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Messaggi del Presidente Mattarella al nuovo Presidente della CEI, Card. Bassetti e al Presidente uscente Card. Bagnasco

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato al nuovo Presidente della Conferenza Episcopale Italiana, S.E. Card. Gualtiero Bassetti, il seguente messaggio:

«All’inizio del suo mandato quale Presidente della Conferenza Episcopale Italiana desidero porgerle le più vive felicitazioni e i miei migliori auguri per lo svolgimento di tale alto incarico, segno della fiducia in lei riposta da Papa Francesco e dai suoi confratelli nell’Episcopato.

Sono certo che i prossimi anni la CEI continuerà a fornire il suo importante contributo al progresso spirituale e civile della Repubblica.

Con questi sentimenti rinnovo i rallegramenti per la prestigiosa nomina e l’augurio di una feconda attività pastorale al servizio della Chiesa Italiana».

Il Presidente Mattarella ha altresì inviato al Cardinale Angelo Bagnasco, al termine del suo incarico alla Presidenza della Conferenza Episcopale Italiana, il seguente messaggio:

«Desidero farle pervenire il mio saluto e le espressioni di gratitudine per avere autorevolmente interpretato quei profondi valori spirituali e morali che formano parte del patrimonio degli italiani.

Colgo l’occasione, Eminenza, per porgerle sinceri auguri per la nomina alla Presidenza del Consiglio delle Conferenze dei Vescovi d’Europa e per una proficua attività al servizio dell’Arcidiocesi di Genova».

Roma, 24 maggio 2017

Tratto da www.quirinale.it.
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Il Presidente Mattarella, ha ricevuto il Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Turchia, Çavusoglu.

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa mattina al Quirinale il Ministro degli Affari Esteri della Repubblica di Turchia, Mevlüt Çavuşoğlu.
Era presente all’incontro il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano.

Roma, 24 maggio 2017

Tratto da www.quirinale.it.
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Il Presidente Mattarella ha ricevuto il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald Trump

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha ricevuto questa mattina al Quirinale il Presidente degli Stati Uniti d’America, Donald J. Trump con il quale ha avuto un colloquio allargato alle delegazioni dei rispettivi Paesi.

Delle delegazioni facevano parte tra gli altri il Segretario di Stato degli Stati Uniti, Rex Tillerson, il Consigliere per la Sicurezza Nazionale, Herbert Raymond McMaster, e il Ministro degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Angelino Alfano.

 

Roma, 24 maggio 2017

 

Tratto da www.quirinale.it.
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Testo del videomessaggio del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella per lo speciale "FALCONEeBORSELLINO" condotto da Fabio Fazio, in onda su Rai 1

Ho conosciuto il Giudice Falcone prima ancora che l’eco delle sue inchieste lo rendesse famoso in Italia e all’estero. Ne ho seguito l’impegno messo in opera nella sua attività giudiziaria.

Con quella sua attività ha impresso una svolta all’azione della giustizia contro la mafia.

Anzitutto con il suo metodo di lavoro, con il suo modo di svolgere le inchieste. Nei primi tempi veniva talvolta criticato, dicendo che operava come un agente di polizia più che come un magistrato, una sorta di sceriffo.

Non era vero: il suo era un metodo moderno, più dinamico, più attivo di quanto fosse abituale ma manteneva forte e inalterato lo stile e il carattere del magistrato, attento, fino allo scrupolo, alla consistenza degli elementi di prova raccolti. Le sue inchieste, difatti, erano contrassegnate da grande solidità; e le sue conclusioni venivano sempre condivise dai Tribunali e dalle Corti giudicanti.

Una seconda svolta l’ha impressa con la scelta, coraggiosa, del maxi processo di Palermo: un’inchiesta, e un’istruttoria, di grande impegno, e faticose; ma che hanno fornito l’indicazione della via da seguire per un’azione efficace dello Stato contro la mafia.

Quel maxi processo è stato un vero e proprio spartiacque.

Lo conoscevo, come ho detto. Non si trattava di un rapporto di frequentazione abituale, ci sentivamo, ogni tanto, e ci incontravamo: a casa mia o nella sua abitazione a Palermo e, negli ultimi tempi, a Roma, in una sua piccola abitazione protetta, vicino al Collegio Romano.

In una di queste occasioni ho potuto toccar con mano quanto fosse forte il suo sodalizio con Paolo Borsellino. Mi sembra sia stato nel novembre del 1990. Il governo aveva appena varato un decreto legge sugli strumenti di lotta alla criminalità organizzata. Il venerdì ne ritirai una della prime copie stampate alla Camera dei deputati e, rientrato a Palermo, chiamai Falcone per chiedergli se volesse leggere quel testo per valutarlo e per poter suggerire qualche modifica o integrazione.

Mi rispose che sarebbe venuto a casa mia nel pomeriggio della domenica chiedendomi di poter venire con Borsellino, cosa che a me fece, ovviamente, piacere.

In quelle ore ho visto, oltre che, ancora una volta, la grande passione professionale che li muoveva, la loro sintonia e la piena comunanza di vedute, di preoccupazioni, di esigenze; e come si integrassero le loro considerazioni.

Riflettevano e procedevano davvero in parallelo. Quel pomeriggio è un momento che mi è rimasto scolpito nel ricordo; e che non dimentico.

Rammento che mi proposero tre integrazioni, tutte raccolte, nella conversione del decreto, dall’allora ministro, Vassalli, cui le avevo trasferite.

Giovanni Falcone, come Paolo Borsellino, come altre vittime della mafia, era una persona che amava la vita e, insieme, era consapevole dei pericoli che correva. La sua dignità personale – e quella della propria funzione – lo spingevano ad affrontare questi pericoli, senza venir meno né attenuare, in alcun modo, la determinazione del suo impegno.

Per questo è ricordato da tutti – come è giusto – particolarmente da tanti giovani, come una vera e credibile figura di riferimento del senso delle istituzioni, della civiltà contro la barbarie.

Tratto da www.quirinale.it.
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Intervento del Presidente della Repubblica Sergio Mattarella alla cerimonia commemorativa in occasione del 25° anniversario delle stragi di Capaci e di via D’Amelio

Rivolgo un saluto a tutti i presenti. A Maria Falcone, alle autorità istituzionali, ai familiari delle vittime di mafia, ai ragazzi che si trovano in quest’aula e altrove.
Sono passati venticinque anni dalla strage di Capaci e, tra poche settimane, ricorreranno da quella di Via D’Amelio.

Venticinque anni sono tanti. Un’intera generazione di giovani e di ragazzi italiani è nata, e cresciuta, dopo quei crimini efferati.

Il nostro Paese, il mondo, le condizioni di vita sono profondamente cambiati da quel 1992.

I mutamenti politici, sociali, di vita quotidiana, prodotti dalla rivoluzione tecnologica e dalle applicazioni del progresso scientifico, sono così incalzanti da rendere, rapidamente, obsoleti avvenimenti e condizioni del passato. Nell’arco di un decennio, guardando indietro, si ha l’impressione di trovarsi in un’altra epoca, anche questa attraversata e flagellata dal mare dalla violenza, come ci rammenta il crudele attentato di ieri a Manchester.

Eppure il ricordo di quei giorni lontani di Palermo, così drammatici, così cupi e così segnati da tanta violenza e tanto dolore, permane pienamente vivido, in Italia e nel mondo. E provoca, tuttora, orrore e coinvolgimento, non soltanto in chi li subì personalmente o in chi li visse da vicino.

Non possono essere dimenticati quei giorni delle stragi, con l’assassinio di Giovanni Falcone e di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino, delle donne e degli uomini delle scorte – Rocco Dicillo, Antonio Montinaro, Vito Schifani, Agostino Catalano, Walter Eddie Cosina, Vincenzo Li Muli, Emanuela Loi, Claudio Traina.

Con l’assassinio di Falcone e quello di Borsellino, già allora considerati da tanti – non soltanto in Italia – simbolo e riferimento nella lotta a Cosa nostra, sembrava che, insieme al dolore, prevalesse lo scoramento. Che il sacrificio di tante persone, cadute nella lunga lotta alla mafia, si rivelasse inutile. Che la mafia, piegata e sconfitta nel Maxiprocesso, si fosse rialzata, prendendosi la rivincita e, con essa, il suo perverso potere.

Ma la paura e la sfiducia non hanno avuto la prevalenza. La società civile, a partire da quella siciliana, ha acquisito, da quei giorni, una consapevolezza e una capacità di reazione crescenti; e destinate a consolidarsi nel tempo.

La memoria di persone come Falcone e Borsellino continua ad accompagnarci. Il loro sacrificio viene, ovunque, ricordato con commozione; e il senso del loro impegno viene trasmesso e assunto in maniera condivisa, soprattutto da tanti giovani, giorno dopo giorno.

Anche per le istituzioni è necessario non limitarsi al dolore e al ricordo. Non era questa la visione di Giovanni Falcone e di Paolo Borsellino. Non hanno vissuto e lottato per questo. Ma per realizzare, e sollecitare, un impegno operativo, concreto, ininterrotto, contro l’attività e la presenza della mafia.

Falcone e Borsellino, siciliani, profondi conoscitori della realtà della loro terra, rifiutavano e respingevano la concezione, falsamente mitizzata e, insieme, rassegnata, dell’invincibilità della mafia e della sua impenetrabilità. Quasi che essa fosse, in qualche modo, connaturata alla storia, alla mentalità e, in definitiva, al destino della Sicilia.

A Marcelle Padovani, Falcone disse che bisognava rimuovere tutti i luoghi comuni – storici, politici, sociologici o culturali – che, di fatto, costituivano alibi per non intraprendere una ferma lotta alla mafia. Giunse, coraggiosamente, a ribaltare la tesi «per cui la mafia […] non può venire efficacemente repressa senza un radicale mutamento della società, della mentalità, delle condizioni di sviluppo». E concludeva: «Ribadisco, al contrario, che senza la repressione non si ricostituiranno le condizioni di un ordinato sviluppo».

E’, difatti, questo – quello della prevenzione e della repressione, affidate alla Magistratura e alle Forze dell’ordine – in assoluto, il primo elemento di efficace contrasto contro qualunque forma di criminalità organizzata.

Devono esservi affiancate istituzioni politiche e amministrative trasparenti ed efficienti, che rifiutino, contrastino e denuncino ogni collusione o infiltrazione. Un’azione, della scuola e di ogni altra realtà educativa, di formazione delle coscienze per la legalità, il rispetto degli altri e la libertà della convivenza. Una condizione di alta occupazione, perché un tessuto sociale sereno e solido resiste meglio a pressioni e influenze criminali.

Tante volte, nei discorsi e negli scritti di Falcone e di Borsellino, nei loro ricordi, traspare l’amore, la tristezza e il desiderio di riscatto per la loro Isola.

Così Paolo Borsellino ricordò l’amico subito dopo la sua morte: «Non poteva ignorare, e non ignorava, Giovanni Falcone, l’estremo pericolo che egli correva. Perché non è fuggito? Per amore verso la sua terra». Borsellino parlava di Falcone, ma, condividendone impegno e motivazioni, parlava anche di sé.

Condivisero tanto: l’impegno, l’amicizia, la professione, gli ideali, il pericolo. Condivisero anche amarezze, attacchi ingiusti, critiche immotivate, invidie e ostacoli. Condivisero anche il rifiuto della rassegnazione.

Non aspettavano, fatalisticamente, che arrivasse qualcuno dall’esterno, capace di liberare la Sicilia della presenza della mafia. Falcone, Borsellino e tanti altri a quella presenza hanno inferto colpi e sconfitte fondamentali. Con risultati di grande efficacia.

Il Maxiprocesso, condotto magistralmente, sulla base delle intuizioni e del lavoro di Giovanni Falcone, ha costituito una svolta radicale nella guerra dello Stato contro Cosa Nostra.

Sul banco degli accusati finirono non soltanto singoli gregari, ma l’intero mondo della mafia. Le rivelazioni dei "collaboranti", gestiti, con sagacia e fermezza, svelavano organigrammi, regole, codici e linguaggi, sfatando il mito dell’impenetrabilità dell’organizzazione mafiosa. Con quella sequela di condanne, la mafia perdeva, inoltre, quella pretesa di invincibilità che aveva sempre rappresentato uno dei suoi capisaldi.

Il risultato, così importante, del Maxiprocesso non fu dovuto a una concomitanza di circostanze favorevoli. Ma all’impegno, alla determinazione, al coraggio anzitutto dei suoi ideatori; e di chi lo condusse. Esso era il risultato di un metodo innovativo, sperimentato sul campo da molti anni, che vedeva la mafia come fenomeno unitario. Un’ impostazione preziosa e lucida, che esigeva, insieme, coordinamento, collaborazione e approfondita specializzazione tra magistrati preposti al suo contrasto, strumenti di indagine sempre più moderni ed efficaci, sviluppo della collaborazione internazionale.

Non fu certo casuale che alcuni mafiosi, di peso nel loro mondo, decisero di collaborare con i magistrati. Era uno dei risultati di quella professionalità specifica, nella gestione delle indagini, che Falcone rivendicava come elemento irrinunziabile della lotta alla mafia.

Una condizione che oggi, con le procure antimafia, nazionale e distrettuali, e con l’intensificarsi della collaborazione a livello internazionale, con la creazione di strutture apposite, ci sembra persino scontato ma che pure trovò, negli anni di Falcone, obiezioni e ostilità.

Oggi quelle impostazioni, quel metodo, sono alla base della legislazione antimafia, non solo in Italia, ma in tante parti del mondo.

Da allora si sono fatti grandi passi in avanti nel contrasto alla mafia e va sottolineato – come motivo di orgoglio della nostra democrazia – che i risultati sono stati raggiunti, come nella lotta contro il terrorismo, utilizzando al meglio le regole dello stato di diritto.

In occasione del Maxiprocesso, l’Italia, nel suo complesso, fu capace di far sistema contro la mafia: giudici e forze dell’ordine, anzitutto, e, nelle loro responsabilità, Parlamento, Governo – attraverso i nessi di allora, dell’Interno e della Giustizia – giornalisti e opinione pubblica ne furono partecipi.

Lo stesso impegno, di autentica coralità nazionale, visto nel Maxiprocesso di Palermo, è richiesto anche oggi per fronteggiare le insidie persistenti di una criminalità mafiosa che, seppure colpita, mantiene una grande capacità di trasformarsi e di mimetizzarsi.

Cari ragazzi,

Oggi avete sentito – e reso voi stessi – molte e importanti testimonianze sulla vita e sull’opera di uomini di grande valore. Vorrei solo aggiungere una riflessione.

Falcone, come Borsellino, come tanti altri servitori delle istituzioni, caduti in Sicilia o altrove, erano straordinari nel loro impegno ma si sentivano – ed erano – persone normali.

Le doti di tenacia, di coraggio, di intuizione, di intelligenza, di rigore morale erano presenti in loro in grande misura. Ma i loro sono stati comportamenti che ogni persona – ciascuno di noi – può esprimere, compiendo scelte chiare e coerenti.

Quegli uomini, oggi, costituiscono punti di riferimento. Ma devono essere, soprattutto, esempi.

Falcone – che prevedeva che, prima o poi, avrebbero tentato di ucciderlo – ebbe a dire: «Gli uomini passano, le idee restano. Restano le loro tensioni morali, e continueranno a camminare sulle gambe di altri uomini».

E’ un richiamo per tutti, soprattutto per chi assume responsabilità istituzionali.

Mi rivolgo particolarmente a voi, ragazzi. Oggi, e per il futuro, le idee, la tensione morale di Giovanni Falcone, di Francesca Morvillo, di Paolo Borsellino, camminano anche sulle vostre gambe: sulle vostre idee, sui vostri comportamenti.

Vi auguro di esserne, come oggi, sempre consapevoli!

Tratto da www.quirinale.it.
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Messaggio di cordoglio del Presidente Mattarella per le vittime dell’attentato di Manchester

C o m u n i c a t o

Il Presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha inviato a S.M. Elisabetta II, Regina del Regno Unito di Gran Bretagna e dell’Irlanda del Nord, il seguente messaggio:

«L’Italia intera è sgomenta di fronte alle immagini giunte da Manchester nel corso della notte scorsa. Suscita particolare dolore la notizia del coinvolgimento nell’attacco di molti giovanissimi ragazzi e ragazze, vittime di questa insensata violenza criminale mentre erano riuniti nella serena occasione di un concerto.

In questi drammatici momenti desidero farmi interprete dei più sinceri sentimenti di cordoglio di tutti gli italiani. I nostri pensieri sono rivolti alle famiglie delle vittime e accompagnano con partecipe solidarietà tutti i feriti, augurando loro un pronto ristabilimento.

Con questi sentimenti, a nome dell’Italia e mio personale, rinnovo a lei, Maestà, e al Regno Unito le più sentite condoglianze».

Roma, 23 maggio 2017

Tratto da www.quirinale.it.
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Message of condolence from President Mattarella for the victims of the attack in Manchester

Communiqué

The President of the Republic, Sergio Mattarella, has sent the following message to Her Majesty Queen Elizabeth II of the United Kingdom of Great Britain and Northern Ireland:

"Italy was shocked by the images of the attack suffered by the city of Manchester last night. We are especially saddened by the presence of many very young boys and girls, who became victims of this
odious and senseless criminal violence while gathered on the pleasant occasion of a concert.

In this tragic moment I wish to express the heart-felt condolences of the people of Italy. Our thoughts are with the families of the victims and to all the people injured, I send my wishes for their quick recovery.

Your Majesty, it is in this spirit that, on behalf of the Italian people and myself, I should like to express my deepest sympathy to you and to the United Kingdom."

Rome, 23 May 2017

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