugini, non si prspetta una settimana facile.

 

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Alitalia e l’incubo “spezzatino”

di Carlo Musilli

Vendere Alitalia è una missione difficile. Venderla in un unico blocco, cioè senza farne uno spezzatino, è forse impossibile. Il Governo però continua a provarci e venerdì scorso ha tirato un salvagente fatto di tempo (sei mesi) e soldi (300 milioni) ai tre commissari liquidatori: Luigi Gubitosi, Enrico Laghi e Stefano Paleari. Sono loro a dover piazzare sul mercato quello che resta dell’ex compagnia di bandiera finita in amministrazione straordinaria.

Partiamo dall’inizio. Il bando per vendere Alitalia prevede due possibilità: un’offerta sull’intera compagnia oppure offerte singole per la flotta e le attività di terra. Le proposte vincolanti devono arrivare entro oggi e fino a pochi giorni fa era previsto che i commissari avessero tempo fino al 5 novembre per scegliere quella vincente. All’ultimo però il governo ha deciso di varare una proroga di sei mesi, spostando il termine al 30 aprile.

Sembra un dettaglio, ma non lo è. Lo slittamento serve ad alleggerire la pressione sui liquidatori, che altrimenti, dovendo chiudere i giochi in meno di un mese, sarebbero stati costretti a svendere la compagnia. Insomma, la proroga era necessaria: il problema è che da sola non basterà ad allontanare le nubi dal futuro di Alitalia.

Del resto, era difficile scegliere un momento peggiore per un affare del genere. Nelle ultime settimane il settore delle compagnie aeree europee ha attraversato una turbolenza prolungata. Prima il gigantesco pasticcio di Rynair, finita nella Babele delle cancellazioni a pioggia che, fra l’altro, l’hanno costretta a ritirarsi dalla partita per Alitalia. Poi il fallimento della low cost britannica Monarch Airelines. Infine il dissesto di Air Berlin, salvata dall’intervento di Lufthansa, che ne ha comprato 81 aerei e 3mila dipendenti per 210 milioni.

Lo stesso gigante tedesco è in pole position anche per l’acquisizione di Alitalia, che peraltro appartiene alla galassia di Etihad proprio come Air Berlin. Lufthansa, insomma, potrebbe diventare il collettore di tutti i disastri combinati in Europa dal colosso di Abu Dhabi. Ma l’ad Carsten Spohr ha già messo in chiaro che l’acquisto in blocco non è fattibile: “Saremmo interessati a portare avanti colloqui solo se ci fosse la possibilità di creare una nuova Alitalia”. Come dire che non solo vuole lo spezzatino, ma pretende anche di ritagliare a proprio gusto i bocconi più saporiti.

Da parte sua il governo prende tempo. O meglio, lo compra, perché tenere in vita la carcassa di Alitalia non costa poco. Insieme alla proroga dei termini, il Consiglio dei ministri ha rafforzato il prestito ponte alla compagnia, aggiungendo 300 milioni ai 600 già concessi in estate. Un gruzzolo che dovrebbe assicurare al vettore almeno un altro anno di operatività sotto la gestione commissariale.

Il governo precisa che questi soldi vengono prestati a tassi di mercato (intorno al 10%), perciò non si tratta dell’ennesimo regalo dei contribuenti ad Alitalia. Piuttosto, sarà la compagnia a ritrovarsi ancora una volta nei guai, perché il 30 settembre 2018 dovrà rimborsa un debito di circa un miliardo di euro.

Ma per allora molte cose saranno cambiate. La campagna elettorale, per esempio, sarà ormai un ricordo. Nessuno potrà usare la vendita (o la svendita) di Alitalia per spostare voti, come fece con successo Berlusconi nel 2009. All’epoca, l’ormai ex Cavaliere usò l’italianità della compagnia di bandiera come un cavallo di battaglia. Vinse le elezioni e in pochi anni la società andò ancora una volta in malora. Ora siamo daccapo. Ma questa volta, grazie alla proroga, lo spezzatino di Alitalia sarà un problema del nuovo governo.

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Fame nel mondo, le donne nutrono la terra

di Tania Careddu

Contro le disuguaglianze, gli sprechi alimentari, per il recupero delle eccedenze per gli indigenti e del diritto al cibo per tutti non si può prescindere da un’agricoltura sostenibile che valorizzi i piccoli produttori. Sono loro, infatti, che occupando un ruolo determinante nell’economia rurale, contribuiscono alla sicurezza alimentare. La quale traballa, fino a generare la fame nel mondo, quando sorgono squilibri nella distribuzione e nelle dinamiche della filiera agroalimentare.

Si, perché i piccoli produttori, il più delle volte, sono esclusi dai processi decisionali sulle politiche alimentari, nazionali e globali, controllate dalle grandi imprese che esercitano il potere sul sistema alimentare generale.

Questa iniqua ripartizione del potere riflette la irregolare distribuzione della nutrizione: a subire disagio, da un lato ci sono i piccoli produttori scarsamente remunerati, dall’altro le persone estromesse dai mercati alimentari globalizzati.

Una clessidra che può tornare in equilibrio, secondo quanto si legge nel report “Le disuguaglianze della fame. Indice globale della fame 2017”, solo garantendo ai piccoli produttori, e in particolar modo alle donne, una presenza più determinante a partire dall’offerta di una più larga ammissione alle risorse pubbliche, educative, informative e finanziarie.

Circa l’80 per cento del cibo nel mondo, stando a quanto scritto nel dossier “Finanziare le donne in campo”, redatto da Oxfam, è prodotto da aziende a conduzione famigliare –che in Italia, sono il 97,5 per cento delle aziende agricole – e le donne rappresentano il 43 per cento della forza lavoro. Ma le barriere che ostacolano il loro accesso agli input di produzione, ai mercati, all’assistenza tecnica e al credito riducono la loro produttività del 30 per cento circa rispetto agli uomini.

Diventando vittime di una duplice discriminazione: come agricoltrici di piccola scala e come donne che, a causa di norme penalizzanti non solo nell’accesso al cibo ma anche all’istruzione, alla salute e, in generale, ai servizi, sono più esposte alla malnutrizione, rappresentando il 60 per cento degli affamati nel mondo.

E, invece, restituire loro l’autorità che meritano e ridurre il gap di genere, permetterebbe di incrementare la produzione agricola, ridurre la fame nel mondo del 17 per cento e creare comunità più resilienti ai cambiamenti climatici che hanno un aumento diretto sulla fame globale – la quale nel 2016 ha colpito trentotto milioni di esseri umani in più, per la prima volta dopo dieci anni – perché, distruggendo terre e raccolti, incidono sull’incremento dei prezzi del cibo.

Ma gli aiuti dei grandi donatori internazionali, quelli del G7, sono ancora insufficienti a consentire ai piccoli agricoltori di adattarsi e resistere al clima che cambia, in un sistema che continua a penalizzare chi è già ai margini. Ma con l’auspicio che gli accordi di Parigi, che stabiliscono che gli stanziamenti dei paesi donatori per la lotta ai cambiamenti climatici dovrebbero raggiungere i cento miliardi entro il 2020, non rimangano solo sulla carta.

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Trump, Iran e nucleare: ora guai per tutti

di Alberto Negri

Con una sola mossa Trump ha deciso di mettere inutilmente nei guai gli Stati Uniti, l’Europa, l’Iran e il Medio Oriente. E se pensa di fare un favore a Israele, arcinemico di Teheran, probabilmente si sbaglia. La mancata certificazione dell’accordo del 2015 non significa che ne esce o verranno imposte sanzioni subito – la questione è rinviata al Congresso – ma è un altro segnale che la Casa Bianca, dopo l’erratica gestione della crisi nordcoreana, è in confusione, persino in contrasto con alcuni ministri oltre che con gli europei.

Intanto ha messo in allarme il mondo del business: dalle multinazionali del petrolio come Total, che hanno firmato contratti a Teheran, a quelle che si preparano a farlo come l’Eni. Anche l’americana Boeing e Airbus che hanno accordi per dozzine di miliardi di dollari. Non sono contenti nel mondo degli affari ma neppure a Teheran dove il presidente Hassan Rohani subisce gli strali dell’ala più oltranzista.

È sbagliato l’assunto stesso del suo piano anti-Iran: l’idea che nuove pressioni convinceranno Teheran a fare concessioni è un errore. Perché mai l’Iran dovrebbe cedere visto che sono 37 anni che gli Stati Uniti cercano di abbattere il regime? Prima con la guerra per procura scatenata da Saddam nel 1980, poi occupando l’Afghanistan nel 2001 e facendo crollare nel 2003 il regime iracheno nella speranza di chiudere la repubblica islamica in una morsa. Come è andata a finire è sotto gli occhi di tutti.

Come se non bastasse gli Usa nel 2011, mentre con francesi e inglesi creavano un disastro in Libia, hanno incoraggiato Turchia, Arabia Saudita e monarchie del Golfo a sostenere la guerriglia jihadista contro Assad, alleato storico di Teheran, di Mosca e degli Hezbollah. Anche lì sappiamo come è finita: se avessimo dato retta alla Clinton – e alla Turchia e ai sauditi, gente che oggi corre da Putin – il Califfo avrebbe fatto colazione sulle rovine di Damasco e dell’Iraq. E forse i jihadisti adesso sarebbero saldamente ai confini della Nato.

Stringendo l’accordo del 2015 con Teheran sul nucleare l’amministrazione Obama aveva corretto una serie di errori: respingere l’intesa, che gli iraniani stanno rispettando, non porta nessun vantaggio in termini di sicurezza agli Usa o a Israele. Il problema non è il nucleare di Teheran. E forse neppure l’Iran.

La questione è che la guerra di Siria ha sconvolto i dati geopolitici. L’Iran ha rafforzato l’asse con Baghdad, Damasco e Beirut ma soprattutto è cambiata la posizione della Turchia, storico ex bastione Nato: Erdogan, in fibrillazione per l’indipendenza dei curdi iracheni, è sceso a patti con Putin e Teheran, acquista (come i sauditi del resto) i missili S-400 russi e ha lanciato un’operazione congiunta con Mosca in Siria.

Erdogan prende a schiaffi gli americani e fa quello che gli pare: tra un po’ con la scusa della caccia ad Al Qaida si lancerà anche contro i curdi siriani alleati degli Usa nell’assedio di Raqqa all’Isis. La colpa maggiore di Teheran (e della Russia) è di avere sfruttato gli errori di calcolo di americani e alleati. L’Iran destabilizza? Non più di quanto facciano gli altri da sempre e non è certo un Paese amico del terrorismo jihadista. Anche questa è una colpa?

 

Fonte: Il Sole24Ore

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Ammore e Malavita

di Sara Michelucci

E’ ancora una volta una Napoli malavitosa e spaccata in due il teatro in cui si svolge la storia di Ammore e Malavita, film firmato da Manetti Bros, con Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Claudia Gerini, Carlo Buccirosso, Raiz. Ma non si affronta il tema della criminalità come in altri film. Musical e noir si intrecciano in questo lavoro che ripercorre generi diversi, stravolgendoli allo stesso tempo, firma indelebile dei due registi romani.

Napoli non è solo teatro di degrado e malavita, ma è luogo in cui si intrecciano sentimenti forti e contrastanti. Un turbinio di emozioni che si accoppiano ad azioni altrettando violente, dove lo slancio emotivo la fa da padrone indiscusso.

Ciro (Morelli) è un temuto killer. Insieme a Rosario (Raiz) è una delle due tigri al servizio di don Vincenzo (Buccirosso), “o’ re do pesce”, e della sua astuta moglie, donna Maria (Gerini). Fatima (Rossi) è una giovane infermiere, un bel po’ sognatrice.

Ci troviamo di fronte a due mondi in apparenza così distanti, ma destinati a incontrarsi, di nuovo. Una notte Fatima si trova nel posto sbagliato nel momento sbagliato. A Ciro viene dato l’incarico di sbarazzarsi di quella ragazza che ha visto troppo.

Ma le cose cambiano. I due si trovano faccia a faccia, si riconoscono e riscoprono, l’uno nell’altra, l’amore mai dimenticato della loro adolescenza. Per Ciro c’è una sola soluzione: tradire don Vincenzo e donna Maria e uccidere chi li vuole uccidere. Nessuno può fermare l’amore.

Inizia così una lotta senza quartiere tra gli splendidi scenari dei vicoli di Napoli e il mare del golfo. Tra musica e azione, amore e pallottole.

Ammore e Malavita (Italia 2017)
REGIA: Marco Manetti, Antonio Manetti
ATTORI: Carlo Buccirosso, Claudia Gerini, Giampaolo Morelli, Serena Rossi, Raiz, Franco Ricciardi, Antonio Buonomo
DISTRIBUZIONE: 01 Distribution

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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Violenze sui bambini, 2016 anno record per l’Italia

di Tania Careddu

Non sono mai stati così tanti da un decennio a questa parte: cinquemila e trecentottantre bambini e adolescenti vittime di violenza, di cui mille e seicentodiciotto, pari al 30 per cento del totale, quelli soggetti a maltrattamenti in famiglia, registrando un incremento del 12 per cento rispetto all’anno precedente.

E a leggere la lista dei reati sui minori, riportata nel dossier La condizione delle bambine e delle ragazze nel mondo, redatto da Terres des hommes ed elaborato sui dati del Comando Interforze della Polizia di Stato, 956 hanno riguardato la violazione degli obblighi di assistenza famigliare, 386 l’abbandono di minore, 326 l’abuso dei mezzi di correzione o di disciplina, 124 la corruzione di un minorenne, 177 la pornografia minorile, 58 la detenzione di materiale pedopornografico, 109 la prostituzione minorile, 366 gli atti sessuali con minori, 594 gli atti di violenza sessuale e 359 la violenza sessuale aggravata.

E un quinto del totale dei reati sono perpetrati ai danni delle bambine sulle quali la violenza, inclusa quella sessuale, sta raggiungendo proporzioni da epidemia. E non è da meno quella che subiscono, da parte dei genitori o di chi si dovrebbe prendere cura di loro, per ottenere rispetto e disciplina: tanto per avere un’idea della dimensione, nel mondo, due bambine su tre, dai dieci ai quattordici anni, sono sottoposte regolarmente a punizioni corporali.

Nel mondo senza frontiere, nonostante qualche miglioramento che, però, non riesce a invertire il trend, i diritti delle bambine continuano a essere negati. Oltre di quello all’integrità fisica e psichica, devono fare a meno di quello allo studio e della libera scelta, anche di intraprendere progetti migratori non violenti e non di sfruttamento. La cultura (o meglio, la pratica) delle mutilazioni genitali femminili non pare essere stata estirpata nemmeno quando la famiglia migra e arriva nel vecchio continente, dove ci sono centinaia di migliaia di donne che convivono con questa piaga, circa cinquecentomila, e centottanta a rischio di subirla.

I matrimoni precoci hanno assunto proporzioni allarmanti: ogni anno, una bambina va in sposa ogni due secondi. E non solo nei paesi più fragili, coinvolti in guerre, instabilità politica e calamità naturali ma anche in stati dove sotto i diciotto anni il matrimonio sarebbe proibito: è il caso degli Stati Uniti, in cui tra il 2000 e il 2010, si sarebbero celebrati – nella totale legalità, sostenuta da escamotage di sorta – 167 mila matrimoni in cui uno dei due partner era minorenne nei trentotto paesi dove questa prassi è ancora lecita.

Baby spose che diventano baby mamme per incapacità di evitare una gravidanza: in Italia, la questione delle mamme giovanissime, più numerose in Lombardia, Campania e Sicilia, non fa i conti con la povertà o con la marginalità sociale; spesso, “alla base di tutto c’è una famiglia che fatica a rispettare le necessità di una ragazza di tredici o quattordici anni”, si legge nel report. Tanto che “i dati nazionali dicono che c’è un calo in tutte le fasce d’età, tranne che per le under quattordici”, passando da tre gravidanze nel 2007 a tredici nel 2015.

Aumenta il traffico dei bambini, dal 13 per cento del 2004 al 34 per cento del 2011, vittime di tratta – che in Italia sta coinvolgendo ragazze di età sempre più bassa – i quali oltre allo sfruttamento sessuale, incorrono in quello lavorativo, ultimamente esploso in Cina. Reclutati come soldati, si stimano fino a trecentomila bambini costretti a imbracciare un’arma. E bambine. E perciò se “il futuro del mondo sarà determinato dal destino delle ragazze di dieci anni”, secondo le considerazioni del Fondo delle Nazioni Unite per le popolazioni (UNPA), è indispensabile intervenire ora.

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