Charles Dickens – La bottega dell’antiquario

1.

È mio costume, vecchio qual sono, d’andare a passeggio quasi sempre di notte. L’estate, spesso, me n’esco di casa la mattina presto, e giro per i campi e i viottoli tutta la giornata, o anche me ne sto lontano per giorni o settimane di fila; ma, tranne che in campagna, di rado esco se non al buio, sebbene, e ne sia ringraziato il Cielo, io ami la luce del giorno e senta, al pari d’ogni creatura vivente, la gioia ch’essa riversa sul mondo.
Ho contratto quest’abitudine senza accorgermene, sia perchè seconda la mia infermità, sia perchè m’offre la più favorevole occasione di meditare sul carattere e la occupazione di quanti affollano le vie. Il barbaglio e il trambusto del pieno meriggio non s’adattano alle mie oziose fantasticherie; un’occhiata ai visi che passano, côlta al riflesso d’un fanale o d’una mostra di bottega, spesso vale per il mio proposito, più della loro intera rivelazione alla luce del giorno; e, sotto questo rispetto, la notte, a dire il vero, è più riguardosa del giorno, il quale, non di rado, senza la minima cerimonia o il minimo rimorso, distrugge un bel castello in aria nell’atto stesso che si riesce a coronarlo.
È una meraviglia come gli abitanti d’anguste viuzze resistano a quel continuo passaggio da una parte e dall’altra, a quella perpetua irrequietezza, a quell’incessante esercitazione di piedi che consuma e fa lisci e lucenti i ciottoli più scabri. Si pensi un po’ in un luogo come Saint-Martin’s Court, a un malato che ascolti quello scalpiccìo e sia obbligato, in mezzo a tutti i suoi dolori e a tutte le sue tribolazioni, a distinguere (come per un compito assegnatogli), il passo del fanciullo da quello dell’uomo, la ciabatta del mendicante dallo stivaletto d’uno zerbinotto, l’ozioso dall’affaccendato, l’andatura dinoccolata d’un disgraziato senza tetto dal rapido movimento d’uno speranzoso cacciatore di piaceri – si pensi un po’ al brusìo e allo strepito sempre presenti ai suoi sensi, e al torrente di vita che non si arresta mai e che continua a riversarsi, a riversarsi, a riversarsi, attraverso a tutti i suoi sogni irrequieti, come se egli fosse condannato a giacere, morto ma consapevole, in un cimitero rombante, e non avesse alcuna speranza di riposo per tutti i secoli avvenire!
Poi le folle che passano e ripassano in continuazione sui ponti (su quelli, almeno, che sono esenti da pedaggio), dove molti si fermano nelle belle serate a fissar indolentemente l’acqua, con qualche vago pensiero, non mai formulato prima, che essa scorre fra due verdi sponde che si vanno sempre più allargando finchè non si congiungono con l’ampio, vastissimo mare – dove alcuni si fermano a riposare da gravi fardelli, e pensano, guardando oltre il parapetto, che fumare e passare in ozio la vita, e dormire sdraiati al sole su un impermeabile caldo, in una lenta e pigra barca, dev’essere una vera beatitudine – e dove alcuni, di una classe assolutamente diversa, sostano con fardelli ancora più gravi, ricordando di aver udito o letto in qualche giorno lontano che morire annegati non è penoso, ma il migliore e più agevole fra tutti i mezzi per sottrarsi agli affanni del mondo.
E poi si pensi anche al mercato di Covent Garden la mattina presto, in primavera o in estate, quando è nell’aria la dolce fragranza dei fiori, che vince persino le insane esalazioni delle baldorie notturne e rende quasi folle di gioia il triste cardellino, la cui gabbia è rimasta sospesa tutta la notte fuori la finestra d’una soffitta! Povero uccellino! Il solo oggetto lì intorno assolutamente simile agli altri piccoli pennuti, dei quali alcuni, ritraendosi dalle calde dita di compratori ancor ebbri, giacciono a testa china sul viale, mentre altri, sofferenti nell’angusto spazio in cui sono ammucchiati, aspettano l’ora di essere abbeverati e rinfrescati per riuscir graditi ad avventori più sobrii e far domandare a qualche vecchio commesso che li vede recandosi alle sue faccende quotidiane, che cosa mai gli abbia ridestato in cuore le liete visioni della campagna.
Ma io non ho lo scopo di diffondermi sulle mie passeggiate. La storia che mi accingo a raccontare ebbe origine in una di queste escursioni; e sono stato indotto a parlarne per via d’introduzione.
Una sera avevo gironzato per la città e camminavo lentamente secondo il solito, meditando su molte cose, quando fui arrestato da una domanda, che non compresi ma che pareva rivolta a me ed era pronunciata da una tenera e dolce voce che mi sonò piacevolmente all’orecchio. Mi voltai in fretta, e mi trovai al fianco una oziosa fanciulla, la quale mi pregò di dirle per dove s’andava in una certa via a una notevole distanza, e in una contrada della città assolutamente lontana.
– Bambina mia, è lontanissimo da qui – dissi.
– Lo so signore – ella mi rispose timidamente; – purtroppo è molto lontano. Son venuta di là, stasera.
– Sola? – dissi, con qualche sorpresa.
– Ah, sì, che importa! Ma io ho un po’ paura ora, perchè mi sono smarrita.
– E che cosa ti fa rivolgere a me? E se io ti dessi una direzione falsa?
– Son certa che non lo farete – disse la piccina – siete tanto vecchio, e camminate così piano.
Non so descrivere l’impressione prodottami da queste parole, e l’energia con cui furono dette, che fece spuntare una lagrima nel limpido occhio della fanciulla, e tremare l’esile personcina, mentr’ella mi guardava in viso.
– Vieni – dissi – ti condurrò io.
Ella mise la mano nella mia, con la stessa fiducia che se m’avesse conosciuto dalla culla, e ci mettemmo a trotterellare insieme, la piccina accordando il suo passo col mio, e piuttosto con l’aria di condur lei me e di vegliar su di me, che io di stare a protegger lei. Osservai che di quando in quando mi guardava furtivamente in viso, come per assicurarsi che io proprio non la ingannavo, e che quelle occhiate (le quali erano molto vive e acute) sembravano tutte le volte accrescere la sua fiducia.
Dal canto mio, la curiosità e l’interessamento erano, almeno, eguali a quelli della bambina; perchè bambina ella era di certo, benchè credessi probabile, a quanto potevo giudicare, che la piccolezza e la delicatezza della persona dessero al suo aspetto un’aria infantile particolare. Benchè vestita meno pesantemente di quanto sarebbe stato necessario, quel che aveva indosso era assolutamente lindo e senza alcuna traccia di povertà o negligenza.
– Chi ti ha mandata sola così lontano? – dissi.
– Uno che mi vuol molto bene, signore.
– E che cosa sei andata a fare?
– Questo, non lo debbo dire – disse la fanciulla.
V’era qualcosa nel tono della risposta che mi fece guardare la piccina con un’involontaria espressione di sorpresa; perchè mi domandai, quale sorta mai di commissione potesse esser quella che la teneva preparata a sostenere un interrogatorio. I suoi vivi occhi sembrava mi leggessero in fondo all’anima. Come s’incontrarono nei miei, ella aggiunse che non v’era alcun male in ciò che era andata a fare, ma che si trattava d’un gran segreto – un segreto che neppur lei sapeva.
Questo fu detto senza alcuna apparenza di astuzia o d’inganno, ma con una limpida schiettezza che portava l’impronta della verità. Ella continuò a camminare come prima, facendosi più familiare con me mentre si andava, e parlando lietamente per via; ma non disse più nulla di casa sua; notò soltanto che eravamo entrati in una strada nuova, e domandò se fosse breve.
Mentre eravamo così occupati, tentai fra me e me un centinaio di spiegazioni dell’enigma, e le respinsi tutte. In realtà mi vergognavo, rifuggivo, per lo scopo di appagare la mia curiosità, dall’approfittare del candore e del sentimento di gratitudine della fanciulla. Io voglio bene ai piccini; e non è poco se questi teneri germogli, usciti così freschi dalle mani di Dio, ci vogliono bene. Siccome m’ero compiaciuto, in principio, della fiducia della fanciulla, risolsi di meritarmela e render giustizia alla sua natura che l’aveva persuasa a fidarsi di me.
Non v’era alcuna ragione, però, di trattenermi dal veder la persona che l’aveva con tanta inconsideratezza spedita di notte e sola a tanta distanza; e siccome non era improbabile che trovandosi vicino a casa ella potesse dirmi addio e privarmi di questa occasione, evitai le vie più frequentate e seguii le più oscure e solitarie. Così non fu che quando ci trovammo, quasi nel punto che cercavamo, ch’ella s’accôrse dov’era. Battendo le mani dalla gioia, e correndo dinanzi di alcuni passi la mia piccola conoscente si fermò di faccia a un uscio; e aspettando ferma sulla soglia, picchiò soltanto quand io l’ebbi raggiunta.
Una parte di quell’uscio era di semplice vetro; ma sulle prime non me n’ero accorto, perchè al di dentro era tutto buio e silenzio, ed io attendevo ansioso (come anche la fanciulla) la risposta ai suoi appelli. Dopo che ella ebbe picchiato due o tre volte vi fu come un rumore di persona che si movesse all’interno, e infine un fioco barlume apparve a traverso il vetro, il quale, giacchè la persona si avvicinava con gran lentezza – dovendo aprirsi la via fra un gran numero di oggetti sparsi all’intorno – mi mise in grado di vedere e che sorta di persona fosse quella che veniva verso di noi, e che sorta di luogo quello attraversato dalla persona.
Si trattava d’un vecchietto con la lunga chioma grigia, del quale potei chiaramente vedere il viso e tutto il corpo, mentr’egli, venendo innanzi, teneva levata sul capo una candela e moveva cauto il passo. Nelle sue forme magre e sparute, immaginai di poter riconoscere, benchè assai alterata dall’età, la stessa impronta delicata che avevo osservato nella fanciulla. Gli occhi azzurri del vecchietto e quelli della fanciulla si rassomigliavano molto, ma la faccia di lui era così profondamente solcata di rughe e così grave di pensieri, che ogni rassomiglianza si fermava lì.
Il luogo a traverso il quale egli procedeva pian piano, era uno di quei ricettacoli di vecchi oggetti curiosi che sembrano si annidino nei vecchi angoli di questa città, nascondendo agli occhi del pubblico con gelosia e diffidenza i loro tesori. Vi erano, ritte, qua e là, armature di ferro che parevan quasi spettri corazzati; intagli fantastici, tolti da monasteri, armi rugginose di varie specie, figure contorte di porcellana, di legno, di ferro, di avorio; tappeti, arazzi e strani arredi che potevano essere stati disegnati in sogno. Il viso dalle orbite cave del vecchietto era in sorprendente accordo col luogo: egli poteva essere andato vagando a tentoni fra le chiese, le tombe e nelle case abbandonate per raccoglier con le sue stesse mani tutte quelle spoglie. Non v’era in quella collezione nulla che non fosse in armonia con lui; nulla che sembrasse più vecchio e logoro di lui.
Dopo che ebbe girato la chiave nella toppa, egli mi squadrò con un certo stupore, che non diminuì quando guardò da me alla mia compagna. Appena aperto l’uscio, la fanciulla si volse al nonno, e gli narrò il caso della nostra compagnia.
– Iddio ti benedica, figlia mia! – disse il vecchio, carezzandole la testa. – Come hai potuto smarrirti? E se ti avessi perduta, Nella!
– Ma ti avrei pure trovato, nonno! – disse baldanzosamente la fanciulla. – Non aver paura.
Il vecchio la baciò; poi si volse a me e mi pregò di entrare. L’uscio fu chiuso e serrato. Precedendomi con la candela, egli mi condusse a traverso la stanza ch’io aveva già veduta dal di fuori, in un piccolo salotto attiguo, nel quale vi era un altro uscio che si apriva in una specie di gabinetto, dove vidi un lettino nel quale avrebbe potuto dormire una fata: tanto era piccino e così leggiadramente disposto. La fanciulla prese una candela e scomparve agile e leggera nella cameretta, lasciandomi solo col vecchio.
– Voi certo siete stanco, signore – egli disse, avvicinando una sedia accanto al focolare. – Come posso ringraziarvi?
– Con l’avere un’altra volta più cura di vostra nipote, mio buon amico – risposi.
– Più cura! – disse il vecchio con voce stridula. – Più cura di Nellina? Chi ha mai voluto bene a una bambina più di quanto io ne voglia a Nella?
Mi disse questo con tono così evidente di sorpresa, che io non seppi che risposta dargli; tanto più perchè gli scôrsi in viso, accoppiati con qualche debolezza e incongruenza di modi, dei segni di pensiero profondo e ansioso che mi convinsero ch’egli non poteva essere, come sulle prime ero stato indotto a credere, in uno stato di rimbambimento.
– Io non credo che voi consideriate… – incominciai.
– Io non considero! – esclamò il vecchio interrompendomi. – Io non considero Nella! Oh! come siete lontano dal vero! La piccola Nellina, la piccola Nellina!
Sarebbe stato impossibile a chiunque – non parlo di quella forma di espressione – esprimere più affetto di quel che l’antiquario facesse con quelle quattro parole. Aspettai che parlasse di nuovo, ma egli poggiò il mento alla mano, e scotendo il capo due o tre volte, fissò gli occhi al fuoco.
Mentre eravamo seduti così, in silenzio, l’uscio della cameretta si aperse, e la fanciulla riapparve: aveva la chioma castanea sciolta intorno al collo e il viso arrossato dall’ansia di raggiungerci. Immediatamente si diede d’attorno a preparar da cena, e nell’atto ch’era così affaccendata, notai che il vecchio s’era messo ad osservarmi più minutamente di quanto avesse fatto fino allora. Fui sorpreso nel vedere che, nel frattempo, la fanciulla s’occupava di tutto e che in casa non c’era nessun altro. Colsi l’occasione d’un momento in cui la fanciulla s’era allontanata per arrischiare qualche parola su questa circostanza; ma il vecchio mi rispose che v’erano poche persone adulte più degne di fiducia e più accorte di lei.
– Mi addolora sempre – osservai, mosso da ciò che prendevo per suo egoismo – m’addolora sempre vedere i fanciulli iniziati alle durezze della vita, quando sono appena usciti dall’infanzia. Questo scompiglia la loro fiducia e la loro semplicità… due delle migliori qualità di cui li adorna il Cielo… e fa sì ch’essi partecipino alle nostre tristezze prima che siano capaci di godere dei nostri piaceri.
– Non scompiglierà mai le sue – disse il vecchio, guardandomi fisso – le sorgenti sono troppo profonde. D’altra parte, i figliuoli dei poveri conoscono pochi piaceri. Anche le più tenere gioie della fanciullezza si debbono comprare e pagare.
– Ma… scusatemi se ve lo dico… certo voi non siete così povero… – dissi.
– Essa non è mia figlia, signore – rispose il vecchio. – Sua madre era mia figlia, ed era povera. Io non risparmio nulla… neppure un centesimo… benchè io viva come voi vedete, ma… – mi mise una mano sul braccio e si sporse verso di me bisbigliando: – essa sarà ricca uno di questi giorni; e una grande signora. Non pensate male di me, perchè io mi servo di lei. Essa, come vedete, lavora allegramente, e non si darebbe pace se io tollerassi che qualcun altro facesse per me ciò che le sue manine son capaci di fare. Io non la considero! – esclamò, assumendo improvvisamente un tono querulo. – Ebbene, Iddio sa che questa bambina è l’unico pensiero, l’unico scopo della mia vita, e pure egli non mi favorisce… no, mai!
In quell’istante, il soggetto della nostra conversazione riapparve di nuovo, e il vecchio, accennandomi di avvicinarmi alla tavola, s’interruppe, e non disse più parola.
Avevamo appena cominciato a mangiare, che vi fu un colpo alla porta per la quale ero entrato, e Nella, scoppiando in una risata cordiale, che io fui lieto di udire, perchè era infantile e gioiosa, disse che certo era finalmente Kit di ritorno.
– Sciocchina di Nella! – disse il vecchio, carezzandole i capelli. – Ride sempre del povero Kit.
La fanciulla rise di nuovo e più cordialmente di prima, e io non potei non imitarla e ridere per pura simpatia. Il vecchietto prese una candela e andò ad aprire l’uscio. Quando ritornò, era seguito da Kit.
Kit era un ragazzo goffo e sgraziato con una selva foltissima di capelli, la bocca straordinariamente larga, le guance molto rosse, il naso all’insù e la più comica espressione ch’io m’avessi mai vista. Egli s’arrestò sulla porta vedendo un estraneo, e facendo girare in mano un vecchio cappello perfettamente rotondo senza traccia di falde, e sostenendosi ora su una gamba ora sull’altra, e cambiando in continuazione di puntello, rimase dove si trovava con l’occhiata più straordinaria che io m’avessi veduta. Da quel momento mi nacque un sentimento di simpatia per quel ragazzo, perchè sentii che nella vita della fanciulla egli rappresentava il senso del comico e dell’allegria.
– Un bel viaggio, no, Kit? – disse il vecchietto.
– Sì, poi, un bel pezzo di strada, padrone – rispose Kit.
– Hai trovato facilmente la casa?
– Sì, poi, non molto e troppo facilmente, padrone – disse Kit.
– S’intende che sei tornato con una gran fame!
– Sì, poi, credo che sia proprio così – rispose Kit.
Il ragazzo aveva uno strano modo di tenersi di lato, parlando, e di protender la testa su una spalla, come se non potesse usar la voce senza quel gesto. Io credo ch’egli avrebbe divertito chiunque e dovunque, ma il gran divertimento che la sua bizzarria dava alla fanciulla e la consolante idea che v’era qualcosa che la rallegrava in un luogo che sembrava si adattasse così poco a lei, erano assolutamente irresistibili. Era inoltre un gran fatto che lo stesso Kit fosse compiaciuto dell’impressione che faceva, e che dopo parecchi inutili tentativi di conservarsi grave, scoppiasse in un gran strepito, e si mettesse a ridere violentemente con la bocca spalancata e gli occhi socchiusi.
Il vecchio era ricaduto nella sua prima distrazione, non badando a ciò che si svolgeva dinanzi a sè; ma osservai che quando la risata della fanciulla cessò, le lucenti pupille di lei apparvero velate di lagrime, suscitate dalla profonda sincerità con cui ella dava il benvenuto al suo goffo favorito dopo la piccola ansietà della sera. Quanto a Kit (che rise in tal modo che per poco non gridò), egli non fece che portarsi in un angolo un bel pezzo di pane e di carne e un bicchiere di birra, preparandosi a spacciarli con la massima voracità.
– Oh! – disse il vecchio, volgendosi a me con un sospiro, come se gli avessi parlato in quel momento. – Voi non sapete ciò che vi dite, quando mi dite che non la considero.
– Non dovete dar tanta importanza a un’osservazione fondata sulle prime apparenze, caro amico – dissi.
– No – rispose il vecchio pensoso – no. Vieni qui Nella.
La fanciulla si levò sollecita dal suo posto, e gli mise un braccio intorno al collo.
– Ti voglio bene, Nella? – egli disse. – Di’, ti voglio bene o no. Nella!
La fanciulla rispose soltanto con una carezza poggiando la testa sul petto del vecchio.
– Perchè sospiri? – disse il nonno, stringendola forte e dandomi un’occhiata. – Perchè sai che ti voglio bene, e ti dispiace che, con la mia domanda, io sembri dubitarne? Bene, bene… allora diciamo che ti voglio bene tanto tanto.
– Davvero, davvero – rispose la fanciulla con gran serietà – Kit lo sa che tu mi vuoi bene tanto tanto.
Kit, che nello spacciare il pane e la carne aveva, a ogni boccata, inghiottito due terzi del coltello con la freddezza d’un giocoliere, interruppe la sua operazione a quell’allusione, e gridò: – Nessuno è così sciocco da dire che non ti vuol bene! – Dopo di che si rese incapace a continuare la conversazione facendo un solo boccone d’una tartina enorme.
– Essa è povera ora – disse il vecchio, carezzando la guancia della fanciulla – ma, ripeto, s’avvicina il tempo che sarà ricca. Ce n’è voluto, ma deve divenire finalmente; ho atteso tanto, tanto tempo, ma certo deve venire. È venuto anche per altri che non hanno fatto che scialacquare e darsi alla bella vita. Quando verrà per me!
– Io son molto felice così come mi trovo, nonno! – disse la fanciulla.
– Taci, taci! – rispose il vecchio. – Tu non sai… come potresti sapere! – Poi di nuovo mormorò fra i denti: – Deve venire il tempo, son sicuro che verrà. Più tardi verrà, meglio sarà; – e poi sospirò e ricadde nella sua prima meditazione, e sempre con la fanciulla fra le ginocchia apparve insensibile a tutto ciò che gli stava d’attorno. Mancavano allora solo pochi minuti a mezzanotte, e io mi levai per andarmene, e quest’atto lo richiamò in sè.
– Un momento, signore – egli disse. – Bene, Kit, è già mezzanotte, ragazzo mio, e sei ancora qui. Va’ a casa, va’ a casa, e sii puntuale domani, che c’è molto da fare. Buona sera! Su, digli buona sera, Nella, e lascialo andare!
– Buona sera, Kit – disse la fanciulla, con gli occhi illuminati di letizia e di bontà.
– Buona sera, signorina Nella – rispose il ragazzo.
– E ringrazia questo signore – s’intromise il vecchio – perchè senza di lui, stasera avrei perduto la mia bambina.
– No, no, padrone – disse Kit: – impossibile, impossibile!
– Che vuoi dire? – esclamò il vecchio.
– L’avrei trovata io, padrone – disse Kit – l’avrei trovata io. Scommetto che la troverei anche se fosse sotto terra. Più presto di qualunque altro, padrone. Ah, ah, ah!
Ancora una volta spalancando la bocca e socchiudendo gli occhi e ridendo rumorosamente, Kit gradatamente si ritrasse fino all’uscio, sfogandosi ben bene.
Uscito dalla stanza, il ragazzo non indugiò a partirsene; e quando se ne fu andato, e la fanciulla si mise a sparecchiare, il vecchio disse:
– Vi sembrerà, signore, ch’io non vi abbia ringraziato abbastanza per quanto avete fatto stasera; ma io vi ringrazio umilmente e profondamente; e lo stesso fa lei, e i suoi ringraziamenti sono migliori dei miei. Mi dispiacerebbe che ve n’andaste pensando che io non vi sia grato per la vostra bontà, o che sia incurante di lei… davvero, che non è così.
– Ne ero più che certo – dissi – da ciò che avevo veduto. – Ma – aggiunsi – posso farvi una domanda?
– Ma certo, signore – rispose il vecchio – di che si tratta?
– Questa delicata bambina – io dissi – con tanta bellezza e intelligenza… non ha altri che voi che abbia cura di lei? Non ha altro compagno o altro consigliere?
– No – egli rispose, guardandomi ansioso in viso – no, e non ha bisogno di nessun altro.
– Ma non temete – dissi – di fraintendere un ufficio così tenero? Son certo, che le vostre intenzioni sono ottime; ma siete assolutamente sicuro di saper compiere un ufficio simile? Io son vecchio come voi, e son mosso dall’interessamento dei vecchi per tutto ciò che è giovane e promettente. Credete che quello che stasera ho veduto di voi e di questa piccina debba darmi un sentimento privo d’ogni penosa impressione?
– Signore – aggiunse il vecchio dopo un momento di silenzio – io non ho il diritto d’avermi a male di ciò che dite. È vero che per molti rispetti sono io il bambino e lei la persona adulta… è cosa che avete già vista. Ma vegliando o dormendo, di notte o di giorno, essendo malato o sano, io non penso che a lei; e se voi sapeste quanto, mi guardereste con occhi diversi, sì, proprio. Oh! è una vita tribolata per un vecchio… una vita tribolata, tribolata… ma v’è un grande scopo da raggiungere e a quello unicamente io miro.
Vedendolo eccitato e impaziente, col proposito di non dir nulla, mi voltai per infilarmi il soprabito che m’ero tolto entrando nella stanza. Fui sorpreso dal trovarmi la fanciulla al fianco, con un mantello sul braccio, e nella mano un cappello e una mazza.
– Codesti non sono miei, cara – dissi.
– No – rispose la fanciulla tranquilla – sono del nonno.
– Ma egli non esce stasera.
– Oh, sì che esce – disse la fanciulla, con un sorriso.
– E voi che fate, bella mia?
– Io! Rimango qui, naturalmente. Sempre rimango qui.
Guardai stupito verso il vecchio; ma egli era, o fingeva d’essere, occupato a riassettarsi il vestito. Da lui volsi lo sguardo alla soave leggera figura della fanciulla. Sola! In quel triste luogo per tutta la malinconica notte!
Ella non parve accorgersi del mio stupore, ma allegramente aiutò il vecchio a mettersi il mantello, e, dopo che vide il nonno pronto, prese una candela per farci lume. Osservando che non la seguivamo, come credeva, si voltò con un sorriso e ci aspettò. Il vecchio mostrò in viso di comprendere benissimo la ragione della mi esitazione; ma mi accennò soltanto col capo di uscir prima dalla stanza, e non disse sillaba. Io non potevo che obbedire.
Quando raggiungemmo l’uscio esterno, la fanciulla, deponendo la candela, si volse a dir buona notte e levò il viso per baciarmi. Poi, corse al vecchio che se la strinse fra le braccia e pregò Iddio di benedirla.
– Riposa bene, Nella – egli disse sottovoce – e gli angioli ti veglino! Non dimenticar le tue preghiere, gioia mia.
– No davvero – rispose fervorosa la fanciulla – così mi fanno tanto felice!
– Bene, bene; lo so; ti debbono far felice – disse il vecchio. – Sii benedetta cento volte! Sarò a casa domani mattina presto.
– Non sonerai due volte – rispose la fanciulla. – Il campanello mi sveglia anche nel bel mezzo di un sogno.
E così si separarono. La fanciulla aperse l’uscio (ora difeso da un’imposta incastrata, come avevo udito, dal ragazzo prima di andarsene) e con un altro addio, il cui limpido e tenero accento ho ricordato mille e mille volte, se ne rimase lì accanto, finchè non fummo usciti.
Il vecchio si fermò un momento, mentre l’uscio veniva chiuso e serrato dal di dentro, e assicuratosi che il catenaccio era stato tirato, si mise a camminare a lenti passi. Alla cantonata si fermò. Guardandomi con aspetto turbato, disse che le nostre strade erano assolutamente opposte, e ch’egli doveva congedarsi da me. Io volevo parlare, ma, sforzandomi più di quanto si sarebbe potuto aspettare da un uomo della sua età, egli si affrettò ad andarsene. Vidi che si voltò due o tre volte per accertarsi se io continuassi ad osservarlo o forse per assicurarsi di non esser da me seguito a distanza. L’oscurità della notte favorì la sua scomparsa, e la persona del vecchio fu tosto fuori di vista.
Rimasi fermo nel punto dove m’aveva lasciato, riluttante ad andarmene, e pure ignaro del perchè stessi lì a indugiarmi così. Guardai ansioso la via dalla quale eravamo sboccati, e, dopo un po’, vi ritornai. Passai e ripassai innanzi alla casa, e mi fermai per origliare all’uscio: tutto era buio e silente come un sepolcro.
Continuai ad aggirarmi lì intorno, senza potermene staccare, pensando a tutti i probabili mali che potevano abbattersi sulla fanciulla – a un incendio, a un assalto di ladri, a un assassinio perfino – con la sensazione che qualche grave disgrazia sarebbe successa, se io avessi abbandonato quel posto. Il chiudersi d’una porta o di una finestra in quella via, mi spingeva ancora una volta innanzi alla bottega dell’antiquario. Traversavo la strada per andare a dare un’occhiata alla casa, per assicurarmi che il rumore non venisse di lì. No, tutto era lo stesso di prima, nero, freddo, e morto.
V’era poca gente in giro: la via era triste e lugubre, e quasi tutta a mia disposizione. Pochi ritardatari, usciti dai teatri, si dirigevano in fretta verso casa; di quando in quando, mi tiravo da un lato per scansare qualche ubbriaco che passava cantando e barcollando; ma queste interruzioni erano rare, e cessarono subito. Gli orologi scoccarono l’una. Io continuavo a passeggiare su e giù, e proponendomi che quella sarebbe stata l’ultima volta, dimenticavo il mio proposito e ricominciavo ad andare su e giù.
Quanto più pensavo a ciò che mi aveva detto il vecchio, e ai suoi sguardi e alla sua condotta, tanto meno riuscivo a giustificare ciò che avevo veduto o udito. Un vivo spirito di diffidenza mi avvertiva che lo scopo della sua assenza notturna non era buono. Io ero riuscito a sapere la cosa soltanto per il candore della fanciulla; il vecchio, benchè fosse stato presente in quel momento e avesse notato il mio palese stupore, aveva mantenuto uno strano mistero sull’argomento, non dando neppure una parola di spiegazione. Queste riflessioni mi misero di nuovo innanzi, e con più evidenza di prima, il suo viso dalle orbite cave, le sue maniere incerte, i suoi sguardi irrequieti e ansiosi. La sua affezione per la fanciulla non s’accordava con l’idea d’una furfanteria della peggiore specie; ma quella stessa affezione era, in sè e per sè, una bizzarra contraddizione; giacchè, come poteva egli abbandonare la fanciulla? Per quanto io fossi disposto a pensar male di lui, non dubitai che il suo amore per lei non fosse reale. Non potevo ammettere un pensiero simile, ricordando ciò che s’era svolto fra noi, e il tono di voce col quale egli aveva pronunciato il nome di Nella.
“Rimango qui, naturalmente”, aveva detto la fanciulla rispondendo alla mia domanda. “Rimango sempre qui!” Che cosa mai lo attirava fuori di casa la notte, e tutte le notti? Rivangai tutti gli strani racconti, uditi narrare, di strani delitti nelle grandi città e che sfuggono a ogni indagine per una lunga serie d’anni. Per quanto quei fatti fossero orribili, non mancai di trovarne qualcuno che si adattava a questo mistero, il quale, però, mi si faceva più impenetrabile, a misura che cercavo di spiegarlo. Occupato da pensieri come questi, e da una folla d’altri tutti vôlti allo stesso punto, continuai a passeggiare in quella via per due lunghissime ore; finalmente, cominciò a piovere forte; e allora, stanco e spossato benchè non meno interessato di quanto fossi al principio, salii sulla prima vettura di piazza che mi passò accanto e me n’andai a casa. Il fuoco scoppiettava allegramente nel focolare, la lampada ardeva vivamente, il mio orologio a pendolo mi accolse col suo vecchio familiare benvenuto: tutto era cheto, tepido e lieto, e formava un felice contrasto con la tristezza e la tenebra che avevo lasciato al di fuori.
Mi adagiai sulla poltrona, e poggiandomi col dorso sugli ampi cuscini, dipinsi alla mia immaginazione la fanciulla nel suo letto: sola, non vigilata, negletta (tranne che dagli angeli), e pure tranquillamente addormentata. Una creatura così giovane, così eterea, così angelica passare le lunghe, malinconiche notti in un luogo così tetro! Non rivolgevo che questo in mente.
Noi siamo tanto abituati a desumer le nostre impressioni dagli oggetti esterni (dovrebbero esser prodotte dalla sola riflessione, ma, senza dei sussidi visibili, spesso ci sfuggono) che io non son certo che sarei stato posseduto così esclusivamente da quell’unico soggetto, se non fosse stato per i mucchi di fantastiche cose di cui era gremita la bottega dell’antiquario. Esse, affollandomisi in mente in relazione con la fanciulla, e raccogliendosi intorno a lei, per così dire, me la rendevano in un certo modo presente e palpabile. Vedevo la sua immagine, senza alcun sforzo di fantasia, circondata e stretta da oggetti estranei alla sua natura e più che possibile lontani dalle simpatie del suo sesso e della sua età. Se fossero mancate tutte quelle idee alla mia fantasia, e io fossi stato costretto a immaginarla in una camera comune, con nulla d’insolito o di bizzarro nell’arredamento, è assai probabile che la stranezza del suo abbandono e della sua solitudine non mi avrebbe fatto tanta impressione. Ma in quella condizione di cose, ella sembrava esistere in una specie d’allegoria; e, con le figurazioni che l’attorniavano, stimolava con tanta forza il mio interesse, che (come ho già notato), per quanto facessi, non potevo cancellarmela dalla memoria.
– Sarebbe una figurazione curiosa – dissi dopo degli irrequieti giri su e giù per la stanza – immaginarla nella vita futura, procedendo per la sua via solitaria fra una folla di compagni strani e grotteschi, l’unico essere, in quella calca, puro, fresco e giovanile. Sarebbe curioso trovare…
Mi frenai, perchè il tema mi portava innanzi a gran passi, e mi vedevo già in una regione nella quale ero poco disposto a entrare. Mi dissi che il mio era un ozioso almanaccare, e decisi di andare a letto, e tentar di dimenticare. Ma, tutta quella notte, sveglio o addormentato, gli stessi pensieri si riaffacciarono e le stesse immagini si impossessarono del mio cervello. Avevo, sempre innanzi a me, le vecchie stanze tristi e buie – le opprimenti armature di ferro con la loro silenziosa aria spettrale – tutte quelle facce contorte, ghignanti dal legno e dalla pietra – la polvere e la ruggine e l’insetto che vive del legno – e sola in mezzo a tutto quel vecchiume, quel disfacimento e le brutte immagini del passato, la bella fanciulla soavemente addormentata e sorrisa da sogni leggeri e radiosi.

II.

Dopo aver lottato, per qualche settimana, contro il sentimento che mi spingeva a rivedere la casa lasciata nelle condizioni che ho già riferite, alla fine cedetti; e decidendo che questa volta mi sarei presentato alla luce del giorno, nel pomeriggio volsi i miei passi verso quel luogo.
Arrivai fin oltre la casa e feci parecchi giri nella via, con quella specie di esitazione naturale a chi sa che la visita che vuol fare è inattesa, e può non riuscire gradita. Comunque, siccome l’uscio della bottega era chiuso, e non sembrava probabile che semplicemente passando dinanzi su e giù, sarei stato riconosciuto da quelli al di dentro, tosto vinsi la mia indecisione e mi trovai nella bottega dell’antiquario.
Il vecchio e un’altra persona erano insieme nel retrobottega, e pareva ci fossero state delle grosse parole fra i due, perchè le loro voci, levate a un tono molto alto, a un tratto s’abbassarono al mio ingresso, e il vecchio, venendomi incontro in fretta, disse con tono tremulo d’esser molto lieto della mia visita.
– Ci avete interrotti in un momento grave – disse indicando l’uomo che era in sua compagnia; – costui mi assassinerà uno di questi giorni. Se avesse osato, l’avrebbe fatto da lungo tempo.
– Bah! Tu mi rovineresti, se potessi – ribattè l’altro, dopo avermi fissato in viso, aggrottando le sopracciglia – lo sappiamo tutti.
– Credo che quasi lo vorrei! – esclamò il vecchio volgendosi stanco verso di lui. – Se i giuramenti, le preghiere, le parole, potessero sbarazzarmi di te, lo farebbero. L’avrei finita con te, e sarei consolato di vederti morto.
– Lo so – rispose l’altro. – Non l’ho detto forse? Ma nè i giuramenti, nè le preghiere, nè le parole mi uccideranno, e perciò vivo, e intendo di vivere.
– E sua madre è morta! – esclamò il vecchio, torcendosi dolorosamente le mani e guardando in alto. – E questa è la giustizia del Cielo!
L’altro se ne stava in piedi su una sedia, a guardare indolentemente il vecchio con un ghigno sprezzante. Era un giovane d’una ventina d’anni o giù di lì, ben formato e certo molto bello, sebbene l’espressione del viso fosse lungi dall’essere simpatica, perchè aveva, come anche nelle maniere e nel vestito, un’aria ripugnante d’insolenza e di dissipazione.
– Giustizia o no – disse il giovane – io sto qui e ci starò finchè non mi piacerà d’andarmene, tranne che tu non cerchi aiuto per cacciarmi fuori… Cosa che, so bene, non farai. Ti ripeto che voglio vedere mia sorella.
– Tua sorella! – disse il vecchio dolorosamente.
– Oh! Tu non puoi sopprimere la parentela – ribattè l’altro. – Se lo potessi, da quanto tempo l’avresti fatto tu. Voglio veder mia sorella, che tu tieni segregata qui, avvelenandole lo spirito coi tuoi vili segreti e fingendo di volerle bene per farla lavorare a morte, e aggiungere ogni settimana un po’ di miserabili scellini a quel danaro che tu appena riesci a contare. Voglio vederla; e la vedrò.
– Ecco il moralista che si mette a parlare di spiriti avvelenati! Ecco un’anima generosa che parla con disprezzo di pochi scellini racimolati con gran fatica – esclamò il vecchio, volgendosi da lui a me. – Un dissoluto, signore, che ha non solo perso il diritto di appellarsi a quelli che hanno la disgrazia d’esser del suo stesso sangue, ma anche alla società, che di lui non può annoverare che cattive azioni. Un bugiardo anche – aggiunse sottovoce, avvicinandosi – il quale sa che ella mi è cara, e cerca di ferirmi anche in questo, perchè c’è un estraneo.
– Gli estranei non mi fanno nè caldo nè freddo, nonno – disse il giovane, approfittando della parola – come neppure io a loro, spero. Ciò che possono far di meglio è di badare ai fatti loro, e di lasciarmi badare miei. C’è un amico che m’attende di fuori, e siccome sembra che io debba aspettare un poco, vado, se permetti, a chiamarlo.
Così dicendo, si diresse all’uscio, e affacciandosi sulla via accennò parecchie volte a una persona che non si vedeva e che, a giudicare dall’aria d’impazienza dei gesti d’invito, ebbe bisogno d’una gran quantità di persuasione perchè si decidesse a farsi avanti. Finalmente si presentò salterellando, in fondo alla via, di fronte, – come se passasse per caso – un certo figuro vistoso per la sua sudicia eleganza, il quale, dopo molti aggrottamenti della fronte e scosse della testa, di resistenza all’infinito, infine traversò la strada ed entrò nella bottega.
– Ecco qui. Questo è Riccardino Swiveller, – disse il giovane, traendoselo dietro. – Siediti, Swiveller.
– Ma non dispiace al vecchio? – disse il signor Swiveller, sottovoce.
– Siediti, – gli ripetè il compagno.
Il signor Swiveller obbedì, e guardandosi d’attorno con un sorriso propiziatorio, osservò che la settimana precedente aveva segnato un bel periodo per le anitre, e che quella corrente era una bella settimana per la polvere; osservò, inoltre, che stando addossato al pilastro della cantonata, aveva visto, dalla bottega d’un tabaccaio, uscire un porcellino con una paglia in bocca; da che si deduceva che s’avvicinava un’altra bella settimana per le anitre, perchè avrebbe indubbiamente piovuto. Prese quindi l’occasione di scusarsi per qualche negligenza che si potesse notargli negli abiti, perchè la notte scorsa “il sole gli aveva abbagliato forte gli occhi”; intendendo con questa espressione di dare agli uditori, nella maniera più delicata possibile, la notizia d’essere stato sbalorditivamente ubbriaco.
– Ma che cosa – disse il signor Swiveller con un sospiro – che cosa importa ogni discrepanza nell’abbigliamento finchè il fuoco dell’anima si accende al lume d’un’agape gioiosa, e l’ala dell’amicizia non muta una piuma! Che importa ogni discrepanza esterna se lo spirito s’espande per mezzo della bevanda di rubino, e l’istante presente è il meno felice della nostra esistenza!
– Tu qui non presiedi un banchetto – disse il suo amico, mezzo fra sè e sè.
– Rico!- esclamò Swiveller, picchiandosi il naso. – Ai saggi basta una parola… poi possiamo esser buoni e felici senza ricchezze, Rico. Non dire un altra sillaba. So quando dovrò parlare; la battuta d’attacco sarà eleganza. Solo un’altra parolina, Rico… c’è buona disposizione nel vecchio?
– Non ci badare – rispose l’amico.
– Bene ancora, bene ancora – disse Swiveller – la battuta d’attacco è cautela, e il tema è cautela. – Così dicendo strizzò l’occhio, come accennando alla custodia di qualche profondo segreto, e incrociando le braccia e poggiandosi alla spalliera della seggiola, si mise a guardare il soffitto con profonda gravità.
Forse non era molto irragionevole sospettare, da ciò che già s’era svolto, che il signor Swiveller non si fosse del tutto riavuto dagli effetti della potente irradiazione solare alla quale aveva alluso; ma se un simile sospetto non fosse stato destato dalle sue parole, i capelli arruffati, gli occhi imbambolati e la faccia affaticata gli sarebbero stati molto sfavorevoli testimoni. La sua acconciatura non era, com’egli stesso aveva accennato, tale da esser notata per una linda apparenza, ma in così fatto stato di negligenza da far chiaramente comprendere ch’egli s’era coricato bell’e vestito. Essa consisteva d’un abito a falde marrone, stretto alla vita con molti bottoni d’ottone sul davanti, e uno solo di dietro; una lucente cravatta a scacchi, una sottoveste a quadretti, un paio di calzoni bianchi infangati, e un cappello ammaccato, issato sulla fronte dalla parte posteriore, per nascondere un buco nella falda. Il petto dell’abito a falde era ornato da una tasca esterna su cui spuntava l’estremità più pulita d’un ampio e assai usato fazzoletto; gli orli delle maniche, tirati più che possibile giù, erano con ostentazione ripiegati sui polsini. Egli non sfoggiava guanti e portava una mazza gialla che aveva in cima una mano d’osso con un anello al mignolo e una palla nera nel pugno. Con tutti questi vantaggi personali (ai quali si può aggiungere un forte odore di tabacco e un predominante untume nell’aspetto), il signor Swiveller s’appoggiava alla sedia con gli occhi fissi al soffitto, e di tanto in tanto elevando la voce fino alla chiave necessaria, dilettava la compagnia con un po’ di versetti d’un’aria intensamente lugubre, ricadendo quindi a un tratto, nel bel mezzo di una nota, nel silenzio di prima.
Il vecchio si sedè su una poltrona, e, con le mani incrociate, guardava talvolta il nipote e talvolta il suo strano compagno, come se confessasse manifestamente la sua impotenza e non avesse altro mezzo che di lasciar fare ciò che volevano. Il giovane s’appoggiò contro un tavolo, non lungi dall’amico, indifferente in apparenza a tutto ciò che era accaduto; e io – che sentivo la difficoltà di qualunque intromissione, nonostante che il vecchio si fosse rivolto a me, e con le parole e con gli sguardi – finsi come meglio potei d’essere occupato ad esaminare alcuni degli oggetti schierati per la vendita, e non badare molto ai due visitatori.
Il silenzio non fu di lunga durata; perchè il signor Swiveller, dopo averci onorato con parecchie assicurazioni melodiose che il suo cuore vagava per i monti di Scozia, e che desiderava il proprio corsiero arabo come preliminare al compimento di grandi gesta di valore e fedeltà, allontanò gli occhi dal soffitto e ricadde di nuovo nella prosa.
– Rico – disse Swiveller, interrompendosi, come se l’idea gli fosse sorta proprio allora, e parlando con lo stesso bisbiglio di prima – il vecchio è ben disposto?
– Che importa? – rispose l’amico, incurante.
– No, ma è ben disposto? – disse Riccardo.
– Sì, s’intende. Ma che vuoi che m’importi della sua disposizione?
Imbaldanzito, a quanto parve, da questa risposta per entrare in una conversazione generale, il signor Swiveller si sforzò sinceramente di cattivarsi la nostra attenzione
Egli cominciò a dire che l’acqua di soda, benchè ottima in astratto, andava soggetta, non temperata col gin, a far sullo stomaco l’effetto del piombo. Era meglio anzi sostituire il ginepro con l’acquavite, tranne in considerazione della spesa. Siccome nessuno s’avventurò a contestare questi principî, egli continuò con l’osservare che le chiome umane erano forti assorbitrici del fumo di tabacco, e che i giovani signori di Westminster e di Eton, dopo aver ingerito dei mucchi di mele per nasconder ai loro affettuosi istitutori l’odore dei sigari, di solito per mezzo della chioma fornita di quella notevole proprietà, venivano infine scoperti; donde concluse che se la Società Reale avesse rivolta la sua attenzione a quella circostanza e si fosse sforzata di trovare nella scienza un mezzo per impedire simili incomode rivelazioni, sarebbe stata ritenuta una grande benefattrice dell’umanità. Essendo queste opinioni incontestabili, al pari di quelle già enunciate, egli seguitò con l’informarci che il rum Giamaica, benchè fosse indubbiamente un liquore piacevole per la sua grande potenza e fragranza, aveva il difetto di lasciar sentire il suo sapore per tutto il giorno appresso; e siccome nessuno si avventurò a contestare neppure questo punto, il giovane si fece ancora più confidente, socievole ed espansivo.
– È una brutta cosa, signori – disse il signor Swiveller – quando i parenti litigano e cadono in discordia. Se l’ala dell’amicizia non dovrebbe mai mutare una piuma, l’ala della parentela non dovrebbe essere mai mozzata e arruffata. Perchè un nipote e un nonno si debbono scagliare violentemente l’uno contro l’altro, quando tutto potrebbe essere beatitudine e amore? Perchè non stringersi la mano e dimenticare?
– Taci – gli disse l’amico.
– Signore – rispose il signor Swiveller – che non s’interrompa il presidente. Signori, come stan le cose nella presente occasione? Ecco qui un vecchio nonno burlone… sia detto col massimo rispetto… ed ecco qui un giovane nipote indisciplinato. Il vecchio nonno burlone dice al giovane nipote indisciplinato: “Rico, io ti ho allevato; ti ho dato i mezzi per farti strada nel mondo; tu hai deviato un poco, come fanno spesso i giovani; io non ti darò più la possibilità di rientrare in carreggiata, neppur l’ombra della possibilità”. Il giovane nipote indisciplinato risponde e dice: “Tu sei ricco che più non si può essere; tu non hai speso molto per me, e stai ammucchiando monti di denaro per la mia sorellina che vive con te in una maniera molto sospetta, strana e segreta e senza alcuna apparenza di gioia… Perchè non cerchi di dare una mano al parente già innanzi con gli anni?” A questo il vecchio nonno burlone ribatte che egli non solo rifiuta di snocciolare un centesimo con quella lieta prontezza che è sempre così piacevole e gradita in un galantuomo della sua età; ma che gli farà delle scene, gli dirà delle male parole e gli farà delle tristi osservazioni tutte le volte che lo incontrerà. Allora la questione in termini piani è questa: Non è un peccato che debba continuare questo stato di cose, e non sarebbe molto meglio che il vecchio galantuomo sborsasse una ragionevole somma di denaro, e tutto finisse in santa pace?
Spacciata questa orazione con molti cenni e gesti della mano, il signor Swiveller improvvisamente si cacciò in bocca il pomo della mazza come per impedire a sè stesso di guastarne l’effetto, nel caso gli fosse saltato il ticchio d’aggiungere un’altra parola.
– Perchè, Dio mi aiuti, mi dai la caccia e mi perseguiti? – disse il vecchio, volgendosi al nipote. – Perchè conduci qui i tuoi compagni di bagordi? Quante volte ti debbo dire che la mia è una vita di stenti e di abnegazione, e che sono poverissimo?
– Quante volte ti debbo dire – rispose l’altro, fissandolo freddamente – che io sono bene informato delle tue cose?
– Tu ti sei scelta la tua strada – disse il vecchio. Seguila, e lascia Nella e me a stentare e lavorare.
– Nella sarà tosto donna – rispose l’altro – e, cresciuta nella tua fede, dimenticherà il fratello, se qualche volta non lo vede.
– Bada – disse con gli occhi scintillanti il vecchio – che essa non ti dimentichi quando avrà la memoria più tenace. Bada che non venga il giorno in cui tu andrai scalzo ed essa in una bella vettura di sua proprietà.
– Tu intendi il giorno in cui avrà il tuo denaro? – ribattè l’altro. – Parla così un povero!
– E pure – disse il vecchio, in tono più basso, e parlando come se pensasse a voce alta – come siam poveri, e qual vita è la nostra! Tutto per una piccina che non ha commesso nessun male e nessun torto! Ma nulla le va bene! Speranza e pazienza, speranza e pazienza.
Queste parole, benchè dette a voce bassa, poterono raggiungere l’orecchio dei giovani. Il signor Swiveller parve pensare ch’esse, in conseguenza del potente effetto prodotto dalla sua allocuzione, nascondessero una penosa lotta mentale, perchè stuzzicò l’amico con la mazza e gli bisbigliò d’esser convinto d’aver messo sulla bilancia l’argomento decisivo e d’attendere perciò una percentuale sugli utili. Ma dopo un po’, avendo scoperto il suo errore, parve piuttosto assonnato e malcontento, e aveva più d’una volta consigliato l’opportunità d’una partenza immediata, quando si aperse l’uscio e apparve la fanciulla.

III.

La fanciulla fu immediatamente seguita da un uomo attempato, di fattezze singolarmente dure e d’aspetto ripugnante, e di statura così bassa da apparir nano, benchè la testa e la faccia fossero così grandi che si sarebbero adattati al corpo d’un gigante. Aveva gli occhi neri, che non stavan fermi un istante, astuti e scaltri; la bocca e il mento, ispidi d’una stoppia di ruvida barba; e la carnagione di quelle che sembrano non lavate mai e mai sane. Ma ciò che faceva più grottesca l’espressione di quella faccia era un sorriso spettrale, il quale essendo, come pareva, un semplice risultato dell’abitudine, giacchè non aveva alcuna relazione con un sentimento qualsiasi di gioia o di compiacenza, rivelava in continuazione le sparse zanne scolorate che rimanevano ancora nella bocca e davano a tutta la fisionomia la sembianza d’un mastino anelante. L’abbigliamento dell’uomo consisteva d’un grosso cappello a forma alta, d’un logoro vestito scuro, d’un paio di scarpe capacissime, e d’una sudicia cravatta bianca così gualcita e sfrangiata da mettere in mostra la maggior parte della gola setolosa. I capelli che ancora gli rimanevano erano d’un nero brizzolato, tagliati corti e ritti sulle tempie, e scendenti come una frangia scompigliata intorno alle orecchie. Le mani, che aveva ruvide come cuoio, erano sudicissime; le unghie, ricurve, lunghe e gialle.
Vi fu abbastanza tempo da osservare questi particolari, giacchè non solo erano bene appariscenti senza una lunga ricerca, ma trascorsero alcuni momenti prima che qualcuno rompesse il silenzio. La fanciulla si fece timidamente innanzi verso il fratello e gli diede la mano; il nano (se possiamo chiamarlo così) gettò una viva occhiata su tutti gli astanti, e l’antiquario, che sinceramente non si aspettava quello sgraziato visitatore, parve impacciato e sconcertato.
– Oh! – disse il nano, che con la mano stesa sugli occhi aveva squadrato attentamente il giovane. – Questi dovrebbe essere vostro nipote, vicino!
– Dite piuttosto che non dovrebbe essere – rispose il vecchio. – Ma purtroppo è.
– E questi? – disse il nano, indicando Riccardino Swiveller.
– Qualche amico suo, gradito qui quanto lui, – disse il vecchio.
– E questi? – chiese il nano, voltandosi e indicando me.
– Un signore che fu così buono da condurre Nella a casa l’altra sera, ch’ella aveva smarrita la via, venendo da casa vostra.
L’omuncolo si volse alla fanciulla come per sgridarla o esprimer la propria meraviglia; ma, siccome ella parlava al giovane, stette zitto e chinò la testa a origliare.
– Bene, Nella – disse il giovane ad alta voce. – Ti s’insegna a odiarmi, eh?
– No, no. Vergognati. Ah, no! – esclamò la fanciulla.
– A volermi bene, forse? – continuò il fratello con un sogghigno.
– Nè l’una nè l’altra cosa – essa rispose. – Non mi si parla mai di te. Proprio davvero.
– Ne sono proprio persuaso – egli disse scoccando uno sguardo amaro al nonno. – Ne sono proprio persuaso. Ah, proprio ti voglio credere!
– Ma io ti voglio tanto bene, Rico – disse la fanciulla.
– Senza dubbio.
– Davvero, e ti vorrò sempre bene – ripetè la fanciulla con gran commozione: – ma se tu finissi tormentarlo e di amareggiarlo, ti vorrei più bene.
– Già! – disse il giovane, chinandosi indolentemente verso la fanciulla, e dopo averla baciata, allontanandola – Ecco… va’ via, ora che hai recitata la tua lezione. È inutile piangere. Ci separiamo abbastanza amici, se si tratta di questo.
Egli rimase in silenzio, seguendola con gli occhi finchè fu entrata nella cameretta e non ebbe chiuso l’uscio, e poi volgendosi al nano, disse improvvisamente:
– Ascoltate, signor…
– Dite a me? – rispose il nano. – Mi chiamo Quilp. Potrete ricordarlo. Non è lungo… Daniele Quilp.
– Ascoltate, allora, signor Quilp. Voi avete qualche influenza sul mio nonno lì.
– Un po’ – disse Quilp con energia.
– E siete un po’ a parte de’ suoi segreti e dei suoi misteri?
– Un po’ – rispose Quilp con la stessa forza.
– Allora che io gli dica, per vostro mezzo, una volta per tutte, che io entrerò ed uscirò di qui quante volte mi piacerà, finchè si terrà qui Nella; e che se vuole liberarsi di me, deve prima liberarsi di lei. Che cosa ho fatto per esser ritenuto un orco, e per esser disprezzato e temuto come un appestato? Egli vi dirà che io non ho alcuna naturale affezione, e che mi curo di Nella, per il semplice amore di lei, non più di quanto io mi curi di lui. Lasciatelo dire. Io mi curo, allora, del capriccio di venire e di andare, e di dimostrarle che esisto. Voglio vederla quando mi piace. È il mio punto. E oggi vengo qui a mantenerlo, e ci tornerò cinquanta volte con lo stesso scopo e sempre con lo stesso risultato. Ho detto che non me ne sarei andato senza ottener la vittoria. L’ho avuta, e ora la mia visita è finita. Andiamo, Riccardino.
– Un momento! – esclamò il signor Swiveller, mentre il compagno si dirigeva all’uscio. – Signore!
– Signore, sono il vostro umile servo – disse il signor Quilp, al quale quel trisillabo era rivolto.
– Prima che io lasci questa gaia e festosa scena, e le sale mondate di luce abbagliante – disse il signor Swiveller – io arrischierò, signore, con vostra licenza, una piccola osservazione. Oggi, son venuto qui, signore, con l’idea che il vecchio fosse d’accordo…
– Continuate, signore – disse Daniele Quilp; giacchè l’oratore s’era ad un tratto interrotto.
– Ispirato da questa impressione e dai sentimenti che ne originavano, signore, e sentendo da amico di tutti e due che il tormentarsi e l’assalirsi non fossero azioni intese a espandere le anime e a promuovere l’armonia sociale delle parti contendenti, m’assunsi di consigliare un metodo che è quello da adottarsi nella presente occasione. Mi permettete, signore, di bisbigliare una parola?
Senza attendere il permesso domandato, il signor Swiveller si avvicinò al nano, e poggiandogli una mano sulla spalla e chinandosi per arrivargli all’orecchio, disse con voce che fu chiaramente accessibile a tutti gli astanti:
– La parola d’ordine per il vecchio è… snocciolare.
– Che cosa? – domandò Quilp.
– Snocciolare, signore, snocciolare – rispose Swiveller, picchiandosi la tasca. – Siete sveglio, signore?
Il nano accennò di sì. Il signor Swiveller si trasse indietro e ripetè il cenno, e così via. Con questi mezzi egli raggiunse in tempo l’uscio, dove tossì forte per attrarre l’attenzione del nano e avere l’opportunità di esprimere con un gesto la fiducia più assoluta e la segretezza più inviolabile. Dopo aver fatto i segni necessari a una esatta trasmissione di queste idee, si lanciò sulle orme dell’amico, e svanì.
– Auf! – fece il nano con un’occhiata maligna e una scrollatina di spalle. – Tanto per i cari parenti! Grazie a Dio non ne riconosco nessuno! E neppure sarebbe necessario riconoscerli – aggiunse volgendosi al vecchio – se non foste debole come una canna, e quasi senza più spirito.
– Che vorreste che facessi? – ribattè il vecchio in una specie di infinita disperazione. – È facile chiacchierare e disprezzare. Che vorreste che facessi?
– Io sapete che farei, se fossi nel caso vostro? – disse il nano.
– Qualche cosa di violento, senza dubbio.
– Avete ragione – rispose l’omuncolo, compiaciuto altamente del complimento, perchè tale, certo, lo giudicava, e sogghignando come un demonio mentre si stropicciava le sudice mani. – Chiedetelo a mia moglie, alla leggiadra, ubbidiente, timida, affezionata signora Quilp. Ma ora che mi viene in mente… l’ho lasciata sola soletta, e starà in pensiero, e non avrà un istante di pace fino al mio ritorno. So che è sempre così quando sono via, benchè essa non osi dirlo, se non ve la induco e non l’assicuro che può parlare liberamente e che non andrò collera. Ah, molto bene abituata mia moglie!
Egli aveva un aspetto assolutamente orribile, con quella testa mostruosa e quel corpo minuscolo, mentre lentamente si stropicciava le mani intorno e ricominciava il giro – con qualcosa di fantastico anche nel modo di compiere questo piccolo gesto. Chinando le sopracciglia lanose e puntando minaccioso il mento in aria, egli guardò in su con un’occhiata furtiva di giubilo che un folletto avrebbe potuto imitare e appropriarsi.
– Ecco – disse, mettendosi la mano in petto e avvicinandosi al vecchio, così dicendo – l’ho portato io stesso per paura di disgrazie, perchè, essendo d’oro, era un po’ troppo grosso e pesante per la borsa di Nella. Ella, però, ha bisogno di abituarsi a simili carichi per tempo, perchè ne avrà, da portare, quando voi sarete morto.
– Che il Cielo vi ascolti! Lo spero! – disse il vecchio, con un suono che era come un gemito.
– Lo sperate! – riprese il nano, appressandosi all’orecchio del vecchio. – Mi piacerebbe sapere in quali buoni investimenti vanno a finire questi rifornimenti. Ma voi siete più muto di una tomba, e conservate gelosamente i vostri segreti.
– I miei segreti! – disse l’altro con uno sguardo selvaggio. – Sì, avete ragione… io… io… li conservo gelosamente… gelosissimamente.
Egli non disse più sillaba, ma, prendendo il denaro, si volse con passo lento e vacillante, e si premè la mano sulla testa, come un uomo profondamente depresso. Il nano guardò intento il vecchio, mentre questi entrava nel salottino e chiudeva il denaro in uno scrigno di ferro sopra il caminetto; e dopo aver meditato per un po’, si preparò ad andarsene, osservando che se non fosse tornato presto a casa, la moglie, certo, sarebbe caduta in ismanie.
– E così, vicino – egli aggiunse – me ne andrò a casa, lasciando i miei saluti per Nella, e sperando che non si smarrirà più, benchè il fatto d’essersi smarrita una volta m’abbia procurato un onore che non m’aspettavo.
– Così dicendo, s’inchinò e mi guardò di sbieco, e con una occhiata penetrante data intorno intorno che parve comprendesse ogni oggetto per quanto piccolo o futile, egli si tolse di lì.
Io avevo parecchie volte tentato d’andarmene, ma il vecchio s’era sempre opposto, supplicandomi di rimanere. Siccome rinnovò le sue preghiere, una volta soli, e accennò con molti ringraziamenti alla prima volta che ci eravamo trovati insieme, mi lasciai persuadere volentieri, e mi sedetti di nuovo, col pretesto di esaminare delle curiose miniature e un po’ di medaglie che egli mi veniva mostrando. Non occorrevano molte sollecitazioni per indurmi a rimanere, perchè se la mia curiosità era stata destata in occasione della prima visita, ora indubbiamente era aguzzata.
Nella non stette molto a raggiungerci, e portandosi un lavoro di cucito presso il tavolo, si sedette a fianco del vecchio. Era un piacere osservare i fiori freschi nella stanza, l’uccellino nella gabbietta ombreggiata da un verde ramoscello, il respiro di freschezza e di giovinezza che sembrava alitare per la vecchia, malinconica casa e spirare intorno alla fanciulla. Era curioso, ma non altrettanto piacevole, volgersi dalla bellezza e dalla grazia della ragazza alla persona cadente, al viso affannoso e all’aspetto estenuato del vecchio. E siccome egli diventava sempre più debole e fragile, che sarebbe divenuto quel piccolo essere solitario se il vecchio, povero come era, fosse morto? Quale sarebbe stato il destino di lei?
Il vecchio quasi rispose ai miei pensieri, quando disse, mettendo una mano nella mano della fanciulla:
– Avrò più coraggio, Nella; ci dev’essere una buona fortuna in serbo per te… io non la desidero per me, ma per te. Tanta infelicità s’abbatterebbe sul tuo capo innocente, ch’io non posso credere che questo: che tentata, la fortuna finalmente verrà.
Essa lo guardò lieta in viso, ma non rispose.
– Quando penso – egli disse – ai molti anni… molti nella tua breve esistenza… che tu sei vissuta sola con me; alla tua vita monotona, senza compagni della tua stessa età e senza gli svaghi della fanciullezza; alla solitudine in cui sei cresciuta per essere ciò che sei, e nella quale, tranne che da un vecchio, sei rimasta separata da tutta la tua parentela… a volte temo di averti trattata molto duramente, Nella.
– Nonno! – esclamò la fanciulla con sincera sorpresa.
– Non con intenzione; no, no – egli disse. – Ho sempre mirato al tempo che tu saresti stata in grado di unirti con la gente più lieta e più bella, e ad avere un posto fra le persone più elette. Ma io miro ancora a quel tempo, miro ancora a quel tempo. E se fossi costretto a lasciarti, intanto, come ti avrei armata per la lotta della vita? Quel povero uccellino lì ha gli stessi tuoi mezzi per sostenerla, e per esser travolto alla deriva, stando alla mercè del mondo… Ascolta! Sento Kit di fuori. Va’, Nella, va’.
Ella si levò, corse via, si fermò, ritornò, e mise le braccia intorno al collo del vecchio, poi lo lasciò, e corse di nuovo via, ma più presto, questa volta, per nascondere le lagrime.
– Una parola all’orecchio, signore – disse il vecchio con un bisbiglio frettoloso. – Io sono stato inquieto per ciò che mi diceste l’altra sera, e posso soltanto affermare che ciò che ho fatto, l’ho fatto a fin di bene; che sarebbe troppo tardi ritirarsi, se potessi (ma non posso); e che pure spero trionfare. Ho dovuto sopportare la più dura povertà. Vorrei risparmiare a lei le sofferenze che accompagnano la povertà. Vorrei risparmiare a lei le miserie che portarono sua madre, la mia cara figliuola, a una morte precoce. Vorrei lasciar Nella… non con mezzi tali da essere facilmente consumati e sperperati, ma con ciò che la tenesse per sempre al riparo da ogni bisogno. M’intendete, signore? Essa non avrà un’inezia, ma una ricchezza… Zitto! Non posso dir di più, ora, o altra volta, perchè eccola qui di nuovo!
L’ansia con cui tutto questo mi fu sussurrato, il tremor della mano che mi stringeva il braccio, l’ardore e l’agitazione delle pupille che egli mi fissava addosso, la veemenza selvaggia e l’irrequietezza dei suoi modi, mi colmarono di stupore. Quanto io avevo udito o veduto, e una gran parte di ciò ch’egli stesso aveva detto, mi fecero supporre ch’egli fosse ricco. Non potevo formarmi alcuna idea del suo carattere, tranne ch’egli non fosse uno di quei tristi miserabili, i quali, avendo fatto del lucro il solo e unico oggetto della loro vita, ed essendo riuscito ad ammassare grandi ricchezze, sono costantemente torturati dal timore della povertà, ed oppressi da continue paure di perdite e di rovine. Molte cose da lui dette, che io non ero riuscito a comprendere, non s’accordavano con l’idea che m’era così sorta in mente, e alla fine conclusi che senza alcun dubbio egli era uno di quella infelice categoria.
Questa opinione non era il risultato d’una considerazione frettolosa che, d’altra parte, non era possibile formulare allora, perchè la fanciulla ritornò immediatamente fra noi e si accinse tosto a dare a Kit una lezione di scrittura. Sembrava che questi ne avesse due la settimana e una regolarmente quella sera, con gran gioia e divertimento sia di lui stesso, sia dell’insegnante. Riferire quanto tempo ci volesse per convincere la modestia di Kit e consentire a farlo sedere nel salotto, alla presenza d’un signore estraneo; come, nel momento si fu seduto, si rimboccasse le maniche e puntasse i gomiti e mettesse il viso rasente al quaderno e sbirciasse orribilmente le righe – come, dal primo momento che ebbe la penna in mano, cominciasse a sguazzare nelle macchie d’inchiostro, e a impiastricciarsene fino alla cima dei capelli – come a un tratto, quando aveva per caso scritto bene una lettera, la riducesse col braccio a uno sgorbio nell’atto di prepararsi a farne un’altra – come, a ogni nuovo errore, vi fosse un nuovo scoppio di allegria da parte della fanciulla e una risata più fragorosa e non meno cordiale da parte di lui stesso – e come, pur nondimeno, vi fosse sempre un gentile desiderio da parte di lui d’imparare – riferire tutti questi particolari occuperebbe senza dubbio più tempo e più spazio di quanto in realtà ne meritino. Sarà sufficiente dire che la lezione fu impartita; che passò la sera e le successe la notte; che il vecchio di nuovo divenne irrequieto e impaziente; che egli lasciò la casa furtivamente alla stessa ora dell’altra volta; e che la fanciulla rimase di nuovo sola soletta entro quei malinconici muri.
E ora, che io ho portato questa istoria fin qui in persona propria e presentati questi personaggi al lettore debbo, per la convenienza della narrazione, distaccarmi dal suo svolgimento ulteriore, e lasciar parlare e muoversi da sè quelli che vi hanno una parte necessaria e predominante.

IV.

Il signore e la signora Quilp abitavano a Tower Hill; nella casetta di Tower Hill la signora Quilp era stata lasciata a lamentare l’assenza del suo signore, dopo che egli era uscito per la faccenda alla cui trattazione abbiamo assistito.
Era difficile che Quilp esercitasse uno speciale mestiere o professione, benchè la sua attività fosse varia e le sue occupazioni numerose. Egli riscoteva le pigioni di intere colonie di vie e di vicoli fangosi sulla sponda del Tamigi, prestava danaro ai marinai e ai bassi ufficiali dei bastimenti mercantili, aveva una parte nelle intraprese di varî secondi dei velieri che facevano il commercio delle Indie Orientali, fumava sigari di contrabbando sotto il naso delle stesse guardie di dogana, e aveva degli appuntamenti alla Borsa con gente in cappello a cilindro e abito da società quasi ogni giorno. Dal lato della sponda di Surrey v’era una piccola corte infestata dai topi, chiamata il “Molo di Quilp”, nella quale v’era una casetta di legno piantata tutta sbilenca nel fango come se fosse caduta dalle nuvole e affondata in terra, un po’ di frammenti d’ancore rugginose, parecchi grossi anelli di ferro, alcune cataste di legname fradicio, e due o tre mucchi di vecchie lamiere di rame, ammaccate, screpolate e bucate. Nel Molo di Quilp, Daniele Quilp era disfacitore di vecchie navi; ma a giudicare da quegli indizi doveva essere un disfacitore di pochissimo conto, o averne disfatte veramente poche. Nè il luogo presentava qualche straordinario aspetto di vita e di attività, giacchè il solo essere che l’occupava era certo ragazzo anfibio, vestito d’un abito di tela, la cui sola occupazione consisteva in questo: nel sedersi su una catasta di legna e nel gettar pietre nel fango quando la marea era bassa, e, poi, per cambiare, nello star ritto con le mani in tasca a guardare indolente il movimento e l’agitazione del fiume dell’ora dell’alta marea.
L’alloggio del nano a Tower Hill comprendeva, oltre le stanze necessarie per lui e la moglie, una piccola cameretta per la madre della moglie, la quale abitava coi due coniugi e viveva in perpetuo stato di guerra con Daniele; del quale, pur nondimeno, aveva una non scarsa paura. Veramente, quel brutto arnese si sforzava con questo o quel mezzo – non monta se con la bruttezza, la ferocia o l’ingenita scaltrezza – di impressionare, con una salutare paura della sua collera, la maggior parte di quelli con cui stava in contatto o in comunicazione quotidiana. Su nessuno aveva tanto ascendente quanto sulla stessa signora Quilp, una donna piuttosto piccola, dalle parole dolci e dagli occhi azzurri, la quale, essendosi unita in matrimonio col nano in una di quelle strane esaltazioni, di cui non son rari gli esempi, faceva allora ogni giorno una grave, dolorosa, penitenza della propria follia.
È stato detto che la signora Quilp era stata lasciata in casa a lamentare l’assenza del suo signore. Ma in casa non era sola, perchè oltre la vecchia madre della quale s’è fatta poco fa menzione, v’erano una mezza dozzina di donne del vicinato, capitate per uno strano caso (o anche per una piccola intesa fra di loro) l’una dopo l’altra, appunto verso l’ora del tè. Siccome il momento era favorevole alla conversazione, e siccome la stanza era piena d’ombra, di frescura e di mollezza, con un po’ di piante alla finestra aperta che impedivano alla polvere d’entrare e si interponevano piacevolmente fra il tavolino del tè al di dentro e la vecchia torre al di fuori, non è da meravigliarsi che le donne si sentissero disposte a chiacchierare e a indugiarsi, specialmente in presenza delle attrazioni supplementari del burro fresco, del pane croccante, dei gamberetti e dei crescioni.
Ora, trovandosi le donne insieme in quelle condizioni, era più che naturale che il discorso cadesse sulla propensità maschile a tirannizzare il sesso debole, e sul dovere del sesso debole di resistere a quella tirannia e di asserire i proprî diritti e la propria dignità. Era più che naturale per quattro ragioni: primo, perchè la signora Quilp, essendo giovane e notoriamente sotto il dominio del marito, doveva essere eccitata a ribellarsi; secondo, perchè la madre della signora Quilp era lodevolmente nota come una donna di carattere risoluto e disposta a resistere all’autorità maschile; terzo, perchè ciascuna delle visitatrici cercava di mostrarsi per conto proprio superiore alla generalità del sesso al quale apparteneva; e quarto perchè ciascuna, avvezza com’era a scandalizzarsi dell’altra con una sola amica, si sentiva, ora che erano tutte raccolte in un circolo familiare, privata del solito soggetto di conversazione e non vedeva, per conseguenza, altro partito che quello d’assalire il comune nemico.
Mossa da queste considerazioni, un donnone aperse le ostilità domandando con un’aria di grande interesse e simpatia, come stesse il signor Quilp; e a ciò la madre della moglie del signor Quilp rispose vivamente: – Ah, lui sta abbastanza bene… lui non ha mai nulla… l’erba cattiva prospera sempre. – Tutte le donne sospirarono in coro, scossero gravemente il capo, e guardarono la signora Quilp come avrebbero guardato una martire.
– Oh! – disse lo stesso donnone.- Vorrei che la consigliaste un po’ voi, signora Jiniwin – (bisogna spiegare che la moglie di Quilp era nata Jiniwin): – nessuno sa meglio di noi, signora, ciò che una donna deve a sè stessa.
– Veramente, sì, signora! – rispose la signora Jiniwin. – Quando suo padre, il mio povero marito, era vivo, se mai avesse arrischiato una cattiva parola contro di me, avrei… – La buona vecchia non finì la sentenza, ma staccò la testa d’un gamberello con un’energia che sembrava indicare che l’azione era in un certo modo il surrogato della parola. E in questa luce fu chiaramente vista dall’altra, la quale immediatamente rispose: – Voi mi capite perfettamente, signora, ed è appunto ciò che farei io.
– Ma voi non avete alcuna ragione di farlo – disse la signora Jiniwin. – Fortunatamente per voi, non avete occasione di farlo, come non l’ebbi mai io.
– La donna, che sa quel che deve a sè stessa, non l’ha mai, l’occasione – soggiunse il donnone…
– Hai sentito, Betta? – disse la signora Jiniwin, in tono d’ammonimento. – Quante volte le stesse parole te le ho dette io, inginocchiandomi quasi, mentre le dicevo.
La povera signora Quilp, che aveva guardato in una condizione di smarrimento da un viso di condoglianza a un altro, si colorì e scosse incerta il capo. Questo fu il segnale di un clamore generale, che, cominciato con un lieve mormorio, gradatamente diventò un gran chiasso nel quale tutte parlavano insieme, dicendo tutte che lei, ch’era giovane, non aveva il diritto di opporre la sua opinione all’esperienza di quelle che sapeva tanto più di lei; che aveva torto marcio a non seguire il consiglio di chi non aveva altro scopo che il suo bene; che condursi in quella maniera in cui si conduceva lei era quasi mostrare la più nera ingratitudine; che se lei non aveva rispetto per sè stessa doveva averne un po’ per le altre donne, compromesse tutte dalla sua mansuetudine; e che se lei non aveva alcun rispetto per altre, sarebbe pure venuto il tempo in cui le altre non avrebbero avuto alcun rispetto per lei: poi se ne sarebbe pentita, n’erano più che certe. Spacciati questi ammonimenti, le donne si slanciarono a un nuovo più potente assalto contro il tè, il pane croccante, il burro fresco, i gamberelli e i crescioni, dichiarando che il loro rammarico era così grande di veder la signora Quilp continuare a comportarsi a quel modo, che appena potevano indursi ad assaggiare qualche boccone della merenda.
– È molto bello chiacchierare – disse con molta semplicità la signora Quilp; – ma io so che se dovessi morire domani, Quilp potrebbe sposarsi qualunque donna che gli piacesse… e lo so che potrebbe!
Vi fu uno strillo d’indignazione a questa idea. Qualunque donna che gli piacesse! Avrebbero voluto vederlo osar di pensare a sposare qualcuna di loro; avrebbero voluto vedere anche il più piccolo tentativo di una cosa simile. Una donna (era una vedova) era proprio deliberata, caso mai egli avesse accennato a una tale enormità, a piantargli un pugnale in petto.
– Benissimo – disse la signora Quilp, con un cenno del capo. – Come ho detto appunto ora, chiacchierare è facile, ma ripeto che io so… ne son sicura… egli ha tali maniere quando ci si mette, che, morta io, la più simpatica donna qui presente, che fosse disponibile, non saprebbe dir di no, se egli la volesse. Dite bene voi!
Ciascuna si pavoneggiò a questa osservazione, come per dire: “Lo so che intendi me! Che provi… e vedremo”. E pure per qualche ragione nascosta erano tutte adirate contro la vedova, e ciascuna bisbigliò all’orecchio della vicina che era evidente che la detta vedova – quella brutta scimmia! – pensava che fosse lei la donna più simpatica della compagnia.
– La mamma sa – disse la signora Quilp – che ciò che dico è esattissimo, perchè anch’essa lo diceva spesso prima che ci fossimo sposati. Non lo dicevi tu, mamma?
Questa domanda mise l’egregia donna in una situazione piuttosto delicata, perchè essa certamente aveva preso un’attivissima parte nel far di sua figlia la signora Quilp, e, inoltre, non sarebbe stato favorire il credito della famiglia sostenere l’idea che la figliuola avesse sposato un uomo che nessun’altra avrebbe voluto. D’altra parte, esagerare le attraenti prerogative del genero sarebbe stato indebolire la causa della rivolta, alla quale tutte le sue più profonde energie erano votate. Stretta da queste contrastanti considerazioni, la signora Jiniwin ammise la possanza della simpatia di Quilp, ma gli negò il diritto di comandare, e con un opportuno complimento al donnone riportò la discussione al punto da cui aveva deviato.
– Ah! Quello che ha detto la signora George è proprio una cosa sensata! – esclamò la vecchia. – Se le donne sapessero ciò che debbono a sè stesse… Ma Betta non lo sa, ed è veramente una vergogna.
– Prima che io mi lasciassi comandare da un uomo nel modo come Quilp comanda lei – disse la signora George; – prima che io m’inducessi a temere un uomo nel modo, come lei teme il marito, mi… mi ucciderei; ma prima scriverei una lettera per dire ch’è stato lui.
Quest’osservazione fu altamente lodata e approvata, e un’altra donna (delle Minories) aggiunse la sua parola.
– Il signor Quilp può essere un bravissimo uomo – disse la donna – e lo credo, perchè lo dice la signora Quilp, e lo dice la signora Jiniwin, e se non lo sanno esse, chi deve saperlo? Ma pure non è proprio un… ciò che si dice bell’uomo, e neanche un giovane, cosa che potrebbe, se mai, scusarlo un poco; mentre sua moglie è giovane, ed è simpatica, ed è donna… e questo, dopo tutto, è la cosa principale.
Quest’ultima osservazione, che fu pronunciata con convinzione straordinaria, eccitò un mormorìo di consenso da tutte le ascoltatrici, e la donna, così stimolata, continuò col notare che se un marito simile fosse cattivo e irragionevole con una moglie simile, allora…
– Se fosse! – interruppe la madre, deponendo la tazza, e spazzandosi le briciole di pane dal seno, per accingersi a fare una solenne dichiarazione. – Se fosse! Ma se egli è il più gran tiranno che sia mai vissuto, e lei non ardirebbe di dire di posseder di suo neppur l’anima, tanto il marito la spaventa a morte, tanto lei non osa di rispondergli una parola, no, neppure una parola.
Nonostante che la cosa fosse di lunga mano nota a tutte le bevitrici di tè, e che fosse stata discussa e commentata nei dodici mesi precedenti in tutte le riunioni del vicinato, cominciarono, fatta appena questa comunicazione ufficiale, a parlare tutte in coro e a gareggiare l’una con l’altra di veemenza e loquacità. La signora George disse che la gente parlava, che tante persone già glielo avevano detto, che la signora Simmons in quel momento lì presente glielo aveva detto venti volte, ma che lei aveva sempre detto: “No, Enrichetta Simmons, se non lo veggo con questi occhi e non lo sento con queste orecchie, non lo crederò mai.” La signor Simmons confermò questa testimonianza, e aggiunse altre forti prove particolari. La donna delle Minories espose un efficace metodo di trattamento, al quale ella aveva assoggettato suo marito, che dopo aver manifestato un mese dopo il matrimonio dei sintomi belluini s’era, col mezzo da lei escogitato, trasformato in un perfetto agnello. Un’altra donna narrò le sue lotte personali e il suo trionfo finale; ma prima era stata costretta a chiamare la mamma e due zie, e a piangere continuamente giorno e notte per sei settimane. Una terza, che nella confusione generale non poteva trovare ascoltatrici, si appiccicò a una signorina che si trovava lì per caso e la scongiurò, se apprezzava la pace e la tranquillità dello spirito, di approfittare di quella solenne occasione e di servirsi dell’esempio di debolezza della signora Quilp, dirigendo da quell’ora in poi tutti i suoi pensieri a domare e a soggiogare i ribelli spiriti dell’uomo. Il bailamme era al colmo, e la metà delle presenti aveva alzato la voce al tono più acuto per soffocare le grida dell’altra metà, quando la signora Jiniwin fu veduta impallidire e scuotere furtivamente l’indice, per esortarle al silenzio. Allora, e soltanto allora, si vide che c’era nella stanza, vigile e assorto in profonda attenzione, Daniele Quilp in persona, la causa e l’occasione di tutto quel clamore.
– Continuate, signore mie, continuate – disse Daniele. – Cara moglie, per piacere, di’ alle signore di fermarsi a cena a mangiare un po’ d’aragoste e qualch’altra cosa leggera e gustosa.
– Non… non le ho invitate io al tè, Quilp – balbettò la moglie. – Sono qui per combinazione.
– Tanto meglio, cara: questi ricevimenti impreveduti sono sempre i migliori – disse il nano, stropicciandosi forte le mani che sembrava occupato a fabbricare, con la sudiceria della quale erano incrostate, piccole cariche da cerbottana. – Come! Ve ne andate, signore mie? Ma no, perbacco!
Le sue belle nemiche scossero leggermente il capo mentre cercavano i cappelli e gli scialli, ma lasciarono ogni contestazione verbale alla signora Jiniwin, che trovandosi nella condizione di campione, fece un debole sforzo per mantenersi in carattere.
– E perchè non si fermerebbero a cena, Quilp – disse la vecchia – se mia figlia lo volesse?
– Certo – soggiunse Daniele. – Perchè no?
– Non v’è nulla di disonesto e di male in una cena, credo – disse la signora Jiniwin.
– Certo che no – rispose il nano. – Perchè dovrebbe esserci del male? E nulla di poco igienico neppure, tranne che non si tratti di aragoste o di gamberi, che si dice siano molto indigesti.
– E tu non vorresti che tua moglie mangiasse questa roba o qualche altra cosa che le facesse male, non è vero? – disse la signora Jiniwin.
– Ma neppur per ombra – rispose il nano con un sogghigno. – Neppure per una ventina di suocere in una volta…. e che felicità che sarebbe!
– Mia figlia è tua moglie, Quilp, certo; – disse la vecchia con una risata che doveva essere beffarda e indicare che occorreva che la circostanza gli venisse rammentata; – tua legittima moglie.
– Certo è così! È così – osservò il nano.
– E credo, Quilp, che essa abbia il diritto di fare ciò che le pare – disse la vecchia tremando, in parte dalla collera e in parte dalla segreta paura del suo diabolico genero.
– Credo di sì – egli rispose. – Ah, non sai che l’ha? Non sai che l’ha, signora Jiniwin?
– So che deve averlo, Quilp, e l’avrebbe, se la penasse come la penso io.
– Perchè non la pensi come tua madre, cara? – disse il nano voltandosi alla moglie. – Perchè non imiti sempre tua madre, cara? Essa è l’ornamento del suo sesso… tuo padre diceva così tutti i santi giorni, sono certo che lo diceva.
– Suo padre era una santa creatura, Quilp, e valeva ventimila volte più di certi altri – disse la signora Jiniwin; – venti milioni di volte.
– Vorrei averlo conosciuto – osservò il nano. – Dubito che egli fosse allora una santa creatura; ma ora è santa certamente. La sua fu una felice liberazione. Aveva sofferto a lungo, credo?
La vecchia fece uno sforzo per parlare, ma non ci riuscì; Quilp riprese con la stessa malizia negli occhi e con sarcastica cortesia nelle parole:
– Ti senti male, signora Jiniwin; so che ti sei eccitata troppo nel chiacchierare, forse; è la tua debolezza Va’ a letto. Ti dico di andare a letto.
– Ci andrò quando mi piace, Quilp, e non prima.
– Ma fammi il piacere di andarci ora. Ti dico fammi il piacere di andarci ora – disse il nano.
La vecchia lo fissò adirata, ma si ritrasse, mentre quegli avanzava, e retrocedendo sempre di fronte a lui, tollerò che le chiudesse la porta alle spalle e la scagliasse fra le ospiti, che in quel momento si sparpagliavano giù per le scale. Rimasto solo con la moglie che sedeva tremando in un angolo con gli occhi fissi al pavimento, l’omuncolo si piantò dinanzi a lei a qualche distanza, e incrociando le braccia la guardò a lungo immoto, senza parlare.
– Ah, la squisita creatura! – con queste parole egli ruppe il silenzio, leccandosi le labbra come se la sua non fosse una figura rettorica, ma veramente una ghiottornia. – Ah, la dilettissima mia! Ah, la de…liziosa incantatrice!
La signora Quilp singhiozzò; e conoscendo l’indole del suo grazioso signore, parve così impaurita da quei complimenti, che le più gravi dimostrazioni di violenza l’avrebbero impressionata meno.
– Essa – fece il nano con un orribile ghigno – è un gioiello tale, un diamante tale, una perla tale, un rubino tale, uno scrigno d’oro tale tutto tempestato di gemme d’ogni sorta, un tesoro tale che le voglio un bene pazzo!
La povera donnina tremava dal capo alle piante; e, levati gli occhi al viso del marito con uno sguardo d’implorazione, li abbassò di nuovo, con un nuovo singulto.
– Ma il meglio di lei si è – disse il nano, facendosi innanzi con una specie di salto, che, insieme con la deformità delle gambe, la bruttezza del viso e il sarcasmo delle maniere, pareva quello d’un orribile fantasma; – il meglio di lei si è, che è così dolce, così mite, non ha mai una volontà propria, ed ha una mamma così simpatica.
Pronunciando queste parole con una malignità sorniona, la cui profondità nessun altro avrebbe potuto raggiungere, messer Quilp si puntò le mani sulle ginocchia e allargando le gambe alla massima distanza, si mise lentamente, ad abbassarsi, ad abbassarsi, ad abbassarsi, finchè torcendo la testa tutta da un lato, non si trovò fra gli occhi della moglie e il pavimento.
– Signora Quilp!
– Sì, Quilp.
– Non son bello a guardare? Non sarei la più bella creatura di questo mondo, se avessi soltanto i favoriti? Non sono un bel marito così… no, signora Quilp?
La signora Quilp rispose esitante: – Sì, Quilp. – E affascinata dall’occhio del marito rimase timidamente a guardarlo, mentre egli le indirizzava una serqua di così orribili smorfie che nessuno, all’infuori di lui e degli incubi, avrebbe avuto la forza di eseguire. Durante tutta quella rappresentazione, che fu un po’ più lunga delle solite, conservò un silenzio mortale, tranne quando con una scossa o un salto inatteso faceva balzare indietro la moglie con un irrefrenabile grido. Allora egli gorgogliava di compiacenza.
– Signora Quilp – egli disse infine.
– Sì, Quilp – ella rispose dolcemente.
Invece di continuare il disegno che aveva in mente, Quilp si levò, di nuovo incrociò le braccia, e si mise a guardarla con maggior gravità, mentre ella stornava gli occhi e li fissava a terra.
– Se mai ascolti di nuovo le chiacchiere di quelle pettegole, ti piglio a morsi.
Con questa laconica minaccia accompagnata da un ringhio che gli diede l’aspetto di chi dicesse sul serio, Quilp le ordinò di portar via le tazze del tè, e di andare a pigliare il rum. Dopo che gli fu messo innanzi il liquore in una grossa bottiglia tratta da una cassetta appartenuta in origine all’armadio di qualche bastimento, egli ordinò dell’acqua fresca e la scatola dei sigari. Fornito di tutto il necessario, s’adagiò in una poltrona con la grossa testa e la faccia compresse contro la spalliera e le gambette piantate sulla tavola.
– Ora, signora Quilp – disse; – io ho voglia di fumare, e probabilmente fiammeggerò tutta la notte. Ma tu rimarrai dove sei, se non ti dispiace, nel caso avessi bisogno di te.
La moglie non rispose che il solito “Sì, Quilp”, e il piccolo signore della creazione scelse il suo primo sigaro e rimescolò il suo primo bicchiere di ponce. Il sole tramontò e le stelle al di fuori spuntarono; la torre mutò il suo colore naturale in grigio, e il grigio in nero, la stanza diventò perfettamente buia e l’estremità del sigaro d’un profondo rosso ardente, ma Quilp continuava sempre a fumare e a bere nello stesso atteggiamento, e a guardare indolentemente fuori della finestra con lo stesso sorriso canino sulla faccia, tranne quando la signora Quilp faceva qualche movimento involontario di irrequietezza o di stanchezza, perchè allora il sorriso si allargava in ghigno di ineffabile delizia.

V.

Sia che dormisse a pezzettini d’un po’ di pisolino alla volta, sia che se ne stesse seduto tutta la notte con gli occhi spalancati, il fatto sta che messer Quilp continuò a fumare senza interruzione accendendo, senza bisogno di candela, di volta in volta un sigaro nuovo dalle ceneri di quello quasi consumato. Nè lo scoccar degli orologi, un’ora dopo l’altra, valse a infondergli qualche ombra d’imbambolamento o il desiderio naturale d’andare a riposare; ma parve, anzi, accrescergli il senso della svegliatezza, di cui dava prova, a ogni indicazione del progresso della notte, con un represso gorgoglìo della gola e con quel particolare movimento delle spalle di chi ride cordialmente, ma nello stesso tempo di soppiatto e in segreto.
Spuntò infine il giorno, e la povera signora Quilp, rabbrividendo per il freddo dell’alba e rotta dalla stanchezza e dalla mancanza di riposo, fu vista sedere pazientemente sulla sedia, levando a intervalli gli occhi con un muto appello alla compassione e alla clemenza del suo signore, e umilmente rammentandogli per mezzo di una tossettina d’occasione di non essere stata perdonata e che la sua penitenza era stata assai lunga. Ma il minuscolo consorte continuava pacificamente a fumare e a bere il rum senza badare a lei; e non fu che quando il sole s’era già levato, e la strada s’era riempita d’attività e del trambusto della giornata, che egli si degnò di accorgersi della presenza della moglie con qualche parola e qualche cenno. Forse neppure allora, se non fosse stato per certi impazienti colpi alla porta, sottoposta dall’altro lato all’attivo esercizio d’un pugno piuttosto duro.
– Poveretto me! – egli disse, guardando intorno con un ghigno malizioso. – È giorno! Apri la porta, mia dolcissima moglie.
La docile consorte tirò il catenaccio, ed entrò la signora madre. Ora, la signora Jiniwin irruppe nella stanza con grande impeto; perchè, credendo che il genero fosse ancora a letto, era andata lì a pronunciare, per sfogarsi, una solenne invettiva contro il suo carattere e la sua condotta in generale; ma vedendo che egli era levato e vestito e che la stanza sembrava fosse rimasta sempre occupata dal momento in cui l’aveva lasciata la sera innanzi, s’arrestò a un tratto tutta sconcertata.
Nulla sfuggiva all’occhio di falco del brutto omuncolo, il quale, comprendendo perfettamente ciò che accadeva nello spirito della vecchia, diventò ancora più brutto nella pienezza della propria soddisfazione, e le disse buon giorno, con un malizioso sguardo di trionfo.
– Ebbene, Betta – disse vecchia – tu non sei stata tutta…. non mi farai credere che sei stata tutta…
– Tutta la notte in piedi? – disse Quilp, fornendo la conclusione della sentenza. – Sì, in piedi!
– Tutta la notte! – esclamò la signora Jiniwin.
– Già, tutta la notte. La cara mia vecchia è sorda? – disse Quilp, con un sorriso al quale prese parte un aggrottamento di sopracciglia. – Chi ha detto che marito e moglie si fanno cattiva compagnia? Ah ah! Il tempo è volato!
– È una brutalità! – esclamò la signora Jiniwin.
– Su, su – disse Quilp, a bello studio fraintendendola – tu non devi dire delle cose simili. Essa ora è maritata, sai! E benchè essa si sia divertita a non lasciarmi andare a letto, non devi dimostrare una così tenera attenzione per me da montare in bestia verso di lei. Benedetta vecchia! Bevo alla tua salute!
– Te ne sono molto, molto obbligata – rispose la vecchia, dimostrando con una certa irrequietezza alle mani un violento desiderio di picchiare il pugno matronale sul genero. – Ah, te ne sono molto, molto obbligata!
– Anima generosa! – esclamò il nano. – Cara moglie…
– Sì, Quilp – disse la timida sofferente.
– Aiuta tua madre a preparare la colazione, cara. Debbo andare al molo questa mattina… Su, sbrigati.
La signora Jiniwin tentò una timida mostra di ribellione con l’adagiarsi su una sedia accanto alla porta e con l’incrociar le braccia, come se fosse risolutamente decisa a non farne nulla. Ma la figliuola, che le bisbigliò poche parole e il genero che le chiese se si sentisse debole e le accennò che nella stanza attigua c’era una gran quantità d’acqua fresca, sbaragliarono in lei ogni principio di rivolta e la spinsero ai preparativi necessari con imbronciata diligenza.
Mentre ella così attendeva alle sue manifestazioni, messer Quilp si ritirò nella stanza attigua, e, abbassatosi il bavero, si mise a spiegarsi sul viso una tovaglia bagnata, d’aspetto poco decoroso, che gli lasciò la carnagione un po’ più torbida di prima. Ma, pur così affaccendato, non allentò neppure un istante il senso della propria cauta vigilanza. Con la faccia più intenta e scaltra che mai, più volte si fermò con la tovaglia in mano per sentir se mai la conversazione nell’altra stanza riguardasse lui.
– Oh! – disse dopo un breve sforzo di attenzione. – Non era il rumore della tovaglia sulle orecchie, no, me lo immaginavo. Io sono un gobbo birbante e un mostro, no, signora Jiniwin? Ah!
Il piacere di questa scoperta gli richiamò in pieno sulla faccia il solito sorriso canino. Quand’ebbe finito di sorridere, si scosse a mo’ di un cane, e raggiunse le donne.
Quilp allora si diresse allo specchio e vi si piantò di fronte per mettersi la cravatta. La signora Jiniwin, che per caso venne a trovarsi dietro di lui, non potè resistere all’impulso d’agitare il pugno contro quel tiranno di genero. Fu un gesto istantaneo; ma siccome ella lo accompagnò con uno sguardo minaccioso, incontrò nello specchio lo sguardo dell’altro, che la sorprese in quell’atto medesimo. Nell’attimo di quella stessa rapida occhiata allo specchio ella scorse l’immagine d’una faccia orribilmente grottesca e deforme con la lingua fuori; e l’istante dopo il nano, voltandosi con uno sguardo perfettamente placido e mite, domandava in tono di sincera affezione:
– Come stai ora, mia diletta vecchia?
Quell’incidente, per quanto futile e ridicolo, mostrò Quilp sotto un aspetto così diabolico e con una facoltà inoltre di tanto acume e penetrazione, che la vecchia si sentì tanto spaventata da non poter pronunciar parola, e si lasciò condurre con straordinaria cortesia alla tavola della colazione. Dove l’impressione da lui poco prima prodotta, non diminuì affatto, perchè egli si mise a mangiare uova dure con tutto il guscio, a divorare crostacei giganteschi con tutta la testa e la coda, a biascicare tabacco e crescioni nello stesso tempo e con avidità straordinaria, a bere il tè bollente senza batter ciglio, e mordere la forchetta e il cucchiaio fino a dar loro una nuova curva, e in breve ad eseguire tanti e tanti terrificanti straordinari atti che le donne ne furono così sbalordite e spaventate che cominciarono dubitare ch’egli fosse realmente una creatura umana. Finalmente, dopo aver compiuto tutte queste operazioni e molte altre che formavano egualmente parte del suo sistema, Quilp, lasciando le donne ridotte in uno stato di massimo servilismo e obbedienza, si recò sulla sponda del fiume, e lì prese la barca per il molo da lui battezzato col proprio nome.
Era alta marea quando Daniele Quilp s’adagiò nel canotto che lo doveva traghettare alla sponda opposta. Una flotta di barconi vagavano lentamente, alcuni di lato, altri con la prua dinanzi, altri ancora con la poppa; tutti a mo’ di bestie riluttanti e ostinate, urtando contro le imbarcazioni più grosse, correndo sotto la prora d battelli a vapore, ficcandosi in tutti gli angoli o in cantucci dove non dovevano andare, e facendosi schiacciare da tutti i lati come tanti gusci di noce; e ciascuno col suo paio di remi che s’agitavano e sguazzavano nell’acqua, dava l’idea di qualche pesce che si trascinasse penosamente innanzi. In alcune delle navi ancorate tutti i marinai erano occupati ad arrotolare gomene, a spiegare vele da asciugare, a caricare o a scaricare merci; in altre non v’era altra sembianza di vita che quella di due o tre ragazzi tinti di catrame o forse di un cane che si sfogava ad abbaiare e a correre qua e là sul ponte o ad arrampicarsi per guardar da un lato e ad abbaiar più forte per ciò che vedeva. C’era un gran bastimento a vapore che veniva lentamente innanzi battendo l’acqua a brevi, impazienti colpi con le sue pesanti pale, come se avesse bisogno di spazio, e aveva l’aria con quell’enorme mole, d’un mostro di mare fra gli avanotti del Tamigi. Dall’altro lato v’erano lunghe file di nere navi e carboniere: fra esse, imbarcazioni che s’avviavano lente fuori del porto con le vele scintillanti al sole, e a bordo uno scricchiolìo ripercosso da tutti i lati. Una grande animazione era nell’acqua e in ciò che essa sosteneva: tutto danzava, galleggiava e gorgogliava; mentre la vecchia torre grigia e gli ammassi degli edifici sulla sponda, dai quali si slanciavano molti campanili, guardavano con freddezza il fiume, come sdegnosi di tutto quel rimescolìo.
Daniele Quilp, al quale una bella mattina non dava altra consolazione che quella di poter fare a meno dell’ombrello, si fece trasportare alla sponda vicinissimo al molo, dove prese a camminare a traverso un angusto viottolo che, partecipando del carattere speciale dei suoi frequentatori, aveva nella sua composizione la stessa proporzione d’acqua e di fango e una molto abbondante dose d’entrambi. Arrivato a destino, il primo oggetto che gli si parò alla vista fu un paio di piedi molto imperfettamente calzati di zoccoli e levati in aria con le suole all’insù: la quale strana immagine era da riferirsi al suo piccolo garzone, il quale essendo d’uno spirito eccentrico e avendo un gusto naturale per l’acrobatismo, si teneva in quel momento dritto sulla testa e in quelle condizioni non comuni, in contemplazione dell’aspetto del fiume. Egli fu prontamente rimesso in piedi dal suono della voce del padrone, che appena lo rivide con la testa in alto si mise a picchiarlo di santa ragione.
– Su, lasciatemi stare – diceva il ragazzo, parando ora con un gomito ora con l’altro la mano di Quilp. – Vedrete, se non la finite… ve lo dico prima.
– Animale! – ringhiava Quilp. – Te le darò con una mazza di ferro, ti graffierò con un chiodo, ti caverò gli occhi, se parli ancora. Come è vero…
Con queste minacce strinse di nuovo il pugno, e penetrando con destrezza fra i gomiti e cogliendo la testa del ragazzo che balzava da un lato all’altro, le assestò tre o quattro energici colpi. Dopo aver vinto il suo punto e avervi persistito, egli lasciò andare il ragazzo.
– Non lo farete più – disse il ragazzo, abbassando la testa e traendosi indietro, coi gomiti pronti nel caso d’un nuovo assalto.
– Fermati, animale – disse Quilp. – Non lo farò più perchè l’ho fatto quante volte m’è piaciuto. Ecco. Prendi la chiave.
– Perchè non picchiate uno della vostra statura? – disse il ragazzo, avvicinandosi molto lentamente.
– Dov’è uno della mia statura, animale? – rispose Quilp. – Prendi la chiave, se non vuoi che me ne serva per sfondarti il cervello. – E parlando gli diede infatti un bel colpo, col manico. – Su, apri l’ufficio.
Il ragazzo obbedì di mala voglia, in principio mormorando, ma come, voltandosi, vide Quilp che non gli toglieva lo sguardo di dosso, tacque immediatamente. E qui si può notare che fra quel ragazzo e il nano correvano strani rapporti di mutua simpatia. Non serve dire come fossero nati e cresciuti, o come fossero stati alimentati con colpi e minacce da un lato, e rimbeccate e fieri propositi dall’altro. Quilp certo non tollerava d’essere contraddetto che dal ragazzo, e il ragazzo di certo non si sarebbe sottomesso ad essere picchiato da altri che da Quilp, rinunciando per lui anche alla facoltà di svignarsela.
– Ora – disse Quilp, entrando nella casetta di legno, – tu bada al molo. Mettiti un’altra volta a testa in giù, e io ti troncherò un piede.
Il ragazzo non rispose, ma non appena Quilp si fu chiuso dentro l’ufficio, si piantò a testa in giù di fronte alla porta, e poi camminando sulle mani andò fin dietro la parete opposta e stette lì a testa in giù, e poi andò fin contro l’altro lato a ripetere lo stesso esercizio. Veramente l’ufficio aveva quattro lati, ma egli evitò quello dov’era la finestra, giudicando non improbabile che sarebbe stato scorto da Quilp. Tratto di prudenza, questo; perchè infatti il nano, conoscendo l’indole del ragazzo, si teneva in agguato a poca distanza dai vetri, armato d’una specie di grossa clava che, ruvida e scheggiata e tempestata in molti punti di chiodi, avrebbe potuto impartire eventualmente all’allievo una bella lezione.
L’ufficio di Quilp era una specie di scatolone sudicio, con nient’altro che una vecchia scrivania rachitica e due sedie, un piolo per il cappello, un vetusto almanacco, un calamaio senza inchiostro col mozzicone d’una penna, e un orologio che si caricava ogni otto giorni ma che non camminava da diciotto anni a dir poco, e dal quale la lancetta dei minuti era stata tolta per servir da stuzzicadenti. Daniele Quilp si tirò il cappello sugli occhi, si arrampicò sulla scrivania (che aveva una superficie piana), e stesevi le gambette si addormentò con la facilità d’un vecchio scrivano; certo con l’intenzione di rifarsi della veglia della notte precedente con una lunga e saporita dormita.
Saporita forse, ma certo non fu lunga, perchè non s’era ancora addormentato da un quarto d’ora, che il ragazzo aprì la porta e mise entro la testa, la quale era come un viluppo confuso di stoppa. Quilp aveva il sonno leggero, e si scosse immediatamente.
– V’è qualcuno che vi vuole – disse il ragazzo.
– Chi?
– Non so.
– Domandalo! – disse Quilp, afferrando la minuscola clava già menzionata e gettandogliela con tanta destrezza che fu fortuna per il ragazzo il non esser più nel punto dove s’era presentato. – Domandalo, animale!
Riluttante ad arrischiarsi di nuovo nel raggio di simili proiettili, il ragazzo saggiamente mandò in sua vece la causa prima del disturbo, la quale si presentò personalmente alla porta.
– Come! Nellina! – esclamò Quilp.
– Sì – disse la fanciulla, incerta se dovesse entrare o ritirarsi, perchè il nano che si stava appunto levando, con la chioma arruffata e un fazzoletto giallo in testa, faceva un po’ di paura a guardare; – sono io, signore.
– Entra – disse Quilp, senza discendere dalla scrivania. – Entra. Un momento. Guarda fuori nella corte, e vedi se c’è un ragazzo che si tien ritto a testa in giù.
– No, signore – rispose Nella. – È in piedi.
– Certo? – disse Quilp. – Bene. Entra e chiudi la porta. Che notizie, Nellina?
La fanciulla gli consegnò una lettera. Quilp, senza mutar d’atteggiamento, tranne che poggiandosi un po’ più di lato e puntellandosi con la mano il mento, si dispose ad apprendere il contenuto della missiva.

VI.

La piccola Nella si teneva timidamente da presso, con gli occhi levati verso la faccia di Quilp intenta alla lettura, mostrando chiaramente negli sguardi che, pur sentendo qualche paura e diffidenza dell’omuncolo, era piuttosto divertita del suo aspetto goffo e del suo atteggiamento grottesco. Ma pure traspariva in lei un’ansia angosciosa per la risposta, e la consapevolezza del potere del nano di far sì che fosse spiacevole e triste; cosa, questa, in stridente disaccordo con l’impulso di ridere e che lo frenò con maggiore efficacia di quanto Nella avrebbe spontaneamente saputo.
Appariva chiaramente che lo stesso messer Quilp era impacciato, e non poco, dal contenuto della lettera. Prima di averne percorso le prime due o tre righe, egli aveva cominciato a spalancar gli occhi e ad aggrottare in maniera orribile la fronte; le altre due o tre lo spinsero a grattarsi in testa in molto malo modo, e quando arrivò alla conclusione cacciò un lungo e lugubre fischio in segno di sorpresa e smarrimento. Dopo aver piegata la lettera e averla deposta accanto a sè, si morse le unghie di tutte le dieci dita con la massima voracità; ma poi riprese vivamente il foglio, e se lo rilesse. A quanto parve, la seconda lettura non fu più soddisfacente della prima, e lo immerse in una profonda fantasticheria dalla quale si riscosse con un nuovo assalto alle unghie e con un lungo sguardo alla fanciulla, che con gli occhi chini a terra attendeva che avesse finito.
– Ehi, lì! – egli disse alla fine, con una voce, e con una subitaneità, che fece balzar la fanciulla come a un colpo di cannone che le fosse esploso accanto. – Nellina!
– Sì, signore.
– Sai che contiene la lettera, Nella?
– No, signore.
– Certo, sicuro, assolutamente certo, in parola d’onore?
– Certissimo, signore.
– Giureresti che vorresti morire, se tu lo sapessi? disse il nano.
– Veramente non lo so – rispose la fanciulla.
– Bene – mormorò Quilp, notando il grave sguardo di lei. – Ti credo. Ohibò, già finito! Finito in ventiquattr’ore! Che diavolo ne ha fatto! È un mistero.
Questa riflessione lo spinse a grattarsi in testa, e a mordersi le unghie, ancora una volta. E mentre era così occupato, i suoi tratti si rilasciarono gradatamente in ciò che era in lui un lieto sorriso, ma che in chiunque altro sarebbe stato un orribile ghigno di angoscia; e quando la fanciulla levò di nuovo gli occhi notò ch’egli la guardava con straordinaria simpatia e compiacenza.
– Sei proprio graziosa, oggi, Nellina, graziosa e affascinante. Sei stanca, Nellina?
– No, signore. Ho fretta d’andar via, perchè il nonno starà in pensiero.
– Non c’è fretta, Nellina, nessuna fretta – disse Quilp. – Ti piacerebbe d’essere il mio numero due Nellina?
– Essere che, signore?
– Il mio numero due, Nellina. La mia seconda; la mia signora Quilp – disse il nano.
La fanciulla appariva spaventata, ma sembrava non lo comprendesse. Perciò Quilp si affrettò a spiegare più chiaramente quel che intendeva.
– Essere la seconda signora Quilp, quando la prima signora Quilp sarà morta, dolcissima Nella – disse Quilp, arricciando gli occhi e attirandola a sè con l’indice piegato – essere mia moglie, la mia piccola moglie dalle labbra di ciliegia e dalle guance di rosa. Mettiamo che la signora Quilp campi altri cinque anni, o altri quattro, e tu avrai l’età giusta per me. Ah, ah! Sii buona. Nellina, molto buona, e vedrai che uno di questi giorni diventerai la signora Quilp di Tower Hill.
Lungi dall’esser sostenuta e stimolata da questa visione deliziosa, la fanciulla si ritrasse tutta tremante. Messer Quilp, o perchè dal metter paura a qualcuno derivasse un organico piacere, o perchè fosse gioioso immaginare la morte della signora Quilp numero uno e l’elevazione a quel posto e a quel titolo della signora Quilp numero due, o perchè infine fosse risoluto, proprio in quel momento, per i suoi scopi particolari, di mostrarsi piacevole e di buon umore, si limitò a ridere, fingendo di non badar alla paura di Nella.
– Verrai con me a Tower Hill a visitare la signora Quilp, in questo momento stesso – disse il nano. – Essa è folle per te, Nella, ma non quanto me. Verrai a casa con me.
– Debbo riandarmene – disse la fanciulla. – Il nonno m’ha detto di tornare subito con la risposta.
– Ma tu non l’hai, Nellina – ribattè il nano: – non l’avrai e non potrai averla, se non vado a casa. Così, vedi che per eseguire la tua commissione, è necessario che tu venga con me. Dammi quel cappello lì, cara, e andremo subito.
Così dicendo, il signor Quilp cominciò a svolgersi gradatamente dalla scrivania finchè con le corte gambette non toccò il suolo e non si tenne in piedi dirigendosi dall’ufficio al molo di fuori, dove i primi oggetti che gli si presentarono alla vista furono il ragazzo che s’era divertito a camminare colla testa al suolo, e un altro signorino a un di presso della sua stessa statura, i quali si rotolavano insieme nel fango, stretti in un forte abbraccio, accapigliandosi con reciproca cordialità.
– È Kit! – esclamò Nellina, giungendo le mani. – Il poverino è venuto con me. Per piacere, signor Quilp, separateli!
– Li separerò – esclamò Quilp, rituffandosi nel piccolo ufficio, e tornandone con un grosso randello, e danzando intorno ai combattenti e pestandoli e saltando su di loro, si diede, in un impeto di frenesia, a colpir ora l’uno ora l’altro disperatamente, mirando sempre alla testa e assestando botte d’una ferocia senza esempio. Questo intervento, che fece la mischia più animata di quel che i due s’erano ripromessi, intepidì rapidamente il coraggio dei belligeranti, i quali scattarono in piedi e invocarono grazia.
– Vi farò a marmellata, animali! – disse Quilp, sforzandosi invano di raggiungere l’uno o l’altro per un colpo finale. – Ve ne darò tante da farvi lividi come prugne, vi romperò la faccia da farvi perdere i connotati, vi romperò.
– Su, gettate via quel bastone, o guai a voi! – disse il suo garzone, girandogli intorno e aspettando l’occasione di strappargli il randello. – Gettate via quel bastone!
– Avvicinati un po’ più, e te lo getterò sul cranio, animale! – disse Quilp con gli occhi infiammati. – Un po’ più, un po’ più…
Ma il ragazzo, finchè il padrone se ne stette perfettamente in guardia, non accolse l’invito; poi a un tratto diede un balzo e afferrando l’arma tentò di strappargliela dal pugno. Quilp, che era forte come un leone, la tenne stretta finchè il ragazzo non si diede a tirare con la massima forza; poi improvvisamente la allentò, e l’altro barcollando all’indietro cadde violentemente sulla testa. Il risultato di questa manovra solleticò Quilp oltre misura, ed egli scoppiò a ridere, pestando il suolo con indescrivibile entusiasmo.
– Non importa – disse il ragazzo, scotendo il capo e stropicciandoselo nello stesso tempo. – Aspettate che un’altra volta me la pigli con chi dice che siete il più brutto nano che si possa vedere al mondo per due soldi. Cucù!
– Tu intendi sostenere, animale, che non sono io il più brutto? – rispose Quilp.
– No – ribattè il ragazzo.
– Allora perchè attacchi briga sul mio molo, furfante? – disse Quilp.
– Perchè egli ha detto così – rispose il ragazzo indicando Kit – non perchè non siete.
– Allora perchè egli ha detto – gridò Kit – che la signorina Nellina era brutta, e che lei e il mio padrone erano costretti a fare tutto quello che voleva il suo padrone? Perchè ha detto così?
– Ha detto ciò che ha detto, perchè è uno stupido, e tu hai detto ciò che hai detto, perchè sei bravo e sveglio… anche troppo per non morire, se non stai attento, Kit – disse Quilp con gran soavità nei modi, ma con più tranquilla malizia negli occhi e intorno alla bocca. – Eccoti sei pence, Kit. Di’ sempre la verità, Kit, in tutte le occasioni. E tu, animale, chiudi l’ufficio, e riportami la chiave.
L’altro ragazzo, al quale era rivolto l’ordine, fece ciò che gli era detto, e fu ricompensato per la difesa del padrone, pigliandosi sul naso un energico colpo di chiave, che gli fece sgorgare le lagrime. Poi, il signor Quilp se n’andò, con la fanciulla e Kit in una barca, e il ragazzo si vendicò danzando, a intervalli, sull’estremo orlo del molo, con la testa in giù, durante tutto il tempo ch’essi impiegarono a traversare il fiume.
A casa c’era soltanto la signora Quilp che, non aspettando il ritorno del suo signore, si stava appunto preparando a schiacciare un sonnellino riparatore, quando fu riscossa dal suono dei passi del marito. Ebbe appena il tempo di farsi trovare occupata intorno a un lavoro di cucito, ch’egli entrò accompagnato dalla fanciulla. Kit era rimasto da basso.
– Ecco Nellina Trent, mia cara – disse il marito. – Un bicchiere di vino, cara, e qualche biscotto, perchè essa ha camminato molto. Si tratterrà con te, amica mia, intanto che io scrivo una lettera.
La signora Quilp guardò tremante la faccia del consorte, per sapere che potesse significare quella insolita cortesia, e obbediente all’invito che gli scorse nel gesto, lo seguì nella stanza attigua.
– Ascolta ciò che ti dico – bisbigliò Quilp. – Cerca di cavar da lei tutto quello che puoi intorno a suo nonno, e a ciò che fanno, a come vivono, e a ciò ch’egli dice. Io ho le mie ragioni per volerlo sapere, se posso. Voi donne parlate fra voi con più libertà che con noi uomini, e tu hai con lei tanta bontà e dolcezza di modi che riuscirai a conquistarla. Hai capito?
– Sì, Quilp.
– Va’, allora. Che c’è, ora?
– Caro Quilp – balbettò la moglie – io voglio bene a questa ragazza; se tu potessi fare in modo che io non la ingannassi…
Il nano, mormorando una terribile imprecazione, si guardò intorno come cercando un’arma con cui infliggere una punizione adeguata alla moglie recalcitrante. La docile donnina lo supplicò in fretta di non montare in collera, promettendo di fare ciò che egli voleva.
– Hai capito? – bisbigliò Quilp, stringendola e dandole un pizzicotto sul braccio. – So che ci riuscirai. Ricordati che starò a origliare. Se tu non la solleciti abbastanza, farò scricchiolare la porta, e guai a te se dovrò farla scricchiolare molto. Va’.
La signora Quilp andò in conformità dell’ordine. L’amabile marito, appiattandosi dietro l’uscio socchiuso, e applicandovi l’orecchio, cominciò ad ascoltare con un viso improntato di grande astuzia e grande attenzione.
La povera signora Quilp, però, stava pensando alla maniera d’incominciare e alla specie di domande che avrebbe potuto formulare; e solo quando la porta, scricchiolando con stridore assai forte, l’avvertì di procedere senz’altro indugio, si udì la voce di lei.
– Da qualche tempo, cara, vieni spessissimo avanti e indietro da Quilp.
– L’ho detto anche al nonno, son già venuta un centinaio di volte – rispose Nella innocentemente.
– E che t’ha risposto?
– Non ha fatto che sospirare e chinare la testa. Sembrava così triste e abbattuto, che, se l’aveste visto, son certa vi sareste messa a piangere. So che, al pari di me, non gli avreste potuto far nulla. Come scricchiola quella porta!
– Fa sempre così – rispose la signora Quilp, con uno sguardo impacciato in quella direzione. – Ma il tuo nonno era così prima?
– Ah, no! – disse la fanciulla vivamente – era così diverso! Una volta eravamo così felici, così allegri e contenti! Da allora non potete immaginare che cambiamento abbiamo fatto.
– Mi dispiace molto, cara, proprio molto a sentirti parlare così – disse la signora Quilp. E diceva la verità.
– Grazie – rispose la fanciulla, baciandola sulla guancia – voi siete stata sempre tanto buona con me, ed è un piacere per me potervi parlare. Tranne che con Kit non posso parlar di lui con nessuno. Pure son molto felice, e forse dovrei sentirmi più felice ancora, ma non potete immaginare come a volte m’addolori di vederlo così cambiare.
– Cambierà ancora, Nellina – disse la signora Quilp – e comincerà ad essere quello di prima.
– Iddio v’ascolti! – disse la fanciulla con gli occhi in pianto. – Ma è già molto tempo che ha cominciato a… M’è parso di veder la porta muoversi.
– È il vento – disse fiocamente la signora Quilp. – Cominciato a?…
– A essere così triste e abbattuto, e a dimenticare la solita nostra maniera di passare il tempo la sera – disse la fanciulla. – Io usavo di leggergli un libro accanto al fuoco, ed egli stava ad ascoltarmi, e quando cessavo ci mettevamo a parlare, mi narrava di mia madre, dicendomi che somigliava a me, e che parlava appunto come me quando era piccina. Poi, egli voleva prendermi sulle sue ginocchia, e tentava di farmi credere ch’ella non giaceva nella sua tomba, ma che era volata in un bel paese oltre il cielo, dove nulla moriva mai o invecchiava… Eravamo felici una volta!
– Nellina, Nellina! – disse la povera donna. – Non reggo a vedere una piccina come te così afflitta. Per piacere, non piangere.
– Piango molto di rado – disse Nella – mi son trattenuta per tanto tempo, e credo proprio di non sentirmi bene, perchè mi vengono le lagrime senza che io le possa frenare. Io non esito a narrarvi le mie pene, perchè so che non lo ridirete a nessuno.
La signora Quilp si volse da parte e non rispose.
– Poi – disse la fanciulla – andavamo a passeggiare spesso in campagna sotto gli alberi, e quando rientravamo la sera, casa nostra ci piaceva molto di più perchè eravamo stanchi e ci dicevamo che era tanto bella. E se era oscura e piuttosto malinconica, solevamo dire che non c’importava, perchè ci faceva ricordare con maggior piacere la nostra ultima passeggiata e attendere la prossima. Ma, ora, non andiamo più a passeggio, e benchè la casa sia la stessa, è più buia e più triste di quel che soleva essere una volta. Proprio!
Ella si fermò, ma, benchè la porta scricchiolasse spesso, la signora Quilp non disse nulla.
– Non vorrei che credeste – disse seriamente la fanciulla – che il nonno con me sia meno gentile di quel che solesse. Credo che mi voglia bene ogni giorno più, ed è più buono e più affettuoso di quanto si sia mostrato il giorno innanzi. Voi non sapete di quanta tenerezza mi circondi!
– Son certa che ti vuole molto bene – disse la signora Quilp.
– Sì, sì, che mi vuol tanto bene! – esclamò Nella. – Tanto quanto gliene voglio io. Però non vi ho detto il più grande cambiamento; ma per carità non lo dite a nessuno. Egli non dorme più, non riposa più, eccetto un po’ nella poltrona, di giorno; perchè, ogni notte e quasi tutta la notte, se ne va fuori di casa.
– Nellina?
– Zitta! – disse la fanciulla, mettendosi il dito alle labbra e guardandosi intorno. – Quando torna la mattina, un po’ prima dell’alba, io lo lascio entrare. Ieri notte aveva fatto molto tardi, ed era già giorno chiaro. Aveva il viso pallidissimo, gli occhi arrossati, e le gambe che gli tremavano. Tornata ancora a letto, lo sentii gemere. Mi levai e corsi da lui, e gli sentii dire, prima ancora che s’avvedesse che gli ero a fianco, che non poteva sopportare più a lungo quella vita, e che se non fosse stato per me avrebbe voluto esser morto. Che debbo fare? Ah, che debbo fare?
Le fonti del cuore le s’erano aperte; la fanciulla, soverchiata dal peso delle sue pene e delle sue tristezze, dalla prima confidenza ch’ella mai avesse fatta, e dalla simpatia con la quale il suo sfogo era stato accolto, nascose il viso nelle braccia dell’amica desolata, e scoppiò in un fiotto di lagrime.
Dopo pochi minuti ritornò Quilp, ed espresse la massima sorpresa di trovarla in quella condizione. Egli si comportò con grande naturalezza e conseguì il maggior effetto; poichè quella maniera di fare gli era familiarissima per lunga pratica, ed egli vi si sentiva a tutto suo agio
– Vedi, cara, è stanca – disse il nano, con un’odiosa sbirciata per indicare alla moglie di seguire i suoi cenni. – È lungo il tratto da casa sua al molo, e poi s’è impaurita vedendo la lotta di quei due furfanti, ed è stata inoltre in grande ansietà nella traversata del fiume. Tutto questo l’ha impressionata troppo. Povera Nella!
Il signor Quilp adottò il miglior mezzo che gli poteva venire in mente per rianimare la giovane visitatrice, e le carezzò la testa. Un atto simile da qualunque altra mano non avrebbe prodotto un notevole effetto, ma la fanciulla si ritrasse con tanta rapidità da quel tocco e provò un tale desiderio istintivo di liberarsene, che si levò subito dichiarandosi pronta ad andarsene.
– Ma sarà meglio che tu aspetti e mangi con noi – disse il nano.
– Mi son trattenuta già troppo – rispose Nella asciugandosi gli occhi.
– Bene – disse il signor Quilp – se te ne vuoi andare, va’, Nellina. Ecco questo biglietto. Soltanto per dirgli che lo vedrò domani o posdomani, e che quell’affaruccio non m’è possibile farlo stamattina. Addio, Nellina. Qui, signorino; stalle bene attento, hai capito?
Kit, che apparve alla chiamata, non si degnò di rispondere a una raccomandazione così superflua, e dopo aver fissato Quilp in maniera minacciosa, come se pensasse che potesse esser stato il nano la causa delle lacrime di Nellina, ed egli si sentisse tollerabilmente disposto a farne vendetta solo per quel semplice sospetto, gli voltò le spalle e si mise a seguire la padroncina, che s’era già congedata dalla signora Quilp e s’era avviata.
– Sei proprio abile a far delle domande, proprio abile! – disse il nano alla moglie, non appena si trovarono soli.
– Che potevo fare di più? – rispose dolcemente la moglie.
– Che potevi fare di più? – sogghignò Quilp. – Non potevi far qualcosa di meno? Non potevi fare ciò che dovevi fare, senza mostrarti nella tua diletta parte di coccodrillo, pettegola?
– Mi dispiace molto per la ragazza, Quilp – disse la moglie. – Certo che ho fatto abbastanza. L’ho indotta a dirmi i suoi segreti quando credeva che fossimo sole; e tu sentivi, Dio mi perdoni.
– Tu l’hai indotta! Hai fatto molto veramente – disse Quilp. – Che t’avevo detto dello scricchiolìo della porta? Fortuna per te che, da ciò che essa s’è lasciata strappare, ho raccolto quanto mi occorre; perchè, se no, l’avrei fatta scontare a te.
La signora Quilp, che n’era assolutamente persuasa, non rispose. Il marito aggiunse con qualche giubilo:
– Ringrazia la tua stella benigna… la stessa che t’ha fatto diventare la signora Quilp… puoi ringraziarla che io sia sulle orme del vecchio, e abbia visto una nuova luce. Così non dirmi più nulla di questo, nè ora nè mai, e non preparar nulla di buono per desinare, perchè non tornerò a casa a mangiare.
Dicendo così, il signor Quilp si mise il cappello ed uscì; e la signora Quilp, che era oltremisura rattristata dal ricordo della parte che aveva appunto rappresentata, si chiuse in camera sua, e seppellendosi la testa fra le coltri, pianse la sua colpa più amaramente di quanto avrebbero fatto molte persone di cuor meno tenero per un delitto maggiore; poichè, nella maggioranza dei casi, la coscienza è un indumento molto elastico e flessibile, che si allunga molto e si adatta a una gran varietà di circostanze. Certa gente, con un prudente governo e col toglierselo a poco a poco, come si fa con una sottoveste di flanella in estate, si sforza anche, a tempo debito, di farne interamente a meno; ma vi sono altri che possono indossarlo e spogliarsene a piacere; e questo, essendo cosa più conveniente e comoda, è molto più in voga.

VII.

– Rico – disse il signor Swiveller: – ricorda la melodia, una volta popolare, di “Addio melanconia”; ravviva la morente fiamma dell’allegria con l’ala dell’amicizia; e passa il roseo vino!
L’appartamento del signor Riccardo Swiveller era nelle vicinanze di Drury Lane, e aveva, oltre la convenienza dell’ubicazione, il vantaggio d’essere sulla bottega d’un tabaccaio, di modo ch’egli era in grado di procurarsi uno starnuto liberatore in qualunque istante, semplicemente con l’affacciarsi sulle scale, risparmiandosi così il disturbo e la spesa del possesso d’una tabacchiera. Fu in quell’appartamento che il signor Swiveller ricorse alle espressioni surricordate, per la consolazione e il conforto del suo scoraggiato amico; e non può essere poco interessante o sconveniente notare che anche quelle brevi osservazioni partecipavano in un duplice senso del carattere poetico e allegorico dello spirito del signor Swiveller, perchè il roseo vino era veramente rappresentato da un bicchiere d’acqua fresca e di gin, che veniva riempito, come richiedeva l’occasione, da una bottiglia e da un boccale sulla tavola, e faceva il passaggio dall’uno all’altro, nella scarsezza in cui essi si trovavano di recipienti di vetro; scarsezza che si può confessare senza arrossire, perchè il domicilio del signor Swiveller era quello d’uno scapolo. Per una simile, piacevole allusione la sua unica camera era menzionata col nome collettivo. Nel tempo ch’era sfitta, il tabaccaio l’aveva annunciata nella sua mostra come “appartamento” per un signore scapolo, e il signor Swiveller, accogliendo l’amplificazione, non mancava mai di parlarne come delle sue stanze, del suo appartamento, o delle sue camere, dando agli uditori l’idea d’uno spazio indefinito e lasciando che vagassero con la fantasia, a loro piacimento, per lunghe fughe di grandiose sale.
In questo volo della fantasia, il signor Swiveller era aiutato da un mobile fantasmagorico che in realtà era un letto, ma che aveva le sembianze d’uno scaffale di libreria e occupava il posto principale della camera con un’aria d’innocenza che sfidava ogni sospetto. Non v’è dubbio che, di giorno, il signor Swiveller credeva che quel dubbio oggetto fosse una libreria e nulla più, che egli chiudeva gli occhi al letto, negava risolutamente l’esistenza delle lenzuola, e scagliava lungi dai suoi pensieri il guanciale. Nessuna parola dell’uso a cui esso veramente serviva, nessuna allusione alle sue qualità speciali, era stata mai fatta fra lui e i suoi amici più intimi. La più implicita fede nell’illusione era il primo articolo del suo credo. Per essere amico di Swiveller dovevate rifiutare ogni prova più evidente, ogni ragione, osservazione ed esperienza, ed avere una fede cieca nella libreria. Era questa la sua debolezza, e se ne teneva
– Rico! – disse il signor Swiveller, vedendo che la sua prima invocazione non aveva prodotto effetto alcuno. – Passa il roseo vino!
Il giovane Trent spinse, con un gesto d’impazienza il bicchiere verso di lui, e riprese l’atteggiamento di triste musoneria dal quale era stato riscosso.
– Ti darò, Rico – disse l’amico, agitando la miscela – un po’ di sentimento adatto all’occasione. Ecco qui il maggio che…
– Ohibò! – interruppe l’altro. – Tu mi annoi mortalmente con le tue chiacchiere. Beato te che puoi essere sempre allegro!
– Ebbene, caro Trent – rispose Riccardino – vi è un proverbio che parla di folli e di savi. V’è della gente che può esser folle. Io sono della prima specie. Se il proverbio è buono, credo che sia meglio osservarne la metà piuttosto che niente; in ogni modo, preferisco d’esser matto, che esser come te… nè matto nè savio.
– Bah! – mormorò l’amico, annoiato.
– Con tutto il cuore – disse Swiveller. – Questa specie di esclamazione, nei circoli eleganti, non si indirizza a un gentiluomo nel proprio appartamento… ma non badarci. Fa’ conto di stare a casa tua. – Aggiungendo, a questa risposta un po’ viva, l’osservazione che l’amico gli appariva piuttosto capriccioso in fatto di carattere, Riccardo Swiveller si finì il roseo vino e si occupò della composizione d’un altro bicchiere di bevanda, e con esso, dopo averla assaggiata con gran gusto, propose un brindisi a una brigata immaginaria.
– Signori, augurerò, se non vi dispiace, fortuna all’antica famiglia degli Swiveller, e prosperità al signor Riccardo in particolare… il signor Riccardo, signori – disse Riccardino con grande energia – che spende tutto il suo denaro per gli amici e in compenso dei suoi sacrifici non riceve che un bah! Silenzio! silenzio!
– Riccardino – disse l’altro, ritornando al suo posto, dopo aver passeggiato due o tre volte per la stanza – vuoi parlare seriamente per due minuti, se io ti indico il mezzo per far fortuna con pochissimo disturbo?
– Tu me ne hai indicati molti – rispose Riccardino – e l’effetto è stato sempre il borsellino vuoto…
– Questa volta dirai diversamente e non passerà molto tempo – disse il compagno, avvicinando la sedia al tavolo. – Hai visto mia sorella Nella?
– Che vuoi dire? – rispose Riccardino.
– Ha un bel viso, no?
– Sì, certo – rispose Riccardino – per lei debbo dire, anzi, che non v’è una grande rassomiglianza di famiglia fra lei e te.
– Ha un bel viso? – ripetè l’amico, impaziente.
– Sì – rispose Riccardino – ha un bel viso, un bellissimo viso. Che vuol dire?
– Aspetta – rispose l’amico. – È bell’e assodato che il vecchio e io staremo ai ferri corti per tutta la vita, e ch’io non ho nulla da sperare da lui. Immagino che tu lo vegga.
– Lo vedrebbe anche un pipistrello in pieno meriggio – disse Riccardino.
– È egualmente assodato che il denaro che quel vecchio cuore di marmo… il diavolo se lo porti… prima m’insegnò a sperare che dopo la sua morte avrei diviso con mia sorella, sarà tutto di lei, no?
– Direi di sì – rispose Riccardino – giacchè non gli fece alcuna impressione la maniera con cui gli formulai la cosa. Avrebbe dovuto invece fargli impressione. Fu un discorso eloquente, Rico. “Ecco un vecchio nonno burlone!…” un discorso forte, molto cordiale e spontaneo. A te non fece questo effetto?
– Se non fece effetto su di lui – rispose l’altro – non serve discuterne. Ora senti. Nella ha quasi quattordici anni.
– Una bella ragazza per la sua età, ma piccola – osservò Riccardo Swiveller a mo’ di parentesi.
– Io debbo andarmene, sta’ zitto per un minuto – rispose Trent, irritato per lo scarso interesse che l’altro sembrava prendere alla conversazione. – Vengo al punto.
– Fai bene – disse Riccardino.
– La fanciulla ha degli affetti tenaci, e allevata com’è stata, può, all’età sua, facilmente piegarsi ed esser persuasa dall’autorità altrui. Se la piglio per mano, io riuscirò con un po’ di carezze soltanto e un po’ di minacce a farle fare la mia volontà. Per non menare il can per l’aia (perchè ci vorrebbe una settimana a enumerare tutti i vantaggi di questo progetto), che cosa t’impedisce di sposartela?
Riccardo Swiveller, che aveva fissato l’orlo del bicchiere, mentre il compagno, con grande energia e serietà di modi, gli rivolgeva le precedenti parole, non appena le ebbe udite, dimostrò la massima costernazione e con difficoltà cacciò il monosillabo:
– Che!
– Dico, che cosa t’impedisce di sposartela – ripetè l’altro con una fermezza di modi, che sapeva, per lunga, esperienza, doveva fare effetto sul compagno – che cosa t’impedisce di sposartela?
– Ma se non ha ancora quattordici anni! – esclamò Riccardino.
– Non intendo che tu la debba sposare ora – rispose il fratello con ira; – diciamo in due anni di tempo, in tre, in quattro. Ha il vecchio l’aspetto d’uno che debba vivere a lungo?
– No – disse Riccardino, scotendo il capo – ma di questi vecchi… non c’è da fidarsi molto, Rico. Ho una vecchia zia laggiù nel Dorsetshire che doveva morire quando io avevo otto anni, e non ha mantenuto ancora la promessa. Sono così opprimenti, così incoerenti, così sprezzanti questi vecchi… Se in famiglia non c’è l’apoplessia, Rico, non si può fare alcun calcolo su di loro, e anche allora son capaci di fartela in barba.
– Consideriamo allora il peggior lato della questione – disse Trent, con la stessa fermezza di prima, e fissando l’amico. – Supponiamo che egli viva.
– Certo – disse Riccardino. – V’è il dissidio.
– Dico – ripigliò l’amico – supponiamo che egli viva, e io persuadessi, o se la parola suona più appropriata, costringessi Nella a un matrimonio segreto con te. Che credi tu che potrebbe nascerne?
– Una famiglia e una rendita annua di niente, per mantenerla – disse Riccardo Swiveller, dopo averci pensato un po’.
– Ti dico – rispose l’altro con maggiore gravità, la quale, sincera o simulata che fosse, ebbe sul compagno lo stesso effetto – ch’egli vive per lei, che tutte le sue energie e tutti i suoi pensieri sono concentrati in lei, e che com’egli non riprenderebbe più me nella sua grazia per nessun atto di obbedienza o di virtù del quale macchiarmi, così non diserederebbe lei per nessun atto di disobbedienza. Non potrebbe farlo. Tu o un altro che abbia gli occhi può vederlo, se vuole.
– Certo sembra improbabile – disse Riccardino, meditabondo.
– Sembra improbabile perchè è improbabile – rispose l’amico. – Se tu gli fornissi poi una ragione suppletiva per perdonarti, mettiamo una irreparabile rottura, una querela mortale fra te e me… intendo, naturalmente la finzione di una cosa simile… egli perdonerebbe abbastanza presto. Quanto a Nella, la goccia continua scava la pietra; e tu sai che puoi fidarti di me per quanto riguarda lei. Così, viva egli o muoia, che avverrà? Che tu diverrai l’erede universale delle ricchezze di quel vecchiaccio ricco sfondato; che tu e io le spenderemo insieme, e che tu avrai, per giunta, una bella e giovane moglie.
– Credo che non ci sia dubbio alcuno ch’egli sia veramente ricco… – disse Riccardino.
– Dubbio? Non sentisti l’altro giorno che cosa si lasciò scappare innanzi a noi? Dubbio! Di che dubiterai dopo, Riccardino?
Sarebbe tedioso seguire la conversazione per tutte le sue abili giravolte, o sviluppare i graduali approcci coi quali fu conquistato il cuore di Riccardo Swiveller. Basterà sapere che la vanità, l’interesse, la povertà e tutti gl’impulsi della prodigalità lo spinsero a considerare favorevolmente la proposta, e che se fossero mancate altre attrattive, ci sarebbe stata l’abituale spensieratezza del suo carattere, che avrebbe fatto pendere la bilancia dallo stesso lato. A questi motivi si deve aggiungere il completo ascendente che il suo amico da tempo era solito ad esercitare su di lui. Un ascendente in principio tristamente usato a spese della borsa e dei disegni del disgraziato Riccardino, ma poi mantenuto senza la minima remissione, nonostante che Riccardino soffrisse per tutti i vizi dell’amico e fosse, nove volte su dieci, ritenuto come il suo demone tentatore, mentre in verità non era nient’altro che il suo più docile e inconsapevole strumento.
I motivi d’altra parte erano alquanto più profondi di quelli che Riccardo Swiveller intratteneva o comprendeva, ma, per ora, lasciati al loro naturale sviluppo, non occorre dilucidarli. L’affare fu concluso con soddisfazione, e il signor Swiveller s’accingeva ad affermare in termini eleganti di non avere alcuna insormontabile obbiezione a sposare qualunque donna che lo volesse, abbondantemente fornita di denaro o di altri beni mobili e immobili, quando fu interrotto nelle sue osservazioni da un colpo alla porta, e la conseguente necessità di gridare: “Entrate”.
La porta fu aperta, ma non entrò che un braccio coperto di schiuma di sapone e un forte sentore di tabacco. Il sentore di tabacco veniva dal negozio di sotto, e il braccio coperto di schiuma di sapone procedeva dal corpo di una fantesca, che, essendo un momento prima occupata a ripulire le scale, lo aveva estratto da una secchia di acqua calda per prendere una lettera che in quel momento teneva appunto in mano, proclamando ad alta voce, con quella rapida percezione dei cognomi, particolare delle persone di servizio, che essa era per il signor Snivelling.
Riccardino assunse un’aria piuttosto pallida e sciocca quando adocchiò la soprascritta, e si fece ancora più pallido e sciocco quando scorse l’interno della lettera. Osservò intanto che quello era uno degli inconvenienti del suo stato di dipendenza da una donna, e ch’era molto facile chiacchierare come essi avevano chiacchierato, ma ch’egli l’aveva perfettamente dimenticata.
– Dimenticata, chi? – domandò Trent.
– Sofia Wackles – disse Riccardino.
– Chi è?
– È tutto ciò che la mia fantasia l’ha dipinta, caro, ecco quanto – disse il signor Swiveller, ingoiando una lunga sorsata del “roseo vino”, e fissando gravemente l’amico: – essa è incantevole, essa è divina. Tu la conosci.
– Ricordo – disse il compagno con indifferenza. – Che n’è di lei?
– Ebbene, signore – rispose Riccardino – fra la signorina Sofia Wackles e l’umile individuo che ha ora l’onore di rivolgervi la parola, sono stati generati dei caldi e teneri sentimenti… sentimenti d’altissima e lodevolissima natura. La dea Diana, signore, che invita alla caccia, non è nella sua condotta più meticolosa di Sofia Wackles. Basta dirvi questo.
– Debbo credere che ci sia qualche cosa di vero in ciò che dici? – domandò l’amico. – Non intendi dire v’è stato un innamoramento?
– Innamoramento, sì. Promessa, no – disse Riccardino. – Non vi può essere azione per violazione di promessa di matrimonio, e questa è una consolazione. Io non mi sono mai lasciato andare a scrivere, Rico.
– E, per piacere, in quella lettera, che c’è?
– Un memento per stasera, Rico… una piccola riunione di venti persone… in tutto duecento leggere fantastiche dita, ammettendo che ogni donna e ogni uomo ne abbia il numero stabilito. Io debbo andarci, se non altro per cominciare la rottura… lo farò, non aver paura. Mi piacerebbe di sapere se questa lettera l’ha lasciata lei stessa. Se l’ha fatto, inconsapevole di qualunque ostacolo alla sua felicità, è commovente, Rico.
Per risolvere la questione, il signor Swiveller chiamò la fantesca e s’accertò che la signorina Sofia Wackles aveva veramente lasciato la lettera lei stessa in persona, che essa era in compagnia, senza dubbio per amor del decoro, di una signorina Wackles più giovane; e che, apprendendo che il signor Swiveller era in casa e invitata a salire, s’era fortemente offesa, dichiarando che piuttosto sarebbe morta. Il signor Swiveller udì questo rendiconto con un grado di ammirazione non perfettamente in accordo col progetto al quale egli aveva appunto cooperato; ma il suo amico non diede, per questo rispetto, molta importanza alla sua condotta, probabilmente perchè sapeva di avere autorità abbastanza da dirigere le azioni di Riccardo Swiveller in quello o qualunque altro ramo, quante volte egli lo avesse stimato necessario per il raggiungimento degli scopi particolari che proseguiva.

VIII

Dopo aver provveduto agli affari, il signor Swiveller fu avvertito internamente che era quasi l’ora di desinare, e perchè la sua salute non fosse messa in pericolo da una prolungata astinenza, spedì un messaggio alla più vicina trattoria per averne una immediata provvisione di manzo allesso e di verdura per due. Ma la trattoria, che conosceva l’avventore, rifiutò di esaudire questa richiesta, mandando a dire villanamente che se il signor Swiveller aveva necessità del manzo, fosse così gentile d’andare lì a mangiarselo, portando con sè, come il “benedicite” della vivanda, la somma d’un certo conticino che era rimasto da lungo tempo scoperto. Per nulla affatto scoraggiato da questo rifiuto, ma piuttosto ravvivato di spiriti e di appetito, il signor Swiveller spedì a un’altra trattoria più lontana lo stesso messaggio, aggiunge come codicillo che il signore era costretto a mandar a tanta distanza non solo perchè quel locale, per il manzo allesso, era salito a una grande rinomanza e alla maggiore popolarità desiderabile, ma anche per il fatto della coriacea durezza del manzo che si spacciava in quell’altra villana trattoria, assolutamente inadatto ad esser cibo nonchè di un gentiluomo, di qual si fosse palato umano. Il buono effetto di questo accorgimento politico fu dimostrato dal rapido arrivo di una piccola piramide di peltro, curiosamente costruita di piatti e di coperchi, della quale le portate di manzo allesso formavano la base e un boccale di birra spumante l’apice.
Scomposta la costruzione nelle sue singole parti si presentò tutto ciò che era necessario a un pasto cordiale, e il signor Swiveller e l’amico si accinsero a papparselo, con grande avidità e soddisfazione.
– Possa l’istante presente – disse Riccardino, piantando la forchetta in una grossa patata bernoccoluta – essere il peggiore della nostra vita. Mi piace questa maniera di mangiar le patate con tutta la buccia; a estrarre una patata dal suo elemento nativo (se così posso esprimermi), si prova un gusto che i ricchi e i potenti non conoscono. Oh! “All’uomo non occorre che poco quaggiù, e quel poco per non molto!” Che verità in questo… dopo desinare!
– Spero che al trattore occorra anche poco, e quel poco per non molto presto – rispose il compagno; – perchè io sospetto che tu non abbia i mezzi per pagare.
– Passerò subito a pagare – disse Riccardino, strizzando l’occhio in maniera espressiva. – Che vuoi che faccia il cameriere? La roba l’abbiamo già bella e sbrattata, Rico, e questo è quanto.
In realtà, sembra che il cameriere avesse sentito questa verità salutare, perchè quando ritornò per i piatti vuoti e il resto e fu informato dal signor Swiveller con dignitosa disinvoltura ch’egli sarebbe andato a saldare, passando subito di là, diede a divedere un’ombra di spirito conturbato, e mormorò qualche osservazione intorno al “pagamento alla consegna” e qualche cosa come “non si fa credito”, con qualche altro accenno non gradito; ma finì col contentarsi di chiedere a quale ora probabilmente il signore sarebbe passato, giacchè il cameriere essendo personalmente responsabile del manzo, della verdura e accessorî, lo avrebbe atteso senz’altro sulla via. Il signor Swiveller, dopo aver calcolato con esattezza meticolosa tutti i suoi impegni, rispose che sarebbe andato fra le sei meno due minuti e le sei e sette; e, scomparso il cameriere con questa magra consolazione, cavò di tasca un sudicio taccuino per scriver qualcosa.
– Per ricordartene, nel caso ti dimentichi di passare? – gli disse Trent, con un sorriso.
– Per dirti la verità, no, Rico – rispose Riccardo imperturbabile, mettendosi a scrivere con l’aria d’un uomo d’affari. – Scrivo in questo libriccino le vie per le quali non posso passare quando le botteghe sono aperte. Oggi questo desinare mi chiude Long Acre. La scorsa settimana comprai un paio di scarpe in via Great Queen, e me la son resa impraticabile anch’essa. Ora una sola via m’è rimasta aperta per arrivare allo Strand, e dovrò chiuderla stasera con un paio di guanti. Le strade mi si stanno chiudendo con tanta rapidità in tutte le direzioni, che in un mese di tempo, se mia zia non mi manda un vaglia, dovrò andare tre o quattro miglia fuori di città per passare dall’altra parte.
– Infine, sei proprio sicuro che te lo manderà?
– Ebbene, spero di sì – rispose il signor Swiveller – ma il numero delle lettere che in media bisogna scriverle per ammorbidirla è di sei, e questa volta siamo arrivati ad otto senza il minimo effetto. Ne scriverò un’altra domani mattina. Voglio riempirla di sgorbi e versarci un pò d’acqua intrisa di pepe, per darle un aspetto di maggiore contrizione. “Sono in tale condizione di spirito che appena so ciò che mi scrivo”… sgorbio… “se mi poteste vedere in questo momento versar lagrime per i miei trascorsi”… pepaiola… “la mano mi trema quando penso”… altro sgorbio… Se questo non fa effetto, buona notte ai suonatori.
A quel punto il signor Swiveller, che aveva finito la sua annotazione, infilò il lapis nell’astuccetto e richiuse il libriccino, con perfetta serietà e gravità. E siccome l’amico scoperse che era ora di andarsene per le altre sue faccende, egli rimase solo in compagnia del roseo vino e delle sue meditazioni intime sul conto della signorina Sofia Wackles.
– È una cosa piuttosto repentina – disse Riccardino, scotendo il capo con uno sguardo d’infinita saggezza, e continuando in fretta (com’era solito fare) con brani di poesia come se fossero prosa; – quando il timore m’opprime il cuore, dilegua via se appar Sofia. Ah, la bellissima donzella! È la rosa porporina germogliata al sol di maggio… è inutile negarlo… melodia dolce divina, del profondo empireo un raggio. In realtà è cosa troppo repentina. Non che vi sia necessità, a cagione della sorellina di Rico, di raffreddarsi subito, ma è meglio di non spingersi troppo oltre. Ma capisco che se debbo raffreddarmi, debbo cominciare subito. C’è il pericolo d’un’azione per mancata promessa di matrimonio, e questa è una ragione. V’è la probabilità per Sofia di trovarsi un altro marito, e questa è un’altra. V’è il pericolo di… no, non c’è questo pericolo, ma è meglio starsene dal lato più sicuro.
Questo moncone di considerazione era la possibilità, che Riccardo Swiveller cercava di nascondere anche a se stesso, di non essere a prova di bomba contro il fascino della signorina Wackles, e in qualche momento di debolezza, col legar la propria sorte a quella di lei, di mandare a monte l’ingegnoso disegno al quale egli aveva dato con tanta prontezza il proprio concorso. Per tutte queste ragioni, decise di avere senza indugio un litigio con la signorina Wackles, e cercando un pretesto, trovò quello d’una infondata gelosia. Acquetato lo spirito su questo punto importantissimo, fece girare il bicchiere (dalla mano destra alla sinistra, e poi viceversa) con una certa libertà, per mettersi in grado di rappresentare la sua parte con la maggiore possibile discrezione, e poi, dopo un leggero ritocco all’abbigliamento, volse i passi verso il luogo santificato dal leggiadro oggetto delle sue meditazioni.
Era a Chelsea il luogo dove la signorina Sofia Wackles abitava insieme con la madre vedova e due sorelle, e dove insieme con esse dirigeva una minuscola scuola diurna per signorine di dimensioni corrispondenti; circostanza questa fatta nota al vicinato, sulla finestra del primo piano, da una tavola ovale, sulla quale apparivano, contornate da svolazzi, le parole “Collegio femminile”; e inoltre pubblicata e proclamata a intervalli fra le nove e mezzo e le dieci la mattina da una errante e solitaria signorina di tenera età che stava, con un sillabario, ritta in punta di piedi sullo stuoino, tentando inutilmente di giungere al martello della porta. I parecchi rami d’istruzione in quell’istituto erano così ripartiti: grammatica inglese, composizione, geografia e l’uso dei manubrii, alla signorina Melissa Wackles; scrittura, aritmetica, ballo, musica e belle maniere in generale, alla signorina Sofia Wackles; lavori d’ago, cifre su biancheria e taglio di modelli alla signorina Giovanna Wackles; castighi corporali, digiuni e altre torture e terrori alla signora Wackles. La signorina Melissa Wackles era la maggiore, la signorina Sofia la seconda, e la signorina Giovanna l’ultima. La signorina Melissa aveva potuto vedere all’incirca trentacinque estati e declinava verso gli autunni; la signorina Sofia era una fresca, lieta, graziosa fanciulla di venti anni, e la signorina Giovanna ne contava appena sedici. La signora Wackles era un’eccellente, ma piuttosto acidula donna di sessanta.
A questo collegio femminile dunque volse rapido il passo Riccardo Swiveller, con disegni ostili alla pace della bella Sofia, che, vestita di bianco virgineo, senz’altro ornamento che una rosa pudibonda, lo accolse all’arrivo, in mezzo a elegantissimi, per non dire splendidi apparati: quale la decorazione della stanza con vasetti di piante che stavano sempre fuori sul davanzale della finestra, tranne col vento, che li scaraventava in istrada; le linde acconciature delle allieve diurne, alle quali era stato concesso di adornare la festa; gl’insoliti riccioli della signorina Giovanna Wackles, che tutto il giorno precedente s’era tenuta la testa arrotolata ben stretta in un manifesto giallo; e la nobiltà solenne e il pomposo portamento della vecchia signora e della figlia maggiore, che apparvero strani al signor Swiveller, ma non gli fecero alcun’altra impressione.
La verità è – e, siccome i gusti non si giustificano, anche un gusto strano come questo si può registrare senza che si ritenga una capricciosa e maliziosa invenzione – la verità è, che nè la signora Wackles nè la figliuola maggiore avevano in alcun tempo mai favorite le intenzioni del signor Swiveller: esse erano avvezze a far delle fuggevoli menzioni di lui come di un “giovane allegro” e a sospirare e a scuotere dubbiosamente il capo tutte le volte che si citava il suo nome. In verità, perchè la condotta del signor Swiveller verso la signorina Sofia era stata di quella specie vaga e dilatoria che di solito si ritiene non denoti alcuna salda intenzione di matrimonio, la signorina stessa aveva col tempo cominciato a giudicare molto opportuno che si arrivasse a una decisione in un senso o nell’altro. Quindi, ella aveva infine acconsentito ad opporre a Riccardo Swiveller un maturo giardiniere che si sapeva si sarebbe dichiarato al minimo incoraggiamento, e quindi – siccome a questo scopo era stato specialmente designato il ricevimento già menzionato – quella grande ansia da parte di lei, per la presenza di Riccardo Swiveller che l’aveva spinta a lasciare a casa di costui la lettera che noi gli abbiamo visto ricevere. “Se egli ha delle speranze o dei mezzi per mantenere bene una moglie”, aveva detto la signora Wackles alla figliuola maggiore, “o ce lo dirà ora, o mai più”. – “Se egli realmente mi vuol bene”, pensava la signorina Sofia, “stasera deve pur dichiararsi”.
Ma siccome questi detti, fatti e pensieri erano ignoti al signor Swiveller, non lo commovevano affatto affatto; ed egli andava fra sè e sè almanaccando la maniera per diventar geloso, e desiderando che Sofia fosse, almeno per quell’occasione, molto meno leggiadra di quel che era, o che gli fosse sorella, cose che gli avrebbe fatto egualmente comodo, quando arrivarono gl’invitati, fra i quali il giardiniere, che si chiamava Cheggs. Ma il signor Cheggs non arrivò solo o senza appoggio, perchè prudentemente aveva condotto con sè la sorella, signorina Cheggs, la quale correndo come una freccia verso la signorina Sofia e prendendole ambo le mani, e baciandola su ambo le guance, s’augurò in un impercettibile bisbiglio di non esser capitati lì troppo presto.
– Troppo presto? No! – rispose Sofia.
– Ah, mia cara! – soggiunse la signorina Cheggs, continuando a bisbigliare. – Sono stata così tormentata, così seccata, che è una grazia del cielo che non ci siamo presentati qui alle quattro. Alick aveva tanta impazienza, tanto desiderio di venire. Non mi crederesti, se ti dicessi che s’è vestito prima di pranzo e da quel momento non ha fatto altro che guardare l’orologio e starmi alle costole. Tutta colpa tua, brutta strega.
La signorina arrossì, e il signor Cheggs (che era timido di fronte alle donne) arrossì anche lui, e la mamma e le sorelle della signorina Sofia, per impedirgli di arrossire ancor più, lo colmarono di cortesie e di attenzioni, lasciando abbandonato a sè solo Riccardo Swiveller. Qui c’era proprio ciò che gli occorreva; qui c’era appunto il motivo, la ragione, il fondamento per simulare d’essere in collera; ma avendo questo motivo, questa ragione e questo fondamento, che egli era andato espressamente a cercare senza molta speranza, Riccardo Swiveller s’adontò proprio sul serio, e si domandò che diavolo mai Cheggs si proponesse con quella sua insolenza.
Comunque, il signor Swiveller ebbe la mano di Sofia per la prima quadriglia (le contraddanze erano assolutamente bandite per la loro volgarità), guadagnando così un notevole vantaggio sul rivale, il quale, seduto malinconicamente in un angolo, contemplava la radiosa figura della signorina muoversi leggera nell’intrico del ballo. Nè questa fu la sola superiorità che il signor Swiveller ebbe sul giardiniere; poichè, risoluto di dimostrare alla famiglia che non era uomo da trattare con leggerezza, e sostenuto forse dalle sue ultime libazioni, seppe compiere tali atti di agilità e tali prilli e piroette da colmare gli astanti di meraviglia e da far rimanere in particolare assolutamente estatico d’ammirazione e sbalordimento uno spilungone di signore che danzava con una nanerottola di allieva. Anche la signora Wackles dimenticò per il momento di rimbrottare tre piccine che s’erano messe a ridere di gioia, e non potè scacciare il pensiero che le s’affacciò, che ad avere un simile ballerino in famiglia sarebbe stato veramente un orgoglio.
In quella grave crisi, la signorina Cheggs si dimostrò un’utile e vigorosa alleata; poichè, senza restringersi a esprimere con disdegnosi sorrisi il suo dispregio per le virtù del signor Swiveller, colse ogni occasione di bisbigliare nell’orecchio della signorina Sofia espressioni di condoglianza e di simpatia per il fatto di vederla perseguitata da un essere così ridicolo, dichiarando di avere una paura mortale che Alick, al colmo dell’ira, gli saltasse addosso per picchiarlo ben bene, e supplicando la signorina Sofia di osservare come gli occhi del detto Alick fossero accesi di amore e di odio: passioni che, si può osservare, essendo un po’ grosse per quegli occhi, gli s’erano avventate anche sul naso, colorandolo d’un magnifico rossore.
– Voi dovete danzare con la signorina Cheggs – disse la signorina Sofia a Riccardo Swiveller, dopo aver ballato due volte col signor Cheggs e mostrato molto d’incoraggiarlo. – È una ragazza così bella… e suo fratello è simpaticissimo.
– Simpaticissimo, dite? – mormorò Riccardino. – Dovrei anch’io dire simpaticissimo dalla maniera con cui guarda da questa parte.
A questo punto la signorina Giovanna (già istruita a questo scopo) interpose i suoi molti ricci e bisbigliò alla sorella di osservare gl’indizi di gelosia del signor Cheggs.
– Geloso! Insolente che non è altro! – disse Riccardo Swiveller.
– Insolente, signor Swiveller! – disse la signorina Giovanna, scotendo il capo. – Per carità, non vi fate sentire; se no, son guai.
– Per piacere, Giovanna… – disse la signorina Sofia
– Che hai da dire? – rispose la sorella. – Perchè il signor Cheggs non può esser geloso, se vuole? A me, certo, non dispiace. Il signor Cheggs ha il diritto d’esse geloso come un altro, e forse presto ne avrà più diritto se non lo ha già. Tu lo sai meglio di me, Sofia.
Benchè questa, fra la signorina Sofia e la sorella, fosse una parte concertata, sorta da intenzioni giustificabili e con lo scopo d’indurre il signor Swiveller a dichiararsi in tempo, essa non ottenne il suo effetto; perchè la signorina Giovanna, ch’era una giovanetta prematuramente scaltra ed acuta, le diede tanta indebita importanza che il signor Swiveller si ritrasse fosco di dispetto, rassegnando l’innamorata nelle mani del signor Cheggs, al quale scoccò un’occhiata di sfida che l’altro gli restituì carica d’indignazione.
– Dite a me, signore? – disse il signor Cheggs, seguendolo in un angolo. – Abbiate la bontà di sorridere, signore, per non svegliare sospetti intorno a noi. Dite a me, signore?
Il signor Swiveller fissò con un sorriso accigliato i piedi del signor Cheggs, poi levò gli occhi da quelli a un garretto, dal garretto al ginocchio, e così gradatamente per tutta la gamba destra, finchè non giunse alla sottoveste, dove li levò di bottone in bottone finchè non li condusse al mento e viaggiando dritto fino a metà del naso non li fissò negli occhi di lui dicendo improvvisamente:
– No, signore, non dico a voi.
– Ehm! – fece il signor Cheggs, guardandolo di sbieco. – Abbiate la bontà, signore, di sorridere di nuovo. Forse desiderate di parlarmi.
– No, signore, neppur questo.
– Possibile, signore, che non abbiate nulla da dirmi ora? – disse il signor Cheggs, con alterezza.
A queste parole, Riccardo Swiveller ritrasse gli occhi dal viso del signor Cheggs, e viaggiando giù per la cresta del naso e giù per la sottoveste, e giù per la gamba destra, raggiunse di nuovo i piedi e attentamente li esaminò; dopo di che, s’avviò per altra parte, e salendo per la gamba sinistra, e di là avvicinandosi alla sottoveste come un momento prima, disse quando fu giunto agli occhi: – No, nulla.
– Ah, bene, signore! – disse il signor Cheggs. – Son lieto di apprenderlo. Sapete dove mi si può trovare, signore, nel caso aveste qualche cosa da dirmi?
– Quando vorrò saperlo, me ne informerò.
– Allora, signore, non abbiamo nient’altro da dirci, immagino.
– Nient’altro, signore. – E con queste parole, accompagnate da un reciproco aggrottamento di ciglia, si chiuse quel dialogo formidabile. Il signor Cheggs corse a porgere la mano alla signorina Sofia, e il signor Swiveller andò a sedersi in un angolo in una condizione di desolata malinconia.
In prossimità di quell’angolo erano sedute la signora Wackles e la signorina Melissa a osservare il ballo, e ad esse, quando il suo cavaliere era impegnato solo nella figura della danza, correva di tanto in tanto la signorina Cheggs, facendo qualche osservazione che si mutava in fiele e in verme roditore nell’animo di Riccardo Swiveller. Guardando gli occhi della signora e della signorina Wackles, per averne un incoraggiamento, e piantate con grande rigidezza e incomodità su due sgabelli, stavano due allieve diurne; e quando la signorina Wackles sorrideva e la signora Wackles sorrideva, le due ragazzine sui due sgabelli cercavano di guadagnarsi il loro favore e sorridere allo stesso modo; ma in graziosa ricompensa di questa attenzione la vecchia le agghiacciava istantaneamente con un severo aggrottamento di sopracciglia, avvertendole che se avessero osato un’altra volta di ricadere nella stessa impertinenza, le avrebbe fatte accompagnare fino alle loro rispettive abitazioni. Una delle piccine, che era debole e di carattere tremebondo, innanzi a questa minaccia, si mise a piangere, e per questa offesa furono fatte tutte e due filare immediatamente via, con una formidabile istantaneità che un vero terrore si sparse nell’animo di tutte le allieve.
– Ho certe notizie per voi – disse la signorina Cheggs, avvicinandosi ancora una volta. – Le cose che Alick ha detto a Sofia! Parola d’onore, sapete, è chiarissimo che fa proprio sul serio.
– Che ha detto, cara? – chiese la signora Wackles. – Ogni sorta di cose – rispose la signorina Cheggs. – non potete neanche immaginare le cose che ha dette.
Riccardo Swiveller considerò opportuno di non sentir nient’altro, ma cogliendo il destro d’una sospensione delle danze e della presenza del signor Cheggs che andava a fare la sua corte alla vecchia, si avviò, con una estremamente sottile simulazione della massima disinvoltura, verso la porta, sfiorando nella sua rotta la signorina Giovanna Wackles, che in tutta la gloria dei suoi riccioli, faceva la vezzosa per esercizio, non essendoci altro di meglio, con un vecchio signore pieno d’acciacchi che s’era rincantucciato nel salotto. Presso alla porta se ne stava la signorina Sofia, ancora fremente e confusa per le attenzioni del signor Cheggs, e al suo fianco Riccardo Swiveller s’indugiò un istante per scambiare un po’ di parole d’addio.
– Il mio canotto è sulla spiaggia, e la mia nave è in mare, ma prima che io varchi questa soglia debbo darvi l’addio – mormorò Riccardo, fissandola malinconicamente.
– Ve n’andate? – disse la signorina Sofia, il cuore oppresso dal risultato del suo stratagemma, ma pur nondimeno affettando una certa indifferenza.
– Se me ne vado? – soggiunse amaramente Riccardo. – Sì, me ne vado. Che altro?
– Nulla, tranne che è molto presto – disse la signorina Sofia – ma naturalmente il padrone siete voi.
– Vorrei, prima di aver intrattenuto un pensiero per voi, che fossi stato anch’io la mia padrona – disse Riccardino. – Signorina Wackles, io vi credevo fedele, ma ora mi dolgo d’aver conosciuto una fanciulla così bella e pure così traditrice.
La signorina Sofia si morse le labbra e affettò di guardare con grande interesse verso il lontano signor Cheggs, che ingurgitava limonate.
– Son venuto qui – disse Riccardino, piuttosto immemore del proposito con cui vi era andato – col petto allargato, il cuore dilatato e tutti i sentimenti gonfi in proporzione. – Me ne vado via con sentimenti che si possono indovinare, ma non si possono descrivere, portando in me stesso la desolante verità che, stasera, il mio miglior affetto è stato soffocato.
– Veramente, non capisco ciò che dite, signor Swiveller – disse la signorina Sofia con gli occhi chini. – Sono molto dolente se…
– Dolente, signorina! – disse Riccardino. – Dolente nelle mani d’un Cheggs! Ma vi auguro la buona sera; e concludo con questa piccola osservazione: che in questo momento v’è una fanciulla che cresce a bella posta per me, e che non solo ha delle grandi attrattive personali, ma un gran patrimonio. Essa ha incaricato il suo parente più prossimo di domandare la mia mano; e io per riguardo ad alcune persone della sua famiglia, ho acconsentito a promettergliela. È una circostanza consolante, e sarete lieta d’apprenderla, che una bella e graziosa ragazza si stia facendo donna appositamente per me, e stia accumulando per me. M’è parso bene di dirvelo. Io ora ho da far altro che scusarmi di avervi per tanto tempo importunata. Buona sera!
– Vi è un bene che nasce da tutto questo – si disse Riccardo Swiveller quando giunse a casa e si chinò sulla candela con in mano lo spegnitoio: – cioè che ora mi butterò anima e corpo, testa e piedi con Rico, nel suo progetto su Nellina, ed egli sarà contentissimo di trovarmi così saldamente risoluto. Domani saprà tutto, e, nel frattempo, siccome è piuttosto tardi, mi provo ad ottenere un po’ di carezze da Morfeo.
Morfeo venne quasi nello stesso momento dell’invocazione. Dopo pochi minuti, Swiveller dormiva profondamente, sognando di aver sposato Nellina Trent e di esser entrato in possesso della proprietà, e di aver, col suo primo atto di potenza, messo a soqquadro il giardino del signor Cheggs, trasformandolo in una fabbrica di mattoni.

IX.

La fanciulla, nelle sue confidenze con la signora Quilp, non aveva che vagamente descritto la tristezza e l’amarezza dei pensieri che l’assalivano, o l’oppressione della nuvola che le oscurava la casa, proiettando paurose ombre sul focolare. Oltre la difficoltà di dare, a chiunque non la conoscesse intimamente, l’idea della vita da lei condotta, un senso adeguato della sua tetraggine e della sua solitudine, anche il continuo timore di nuocere o far torto al vecchio, al quale ella era così teneramente affezionata, l’aveva frenata, pure nel bel mezzo delle sue espansioni, e trattenuta dall’alludere alla causa principale delle sue ansie e delle sue ambasce.
Giacchè non era la monotonia dei giorni che passavano senza esser contrassegnati da alcuna variazione e senza essere allietati da alcuna piacevole compagnia, non erano le buie, malinconiche sere o le lunghe solitarie notti, non la mancanza dei piccoli e facili svaghi che attraggono così vivamente i giovani cuori, non la soppressione d’ogni traccia della fanciullezza che non fosse un corteggio di debolezze e di dolorosa sensibilità; non era nulla di tutto questo che faceva piangere Nella. Vedere il vecchio curvo sotto il peso di qualche ambascia segreta, osservare la sua condizione d’instabilità e d’incoerenza, essere agitata a volte dalla terribile paura che egli avesse la mente inferma, e rintracciare nelle sue parole e nei suoi sguardi l’inizio d’una triste follia; osservare e aspettare e sorprendere, di giorno in giorno, la conferma di tutti questi indizi, e sentire e sapere che nel caso d’una sventura, essi erano soli al mondo senza nessuno ad aiutarli, a consigliarli, ad aver cura di loro; tutte queste erano cagioni d’ansia e di abbattimento che avrebbero potuto avere dei gravi effetti anche in un animo più forte con molte ragioni intorno di letizia e di gioia; ma come dovevano pesare sullo spirito d’una fanciulla che le aveva sempre presenti, e che era costantemente attorniata da ciò che le teneva in continuo fermento i pensieri più dolorosi!
E pure, nella mente del vecchio, Nella era sempre la medesima. Quand’egli poteva, per un istante, liberar lo spirito dal fantasma che l’occupava e l’ossessionava in continuazione, vedeva innanzi a sè la piccola compagna che gli sorrideva con lo stesso sorriso, che gli parlava con le stesse dolci parole, gli faceva la stessa allegra risatina, e gli stava intorno con lo stesso affetto e la stessa attenzione che, toccandogli profondamente l’anima, sembrava non gli fossero mai mancati in tutta la vita. E così continuava, lieto di leggere il libro del cuore di Nella dalla prima pagina che gli veniva presentata, non sospettando affatto la storia nascosta negli altri fogli, e mormorando fra sè che la bambina almeno era felice.
Una volta ella era stata felice. Allora passava cantando per le oscure stanze, movendosi con agili passi fra i loro tesori polverosi, facendoli apparire più vecchi con la sua freschezza, e più austeri e più imbronciati con la sua letizia. Ma ora le stanze erano fredde e tetre, e quando lasciava la sua cameretta per passare le ore più tediose seduta in un’altra stanza, se ne stava calma e immobile come tutti quegli ospiti inanimati, senza più il coraggio di svegliare con la sua voce gli echi fatti rauchi dal lungo silenzio.
In una di quelle stanze c’era una finestra che dava sulla via, e lì per molte e molte sere, andò a sedersi la fanciulla, e spesso si tratteneva fin tardi, sola e pensosa. Nessuno più ansioso di quelli che vigilano e attendono; allora le più tristi fantasie le s’accalcavano in mente, a frotte.
S’andava a sedere lì, sull’imbrunire, a guardare la gente che passava su e giù per la via, o quelli che si affacciavano alle finestre della casa di fronte, domandandosi se essi si sentissero soli come si sentiva lei, e se derivassero una specie di compagnia dalla sua presenza lì, appunto come la derivava lei soltanto dal vederli affacciare e dal ritrarsi dentro di nuovo. V’era una schiera confusa di camini su uno dei tetti di fronte, e a furia di guardarli e riguardarli, ella aveva finito col figurarsi fra essi delle brutte grinfe che la fissassero, accigliate, cercando di spiar nella stanza; ed essa era lieta, quando l’oscurità era più fitta, di non distinguerle più; ma poi si doleva dell’arrivo del lampionaio che accendeva i fanali nella via, e allora era molto tardi e c’era un gran buio di dentro. E in quel punto ella si ritraeva e si guardava d’attorno per vedere se ogni cosa fosse a posto e nulla si fosse mosso; e affacciandosi di nuovo nella via vedeva talvolta passare un uomo con un feretro sulle spalle e altri due o tre seguirlo in silenzio in una casa dove qualcuno era morto: cosa che la faceva rabbrividire e le suscitava immagini che le presentavano di nuovo il viso del vecchio trasfigurato e i suoi modi cambiati, e una nuova serie di timori e di ansie dolorose. Se il nonno fosse morto – se fosse stato assalito improvvisamente da una malattia e non fosse ritornato più a casa vivo – se, una notte, fosse tornato a casa e l’avesse baciata e benedetta come il solito, e dopo ella se ne fosse andata a letto e si fosse riaddormentata e intanto avesse sognato piacevolmente e avesse sorriso in sogno, ed egli si fosse ucciso e il suo sangue fosse scorso pian piano per terra fino alla porta della cameretta! Pensieri, questi, tanto terribili ch’ella non vi si indugiava, e di nuovo ricorreva a guardar nella via, allora percorsa da un minor numero di persone e più buia e più silenziosa di prima. Le botteghe si chiudevano e dei lumi cominciavano ad apparire alle finestre superiori, perchè i vicini andavano a letto. A poco a poco, le luci diminuivano e sparivano, o erano sostituite, qua e là, da fiochi lumini a olio che dovevano ardere tutta la notte. Pure, non molto distante, c’era una bottega ancora aperta, che proiettava un vivo chiarore sul marciapiede, e aveva un aspetto allegro e festoso. Ma poco dopo si chiudeva anche quella, la luce era estinta, e tutto era oscuro e cheto, e rari passi sonavano lontano, o un vicino, attardandosi più del solito, picchiava energicamente alla porta di casa per destare la famiglia addormentata.
Quando la notte era così avanzata (e di rado prima) la fanciulla chiudeva la finestra e se ne andava pian piano da basso, pensando intanto al terrore che l’avrebbe invasa se una di quelle orribili facce nella bottega, che spesso le apparivano in sogno, le fosse andata incontro, divenuta a un tratto brillante e radiosa. Ma queste paure svanivano innanzi al cheto lume della lampada e all’aspetto familiare della sua stanzetta. Dopo aver pregato fervorosamente, e con molte cocenti lagrime, per il vecchio, per la pace del suo spirito e per il ritorno della pace e della felicità di una volta, posava la testa sul guanciale e singhiozzava finchè non si addormentava spossata; ma spesso si destava di nuovo, prima di giorno, per sentire il campanello e rispondere all’appello immaginario che l’aveva riscossa dal suo torpore.
Una sera, la terza dopo il colloquio con la signora Quilp, il vecchio, che s’era sentito poco bene e sofferente tutta la giornata, disse che non sarebbe uscito. Gli occhi della fanciulla scintillarono di gioia all’annuncio, ma la gioia si dileguò appena si volsero al viso stanco e disfatto del vecchio.
– Son passati due giorni – egli disse – due giorni interi interi e la risposta non è venuta. Che ti disse. Nella?
– Esattamente ciò che ti riferii, nonno.
– Sì – disse il vecchio, fiocamente. – Sì. Ma dimmelo ancora, Nella. La memoria mi tradisce. Che cosa ti disse? Che sarebbe venuto domani. Nient’altro, vero? Così diceva la lettera.
– Nient’altro – disse la fanciulla. – Debbo andare un’altra volta domani, caro nonno? Molto presto? Prima di colazione, sarò già di ritorno.
Il vecchio scosse il capo, e sospirando dolorosamente, la trasse a sè.
– Sarebbe inutile, cara, assolutamente inutile. Ma se egli, Nella, m’abbandona in questo momento… se m’abbandona ora, quando io col suo aiuto sarei ricompensato di tutto il tempo e il denaro che ho perduto, e di tutta l’angoscia mentale che ho sopportato e che mi ha ridotto in questo stato, io sono rovinato e… peggio ancora, molto peggio… ho rovinato te, per cui ho arrischiato tutto. Se noi fossimo costretti a mendicare…
– E anche? – disse con baldanza la fanciulla. – Andiamo a mendicare e siamo felici.
– Andare a mendicare… ed esser felici! – disse il vecchio. – Povera bambina!
– Caro nonno – esclamò la fanciulla con un’energia, che le trasparì nel viso arrossato, nella voce tremante, nell’atteggiamento infervorato – credo in questo di non essere una bambina; ma anche se lo sono, lascia che ti dica che ci sia concesso di mendicare, di lavorare sulle strade aperte o nei campi, di guadagnarci quel che sarà possibile guadagnarci, piuttosto che condurre la vita che conduciamo.
– Nellina! – disse il vecchio.
– Sì, sì, piuttosto che condurre la vita che conduciamo – ripetè la fanciulla con maggiore gravità. – Se tu sei afflitto, dimmene la ragione, perchè io mi affligga con te; se tu ti consumi e diventi più pallido e debole ogni giorno, che io sia la tua infermiera e cerchi di guarirti. Se tu sei povero, siamo poveri insieme; ma lasciami essere con te; ma fa’ che non ti vegga mutato così, senza che io ne sappia il perchè, se non vuoi che io muoia. Caro nonno, abbandoniamo domani stesso questo triste luogo, e andiamocene elemosinando di porta in porta.
Il vecchio si coprì con le mani la faccia, e la nascose nel guanciale del letticciolo su cui giaceva.
– Andiamocene mendicando – disse la fanciulla mettendogli un braccio intorno al collo. – Io non ho paura di non trovar di che vivere; son sicura che lo troveremo. Giriamo per le campagne, e andiamo a dormire nei campi e sotto gli alberi, e non pensare più al denaro, e a tutto quello che può rattristarti, ma riposa la notte e il giorno pigliamoci in faccia il sole e il vento, e ringraziamo insieme il Signore! Non rimettiamo più piede in queste stanze buie, in questa casa malinconica, ma andiamocene vagando dovunque ci piacerà d’andare. Quando ci sentiremo stanchi, ci fermeremo a riposare nel luogo più bello che si sarà incontrato, e io andrò a mendicare per tutti e due.
La voce della fanciulla, che intanto si chinava sul collo del vecchio, si spense fra i singhiozzi; nè ella era sola a piangere.
Queste parole non erano per orecchie estranee, e per occhi estranei neppure la scena. Ma orecchie ed occhi estranei stavano avidamente intenti a tutto ciò che avveniva, ed erano inoltre le orecchie e gli occhi nientemeno che del signor Daniele Quilp, il quale, entrato senza esser veduto nell’atto che la fanciulla si metteva a fianco del vecchio, si era trattenuto – mosso, certo, da ragioni della più pura delicatezza – dall’interrompere la conversazione, e se n’era rimasto, col consueto sogghigno, ad osservar ogni particolare. Ma siccome lo star ritto in piedi rappresentava una posizione incomoda per un galantuomo già stanco da una lunga passeggiata, il nano, che apparteneva a quella categoria di persone che di solito non fanno cerimonie, adocchiando subito una poltrona, v’era saltato con una straordinaria agilità, e s’era appollaiato sulla spalliera coi piedi sul sedile, mettendosi così in grado di osservare e di ascoltare con maggiore comodità e secondando nello stesso tempo la forte smania che lo assaliva in tutte le occasioni di far qualche cosa di fantastico e di scimmiesco. Nella poltrona, quindi, s’era accomodato con una gamba a cavalcioni dell’altra, il mento poggiato alla palma della mano, la testa voltata da un lato, e le orribili fattezze contorte in una smorfia di compiacenza. E in quella posizione al vecchio, che si volse per caso da quella parte, toccò di vederlo, col più vivo sbalordimento.
A mirar quel simpatico personaggio la fanciulla cacciò un grido represso; nella loro prima sorpresa e lei e il vecchio, non sapendo che dire, e quasi dubitando della realtà, pur continuando a fissarlo, fecero l’atto di trarsi indietro. Per nulla affatto sconcertato da simile accoglienza, Daniele Quilp non mutò d’atteggiamento, e fece semplicemente due o tre volte un cenno di grande condiscendenza. Alla fine, il vecchio pronunciò il nome del nano, domandandogli come fosse entrato.
– Per la porta – disse Quilp, accennando di sulla spalla col pollice. – Non son tanto piccolo da entrare per il buco della serratura. Dio lo volesse! Ho da parlarvi in particolare a quattr’occhi. Noi due soli, vicino. Addio, Nellina.
Nella guardò il vecchio, che le fece cenno di ritirarsi e la baciò sulla gota.
– Oh! – disse il nano, facendo schioccare le labbra. – Che bel bacio… proprio sulla parte rosea! Che squisito bacio!
Nella non fu, per questo, più lenta ad andarsene. Quilp la seguì con un’occhiata di ammirazione, e come vide chiudersi la porta, si mise a fare dei complimenti al vecchio sulla bellezza della fanciulla.
– Che, fresco, fiorente, modesto bocciuolo, vicino! disse Quilp, con un vivo scintillìo degli occhi, mentre si carezzava una gamba. – La squisita, rosea, rotondetta Nellina!
Il vecchio rispose con un sorriso sforzato, lottando evidentemente con un sentimento della più viva e tormentosa impazienza.
Esso non passò inosservato a Quilp, che si compiaceva di torturar il vecchio, quando gli riusciva.
– Proprio così – disse Quilp, parlando sottovoce, e fingendo d’essere tutto concentrato nell’argomento: – piccola, soda, squisitamente modellata, bionda, con le vene così azzurre e la pelle così trasparente, con piedini così minuscoli, e modi così attraenti… Ma, il Signore mi benedica, voi siete nervoso! Ebbene, vicino, che c’è? Vi giuro – continuò il nano, smontando dalla spalliera della poltrona e mettendosi a sedere con una cauta lentezza di movimenti in assoluto contrasto con la rapidità con cui, inosservato, s’era poco prima arrampicato – vi giuro che non avevo alcuna idea che un sangue vecchio come il mio si potesse mettere a gorgogliare così rapidamente e che si fosse mantenuto così bollente. Credevo che si fosse calmato, e che si fosse intepidito, molto intepidito. Credevo proprio che fosse così. Ci dev’essere qualche scompiglio nel vostro vicino.
– Credo di sì – gemè il vecchio, stringendosi la testa fra le mani. – V’è qui una febbre ardente, e qualcosa di quando in quando a cui ho paura di dare un nome.
Il nano non pronunciò una sillaba, ma osservò il compagno, che s’era messo a passeggiare irrequieto su e giù per la stanza, e poi tornò subito al suo posto. Rimase per qualche tempo con la testa chinata sul petto, e, levandola improvvisamente, disse:
– Finalmente, e una volta per tutte, mi avete portato un po’ di denaro?
– No! – rispose Quilp.
– Allora – disse il vecchio, congiungendo disperatamente le mani, e guardando in alto – la bambina e io siamo perduti.
– Vicino – disse Quilp, fissandolo gravemente e con la mano picchiando due o tre volte il tavolo per attrarre l’attenzione errante del vecchio: – con voi voglio esser sincero, e giocare un giuoco più onesto di quando tenevate voi tutte le carte, e io non ne vedevo che il tergo e nient’altro. Ora, non potete avere più segreti per me; no, nessuno. Perchè ora so che tutte quelle somme di denaro, che tutti quei prestiti ed anticipi che vi ho fatti, sono andati a finire sul… debbo dire la parola?
– Su! – rispose il vecchio. – Ditela, se non vi dispiace.
– Sul tavolo da giuoco – rispose Quilp – il vostro rifugio notturno. Era questo, sì, il vostro magnifico mezzo per far fortuna; questa era la magica e sicura fonte di ricchezza nella quale avrei dovuto gettare il mio denaro (se fossi stato quello sciocco che mi credevate); questa era la vostra inesauribile miniera d’oro, il vostro Eldorado, eh?
– Sì – esclamò il vecchio, volgendoglisi con gli occhi scintillanti – appunto. E sarà, se non muoio.
– Pensare che dovevo essere abbindolato – disse Quilp, con uno sguardo sprezzante – da un idiota di giocatore!
– Io non sono giocatore – esclamò con alterezza il vecchio. – Chiamo il Cielo a testimonio che io non ho mai giocato per il guadagno mio, o per amore del giuoco; che ad ogni moneta che arrischio, sussurro a me stesso il nome di quell’orfana lì, invocando il Cielo perchè mi favorisca.. cosa che esso non fa mai. A chi permette invece di vincere? Chi son quelli con cui io gioco? Gente che vive di truffa, di dissolutezza, di corruzione, sperperando il denaro nelle orge, diffondendo il male e il vizio. Se io vincessi su questa gente, le mie vincite sarebbero destinate fino all’ultimo centesimo a una innocente bambina, per renderle la vita più dolce e felice. Che cosa cerca quella gente! I mezzi della corruzione, dell’abbiezione, della miseria. Chi non avrebbe fiducia in uno scopo quale il mio? Ditemi! Chi al pari di me non avrebbe fiducia?
– Quando cominciaste a battere questa folle rotta? – domandò Quilp, temperando un istante le sue velleità sarcastiche con lo spettacolo dell’ambascia e della disperazione del vecchio.
– Quando cominciai? – questo soggiunse, passandosi la mano sulla fronte. – Quando fu che cominciai? Dovè essere il giorno che cominciai a pensare quanto poco avevo risparmiato, quanto tempo mi ci sarebbe voluto per risparmiare veramente, quanto poco ancora, alla mia età, mi sarebbe toccato di vivere, e come la bambina sarebbe rimasta abbandonata alla mercè del mondo, con tanto appena da difenderla dai pericoli che insidiano la povertà; fu allora che cominciai a pensarci.
– Dopo che eravate venuto da me per mandare al mare il vostro magnifico nipote? – disse Quilp.
– Poco tempo dopo – rispose il vecchio. – Ci pensai a lungo, e per molti mesi non ebbi più il sonno tranquillo. E poi cominciai. Non vi provavo alcun piacere, e non me ne ripromettevo nessuno. Non ne ricavai che giorni di ansia e notti insonni. Persi la salute e la pace dello spirito, e non guadagnai che debolezze e tristezze.
– Prima perdeste quel po’ di denaro che avevate messo da parte, e poi vi rivolgeste a me. Mentre io pensavo che stavate facendo la vostra fortuna (come mi assicuravate), vi riducevate alla miseria, eh? Poveretto me! E così è avvenuto che io ho in mano tutti i vostri titoli e valori, e un atto di vendita di… tutta la vostra merce e di tutta la vostra proprietà – disse Quilp levandosi e guardandosi d’attorno, come per assicurarsi che non mancasse alcun oggetto. – Ma non avete vinto mai?
– Mai! – gemè il vecchio. – Non mi son rifatto mai
– Credevo – sogghignò il nano – che se uno avesse persistito a giocare avrebbe finito col vincere, o almeno col non perdere.
– E così è – esclamò il vecchio, riscotendosi a un tratto dal suo abbattimento, e spronato alla più violenta esaltazione – e così è; l’ho avvertito fin dal principio, l’ho sempre saputo, l’ho veduto, non l’ho mai sentito più fortemente di ora. Quilp, ho sognato per tre notti, di vincere la stessa grossa somma, un sogno mai fatto prima, per quanto l’abbia spesso desiderato. Non mi abbandonate ora che ho questa probabilità. Non ho altro rifugio che voi, aiutatemi, lasciatemi quest’ultima speranza.
Il nano scrollò le spalle e scosse il capo.
– Sentite, Quilp, siate generoso, Quilp – disse il vecchio, cavando di tasca con mano tremante dei pezzi di carta, e afferrando il braccio del nano: – soltanto guardate qui. Vedete queste cifre, risultato di lunghi calcoli e di penose e difficili prove. Io debbo vincere. Ho bisogno soltanto d’un’altro po’ d’aiuto, un po’ di sterline, una quarantina di sterline, caro Quilp.
– L’ultimo prestito fu di settanta – disse il nano – e se ne volarono in una notte.
– Lo so – rispose il vecchio – e quella fu la volta che m’andò peggio; il tempo non era ancora maturo allora. Considerate, Quilp, considerate – esclamò il vecchio, tremando tanto in quell’atto che le carte che aveva in mano s’agitarono come scosse dal vento – che la mia bambina è orfana. Se fossi solo, potrei morire con gioia… forse anche anticipare il destino che s’abbatte quaggiù con tanta disuguaglianza, perchè colpisce gli orgogliosi e i felici nel colmo della loro fortuna e trascura i bisognosi e gli afflitti e quanti lo invocano nella loro disperazione… ma tutto quello che ho fatto, l’ho fatto per lei. V’imploro d’aiutarmi per amor suo; non per me, per lei!
– Mi dispiace, ma ho un appuntamento – disse Quilp, guardando con perfetta calma l’orologio: – se no, sarei stato molto contento di passare con voi una mezz’ora(1) e vedervi ricomporre, molto contento.
– Vedete, Quilp, ottimo Quilp – balbettò il vecchio, afferrandogli un lembo del soprabito – voi e io abbiamo parlato, più d’una volta, della povera madre sua. Da questo forse m’è venuta la paura di veder la bambina cadere in povertà! Ah, datemi il denaro per quest’ultima speranza!
– In realtà non posso – disse Quilp con insolita cortesia – benchè v’abbia da dire questo… ed è una circostanza da non dimenticarsi: questa, che i più furbi a volte possono essere raggirati… che fui così ingannato dalle strettezze in cui vivevate solo con Nellina…
– Non l’ho fatto che per risparmiare e tentar la fortuna, preparando alla bambina un gran trionfo.
– Sì, sì, ora comprendo – disse Quilp – ma volevo dire, fui così ingannato da questo, dal vostro fare da spilorcio, dalla fama di ricco che avevate fra quelli che vi conoscevano, e dalle vostre assicurazioni ripetute che coi miei anticipi avreste triplicato e quadruplicato, l’interesse che mi pagavate, che anche ora vi avrei prestato ciò che chiedete, dietro una semplice obbligazione, se non fossi venuto inaspettatamente a conoscenza della vostra condotta.
– Chi è stato – ribattè il vecchio, con tono di disperazione – che, nonostante ogni mia precauzione, ha potuto dirvelo? Avanti! Che io sappia il suo nome… il nome della persona.
Lo scaltro nano, giudicando che col dire il nome della fanciulla avrebbe rivelato l’artificio da lui impiegato, che era bene nascondere, perchè non ne avrebbe guadagnato nulla, si arrestò nella sua risposta e disse:
– Ebbene, chi credete che sia stato?
– Dev’essere stato Kit, dev’essere stato quel ragazzo; egli ha fatto la spia, e voi ve la siete intesa con lui.
– Come ci avete pensato? – disse il nano in tono di grande commiserazione. – Sì, è stato Kit, povero Kit!
Così dicendo, fece un cenno amichevole, e si avviò. Si fermò a piccola distanza, dopo aver varcato la porta esterna, e sogghignò con una gioia straordinaria.
– Povero Kit! – mormorò Quilp. – Credo sia sta lui a dire che io sono il più brutto nano che si possa vedere al mondo per due soldi, no? Ah ah ah! Povero Kit!
E così s’allontanò, gorgogliando di compiacenza.

X.

Daniele Quilp non entrò e non uscì inosservato dalla casa del vecchio. Quasi di fronte, nell’ombra d’una arcata che conduceva in uno dei molti chiassetti che si diramavano dalla via principale, c’era in attesa un tale che, essendosi scelto quel nascondiglio fin dal primo crepuscolo, aveva continuato a rimanervi sempre con stessa pazienza. Appoggiatosi contro il muro, a mo’ di chi avesse da attendere lunga pezza, e avvezzo com’era ad attendere, se n’era stato lì con grande rassegnazione, appena mutando d’atteggiamento, per ore di seguito.
La persona in attesa non attrasse molto l’attenzione dei passanti, ai quali neppur essa badò. I suoi occhi erano costantemente diretti verso un oggetto: la finestra dove la fanciulla era solita ad affacciarsi. Se li ritraeva per un momento, lo faceva soltanto per dare un’occhiata all’orologio di qualche bottega vicina, e quindi aguzzarli ancora una volta verso lo stesso punto con maggiore ardore e attenzione.
È stato già notato che la persona non aveva, nel cantuccio del suo rifugio, mostrato alcun segno di stanchezza, nè in seguito ne diede il minimo indizio, per quanto l’attesa durasse a lungo. Ma siccome il tempo continuava a passare, essa cominciò a manifestare un po’ d’ansia e di sorpresa, col volgersi all’orologio più frequentemente e alla finestra con più debole speranza. Infine l’orologio le fu nascosto alla vista da certa imposta invidiosa, e i campanili delle chiese proclamarono che erano le undici di notte, poi le undici e un quarto, e finalmente nello spirito della scolta cominciò a farsi strada la convinzione che fosse inutile star lì a indugiarsi più a lungo. Ma che questa convinzione non fosse la benvenuta, e che la scolta non fosse affatto disposta a cederle, fu apparente dalla riluttanza a lasciare il suo posto d’osservazione, dai passi lenti coi quali più volte se ne allontanò, guardando lateralmente alla stessa finestra, e dalla precipitazione con la quale più volte tornò indietro, appena un rumore immaginario o un tenue barlume potè farle credere che la finestra si fosse aperta. Finalmente, dovè per quella sera rinunziare, come disperata, al proposito che l’aveva tenuta inchiodata fin lì, e a un tratto mettendosi a correre come per costringersi ad andarsene alla massima velocità, non arrischiandosi a guardare indietro neppure una volta per non essere tentata di ritornare.
Senza rallentare il passo, o fermarsi a riprender fiato, la scolta misteriosa passò come una freccia per molti vicoli e stridette anguste finchè non giunse in una corte quadrata e lastricata, dove si mise a camminare piano e, arrivata a una casetta illuminata, sollevò il saliscendi della porta ed entrò
– Iddio ci benedica! – esclamò una donna, volgendosi vivamente. – Chi è? Ah, sei tu, Kit?
– Sì, mamma, sono io.
– Mi sembri molto stanco, caro!
– Il padrone non è uscito stasera – disse Kit; – e lei non s’è affacciata neppure un minuto alla finestra. – E così dicendo, si sedè accanto al fuoco con una faccia molto malcontenta e triste.
La stanza in cui Kit s’era seduto, era molto modesta e povera, ma tuttavia con quell’aria di comodità, che – se il luogo non è addirittura miserabile – in un certo grado si può ottenere sempre dall’ordine e dalla nettezza. Per quanto l’orologio olandese dicesse ch’era tardi, la povera donna continuava faticosamente a stirare; un ragazzetto stava a dormire in una culla accanto al fuoco, e un altro, un bimbo grassoccio di due o tre anni, ch’era molto sveglio, e aveva in testa un berrettino da notte molto stretto e una sottanina troppo attillata per lui, sedeva tenendosi ritto come un fuso nel cesto della biancheria, fissandone l’orlo coi grandi occhi rotondi, e con l’aspetto di chi avesse fermamente deciso di non andare a letto mai più; la qual cosa, siccome egli aveva già rifiutato di prender il suo naturale riposo ed era stato per conseguenza pigliato dal letto e trasferito alla cesta, apriva ai suoi parenti ed amici una prospettiva molto allegra. Era quella una famiglia d’un aspetto più tosto strano: Kit, la madre e i bambini, erano tutti fra loro molto rassomiglianti.
Kit era disposto a sentirsi irritato, come accade troppo spesso anche ai migliori fra noi; ma guardò il fratello minore che dormiva profondamente, e da quello all’altro fratellino nel cesto della biancheria, e da questo alla madre, che continuava dalla mattina senza lagnarsi a lavorare, e pensò che sarebbe stato meglio e più gentile mettersi di buon umore. Così col piede dondolò la culla, diresse una smorfia al ribelle ritto sulla biancheria facendolo subito ridere, e fermamente deliberò d’essere loquace e piacere a tutti.
– Oh, mamma! – disse Kit, cavando il suo coltello a molla e assaltando un grosso pezzo di pane imbottito di carne che lo attendeva da ore. – Che donna che sei! So che non ce ne sono molte come te.
– Spero che ce ne saranno delle migliori, Kit – disse la signora Nubbles – e ce ne sono, e ce ne dovrebbero essere, secondo quel che dice il ministro in chiesa.
– Ne sa molto lui – rispose Kit, sprezzante. – Aspetta che egli sia vedovo, e lavori come lavori tu, e guadagni poco lavorando tanto, rimanendo sempre allegro, e domandagli allora che ora è; e poi spera che si dica contento per mezzo secondo.
– Bene – disse la signora Nubbles, evitando la discussione – la tua birra è lì accanto all’alare.
– Veggo – rispose il figlio, prendendo il recipiente – salute a te, mamma, e anche al ministro, se non ti dispiace. Non gli voglio male, io!
– M’hai detto, appunto ora, che il tuo padrone stasera non è uscito? – chiese la signora Nubbles.
– Sì – disse Kit – ed è peggio.
– Credo che dovresti dir meglio – rispose la madre – perchè Nella non è stata lasciata sola.
– Ah! – disse Kit. – Me ne dimenticavo. Ho detto peggio, perchè sono stato ad aspettare dalle otto, e non l’ho veduta neppure per un momento.
– Sarei curiosa di sapere che direbbe, se ella sapesse – esclamò la madre arrestandosi e volgendosi a lui – che ogni sera, quando poverina… si siede sola soletta a quella finestra, tu te ne stai nella via a far da sentinella per paura che le accada qualche cosa, e che non te ne vai e non vieni a casa a coricarti, benchè sii così stanco, se non ti sei assicurato ch’essa dorme tranquillamente.
– Non pensare a ciò che direbbe – rispose Kit con qualcosa come un rossore sulla sua ruvida faccia – perchè non saprà mai nulla e per conseguenza non dirà mai nulla.
La signora Nubbles si mise a stirare un paio di minuti in silenzio, e dirigendosi al focolare per pigliare un altro ferro, diede, mentre lo sfregava su un’asse e lo spolverava con uno straccio, un’occhiata furtiva a Kit; ma non disse nulla finchè non fu tornata di nuovo alla tavola; dove, tenendo il ferro in una pericolosa prossimità della guancia per saggiarne la temperatura, e guardando intorno con un sorriso, ella osservò:
— So che direbbe la gente, Kit…
— Sciocchezze! – interruppe Kit con viva apprensione di ciò che sarebbe seguito.
– Sì, ma lo direbbe però. La gente direbbe che tu ti sei innamorato di lei; son certa che direbbe così.
Kit, a questo, confuso, rispose soltanto col dire alla madre d’andar via, con l’atteggiare in varî strani modi le gambe e le braccia e col fare delle simpatiche contorsioni facciali. Non derivando da questi mezzi il conforto che si riprometteva, addentò con un’enorme boccata il pane e la carne, e li inaffiò d’una rapida sorsata di birra; e con questi aiuti artificiali si soffocò e ottenne una diversione dall’argomento.
– Però, parlando seriamente, Kit – disse la madre, ripigliando, dopo qualche minuto, il discorso interrotto, – perchè, s’intende, poco fa scherzavo… sei accorto che più non potresti essere, a far quello che fai; ma non lo dire a nessuno. Spero che un giorno essa verrà a saperlo, e son certa che te ne sarà gratissima e lo apprezzerà molto. È crudele tenere così rinchiusa quella cara ragazza. Non mi meraviglia che il vecchio cerchi di tenerlo celato.
– Egli non crede d’esser crudele, il Signore ti benedica – disse Kit – e se così credesse, non lo farebbe… se no, mamma, non lo farebbe per tutto l’oro e per tutto l’argento del mondo. No, non lo farebbe. Lo conosco bene.
– Allora perchè lo fa, e perchè cerca di nascondersi a tutti? – disse la signora Nubbles.
– Questo non lo saprei dire – rispose il figliuolo. Ma se egli non avesse fatto così, io non sarei mai venuto a scoprir nulla. Diventai curioso di sapere che cosa avveniva soltanto quando cominciò a mandarmi via la sera e molto più presto di quel che soleva una volta. Senti, che è?
– Sarà qualcuno di fuori.
– Qualcuno che viene da questa parte – disse Kit, levandosi per origliare – e in fretta anche. Egli non può essere uscito dopo che me ne sono andato, e la casa non avrà pigliato fuoco, mamma?
Il ragazzo fu, per un istante, per l’ansia che lo aveva invaso, realmente incapace di muoversi. I passi si avvicinavano. La porta fu aperta da una mano frettolosa e Nella in persona, pallida e senza fiato, e avvolta alla meglio da qualche indumento, si precipitò nella stanza.
– Signorina Nella! Che c’è? – esclamarono insieme mamma e figlio.
– Non posso trattenermi un momento – ella rispose: – al nonno è venuto molto male. L’ho trovato svenuto sul pavimento…
– Corro a chiamare un medico – disse Kit, atterrando il suo cappello senza falde. – Vado immediatamente…
– No, no! – esclamo Nella. – È venuto già, e tu non ci occorri, tu… tu… non devi venir più da noi!
– Come! – esclamò Kit.
– Mai più – disse la fanciulla. – Non mi domandar perchè, perchè io non lo so. Per favore, non mi domandare il perchè, per favore, non ti dispiacere, e non essere in collera con me. Io veramente non c’entro.
Kit la guardava con gli occhi spalancati; e aperse e chiuse la bocca molte volte; ma senza poter dire una parola.
– Egli si lagna e se la piglia con te, gridando come un pazzo – disse la fanciulla. – Non capisco che cosa tu abbia fatto, ma spero che non sia nulla di molto male.
– Che cosa io abbia fatto! – rugghiò Kit.
– Egli grida che tu sei la causa di tutte le sue disgrazie – rispose la fanciulla piangendo; – e s’infuria contro di te; tu non devi farti vedere più da lui, se non vuoi farlo morire, m’han detto. Tu non devi più venire a casa nostra. Son corsa a dirtelo. Ho pensato meglio venir io che mandare un estraneo. Ah, Kit, che cosa hai fatto? E io avevo tanta fiducia in te, e tu eri il solo amico che io avessi!
Il disgraziato Kit guardava la padroncina sempre più fisso, con gli occhi sempre più spalancati, ma perfettamente immobile e silente.
– Vi ho portato il suo denaro della settimana – disse la fanciulla volgendosi alla donna e deponendolo sulla tavola… – e… e… un po’ di più, perchè egli con me è stato sempre buono e gentile. Spero che egli si pentirà e farà bene in qualche altro posto, e non se la prenderà troppo a cuore. Mi duole molto di dovermi separare così da lui, ma non v’è rimedio. Si deve fare. Buona sera!
Il viso rigato di lacrime e la snella personcina tremante per l’agitazione della scena, per la dolorosa sorpresa ricevuta, per l’incarico che aveva eseguito, e cento tristi e affettuosi sentimenti, la fanciulla si diresse in fretta alla porta, e scomparve con la stessa rapidità con cui era entrata.
La povera donna, che non aveva motivo di dubitare del figliuolo, ma ogni ragione per credere alla sua onestà e sincerità, fu sorpresa, nonostante tutto, dal fatto che egli non aveva pronunciato una parola in propria difesa. Sospettò di qualche cattiva azione, di qualche furto; e l’idea che le assenze notturne del figlio, giustificate in maniera così strana, avessero avuto per motivo qualche brutta impresa, le volteggiò in mente, e la fece timorosa d’interrogarlo. Ella si dondolò su una sedia, torcendosi le mani e piangendo amaramente; ma Kit, sconvolto come non mai, non fece neppure il tentativo di confortarla. Il bimbo in culla si svegliò e pianse; il piccino nel cesto della biancheria cadde sottosopra col cesto sulla schiena, e scomparve; la madre piangeva più forte e si dondolava più in fretta; ma Kit, insensibile a tutto quel trambusto, continuava a rimanere impalato nella condizione del più assoluto sbalordimento.

XI

Sotto il tetto che albergava la fanciulla non erano più destinate a regnare ininterrotte la quiete e la solitudine. Il giorno dopo, il vecchio era in preda a una violenta febbre, accompagnata dal delirio, e, stretto negli artigli d’una grave infermità, giacque per parecchie settimane in imminente pericolo di vita. Vi fu allora abbastanza assistenza; ma era l’assistenza di quelli che ne fanno un triste commercio, e che, negli intervalli delle loro cure ai malati, si riuniscono con orribile giovialità, e bevono e mangiano e stanno allegri; perchè la malattia e la morte sono i loro dèi tutelari.
Pure, in tutto lo scompiglio e il trambusto di quel periodo, la fanciulla era più sola che non fosse mai stata; sola nello spirito, sola nella sua devozione verso colui che si struggeva nel suo letto di dolore, sola nella sua sincera tristezza e nella sua non venale simpatia. Di giorno e di notte in notte ella si trovava sempre accanto al capezzale dell’infermo senza conoscenza, indovinando sempre ogni suo desiderio, udendo sempre quella voce che la chiamava di continuo a nome, con quell’ansia e quell’apprensione per lei che erano costantemente a sommo del delirio della febbre.
La casa non era più la loro. Anche la camera dell’infermo pareva fosse abitata nella supposizione che non dispiacesse al signor Quilp. Il vecchio non era ancora da molto tempo malato, che Quilp aveva preso formale possesso dell’abitazione e di tutto quello che conteneva, in virtù di certi poteri legali che pochi capivano, ma che nessuno ebbe in animo di contestare. Assicurato questo importante passo, il nano, con l’assistenza d’un uomo di legge condotto con lui per quello scopo, cominciò con l’insediar nella casa sè stesso e il suo coadiutore, come un’asserzione del proprio diritto contro i terzi; e poi si accinse a trasformare gli appartamenti nella maniera che più gli piaceva.
Con questo oggetto, il signor Quilp si accampò nel salotto in fondo, dopo aver messo, con la chiusura del negozio, un punto fermo a qualunque altro affare. Avendo cercato, fra i vecchi mobili, la poltrona più comoda e più bella che fosse possibile trovare (e riservare per suo uso particolare) e una specialmente incomoda e brutta (che per partito preso assegnò all’insediamento dell’assistente suo amico), le fece trasportare tutte e due nel salotto, stabilendovisi in pompa magna. Il luogo era molto lontano dalla camera del vecchio, ma il signor Quilp stimò prudente, per precauzione contro l’infezione della febbre, e per l’adozione d’un salutare suffumigio, non solo di fumare lui, in continuazione, ma d’insistere con l’amico perchè facesse la stessa cosa. Inoltre, mandò un espresso al molo per il ragazzo acrobata, il quale, arrivato a tutta velocità, ebbe l’ingiunzione di gettarsi in un’altra poltrona messa accanto all’uscio, e di fumare senza sosta in una gran pipa provvedutagli dal nano, e di non togliersela dalle labbra per qualunque motivo, neppure per un minuto, altrimenti guai! Disposti questi preliminari, Quilp si guardò d’attorno con gorgogliante soddisfazione, e osservò che così si stava veramente bene.
L’uomo di legge, dal sonoro nome di Bronzi, avrebbe potuto anche lui dire che si stava bene, se non ci fossero stati due inconvenienti: l’uno, che, per quanto facesse, non si sentiva comodo sulla poltrona che gli era toccata, perchè aveva un sedile duro, angoloso, inclinato e sdrucciolevole internamente. Ma siccome egli era assolutamente una creatura di Quilp e aveva mille motivi per conciliarsi la sua buona opinione, si provò a sorridere, e a mostrarsi compiacente con la miglior grazia che potè assumere.
Quel Bronzi era un avvocato di non molto buona fama di Bevis Marks nel centro di Londra, alto, magro, con un naso come un bitorzolo, una fronte protuberante, gli occhi in dentro, e i capelli rossicci. Portava un soprabito nero che gli arrivava agli stinchi, calzoni neri corti, scarpe alte e calze bige. Aveva un aspetto dinoccolato, una voce molto rauca; e i suoi più soavi sorrisi erano così repulsivi, che a trovarsi in sua compagnia c’era da augurarsi di vederlo uscir dai gangheri, per aver la consolazione di contemplarlo accigliato.
Quilp guardò il suo consigliere legale, e vedendolo agitare continuamente le palpebre nel tormento che gli dava la pipa, a volte rabbrividire aspirandone in pieno la fragranza e sempre scacciarsi d’attorno il fumo, si sentì più contento d’una pasqua, e si fregò le mani deliziato.
– Continua a fumare, animale – disse Quilp, volgendosi al ragazzo; – riempiti di nuovo la pipa e tira rapidamente, fino all’ultima boccata, se non vuoi che ti arroventi la punta della cannuccia e te la metta così sulla lingua.
Fortunatamente il ragazzo era ben temprato, e si sarebbe fumato una fornace di calce se qualcuno gliel’avesse data. Per la qual ragione, egli mormorò soltanto una breve sfida al padrone e fece come gli veniva ordinato.
– Magnifico, Bronzi, squisito, fragrante! Non ti senti come il Sultano? – disse Quilp.
Il signor Bronzi pensò che se egli si sentiva come il Sultano, le condizioni di costui non dovessero essere per nulla affatto invidiabili; ma affermò che il tabacco era straordinario, e che a lui pareva di trovarsi nella pelle di quel potentato.
– Questa è la maniera di tener lontana la febbre – disse Quilp; – Questa è la maniera di evitare ogni calamità nella vita. Non cesseremo mai, per tutto il tempo che staremo qui… Fuma, animale, o ti farò inghiottire la pipa!
– Ci tratterremo a lungo, qui, signor Quilp? – chiese l’uomo di legge, quando il nano ebbe dato al garzone quel suo cortese ammonimento.
– Dobbiamo star qui, immagino, finchè il vecchio di sopra non sarà morto.
– Eh, eh, eh! – rise il signor Bronzi. – Ah, benissimo!
– Continua a fumare! – esclamò Quilp. – Non ti fermare mai! Puoi parlare fumando. Non perder tempo.
– Eh, eh, eh! – esclamò debolmente Bronzi, applicandosi di nuovo all’odiosa pipa. – Ma se dovesse star meglio, caro Quilp?
– Allora staremo qui finchè starà meglio, e non di più – rispose il nano.
– Che cortesia da parte tua aspettare fino allora! – disse Bronzi. – Un altro, caro, avrebbe venduto o portato via la merce… sì, caro, nello stesso istante che la legge glielo consentiva. Un altro, caro, sarebbe stato tutto silice e granito. Un altro, caro, avrebbe…
– Un altro, caro, si sarebbe risparmiato quel tuo cicaleccio di pappagallo – interruppe il nano.
– Eh, eh, eh! – esclamò Bronzi. – Tu hai uno spirito!
A questo punto la sentinella occupata a fumare alla porta, s’intromise, e senza togliersi la pipa di bocca, mormoro:
– Ecco la ragazza che vien giù.
– Che cosa, animale? – disse Quilp.
— La ragazza – rispose il ragazzo. – Siete sordo?
— Ah! – disse Quilp, tirando il fiato con gran voluttà come se stesse ingoiando del brodo. –
Io e te in questo momento abbiamo una tregua; ho tanti graffi e lividure in serba per te, caro mio! Ohò, Nellina! Come sta ora, dilettissima inzuccherata?
– Sta molto male – rispose la fanciulla piangendo.
– Che bellezza, la piccola Nella! – esclamò Quilp.
– Ah, bella, caro, bella veramente! – disse Bronzi. – Proprio affascinante!
– È venuta per sedersi sulle ginocchia di Quilp – disse il nano, in un tono che credeva carezzevole – o va a letto nella sua cameretta qui dentro? Quale delle due cose vuol fare la piccola Nella?
– Che belle maniere ch’egli ha con le bambine! – mormorò Bronzi, come se parlasse in confidenza fra sè e il soffitto. – Parola d’onore, è una delizia sentirlo.
– Non ho affatto intenzione di trattenermi – balbettò Nella. – Ho bisogno d’un po’ di cose che sono in quella camera, e poi… non… non verrò più quaggiù.
– E che graziosa cameretta che è! – disse il nano, seguendo con gli occhi la fanciulla che entrava. – Proprio un nido! È certo che non l’userai; è certo che non tornerai più, Nellina?
– No – rispose la fanciulla, passando in fretta, coi pochi oggetti di vestiario ch’era andata a prendere: – mai più! Mai più!
– È sensibilissima – disse Quilp, seguendola con gli occhi. – Sensibilissima; ed è un peccato. Il letto è quasi della mia dimensione. Potrei farne la mia cameretta.
Il signor Bronzi incoraggiò questa idea, come avrebbe incoraggiato qualunque altra della stessa origine, e il nano entrò nella cameretta di Nella per provarne l’effetto. Lo fece gettandosi di schiena sul letto con la pipa in bocca, agitando in aria le gambe e fumando con energia. Il signor Bronzi applaudì moltissimo a questo quadro, e il signor Quilp, giacchè il letto era morbido e comodo, decise di servirsene sia per dormirvi la notte sia come d’una specie di divano il giorno; e per convertirlo subito a quest’ultimo uso, rimase dov’era a finir la pipata. L’uomo di legge, in quel momento piuttosto confuso di idee e perplesso (era, questo, uno degli effetti del tabacco sul suo sistema nervoso), colse l’occasione di svignarsela all’aria aperta, dove, a tempo debito, si riebbe abbastanza da ripresentarsi con un aspetto di compostezza tollerabile. Ma fu subito tratto dal nano malizioso ad affumicarsi fino allo stesso primitivo stato d’intontimento, e precipitò così su un divano dove rimase addormentato fino alla mattina.
Questi furono i primi atti del signor Quilp nella presa di possesso della nuova proprietà. Per alcuni giorni, gli affari gl’impedirono di abbandonarsi alle sue solite e cattiverie, perchè aveva il tempo piuttosto occupato dalla redazione con l’assistenza del signor Bronzi, d’un minuto inventario di tutta la merce esistente nel luogo, e dalle corse fuori per altre faccende, che fortunatamente gli prendevano parecchie ore al giorno. La sua cupidigia, però, e le sue diffidenze erano completamente deste, ed egli non rimase neppure una notte assente da casa; e la sua ansia, cresciuta rapidamente, come passava il tempo, per una soluzione buona o cattiva, della malattia del vecchio, cominciò presto a sfogarsi in aperte mormorazioni ed esclamazioni d’impazienza.
Nella si ritrasse timorosa da tutti i tentativi di conservazione del nano, del quale rifuggiva di udire persino la voce, e i sorrisi dell’uomo di legge non le parevano meno terribili delle smorfie di Quilp. Essa viveva in tale continua paura e apprensione d’incontrare l’uno o l’altro per le scale o nei corridoi, se si fosse allontanata dalla camera del nonno, che di rado l’abbandonava per un istante, se non a notte tarda, quando il silenzio la incoraggiava ad arrischiarsi fuori per respirare l’aria meno opprimente di qualche stanza vuota.
Una sera che se n’era andata cautamente alla solita finestra, e vi s’era seduta molto triste – il vecchio s’era sentito peggio quel giorno – le parve di udire sussurrare il suo nome giù nella via. Guardando in basso, ella riconobbe Kit, i cui sforzi per farsi sentire l’avevano riscossa dai tristi pensieri che la occupavano.
– Signorina Nella! – diceva il ragazzo sottovoce.
– Sì – rispose la fanciulla, incerta se rispondere al presunto reo, ma ancora attratta dal suo favorito; – che vuoi?
– Da tanto tempo ho bisogno di dirti una parola – rispose il ragazzo; – ma le persone da basso m’hanno cacciato e non m’hanno permesso di vederti. Tu non crederai… spero non crederai realmente… che io abbia meritato d’esser così messo fuori la porta; tu non lo credi, certo.
– Debbo crederlo – rispose la fanciulla; – se no, perchè il nonno se la sarebbe presa tanto con te?
– Non so – rispose Kit. – Io son certo che non gli ho mai fatto nulla di male, mai, e tanto meno a te, Lo posso dire con la massima sincerità e onestà, senza timore di nulla. E poi essere messo fuori di casa quando son venuto per domandare soltanto come stava il padrone…!
– Non me l’hanno mai detto – disse la fanciulla. – E proprio non lo sapevo. E non l’avrei permesso per tutto l’oro del mondo.
– Grazie, signorina – rispose Kit – son tanto contento di sentirti parlare così. L’ho detto che non credevo che fosse stato per ordine tuo.
– Ed è la verità! – disse vivamente la fanciulla.
– Signorina Nella – esclamò il ragazzo, facendosi più da presso al muro, e parlando in tono più basso – vi sono dei nuovi padroni in casa. È una novità per te.
– Sì, proprio – rispose la fanciulla.
– E così sarà per il padrone quando starà meglio – disse il ragazzo, accennando alla stanza dell’infermo.
– … Se pur lo vedrà – aggiunse la fanciulla, incapace di frenar le lagrime.
– Ah, sì che starà meglio, sì che starà meglio! – disse Kit. – Certo che starà meglio. Tu non ti devi scoraggiare, signorina Nella. Per carità, non ti scoraggiare.
Queste parole di conforto e consolazione erano poche e dette rozzamente, ma commossero la fanciulla e la fecero piangere, in quel momento, piangere di più.
– Si sentirà meglio – disse con ansia il ragazzo – se tu non ti abbatti e non t’ammali anche tu, perchè questo lo farebbe star peggio e gli farebbe avere una ricaduta nel momento di guarire. Quando comincerà a star bene, digli una buona parola… digli una buona parola per me, signorina Nella.
– M’è stato detto che io non debbo, per molto, molto tempo, neppur nominarti a lui… non ne avrei l’ardire; e anche se potessi, che bene ti farebbe una buona parola, Kit? Noi siamo poverissimi. Abbiamo appena il pane da mangiare.
– Non perchè io voglia esser ripreso – disse il ragazzo – ti chiedo questo favore. – Non è per il mangiare e il salario che io mi sono aggirato tanto tempo qui intorno, con la speranza di vederti. Non credere che verrei in momenti come questi a parlarti di simili cose.
La fanciulla lo guardò con riconoscenza e bontà, ma aspettò ch’egli continuasse a parlare.
– No, non è per questo – disse Kit, esitando – ma per una cosa molto diversa. Lo so che non valgo gran che, ma se tu lo potessi convincere che gli sono stato un servitore fedele, che ho fatto quello che potevo senza alcuna idea di male, forse egli non pensa…
A questo punto Kit si mise a balbettare in siffatto modo, che la fanciulla lo supplicò di parlare, e presto, perchè era molto tardi, e doveva chiudere la finestra.
– Forse egli non penserebbe sfacciataggine da parte mia dire… bene, ecco, dir questo – esclamò Kit con improvvisa baldanza. – Questa casa non e più tua o sua. La mamma e io ne abbiamo una poveretta, ma è migliore di questa con tutta questa gente qui; e perchè non venir con noi, finchè non abbia tempo di cercarsene e trovarne una migliore?
La fanciulla non rispose. A Kit, per il sollievo di aver formulato la sua proposta, si sciolse lo scilinguagnolo, ed egli continuò a perorare con la massima eloquenza.
– Tu pensi – disse il ragazzo – che sia molto piccola e incomoda. Sì, ma è pulitissima. Forse credi che sarebbe rumorosa, ma non c’è un angolo più tranquillo del nostro in tutta la città. Non abbiate timore dei bambini; il piccino non piange quasi mai, e l’altro è molto buono… e poi, ci starò attento io. Son certo che non v’infastidirebbe troppo. Prova, signorina Nella, prova. La cameretta di sopra dalla parte della facciata è bellissima. A traverso i camini, si può vedere di lì un pezzo di campanile, e quasi leggere l’ora; la mamma dice che sarebbe proprio adatta per te, e sarebbe veramente così, e lei vi servirebbe tutti e due, e io andrei fuori per tutto quello che vi occorresse. Noi non intendiamo darvela per danaro, s’intende; a questo non ci dovete pensare. Vuoi incaricarti di dirglielo, signorina Nella? Dimmi soltanto che proverai. Prova di far venire il padrone, e chiedigli prima ciò che ho fatto. Me lo prometti, signorina Nella?
Prima che la fanciulla potesse rispondere a quest’ardente sollecitazione, l’uscio di strada si aperse, e il signor Bronzi, cacciando fuori la testa coperta dal berretto da notte, gridò in tono agro: – Chi è là? – Immediatamente Kit si dileguò, e Nella, chiudendo cautamente la finestra, si ritrasse al di dentro.
Prima che il signor Bronzi avesse ripetuto molte volte la sua domanda, messer Quilp, adorno anche lui del berretto da notte, emerse dallo stesso uscio e guardò attentamente da una parte e l’altra, e in su, mettendosi nel mezzo della via, a tutte le finestre dell’edificio. Trovando che non c’era nessuno, rientrò subito con l’uomo di legge suo amico, protestando (perchè la fanciulla di sopra lo sentisse) che v’era una lega e una congiura contro di lui, ch’egli era in pericolo d’essere derubato e saccheggiato da una banda di cospiratori in agguato lì intorno a tutte le ore, e che non avrebbe più indugiato a fare immediatamente dei passi per disporre della sua proprietà e ritornarsene sotto il suo pacifico tetto. Dopo aver ringhiato queste e molte altre minacce della stessa specie, s’arrotolò un’altra volta sul lettino della fanciulla che s’aggirava sul piano superiore senza far rumore.
Era abbastanza naturale che quel breve e interrotto dialogo con Kit dovesse fare nella fanciulla grande impressione e mischiarsi nei suoi sogni quella notte e nei suoi ricordi poi per molto, molto tempo. Attorniata da creditori spietati e da infermiere mercenarie che stavan intorno al malato, e non trovando nel colmo delle sue ansie e della sua tristezza che pochi riguardi e poca simpatia anche in esse, non è da sorprendersi se il tenero cuore di Nella si fosse commosso per quello spirito gentile e generoso, nonostante la rozzezza del tempio ove albergava. Grazie al Cielo, i tempi di simili spiriti non sono costruiti da braccia umane, e possono essere più degnamente adornati da poveri cenci che da pizzi e da porpore.

XII.

Finalmente, la crisi della malattia del vecchio fu superata, e la guarigione incominciò. Pian pianino e a lentissimi gradi, il vecchio ritrovò la coscienza, ma lo spirito era indebolito, e le sue funzioni scosse. Egli era paziente e tranquillo; spesso per un lungo periodo, se ne stava meditabondo, ma non abbattuto; era facilmente distratto, anche da un raggio di sole sulla parete o sul soffitto; non si lagnava che i giorni fossero lunghi o le notti tediose; e pareva veramente che avesse perduto ogni calcolo del tempo e ogni sentimento d’ansia o d’inquietudine. Se ne stava fermo per ore di seguito, tenendo nella sua la manina di Nella, giocherellando con le dita e fermandosi qualche volta a carezzarle i capelli o a baciarla in fronte; e quando vedeva scintillarle le lacrime negli occhi, si guardava sorpreso intorno, cercandone il motivo, e in quell’atto stesso dimenticava addirittura ciò che lo aveva sorpreso.
La fanciulla e lui uscivano in vettura: lui sostenuto da guanciali, e la fanciulla al suo fianco. Si tenevano per la mano secondo il solito. Lo strepito e l’attività delle vie in principio gli stancavano il cervello, ma egli non si mostrava meravigliato, o incuriosito, o compiaciuto, o irritato. Gli veniva domandato se ricordasse questa o quell’altra cosa. – Oh, sì! – rispondeva. – Benissimo… perchè non dovrei ricordarmene? – Talvolta volgeva la testa, e guardava con l’occhio fisso e il collo proteso dietro qualcuno nella folla, finchè non lo perdeva di vista; ma a domandargli perchè facesse così, non rispondeva una parola.
Sedeva un giorno nella poltrona, e Nella gli stava a fianco su uno sgabello, quando un uomo fuori la porta chiese di poter entrare. – Sì – egli disse, senza commozione; – sapevo che era Quilp. – Quilp era padrone lì dentro. Naturalmente che poteva entrare. E Quilp entrò.
– Son lieto di rivedervi finalmente, vicino – disse il nano, sedendoglisi di fronte. – State molto meglio ora?
– Sì – disse il vecchio con voce fioca – sì.
– Sapete, vicino, non voglio mettervi fretta – disse il nano, alzando la voce, perchè i sensi del vecchio si erano fatti ottusi – ma quanto più presto potrete accomodare le vostre cose per l’avvenire, tanto meglio sarà.
– Certo – disse il vecchio. – Tanto meglio per tutti.
– Vedete – continuò Quilp dopo una breve pausa: una volta tolti i mobili, la casa vi sarebbe incomoda, anzi inabitabile.
– Proprio così – rispose il vecchio. – La povera Nella, anche, che farebbe?
– Appunto! – gridò il nano, accennando col capo. – Dite benissimo. Allora ci penserete, vicino?
– Sì, certo – rispose il vecchio. – Noi non ci fermeremo qui.
– Lo immaginavo – disse il nano. – La roba l’ho venduta. Non ne ho ricavato quanto si sarebbe potuto ricavarne, ma non c’è male… non c’è male. Oggi è martedì. Quando dobbiamo toglierla? Non v’è fretta… vogliamo farlo in questo pomeriggio?
– Fissiamo venerdì mattina – rispose il vecchio.
– Benissimo – disse il nano. – Sia così… a patto che non si vada oltre quel giorno, vicino, per nessun ragione.
– Bene – rispose il vecchio – me lo ricorderò.
Il signor Quilp parve piuttosto impacciato dalla maniera singolare, così rassegnata, con cui fu detto tutto questo; ma siccome il vecchio accennava col capo e ripeteva “venerdì mattina”, egli non aveva alcuna ragione per insistere sull’argomento, e così, congedandosi amichevolmente con molte espressioni di buona volontà e molti complimenti al vecchio per il suo aspetto, ne andò giù a riferir tutto al signor Bronzi.
Tutto quel giorno, e il seguente, il vecchio rimase nel medesimo stato. Errò su e giù per la casa e dentro fuori le varie stanze, come con qualche vaga intenzione di dir loro addio, ma senza fare alcun accenno nè diretto nè indiretto al colloquio della mattina e alla necessità di trovar qualche altro ricovero. Aveva una indistinta idea che la fanciulla fosse abbandonata e bisognosa di aiuto; poichè spesso se l’attirava sul petto e le diceva di stare allegra, che non si sarebbero lasciati mai; ma sembrava incapace di considerare più precisamente la loro reale condizione, ed era sempre nello stesso stato di indolenza e d’indifferenza nel quale lo avevano ridotto le sofferenze dello spirito e del corpo.
Noi chiamiamo questo uno stato d’infantilismo o d’infanzia, ma è dell’infanzia una povera, triste derisione, come la morte è del sonno. Dove, negli occhi spenti dei rimbambiti, la luce ridente e la vita della fanciullezza, la gioia che non conosce freni, la sincerità che non tocca limiti, la speranza che non langue, le gioie che svaniscono in fiore? Dove, nelle acute fattezze della rigida e orribile morte, la calma bellezza del sonno, che narra del riposo per le ore di veglia trascorse, delle care speranze e dell’attesa per quelle che verranno? Mettete la morte e il sonno l’una accanto all’altro, e dite chi li troverà simili. Mandate insieme il bambino e quello caduto in istato d’infanzia, e arrossite per l’orgoglio che diffama il tempo della nostra felicità infantile e dà lo stesso nome alla sua più brutta e contorta immagine.
Arrivò giovedì, e non apparve alcun mutamento nel vecchio. Ma la sera, mentre se ne stava in silenzio insieme con la fanciulla, qualche cosa di nuovo accadde.
In un cortiletto oscuro sotto la finestra, v’era un albero – abbastanza verde e fiorente, dato il luogo – che agitato dall’aria, proiettava un’ombra tremolante sulla parete bianca. Il vecchio se ne stette, mentre il sole tramontava, ad osservar l’ombra che si moveva in quella zona di luce; e quando fu notte, e la luna cominciò lentamente a levarsi, egli continuava a rimanere ancora allo stesso posto.
A lui, che s’era agitato per tanto tempo in un letto tormentoso, anche quelle poche foglie verdi e quella tranquilla luce, benchè attenuata fra i camini e i tetti, erano spettacoli graditi. Gli richiamavano immagini di tranquilli luoghi lontani, di riposo e di pace.
Nella, pensando più d’una volta ch’egli fosse commosso, aveva evitato di parlargli. Ma, ora, il vecchio versava delle lacrime – una vista che alleviò il cuore addolorato della fanciulla – e facendo l’atto come di inginocchiarsi, le chiese di perdonargli.
– Perdonarti… perchè? – disse Nella, interponendosi per impedirglielo. – Oh, nonno, che dovrei perdonarti?
– Tutto ciò che è avvenuto, tutto ciò che ti ha fatto soffrire, Nella, tutto ciò che è stato fatto in quel brutto sogno – rispose il vecchio.
– Non parlar così – disse la fanciulla. – Per carità, non lo fare. Parliamo di qualche altra cosa.
– Sì, sì, parleremo – egli soggiunse. – Parleremo di ciò che si disse molto tempo fa… parecchi mesi fa… son mesi, settimane o giorni? Che cosa sono, Nella?
– Io non ti capisco – disse la fanciulla.
– Me ne sono ricordato oggi, ci sto pensando dal momento che ci siamo seduti qui. Che tu sii benedetta, Nella!
– Per che cosa, caro nonno?
– Per quello che dicesti il giorno che ci fecero pezzenti. Nella. Parliamo piano. Adagio! Perchè se da basso sapessero il nostro disegno, griderebbero che io son pazzo e ti condurrebbero via, lontano da me. Non staremo qui neppure un altro giorno. Andremo in un luogo molto distante.
– Sì, andiamocene – disse con gran serietà la fanciulla. – Andiamocene via da qui, e non torniamoci più e non pensiamoci più. Piuttosto che rimanere qui, giriamo il mondo a piedi nudi.
– Gireremo – rispose il vecchio – andremo a piedi per i campi e per i boschi, e sulle sponde dei fiumi, e ci affideremo a Dio nei luoghi ov’egli dimora. Molto meglio dormire di notte sotto un cielo aperto come quello – guarda com’è lucente! – che riposare in anguste stanze sempre piene d’ansia e di sogni tormentosi. Insieme, Nella, possiamo ancora essere lieti e felici, e imparare a dimenticare questo tempo, come se non fosse mai esistito.
– Saremo felici! – esclamò la fanciulla. – E qui non possiamo essere.
– No, qui non possiamo mai più… mai più… proprio così – soggiunse il vecchio. – Andiamocene domani mattina in segreto… di buon’ora e in silenzio, che nessuno ci vegga o ci senta… per non farci raggiungere non lasciamo alcuna traccia dietro di noi. Povera Nella! Tu sei pallida, e hai gli occhi abbattuti per aver tanto vegliato e pianto per me… lo so… per me; ma ti rimetterai, e sorriderai di nuovo, quando saremo lontani. Domani mattina, cara, volteremo le spalle a questo luogo d’ambascia, e saremo liberi e felici come gli uccelli.
E allora, il vecchio si congiunse le mani sul capo, e disse, in poche interrotte parole, che d’allora in poi sarebbero andati vagando di qua e di là insieme, e non sarebbero stati mai più separati che dalla morte.
Il cuore della fanciulla batteva forte, pieno di fiducia e di speranza. Ella non pensava neppur lontanamente alla fame, al freddo, alla sete, a una sofferenza qual si fosse. Nel loro proposito non vedeva che il ritorno delle gioie semplici godute una volta, un sollievo dalla triste solitudine nella quale avevano vissuto, un rifugio lontano dalla gente spietata che li aveva circondati nell’ultimo periodo di tribolazione, la riconquista della salute e della pace del vecchio, e una vita di felicità tranquilla. Sole, fiumi e campagne verdi e gli estivi giorni radiosi le splendevano fulgidi innanzi, e non v’era un solo colore oscuro in tutto quel quadro di luce.
In letto il vecchio aveva dormito profondamente per alcune ore, ed ella era ancora affaccendata intorno ai preparativi della fuga. V’erano un po’ d’oggetti di vestiario per lei e un po’ per lui, vecchi indumenti, quali convenivano all’umile condizione in cui erano caduti, tratti fuori e da portar via; e una mazza da sostenere i deboli passi del vecchio, pronta in un angolo. Ma il compito di Nella non era finito; perchè ora ella doveva per l’ultima volta visitare le vecchie stanze.
E la separazione come fu diversa da quella che s’era aspettata, e specialmente da quella che s’era più spesso immaginata! Come aveva mai potuto pensare di poterle lasciare in atto trionfale, quando il ricordo delle ore passate in esse, per quanto molte fossero state tristi e solitarie, si levava a gonfiarle il cuore rappresentandole il desiderio di andar via come una crudeltà? Si sedè accanto alla finestra dove aveva passate tante sere – molto più buie di quella – e ogni pensiero di speranza e di gioia che le era sorto in quel luogo le ritornò vividamente in mente, cancellandole in un istante ogni impressione tetra e dolorosa. E la sua piccola cameretta poi, dove s’era così spesso inginocchiata la notte a pregare – a pregare per il tempo che ella sperava stesse ora spuntando – la piccola cameretta dove aveva dormito così tranquillamente, sognando piacevolmente! Era triste non poterla contemplare ancora una volta, ed esser costretta a lasciarla senza uno sguardo gentile o una lacrima di gratitudine. Vi erano dei gingilli colà – povere cose inutili – che le sarebbe piaciuto portar via; ma come fare?
Questo le fece venire in mente l’uccellino, il suo povero uccellino, che era ancora lì sospeso nella gabbia. Ella pianse amaramente per la perdita di quella bestiola, finchè non le venne l’idea e non sapeva come e perchè le fosse venuta – che forse l’uccellino poteva, chi sa, cadere nelle mani di Kit. Questi l’avrebbe tenuto per amor suo, pensando, forse, ch’ella l’aveva lasciato lì nella speranza che potesse toccare a lui come un’assicurazione ch’ella gli era riconoscente. Calmata e confortata da questo pensiero, andò a riposare col cuore più leggero.
Si svegliarono, da molti sogni di vagabondaggio per luoghi assolati e lucenti, con qualche vago oggetto irraggiungibile in tutti, ma trovarono che era ancora notte e che in cielo splendevano fulgide le stelle. Finalmente il giorno cominciò a imbiancarsi, e le stelle a diventare pallide e oscure. Non appena vide questo, ella si levò, e si vestì per il viaggio.
Il vecchio dormiva ancora, ma per non disturbarlo lasciò stare, finchè il sole non si levò. Egli fu presto ansioso di lasciar l’abitazione senza l’indugio d’un minuto e poco dopo fu pronto.
La fanciulla allora lo prese per mano, e con lui scese leggermente e cautamente le scale, tremando ogni volta che una tavola scricchiolava, e spesso fermandosi ad ascoltare. Il vecchio aveva dimenticato una specie di zaino che conteneva il leggero fardello che gli toccava di portare; e il tornare indietro di pochi passi pigliarlo sembrò un interminabile indugio.
Finalmente, raggiunsero il corridoio a pianterreno dove al loro orecchio il russare del signor Quilp e dell’uomo di legge suo amico sonò più terribile del ruggito dei leoni. I catenacci della porta erano rugginosi e difficili ad aprire senza rumore. Quando furono tirati tutti, si trovò che la serratura era chiusa, e, peggio ancora, senza la chiave. Allora la fanciulla ricordò, per la prima volta, d’aver saputo da una infermiera che Quilp la sera chiudeva tutte le porte e riponeva le chiavi sul tavolo nella camera da letto.
Non fu senza trepidazione e paura che la piccola Nella, cavatesi le scarpe e insinuatasi a traverso il magazzino delle anticaglie, dove giaceva addormentato su un materasso il signor Bronzi – il più brutto campione della merce che vi stava accantonata – passò nella cameretta ch’era stata sua.
Lì rimase, per pochi momenti, assolutamente agghiacciata dal terrore alla vista del signor Quilp il quale pendeva gran parte fuori dal letto e che sembrava quasi stesse a testa in giù. Egli, o per l’incomodità di quell’atteggiamento o per una delle sue spiacevoli abitudini, ansava e ringhiava con la bocca spalancata, e il bianco (o per meglio dire il giallo sporco) degli occhi distintamente visibile. Non era, però, tempo di domandargli se si sentisse male; così, impossessatasi della chiave, dopo una frettolosa occhiata alla stanza, e ripassando accanto al prostrato signor Bronzi, raggiunse sana e salva il vecchio. Essi aprirono la porta senza rumore, ed uscendo nella via, si fermarono.
– Per qual via? – disse la fanciulla.
Il vecchio guardò irresoluto e sgomento, prima a lei, poi a sinistra e a destra, poi a lei di nuovo, e scosse il capo. Era chiaro che da quell’istante ella era la sua guida e la sua conduttrice. La fanciulla lo comprese, ma non ebbe dubbi e apprensioni, e mettendo una mano nella mano di lui, lo trasse amorevolmente via.
Era una mattina di giugno; neppure una nuvola macchiava il profondo azzurro del cielo, che splendeva di luce radiosa. Nelle vie quasi non si vedeva ancora alcuno, le case e le botteghe erano chiuse, e la salubre aria mattutina alitava come un respiro d’angioli sulla città addormentata.
Il vecchio e la fanciulla passarono attraverso quel gioioso silenzio, gonfi di speranza e di piacere. Erano soli insieme, ancora una volta; ogni cosa era nitida e fresca; e nulla rammentava loro, se non per contrasto, la monotonia e la segregazione che abbandonavano. Le torri delle chiese e dei campanili, altra volta accigliate e oscure, ora splendevano nel sole; l’angolo o il cantuccio più umile si abbelliva di luce; e il cielo, oscurato solo dall’immensa distanza, versava il suo placido sorriso su tutto ciò che copriva.
E via dalla città, ancora addormentata, se ne andavano, senza saper dove, i due poveri pellegrini

XIII.

Daniele Quilp di Tower Hill e il gentiluomo Sansone Bronzi di Bevis Mark nel centro di Londra, procuratore di Sua Maestà nelle Corti di King’s Bench e dei Common Pleas a Westminster e inoltre difensore innanzi all’Alta Corte di Chancery, continuarono a dormire inconsapevoli e senza sospetto di alcuna calamità finchè dei colpi all’uscio di strada, spesso ripetuti e gradatamente saliti da un modesto singolo picchio a una perfetta batteria di tonfi, tirati in lunghe scariche con brevissimi intervalli fra l’una e l’altra, non fecero sollevare penosamente in atteggiamento orizzontale il detto Daniele Quilp, il quale si mise a guardare con ottusa indifferenza il soffitto, e pensò di avvertire un rumore e se ne meravigliò alquanto, ma senza poter darsi il disturbo di continuare a meravigliarsene.
Ma siccome i colpi, invece di adattarsi a quello stato di sonnolenza, erano cresciuti di vigore e s’erano fatti più importuni, come per una grave rimostranza contro il suo tentativo di riaddormentarsi, Daniele Quilp, una volta aperti gli occhi, cominciò per gradi a comprender la probabilità che vi fosse qualcuno alla porta; e così a poco a poco arrivò a ricordarsi che era venerdì mattina e che aveva ordinato alla moglie di presentarsi a lui di buon’ora.
Il signor Bronzi, dopo essersi contorto in molti strani atteggiamenti e avere spesso arricciato il viso e gli occhi con quell’espressione che è data dal sapore delle susine acerbe, finalmente si svegliò anche lui. Vedendo che il signor Quilp s’infilava gl’indumenti della giornata, affrettò a fare la stessa cosa, mettendosi le scarpe prima delle calze, ficcando le gambe nelle braccia del soprabito e commettendo tutti quei piccoli errori nell’abbigliamento che accadono a quanti si vestono in fretta, e si affannano nello stupore d’un risveglio improvviso.
Mentre l’avvocato era occupato così, il nano si trascinava carponi sotto il tavolo, scagliando disperate imprecazioni a sè stesso, all’umanità in generale e per giunta a tutti gli oggetti inanimati; cosa, questa, che suggerì al signor Bronzi la domanda: – Che c’è?
– La chiave – disse il nano, guardandolo bieco – la chiave della porta… ecco che c’è. Ne sai qualche cosa?
– Che vuoi che ne sappia, caro? – rispose il signor Bronzi.
– Che voglio che tu ne sappia? – ripetè Quilp con un ghigno di sprezzo. – Bell’avvocato che sei! Va’ via, imbecille!
Non curandosi di tener testa al nano in quella sua irritazione, che la perdita d’una chiave per fatto d’un terzo poteva difficilmente dirsi ledesse le proprie cognizioni legali anche in minimo grado, il signor Bronzi suggerì con molta umiltà che la chiave doveva essere stata dimenticata, la sera innanzi, e che, senza dubbio, in quel momento si trovava insieme con la toppa, nel suo buco natìo. Nonostante che fosse fortemente convinto del contrario basandosi sul ricordo di avernela accuratamente estratta, il signor Quilp fu lieto di ammettere che la cosa era probabile, e perciò si diresse brontolando all’uscio, dove sicuramente la trovò.
Ora, nel punto stesso che il signor Quilp mise la mano sulla toppa, e vide con gran stupore che i catenacci erano tirati, i colpi ricominciarono con violenza irritante, e la luce del giorno che aveva filtrato per il buco della serratura fu intercettata al di fuori da un occhio umano. Il nano ne fu grandemente esasperato, e avendo bisogno di qualcuno su cui sfogare il malumore, risolse di balzar fuori all’improvviso e dare alla moglie, per quell’odioso frastuono contro la porta, un gentil segno della propria riconoscenza.
Con questo scopo, trasse la stanghetta pian pianino e in silenzio, e a un tratto aprendo la porta si slanciò sulla persona dall’altro lato, la quale aveva in quel momento sollevato il martello per un altro po’ d’esercitazione, e verso la quale il nano corse a testa bassa, agitando nello stesso tempo le mani e i piedi, e mordendo l’aria nella pienezza della sua cattiveria.
Lungi, però, dal precipitarsi su qualcuno che non avrebbe offerto resistenza e avrebbe implorato mercè, il signor Quilp, appena fu nelle braccia della persona scambiata per la moglie, si sentì salutato da due potenti scapaccioni che lo fecero barcollare, e da due altri colpi della stessa consistenza, al petto; e mentre se ne stava aggrappato al suo assalitore una tal grandine di pacche gli si scatenò sul corpo, che non tardò a convincersi d’essere capitato in esperte ed abili mani. Non scoraggiato da questa accoglienza, egli si abbrancò forte all’avversario, e si mise a morderlo e a martellarlo con tanta buona volontà e cordialità, che ci vollero un paio di minuti prima di esserne staccato. Allora, e soltanto allora, Daniel Quilp si trovò tutto agitato e rabbuffato nel bel mezzo della via, mentre Riccardo Swiveller gli ballava intorno una specie di danza e gli domandava “se ne volesse delle altre”.
– Ve ne sono molte altre nella stessa bottega – disse il signor Swiveller, a volta a volta facendosi innanzi e ritraendosi in atteggiamento minaccioso – un grande e copioso assortimento sempre pronto… si eseguono con la massima rapidità e sollecitudine gli ordini fuori città… Ne volete un altro po’, signore?… Non dite di no, senza cerimonie.
– Credevo che fosse qualche altro – disse Quilp, sfregandosi le spalle. – Perchè non avete detto che eravate voi?
– Perchè non avete domandato chi è – rispose Riccardino – invece di venir fuori così infuriato?
– Siete stato voi… a bussare? – disse il nano, levandosi con un breve gemito. – Voi?
– Sì, io – rispose Riccardino. – Questa signora, quando sono arrivato io, aveva già cominciato, ma picchiava troppo piano, e allora mi ci son messo io. – Mentre diceva così, appuntava il dito verso la signora Quilp, che se ne stava lì presso tutta tremebonda.
– Ah! – mormorò il nano scoccandole un’occhiata di collera. – M’immaginavo che la colpa fosse tua! E voi, signore… non sapete che qui c’è stato un malato, che vi mettete a picchiare come se voleste sfondare l’uscio!
– Perdincibacco! – rispose Riccardino. – L’ho fatto appunto per questo. Credevo che ci fosse un morto.
– Siete venuto per qualche motivo, immagino – disse Quilp. – Che cosa volete?
– Voglio sapere come sta il padrone di qui – soggiunse il signor Swiveller – e sentirlo dalla bocca stessa di Nella, con la quale debbo avere un piccolo colloquio. Io sono amico della famiglia, signore… almeno sono amico d’uno della famiglia, che è lo stesso.
– Allora farete bene ad entrare – disse il nano. – Entrate, signore, entrate. Avanti, cara moglie… prima tu, cara.
La signora Quilp esitava, ma il signor Quilp insistette. E non era una gara di cortesia, e neppure una forma di cerimoniale, perchè ella sapeva benissimo che il marito voleva l’ingresso in quell’ordine per avere l’occasione favorevole di infliggerle nelle braccia un po’ di quei pizzicotti, che spesso le lasciavano le impressioni azzurre e livide delle dita. Il signor Swiveller, che non era a parte di questo segreto, fu un po’ sorpreso a sentire uno strillo represso, e voltandosi, a vedersi seguito con un balzo dalla signora Quilp; ma non approfondì questi indizi, e subito li dimenticò.
– Ora, cara moglie – disse il nano, dopo che furono entrati nella bottega – va’ di sopra, se non ti dispiace, fino alla camera di Nella, e dille che è desiderata.
– Sembra che qui facciate i vostri comodi – disse Riccardino, che ignorava l’autorità del signor Quilp.
– Io sono qui in casa mia, mio caro signore – rispose il nano.
Riccardino stava meditando che mai potessero significare queste parole, e inoltre che potesse significare la presenza del signor Bronzi, quando la signora Quilp discese in fretta dal piano superiore annunziando che tutte le stanze erano vuote.
– Vuote, stupida? – disse il nano.
– Parola d’onore, Quilp – rispose la moglie, tremando – che ho girato da per tutto e non vi ho trovato anima viva.
– E questo – disse il signor Bronzi, battendosi insieme le mani, con energia – questo spiega il mistero della chiave!
Quilp lo guardò accigliato, guardò accigliato la moglie, guardò accigliato Riccardo Swiveller; ma non ricevendo lume o schiarimento da nessuno, corse di sopra, donde ritornò subito, confermando l’annuncio già avuto.
– È uno strano modo di andarsene – egli disse, dando un’occhiata a Swiveller; – stranissimo quello di non dirmi nulla quando io sono in così intima amicizia con lui! Oh, egli mi scriverà senza dubbio o incaricherà Nellina di scrivermi… sì, sì, è ciò che farà. Nellina mi vuole un bene pazzo. Graziosissima Nella!
Il signor Swiveller ne stava con la bocca spalancata, come l’immagine dello stupore. Dandogli delle occhiate furtive, Quilp si volse al signor Bronzi e osservò, con simulata indifferenza, che la circostanza non avrebbe impedito lo sgombero della roba.
– Perchè veramente, – egli aggiunse, – se non sapevamo che se ne sarebbero andati così di buon’ora e di soppiatto, sapevamo che se ne sarebbero andati oggi. Ma certo hanno le loro ragioni, hanno le loro ragioni
– Ma dove diamine sono andati? – disse Riccardino, sempre stupito.
Quilp scosse il capo, e appuntò le labbra in modo da dare a vedere di saperlo benissimo, ma di non aver facoltà di dirlo.
– E che cosa – disse Riccardino, guardando la confusione d’attorno, – che cosa intendete con lo sgombero della roba?
– Che io l’ho comprata, signore, – soggiunse Quilp. – Eh? E che altro?
– Allora quel vecchio volpone ha fatto la sua fortuna e se n’è andato ad abitare in un nido tranquillo con lo sfondo lontano del mutevole mare? – disse Riccardino tutto sbalordito.
– Tenendo nascosto il suo luogo di ritiro, per non esser visitato troppo spesso dagli affezionatissimi nipoti e dai loro devoti amici, eh? – aggiunge il nano, stropicciandosi forte le mani. – Non lo dico io, ma è questo che volete dire?
Riccardo Swiveller fu assolutamente atterrito da questa inattesa modificazione delle circostanze, che minacciava la completa rovina del progetto nel quale egli rappresentava una parte così cospicua, e pareva distruggesse tutte le sue speranze appena germogliate. Avendo appreso da Federico Trent, la sera innanzi tardi, della malattia del vecchio, era accorso per una visita di simpatia e d’informazioni da Nella, accompagnato dal primo carico di quel lungo corteo di fascini che doveva finalmente accenderle il cuore. Ed ecco, che mentre s’era stillato il cervello intorno a ogni sorta di graziosi e insinuanti approcci, meditando sulla terribile rappresaglia che tramava lentamente contro Sofia Wackles – ecco che Nella, il vecchio e tutto il denaro se n’erano andati, dileguati, scomparsi chi sa dove, quasi con una prescienza del progetto e la risoluzione di mandarlo a monte nello stesso inizio, prima che fosse fatto un solo passo per il suo compimento.
Nel suo intimo foro Daniele Quilp non era solo sorpreso, ma turbato dal fatto di quella fuga. Al suo acuto sguardo non era sfuggito che alcuni indispensabili oggetti di vestiario se n’erano andati insieme coi fuggitivi, e conoscendo l’indebolimento mentale del vecchio, si domandò quale fosse il disegno per il quale questi era riuscito ad assicurarsi con tanta rapidità il concorso della fanciulla. Non si deve immaginare (sarebbe fare una grande ingiustizia al signor Quilp) che egli fosse torturato da una generosa ansia in favore dell’uno o dell’altra. La sua irrequietezza originava del sospetto che il vecchio avesse qualche segreto gruzzolo di denaro e che fosse riuscito a nasconderglielo; e l’idea che se lo fosse fatto sfuggire dagli artigli, mortificava grandemente Quilp, come per aver commesso un’asinità enorme.
In questa condizione di spirito, Quilp si sentiva consolato in un certo modo dal fatto che Riccardo Swiveller era per ragioni diverse, evidentemente irritato e deluso per la stessa causa. Era chiaro, pensava il nano, che quegli s’era recato lì, in favore dell’amico, per lusingare o atterrire il vecchio, e farsi dare qualche particella di quelle ricchezze che si supponeva avesse in gran copia. Perciò, era un sollievo tormentare il cuore di Riccardino con un quadro dei tesori che il vecchio aveva accumulato, e diffondersi sulla sua astuzia nel rifugiarsi oltre gli assalti degl’importuni.
– Bene – disse Riccardino con uno sguardo vago – credo che sia inutile continuare a indugiarmi qui.
– Perfettamente inutile – soggiunse il nano.
– Direte che io son venuto, no? – disse Riccardino.
Il signor Quilp accennò di sì, e disse che certamente lo avrebbe fatto, appena li avrebbe rivisti.
– E dite – aggiunse il signor Swiveller – dite, signore, che io sono stato trasportato qui dai vanni della concordia; che son venuto per togliere col rastrello dell’amicizia i semi della mutua violenza e dell’odio, e per seminare, allo stesso posto, i germi dell’armonia sociale. Volete aver la bontà, signore, d’assumervi questo incarico?
– Certo!- soggiunse Quilp.
– Volete essere così gentile, signore, da aggiungere – disse Riccardino presentando un biglietto flessibile – che questo è il mio indirizzo, e che tutte le mattine sono a casa? Due colpi, signore, chiamano la fantesca a qualunque ora. I miei amici, signore, hanno l’abitudine di sternutire quando si apre la porta per farle capire che sono amici miei e non hanno motivi interessati per domandarle se sono a casa. Scusate, mi permettete di dare un’altra occhiata a quel biglietto?
– Ma certo – soggiunse Quilp.
– Per una piccola svista naturalissima, signore – disse Riccardino, dandogli un altro biglietto – vi avevo dato la tessera di un circolo elegantissimo chiamato “I gloriosi Apolli” del quale io ho l’onore d’essere presidente. Il documento esatto è quest’altro, signore. Buon giorno.
Quilp gli restituì il buon giorno; e il presidente dei gloriosi Apolli, sollevato il cappello in onore della signora Quilp, di nuovo se lo piantò lateralmente in testa, e con un ondeggiamento della persona scomparve.
Nel frattempo, erano arrivati certi furgoni per il trasporto della roba. Vari robusti facchini col berretto d’una impresa di trasporti, si fecero oscillare in testa dei canterani e altre inezie della stessa specie, ed eseguirono altre imprese muscolari che aumentarono notevolmente l’intensità del loro colorito. Per non rimanere addietro nel trambusto il signor Quilp si mise a lavorare con energia sorprendente, scotendo e spronando tutti, come uno spirito malvagio, assegnando alla signora Quilp ogni specie di ardui e impraticabili compiti, portando lui stesso su e giù degli enormi carichi senza alcuno sforzo apparente, pigliando a calci il garzoncello del molo, quante volte gli veniva a tiro, e assestando, con ciò che portava addosso, molti maliziosi colpi e urti alle spalle del signor Bronzi, che se ne stava sui gradini dell’uscio a rispondere a tutte le domande dei vicini curiosi, secondo la parte che gli era stata assegnata. La presenza e l’esempio del nano infusero tanta alacrità in tutti quanti, che in, poche ore, la casa rimase perfettamente sgombrata di tutto, tranne che di qualche pezzo di stuoia, di alcun vasi di birra vuoti e di sparsi frammenti di paglia.
Seduto, come un capo africano, su uno di quei pezzi di stuoia, il nano si stava rifocillando nel salotto con pane, cacio e birra, quando osservò, senza mostrare di essersene accorto, che un ragazzo spiava alla porta esterna. Assicuratosi che era Kit, benchè non vedesse di lui che il naso, il signor Quilp lo chiamò a nome; e allora il ragazzo entrò e gli domandò che volesse.
– Vieni qui, caro – gli disse il nano. – Dunque il tuo padrone e la tua padroncina se ne sono andati?
– Dove? – soggiunse Kit, guardandosi intorno.
– Vuoi darmi a intendere che non sai dove siano andati? – rispose Quilp, vivamente. – Dove sono andati, dunque?
– Non so – disse Kit.
– Su – ribattè Quilp – finiscila! Intendi farmi credere che non sai che se ne sono andati stamattina di nascosto, all’alba di stamane?
— Non so nulla – disse il ragazzo, con evidente sorpresa.
— Non lo sai? – esclamò Quilp. – Non so forse che, l’altra sera, tu ti aggiravi qui intorno
come un ladro, eh? Non te lo dissero allora?
– No – rispose il ragazzo.
– Non te lo dissero? – ripetè Quilp. – Allora che ti dissero? Di che parlaste?
Kit, che non aveva alcuna ragione particolare per tener la cosa segreta, disse perchè s’era recato lì in quell’occasione e la proposta da lui affacciata.
– Ah! – disse il nano, dopo aver pensato un po’. – Allora, credo che finiranno col venire da te.
– Credete che verranno? – esclamò vivamente Kit.
– Sì, credo che verranno – rispose il nano. – Ora quando verranno, fammelo sapere; hai capito? Avvertimi e io ti darò qualche cosa. Io voglio far loro del bene, e non posso far loro del bene se non so dove si trovano. Senti quel che ti dico?
Kit avrebbe potuto rispondere qualcosa che non sarebbe piaciuto al suo irascibile interrogatore, se il ragazzo del molo, che s’era aggirato per la stanza in cerca di qualche oggetto dimenticato, non si fosse messo a gridare: – C’è un uccello! Che bisogna farne?
– Torcergli il collo – rispose Quilp.
– Ah, no, non lo fare! – disse Kit, facendosi innanzi: – Dallo a me.
– Ah, sì, proprio! – esclamò l’altro ragazzo. – Su, lascia stare la gabbia, e lascia che lo ammazzi io, hai capito? Ha detto che debbo torcergli il collo io. Lascia stare la gabbia, hai capito?
– Datemela qui, datela a me, animali! – rugghiò Quilp. – Vediamo chi vince alla lotta, animali: se no il collo glielo torco io!
Senz’altro incitamento, i due ragazzi si scagliarono l’uno contro l’altro, coi denti e con le unghie, mentre Quilp, tenendo in una mano la gabbia, e punzecchiando estasiato il pavimento col coltello, li spronava a furia di minacce e di grida a lottare con maggiore accanimento. I due ragazzi erano quasi di forza uguale, e abbrancati insieme si rotolarono in terra, scambiandosi colpi che non scherzavano, sin che alla fine Kit, assestando una botta ben diretta al petto dell’avversario, si distrigò, e strappando di mano la gabbia a Quilp, se la diede a gambe con quel trofeo.
Non si fermò che quando fu giunto a casa, dove il suo viso insanguinato sollevò un grande sgomento, e fece urlare terribilmente il maggiore dei bambini.
– Bontà del Cielo, Kit, che è stato, che hai fatto? – esclamò la signora Nubbles.
– Non ci badare, mamma – rispose il figlio asciugandosi il viso alla tovaglia dietro la porta. – Non è niente; non aver paura. Ho fatto la lotta per un uccellino e ho vinto, ecco tutto. Non far tanto baccano, Giacomino, in vita mia non ho mai visto un ragazzo simile!
– Hai fatto la lotta per un uccellino! – esclamò la madre.
– Oh, sì, per un uccellino!… Ed eccolo qui… l’uccellino della signorina Nella, mamma. Gli volevano torcere il collo. Ma non ci son riusciti… ah, ah, ah! Non l’avrei permesso mai, no, no. Mai e poi mai, mamma. Ah, ah!
Kit col ridere così cordialmente, guardando dalla tovaglia con la faccia gonfia e graffiata, fece ridere Giacomino; e poi si mise a ridere la madre, e poi il piccino si mise festosamente a gracchiare e a dar calci, e poi risero tutti quanti insieme; in parte per il trionfo di Kit, in parte perchè si volevano molto bene. Quando quella convulsione di gioia fu cessata, Kit mostrò l’uccellino ai due bambini, come una grande e preziosa rarità – era semplicemente un povero fanello – e guardando sulla parete per cercarvi un vecchio chiodo, costruì un’impalcatura con un tavolo e una sedia, e lo estrasse con grande esultanza.
– Lasciatemi vedere – disse il fanciullo: – credo che sarà meglio appender la gabbia alla finestra, perchè c’è più luce e allegria, e l’uccello con un po’ di buona volontà, potrà vedere il cielo. Canta così bene; che non lo credereste.
Così fu costruita un’altra impalcatura, e Kit, arrampicandovisi con le molle da usare come martello, picchiò sul chiodo, e con immensa gioia dell’intera famiglia, sospese la gabbia. Dopo che l’ebbe accomodata ed equilibrata molte volte, e si fu tratto indietro fin presso il focolare per ammirarla, la disposizione fu proclamata perfetta.
– E ora mamma – disse il ragazzo – prima di riposarmi, voglio andare a vedere se mi riesce di trovare un cavallo a cui badare, e allora potrò comperare un po’ di miglio per l’uccellino e anche qualche cosa di buono per voi.

XIV.

Siccome era facile per Kit persuadersi che la vecchia casa di Nella si trovasse sul suo itinerario, giacchè il suo itinerario era da per ogni dove, il ragazzo tentò di considerare la circostanza di dover ripassare subito da quella parte più come un caso di dura e imperativa necessità, di fronte alla quale non si poteva far altro che cedere, che come una prova della propria predilezione. Non è insolito per gente meglio nutrita e meglio erudita che non fosse Cristoforo Nubbles interpretare come doveri le proprie tendenze in argomenti di più incerta morale, e d’inorgoglirsi per l’abnegazione con la quale le secondano. Non v’era in quel momento necessità di alcuna precauzione, e non v’era alcun timore di dover sostenere una seconda tenzone con l’assistente di Daniele Quilp. L’abitazione dell’antiquario si presentava nel più triste abbandono, e appariva polverosa e sudicia come se fosse stata disabitata da mesi. Un lucchetto rugginoso era infilato sull’uscio, pezzi di persiane e di cortine scolorate pendevano malinconicamente contro le finestre semiaperte del piano superiore, e le fessure ricurve delle imposte del pianterreno, erano nere della tenebra interna: Qualche vetro della finestra a cui egli aveva tante volte levato lo sguardo era stato rotto nel trambusto di quella mattina, e la stanza sembrava più che mai triste e deserta. Un gruppo di oziosi monelli aveva preso possesso dei gradini dell’entrata; alcuni facevano lavorare il martello e ascoltavano con gioia e terrore gli echi che si stavano nella casa vuota; altri s’erano raggruppati intorno al buco della serratura, per guardare, un po’ per scherzo un po’ sul serio, lo “spirito” che l’oscurità di un’ora, aggiunta al mistero che circondava gli ultimi abitanti, già aveva evocato dalle interne, inesplorate profondità. Levandosi così soletta, in mezzo all’attività e allo strepito della via, la casa dava l’idea d’una fredda desolazione; e Kit che si rammentava l’allegro fuoco che soleva ardervi le sere d’inverno e le non meno allegre risate che risonavano nel salotto, se ne allontanò molto melanconico.
Si deve specialmente osservare, per render giustizia al povero Kit, ch’egli non era affatto sentimentale, e che forse in vita sua non aveva mai udito quest’aggettivo. Kit era semplicemente un ragazzo d’animo buono e riconoscente, ma senza nulla di grazioso e di raffinato; per conseguenza, invece di ritornarsene a casa per pigliare, nella sua tristezza, a calci i fratellini e amareggiare la madre (giacchè, quando certa gente fìnemente educata è fuori dei gangheri, deve far sì che gli altri sentano il contraccolpo del malumore che la rattrista), volse i suoi pensieri al grave espediente di farli, potendo, più lieti.
Cielo benedetto, quanti signori a cavallo passavano su e giù, quanti eran pochi quelli che avevano bisogno di far accudire le cavalcature! Un buon osservatore della vita cittadina o un membro d’una Commissione parlamentare avrebbe potuto, dal numero di quelli che passavano galoppando, dire la somma di denaro che si spendeva ogni anno in Londra soltanto col dare a tenere i cavalli. E indubbiamente sarebbe stata assai grande, se almeno una ventesima parte dei signori senza valletti avesse avuto un’occasione che non aveva; e così al mondo avviene spesso che una malaugurata circostanza di tal fatta mandi a monte i calcoli più ingegnosi.
Kit procedeva, ora rapido ora lento; a volte indugiandosi se vedeva qualche cavaliere rallentare l’andatura della bestia e guardarsi d’attorno, a volte slanciandosi a tutta velocità verso una cantonata se vedeva un altro venire innanzi comodamente dal lato ombroso della strada, e in procinto di fermarsi ad ogni porta. Ma finivano con l’andarsene tutti, l’uno dopo l’altro, e non si vedeva spuntar per lui neppure il becco d’un quattrino. “Se uno di questi signori”, pensava il ragazzo “sapesse che a casa non c’è nulla nella credenza, chi sa se non si fermerebbe a bella posta fingendo d’aver bisogno di me, per farmi guadagnar qualcosa”.
Deluso parecchie volte, e proprio stanco di errare inutilmente, s’era seduto su un gradino a riposare, quand’ecco dirigersi verso di lui un carrozzino a quattro ruote strepitante e tintinnante, tirato da un cavallino scozzese capriccioso e guidato da un bel vecchiotto grasso e pacifico che aveva accanto una vecchietta con la stessa faccia placida e paffuta. Il cavallino scozzese procedeva all’andatura che più gli talentava, facendo, nel servizio che gli era assegnato, proprio ciò che gli pareva e piaceva. Se il vecchiotto moveva qualche rimostranza e scoteva le redini, il cavallino scozzese rispondeva con lo scuotere la testa. Era chiaro che il massimo che il cavallino scozzese consentiva di fare era d’andare a suo modo in quella via che il vecchiotto desiderava particolarmente di traversare; ma c’era fra essi la tacita intesa che la bestia sarebbe andata a suo capriccio, e che, contrariamente, non sarebbe andata niente affatto.
Nel momento che passava innanzi a Kit, questi fissò con tanta insistenza il piccolo equipaggio, che il vecchiotto si sentì costretto a rispondere con un altro sguardo.
Siccome Kit si levò e portò la mano al cappello, il vecchiotto dichiarò al cavallino scozzese ch’egli desiderava di fermarsi, e a questa proposta il cavallino scozzese (che di rado aveva da obbiettare a questa parte del suo dovere) acconsentì graziosamente.
– Domando scusa, signore – disse Kit. – Mi dispiace che vi siate fermato, signore. Non avete bisogno di chi vi accudisca il cavallo?
– Debbo smontare nella strada seguente – rispose il vecchiotto. – Se non ti dispiace di seguirci, potrai avere quello che mi chiedi.
Kit lo ringraziò e obbedì con gioia. Il cavallino scozzese fece di corsa un angolo acuto per andare a esaminare un fanale al lato opposto della via, e poi si slanciò per la tangente verso l’altro fanale dall’altro lato. Dopo aver visto, soddisfatto, ch’erano dello stesso modello e dello stesso materiale, si arrestò, in apparenza meditabondo.
– Vuoi muoverti, signor mio – disse il vecchiotto, con gravità – o ti dobbiamo aspettare, e arrivar troppo tardi all’appuntamento?
– O brutto Musaccio – disse la vecchia signora. Che mi fai vedere! Mi vergogno proprio della tua condotta.
Parve che il cavallino scozzese fosse commosso da questo appello ai suoi sentimenti, perchè si mise a trottare subito, sebbene imbronciato, o non si fermò finchè non arrivò innanzi a una porta sulla quale c’era una lastra d’ottone con le parole: “Witherden – Notaio”. Lì il vecchiotto smontò e aiutò la vecchietta a discendere, e poi prese di sotto il sedile un mazzo di fiori che rassomigliava nella forma e nelle dimensioni a una grossa padella col manico accorciato. Questo la vecchietta portò entro la casa con aria grave e pomposa, e il vecchiotto (che aveva un piede deformato) la seguì immediatamente.
Entrarono, com’era facile capire dal suono delle loro voci, in una stanza della facciata che doveva essere l’ufficio. Siccome il giorno era caldo e la via tranquilla, le finestre erano spalancate; ed era agevole sentire attraverso le stecche delle persiane tutto quello che avveniva di dentro.
In principio vi furono grandi strette di mani e scalpiccìo di piedi, seguiti dall’offerta del mazzo di fiori, poichè una voce che l’ascoltatore immaginò fosse del signor Witherden, il notaio, fu sentita esclamare molte volte: “Ah, delizioso! Ah, che odore, veramente!” e un naso, ch’era da immaginare anche di proprietà dello stesso notaio, fu udito aspirarne la fragranza con un soffio di straordinario piacere.
– L’ho portato in onore di questa giornata, signore – disse la vecchietta.
– Oh, una bella giornata veramente, signora! Una giornata che mi fa onore, signora, che mi onora – soggiunse il notaio signor Witherden. – Ho avuto molte persone da me dipendenti, signora, molte. Alcune, nuotano nelle ricchezze immemori del loro vecchio e compagno e amico, signora; altre hanno l’abitudine ancor oggi di venirmi a trovare e di dirmi: “Signor Witherden, le ore più piacevoli della mia vita le ho passate in questo ufficio… le ho passate su questo sgabello”; ma fra tanti non v’è stato mai nessuno, signora, anche affezionato come sono stato a molti, del quale io mi sia augurato, come faccio dal vostro unico figlio, tali splendide cose!
– Ah che bellezza! – disse la vecchietta. – Non immaginate come ci fate felici dicendoci una cosa simile, non immaginate!
– Vi dico, signora – disse il signor Witherden – ciò che penso di un galantuomo, che, come osserva il poeta, è l’opera più nobile della creazione. Io signora, son d’accordo col poeta in ogni particolare. Le Alpi vertiginose da una parte e l’uccello-mosca dall’altra, non son nulla, in fatto di esecuzione, di fronte a un onest’uomo… o a una donna… una donna.
– Tutto quello che il signor Witherden può dire di me – disse tranquillamente una voce sottile – io, certo, debbo dirlo a mille doppi di lui.
– È una circostanza fortunata, una circostanza veramente fortunata – disse il notaio – che il fatto coincida col suo ventottesimo genetliaco, e io spero di saperlo apprezzare. Credo, caro il mio signor Garland, che noi possiamo congratularci a vicenda di questa augurale occasione.
A questo il vecchiotto rispose che certo essi potevano. Parve vi fossero quindi altre strette di mano, e poi il vecchiotto disse che, sebbene non toccasse a lui di dirlo, credeva che nessun giovane fosse stato mai come il figliolo Abele di maggior conforto ai proprî genitori.
– Sposatici, come abbiamo fatto io e sua madre molto tardi, dopo aver aspettato molti anni, finchè non fossimo in discrete condizioni… uniti quando già da lunga pezza non eravamo più giovani, aver la fortuna d’un figlio ch’è stato sempre obbediente e affezionato… è stato per noi due una fonte di grande felicità.
– Naturalmente, chi ne dubita? – rispose il notaio in tono di simpatia. – È la contemplazione di questa specie di cose, che mi fa deplorare il mio destino di scapolo. V’era una signorina una volta, signora, la figlia di un negoziante di oggetti da viaggio della massima rispettabilità… ma questa è una debolezza. Chuckster, porta qui l’atto del signor Abele.
– Voi vedete, signor Witherden – disse la signora – che Abele non è stato allevato alla maniera dei giovanotti d’oggigiorno. Il suo piacere egli l’ha trovato sempre nella nostra compagnia, e non s’è mai allontanato da noi. Neanche per un giorno, non è vero, caro?
– Mai, cara – rispose il vecchiotto – tranne un sabato che si recò a Margate col signor Tomkinley, il quale era stato insegnante alla scuola da lui frequentata. Tornò il lunedì seguente; ma dopo si sentì molto male; ricordi, cara: aveva commesso un vero disordine.
– Non ci era abituato, sai – disse la vecchietta – e non potè durarla, questa è la verità. E poi che piacere poteva trovare a starsene lì senza di noi, senza nessuno con cui parlare e distrarsi?
– Proprio così, sapete – s’interpose la tranquilla voce sottile che aveva già parlato una volta. – Mi sentivo straniato, mamma, assolutamente smarrito, e a pensare poi che c’era il mare fra mezzo… ah, non dimenticherò mai che cosa provai quando pensai la prima volta che fra noi c’era il mare!
– Si capisce benissimo, date le circostanze – osservò il notaio. – I sentimenti del signor Abele fanno onore alla sua natura, fanno onore alla vostra natura, signora, alla natura del padre e alla natura umana. Io veggo ora la stessa corrente fluire in tutti i suoi atti modesti e tranquilli… Io debbo scrivere il mio nome – osservò – in calce agli articoli ove il signor Chuckster metterà la sua di firma di testimone; e mettendo l’indice su questa ostia azzurra, io son costretto a notare in un tono distinto di voce… non v’impressionate, signora, è semplicemente una formalità legale… che questa dichiarazione è redatta per mia libera decisione e volontà. Il signor Abele metterà il suo nome contro l’altra ostia, ripetendo le stesse cabalistiche parole, e tutto sarà legalmente compiuto. Ah, ah, ah! Vedete come si fanno facilmente queste cose!
Apparentemente, vi fu un breve silenzio, mentre il signor Abele eseguiva la formalità prescritta, e poi si rinnovarono le strette di mano e lo scalpiccìo dei piedi, e qualche momento appresso vi fu un tintinnìo di bicchieri e una grande loquacità da parte di tutti. Dopo un quarto d’ora il signor Chuckster (con la penna dietro l’orecchio e la faccia infiammata dal vino) apparve alla porta, e degnandosi di rivolgersi a Kit con lo scherzoso appellativo di “giovane bellimbusto”, lo informò che i visitatori stavano per uscire.
Ed essi uscirono: il signor Witherden, che era corto, grasso, di colorito fresco, allegro e pomposo, conduceva la vecchietta con estrema cortesia, e il padre e il figlio li seguivano, a braccetto. Il signor Abele, che appariva d’una certa strana aria antiquata, sembrava quasi della stessa età di suo padre, e gli rassomigliava in maniera sorprendente nel viso e nell’aspetto, sebbene al posto della franca allegria paterna, mostrasse una bella riserva di timidezza. Per ogni altro rispetto, nella lindura del vestito e anche nel piede deformato, lui e il vecchiotto si rassomigliavan come due gocce d’acqua.
Dopo aver fatto sedere comodamente al suo posto la vecchietta, e averla aiutata a mettersi il mantello dandole in mano un panierino che faceva parte del suo equipaggio, il signor Abele salì su un piccolo sedile di dietro che, evidentemente, era stato fatto apposta per lui, e sorrise a tutti in successione, cominciando dalla madre e terminando col cavallino scozzese. Vi fu poi un gran da fare per costringere il cavallino scozzese a tener la testa alta in modo che le redini potessero esser legate; infine la cosa si potè fare; e il vecchio, prendendo il suo posto e le redini, si mise la mano in tasca per trovare un po’ di spiccioli per Kit.
Ma egli non aveva spiccioli, non ne aveva la vecchietta, non ne avevano il signor Abele, il notaio, il signor Chuckster. Il vecchiotto pensava che uno scellino fosse troppo; ma non essendovi sulla via alcuna bottega per cambiarlo, finì col darlo intero al ragazzo.
– Ecco – disse scherzando. – Lunedì prossimo sarò di nuovo qui alla stess’ora; quindi fatti ritrovare qui per guadagnartelo tutto.
– Grazie, signore – disse Kit: – state sicuro che mi ritroverete qui.
Egli diceva sul serio, ma tutti si misero a ridere cordialmente, specialmente il signor Chuckster che si sganasciava, straordinariamente divertito della cosa. Siccome il cavallino scozzese, col presentimento che si ritornava a casa, o con la risoluzione di non andare in nessun’altra parte (il che equivaleva alla stessa cosa), si slanciò a un trotto piuttosto rapido, Kit non ebbe tempo di aggiunger nulla e se ne andò anche lui
Dopo aver speso il suo tesoro in acquisti che sapeva sarebbero stati graditi a casa, e non dimenticando il miglio per l’uccello meraviglioso, prese la via del ritorno, con tanta gioia per il suo buon successo e per la grande fortuna, che quasi si aspettava di trovar Nella e il vecchio arrivati prima di lui.

XV.

Spesso, la mattina della loro partenza, attraversando le vie silenziose della città, e immaginando nello sfondo lucente in qualche persona lontana che appariva in confuso le sembianze dell’onesto Kit, la fanciulla tremava con una sensazione mista di speranza e di timore. Ma benchè gli avrebbe stretto lieta la mano per ringraziarlo di quel che le aveva detto nell’ultimo colloquio, era sempre un sollievo per lei trovare che la persona che s’avvicinava non era lui; giacchè anche se non avesse temuto l’effetto che la vista di Kit avrebbe potuto fare sul compagno di viaggio, essa sentiva che dire addio a qualcuno in quel momento, e specialmente a colui che le s’era mostrato così buono e fedele, sarebbe stato più di quanto avrebbe potuto sopportare. Era già abbastanza lasciare i muti oggetti, le cose insensibili sia al suo affetto, sia alla sua tristezza. Separarsi, all’inizio di quel lungo viaggio, dall’unico amico che aveva, l’avrebbe veramente angosciata.
Come avviene che possiamo più facilmente separarci spiritualmente che corporalmente, e che mentre abbiamo la forza di mettere in atto l’addio, non abbiamo il coraggio di dirlo? Alla vigilia d’un lungo viaggio o d’un’assenza di molti anni, amici che si vogliono un gran bene si separeranno col solito sguardo, con la solita stretta di mano, ripromettendosi un ultimo colloquio per la mattina appresso, mentre ciascuno sa che il colloquio non è che una meschina finzione per risparmiarsi di pronunciare l’addio, e che l’incontro non avverrà più. È meno difficile sopportare la certezza che la possibilità? Noi non trascuriamo mai i nostri amici moribondi: il non esserci formalmente congedati da qualcuno, che abbiamo lasciato con molta bontà ed affezione, spesso varrà ad amareggiarci tutto il resto della vita.
La città era gioiosa della luce mattutina; dei luoghi, che s’erano mostrati lugubri e cupi durante tutta la notte, ora s’abbellivano d’un sorriso e i fulgidi raggi che danzavano sulle finestre delle stanze e scintillavano attraverso persiane e cortine innanzi agli occhi dei dormienti, riempivano di luce anche i loro sogni, fugando le ombre notturne. Nelle stanze afose, ermeticamente chiuse e buie, gli uccelli sentivano che era mattina e s’agitavano inquieti nelle loro gabbiette; i topolini dagli occhi lucenti si ritraevano nei loro angusti ricetti raccogliendosi timidamente insieme; il morbido gatto domestico, dimentico della preda, si piantava dietro la porta e ammiccava ai raggi del sole che filtravano per il buco della serratura e per le fessure, impaziente di precipitarsi fuori e di sdraiarsi beato all’aperto. Le bestie più nobili confinate nelle stalle, se ne rimanevano immobili dietro le sbarre, a guardare, con occhi nei quali scintillavano le antiche foreste, qualche ramo dondolante e lo splendor del sole che luceva attraverso un finestrino; poi scalpitavano impazienti sul selciato che le zampe prigioniere avevano logorato, e si fermavano a guardar di nuovo. Degli uomini nelle prigioni protendevano le fredde membra, intorpidite, e maledicevano le pietre non toccate mai dal calore del sole. I fiori che dormono di notte, aprivano i loro occhi soavi e li volgevano al giorno. La luce, spirito della creazione, era da per tutto, e ogni cosa si vestiva della sua bellezza.
I due pellegrini, stringendosi spesso a vicenda le mani, o scambiandosi un sorriso o un’allegra occhiata, continuavano il loro cammino in silenzio. Per quanto splendenti e liete, v’era qualcosa di solenne nelle lunghe vie deserte, dalle quali, come corpi senz’anima, il carattere e l’espressione abituali s’erano dileguati, non lasciando loro che una morta quiete uniforme che la rivestiva d’una stessa impronta. Ogni cosa era così tranquilla in quell’ora mattutina, che le poche persone sparse che si incontravano parevano in assoluto contrasto con quella scena, al pari dei fiochi fanali, lasciati qua e là ad ardere, deboli e impotenti nella piena gloria del sole.
Prima che essi si fossero spinti molto lontano nel labirinto delle case degli uomini, che ancora li separavano dalla periferia, quell’aspetto dell’ora cominciò a dileguarsi, e a succedergli un’attività rumorosa. In principio l’incanto fu rotto da carri e da veicoli solitari che passavano nel loro cammino rumoreggiando, poi da altri, poi da altri ancora più fragorosi, infine da una folla. Sulle prime parve strano vedere la bottega d’un mercante con la mostra aperta, ma poi fu raro vederne un chiusa; quindi cominciò dai comignoli a levarsi il fumo, e i vetri delle finestre si spalancarono all’aria, e le porte si aprirono, e delle fantesche, guardando distratte in ogni direzione meno che alla granata che avevano i mano, sollevavano nuvole di polvere negli occhi dei passanti che cercavano di scansarsi; oppure si mettevano ad ascoltare malinconiche i lattai che parlavano di fiere in campagna, di carrozzoni piantati in giro, e di tende al completo, e di galanti giovanotti, e di tutto il resto che si poteva vedere con un’altra ora di viaggio.
Oltrepassata quella parte della città, raggiunsero i luoghi del commercio e del gran traffico, dove accorreva molta gente e gli affari erano già in pieno corso. Il vecchio si guardò d’attorno con occhio sorpreso e sconvolto, perchè si trovava dove non avrebbe voluto più essere. Si mise l’indice alle labbra, e trasse via la fanciulla per chiassetti e giravolte, nè parve calmarsi finchè non si fu molto allontanato, voltandosi spesso dietro a guardare, mormorando che in tutte quelle vie si annidavano la rovina e il suicidio, che lo stesso odore dell’aria n’era impregnato, e che essi non potevano fuggir troppo presto.
Passata anche questa contrada, giunsero in un quartiere remoto, dove le casette basse, divise tutte in stanze e finestre rappezzate con stracci e carta, parlavano della povertà che vi aveva ricetto. Le botteghe vendevano oggetti che i soli poveri potevano comprare, e in esse si prendevano per il collo e si stiracchiavano a vicenda rivenditori e compratori. V’erano delle misere vie dove la signorilità decaduta tentava di fare, sullo scarso spazio e con dei miseri avanzi, la sua ultima malinconica sosta; ma esattori e creditori accorrevano lì come da per tutto, e la povertà che ancora lottava debolmente era appena meno squallida e manifesta di quella che da lungo tempo si era accasciata e data per vinta,
Veniva poi una vasta estensione abitata – poichè gli umili seguaci dell’accampamento della ricchezza piantano per molte miglia all’ingiro le loro tende – ma il suo aspetto era il medesimo. Umili e fradice le case, molte da appigionare, molte ancora in costruzione, molte semicostruite e crollanti – alloggi dove sarebbe stato difficile dire chi fra il padrone o il pigionale avesse maggior bisogno di compassione – fanciulli denutriti e seminudi, sparsi per ogni via e razzolanti nella polvere – madri che sgridavano la prole e minacciose pestavano sul marciapiede i piedi calzati di ciabatte – padri in abiti frusti, che s’affrettavano tristi alla fatica che dava loro il pane quotidiano e poco più – donne che tagliuzzavano qualche cosa, lavandaie, ciabattini, sarti, droghieri, che esercitavano il loro commercio nella stanza, comune, in cucina, negli anditi e nelle soffitte, e a volte tutti ammucchiati sotto lo stesso tetto – fabbriche di mattoni sull’orlo di giardini attorniati da doghe di vecchie botti, o assi di edifici incendiati, annerite e con le bolle e le pustole delle fiamme – mucchi di erbacce, d’ortiche, di piante selvatiche e di gusci d’ostriche, disseminati nella più straordinaria confusione – piccole cappelle dissidenti per insegnare, con abbondanza d’illustrazioni, le miserie della terra, e molte chiese nuove, erette con un po’ di ricchezza superflua, per mostrare la via del cielo.
Infine le strade, facendosi ancora più eccentriche, cominciavano a perdersi e a sparire, finchè non si vedevano orlate da minuscoli appezzamenti di giardino con molte villette non imbiancate e costruite di legname vecchio o di frammenti di battelli, tutte verdi come i fibrosi torsoli di cavoli che crescevano all’intorno, e ornati sulle sconnessure di funghi e di chiodi rugginosi. Venivano quindi casette civettuole, a due a due, con zolle di terreno sul davanti, disposte in aiuole angolari dai rigidi orli incassati e con angusti vialetti, ove si doveva procedere con passi assai cauti per non disordinare la ghiaia. Veniva quindi l’osteria, recentemente dipinta di verde e di bianco, con l’abbeveratoio, innanzi al quale si fermavano i carri; poi, campi; e poi, delle case, solitarie, di dimensione corrispondente ai prati, alcune anche con l’alloggio del portinaio e della moglie. Veniva quindi una barriera; poi campi di nuovo con alberi e pagliai; poi, una collina sulla cui vetta il viaggiatore poteva riposare e – guardando indietro all’apparizione attraverso il fumo del vecchio San Paolo, della sua croce che si levava oltre la nube (se il giorno era chiaro) e scintillava nel sole; e gettando lo sguardo sulla Babele dalla quale essa si levava per seguirla fino agli avamposti dell’esercito invasore di mattoni e di calce di cui un drappello in quel momento gli stava quasi ai piedi – il viaggiatore poteva sentire d’essere finalmente fuori di Londra.
In un punto così fatto, e in un ameno campo, il vecchio e la sua piccola guida (se guida si poteva chiamare, lei che non sapeva neppure per dove si fossero mossi) si sedettero a riposare. Ella aveva avuto la precauzione di mettere in un panierino un po’ di pane e delle fettine di carne, e lì fecero la loro frugale colazione.
La freschezza del giorno, il canto degli uccelli, la bellezza dell’erba ondeggiante, le foglie di intenso verde, i fiori selvaggi e le cento soavi fragranze e i suoni che aleggiavano nell’aria – gioie profonde per molti di noi, ma specialmente per quelli che vivono fra le calche o che se ne stanno soli nelle grandi città come nel secchio d’un pozzo umano – penetravano nel loro cuore, allietandoli. La fanciulla aveva già, quella mattina, detto la sua semplice preghiera, con più ardore che non avesse mai fatto, ma in quel momento se la sentì di nuovo sulle labbra. Il vecchio si cavò il cappello – non aveva la memoria delle parole – ma disse amen, e che lì stavano benissimo.
In uno scaffale a casa c’era stata una vecchia copia del Pilgrim’s Progress, con strane incisioni, che la fanciulla molte sere s’era divertita a sfogliare e a leggere, domandandosi se fosse vero e dove potessero mai essere quei lontani paesi con quegli strani nomi. Guardando indietro al luogo che aveva abbandonato, una parte di quel libro le tornò vividamente in mente.
– Caro nonno – ella disse, – se il luogo del libro gli somiglia, eccetto che questo è più bello e di gran lunga migliore, sento come se fossimo tutti e due come Cristiano, e deponessimo su quest’erba tutte le cure e gli affanni che abbiamo portato con noi, per non riprenderli mai più.
– No… non ritorneremo più… non ritorneremo più… – rispose il vecchio, con un gesto verso la citta. – Tu ed io siamo liberi ora, Nella. Non ci avranno più.
– Sei stanco? – disse la fanciulla. – Sei certo di non sentirti male dopo questa lunga passeggiata?
– Non sentirò più male, ora che siam venuti via – egli rispose – Moviamoci, Nella. Dobbiamo andar lontano… molto, molto lontano. Siamo troppo vicini per fermarci e riposarci. Su!
V’era una pozza d’acqua limpida nel campo e la fanciulla si lavò le mani e la faccia, e si rinfrescò i piedi prima di rimettersi in via. Ella volle che il vecchio si rinfrescasse allo stesso modo, e, fattolo sedere sull’erba, gli buttò dell’acqua nelle mani e gliele asciugò alla gonna.
– Io non posso far nulla da me, cara – disse il nonno; – io non so come sia; una volta potevo, ma ora non più. Non mi lasciare, Nella; dimmi che non mi lascerai. Io t’ho voluto sempre bene, Nella; davvero che te n’ho voluto. Se perdo anche te, cara, dovrò morire.
Si appoggiò con la testa sulla spalla di lei e si mise a gemere pietosamente. Una volta, e anche pochi giorni prima, la fanciulla non avrebbe potuto frenare le lacrime e avrebbe dovuto piangere con lui. Ma ora lo consolò con gentili e tenere parole, sorrise al timore ch’egli le affacciava che potessero mai separarsi, e fece allegramente sorridere anche lui. Egli tosto si calmò e si addormentò, dopo essersi canticchiato qualcosa sottovoce, come un bambino.
Si svegliò, rinfrescato, e ripresero il viaggio. La strada era bella, e si svolgeva fra bei pascoli e campi di frumento, sui quali, librandosi alta nel cielo sereno e azzurro, l’allodola trillava la sua felice canzone. L’aria arrivava carica degli odori che raccoglieva in viaggio, e le api, sorrette da quel respiro fragrante, ronzavano passando la loro soddisfazione inebbriata.
Essi si trovavano ora in aperta campagna; le case erano pochissime e sparse a lunghi intervalli spesso a distanza di miglia. Di tanto in tanto arrivavano a un gruppo di povere abitazioni, alcune con la porta aperta sbarrata da una sedia o da una tavola per impedire ai bambini irrequieti di correr sulla strada; altre ben chiuse, mentre le famiglie erano sparse a lavorare nei campi. Quelle case, spesso, erano il principio d’un comunello; e dopo un poco si vedeva la tettoia d’un carrozziere o forse la fucina d’un fabbroferraio; poi una prospera mandria di mucche assonnate sdraiate in un recinto, e puledri che sporgevano il muso sul basso muretto e che al veder passare sulla strada dei cavalli coi finimenti si mettevano a scorrazzare, come gioiosi della propria libertà. V’erano anche dei gravi maiali che scavavano il terreno in cerca di bocconi ghiotti, aggirandosi con monotoni grugniti e attraversandosi l’un l’altro nella loro ricerca; grassi colombi che svolazzavano intorno a un tetto o passegiavano pomposi sulle gronde; e anitre e oche, molto più graziose nella loro vanità, che si dondolavano goffe intorno a uno stagno o veleggiavano leggere sulla sua superficie. Oltrepassato il recinto della masseria, veniva un alberghetto, una birreria più umile, e il mercante del villaggio; poi il notaio e il parroco, ai cui terribili nomi la birreria tremava; la chiesa poi si affacciava modestamente da un gruppo di alberi; poi vi erano altre poche casette, infine un recinto per le bestie perdute, e non di rado, su un terrapieno laterale della via, un profondo vecchio pozzo rugginoso.
Essi camminarono tutto il giorno, e dormirono la sera in una piccola casetta dove si dava da dormire ai passanti. La mattina seguente erano di nuovo in viaggio e benchè stanchi in principio e spossati, in poco tempo si riebbero, e andarono di buon passo innanzi.
Si fermavano spesso a riposarsi, ma soltanto per poco e continuarono ad andare, dopo essersi leggermente rifocillati durante la mattinata. Erano quasi le cinque del pomeriggio, quando passando innanzi a un gruppo di case coloniche, la fanciulla guardò avidamente in ciascuna, incerta dove domandare il permesso di riposare un poco e di bere un sorso di latte.
Non era facile decidersi, perchè era timida e aveva paura di essere respinta. Qua c’era un fanciullo che piangeva, e là una moglie che garriva. In una casa, gli abitanti sembravano molto poveri; in un’altra, troppi. Alla fine si fermò innanzi a una dove la famiglia era raccolta intorno alla tavola, specialmente perchè c’era un vecchio seduto, accanto al focolare, in una poltrona fornita di cuscini, ed ella pensò che fosse un nonno, il quale non avrebbe respinto un nonno.
V’erano inoltre, il padron di casa e la moglie, e tre robusti ragazzetti, bruni come more. La domanda, appena formulata, fu subito esaudita. Il ragazzetto maggiore corse subito a prendere del latte, il secondo trasse due sgabelli verso la porta, e il minore s’andò ad aggrapparsi alla gonna della madre, guardando i forastieri di sotto la manina abbronzata dal sole.
– Dio vi aiuti, padrone – disse il vecchio contadino con una voce sottile e cinguettante: – andate lontano?
– Sì signore, andiamo lontano – rispose la fanciulla perchè suo nonno s’era voltato verso di lei.
– Da Londra? – disse il vecchio.
La fanciulla rispose di sì.
Ah! Egli era stato molte volte a Londra… un tempo soleva andarci spesso, col carro. Erano quasi trentadue anni da che ci era stato l’ultima volta, e gli avevano detto che c’erano dei grandi cambiamenti. Probabile! Aveva cambiato anche lui, da quel tempo! Trentadue anni erano parecchi, benchè avesse conosciuto qualcuno che era campato quasi fino a cento… Ma non così bene come lui, però… no, non così.
– Sedetevi in quel seggiolone, padrone – disse il vecchio, – picchiando la mazza sull’ammattonato, e cercando di pestar forte. – Accettate una presa da questa tabacchiera; io non fiuto molto tabacco, perchè costa caro, ma talvolta m’aiuta a tenermi desto. Ma voi siete un ragazzo a petto mio. Avrei un figlio che ora sarebbe vecchio come voi se fosse campato, ma andò soldato… e ritornò a casa con una gamba sola. Diceva sempre che sarebbe stato sepolto accanto alla meridiana dove soleva arrampicarsi quand’era ragazzo… ci s’arrampicava sempre il mio povero figlio, e le sue parole si sono avverate… Potete vedere coi vostri stessi occhi; da quel giorno ci abbiamo tenuto sempre l’erba fresca.
Scosse il capo, e guardando con gli occhi lacrimosi la figliola, le disse di non temere ch’egli continuasse su quel tono. Egli non voleva addolorare nessuno, e se qualcuno era addolorato da ciò che aveva detto, gli chiedeva perdono, ecco tutto
Il latte era arrivato, e la fanciulla prendendo il panierino, e scegliendovi i migliori bocconi per il nonno, fece con lui un pasto cordiale. L’arredamento della stanza era, s’intende, molto semplice. Si componeva di poche rozze sedie e una tavola, d’una credenza, nell’angolo, con la sua piccola riserva di stoviglie di creta, d’un vassoio sgargiante che rappresentava una signora in rosso vivo a spasso con un parasole azzurro, d’un po’ di comuni soggetti colorati della Scrittura sulle pareti e sul caminetto, d’un vecchio armadietto per la biancheria, di un pendolo con la carica d’otto giorni, di poche lucenti casseruole e d’una caldaia. Ma ogni cosa era pulita e a sesto, e quando la fanciulla si guardava d’attorno provava una sensazione di comodità e di piacere, alla quale da lungo tempo non era più avvezza.
– Quanto è distante di qui il primo paese? – Ella chiese al marito della donna.
– Cinque miglia buone, cara – questi rispose; – ma non avete poi l’intenzione di andarvi stasera?
– Sì, sì, Nella – disse il vecchio in fretta, sollecitandola, anche coi gesti. – Anche più oltre, anche più oltre, se camminiamo fino a mezzanotte.
– V’è un buon fienile qua vicino, padrone – disse l’uomo: – so che c’è una locanduccia al Plow and Harrer. Scusatemi, ma mi sembrate un po’ stanchi, e se non avete necessità di andare…
– Sì, sì, abbiamo necessità – disse con impazienza il vecchio. – Più lontano, Nella, più lontano!
– Veramente, dobbiamo andare – disse la fanciulla cedendo a quel desiderio irrequieto. – Noi vi ringraziamo moltissimo, ma non possiamo fermarci così presto. Io son pronta, nonno.
Ma la donna aveva notato, dal contegno della giovane viaggiatrice, che questa aveva un piede coperto di bolle e contuso, e da donna e da mamma anche qual’era, non volle lasciarla andare prima di averglielo lavato e avervi applicato qualche semplice rimedio, cosa che fece con tanta cura e con mano così leggera – benchè indurita e incallita dal lavoro – che il cuore della fanciulla non fu così commosso, ch’ella non potè dire se non un fervido “Dio vi benedica!”, nè poi guardare indietro ed essere in grado dì parlare se non quando fu a una certa distanza dalla casetta. Quando si voltò vide che l’intera famiglia, anche il vecchio nonno, stavano sulla strada a guardarli mentre s’allontanavano, e così, con molti cenni di mano e gesti di saluti, e da una parte almeno senza lagrime, avvenne la separazione.
Essi si trascinarono più lentamente e più faticosamente di prima per un altro miglio a un di presso, quando sentirono un fragor di ruote alle spalle, e voltandosi videro un carro vuoto avvicinarsi abbastanza rapidamente. Il vetturino, raggiungendoli, arrestò il cavallo e guardò intento Nella.
– Non vi siete fermati a riposare in quella casa lì? – disse.
– Sì, signore – rispose la fanciulla.
– Ah, m’hanno detto di cercarvi! – disse il vetturino. – Io vado per la stessa via. Datemi la mano… saltate su, padrone.
Fu quello un gran sollievo, poichè erano molto stanchi e appena si potevano più trascinare. Per essi quel carro sobbalzante fu un sontuoso equipaggio, e la scarrozzata deliziosa quanto mai. Nella non aveva ancora finito di rannicchiarsi su un mucchietto di paglia in un angolo, che già s’era addormentata, per la prima volta in quel giorno.
Fu riscossa dall’arresto del carro, che doveva infilare un’altra strada. Il carrettiere l’aiutò gentilmente a discendere, e indicando alcuni alberi a breve distanza, disse che il paese era lì, e che sarebbero arrivati più presto prendendo il viottolo attraverso il cimitero. E così, verso quel luogo diressero i loro passi stanchi.

XVI.

Era l’ora del tramonto quando raggiunsero il cancelletto dove cominciava il viottolo, e come la pioggia che cade egualmente sui buoni e i cattivi, il sole versava il suo vivo rossore anche sul luogo di riposo dei morti, annunziando che c’era buona speranza che sarebbe spuntato anche il giorno dopo. La chiesa era vecchia e grigia, coi muri e il portico coperti d’edera. Evitando le tombe pompose, l’edera strisciava intorno ai tumuli sotto i quali dormivano i poveri, intessendo per loro le prime corone che avessero mai guadagnato, corone non soggette a disseccarsi, e, nella loro specie, molto più durevoli di quelle incise nella pietra e nel marmo, che parlavano con elogi pomposi di virtù tenute mitemente nascoste per molti anni e infine rivelate soltanto agli esecutori testamentarî e ai legatarî in lacrime.
Il cavallo del ministro ecclesiastico, incespicando con un cupo, sordo rumore fra le tombe, brucava l’erba, derivando una consolazione ortodossa dai morti parrocchiani e insieme confermando il testo commentato la domenica prima sulla sorte della carne; un asino macilento, che aveva anche lui cercato di spiegarlo, senza avere i titoli e l’ordinazione, appuntava le orecchie in un recinto lì presso, guardando con occhi famelici il sacerdotale vicino.
Il vecchio e la fanciulla lasciarono il sentiero ghiaioso, e deviarono fra le tombe; perchè il terreno era soffice e meno aspro per i loro piedi stanchi. Passando dietro le tombe udirono delle voci vicine, e tosto raggiunsero quelli che avevano parlato.
Seduti comodamente sull’erba v’erano due uomini, e così affaccendati che sulle prime non si accôrsero dei sopraggiunti. Non era difficile indovinare che appartenevano a quella classe di attori girovaghi che vanno mostrando le gesta di Pulcinella, poichè, accoccolato con le gambe in croce su una pietra tombale dietro di loro, c’era una figura di quello stesso eroe, col naso e il mento a uncino e la sua solita faccia radiosa. Forse il suo carattere imperturbabile non fu mai più efficacemente dimostrato che in quel momento, perchè egli conservava il suo consueto, invariabile sorriso, nonostante avesse il corpo in un atteggiamento assai incomodo, tutto dinoccolato, cascante e flaccido, e il lungo berretto a punta instabilmente equilibrato, tenuto conto dell’eccessiva leggerezza delle gambe, minacciasse ogni momento di farlo precipitare al suolo.
In parte sparse in terra ai piedi dei due uomini; e in parte mescolate insieme in una lunga scatola piatta, c’erano le altre persone del teatro. La moglie dell’eroe, il cavallo di legno, il dottore, il signore straniero che non essendo familiare con la lingua non è, nella rappresentazione, in grado di esprimere le sue idee che con la parolai “sciallabalà” pronunciata distintamente tre volte, il vicino radicale che non ammetterà mai che un campanello di stagno sia un organo, il boia e il diavolo erano tutti lì. I loro proprietarî s’erano recati evidentemente in quel luogo per fare delle riparazioni necessarie al palcoscenico, perchè l’uno era occupato a legare con del filo una piccola forca, e l’altro era intento a fissare con un piccolo martello e dei chiodetti una nuova parrucca sulla testa del vicino radicale, spelacchiata a furia di bastonate.
Essi levarono gli occhi quando il vecchio e la sua piccola compagna si furono avvicinati, e interrompendo il lavoro, risposero ai loro sguardi curiosi con altri sguardi di curiosità. L’uno, quello certamente che faceva muovere i personaggi, era un ometto dal viso allegro, gli occhi scintillanti e il naso rosso, tanto che pareva avesse assorbito un po’ del carattere del suo eroe. L’altro – quello che raccoglieva il denaro – aveva uno sguardo piuttosto raccolto e cauto, sguardo forse inseparabile dalla sua occupazione.
L’uomo dal viso allegro fu il primo a salutare i forestieri con un cenno; e seguendo gli occhi del vecchio, osservò che forse era la prima volta che quegli vedeva Pulcinella fuori delle scene. (Pulcinella, si può notare, sembrava che indicasse con la punta del berretto un enfaticissimo epitaffio, e ne ridesse cordialissimamente).
– Perchè venite qui a far questo? – disse il vecchio, sedendosi in terra accanto a loro, e guardando le figure con grande diletto.
– Perchè, vedete – soggiunse l’ometto – prepariamo la rappresentazione per stasera in quella locanda lì, e non starebbe bene lasciar vedere al pubblico la compagnia in riparazione.
– No? – disse il vecchio, facendo dei segni a Nella perchè stesse a sentire.- Perchè no, eh, perchè no?
– Perchè si distruggerebbe ogni illusione, e si toglierebbe ogni interesse, non vi sembra? – rispose l’ometto.
– Spendereste un soldo per vedere il lord cancelliere se lo conosceste in privato e senza la parrucca?… Certo che no…
– Vero! – disse il vecchio, arrischiandosi a toccare una marionetta e poi tirandone via la mano con una risata stridula. – Farete la rappresentazione, stasera, farete?
– Questa è la nostra intenzione, padron mio – rispose l’altro – e se non sbaglio, Maso Codlin in questo momento sta calcolando quanto abbiamo perduto con la vostra venuta. Allegro, Maso, non può esser molto.
L’ometto accompagnò queste ultime parole con una strizzatina d’occhio, per esprimere il giudizio che s’era formato delle finanze dei viaggiatori.
A questo il signor Codlin, che aveva delle maniere agre e brontolone, rispose, mentre strappava violentemente Pulcinella dalla pietra tombale e lo gettava nella scatola:
– Non m’importa se abbiamo perduto qualche centesimo, ma tu sei troppo sprecone. Se tu stessi di fronte al telone e vedessi le facce del pubblico come le vedo io, conosceresti meglio la natura umana.
– Ti sei guastato, Maso, dandoti a questo ramo – soggiunse il compagno. – Quando tu nelle fiere rappresentavi lo spettro nel dramma regolare, tu credevi a tutto… tranne che agli spiriti. Ma ora tu non credi più a nulla. Io non ho mai veduto un uomo cambiare tanto.
– Non te ne curare – disse Codlin, con l’aria d’un filosofo malcontento. – So di più ora, e forse me ne dispiace.
Volgendosi alle marionette nella scatola come uno che le conosceva e le disprezzava, il signor Codlin ne trasse una fuori e la fece osservare all’amico:
– Guarda qui: ecco Judy di nuovo con la gonna a brandelli. Non hai un ago e un po’ di filo?
L’ometto scosse il capo, e si grattò maliziosame contemplando la grave condizione della prima attrice. Vedendoli così in imbarazzo, la fanciulla disse timidamente:
– Nel panierino, signore, ho un ago e del filo. Volete che mi provi a fare il rammendo io? Credo che potrei farlo meglio di voi.
Anche Codlin non ebbe nulla da obbiettare a quella proposta così opportuna. Nellina, inginocchiandosi accanto alla scatola, si occupò tosto del suo compito, e lo eseguì a perfezione.
Mentre era così occupata, l’ometto allegro la guardò con un interesse che non diminuì dopo ch’ebbe osservato il povero vecchio da cui era accompagnata. Quando il lavoro fu finito, egli la ringraziò e le chiese dove fossero diretti.
– Stasera ci fermiamo qui, credo – disse la fanciulla, guardando verso il nonno.
– Se avete bisogno d’un alloggio – osservo l’ometto vi consiglierei di venire nella nostra stessa locanda. Quella lì. Quella casa bianca e bassa. Ci si spende poco.
Il vecchio nonostante la stanchezza, sarebbe rimasto nel cimitero tutta la notte, se vi fossero rimasti anche i suoi nuovi conoscenti. Ma siccome egli accettò quel consiglio con molto entusiasmo, si levarono tutti e s’avviarono insieme, lui tenendosi accanto alla scatola delle marionette nelle quali s’era concentrato tutto, l’ometto portando la scatola infilata al braccio con una correggia, Nellina tenendo per mano il nonno, e il signor Codlin trotterellando dietro, e dando al campanile della chiesa e agli alberi vicini gli stessi sguardi che era solito dirigere, quando lavorava in città, alle finestre e ai terrazzini gremiti di bambini, nell’atto di cercare un punto adatto all’impianto del teatrino.
La locanda era diretta da un vecchio albergatore grasso e da un’albergatrice, i quali non fecero alcuna obbiezione a ricevere i nuovi ospiti, ma lodarono la bellezza di Nellina e si sentirono subito ben disposti in suo favore. In cucina c’erano soltanto i due girovaghi, e la fanciulla si sentì contenta d’esser capitata in un buon posto. L’albergatrice si mostrò molto sorpresa di apprendere ch’essi erano arrivati a piedi da Londra, e parve non poco curiosa di saper dove si recassero. La fanciulla si difese da quella curiosità come meglio potè e senza grandi difficoltà, perchè la donna, accorgendosi di rattristarla, non le fece altre domande.
– Questi due signori hanno ordinato da cena fra un’ora – ella disse, conducendosela nello spaccio – e farete bene a mangiare anche voi con essi. Intanto ti darò qualcosa che ti farà bene, perchè devi averne bisogno, dopo un così lungo viaggio. Ora non pensare al vecchio, perchè dopo che avrai bevuto tu, darà a bere anche a lui.
Ma siccome nulla poteva indurre la fanciulla a lasciare il vecchio solo o a toccar nulla di cui non avesse la maggior parte lui, la vecchia albergatrice fu costretta a servir prima il nonno. Dopo di che si furono così rinfrescati, tutto l’albergo se n’andò in fretta verso una stalla vuota dove era impiantato il teatrino, e dove, alla luce di poche candele tremolanti ficcate in un cerchio sospeso con una corda al soffitto, doveva aver luogo la rappresentazione.
E ora il signor Tommaso Codlin, il misantropo, dopo aver soffiato nella siringa fino a sentirsi male, occupò il suo posto a un lato del drappeggio a quadretti che nascondeva il burattinaio, e, mettendosi le mani in tasca, si preparò a rispondere a tutte le domande e a tutte le osservazioni di Pulcinella e a tristemente fingere d’essere il suo più intimo amico, di avere in lui la più vasta ed illimitata fiducia, di sapere ch’egli godeva in quel tempio, giorno e notte, la più lieta e sontuosa vita, e che era sempre e in ogni circostanza la stessa persona intelligente e allegra che gli spettatori potevano in quel momento ammirare. Tutto questo il signor Codlin faceva con l’aria dell’uomo che s’attende il peggio ed è assolutamente rassegnato, mentre girava lentamente gli occhi durante le più vivaci battute per osservarne l’effetto sugli spettatori e specialmente l’impressione sull’albergatore e l’albergatrice, che poteva produrre degli importanti risultati in relazione con la cena.
Su questo, però, non c’era ragione di alcuna ansietà, perchè tutta la rappresentazione fu applaudita freneticamente, e le offerte volontarie piovvero con una liberalità che attestò con forza anche maggiore la compiacenza generale. Nessuno rise più fragorosamente e più frequentemente del vecchio. Non si udì il riso di Nella, perchè lei, la povera fanciulla, con la testa piegata sull’omero del vecchio, s’era addormentata e dormiva d’un sonno così profondo che non ne fu riscossa nemmeno da tutti gli sforzi del nonno per farla partecipare al suo gaudio.
La cena fu buona, ma ella era tanto stanca, che non mangiò neppure. Pure non lasciò il vecchio finchè non l’ebbe condotto a letto e salutato con un bacio. Lui, felicemente insensibile ad ogni cura e a ogni affanno se n’era rimasto seduto ad ascoltare con un vago sorriso, e un’aria d’ammirazione tutto quello che andavano dicendo i nuovi amici; e soltanto dopo ch’essi si furon ritirati sbadigliando nelle loro camere, seguì di sopra la nipote.
Il luogo che gli era toccato per il suo riposo era una soffitta divisa in due compartimenti; ma essi furono assai contenti di quell’alloggio che non avevano sperato così comodo. Coricato che fu, il vecchio si mostrò irrequieto, e pregò Nella di andarsi a sedere accanto al letto come aveva fatto per molte sere. Ella si affrettò ad accontentarlo, e vi rimase finchè non lo vide addormentato.
V’era un finestrino, ch’era appena più d’una fessura nel muro, nella stanza di lei, e dopo che ebbe lasciato il nonno, andò ad aprirlo tutta meravigliata di quel silenzio. Lo spettacolo della vecchia chiesa e delle tombe intorno nel chiarore della luna, e degli alberi bui che si bisbigliavano dei segreti, la fece più pensosa che mai. Richiuse la finestra, e sedendosi sul letto, pensò alla vita che le s’apriva dinanzi.
Ella aveva un po’ di denaro, ma era pochissimo, e quando fosse finito, avrebbero dovuto cominciare a mendicare. Possedeva fra l’altro una moneta d’oro, e poteva, chi sa, sopravvenire una necessità urgente in cui quella moneta per loro poteva rappresentare cento volte il suo vero valore. Sarebbe stato meglio nasconderla, e non ricorrervi che in caso assolutamente disperato, quando non ci fosse proprio altro rimedio.
Presa questa risoluzione, si cucì la moneta d’oro nella gonna, e coricatasi con cuore più tranquillo, s’addormento.

XVII.

Il nuovo giorno lucente che rifulse a traverso il finestrino, e volle la compagnia degli occhi parimenti radiosi della fanciulla, la risvegliò. Alla vista della camera e degli oggetti a lei non familiari, ella sobbalzò impaurita, meravigliata d’essere stata allontanata dalla camera in cui le sembrava si fosse addormentata la sera innanzi, e domandandosi dove mai ella fosse stata trasportata. Ma un’altra occhiata in giro le richiamò in mente tutto ciò ch’era avvenuto, ed ella saltò dal letto, fidente e speranzosa.
Era ancora presto, e vedendo che il vecchio continuava a dormire, si mise in via per il cimitero, bagnandosi i piedi nella lunga erba rugiadosa, e spesso deviando nei punti dove era più folta e lunga, per evitare di camminar sulle tombe. Sentiva un piacere strano nell’aggirarsi fra le case dei morti e nel leggere le iscrizioni sulle tombe della brava gente (tanta brava gente era colà sepolta), e continuava a passare dall’una all’altra con sempre nuovo interesse.
Era un luogo tranquillissimo, come deve essere un luogo simile, tranne che per il crocidare delle cornacchie che avevano fabbricato il loro nido fra i rami di alcuni grossi e vecchi alberi, e l’una chiamava l’altra da ogni cima. Prima, un uccello lucente, librandosi accanto al nido in brandelli che penzolava e oscillava nel vento, cacciò il suo rauco grido, proprio come per caso, a quanto parve, e in tono sobrio, come se parlasse a sè stesso. Gli rispose un altro, e il primo di nuovo gridò, ma più forte; e poi parlò un altro, e poi un altro; e ogni volta il primo, irritato da quelle contraddizioni, insistette nel suo caso sempre con maggiore energia; altre voci, rimaste fino allora silenziose, scoppiarono giù dai rami più bassi e su dai più alti e da quelli mediani, e a destra e a sinistra, e dalle cime; e altre che giungevano concitate dalle torrette grige della chiesa e dall’alto del vecchio campanile, si unirono al clamore che si levava e cadeva, di nuovo si gonfiava e assottigliava, e ancora aumentava; e tutta quella rumorosa contesa in mezzo a uno svolazzìo da una punta all’altra che discendeva su nuovi rami e cambiava frequentemente di posto, faceva un po’ la satira della primitiva irrequietezza di quelli che giacevano così calmi sotterra, coperti dal musco e dall’erbetta, e della lotta in cui s’erano logorata la vita.
Levando spesso gli sguardi agli alberi, donde veniva il vocìo, e parendole come se il luogo ne fosse più cheto che non col perfetto silenzio, la fanciulla passò lentamente da una tomba all’altra, ora fermandosi a riporre con mani attente il getto d’un rovo allontanatosi da un verde tumulo e che contribuiva a tenerlo in assetto, e ora spiando, da una delle basse inferriate, nella chiesa, dove dei vecchi libri tarlati erano allineati sui banchi, e dove il vecchio panno verde stinto cadeva a brandelli, lasciando vedere il legno nudo. V’erano i sedili dove si metteva la povera gente, gialli e logori com’essa; la rozza fonte dove si dava il nome ai bambini, il modesto altare dove essi andavano inginocchiarsi in seguito, i semplici e neri trespoli che sopportavan la loro salma nell’ultima visita alla vecchia chiesa piena di frescura e di penombra. Tutto parlava di un lungo uso e d’un tranquillo e lento disfacimento; la stessa fune della campana nel portico era sfrangiata e grigia per vetustà.
Ella stava guardando un’umile pietra che parlava d’un giovane, morto a ventitré anni, cinquantacinque anni prima, quando udì un passo lento che s’avvicinava. Voltando gli occhi, vide una povera vecchietta curva sotto il peso degli anni, che si diresse ai piedi della stessa tomba, e poi le domandò di leggere l’iscrizione della pietra. La vecchia, poi, ringraziò la fanciulla, dicendo che da molti, moltissimi anni sapeva a mente le parole, ma che non le vedeva più.
– Eravate sua madre? – disse la fanciulla.
– Ero sua moglie, cara.
Lei la moglie di un giovane di ventitré anni! Ah, già. Si trattava di cinquantacinque anni prima.
– Vi meravigliate – osservò la vecchia, scotendo il capo. – Non siete la prima. Se ne sono meravigliate anche delle persone più vecchie di voi. Sì, ero sua moglie. La vita ci cambia più della morte, cara.
– Venite spesso qui? – chiese la fanciulla.
– L’estate vengo spesso – ella rispose. – Solevo una volta venire qui a piangere e a gemere, ma molto tempo fa, che Iddio sia benedetto!… Raccolgo le margherite, e me le porto a casa – disse la vecchietta, dopo un breve silenzio. – Nessun altro fiore m’è piaciuto più tanto, da cinquantacinque anni fa. Ne è passato del tempo, e io sto diventando molto vecchia.
Poi, facendosi loquace in un argomento che era nuovo per l’ascoltatrice, le narrò, benchè si rivolgesse a una fanciulla, come allora avesse pianto e gemuto e pregato di morire anche lei; e come la prima volta ch’era andata lì, giovane donna piena d’amore e d’ambascia, avesse sperato che, come pareva, il cuore le s’infrangesse. Ma quel tempo era trascorso, e benchè avesse continuato ad esser triste andando colà, pure s’era sentita più forte, finchè quelle visite non erano state più un dolore, ma un piacere grave, un dovere che aveva imparato ad amare. Ed ora ch’erano passati cinquantacinque anni parlava del morto come se fosse stato un suo figliuolo o un nipote, con una specie di pietà per quella giovinezza infranta, una pietà derivante dalla stessa sua vecchiaia, che esaltava la forza e la virile bellezza del defunto, paragonandole con la propria debolezza e il proprio disfacimento. E continuava a dire di lui come di suo marito, e parlando di sè in relazione con lui, s’intratteneva del loro incontro in un altro mondo, come se lui fosse morto soltanto ieri, e lei, separata dalla sua prima metà, stesse pensando alla felicità di quell’avvenente fanciulla che, sembrava fosse morta con lui.
La giovinetta la lasciò che raccoglieva i fiori spuntati sulla tomba, e se ne ritornò sui suoi passi pensosa.
Il vecchio s’era già levato e vestito. Il signor Codlin, sempre condannato a contemplare le dure realtà dell’esistenza, era occupato ad avvolgere in un capo di biancheria i mozziconi di candela avanzati dalla rappresentazione della vigilia, mentre il compagno riceveva i rallegramenti di tutti gli oziosi fermatisi nel cortile, i quali, incapaci di separarlo dallo spirito magistrale di Pulcinella, lo mettevano per importanza quasi accanto a quell’allegro birbante, e lo amavano quasi lo stesso.
– E dove andrete oggi – disse l’ometto, volgendosi a Nella.
– Veramente non so… non ci abbiamo pensato ancora – rispose la fanciulla.
– Noi andremo alle corse – disse l’ometto. – Se andate anche voi da quella parte e non vi dispiace di averci compagni, viaggeremo insieme. Se poi preferite d’andar soli, ditelo, e non vi disturberemo.
– Verremo con voi – disse il vecchio. – Nella… con loro, con loro.
La fanciulla si mise a riflettere un momento, e pensando che fra poco avrebbe dovuto mendicare, e in nessuna parte avrebbe potuto farlo meglio che dove convenivano folle di signore e di signori eleganti, risolse di seguire l’itinerario propostole. Ringraziò quindi l’ometto, e con un’occhiata timida verso l’amico di costui, disse che se nessuno faceva obbiezione alla loro compagnia fino alla città dove si tenevano le corse…
– Obbiezione! – disse l’ometto. – Ora mostrati una volta grazioso, Maso, e di’ che preferisci che essi vengano con noi. Io so che tu lo desideri. Mostrati gentile, Maso.
– Trotters – disse Codlin, che parlava con gran lentezza e mangiava con grande avidità, secondo l’uso quasi costante dei filosofi e dei misantropi – tu sei troppo irriflessivo.
– Ebbene, che male c’è? – domando l’altro.
– Nessun male, forse, nel caso particolare – rispose il signor Codlin; – ma il principio è pericoloso, e tu sei troppo irriflessivo, ti dico.
– Bene, debbono o no venir con noi?
– Sì, verranno – disse il signor Codlin; – ma tu avresti potuto concederlo come un favore, no?
Il vero nome dell’ometto era Harsis, ma s’era gradatamente dileguato in quello meno eufonico di Trotters, il quale gli era stato conferito, con l’epiteto introduttivo di Short (Corto) perchè aveva le gambe molto corte. Ma siccome Short Trotters era un nome composto e abbastanza incomodo nel dialogo amichevole, il galantuomo al quale era stato conferito era noto fra gl’intimi o come “Short” o come “Trotters”, e soltanto nelle conversazioni formali e nelle occasioni di cerimonia chiamato con quel prolisso appellativo.
Short, allora, o Trotters, se piace al lettore, fece alla rimostranza dell’amico Tommaso Codlin una risposta scherzosa intesa a togliergli ogni ombra di malumore; e volgendosi con gran gusto al manzo allesso, al tè e al pane imburrato, spronò vivamente i compagni a imitarlo. Il signor Codlin, che non aveva bisogno di stimoli di sorta, aveva già ingozzato tutto quel che poteva ingozzare, e innaffiava in quel momento la sua argilla divina con lunghe sorsate di birra forte, assaporandola in silenzio, senza curarsi di invitar nessuno, dando così delle chiare dimostrazioni della sua indole di misantropo.
Spacciata infine la colazione, il signor Codlin chiese il conto, e addossando l’importo della birra a tutta la brigata in generale (anche questo un atto che sapeva di misantropia) divise la somma totale in due parti eguali, assegnando una metà a sè e all’amico, e l’altra a Nellina e al nonno. Dopo che questi si furono sdebitati e tutto fu pronto per la partenza, essi si congedarono dall’albergatore e dall’albergatrice e ripresero il viaggio.
E allora fu efficacemente messa in luce la falsa posizione del signor Clodin nella società e l’effetto ch’essa produceva sul suo esulcerato spirito, giacchè mentre egli era stato la sera innanzi chiamato da Pulcinella col nome di “Signore” e aveva per conseguenza lasciato comprendere al pubblico che lo stesso Pulcinella era da lui mantenuto nel lusso e divertimento, eccolo allora arrancare penosamente sotto il carico dello stesso tempio di Pulcinella, portandoselo materialmente sulla schiena in una giornata di afa e lungo una strada polverosa. Ed ecco il radioso Pulcinella starsene, invece di allietare il suo signore e padrone con un fuoco di fila di frizzi, tutto cascante in una scatola buia, addirittura senza più la spina dorsale, le gambe piegate sul collo, e senza più neppur una delle sue attraenti qualità sociali.
Il signor Clodin continuava a trascinarsi penosamente scambiando, a intervalli, qualche parola con Short, e fermandosi a riposare e a brontolare di tanto in tanto. Short andava innanzi, con la scatola piatta, il bagaglio personale (che non era voluminoso) legato in un fagotto, e una tromba d’ottone che gli pendeva dalla spalla. Nella e suo nonno gli camminavano accanto all’uno e all’altro lato, e Tommaso Codlin formava la retroguardia.
Quando essi arrivavano in una città o in un villaggio, o anche innanzi a una casa solitaria di bella apparenza, Short si metteva a soffiare nella tromba d’ottone e sonava un brano d’una canzone in quel tono giulivo speciale dei Pulcinella e dei loro compagni. Se la gente accorreva alle finestre, il signor Codlin piantava il tempio e abbassando in fretta il sipario e nascondendovi entro Short, dava energicamente di fiato alla siringa ed eseguiva un’arietta. Poi al più presto possibile cominciava il trattenimento, con facoltà al signor Codlin di deciderne la durata e di protrarre o anticipare il trionfo finale dell’eroe sul nemico dell’umanità, secondo che giudicasse che la raccolta dei soldini sarebbe stata abbondante o scarsa. Quando s’era fatto l’incasso fin dell’ultimo quattrino, egli si ricaricava la soma, e s’incamminavano di nuovo.
A volte pagavano con una rappresentazione il pedaggio su un ponte o il traghetto con una barca, e una volta per particolare desiderio del guardiano, che, ubriaco nella sua solitudine, offerse uno scellino per godersi lo spettacolo solo soletto, montarono il teatrino innanzi a una barriera. In una terricciola di splendide promesse le loro speranze naufragarono miseramente; perchè un personaggio favorito del dramma fu interpretato, per avere dei ricami d’oro sull’abito e il carattere d’un cocciutissimo intrigante, come la satira del mazziere municipale; e le autorità, quindi, imposero la fine immediata dello spettacolo; ma in generale essi erano ben ricevuti, e di rado lasciavano una città senza avere alle calcagna un branco di monelli cenciosi che acclamavano gioiosi.
Durante la giornata, fecero, nonostante queste interruzioni, un lunghissimo viaggio; ed erano ancora per strada che già la luna splendeva in cielo. Short ingannava il tempo con brani d’ariette e facezie, e traeva il miglior partito da tutto ciò che avveniva. Il signor Codlin, d’altra parte, malediceva il suo fato e tutte le cose terrene (ma Pulcinella specialmente), e, preda dei più amari disinganni, si trascinava innanzi zoppicando col teatrino sulla schiena.
S’erano fermati a riposarsi sotto una pietra miliare piantata in un crocicchio, e il signor Codlin nella sua misantropia profonda aveva abbassato il sipario e s’era seduto nel fondo del teatrino, rendendosi invisibile a occhi mortali per disdegno della compagnia dei suoi simili, quando da un gomito della strada sulla quale erano arrivati si videro a torreggiare e muoversi lentamente a quella volta due ombre mostruose. Sulle prime allo spettacolo di quei sottili e lunghi giganti – perchè tali apparivano mentre procedevano a gran passi sotto le ombre degli alberi – la fanciulla provò un grande sgomento; ma Short, dicendole che non c’era nulla da temere, si mise a sonar la tromba, e un allegro grido gli rispose.
– La compagnia Grinder, vero? – domandò Short
– Sì – squillarono due voci insieme.
– Avanti allora – disse Short. – Vediamo. Immaginavo che foste voi.
A questo invito la compagnia Grinder si diresse con velocità a quella volta e raggiunse tosto la brigatella.
Quella che si chiamava familiarmente la compagnia del signor Grinder, era composta d’un giovine e d’una giovinetta sui trampoli, e dello stesso signor Grinder, che soleva per i suoi scopi pedestri usare le gambe naturali e portare sulla schiena una grancassa. Il costume con cui i due giovani si presentavano al pubblico era quello usato sui monti scozzesi; ma perchè la notte era umida e fresca il giovane aveva indossato sul gonnellino un giacchettone verde pisello che gli giungeva al collo del piede, e un copricapo di cuoio bollito; la giovinetta era imbacuccata anche lei in un vecchio mantello di tela e in un fazzoletto che le copriva il capo. I loro berretti scozzesi, adornati di penne nere di perline, erano issati sullo strumento portato dal signor Grinder.
– Diretti alle corse, a quanto pare – disse il signor Grinder, arrivando trafelato. – Anche noi. Come stai, Short?
Con queste parole, essi si strinsero cordialmente la mano. Ma perchè i giovani erano tanto alti che non potevano salutare nella maniera ordinaria, fecero un saluto a Short nel loro stile. Il giovane gli agitò sul capo il trampolo destro e lo picchiò amichevolmente sulla spalla, e la giovanetta si mise a sonare un tamburello,
– Vi esercitate? – disse Short, indicando i trampoli.
– No – rispose Grinder. – O bisogna camminarci, o bisogna trascinarli. Essi preferiscono camminarci. Serve ad allargare il panorama. Che strada prendete? Noi non andiamo molto lontano.
– Noi – disse Short – abbiamo preso la via più lunga, per poterci fermare stasera a un miglio e mezzo lontano da qui. Ma tre o quattro miglia fatte stasera vogliono dire tre o quattro risparmiate domani, e se voi proseguite, credo che per noi sarà bene fare lo stesso.
– E il tuo socio? – chiese Grinder.
– È qui – esclamò il signor Tommaso Codlin, presentando la testa e la faccia nel proscenio del teatrino, con un’espressione fisionomica di rado veduta in quella cornice – e piuttosto che muoversi stasera, egli vedrà il socio bollito vivo. Ecco ciò che egli dice.
– Bene, non dire delle cose simili, in un quadro dedito a cose più piacevoli – sollecitò Short. – Rispetta la società, Maso, anche se vuoi esser brutale.
– Brutale o gentile – disse il signor Codlin, picchiando con la mano sullo sporto dove Pulcinella è solito mostrare all’ammirazione popolare la simmetria delle sue gambe calzate di seta – brutale o gentile, stasera io non andrò più oltre del miglio e mezzo. Mi fermo agli Allegri Atleti e in nessun’altra parte. Se ti piace venir lì, vieni. Se ti piace d’andartene per conto tuo, vattene per conto tuo, e fa’ a meno di me se puoi.
Dicendo così, il signor Codlin disparve dalla scena e immediatamente si presentò fuori del teatro, se lo mise con un gesto risoluto sulle spalle, e si allontanò a rapidissimi passi.
Essendo oramai fuori questione qualsiasi altra controversia, Short dovè pur separarsi dal signor Grinder e dai suoi allievi, e seguire il bisbetico collega. Dopo essersi indugiato per qualche minuto a vedere i trampoli sgambettare nel chiarore della luna e il portatore della grancassa arrancare faticosamente di dietro, fece, come saluto della partenza, squillare la tromba con poche note, e si mise a camminar svelto per raggiungere il signor Codlin. Con questo scopo diede la mano libera a Nella, e dicendole di stare allegra, chè per quel giorno erano già giunti alla meta, e stimolando parimenti il vecchio, li condusse a passi piuttosto rapidi verso la comune destinazione, lieto anche lui di affrettarsi, perchè la luna si era oscurata e le nuvole minacciavano pioggia.

XVIII.

Gli Allegri Atleti erano un alberghetto d’una certa antichità con un’insegna che dondolava stridendo su un palo al lato opposto della strada, e rappresentava tre atleti che aumentavano la loro allegria con altrettanti boccali di birra e sacchetti d’oro. Siccome da molti e varî indizi, come gli accampamenti di zingari, i carri carichi di baracche scomposte e dei loro accessori, i girovaghi di varie specie e i mendicanti e i vagabondi di ogni classe che andavano tutti nella loro stessa direzione, i viaggiatori quel giorno avevano rilevato d’esser sempre più vicini alla città dove si sarebbero svolte le corse, il signor Codlin temeva di trovare la locanda già tutta occupata; e siccome questo suo timore aumentava mentre andava diminuendo la distanza fra quella e lui, egli affrettò l’andatura e, nonostante il carico che l’opprimeva, mantenne un bel trotto finchè non si vide giunto sulla soglia. Lì ebbe la consolazione di trovare che le sue paure eran senza fondamento, perchè l’albergatore era poggiato contro lo stipite della porta a guardare oziosamente la pioggia, che in quel momento cadeva abbondante; e nè un tintinnìo di campanello rotto, nè un grido tempestoso, nè un coro rumoroso indicava che dentro vi fosse gente.
– Solo soletto? – disse il signor Codlin, deponendo il carico e asciugandosi la fronte.
– Solo soletto ancora – soggiunse l’albergatore, guardando il cielo – ma spero che stasera avremo più compagnia. Qua, uno di voi garzoni, il teatrino nel fienile. Entra presto, Maso, non ti bagnare. Quando ha cominciato a piovere ho fatto accendere il fuoco, e ti annunzio che in cucina c’è una bella fiammata.
Il signor Codlin lo seguì volentieri, e tosto vide che l’albergatore non senza buona ragione aveva lodati i suoi preparativi. Sul focolare fiammeggiava un magnifico fuoco e rugghiava allegro su per il vasto cammino con un rumore che una grossa caldaia gorgogliante e bollente aiutava benevolmente a gonfiare. V’era su per la stanza un intenso chiaror rosso, e quando l’albergatore attizzò il fuoco, facendo balzare e saltare le fiamme, quando tolse il coperchio dalla caldaia e se ne levò una fragranza saporosa, mentre il gorgoglìo della caldaia si faceva più vasto e profondo mandando su ad aleggiare un untuoso sapore, che circonfuse le loro teste di una nebbia deliziosa, quando l’albergatore fece questo, il cuore del signor Codlin si sentì commosso. Egli si sedette nell’angolo del camino e sorrise.
Il signor Codlin se ne stava sorridendo nell’angolo del camino, adocchiando l’albergatore che con una sbirciatina maliziosa teneva nella mano il coperchio, e, fingendo che quell’atto fosse necessario al benessere della cucina, permetteva che il delizioso vapore esalante dalla caldaia solleticasse le nari dell’ospite. Il riflesso del fuoco percoteva la testa calva dell’albergatore e il suo occhio scintillante e la bocca piena d’acquolina, e la faccia paffuta e tutta la persona grassa e tonda. Il signor Codlin si passò una manica sulla bocca, e domandò con un bisbiglio: – Che è?
– Uno stufato di trippa – disse l’albergatore, schioccando le labbra – e zampe di bue – schioccandone di nuovo – e prosciutto – tornando a schioccarle ancora – e carne – schioccandole la quarta volta – e piselli, cavolfiori, patatine novelle e asparagi, tutto messo insieme per fare un sugo squisito. – Giunto a quest’apice schioccò le labbra molte altre volte, e aspirando e annusando a lungo e cordialmente la fragranza che s’era librata e vagava d’intorno, rimise a posto il coperchio con l’aria di chi non ha più altro da fare a questo mondo.
– A che ora sarà pronto? – chiese debolmente il signor Codlin.
– Sarà perfettamente – disse l’albergatore, guardando l’orologio, e lo stesso orologio aveva un’espressione sulla sua grassa faccia bianca, e sembrava l’orologio fatto apposta per essere consultato dagli Allegri Atleti, – sarà perfettamente cotto alle undici meno ventidue.
– Allora – disse il signor Codlin – va’ a pigliarmi un po’ di birra calda, e fino a quel momento che nessuno porti qui dentro neppure tanto quanto una briciola di biscotto.
Facendo un cenno di approvazione a questo decisivo e virile metodo di procedimento, l’albergatore se n’andò a spillare la birra, e tosto ritornando con essa, s’occupò a scaldarla in un piccolo recipiente di latta a forma d’imbuto, che era facile ficcare bene addentro nel fuoco e nei punti dov’esso ardeva meglio. Questo fu subito fatto, ed egli la passò al signor Codlin con quella schiuma lattiginosa alla superficie che è una delle felici particolarità che accompagnano il malto scaldato.
Molto rammorbidito da quel carezzevole beveraggio, il signor Codlin pensò allora ai compagni e informò l’oste degli Allegri Atleti che il loro arrivo non si sarebbe fatto aspettare. La pioggia strepitava contro le finestre e cadeva giù a torrenti, e fu tale l’estrema amabilità di spirito del signor Codlin, da fargli più d’una volta esprimere la ferma speranza ch’essi non sarebbero stati così sciocchi da bagnarsi.
Finalmente i viaggiatori arrivarono, fradici dalla pioggia e ridotti nel più miserevole stato, nonostante che Short avesse, come meglio gli era riuscito, riparato la fanciulla sotto le falde del soprabito, e fossero tutti quasi senza fiato per la corsa fatta. Ma appena si udirono i loro passi nella strada, l’albergatore, che aveva, dall’uscio esterno, atteso in ansia il loro arrivo, si precipitò in cucina e tolse il coperchio. L’effetto fu elettrico. Entrarono tutti con viso sorridente, benchè l’acqua gocciolasse dai loro abiti sul pavimento; e la prima osservazione di Short fu questa: – Che buon odore!
Accanto a un bel fuoco, e in una stanza luminosa, non è difficile dimenticare la pioggia e il fango. Gli arrivati furono provveduti di pianelle e di quegli indumenti asciutti che si trovarono nell’albergo o nei loro fagotti, e rannicchiatisi, come aveva già fatto il signor Codlin, nell’angolo caldo del camino, dimenticarono presto le loro sofferenze o le ricordarono soltanto per assaporar meglio il piacere di quel momento. Soverchiati dal caldo, dal riposo dell’ora e dalla fatica sostenuta, Nellina e il vecchio non s’erano seduti da molto, che erano già addormentati.
– Chi sono? – bisbigliò l’albergatore.
Short scosse la testa, e disse che anche lui avrebbe desiderato di saperlo.
– Neanche tu lo sai? – chiese l’oste, volgendosi al signor Codlin.
– Neanch’io – egli rispose. – Nulla di buono, immagino.
– Nulla di male – disse Short. – Sta’ pur sicuro. Ti dico una cosa… è chiaro che il vecchio non ha il cervello a posto.
– Se non hai nient’altro di nuovo da dirmi – brontolò Codlin, guardando l’orologio – farai bene a lasciarci pensare alla cena, e a non seccarci.
– Lasciami dire – rispose l’amico. – Per me è chiarissimo, inoltre, ch’essi non sono abituati a questa specie di vita. Non mi dire che questa graziosa ragazza sia abituata a girovagare come ha fatto in questi ultimi due o tre giorni. Io me ne intendo.
– Ma chi mai s’è sognato di dirtelo? – brontolò il signor Codlin, guardando di nuovo l’orologio e dall’orologio alla caldaia. – Non puoi pensare a qualcosa di più adatto alle presenti circostanze, piuttosto che parlare per poi contraddirti?
– Vorrei che qualcuno ti desse da mangiare – rispose Short – perchè non avremo pace finchè sarai affamato. Non hai visto come il vecchio sia ansioso di continuare ad andare… sempre col desiderio di spingersi più lontano… più lontano. Non l’hai osservato?
– Oh! E che vuol dire? – mormorò Tommaso Codlin.
– Vuol dir questo – disse Short. – Egli ha piantato in asso gli amici. Sta’ attento a ciò che dico… ha piantato in asso gli amici e ha persuaso quella delicata e giovane creatura, per il gran bene che gli vuole, di fargli da guida e da compagna di viaggio… ma dove voglia andare, ne sa meno dell’uomo nella luna. Ora questo io non son disposto a tollerarlo.
– Tu non sei disposto a tollerarlo! – esclamò il signor Codlin, dando di nuovo un’occhiata all’orologio e tirandosi con le due mani i capelli come in una specie di accesso di pazzia; accesso che era difficile stabilire se originasse dall’osservazione del compagno o dal lento passo del tempo. – Bel mondo in cui bisogna vivere!
– Io – ripetè Short energico e lento – io non son disposto a tollerarlo.. Io non vorrò vedere questa bella ragazza cadere in cattive mani e mischiarsi con persone per le quali non è fatta, appunto come le stesse persone non son fatte per avere a compagni gli angeli. Perciò quand’essi manifesteranno l’intenzione di separarsi da noi, io farò in modo di trattenerli e di restituirli ai loro amici, i quali certo a quest’ora avranno appiccicato il loro sconforto su tutti i muri di Londra.
– Short – disse il signor Codlin, che con la testa poggiata alle mani e i gomiti sulle ginocchia, s’era dondolato impazientemente da un lato all’altro, talvolta battendo il piede in terra, ma che ora guardava con occhi ardenti; – in ciò che dici vi può essere, forse, uno straordinario accorgimento. Se ci sarà, e ci dovrà essere una ricompensa, Short, ricordati che siamo soci e solidali in ogni cosa.
Il compagno ebbe solo il tempo di fare un breve cenno di assenso a questa condizione di fatto, perchè in quell’istante la fanciulla si svegliò. Essi che, durante il loro bisbiglio, s’erano avvicinati per intendersi meglio, si allontanarono frettolosamente sforzandosi con una certa goffaggine a scambiarsi nel loro solito tono qualche osservazione sul tempo, quando si udirono dei passi strani al di fuori, e apparve una nuova brigata.
Entrarono nient’altro che quattro malinconici cani, i quali entrarono col loro tenue scalpiccîo l’uno dopo l’altro, capitanati da un vecchio cane sbilenco di aspetto particolarmente lugubre, che, fermandosi quando l’ultimo dei suoi seguaci fu presso alla porta, si rizzò sulle gambe posteriori e guardò in giro i compagni, i quali immediatamente si rizzarono anch’essi sulle gambe posteriori, in una solenne e melanconica fila. Nè fu quella l’unica notevole circostanza di quei cani, perchè ciascuno d’essi indossava una specie di soprabituccio di qualche vistoso colore, adornato di pagliette già fruste, e uno aveva in testa, legato accuratamente sotto il muso, un berretto che gli era disceso sul naso, tappandogli completamente l’occhio. Si aggiunga a questo che gli eleganti soprabiti erano tutti inzuppati e scolorati dalle piogge, e che quelli che li portavano erano ben bene inzaccherati, e si può avere un’idea dello strano spettacolo offerto da questi nuovi clienti degli Allegri Atleti.
Nè Short, nè l’albergatore, nè Tommaso Codlin furono menomamente sorpresi: notarono soltanto che quelli erano i cani di Jerry, e che quindi Jerry non poteva essere molto lontano. Così i cani se ne stettero lì ritti in piedi ammiccando pazienti e fissando intensamente a bocca aperta la caldaia che bolliva, finchè non apparve lo stesso Jerry, alla cui vista si abbatterono tutti insieme al suolo e si misero a camminare per la stanza nella loro maniera abituale. Questa posizione, si deve ammettere, non migliorava molto il loro aspetto, perchè le loro code naturali e le code degli abiti – entrambe cose bellissime nel loro genere – non s’accordavano molto bene insieme.
Jerry, l’impresario dei cani ballerini, dall’alta statura, dalle fedine nere e dalla giubba di felpa, pareva in ottime relazioni con l’albergatore e con gli ospiti, perchè li salutò con molta cordialità. Sbarazzandosi d’un organino meccanico che mise su una sedia, e tenendo in mano lo staffile col quale incuteva rispetto alla sua compagnia di comici, s’avvicinò al fuoco per asciugarsi, e s’unì alla conversazione.
– I tuoi attori di solito non viaggiano vestiti, nevvero? – disse Short, indicando il costume dei cani. Se no, ti verrebbero a costar moltissimo.
– No – rispose Jerry – non abbiamo questa abitudine. Ma abbiamo dato una piccola rappresentazione per via, e ci presentiamo alle corse con una guardaroba nuova. Inutile, quindi, fermarsi a spogliarci. Giù, Fedro!
L’ordine era rivolto al cane col berretto, il quale essendo un nuovo acquisto della compagnia e incerto del proprio dovere, fissava ansioso il padrone con l’occhio non tappato, e si levava continuamente sulle zampe di dietro senza ragione e si posava di nuovo a terra.
– Ho un animale qui – disse Jerry, mettendo la mano nelle capaci tasche dell’abito, e ficcandola in un angolo come per trarne un mandarino, una mela o qualcosa di simile, – un animale, che tu conosci, Short.
– Oh! – esclamò Short. – Lascia vedere.
– Eccolo – disse Jerry, cavando di tasca un cagnolino. Una volta è stato un Tobia vostro, no?
In alcune versioni del gran dramma di Pulcinella v’è un cagnolino – innovazione moderna – che si suppone di proprietà privata dell’eroe, e si chiama sempre Tobia. Questo Tobia, da cucciolo, è stato rubato a un altro signore, e poi venduto fraudolentemente a Pulcinella, il quale, candido com’è, non suppone che gli altri possano esser neri; ma Tobia, avendo un grato ricordo del vecchio padrone, e disdegnando di affezionarsi al nuovo, non solo rifiuta di fumare la pipa, come Pulcinella gli ordina, ma per far risaltare meglio il suo sentimento di fedeltà, gli s’avventa al naso, e glielo azzanna con gran violenza, commovendo gli spettatori con quel suo mirabile esempio di attaccamento canino. Questo era il personaggio rappresentato una volta dal cagnolino; se vi fosse stato qualche dubbio al riguardo, lo avrebbe col suo contegno rapidamente disperso; e infatti, vedendo Short, esso non solo mostrò senz’altro di riconoscerlo, ma come scorse la scatola piatta si mise ad abbaiare con tanta furia contro il naso di cartone che, sapeva, c’era dentro, che il padrone fu costretto a raccattarlo dal pavimento e a riporselo di nuovo in tasca, con gran sollievo di tutta la brigata.
L’albergatore intanto si occupava a stender la tovaglia, e in questo fu cortesemente aiutato dal signor Codlin, che mise il coltello e la forchetta di sua proprietà nel posto migliore, e vi s’installò di fronte. Quando tutto fu pronto, l’albergatore tolse il coperchio per l’ultima volta, e allora in verità esalò dalla caldaia la promessa di una cena così squisita, che se quegli avesse tentato di rimettere ancora il coperchio o avesse accennato a un differimento sarebbe certo stato sacrificato sul suo stesso focolare.
Ma non fece nulla di simile, e invece aiutò una grossa fantesca a versare il contenuto della caldaia in una spettacolosa zuppiera; un’operazione che i cani, a prova contro i varî bollenti schizzi che li colpirono al naso, seguirono con terribile ansietà. Finalmente la vivanda portata in tavola, essendo già stati schierati intorno boccali di birra, e Nella essendosi arrischiata a dir la preghiera del pasto, cominciò la cena.
In quel momento i poveri cani si levarono sulle gambe di dietro in maniera affatto meravigliosa; la fanciulla commossa, stava per gettar loro qualche boccone, prima di aver assaggiato nulla lei, che pure era affamata, quando il padrone glielo impedì.
– No, cara, no, per favore, neppure una briciola da una mano che non sia la mia. Quel cane – disse Jerry, indicando il capo della compagnia, e parlando con voce terribile – oggi m’ha perso un soldo. E starà senza cena.
La disgraziata creatura cadde immediatamente sulle zampe anteriori, agitò la coda e guardò supplichevole il padrone.
– Devi essere più attento, signor mio – disse Jerry, andando calmo alla sedia dove aveva messo l’organino, fermandovisi. – Vien qua. Ora, caro, tu sonerai qui, mentre noi ceniamo, e guai se cessi.
Il cane immediatamente si mise a sonare della musica molto malinconico. Il padrone, dopo avergli mostrato lo staffile, riprese il suo posto e chiamò gli altri, i quali, a suo comando, si misero in fila e si levarono in piedi, come un drappello di soldati.
– Ora, signori – disse Jerry, fissandoli intento. – Il cane che si sente chiamato mangia. I cani che non sono chiamati, rimangon fermi. Carlo!
Il fortunato individuo che aveva il nome di Carlo afferrò con uno scatto della bocca il pezzo che gli fu gettato, ma nessuno degli altri mosse un muscolo. Essi furono cibati a questo modo a discrezione del padrone. Intanto il cane in disgrazia continuava a sonare l’organino, talvolta a tempo accelerato, talvolta lento, ma non interrompendosi mai, neppure per un istante. Quando c’era molto tintinnìo di coltelli e di forchette, o a qualcuno dei compagni toccava un pezzo di grasso insolitamente grosso, esso accompagnava la musica con un breve ululo, che frenava a un tratto a uno sguardo del padrone, per attendere con maggiore diligenza al suono della vecchia cantilena.

XIX.

Non era ancora finita la cena, che ecco arrivare agli Allegri Atleti altri due viaggiatori diretti, come i rimanenti, allo stesso porto. Avevano camminato per alcune ore nella pioggia, ed entrarono tutti lucenti e gocciolanti d’acqua. L’uno era il proprietario d’un gigante e d’una donnina senza braccia e senza gambe, che avevano viaggiato in un furgone; l’altro un signore silenzioso che si guadagnava la vita facendo dei giuochi con le carte, e che s’era in certo modo spostata l’espressione naturale della fisionomia col mettersi dei piccoli rombi di piombo negli occhi e farseli uscire dalla bocca, una delle sue virtù professionali. Il primo dei nuovi venuti si chiamava Vuffin; l’altro, con un’amichevole satira sulla sua bruttezza, veniva chiamato il bel Guglielmo. Perchè godessero di tutti i comodi possibili, l’albergatore si diede rapidamente attorno, e poco dopo i due nuovi arrivati s’erano stabiliti perfettamente a loro agio.
– Come sta il gigante? – domandò Short, mentre se la godevano tutti a fumare intorno al fuoco.
– Non troppo bene in gamba – rispose Vuffin. – Comincio a temere che se ne cali alle ginocchia.
– Un brutto segno – disse Short.
– Già! Brutto davvero – rispose il signor Vuffin, contemplando il fuoco e sospirando. – Una volta che a un gigante tremano le gambe, il pubblico si cura di lui quanto d’un torsolo di cavolo.
– Come vanno a finire i giganti vecchi? – disse Short, dopo aver meditato un poco.
– Di solito, si tengono nei carrozzoni in servizio dei nani – disse il signor Vuffin.
– Mantenerli, quando non si può mostrarli, dev’essere dispendioso, no? – osservò Short, con uno sguardo di dubbio.
– Ma meglio così, che lasciarli ricoverare in un ospizio o metterli sul lastrico – disse il signor Vuffin. – Fate d’un gigante uno spettacolo di tutti i giorni, e i giganti non attireranno più nessuno. Guardate le gambe di legno. Se esistesse uno solo con la gamba di legno, sai che proprietà che sarebbe!
– Già! – osservarono insieme l’albergatore e Short. – Questo è vero.
– Invece – continuò Vuffin – se si annunziasse Shakespeare rappresentato tutto da gambe di legno, credo che non se ne caverebbe neppure un soldo.
– Lo credo – disse Short. E l’albergatore disse la stessa cosa.
– Questo dimostra, vedi – disse il signor Vuffin, agitando la pipa con aria dialettica – questo dimostra l’accorgimento della politica di tenere i giganti logori nei carrozzoni dove mangiano e sono alloggiati gratis vita natural durante, e dove in generale sono molto contenti di stare. Vi fu un gigante… uno negro… che lasciò qualche anno fa il suo carrozzone e si mise a portare i manifesti delle diligenze per Londra, diventando così più comune d’uno spazzacamino. Morì poi. Io non faccio alcuna insinuazione contro nessuno in particolare – disse il signor Vuffin con uno sguardo solenne in giro – ma stava rovinando il mestiere… e morì.
L’albergatore respirava con difficoltà, e guardava il proprietario dei cani, che fece un cenno col capo, e disse, burberamente che ricordava.
– Lo so, Jerry – rispose Vuffin con espressione profonda – lo so che lo ricordi, e l’opinione generale fu che se lo meritava. Bene, mi rammento il tempo che il vecchio Maunders, il quale possedeva ventitré carrozzoni… rammento il tempo che il vecchio Maunders aveva nel suo villino di Spa Fields, l’inverno, a stagione finita, otto nani fra maschi e femmine che si mettevano a desinare ogni giorno serviti da otto vecchi giganti in abito verde, brache rosse, calze di cotone azzurre e scarpe coi risvolti; e v’era una volta un nano che ora diventato vecchio e cattivo, il quale tutte le volte che il suo gigante non si mostrava abbastanza pronto a servirlo soleva pungerlo nei polpacci con uno spillone, non potendo raggiungerlo più in alto. Lo so che è vero, perchè me lo ha detto lo stesso Maunders.
– E quando diventano vecchi i nani? – chiese l’albergatore.
– Un nano quanto è più vecchio, tanto più vale – rispose il signor Vuffin; – un nano diventato grigio, e con le rughe, è fuor d’ogni ombra di sospetto. Ma un gigante debole di gambe e che non si regge in piedi!… Si tenga nel carrozzone, ma non si faccia veder mai, non si faccia veder mai, per nessuna offerta al mondo.
Mentre Vuffin e i suoi due amici fumavano la pipa e passavano il tempo a conversare così, il signore silenzioso se ne stava in un angolo ben caldo, inghiottendo, o con l’apparenza d’inghiottire, per esercizio, sei monete da un soldo, tenendo in equilibrio una penna sul naso, e facendo altri giuochi di destrezza della stessa specie, senza volgere neppure uno sguardo alla brigata; la quale a sua volta mostrava di non accorgersi affatto di lui. Infine la fanciulla, stanca, persuase il nonno a ritirarsi, e si levarono, lasciando tutti gli altri seduti intorno al focolare, e i cani profondamente addormentati a rispettosa distanza.
Dopo aver detto al vecchio buona sera, Nella si ritirò nella sua povera soffitta, ma aveva appena chiusa la porta, che sentì picchiare pian piano. Aprì immediatamente, e rimase alquanto sorpresa alla vista di Tommaso Codlin, da lei lasciato, a quanto le era parso, profondamente addormentato da basso.
– Che c’è – disse la fanciulla.
– Nulla, cara – rispose il visitatore. – Io sono tuo amico. Forse tu non lo pensi, ma sono io che ti sono amico… non lui.
– Chi lui? – chiese la fanciulla.
– Short, cara. Senti quel che ti dico – disse Codlin: – per quanto egli abbia una certa maniera che ti può piacere, l’uomo leale e sincero sono io. Può darsi che io non sembri, ma son io quello.
La fanciulla cominciò a sentire qualche timore, pensando che la birra avesse fatto effetto su Codlin, e che quella lode ch’egli faceva di se stesso ne fosse la conseguenza.
– Short va benissimo, e sembra gentile – ripigliò il Misantropo;- ma esagera. Io, invece, no.
Certo se v’era qualche difetto nel contegno abituale del signor Codlin, consisteva in questo: ch’egli diminuiva piuttosto che aumentare la gentilezza verso quelli che lo attorniavano. Ma la fanciulla si sentiva impacciata, e non sapeva che dire.
– Senti il mio consiglio – disse Codlin: – non mi domandare il perchè, ma sentilo. Finchè viaggerai con noi, tienti più che puoi accanto a me. Non proporre di lasciarci… per nessuna ragione… ma attaccati sempre a me, e di’ che sono tuo amico. Ti vuoi mettere questo in mente, cara, e dir sempre che l’amico tuo son io?
– Dirlo dove… e quando? – chiese innocentemente la fanciulla.
– Oh, in nessuna parte precisamente – rispose Codlin, un po’ sconcertato, a quanto parve, dalla domanda. – Io soltanto ardo dal desiderio che tu pensi di me così, e mi renda giustizia. Tu non puoi immaginare quanto interessamento io abbia per te. Perchè non mi dici quel che t’è accaduto… a te e a quel povero vecchio? Io ti posso consigliare meglio di chiunque altro, e ho tanto interesse per te… molto più di Short. Credo che da basso si salutino per andare a letto; non serve che tu dica a Short, sai, che abbiamo avuto questa piccola conversazioncella insieme. Dio ti benedica! Ricorda l’amico. Codlin ti è amico, non Short. Short va bene fin dove è capace, ma il tuo vero amico è Codlin… non Short.
Illustrando queste proteste con un gran numero di sguardi benevoli e protettori e gran fervore di modi, Tommaso Codlin se n’andò via furtivo in punta di piedi, lasciando la fanciulla in uno stato di estrema sorpresa. Essa almanaccava ancora su quella strana condotta, quando il piano della scala tarlata e il pianerottolo scricchiolarono sotto il passo degli altri viaggiatori che se n’andavano a dormire. Dopo che furono passati tutti, e il rumore dei loro piedi si fu dileguato, uno tornò indietro e dopo un po’ d’esitazione e un fruscìo nel corridoio, come se non sapesse a qual uscio picchiare, picchiò a quello di lei.
– Chi è? – disse la fanciulla dal di dentro.
– Son io… Short – disse una voce per il buco della serratura. – Volevo dirti soltanto che dobbiamo alzarci presto domani mattina, perchè, cara, se non partiamo prima dei cani e del giocoliere, i villaggi non ci renderanno un centesimo. È certo che ti alzerai presto e verrai con noi? Verrò a chiamarti.
La fanciulla rispose affermativamente, e rispondendogli “Buona notte”, lo sentì allontanarsi. Ella provava qualche disagio alla sollecitudine di quei due uomini, e il suo disagio aumentò ricordando il loro bisbiglio da basso e la loro leggera confusione nel momento in cui s’era svegliata; nè d’altra parte era proprio senza diffidenza verso quei compagni fra i quali era capitata, che non erano, pensava, i migliori del mondo. Quel disagio, però, non potè vincere la sua stanchezza; ed ella lo dimenticò addormentandosi.
Molto presto la mattina seguente, Short mantenne la promessa e picchiando pianamente all’uscio, la pregò di levarsi subito, giacchè il proprietario dei cani russava ancora, e se essi non perdevano tempo si sarebbero trovati un bel pezzo innanzi a lui e al giocoliere che parlava in sogno e che sembrava, da ciò che gli aveva udito dire, tenesse in equilibrio un asino. Ella balzò senza indugio dal letto, e svegliò il vecchio con tanta fretta che furono pronti nello stesso momento di Short, con indicibile piacere e sollievo di questo galantuomo.
Dopo una rapidissima e poco cerimoniosa colazione, i cui principali elementi furono dati dal pane, dal lardo e dalla birra, essi si congedarono dall’albergatore, e uscirono dalla porta degli Allegri Atleti. La mattina era bella e tepida, il terreno morbido al passo dopo la pioggia recente, le siepi più vive e più verdi, l’aria pura, e tutto fresco e salubre. Circondati da questi influssi, camminarono abbastanza piacevolmente.
Non s’erano spinti molto lontano, quando la fanciulla fu di nuovo sorpresa dal mutato contegno di Tommaso Codlin, che invece di sgambettare innanzi solo come aveva fatto fino allora, si teneva accanto a lei, e ogni volta che aveva l’occasione di guardarla senza farsi scorgere dal compagno l’avvertiva, con certe contorsioni del viso e scosse di capo, di non fidarsi affatto di Short, ma di riservare ogni fiducia per lui solo, Codlin. Nè egli si limitava agli sguardi e ai gesti, perchè quando lei e il nonno camminavano a fianco del menzionato Short, e l’ometto chiacchierava con la sua solita allegria su una grande varietà di argomenti disparati, Tommaso Codlin dimostrava la sua gelosia e il suo rodimento col seguirla da presso alle calcagna e con l’ammonirla di tanto in tanto alle caviglie improvvisamente e dolorosamente con le gambe del teatrino.
Tutte queste cose naturalmente fecero la fanciulla più guardinga e sospettosa, ed ella tosto osservò che quando si fermavano per dare una rappresentazione innanzi alla birreria d’un villaggio o in qualche altro luogo, il signor Codlin, pur facendo la parte che gli toccava, teneva l’occhio fisso su di lei e sul vecchio, e che con una dimostrazione di grande amicizia e di riguardo invitava costui ad appoggiarsi al suo braccio, e di tenerlo stretto sino alla fine della rappresentazione e alla partenza. Per questo rispetto anche Short pareva mutato, e d’aver mischiato nella sua indole bonaria come il desiderio di tenerli nella più sicura custodia. Questo accrebbe la diffidenza della fanciulla, e la rese ancora più incerta e agitata.
Intanto si avvicinavano alla città dove il giorno dopo doveano aver luogo le corse; poichè dal cominciare col veder affluir sulla strada numerosi gruppi di zingari e di vagabondi diretti alla stessa meta e che spuntavano da ogni sentiero e da ogni viottolo, finirono a poco a poco col trovarsi in un torrente di viandanti, alcuni dei quali procedevano accanto a dei veicoli coperti, altri con cavalli, altri con asini, altri ancora affannati sotto pesanti carichi, ma tutti incamminati verso lo stesso punto. Le locande che s’incontravano sulla strada, dopo essere state vuote e silenziose come quelle dei luoghi più remoti, ora risonavano di voci e di grida e si circondavano di nuvole di fumo; e dalle finestre annebbiate gruppi di grosse facce accese guardavano giù nella strada. Su ogni lembo di terreno libero era impiantato un piccolo banco da giuoco e il proprietario invitava i bighelloni a fermarsi per tentar la fortuna; la folla si faceva più fitta e più rumorosa: del pan pepato in baracchette di cenci esponeva la sua gloria alla polvere; e spesso un tiro a quattro, slanciato al galoppo, oscurava passando tutti gli oggetti in una nuvola di polvere, e si lasciava dietro i pedoni intontiti e accecati.
Era già buio prima che giungessero alla città, e le ultime poche miglia erano state veramente lunghe. Lì era tutto gran trambusto e confusione; le vie erano piene di calca – molti erano forestieri e traspariva dagli sguardi che davano in giro – le campane delle chiese sonavano i loro grossi rintocchi, e bandiere erano spiegate alle finestre e sui comignoli. Nei grandi cortili degli alberghi, camerieri correvano da una parte all’altra e s’impacciavano gli uni con gli altri, cavalli scalpitavano sul ciottolato, montatoi di carrozze s’abbassavano con uno scatto, e buone esalazioni diffuse da molte mense arrivavano tepide e gravi all’odorato. Nelle piccole osterie, dei violini stridevano e squittivano con tutta la forza d’un ballabile a dei piedi frementi; degli ubbriachi, dimentichi della loro canzone prediletta, si univano al chiasso con un urlo insensato, che soffocava il tintinnìo dei campanelli più fiochi e aumentava l’ardore della loro richiesta d’altre bevande; gruppi di vagabondi si raccoglievano intorno alle porte per vedere danzare le girovaghe, e aggiungevano il loro vocìo ai trilli del flauto e ai rombi delle grancasse.
A traverso queste scene di frenesia, la fanciulla, sgomenta e nauseata da ciò che vedeva, continuò a condurre lo sconvolto vecchio, tenendosi stretta al suo conduttore, e tremando per téma che nella folla venisse separata da lui e lasciata a trovare da sè sola la via. Affrettando il passo per uscir fuori da tutto quel fragore e quello scompiglio, essi finalmente attraversarono la città e s’avviarono al campo delle corse, che era in aperta campagna, su un’eminenza, distante un buon miglio dalle ultime case.
Benchè per la strada vi fosse molta gente, non la più eletta o la meglio vestita, che si affaccendava a erigere tende e piantar pali in terra, correndo qua e là coi piedi nella polvere, e gridando e bestemmiando – benchè vi fossero fanciulli stanchi messi a giacere fra le ruote dei carri, su mucchi di paglia, fanciulli che s’addormentavano piangendo – e poveri cavalli magri ed asini sfiancati, sciolti appunto allora, che brucavano fra gli uomini e le orine, le pignatte e le caldaie, e i fuochi mezzo accesi e i mozziconi di candele che si consumavano rapidamente all’aria con le loro fiamme vacillanti – pure la fanciulla si sentì come liberata dalla città, e respirò con più agio. Dopo una scarsa cena, che le ridusse il piccolo peculio a un grado che appena sarebbe bastato per la colazione del giorno dopo, ella e il vecchio si stesero a riposare nell’angolo d’una tenda, e dormirono, nonostante i rumorosi preparativi che durarono intorno per tutta la notte.
Ed ecco che erano arrivati al giorno che avrebbero dovuto mendicare il loro pane. Sorta appena l’aurora la mattina seguente, ella uscì di soppiatto dalla tenda, e aggirandosi in alcuni campi a breve distanza, raccolse un po’ di rose selvagge e di umili fiori di prato, proponendosi di farne dei mazzolini da offrire alle signore nelle carrozze quando la folla degli spettatori sarebbe arrivata. A molte cose ella pensò, mentre era così occupata; quando tornò e si sedette accanto al vecchio in un angolo della tenda, a legare i fiori, mentre i due girovaghi sonnecchiavano in un altro angolo, essa lo scosse per la manica, e guardando cauta verso di quelli, disse, sottovoce:
– Non guardare, nonno, quelli di cui parlerò, e mostra di non occuparti che di ciò che faccio. Che mi dicesti prima che lasciassimo casa nostra? Che se si fosse saputo ciò che stavamo per fare, si sarebbe detto che tu eri pazzo, e ci avrebbero separati?
Il vecchio si volse a lei con aspetto di vivo terrore; ma ella lo frenò con uno sguardo e dicendogli di tener dei fiori per poterli ben legare, avvicinandoglisi di più all’orecchio, disse:
– So che tu mi dicesti così. Non parlare, caro nonno. Lo ricordo benissimo. Non potevo dimenticarlo. Nonno, questa gente sospetta che noi siamo fuggiti dai nostri amici, e intende condurci innanzi a qualcuno perchè ci custodisca e ci rimandi indietro. Se tu continui a tremare così, come veggo dalla tua mano, non potremo liberarci di loro; ma se stai tranquillo, ci riusciremo facilmente.
– Come? – mormorò il vecchio. – Cara Nella, come? Mi chiuderanno in qualche prigione buia e fredda, e m’incateneranno al muro, Nella… mi flagelleranno con le fruste, e non ti vedrò mai più.
– Tu tremi ancora – disse la fanciulla. – Sta’ vicino a me tutto il giorno. Non badare a loro, non guardarli; guarda soltanto me. Troverò pure l’occasione di fuggire.. Allora, sta’ attento a venir con me, e non fermarti a dire una parola. Zitto! Questo è tutto.
– Ohè! Che stai facendo, cara? – disse il signor Codlin, levando il capo e sbadigliando. Poi osservando che il compagno era profondamente addormentato, giunse con un grave bisbiglio: – Codlin è tuo amico, ricorda… non Short.
– Sto facendo dei mazzolini di fiori – rispose la fanciulla – per cercar di venderli in questi tre giorni di corse. Ne vuoi uno… in regalo, s’intende?
Il signor Codlin si sarebbe levato per prenderlo, ma la fanciulla corse verso di lui e glielo mise in mano. Egli se lo infilò all’occhiello con un’aria, data la sua misantropia, d’ineffabile compiacenza, e sbirciando con uno sguardo d’esultanza l’inconsapevole Short, mormorò, sdraiandosi di nuovo: – Tom Codlin è l’amico, perdinci!
Come passava il tempo, le tende assumevano un aspetto più gaio e più attraente, e lunghe file di carrozze arrivavano correndo sulla soffice erbetta. Degli uomini che s’erano aggirati tutta la notte in camiciotto e gambali di cuoio sbucavano in abiti di sete e cappelli e piume, come i giocolieri e i saltimbanchi; o in vistose livree, come i servi silenziosi delle baracche dove si giocava; o in grossolani abiti contadineschi, come i compari dei giuochi non permessi. Zingarelle dagli occhi vellutati, la testa avvolta da fazzoletti sgargianti, si facevano innanzi a indovinar la ventura, e donne pallide e magre stavano in attesa sulla soglia dei ventriloqui e dei prestidigitatori, a contare i denari con occhi ansiosi, prima d’averli guadagnati. Quanti fanciulli potevano essere in qualche modo custoditi, erano confinati, con tutti gli altri indizi di sudiceria e di miseria, fra gli asini, i carri e i cavalli; e quanti non si potevano tenere entravano e uscivano di corsa da tutti i punti più intricati, s’insinuavano carponi fra le gambe della gente e le ruote dei veicoli, e sbucavano intatti di sotto gli zoccoli dei cavalli. I cani ballerini, i trampoli, la donna nana e l’uomo gigante, e tutte le altre attrazioni, con molti organini e fanfare innumerevoli spuntavano dai cantucci e dai buchi dove avevano passato la notte, e fiorivano arditamente al sole.
Short condusse innanzi la sua brigata per il campo non ancora sgombro delle corse, sonando la tromba ed esultando nel tono di Pulcinella: aveva alle calcagna Tommaso Codlin che portava secondo il solito il teatrino, e teneva l’occhio su Nellina e il nonno, che talvolta s’indugiavano nella folla. La fanciulla aveva infilato al braccio il panierino coi fiori, e non di rado si fermava per offrirli, con modesti e timidi sguardi, a qualche elegante vettura; ma ahimè! era preceduta da mendicanti più arditi, da zingare che promettevano un marito, da altri esperti nel loro mestiere, e benchè alcune signore sorridessero affabilmente mentre scotevano il capo, e altre dicessero ai signori che le accompagnavano: – Guardate che bel viso! – lasciavano passare il bel viso e non pensavano neppure che appariva stanco o affamato.
Vi fu soltanto una donna che parve comprendere la fanciulla. Sedeva sola in una bella carrozza, mentre due giovani in abiti abbaglianti che ne erano discesi, ciarlavano e ridevano rumorosamente un po’ discosti, come se l’avessero addirittura dimenticata. V’erano molte signore all’intorno, ma voltavano le spalle o guardavano da un’altra parte, o verso i due giovani (non senza simpatia) che l’avevano lasciata sola. Essa fece cenno d’allontanarsi a una zingara che insisteva per dirle la ventura, affermando che già gliel’avevano detta e da parecchi anni, ma chiamò la fanciulla a sè, e prendendole i fiori, le mise del denaro nella mano tremante, raccomandandole di andarsene a casa e, per amor di Dio, di starsene a casa.
Molte volte essi andarono su e giù quelle lunghe, lunghe file di gente, vedendo tutto, meno i cavalli e le corse; quando sonava la campana per lo sgombro del campo, se n’andavano a riposare fra i carri e gli asini, e non ne uscivano che dopo che la corsa era finita. Molte volte, anche, Pulcinella fu mostrato sul più alto culmine del suo umorismo, ma in tutto quel tempo l’occhio di Tommaso Codlin era fisso su di loro, e fuggire senza essere osservati era impossibile.
Alla fine, tardi nella giornata, il signor Codlin piantò il teatro in un posto adatto, e gli spettatori furono tosto avvinti dalla viva attrazione della scena. La fanciulla che sedeva col vecchio dietro il teatro, stava pensando alla strana circostanza che i cavalli, i quali erano delle così belle e oneste creature, servivano a fare tanti vagabondi di quelli che s’aggiravano intorno a loro, quando una strepitosa risata a una facezia improvvisa del signor Short, che aveva alluso a un fatto del giorno, la riscossero da quella meditazione e la fecero guardare in giro
Quello era il momento, se dovevano andarsene inosservati. Short maneggiava vigorosamente la mazza e atterrava i personaggi nell’ardore del combattimento contro le quinte del teatro, la gente guardava con la faccia dipinta di beatitudine, e il signor Codlin sorrideva con un sorriso canino, scoprendo con l’occhio indagatore che le mani frugavano nelle tasche delle sottovesti e palpavano una moneta. Quello era appunto il momento per svignarsela inosservati. Ne approfittarono, e fuggirono.
Si apersero un varco fra le baracche e le carrozze, i crocchi e la calca, e non si fermarono neppur per guardare indietro. La campana sonava e il campo era sgombrato nel momento che raggiunsero le corde, ma essi l’attraversarono di corsa, incuranti delle grida e delle voci irose sollevati da quella loro empia violazione, e strisciando sotto il ciglio della collina a rapidi passi, si diressero verso l’aperta campagna.

XX.

Giorno per giorno, volgendo i passi verso casa, reduce da qualche nuovo tentativo per procacciarsi un’occupazione, Kit levava gli occhi alla finestra della cameretta che aveva tanto lodato alla fanciulla, sperando di veder qualche indizio della sua presenza. Quel suo ardente desiderio, insieme con l’assicurazione di Quilp, gli dava ferma credenza ch’ella sarebbe pure arrivata un giorno a domandare l’umile rifugio che le era stato offerto, e dalla morte di quella speranza quotidiana, ne balzava un’altra da alimentare per il giorno dopo.
– Credo che verranno certamente domani, eh, mamma? – disse Kit, mettendo da parte il cappello con aria stanca, e sospirando. – Sono già via da una settimana. Certo, non è possibile che stian via più d’una settimana, ti sembra?
La madre scosse il capo, rammentandogli quante volte egli fosse già stato deluso.
– In quanto a questo – disse Kit – tu non t’inganni, mamma, e sei abbastanza accorta, come sempre. Pure, io penso che per loro una settimana di vagabondaggio sia più che abbastanza; non lo pensi anche tu?
– Più che abbastanza, Kit, più che abbastanza; ma pure potrebbero non ritornare.
Kit fu un istante disposto a sentirsi irritato da questa contraddizione, benchè l’avesse preveduta e la sapesse giusta. Ma quell’impulso fu momentaneo, e lo sguardo d’irritazione si fece gentile prima di aver fatto il giro della stanza.
– Allora che credi sia divenuto di loro, mamma? A ogni modo, non pensi che siano andati al mare?
– Certo non per farsi marinai – rispose la madre con un sorriso. – Ma non posso non pensare che se ne siano andati in un paese straniero.
– Ma, mamma – esclamò Kit con un viso di tristezza: – non parlare così!
– Ho proprio paura di sì, questa è la verità – ella rispose. – Lo dice tutto il vicinato; alcuni anzi assicurano che sono stati veduti su un bastimento, e dicono anche il nome del luogo dove si sono rifugiati; ma io non te lo so ripetere, caro, perchè è molto difficile.
– Non lo credo – disse Kit. – Basta. Un branco di stupidi chiacchieroni, che vuoi che sappiano?
– Possono aver torto, naturalmente – rispose la madre: – io non ti so dir nulla, ma possono pure aver ragione, perchè si dice che il vecchio avesse messo da parte un po’ di denaro, e che nessuno ne sapesse nulla, nemmeno quel brutto nano di cui tu parli… come si chiama… Quilp; e che la signorina Nella e lui se ne siano andati a vivere all’estero dove nessuno può toglier loro il loro denaro e dove se ne staranno in santa pace. Non ti sembra abbastanza probabile, forse?
Kit si grattò tristemente in testa, come per ammettere a malincuore che la cosa non era improbabile, e arrampicandosi fino al vecchio chiodo ne spiccò la gabbia e attese a nettarla e a imbeccare l’uccellino. Da questa occupazione tornò col pensiero al vecchiotto che gli aveva dato lo scellino, e allora a un tratto si rammentò che quello era proprio il giorno – anzi, quasi la stessa ora – in cui quel signore si sarebbe recato, come gli avevano detto, di nuovo nello studio del notaio. Se n’era appena ricordato, che sospese con gran precipitazione la gabbia al chiodo, e spiegando frettolosamente la natura della sua commissione, corse a gambe levate al luogo dell’appuntamento.
Raggiunse quel punto che era parecchio distante da casa sua, un paio di minuti dopo l’ora stabilita; ma per fortuna il vecchiotto non era ancora arrivato; almeno non v’era nessun carrozzino e nessun cavallino in vista, e non era verosimile ch’egli fosse arrivato e se ne fosse andato in così breve termine. Molto sollevato di non essere in ritardo, Kit si poggiò contro un fanale per riprender fiato e attendere l’arrivo del cavallino scozzese e del suo carico.
Ed ecco, dopo non molto, apparire trottante il cavallino scozzese allo svolto della via, capriccioso quanto può essere un cavallino scozzese, movendo le zampe come per scegliere i punti più puliti e deciso a ogni costo a non insudiciarsele e a non correre indecorosamente. Dietro il cavallino scozzese era seduto il vecchiotto, e accanto al vecchiotto era seduta la vecchietta, che appunto portava in mano un mazzo di fiori simile a quello dell’altra volta.
Il vecchiotto, la vecchietta, il cavallino scozzese e il carrozzino vennero innanzi in perfetta unanimità, finchè non si trovarono a una dozzina di passi dalla porta del notaio; ma poi il cavallino scozzese, ingannato da una lastra di ottone sotto il martello dell’uscio d’un sarto, si fermò improvvisamente e sostenne con ostinato silenzio che la casa che si cercava fosse quella.
– Ora, caro, abbi la bontà di proseguire; la casa non è questa – disse il vecchio.
Il cavallino scozzese guardava con grande attenzione una presa d’acqua che gli stava accanto, e sembrava tutto concentrato in quella contemplazione. – Oh, poveretta me, che brutto Musaccio! – esclamò la vecchia. – E poi dopo essere stato così buono, ed essere andato così bene! Proprio me ne vergogno per lui. Non so che fargli, veramente non so.
Il cavallino scozzese, dopo essersi ben bene persuaso della natura e delle proprietà della presa d’acqua, guardò in aria dietro le sue vecchie nemiche, le mosche, e poichè ve n’era una che in quel momento gli solleticava l’orecchio, scosse la testa e agitò la coda; dopo di che, assunse un aspetto meditabondo, ma parve soddisfatto e composto. Il vecchiotto, dopo aver inutilmente spiegato tutti i suoi mezzi di persuasione, smontò per condurlo a mano; ma allora il cavallino scozzese, forse perchè riteneva che questa fosse una concessione sufficiente, forse perchè gli capitò di vedere l’altra lastra di ottone, o forse perchè fu spinto da un impulso di malignità, si mise a correre con la vecchietta e si fermò nel punto giusto, lasciando che il vecchio lo seguisse a piedi trafelato.
Fu allora che Kit si presentò alla testa del cavallino scozzese, toccandosi con un sorriso il cappello.
– Guarda, che il signore ci benedica! – esclamò il vecchio. – Ecco qui quel ragazzo. Lo vedi, cara?
– Avevo detto che sarei venuto, signore – disse Kit, carezzando il collo di Musaccio. – Spero, signore, che abbiate fatto una bella scarrozzata. Con un così bel cavallino!
– Mia cara – disse il vecchio, – questo è un ragazzo straordinario; un bravo ragazzo; certo.
– Ma sicuro – soggiunse la vecchia. – Un ottimo ragazzo, e certo anche un buon figliuolo.
Kit accettò queste espressioni di fiducia col toccarsi di nuovo il cappello e farsi rosso come un papavero. Il vecchio allora diede la mano alla signora, e dopo aver guardato il ragazzo con un sorriso d’approvazione, i due entrarono nella casa parlando di lui in quell’atto, come Kit non poteva non sentire. Subito dopo il signor Witherden, aspirando forte i fiori, si affacciò alla finestra a guardarlo, e dopo si affacciò il signor Abele, e dopo di nuovo il signore con la signora, e dopo ancora tutti quanti insieme, cose che Kit, che si sentiva molto confuso, fece mostra di non osservare. Perciò egli carezzava sempre più il cavallino scozzese, che tollerava bellamente questa libertà.
Non erano ancora scomparsi i visi dalla finestra, che apparve sul marciapiede il signor Chuckster in veste ufficiale e col cappello che gli pendeva dalla testa nel modo appunto che stava sospeso al piolo. Il signor Chuckster invitò il ragazzo ad entrare, che intanto avrebbe badato lui al carrozzino. Facendogli questo invito, egli osservò che sarebbe stato felice di sapere se Kit fosse un “agnellino ingenuo” o un “furbone raffinato”, ma fece capir con una sfiduciata scrollatina di testa, d’esser piuttosto di quest’ultima opinione.
Kit entrò tremando nell’ufficio, perchè non era avvezzo a trovarsi tra signore e signori estranei, e le scatole di latta e i fasci d’incartamenti polverosi avevano agli occhi suoi una tremenda e venerabile aria. Poi il signor Witherden era un uomo rumoroso che parlava ad alta voce e svelto, e tutti gli occhi erano sul ragazzo, che si sentiva vestito di miserabili cenci.
– Così, ragazzo mio – disse il signor Witherden: – sei venuto per guadagnarti tutto quello scellino… non per averne un altro, eh?
– No, davvero, signore – rispose Kit, che trovò il coraggio di levar gli occhi. – Non ho mai pensato a una cosa simile.
– Tuo padre è vivo? – disse il notaio.
– Morto, signore.
– Tua madre?
– La mamma, sì, signore.
– S’è rimaritata… eh?
Kit rispose, non senza indignazione, ch’essa era vedova con tre figli, e che quanto a rimaritarsi, il signore, se l’avesse conosciuta, non avrebbe detto una cosa simile. A questa risposta, il signor Witherden di nuovo si seppellì col naso nei fiori, e bisbigliò, dietro il mazzo, al vecchiotto, di credere che il ragazzo fosse onesto più di quanto si addicesse a un ragazzo.
– Ora – disse il signor Garland, dopo avergli fatto qualche altra domanda – non pensare ch’io stia per darti qualche compenso.
– Grazie, signore – rispose Kit; e con gran serietà anche, perchè questo annuncio sembrava lo liberasse dal sospetto al quale aveva accennato il notaio.
– Ma – ripigliò il vecchiotto – forse io vorrò sapere qualche altra cosa di te; perciò dimmi dove abiti, perchè io me lo scriva nel taccuino.
Kit glielo disse, e il vecchiotto annotò col lapis l’indirizzo. Aveva appena finito, che nella via vi fu un gran fracasso e la vecchia, precipitatasi alla finestra, si mise a gridare che Musaccio s’era dato a correre; al che Kit balzò fuori al salvataggio, seguito da altri.
Sembrava che il signor Chuckster se ne fosse stato con le mani in tasca a guardare spensieratamente il cavallino scozzese, oltraggiandolo di tanto in tanto con intimazioni di questo genere: “Sta’ fermo”, “Sta’ quieto”, “Ih-oh”, e altre espressioni somiglianti, che un cavallino di spirito non può sopportare. Il cavallino, per conseguenza, non essendo trattenuto da alcuna considerazione di dovere o di obbedienza, e non avendo innanzi a sè la minima paura dell’occhio umano, s’era dato con un balzo a correre, e scalpitava in quel momento in fondo alla via, mentre il signor Chuckster, senza cappello e con la penna sull’orecchio, si affannava dietro il carrozzino, facendo degli inutili tentativi per fermarlo, con indicibile ammirazione di tutti i passanti. Anche in quella scappata, però, Musaccio si mostrò perverso, perchè non era arrivato ancora molto lontano che improvvisamente si arrestò, e prima che si potesse aiutarlo a voltare, cominciò a indietreggiare quasi alla stessa velocità di quando s’era slanciato innanzi. A questa maniera il signor Chuckster fu di nuovo spinto e respinto molto ingloriosamente verso l’ufficio, dove arrivò in uno stato della massima spossatezza e umiliazione. La vecchia poi montò al suo posto, e il signor Abele (che essi erano andati a pigliare) in quello di dietro. Il vecchiotto, dopo aver ragionato col cavallino dell’estrema sconvenienza della sua condotta, e aver fatto le migliori scuse possibili al signor Chuckster, prese anche lui il suo posto, e tutti e tre partirono, facendo con la mano un gesto d’addio al notaio e allo scrivano, e spesso voltandosi con un cenno gentile a Kit, rimasto ritto a guardarli.

XXI.

Kit se n’andò, e dimenticò presto il cavallino il carrozzino, la vecchietta, il vecchiotto e il loro figliuolo per giunta, almanaccando che cosa mai fosse accaduto dell’ex-padrone e della bella padroncina, i due soggetti principali di tutte le sue meditazioni quotidiane. Ancora cercando un motivo plausibile di giustificazione per la loro scomparsa, e la maniera di persuadersi che sarebbero ritornati presto, volse i passi verso casa con l’intenzione di finire il compito che l’improvviso ricordo del suo contratto aveva interrotto, e poi di uscire un’altra volta a guadagnarsi qualcosa per quel giorno.
Quando voltò la cantonata di quel cortile in cui abitava, indovinate un po’ chi vide? Un’altra volta il cavallino scozzese. Sì, proprio lui, e più capriccioso che mai; e solo nel carrozzino, a sorvegliare rigorosamente ogni movimento dell’animale, il signor Abele, il quale, levando per caso gli occhi, e vedendo passare Kit, gli fece con la testa un cenno così energico, che pareva volesse staccarsela.
Kit si stupì di rivedere il cavallino, e così vicino a casa, poi; ma non gli venne affatto in mente per quale scopo mai il cavallino potesse essere arrivato fin là, o dove il signore e la signora fossero andati, finchè sollevando il saliscendi della porta ed entrando, non li vide seduti nella stanza in conversazione con la madre, alla qual vista inaspettata si cavò il cappello e fece tutto confuso il suo migliore inchino.
– Siamo arrivati prima di te, vedi, Cristoforo, – disse sorridendo il signor Garland.
– Sì, signore – disse Kit, e intanto guardava la madre per una spiegazione di quella visita.
– Il signore è stato tanto gentile, caro – ella disse, rispondendo alla sua muta interrogazione – da chiedermi se stavi in un buon posto o se hai qualche posto, e quando gli ho detto di no, che non ne avevi nessuno, egli è stato così buono da dire…
– Che noi abbiamo bisogno d’un buon ragazzo in casa – dissero insieme il signore e la signora – e che forse potremmo seriamente pensarci, se trovassimo tutto secondo vorremmo che fosse.
Siccome il pensarci, significava chiaramente pensare di prendere Kit, questi immediatamente sentì la stessa ansia della madre e fu invaso da una grande agitazione; poichè i due vecchi coniugi erano molto metodici e cauti, e facevano tante domande ch’egli cominciò a temere di non avere alcuna probabilità di successo.
– Vedete, mia buona donna – disse il signor Garland alla madre di Kit – è necessario esser molto guardinghi e scrupolosi in una faccenda come questa; perchè siamo soli tre in famiglia e siamo persone molto tranquille, e ci dispiacerebbe di commettere un errore, e di trovar le cose diverse da ciò che crediamo e speriamo.
A questo, la madre di Kit rispose che era proprio vero, proprio vero e assolutamente giusto. Che il Cielo la guardasse, aggiunse, dal rifiutarsi o dall’aver motivo di rifiutarsi, di dare qual si fosse informazione sull’indole propria o su quella del figliuolo, il quale era un ottimo figliuolo, benchè ella fosse sua madre; anzi in questo rispetto, ella s’arrischiava a dire, ch’egli aveva preso da suo padre, il quale non solo era stato un buon figliuolo per sua madre, ma il migliore dei mariti e il migliore dei padri inoltre, cosa che, ella sapeva, poteva esser confermata da Kit, e sarebbe anche stata confermata da Giacomino e dal piccino parimenti, se fossero stati abbastanza grandi; ma disgraziatamente non erano ancora grandi, e forse era meglio che fossero così piccoli, che non conoscevano la perdita che avevano sofferto. E così la madre di Kit concluse una lunga storia asciugandosi gli occhi col grembiale e carezzando la testa di Giacomino, che cullava il bimbo e fissava con tutta la sua forza visiva la signora e il signore estranei.
Quando la madre di Kit ebbe finito di parlare, la vecchia signora prese a dirle d’esser certa che essa era una persona molto onesta e rispettabile; se no, non si sarebbe mai espressa in quella maniera; e poi l’aspetto stesso dei bambini e la pulizia della casa, irreprensibili, le facevano molto onore. La madre di Kit fece un inchino a queste parole e si sentì consolata. Poi la buona donna entrò in un minuto e lungo rendiconto della storia e della vita di Kit dal primissimo periodo fino a quell’ora, non omettendo di far menzione della sua miracolosa caduta nei teneri anni d’infanzia dalla finestra d’una stanza, e delle sue straordinarie sofferenze nel periodo della rosolia, le quali vennero illustrate da ben riuscite imitazioni della sua maniera lamentosa di chiedere, giorno e notte, l’acqua panata, e di dire: “Non piangere, mamma, guarirò presto”; e in prova di queste asserzioni la madre di Kit citò la signor Green, pigionale, il negoziante di formaggi della cantonata e varie altre signore e signori in diverse parti d’Inghilterra e del Paese di Galles (e un certo signor Brown che si credeva allora fosse caporale nelle Indie Orientali, e che naturalmente si poteva trovare con poco disturbo) nella conoscenza personale dei quali tutti questi fatti erano occorsi. Finita questa narrazione, il signor Garland fece alcune domande a Kit sulle sue qualità e abilità generali, mentre la signora Garland osservava i bambini; e apprendendo dalla madre di Kit certe notevoli circostanze che avevano accompagnato la nascita di ciascuno di essi, riferì certe altre notevoli circostanze che avevano accompagnato la nascita del figliuolo, signor Abele; e da esse tutte apparve che tanto lei quanto la madre di Kit erano state, all’infuori e più di tutte le altre donne di qual si fosse età o condizione, specialmente attorniate da insidie e da pericoli. Infine furono chieste delle informazioni sulla natura e l’estensione della guardaroba di Kit, ed essendo stato offerto un piccolo anticipo per migliorarla, egli fu assunto formalmente in servizio dei signori Garland, del villino Abele a Finchley, per una somma annuale di sei sterline, oltre il vitto e l’alloggio.
Sarebbe difficile dire quale delle due parti contraenti fosse più lieta per questo contratto, la cui conclusione venne salutata da nient’altro che piacevoli sguardi e allegri sorrisi da tutti i volti. Fu stabilito che Kit si sarebbe presentato nella sua nuova abitazione fra tre giorni, la mattina; e infine, i due vecchi coniugi, dopo aver regalato una lucente moneta d’argento a Giacomino e un’altra al piccino, si congedarono, accompagnati fin sulla via dal loro nuovo servitorello, che tenne per la briglia il capriccioso cavallino scozzese finchè non si furono seduti e, tutto giubilante, non li vide partire.
– Bene, mamma! – esclamò Kit, precipitandosi in casa. – Io credo ora che la mia fortuna sia fatta.
– Credo di sì, proprio – soggiunse la mamma. – Sei sterline! Pensa!
– Oh! – disse Kit, cercando di mantenere la gravità che esigeva la considerazione d’una somma simile, ma sorridendo beato, nonostante ogni sforzo. – Un patrimonio!
Kit cacciò un lungo respiro dicendo così, e sprofondando le mani nelle tasche, come se vi fosse in ciascuna almeno il salario d’un anno, guardò la madre come se vedesse, a traverso di lei e oltre, un’immensa prospettiva di sterline.
– Piacendo a Dio, faremo di te, mamma, una così elegante signora la domenica! Un così bravo scolaro di Giacomino, un così bel ragazzo del piccino, una così bella camera quella di sopra! Sei sterline all’anno!
– Ehi! – gracchiò una voce estranea. – Che sono queste sei sterline all’anno? Che cosa dici di queste sterline? – E mentre la voce faceva questa domanda, entrava Daniele Quilp, con Riccardo Swiveller alle calcagna.
– Chi diceva che doveva avere sei sterline all’anno? – disse Quilp, guardando vivamente in giro. – L’ha detto la piccola Nella o il vecchio? E perchè egli deve averle, e dove sono essi, eh?
La buona donna fu tanto impaurita dalla improvvisa comparsa di quell’ignoto campione di bruttezza ch’essa abbrancò in fretta il bambino dalla culla e si ritrasse nell’angolo più remoto della stanza, mentre Giacomino, ch’era seduto su uno sgabello con le mani sulle ginocchia, si mise a fissar Quilp come affascinato, urlando da spolmonarsi. Riccardo Swiveller potè osservare agevolmente la famiglia di sulla testa del nano, il quale, con le mani in tasca, sorrideva immensamente divertito della commozione da lui suscitata.
– Non abbiate paura, signora – disse Quilp, dopo un momento. – Vostro figlio mi conosce, e io non mangio i bambini, che, d’altra parte, non mi piacciono. Sarà bene, però, far tacere questo giovine schiamazzatore, perchè io non sia tentato di fargli del male. Ohè, tu! Non vuoi star zitto?
Giacomino frenò il corso di due lagrime, sgorgategli sulle ciglia, e immediatamente si rapprese in un’immagine di tacito orrore.
– Bada di non ricominciare di nuovo, birbante – disse Quilp, guardandolo severamente – o ti farò delle smorfie da farti ventre le convulsioni, vedrai. Ora, il mio signorino, perchè non sei venuto a trovarmi come mi avevi promesso?
– Perchè dovevo venire? – rispose Kit. – Io non avevo nulla da fare con voi, come voi non avete nulla da fare con me.
– Un momento, signora – disse Quilp, volgendosi vivamente da Kit alla madre. – Da quando è venuto o ha mandato qui il suo padrone? È qui, ora? Se no, dov’è andato?
– Egli non è venuto qui affatto affatto – ella rispose. – Mi piacerebbe anzi di sapere dove se ne sono andati, perchè mio figlio si sentirebbe più tranquillo, e mi sentirei più tranquilla anch’io. Se siete quel signore che si chiama Quilp, io credevo che voi lo sapeste, come gli ho detto anche stamattina.
– Ahimè! – mormorò Quilp, evidentemente deluso e disposto a credere che questa fosse la verità. – E questo è ciò che dite anche a questo signore?
– Se il signore è venuto per farmi la stessa domanda, io non ho che da rispondergli la stessa cosa; mi augurerei di poter rispondere diversamente – disse la madre di Kit – soltanto per nostra soddisfazione.
Quilp diede un’occhiata a Riccardo Swiveller, e osservò che, avendolo incontrato sulla soglia, arguiva si fosse recato fin lì in cerca di qualche notizia sui fuggitivi. Indovinava o no?
– Sì – disse Riccardino – questo era lo scopo della mia presente escursione. Io immaginavo possibile… ma andiamo a sonare l’agonia dell’immaginazione. Comincerò io.
– Mi sembrate deluso – osservò Quilp.
– Un’illusione, signore, un’illusione, ecco tutto – rispose Riccardino. – Ho partecipato a una speculazione che s’è dimostrata una illusione; e un essere di grande bellezza e splendore sarà offerto in olocausto sull’altare di Cheggs. Ecco tutto, signore.
Il nano sbirciò Riccardo con un sorriso sarcastico; ma Riccardo, che aveva partecipato con un amico a una colazione piuttosto abbondante, non l’osservò e continuò a deplorare il proprio fato con sguardi dolenti e abbattuti. Quilp comprese benissimo che c’era una ragione nascosta per quella visita e per quella forte delusione, e con la speranza di avvantaggiarsene e di esercitare il proprio malanimo, decise di scoprirla. Adottata questa risoluzione raccolse nella sua espressione fisionomica quanta bontà gli riuscì di fingervi, e mostrò una simpatia straordinaria per il signor Swiveller.
– Anch’io sono deluso – disse Quilp – per mero sentimento di amicizia per loro; ma voi avete delle ragioni reali, delle ragioni private, senza dubbio, per la vostra delusione, e perciò vi dovrà riuscire più amara della mia.
– È naturale che mi sia più amara – osservò Riccardo, burbero.
– Parola d’onore, me ne dispiace molto, me ne dispiace molto. Anch’io sono abbattuto. Siccome siamo compagni di sventura, vogliamo esser compagni nel modo più sicuro di dimenticarla? Se ora non aveste altre faccende che vi chiamassero in un’altra direzione – sollecitò Quilp, pigliandolo per la manica e fissandolo maliziosamente nel volto con la coda dell’occhio – vi sarebbe un luogo sulla sponda del fiume con certo straordinario gin di Schiedam… ritenuto di contrabbando, sia detto fra noi… che in tutto il mondo non ha l’uguale. L’oste mi conosce. C’è un villino che strapiomba sul fiume, dove potremmo bere un bicchiere di quel liquore delizioso, fumare dell’ottimo tabacco… è in questa borsa, e della migliore qualità, ve lo posso giurare… e starcene perfettamente contenti e felici… O avete qualche altro particolare impegno che vi conduce in un’altra direzione, signor Swiveller, eh?
Mentre il nano parlava, il viso di Riccardino si allargò in un sorriso di compiacenza, e le ciglia lentamente si spiegarono. Quando quegli ebbe finito, Riccardino guardava Quilp dall’alto nella stessa furba maniera con cui Quilp guardava dal basso lui, e a loro non rimase altro da fare che avviarsi al luogo in questione. E s’avviarono, di filato. Nel momento ch’essi volsero le spalle, Giacomino cominciò a sgelarsi, e ricominciò il pianto dal punto ove Quilp lo aveva congelato.
Il villino di cui aveva parlato Quilp era una specie di rude cassa di legno, tarlata e desolata, che strapiombava sul fango del Tamigi, minacciando di scivolarvi. La taverna alla quale apparteneva era un edificio decrepito, rovinato e minato dai topi, e tenuto su a furia di grosse travi puntellate contro i muri, le quali li sostenevano da tanto tempo che anch’esse crollavano e cedevano sotto il carico, e nelle notti di vento si potevan sentire scricchiolare e fendersi come se tutta la fabbrica stesse lì lì per sprofondare. La casa stava in piedi – se qualcosa di così vecchio e debole poteva dirsi che stesse in piedi – su un pezzo di terreno abbandonato, annerito dal fumo poco igienico dei camini delle fabbriche, e sonoro delle strida delle ruote di ferro e del fiotto di acque impetuose. L’interno manteneva ampiamente le promesse del di fuori. Le stanze erano basse e umide, le pareti vischiose erano traversate da buchi e da fessure, i pavimenti fradici s’erano abbassati dal loro livello, gli stessi travicelli del soffitto s’erano sconnessi dal loro posto e avvertivano il timido visitatore di guardarsi dalla loro vicinanza.
In quell’amenissimo luogo, il signor Quilp condusse Riccardo Swiveller, invitandolo, mentre entravano, ad ammirarne le bellezze, e sulla tavola del villino, incisa profondamente con molte forche e lettere iniziali, apparve tosto un bariletto di legno, pieno del tanto decantato liquore. Versandolo nei bicchieri con l’abilità d’una mano esperta, e mescolandolo con un terzo di acqua a un di presso, il signor Quilp assegnò a Riccardo Swiveller la sua parte, e accendendo la pipa da un mozzicone di candela in una vecchissima lanterna ammaccata, si raccolse su una sedia e cominciò a cacciare delle nuvole di fumo.
– È buono? – disse Quilp, mentre Riccardo Swiveller schioccava le labbra. – È forte e razzente! Vi fa strizzare gli occhi e soffocare, vi fa lagrimare e vi toglie il respiro… vero?
– Vero? – esclamò Riccardino, buttando via parte del contenuto del bicchiere, e riempiendolo d’acqua. – Caro mio, non vorrete farmi credere che voi mandiate giù questo fuoco.
– Come! – ribattè Quilp. – Non lo mando giù! Guardate qui. E qui. E qui ancora. Non lo mando giù!
Dicendo così, Daniele Quilp si versò e bevve tre piccoli bicchierini colmi del liquore originale, e poi con un’orribile smorfia, tirò dalla pipa molte boccate di fumo, e inghiottendole, finì con lo scaricarne dal naso una densa nuvola. Compiuta questa impresa, si raccolse nel primo atteggiamento, e si mise a ridere strepitosamente.
– Farò un brindisi – esclamò Quilp, picchiando abilmente, ora col pugno ora col gomito sulla tavola, ritmicamente – a una donna, a una bellezza, e vuotiamo i bicchieri fino all’ultima goccia! Il nome, su!
– Se volete un nome – disse Riccardino – quello Sofia Wackles.
– Sofia Wackles! – strillò il nano. – La signorina Sofia Wackles che sarà… la signora Swiveller… che sarà… ah ah ah!
– Ah! – disse Riccardino. – Avreste potuto dir così poche settimane fa, ma ora non più, il mio burlone. Essa si sta immolando sull’altare di Cheggs…
– Avvelenate Cheggs, tagliate le orecchie a Cheggs – soggiunse Quilp. – Non mi parlate di Cheggs. Il nome di lei è Swiveller o nulla. Io berrò di nuovo alla sua salute, alla salute di suo padre, di sua madre, di tutte le sue sorelle e i suoi fratelli… alla salute della gloriosa famiglia Wackles… di tutti i Wackles in un bicchiere… giù fino all’ultima goccia!
– Bene – disse Riccardo Swiveller, interrompendosi nell’atto di portarsi il bicchiere alle labbra e guardando con una specie di stupore il nano che agitava contemporaneamente braccia e gambe: – voi siete veramente, buffo; ma fra tutte le persone buffe di mia conoscenza, voi siete la più straordinaria, parola d’onore, la più straordinaria.
Questa candida dichiarazione valse piuttosto ad aumentare che a restringere le eccentricità del signor Quilp, e Riccardo Swiveller, stupito di vederlo in quella vena di buffoneria, e bevendo non poco anche lui, per fargli compagnia, cominciò a poco a poco a diventare più socievole e fiducioso, di modo che, condotto abilmente dal signor Quilp, diventò infine davvero troppo fiducioso. Avendolo ridotto in questa condizione, e sapendo ora su qual tasto picchiare in caso di imbarazzo, Daniele Quilp ebbe un compito relativamente facile, e fu tosto in possesso di tutti i particolari del progetto formulato fra il maneggevole Riccardino e il suo più astuto amico.
– Benissimo! – disse Quilp. – È quello che ci vuole. Si può farlo, si può farlo. Qua la mano; da questo momento sono vostro amico.
– Che! Credete che ci sia ancora qualche probabilità? – chiese Riccardino, sorpreso da questo incoraggiamento,
– Probabilità? – echeggiò il nano. – Certezza! Sofia Wackles può diventare una Cheggs o quello che le pare, ma non una Swiveller. Fortunato birbante! Egli è più ricco di qualsiasi ebreo vivo; la vostra fortuna è fatta. Non veggo in voi altro che il marito di Nella, nuotante nell’oro e nell’argento. Vi aiuterò. Sarà fatto. Ricordate le mie parole, sarà fatto.
– Ma come? – disse Riccardino.
– Abbiamo tempo – soggiunse il nano – e sarà fatto. Staremo qui a parlare e diremo il mezzo e la maniera. Riempitevi il bicchiere, mentre esco un momento. Tornerò immediatamente… immediatamente.
Con queste parole frettolose, Daniele Quilp si diresse a un giuoco di birilli, abbandonato, dietro l’osteria, e gettandosi letteralmente in terra si mise a gridare e a rotolare con irrefrenabile gioia.
– Che divertimento! – esclamò. – Divertimento bell’e pronto, disposto e architettato in ogni particolare; non c’è che da goderlo. Non fu questo stupido tanghero a farmi doler le ossa l’altro giorno? Non fu il suo amico e compagno di complotto, Federico Trent, che una volta fece gli occhi di triglia a mia moglie, e sbirciava, e guardava? Dopo aver lavorato due o tre anni nel loro magnifico progetto, trovarsi con in mano una pezzente, e uno d’essi legato per tutta la vita. Ah ah ah! Egli sposerà Nella. Se la piglierà, e sarò io testimone, e quando il nodo sarà ben legato e stretto, sarò io che dirò loro ciò che avranno guadagnato, e perchè li ho aiutati. Sarà il saldo dei vecchi debiti, sarà l’ora di ricordar loro la forza della mia amicizia e la maniera con cui li avrò condotti a metter le mani sull’ereditiera. Ah ah ah!
Nel colmo di quell’estasi, il signor Quilp corse il rischio d’incappare in uno spiacevole freno, perchè rotolandosi presso un vecchio canile, ecco saltarne fuori un vecchio mastino, il quale, se avesse avuto la catena un po’ più lunga, gli avrebbe dato un tristo saluto. Ma in realtà, il nano rimase sdraiato sulla schiena in sicurezza perfetta, ad aizzare il cane con orribili smorfie, e a metterlo in dispetto per la sua impotenza ad avanzare d’un altro pollice, benchè fossero distanti l’uno dall’altro soltanto un paio di spanne.
– Perchè non vieni a mordermi, perchè non vieni a sbranarmi, vigliacco? – diceva Quilp, sibilando e importunando l’animale fino a farlo diventar furioso. – Hai paura, briccone, hai paura, lo sai che hai paura.
Il cane dava delle stratte e degli strappi alla catena con gli occhi fuori e con un assordante latrato; ma il nano se ne stava al suo posto, facendo schioccare le dita con gesti di sfida e di disprezzo. Quando si fu abbastanza sfogato si levò in piedi e coi pugni sulle anche, ballò una specie di danza diabolica intorno al canile, precisamente fuor dei limiti della catena, facendo diventare il cane assolutamente frenetico. Essendosi a questo modo ricomposto lo spirito e messosi in un circolo di piacevoli idee, ritornò dal compagno che, senza alcun sospetto, stava a contemplar la marea con molta gravità, pensando all’oro e all’argento lampeggiati nelle parole di Quilp.

XXII.

Il resto di quel giorno e tutto il giorno appresso furono pieni di gravi faccende per la famiglia Nubbles, per la quale tutto ciò che si riferiva all’equipaggiamento e alla partenza di Kit erano oggetto di tanta importanza, che non sarebbe stata maggiore se egli avesse dovuto penetrare nell’interno dell’Africa o fare una crociera intorno al mondo. Sarebbe difficile immaginare che vi fosse mai una cassa, come quella destinata a contener la guardaroba e tutto ciò ch’era reputato necessario a Kit, che si aprisse e chiudesse tante volte nello spazio di ventiquattr’ore, ma certo non ve ne fu mai una che presentasse a due piccoli occhi una così ricca miniera di biancheria, come quella potente cassa, con tre camicie e un proporzionato corredo di calze e di fazzoletti da tasca, quando si dischiuse all’attonita visione del minuscolo Giacomino. Finalmente fu portata via dal vetturale, nella casa del quale a Finchley, Kit l’avrebbe trovata il giorno seguente; e non rimasero, andata via la cassa, che due semplici questioni da considerare: primo, se il vetturale l’avrebbe perduta, o disonestamente finto di averla perduta, per strada; secondo, se la madre di Kit avrebbe saputo come cavarsela nell’assenza del figlio.
– Non credo che vi sia neppure la probabilità che possa perderla realmente, ma certo che i vetturali vanno molto soggetti alla tentazione di fingere di aver perduto gli oggetti – disse la signora Nubbles con qualche apprensione, risguardo al primo punto.
– Indubbiamente – rispose Kit, con uno sguardo grave. – Parola, mamma, non credo sia stato saggio abbandonare così la cassa. Qualcuno avrebbe dovuto accompagnarla, temo.
– Non c’è più nulla da fare – disse la mamma – ma è stata una vera sciocchezza. Non bisognerebbe mai lasciar nessuno esposto alle tentazioni.
Kit risolse internamente che non avrebbe mai più dato motivo di tentazioni a un vetturale, tranne che con una cassa vuota; e, dopo aver formulato questa cristiana decisione, volse i suoi pensieri alla seconda questione.
– Tu sai che devi stare allegra, mamma, e non farti venir l’uggia perchè io non ci sono. Spero che potrò venire spesso a farti una visita capitando in città, e qualche volta ti manderò una lettera, e dopo il termine del trimestre naturalmente avrò vacanza; e allora vedrai se non condurremo Giacomino al teatro, e non gli faremo imparare che significano le ostriche.
– Spero che andare al teatro non sia peccato, Kit, ma io ho quasi paura – disse la signora Nubbles.
– So chi t’ha messo codesta roba in testa – soggiunse il figlio con amarezza; – certo sempre la Cappella dissidente. Ora ti dico, mamma, per piacere non andarci tanto spesso; perchè se io dovessi vedere la tua faccia lieta, che ha rallegrato sempre la casa, diventar malinconica, e il piccino allevato anche per aver la faccia malinconica e sentirsi chiamare un giovane peccatore (Iddio lo benedica!) e un figlio del diavolo (che è come dirlo a suo padre morto); se io dovessi veder Giacomino anche lui malinconico, me la piglierei tanto a cuore, che certo me n’andrei a fare il soldato e correrei con la testa innanzi contro la prima palla di cannone che venisse alla mia volta.
– Ah, Kit, non parlare così!
– Lo farei veramente, mamma, e se tu non vuoi che io mi senta male e infelice, tu ti terrai quel nastro sul cappello, che la scorsa settimana avevi una mezza intenzione di toglierti. Come puoi immaginare che ci sia del male nel sembrare allegri e nello stare allegri in quel modo che le nostre povere condizioni ci permettono? Veggo qualche cosa nella maniera com’io son fatto che m’imponga d’essere un piagnone solenne e pieno di sussiego, che se ne vada in giro, come se non potesse farne a meno, con tanto di mutria, e che parli col più antipatico tono nasale di questo mondo? Al contrario, non veggo ogni ragione di essere appunto quello che sono? A proposito, sentimi un po’. Ah ah ah! Non è naturale come il belato della pecora, o il grugnito del porco, o il nitrito del cavallo, o il canto dell’uccello? Ah ah ah! Non ti pare, mamma?
V’era qualcosa di contagioso nella risata di Kit, perchè la madre, che prima era stata seria, cominciò a sorridere, e quindi cordialmente a far eco alla risata, dando occasione a Kit di dire che egli sapeva che la cosa era naturale, e di ridere di più. Kit e la madre, ridendo insieme in chiave piuttosto alta, svegliarono il piccino, che, trovando che c’era in aria qualcosa di molto allegro e divertente, cominciò, non appena si vide nelle braccia della madre, a dar calci e a ridere con gran vigore. Questa nuova illustrazione della sua tesi solleticò tanto Kit, ch’egli cadde spossato sulla sedia, indicando il piccino e dimenandosi tutto, finchè, non si calmò di nuovo. Dopo essersi riavuto, due o tre volte, ed aver ripreso a sbellicarsi altrettante, s’asciugò gli occhi e disse la preghiera. E un allegro pasto fu dato dalla loro cena frugale.
Con più baci, abbracci e lagrime di quanti sarebbero giudicati credibili (se circostanze così umili potessero essere inserite qui) da molti giovani che partono per i loro viaggi, lasciandosi dietro delle case ben fornite, Kit, la mattina appresso, di buon’ora, disse addio alla famiglia, e si mise in via per Finchley, sentendo l’orgoglio d’essersi assicurato col suo aspetto, d’allora in poi, la scomunica della Cappella dissidente, se per caso egli avesse appartenuto a quella malinconica congregazione.
Se mai qualcuno provasse la curiosità di sapere come era vestito Kit, si potrebbe accennar qui brevemente che non portava alcuna livrea, ma ch’era vestito d’una giacca pepe e sale e d’una sottoveste color canarino, e che aveva le gambe avvolte d’una stoffa grigio-ferro; per giunta a queste magnificenze, egli splendeva del fulgore d’un paio di stivaletti nuovi e d’un cappello perfettamente rigido e lucido, che, percosso in qualunque parte con le nocche delle dita, risonava come un tamburo. E in questo abbigliamento, domandandosi perchè mai attirasse così poco l’attenzione dei passanti, e attribuendo la cosa all’insensibilità di quelli che s’alzano presto, egli percorse la strada verso il villino Abele.
Senza incontrar per via altra avventura più notevole di quella d’un ragazzo con un cappello senza falde (il riscontro esatto di quello lasciato da lui a casa), al quale diede la metà del peculio che possedeva (sessanta centesimi), Kit arrivò regolarmente alla casa del vetturale, dove, ad eterno onore della natura umana, trovò la cassa sana e salva. Ricevendo dalla moglie di quell’uomo immacolato le indicazioni per trovare l’abitazione del signor Garland, si caricò su una spalla la cassa e immediatamente si diresse colà.
Certo, era un grazioso piccolo villino con un tetto di paglia, due torrette alle due estremità del frontone e dei piccoli vetri colorati in alcune delle finestre, larghe come dei libri tascabili. Su un fianco della casa era una piccola stalla, appena della dimensione esatta per il cavallino, e una cameretta al di sopra, della dimensione esatta per Kit. Delle cortine candide si gonfiavano all’aria, degli uccellini nelle gabbie, così lucenti come se fossero d’oro, cantavano alle finestre; delle piante erano schierate all’uno e all’altro lato del viale e raggruppate intorno all’ingresso; e il giardino splendeva di fiori già sbocciati che esalavano intorno una dolce fragranza, e avevano la più bella ed elegante apparenza. Ogni cosa in casa e fuori pareva fosse la perfezione della nettezza e dell’ordine. Non un’erbaccia si vedeva nel giardino, e a giudicare da alcuni ben tenuti strumenti agricoli, da un cestino e da un paio di guanti lasciati in un viale, il vecchio signor Garland vi aveva lavorato quella stessa mattina.
Kit diede uno sguardo in giro, e ammirò, e guardò di nuovo, molte e molte volte, prima di decidersi a voltar la testa da un’altra parte e a sonare il campanello. Ma ebbe tutto il tempo possibile per guardare a suo agio di nuovo, perchè dopo aver sonato, non vide venir nessuno, e dovè sonare altre due o tre volte e aspettare, seduto sulla cassa.
Sonò il campanello molte altre volte, e non gli rispose anima viva. Ma infine, mentre seduto sulla cassa pensava a castelli di giganti, a principesse sospese a un piolo per la chioma, e a draghi che potessero balzar fuori di dietro le porte, e ad altri avvenimenti della stessa natura, che capitano di solito nei libri di fiabe a giovani di umile condizione nella loro prima visita a case sconosciute, la porta si aperse pian piano e apparve una piccola fantesca molto linda, modesta e timida, ma anche molto graziosa.
– Immagino che tu sia Cristoforo – disse la fantesca.
Kit si levò dalla cassa, e disse di sì, ch’era lui.
– Temo che tu abbia sonato molte volte, forse – ella soggiunse – ma non potevamo sentirti, perchè dovevamo acchiappare il cavallino.
Kit si domandò meravigliato che cosa mai questo significasse, ma siccome non si poteva fermar lì a fare delle domande, s’addossò di nuovo la cassa e seguì la ragazza nel vestibolo dove per una porta nel fondo vide il signor Garland che conduceva Musaccio in trionfo verso il giardino, dopo che quel capriccioso cavallino aveva (come Kit apprese dopo) fatto correre tutta la famiglia intorno a un praticello, per la bellezza d’un’ora e tre quarti.
Il vecchiotto ricevè con molta gentilezza il ragazzo. Lo ricevè gentilmente anche la signora, nella quale, avendolo veduto fregarsi a lungo le scarpe sullo stuoino, si accrebbe grandemente la buona opinione che già di lui aveva concepita. Egli fu poi condotto nel salotto per esser esaminato nei suoi nuovi abiti; e quando fu girato e rigirato parecchie volte ed ebbe prodotto col suo aspetto la più illimitata soddisfazione, fu condotto nella stalla (dove il cavallino scozzese lo ricevè con molta compiacenza); e di lì nella cameretta ch’egli aveva già notata, molto pulita e comoda; e di lì ancora nel giardino, nel quale gli sarebbe stato insegnato a lavorare, come gli disse il vecchio, che aggiunse le grandi cose che intendeva di fare per lui, se lo avesse trovato meritevole, per renderlo contento e felice. A tutte queste gentilezze, Kit rispose con varie espressioni di gratitudine, e tante toccatine al cappello nuovo, che la falda ne sofferse molto. Quando il vecchio gli ebbe detto tutto quello che aveva da dirgli in forma di promessa o di consiglio, e Kit ebbe detto tutto quello che aveva da rispondergli in forma di promessa e di riconoscenza, il ragazzo fu consegnato di bel nuovo alla signora, che, chiamando la piccola fantesca (la quale aveva il nome di Barbara) le raccomandò di condurlo da basso e di dargli, giacchè aveva camminato tanto, qualche cosa da mangiare e da bere.
Perciò Kit andò da basso; e là in fondo alla scala v’era una cucina che la simile non s’era vista mai se non nella mostra d’una bottega di balocchi, con tutti gli utensili così lucenti e radiosi, e ordinata con la scrupolosa precisione della medesima Barbara. E in quella cucina Kit si accomodò innanzi a una tavola candida come una tovaglia a mangiar della carne fredda e a bere della birra leggera, e ad usare con grande impaccio il coltello e la forchetta, perchè v’era una Barbara sconosciuta che lo guardava e lo osservava.
Non appariva, però, che vi fosse qualcosa di molto terribile intorno a quella strana Barbara, la quale avendo vissuta una vita molto tranquilla, arrossiva molto ed era proprio così impacciata e incerta su quello che dovesse dire o fare, come probabilmente lo stesso Kit. Dopo esser rimasto seduto per qualche tempo, intento al tic-tac del pendolo modesto, egli s’arrischiò a dare un’occhiata curiosa alla credenza, dove, fra le scodelle e i piatti, c’era la piccola scatola da lavoro di Barbara, con un coperchio scorrevole, da chiudervi i gomitoli di cotone di Barbara, e il libro di preghiere di Barbara, e il libro degl’inni di Barbara, e la Bibbia di Barbara. Lo specchietto di Barbara era sospeso in buona luce accanto alla finestra, e il cappello di Barbara era appeso a un chiodo dietro la porta. Da tutti questi segni e muti indizi della presenza di lei, egli naturalmente diede un’occhiata alla stessa Barbara, che se ne stava muta come quegli oggetti, sgusciando dei piselli in un tondo; e appunto nel momento che Kit stava guardandola alle ciglia e si domandava – nella semplicità del cuor suo – di che colore fossero gli occhi di lei, accadde precisamente che Barbara levasse un po’ la testa a guardar lui, e allora le due paia d’occhi si ritirarono in fretta, e Kit si chinò sul suo piatto, e Barbara sui suoi gusci di piselli, ciascuno nella massima confusione per essersi così a vicenda sorpresi.

XXIII.

Il signor Riccardo Swiveller dal Deserto (poichè questo era il nome bene appropriato del grazioso rifugio di Quilp) andandosene verso casa in maniera sinuosa e da cavatappi, con molte soste e inciampi, dopo essersi fermato all’improvviso, ed essersi guardato in giro, e di nuovo aver sostato all’improvviso e avere scosso la testa, facendo tutto con impeto e nulla con premeditazione – il signor Riccardo, andandosene verso casa a questa maniera, che i malevoli considerano simbolica dell’ebbrietà e niente affatto rivelatrice di quella profonda saggezza in cui è persuaso di trovarsi l’attore, cominciò a pensare di aver forse mal riposta la sua fiducia e che il nano, chi sa, non fosse appunto quella specie di persona alla quale si poteva affidare un segreto molto delicato e importante. Ed essendo arrivato a questo penoso pensiero in una condizione che la classe dei malevoli già menzionata definirebbe stato d’ebbrietà o di cotta, avvenne al signor Swiveller di scagliare il cappello in terra, e di gemere e di piangere forte per essere un orfano infelice, perchè le cose non sarebbero state com’erano, s’egli non fosse stato un orfano infelice.
– Lasciato bambino dai miei genitori, di appena qualche anno – disse il signor Swiveller, lamentando la sua dura sorte – gettato nel mondo sin dagli anni più teneri, e abbandonato alla mercè d’un nano raggiratore, chi può meravigliarsi della mia debolezza? Ecco un miserabile orfano. Ecco – disse il signor Sviweller, levando la voce al tono più alto, e guardando assonnato in giro – un miserabile orfano!
– Allora – disse qualcuno a lui da presso – che sia io vostro padre.
Il signor Swiveller si dondolò da destra a sinistra per tenersi in equilibrio, e, guardando in quella specie di nebbia che sembrava lo circondasse, finalmente vide due occhi scintillare fiocamente a traverso il vapore, che, dopo qualche tempo, osservò essere nelle vicinanze di un naso e di una bocca. Abbassando gli sguardi verso quel punto in cui, trattandosi d’una faccia umana, si trovano solitamente le gambe, osservò che alla faccia era attaccato un corpo; e quando osservò più intento riconobbe che la persona era Quilp, il quale era stato tutto quel tempo in sua compagnia, ma che Riccardo credeva vagamente aver lasciato indietro un paio di miglia.
– Avete ingannato un orfano, signore – disse con solennità il signor Swiveller.
– Io! Io vi sono un secondo padre! – rispose Quilp.
– Voi mio padre, signore! – ribattè Riccardino. – Non avendo bisogno di nessuno, signore, vi chieggo di esser lasciato solo… all’istante, signore.
– Come siete buffo! – esclamò Quilp.
– Andate, signore – ribattè Riccardino, sostenendosi a un pilastro e gesticolando con una mano – andate, ingannatore, andate; un giorno, forse, vi sveglierete dal sogno del piacere per conoscere l’ambascia degli orfani abbandonati. Volete andarvene, signore?
Siccome il nano non si curò affatto di questa intimazione, il signor Swiveller si fece innanzi con lo scopo d’infliggergli un adeguato castigo. Ma dimenticando il suo scopo o mutando di proposito prima di essere accosto a Quilp, gli afferrò la mano, giurandogli amicizia eterna, e dichiarandogli con bella franchezza che da quel momento in poi essi erano fratelli in tutto, tranne che nell’aspetto. Poi gli confidò di nuovo il suo segreto, con l’aggiunta d’un po’ di rimpianto sulla signorina Wackles, la quale, com’egli fece capire a Quilp, era la sola cagione di qualche leggera incoerenza in ciò che diceva in quel momento: non era, no, il roseo vino o altro liquido fermentato, ma la forza dell’affetto che ancora sentiva per lei.
– Io sono astuto – gli disse Quilp, nel momento della separazione – astuto come una donnola, astuto come un puzzola. Conducete Trent da me; assicurategli che gli sono amico, Benchè io tema che diffidi di me (non so perchè, giacchè non me lo merito); e tutti e due avrete fatto la vostra fortuna… in prospettiva.
– Non è consolante – rispose Riccardino. – La fortuna in prospettiva sembra tanto lontana.
– Perciò sembra più piccola della realtà – disse Quilp, prendendogli il braccio. – Non avrete alcuna idea del valore della vostra conquista, se non la vedrete da vicino. Notate le mie parole.
– Voi non lo credete? – disse Riccardino.
– Sì, lo credo; e ciò che è più, son certo di ciò che dico – rispose il nano. – Conducete Trent da me. Ditegli che sono amico suo e vostro… perchè non dovrei esservi amico?
– Certo non vi sarebbe alcuna ragione perchè non dovreste esserci amico – rispose Riccardino – e forse ve ne sono molte per dover esserci amico… almeno non vi sarebbe nulla di strano che voi aveste bisogno d’un amico… ma dovreste avere uno spirito eletto, e voi sapete che non avete uno spirito eletto.
– Io non ho uno spirito eletto? – esclamò Quilp.
– Niente affatto – rispose Riccardino. – Un uomo del vostro aspetto non potrebbe averlo. Se mai siete uno spirito, siete un cattivo spirito. Gli spiriti eletti – aggiunse Riccardino, picchiandosi il petto – hanno un aspetto molto diverso, siatene certo.
Quilp sbirciò quella lingua sfrontata con una espressione mista di scaltrezza e d’antipatia, e afferrandogli la mano quasi nello stesso istante, gli dichiarò di stimarlo molto per quella franchezza di carattere. E così si separarono; il signor Swiveller per andarsene alla meglio a casa, a digerire la cotta; Quilp a meditare sulla scoperta fatta, e ad esultare sulla ricca miniera di divertimento e di rappresaglia che gli s’era aperta dinanzi.
Non fu senza gran riluttanza e diffidenza che il signor Swiveller, la mattina appresso, con la testa dolente per i fumi del rinomato Schiedam, si condusse all’alloggio del suo amico Trent (nel tetto d’un vecchio edificio d’una vecchia locanda spettrale), per raccontargli a lentissime dosi ciò che s’era svolto il giorno innanzi fra lui e Quilp. Ma l’amico non udì il racconto senza una viva sorpresa e molto stillamento di cervello intorno ai probabili motivi che spingevano Quilp e senza, inoltre, degli amari commenti sulla balordaggine di Riccardo Swiveller.
– Non mi difendo, Rico – disse Riccardo, pentito; – ma quel gaglioffo ha dei modi così strani e tanta scaltrezza, che prima mi fece pensare se ci fosse del male a metterlo a parte della cosa e poi, mentre ci stavo pensando, me la fece svesciare. Se tu avessi bevuto e fumato come feci io, non saresti riuscito a nascondergli nulla. Egli è una salamandra, sai, ecco che è.
Senza domandare se le salamandre fossero necessariamente creature fidate, o se un uomo a prova di fuoco fosse perciò degno di fiducia, Federico Trent si buttò su una poltrona, e seppellendosi la testa nelle mani, si sforzò di scandagliare i motivi che avevano condotto Quilp a insinuarsi nella confidenza di Riccardo Swiveller; poichè era abbastanza chiaro dai fatti che Quilp aveva sollecitato la compagnia di Riccardo, allettandolo a un trattenimento, e che la rivelazione era stata estorta e non fatta spontaneamente da Riccardo.
Il nano aveva avuto, da quando Riccardo cercava qualche notizia dei fuggitivi, due incontri con lui. Questo, forse, perchè prima non s’era curato affatto di loro, era già abbastanza per suscitar dei sospetti nel seno d’un essere per natura geloso e diffidente, anche a prescindere da qualunque altro impulso di curiosità derivatogli dall’incauta condotta di Riccardo. Ma sapendo il progetto tramato fra i due amici, perchè il nano si offriva di sostenerlo? Era questo un problema più difficile a risolvere; ma giacchè in generale i furfanti ingannano se stessi con l’attribuire agli altri i propri disegni, immediatamente si presentò a Federico l’idea che qualche motivo d’irritazione fra Quilp e il vecchio, suscitato dalle loro segrete relazioni e legato forse con la improvvisa scomparsa del nonno, rendesse ora il nano assetato di vendetta, la quale non poteva esser meglio compiuta che col cercar d’insidiare il solo oggetto dell’amore e della sollecitudine del vecchio, mettendolo in una condizione da cui questi rifuggiva atterrito. Siccome lo stesso Federico Trent, senza alcun riguardo alla sorella, aveva lo stesso oggetto a cuore, subordinato soltanto alle proprie speranze di denaro, a lui parve più che probabile che esso fosse la molla principale su cui Quilp imperniava la propria azione. Una volta riconosciuto al nano un disegno proprio nel sostenerli, un disegno che avrebbe giovato al raggiungimento del loro proposito, era facile crederlo fedele e sincero nella causa da lui abbracciata. E siccome non vi poteva essere dubbio di sorta ch’egli sarebbe stato un potente e utile ausiliario, Trent risolse di accettare l’invito e di andare a casa del nano quella sera; e se le parole e gli atti di costui avessero confermato l’impressione già data, gli sarebbe stato concesso di partecipare alle fatiche dell’impresa, comune, ma non ai profitti.
Rigirate queste cose in mente e arrivato a questa conclusione, Federico comunicò a Riccardo quel tanto delle proprie meditazioni che gli parve opportuno di comunicargli (Riccardino si sarebbe accontentato anche di meno), e dandogli tutta la giornata per riaversi dai recenti eccessi di assorbimento di tabacco e di spiriti lo accompagnò la sera a casa di messer Quilp.
A vederli, Quilp fu straordinariamente lieto, o parve che fosse straordinariamente lieto; e terribilmente cortese fu Quilp con la signora Quilp e la signora Jiniwin e acutissimo fu lo sguardo che diede alla moglie nel veder che impressione le facesse la vista del giovane Trent. La signora Quilp fu, al pari della madre, non tocca, alla vista di lui, da alcuna commozione dolorosa o piacevole, ma siccome l’occhiata del marito la intimorì e la confuse, lasciandola incerta su ciò che dovesse fare o su ciò che si richiedesse da lei, il signor Quilp non esitò ad attribuire l’imbarazzo di lei alla ragione ch’egli s’era messa in mente, e gioiendo della propria penetrazione, si sentì segretamente attanagliato dai morsi della gelosia.
Ma di tutto questo non apparve nulla. Al contrario Quilp fu tutta dolcezza e soavità, e diresse la distribuzione del rum dalla vecchia bottiglia con straordinari cordialità.
– Un momento – disse Quilp. – Ora saranno a di presso due anni che ci siamo conosciuti la prima volta.
– Quasi tre, credo – disse Trent.
– Quasi tre! – esclamò Quilp. – Come passa il tempo! Anche a te, cara, sembra tanto?
– Sì, quasi tre anni, Quilp – rispose disgraziatamente la signora Quilp.
“Ah, sì, signora mia! – pensò Quilp. – Sei stata a rammaricartene, no? Benissimo, signora mia.”
– A me sembra soltanto ieri che andaste a Demerara col Maria-Anna – disse Quilp – proprio ieri, bene a me piace un po’ di follia. Sono stato anch’io folle una volta
Il signor Quilp accompagnò questa confessione con una sbirciatina così terribile, indicatrice di vecchie follie e di vecchie scappatelle, che la signora Jiniwin ne fu indignata e non potè dispensarsi dal notare, sottovoce, che egli avrebbe potuto risparmiarsi quelle confessioni in presenza della moglie; per il quale atto d’audacia e di insubordinazione il signor Quilp prima guardò la suocera sorpreso, e poi bevve cerimoniosamente alla sua salute.
– Pensavo che sareste ritornato subito, Rico. L’avevo già pensato da tempo – disse Quilp, deponendo il bicchiere. – E quando il Maria-Anna ritornò con voi a bordo, invece che con una lettera di contrizione e della vostra soddisfazione per l’impiego procacciatovi, io mi divertii… mi divertii un mondo. Ah, ah, ah!
Il giovane sorrise, ma non come se l’argomento gli andasse proprio a fagiolo; e perciò Quilp insistè.
– Io dirò sempre – ripigliò – che quando un ricco parente ha due giovani… fratelli o sorelle, o un fratello e una sorella… che dipendono da lui, ed egli s’affeziona esclusivamente a uno, e ripudia l’altro, commette un grosso errore.
Il giovane fece un movimento d’impazienza; ma Quilp continuò calmo, come se discutesse qualche questione astratta in cui nessuno dei presenti avesse il minimo interesse personale.
– È verissimo – disse Quilp – che vostro nonno allegava contro di voi atti di disubbidienza, d’ingratitudine, di dissolutezza, di stravaganza e altri molti della stessa specie; ma è anche vero che io gli dissi: “Questi sono errori comuni”. “Ma egli è un briccone” disse. “Ammetto questo” io dissi (naturalmente per amore della discussione) “molti giovani nobili e molti gentiluomini sono anch’essi bricconi!”. Ma egli non volle persuadersene.
– Strano, signor Quilp – disse sarcasticamente il giovane.
– Bene, questo feci io allora – rispose Quilp – ma egli si mostrò sempre ostinato. M’era in una certa maniera amico, ma fu sempre ostinato e cocciuto. La piccola Nella è una bella giovinetta, una affascinante giovinetta, ma voi siete suo fratello, Federico. Siete suo fratello, dopo tutto; come gli diceste l’ultima volta che lo vedeste, egli non può modificare questo stato di cose.
– Egli lo farebbe, se potesse; che Iddio lo maledica per questa e per tutte le altre sue gentilezze – disse, con impazienza, il giovane. – Ma da questo non può risultar nulla, e facciamola finita in nome del diavolo.
– D’accordo – rispose Quilp – d’accordo, per conto mio, subito. Perchè ne abbiamo parlato? Appunto per mostrarvi, Federico, che io sono stato sempre vostro amico, e mai vostro nemico; ora lo sapete? Credevate che io vi fossi contrario, e così c’è stata un po’ di freddezza fra di noi; ma è stata tutta dal vostro lato, interamente dal vostro lato. Qua di nuovo la mano, Rico.
Con la testa affondata fra le spalle, con un odioso sorriso sparso sul volto, il nano si levò in piedi e stese il braccio a traverso la tavola. Dopo aver esitato un momento, il giovane sporse il suo; e Quilp gli attanagliò le dita in una stretta che per un momento arrestò in esse la circolazione del sangue, e premendosi l’altra mano sulla bocca, con un aggrottamento di ciglia verso Riccardo che non sospettava di nulla, allentò la stretta e tornò a sedersi.
Non andò perduto questo atto per Trent, il quale, sapendo che in mano sua Riccardo era un semplice strumento e dei suoi disegni non sapeva altro che quel tanto ch’egli aveva creduto bene comunicargli, comprese che il nano si rendeva perfettamente conto della loro relativa posizione ed era penetrato a pieno nel carattere dell’amico. Questo è qualche cosa che si apprezza, anche tra furfanti. Il silenzioso omaggio di Federico alla grande finezza del nano, com’anche il sentimento di forza che potè cogliere nella sua viva percezione, spinsero il giovane verso quel tipaccio, e lo determinarono ad avvantaggiarsi del suo aiuto.
Stando ora a cuore del signor Quilp di cambiar argomento con la maggiore prontezza, per tema che Riccardo Swiveller, nella sua balordaggine, dovesse rivelar qualcosa ch’era meglio le donne non sapessero, egli propose una partita a carte in quattro; e scelti i compagni, la signora Quilp toccò a Federico Trent, e Riccardo allo stesso Quilp. Poichè la signora Jiniwin era molto appassionata al giuoco, il genero ebbe gran cura di escluderla in qualunque modo e le assegnò soltanto il compito di riempire di tanto in tanto i bicchieri dalla bottiglia di rum; ma da quel momento Quilp le tenne costantemente l’occhio addosso, per tema ch’essa riuscisse in una maniera o nell’altra a procurarsene qualche cucchiaino, facendo così soffrire alla sciagurata vecchia (che era affezionata tanto alla bottiglia quanto alle carte) in duplice grado e nella più ingegnosa maniera il supplizio di Tantalo.
Ma l’attenzione di Quilp non era solo concentrata nella signora Jiniwin, perchè parecchie altre faccende richiedevano la sua continua vigilanza. Fra le sue varie eccentriche abitudini, egli aveva l’uso divertentissimo di barare al giuoco e questo rendeva necessario da parte sua non solo un’attenzione rigorosa allo svolgimento della partita e una grande leggerezza di mano nel contare e segnare i punti, ma implicava anche la continua correzione, a furia di occhiate, di aggrottamenti della fronte e di calci sotto la tavola, di Riccardo Swiveller, il quale, meravigliato com’era dalla rapidità con cui erano chiamate le sue carte, e della velocità con cui viaggiavano sull’asse dei punti i pioletti che li segnavano, non poteva non esprimere a volta a volta la propria sorpresa e la propria incredulità. La signora Quilp, poi, era compagna del giovane Trent, e per ogni sguardo che si scambiavano e per ogni parola che si dicevano e ogni carta che giocavano, il nano aveva occhi e orecchie; ed egli non si occupava soltanto di ciò che avveniva sulla tavola, ma dei segnali che potevano esser scambiati al di sotto, per scoprire i quali esercitava ogni specie d’astuzia; pestava, inoltre, spesso i piedi della moglie per sentir se gridasse o se se ne stesse zitta sotto quell’urto, nel qual caso sarebbe stato evidente che Trent le aveva premuto i piedi prima. Pure, nel colmo di tutte queste occupazioni, un occhio era sempre fisso sulla vecchia, la quale se anche di soppiatto riusciva ad allungare un cucchiaino da tè verso un bicchiere vicino (atto ch’ella tentava spesso) con lo scopo di sottrarle un semplice sorso del dolce liquore ne veniva impedita dalla mano di Quilp che soleva rovesciarlo nello stesso momento del trionfo di lei, e dalla voce motteggiatrice di Quilp che la supplicava di aver cura della sua preziosissima salute. E in nessuno dei suoi numerosi compiti, dal primo all’ultimo, Quilp esitò mai o vacillò.
Infine, quand’ebbero giocate molte partite e attinto con molta larghezza alla bottiglia di rum, il signor Quilp invitò la moglie ad andarsene a letto. La moglie obbedì e fu seguita dalla madre indignata, e allora il signor Swiveller si mise a dormire. Il nano, chiamando con un cenno il compagno superstite all’altro capo della stanza, tenne con lui sottovoce una breve conferenza.
– È bene non dire di più di quanto è indispensabile al nostro degno amico – disse il nano, con una smorfia all’indirizzo di Riccardino addormentato. – È un affare fra noi due, Rico? Egli sposerà subito la piccola Nella?
– Naturalmente, voi obbedite a uno scopo vostro? – rispose l’altro.
– Sì, naturalmente, caro Rico – disse il nano, sogghignando nel pensare quanto quegli fosse lontano nel sospettare il vero. – Forse è rappresaglia; forse è capriccio. Io ho la forza, Rico, di aiutarvi o di contrastarvi. In qual modo la userò? In quale piatto della bilancia debbo metterla?
– Gettatela nel mio, allora – disse Trent.
– È fatto, Rico, – soggiunse Quilp, stendendo il pugno e poi aprendolo, come se ne facesse cader qualcosa. – Da questo momento è nel piatto, e lo fa pendere dalla vostra parte, Rico. Ricordatevi di questo.
– Dove sono andati? – chiese Trent.
Quilp scosse il capo, e disse che quel punto si doveva, ancora scoprire, ma che, facilmente, poteva farsi. Allora, essi avrebbero cominciato i loro approcci preliminari. Egli avrebbe visitato il vecchio, o avrebbe potuto visitarlo anche Riccardo Swiveller, e col fingere un grande interessamento per lui, e col supplicarlo di stabilirsi in qualche buona abitazione, si sarebbe fatto in modo che la giovinetta avrebbe guardato Riccardo con riconoscenza e simpatia. A questo punto, non sarebbe stato difficile, in un anno o due, conquistarla, perchè ella supponeva che il vecchio fosse povero, giacchè questa era una parte del contegno diffidente del vecchio (in comune con molti altri avari), di finger d’esser povero con quelli che gli stavano intorno.
– Egli l’ha finto spesso anche con me, recentemente – disse Trent.
– Oh, e anche con me! – rispose il nano. – Cosa che è più straordinaria ancora, perchè io so quanto realmente possiede.
– Immagino che lo dovete sapere – disse Trent.
– Credo di saperlo veramente – soggiunse il nano; e in questo, almeno, diceva la verità.
Dopo un altro po’ di parole bisbigliate, ritornarono alla tavola, e il giovane, svegliando Riccardo Swiveller, lo informò che dovevano andarsene. Questa fu una buona notizia per Riccardino, che si levò immediatamente. Dopo un po’ di parole fiduciose sul risultato del loro progetto, essi dissero buona notte al signor Quilp, che sogghignava.
Quilp corse alla finestra mentre essi passavano giù nella strada, e si mise ad ascoltare. Trent pronunciava un elogio della moglie, e si domandavano entrambi per quale incantesimo mai ella fosse stata indotta a sposarsi un miserabile deforme come lui. Il nano, dopo aver seguito, col più tristo sorriso che mai gli si fosse allargato sul grugno, le loro ombre che si dileguavano, se ne andò al buio silenziosamente a letto.
Durante la trama del loro progetto, nè Trent nè Quilp avevano un pensiero al mondo per la felicità o la infelicità della povera candida Nella. Sarebbe stato strano se lo scapestrato che doveva esser soltanto lo strumento del nano e di Federico fosse stato molestato da considerazioni di tal fatta; poichè l’opinione che aveva delle proprie qualità e dei proprî meriti gli metteva il progetto nella luce più favorevole; e se pure si fosse un momento concentrato in sè stesso, cosa che non faceva mai, avrebbe – giacchè era un bruto soltanto nella soddisfazione dei proprî appetiti – addormentato la voce della coscienza, dicendosi ch’egli non intendeva battere o uccidere la moglie e che perciò, tutto ben ponderato, non sarebbe potuto riuscire che un ottimo e desiderabilissimo marito.

XXIV.

Soltanto quando furono spossati e non poterono più mantenere il passo con cui erano fuggiti dal campo delle corse, il vecchio e la fanciulla si arrischiarono a fermarsi, a sedersi e a riposarsi sul limite d’un boschetto. Ivi, benchè non si scorgesse più l’ippodromo, si poteva ancora distinguere il suono delle grida lontane, il brusìo delle voci e il rullo dei tamburi. Inerpicandosi sul poggio che stava di fronte al luogo dal quale erano fuggiti, la fanciulla potè ancora discernere lo svolazzìo delle bandiere e i tetti bianchi delle baracche; ma nessuno si avvicinava verso di loro, e il punto della loro sosta era tranquillo e solitario.
Qualche tempo passò prima ch’ella potesse rassicurare il compagno tremante e infondergli un certo grado di calma. Con la sua immaginazione sregolata il vecchio si rappresentava una schiera d’inseguitori invisibili nascosti negli arbusti, annidati in ogni fosso, in vedetta sui rami di ogni albero che stormiva. Egli era invaso dalla paura di esser condotto prigioniero in qualche fossa segreta dove sarebbe stato incatenato e flagellato, e peggio ancora, dove Nella non avrebbe potuto più vederlo, tranne che a traverso le sbarre di ferro e le inferriate infisse nel muro. I suoi terrori commovevano la fanciulla. Il più gran male ch’ella poteva temere era una separazione dal nonno; e parendole in quel momento che dovunque fossero andati sarebbero stati inseguiti, e che non sarebbero rimasti al sicuro che nascondendosi, si sentì il cuore mancare e il coraggio venirle meno.
In un essere così giovane, e così nuovo alle scene in cui s’era ultimamente trovato, non può sorprendere uno sgomento simile. Ma spesso la natura chiude in deboli petti prodi e nobili cuori – più spesso, Dio la benedica, in petti femminili – e quando la fanciulla, chinando gli occhi lagrimosi sul vecchio, pensò alla sua debolezza, al suo assoluto abbandono se ella gli fosse venuta a mancare, si sentì crescere il cuore, e si animò di nuova forza e di nuova energia.
– Noi siamo assolutamente al sicuro, ora, e proprio non abbiamo nulla da temere, caro nonno – ella disse.
– Nulla da temere! – rispose il vecchio. – Nulla da temere, se mi conducessero lontano da te! Nulla da temere, se ci separassero! Nessuno si cura di me. No, nessuno. Neppure Nella!
– Ah! non dir così – rispose la fanciulla – perchè nessuno mai t’ebbe più a cuore di me, e con più ardore. E so che tu non lo dici sul serio.
– Allora come – disse il vecchio, guardando ansiosamente in giro – allora come puoi pensare che siamo al sicuro, quando mi cercano da per tutto, e possono arrivar qui e assaltarci, anche mentre parliamo?
– Perchè son certa che non siamo stati seguiti – disse la fanciulla. – Giudica da te stesso, caro nonno; guarda in giro, e vedi che quiete e che tranquillità. Non stiamo al sicuro! Potrei essere così serena… fui mai così serena quando qualche pericolo ti minacciava?
– È anche vero – egli rispose, stringendole la mano, ma sempre guardando in giro con occhi ansiosi. – Che rumore c’è?
– Un uccello – disse la fanciulla – che è volato nel bosco e che ci indica la via che dobbiam seguire. Ricordi che dicevamo che avremmo girato per i boschi e per i prati e lungo le rive dei fiumi, e come saremmo stati felici… te ne ricordi? Ma ecco che, mentre il sole splende su di noi, e tutto è così lucente e lieto, noi ce ne rimaniamo qui malinconici a perdere il tempo. Vedi che bel sentiero; e guarda l’uccello… lo stesso uccello… che ora vola su un altro albero, e si mette a cantare. Su!
– Quando si alzarono da terra, e presero l’ombroso sentiero che conduceva a traverso il bosco, ella s’avviò innanzi, stampando le sue sottili impronte nel musco, che si moveva elastico sotto la lieve pressione, e la restituiva come gli specchi fanno del respiro; e così attrasse il vecchio, con molte occhiate all’indietro e con molti allegri cenni, ora indicando leggermente qualche uccellino solitario che s’era appollaiato e cinguettava su un ramo a traverso il sentiero, ora fermandosi ad ascoltare i canti che rompevano il silenzio beato, o guardando il sole che tremava nelle foglie, e filtrando fra i tronchi coperti di edera di grossi alberi annosi, spiegava lunghe strisce di luce. Quando essi continuarono ad andare, separando i rami che s’intrecciavano sul loro passaggio, la serenità in principio simulata dalla fanciulla penetrò a poco a poco veramente in entrambi; il vecchio non si voltava più a guardare impaurito, ma si sentiva calmo e lieto; perchè quanto più innanzi si spingevano nell’ombra profonda e verde, tanto più sentivano dominarvi il sereno spirito divino e circondarli della sua pace.
Finalmente il sentiero, che si fece più agevole e meno intricato, li condusse all’estremità del bosco, e in una larga strada. Traversatala per un certo tratto, giunsero innanzi a un viottolo così ombreggiato dagli alberi dall’uno e dall’altro lato che i rami s’intrecciavano al di sopra e formavano una lunga, angusta galleria. Un pilastro rotto annunciava che si andava in un villaggio a tre miglia lontano; e colà decisero di volgere i passi.
Le miglia sembrarono così lunghe che una volta pensarono d’aver smarrita la via; ma, infine, con molta gioia videro che la strada conduceva verso una ripida discesa fra due scarpate sulle quali si arrampicavano dei sentieruzzi; e il gruppo di case del villaggio fece capolino dalla conca boscosa al di sotto.
Era una terricciola. Gli uomini e i ragazzi giocavano alla palla sull’erba, e siccome tutti gli altri abitanti assistevano al gioco, il vecchio e la fanciulla vagarono su e giù, non sapendo dove cercare qualche umile alloggio. V’era soltanto un vecchio in un orticello innanzi ad una casetta, e non si sentivano il coraggio di rivolgersi a lui, perchè egli era il maestro di scuola, e “Scuola” era scritto in alto, alla finestra, in lettere nere su una tavola bianca. Egli era pallido, dall’aspetto semplice, dall’abito povero e stremenzito, e sedeva tra i fiori e gli alveari, fumando la pipa entro il portichetto accanto alla porta.
– Parlagli, cara – bisbigliò il vecchio.
– Ho quasi paura di disturbarlo – disse timidamente la fanciulla. – Sembra ch’egli non ci vegga. Se aspettiamo un po’, forse guarderà da questa parte.
Aspettarono, ma il maestro di scuola non guardava da quella parte, e continuava a sedere, pensoso e tacito, nel portichetto. Aveva un viso bonario. Nel suo modesto vestito nero, aveva l’aspetto pallido ed emaciato. Essi immaginarono anche intorno a lui e alla sua casetta un’aria di abbandono, ma per la ragione forse che gli altri formavano un’allegra compagnia raccolta sull’erba, ed egli sembrava l’unica persona lasciata sola in tutto il villaggio.
Essi erano stanchi, e la fanciulla sarebbe stata abbastanza ardita da rivolgersi anche a un maestro di scuola, se non avesse visto nelle maniere di lui qualche cosa che indicava disagio o ambascia. Mentre se ne rimanevano esitanti a qualche distanza, notarono che ogni tanto il maestro appariva come se fosse assorto in una triste fantasticheria, che poi metteva da parte la pipa e faceva un po’ di giri nel giardino, che si avvicinava al cancelletto e guardava verso il verde, e che quindi ripigliava la pipa con un sospiro, e si sedeva pensoso come prima.
Come non si vedeva nessun altro e intanto calava la sera, Nella finalmente si fece coraggio, e appena vide il maestro riprender la pipa e sedersi, s’avventurò ad avvicinarglisi, conducendo il nonno per mano. Il leggero rumore ch’essi fecero sollevando il saliscendi del cancelletto, attrasse l’attenzione del maestro, che guardò verso di loro con aria cortese, ma anche alquanto delusa, scotendo leggermente il capo.
Nella fece un inchino, e gli disse che erano poveri viaggiatori in cerca d’un rifugio per la notte, con l’intenzione naturalmente di pagare per quanto lo permettevano i loro mezzi. Il maestro di scuola la guardò grave, mise da parte la pipa, e si levò immediatamente.
– Se potete indicarci qualche luogo, signore, – disse la fanciulla – vi saremmo proprio riconoscenti.
– Voi avete camminato molto – disse il maestro di scuola.
– Molto, signore – rispose la fanciulla.
– Siete una giovane viaggiatrice, figlia mia – egli disse carezzandole la testa. – La vostra nipotina amico?
– Sì, signore – esclamò il vecchio – e il sostegno e il conforto della mia vecchiaia.
– Entrate – disse il maestro di scuola.
Senz’altri preliminari li condusse nella piccola aula della scuola, che era insieme salotto e cucina, e disse loro che fino alla mattina sarebbero stati i benvenuti sotto il suo tetto. Prima che avessero finito di ringraziarlo, sparse una rozza tovaglia bianca sulla tavola, e vi mise piatti e coltelli; poi, portando del pane, della carne fredda e un boccale di birra, li invitò a mangiare e a bere.
La fanciulla, sedendosi, diede uno sguardo in giro nella stanza. V’erano due panche, incise e tagliuzzate e macchiate tutte d’inchiostro; una piccola cattedra di legno rozzo elevata su quattro gambe, dove certo si sedeva il maestro, un po’ di libri con gli angoli accartocciati su uno scaffale alto; e, accanto ai libri, una collezione varia di trottole, palle, aquiloni, lenze, palline, mele addentate, e altri oggetti confiscati ai monelli disattenti. Appese a degli uncini sulla parete, in tutto il loro terrore, erano la verga e la sferza; e accanto ad esse, su uno speciale scaffaletto, il berretto dell’asino, fatto di vecchi giornali e di ostie fiammanti della maggiore dimensione. Ma alle pareti il più bell’ornamento era dato da certe sentenze morali elegantemente copiate in una bella scrittura rotonda e da ben eseguite operazioni di semplici addizioni e moltiplicazioni, senza dubbio della stessa mano e abbondantemente spiegate intorno intorno alla stanza, col duplice scopo, a quanto pareva, di testimoniare dell’eccellenza della scuola e di accendere una degna emulazione nel seno degli scolari.
– Si – disse il vecchio maestro di scuola, osservando che l’attenzione della fanciulla era stata attratta da quei modelli. – È una bella scrittura, cara.
– Molto bella, signore – rispose umilmente la fanciulla. – È vostra?
– Mia – egli rispose, cavando gli occhiali e mettendoseli per goder meglio dei trionfi così cari al suo cuore. – Io non saprei scrivere così, oggi. No. Questi saggi son tutti d’una mano; una manina non ancora dell’età tua, ma abilissima.
Dicendo così, il maestro vide una piccola macchia di inchiostro schizzata su uno dei saggi di calligrafia; allora cava di tasca un temperino, e adergendosi contro il muro, accuratamente la raschiò. Quand’ebbe finito, indietreggiò lentamente dallo scritto, ammirandolo come si può contemplare un bel quadro, ma con tanta tristezza nella voce e nei modi, che, pur senza conoscerne la ragione, la fanciulla ne fu commossa.
– Davvero una manina – disse il povero maestro di scuola. – Molto al di sopra di tutti i suoi compagni, nello studio e nei giuochi… come mai mi prese a voler così bene? Non c’è da meravigliarsi che io dovessi voler bene a lui, ma che lui dovesse voler bene a me… – E a questo punto il maestro di scuola s’interruppe, e si tolse gli occhiali per asciugarli, come se si fossero appannati.
– Spero che non ci sia nulla di male, signore – disse Nella, ansiosa.
– Non molto, mia cara – rispose il maestro di scuola – Avevo sperato di vederlo giocare sull’erba, stasera. Egli era sempre il primo di tutti. Ma ci sarà domani.
– È stato malato? – chiese la fanciulla, con una pronta simpatia giovanile.
– Non molto. M’han detto che ieri delirava, povero ragazzo, e anche l’altro ieri. Accade così con quella malattia; non è un cattivo segno… niente affatto un cattivo segno.
La fanciulla taceva. Egli andò sulla soglia, e guardò malinconicamente fuori. Si raccoglievano le ombre della notte e tutto era calmo.
– Se egli potesse appoggiarsi sul braccio di qualcuno, verrebbe da me, lo so – disse tornando nella stanza. – Veniva sempre nel giardino a darmi la buona sera. Ma forse la sua malattia ha cominciato da poco ad esser meno grave, ed è troppo tardi e, con tutto questo umidaccio, non può uscire. Molto meglio che stasera non si faccia vedere.
Il maestro di scuola accese una candela, accostò l’imposta della finestra al davanzale, e andò a chiudere la porta. Ma dopo aver fatto questo, ed esser rimasto seduto per un po’ in silenzio, si prese il cappello, e disse, pregando Nella di aspettarlo, che sarebbe andato a informarsi. La fanciulla disse di sì, ed egli andò fuori.
Ella stette lì mezz’ora e più, e il luogo le parve strano e solitario, poichè aveva persuaso il nonno ad andarsene a letto, e non si udiva che il tic-tac d’un vecchio pendolo e il sibilo del vento fra gli alberi. Quando ritornò, il maestro andò a sedersi nell’angolo del caminetto, ma rimase per lungo tempo silenzioso. Infine si volse a lei, e parlandole soavemente, le raccomandò di dire quella sera una preghiera per un fanciullo malato.
– Il mio scolaro prediletto! – disse il povero maestro di scuola, fumando la pipa che aveva dimenticato di accendere, e girando lo sguardo malinconico sulle pareti. – È una manina che ha fatto tutto questo, ed è consumata dalla malattia. Una manina, una manina!

XXV.

Dopo il buon riposo d’una notte, sotto un tetto di paglia, in una camera che sembrava avesse ospitato per alcuni anni il becchino, il quale l’aveva recentemente abbandonata per avere la moglie e una casetta propria, la fanciulla si levò presto la mattina e discese nella stanza dove aveva cenato la sera innanzi. Siccome il maestro di scuola s’era già alzato ed era uscito, ella si affaccendò a ordinarla e a riassettarla, e aveva appena finito, che il gentile ospite ritornò.
Egli la ringraziò molte volte, e disse che la vecchia donna che di solito attendeva a quei servizî, era andata ad assistere il piccolo scolaro di cui le aveva parlato la sera. La fanciulla gli chiese come stesse, sperando che avesse migliorato.
– No – soggiunse il maestro, scotendo tristemente il capo – non sta meglio. Dicono che stia peggio.
– Mi dispiace molto, signore – disse la fanciulla. Il povero maestro di scuola parve compiaciuto della maniera grave di lei, ma pur messo in maggior ansia, perchè aggiunse, in fretta, che i paurosi spesso esagerano un male e se lo immaginano più grande di quel che è. – Da parte mia – disse nel suo tono tranquillo e paziente – spero di no. Non credo ch’egli stia peggio.
La fanciulla gli chiese il permesso di preparare la colazione, ed essendo disceso il nonno, vi presero parte tutti e tre. In quel frattempo l’ospite osservò che il vecchio sembrava molto stanco, e che evidentemente aveva bisogno di riposo.
– Se il viaggio che dovete fare è lungo – disse – e potete differirlo d’un giorno, sarò molto lieto se passerete un’altra sera qui. Sul serio, amico.
Vide che il vecchio, incerto se accettare o no l’offerta, guardava Nella; e allora soggiunse:
– Sarò lieto d’avere per un giorno con me la vostra piccola compagna. Se voi potete fare la carità a un uomo solitario, e riposarvi nello stesso tempo, rimanete. Se dovete continuare il vostro viaggio, che Iddio vi accompagni e io farò un pezzo di strada con voi prima che incominci la scuola.
– Che dobbiamo fare, Nella? – disse il vecchio, irresoluto. – Dimmi che dobbiamo fare, cara.
Non ci volle molto per indurre la fanciulla a rispondere che era meglio accettare l’invito e rimanere. Essa fu felice di mostrare la sua gratitudine al gentile maestro di scuola con l’attendere a quelle piccole faccende domestiche di cui la piccola abitazione abbisognava. Quand’ebbe finito, ella prese un lavoro d’ago dal panierino, e si sedè su uno sgabello accanto alla finestra, dove si allacciavano i rami del caprifoglio, esalando nella stanza il loro profumo delicato. Il nonno pigliava il sole al di fuori, respirando la fragranza dei fiori, e guardando pigramente le nuvole cullate dal leggero vento d’estate. Quando il maestro di scuola, dopo aver messo le due panche in ordine, si mise al suo posto, preparandosi per la lezione, la fanciulla, temendo d’essere d’impaccio, propose d’andarsene nella sua camera. Ma egli non volle permetterlo, e siccome pareva non gli dispiacesse d’averla lì, ella vi rimase, occupandosi del suo lavoro.
– Avete molti scolari, signore? – ella chiese.
Il povero maestro di scuola scosse il capo, e disse che riempivano appena le due panche.
– Sono bravi anche gli altri, signore? – disse la fanciulla, guardando i trofei sulla parete.
– Dei buoni ragazzi – rispose il maestro di scuola – dei ragazzi abbastanza buoni, cara, ma non saranno mai capaci di far tanto.
Apparve alla porta un ragazzino dalla testa chiara col viso abbronzato dal sole; si fermò sulla soglia per fare un rustico inchino, entrò e si andò a sedere su una delle panche. Il ragazzino dalla testa chiara si aprì un libro tutto cincischiato sulle ginocchia, e ficcandosi le mani nelle tasche cominciò a contare le palline di cui le aveva piene, spiegando nell’espressione del viso una notevole capacità di astrarsi completamente dalla lettura sulla quale erano fissati gli occhi. Subito dopo si precipitò dentro un altro ragazzino dalla testa chiara, e dopo di lui un ragazzo dalla testa rossa, e poi altri due con la testa chiara, e poi uno dal cranio di lino, e così via, finchè le panche non furono occupate a un di presso da una dozzina di ragazzi, con teste di ogni colore meno il grigio, dell’età di quattro anni fino a quattordici e più, perchè le gambe del più piccino, quando era seduto sulla panca erano assai lontane dal pavimento, e il maggiore, un grosso lasagnone, era di circa mezza testa più alto del maestro di scuola.
All’estremità della prima panca – il posto di onore della scuola – era la sede vuota del piccolo scolaro malato, e nella fila dei pioli sui quali quelli che entravano solevano sospendere i cappelli o i berretti, il primo era rimasto vuoto. Nessun ragazzo tentava di violare la santità di quel posto o di quel piolo; ma molti guardarono dagli spazî vuoti al maestro di scuola, e bisbigliarono dietro la mano qualcosa al loro ozioso vicino.
Allora cominciò il ronzìo delle lezioni che si ripassavano e s’imparavano a mente, la beffa bisbigliata e il giuoco furtivo, e tutto il chiasso e il cicalìo della scuola; e in mezzo a quel mormorìo sedeva il povero maestro, la stessa immagine della mitezza e della semplicità, che tentava invano di fissar la sua attenzione sul dovere quotidiano e di dimenticare il suo piccolo amico. Ma la noia del suo ufficio gli rammentava con maggior vivezza lo scolaro volonteroso, e che anche lui vagava con la mente lontano dagli scolari… era evidente.
Nessuno lo indovinò meglio dei ragazzi più svogliati, i quali, fatti arditi dall’impunità, diventavano sempre più rumorosi e più indisciplinati, giocando a pari e dispari sotto gli occhi dell’insegnante, mangiando apertamente mele senza alcuna esitazione, pizzicandosi a vicenda per scherzo o per malignità senza la minima riserva, e incidendo i loro autografi perfino sulle gambe della cattedra. Il ciuco impacciato, che se ne stava lì accanto a dire la lezione, non guardava più il soffitto per cercarvi le parole dimenticate, ma s’avvicinava un po’ più al gomito del maestro e gettava arditamente un’occhiata alla pagina; il buffone della compagnia storceva gli occhi e faceva delle smorfie (al più piccino naturalmente), senza nascondersi la faccia col libro, e gli spettatori deliziati manifestavano liberamente il loro piacere. Se per caso il maestro si riscoteva e sembrava accorgersi di ciò che avveniva, il chiasso cessava per un momento, e nessun occhio incontrava i suoi che non avesse uno sguardo attento e profondamente umile; ma l’istante che egli si distraeva, il rumore ricominciava da capo, e dieci volte più forte di prima.
Oh, come alcuni di quegli svogliati ardevano d’essere al di fuori, e come guardavano la porta aperta e la finestra quasi meditassero di precipitarsi impetuosamente all’aperto, per tuffarsi nei boschi ed esser ragazzi selvaggi e barbari da quell’ora in poi! Che pensieri ribelli vòlti alla fresca corrente e a qualche ombroso angolo da bagnarvisi, sotto i salici che immergevano i rami nell’acqua, continuavano a tentare e a spronare quel grosso ragazzo che, col collo della camicia sbottonato e allargato più che si poteva, si stava sventolando la faccia in sudore col libro di lettura, augurandosi d’essere una balena, o un pesciolino, o una mosca, tranne che uno scolaro in quel giorno di calore e d’afa! Calore! Chiedete a quell’altro ragazzo, che essendo vicino alla porta ha avuto il modo di svignarsela fuori nel giardino e di far sbellicare dalle risa i compagni tuffando la faccia nel secchio del pozzo e poi rotolandosi sull’erba – chiedetegli se v’è mai stato un giorno come quello, in cui perfino le api si tuffavano fino in fondo nel calice dei fiori e ci si fermavano, come col proposito di ritirarsi dagli affari e di non fabbricare più miele. Quello era il giorno del dolce far niente, di sdraiarsi supino nel verde e di fissar gli occhi al cielo finchè il suo splendore non li costringesse a chiudersi e ad addormentarsi; e invece bisognava intristire sui libri muffiti, in una stanza buia, beffati e dispregiati dallo stesso sole! Una mostruosità!
Nella sedeva accanto alla finestra, occupata col suo lavoro, ma pure attenta a tutto quello che avveniva, per quanto talvolta timorosa di tutti quei ragazzi chiassoni. Finite le lezioni, incominciò la scrittura, e non essendovi che un tavolo, quello del maestro, ciascun ragazzo andò a sedervisi a turno e ad affaticarvisi con le sue zampe di gallina, mentre l’insegnante passeggiava su e giù. Fu quella un’ora più calma; perchè egli andava a guardare sulla spalla di colui che scriveva, ammonendolo dolcemente di osservare come fosse fatta la curva di certa lettera in un certo saggio sulla parete, lodando certo profilo qui e una certa asta lì, ed esortandolo di prenderli a modello. Poi si fermava a narrare ciò che aveva detto il ragazzo infermo la sera innanzi, e come aveva desiderato d’essere fra di loro ancora una volta; e c’era tanta gentilezza e tanto affetto nelle maniere del povero maestro di scuola, che i ragazzi sembravano proprio pentiti di averlo tanto disturbato, e se ne stavano perfettamente cheti, non mangiando più mele, non incidendo nomi, non dando pizzicotti, non facendo smorfie, per almeno due minuti di seguito.
– Penso, ragazzi – disse il maestro di scuola quando l’orologio battè le dodici – di darvi straordinariamente una mezza vacanza questo pomeriggio.
A questa notizia, condotti e capitanati dal lasagnone, essi cacciarono un gran grido, in mezzo al quale il maestro fu visto parlare, ma non potè essere udito. Ma come stese la mano per accennare che desiderava che facessero silenzio, essi, appena il più chiassone di tutti non ebbe assolutamente più fiato, furono abbastanza obbedienti da tacere.
– Prima mi dovete promettere – disse il maestro scuola – che non farete baccano, o almeno, se lo farete, che andrete lontano… lontano dal villaggio, dico. Son sicuro che non disturberete il vostro amico e compagno.
Vi fu un mormorìo generale (e forse molto sincero, perchè non erano che dei ragazzi) di promessa; e il lasagnone, forse con la stessa sincerità degli altri, chiamò quelli che gli stavano intorno a testimoni ch’egli aveva gridato piano.
– Allora vi prego di non dimenticare, miei cari scolari – disse il maestro di scuola – ciò che vi ho chiesto e lo riterrò come un favore fatto a me. Siate più che potete felici, e non dimenticate di aver la fortuna della salute. Addio a tutti!
“Grazie, signor maestro”, “Addio, signor maestro”, furono detti molte volte in una gran varietà di voci; e i ragazzi uscirono pian piano e senza baccano. Ma splendeva il sole e cantavano gli uccelli, come splende il sole e cantano gli uccelli solo nelle vacanze e nelle mezze vacanze; gli alberi agitavano le braccia invitando i ragazzi liberati ad arrampicarsi e ad appollaiarsi fra i loro rami fronzuti; il fieno li sollecitava di andare a sparpagliarlo all’aria pura; il frumento verde accennava soavemente verso il bosco e il fiume; il terreno piano, reso ancora più piano dalla fusione delle luci e delle ombre, li invitava alle corse e ai salti e alle lunghe passeggiate Dio sa dove. Tutto questo era più di quanto un ragazzo potesse sopportare; e con un gioioso urlo tutto il branco si diede pazzamente a correre e a spargersi all’ingiro schiamazzando e ridendo.
– È naturale, grazie al Cielo! – disse il povero maestro, seguendoli con l’occhio. – Son molto lieto che non mi obbediscano!
È difficile, però, piacere a tutti, come la maggior parte di noi avrebbe saputo scoprire da sè, anche senza la favola scritta con questa morale; e nel corso di quel pomeriggio parecchie mamme e zie degli scolari fecero capolino per esprimere all’insegnante la loro completa disapprovazione per quello che aveva fatto. Alcune si limitarono a cenni d’allusione, domandando cortesemente che giorno in lettere rosse o che santo portasse il calendario; altre (le più profonde politiche del villaggio) sostennero che concedere una mezza vacanza in una occasione meno solenne della nascita del monarca fosse una mancanza di riguardo al trono e un’offesa all’altare; ma la maggioranza espresse il suo dispiacere per motivi privati e in termini più franchi, dicendo che mettere gli scolari a quella ridotta razione di scienza fosse nient’altro che un atto di decisa ruberia e frode; e una donna, accorgendosi che non riusciva ad accendere o irritare il pacifico insegnante parlando con lui, se ne uscì con un balzo fuori e per mezz’ora stette sotto la finestra con un’altra donna, dicendo che naturalmente egli avrebbe dedotto quella mezza vacanza dall’onorario settimanale, se non avesse voluto veder formarglisi un movimento di opposizione: non mancavano i fannulloni in quel paese (e qui la vecchia levò la voce), e quelli ch’erano tanto fannulloni da non saper fare neppure i maestri di scuola presto avrebbero veduto che c’erano delle brave persone loro superiori, le quali li avrebbero fatti rigar dritti. Ma tutti questi rimproveri e queste allusioni non riuscirono a cavare una sillaba dal mite maestro di scuola che sedeva con la fanciulla al fianco, un po’ più abbattuto forse, ma senza parlare e senza lamentarsi.
Verso sera una vecchietta apparve ansante nel giardino, e incontrando il maestro di scuola alla porta, gli disse di andar subito a Dame West, anzi di corrervi prima di lei. Egli era sul punto d’uscire per una passeggiatina con la fanciulla, e senza lasciarle la mano, il maestro di scuola si affrettò fuori la porta, lasciando che la messaggera lo seguisse alla meglio.
Essi si fermarono innanzi alla porta d’una casetta, e il maestro vi picchiò pian piano. Fu aperto senza indugio. Entrarono in una stanza, dove un crocchio di donne era raccolto intorno a una più anziana delle altre, che piangeva angosciata e si torceva le mani, dondolandosi sulla sedia.
– Ah, signora! – disse il maestro di scuola avvicinandosi. – Sta così male?
– Se ne muore! – esclamò la vecchia. – Il mio nipotino sta morendo. Tutto per cagion vostra. Non lo dovreste vedere ora, se non fosse così aggravato. Ecco a che l’ha portato la sua istruzione. Povera me, povera me, che debbo fare!
– Non dite che la colpa è mia – rimostrò il buon maestro di scuola. – Io non sono offeso, signora. No, no. Il dolore vi fa dire quello che non volete, ne sono certo.
– È così – rispose la vecchia – è così. Se non si fosse affannato sui libri per paura di voi, egli certo ora sarebbe stato allegro e in buona salute.
Il maestro di scuola guardò in giro le altre donne come per supplicare qualcuna di dire una buona parola per lui, ma esse scossero la testa, e mormorarono l’una con l’altra di non aver mai creduto che l’istruzione fosse una cosa buona, e che di quello erano convinte. Senza dire una parola di risposta, o dar loro uno sguardo di rimprovero, egli seguì con Nella la vecchia che era andata a chiamarlo (e che ora l’aveva raggiunto) in un’altra camera, dove il suo piccolo amico, semivestito, stava allungato sul letto.
Egli era un ragazzino; assolutamente un bambino. I capelli gli pendevano in riccioli intorno al viso, e aveva gli occhi luminosi; ma la loro luce era celeste, non terrena. Il maestro si sedette accanto al letto, e chinandosi sul guanciale, lo chiamò bisbigliando. Il ragazzo diede un balzo, gli gettò le braccia consunte intorno al collo, chiamandolo il suo caro, gentile amico.
– Credo d’esserlo sempre stato. Dio sa che la mia intenzione era questa – disse il povero maestro di scuola.
– Chi è questa? – disse il ragazzo, scorgendo Nella. – Temo di baciarla, per timore di darle il mio male. Ditele di stringermi la mano.
La fanciulla, che singhiozzava, gli s’avvicinò, e prese la languida manina del ragazzo nelle proprie. Dopo un po’, allentando la mano, il ragazzo infermo fece seder di nuovo il maestro di scuola.
– Ricordi il giardino, Enrico – bisbigliò il maestro, ansioso di scuoterlo, poichè un senso di pesantezza si raccoglieva sul fanciullo – e come soleva esser bello la sera? Devi far presto per vederlo di nuovo, perchè credo che anche i fiori abbiano il desiderio di vederti e che siano molto meno lieti d’una volta. Verrai presto, caro, prestissimo… non è vero?
Il ragazzo sorrise debolmente – tanto, tanto debolmente – e mise la mano sulla testa grigia del vecchio amico. Mosse anche le labbra, ma non ne uscì una voce; no, non un suono. Nel silenzio che seguì, il brusìo delle voci lontane portate dall’aria della sera entrava per la finestra aperta.
– Chi è? – disse l’infermo, aprendo gli occhi.
– I ragazzi che giocano sul piazzale.
Egli prese un fazzoletto dal guanciale, e provò ad agitarlo sulla testa. Ma il debole braccio cadde spossato.
– Lo faccio io? – disse il maestro di scuola.
– Per piacere, agitatelo alla finestra – rispose debolmente l’infermo. – Legatelo all’inferriata. Alcuni lo vedranno. Forse penseranno a me, e guarderanno da questa parte.
Egli levò la testa, e guardò il fazzoletto sventolante al maglio della palla in ozio, che stava con la lavagna e il libro e gli altri oggetti infantili su un tavolo nella camera. E poi si mise a giacere ancora una volta, domandando se ci fosse la fanciulla, perchè egli non la vedeva.
Ella si fece innanzi e strinse la mano che giaceva inerte sulla coltre. I due vecchi amici e compagni – perchè erano compagni, sebbene l’uno fosse uomo e l’altro fanciullo – si tennero in un lungo abbraccio, e poi il piccolo scolaro volse il viso al muro e si addormentò.
Il povero maestro di scuola continuò a sedere allo stesso posto, tenendo la fredda manina nella sua, e scaldandola. Era la mano d’un cadaverino. Egli lo sentiva; e pure continuava a scaldarla, non avendo il coraggio di abbandonarla.

XXVI.

Nella si ritrasse angosciata da quel letto di morte, e tornò col maestro sotto il tetto ospitale. Nel mezzo del suo dolore e delle sue lagrime, fu pure abbastanza accorta da nasconderne al vecchio il vero motivo, perchè anche il morticino era un nipote e non lasciava che una vecchia parente a piangere la sua prematura scomparsa. Se n’andò cheta cheta a letto appena potè, e come fu sola, diede libero sfogo all’ambascia di cui era piena. Ma la triste scena alla quale aveva assistito le aveva dato pure un insegnamento di soddisfazione e di gratitudine: di soddisfazione per la sorte che le conferì il dono della salute e della libertà, di gratitudine perchè ella era risparmiata al solo parente e amico a cui voleva bene, e poteva vivere e muoversi in un mondo tanto bello, mentre tante giovani creature. – giovani al pari di lei e al pari di lei piene di speranza – erano abbattute e ingoiate dalle tombe. Quanti tumuli in quel vecchio cimitero dove era capitata recentemente verdeggiavano su tombe di bambini! Benchè pensasse da bambina, e forse non considerasse sufficientemente quale vita di splendore e di beatitudine s’aprisse a quelli che morivano giovani, e come nella loro sorte sfuggissero al dolore di veder morir gli altri intorno a loro, accompagnando al sepolcro qualche loro tenace affezione, (cosa che fa morire i vecchi molte volte in una lunga vita), pure ella pensava con tanta saggezza da trarre una semplice e facile morale da ciò che aveva veduto quella sera, e custodirla nel più profondo del cuore.
I suoi sogni s’aggirarono intorno al piccolo scolaro, non chiuso nel feretro e suggellato, ma confuso con gli angeli e sorridente beato. Il sole che dardeggiò i suoi allegri raggi nella cameretta, svegliò la fanciulla; e allora non rimase che da congedarsi dal povero maestro di scuola e mettersi ancora una volta in cammino.
Quando essi furono pronti per la partenza, la scuola era già cominciata. Nella stanza in penombra, si levava lo stesso chiasso del giorno innanzi, un po’ smorzato e frenato, forse, ma, se mai, proprio poco. Il maestro di scuola si levò dalla cattedra e li accompagnò fino al cancelletto.
Fu con mano ritrosa e tremante che la fanciulla gli porse la moneta che per i fiori aveva ricevuto dalla signora alle corse, balbettando mentre esprimeva i suoi ringraziamenti e arrossendo, perchè pensava che la somma fosse troppo piccola. Ma egli le disse di tenersela, e dopo aver baciato la fanciulla sulla guancia, si volse e rientrò in iscuola.
Ma non avevano fatto neppure una mezza dozzina di passi, ch’egli fu di nuovo sulla soglia; il vecchio tornò indietro a stringergli la mano, e la fanciulla fece la stessa cosa.
– Vi auguro buona fortuna e felicità – disse il povero maestro. – Io ora sono proprio solo. Se mai passate un’altra volta da questa parte, non dimenticate la piccola scuola del villaggio.
– Non la dimenticheremo mai, signore – soggiunse Nella; – e vi saremo sempre grati per tutta la vostra bontà.
– Ho udito molto spesso queste parole dalle labbra dei bambini – disse il maestro scotendo il capo, e sorridendo pensoso – ma esse furono presto dimenticate. M’ero affezionato a un giovane amico, al migliore amico, giacchè era così piccolo… ma è finita… Dio vi benedica!
Gli dissero addio moltissime volte, e s’avviarono, camminando lentamente e spesso voltandosi, finchè non lo videro più. Alla fine s’erano già allontanati molto dal villaggio, e avevano persino perso di vista il fumo che si levava fra gli alberi. Allora si misero a trotterellare più svelti, deliberando di seguire la strada maestra e di non allontanarsi da quella guida.
Ma la strada maestra si stendeva lontano, molto lontano. Tranne due o tre piccolissimi gruppi di casette innanzi ai quali passarono senza fermarsi e un’osteria solitaria sul margine della strada dove si fecero dare un po’ di pane e un po’ di formaggio, il loro cammino non li aveva condotti in nessuna parte – era già pomeriggio avanzato – e dovevano ancora andar lontano, perchè sempre la stessa strada s’allungava indefinitamente con lo stesso noioso e sinuoso corso di tutta la giornata. Siccome, però, non potevano far altro che andare innanzi, continuarono ad andare, ma a passi più lenti, sentendosi già assai stanchi e spossati.
Già seguiva al pomeriggio una bella sera, quando giunsero in un punto dove la strada faceva un gomito brusco, e traversava uno spazio erboso. Sul limite di quello spazio, e accanto alla siepe che lo separava dai campi coltivati, c’era un carrozzone in riposo; contro il quale, data la sua situazione, si abbatterono così improvvisamente che non avrebbero potuto evitarlo, anche se avessero voluto.
Non era un carrozzone sudicio, frusto, polveroso; ma un’elegante casetta munita di ruote, con bianche tendine di mussolina alle finestre e delle persiane verdi in cornici di rosso abbagliante: un felice contrasto di colore che dava una grande aria festosa a tutta la macchina. Non era neppure un povero carrozzone tirato da un unico asino o da un ronzino, giacchè un paio di cavalli assai prosperi, liberati dalle stanghe, brucavano lì intorno sull’erba rude. Tanto meno era un carrozzone di zingari perchè sulla porta aperta (dotata d’un lucente martello di ottone) sedeva una florida e simpatica cristiana, coperta da un cappello tutto tremolante di nastri. E che non fosse un povero e miserabile carrozzone era evidente anche dall’occupazione della donna, ch’era quella graditissima e ristoratrice di prendere il tè. Gli oggetti della refezione, che comprendevano anche una bottiglia di carattere alquanto sospetto e un pezzo di vitello freddo, erano sparsi su un tamburo coperto d’una salvietta candida; innanzi al quale, come alla tavola rotonda più decorosa di questo mondo, sedeva quella donna errante, bevendo il tè e godendosi il paesaggio.
Accadde che in quel momento la donna del carrozzone avesse la tazza (la quale, perchè tutto intorno lei fosse grosso e comodo, era una scodella) alle labbra, e che tenendo gli occhi fissi al cielo nell’estasi della piena fragranza del tè, non senza forse qualche gusto o senso del qualche cosa della bottiglia sospetta – ma questa è una semplice ipotesi e non una particolare circostanza storica – accadde che, essendo così piacevolmente occupata, ella non vedesse i viaggiatori nel primo momento del loro arrivo. Non fu che quando fece l’atto di deporre la tazza, e, dopo lo sforzo di averne fatto sparire il contenuto, di tirare un lungo respiro, che la donna del carrozzone scorse un vecchio e una giovinetta avvicinarsi lentamente, guardandola con occhi di modesta, ma affamata ammirazione.
– Ehi! – esclamò la donna del carrozzone, raccogliendosi le briciole dal grembo e inghiottendole prima di asciugarsi le labbra. – Sì, sicuro… Chi ha vinto la medaglia Helter-Skelter, piccina?
– Vinto che, signora? – chiese Nella.
– La medaglia Helter-Skelter alle corse, piccina… la medaglia che fu disputata il secondo giorno.
– Il secondo giorno, signora?
– Il secondo giorno! Sì, il secondo giorno – ripetè la donna con tono d’impazienza. – Non puoi dirmi chi ha vinto la medaglia Helter-Skelter, quando te lo domando con molta cortesia?
– Non so, signora.
– Non lo sai? – ripetè la donna del carrozzone. – Come, non c’eri? T’ho vista io con questi occhi.
Nella fu non poco sgomenta a udir questo, sospettando che la donna potesse essere in istretto rapporto con la ditta Short e Codlin; ma ciò che seguì contribuì a rassicurarla.
– E mi dispiacque molto – disse la donna del carrozzone – vederti in compagnia d’un Pulcinella; un burlone miserabile che la gente non dovrebbe neppure guardare.
– Non mi ci trovavo di mia spontanea volontà – ripose la fanciulla – e quei due uomini furono molto gentili con noi lasciandoci viaggiare con loro. Voi… voi li conoscete, signora?
– Conoscerli, piccina? – esclamò la donna del carrozzone con una specie strillo. – Conoscere quella gente! Ma tu sei giovane e inesperta, e sei scusabile per una simile domanda. Ti sembra che io possa conoscerli, ti sembra che questo carrozzone possa conoscerli?
– No, signora, no – disse la fanciulla, temendo di aver commesso qualche grave fallo. – Vi domando scusa.
Fu concessa immediatamente, benchè la donna avesse ancora l’aspetto accigliato e sconcertato da quella disonorevole supposizione. La fanciulla spiegò poi che essi avevano lasciato il campo delle corse il primo giorno, che erano diretti alla città prossima, dove si proponevano di passare la notte. Siccome la fisionomia di quel florida donna aveva cominciato a rasserenarsi, ella s’avventurò a chiedere quanto fosse distante la città. La risposta – che la florida donna non diede finchè ella non ebbe diffusamente spiegato di essere andata alle corse il primo giorno in carrozzino e semplicemente per una gita di piacere, senza alcun motivo di affari o guadagno – fu che la città era distante otto miglia.
Questa scoraggiante informazione ebbe un grave effetto sulla fanciulla, la quale potè a stento reprimere una lagrima guardando innanzi sulla strada che diventava scura. Il nonno non disse nulla, ma cacciò un grave sospiro, mentre, poggiato sulla mazza, cercava invano di penetrare con lo sguardo nella fosca lontananza.
La donna del carrozzone si preparava a raccogliere tutti gli oggetti per levare la mensa, ma notando i modi incerti della fanciulla esitò e si fermò. La fanciulla fece un inchino, la ringraziò per la informazione datale, e tenendo il vecchio per mano s’era già allontanata d’una cinquantina di passi, quando si sentì richiamare dalla donna del carrozzone.
– Avvicinati, avvicinati di più – disse la donna, facendole cenno di salire i gradini. – Hai fame, piccina?
– Non molto, ma siamo stanchi e… il viaggio è lungo…
– Bene, con la fame o senza fame, è bene prendere un po’ di tè – soggiunse la nuova conoscente. – Immagino che non vi dispiaccia, caro signore?
Il nonno si cavò umilmente il cappello e la ringraziò. La donna del carrozzone lo invitò ad accomodarsi anche lui sui gradini, ma siccome il tamburo non parve una mensa comoda per due, essi discesero di nuovo, si sedettero sull’erba, dov’ella porse loro il vassoio, il pane imburrato, la carne fredda, e in breve tutto ciò che aveva rifocillato lei, tranne la bottiglia che già opportunamente s’era fatta scivolare in tasca.
– Mettete tutto vicino alle ruote di dietro, piccina, è il posto migliore – disse la loro amica, sorvegliando le disposizioni menzionate. – Ora dammi la teiera per rifornirla d’un po’ di tè fresco, e poi tutti e due mangiate e bevete quanto volete, e non fate cerimonie; ecco tutto ciò che vi chieggo.
Anche se fosse stato meno francamente espresso, o non fosse stato espresso affatto, essi avrebbero forse soddisfatto il desiderio della donna. Ma siccome le sue parole li liberarono da qualunque ombra di delicatezza o d’imbarazzo, mangiarono di buon appetito e con gran gusto.
Mentre erano così occupati, la donna del carrozzone smontò in terra e con le mani intrecciate dietro la schiena, e il grosso cappello tutto tremolante, si mise a camminare su e giù a passo cadenzato e con gran solennità, guardando di tanto in tanto il carrozzone con aria di calma soddisfazione, e derivando un piacere particolare dai pannelli rossi e dal martello di ottone. Quando per qualche tempo si fu gentilmente esercitata così, si sedette sui gradini e chiamò “Giorgio”, e a quel nome un uomo in un camiciotto da carrettiere, che fino a quel momento era stato così annidato in una siepe da veder tutto ciò che avveniva senza esser veduto, divise gli arbusti che lo nascondevano, e apparve seduto per terra, con un tegame e una grossa bottiglia di coccio sulle gambe, un coltello nella destra e una forchetta nella sinistra.
– Sì, signora… – disse Giorgio.
– Com’era il pasticcio, Giorgio?
– Non c’era male, signora.
– E la birra – disse la donna del carrozzone, che pareva mettesse più interesse in questa domanda che nell’altra – è tollerabile, Giorgio?
– Attira più di quanto dovrebbe – rispose Giorgio ma per questo non è cattiva.
Per calmare l’inquietudine della padrona, trasse una sorsata (della capacità di circa una pinta) dalla bottiglia coccio, e poi schioccò le labbra, strizzò l’occhio, e scosse il capo. Certo con lo stesso lodevole desiderio, riprese immediatamente il coltello e la forchetta, come per dare l’assicurazione pratica che la birra non gli aveva guastato l’appetito.
La donna del carrozzone continuò a guardare in atto d’approvazione per qualche tempo, e poi disse:
– C’è tempo a finire?
– Un altro pochino, signora. – E veramente, dopo aver raschiato il tegame intorno intorno col coltello ed aver portato alla bocca degli scelti pezzi ben rosolati, e dopo aver succhiato dalla bottiglia di coccio una sorsata così scientifica, che la testa a poco a poco gli s’era abbassata all’indietro fin quasi a toccar terra in tutta la sua lunghezza, quel brav’uomo si dichiarò libero, e sbucò dal suo ritiro.
– Spero di non averti messo fretta, Giorgio – disse la padrona, che sembrava avesse seguito con molta simpatia tutti gli atti del vetturale.
– Se mai – questi rispose, riservandosi saggiamente per qualunque altra occasione favorevole che gli potesse capitare – compenseremo la prossima volta, ecco tutto.
– Il carico non è troppo pesante, Giorgio?
– Le donne dicono sempre così – rispose l’altro, girando a lungo lo sguardo, come se si appellasse alla natura in generale contro una simile affermazione mostruosa. – Quando si vede una donna guidare, si capisce subito che non terrà mai fermo lo staffile: il cavallo per lei non è mai troppo veloce. Se le bestie hanno il loro carico giusto, non si riesce mai a persuadere una donna che non si può caricarle di più. Qual’è mai la causa di tutto questo?
– Se prendessimo con noi questi due viaggiatori, farebbe una gran differenza per i cavalli? – chiese la padrona, non rispondendo alla domanda filosofica e indicando Nella e il vecchio, che si preparavano dolorosamente a ripigliare il loro viaggio a piedi.
– Naturalmente che farebbe differenza – disse Giorgio, burbero.
– Una gran differenza? – ripetè la padrona. – Non pesano poi tanto.
– Il peso dei due, signora – disse Giorgio, squadrandoli con lo sguardo di chi, pesando a occhio, cerca di non errare neppure d’un’oncia – è una inezia meno di quello di Oliviero Cromwell
Nella si meravigliò molto che il vetturale sapesse con tanta esattezza il peso d’una persona di cui parlavano i libri e che aveva vissuto molto prima del loro tempo, ma subito dimenticò la cosa nella gioia di udire che essi avrebbero viaggiato nel carrozzone, e quindi ringraziò la padrona con sincero fervore. Essa si diede con gran zelo e alacrità ad aiutare a mettere in serbo gli utensili del tè e tutti gli altri oggetti sparsi intorno, ed essendo allora già stati attaccati i cavalli, montò nel veicolo, seguita dal nonno incantato. La loro protettrice quindi chiuse la porta e si adagiò accanto al tamburo da presso a un finestrino aperto; e dopo che Giorgio ebbe staccata la scaletta per conficcarla sotto il carrozzone, si avviarono tutti, fra un gran strepito di tendine svolazzanti, lo scricchiolìo delle assi e il cigolìo delle ruote, mentre nelle pesanti scosse della strada il lucente martello di ottone, che nessuno picchiava mai, se ne rifaceva battendo spontaneamente un doppio colpo in continuazione.

XXVII.

Dopo che ebbero percorso lentamente un breve tratto, Nella s’avventurò a dare un’occhiata furtiva entro il carrozzone e ad osservarlo meglio. Una metà della vettura – quella in cui era seduta comodamente la padrona – era coperta con un tappeto e così divisa nel fondo da formare un posto per dormirvi, costruito a foggia d’una cabina di bordo d’un bastimento e riparato, come i finestrini, da candidissime cortine. Aveva l’aspetto abbastanza comodo, benchè fosse un insondabile mistero con quale specie mai di sforzo acrobatico la padrona del carrozzone riuscisse a penetrarvi. L’altra metà serviva da cucina ed era provveduta di un forno economico il cui tubo passava attraverso il tetto. Conteneva anche una credenza, parecchi armadioli, un gran recipiente per l’acqua e pochi utensili da cucina e del vasellame. Questi ultimi oggetti pendevano dalle pareti le quali, nella parte consacrata alla padrona del carrozzone, erano adornate di decorazioni più gaie e più leggere, quali un triangolo e un paio di logori tamburelli.
La donna del carrozzone se ne stava adagiata a un finestrino in tutto l’orgoglio e la poesia di quegli strumenti musicali; la piccola Nella e suo nonno se ne stavano seduti l’una accanto all’altro nell’umiltà del calderotto e dei tegami, e tutta la gran macchina continuava a trascinarsi spostando molto lentamente il paesaggio che s’imbruniva. In principio i due viaggiatori parlarono poco e soltanto sottovoce, ma quando si fecero più familiari col loro ricetto si avventurarono a conversare con maggiore libertà, discorrendo dei luoghi che attraversavano e dei diversi oggetti che si presentavano al loro occhio, finchè il vecchio non s’addormentò. Allora soltanto la donna del carrozzone invitò Nella ad andare a sedersi accanto a lei.
– Bene, piccina – disse – ti piace questo modo di viaggiare?
Nella rispose dicendo che veramente le pareva tanto divertente; ma la donna osservò che, sì, poteva essere divertente per quelli che erano allegri e spensierati. Perchè lei, aggiunse, era turbata da un abbattimento che richiedeva un continuo eccitante; ma non disse se l’eccitante le fosse fornito dalla bottiglia già menzionata o da altre fonti.
– Questa è la fortuna di voi giovani – ella continuò. – I giovani non sanno che significa esser depressi e abbattuti. Hanno sempre un bell’appetito, e questo è un gran conforto.
Nella pensò che talvolta ella avrebbe volentieri fatto a meno dell’appetito, e, inoltre, che non vi era nulla nell’aspetto fisico di una donna o nella sua maniera di prendere il tè che inducesse a concludere che le mancasse il gusto per il mangiare e per il bere. Fece un cenno d’approvazione, però, per sentimento di deferenza, a ciò che aveva detto la donna, e aspettò che riprendesse a parlare.
Ma colei, invece di parlare, se ne stette silenziosa a guardare la fanciulla, e poi, levandosi, trasse da un angolo un gran rotolo di tela della larghezza d’un braccio, lo mise in terra e lo spiegò con un piede, finchè non raggiunse l’altra estremità del carrozzone.
– Ecco, piccina – disse – leggi questo.
Nella andò dall’altra parte, e lesse ad alta voce l’iscrizione in enormi lettere nere: “Museo di cera di Jarley”.
– Leggilo ancora – disse la donna, con compiacenza.
– Museo di cera di Jarley – ripetè Nella.
– Sono io – disse la donna. – La signora Jarley sono io.
Dando alla fanciulla uno sguardo d’incoraggiamento, con l’intenzione di farle sapere ed assicurarla che, benchè si trovasse in presenza della Jarley originale, non era assolutamente necessario sentirsi sgomenta e soverchiata, la donna del carrozzone spiegò un altro rotolo con l’iscrizione: “Cento statue a grandezza naturale”, e poi un altro rotolo, sul quale era scritto: “L’unica magnifica collezione di vera cera esistente al mondo”, e poi parecchi rotoli più piccoli con simili scritte: “Esposti all’interno”, “L’unica genuina Jarley”, “L’insuperata collezione di Jarley”, “Jarley è l’idolo della nobiltà e del popolo”, “Jarley gode il favore della famiglia reale”. Dopo aver mostrato quei cetacei di manifesti alla fanciulla ammirata, ella trasse molti esemplari di piccola scrittura in forma di prospetti a mano, dei quali alcuni redatti a foggia di parodie di canzonette popolari, quali: “Credetemi il museo – di Jarley è così raro” – “Nel fior degli anni miei ho visto il bel museo”. “Voghiam, voghiam sull’onde – e andiam laggiù da Jarley”; mentre per accontentare tutti i gusti, altri erano composti con lo scopo di raggiungere spiriti più leggeri e più faceti, come una parodia della canzonetta popolarissima: “Se avessi vicino un ciuco”, e che cominciava:

“Se mai ci fosse un ciuco che non volesse andare
Il gran museo di cera veloce a visitare,
farebbe un infelice… Un infelice, sì!
Quindi correte tutti, compatti da Jarley.”

oltre a parecchie composizioni in prova, che riportavano dei dialoghi fra l’imperatore della Cina e un’ostrica, o fra l’Arcivescovo di Canterbury e un dissidente sull’argomento delle tasse ecclesiastiche, e che finivano tutti con la stessa morale, cioè, che il lettore doveva correre da Jarley, e che i bambini e le persone di servizio erano ammessi a metà prezzo.
La signora Jarley, dopo aver mostrato alla fanciulla, perchè li apprezzasse convenientemente, tutti quei documenti della propria importante posizione in società, li arrotolò di nuovo, li mise accuratamente da parte, e tornando a sedere, fissò con uno sguardo di trionfo la fanciulla.
– Dopo questo, non farti più vedere nella compagnia d’un sudicio Pulcinella – disse la signora Jarley
– Io non ho mai visto un museo di cera – disse Nella. – È più ridicolo di Pulcinella?
– Più ridicolo! – disse la signora Jarley con voce stridula. – Non è affatto ridicolo.
– Ah! – disse Nella con la maggiore umiltà possibile.
– Non è affatto ridicolo – ripetè la signora Jarley – è calmo e… qual’è quella parola?… critico?… no… volevo dire classico… è calmo e classico. Niente bastonate e scapaccioni, niente di tutti quegli strilli e quei salti del tuo miserabile Pulcinella, ma sempre la stessa cosa, con un’aria continuamente immutabile di freddezza e di gentilezza, e così simile alla vita, che se una statua di cera si mettesse soltanto a parlare e a camminare, difficilmente potresti trovare qualche cosa di diverso dal vero. Non giungo fino a dire d’aver veduto una statua di cera perfettamente simile alla vita, ma certo ho veduto qualche cosa viva esattamente simile a un lavoro di cera.
– È qui, signora? – chiese Nella, la cui curiosità era stata stuzzicata da queste parole.
– È qui che cosa, piccina?
– Il museo, signora?
– Ma che, Iddio ti benedica, come ti viene in mente? Come una simile collezione potrebbe esser qui, dove non si vede nulla, tranne l’interno di una piccola credenza e di un po’ di scatole? È partito con gli altri carrozzoni, e sarà esposto nelle grandi sale da ballo posdomani. Tu sei diretta alla stessa città, e certo lo vedrai. È naturale pensare che lo vedrai, e non ho dubbio che lo vedrai. Immagino che non riusciresti a tenertene lontana, anche se lo volessi.
– Io credo, signora, che non sarò in città – disse la fanciulla.
– No? – esclamò la signora Jarley. – E allora dove sarai?
– Non… non lo so proprio. Non son certa.
– Non intendi dirmi che viaggiate per il paese senza saper dove andate – disse la donna del carrozzone. – Che strana gente che siete! In qual ramo lavorate? Tu, alle corse, piccina mia, mi avevi l’aria d’essere fuori del tuo elemento e che fossi capitata lì per caso.
– Eravamo lì per caso – rispose Nella, confusa da quell’improvviso interrogatorio. – Siamo povera gente, signora, e andiamo in giro soltanto. Non abbiamo da far nulla; vorrei, anzi, aver qualcosa da fare.
– Tu mi stupisci sempre più – disse la signora Jarley, dopo esser rimasta per qualche tempo muta come le sue statue. – Ma dunque, che cosa siete? Mendicanti, dunque?
– Veramente, signora, non so che altro siamo, – rispose la fanciulla.
– Poveretta me – disse la donna del carrozzone. – Non m’è capitata mai una cosa simile. Chi l’avrebbe immaginato?
Rimase tanto tempo in silenzio dopo questa esclamazione, che Nella temè che la signora, per aver concesso la sua protezione e la sua conversazione a lei così povera, si sentisse irreparabilmente offesa nella propria dignità. Questa persuasione fu piuttosto rafforzata che scossa dal tono con cui ruppe il silenzio e disse:
– E pure tu sai leggere. E scrivere anche. Non dovrei meravigliarmi?
– Sì, signora – disse la fanciulla timorosa di offenderla di nuovo con una confessione.
– Bene, e che cosa significa? – rispose la signora Jarley. – Io non so leggere.
Nella disse “Davvero!” in un tono che poteva implicare o che fosse ragionevolmente sorpresa di trovare l’autentica e sola Jarley, l’idolo della nobiltà e del popolo e la protetta della famiglia reale, sfornita di quei così comuni ornamenti, o che credesse che una così gran donna poteva quasi fare a meno di cognizioni tanto comuni. In qualunque modo la signora Jarley ricevesse la risposta, questa non la spinse a fare in quel momento altre domande o a tentare altre osservazioni, perchè ella s’immerse in un silenzio pensoso, e vi rimase così a lungo che Nella si ritrasse accanto all’altro finestrino, raggiungendo il nonno che s’era svegliato.
Finalmente la donna del carrozzone si riscosse dalle sue meditazioni e, ordinando al vetturale d’andare sotto il finestrino dov’era seduta, tenne sottovoce con lui una lunga conversazione, come se gli domandasse consiglio su una circostanza importante, e discutesse il pro e il contro di qualche ponderosa deliberazione. Finita la conversazione, di nuovo ritrasse dentro la testa, e fece cenno a Nella di avvicinarsi.
– E anche il vecchio – disse la signora Jarley; – poichè ho bisogno di dirgli qualche cosa. Desiderate, padron mio, che vostra nipote abbia un buon posto? Se sì, posso darglielo io. Che dite?
– Io non posso lasciarla – rispose il vecchio. – Noi non ci possiamo separare. Senza di lei, che ne sarebbe di me?
– Pensavo, che se mai foste stato separato da lei – ribattè vivamente la signora Jarley – sareste stato in grado alla vostra età di bastare a voi stesso.
– Non sarà possibile – disse la fanciulla, parlando calorosamente, benchè sottovoce – non sarà più possibile. Vi prego di non parlargli duramente. Vi siamo riconoscentissimi per la vostra proposta – essa aggiunse ad alta voce; – ma noi non ci separeremmo mai, anche se fra noi due fosse divisa tutta la ricchezza del mondo.
La signora Jarley, alquanto sconcertata da questa accoglienza della sua proposta, guardò il vecchio che teneramente aveva preso la mano di Nella e se la teneva nella propria, con un’occhiata che diceva che si sarebbe privata volentieri della compagnia di lui, perfino nell’esistenza terrena. Dopo una pausa impacciata, cacciò di nuovo la testa fuori del finestrino, ed ebbe un’altra conversazione col vetturale su qualche punto in cui non si trovarono, come nell’argomento già discusso prima, subito d’accordo; ma infine giunsero a una conclusione, ed ella si volse di nuovo al nonno.
– Se realmente siete disposto ad impiegarvi anche voi – disse la signora Jarley – anche per voi ci sarebbe molto da fare nell’aiutare a spolverare le statue, a prendere i biglietti e le contromarche, e così di seguito. Quello che deve fare vostra nipote si è di mostrare le statue al pubblico: farà presto a imparare; certo essa vien dopo di me, ma ha certe maniere che non dispiaceranno al pubblico. Ho fatto sempre io in persona il giro innanzi alle figure coi visitatori, e continuerei a farlo io, ma al mio spirito è assolutamente necessario un po’ di riposo. Non è una piccola offerta, mettetevi questo in mente – disse la donna, levando la voce al tono e all’inflessione con cui si rivolgeva agli spettatori; – ricordatevi che è il museo di cera Jarley. L’occupazione è delicata e niente affatto gravosa, la compagnia d’ottima scelta, l’esposizione ha luogo in sale da ballo o di municipi, in grandi sale d’albergo o nelle gallerie delle aste pubbliche. Pensate che con Jarley non si va errando a cielo scoperto, che non vi sono da Jarley tele incerate e polvere di segatura. Ogni promessa fatta nei manifesti è mantenuta in tutti i particolari, e tutto il museo forma il complesso più splendido che sia mai stato esposto nel Regno Unito. Pensate che il prezzo d’ingresso è di soli sessanta centesimi e che un’occasione simile è difficile si presenti un’altra volta!
Discendendo dal sublime, dopo ch’ebbe raggiunto questo punto, ai particolari della vita normale, la signora Jarley osservò che, per quanto riguardava il salario, non avrebbe potuto promettere nessuna somma specifica finchè non avesse sufficientemente conosciuto l’abilità di Nella e non l’avesse attentamente seguita nel compimento dei suoi doveri. Ma, ad ogni modo, ella si obbligava di fornire, a lei e al nonno, vitto e alloggio, e inoltre, dava la sua parola che il vitto sarebbe stato ottimo e abbondante.
Nella e il nonno si consultarono per un po’, mentre la signora Jarley con le mani dietro la schiena andava su e giù nel carrozzone, come aveva passeggiato sull’umile terreno dopo il tè, con molta dignità e gran con piacimento. Nè questa sembrerà una futile circostanza indegna di menzione, se si rammenta che il carrozzone procedeva a sbalzi e che solo una persona di un solenne portamento naturale e d’una grazia perfetta poteva durare a tenersi ritta senza barcollare.
– Dunque, piccina? – chiese la signora Jarley, fermandosi come vide Nella volgersi verso di lei.
– Ve ne siamo molto obbligati – disse Nella – accettiamo con gratitudine la vostra offerta.
– E non ve ne pentirete mai – rispose la signor Jarley. – Ne sono più che sicura. E ora che sian d’accordo, pigliamoci un boccone di cena.
In quel frattempo, il carrozzone si mise a traballare come se anch’esso avesse bevuto della birra forte e fosse assonnato, e giunse in fine sulle vie lastricate di una città deserta e cheta, perchè era quasi mezzanotte, e gli abitanti erano tutti a letto. Siccome era troppo tardi per recarsi nella sala dell’esposizione, i viaggiatori voltarono da una banda in un pezzo di terreno sgombro appunto entro la vecchia porta della città, e vi si stabilirono per la notte, accanto a un altro carrozzone, il quale, nonostante portasse una lastra col gran nome di Jarley e solesse trasportare da un luogo all’altro il museo di cera, ch’era l’orgoglio d’Inghilterra, era bollato da un volgare contrassegno legale come “veicolo da viaggio ordinario” e numerato anche – settemila e varie centinaia – come se il suo prezioso carico fosse semplicemente farina o carbone!
Giacchè il veicolo così umiliato era vuoto (aveva depositato il suo carico nel luogo dell’esposizione ed era stato confinato lì fino a nuovo ordine), fu assegnato al vecchio perchè vi riposasse durante la notte; ed entro le pareti di legno Nella compose al nonno il miglior letto che potè allestirgli, con quegli oggetti che trovò sottomano. Quanto a lei, doveva dormire nella vettura da viaggio della signora Jarley, e questo, da parte della donna, era un tratto segnalato di favore e di fiducia.
La fanciulla s’era congedata dal nonno e ritornava nell’altro carrozzone, quando fu tentata, dal fresco piacevole della notte, a indugiarsi un po’ al di fuori. La luna splendeva sull’antica porta della città, lasciando buio e nero il basso androne; ed ella s’avvicinò lentamente alla porta, con un sentimento di curiosità e di paura insieme, e si fermò a guardarla, stupita di vederla così buia, triste, lugubre e vecchia.
V’era una nicchia vuota donde centinaia d’anni prima era caduta o stata portata via qualche vecchia statua, ed ella pensava alla strana gente ch’aveva dovuto vederla, e a quante dure lotte avevano dovuto svolgersi in quel luogo silenzioso, e a quanti delitti, forse, vi erano stati commessi, quando improvvisamente, dall’ombra nera dell’arco, emerse un uomo. Nell’istante che apparve, ella lo riconobbe. Chi non avrebbe riconosciuto, in quel momento, il bruttissimo e deforme Quilp?
La via in fondo era così angusta, e l’ombra delle case da un lato della via così profonda, che pareva ch’egli fosse sbucato di sotterra. Ma eccolo lì. La fanciulla si ritrasse in un angolo buio, e se lo vide passare accanto. Quilp portava una mazza in mano, e a quella s’appoggiò, quando fu uscito dall’ombra dell’androne, si volse indietro – improvvisamente, come parve, verso il punto dove stava la fanciulla – e fece un cenno.
A lei? Ah, no, grazie a Dio! Non a lei; poichè, mentr’ella se ne stava, terribilmente sgomenta, incerta se dovesse invocare aiuto o uscire dal nascondiglio e fuggire, prima ch’egli le si avvicinasse, ecco sbucare lentamente dall’arco un’altra figura – quella d’un ragazzo – con un baule sulle spalle.
– Più presto, carogna! – esclamò, guardando il vecchio androne, Quilp, simile, nel chiarore della luna a qualche mostruosa immagine discesa dalla nicchia che desse un’occhiata retrospettiva alla vecchia dimora. – Più presto!
– È terribilmente pesante, signore – si scusò il ragazzo. – Ho fatto prestissimo, se considerate.
– Hai fatto presto, se considero! – ribattè Quilp. – Tu t’arrampichi, carogna, tu strisci, tu misuri la distanza come un verme. Senti l’orologio, la mezza.
Egli si fermò ad ascoltare, e dopo essersi vòlto al ragazzo con tanta rapidità e ferocia da fargli dare un balzo, gli chiese a qual’ora passasse all’angolo della strada la diligenza di Londra. Il ragazzo rispose all’una.
– Su, allora – disse Quilp – se no, sarà troppo tardi. Più presto… hai capito? Più presto.
Il ragazzo procedette con la maggiore rapidità possibile mentre Quilp andava innanzi, voltandosi continuamente a minacciarlo, a incitarlo di fare più in fretta. Nella non osò muoversi se non quando non li vide più e non li udì più, e poi si mise a correre verso il luogo dove aveva lasciato il nonno, parendole che il solo passaggio del nano nei pressi del vecchio dovesse colmarlo d’ansia e di terrore. Ma quando si fu assicurata ch’egli dormiva profondamente, pian piano si ritirò.
Andandosene a riposare anche lei, decise di non dir nulla di quell’avventura, perchè quale che fosse lo scopo del viaggio impreso dal nano (essa temeva fosse andato in traccia di lei e del nonno) era evidente, dalla domanda da lui fatta sulla diligenza di Londra, che se ne tornava a casa, e perchè era più che ragionevole supporre, che, essendo egli già passato per quel luogo, lei e il nonno erano lì, più che altrove, al sicuro dalle sue ricerche. Queste riflessioni non bastarono a far dileguare le paure della fanciulla, perchè era stata tanto atterrita che non le fu facile ricomporsi, e le parve d’esser come circondata da una legione di Quilp, quasi che l’aria stessa ne fosse piena.
L’idolo della nobiltà e del popolo e la beniamina della famiglia reale s’era, con qualche metodo di contrazione noto soltanto a lei, rannicchiata nel suo letto da viaggio, dove se ne stava pacificamente a russare, mentre il vasto cappello, che la copriva, deposto accuratamente sul tamburo, rivelava le proprie glorie alla fioca luce d’una lampada sospesa al soffitto. Il letto della fanciulla era già preparato sul pavimento, e fu per lei un gran conforto sentir tolta la scala non appena fu entrata in quelle pareti, e saper che così era effettivamente impedita qualsiasi facile comunicazione fra le persone al di fuori e il martello di ottone. Anche certi suoni gutturali che salivano di tanto in tanto attraverso il pavimento del carrozzone, e un fruscìo di paglia nella stessa direzione, apprendendole che il vetturale s’era coricato sul terreno al di sotto, le diedero un nuovo sentimento di sicurezza.
Nonostante tutti questi apparati di protezione, ella, tutta la notte, non potè, per la paura di Quilp, riposare che a sbalzi. A tutti i suoi sogni affannosi si mescolava Quilp, che era sempre in relazione col museo di cera, o era addirittura una statua di cera, o la signora Jarley, o un organino meccanico in un tratto solo, pur non essendo esattamente nessuna di queste cose. Finalmente, verso l’alba, fu invasa da quel sonno profondo che segue alla stanchezza e alla veglia prolungata, e che non ha coscienza d’altro che d’una grande e irresistibile sensazione di piacere.

XXVIII.

Il sonno pesò così a lungo sulle palpebre della fanciulla che, quando ella si svegliò, la signora Jarley era già decorata dall’ampio cappello e attivamente occupata a preparare la colazione.
Accolse Nella, che si scusò d’essersi levata tardi, con perfetto buon umore, dicendo che non l’avrebbe svegliata neppure se avesse dormito fino a mezzogiorno.
– Perchè fa bene – disse la donna del carrozzone – quando si è stanchi, dormire fin che si può, e liberarsi dalla stanchezza. Questa è un’altra fortuna dell’età tua… poter dormire d’un sonno profondo.
– Avete passato una cattiva notte, signora? – chiese Nella.
– Di rado ne passo una buona, piccina mia – rispose la signora Jarley, con l’aria d’una martire. – Talvolta mi domando come faccio ad andare innanzi.
Nella, ricordando d’aver sentito russare oltre il tramezzo del carrozzone dove la proprietaria del museo di cera riposava la notte, fu tratta a pensare ch’ella forse aveva sognato di stare sveglia. Però, si dichiarò dolentissima di udire tali spiacevoli notizie sullo stato di salute della signora Jarley, e poco dopo si sedè a colazione con lei e col nonno. Finito il pasto, Nella aiutò a lavare le scodelle e i piatti e li rimise al loro posto. Compiute tutte le faccende domestiche, la signora Jarley si avviluppò in un sontuoso scialle, con lo scopo di fare un giro per le vie della città.
– Il carrozzone seguirà trasportando le casse – disse la signora Jarley – e tu, piccina mia, faresti bene a venire con esso. Io son costretta ad andare a piedi, e ne farei tanto volentieri a meno; ma la popolazione così vuole, e i pubblici personaggi non possono fare a loro modo in queste cose. Come ti pare che io stia, piccina?
Nella le diede una risposta soddisfacente, e la signora Jarley, dopo essersi appuntata un gran numero di spilli in varie parti della persona, e aver fatto parecchi inutili tentativi per vedersi il panorama completo della schiena, fu infine soddisfatta della propria generale apparenza, e uscì con portamento maestoso.
Il carrozzone seguiva a poca distanza. Mentre procedeva per la città sobbalzando, Nella s’affacciò al finestrino, curiosa di vedere in che sorta di luogo fossero capitati, e ancora timorosa di incontrare a ogni cantonata la terribile faccia di Quilp. La città era piuttosto grande, con un’ampia piazza che fu traversata lentamente, e nel bel mezzo della quale si levava la casa municipale, con la torre dell’orologio e una banderuola. C’erano case di pietra, case di mattoni rossi, di cui parecchie antichissime, con scoloriti mascheroni intagliati all’estremità delle travi, e come messi a guardar giù nella via. Erano abitazioni, queste ultime, con poche finestre, con basse porticine ad arco, e in alcune delle vie più anguste, con la sporgenza del tetto, coprivano addirittura il marciapiede. Le vie erano pulitissime, tutte battute dal sole, molto deserte e molto malinconiche. Pochi scioperati oziavano innanzi ai due alberghi, e nella piazza del mercato vuota e innanzi alle porte delle botteghe; e pochi vecchi sonnecchiavano su un po’ di sedie lungo il muro d’un ricovero di mendicità; passava appena qualcuno che sembrava tendesse verso qualche parte determinata o avesse uno scopo in vista; e se per caso qualche solitario si dirigeva verso una meta determinata, il marciapiede lucido e caldo echeggiava a quei passi per parecchi minuti dopo. Sembrava che soltanto gli orologi camminassero, ma avevano delle facce così assonnate, delle lancette così pesanti e pigre e delle voci così fievoli, che anch’essi certo dovevano essere in ritardo. Perfino i cani dormivano tutti, e le mosche, ubbriache del giulebbe nella bottega del droghiere, dimenticando le ali e la loro irrequietezza, si arrostivano ferme al sole negli angoli della vetrina.
Il carrozzone, procedendo con gran fracasso, giunse finalmente al luogo dell’esposizione, dove Nella smontò fra un branco ammirato di monelli, i quali evidentemente immaginarono ch’ella fosse un capo importante delle curiosità del museo, e derivarono la più ferma convinzione che suo nonno fosse una magnifica figura di cera. Le casse furono scaricate con la maggior rapidità possibile e trasportate dentro per essere aperte dalla signora Jarley, la quale, accompagnata da Giorgio e da un altro uomo in brache di felpa, e un cappello di panno ornato di biglietti di barriera, le aspettava per disporre del loro contenuto (che consisteva di festoni rossi e di mobili ornamentali) per la migliore decorazione della sala.
Si misero tutti a lavorare senza indugio, e furono affaccendatissimi. Siccome la magnifica collezione di statue era ancora nascosta dalle tele, per téma che la polvere insidiosa ne danneggiasse il colorito, Nella si diede un gran da fare con gli altri nell’abbellimento della sala, e in quell’occupazione anche il nonno si dimostrò utilissimo. I due uomini alle dipendenze della signora Jarley, avvezzi a quel lavoro, fecero molto in breve tempo; e la donna, incoraggiandoli a nuovi sforzi, li provvedeva dei chiodi, che andava cavando da una gran borsa di tela, da lei portata a bella posta, simile a quella dei guardabarriere.
Mentre erano così occupati, un signore piuttosto alto, dal naso a uncino e dalla chioma nera, vestito d’un soprabito militare, molto corto e molto stretto di maniche, e che, un giorno tutto insignito di lacci e di alamari, era malinconicamente tosato d’ogni ornamento e mostrava la trama – e coperto anche d’un paio di calzoni grigi bene aderenti alle gambe e d’un paio di scarpini giunti all’inverno della loro esistenza – fece capolino alla porta e sorrise con affabilità. Siccome la signora Jarley gli voltava la schiena, il signore vestito alla militare scosse l’indice per avvertire gli astanti di non informarla che c’era lui, e avvicinandosi pian piano dietro la donna, la picchiò sul collo e gridò scherzoso:
– Buh!
– Che, il signor Slum! – esclamò la donna del museo di cera. – Signore Iddio! Chi si sarebbe immaginato di vedervi qui!
– Sull’onor mio – disse il signor Slum – ben detto. Sull’onor mio, saggiamente detto. Chi se lo sarebbe immaginato! Giorgio, mio ottimo amico, come stai?
Giorgio accolse questo saluto con furbesca indifferenza, osservando che quanto a salute stava piuttosto bene, e non cessando di martellare rabbiosamente.
– Son venuto – disse il signore vestito alla militare – sull’onor mio, non so neppure perchè son venuto. Sarebbe molto complicato dirvelo, molto complicato, perdinci. Avevo bisogno d’un po’ d’ispirazione, d’un po’ di ristoro, d’un piccolo cambiamento d’idee e… sull’onor mio – disse il signore vestito alla militare, interrompendosi e guardando la sala in giro – questo è uno spettacolo diabolicamente classico! Perdinci, messo insieme da Minerva in persona.
– Quando sarà finito, non dispiacerà – osservò la signora Jarley.
– Non dispiacerà! – disse il signor Slum. – Mi credereste, se vi dicessi che è la gioia della mia vita essermi infarinato di poesia, pensando che ho esercitato la mia penna su questo magnifico tema? A proposito… avete degli ordini da darmi? V’è qualche cosetta che io possa fare per voi?
– Si spende troppo, signore – rispose la signora Jarley – e poi non credo che giovi molto.
– Tacete! No, no! – rispose il signor Slum, levando la mano. – Non dite sciocchezze. Non voglio sentir dire una cosa simile. Non dite che non giova. Non lo dite. Lo so bene io.
– Non credo che giovi – disse la signora Jarley.
– Oh, oh! – esclamò il signor Slum. – Voi cedete, diventate più ragionevole. Chiedete ai profumieri, chiedete ai fabbricanti di grasso lucido, chiedete ai cappellai, chiedete ai direttori dell’ufficio della lotteria… chiedete a chiunque di loro che cosa gli ha prodotto la mia poesia, e tenete bene a mente ciò che vi dico, sentirete benedire il nome di Slum. Se è un uomo onesto, leverà gli occhi al cielo e benedirà il nome di Slum… tenete bene a mente ciò che vi dico! Conoscete l’Abbazia di Westminster, signora Jarley?
– Sì, certo.
– Allora sull’onor mio, signora, in un certo cantuccio di quell’oscura mole troverete in un cantuccio, chiamato l’Angolo dei Poeti, dei nomi un po’ più piccoli di quello di Slum – ribattè il signore, picchiandosi con espressione sulla fronte, come per fare intendere che dietro di essa v’era una piccola quantità di cervello. Ora, ho una cosetta qui – disse il signor Slum, cavandosi il cappello che era pieno di pezzetti di carta – una cosetta buttata giù nel calor del momento, che è proprio, direi, quella che vi occorre per metter questo locale in fuoco. È un acrostico… è fatto sul nome di Warren, ma l’idea si può facilmente adattare e sembra proprio ispirata per Jarley. Pigliatevi questo acrostico.
– Ma so di certo che è caro – disse la signora Jarley.
– Cinque scellini – rispose il signor Slum, usando il lapis a mo’ di stuzzicadenti. – Più a buon mercato di qualunque prosa.
– Non posso darne più di tre – disse la signora Jarley. – E mezzo – rispose Slum. – Su. Tre e mezzo.
La signora Jarley non era a prova di bomba contro la maniera insinuante del poeta, e il signor Slum registrò nel suo taccuino l’ordinazione di tre scellini e mezzo. Se n’andò quindi per modificare l’acrostico, dopo essersi affettuosamente congedato dalla sua protettrice, e aver promesso di ritornare al più presto, con una copia in bello per il tipografo.
Siccome la presenza del signor Slum non aveva impedito o interrotto i preparativi, questi erano già a buon punto, e dopo poco il lavoro era finito. Dopo che i festoni furono tutti messi a posto col maggiore buon gusto che s’era potuto, fu scoperta la magnifica collezione ed ecco che apparvero all’occhio, su una piattaforma elevata più di mezzo braccio dal suolo, in giro alla sala e separati dal pubblico grossolano con un cordone all’altezza del petto, diverse vivaci effigie di famosi personaggi, solinghi o in gruppi, vestiti di abiti scintillanti di vari paesi ed epoche, e ritti più o meno solidamente sulle loro gambe, con gli occhi assolutamente spalancati e le narici assai gonfie, i muscoli delle gambe e delle braccia fortemente sviluppati, e sui volti un’espressione del massimo stupore. Tutti gli uomini avevano il petto molto sporgente e le parti intorno alla barba d’un turchino intenso; e tutte le donne e gli uomini insieme fissavano con uno sguardo intenso nessun luogo in particolare, e guardavano con straordinaria fermezza assolutamente nulla.
Dopo che Nella ebbe esaurito i suoi primi trasporti d’entusiasmo innanzi a quello spettacolo magnifico, la signora Jarley ordinò che la sala venisse sgombrata di tutto, tranne che di sè stessa e della fanciulla, e sedendosi nel bel mezzo in una poltrona, investì solennemente Nella di una bacchetta di salice, usata per lungo tempo da lei in persona della rassegna dei personaggi, e si mise di piena buona volontà a istruire la fanciulla nel suo nuovo compito.
– Questa – disse la signora Jarley nel tono che usava spiegando le statue al pubblico, mentre Nella toccava una figura alle estremità della piattaforma – è una disgraziata damigella d’onore del tempo della regina Elisabetta, la quale morì per essersi punta un dito in conseguenza d’aver lavorato la domenica. Osservate il sangue che le gocciola dal dito; e inoltre l’ago dalla cruna d’oro dell’epoca in cui essa lavorava.
Nella ripetè due o tre volte questo discorsetto, indicando il dito e l’ago nei punti giusti, e poi si passò alla figura seguente.
– Questo, signore e signori – disse la signora Jarley – è Jasper Packlemerton, d’atroce memoria, il quale fece la corte e sposò quattordici donne, e le distrusse tutte facendo loro il solletico sotto i piedi, mentre dormivano nella coscienza dell’innocenza e della virtù. Condotto all’estremo supplizio e interrogato se fosse pentito di ciò che aveva commesso, rispose di sì, d’essere spiacente d’averle lasciate spirare così facilmente, e di sperare che tutti i mariti cristiani lo avrebbero perdonato per quell’offesa. Che questo serva d’avviso a tutte le signorine di stare bene attente al carattere degli uomini che si sono scelte. Osservate le sue dita: sono ricurve, come nell’atto di fare il solletico, e la faccia è rappresentata nell’atto di strizzare gli occhi, così com’era nel momento di commettere i suoi barbari assassini.
Dopo che Nella seppe tutto intorno al signor Packlemerton e potè ripeterlo senza esitazione, la signora passò all’uomo grasso, e poi al magro, al gigante, al nano, alla vecchia che morì mentre ballava in età di centotrentadue anni, al selvaggio ragazzo delle foreste, alla donna che avvelenò quattordici famiglie con le noci sott’aceto, e ad altri personaggi storici e persone interessanti, ma traviate. E Nella trasse profitto da tutta la lezione, e si mostrò così capace di ricordarla a menadito, che dopo un paio d’ore, era in pieno possesso della storia dell’intera collezione e perfettamente competente nel compito d’illuminare i visitatori.
La signora Jarley non fu restìa ad esprimere la sua ammirazione per quel felice risultato, e condusse la giovane amica a visitare il resto dell’ordinamento interno, in virtù del quale il corridoio era stato trasformato in una specie di galleria verde parata delle iscrizioni già da lei viste (di fattura del signor Slum) con un tavolo splendidamente decorato all’ingresso, innanzi al quale doveva troneggiare e raccogliere il denaro la stessa signora Jarley, in compagnia di Sua Maestà Giorgio III, del signor Grimaldi in qualità di pagliaccio, della regina Maria di Scozia, di un signore anonimo di professione quacquero, e del ministro Pitt che teneva in mano la bella copia del progetto di legge per la imposta sulle finestre. Non erano stati negletti i preparativi all’esterno: una suora molto attraente della persona diceva il rosario sul porticetto innanzi alla porta; e un brigante con la chioma incredibilmente nera e il colorito incredibilmente bianco era in giro per la città su un carro, con gli occhi fissi sul ritratto in miniatura d’una donna.
Non restava più che da fare una distribuzione giudiziosa delle composizioni del signor Slum; da trovar la via in tutte le case private e presso tutti i commercianti alle effusioni patetiche; da diffondere nelle osterie e fra gli scrivani degli avvocati e gl’ingegni eletti della città, la parodia che cominciava: “Se conoscessi un ciuco”. Quando questo fu fatto, e la signora Jarley ebbe personalmente visitato di persona i convitti, con un manifestino a mano composto espressamente per essi, nel quale era dimostrato distintamente che il museo di cera raffinava la mente, coltivava il gusto, e allargava la sfera dell’intelligenza umana, quella donna infaticabile si sedette a pranzo, e brindò dalla bottiglia sospetta a una prospera campagna finanziaria.

XXIX.

Indubbiamente la signora Jarley aveva un bel genio inventivo. Fra i varî espedienti per attrarre i visitatori all’esposizione, non fu dimenticata la piccola Nella. Il leggero veicolo in cui di solito il brigante faceva le sue peregrinazioni fu adornato festosamente con bandiere e ghirlande, il brigante piantato nel mezzo a contemplare la miniatura dell’amata secondo era suo costume, e Nella fatta accomodare in una sedia accanto a lui, ornata di fiori artificiali. E così in gran pompa ella ogni mattina veniva scarrozzata per la città, gettando manifestini da un cestino, al suono d’una grancassa e d’una tromba. La bellezza della fanciulla, insieme col suo contegno timido e gentile, faceva grande impressione da per tutto. Il brigante, che fino allora era stato il solo a suscitare la curiosità degli spettatori, divenne oggetto d’importanza assolutamente secondaria, e importante solo perchè parte di uno spettacolo nel quale la fanciulla era la principale attrattiva. Gli adulti cominciarono a interessarsi della ragazza dagli occhi luminosi, e parecchi crocchi di ragazzetti s’innamorarono disperatamente di lei, e le lanciavano continuamente involtini di noci e di mele, indirizzati in istampatello alla porta del museo.
Quella buona impressione non dispiacque alla signora Jarley, la quale, per téma che Nella perdesse ogni pregio per essere facilmente visibile, quasi subito mandò di nuovo in giro il brigante solo, e riservò la fanciulla alla sala dell’esposizione, perchè ogni mezz’ora vi spiegasse le figure, con grande soddisfazione degli spettatori ammirati. E gli spettatori erano d’ottima scelta, giacchè comprendevano molti conviti di signorine, il cui favore la signora Jarley s’era a gran fatica conciliato modificando il viso e il costume del pagliaccio Grimaldi per spacciarlo quale il signor Lindley Murray nell’atto di comporre la sua grammatica inglese, e trasformando un’assassina di grande importanza nella signora Hannah More – e la grande rassomiglianza delle due effigie fu ammessa dalla signorina Monflathers, la quale, a capo del primo convitto e istituto diurno della città, aveva accondisceso a fare una visita privata al museo con otto delle sue allieve migliori, tali da far meravigliare per la loro correttezza irreprensibile. Il ministro Pitt in berretto da notte e veste da camera, ma senza le scarpe, rappresentava con perfetta esattezza il poeta Cowper; e la regina Maria di Scozia con parrucca scura, in colletto candido di camicia e costume mascolino, era un’immagine così rassomigliante di lord Byron, che le signorine, vedendola, si misero proprio a strillare. La signorina Monflathers, però, represse il loro entusiasmo e colse l’occasione di deplorare con la signora Jarley che non fosse più cauta nella scelta della sua collezione, giacchè lord Byron aveva seguite certe opinioni assolutamente incompatibili con gli onori d’un museo di cera; e poi aggiunse qualcosa del rispetto che si deve alla Chiesa, che la signora Jarley non comprese.
Benchè avesse dei compiti abbastanza faticosi, Nella trovò nella donna del carrozzone una persona molto gentile e piena di considerazione, la quale non solo cercava in ispecial modo di trattar sè stessa meglio che poteva, ma di far star bene anche quelli che le stavano d’attorno: cosa questa che, è bene osservare, è molto più rara e straordinaria della prima, anche nelle persone che abitano in luoghi assai più belli dei carrozzoni, e per nulla affatto la sua necessaria conseguenza. Siccome la popolarità procurava a Nella da parte dei visitatori molte piccole mance sulle quali la padrona non esigeva alcun prelevamento, e siccome anche il nonno era ben trattato e utile, ella non aveva alcun motivo di malessere dipendente dal museo di cera, tranne quello che le derivava dal ricordo di Quilp e dal timore che questi potesse ritornare e un giorno imbattersi improvvisamente in loro.
Quilp veramente formava un continuo incubo per la fanciulla, che era ogni momento perseguitata dalla visione dell’orribile faccia di quell’omiciattolo. Ella dormiva, per maggiore sicurezza propria e del nonno, nella sala dov’erano le figure di cera, e non andava mai la sera a riposarsi senza torturarsi – non poteva farne a meno – con l’immaginare, nell’uno o nell’altro di quei visi spettrali delle statue di cera, una rassomiglianza col nano. Quella fantasia a volte la soverchiava così, ch’ella si figurava che il nano avesse allontanato la statua, assumendone i panni. Poi ve n’erano tante con i loro grandi occhi vitrei, ritte l’una dietro l’altra intorno al suo letto, con la sembianza di creature vive, e pure diverse nella loro truce calma e nel loro silenzio, ch’ella ne aveva una specie di terrore. Spesso giaceva a letto sveglia ad osservare quelle oscure effigie, finchè non era costretta a levarsi e ad accendere la candela o ad andare a sedersi accanto alla finestra aperta per sentirsi in compagnia delle stelle lucenti. Allora si ricordava della vecchia casa e della finestra accanto alla quale soleva starsene sola soletta, e pensava al povero Kit e a tutta la sua bontà, finchè non le sgorgavano dagli occhi le lacrime, e non sorrideva e piangeva nello stesso tempo.
Spesso e ansiosamente in quell’ora di silenzio, i suoi pensieri si volgevano al nonno, domandandosi quanto egli ricordasse della loro vita d’una volta e se si fosse realmente accorto del mutamento delle loro condizioni e del loro ultimo miserabile abbandono. Quando andavano vagando, ella di rado pensava a questo, ma ora non poteva non pensare a che sarebbe avvenuto di loro, se lui si fosse ammalato, o lei non avesse avuto più forza. Egli era pazientissimo e volenterosissimo, felice di attendere a qualche piccolo compito, e contento di rendersi utile; ma si manteneva nella stessa indolenza senza alcuna speranza di miglioramento – un vero bambino – una povera creatura senza pensieri, un innocuo vecchio appassionato, capace di tenero amore e di delicate attenzioni per lei, e di impressioni piacevoli e dolorose, ma non più sensibile per altro al mondo. Era una gran tristezza per lei saper questo, una così gran tristezza assistere a questo, che, a volte, quando egli se ne stava indolente accanto a lei, sorridendole e chiamandola se voltava lo sguardo, o carezzando qualche bambino e palleggiandolo da un lato all’altro, come faceva per qualche ora di seguito, imbarazzato dalle sue semplici domande, pure rassegnato alla propria infermità, e, con l’aria d’esserne quasi consapevole, umile persino innanzi allo spirito d’un fanciullo, ella soleva scoppiare in lagrime, e ritirandosi in qualche cantuccio nascosto, cadere in ginocchio e pregare ch’egli potesse guarire.
Ma il colmo della sua ambascia non derivò dal vederlo in quella condizione, giacchè egli era almeno contento e tranquillo, nè dalla continua meditazione sullo stato in cui era caduto, benchè queste fossero prove ben dure per un così giovane cuore. Cagioni di più grave e più profonda angoscia non sarebbero tardate.
Una sera, una sera di vacanza per essi, Nella e il nonno uscirono a passeggio. Erano stati quasi segregati per alcuni giorni, e approfittando della bella serata, pian piano s’allontanarono molto. Usciti dalla città, infilarono un sentiero che attraversava degli ameni campi, giudicando che sarebbe sboccato nella strada che avevano lasciata e che li avrebbe messi in grado di tornare per la stessa via. Esso, però, faceva un giro molto più lungo di quel che avevano immaginato, e così furono tentati ad andare innanzi fino al tramonto, ora in cui raggiunsero la strada che cercavano e si fermarono a riposare.
Il cielo s’era a poco a poco rannuvolato, e fatto oscuro e basso, tranne dove la gloria del sole al tramonto accumulava mucchi d’oro e di fuoco ardente, dal quale cadevan qua e là ceneri sfavillanti a traverso il velo nero, rosseggiando sulla terra. Il vento, mentre il sole tramontava portando altrove un lieto giorno, cominciò a gemere con cupo mormorìo; e una processione di nuvole oscure che gli veniva incontro minacciava tuoni e lampi. Grosse gocce di pioggia cominciarono a cadere, e, come le nuvole della tempesta continuavano a veleggiare, le altre colmavano il vuoto che esse lasciavano, e si allargavano per tutto il cielo. Poi si udì il cupo brontolìo d’un tuono lontano, poi balenò un lampo, e quindi parve che tutta la tenebra in un’ora si fosse raccolta in un istante.
Timorosi di rifugiarsi sotto un albero o una siepe, il vecchio e la fanciulla si misero a correre sulla strada maestra, sperando di trovare qualche casa in cui ripararsi dalla tempesta, che era scoppiata forte, e ogni istante aumentava di violenza. Fradici dalla pioggia che li flagellava, confusi dai tuoni assordanti e accecati dal bagliore dei lampi biforcati, sarebbero passati innanzi a una casa solitaria senza vederla, se un uomo che stava sulla porta non li avesse invitati energicamente a entrare.
– A ogni modo le vostre orecchie dovrebbero essere migliori di quelle degli altri, se non v’importa nulla d’essere accecati – egli disse, ritraendosi dalla porta e con le mani facendosi schermo agli occhi mentre i lampi frastagliati si ripetevano. – Dove volevate andare, eh? – aggiunse, chiudendo la porta e andando innanzi per un corridoio fino a una stanza in fondo.
– Se non ci aveste chiamati, non avremmo visto la casa, signore – rispose Nella.
– Si capisce – disse l’altro – con quei lampi negli occhi. Fareste bene a sedervi qui accanto al fuoco, per asciugarvi un po’. Se avete bisogno di qualche cosa potete chiedere ciò che vi piace. Se non volete nulla, non siete obbligati a ordinare nulla, non abbiate paura. Questa è una osteria, ecco tutto. Chi non conosce nei dintorni il Soldato Valoroso?
– Quest’osteria si chiama il Soldato Valoroso, signore? – domandò Nella.
– Credevo che tutti lo sapessero – rispose l’oste. – Di dove venite che non sapete il Soldato Valoroso come il catechismo? È il Soldato Valoroso di Giacomo Groves… Giacomino Groves… l’onesto Giacomino Groves, che è un uomo di carattere morale irreprensibile, e ha un bel giuoco di birilli, su cui non piove. Se qualcuno ha da dire qualche cosa contro Giacomino Groves, venga a dirlo a Giacomino Groves, e Giacomino Groves lo manderà via ben conciato per le feste.
Con queste parole, l’interlocutore si picchiò sulla sottoveste per proclamare d’esser lui il così decantato Giacomino Groves, schiaffeggiò, in modo da non danneggiarla, l’effige approssimativa di Giacomino Groves, che schiaffeggiava la società in generale da una cornice nera sul caminetto; e avvicinandosi alle labbra un bicchiere con un resto di spirito annacquato, bevve alla salute di Giacomino Groves.
Siccome la serata era calda, un ampio paravento era tirato a traverso la stanza, come una barriera contro il calore del focolare. Sembrava che qualcuno dall’altro lato del paravento avesse affacciato dei dubbî sull’intrepidità del signor Groves, spingendolo così a quelle egoistiche espressioni, poichè il signor Groves concluse la sua sfida con l’assestare con le nocche delle dita un energico colpo al paravento e fermarsi attendendo una risposta dall’altro lato.
– Non son molti – disse il signor Groves, giacchè non gli rispondeva nessuno – quelli che s’arrischierebbero a mettersi contro Giacomino Groves, in casa sua. C’è solo uno, lo so, che ha abbastanza coraggio per farlo, e quest’uno non è neppure a centinaia di miglia di qui. Ma egli vale una dozzina di uomini, e per conseguenza gli lascio dire di me ciò che vuole… egli lo sa.
In risposta a questo discorso complimentoso, una voce molto burbera e rauca, invitò il signor Groves “a fare silenzio e ad accendere una candela”. E la stessa voce osservò che non era proprio necessario che lo stesso signore “si sgolasse a fare il fanfarone, perchè, si sapeva abbastanza bene di che pasta fosse impastato”.
– Nella, stanno… stanno giocando a carte – bisbigliò il vecchio a un tratto interessato. – Non senti?
– Fa’ presto con la candela – disse la voce. – A stento si riescono a distinguere le carte, e chiudi subito quella finestra, hai capito? Tutti questi tuoni stasera non faranno bene alla tua birra… Vinta la partita! Sette scellini e mezzo, caro il mio Isacco. Da’ qua.
– Senti, Nella, senti? – bisbigliò di nuovo il vecchio, con maggiore ardore, udendo il tintinnìo delle monete sul tavolo.
– Dalla sera che il vecchio Luca Withers vinse tredici volte puntando sul rosso – disse una voce stridula dal tono spiacevolissimo, dopo che si fu dileguato un formidabile colpo di tuono – non ho più veduto un temporale come questo. Tutti dicemmo ch’egli aveva la fortuna sua e quella del diavolo, e siccome era proprio una di quelle notti in cui il diavolo va in giro per i suoi affari, si sarebbe potuto vederlo, se fosse stato visibile, guardare il giuoco di sulla spalla di Luca.
– Ah! – rispose la voce rauca. – Poco o molto, Luca, negli ultimi anni, ha guadagnato bene; ma ricordo il tempo quand’era il più disgraziato o sfortunato degli uomini. Non prendeva mai una scatola di dadi in mano, o una carta, che non venisse spennato, spiumato, e ripulito ben bene.
– Senti che dice? – bisbigliò il vecchio. – Lo senti, Nella?
La fanciulla vide con meraviglia e apprensione che tutto l’aspetto del nonno s’era completamente mutato. Il viso gli s’era acceso e teso, gli occhi infiammati, la linea della bocca fissata, il fiato s’era fatto grosso e pesante, e la mano, che aveva messa nella mano di lei, tremava con tanta violenza da scuotersi sotto la stretta della fanciulla.
– Ricordi – egli mormorò, levando gli occhi – ch’io l’ho detto sempre, che lo sapevo, lo sognavo, sentivo che era così, e che così dev’essere? Quanto denaro abbiamo, Nella? Su! T’ho vista con del denaro ieri. Quanto denaro abbiamo? Dammelo.
– No, no, lasciamelo tenere, nonno – disse la fanciulla, sgomenta. – Andiamo via di qui. Non importa se piove. Per carità, andiamocene.
– Dammelo, ti dico – ribattè il vecchio con ira. – Su, su, non piangere, Nella. Se ho parlato con risentimento, cara, non era nella mia intenzione. È per il tuo bene. T’ho fatto del male, Nella, ma pure ti compenserò, Nella; veramente ti compenserò. Dov’è il denaro?
– Non te lo prendere – disse la fanciulla. – Non te lo prendere, caro. Per amor mio e per amor tuo, lasciamelo tenere, o fammelo gettar via. Meglio buttarlo via, che pigliartelo ora. Andiamo; per carità, andiamo
– Dammi il denaro – incalzò il vecchio. – Me lo devi dare. Ecco… ecco… questa è la mia buona Nella. Ti compenserò un giorno, piccina, ti compenserò, non temere!
Lei cavò di tasca un borsellino, e lui lo prese con la stessa rapida impazienza che aveva caratterizzato le sue parole, e frettolosamente s’avviò verso l’altro lato del paravento. Era impossibile frenare il vecchio, e la fanciulla lo seguì da presso, tutta tremante.
L’oste aveva messa una candela sul tavolo, ed era occupato a spiegare la cortina della finestra. I due che s’erano sentiti parlare erano due uomini che avevano dinanzi un pacco di carte e un po’ di monete d’argento: le partite giocate le avevano segnate col gesso. L’uomo dalla voce rauca era grosso, d’età media, con grosse fedine nere, guance ampie, la bocca ruvida e grande e il collo che si vedeva quasi tutto, perchè, intorno al colletto della camicia non c’era che una rossa cravattina sciolta. Aveva in testa un cappello di color bianchiccio, e al fianco una grossa mazza nodosa. L’altro, che dal compagno era stato chiamato Isacco, era più magro – incurvato e con le spalle alte – con una faccia bieca, e lo sguardo torvo e aggressivo.
– Bene, caro il mio vecchio – disse Isacco, voltandosi. – Che volete? Siamo in privato, da questo lato del paravento, caro signore.
– Spero di non farvi un’offesa – rispose il vecchio.
– Ma perdinci, signor mio, ci offendete – disse l’altro interrompendolo – venendo qui a disturbare due persone che si occupano degli affari loro.
– Non avevo alcuna intenzione di recarvi offesa – disse il vecchio, puntando con ansia le carte: – pensare che…
– Ma non avevate alcun diritto di pensare, signore – rispose l’altro. – Un uomo della vostra età che diavolo ha da pensare?
– Ma, brontolone – disse il compagno grosso, levando la prima volta gli occhi dalle carte – non puoi lasciarlo parlare?
L’oste che, a quanto pareva, aveva risoluto di rimaner neutrale finchè non avesse saputo qual lato della questione sarebbe stato approvato dall’uomo grosso, a questo punto s’intromise dicendo:
– Ma, certo, perchè non lo lasci parlare, Isacco List?
– Perchè non lo lascio parlare? – disse con un ghigno Isacco, imitando come meglio poteva, con la sua voce stridula il tono dell’oste. – Che parli, Giacomino Groves.
– Bene, allora, fallo parlare – disse l’oste.
Lo sguardo del signor List assunse un aspetto torvo, che sembrava minacciasse una continuazione della controversia, quando il compagno, che aveva guardato intento il vecchio, opportunamente vi mise termine:
– Chi sa – egli disse con un’occhiata scaltra – ma! il signore avrà cortesemente avuto l’intenzione di chiedere se poteva aver l’onore di giocare con noi.
– Appunto – esclamò il vecchio. – È questo che voglio. Ora è questo che voglio.
– Me lo immaginavo – rispose lo stesso uomo. Allora chi sa se il signore, prevedendo la nostra obbiezione a giocare per semplice divertimento, non desideri gentilmente di giocare per denaro?
Il vecchio rispose scotendo nella mano febbrile il borsellino, gettandolo sul tavolo e raccogliendo, con l’avidità d’un avaro per l’oro, il mazzo delle carte.
– Ah! questo veramente… – disse Isacco – se è questo ciò che intende il signore, allora chieggo scusa al signore. È questo il borsellino del signore? Graziosissimo borsellino, ma piuttosto leggerino – aggiunse Isacco, gettandolo in aria e acchiappandolo con molta destrezza – pure contiene abbastanza da divertire una persona per una mezz’oretta.
– Faremo una partita in quattro, e giocherà anche Groves – disse l’uomo grosso. – Su, Giacomino.
L’oste, che si conduceva come colui che era molto abituato a simili trattenimenti, s’avvicinò al tavolo e vi prese posto. La fanciulla, in grande ambascia, trasse il nonno da parte, e lo implorò, anche allora, d’andar via di là.
– Vieni; e possiamo esser così felici – disse la fanciulla.
– Felici saremo – rispose il vecchio in fretta. – Su, Nella. I mezzi della felicità sono i dadi e le carte. Noi dobbiamo salire dalle piccole vincite alle grandi. Qui v’è poco da vincere; ma il molto verrà a suo tempo. Non mi rifarò che del mio, e sarà tutto per te, cara.
– Che Iddio ci aiuti! – esclamò la fanciulla. – Ah! quale cattiva sorte ci ha portati qui?
– Zitta! – soggiunse il vecchio, premendole con una mano la bocca. – La fortuna non vuole rimbrotti. Se la rimproveriamo, ci disprezzerà; è così.
– Ebbene, signore – disse l’uomo grasso. – Se non venite voi, dateci almeno le carte, sentite.
– Vengo – esclamò il vecchio. – Siediti, Nella, siediti qui, e guarda. Sii allegra, è tutto per te… tutto fino all’ultimo centesimo. A loro non dirò nulla, no; altrimenti non giocherebbero, per paura della grande probabilità di vincita che è nel mio scopo. Guardali. Vedi chi sono essi, e chi sei tu. Chi può dubitare che la vittoria non sarà nostra?
– Il signore ci ha ripensato, e non viene – disse Isacco, facendo l’atto di levarsi. – Mi dispiace di dire che il signore ha paura… chi non risica, non rosica… ma il signore è padrone di fare quello che vuole.
– Ecco, son pronto. Tutti voi siete stati meno pronti di me. Vorrei sapere chi più di me è ansioso di cominciare.
Così dicendo il vecchio trasse una seggiola innanzi al tavolo; e dopo che gli altri tre vi si furono stretti intorno, il giuoco incominciò.
La fanciulla s’era seduta lì presso, assistendo allo svolgimento del giuoco con l’animo turbato. Senza curarsi delle vicende della sorte, e pensosa soltanto della passione disperata che aveva invaso il nonno, la perdita o la vincita per lei era la stessa cosa. Esultante per qualche breve trionfo, o depresso da una disfatta, ecco lì il nonno così agitato e irrequieto, vibrante d’ansia così febbrile e intensa, così terribilmente avido, così famelico delle insignificanti poste, che ella avrebbe quasi potuto tollerar meglio di vederlo morto. E pure era lei la causa innocente di tutta la tortura che lo lacerava, e lui, giocando con una sete per la vincita così selvaggia che neppure i più insaziabili giocatori avevano mai sentito, non pensava minimamente a sè stesso!
Al contrario, gli altri tre – furfanti e giocatori di mestiere – se ne stavano, mentre erano intenti al loro giuoco, così tranquilli e cheti che sembrava che tutte le virtù fossero concentrate nel loro petto. Talvolta l’uno levava gli occhi per sorrider all’altro, o per smoccolare la fioca candela o per dare un’occhiata ai lampi che guizzavano oltre la finestra aperta e la cortina svolazzante, o per ascoltare qualche colpo di tuono più forte degli altri, con una specie di impazienza momentanea, come se ne fosse sconcertato; ma tutti e tre se ne stavano con una calma indifferente, per tutto ciò che non fosse il giuoco, in apparenza filosofi perfetti, senza alcun indizio di passione o di eccitazione, quasi fossero effigiati nel marmo. Il temporale aveva infuriato per più di tre ore; i lampi erano diventati più deboli e meno frequenti; i tuoni, che prima sembravano rotolare e scoppiare sulla loro testa, si erano a poco a poco dileguati in una profonda rauca distanza; e il giuoco continuava ancora, e la fanciulla in ansia se ne stava ancora lì perfettamente dimenticata.

XXX.

Finalmente il giuoco ebbe termine, e Isacco List si levò unico vincitore. Il compagno e l’oste sopportarono la loro perdita con fortezza professionale. Isacco intascò la vincita con l’aria di chi, durante il giuoco, avesse risoluto di guadagnare e non ne fosse nè sorpreso, nè compiaciuto.
Il borsellino di Nella era esausto; ma benchè stesse vuoto accanto al vecchio, e gli altri giuocatori si fossero levati dal tavolo, quegli consultava le carte, maneggiandole come erano state maneggiate prima, e distribuendo le diverse mani per vedere quale sarebbe toccata a ciascuno, se il giuoco fosse continuato. Egli era tutto assorto in quell’occupazione, quando la fanciulla s’avvicinò e gli mise una mano sulla spalla, dicendogli che era quasi mezzanotte.
– Vedi la maledizione della povertà, Nella – egli disse, indicando i pacchetti di carte che aveva sparsi sul tavolo. – Se avessi potuto continuare per un altro poco, solo per un altro poco, la fortuna si sarebbe voltata dalla mia parte. Sì, le carte parlano chiaro. Vedi qui… e qui… e ancora qui.
– Lasciale – disse la fanciulla. – Cerca di dimenticarle.
– Cerca di dimenticarle! – egli soggiunse, alzando il viso incavato verso quello di lei e fissandola incredulo, – Dimenticarle! Come faremo a diventar ricchi, se le dimentico?
La fanciulla non potè che scuotere il capo.
– No, no, Nella – disse il vecchio carezzandola sulle guance; – non si debbono dimenticare. Appena potremo, dobbiamo rifarci. Pazienza… pazienza, e ti compenseremo, te lo prometto. Oggi si perde, domani si vince. E non si può vincere nulla senza sforzo e affanno… nulla. Su, sono pronto.
– Sapete che ora è? – disse il signor Groves, che s’era messo a fumare insieme con gli amici.
– Mezzanotte passata.
– E piove – aggiunse l’uomo grosso.
– Il Soldato Valoroso di Giacomo Groves. Buoni letti. Trattamento a buon mercato per uomo e cavalcatura – disse il signor Groves, citando l’insegna. – Mezzanotte passata.
– È molto tardi – disse la fanciulla, agitata. – Sarebbe stato meglio andarsene prima. Che penseranno di noi! Saranno le due quando arriveremo. Quanto ci costerebbe, signore, a fermarci qui?
– Due buoni letti, uno scellino e mezzo; cena e birra uno scellino; totale due scellini e mezzo, – rispose il Soldato Valoroso.
Ora Nella aveva ancora la moneta d’oro cucita nel vestito; e considerando ch’era molto tardi e che la signora Jarley andava a letto molto presto, e che presentarsi a svegliarla nel cuore della notte a a furia di picchi sarebbe stato gettare in grave agitazione la buona signora; – e poi, riflettendo, d’altra parte che se fossero levati presto la mattina, sarebbero potuti esser di ritorno prima che quella si svegliasse, e invocare la violenza del temporale del temporale che li aveva sorpresi come una buona ragione per la loro assenza – ella decise, dopo molta esitazione, di rimanere. Perciò condusse il nonno da un canto, e dicendogli che possedeva ancora abbastanza per pagar la spesa dell’alloggio, propose di rimaner lì la notte.
– Se avessi avuto codesto denaro prima… se l’avessi saputo soltanto pochi minuti fa! – mormorò il vecchio
– Se non vi dispiace, abbiamo deciso di fermarci – disse Nella volgendosi in fretta all’oste.
– Credo che sia prudente – rispose il signor Groves. – Avrete subito da cena.
Per conseguenza, dopo ch’ebbe finito di fumare la pipa, n’ebbe scosse le ceneri, e l’ebbe deposta accuratamente nell’angolo del caminetto, col fornello in giù, il signor Groves portò del pane, del cacio e della birra con molti alti encomi sulla loro bontà, invitando gli ospiti a sedersi e a servirsi. Nella e il vecchio mangiarono molto poco, entrambi sovrappensiero; gli altri due, per i quali la birra era un liquido troppo debole e casalingo, si consolarono col tabacco e i liquori.
Siccome dovevano lasciar l’albergo molto presto mattina, alla fanciulla premeva di pagare prima di andare a letto. Ma siccome sentiva la necessità di occultare il suo gruzzoletto al nonno e doveva cambiare la moneta d’oro, la trasse di soppiatto dal nascondiglio ove l’aveva sempre tenuta, e colse l’occasione dell’oste che usciva dalla stanza, per seguirlo, nel piccolo ridotto della vendita, e consegnargliela.
– Se non vi dispiace, mi darete qui il resto – disse la fanciulla.
Giacomo Groves evidentemente fu sorpreso, e osservò la moneta, la fece tintinnare sul banco, osservò la fanciulla e di nuovo la moneta, come con l’intenzione di domandare come mai fosse nelle mani di lei. Ma siccome la moneta era di conio autentico e presentata per il cambio al suo banco, da oste prudente, probabilmente, pensò che la cosa non fosse affar suo. A ogni modo, contò il resto, e lo mise nelle mani della fanciulla. Questa tornava nella sala dove avevano passato la sera, quando le parve di vedere un’ombra sparire attraverso la porta. Non v’era che un lungo corridoio scuro fra la porta e il luogo dove aveva cambiato la moneta, ed avendo la certezza matematica che nessuno fosse entrato o uscito in quel mentre, le lampeggiò in mente il pensiero d’essere stata spiata.
Ma da chi? Quando rientrò nella sala non trovò altri che quelli che vi aveva lasciati. L’uomo grosso stava allungato su due sedie, con la testa poggiata a una mano, e l’altro dallo sguardo severo riposava nello stesso atteggiamento dal lato opposto del tavolo. Fra il primo e il secondo stava seduto il nonno, guardando intento il vincitore con una specie di assetata ammirazione, e bevendo le sue parole come se fossero d’un essere superiore. Ella si trovò impacciata per un momento, e guardò in giro per veder se vi fosse qualcun altro. No. Chiese al nonno sottovoce se qualcuno mentre ella era assente, avesse lasciato la stanza. – No, – egli disse – nessuno.
Doveva – ella pensò – essere stata la sua fantasia, allora; e pure era strano che, senz’alcun pensiero antecedente che potesse favorirla, ella avesse immaginato, con tanta precisione, di veder sparire qualcuno. Stava ancora sconcertata a pensarci, quando, per accompagnarla a letto, si presentò una ragazza con una candela.
Il vecchio nello stesso tempo salutò gli amici, e andarono di sopra insieme. L’albergo era grande e disordinato, con corridoi scuri e larghe scalinate che la luce vacillante delle candele sembrava rendesse più tristi. Ella lasciò il nonno nella camera che gli era stata assegnata, e seguì la sua guida in un altro posto all’estremità del corridoio, alla quale si arrivava per una mezza dozzina di gradini scricchiolanti. Era preparata per lei. La ragazza che l’aveva accompagnata, si indugiò un poco a parlare e a dir le proprie doglianze. Non aveva un buon posto, disse; il salario era scarso, e la fatica molta. Fra una quindicina di giorni se ne sarebbe andata; non poteva la fanciulla, raccomandarla in qualche parte? Veramente ella temeva che qualche altro difficilmente l’avrebbe pigliata dopo essere stata lì, perchè quella locanda non godeva una bella fama: vi si giocava troppo alle carte, e vi si faceva anche peggio. La gente che la frequentava certo non era onesta come loro due; ma per carità, non dicesse ch’ella aveva parlato così. Poi vi furono delle incoerenti allusioni a un fidanzato rifiutato, che aveva minacciato di arrolarsi soldato – una promessa finale di picchiare alla porta la mattina presto – e “buona notte”.
La fanciulla, rimasta sola, non si sentì rassicurata. Continuava a pensare all’ombra che s’era dileguata nel corridoio da basso, e ciò che la ragazza le aveva detto non contribuiva a calmarla. Gli uomini da lei veduti avevano un brutto aspetto. Chi sa se non campavano la vita col derubare e assassinare i viaggiatori. Chi sa!
Cercando di persuadersi che le sue paure erano vane, e di non pensarci per un po’, eccola assalita dell’ambascia generata dalle avventure della sera. La vecchia passione del giuoco s’era ridestata nel petto del nonno, e dove altro egli poteva essere tratto, il cielo soltanto sapeva! A quali timori la loro assenza aveva potuto dar luogo? Delle persone potevano essersi mosse in cerca di loro anche allora. Sarebbero stati perdonati la mattina, o travolti di nuovo alla deriva? Ah! Perchè si erano fermati in quel triste luogo? Sarebbe stato meglio se avessero continuato ad andare a qualunque costo.
Infine, gradatamente, il sonno la vinse – un sonno interrotto e a sbalzi, turbato da sogni in cui ella precipitava da alte torri, e dal quale si svegliava di scatto atterrita. Seguì poi un sonno più profondo… e quindi… Che! Un’ombra nella camera!
C’era una persona. Sì, essa aveva sollevato la persiana perchè all’alba entrasse la luce, e lì, fra il piede del letto e il vano buio della finestra, era rannicchiato qualcuno che veniva innanzi a tentoni sulle mani e girava intorno al letto. Ella non ebbe voce per chiamare aiuto, nessuna forza per muoversi, ma giacque ferma a osservare.
Veniva avanti… avanti, furtiva e tacita, a capo del letto. Il respiro era già accanto al guanciale, ed ella si trasse indietro, per tema che quelle mani erranti dovessero toccarle il viso. L’ombra tornò pian piano di nuovo alla finestra, poi volse la testa verso di lei.
L’oscura forma era una semplice macchia nel buio più tenue della camera, ma ella vide la testa che si voltava, e sentì e seppe che gli occhi guardavano e le orecchie ascoltavano. E continuava, l’ombra, a rimanere immobile come lei. Infine, sempre con la faccia verso di lei, agitò le mani in qualche cosa, ed ella sentì un tintinnìo di monete.
Allora l’ombra si spinse di nuovo innanzi, furtiva e silenziosa come prima, e rimettendo accanto al letto le vesti che aveva prese, ricadde sulle mani e sulle ginocchia, e se n’andò via carponi. Con quanta lentezza sembrava strisciasse sul pavimento, ora la fanciulla udiva soltanto e non vedeva! Finalmente l’ombra raggiunse la porta e si levò in piedi. I gradini scricchiolarono sotto un cauto passo, e non si udì più nulla.
Il primo impulso della fanciulla fu di fuggire per il terrore di trovarsi in quella camera – per aver qualcuno vicino – per non essere sola – e allora le sarebbe tornata la virtù della favella. Senza nemmeno accorgersene, saltò fino alla porta.
C’era la terribile ombra, che s’era fermata in fondo ai gradini.
Ella non poteva rasentarla; forse, al buio, avrebbe potuto farlo senza essere presa, ma il sangue le si agghiacciò a questo semplice pensiero. L’ombra se ne stava ferma, e ferma rimase anche lei; non per coraggio, ma per necessità; perchè ritornare nella camera era appena meno terribile che spingersi innanzi.
Fuori la pioggia picchiava rapida e furiosa, e scorreva a torrenti fragorosi dal tetto di paglia. Qualche insetto estivo, rimasto imprigionato, volava alla cieca da una parte all’altra, picchiando il corpo contro le pareti e il soffitto, e riempiendo del suo ronzìo il luogo silenzio. L’ombra si mosse di nuovo. La fanciulla involontariamente la imitò. Una volta giunta nella camera del nonno, ella si sarebbe sentita al sicuro.
L’ombra andò innanzi per il corridoio finchè non giunse proprio innanzi alla porta che la fanciulla desiderava tanto di raggiungere. La fanciulla, nella sua ansia di riparare nel suo rifugio, era quasi balzata innanzi col proposito di irrompere nella camera del nonno e chiudersela alle spalle, quando l’ombra si fermò di nuovo.
Improvvisamente le lampeggio l’idea: se la persona sconosciuta fosse entrata col proposito di trucidare il vecchio? Si sentì venir meno. Sì, quella entrava. C’era una candela dentro. L’ombra era in quell’istante nella camera, e lei, ancora muta – assolutamente muta, e quasi fuor dei sensi – stava a guardare.
La porta era socchiusa. Non sapendo che fare, ma con lo scopo di difendere il nonno o farsi uccidere, ella avanzò barcollando e guardò nell’interno.
Quale spettacolo le si presentò!
Il letto non era stato disfatto, ma era bene rimboccato e intatto. E al tavolino sedeva lo stesso nonno, l’unico essere vivo nella camera; la pallida faccia aguzza e affilata dall’avidità che gli faceva fiammeggiare gli occhi – nell’atto di contare il denaro di cui le sue mani avevano derubato la nipote.

XXXI

Con passo più debole e incerto di quando s’era avvicinata alla stanza, la fanciulla si ritrasse dalla porta e tornò a tentoni in camera sua. Il terrore che l’aveva poco prima invasa era nulla in confronto di quello che l’opprimeva in quel momento. Un ladro estraneo, l’amico più perfido che avesse mirato alla depredazione dei suoi ospiti o che si fosse spinto furtivamente fino al loro letto per ucciderli nel sonno, il più crudele e terribile aggressore notturno non avrebbe potuto suscitarle in petto metà dello spavento che le ispirava il riconoscimento del suo visitatore notturno. Il vecchio dalla testa grigia, ch’era entrato, come un fantasma, nella camera ov’ella riposava, credendola profondamente addormentata, a derubarla, e che poi era fuggito col bottino per contemplarselo con quella folle esultanza ch’ella aveva osservata, era peggiore – immensurabilmente peggiore, e molto più terribile ora, a rifletterci – della più triste cosa che la più sbrigliata fantasia avesse potuto mai suggerire. Se egli fosse ritornato!… La porta non aveva serratura o catenaccio… Se con l’idea d’aver lasciato un altro po’ di denaro, fosse dovuto ritornare a prenderlo!… Un vago sgomento, un vago orrore accompagnò l’idea che il vecchio potesse entrare di nuovo, entrare con passo furtivo, volger di nuovo la faccia verso il letto vuoto, mentre ella si sarebbe acquattata sul pavimento per lasciarlo passare ritraendosi lungi dal suo piede, per evitare un contatto quasi insopportabile. Si sedette a origliare. Silenzio! Un passo sulla scala, ed ecco la porta aprirsi lentamente… Non era che immaginazione, ma l’immaginazione aveva tutti i terrori della realtà; era peggiore, anzi, perchè la realtà sarebbe venuta e andata, e sarebbe finita, ma nell’immaginazione l’ombra continuava a venire, e non se ne andava mai.
Il sentimento che opprimeva la fanciulla era di un vago incerto orrore. Ella non aveva paura del caro, vecchio nonno, che nell’affetto per lei aveva contratto la sua malattia mentale; ma l’uomo veduto da lei quella notte, uncinato nelle vicende del giuoco, entrato di soppiatto nell’ombra della camera, e poi occupato a contare il denaro sotto la candela vacillante, le sembrava come un altro essere nella stessa persona, una distorsione della primitiva immagine, qualche cosa da cui bisognava ritrarsi e che bisognava temere anche di più, perchè aveva una rassomiglianza col nonno e stava con lei. Ella poteva appena mettere in relazione il suo amorevole compagno, salvo che per la sua scomparsa, con quel nuovo vecchio, così dissimile da lui. Aveva pianto vedendolo indolente e tranquillo. Ma ora che maggior causa di pianto!
La fanciulla sedeva vegliando e pensando a queste cose, ma il fantasma, nel suo spirito, era divenuto così tremendo e formidabile, ch’ella sentì sarebbe stato un sollievo udir la voce del vecchio, o, se fosse stato addormentato, almeno vederlo, e bandire alcune delle paure che s’aggrappavano intorno alla sua immagine. Andò pian piano giù per la scaletta e di nuovo per il corridoio. La porta era ancora socchiusa, com’era stata lasciata, e la candela ardeva come prima.
Ella aveva in mano la candela sua ed era pronta a dire, se avesse trovato sveglio il nonno, d’esser tanto agitata da non poter riposare, e ch’era andata a vedere se nella camera di lui la candela fosse accesa. Guardando nell’interno, vide il vecchio giacer calmo, e così si fece coraggio ed entrò.
Egli dormiva d’un sonno profondo. Nel viso nessuna traccia di passione, di cupidigia, di ansia, di desiderio sfrenato; ma tutta un’aria di gentilezza, di tranquillità e di pace. Innanzi a lei non era il giocatore o l’ombra furtiva che aveva visto entrare nella camera; non era neppure l’uomo stanco e abbattuto, il cui viso aveva guardato tante volte nella grigia luce del mattino: età il caro, vecchio amico, l’innocente compagno di viaggio, il nonno buono e affettuoso.
Non ebbe paura di contemplare quei lineamenti addormentati, ma era profondamente afflitta e desolata, e trovò un sollievo nelle lagrime.
– Iddio lo benedica! – disse la fanciulla, chinandosi pianamente a baciar il nonno sulla placida guancia. – Capisco benissimo ora che veramente ci separerebbero se ci trovassero, e non gli farebbero veder più la luce del sole e del cielo. Egli non ha che me per suo aiuto. Iddio ci benedica entrambi!
Dopo aver accesa la candela portata con sè, si ritrasse in silenzio com’era andata, e, rientrando ancora una volta in camera sua, stette a vegliare seduta durante il resto di quella lunghissima notte.
Finalmente il giorno fece impallidir la fiamma del mozzicone di candela, ed essa cadde addormentata. Fu presto svegliata dalla ragazza che l’aveva condotta a letto, e, tosto che si fu vestita, si preparò a raggiungere il nonno da basso. Ma prima si frugò in tasca e trovò che il danaro era tutto sparito – non v’era più neppure un centesimo.
Il vecchio era già in attesa, e dopo pochi secondi si erano già avviati. La fanciulla pensò ch’egli evitasse di guardarla, e s’aspettasse ch’ella gli dicesse della perdita sofferta. Doveva pur dirlo, perchè egli non sospettasse della verità.
– Nonno – disse con voce tremante, dopo ch’ebbero percorso un miglio in silenzio – credi che ci sia della gente onesta in quell’albergo?
– Perchè? – rispose tremebondo il vecchio. – Io la credo onesta… sì, s’è giocato onestamente.
– Ti dico perchè lo domando – soggiunse Nella. – Ho perso un po’ di denaro stanotte… certo fuori della mia camera da letto.. Tranne che qualcuno non me l’abbia tolto per scherzo… soltanto per scherzo, caro nonno. Se potessi sapere, ne riderei di cuore…
– Chi vuoi che si prenda del denaro per scherzo? – rispose il vecchio, in fretta. – Quelli che prendono del denaro, lo prendono per tenerselo. Non parlare di scherzo.
– Allora, caro, m’è stato rubato nella camera, – disse la fanciulla, la cui ultima speranza era distrutta dal tono di quella risposta.
– Ma non hai più niente, Nella? – disse il vecchio. – Niente in nessuna parte? T’è stato tolto tutto… fin l’ultimo soldo… non t’è rimasto più nulla?
– Nulla – rispose la fanciulla.
– Dobbiamo averne dell’altro – disse il vecchio – dobbiamo guadagnarlo, Nella, ammucchiarlo, raccoglierlo, ottenerlo a ogni modo. Non badare a quello che hai perso. Non dirlo a nessuno, e forse potremo riguadagnarlo. Non voler sapere ora… possiamo riguadagnarlo, e molto di più… ma non dirlo a nessuno, se non vuoi che ce ne vengano dei dispiaceri. Dunque te l’han preso nella camera, mentre dormivi! – aggiunse in tono di compassione, molto diverso dalla maniera scaltra e riservata con cui aveva parlato fino a quel momento. – Povera Nella, povera Nellina! Nella!
La fanciulla chinò la testa e pianse. Il tono di simpatia con cui egli parlava era assolutamente sincero; ella ne era perfettamente sicura. Non l’affliggeva meno il fatto che tutto era fatto proprio per lei.
– Non una parola a nessuno, se non a me – disse il vecchio – no, neppure a me – aggiunse in fretta – perchè non serve a nulla. Tutte le perdite che mai furono fatte non son degne delle tue lacrime, diletta mia. Che serve, se compenseremo tutte le perdite?
– Se le lasciassimo andare – disse la fanciulla, levando gli occhi – se le lasciassimo andare, una volta per sempre, io non verserei più una lagrima, anche se ogni centesimo rappresentasse migliaia di lire.
– Bene, bene – disse il vecchio, frenando una risposta impetuosa salitagli alle labbra – lei non sa nulla. Dovrei esserne contento.
– Ma, ascoltami – disse la fanciulla vivamente: – vuoi ascoltarmi?
– Sì, sì, ascolterò – rispose il vecchio, sempre senza guardarla – una bella voce, che ha avuto sempre un dolce suono per me, che l’aveva anche quando era di sua madre, povera bambina.
– Che io ti persuada, allora… ah, che io ti persuada – disse la fanciulla – a non pensare più a vincite e a perdite, e a non cercare altra fortuna all’infuori di quella che cerchiamo insieme.
– Noi proseguiamo questo scopo insieme – ribattè il nonno, sempre guardando da una banda e come se parlasse fra sè. – Il giuoco da quale immagine è santificato?
– Siamo stati forse peggio – ripigliò la fanciulla – da quando tu hai dimenticato questi affanni, e ci siamo messi a viaggiare insieme? Non siamo stati più contenti e felici senza una casa che ci desse ricetto che quando avevamo una casa, e tu ti torturavi lo spirito con questi pensieri?
– Essa dice la verità – mormorò il vecchio nello stesso tono di prima. – Non deve piacermi, ma è la verità; certo.
– Ricorda soltanto come ci siamo sentiti da quella bella mattina che le voltammo le spalle per sempre – disse Nella; – ricorda soltanto come ci siamo sentiti da quando ci siamo liberati da tutte quelle miserie. Che giorni tranquilli e che notti calme abbiamo passato… che belle ore abbiamo conosciuto… che felicità abbiamo goduto! Quando ci siamo sentiti stanchi e affamati, siamo stati subito rifocillati, e poi abbiamo dormito più profondamente. Pensa alle belle cose che abbiamo veduto, e alla gioia che abbiamo sentito. E la ragione di questo mutamento fortunato?
Con un gesto della mano il vecchio la interruppe dicendole di non parlar più per quel momento, perchè egli doveva pensare ad altro. Dopo un po’ le baciò la guancia, sempre facendole cenno di tacere, e continuò a camminare, guardando lontano dinanzi a sè, e a volte fermandosi a fissare il terreno con fronte raccolta, come sforzandosi penosamente di raccogliere i pensieri che gli turbinavano in mente. Una volta ella lo vide con gli occhi inumiditi. Dopo essere andato a quel modo per qualche tempo, egli le prese una mano com’era solito a fare, senza nulla della violenza e dell’eccitazione di poco prima; e così, per gradi impercettibili alla fanciulla, egli riprese le sue maniere tranquille, lasciando ch’ella lo conducesse a suo beneplacito.
Quando si presentarono in mezzo al magnifico museo, trovarono, come Nella aveva preveduto, che la signora Jarley non s’era ancora alzata, e che, benchè fosse stata in pensiero per loro la sera innanzi e fosse rimasta in piedi fino alle undici ad aspettarli, era andata a letto con la persuasione che essi, sorpresi dal temporale a qualche distanza dalla città, avessero cercato il più prossimo rifugio e che non sarebbero tornati che la mattina appresso. Nella si occupò immediatamente con gran zelo della decorazione e della preparazione della sala, ed ebbe la soddisfazione di contemplare il suo lavoro e di vestirsi acconciatamente, prima che la protetta della famiglia reale scendesse a colazione.
– Non abbiamo avuto – disse la signora Jarley, finito il pasto – più di otto allieve della signorina Monflathers in tutto il tempo della nostra dimora qui, e ne ha ventisei, come appresi dalla cuoca quando la interrogai e la misi sulla lista degl’ingressi gratuiti. Dobbiamo cercar di attirarle con un pacchetto di manifestini nuovi, e tu andrai, cara, a portarli e a vedere il loro effetto.
Siccome la spedizione progettata era di grande importanza, la signora Jarley acconciò lei stessa il cappellino a Nella, e dicendole che aveva certo un graziosissimo aspetto, e faceva onore al museo, la mandò via con molte raccomandazioni e le indicazioni necessarie sulle voltate a destra che doveva fare, e sulle voltate a sinistra che doveva evitare. Bene informata sull’itinerario, Nella non ebbe difficoltà a scoprire il Convitto e l’Istituto Diurno della signorina Monflathers, che era un gran palazzo recinto da un muro alto e da una porta maestosa, con una maestosa lastra di ottone e una piccola ingraticciata a traverso la quale la portinaia della signorina Monflathers esaminava tutti i visitatori prima di farli entrare; poichè nulla in forma d’uomo – no, neppure un lattivendolo – aveva la facoltà, senza un permesso speciale, di varcare quella porta. Anche l’esattore delle imposte, che era grassissimo, portava gli occhiali e un cappello dalle larghe falde, esigeva le tasse che gli si dovevano per l’ingraticciata. Più ostinata e dura d’una porta di diamante o di bronzo, la porta della signorina Monflathers guardava accigliata tutta l’umanità maschile. Lo stesso macellaio si accostava rispettoso come innanzi alla soglia del mistero, e cessava di fischiare mettendosi a suonare il campanello.
Quando Nella s’avvicinò a quella terribile porta, questa girò lentamente sui cardini con un vivo stridore, ed ecco venire innanzi dal viale di verzura una lunga fila di signorine, a due a due, tutte coi libri aperti in mano, e alcune coi parasoli parimenti aperti. E ultima della bella processione, con un parasole di seta color gridellino, veniva la signorina Monflathers sostenuta da due maestre tutte sorrisi, ciascuna mortalmente invidiosa dell’altra, e devota alla signorina Monflathers.
Confusa dagli sguardi e dal bisbiglio delle allieve, Nella se ne stette con gli occhi bassi e lasciò passar la sfilata, finchè non le si avvicinò la signorina. Ella facendole un inchino le presentò il pacchettino; ma, prendendolo, la signorina Monflathers ordinò alla schiera di fermarsi.
– Sei la ragazza del museo di cera, sei? – disse la signorina Monflathers.
– Sì, signora – rispose Nella, facendosi di fuoco, perchè le signorine le s’erano raccolte intorno ed ella formava il punto su cui si concentravano tutti gli sguardi.
– E non pensi che devi essere una malvagia ragazza – disse la signorina Monflathers, che era di carattere piuttosto acre, e non perdeva mai l’occasione d’inculcare delle verità morali nelle tenere menti delle signorine – a essere una ragazza del museo di cera?
La povera Nella non aveva mai esaminato la sua condizione sotto questa luce, e non sapendo che dire, rimase in silenzio, facendosi più rossa di prima.
– Non sai – disse la signorina Monflathers, – che la tua condizione è indecorosa e niente affatto femminile, e una perversione delle qualità saggiamente e benignamente conferiteci dalla bontà divina, con energie espansive da esse ridestate dal loro assopimento per mezzo dell’educazione?
Le due maestre mormorarono la loro rispettosa approvazione a questa calzante lezione, e fissarono Nella come per vedere in lei il segno della botta assestatale dalla signorina Monflathers. Poi sorrisero e diedero un’occhiata alla signorina Monflathers, e poi, siccome i loro occhi s’erano incontrati, si scambiarono degli sguardi che dicevano con molta chiarezza che ciascuna si considerava come la sola autorizzata a sorridere alla signorina Monflathers, e riteneva l’altra sfornita d’ogni diritto al sorriso; diritto che se si esercitava abusivamente, costituiva un atto di presunzione e d’insolenza.
– Non senti com’è indecoroso per te essere una ragazza del museo di cera – ripigliò la signorina Monflathers – quando potresti aver la consapevolezza orgogliosa di aiutare, nel limite delle tue forze giovanili, gli stabilimenti di manifattura del tuo paese; di perfezionare il tuo spirito con la continua contemplazione della macchina a vapore; e di guadagnarti, con due scellini e mezzo o tre scellini la settimana, comodamente la vita? Non sai che quanto più duramente lavori, tanto maggiore è la felicità che godi?
– Come fa la piccola ape… – mormorò una delle maestre, citando il dottor Watts.
– Eh? – disse la signorina Monflathers, voltandosi brusca. – Chi l’ha detto?
Naturalmente la maestra che non aveva parlato indicò la rivale che aveva parlato alla signorina Monflathers, la quale le impose accigliata di tener la lingua a posto, gettando così la informatrice in un vero trasporto di gioia.
– La piccola ape affaccendata – disse la signorina Monflathers, ergendosi tutta – si può paragonare solo ai buoni fanciulli.

Dallo studio e dal lavoro
si raccolgon frutti d’oro.

“Calza a cappello per ciò che li riguarda; e il lavoro significa dipingere sul velluto, cucire lavori di fantasia, o ricamare. In caso come questi, – aggiunse indicando col parasole Nella, e nel caso di tutti i bambini dei poveri, si dovrebbe leggere così:

Lavorar costantemente
da fanciullo diligente,
che ogni giorno io possa dare
la ragione di campare.

Si levò un profondo mormorìo di applausi non solo da parte delle due maestre, ma da tutte le allieve che erano ugualmente stupite di udire la signorina Monflathers improvvisare in simile splendido stile; perchè, sebbene da tempo ella fosse nota come un profondo spirito politico, non s’era mai lasciata conoscere come poeta originale. Proprio in quel momento a qualcuna accadde di scoprire che Nella piangeva, e tutti gli sguardi furono di nuovo vòlti verso di lei.
Negli occhi suoi c’erano veramente delle lagrime, e cavando fuori il fazzoletto per asciugarle, le capitò di farlo cadere. Prima di chinarsi a raccoglierlo, una signorina di circa quindici o sedici anni, che s’era tenuta un po’ disparte dalle altre, come se non avesse fra loro un posto riconosciuto, con un balzo lo raccolse e glielo porse. La signorina si ritraeva di nuovo timidamente indietro, quando fu fermata dalla direttrice.
– Lo so che è stata la signorina Edwards – disse la signorina Monflathers, in tono profetico. – Sono certa che è stata la signorina Edwards.
Era stata la signorina Edwards, e tutte dissero che era stata la signorina Edwards, e la stessa signorina Edwards ammise che era stata lei.
– Non è vero – disse la signorina Monflathers, puntando in terra il parasole per contemplare con maggiore severità la rea – non è un fatto veramente notevole, signorina Edwards, che tu mostri tanto attaccamento per le classi basse da trovarti sempre al loro fianco; o, piuttosto, non è un fatto veramente straordinario che tutto ciò che io dico e faccio non riesca a distruggere le inclinazioni che la tua condizione originaria, o ragazza dagl’istinti volgarissimi, ti ha rese disgraziatamente abituali?
– Non l’ho fatto a fin di male – disse una voce dolce. – Veramente è stato un impulso momentaneo.
– Un impulso! – ripetè la signorina Monflathers, sprezzante. – Mi meraviglio che tu osi parlarmi d’impulsi – tutte e due le maestre approvarono – ne sono stupita – tutte e due le maestre ne furono stupite – immagino che sia un impulso che ti spinga a prendere le parti di ogni vile ed abbietta persona che ti venga fra i piedi.
Anche le due maestre immaginarono la stessa cosa.
– Ma io vorrei che tu sapessi, signorina Edwards – ripigliò la direttrice in tono di maggiore severità – che non ti si può permettere… non fosse altro che per il buon esempio e per il decoro di questo istituto… che non ti si può permettere, e che non ti sarà permesso di fuggire in presenza dei tuoi superiori in codesta grossolana ed ignobile maniera. Se tu non hai alcuna ragione di sentire un giusto orgoglio innanzi alle ragazze del museo di cera, vi sono qui delle signorine che lo sentono, e tu o devi aver rispetto per queste signorine, o, signorina Edwards, lasciare quest’istituto.
La signorina Edwards, orfana di madre e povera, era educata in quella scuola – istruita per nulla – mentre insegnava alle altre ciò che apprendeva, per nulla – Mantenuta per nulla – alloggiata per nulla – e disprezzata e ritenuta come qualcosa immensurabilmente meno di nulla da tutte le abitatrici dell’istituto. Le fantesche sentivano la sua inferiorità, perchè esse erano trattate meglio, libere, com’erano, di andare e venire, e considerate nella loro condizione con molto più rispetto. Le maestre erano infinitamente superiori, perchè avevano pagato in altri tempi per andare a scuola, e ora erano a loro volta pagate. Le allieve non facevano gran conto di una compagna che non aveva delle magnificenze da raccontare intorno a casa sua, non amici che arrivavano in carrozza per esser ricevuti con torte e vino in tutta umiltà dalla direttrice, non servi pieni di deferenza da accompagnarla e condurla a casa per le vacanze; nulla di bello di cui parlare, e nulla da sfoggiare. Ma perchè la signorina Monflathers maltrattava e rimproverava sempre la povera apprendista – perchè avveniva così?
Perchè la più bella piuma del cappello della signorina Monflathers e la più splendida gloria della scuola della signorina Monflathers era la figliuola d’un baronetto – l’autentica figliuola vivente d’un autentico baronetto vivente – la quale, per una sovversione straordinaria delle leggi naturali, era non soltanto brutta ma stupida, mentre l’allieva povera aveva non soltanto lo spirito vivace e intelligente ma un viso attraente e una graziosa figurina. Una cosa incredibile. Ed ecco che la signorina Edwards, la quale pagava soltanto una piccola somma che era già stata spesa da molto tempo, superare ogni giorno ed eccellere sulla figliuola del baronetto, la quale imparava tutte le discipline fuori programma (o veniva istruita in tutte) e la cui retta semestrale veniva ad essere il doppio di quella di qualsiasi altra allieva dell’istituto, senza calcolare l’onore e il lustro che conferiva alla scuola. Per questa ragione e perchè era una dipendente, la signorina Edwards era odiata dalla signorina Monflathers, che la disprezzava e la maltrattava e, vedendola gentile con la piccola Nella, si scagliò formalmente su di lei oltraggiandola, come abbiamo già veduto.
– Signorina Edwards, oggi non prenderai aria – disse la signorina Monflathers. – Abbi la bontà di ritirarti in camera tua e di non lasciarla senza permesso.
La povera giovinetta si era avviata in fretta, quando fu arrestata da un grido represso della signorina Monflathers.
– M’è passata dinanzi senza un cenno di saluto! – esclamò la direttrice, levando gli occhi al cielo. – M’è passata effettivamente dinanzi senza il minimo segno di riconoscimento!
La signorina si volse e le fece un inchino. Nella potè vederla levare i bruni occhi in viso alla superiora, mostrando nella loro espressione e in tutto l’atteggiamento della persona, una tacita ma commoventissima protesta contro quel trattamento ingeneroso. La signora Monflathers rispose semplicemente con un gesto del capo, e la gran porta si chiuse su un cuore gonfio di lagrime.
– Quanto a te, malvagia fanciulla – disse la signorina Monflathers, volgendosi a Nella – di’ alla tua padrona che se un’altra volta ardisce di mandarti qui, io scriverò alle autorità per farla mettere nei ceppi o perchè la costringano a farne ammenda avvolta in un lenzuolo bianco; e tu sta’ pur certa che se osi di farti vedere ancora qui proverai di che sapore sia il mulino di disciplina. Ora, signorine, avanti.
Le allieve sfilarono in processione, a due a due, coi libri e i parasoli, e la signorina Monflathers, chiamando accanto a sè la figliuola del baronetto perchè le camminasse a fianco e la rasserenasse, allontanò da sè le due maestre – le quali in quel momento avevano sostituito i sorrisi con sguardi di simpatia – lasciandole a condurre la retroguardia e a odiarsi un po’ più per essere obbligate a camminare insieme.

XXXII.

La collera della signora Jarley, com’ella apprese di essere stata minacciata dell’indegnità dei ceppi e dell’ammenda, toccò il colmo. L’unica e autentica Jarley esposta al pubblico disprezzo, fischiata dai monelli e oltraggiata dai mazzieri! L’idolo della nobiltà e del popolo privata d’un cappello che una sindachessa avrebbe agognato di portare, e offerta in un lenzuolo bianco a spettacolo di mortificazione e di dispregio! E la signorina Monflathers, quella brutta sfrontata, che ardiva di immaginare un quadro così degradante pur nel cantuccio più remoto del suo cervello!
– Quando ci penso – disse la signora Jarley, nella piena esplosione della sua ira e nell’impotenza insoluta di un mezzo di vendetta – son quasi tentata di diventare atea!
Ma invece di adottare questo metodo di rappresaglia, la signora Jarley, riflettendo bene, cavò fuori la bottiglia sospetta e, ordinando che si mettessero i bicchieri sul tamburo favorito, e abbandonandosi in una sedia innanzi alla grancassa, si chiamò intorno i suoi satelliti e raccontò loro parecchie volte, parola per parola, gli affronti fattile, dopo di che, con una specie di appello disperato, invitò i compagni a bere; poi si mise a ridere, poi si mise a piangere, poi assaggiò anche lei qualche sorso della bevanda, poi rise e pianse di nuovo, e bevve un altro poco; e così, gradatamente, continuando ad accrescere la dose dei sorrisi e delle lagrime, la buona signora infine non potè ridere abbastanza della signorina Montflathers, la quale dall’essere un oggetto di truce vessazione divenne un vile bersaglio di triste ridicolaggine.
– Perchè mi piacerebbe sapere – esclamò la signora Jarley – chi di noi due ha il sopravvento, se io o lei. Tutto ben considerato, essa non fa che chiacchierare, dicendo che vorrebbe vedermi nei ceppi. Ebbene, io posso dir di lei la stessa cosa, e siamo pari. Gran Dio, che volete che mi importi di tutto questo, dopo tutto?
Giunta a questa consolante disposizione di spirito (e per giungervi non le erano state di lieve assistenza certe brevi osservazioni e interiezioni del filosofico Giorgio) la signora Jarley consolò Nella con molte gentili parole e le richiese, come un favore personale, di ridere cordialmente della signorina Monflathers, tutte le volte che nella vita le sarebbe capitato di pensare alla signorina Monflathers.
Così finì il trasporto di collera della signora Jarley, che si placò molto prima del tramonto del sole. Gli affanni di Nella, però, erano di natura più profonda, e il velo che essi proiettavano sulla sua allegria non potè dileguarsi con la stessa facilità.
Quella sera, come ella aveva temuto, il nonno s’allontanò furtivamente di casa, e non tornò che tardi. Stanca com’era, e spossata di corpo e di spirito, essa vegliò soletta contando i minuti finchè non lo vide ritornare – senza danaro, abbattuto e rattristato, ma sempre infervorato e vibrante della passione che lo dominava.
– Procurami del denaro – egli disse selvaggiamente separandosi per andare a riposare. – Mi occorre del denaro, Nella. Un giorno ti sarà restituito centuplicato, ma tutto il denaro che ti passa per le mani deve esser mio… non per me, ma per te stessa. Ricorda, Nella, per te stessa!
Sapendo quel che sapeva, che poteva far la fanciulla se non dargli fin l’ultimo centesimo che le veniva nelle mani, per téma che egli non soggiacesse alla tentazione di derubare la loro benefattrice? Se ella avesse narrato la verità (pensava la fanciulla) il nonno sarebbe stato trattato come un pazzo; se non gli avesse fornito del denaro, egli se ne sarebbe fornito da sè; fornendogliene alimentava il fuoco che lo ardeva, e rendeva inguaribile la sua infermità. Straziata da questi pensieri, soverchiata da un’ambascia che non osava rivelare, torturata da una folla di tristi apprensioni tutte le volte che il vecchio si allontanava, e temendo parimenti la sua dimora nel museo e il suo ritorno, la fanciulla si fece esangue, con gli occhi offuscati e il cuore pesante e gonfio. Fu riassalita dall’antica tristezza, aggravata da nuovi timori e da nuovi dubbi: tristezza che, di giorno, le era sempre presente allo spirito, e di notte le stava accanto al guanciale, rendendole i sogni penosi.
Naturale che, in mezzo alle sue afflizioni, dovesse tornare spesso a quella soave giovinetta dalla quale non aveva avuto che un’occhiata frettolosa, ma la cui simpatia, espressa in un rapido breve atto, le s’era fissata nella memoria come una gentilezza continuata per anni. Ella spesso pensava che se avesse avuto un’amica come quella per narrarle le proprie pene, si sarebbe sentita alleviare il cuore – che se avesse potuto udire soltanto quella voce, sarebbe stata felice. Poi desiderava d’essere in una condizione un po’ migliore, di non essere così povera e umile, di poter arrischiare di rivolgersi alla signorina senza temere una ripulsa; e poi sentiva che v’era una incommensurabile distanza tra loro due, e che non v’era probabilità che quella pensasse più a lei. Era già tempo di vacanza, e le allieve erano tornate a casa, e si diceva che la signorina Monflathers si ostentasse a Londra passando spietata sui cuori di spasimanti attempatelli; ma nessuno diceva nulla della signorina Edwards; e non si sapeva se fosse andata a casa o se avesse una casa ove andare, e se fosse ancora nell’istituto; insomma, di lei non si sapeva nulla. Ma a Nella, una sera, ritornando da una passeggiata solitaria, avvenne di passare innanzi all’albergo dove si fermavano le diligenze, nello stesso momento che ne sostava una, ed ecco la bella giovinetta, alla quale pensava sempre, farsi innanzi a ricever nelle braccia una bambina che gli astanti aiutavano a far discendere già dall’imperiale.
Bene, la bambina, molto più giovane di Nella, era la sorella minore della signorina Edwards. Questa (come si seppe dopo) non l’aveva veduta da cinque anni e l’aveva fatta andar fin là per una breve visita risparmiando quanto denaro aveva potuto risparmiare in tutto quel tempo. Nella, assistendo a quell’incontro, si sentì come le s’infrangesse il cuore. Esse si trassero un po’ in disparte dal crocchio delle persone che attorniavano la diligenza, e caddero l’una nelle braccia dell’altra, singhiozzando e piangendo di gioia. La loro semplice e sobria acconciatura, la distanza che la bambina aveva percorsa da sola, la loro agitazione e il loro trasporto, e le lagrime che versarono, avrebbero narrato da per loro la loro istoria.
Dopo un po’ si ricomposero, s’allontanarono, e si sarebbe detto non che si tenessero per mano, ma che se ne stessero aggrappate l’una all’altra.
– Sei proprio veramente contenta, sorella? – disse la bambina nell’atto che passavano dove Nella era rimasta a guardarle.
– Ora tanto, tanto contenta – l’altra rispose.
– Ma sempre? – domandò la bambina.
– Ah, sorella, perchè volgi il viso da un lato?
Nella non seppe resistere, e le seguì a breve distanza. Esse si diressero all’abitazione d’una vecchia infermiera dove la sorella maggiore aveva pagato un letto per la bambina. – Ti verrò a trovare tutte le mattine di buon’ora – ella disse – e potremo stare insieme tutto il giorno.
– E perchè la notte no? Cara sorella, forse non vogliono permettertelo?
Perchè quella sera lagrime come quelle delle due sorelle ebbero il potere d’inumidire gli occhi di Nella? Forse perchè era lieta del loro incontro e si doleva a pensare che presto si sarebbero separate? Non crediamo che qualche connessione egoistica – per quanto inconsapevole – con le proprie dure prove suscitasse le sue simpatie, ma siam grati a Dio che le gioie innocenti degli altri possano fortemente commuoverci, e che noi, anche nella nostra degenerazione, abbiamo una sorgente di pura commozione che avrà la sua ricompensa in cielo.
Al lieto splendor del mattino, ma più spesso ancora alla tenue luce della sera, la fanciulla, col riguardo che le imponeva la breve e felice unione delle due sorelle e che le vietava di avvicinarle e di dire una parola di gratitudine, benchè fosse più che bramosa di esprimerla, le seguì a distanza nelle loro passeggiate e nelle loro piccole escursioni, fermandosi quando esse si fermavano, levandosi quando continuavano ad andare, come se provasse, a sentirsele così vicine, il piacere e la gioia della loro compagnia. La loro passeggiata serale si svolgeva sulla riva d’un fiume. Lì si trovava ogni sera anche la fanciulla, non veduta, inosservata, inavvertita, ma col sentimento di trovarsi con due amiche, d’esser la depositaria delle loro confidenze, d’avere alleggerito il suo carico di pene e d’ambasce; come se tutte e tre confondessero i loro dolori e derivassero da quell’unione una vicendevole consolazione. Questa era, forse, una folle fantasia bambinesca d’un debole essere abbandonato; ma sera per sera, come le due sorelle s’indugiavano negli stessi luoghi, la fanciulla le seguiva sempre con devoto e tenero cuore.
Fu molto sorpresa, una volta, tornando a casa, nel trovare che la signora Jarley aveva ordinato la pubblicazione d’una manifesto per avvertire che la magnifica collezione sarebbe rimasta nello stesso luogo soltanto un altro giorno: in adempimento di questa minaccia (poichè tutti gli annunci che si riferiscono ai divertimenti pubblici si sa quanto siano irrevocabili ed esatti) la magnifica collezione il giorno dopo non sarebbe stata più veduta.
– Ce ne andremo subito via di qui, signora? – disse Nella.
– Guarda qui, piccina mia – rispose la signora Jarley. – Questo te lo dirà. – E così dicendo, la signora Jarley presentò un altro avviso col quale si annunciava che, acconsentendo alle richieste generali fatte alla porta del museo e avuto riguardo al numeroso pubblico rimasto deluso per non essersi potuto procurare l’ingresso, l’esposizione sarebbe stata continuata ancora per una settimana, e riaperta il giorno dopo.
– Giacchè ora le scuole sono finite e i visitatori normali hanno tutti soddisfatta la loro curiosità – disse la signora Jarley – dobbiamo rivolgerci al pubblico in generale e stimolare il suo interesse.
Il dì seguente a mezzogiorno, la signora Jarley si assise innanzi al tavolo solennemente decorato, circondata dalle insigni effigie già menzionate e ordinò che si spalancassero le porte alla riammissione del pubblico intelligente e illuminato. Ma i risultati del primo giorno non furono per nulla affatto prosperi, giacchè il pubblico in generale, benchè mostrasse un vivo interesse per la signora Jarley, considerata personalmente e per quelli dei suoi compagni di cera che era possibile vedere gratis, non si commosse tanto da sentirsi indotto a sborsare la somma di sessanta centesimi a testa. Così, nonostante che molta gente continuasse a star con gli occhi fissi sul vestibolo e sulle figure che vi erano sfoggiate, e se ne rimanesse lì, con gran perseveranza, per ore e ore, a sentire l’organino meccanico e la lettura dei prospetti, e nonostante che tutte quelle persone fossero abbastanza gentili da raccomandare agli amici di andare a vedere l’esposizione nella stessa loro maniera, tanto che l’ingresso rimase normalmente ostruito da metà della popolazione cittadina, la quale, come se n’andava, veniva sostituita dall’altra metà, non si trovò che l’incasso fosse in proporzione più abbondante o che le speranze del museo fossero in certo modo incoraggianti.
In quella condizione di depressione del mercato classico, la signora Jarley fece degli sforzi straordinari per stimolare il gusto popolare e aguzzare la curiosità pubblica. Fu spolverato un meccanismo della suora piantata sul tetto del portico e messo in movimento, di guisa che la figura scosse il capo tutto il giorno paraliticamente, con grande ammirazione d’un barbiere ubbriaco, ma molto protestante, che aveva la bottega in quella via e che considerò quel moto di paralisi come tipico dell’effetto degradante che hanno sullo spirito umano le cerimonie della Chiesa Romana; e su questo tema si diffuse a lungo con grande moralità ed eloquenza. I due vetturali, con varî pretesti entravano e uscivano continuamente dalla sala dell’esposizione urlando che lo spettacolo valeva almeno il decuplo del denaro che si spendeva per goderlo, e incitando gli astanti, con le lagrime agli occhi, di non trascurare quella magnifica occasione. La signora Jarley sedeva accanto alla cassetta, facendo tintinnare delle monete d’argento da mezzogiorno alla sera, e invitando solennemente la folla a riflettere che il prezzo d’ingresso non era che di sessanta centesimi, e che la partenza di tutta la collezione, per un breve giro fra le teste coronate d’Europa, era irrevocabilmente fissata fra sette giorni.
– Così non perdete l’occasione, non perdete l’occasione, non perdete l’occasione! – diceva la signora Jarley alla fine d’ogni fervorino. – Ricordate che è la magnifica collezione di Jarley di più d’un centinaio di statue, e che è l’unica collezione del mondo. Tutte le altre non sono che inganni e imposture. Non perdete l’occasione, non perdete l’occasione, non perdete l’occasione!

XXXIII.

Giacchè il corso di questo racconto esige che, a questo punto a un di presso, ci siano rivelati alcuni particolari relativi all’economia domestica del signor Sansone Bronzi, ed è probabile che non ci si presenti un luogo più acconcio di questo, lo storico prende l’amico lettore per mano, e saltando con lui in aria e fendendola a velocità maggiore di quanto mai facesse don Cleophas Leandro Perez Zambullo viaggiando in quell’amena contrada in compagnia col suo familiare, discenda appunto insieme col lettore sul marciapiede di Bevis Markt.
Gl’intrepidi aeronauti discendono innanzi a una casetta bassa, la residenza del signor Sansone Bronzi.
Nella finestra dello studio di quella piccola abitazione, finestra che sporge tanto sulla via che il passante che segue il muro finisce, sfregandovi la manica del vestito, con lo spazzarne i vetri – con gran loro giovamento, chè son molto sudici – nella finestra dello studio, al tempo della residenza di Sansone Bronzi, pendeva, tutta contorta e flaccida, e scolorata dal sole, una tendina di stoffa verde, così logora dal lungo servizio che più che difendere dagli occhi dei curiosi la salettina buia non faceva che offrire un buon mezzo per osservarla minutamente. Ma non vi era molto da guardare. Un tavolo rachitico su cui varî incartamenti gialli e laceri per essere stati portati molto tempo in tasca, erano spiegati con ostentazione qua e là: due sgabelli messi l’uno di contro all’altro innanzi a quel mobile invalido; una vecchia poltrona traditrice accanto al caminetto, la quale aveva stretto molti clienti nei suoi braccioli, cooperando a spremerli ben bene; una scatola di seconda mano per la parrucca forense, usata come ricetto di stampati, moduli e tutto il piccolo armamentario legale, che un tempo era l’unico contenuto della testa che apparteneva alla parrucca che apparteneva alla scatola, e che ora s’era rifugiato addirittura entro la scatola; due o tre libri comuni di pratica forense; un recipiente per l’inchiostro, una scatola col polverino, un vecchio scopino per la cenere, un tappeto fatto a brandelli dal lungo uso e che si aggrappava con la forza della disperazione alle bullette che lo tenevano fisso sul pavimento – questi oggetti, col rivestimento di legno giallo alle pareti, il soffitto scolorato dal fumo, la polvere e le ragnatele, formavano le decorazioni principali dell’ufficio del signor Sansone Bronzi.
Ma questa era semplice natura morta, di non maggior importanza della lastra sulla porta: “Bronzi, avvocato” e del cartoncino legato al martello: “Si appigiona il primo piano a un signore scapolo”. Lo studio conteneva ordinariamente due esempî di natura viva, più rispondenti allo scopo di questa narrazione, che di loro d’altra parte si dovrà interessare più direttamente. Dei due, l’uno era lo stesso signor Bronzi, che ha già fatto la sua apparizione in queste pagine; l’altro era il suo scrivano, assistente, maggiordomo, segretario, complice confidenziale, consigliere, intrigante e rincaratore dei conti delle spese – una specie di amazzone della legge comune, della quale gioverà forse una breve descrizione.
La signorina Sally Bronzi, dunque, era una donna di circa trentacinque anni, d’aspetto magro e ossuto, e di portamento energico, che se reprimeva le tenere manifestazioni d’amore e teneva gli ammiratori a distanza, ispirava certo un sentimento simile alla paura nel petto di quei maschi estranei che avevano la felicità di avvicinarla. Nel viso aveva una sorprendente rassomiglianza col fratello Sansone – così perfetta, in verità, che se per la verginale modestia e la nobile femminilità della signorina Bronzi non fosse stato indecoroso indossare anche per chiasso gli abiti del fratello e sedersi accanto a lui, sarebbe stato difficile anche al più intimo della famiglia distinguere fra Sansone e Sally, anche perchè la donna portava sul labbro superiore certe tracce rossicce le quali, se l’immaginazione fosse stata aiutata dall’acconciatura, avrebbero potuto essere scambiate addirittura per baffi. Ma esse, probabilmente, non erano che ciglia nate in luogo non loro, giacchè gli occhi della signorina Bronzi erano addirittura privi di simile futilità naturale. Di colorito la signorina Bronzi era gialliccia – d’un gialliccio piuttosto sudicio, a dire il vero – ma quel tono era piacevolmente rilevato dal sano rossore che s’era diffuso sull’estrema punta del naso ridanciano. Ella aveva la voce molto solenne, d’intonazione profonda e rimbombante, e difficile, una volta udita, a dimenticare. Portava di solito una gonna verde, della stessa sfumatura della cortina della finestra, bene aderente alla persona, e tirata su fino alla gola, dietro la quale era stretta da un bottone particolarmente grosso e massiccio. Comprendendo, senza dubbio, che la semplicità e la sobrietà sono l’anima dell’eleganza, la signorina Bronzi non portava alcun fronzolo o sciarpa che sulla testa, la quale era invariabilmente decorata da una fascia di tessuto bruno trasparente, come l’ala del vampiro favoloso, fascia che, attorta comunque capitasse, formava un’acconciatura veramente graziosa e simpatica.
Questo era l’aspetto personale della signorina Bronzi. Spiritualmente, ella era di tempra forte e vigorosa, giacchè fin dalla prima giovinezza si era dedicata con straordinario ardore allo studio delle leggi, non sciupando le proprie meditazioni sui loro voli d’aquila, che sono rari, ma seguendole attentamente per tutte le sdrucciolevoli e artificiose giravolte che formano comunemente il loro corso. Nè ella s’era, come molte persone di grande intelligenza, limitata alla teoria, o interrotta dove cominci l’utilità pratica, giacchè poteva sviluppare, copiare in bello, riempire i moduli stampati con perfetta accuratezza, e insomma condurre a fine qualunque affare ordinario dello studio e perfin ripassare con la pietra pomice una pergamena e temperare una penna. È difficile persuadersi come mai, in possesso di tante virtù, ella rimanesse la signorina Bronzi; ma sia che si fosse corazzato il cuore contro l’umanità maschile, sia che quelli che avrebbero potuto corteggiarla e conquistarla, ne fossero distolti dal timore che, versata com’era nella legge, avrebbe avuto sulla punta delle dita gli statuti particolari che regolano ciò che si chiama familiarmente la violazione di promessa di matrimonio, il fatto sta ch’ella era ancora nubile e occupava sempre il vecchio sgabello di fronte a quello del fratello Sansone. Ed è parimenti certo, per dirlo incidentalmente, che fra quei due sgabelli molte persone erano stramazzate a terra.
Una mattina il signor Sansone Bronzi era occupato a copiare un processo, premendo barbaramente la penna sulla carta, come se scrivesse addirittura sul cuore della parte contro cui l’incartamento era diretto; e la signorina Sally sull’altro sgabello appuntava una penna nuova, preparandosi alla sua occupazione preferita di stendere un conticino. I due stettero così per qualche tempo, finchè la signorina Bronzi non ruppe il silenzio.
– Hai finito, Nino? – disse la signorina Bronzi. Perchè sulle sue dolci labbra femminili Sansone diventava Nino, ogni cosa veniva rammorbidita.
– No – rispose il fratello. – Avrei tutto finito, però, se tu m’avessi aiutato a tempo e a luogo.
– Ah, sì, davvero! – esclamò la signorina Sally. – Hai bisogno del mio aiuto, tu che ti prepari a pigliarti uno scrivano!
– Mi piglio uno scrivano per mio piacere o per mio desiderio, brutto furfante? – disse il signor Bronzi, mettendosi la penna in bocca, e ghignando con disprezzo alla sorella. – Perchè vuoi rimbrottarmi a proposito di questo scrivano?
Si deve osservare a questo punto, perchè non sorprenda o meravigli il fatto che il signor Bronzi dicesse furfante a una donna, che egli era così avvezzo a vedersela vicina nella capacità d’un uomo, che s’era a poco a poco abituato a parlarle come se ella fosse realmente maschio. E questo sentimento era così perfettamente reciproco, che non solo il signor Bronzi la chiamava furfante, ma la signorina Bronzi considerava la cosa naturalissima, e ne era meno commossa d’una donna che fosse stata chiamata angelo.
– Dopo che n’abbiamo parlato tre ore ieri sera, perchè mi rimbrotti di questo scrivano? – ripetè il signor Bronzi, ghignando di nuovo con in bocca la penna, che aveva l’aria del cimiero d’un barone. – È colpa mia, forse?
– Tutto quello che so – disse la signorina Sally, con un sorriso asciutto – si è che se ciascuno dei tuoi clienti deve costringerti a tenere uno scrivano, ci occorra o no, tu farai bene a lasciare gli affari, cancellarti dall’albo, e farti al più presto pignorare.
– Hai qualche altro cliente simile a lui, forse? – disse Bronzi. – Hai ora un altro cliente simile a lui? Vuoi o no rispondermi?
– Di faccia, intendi! – disse sua sorella.
– Di faccia, intendo! – sogghignò Sansone Bronzi, sporgendosi per prender il libro dei conti, e per scartabellarlo in fretta. – Guarda qui… Daniele Quilp… Daniele Quilp… Daniele Quilp… da per tutto. Ti domando se debbo prendere lo scrivano ch’egli mi raccomanda, dicendomi: “Ecco, questo è l’uomo che fa per te”; o debbo perder tutto, eh?
La signorina Sally non si degnò di rispondere, ma di nuovo sorrise, e continuò il suo lavoro.
– Ma io so di che si tratta – ripigliò Bronzi dopo un breve silenzio. – Tu hai paura di non poter più sfare e disfare, secondo il tuo solito. Tu credi che io non ti capisca?
– Gli affari, credo, senza di me, non andrebbero molto lontano – rispose la sorella con compostezza. – Non far lo stupido e non irritarmi, Nino, ma pensa a ciò che fai, e fallo.
Sansone Bronzi che aveva in cuore una gran paura della sorella, si chinò imbronciato sul suo lavoro, e ascoltò ciò che quella gli diceva:
– Se io decidessi di non far venire lo scrivano, sta’ pur certo che non verrebbe. Tu lo sai benissimo; perciò non dire stupidità.
Il signor Bronzi ricevè questa osservazione con molta umiltà, soltanto osservando fra i denti che quella specie di scherzo non gli piaceva, e che la signorina Sally si sarebbe mostrata molto gentile a non insistere. A questo complimento la signorina Sally rispose che il suo gusto era di scherzare e che non aveva alcuna intenzione di non secondarlo. Il signor Bonzi non si curò, apparentemente, di continuare la discussione, e tutti e due si misero a scrivere con gran lena.
Erano occupati così, quando la finestra si rabbuiò improvvisamente, come per qualche persona che si fosse piantata lì contro. Siccome il signor Bronzi e la signorina Sally levaron gli occhi per guardare, la vetrina superiore venne rapidamente abbassata dal di fuori, e Quilp cacciò dentro la testa.
– Ohè! – egli disse, levandosi in punta di piedi sulla soglia e guardando nella stanza. – V’è qualcuno in casa? V’è qui qualche mercanzia del diavolo? Bronzi non è sopra la pari, eh?
– Ah, ah, ah! – Rise l’avvocato, con estasi affettata – Oh, buonissima, caro! Oh, veramente indovinata! Proprio, eccellente! Poveretto me, che spirito che ha!
– È quella la mia Sally – gracchiò il nano, con uno sguardo appassionato alla bella signorina Bronzi. – Non è essa la Giustizia senza bende e senza la spada e le bilance? Non è il forte braccio della legge? Non è la vergine di Bevis?
– Che meraviglioso zampillo di spirito! – esclamò Bronzi. – Parola d’onore, è assolutamente straordinario!
– Apri la porta – disse Quilp. – Egli è qui, con me. Uno scrivano come non c’è mai stato, un campione senza pari, un asso di briscola. Fa’ presto ad aprire la porta, perchè se c’è un altro avvocato vicino e lo vede, se lo becca in quattro e quattr’otto, se lo becca.
È probabile che la perdita della fenice degli scrivani, anche nel senso d’un avvocato rivale, non avrebbe infranto il cuore del signor Bronzi; ma, fingendo la massima sollecitudine, questi si levò dal suo posto, e corse alla porta per far entrare il cliente, il quale niente meno conduceva per mano il signor Riccardo Swiveller in persona.
– Eccola – disse Quilp, arrestandosi sulla porta e contraendo le sopracciglia nell’atto di guardare verso la signorina Sally – ecco la donna che io avrei dovuto sposare… ecco la bellissima Sara… ecco la donna che ha tutti gl’incanti del sesso gentile e nessuna delle sue debolezze. Ah, Sally, Sally!
A questa dichiarazione amorosa la signorina Bronzi rispose con molta brevità:
– Seccatore!
– Dura di cuore come il metallo da cui prende il nome – disse Quilp. – Perchè non ne fate tanti spiccioli… non fondete il bronzo, e prendete un altro nome?
– Non dite sciocchezze, signor Quilp, non dite – ribattè la signorina Sally, con un sorriso acido. – Non vi vergognate di parlar così innanzi a un estraneo?
– L’estraneo – disse Quilp, spingendo innanzi Riccardino Swiveller – ha tanto sentimento da solo che mi capisce benissimo. Costui è il signor Swiveller, mio intimo amico… un rampollo di eccellente famiglia e di grandi speranze, il quale, trovandosi alquanto ingarbugliato per inconsideratezze giovanili, è contento per qualche tempo di coprire qui l’umile impiego di scrivano… umile, ma qui invidiabilissimo. Che atmosfera deliziosa!
Se messer Quilp parlava allegoricamente, e intendeva far capire che l’aria respirata dalla signorina Sally Bronzi era raddolcita e raffinata da quella squisita creatura, senza dubbio aveva delle buone ragioni per dir ciò che diceva. Ma se parlava delle delizie dell’atmosfera dell’ufficio del signor Bronzi in senso letterale, egli certo aveva un gusto assai strano, perchè lì dentro sapeva di rinchiuso e di terra, e l’aria, oltre ad essere impregnata frequentemente di esalazioni d’abiti di seconda mano messi in vendita in Duke’s Place e in Houndsditch, aveva una ben definita fragranza di topi, di ratti e di muffa. Forse qualche dubbio su quella purezza deliziosa non sfuggì al signor Swiveller, il quale annusò improvvisamente brevemente un paio di volte, guardando incredulo il nano che sorrideva.
– Il signor Swiveller – disse Quilp – abituato finora al mestiere di chi semina follemente al vento, giudica con prudenza che mezza pagnotta sia meglio di niente. Con la stessa prudenza giudica anche che sia già qualche cosa esser lontano dalla via del male, e perciò accetta l’offerta di vostro fratello. Bronzi, il signor Swiveller è tuo,
– Sono molto lieto, caro – disse il signor Bronzi – veramente molto lieto. Il signor Swiveller, caro, è fortunato di godere della tua amicizia. Voi potete esser orgoglioso, signore, di godere dell’amicizia del signor Quilp.
Riccardino mormorò qualche cosa sul fatto di non aver mai mancato di un amico e d’una bottiglia da offrirgli, balbettò anche la sua diletta allusione all’ala dell’amicizia, che non doveva mai perdere una piuma; ma tutte le sue facoltà parevano concentrate nella contemplazione della signorina Sally Bronzi, ch’egli fissava con sguardi vaghi e stupefatti, i quali deliziarono oltre misura il vigile nano. Per quel che riguardava la stessa divina signorina Sally, essa si fregava le mani col gesto degli uomini d’affari, e passeggiava su e giù per lo studio con la penna dietro l’orecchio.
– Suppongo – disse il nano, volgendosi vivamente al suo amico avvocato – che il signor Swiveller assumerà subito i suoi doveri. È lunedì mattina.
– Subito, se non vi dispiace, caro, immediatamente – rispose Bronzi.
– La signorina Sally gl’insegnerà la legge, il delizioso studio della legge – disse Quilp – essa sarà la sua guida, la sua amica, la sua compagna, il suo “Bliackstone” il suo “Coke upon Littleton”, il suo “Miglior compagno del giovane avvocato”.
– Egli è eloquentissimo – disse Bronzi, come una persona distratta, guardando i tetti delle case opposte, e tenendosi le mani in tasca – è un ampio fiume di eloquenza. Bello, veramente.
– Con la signorina Sally – continuò Quilp – e i bei romanzi della legge, i giorni gli passeranno come minuti. Quelle incantevoli creazioni dei poeti Giovanni Doe e Riccardo Roe gli apriranno, appena ne vedrà i primi spiragli, un nuovo mondo per lo sviluppo della mente e la educazione del cuore.
– Ah, bello, bello! Veramente bello! – esclamava Bronzi. – È una gioia sentirlo!
– Qual è il posto del signor Swiveller? – disse Quilp, guardando in giro.
– Gli compreremo un altro sgabello – rispose Bronzi. – I nostri mobili non sono molti, e non ci sarebbe mai venuto in mente d’avere un’altra persona con noi, senza il tuo cortese suggerimento. Intanto, se il signor Swiveller vuole accomodarsi al mio posto, e provarsi a fare la bella copia di quest’atto di espropriazione, giacchè io debbo trattenermi fuori quasi tutta la mattinata…
– Esci con me – disse Quilp. – Ho da parlarti di un affare. Puoi accordarmi un po’ del tuo tempo?
– Posso accordarti un po’ del mio tempo, camminando insieme con te, caro! Tu scherzi, caro, tu mi pigli in giro – rispose l’avvocato, mettendosi il cappello. – Io son pronto, caro, assolutamente pronto. Non tutti hanno l’occasione, caro, di potersi istruire con la conversazione di Quilp.
Il nano diede un’occhiata sarcastica all’amico impudente, e con una breve tosserella secca, si volse per dire addio alla signorina Sally. Dopo un galantissimo inchino da parte di lui, e un altro molto freddo e maschile da parte di lei, egli, con un cenno a Riccardino Swiveller, se ne uscì con l’avvocato.
Riccardino se ne stava innanzi al tavolo in un atteggiamento di assoluta stupefazione, fissando con tutta la sua energia l’avvenente Sally, come se fosse stata un bizzarro animale, di cui il simigliante non si fosse mai visto. Arrivato nella via, il nano salì di bel nuovo sulla soglia della finestra, e guardò nello studio per un istante con la faccia ridente, come nell’atto di spiare in una gabbia. Riccardino levò l’occhio a guardarlo, ma senza far mostra di riconoscerlo; e molto tempo dopo che il nano era scomparso, continuava ancora a fissare la signorina Sally Bronzi, non vedendo e non pensando a null’altro, come se avesse messo delle profonde radici in quel punto.
La signorina, assorta in quel momento nei conti delle spese, non badava affatto a Riccardino, continuando a far scricchiolare la sua penna rumorosa, allineando cifre con evidente piacere, e lavorando come una macchina a vapore. E Riccardino se ne stava lì, fissando ora la veste verde, ora la bruna acconciatura della testa, ora il viso, e ora la penna rapidissima, in una condizione di stolido impaccio, domandandosi come mai egli fosse capitato in compagnia di quello strano mostro, e se il suo non fosse un sogno, e se non fosse possibile svegliarsi. Finalmente trasse un profondo sospiro, e cominciò lentamente a levarsi l’abito a falde.
Il signor Swiveller si levò l’abito a falde, e lo piegò con gran cura, fissando in tutto quel tempo la signorina Sally; poi si mise una giacchetta azzurra con una doppia fila di bottoni dorati, ordinata in origine per le spedizioni acquatiche e che s’era portata dietro quella mattina per scopi d’ufficio; e, sempre con l’occhio inchiodato sulla donna, potè con qualche difficoltà riuscire a sedersi sullo sgabello del signor Bronzi. Poi sofferse una ricaduta, e sentendosi di nuovo senza più forza, si abbandonò col mento sulla mano, e spalancò tanto d’occhi, che fu assolutamente certo che non li avrebbe potuti richiudere mai più.
Dopo aver guardato tanto tempo da non poter distinguere più nulla, Riccardino distolse gli occhi dal bell’oggetto del suo stupore, scartabellò i fogli della minuta che doveva copiare, tuffò la penna nel calamaio, e infine, con graduali tentativi, cominciò a scrivere. Ma non aveva ancora scritto una mezza dozzina di parole che, sporgendo la penna sul calamaio per intingerla di nuovo, gli accadde di levare gli occhi. C’era sempre la intollerabile acconciatura di quella testa – c’era sempre la veste verde – c’era, insomma, la signorina Sally Bronzi, armata di tutte le sue malie, e più formidabile che mai.
Questo accadde tante volte, che il signor Swiveller a poco a poco cominciò a sentirsi invaso da strane inclinazioni – l’orribile desiderio di annientare quella Sally Bronzi – l’impulso misterioso dì scaraventarle a terra la acconciatura della testa e veder che figura avrebbe assunto senza di quella. V’era una grossissima riga sulla tavola; spessa, lucida e nera. Il signor Swiveller la prese e cominciò a sfregarsene il naso.
Dallo sfregarsi il naso con la riga, a librarla nella mano e ad agitarla di tanto in tanto a mo’ di un “tomahawk”, la transizione era facile e naturale. In qualcuno di quei gesti la riga passò rasente la testa della signorina Sally; gli orli sfrangiati dell’acconciatura fluttuarono al vento che essa sollevò; si fosse spinta, la riga, d’un altro pollice, e quel gran viluppo bruno sarebbe caduto, sul pavimento: ma la vergine inconsapevole continuava a lavorare, non levando mai gli occhi.
Bene, era un gran sollievo quello di Swiveller. Era una ottima cosa scrivere ostinatamente e accanitamente fino a sentirsi disperato, e poi afferrar la riga e farla turbinare intorno alla bruna acconciatura con la persuasione di poterla, se gli fosse piaciuto, farla volar via. Era un’ottima cosa tirare indietro la riga, e nell’istante ch’egli pensava che la signorina Sally stesse per levar gli occhi, sfregarsene il naso forte forte, e poi ricompensarsi con gesti più energici, vedendo che ella era ancora assorta nel lavoro. A questo modo, il signor Swiveller calmò l’agitazione che lo aveva assalito, e i ricorsi alla riga si fecero meno selvaggi e frequenti, tanto che potè scrivere una mezza dozzina di linee tutte di seguito senza prendere in mano la riga – cosa che fu veramente la prova d’una grande vittoria.

XXXIV.

A tempo debito, vale a dire dopo un paio d’ore all’incirca di diligente applicazione, la signorina Bronzi arrivò al termine della sua fatica, e celebrò il fatto con l’asciugarsi la penna sulla veste verde e prendersi un pizzico di tabacco da una tabacchierina rotonda di stagno che portava in tasca. Ristoratasi modestamente così, si levò dal sgabello, legò i suoi fogli in uno scartafaccio regolare con una fettuccia rossa, e dopo esserselo messo sotto il braccio, uscì fuori dello studio.
Il signor Swiveller era appena saltato in piedi, dandosi all’esecuzione d’un folle balletto, per la gioia d’esser di nuovo solo, che fu interrotto dall’apertura della porta e dalla riapparizione della testa della signorina Sally.
– Io esco – disse la signorina Bronzi.
– Benissimo, signorina – rispose Riccardino. – Per conto mio, non serve che tu t’affretti a ritornare – aggiunse mentalmente.
– Se qualcuno viene per affari d’ufficio, fatevi dire di che si tratta, e rispondete che la persona che ha in mano la faccenda non c’è, avete compreso?
– Sì, signorina – rispose Riccardino.
– Non mi tratterrò a lungo – disse la signorina Bronzi, andandosene.
– Mi dispiace d’apprenderlo, signorina – soggiunse Riccardino, dopo che quella ebbe chiusa la porta. M’auguro che tu sia trattenuta inaspettatamente, signorina. Se tu potessi fare in modo d’essere arrotata, signorina, ma non gravemente, tanto di guadagnato. – Esprimendo questa frase di augurio con molta gravità, il signor Swiveller si adagiò nella poltrona dei clienti e si mise a meditare; poi fece una passeggiatina su e giù per la stanza e si abbandonò di nuovo nella poltrona.
– Eccomi, dunque, scrivano di Bronzi – disse Riccardino. – Scrivano di Bronzi, eh? E scrivano della sorella di Bronzi… scrivano d’un drago femmina. Benissimo, benissimo. Che sarò poi? Sarò un forzato in berretto di feltro e costume grigio, col mio numero elegantemente ricamato sull’uniforme e l’ordine della giarrettiera alla gamba, trotterellante per un arsenale e non più libero di grattarmi gli stinchi avvolti da una fascia variopinta? Sarò un forzato? Sarà così, o questa è una condizione troppo privilegiata? Qualunque cosa ti piaccia, naturalmente fa’ sempre a tuo modo.
Siccome egli era perfettamente solo, si può arguire che il signor Swiveller rivolgesse queste osservazioni al fato o al destino, che, come si apprende da tanti esempî, è costume degli eroi, quando si trovano in tristi condizioni, assalire con amarezza e ironia. La cosa è più che probabile, perchè il signor Swiveller dirigeva le sue osservazioni al soffitto, ove di solito s’immagina abitino il fato e il destino – tranne che non si tratti di teatro, nel qual caso vivono nel cuore del lampadario.
– Quilp mi offre questo posto, che egli mi dice può garantirmi – ripigliò Riccardino dopo un silenzio di meditazione, enumerando le circostanze della sua condizione a una a una, sulle dita: – Rico, che, l’avrei giurato, non avrebbe voluto sentir neppur parlare d’una cosa simile, con mia gran meraviglia, appoggia l’idea di Quilp, e mi sollecita persino a non farmi scappare questa fortuna… colpo numero uno. Mia zia in provincia mi taglia i viveri, e mi scrive un’affettuosa lettera per dirmi che ha fatto un nuovo testamento, nel quale il mio nome non figura… colpo numero due. Non più denaro, non più credito, non più aiuto da parte di Rico, che sembra a un tratto sia diventato serio: sfratto dal vecchio alloggio… colpi tre, quattro, cinque e sei. Sotto una grandine di colpi simili, non c’è barba d’uomo che possa considerarsi libero. Nessuno si butta in terra da sè; se il suo destino lo butta in terra, tocca al destino di raccoglierlo. Quindi io son lietissimo che il mio si sia messo in questa condizione, e io non me ne curerò più che tanto, e farò del mio meglio per disprezzarlo. Così, continua, gaglioffo – disse il signor Swiveller, dando un addio al soffitto con un cenno espressivo: – vedremo chi di noi si stancherà prima.
Con queste riflessioni, che senza dubbio erano profondissime, e in verità non sono ignote in certi sistemi di filosofia morale, il signor Swiveller, abbandonando l’argomento della sua caduta, si riscosse dall’abbattimento che l’aveva soverchiato, e assunse l’allegra disinvoltura d’uno scrivano che se ne impipa.
Per ricomporsi meglio e arrivare alla piena padronanza di sè, egli fece un esame dello studio più minuto quello che aveva già fatto: osservò l’interno della scatola della parrucca, i libri e il recipiente dell’inchiostro; sciolse e diede uno sguardo a tutti gl’incartamenti; incise alcune sigle sul tavolo con la lama tagliente del temperino del signor Bronzi; e scrisse il proprio nome nell’interno del secchio di carbone, ch’era di legno. Avendo, in virtù di questi atti, preso, per così dire, formale possesso del suo ufficio di scrivano, aprì la finestra e vi stette appoggiato indolentemente con la testa al di fuori finchè non venne a passare il garzone d’un birraio, al quale ordinò di deporre il vassoio e di servirgli una pinta di birra leggera, che egli bevve senza indugio e pagò seduta stante, con lo scopo di spianar la via a un sistema di credito futuro e gettarne le prime basi senza perdita di tempo. Poi si seguirono nello studio tre o quattro ragazzini, colà mandati per incombenze legali da tre o quattro avvocati della stessa risma di Bronzi, e il signor Swiveller li accolse e li mandò via con un contegno così professionale, così corretto, così perfettamente inteso del loro genere d’affari, che non ne avrebbe mostrato uno migliore il pagliaccio d’una pantomima messo nelle stesse circostanze. Fatto e finito tutto questo, prese di nuovo possesso del suo sgabello, e si provò di fare la caricatura a penna della signorina Bronzi, accompagnandosi con un’allegra fischiatina.
Era occupato a divertirsi così, quando una carrozza si fermò innanzi alla porta, e subito dopo ne rintronarono due forti colpi. Siccome quella non era faccenda che riguardasse il signor Swiveller, perchè la persona non sonava il campanello dello studio, egli, nonostante pensasse d’esser in casa solo, continuò a disegnare imperturbato.
Ma s’ingannava; perchè, dopo che i colpi furono ripetuti con maggiore impazienza, la porta si aprì, e qualcuno con un passo pesantissimo salì per la scala fino alla stanza superiore. Il signor Swiveller si domandava se la persona non fosse un’altra signorina Bronzi, sorella gemella del Drago, quando udì picchiar con le nocche delle dita all’uscio dello studio.
– Avanti! – disse Riccardino. – Senza cerimonia. La faccenda sarà piuttosto complicata, quando avrò molti più clienti. Avanti!
– Ah, per piacere! – disse pian piano una vocina nell’androne. – Siate così buono da venire a indicare l’alloggio.
Riccardino si sporse oltre il tavolo, e scorse una ragazzina calzata di pianelle, vestita d’un sudicio grembialone con bavaglino, che di lei non lasciava veder altro che il viso e i piedi, come se fosse chiusa nella custodia d’un violino.
– Ma tu chi sei? – disse Riccardino.
Ma a questo quella rispose semplicemente:
– Ah, per piacere, siate così buono da venire a indicare l’alloggio!
Negli sguardi e nei modi una ragazzina di foggia più antiquata non s’era vista mai. Essa doveva aver lavorato fin dalla culla. Sembrava che avesse paura di Riccardino nella stessa proporzione della meraviglia mostrata da lui.
– Io non c’entro affatto con l’alloggio – disse Riccardino. – Puoi dire che ritornino più tardi.
– Ah, ma per piacere venite a indicare l’alloggio! – rispose la ragazza. – Sono diciotto scellini la settimana con la biancheria e i piatti. La pulizia delle scarpe e degli abiti si paga a parte, e il fuoco d’inverno sedici soldi al giorno.
– Perchè non lo indichi tu stessa? Mi par che tu sappia benissimo di che si tratta.
– La signorina Sally non vuole, perchè la gente la prima volta, vedendomi così piccola, non crederebbe di poter avere un buon servizio.
– Ma non lo vedono dopo che sei piccola? – disse Riccardino.
– Oh! Ma intanto l’alloggio per quindici giorni sarà certamente appigionato – rispose la ragazza con un sguardo malizioso – e poi alla gente non piace di muoversi, una volta entrata.
– Strano – mormorò Riccardino, levandosi. – Intendi dire che tu sei… la cuoca?
– Sì, faccio la cucina semplice – rispose la ragazza – Sono anche cameriera; faccio tutto il lavoro della casa.
– Immagino che Bronzi, il Drago e io ne facciamo la parte più sudicia – pensò Riccardìno. E avrebbe potuto pensare molto di più, nella sua disposizione di dubbio e di esitazione, se la ragazza non avesse continuato a sollecitarlo, e certi tonfi misteriosi nel corridoio e sulla scala non lo avessero avvertito dell’impazienza del forestiero. Perciò Riccardo Swiveller, infilandosi una penna dietro ciascun orecchio, e portandone un’altra in bocca come un segno della propria importanza personale e della devozione che aveva per gli affari, uscì dallo studio per andare incontro e trattare col signore scapolo.
Fu un po’ sorpreso dal vedere che i tonfi provenivano dal cammino che faceva su per i gradini il baule del signore scapolo. Il baule che era due volte più ampio dei bauli ordinari e di contenuto straordinariamente pesante, non veniva trasportato facilmente su, per la rigida ascesa, dagli sforzi congiunti del signore scapolo e del vetturino. Eccoli tutti e due affannati, schiacciandosi a vicenda, a spingere e a tirare con tutta la forza, e a ficcare il baule ben stretto e solo nei più remoti e inconcepibili cantucci. Oltrepassare i due non era possibile; perciò il signor Swiveller li seguì lentamente, elevando su ogni gradino una nuova protesta contro quella maniera di prender d’assalto la casa del signor Sansone Bronzi.
Alle sue rimostranze il signor scapolo non rispose una parola, ma quando il baule fu finalmente deposto nella camera da letto, egli vi si adagiò di sopra e col fazzoletto si mise ad asciugarsi la testa calva e la faccia. Era molto accalorato, e a ragione; poichè, senza contar lo sforzo di portar di sopra il baule, era ben bene imbacuccato in un costume invernale, benchè il termometro avesse segnato tutto il giorno ventotto gradi all’ombra.
– Credo, signore – disse Riccardo Swiveller, togliendosi la penna di bocca – che desideriate di esaminare questo appartamento. È un bellissimo appartamento, signore. Vi si gode un’ampia vista di… tutta la via, ed è a un minuto di distanza… dalla cantonata. Nella sua immediata vicinanza, signore, vi si trova dell’ottima birra, e i vantaggi che ne derivano sono innumerevoli.
– Che pigione? – disse il signore scapolo.
– Una sterlina la settimana – rispose Riccardino, aumentando la somma.
– Lo piglio.
– La pulizia delle scarpe e degli abiti a parte – disse Riccardìno – e il riscaldamento d’inverno…
– Va bene tutto – rispose il signore scapolo.
– Non meno di due settimane – disse Riccardino – fanno…
– Due settimane! – esclamò il signore scapolo bruscamente, squadrandolo dalla testa ai piedi. – Due anni. Starò qui due anni. Ecco. Queste sono dieci sterline. Il contratto è fatto.
– Un momento – disse Riccardino – io non mi chiamo Bronzi, e…
– Chi ve l’ha detto, e cosa volete che ne importi a me?
– Si chiama così il padrone di casa – disse Riccardino.
– Me ne rallegro – rispose il signore scapolo – un bel nome per un avvocato. Vetturino, ve ne potete andare. Anche voi, signore.
Il signor Swiveller era tanto confuso dal vedersi cavalcare a quella velocità dal signore scapolo, che si mise a guardarlo quasi con la stessa intensità con cui aveva guardato la signorina Sally. Il signore scapolo, però, niente affatto commosso da questa circostanza, si mise con assoluta severità a svolgere lo scialle che gli avviluppava il collo, e poi a cavarsi le scarpe. Liberato da quegli ingombri, continuò con lo spogliarsi degli altri indumenti, che piegò ordinatamente, a uno a uno, e poi schierò bene in fila sul baule. Quindi abbassò le persiane, tirò le cortine, caricò l’orologio, e con tranquillità e con metodo, se n’entrò in letto.
– Togliete giù il cartello – furono le sue ultime parole, facendo capolino di tra le cortine del letto – e che nessuno venga, se non suono il campanello.
Detto questo, chiuse le cortine, e parve si mettesse immediatamente a russare.
– Che strana e soprannaturale specie di casa! – disse il signor Swiveller, entrando nello studio col cartello in mano. – Draghi femmine negli affari che si comportano come signori professionisti; cuoche di cucina semplice, alte quanto un soldo di cacio, che spuntano misteriosamente di sotterra; forestieri che entrano e si coricano a mezzogiorno senza permesso o licenza. Se dovesse essere una di quelle persone miracolose di cui ora si parla, messasi a letto per dormire un paio d’anni, mi troverei in una situazione veramente bella. Ma è il mio destino e spero che a Bronzi non dispiaccia. Se gli dispiace, che vuol che io faccia? Io non c’entro… è forse colpa mia?

XXXV.

Il signor Bronzi, tornando a casa, ascoltò con molta compiacenza e soddisfazione il racconto dello scrivano, e non trascurò di esigere il biglietto di dieci sterline, che, esaminato e riconosciuto come un autentico biglietto legale del direttore della Compagnia della Banca d’Inghilterra, accrebbe notevolmente il buon umore con cui egli era entrato. E fu invaso da un fiotto di tanta liberalità e condiscendenza, che, nella pienezza del suo trasporto, invitò il signor Swiveller a bere una tazza di ponce con lui in quel periodo remoto e indefinito che si chiama generalmente “uno di questi giorni”, e gli fece un monte di bei complimenti sulla straordinaria attitudine agli affari che la sua condotta nel primo giorno di pratica aveva dimostrato, con tanta evidenza.
La massima di Bronzi era che l’abitudine di far dei complimenti teneva la lingua oliata senza alcuna spesa; e siccome quell’organo utilissimo non deve mai arrugginire o stridere sui cardini nel caso specifico d’un uomo di legge, che ha bisogno d’averlo sempre facile e spedito, di rado egli perdeva l’occasione di far pompa di discorsetti lusinghieri e di espressioni laudative. E ne aveva contratto tale abitudine, che se non si poteva dire correttamente ch’egli avesse la lingua sulla punta delle dita, si sarebbe potuto certamente affermare che l’aveva da per tutto tranne che nella faccia; la quale, essendo come abbiamo già veduto, di aspetto ruvido e ripugnante, non era così facilmente lubrificata, e non perdeva la sua asprezza pur nel flusso delle parolette dolci, ed era come un segnale messo lì dalla natura per avvertir quelli che navigavano nei bassi fondi e tra i frangenti del mondo, o nel pericoloso stretto della legge, e consigliarli di volgersi a porti meno infidi e di tentar la loro fortuna altrove.
Mentre a volta a volta il signor Bronzi sovraccaricava lo scrivano di complimenti ed esaminava il biglietto di dieci sterline, la signorina Sally si mostrava commossa assai poco e non piacevolmente. Per la sua tendenza nella pratica legale a fissare il pensiero sui piccoli lucri e sulle estorsioni, e ad aguzzare e ad affilare la propria naturale saggezza, ella era rimasta molto delusa dal fatto che il signore scapolo avesse ottenuto l’alloggio a così modico prezzo. Giacchè egli s’era mostrato così desideroso di occuparlo, si sarebbe dovuta raddoppiare, anzi triplicare la pigione usuale: quanto più s’era mostrato impaziente di prenderne possesso, tanto più il signor Swiveller avrebbe dovuto premere la mano. Ma nè l’opinione del signor Bronzi, nè la poca soddisfazione della signorina Sally ebbero alcun effetto sul giovane, il quale, rigettando la responsabilità di questo e di tutti gli altri atti e fatti che da quel momento sarebbero potuti accadere sul suo triste destino, rimase perfettamente rassegnato e imperturbato, preparato al peggio, e filosoficamente indifferente al bene.
– Buon giorno, signor Riccardo – disse Bronzi, il secondo giorno della presentazione dello scrivano. – Sally vi ha trovato, caro, uno sgabello di seconda mano, ieri sera, in Whitechapel. Vi assicuro, signor Riccardo, che negli affari non c’è chi la superi. Troverete, credetemi, che è uno sgabello magnifico.
– Mi sembra piuttosto debole – disse Riccardino.
– Quando vi sarete seduto, lo troverete uno sgabello meraviglioso, siatene certo; – rispose il signor Bronzi.
– È stato comprato nel largo di fronte all’ospedale. Si sa, con lo stare lì al sole un paio di mesi s’è un po’ impolverato e annerito, ecco tutto.
– M’auguro che non gli si sia attaccata la febbre o qualche altro malanno – disse Riccardino, sedendosi senza entusiasmo, fra il signor Sansone e la casta Sally. – Ha una gamba più lunga delle altre.
– Allora noi ci guadagnamo un pezzo di legno in più – ribattè Bronzi. – Ah, ah, ah! Ci guadagnamo un pezzo di legno. Questo è un altro vantaggio che ci procura la gita di mia sorella al mercato. La signorina Bronzi, signor Riccardo, è la…
– Vuoi star zitto o no? – interruppe il bel soggetto, di queste osservazioni, levando gli occhi dalle carte. – Come posso lavorare, se continuate a questo modo a chiacchierare?
– Che strano tipo che sei! – rispose l’avvocato. Una volta non vuoi che chiacchierare, un’altra volta non vuoi che lavorare. Non si sa mai di che vena sei.
– Ora sono in vena di lavorare – disse la signorina Sally – e non mi disturbare, se non ti rincresce. E non distoglierlo – e in quel punto la signorina Sally accennò con la piuma della penna a Riccardo – dal lavoro. Temo ch’egli non farà gran che.
Il signor Bronzi aveva evidentemente una gran voglia di rispondere male, ma ne fu distolto da una considerazione di prudenza e di timore, perchè mormorò soltanto delle parole come tormento e furfante, non alludendo a nessuna persona in particolare, ma riferendosi a qualche concetto astratto che gli era passato per la mente. Dopo di ciò, continuarono a scrivere a lungo in silenzio – in un silenzio così pesante che il signor Swiveller (il quale aveva bisogno di eccitanti), era caduto parecchie volte addormentato, e aveva scritto parecchie strane parole in un carattere incognito, con gli occhi chiusi, quando la signorina Sally ruppe finalmente la monotonia dell’ufficio, cavando fuori lo scatolino di stagno, e annusò rumorosamente un pizzico di tabacco, esprimendo quindi l’opinione che la colpa fosse tutta del signor Riccardo Swiveller.
– Colpa di che, signorina? – disse Riccardo.
– Voi non sapete – rispose la signorina Bronzi – che l’inquilino non s’è ancora levato… che da che s’è messo a letto ieri nel pomeriggio, di lui non s’è veduto e udito più nulla?
– Ebbene, signorina – disse Riccardino – mi sembra che egli possa dormirsi le sue dieci sterline tranquillamente e pacificamente, se così gli piace.
– Ah! Comincio a pensare che non si sveglierà mai – osservò la signorina Sally.
– Strano – disse Bronzi, deponendo la penna – in realtà, molto strano. Voi ricorderete, signor Riccardo, se si troverà che questo signore si sia impiccato alla lettiera o che gli sia accaduta qualche brutta disgrazia della stessa specie… ricorderete, signor Riccardo, che il biglietto di dieci sterline v’è stato dato in acconto della pigione di due anni. V’imprimerete questo bene in mente, signor Riccardo; sarebbe bene farne una noticina, caro, nel caso che foste chiamato a deporre come testimone.
Il signor Swiveller prese un grosso foglio protocollo, e con fisionomia molto grave, cominciò a scrivere una piccola annotazione in un angolo.
– La prudenza non è mai troppa – disse il signor Bronzi. – A questo mondo c’è in giro molta malvagità, molta malvagità. Ha mai detto quel signore, caro… vi dirò ora, finite prima quella piccola annotazione.
Riccardino eseguì, e consegnò il foglio al signor Bronzi, che era smontato dallo sgabello e passeggiava su e giù per lo studio.
– Ah, l’annotazione è questa? – disse Bronzi, percorrendo con l’occhio il documento. – Benissimo. Ora, signor Riccardo, quel signore non vi disse nient’altro?
– No.
– Ne siete certo, signor Riccardo – disse Bronzi con solennità – che quel signore non vi disse nient’altro?
– Neppure una parola, signore – rispose Riccardino.
– Ripensateci meglio, caro – disse Bronzi; – è mio dovere, caro, nella condizione in cui io mi trovo, quale onorevole membro della professione forense… la prima professione di questo paese, caro, e di qualunque sia paese, o di qualunque pianeta che risplende sul nostro capo la notte e si suppone abitato… è mio dovere, caro, quale onorevole membro di questa professione, di non farvi una domanda capziosa in un argomento di tanta delicatezza e importanza. Il signore, caro, che ieri prese da voi il primo piano di questa casa, e che portava con sè un baule di roba… un baule di roba… non disse niente più di quello che avete trascritto in questo memorandum?
– Su, non siate sciocco – disse la signorina Sally.
Riccardino guardò lei, poi Bronzi, poi la signorina Sally di nuovo, e ancora persistè: – No.
– Oibò, oibò! Diavol mai, signor Riccardo, come siete ottuso! – esclamò Bronzi, abbozzando un sorriso. – Non disse nulla della sua proprietà?… Ecco!
– Questo è il modo di farglielo capire – disse la signorina Sally, accennando al fratello.
– Non disse, per esempio – aggiunse Bronzi, in una specie di tono persuasivo e grazioso – badate, io non asserisco che dicesse così; ve lo chieggo per rinfrescarvi la memoria… non disse, per esempio, che a Londra era forestiero… che non aveva voglia o non era in grado di dare referenze… le quali egli sapeva noi avevamo diritto di esigere… e che nel caso gli fosse accaduto non so che, in qualunque tempo, egli desiderava particolarmente che tutto ciò che gli apparteneva dovesse essere considerato mio in compenso del disturbo e delle noie che avrei dovuto sostenere… e non foste voi, insomma – aggiunse Bronzi, con tono più soave e grazioso di prima – non foste voi indotto ad accettarlo, per conto mio, come inquilino, a queste condizioni?
– Veramente no – rispose Riccardino.
– Allora – disse Bronzi, dardeggiandogli uno sguardo accigliato e carico di rimproveri – credo che abbiate sbagliato di professione, e che non capirete mai nulla di legge.
– Neanche se vivete un migliaio d’anni – aggiunse la signorina Sally. E a questo punto il fratello e la sorella annusarono rumorosamente un pizzico di tabacco dallo scatolino di stagno, e caddero in una cupa meditazione.
Fino all’ora del desinare del signor Swiveller, fissato per le tre, non accadde più nulla, e parve che passassero tre settimane. Al primo tocco dell’ora, lo scrivano nuovo sparve. All’ultimo tocco delle cinque, riapparve, e nello studio, come per magia, si diffuse una fragranza di buccia di limone.
– Signor Riccardo – disse Bronzi – quell’uomo non si è levato ancora. Nulla riesce a svegliarlo, caro. Che s’ha da fare?
– Io lo lascerei dormire a suo piacere – rispose Riccardino.
– Dormire a suo piacere! – esclamò Bronzi. – Ma se finora ha dormito ventisei ore! Gli abbiamo spostato dei canterani in testa, abbiamo picchiato furiosamente al portone di strada; abbiamo fatto parecchie volte rotolare giù per le scale la fantesca (pesa poco e non le fa male), ma niente riesce a svegliarlo.
– Forse con una scala – suggerì Riccardino – arrivando alla finestra del primo piano…
– C’è una porta per lo mezzo; e poi si metterebbero in subbuglio i vicini – disse Bronzi.
– Che direste se si salisse sul tetto per l’abbaino, e se si scendesse giù per la gola del camino? – suggerì Riccardino.
– Un magnifico piano – disse Bronzi – se ci fosse qualcuno – e a questo punto guardò fisso il signor Swiveller – abbastanza buono, amichevole e generoso da metterlo in atto. Credo che non sarebbe così difficile, come ci s’immagina.
Riccardino aveva dato il consiglio, pensando che l’esecuzione sarebbe probabilmente toccata al dipartimento della signorina Sally. Ma siccome egli non aggiunse altro, e finse di non capire l’intenzione del signor Bronzi, questi s’accontentò di proporgli di andar di sopra insieme e di fare un ultimo sforzo per svegliare il dormiente con qualche mezzo meno violento. Se poi quest’ultima prova fosse fallita, sarebbero state adottate misure positivamente più energiche. Il signor Swiveller acconsentì, e armato dello sgabello e della grossa riga, si recò col suo principale sul teatro dell’azione, dove la signorina Bronzi già stava sonando con la sua massima energia un campanello portatile, ma pur senza fare il minimo effetto sul misterioso inquilino.
– Ecco le sue scarpe, signor Riccardo! – disse Bronzi.
– Anch’esse hanno un’apparenza cocciuta – osservò Riccardo Swiveller. E veramente erano un paio di stivali pesanti e massicci, quali piacerebbe a tutti di vedere, piantati così solidamente sul pavimento, che sembrava ci fossero dentro i piedi del proprietario, e con tutta l’apparenza, per le loro ampie suole e le punte piatte, di aver preso violentemente possesso del luogo che occupavano.
– Non si vede altro che la cortina del tetto – disse Bronzi, applicando l’occhio al buco della serratura. – È un uomo forte, signor Riccardo?
– Molto – rispose Riccardino.
– Non sarebbe piacevole se irrompesse qui fuori all’improvviso – disse Bronzi. – Tenete la scala sgombra. Lo affronterei, naturalmente, ma io sono il padrone di casa, e le leggi dell’ospitalità debbono essere rispettate… Ohè lì ohè, ohè!
Mentre il signor Bronzi, con l’occhio intento al buco della serratura, cacciava quelle grida per attrarre l’attenzione dell’inquilino, e mentre la signorina Bronzi sonava a più non posso il campanello, il signor Swiveller metteva il suo sgabello accanto alla porta, e inerpicandovisi e tenendovisi ritto in modo che se la persona al di dentro avesse fatto un’irruzione, probabilmente sarebbe andata più oltre senza vederlo, cominciò con la riga una violenta batteria sul pannello superiore della porta. Attratto dalla propria abilità, e fiducioso della forza di quella posizione, che gli era stata ispirata dal metodo di quelli che aprono nei teatri le porte della platea e della galanteria nelle sere di calca, il signor Swiveller si diede a flagellare la porta con una tale granata di colpi, che lo squillo del campanello ne rimase soffocato, e la piccola fantesca, che aspettava da basso, pronta a fuggire al primo allarme, fu costretta a tapparsi le orecchie per non rimaner sorda tutta la vita. Improvvisamente la porta fu aperta dal di dentro, e spalancata con violenza. La piccola fantesca riparò nella carbonaia; la signorina Sally corse a tuffarsi nella sua camera da letto; il signor Bronzi, che non si segnalava per coraggio personale, se la diede a gambe fin nella via più vicina, ma vedendo che nessuno, armato di molle o d’altra arma offensiva, l’aveva seguito, si mise a un tratto, con le mani in tasca, a ritornare lentamente e a fischiettare.
Nel frattempo, il signor Swiveller, stando ritto sopra lo sgabello, s’appiattiva più che gli era possibile contro il muro, e guardava giù, non indifferentemente, sul signore scapolo, che s’era piantato sulla porta ringhiando e imprecando in maniera formidabile, e che, con le scarpe in mano, sembrava avesse l’intenzione di scagliarle da basso pigliando la mira. Ma abbandonò quest’idea e facendo l’atto di rientrare in camera, sempre ringhiando vendicativamente, i suoi occhi incontrarono quelli del vigile Riccardo.
– Avete fatto voi tutto questo baccano? – disse il signore scapolo.
– Ho fatto anch’io la mia parte, signore – rispose Riccardino, tenendo d’occhio l’avversario, e agitando delicatamente la riga nella destra, come per significare ciò che al signor scapolo sarebbe toccato, se avesse fatto qualche tentativo di violenza.
– Come ardite allora – disse l’inquilino – eh?
A questo Riccardino non rispose altro che domandando se l’inquilino giudicasse rispondente alla condotta e al carattere d’un galantuomo dormire per ventisei ore di fila, e se la pace d’una rispettabile e virtuosa famiglia non dovesse pesare per nulla nella bilancia.
– E la mia pace, signore? – rispose Riccardino. – Io non ho l’intenzione di farvi nessuna minaccia, caro signore… perchè la legge non permette minacce, e la minaccia è un reato perseguibile a termini di legge… ma se mai lo fate un’altra volta, badate di non cadere sotto un’inchiesta ufficiale e d’esser sepolto nel fosso più vicino prima di svegliarvi. Noi abbiamo avuto una paura matta che foste morto, caro signore – disse Riccardino, scendendo pianamente a terra – e, per farvela breve, non possiamo permettere a un signore scapolo di venire in questa casa a dormire come due persone senza pagare un supplemento.
– Davvero! – esclamò l’inquilino.
– Sì, signore, davvero – rispose Riccardino, abbandonandosi al destino e dicendo tutto quello che gli veniva prima sulla bocca; – da un materasso solo e da una lettiera non si cavò mai una simile quantità di sonno; e se voi avete intenzione di dormire a questo modo dovete pagare per una camera a due letti.
Invece di sdegnarsi maggiormente per queste osservazioni, l’inquilino si mise a ridere cordialmente, e guardò il signor Swiveller con gli occhi scintillanti. Egli aveva la faccia bruna e abbronzata dal sole, e pareva più bruno e più abbronzato sotto il candido berretto da notte. Siccome appariva evidente da qualche indizio che avesse un carattere collerico, il signor Swiveller fu lieto di trovarlo di tanto buon umore, e per incoraggiarlo a persistervi, sorrise anche lui.
L’inquilino, irritato da quel brusco risveglio, s’era cacciato il berretto da notte tutto da un lato della calva testa. Questo gli dava un’aria alquanto eccentrica e libertina, che piacque enormemente al signor Swiveller, il quale potè in quel momento osservarlo a suo bell’agio, e gli espresse, quindi, la speranza che finalmente si sarebbe levato, e che inoltre non sarebbe stato più recidivo.
– Venite qui, birbante! – rispose l’inquilino rientrando in camera.
Il signor Swiveller lo seguì, lasciando lo sgabello fuori, ma portando con sè la riga, nel caso d’una sorpresa. E si congratulò della prudenza avuta come vide il signore scapolo, senza alcuna avvertenza o spiegazione, chiudere la porta a doppia mandata.
– Potete bere qualcosa? – egli poi domandò.
Il signor Swiveller rispose che da poco egli aveva calmato gli ardori della sete; ma ch’era ancora disposto a un “piccolo inaffiamento”, se vi fosse stato del materiale sottomano. L’altro, senza aggiungere molto, trasse dal suo gran baule una specie di tempio, che splendeva come argento brunito, e lo pose accuratamente sul tavolo.
Molto interessato a quell’atto, il signor Swiveller l’osservava con attenzione. In un piccolo compartimento del tempio, l’inquilino fece cadere un uovo; in un altro un po’ di caffè; in un terzo un bel pezzo di carne cruda preso da una lucida cassettina di latta; in un quarto versò un po’ d’acqua. Poi, con l’aiuto d’una scatola e degli zolfanelli, mise fuoco a una lampada a spirito che aveva il suo posto speciale sotto il tempio; poi chiuse gli sportelli di tutti i piccoli compartimenti; poi li aperse tutti; e finalmente, in virtù d’un meraviglioso e invisibile agente, la carne fu cotta, l’uovo fu lessato, il caffè fu accuratamente preparato, e la colazione pronta.
– Acqua bollente – disse l’inquilino, porgendola al signor Swiveller, con la stessa calma che se avesse dinanzi il fuoco d’una cucina – del magnifico rum… dello zucchero… e un bicchiere da viaggio. Mescolate voi stesso. E fate presto.
Riccardino obbedì, volgendo gli occhi dal tempio, sulla tavola, il quale sembrava facesse tutto, al gran baule, che sembrava contenesse tutto. L’inquilino si pose a mangiare la colazione, come avvezzo a quei miracoli, e non ne facesse affatto caso.
– Il padrone di casa è un avvocato, vero? – disse l’inquilino.
Riccardino accennò di sì. Il rum era meraviglioso.
– La padrona di casa… che è?
– Un drago – disse Riccardino.
Il signore scapolo, forse perchè aveva incontrato nei suoi viaggi simili esseri, o forse appunto perchè era un signore scapolo, non si mostrò affatto sorpreso, ma chiese semplicemente:
– Moglie o sorella?
– Sorella – disse Riccardino.
– Tanto meglio – disse il signore scapolo – può liberarsi di lei quando gli pare.
– Io voglio fare quel che mi piace, caro il mio giovane – aggiunse dopo un breve silenzio: – andare a letto quando mi piace, uscire quando mi piace, rientrare quando mi piace… non essere interrogato minimamente e non esser circondato da spie. Da questo lato, le persone di servizio sono peggio del diavolo. Ve n’è una sola qui.
– E molto piccina – disse Riccardino.
– E molto piccina – ripetè l’inquilino. – Bene, il luogo mi va, non vi pare?
– Sì – disse Riccardino.
– Degl’imbroglioni, immagino? – disse l’inquilino.
Riccardino fece un cenno di assenso, e vuotò il bicchiere.
– È bene ch’essi sappiano di che umore io mi sia – disse il signore scapolo, levandosi; – se mi disturbano, perdono un buon inquilino. Se mi conoscono sotto questo aspetto, ne sanno abbastanza. Se tenteranno di saperne di più, vorrà dire mandarmi un’intimazione di sfratto. Su queste cose è meglio intendersi subito. Buon giorno.
– Scusate – disse Riccardino – fermandosi mentre s’avviava ad aprire. – “Se quegli che t’adora ti lascia solo il nome…”
– Che volete dire?
– “Solo il nome” – disse Riccardino – “ti lascia solo il nome…” in caso che arrivino lettere o pacchi.
– A me non arrivano nè lettere ne pacchi – rispose l’inquilino.
– E nel caso che qualcuno venga a cercarvi?
– Nessuno mi cerca mai.
– Se dovesse derivar qualche inconveniente dall’ignoranza del vostro nome, non direte che è colpa mia, signore – aggiunse Riccardo – esitante ad uscire. – “Non biasimate il bardo…”.
– Non biasimate il bardo – disse l’inquilino, con tanta irascibilità che Riccardino in un attimo si trovò sulla scala, separato per mezzo della porta dal suo interlocutore.
Il signor Bronzi e la signorina Sally stavano in agguato nell’immediata vicinanza, scagliati via dal buco della serratura soltanto dall’uscita improvvisa del signor Swiveller. Ma non essendo stati in grado, per quanti sforzi avessero fatto, di cogliere una sola parola del colloquio, anche perchè avevano avuto una lite per la precedenza, la quale, benchè limitata a delle spinte, a dei pizzicotti e a simile tacita pantomima, s’era protratta per tutto quel tempo, essi corsero in fretta nello studio per sentire il rendiconto della conversazione.
Rendiconto che il signor Swiveller fece loro fedelissimo per quanto riguardava i desideri e il carattere del signore scapolo, e poetico per quanto riguardava il gran baule, del quale fece una descrizione più notevole per il volo dell’immaginazione che per una rigorosa aderenza alla verità; giacchè dichiarò, con molte recise affermazioni, ch’essa conteneva un campione di tutti i cibi e vini più squisiti conosciuti ai nostri tempi, e particolarmente che era di natura automatica e imbandiva qualsiasi cosa si desiderasse, per mezzo d’un movimento, probabilmente di orologeria. Diede anche a capire che l’apparecchio per la cucina arrostiva un bel pezzo di filetto di bue del peso di sei libbre in due minuti primi e quindici secondi, come aveva visto con gli occhi suoi e provato col suo stesso senso del gusto; e che, inoltre, comunque avvenisse la cosa, egli aveva veduto distintamente l’acqua bollire e gorgogliare a una strizzatina d’occhio del signore scapolo; dai quali fatti egli (il signor Swiveller) era indotto a concludere che l’inquilino fosse un gran stregone o un gran chimico, o tutte e due le cose; e che la residenza di lui in quella casa un giorno o l’altro avrebbe certamente contribuito ad onorare e accreditare grandemente il nome di Bronzi, aggiungendo un nuovo interesse alla storia di Bevis Marks.
Vi fu un punto sul quale il signor Swiveller non giudicò necessario di diffondersi, e fu la circostanza della piccola inaffiatina, la quale, per il fatto della propria forza intrinseca e dell’esser venuta immediatamente dopo il modesto beveraggio mandato giù a desinare, suscitò in lui un leggero grado di febbre, e rese necessarie nel corso della serata una capatina al caffè e altre due o tre piccole inaffiatine.

XXXVI.

Siccome il signore scapolo, dopo alcune settimane di occupazione dell’appartamento, rifiutava sempre di aver rapporti sia a parole che a gesti, col signor Bronzi e la sorella Sally, scegliendo invariabilmente Riccardo Swiveller come suo canale di comunicazione; e siccome aveva sotto tutti gli aspetti l’aria dell’inquilino altamente rispettabile, che dà poco o nessun disturbo, che non fa baccano, che si ritira presto e paga tutto anticipato, il signor Riccardo assunse nella famiglia un’importante posizione, come colui che aveva dell’autorità sul misterioso inquilino, e poteva trattare con lui in tutti i casi, quando nessun altro poteva avvicinarlo.
Se si deve dire la verità, anche le relazioni del signor Swiveller col signore scapolo si mantenevano in una sfera molto lontana e non facevano molto progresso; ma siccome egli non tornava mai da una conferenza monosillabica con lo sconosciuto senza citare delle espressioni quali le seguenti: “Swiveller, io posso fidare su di voi”, “Io non esito a dirvi, Swiveller, che mi siete caro”, “Swiveller, voi mi siete amico, e son certo che mi appoggerete”, e molte altre brevi frasi della stessa natura familiare e fiduciosa, spacciate come rivolte a lui dal signore scapolo e quali ingredienti della loro ordinaria conversazione, nè il signor Bronzi nè la signorina Sally ebbero per una volta nulla da dire contro l’incremento dell’autorità dello scrivano, e gli accordarono, anzi, la loro più piena e illimitata fiducia.
Ma oltre questa fonte di simpatia, e indipendentemente da essa, il signor Swiveller ne aveva un’altra, che prometteva d’essere egualmente durevole e d’alleviare in modo considerevole la sua condizione.
Egli incontrò del favore agli occhi della signorina Sally Bronzi. Che i facili spregiatori dei fascini femminili non aguzzino l’udito per ascoltare una nuova storia d’amore e sogghignare; perchè la signorina Bronzi, per quanto ben conformata per essere amata, non era di natura amorosa. Quell’amabile vergine, che s’era aggrappata alle vesti della legge fin dalla tenera infanzia, e con quell’aiuto s’era sostenuta, per dir così, fin dal primo passo da lei tentato, non lasciandole mai più da quel primo momento, aveva passato tutta la vita in una specie di fanciullezza legale. Nei giorni ch’ella appena balbettava le prime parole, aveva mostrato uno straordinario talento nel contraffare il portamento e i modi d’un ufficiale giudiziario, picchiando com’è costume degli ufficiali giudiziari, i suoi compagni di giuoco sulla spalla, e conducendoli in prigioni immaginarie, con una esattezza d’imitazione che formava l’incanto e la delizia di quanti la vedevano, e che era sorpassata soltanto dalla sorprendente maniera con cui eseguiva un sequestro nella casa della bambola e si metteva a redigere un inventario scrupoloso delle sedie e dei tavoli. Quegl’innocenti giuochi avevano naturalmente addolcito e rallegrato gli ultimi anni di suo padre vedovo, un esemplare galantuomo (chiamato dagli amici, per la sua grande sagacia, il “Vecchio volpacchione”) il quale li incoraggiava nei limiti del possibile, e del quale il maggior rimpianto, vedendosi avviato verso il cimitero di Houndsditch, era che la figlia non potesse laurearsi avvocato ed essere iscritta nell’albo. Pieno di quest’affettuosa e commovente ambascia, egli l’aveva solennemente affidata al figlio Sansone quale un impareggiabile ausiliario; e dalla morte di quel vecchio galantuomo fino al tempo del quale trattiamo, la signorina Sally Bronzi era stato il perno e la base dello studio del fratello.
S’intende che, essendosi consacrata fin dall’infanzia a quell’unica carriera e a quell’unico studio della legge, la signorina Bronzi non conoscesse del mondo che ciò che aveva rapporto con la legge; e che da una donna di gusto così raffinato non fosse possibile attendersi alcuna abilità in quelle arti più soavi e gentili in cui il solito eccellono le donne. Le doti della signorina Sally erano tutte d’un carattere maschile e rigorosamente forense. Cominciavano e finivano con le massime di procedura. Ella era, per dir così, in una condizione d’innocenza legale. La sua nutrice era stata la legge. E come le gambe storte e simili deformità fisiche nei bambini sono ritenute la conseguenza d’un cattivo baliatico, così, se in uno spirito così bello si poteva riscontrare qualche difetto o stortura morale, non era da incolpare che la nutrice della signorina Sally Bronzi.
Fu su una simile donna, quindi, che irruppe fresco fresco il signor Swiveller, il quale, come qualche cosa di nuovo e fin allora neppure sognato, mise in effervescenza lo studio con brani di canzone e scoppi d’allegria, facendo giuochi di prestidigitazione coi calamai e le scatole di ostie da suggellare, acchiappando tre aranci in una mano, tenendo gli sgabelli in equilibrio sul mento e i temperini sul naso, e continuamente eseguendo un centinaio d’altri giuochi con la stessa abilità; poichè con queste distrazioni Riccardo, in assenza del signor Bronzi, alleggeriva il tedio del proprio confino. Queste qualità sociali, che in principio furono scoperte per caso dalla signorina Sally, a poco a poco fecero tanta impressione su di lei, ch’ella invitava il signor Swiveller a riposarsi e a divertirsi a suo bell’agio, come se lei non ci fosse; e non ci volle altro perchè il signor Swiveller, tutt’altro che riluttante, approfittasse dell’invito per il lungo e per il largo. Così i due diventarono amici. A poco a poco il signor Swiveller giunse a considerarla come la considerava il fratello Sansone, e com’egli avrebbe considerato qualunque altro scrivano. Egli le assegnò l’incarico di sbrigare le piccole faccenduole dello studio o di andare addirittura fino a Newmarket a comprare frutta, birra, gassosa, patate fritte o anche una modesta bevanda, alla quale la signorina Bronzi non si faceva scrupolo di partecipare. Spesso la persuadeva ad assumersi, in aggiunta alla parte di copiatura che toccava a lei, quella che toccava a lui; anzi talvolta soleva rimproverarla con un colpetto amichevole sulla spalla, dicendole che era veramente un ottimo amico, un bell’animale, ed altre espressioni simili: complimenti tutti che la signorina Sally si riceveva assolutamente in buona parte e con perfetta soddisfazione.
Una circostanza turbava molto lo spirito del signor Swiveller, e cioè che la piccola fantesca se ne rimanesse sempre rincantucciata chi sa dove nelle viscere della terra sotto Bevis Marks, e non risalisse mai alla superficie che, quando il signore scapolo sonava il campanello, per rispondere e di nuovo scomparire. Essa non andava mai fuori, non entrava mai nello studio; non aveva mai la faccia pulita, non si toglieva mai il grembialone, non s’affacciava mai a qualche finestra, non si metteva mai sulla soglia di casa a bere un sorso d’aria o a riposarsi a distrarsi in qualche modo. Nessuno mai andava a visitarla, nessuno parlava di lei, nessuno curava di lei. Il signor Bronzi aveva detto una volta di credere ch’ella fosse “una figlia dell’amore” (il che significa tutt’altro che una figliuola amata), e questo era tutto quanto Riccardo Swiveller aveva potuto sapere.
– È inutile domandar nulla al Drago – pensò un giorno Riccardino, mentre se ne stava in contemplazione delle fattezze della signorina Sally Bronzi. – Sospetto che se le chiedessi delle informazioni su questo capo, la nostra amicizia sarebbe d’un tratto troncata. A dir la verità non so se sia ora un drago o qualche altro essere di genere simile. Ha un aspetto piuttosto squamoso. Ma alle sirene piace di guardarsi nello specchio, e lei, dunque, non può essere sirena. Le sirene hanno l’abitudine di pettinarsi, e lei non si pettina. No, è un drago.
– Dove vai, bel tomo? – disse Riccardino, mentre la signorina Sally si asciugava la penna secondo il solito sulla veste verde, e si levava dal suo posto.
– A desinare – rispose il Drago.
– A desinare! – pensò Riccardino. – Ecco un altro mistero. Io non credo che la piccola fantesca abbia mai qualche cosa da mangiare.
– Nino non ritornerà a casa – disse la signorina Bronzi. – Aspetta finchè io non ritorni. Non mi tratterrò a lungo.
Riccardino fece cenno di sì, e con gli occhi seguì la signorina Bronzi verso la porta, ma con l’udito teso verso un salottino posteriore, dove essa e il fratello solevano desinare.
– Ora – disse Riccardino, camminando su e giù con le mani in tasca – io darei qualcosa… ad averlo… per sapere com’essi trattano quella ragazzina e dove la tengono. Mia madre dev’essere stata una donna molto curiosa; non c’è dubbio che io in qualche parte debba aver l’impronta d’un punto interrogativo. I miei sentimenti io li soffoco, ma tu sei stata la cagione di questa angoscia, tu mia… parola d’onore – disse il signor Swiveller, frenandosi e lasciandosi cadere meditabondo nella poltrona dei clienti – mi piacerebbe sapere come la trattano.
Dopo essersi per qualche tempo arrovellato a questo modo, il signor Swiveller aprì pian piano la porta dello studio, con l’intenzione di scappare un momento fuori e deliziarsi con un bicchiere di birra. In quel momento vide in una fuggevole occhiata ondeggiare l’acconciatura della testa della signorina Bronzi giù per la scala della cucina. – Per Giove! – pensò Riccardino. – Va a cibare la fantesca. Ora o mai più!
Affacciandosi prima sulla ringhiera e permettendo all’acconciatura della signorina Sally di dileguarsi nella tenebra al di sotto, egli andò giù a tentoni, e arrivò all’uscio del retrocucina, immediatamente dopo che la signorina v’era entrata portando in mano un cosciotto freddo di castrato. Era uno stanzino triste e oscuro, molto basso e molto umido, con le pareti sfigurate da mille strappi e da mille pustole. L’acqua gocciolava da un secchio rotto, e un gatto emaciato lambiva il rigagnolo con la morbosa avidità d’una sete ardente. La grata del focolare, che era vasta, era chiusa e strettamente avvitata, e non conteneva più d’una microscopica palettata di fuoco. Tutto era serrato; la carbonaia, la scatola delle candele, la cassetta del sale, la credenza, erano tutte sotto un lucchetto. Non v’era nulla con cui uno scarafaggio potesse far colazione. Lo squallido e magro aspetto del luogo avrebbe ammazzato un camaleonte. Esso avrebbe compreso alla prima boccata che l’aria non era commestibile, e avrebbe dovuto morire per disperazione. – La piccola fantesca stava tutta umile e contrita in presenza della signorina Sally, e con la testa china.
– Ci sei? – disse la signorina Sally.
– Sì, signorina – rispose una voce debole.
– Scostati dal cosciotto di montone; se no, so che l’addenterai – disse la signorina Sally.
La ragazza si trasse in un angolo, e la signorina cavò una chiave di tasca, e aprendo la credenza, portò alla luce dei miserabili avanzi di patate fredde, meno commestibili di un pezzo di basalto. Li imbandì alla piccola fantesca che ebbe l’ordine di sedersi a mangiare. Poi la signorina, impugnando un gran trinciante, fece l’atto di affilarlo al forchettone da scalcare.
– Vedi questo? – disse la signorina Bronzi, affettando circa due pollici quadrati di castrato freddo, dopo tanta preparazione, e tenendoli sulla punta della forchetta.
La piccola fantesca guardò fisso con gli occhi affamati la vivanda per osservarne ogni fibra, per quanto minuta, e rispose: – Sì.
– Allora non andrai mai dicendo – ribattè la signorina Sally – che qui non ti si dà la carne. Su, mangia.
Il pezzo fu mangiato in un boccone. – Ora, di’, ne vuoi ancora? – disse la signorina Sally.
La famelica creatura rispose con un debole “No”. La padrona e lei seguivano evidentemente un rito da lungo tempo stabilito.
– Ti s’è data una volta la carne – disse la signorina Bronzi, enumerando le varie circostanze; – ne hai avuta quanta ne potevi mangiare, ti s’è domandato se ne volevi ancora, e hai risposto di no. Allora non dirai mai che ti s’è messo il boccone in mano, ricordati.
Con queste parole, la signorina Sally mise da parte la carne, e chiuse la credenza, e poi avvicinandosi alla piccola fantesca, la guardò finire le patate.
Era evidente che qualche straordinario rancore tormentava il petto gentile della signorina Bronzi, e che fu quello che la spinse, senza la minima ragione apparente, a picchiare la ragazza con la lama del coltello, ora su una mano, ora sulla testa, ora sulla schiena, come se trovasse assolutamente impossibile starle così da presso, e non somministrarle un po’ di colpettini. Ma il signor Swiveller non fu poco sorpreso nel vedere la collega, dopo aver dato qualche passo indietro verso la porta, come tentando di andarsene senza aver la forza di farlo, piombare con un balzo sulla fantesca e pigliarla crudelmente a pugni. La vittima si mise a piangere in silenzio, come se temesse di levare la voce, e la signorina Sally, confortandosi con una presa di tabacco, cominciò a risalir dalla cucina, appunto nel momento che Riccardo entrava nello studio.

XXXVII.

Il signore scapolo fra le altre sue bizzarrie – e ne aveva una riserva abbondantissima, e ogni giorno ne mostrava un campione nuovo – s’interessava in modo veramente straordinario alle rappresentazioni di Pulcinella. Se il suono d’una voce di Pulcinella raggiungeva, anche da una distanza remota, il marciapiede di Bevis Marks, il signore scapolo, benchè in letto e addormentato, soleva balzare in piedi, vestirsi in fretta in fretta, correre con la massima velocità verso il punto che l’attraeva, e immediatamente ritornarne, alla testa d’una lunga processione di bighelloni, che teneva nel suo mezzo il teatro e i burattinai. A un tratto il teatrino veniva piantato di fronte alla casa del signor Bronzi; il signore scapolo si stabiliva alla finestra del primo piano; e il trattenimento si svolgeva, con tutto il suo vibrante accompagnamento di piffero, di tamburo e di grida, e fra il maggior sgomento di tutte le persone prese dal lavoro in quella contrada silenziosa. Si poteva credere che, finita la rappresentazione, attori e spettatori si sarebbero dispersi; ma l’epilogo era peggiore della commedia, poichè, non ancora il diavolo s’era messo a tacere, che il burattinaio e il suo coadiutore venivano chiamati di sopra dal signore scapolo, abbeverati di liquori della sua riserva privata, e intrattenuti in conversazioni, il cui scopo nessun essere vivente era in grado di scandagliare. Ma il segreto di quelle discussioni non era di grande importanza. Era sufficiente sapere che, durante il loro svolgimento, la folla al di fuori continuava a trattenersi intorno alla casa; che i monelli picchiavano coi pugni sul tamburo, e imitavano Pulcinella con le loro voci delicate; che la finestra dello studio era resa opaca dai nasi che vi s’appiattivano di contro, e il buco della serratura del portone irradiato dagli occhi; che tutte le volte che il signore scapolo e l’uno e l’altro dei suoi ospiti si vedevano alla finestra del primo piano, o vi appariva appena la punta d’uno dei loro nasi, si levava un grande urlo di esacrazione dalla folla lasciata al di sotto, la quale per quella sua esclusione continuava a strepitare e schiamazzare, finchè non le venivano consegnati gli attori, e non poteva accompagnarli altrove. Era sufficiente, insomma, sapere che Bevis Marks era messo in rivoluzione da quei moti popolari, e che la pace e la quiete volavan via dai suoi confini.
Per questi fatti, nessuno era più sdegnato del signor Sansone Bronzi, il quale, non potendo a ogni modo arrischiare di perdere un inquilino su cui guadagnava bene, e giudicando prudente d’intascarsi la molestia insieme col denaro, si limitava a vessare gli spettatori che si raggruppavano intorno alla sua porta con quei mezzi di rappresaglia ch’erano a sua disposizione, come per esempio riversando loro addosso dell’acqua sporca con qualche inaffiatoio tenuto al coperto, bersagliandoli con frammenti di tegole e di calcinacci dal tetto, e allettando con qualche mancia i conduttori di carrozzini a voltare improvvisamente la cantonata, irrompendo sui crocchi a precipizio. Il fatto che il signor Bronzi, membro della professione legale, non denunziasse legalmente qualcuno o parecchi fra i principali disturbatori può essere, a prima vista, argomento di sorpresa per qualche lettore irriflessivo; ma questi sarà abbastanza buono da ricordare che, come i dottori di rado pigliano le loro ricette, e i sacerdoti non sempre praticano ciò che predicano, così gli avvocati sono restii a ricorrere alla legge per conto proprio, sapendo bene che essa è un affilatissimo strumento d’incerta applicazione, dispendiosissimo a mettere in moto, e adatto più a tosare perfettamente, che a tosare la persona che bisogna tosare.
– Ecco – disse il signor Bronzi un pomeriggio – oggi fan due giorni senza Pulcinella. Spero che finalmente li abbia passati in rassegna tutti.
– Perchè speri? – rispose la signorina Sally. – Che male ti fanno?
– Sai che sei un bel tipo! – esclamò Bronzi, deponendo la penna, disperato. – Sei proprio un animale dispettoso!
– Bene, che male ti fanno? – ribattè Sally.
– Che male! – esclamò Bronzi. – Non c’è alcun male a sentirsi continuamente rintronare la testa dal vocìo e dagli urli, esser disturbato nel lavoro, esser come lacerato dal tormento. Non c’è alcun male ad essere ottenebrati e soffocati qui dentro, e ad avere la via ostruita da chiassoni e da schiamazzatori che debbono avere le gole fatte di… di…
– Bronzo – suggerì il signor Swiveller.
– Già, di bronzo – disse l’avvocato, squadrando lo scrivano, come per assicurarsi che avesse suggerito la parola in buona fede e senza alcuna cattiva intenzione. – Non c’è alcun male?
L’avvocato s’interruppe in questa invettiva, e origliando un istante, e riconoscendo la voce ben nota, piegò il capo su una mano, levò gli occhi al soffitto, e mormorò fiocamente:
– Eccone un altro!
Di sopra, il signore scapolo andò immediatamente alla finestra.
– Eccone un altro – ripetè Bronzi. – Se io potessi avere una vettura attaccata a quattro cavalli da domare che potesse attraversare Bevis Marks nel momento che la folla è più fitta, darei due scellini senza rimpianto.
Di nuovo si udì lo squittìo lontano di Pulcinella. La porta del signore scapolo si spalancò. Egli corse a precipizio giù per la scala, uscì nella strada, passò accanto alla finestra senza cappello, e via verso il punto donde veniva il suono – con l’intenzione, senza dubbio, d’assicurarsi subito i servizi dei burattinai.
– Mi piacerebbe di conoscere soltanto i suoi amici – mormorò Sansone, riempiendosi le tasche di carte; – se mettessero insieme una bella commissionaria “de lunatico” al caffè di Gray’s Inn e mi affidassero l’incarico d’interdirlo, non mi dispiacerebbe, se mai, di avere per un po’ l’appartamento vuoto.
Così dicendo, e calcandosi il cappello sugli occhi come col disegno di scacciarne anche una fuggevole vista della terribile invasione, il signor Bronzi si precipitò fuori di casa, e s’allontanò di corsa.
Siccome il signor Swiveller era decisamente favorevole a quelle rappresentazioni, per la ragione che a guardare Pulcinella o a guardare qualunque cosa fuori della finestra era meglio che lavorare; e siccome, appunto perciò s’era affannato molto a suscitare nella sua collega di studio il sentimento della loro bellezza e dei loro moltissimi pregi, lui e la signorina Sally si levarono di pieno accordo e presero la loro posizione alla finestra: sul davanzale della quale s’erano già stabiliti, con quelle comodità che le circostanze loro permettevano, come a posto d’onore, varî giovani e ragazze che avevano l’ufficio di balie asciutte, e che ci tenevano ad assistere, coi piccini loro affidati, a tutta la rappresentazione.
Giacchè il vetro era sudicio, il signor Swiveller, in conormità d’un amichevole costume che s’era stabilito fra lui e la signorina Sally, le uncinò l’acconciatura della testa e con quella si mise a pulire accuratamente il vetro. Nel momento che gliel’aveva restituita, e la bella proprietaria se l’era riaccomodata sui capelli (cosa che ella fece con perfetta compostezza e indifferenza), ritornava l’inquilino col teatro e i burattinai alle calcagna, e col numeroso codazzo della massa degli spettatori. Il burattinaio capo scomparve in tutta fretta dietro il panneggio, e il suo coadiutore, piantatosi accanto al teatro, girò lo sguardo sugli spettatori con notevole espressione di melanconia, che si fece ancora più notevole quando egli soffiò un’aria di cornamusa in quel dolce strumento musicale che si chiama stringa, senza mutare affatto la lugubre espressione della parte superiore del viso, benchè la bocca e il mento avessero, necessariamente, delle contrazioni spasmodiche.
Il dramma si svolse fino alla fine, e tenne gli spettatori incatenati nella maniera solita. La sensazione che invade le grandi assemblee, nell’istante che sono liberate da un’angosciosa aspettazione e sono messe di nuovo in grado di parlare e di muoversi, dominava ancora, quando l’inquilino, secondo il solito, chiamò di sopra i due attori.
– Tutti e due – gridò dalla finestra; poichè il solo burattinaio capo, un ometto grassoccio, si preparava a obbedire alla chiamata. – Ho bisogno di parlarvi. Venite di sopra tutti e due.
– Su, Maso – disse l’ometto.
– A me non piace di parlare – rispose l’altro. – Diglielo. Perchè debbo andare a parlare?
– Non vedi che il signore lassù ha preso una bottiglia e dei bicchieri? – rispose l’ometto.
– E non potevi dirmelo prima? – ritorse l’altro, con improvvisa alacrità. – Ora, che stai ad aspettare? Vuoi che quel signore ci stia ad aspettare tutta una giornata? Non sai l’educazione?
Con queste rimostranze, l’uomo melanconico, che non era altri che Tommaso Codlin, spinse l’amico e fratello di mestiere, il signor Harris, alias Short o Trotters, e andò innanzi in fretta all’appuntamento del signore scapolo.
– Ora, cari miei – disse il signore scapolo – voi avete fatto benissimo. Che prendete? Quell’ometto dietro, chiudete la porta.
– Chiudi la porta, non senti? – disse il signor Codlin, volgendosi burberamente all’amico. – Avresti dovuto capire, credo, che il signore voleva la porta chiusa, senza fartelo dire.
Short obbedì, mormorando fra i denti che l’amico sembrava insolitamente iroso, ed esprimendo l’augurio che non vi fosse una latteria nel vicinato, perchè quella collera ne avrebbe certamente guastato il contenuto.
Il signore indicò due sedie, e fece capire con un energico cenno del capo che attendeva di vederli seduti. I signori Codlin e Short, dopo essersi guardati l’un l’altro con notevole dubbio e indecisione, finalmente si sedettero – ciascuno sull’estremo orlo della sedia che gli era stata indicata, tenendosi ben stretto il cappello, mentre il signore scapolo riempiva due bicchieri da una bottiglia su un tavolo accanto, e li offriva loro in debita forma.
– Siete tutti e due bene abbronzati dal sole – disse l’ospite. – Avete viaggiato?
Short rispose affermativamente con un cenno del capo e un sorriso. Il signor Codlin aggiunse un cenno di rinforzo e un breve gemito, come se ancora si sentisse il peso della baracca sulle spalle.
– Per fiere, mercati, campi di corse, e simili, immagino? – continuò il signore scapolo.
– Sì, signore – rispose Short – quasi sempre nell’ovest d’Inghilterra.
– Io ho parlato a uomini del vostro mestiere venuti dal nord, dall’est e dal sud – rispose l’ospite, piuttosto in fretta; – ma non m’era capitato ancora qualcuno dell’ovest.
– Il nostro solito giro estivo è nell’ovest, padron mio; – disse Short – è questo il nostro giro. Prendiamo l’est di Londra in primavera e in inverno, e l’ovest d’Inghilterra l’estate. Molti brutti giorni di pioggia e di fango, e senza un centesimo di guadagno, abbiamo avuti laggiù nell’ovest.
– Lasciate che vi riempia di nuovo il bicchiere.
– Molto obbligato, signore, grazie – disse il signor Codlin, presentando il suo bicchiere, e allontanando quello di Short. – Sono io il cireneo, signore, sia che si viaggi, sia che si stia a casa. In città e in campagna, all’umido o all’asciutto, al caldo o al fresco, è Tommaso Codlin che soffre. Ma Tommaso Codlin per tutto questo non deve muovere un lamento. Ah, no! Short può lamentarsi, ma se Codlin mormora tanto quanto una parola… o povero me, apriti cielo! Non tocca a lui mormorare. Questo è assolutamente fuori questione.
– Codlin non manca d’essere utile – osservò Short con uno sguardo malizioso – ma gli occhi non li ha sempre aperti. Talvolta s’addormenta, sapete. Ricordi le ultime corse, Maso?
– Non la finisci mai di tormentare una persona? – disse Codlin. – È molto verosimile che io stessi dormendo quando erano stati raccolti in un giro più di cinque scellini? Io badavo a quel che stavo facendo, e non potevo tener gli occhi in venti parti contemporaneamente, come un pavone, e neanche tu avresti potuto. Se io non son buono a tener testa a un vecchio e a una ragazza, neppure tu sei buono; così non gettar la colpa su di me, perchè quest’anello s’infila al tuo dito esattamente come al mio.
– Lascia andare, Maso – disse Short. – Credo che il signore non ci si diverta.
– Allora tu non avresti dovuto ricominciare – rispose Codlin – e io chiedo scusa a questo signore per te, che sei un chiacchierone a cui piace di chiacchierare, e che, purchè chiacchieri, non si cura di ciò che dice.
L’ospite era rimasto perfettamente calmo al principio di questa disputa, guardando prima all’uno e poi all’altro, come se stesse in attesa dell’occasione di fare qualche altra domanda, o di ritornare a quella da cui il discorso aveva deviato. Ma, dall’istante in cui il signor Codlin era stato accusato di non aver tenuto gli occhi aperti, egli aveva mostrato maggiore interesse alla discussione; ora questo s’era acuito ai massimo grado.
– Voi siete le due persone che cercavo – egli disse – le due persone che io sono andato cercando e rincorrendo! Dove sono il vecchio e la fanciulla di cui parlate?
– Signore? – disse Short, esitando, e guardando verso l’amico.
– Il vecchio e la fanciulla sua nipote che viaggiavano con voi… dove sono? Vi assicuro che non perderete il vostro tempo a parlarne; vi tornerà più conto di quanto possiate credere. Essi vi lasciarono, voi dite… a quelle corse, a quanto ho compreso. Sono state eseguite le loro tracce fino a quel punto, e poi non s’è saputo più nulla di loro. Non avete alcun indizio, non potete indicare qualche traccia per la loro scoperta?
– Non lo dicevo sempre, Maso – esclamò Short, volgendosi con uno sguardo di meraviglia all’amico – che certamente quei due viaggiatori sarebbero stati ricercati?
– Lo dicevi tu! – rispose il signor Codlin. – Io non dicevo sempre che quella benedetta ragazza era la più interessante creatura ch’io mi avessi mai incontrata? Non dicevo sempre di amarla, e di esser rimbambito per lei? Leggiadra creatura! Mi sembra di sentirla: “L’amico mio è Codlin”, essa diceva con una lagrima di gratitudine che le stillava sul viso: “l’amico mio è Codlin”, essa diceva… “non Short. Short va bene”, essa diceva, “non ho nulla da dire contro Short, certo è buono, ma Codlin”, diceva “sa quanto valgo, benchè non paia”.
Ripetendo queste parole con grande commozione, il signor Codlin si sfregò il ponte del naso con la manica, e scotendo il capo mestamente da un lato all’altro, lasciò capire al signore scapolo che lui, dal momento che aveva perduto di vista la cara protetta, s’era veduto fuggire dal seno la serenità e la pace del cuore.
– Santo Cielo! – disse il signore scapolo, passeggiando su e giù per la stanza. – Ho trovato finalmente le persone che cercavo, e soltanto per apprendere che non possono darmi nessuna notizia e nessun aiuto! Sarebbe stato meglio continuare a vivere sperando di giorno in giorno, e non incontrarle mai, che veder cadere tutte le mie speranze.
– Aspettate un momento – disse Short. – Un certo Jerry… conosci Jerry, Maso?
– Ah, non parlarmi di Jerry – rispose Codlin. – Come vuoi che m’importi di Jerry, quando penso a quella cara ragazza? “Il mio amico è Codlin”, essa diceva, “il caro, il buono, il gentile Codlin, che sempre pensa a farmi divertire. Non dico nulla contro Short”, diceva, “io sono affezionata a Codlin”. Una volta – disse quel galantuomo meditabondo – mi chiamò babbo Codlin. Fui lì lì per svenire dalla tenerezza.
– Un certo Jerry, signore – disse Short, volgendosi dal suo egoistico collega alla loro nuova conoscenza – che tiene una compagnia di cani ballerini, mi disse, così per caso, di aver veduto il vecchio con un museo di cera ambulante a lui sconosciuto. Siccome essi se n’erano fuggiti di nascosto, e non era successo più nulla, ed egli li aveva veduti laggiù in provincia, non mi curai più che tanto della cosa, e non gli feci alcuna domanda. Ma posso informarmi, se volete.
– Codesto Jerry è a Londra? – disse il signore scapolo, con impazienza. – Parlate presto.
– No, ma ci sarà domani, perchè egli alloggia nella stessa nostra locanda – rispose il signor Short rapidamente.
– Allora, conducetelo qui – disse il signore scapolo. – Ecco qui una sterlina per ciascuno. – Se io per vostro mezzo riesco a trovare quei due, essa non è che la prefazione di altre venti. Tornate domani da me, e consultatevi su questo argomento… sebbene sia appena necessario raccomandarvelo, giacchè seguirete il vostro tornaconto. Ora, datemi il vostro indirizzo, e andate pure.
L’indirizzo fu dato, i due uomini se n’andarono, la folla li seguì, e il signore scapolo per due ore angosciose camminò straordinariamente concitato su e giù per la stanza, sulle teste meravigliate del signor Swiveller e della signorina Sally Bronzi.

FINE DEL PRIMO VOLUME

LA BOTTEGA DELL’ANTIQUARIO
(THE OLD CURIOSITY SHOP)

ROMANZO

di

CARLO DICKENS

Traduzione dall’inglese di SILVIO SPAVENTA FILIPPI

VOLUME SECONDO

EDIZIONE 1931

CASA EDITRICE SONZOGNO – MILANO
della Società Anonima ALBERTO MATARELLI
Via Pasquirolo, 14

LA BOTTEGA DELL’ANTIQUARIO

Kit – poichè a questo punto abbiamo la fortuna non solo di aver l’agio di seguire le sue vicende, ma di veder le necessità di queste avventure adattarsi al comodo nostro e alle nostre predilezioni in guisa siffatta da imporci categoricamente di battere il sentiero che desideriamo di prendere – Kit, mentre maturavano i casi svolti negli ultimi quindici capitoli, aveva, pian piano, come il lettore può immaginare, pigliato sempre più dimestichezza col signore e la signora Garland, col signor Abele, col cavallino scozzese, e con Barbara, giungendo, pian piano, a considerarli tutti insieme come suoi cari affezionati amici, e a ritenere come casa propria il villino Abele a Finchley.
Un momento – le parole sono scritte, e possono passare, ma se dessero l’idea che Kit, per la tavola ben fornita e il comodo ricetto della nuova abitazione, avesse cominciato a pensar con compatimento allo scarso nutrimento e al povero arredamento dell’altra da lui lasciata, esse- farebbero male il loro ufficio e commetterebbero un’ingiustizia. Chi più di Kit pensieroso per quelli che aveva lasciati a casa – benchè non fossero che una madre e due bambini? Qual padre millantatore nella pienezza del suo entusiasmo raccontò mai d’un suo bambino prodigioso le meraviglie che non si stancava mai di raccontare Kit a Barbara la sera, sulle prodezze di Giacomino?
Vi fu mai una madre simile alla madre di Kit, nelle narrazioni del figliuolo; o vi fu mai tanta agiatezza nella povertà, se si poteva giungere a un giudizio esatto sulla scorta di quelle sue gloriose relazioni, quale nella povertà della famiglia di Kit?
E indugiamoci a questo punto un istante per notare che se mai la tenerezza e gli affetti domestici sono bellissimi sentimenti, essi sono bellissimi nei poveri. Le catene che legano i ricchi e i potenti alla casa possono essere foggiate in terra, ma quelle che tengono il povero stretto al suo umile focolare sono della materia più pura e portano l’impronta del cielo. L’uomo di alto lignaggio può amare le sale e i dominii del suo retaggio come una parte di sè stesso, come trofei della sua nascita e della sua potenza; le relazioni ch’egli ha con loro sono relazioni di orgoglio e di grandezza e di trionfo; l’affezione del povero alla dimora che lo ricetta, e che ha ricettato prima estranei, che domani possono albergarvi di nuovo, ha una più nobile radice, e si sprofonda nel suolo migliore. I suoi dèi casalinghi sono di carne e di sangue; egli non ha altra proprietà che gli affetti del proprio seno, e se gli fanno più cari dei pavimenti nudi e delle nude pareti, nonostante i cenci e le fatiche e lo scarso cibo, quell’uomo ha il suo amore alla casa direttamente da Dio, e il povero abituro ove si rifugia diventa un luogo santificato.
Ah! Se quelli che regolano i destini della nazioni solessero ricordare questo – se pensassero solamente come è difficile per i poveri avere nel cuore quell’amore del focolare da cui originano tutte le virtù domestiche, costretti come sono a vivere in fitte e squallide masse dove s’è perduta la decenza sociale, dove anzi non c’è mai stata – se essi lasciassero soltanto un po’ da parte le contrade eleganti e i grandi palazzi, e si sforzassero di migliorare le miserabili dimore dei vicoli dove può camminare soltanto la miseria, – molti tetti bassi mirerebbero più fedelmente il cielo di quel che non faccia il più alto campanile che ora si leva, come per beffarli col suo contrasto, orgogliosamente dal bel mezzo della colpa, del delitto, e di orribili morbi. Nelle cupe voci degli ospizi di mendicità, degli ospedali e delle prigioni, questa verità è predicata di giorno in giorno, ed è stata proclamata da anni. Non è una questione di poco conto – non è un appello della classe lavoratrice – non una semplice questione d’igiene popolare e di benessere che possa essere soffocata a fischi nelle serate parlamentari. Dall’amore della casa, origina l’amor della patria; e chi sono i patrioti più fedeli e i migliori nei tempi gravi – quelli che venerano il paese, possedendone le foreste, i fiumi e i campi, e tutto ciò che questi beni producono, o quelli che amano il loro paese, senza poter vantare un diritto pur che sia su una sola zolla di tanti vasti dominî?
Kit non sapeva nulla di queste cose, ma sapeva che casa sua era una poverissima dimora, e che quella in cui si trovava era molto diversa; e pure guardava continuamente indietro con grata soddisfazione e ansia affettuosa, scrivendo spesso delle lettere alla madre, e accludendovi spesso uno scellino, due scellini o simili piccole rimesse, secondo era in grado di fare per la liberalità del signor Abele. Talvolta, trovandosi nelle vicinanze, egli aveva il tempo di andare a trovarla, e allora grande era la gioia e l’orgoglio della madre di Kit, e molto rumorosa la contentezza di Giacomino e del piccino, e cordialissime le congratulazioni di tutti i vicini, che ascoltavano meravigliati i racconti intorno al villino Abele, e non si saziavano mai di sentirne decantare gli splendori e le magnificenze.
Benchè Kit godesse la massima simpatia della signora padrona di casa e del padrone di casa, e del signor Abele e di Barbara, è certo che nessun membro della famiglia aveva per lui l’attaccamento che gli dimostrava il capriccioso cavallino scozzese, il quale dall’essere il più caparbio e più ostinato cavallino scozzese che si trovasse sulla faccia della terra, era diventato nelle sue mani il più mite e docile degli animali. È vero che nell’esatta proporzione in cui diventava trattabile da parte di Kit, diventava recalcitrante a farsi governare da chiunque altri, come se avesse risoluto di tener Kit nella famiglia a qualunque rischio e pericolo, ed è vero inoltre che pur sotto la guida del suo favorito, talvolta si abbandonava a una gran varietà di strani capricci e bizzarrie, col massimo scompiglio dei nervi della padrona; ma siccome Kit spiegava che il cavallino lo faceva semplicemente per allegria, e che non aveva altro mezzo di dimostrare l’affezione che sentiva per i padroni, la signora Garland a poco a poco si lasciò indurre in questa credenza, nella quale infine si rafforzò così saldamente che se l’animale, in una delle sue effervescenze, avesse mandato in pezzi il carrozzino, essa sarebbe stata proprio sicura che non l’aveva fatto che con le migliori intenzioni del mondo.
Oltre a diventare in breve tempo una perfetta meraviglia in ogni ramo della scuderia, Kit si mostrò subito un volonteroso giardiniere, un lavoratore attivissimo nell’interno del villino, compagno indispensabile del signor Abele, che ogni giorno gli dava qualche nuova prova della sua fiducia e della sua approvazione. Anche il notaio, signor Witherden, lo guardava con occhio amichevole; e perfino il signor Chuckster a volte condiscendeva a fargli col capo un piccolo cenno, o ad onorarlo con quella speciale forma di ricognizione che si esprime con la frase far l’occhiolino, o a favorirlo con qualche altra forma di saluto che fondeva insieme l’affabilità con un sentimento di protezione.
Una mattina Kit trasportò col carrozzino il signor Abele allo studio del notaio, e avendolo deposto sul marciapiede della casa, stava per avviarsi a una scuderia lì presso, quando il signor Chuckster in persona emerse dalla porta dello studio, e gridò: “Uà aa-a!” calcando sulla nota per lungo tempo, col proposito d’incutere terrore nel cuore del cavallino scozzese, e affermare la supremazia dell’uomo sugli animali inferiori.
– Ferma, bellimbusto! – esclamò il signor Chuckster rivolgendosi a Kit. – Ti vogliono dentro.
– Il signor Abele ha dimenticato qualcosa, forse? – disse Kit smontando.
– Non far domande, bellimbusto – rispose il signor Chuckster; – ma va’ a vedere. Ua-a-a, non senti? Se il cavallo fosse mio, saprei io come domarlo.
– Per piacere, non lo irritate – disse Kit – se no, s’inalbera. E per favore sarà bene non toccargli le orecchie. So che non lo tollera.
A queste rimostranze il signor Chuckster non si degnò di rispondere che chiamando Kit, con un’altera e distante aria, “marmocchio”; e dicendogli di correre e ritornare in tutta fretta. Il “marmocchio” ubbidì, e il signor Chuckster si mise le mani in tasca; come se non stesse a badare al cavallino, ma fosse capitato lì per un semplice caso.
Kit si strofinò le scarpe accuratamente (poichè non aveva ancora perduto il rispetto per i fasci di carte e le scatole di latta), e picchiò alla porta dello studio, che fu aperta prontamente dallo stesso notaio.
– Ah! Entra, Cristoforo – disse il signor Witherden.
– È questo il ragazzo? – domandò un signore attempato, robusto e atticciato che si trovava nella stanza.
– È lui – disse il signor Witherden. – Egli s’imbattè col mio cliente, il signor Garland, proprio sulla porta dello studio. Ho ragione di credere, signore, che sia un buon ragazzo, e che possiate fidarvi di ciò che dice. Che io vi presenti il signor Abele Garland, signore… il suo giovane padrone, che fa pratica nel mio studio, ed è mio ottimo amico…; mio ottimo amico, signore, – ripetè il notaio, cavando di tasca un fazzoletto di seta e sventolandoselo intorno al viso.
– Vostro servo, signore – disse il forestiero.
– Servo vostro – rispose il signor Abele, dolcemente. – Desideravate di parlare a Cristoforo?
– Appunto. Me lo permettete?
– Ma figurarsi.
– Il motivo che mi spinge a questo non è segreto; o, per meglio dire, non occorre che sia segreto qui – disse il forestiero, osservando che il signor Abele e il notaio facevano l’atto di ritirarsi. – Si tratta d’un antiquario con cui egli lavorava e che m’interessa proprio molto. Da molti anni sono stato lontano da questo paese, signori, e se non so perfettamente le forme e le cerimonie, spero che mi vorrete scusare.
– Ma che scuse, signore… non occorrono scuse – rispose il notaio. E la stessa cosa disse il signor Abele.
– Io mi sono informato nel vicinato in cui abitava il suo vecchio padrone ed ho appreso – disse il forestiero – che aveva con sè questo ragazzo. Ho trovato la casa di sua madre, e lei mi ha diretto qui come il posto più vicino dove avrei potuto trovarlo. Ecco perchè mi son presentato qui questa mattina.
– Qualunque sia il motivo, signore – disse il notaio – son lieto ch’esso mi procuri l’onore di questa visita.
– Signore – ribattè il forestiero, – le vostre parole son quelle d’un uomo di mondo, e io faccio di voi un giudizio migliore. Perciò vi prego di non abbassare il vostro vero carattere col farmi dei complimenti insignificanti.
– Uhm! – tossì il notaio. – Voi parlate con molta schiettezza, signore.
– E schiettamente tratto – rispose il forestiero. – La mia lunga assenza e la mia inesperienza mi conducono, forse, a questa conclusione; ma se quelli che parlano schiettamente sono pochi in questa parte di mondo, immagino che quelli che trattano schiettamente siano in numero assai minore. Se mai le mie parole vi offendono, signore, la mia condotta, spero, mi farà scusare.
Il signor Witherden parve alquanto sconcertato dalla maniera con cui il forestiero conduceva il dialogo; e quanto a Kit, questi lo guardava stupito e a bocca aperta, domandandosi in che modo quel signore, che parlava con tanta libertà e disinvoltura con un notaio, si sarebbe rivolto a lui. Non fu con asprezza, però, benchè con un pizzico d’irritabilità nervosa e frettolosa, che quello gli si volse, dicendo:
– Se tu credi, ragazzo mio, che io raccolga queste informazioni con uno scopo diverso da quello di ritrovare e di giovare a quelli di cui vado in cerca, faresti un gran torto a me, e inganneresti te stesso. Ti prego di non ingannarti, ma di fidare sulla mia assicurazione. Il fatto sta, signori – aggiunse, volgendosi di nuovo al notaio e al suo allievo – che io mi trovo in una posizione molto dolorosa e assolutamente inaspettata. Son venuto in questa città con un caro disegno in cuore, con la speranza di non incontrare alcun ostacolo o alcuna difficoltà nella via della sua attuazione. Ma mi avveggo improvvisamente che non riesco ad arrivare all’esecuzione del mio proposito. Tutti gli sforzi che ho fatto non son serviti che a rendermela più difficile e ardua; e ora esito a muovermi apertamente, per tema che quelli di cui vado in cerca con tanta ansia, non abbiano a nascondersi ancora più lontano. Vi assicuro che se poteste prestarmi qualche aiuto, non ve ne pentireste… e come ne ho bisogno, e da che peso mi sollevereste!
La semplicità di questa confessione trovò simpatia nel petto del buon notaio, il quale rispose, con la stessa sincerità, che il forestiero non s’era sbagliato nel suo desiderio, e che se lui avesse potuto giovargli in qualche modo, si sarebbe messo tutto a sua disposizione.
Kit fu, dal signore sconosciuto, esaminato e minutamente interrogato, intorno al suo vecchio padrone e alla fanciulla, alla loro vita, le loro abitudini di ritiro, la loro solitudine. Le assenze notturne del vecchio, quando la fanciulla rimaneva sola in casa, la malattia e la guarigione di lui, l’entrata di Quilp in possesso della casa, e la improvvisa scomparsa del nonno e di Nella, furono gli argomenti tutti su cui si aggirarono le domande e le risposte. Infine Kit informò il signore che la casa era in quel momento da appigionare, e che un cartello sulla porta rimandava chi aveva intenzione di trattare dal signor Sansone Bronzi, avvocato, in Bevis Marks. Da lui forse il signore avrebbe potuto avere maggiori particolari.
– Non interrogandolo – disse il signore, scotendo il capo. – Io abito appunto lì.
– Abitate in casa dell’avvocato Bronzi! – esclamò il signor Witherden alquanto sorpreso, giacchè per relazioni di professione conosceva il signore in questione.
– Sì – rispose il forestiero. – Entrai in casa sua l’altro ieri, appunto perchè avevo veduto quel cartello. Importa poco dove io abiti… Io avevo una remota speranza che colà potessi raccoglier qualche notizia, che altrove non avrei trovato. Sì, abito in casa di Bronzi… un disonore per me, immagino?
– È questione di opinione – disse il notaio, stringendosi nelle spalle. – Egli è ritenuto persona di carattere dubbio.
– Dubbio? – echeggiò l’altro. – Son lieto di apprendere che vi sia qualche dubbio sul suo carattere. Credevo che da lungo tempo fosse stato già accertato. Ma posso dirvi qualche cosa a quattr’occhi?
Il signor Witherden acconsentì, ed essi entrarono nel suo gabinetto privato, e vi rimasero in conversazione forse per un quarto d’ora, prima di ritornare nello studio. Il forestiero aveva lasciato il cappello nella stanza del signor Witherden, e parve che in quel breve intervallo avessero stretto un’intesa di cordiali relazioni.
– Non ti tratterrò più a lungo – disse il forestiero, mettendo una moneta d’argento nella mano di Kit, e guardando verso il notaio. – Fra breve avrai di nuovo mie notizie. Ma non parlare con nessuno di questo, tranne che col tuo padrone e la tua padrona.
– La mamma, signore, sarebbe contenta di sapere… – disse Kit, balbettando.
– Contenta di sapere che cosa?
– Qualunque cosa… che non sia cattiva… sul conto di Nella.
– Sì? Bene, allora puoi dirglielo, se può mantenere un segreto. Ma… bada, non una parola a nessun altro. Non dimenticarlo. Sta’ attento.
– Va bene, signore – disse Kit. – Grazie signore, e buon giorno.
Ora, accadde che il signore, nell’ansia di far ben capire a Kit che non doveva dir nulla a nessuno di ciò che s’era svolto fra loro, lo seguisse fuor della porta per ripetergli l’avvertimento, e inoltre che in quel momento gli occhi di Riccardo Swiveller fossero vòlti in quella direzione, e sorprendessero a colloquio l’amico misterioso con Kit.
Fu un mero caso, e la maniera in cui avvenne fu questa. Il signor Chuckster, che era persona di gusto coltivato e di spiriti raffinati, era uno di quel circolo dei gloriosi Apolli, di cui il signor Swiveller era presidente. Il signor Swiveller, passando di lì, diretto a sbrigare una commissione della famiglia Bronzi, e mirando un membro della gloriosa fratellanza occupato a fissare un cavallino scozzese, si arrestò un momento per dargli quel fraterno saluto che i presidenti, in forza del loro stesso ufficio, hanno l’obbligo di dare ai loro discepoli per allietarli e incoraggiarli. Gli aveva appena conferito la propria benedizione, facendola seguire da una osservazione generale sul tempo e le sue probabilità, quando levando gli occhi, vide il signore scapolo di Bevis Marks in animata conversazione con Cristoforo Nubbles.
– Ehi! – disse Riccardo. – Chi è colui?
– È venuto a trovare il mio principale questa mattina – rispose il signor Chuckster; – e poi non lo conosco neppure da parte di Adamo.
– Sai almeno il suo nome? – disse Riccardino.
Al che il signor Chuckster rispose, con la sublimità di linguaggio conveniente a un glorioso Apollo, ch’egli voleva “essere ammazzato”, se lo conosceva.
– Tutto quello che so, mio caro amico – disse il signor Chuckster, ficcandosi le dita nei capelli – si è questo: che per causa sua son rimasto qui fuori venti minuti, e che perciò lo odio d’un mortale e immarcescibile odio, e, se avessi tempo, lo perseguiterei sino ai confini dell’eternità.
Mentre discorrevano così, il soggetto della loro conversazione (che sembrava non avesse scorto Riccardo Swiveller) rientrò nello studio, e Kit venne giù dai gradini e li raggiunse; e a lui il signor Swiveller fece, ma senza migliori risultati, la sua domanda.
– È tanto un buon signore – disse Kit – e non so altro.
Il signor Chuckster ribollì d’ira a questa risposta, e senza applicare la propria osservazione a un caso particolare, menzionò come una verità generale che sarebbe stata una bella cosa rompere la testa a tutti gli spocchiosi e torcer loro ben bene il naso. Il signor Swiveller, senza esprimere la sua approvazione a questo sentimento, dopo un po’ d’istanti di meditazione, chiese per quale via Kit dovesse passare, e, saputo l’itinerario, dichiarò che, dovendo anche lui andare dalla stessa parte, approfittava dell’occasione del carrozzino. Kit avrebbe volentieri rifiutato l’onore di servire il signor Swiveller, ma, siccome questi s’era già stabilito sul sedile accanto a lui, non aveva altro mezzo di farlo che con una violenta espulsione, e perciò fece partire la bestia a gran velocità – con tanta velocità veramente, da interrompere i convenevoli fra il signor Chuckster e il suo presidente, e da mettere a repentaglio il primo di farsi schiacciare i calli dal cavallino impaziente.
Siccome Musaccio era stanco di attendere, e il signor Swiveller fu abbastanza buono da incitarlo con dei sibili acuti e con varii termini di cavallerizza, filarono rumorosamente a passo così rapido che una conversazione non era possibile; specialmente perchè il cavallino scozzese, incollerito dai moniti del signor Swiveller, fu invaso da un singolare capriccio per le colonne dei fanali e le ruote dei carri, e mostrò un vivo desiderio di correre sul marciapiede e di grattarsi contro i muri di mattoni. Non fu perciò che quando arrivarono alla scuderia, e il carrozzino fu potuto distrigare da una porta nella quale il cavallino l’aveva trascinato con l’idea di portarselo con lui nel suo solito tramezzo, che il signor Swiveller trovò il tempo di parlare.
– C’è da lavorar molto – disse Riccardo. – Vieni, che t’offro la birra.
Kit sulle prime rifiutò, ma poi acconsentì, e insieme si recarono nello spaccio più vicino.
– Beveremo alla salute del nostro amico… come si chiama – disse Riccardo, levando il lucido recipiente spumoso; – … quello, sai, che parlava con te poco fa… io lo conosco… un brav’uomo, ma eccentrico… molto… aspetta, come si chiama!
Kit bevve alla salute del brav’uomo.
– Egli abita in casa mia – disse Riccardino, – meglio nella casa occupata dalla ditta nella quale io sono una specie di… di socio direttore… una persona difficile molto da pompare, ma noi gli vogliamo bene… gli vogliamo bene.
– Scusate, signore, ma io debbo andarmene, – disse Kit, facendo l’atto di avviarsi.
– Quanta fretta, Cristoforo – rispose il suo protettore; – brinderemo a tua madre!
– Grazie, signore.
– Un’eccellente donna, tua madre, Cristoforo – disse il signor Swiveller. – Chi correva a sollevarmi quando io cadevo, e baciava il punto dove m’ero fatto male per far passar la bua? Mia madre. Una santa donna! Egli è un uomo di cuore. Dobbiamo fargli fare qualche cosa per tua madre. La conosce, Cristoforo?
Kit scosse il capo, e dando un’occhiata astuta all’interlocutore, lo ringraziò, e se n’andò senza che quegli potesse dire un’altra parola.
– Ohibò! – disse il signor Swiveller, riflettendo. – Veramente strano! Nient’altro che misteri intorno alla casa di Bronzi. Però, terrò tutto per me. Ciascuno, chiunque fosse, ha avuto finora le mie confidenze; ma ora credo che io debba provvedere alle mie faccende da me. Strano… molto strano!
Dopo aver meditato profondamente per qualche tempo e con un aspetto di straordinaria saggezza, il signor Swiveller s’abbeverò d’un altro po’ di birra, e chiamando un ragazzino che aveva osservato i suoi atti, sparse le poche gocce residuali al suolo come una libazione, e gli raccomandò di portare al banco coi suoi saluti il recipiente vuoto, e sopra tutto di condurre una vita sobria e temperata, e di astenersi da ogni bevanda spiritosa e inebbriante. Datogli questo brano di consiglio morale per il disturbo di averlo servito (consiglio che, com’egli saggiamente osservò, valeva infinitamente più d’un soldino) il presidente dei gloriosi Apolli si ficcò le mani in tasca, e se ne andò balzellone ancora in aspetto meditabondo.

II.

Per tutta la giornata, benchè aspettasse il signor Abele fino a sera, Kit si tenne lontano dalla casa materna, per non anticipare le gioie del giorno dopo, ma lasciarle giungere in tutta la loro dolcezza; perchè il giorno dopo era la grande e lungamente attesa solennità della sua vita – il giorno dopo era la fine del suo primo trimestre – il giorno ch’egli avrebbe ricevuto, per la prima volta, la quarta parte del salario annuale di sei sterline, cioè l’enorme somma di trenta scellini. Il giorno dopo doveva essere una mezza vacanza consacrata a un vortice di divertimenti, e Giacomino doveva imparare che significassero le ostriche, e vedere un dramma.
Tutte le circostanze si combinavano in favore di quell’occasione: non solo il signore e la signora Garland gli avevano annunziato che non pensavano di trattenergli nulla della spesa del vestiario sulla gran somma, ma di pagargliela completa in tutta la sua grandezza gigantesca; non solo aveva il signore sconosciuto aumentato il capitale con altri cinque scellini che erano una fortuna inaspettata e in sè e per sè addirittura una ricchezza; non solo erano avvenute queste cose su cui nessuno aveva fatto assegnamento, e che nessuno aveva sperato neppure nei sogni più sbrigliati; ma in quello stesso giorno cadeva anche il trimestre di Barbara – e a Barbara toccava mezza vacanza appunto come a Kit, e la madre di Barbara doveva far parte della brigata, andare a prendere il tè dalla madre di Kit, e coltivare la sua conoscenza.
Certo Kit quella mattina s’affacciò molto presto alla finestra per vedere da qual parte navigassero le nuvole, e certo Barbara si sarebbe affacciata anche lei alla sua, se non fosse rimasta in piedi più tardi la sera innanzi a inamidare ed a stirare dei piccoli capi di mussolina, e ad arricciare in gale, e a cucirli con altri capi per formare delle cose magnifiche da indossare il giorno dopo. Ma nonostante ciò erano tutti e due in piedi di buon’ora, ed ebbero poco appetito a colazione e meno a desinare, e si mostrarono in uno stato di grande eccitazione quando la madre di Barbara, con delle magnifiche notizie sulla bellezza della giornata fuori (ma pur nonostante con un ombrello, perchè la gente come la madre di Barbara di rado fa vacanza senza ombrello), allorchè sonò il campanello che li chiamava di sopra per ricevere il loro denaro del trimestre in oro ed argento.
Bene, non si mostrò tanto gentile il signor Garland dicendo: “Cristoforo, ecco il tuo denaro, e te lo sei ben guadagnato”, e non fu tanto gentile la signora Garland dicendo: “Barbara, ecco il tuo, e io son molto contenta di te”, e Kit non segnò disinvolto il suo nome sulla ricevuta, e Barbara non mise il proprio tutta tremante sull’altra; e non fu bello vedere come la signora Garland mescesse un bicchiere di vino alla madre di Barbara; la madre di Barbara non disse ad alta voce: “Che Dio vi benedica, signora, per la vostra bontà, e voi, signore che siete un degno gentiluomo, e te, Barbara, amor mio e anche voi, signor Cristoforo”; e non stette tanto tempo a berlo come se fosse un gran bicchiere a calice; e non sembrava una signora, stando così in piedi coi guanti; non vi furono tante risate e ciarle fra di loro quando sull’imperiale della diligenza fecero la rassegna di tutte queste cose; e non compiansero tutte le persone che non avevano vacanza?
Ma la madre di Kit, poi! Non avrebbe supposto chiunque ch’ella venisse da un nobile ceppo e che avesse fatto la signora tutta la vita? Eccola lì, pronta a riceverli, in mezzo a uno sfoggio di utensili per il tè che avrebbero scaldato il cuore di una bottega di stoviglie; e Giacomino e il piccino, ridotti a un tale stato di perfezione che i loro abiti avevano l’aria d’esser nuovi, mentre Dio sa, erano abbastanza vecchi. Non disse ella, appena cinque minuti dopo, che la madre di Barbara era esattamente la specie di donna ch’ella s’era già figurata, e la madre di Barbara non disse che la madre di Kit era il ritratto preciso di quella che ella s’era aspettata, e la madre di Kit non fece tanti complimenti alla madre di Barbara sull’aspetto di Barbara, e la madre di Barbara non ne fece altrettanti alla madre di Kit sull’aspetto di Kit, e la stessa Barbara non fu proprio affascinata da Giacomino, e fece mai un marmocchietto, come appunto quel marmocchietto, tutto quello che gli chiesero di fare, o un marmocchietto si fece mai tali e tanti amici come seppe farseli appunto lui?
– E siamo anche tutte e due vedove! – disse la madre di Barbara. – Dobbiamo essere state fatte l’una per l’altra.
– Ma certo – rispose la signora Nubbles. – E che peccato che non ci siam conosciute prima!
– Ma poi, sapete, è un tal piacere – disse la madre di Barbara – che la conoscenza avvenga per mezzo d’un figlio e d’una figlia, che non se ne può avere uno maggiore, vero?
A questo la madre di Kit diede il suo assenso incondizionato, e riportando le cose dagli effetti alle cause, le due donne risalirono naturalmente fino ai loro mariti defunti, sulla cui vita, morte e sepoltura paragonarono note, e scoprirono varie circostanze che concordavano con meravigliosa esattezza; come quella, per esempio, che il padre di Barbara era di quattro anni e dieci mesi maggiore del padre di Kit, e che l’uno d’essi era morto di mercoledì e l’altro di giovedì, e che entrambi erano di bella statura e di aspetto molto simpatico, e altre simili straordinarie coincidenze. Siccome questi ricordi erano di natura tale da proiettare un’ombra sullo splendore della festa, Kit fece deviare la conversazione su argomenti generali, e tutti ripresero l’aire e furono allegri come prima. Fra l’altro Kit narrò loro del tempo ch’era occupato presso il vecchio, e della straordinaria bellezza di Nella (della quale aveva parlato a Barbara già un migliaio di volte); ma quest’ultima circostanza non riuscì a interessare gli uditori fino a quel grado ch’egli s’immaginava, e anche la madre disse (guardando per caso Barbara contemporaneamente) che senza dubbio la signorina Nella era molto graziosa, ma non era che una bambina dopo tutto, e che vi erano molte ragazze belle quanto lei; e Barbara modestamente osservò che certo così doveva essere, e che non poteva non credere che Cristoforo fosse caduto in un abbaglio – e a questo Kit si stupì molto, non essendo in grado di capire perchè mai ella dubitasse di ciò che lui le diceva. Anche la madre di Barbara osservò ch’era un fatto comunissimo nei giovani cambiare sui quattordici o quindici anni, tanto che molti ch’erano stati assai belli prima, diventavano proprio brutti; e questa verità fu da lei illustrata con esempi molto calzanti, specialmente con quello d’un giovane muratore di grandi speranze, il quale era pieno di attenzioni per Barbara, ma per il quale Barbara s’era mostrata sempre indifferente; cosa che (benchè tutto accadesse per il meglio) ella credeva quasi quasi fosse stato un peccato. Kit disse che anche lui era dello stesso parere, e lo disse onestamente; ma poi si domandò perchè mai Barbara fosse diventata a un tratto così silenziosa, e perchè la mamma lo guardasse come per rimproverarlo d’essersi espresso così.
Ma era già tempo di pensare al teatro; e perciò occorsero grandi preparativi in fatto di scialli e di cappelli, per non parlare d’un fazzoletto pieno d’aranci e un altro di mele, che richiesero qualche tempo per farsi legare giacchè le frutta tendevano continuamente a svignarsela via dagli angoli. Infine, tutto fu pronto, e s’avviarono in gran fretta; la madre di Kit portando in braccio il piccino, terribilmente sveglio, e Kit tenendo con una mano Giacomino e accompagnando Barbara con l’altro; un spettacolo che fece dire alle due madri, che seguivano a qualche passo di distanza, che sembrava si facesse tutti parte d’una sola famiglia, tanto che Barbara arrossì e fu costretta a dire: “Ma, mamma!”. Kit, però, le disse di non badare a ciò ch’esse dicevano; e davvero lei non ci avrebbe badato se avesse saputo quanto Kit era lontano da ogni pensiero d’amore. Povera Barbara!
Finalmente arrivarono al teatro, quello di Astley e due minuti dopo che furono giunti innanzi alla porta ancora chiusa, Giacomino era diventato piatto come una focaccia, e il piccino aveva ricevuto vari urtoni, e l’ombrello, dopo essere stato trascinato lontano parecchi metri, era ritornato indietro alla donna sulle spalle degli altri, e Kit, facendo nascere un gran subbuglio, aveva colpito un uomo in testa col fazzoletto delle mele, perchè aveva dato un violento urtone alla madre. Ma una volta ch’ebbero oltrepassato il posto dove si pagava, dopo essere sfuggiti miracolosamente al pericolo d’essere travolti con tutti gl’impedimenti ch’avevano nelle mani, e, specialmente dopo che si furono seduti comodamente nel teatro, e seduti in posti così fatti che non sarebbero potuti essere migliori, neanche se fossero stati scelti e designati in anticipo, tutto il resto non parve che uno scherzo, e una parte essenziale di quel bellissimo divertimento.
Bello, bello. Che bellezza quell’Astley, con tutte quelle pitture, quelle dorature e gli specchi, con quel vago odore equino che parlava di imminenti meraviglie, con quel sipario che nascondeva tali sontuosi misteri, quella bianca segatura pulita giù nel circo, la gente che entrava ed andava a sedersi, i sonatori di violino che guardavano indolentemente su verso la galleria, come se non volessero che lo spettacolo cominciasse, e conoscessero già tutto! E che splendore si riversò su tutti, quando salì lentamente quella lunga, chiara, fulgida fila di lumi; e che febbrile eccitazione quando sonò il campanello e cominciò veramente la musica, con delle parti rimbombanti per i tamburi e la grancassa, e delle dolci variazioni per i triangoli! A ragione la madre di Barbara potè dire alla madre di Kit che la galleria era il posto di dove si vedeva meglio, e che si meravigliava che non si pagasse molto più caro dei palchi. Bene a ragione poteva Barbara non saper se ridere o piangere, in quella sua concitazione deliziosa.
E poi lo stesso spettacolo! I cavalli che Giacomino fin dal principio pensò che fossero vivi, e le donne e gli uomini della cui realtà non si potè affatto persuadere, non avendo mai veduto o udito nulla di simile – l’esplosione che fece chiudere gli occhi a Barbara – la donna abbandonata, che la fece piangere – il tiranno che la fece tremare – l’uomo che cantava con la cameriera e danzava col coro, e che la fece ridere – il cavallo che si levò sulle gambe di dietro alla vista dell’assassino, e finchè questo non fu arrestato non volle camminare su tutte e quattro le gambe – il pagliaccio che non si arrischiò a beffeggiare l’uomo dagli stivaloni vestito alla militare – la donna che saltò oltre ventinove nastri e andò a cader giù sicura sul dorso del cavallo – tutto fu delizioso, splendido, meraviglioso! Giacomino applaudì tanto che le mani gli dolevano; Kit gridò bis alla fine di ogni numero, non escluso il dramma in tre atti, e la madre di Barbara battè l’ombrello sull’impiantito, in estasi, da logorarlo quasi fino al cotone della copertura.
In mezzo a tutti questi fascini, parve che Barbara avesse ancora rimuginato ciò che Kit aveva detto all’ora del tè; perchè essa gli chiese, all’uscita dallo spettacolo, con un sorrisetto convulso, se la signorina Nella fosse bella come la donna che saltava sui nastri.
– Bella come quella? – disse Kit. – Due volte più bella!
– Ah, Cristoforo! Io son certa che essa è la più belLA creatura che si sia mai vista – disse Barbara.
– Ma che dici! – rispose Kit. – È abbastanza bella non lo nego; ma pensa com’era vestita e dipinta, e questo fa una gran differenza. Perchè tu sei molto più bella di lei, Barbara.
– Oh, Cristoforo! – disse Barbara, abbassando gli occhi.
– Sì, in qualunque giorno – disse Kit – … e anche tua madre.
Povera Barbara!
Ma che fu tutto questo – anche tutto questo – di fronte alla straordinaria orgia che seguì, quando Kit, entrando nella bottega d’un ostricaio, con la disinvoltura di uno che fosse vissuto là dentro, e neppure guardando più che tanto al banco e all’uomo che stava dietro al banco, condusse tutta la brigata in un reparto – un reparto particolare, arredato con cortine rosse, una tovaglia bianca e un’oliera completa – e ordinò a un altro signore con le fedine che faceva da cameriere e disse a lui, lui Cristoforo Nubbles, “signore” – di portare tre dozzine delle ostriche più grosse che avesse, e di far presto! Sì, Kit disse a quel signore di sbrigarsi, e non solo quegli promise di sì, ma fece veramente presto, perchè ritornò subito correndo con dei panini freschi, con del burro freschissimo e con le più grosse ostriche che si fossero mai vedute. Poi Kit disse a quel signore: “Un boccale di birra” – proprio così – e quel signore invece di rispondere: “Il signore intende parlare a me?” disse soltanto: “Un boccale di birra, signore? Sì, signore”, e corse via a prenderlo, in un piccolo vassoio, come quelli che i cani dei ciechi tengon in bocca per raccogliervi i soldini; e tanto la madre di Kit quanto la madre di Barbara dichiararono, quando il signore che faceva da cameriere voltò loro le spalle, di non aver visto mai un giovane più a modo e simpatico.
Poi cominciarono a mangiare con grande appetito; ed ecco Barbara, quella sciocca Barbara, dichiarare di non poter mangiare più di due ostriche; e ci vollero più sollecitazione che non s’immaginino per fargliene mangiare quattro: però sua madre e la madre di Kit si comportarono molto meglio, e mangiarono e risero e si divertirono così cordialmente che era un piacere per Kit vederle, e lo fecero ridere anche lui e mangiare per forza di simpatia. Ma il più gran miracolo della sera fu Giacomino, che mangiava ostriche come se fosse nato e allevato con le ostriche. Le spruzzava d’aceto e di pepe con un discernimento superiore alla sua età, e dopo sulla tavola si mise a costruire una grotta con le conchiglie.
Vi era anche il piccino che non aveva mai chiuso occhio tutta la sera, e se ne stava buono come il pane, tentando di ficcarsi un arancio in bocca, e fissando intento le candele sul candeliere. Eccolo seduto nel seno della madre guardare il gas senza abbassare le palpebre, e facendosi delle incisioni sul viso paffuto con un guscio di ostrica, in un grado tale che un cuore di ferro gli avrebbe mandato un bacio. Insomma, non vi fu mai una cena più allegra; e quando Kit, per chiudere la festa, ordinò qualche cosa di caldo in un bicchiere, e fece, prima di farlo girare, un brindisi al signore e alla signora Garland, non vi furono in tutto il mondo sei persone più felici e gioiose.
Ma ha una fine ogni felicità, onde il gran piacere della felicità prossima, e siccome s’era fatto tardi, convennero di prendere la via di casa. Così, dopo aver deviato un po’ per accompagnar Barbara e la madre di Barbara fino a casa d’un’amica, ove esse dovevano passar la notte, Kit e la madre le lasciarono alla porta, con la risoluzione di trovarsi la mattina di buon’ora per ritornare a Finchley, e con molti disegni per i divertimenti del prossimo trimestre. Poi Kit si prese Giacomino sulla schiena, e dando il braccio alla madre e un bacio al piccino, si mise con essi a trotterellare allegramente verso casa.

III.

Pieno di quella vaga specie di contrizione che le vacanze suscitano la mattina dopo, Kit, uscito, sul far dell’aurora, e con la fede un po’ scossa, dalla fredda luce mattutina e dal ritorno delle occupazioni e ai doveri quotidiani, nei divertimenti della sera innanzi, si avviò per andare incontro a Barbara e a sua madre nel luogo stabilito. Facendo piano per non svegliare nessuno della famigliuola, che riposava ancora dalle insolite fatiche, Kit aveva lasciato il suo denaro sulla cappa del camino, con un’iscrizione in gesso per richiamare l’attenzione della madre su quella circostanza, e informarla che il denaro proveniva dal suo affezionato figlio; e s’era messo in via col cuore alquanto più pesante delle tasche, ma pur nonostante non gravato da una grande oppressione.
Ah, le vacanze! Perchè ci lasciano dei rimpianti? Perchè non possiamo ricacciarle indietro nella nostra memoria d’una settimana o due, tanto da riportarle a un tratto a quella giusta distanza donde possono essere guardate o con calma indifferenza o con un piacevole sforzo di rievocazione? Perchè ci aleggiano intorno come la fragranza del vino di ieri, con un vago sentore di mal capo e di stanchezza, e come quelle buone intenzioni per l’avvenire, che formano giù negli abissi il lastricato permanente d’un vasto dominio, e quassù durano di solito fino all’ora del desinare, un po’ più, un po’ meno?
Chi si meraviglierà che Barbara avesse il mal di testa o che la madre di Barbara fosse disposta a sentirsi malinconica, e giudicasse un po’ meno abbaglianti gli splendori del teatro d’Astley, e pensasse che il pagliaccio fosse un po’ più vecchio di quel che aveva creduto la sera innanzi? Kit non fu sorpreso di sentirla parlare così, lui no. Egli aveva già un certo sospetto che in quell’abbagliante visione i mutevoli attori avessero fatto la stessa cosa la penultima sera, e l’avrebbero fatta di nuovo quella sera stessa, e la sera del giorno dopo, e così per settimane e mesi, in continuazione. Questa è la differenza fra ieri e oggi. Tutti o andiamo allo spettacolo, o ne ritorniamo.
Ma lo stesso sole è debole sul primo levarsi, e ripiglia forza e coraggio come il giorno avanza. A poco a poco, essi cominciarono a ricordare circostanze sempre più piacevoli, finchè, così parlando, camminando e ridendo, non raggiunsero Finchley in tanta ammirazione, che la madre di Barbara dichiarò ch’ella non s’era mai sentita meno stanca e più in forza, e Kit ripetè la stessa cosa. Barbara aveva camminato sempre in silenzio, ma anche lei disse così. Povera piccola Barbara, essa era molto tranquilla! Arrivarono a casa così presto che Kit aveva strigliato già il cavallino facendolo più elegante d’un cavallino da corsa, prima che il signor Garland scendesse da basso a colazione; e la puntualità e la diligenza di Kit furono levate al cielo dal padrone e dal signor Abele. Il signor Abele, all’ora solita (o, per meglio dire, al solito minuto e al solito secondo, perchè egli era l’anima della puntualità) si mise in via per esser raggiunto dalla diligenza di Londra, e Kit e il padrone andarono a lavorare nel giardino.
Il lavoro nel giardino non era meno piacevole delle occupazioni di Kit, perchè durante le belle giornate attendeva al giardino tutta la famiglia: la signora si sedeva lì fuori col cestino da lavoro su un tavolinetto; il vecchio zappava o tagliava, andando intorno con un grosso paio di cesoie o aiutava Kit in un modo o nell’altro con grande attività; e Musaccio li contemplava tutti placidamente dal praticello. Quella mattina che si dovevano mettere in ordine le viti della pergola, Kit salì fino a metà d’una scaletta e cominciò a tagliare e a martellare, mentre il padrone, seguendo le operazioni con grande interesse, gli metteva in mano i chiodi e i brandelli di tela che occorrevano. La padrona e Musaccio stavano a guardare secondo il solito.
– Dunque, Cristoforo – disse il signor Garland – ti sei fatto un nuovo amico, eh?
— Scusate, signore, che cosa avete detto? – rispose Kit, guardando giù dalla scaletta.
— Ti sei fatto un nuovo amico, come mi ha detto Abele – disse il vecchio – dal notaio.
— Ah, sì, signore, sì! Ed è stato molto buono con me, signore.
– Sono molto lieto di apprenderlo – rispose il vecchio con un sorriso. – Ed è disposto ad essere molto più buono ancora, Cristoforo.
– Veramente. È molto gentile, ma io certo non ho bisogno di lui – disse Kit, martellando energicamente su un chiodo ostinato.
– Egli si mostra molto desideroso – continuò il vecchio, – di averti al suo servizio… Bada a ciò che fai, se non vuoi cadere e farti male.
– Di avermi al suo servizio, signore? – esclamò Kit, che s’era interrotto nel lavoro voltandosi di fronte sulla scala come avrebbe fatto il più abile acrobata. – Ma non credo che lo dica sul serio.
– Ah! Ma sì che lo dice sul serio – soggiunse il signor Garland. – Se lo ha detto anche al signor Abele…
– Non ho mai sentito una cosa simile! – mormorò Kit, guardando melanconicamente il padrone. – Mi meraviglio di lui, però.
– Vedi, Cristoforo – disse il signor Garland; – questo è un punto di importanza per te, e devi comprenderlo e considerarlo sotto questo rapporto. Questo signore può darti più denaro di quanto possa dartene io… non dare, spero, alle varie relazioni che corrono fra padrone e servitore, più bontà e fiducia, ma certo, Cristoforo, pagarti meglio.
– Bene – disse Kit: – se anche, signore…
– Aspetta un momento – lo interruppe il signor Garland. – Questo non è tutto. Tu fosti un servo fedelissimo ai tuoi padroni, a quel che so, e dovesse questo signore ritrovarli, come è suo proposito di tentar di far con ogni mezzo in suo potere, non dubito che tu, essendo al suo servizio, riceveresti la tua ricompensa. Inoltre – aggiunse il vecchio con maggiore energia – inoltre, avendo il piacere di venire di nuovo in contatto con quelli ai quali sei, a quanto sembra, fortemente e sinceramente affezionato. Devi pensare a tutto questo, Cristoforo, e non essere precipitoso e frettoloso nella tua scelta.
Kit, quando quest’ultimo argomento traversò rapidamente i suoi pensieri, facendogli lampeggiare l’effettuazione di tutte le sue speranze e di tutte le sue fantasticherie, provò una stretta dolorosa, una fitta momentanea nel tenersi alla risoluzione già formata. Ma passò in un minuto, ed egli soggiunse con energia che quel signore doveva cercarsi qualche altro, come avrebbe dovuto far fin da principio.
– Egli non ha nessun diritto di pensare che io me ne andrei di qui, signore, per star con lui – disse Kit, voltandosi di nuovo, dopo aver martellato mezzo minuto. – Crede che io sia uno sciocco?
– Forse lo crederà, Cristoforo, se tu rifiuti la sua offerta – disse il signor Garland, con gravità.
– Allora che lo pensi, signore – ribattè Kit. – Che m’importa ch’egli lo pensi? Perchè dovrebbe importarmi di come la pensa lui, quando io so che sarei uno sciocco, e peggio d’uno sciocco, signore, se lasciassi il più buon padrone e la più buona padrona del mondo, che veramente m’han tolto di mezzo alla strada, ragazzo povero e affamato… più povero e affamato di quanto possiate credere, signore… per andare da lui o da chiunque? Se la signorina Nella dovesse ritornare, signora – disse Kit, volgendosi a un tratto alla padrona – allora sarebbe diverso, e forse se ella mi volesse, io potrei chiedervi di tanto in tanto il permesso, quando qui tutto fosse in ordine, di andare a lavorare per lei. Ma quando ella ritornerà, penso ora che sarà ricca come il vecchio padrone diceva sempre che sarebbe stata, ed essendo ricca, non avrebbe più bisogno di me. No, no – disse Kit, scotendo malinconicamente il capo: – ella non avrà più bisogno di me, e Iddio la benedica, le auguro che non abbia mai più bisogno di me, benchè io abbia tanto desiderio di rivederla!
A questo punto Kit conficcò un chiodo nel muro con molta forza – con molto più forza del necessario – e poi si volse un’altra volta di faccia.
– Vedete lì il cavallino, signore – disse Kit. – …Musaccio, signora (ed esso capisce così bene che parlo di lui, che comincia subito a nitrire…). Lascerebbe qualche altro avvicinarglisi, all’infuori di me, signora? E il giardino, signore, e il signor Abele, signora? Vorrebbe il signor Abele staccarsi da me, signore, o v’è qualcuno che sarebbe attaccato più di me al giardino, signora? Sarebbe dare un dolore a mia madre, signore, e anche Giacomino sarebbe abbastanza sensibile da piangere disperatamente, signora, se sapesse che il signor Abele ha intenzione di separarsi da me così presto, dopo avermi detto, proprio l’altro giorno, che s’augurava che potessimo stare insieme per molti anni…
Non è da dire quanto tempo Kit sarebbe potuto rimanere in piedi sulla scaletta, volgendosi a volta a volta al padrone e alla padrona, e generalmente non volgendosi alla persona alla quale indirizzava il discorso, se Barbara in quel momento non fosse arrivata correndo a dire che un messaggero dallo studio del signor Abele aveva portato un biglietto che, con un’espressione alquanto sorpresa dall’atteggiamento oratorio di Kit, essa consegnò nelle mani del padrone,
– Ah! – disse il vecchio dopo averlo letto. – Di’ al messaggero di venire qui.
Barbara andò via, ed egli si volse a Kit dicendogli che non avrebbero parlato più di quell’argomento, e che se Kit si sarebbe mal volentieri separato da loro, essi si sarebbero separati mal volentieri da lui: un sentimento al quale la padrona fece generosamente eco.
– Nello stesso tempo, Cristoforo – aggiunse il signor Garland, dando un’occhiata al biglietto che aveva in mano – se quel signore avesse bisogno di te di tanto in tanto, così per qualche ora o anche per qualche giorno, noi dovremmo acconsentire a prestarti e tu non dovresti dispiacerti a lasciarti prestare… Ah, ecco qui il giovane! Come state, signore?
Questo saluto fu rivolto al signor Chuckster, il quale, col cappello piantato sulle ventitrè, e buona parte della chioma scoperta, se ne veniva dondolando su per il viale.
– Spero che stiate in buona salute, signore – rispose il signor Chuckster. – Spero che stiate bene, signora. Bel villino questo. Proprio un sito delizioso.
– Volete condurre Kit con voi, a quanto vedo – osservò il signor Garland.
– Ho un carrozzino che ci attende alla porta – rispose lo scrivano: – un magnifico grigio-pomellato, se v’intendete, signore, di cavalli.
Rifiutando d’andare a vedere il grigio pomellato, per il fatto ch’egli s’intendeva poco di quella roba, e non ne avrebbe che imperfettamente ammirate le bellezze, il signor Garland invitò Chuckster a partecipare a una piccola colazione, e siccome questi acconsentì molto volontieri, dei cibi freddi, rinforzati dalla birra e dal vino, vennero a suo ristoro prestamente alla luce.
Durante il pasto, il signor Chuckster sfoggiò la sua maggiore abilità a incantare gli ospiti, per persuaderli della superiorità mentale di quelli che vivono in città; con questo scopo condusse la conversazione sulla cronaca dei piccoli scandali del giorno, nella quale egli era dagli amici considerato giustamente senza rivali. Così fu in condizione di riferire le circostanze esatte della sfida fra il marchese di Mizzler e lord Bobby, che era originata da una bottiglia di sciampagna, e non da un pasticcio di piccione, come avevano erroneamente stampato i giornali; nè lord Bobby aveva detto al marchese di Mizzler: “Mizzler, uno di noi due mente, e quello non sono io”, come avevano scorrettamente riferito le stesse fonti, ma invece: “Mizzler, sapete dove mi si può trovare, e Iddio mi fulmini, trovatemi se mi volete” – ciò che, naturalmente, mutava l’aspetto di tutta la questione, e la prospettava sotto una diversa luce. Egli seppe anche riferire la somma precisa della rendita garantita dal duca di Thigsberry a Violetta Stella dell’Opera italiana, che era pagata trimestralmente e non semestralmente, come al pubblico s’era dato a intendere, e che escludeva e non includeva (com’era stato stupidamente riferito), i gioielli, i profumi, la cipria per le parrucche di cinque valletti, e due paia al giorno di guanti di capretto per un paggio. Dopo aver invitato la signora e il signore a riposare tranquillamente sulla rigorosa esattezza di questi interessantissimi particolari, il signor Chuckster li intrattenne con dei pettegolezzi teatrali e con le notizie di corte; e così si chiuse una splendida e affascinante conversazione che egli aveva sostenuto da solo, e senza il minimo aiuto, per la bellezza di tre quarti d’ora e più.
– E ora che il puledro ha ripreso forza – disse il signor Chuckster, levandosi graziosamente – credo sia tempo di andare.
Nè il signore nè la signora Garland fecero la minima opposizione alla sua partenza (sentendo, senza dubbio, che era un peccato trattener più oltre, lontana dalla sua sfera d’azione, una persona come quella), e perciò il signor Chuckster e Kit furono poco dopo in via per la città:: Kit accoccolato in serpa al carrozzino accanto al cocchiere; Chuckster seduto solo all’interno, con una punta di scarpa affacciata a ciascuno dei finestrini davanti.
Quando raggiunsero la sede del notaio, Kit seguì il signor Chuckster nello studio e fu invitato dal signor Abele a sedersi e ad aspettare, perchè il signore che lo desiderava era uscito, e forse non sarebbe ritornato così presto.
Avvenne proprio così, perchè a Kit era stato dato da mangiare, era stato dato il tè, ed egli aveva già letto tutta la materia più leggera della Guida Forense e della Guida di Londra, e s’era addormentato già molte volte, prima che arrivasse il signore che già aveva conosciuto; il qual apparve finalmente sulla porta tutto frettoloso.
Egli per qualche tempo si chiuse nel gabinetto col signor Witherden; e il signor Abele era stato invitato ad assistere al colloquio, prima che Kit, domandandosi sempre perchè mai l’avessero mandato a chiamare, fosse invitato anche lui dentro.
– Cristoforo – disse quel signore, volgendosi a lui, appena lo vide entrare: – ho trovato il tuo antico padrone e la tua antica padroncina.
– Possibile, signore!… Li avete trovati? – rispose Kit con gli occhi scintillanti di gioia. – Dove sono, signore? Come stanno? Sono… sono qui vicino?
– Molto lontano di qui – rispose quel signore, scotendo il capo. – Ma, io parto stasera per ricondurli indietro, e desidero che tu venga con me.
– Io, signore? – esclamò Kit, pieno di gioia e di sorpresa.
– Il punto – disse quel signore forestiero – indicato da quell’uomo coi cani, è… quanto è lontano di qui?.. Sessanta miglia?
– Da sessanta a settanta.
– Ohibò! Se viaggiamo a gran velocità tutta la notte arriveremo di buon’ora domani mattina. Ora la questione è questa, che siccome non mi conoscono e la fanciulla, Dio la benedica, crederebbe che un estraneo che li raggiungesse coverebbe qualche proposito contro la libertà del nonno… posso io far meglio che prender con me questo ragazzo, che entrambi conoscono e riconosceranno subito, per assicurarli delle mie amichevoli intenzioni verso di loro?
– Ma certo – rispose il notaio – ma certo che dovete portar con voi Cristoforo.
– Scusate, signore – disse Kit, al quale s’era allungato il viso, udendo questo discorso: – ma se la ragion per condurmi con voi è quella che dite, temo che io farei più male che bene… La signorina Nella, signore, lei mi conosce, e avrebbe fiducia in me; ma il vecchio padrone non so perchè, signori; nessuno lo sa… non vuol più vedermi da che è stato malato. La stessa signorina Nella mi disse di non andar più a trovarlo, e di non farmi neppure più veder da lui. Temo che se venissi con voi, guasterei tutto il bene che state facendo. Darei non so quanto per venire, ma è meglio che io non venga, signore.
– Un’altra difficoltà! – esclamò con impeto quel signore. – Ci fu mai un altro che ebbe innanzi a sè tanti ostacoli? Non v’è nessun altro che li conosceva, nessun altro che godeva la loro fiducia? Per quanto vivessero solitari, ci sarà pure qualcuno che li conosceva e potrebbe servire al mio scopo.
– Conosci nessun altro, Cristoforo? – disse il notaio.
– Nessuno, signore – rispose Kit. – Ah, ora che ci penso… c’è mia madre!
– Essi la conoscono? – disse il signore scapolo.
– Se la conoscono! Ma essa non faceva che venire innanzi e indietro nella bottega! Con lei erano buoni come con me. Figurarsi, signore, ch’ella aspettava ch’essi venissero a rifugiarsi in casa nostra.
– Allora dove diavolo è questa donna? – disse quel signore con impazienza, dando di mano al cappello. – Perchè non è qui? Perchè questa donna non si trova mai nel momento che più serve?
E ad un tratto, il signore scapolo si stava precipitando fuori dello studio, deciso di impossessarsi violentemente della madre di Kit, di trascinarla a viva forza in una vettura, e di condurla via, quando questa nuova specie di rapimento fu con qualche difficoltà impedito dagli sforzi congiunti del signor Abele e del notaio, che lo trattennero a furia di rimostranze, e lo persuasero a interrogare Kit, il quale certo poteva dire se la madre avrebbe acconsentito e sarebbe stata in grado d’intraprendere così all’improvviso un viaggio così lontano.
Su questo Kit affacciò qualche dubbio; e il signore scapolo ebbe campo di abbandonarsi a delle violente dimostrazioni, che il notaio e il signor Abele cercarono di moderare. Il risultato della faccenda fu questo: che Kit, dopo avere meditato ben bene e ponderato attentamente, promise in nome della madre, che ella sarebbe stata pronta fra un paio d’ore a intraprendere il viaggio, e si impegnò di presentarla nello studio, preparata ed equipaggiata di tutto punto, prima che fosse spirato il termine menzionato.
Data questa promessa, piuttosto ardita, e non facile da mantenere, Kit non s’indugiò un minuto per condurla a compimento.

IV.

Kit corse per le vie affollate, dividendo la corrente della calca, serpeggiando i marciapiedi fra i carri e le carrozze, infilando vicoli e vicoletti, e non sostando e non voltandosi per alcuna ragione, finchè non si trovò di fronte alla bottega dell’antiquario, ove, un po’ per abitudine, un po’ per riprender fiato, si fermò.
Era una triste sera d’autunno, e gli parve che quella vecchia casa non fosse stata mai più lugubre che in quel crepuscolo. Con le finestre rotte, le imposte tarlate dondolanti nelle cornici, l’edificio abbandonato, che divideva come una fosca barriera i lumi abbaglianti e il traffico della via in due lunghe righe, presentava, stando così nel mezzo fredda, buia e vuota, uno spettacolo melanconico che faceva precipitare brutalmente le speranze luminose alimentate dal ragazzo per gli antichi padroni, offrendosi ai suoi occhi come un’immagine di delusione e di tristezza. Kit avrebbe desiderato un bel fuoco scoppiettante su per i vecchi caminetti, lumi scintillanti e splendenti a traverso le finestre, persone attive che entrassero ed uscissero, qualche cosa in accordo con le nuove speranze che s’erano rimescolate e riagitate in lui. Egli non s’era figurato che la casa avesse un diverso aspetto – sapeva già che non poteva esser diversa – ma a contemplarla così in mezzo all’onda delle speranze fervorose che gli si movevano in cuore, vide il flutto del suo entusiasmo a un tratto illanguidire e abbuiarsi di un’ombra dolorosa.
Kit, però, fortunatamente per lui, non era tanto istruito e contemplativo da esser turbato da presagi di mali futuri, e non avendo spettacoli mentali che, per questo rispetto, aiutassero le sue visioni materiali, non seppe veder altro che la casa malinconica in triste dissonanza coi pensieri che l’avevano poco prima allietato. Così, quasi pentendosi d’essere passato per quella parte, benchè non se ne rendesse una ragione adeguata, si mise a correre di nuovo, con più lena, per guadagnare i pochi momenti perduti.
– Ora, se ella dovesse essere uscita – pensava Kit, mentre si avvicinava alla povera dimora della madre – e io non dovessi trovarla, quell’irascibile signore mi farebbe una bella accoglienza. E appunto, veggo che non c’è lume, e che la porta è chiusa. Ora, Dio mi perdoni, ma se è per colpa della Cappella dissidente, vorrei che la Cappella dissidente andasse… andasse molto più lontano – disse Kit, frenandosi, e picchiando alla porta.
A un secondo colpo nessuno rispose dal di dentro, ma s’affacciò una donna che stava di fronte a domandare chi desiderasse la signora Nubbles.
– Io – disse Kit. – Forse è andata… alla piccola Cappella dissidente – aggiunse pronunciando con qualche riluttanza il nome della conventicola, e calcando con sprezzante energia sulle parole.
La vicina rispose di sì.
– Allora, per piacere, dov’è la piccola Cappella dissidente? – domandò Kit. – Perchè io son venuto per un affare urgente, e debbo andarla a chiamare, anche se ella stesse sul pulpito.
Non fu facile procurarsi l’indirizzo della chiesa, perchè nessuno dei vicini apparteneva al gregge dei fedeli che la frequentavano, e pochi ne sapevano un po’ più del nome. Infine, una conoscente della signora Nubbles, che un paio di volte, quando una buona tazza di tè aveva preceduto le devozioni, l’aveva accompagnata, gli diede le necessarie informazioni. E Kit, avutele, si mise di nuovo a correre.
La Cappella dissidente sarebbe potuta essere più vicina, e sarebbe potuta essere in una direzione più rettilinea, sebbene in questo caso il reverendo uomo che presiedeva alla congregazione avrebbe perduto la sua favorita allusione alle vie faticose per le quali era possibile giungervi, e che gli davano la possibilità di paragonare la sua cappella allo stesso paradiso, in antitesi con la chiesa parrocchiale e la larga strada che vi conduceva. Finalmente Kit, dopo qualche laboriosa ricerca, la trovò, e, dopo essersi fermato sulla porta per riprender fiato ed entrare decorosamente, ne varcò la soglia.
Il nome, per qualche rispetto, le stava bene, perchè era veramente una piccola cappella – una cappella di dimensioni minime – con un piccolo numero di piccoli banchi e un piccolo pulpito nel quale un ometto (di mestiere calzolaio e di vocazione sacerdote) stava snocciolando con una voce per nulla affatto piccola un sermone neppure esso piccolo, a giudicare dallo stato della congregazione, la quale, se era piccola, comprendeva un numero ancor più piccolo di uditori, perchè la maggioranza dormiva.
Fra gli addormentati era la madre di Kit, che, sperimentando una gran difficoltà a tener gli occhi aperti dopo gli eccessi della sera innanzi, e sentendo che la loro inclinazione a chiudersi era validamente sostenuta e secondata dagli argomenti del predicatore, aveva ceduto alla sonnolenza che l’aveva soverchiata, e s’era assopita; sebbene non tanto profondamente da non poter di quando in quando emettere un leggero e quasi impercettibile gemito, come in segno di approvazione alle massime dell’oratore. Il piccino, ch’ella aveva nelle braccia, dormiva con la stessa saldezza di lei; e Giacomino, cui la giovinezza impediva di trovare in quel prolungato alimento spirituale neppure metà dell’attrazione delle ostriche, era in una vece alterna di profondo sonno e d’intensa veglia secondo che la sua inclinazione a dormire, o il suo terror d’esser rimproverato personalmente dal predicatore avesse preponderanza su di lui.
– Ed ora che son qui – pensò Kit, andando a sedersi cautamente nel banco vuoto più vicino, opposto a quello della madre, all’altro capo del breve passaggio – come faccio per arrivare a lei, e per persuaderla a uscire? È come se mi trovassi venti miglia lontano. Se non sarà tutto finito, essa non si sveglierà, e l’orologio corre. Se predicatore s’interrompesse per qualche minuto, o si mettessero a cantare!
Ma v’era poca speranza che, prima d’un altro paio d’ore, il predicatore cessasse o la congregazione si mettesse a cantare. Il predicatore continuava a dir agli uditori ciò che intendeva di dire, per convincerli, prima di cominciare a farlo, ed era chiaro che se avesse mantenuto soltanto la metà delle sue promesse e dimenticato le altre, nemmeno un paio d’ore sarebbero bastate.
Kit, nella sua disperazione e nella sua irrequietezza, girò gli occhi per la cappella, e posandoli per caso su un sedile di fronte al pulpito, a stento potè loro credere quando gli mostrarono… Quilp!
Se li fregò due o tre volte, ma gli occhi continuavano a mostrargli che Quilp era lì, proprio lui in persona, seduto con le mani sulle ginocchia e fra le ginocchia il cappello, su un piccolo sostegno di legno, la faccia sudicia improntata dal solito sogghigno e gli occhi fissi al soffitto. Egli certo non guardava Kit o la madre di Kit e aveva l’aria d’essere del tutto inconsapevole della loro presenza; pure Kit non potè non sentir, subito, che l’attenzione dello scaltro omiciattolo era tutta concentrata in loro, e in nient’altro.
Ma, stupito com’era della presenza del nano tra i fedeli della Cappella dissidente, e non esente dal timore che presagisse qualche noia o molestia, egli fu costretto a soffocare la sua meraviglia e a sforzarsi di cercare ogni mezzo per condur via la madre, perchè si faceva tardi, e la faccenda diventava seria. Perciò, la prima volta che vide sveglio Giacomino, Kit si mise ad attrarre l’attenzione errante del piccino, ed essendovi riuscito facilmente (bastò un semplice starnuto), gli fece cenno di svegliare la madre.
La disgrazia volle, però, che, appunto allora, il predicatore, in un’energica esposizione di un capo del suo discorso, si sporgesse oltre il pulpito in modo da lasciare entro il pulpito poco più delle gambe; e, mentre gesticolava veementemente con la destra e si teneva aggrappato con la sinistra, fissasse o sembrasse fissare gli occhi di Giacomino, in atteggiamento minaccioso e con lo sguardo torvo – così parve al fanciullo – di guisa che se avesse mosso soltanto un muscolo, sarebbe letteralmente, e non allegoricamente, piombato a un tratto su di lui. In questa paurosa condizione di cose, distratto dalla improvvisa apparizione di Kit, e affascinato dagli occhi del predicatore, il misero Giacomino rimase addirittura confitto, nell’assoluta incapacità di muoversi, e con una gran disposizione a piangere; ma timoroso di farlo, guardava con i suoi occhi infantili con tanta forza il pastore, che pareva volessero saltargli dalle orbite.
– Se debbo farlo apertamente, bisogna pur che lo faccia – pensava Kit. Così pensando, si levò pian pian dal banco e andò a quello della madre, dove uncinò il piccino, come avrebbe detto il signor Swiveller se fosse stato presente, senza dire una parola.
– Zitto, mamma! – bisbigliò Kit. – Vieni con me ho una cosa da dirti.
– Dove sono? – disse la signora Nubbles.
– In questa benedetta cappella – rispose il figlio, con irritazione.
– Benedetta davvero! – esclamò la signora Nubbles approfittando del termine. – Ah, Cristoforo, come son stata edificata questa sera!
– Sì, sì, lo so – disse Kit in fretta; – ma vieni, mamma… tutti ci guardano. Non far rumore… Da’ la mano a Giacomino… così!
– Ferma, Satana, ferma! – esclamò il predicatore, mentre Kit s’avviava.
– Il pastore dice che tu ti devi fermare, Cristoforo – bisbigliò la madre.
– Ferma, Satana, ferma! – ruggì di nuovo il predicatore. – Non tentar la donna che inclina il suo orecchio verso di te, ma ascolta la voce di colui che chiama. Egli porta via un agnello dall’ovile! – esclamò il predicatore a voce più alta indicando il piccino. – Egli si porta via un agnello(2), un prezioso agnello. Egli se va come un lupo nel cuore della notte, e seduce i teneri agnelli!
Kit era il ragazzo più mite di questo mondo, ma sentendo quel violento linguaggio, ed essendo alquanto eccitato dalle circostanze in cui si trovava, si voltò di fronte al pulpito col bambino in braccio, e rispose con forza
– No, non è vero. È mio fratello.
– È fratel mio! – esclamò il predicatore.
– Non è vero – disse Kit indignato. – Come potete dire una cosa simile? E, per piacere, non mi date dei brutti nomi, che male vi ho fatto? Non sarei venuto a prendere i miei di qui, se non vi fossi costretto, state pur certo. Io volevo farlo senza disturbare nessuno, voi non me lo avete permesso. Ora, maltrattate a vostro piacere Satana e compagni, signore, ma lasciate me in pace.
Dicendo così, Kit uscì rigido dalla cappella, seguito dalla madre e da Giacomino, e si trovò all’aria aperta, col vago ricordo di aver veduto la gente svegliarsi guardandosi in giro sorpresa, e di aver veduto Quilp rimanere, durante tutta l’interruzione, nello stesso atteggiamento di prima, senza distoglier gli occhi dal soffitto, o parer d’accorgersi minimamente di ciò che accadeva.
– Ah, Kit! – disse la madre, col fazzoletto agli occhi. – Che hai fatto! Io non posso ritornar più qui… mai più!
– Ne sono contento, mamma. Che c’era in quel po’ di spasso che ti sei preso ieri sera perchè tu fossi stasera scoraggiata e afflitta? Ecco come fai sempre. Se tu una volta sei allegra e felice, ecco che vieni qui a dire, insieme con quel buffone, che ne sei pentita. Io quasi direi che ti fa vergogna, mamma.
– Povera me, zitto! – disse la signora Nubbles. – Tu non sai ciò che dici, ma dici delle eresie.
– Non lo so? Sì che lo so – ribattè Kit. – Non credo, mamma, che l’allegria innocente e il buon umore siano giudicati in cielo più peccaminosi dei colli delle camicie, e che quei piagnoni siano proprio dalla parte della ragione e della saggezza condannando l’allegria innocente e il buon umore… ecco quel che dico. Ma non dirò più nulla, se mi prometti di non piangere, questo è tutto; e tu prenditi il bambino, che è più leggero, e dammi Giacomino; e mentre andiamo (dobbiamo andar molto svelti) ti dirò ciò che t’ho da dire, e certo sarai un po’ sorpresa. Ecco… così. Ora hai l’aria di non aver veduto mai in tutta la vita la Cappella dissidente, e spero, non la vedrai mai più; ed ecco il piccino; e tu, Giacomino, mettiti sulle mie spalle e tieniti bene aggrappato al collo, e tutte le volte che un ministro della Cappella dissidente ti chiama agnello prezioso o dice che tuo fratello è un agnello, tu digli che è la sola cosa giusta che ha detto in tutto un anno, e che se lui stesso avesse un po’ più dell’agnello, e un po’ meno di salsa di menta… per non farlo così acre e mordente… mi piacerebbe un po’ più. Questo è ciò che devi dirgli, Giacomino.
Parlando così, un po’ scherzoso e un po’ serio, e rallegrando la madre, i piccini e sè stesso, col metodo semplicissimo di proporsi d’essere di buon umore, Kit si mise a trotterellare di buon passo; e poi, sempre camminando, raccontò ciò che s’era svolto nello studio del notaio, e lo scopo per cui aveva dovuto interrompere le funzioni della Cappella dissidente.
Non fu piccola la sorpresa della madre quando seppe che specie di servigio si richiedeva da lei; ed ella cadde subito in una grande confusione d’idee, di cui le principali erano le seguenti: che andare in carrozza era un grande onore e una gran dignità, e che lasciare i figliuoli soli era una morale impossibilità. Ma quest’obbiezione e moltissime altre, basate su certi oggetti di vestiario che erano ancora al bucato, e su certi altri oggetti che non esistevano nella guardaroba della signora Nubbles, furono superate da Kit che oppose a tutte singolarmente e generalmente il piacere di ritrovare Nella, e la gioia di ricondurla indietro in trionfo.
– Mancano soltanto dieci minuti, mamma – disse Kit, quando giunsero a casa. – Ecco la valigia. Mettici dentro ciò di cui hai bisogno, e avremo subito finito.
Occorrerebbe più tempo e spazio che il lettore e io possiamo concederci, per dir come Kit cacciasse nella valigia una gran quantità di oggetti che non avrebbero servito neppure nelle più remote contingenze, e come lasciasse indietro ogni cosa che probabilmente sarebbe stata necessaria, come una vicina venisse persuasa di andare a stare coi bambini, e come i bambini sulle prime si mettessero a piangere disperatamente, e poi ridessero cordialmente alla promessa che loro venne fatta di ogni specie d’impossibili e inauditi balocchi; come la madre di Kit non finisse di baciarli e ribaciarli, come Kit non avesse il cuore d’irritarsi per questo modo di fare della madre. Così, omettendo tali particolari, basti dire che pochi minuti dopo che le due ore erano spirate, Kit e la madre si presentavano alla porta del notaio, dove già la carrozza aspettava.
– Nientemeno con quattro cavalli! – disse Kit, assolutamente sbalordito da quei preparativi. – Appunto a tempo, mamma! Eccola, signore. Ecco mia madre. È pronta, signore.
– Benissimo – rispose il signore. – Ora, non vi agitate, signora mia; non avrete da temer nulla. Dov’è il baule coi vestiti nuovi e tutto il resto per i fuggitivi?
– È qui – disse il notaio. – Mettilo nella carrozza, Cristoforo.
– Subito, signore – rispose Kit. Pronto ora, signore.
– Allora, avanti! – disse il signore scapolo. – E così dicendo diede il braccio alla madre di Kit, la fece montare in carrozza con tutta la cortesia possibile, per adagiarsi quindi accanto a lei.
Il montatoio fu sollevato, lo sportello venne chiuso rumorosamente, le ruote si misero a girare, e filarono via strepitando, con la madre di Kit, affacciata a uno degli sportelli, nell’atto di agitare un fazzoletto umido e di gridare per Giacomino e il piccino molte raccomandazioni, delle quali nessuno udì una parola.
Kit rimase ritto in mezzo alla strada, a guardare dietro la vettura con gli occhi pieni di lagrime – non per la partenza alla quale assisteva, ma per il ritorno che sperava. “Essi andarono via, a piedi”, pensò, “con nessuno che li salutasse, nessuno che dicesse loro una buona parola: ritorneranno in una carrozza a quattro cavalli, amici di quel ricco signore, e con tutti i loro affanni calmati. Lei dimenticherà che mi ha insegnato a scrivere…”
Quali che fossero su questo i pensieri di Kit, gli occorse del tempo per formularli, perchè rimase a fissare le file di fanali accesi, una gran pezza dopo che la carrozza era scomparsa, e non rientrò nello studio che quando il notaio e il signor Abele, i quali s’erano anch’essi trattenuti fuori finchè non s’era sentito più il rumore delle ruote, si furono domandati parecchie volte per che ragione mai Kit si trattenesse tanto.

V.

Ci conviene di lasciare per un po’ Kit, pensoso e speranzoso, e seguire le vicende della piccola Nella, riannodando il filo della narrazione al punto dove l’abbiamo interrotto alcuni capitoli indietro.
In una di quelle passeggiate vespertine, in cui, seguendo le due sorelle ad umile distanza, ella sentiva, nella sua simpatia per esse e nella contemplazione delle loro prove, che somigliavano in qualche modo alle proprie, un conforto e una consolazione che le facevano assai dolci quei momenti, benchè il sottile piacere a cui s’abbandonava fosse di quella specie che vive e muore nelle lagrime – in una di quelle sue passeggiate nella cheta ora del crepuscolo, in cui il cielo, la terra, l’aria, l’acqua che s’increspava, e il suono delle campane lontane s’accordavano con i sentimenti della fanciulla solitaria, ispirandole carezzevoli pensieri, ma non del mondo infantile e delle sue facili gioie – in una di quelle escursioni che erano diventate l’unico suo piacere, il solo sollievo dagli affanni che la opprimevano, già la luce s’era mutata in penombra, e già la sera s’era sprofondata nella notte, e la fanciulla continuava a indugiarsi nella natura così serena e calma, mentre un suono di voci e un chiarore di abbaglianti lumi per lei sarebbe stata veramente la solitudine.
Le due sorelle se n’erano già andate a casa, ed ella era rimasta sola. Levò gli occhi alle stelle lucenti, che guardavano con tanta dolcezza dalle vaste sfere aere, e, fissandole, vide nuove stelle spuntare al suo sguardo, e altre più oltre, e altre ancora più oltre, finchè tutta la grande vôlta scintillò di mondi ardenti, che si levavano sempre più in alto nello spazio immensurabile, eterni nel loro numero come nella loro esistenza immutabile e incorruttibile. Ella si chinò sul tranquillo fiumicello, e li vide risplendere nello stesso maestoso ordine in cui li vide raggiare la colomba attraverso le acque che avevan superato le vette dei monti, sull’umanità perita, a milioni di cubiti di profondità.
La fanciulla se ne stava silente sotto un albero, quasi non respirando, dominata dalla pace della notte e dalle sue meraviglie. Il tempo e il luogo la facevano riflettere, ed ella pensava con calma speranza – minore speranza, forse, che rassegnazione – al passato, al presente, e a ciò che aveva ancora dinanzi a sè. Fra il vecchio e lei era avvenuta una graduale separazione, più difficile a sopportare di qualsiasi precedente affanno. Ogni sera, e spesso anche di giorno, egli andava via solo; e benchè la fanciulla sapesse dove andava, e perchè – i continui appelli al suo borsellino e gli occhi cavi di lui lo dicevano chiaramente – egli sfuggiva ogni domanda, mantenendosi rigorosamente riservato, ed evitando anche la presenza di lei.
Ella stava meditando tristemente su questo argomento e parlava, per dir così, con tutto ciò che le stava d’attorno, quando l’orologio lontano della chiesa sonò le nove. Levandosi a quel suono, ritornò sui suoi passi, e s’avviò pensosa verso la città.
Era giunta su un ponticello di legno, che, gettato attraverso la corrente, menava in un punto sulla via che ella doveva percorrere, quando a un tratto una luce rossa attrasse il suo sguardo. Osservandola più attentamente, vide che proveniva da ciò che credette essere accampamento di zingari, i quali, acceso il fuoco a non molta distanza dal sentiero, vi si erano seduti o sdraiati in giro. Siccome era troppo povera per sentire alcun timore di essi, non pensò di cambiar strada (cosa che veramente non avrebbe potuto fare senza percorrere un lungo giro), ma accelerò un po’ il passo, e continuò ad andar dritto.
Un movimento di timida curiosità la spinse, quando si avvicinò a quel punto, a volgere un’occhiata verso il fuoco. V’era una figura tra il fuoco e lei, il profilo nitidamente sbalzato contro la luce, che la fece improvvisamente fermare. Allora, come se avesse fatto un ragionamento con sè stessa e si fosse convinta d’aver sbagliato, e fosse sicura che la persona non era quella immaginata, si mosse di nuovo.
Ma in quell’istante la conversazione, quale che si fosse, che s’era svolta da presso al fuoco fino a quel momento, venne ripresa, e il tono della voce che parlava – essa non potè distinguere le parole – le sonò familiare come la propria.
Si voltò, e guardò all’indietro. Prima la persona era seduta, ma in quel momento stava in piedi, e si chinava innanzi con le mani poggiate a un bastone. A lei quell’atteggiamento non era meno familiare del tono della voce. Era quello del nonno.
Il primo impulso ch’ella ebbe fu di chiamarlo; ma poi di domandarsi chi fossero i suoi compagni, perchè mai stessero raccolti in quel punto. Fu invasa da un vago sospetto, e cedendo alla forte inclinazione che lo svegliava, s’avvicinò un po’ più; non camminando, però allo scoperto, ma strisciando pian piano a canto alla siepe.
A questo modo giunse a pochi passi di distanza dal fuoco, e rimanendo nascosta da un po’ di alberelli, potè vedere e sentire, senza molto rischio d’essere osservata.
Non v’erano donne o bambini, come aveva avuto occasione di osservare nelle sue peregrinazioni in altri accampamenti di zingari; c’era un unico zingaro: un uomo di statura atletica, che se ne stava con le braccia incrociate, appoggiato contro un albero a piccola distanza, e guardava ora il fuoco e ora, di sotto le ciglia nere, gli altri tre uomini presenti, mostrando un vivo interesse, che riusciva quasi a dissimulare, alla loro conversazione. Uno dei tre uomini era il nonno; negli altri due ella riconobbe quelli che avevano giocato a carte col nonno nella malaugurata sera del temporale. L’uno, quello che si chiamava Isacco List, e l’altro il suo burbero compagno. Una bassa tenda zingaresca ad arco, in uso presso quella gente, era rizzata lì presso, ma o sembrava o era realmente vuota.
– E così, ve ne andate? – disse l’uomo grosso, levando gli occhi da terra, dove se ne stava sdraiato, in viso al nonno di lei. – Avevate tanta fretta un momento fa. Andatevene, se vi piace. Il padrone siete voi, credo.
– Non lo tormentare – rispose Isacco List, che era acquattato come una rana dall’altra parte del fuoco, e s’era così atteggiato che sembrava lanciasse guardate losche da per tutto; – egli non ti voleva offendere.
– Voi mi spogliate, mi saccheggiate, e poi mi pigliate in giro – disse il vecchio, volgendosi dall’un all’altro. – Mi volete far diventar matto.
La manifesta incertezza e la debolezza di quel bambino dai capelli grigi, messa a raffronto degli sguardi scaltri e acuti di quelli nelle cui mani egli si trovava, chiuse dolorosamente il cuore della piccola ascoltatrice. Ma ella si fece forza per vedere tutto ciò che avveniva, e notare ogni sguardo e ogni parola.
– Che Iddio vi maledica, che volete dire? – disse l’omaccione, levandosi un poco, e puntellandosi su un gomito. – Spogliarvi! Non ci spogliereste voi, se poteste, no? Ecco come siete voi, giocatori piagnucolosi e miserabili. Quando perdete siete martiri; ma non mi sembra che quando vincete, consideriate allo stesso modo chi ha perso. Quanto a saccheggiare – aggiunse levando la voce – …per l’inferno, che intendete dire con una parola così poco a proposito fra persone onorate come saccheggiare, eh?
L’oratore s’era allungato di nuovo tutto quanto, e diede un paio di calci irosi, come per rinforzare l’espressione della sua enorme indignazione. Era assolutamente chiaro che lui faceva il gradasso, e il suo amico il paciere, per un loro particolare disegno; o meglio, sarebbe stato chiaro per tutti, tranne che per quel debole vecchio; perchè essi si scambiavano delle non dubbie occhiate, l’uno con l’altro e con lo zingaro, il quale sorrideva approvando il giuoco, e mostrando il bianco dei denti.
Il vecchio rimase smarrito fra loro per un po’ e poi disse, volgendosi al suo assalitore:
– Siete stato proprio voi che avete parlato poco fa di saccheggio. Non vi adirate tanto. Siete stato voi o non siete stato voi?
– Non di saccheggio nella compagnia qui presente! C’è l’onore fra… fra gentiluomini, bello mio – rispose l’altro, che parve stesse lì lì per dare un termine brusco alla sentenza.
– Non essere così aggressivo, Jowl, – disse Isacco List. – Egli è pentito d’averti offeso. Su… continua a dire ciò che stavi dicendo… continua.
– Io ho il cuore d’un agnello, io – disse Jowl, – a starmene qui all’età mia a dar consigli, sapendo che non saranno seguiti, e non ne caverò altro che ingiurie per la pena che mi son data. Ma così m’è avvenuto sempre. L’esperienza non ha saputo mai frenare la mia generosità.
– Ma se ti dico che è pentito, capisci – protestò Isacco List – e che egli desidera che tu continui.
– Lo desidera? – disse l’altro.
– Sì – gemè il vecchio, sedendosi in terra e dondolandosi dall’uno all’altro lato. – Continuate, continuate. Invano tento di resistere; non posso; continuate.
– Ripiglio allora – disse Jowl – dove ho lasciato, quando siete balzato in piedi. Siete persuaso che finalmente la fortuna debba cambiare, come deve indubbiamente, e se trovate che non avete mezzi sufficienti per tentarla (e si tratta proprio di questo, perchè lo sapete da voi che non avete neppure i fondi da giocare per tutta una serata), ricorrete a ciò che sembra vi sia stato messo dinanzi a bella posta. Pigliate a imprestito, vi dico, e quando potrete, pagherete il debito.
– Certo – interruppe Isacco. – Se quella buona signora che tiene il museo di cera ha del denaro, e lo custodisce in una cassetta di ferro quando se ne va a letto, e non chiude la porta per paura d’incendi, la cosa è semplicissima; è la mano della Provvidenza, direi… se non fossi stato allevato religiosamente.
– Vedi, Isacco – disse l’amico facendosi più avido e avvicinandosi ancor più al vecchio, mentre faceva segno allo zingaro di non intervenire; – vedi, Isacco, estranei entrano ed escono a tutte le ore del giorno; nulla sarebbe più verosimile che qualcuno di questi estranei si mettesse sotto il letto di quella brava donna, o si chiudesse nella credenza; i sospetti avrebbero un campo vastissimo, e senza dubbio, andrebbero a cadere molto lontano dal segno. Io gli darei la rivincita fino all’ultimo centesimo ch’egli portasse, per qualunque somma.
– Ma lo puoi? – sollecitò Isacco List. – Il tuo banco è abbastanza forte?
– Abbastanza forte! – rispose l’altro, che finse dello sdegno. – Tu, caro, va’ a tirarmi il morto dalla paglia
L’invito era diretto allo zingaro, che entrò carponi nella tenda, e, dopo aver frugato tra un gran fruscio, tornò fuori con uno scrigno, che fu aperto, con una chiave che cavò di tasca, dall’uomo che aveva parlato.
– Vedi queste? – egli disse, raccogliendo in mano le monete e lasciandole ricadere nello scrigno, di fra le dita, come fossero acqua. – Lo senti il suono dell’oro? Allora, va’ a riporlo… e non parlare più di banchi, Isacco, finchè non ne avrai uno anche tu…
Isacco List, con grande umiltà, apparentemente, protestò di non aver mai dubitato del credito d’una persona così nota in fatto di onestà commerciale, come il signor Jowl, e che egli aveva desiderato la presentazione dello scrigno, non per la soddisfazione d’un dubbio, perchè non ne aveva mai avuto neppur l’ombra, ma col semplice scopo di bearsi alla vista di tanta ricchezza: cosa che se alcuni potevano giudicare un piacere futile, era invece per lui una fonte d’estrema delizia, la quale non poteva esser sorpassata che dal fatto d’aver il denaro in sicuro deposito nelle proprie tasche. Benchè il signor List e il signor Jowl dialogassero fra di loro, era notevole che entrambi osservavano attentamente il vecchio, il quale, con gli occhi fissi al fuoco, pur stando in atteggiamento meditabondo, ascoltava avidamente, come si rilevava da un certo involontario movimento della testa, o di tanto in tanto dalla contrazione del viso, tutto quello ch’essi dicevano.
– Il mio consiglio – disse Jowl, sdraiandosi in aria spensierata – è chiaro… l’ho dato infatti. Io mi comporto da amico. Perchè dovrei insegnare a una persona il mezzo di guadagnare tutto quello che so, se non la considerassi amica? È da sciocchi, forse, curarsi del bene degli altri, ma questo è il mio carattere, e io non posso togliermelo; così non dir male di me, Isacco List.
– Dir male di te, io! – rispose la persona apostrofata. – Neanche per sogno, caro. Mi piacerebbe di poter essere generoso come te, e come tu dici, egli potrebbe pagare il debito se vincesse… e se perdesse…
– Non serve considerare questa probabilità. Ma dato che perdesse (e nulla è meno probabile, a giudicare da quanto so delle vicende del giuoco), ebbene, è meglio perdere il denaro altrui che il proprio, no?
– Oh! – esclamò Isacco List in estasi. – Il piacere di vincere! Il piacere di raccogliere il denaro… gli occhietti gialli e lucenti… e cacciarseli in tasca! La gioia di riportare finalmente un trionfo, e di pensare di non essersi fermato a mezza via, ma di essergli andato incontro! La… ma non ve n’andate, caro signore?
– Me ne andrò – disse il vecchio, che s’era levato e aveva dato due o tre passi in fretta, tornando poi indietro con la stessa fretta. – Sarà mio, fino all’ultimo centesimo.
– Bene, così mi piace! – esclamò Isacco, saltando in piedi, e picchiandogli la spalla. – E vi ammiro per tutto il vostro fervore giovanile. Ah, ah, ah! Giuseppe Jowl ora sarà pentito d’avervi consigliato. Rideremo bene di lui. Ah, ah, ah!
– Egli mi dà la rivincita, badate – disse il vecchio, levando verso Jowl la mano incartapecorita. – Badate… egli tiene sempre banco contro le mie puntate fino all’ultima moneta contenuta nello scrigno, siano molte o poche. Ricordate le mie parole.
– Sono testimone io – rispose Isacco, – e curerò che tutto si svolga regolarmente.
– Ho dato la mia parola – disse Jowl con simulata riluttanza – e la manterrò. Quando avrà luogo questa sfida? Vorrei che fosse già avvenuta… Stasera?
– Debbo aver prima il denaro – disse il vecchio; – e posso averlo soltanto domani…
– E perchè stasera no? – sollecitò Jowl.
– È tardi ora, e io sarei agitato e confuso – disse il vecchio. – Si deve fare con cautela. No, domani sera.
– E allora sia per domani – disse Jowl. – Un dito di qualche cosa? Felicità al testimone. Mesci?
Lo zingaro presentò tre ciotole di stagno, e le riempì fino all’orlo di acquavite. Il vecchio si voltò da parte e mormorò qualcosa fra sè, prima di bere. L’ascoltatrice sentì pronunziare il suo nome con un augurio così fervido, che sembrava formulato dal nonno in una preghiera straziante.
– Dio ci sia misericordioso e ci aiuti in quest’opera di pericolo! – esclamò la fanciulla. – Che farò per salvarlo?
Il resto della conversazione si svolse in un tono di voce più basso, e fu abbastanza conciso. Si trattò semplicemente dell’esecuzione del progetto, e delle miglior precauzioni per deviare i sospetti. Il vecchio allora strinse la mano ai suoi tentatori, e se n’andò.
Essi seguirono con gli occhi la persona incurvata vacillante che s’allontanava pian piano, e, quando quella volse la testa a guardare indietro, cosa che fece più volte, agitarono verso di essa le mani e le gridarono delle brevi esortazioni. Non fu che quando l’ebbero veduta a grado a grado divenire una semplice macchia sulla strada lontana, che si guardarono in viso, e si arrischiarono a ridere rumorosamente.
– Così – disse Jowl, scaldandosi le mani al fuoco – finalmente è fatta. Per persuaderlo c’è voluto più fiato di quel che credevo. È da tre settimane, che gli abbiamo messo questa idea in testa. Quanto credete che porterà?
– Tutto quel che porta ce lo divideremo a metà – rispose Isacco List.
L’altro acconsentì con un cenno del capo. – Dobbiamo cercare di sbrigarci – egli disse – e poi interrompere la sua conoscenza, per non dare il minimo motivo a sospetti. La parola d’ordine è: “Attenzione”.
List e lo zingaro approvarono. Quando tutti e tre si furono divertiti un po’ con l’infatuazione della loro vittima, abbandonarono quell’argomento, che era stato già abbastanza discusso, e cominciarono a parlare in un gergo che la fanciulla non comprendeva. Ma siccome sembrava che la loro conversazione versasse su un oggetto che li interessava grandemente, ella giudicò che quello fosse il momento di allontanarsi inosservata; e via si mosse a passi cauti e lenti, tenendosi nell’ombra delle siepi, o attraversandole e calandosi in qualche fosso asciutto, finchè non potè sbucar sulla strada in un punto fin dove la loro vista non giungeva. Poi si mise a correre verso casa con la maggiore rapidità possibile, lacera e sanguinante per le ferite delle spine e dei rovi, ma più lacera di spirito, e giunta in camera sua si gettò sul letto agitatissima.
La prima idea che le traversò la mente fu la fuga, la fuga immediata; trascinare il nonno via da quel luogo, e piuttosto morir di fame sulla strada, che esporlo un’altra volta a tali terribili tentazioni. Poi, ricordò che il delitto non doveva esser commesso che la sera appresso, e che quindi v’era il tempo intermedio per pensare e decidere sul da fare. Poi fu assalita da una terribile paura: che, chi sa, egli stesse commettendo il furto in quel momento; dal terrore di udir delle grida e degli urli che rompessero il silenzio della notte; dalla tremenda idea di ciò che egli avrebbe potuto tentare di fare, di ciò che avrebbe potuto essere indotto a fare, se fosse stato côlto in flagrante, e si fosse trovato a lottare semplicemente con una donna. Era impossibile sopportare una tortura simile. Ma si diresse pian piano alla stanza dov’era il denaro, aprì la porta, e guardò nell’interno. Dio sia lodato! Lui non c’era, e la signora Jarley dormiva profondamente.
Ella ritornò nella sua stanza e tentò d’apparecchiarsi per mettersi a letto. Ma come dormire?… Come distendersi passivamente, torturata da tali terrori? Essi la laceravano con forza sempre maggiore. Semivestita, e coi capelli scarmigliati, corse accanto al letto del vecchio, lo afferrò per un polso, e lo destò dal sonno.
– Che c’è? – egli esclamò, balzando a sedere, fissando gli occhi sul viso spettrale della fanciulla.
– Ho fatto un terribile sogno – ella disse, con una energia che solo il suo grande terrore poteva infonderle. – Un terribile, un orribile sogno. L’ho avuto un’altra volta tempo fa. Un sogno di uomini dalla testa grigia come te, che derubavano del loro denaro gli addormentati nelle stanze buie. Su, su!
Il vecchio si sentì scosso in ogni articolazione, e incrociò le mani come se pregasse.
– Non per me – disse la fanciulla – non per me.. Che il Cielo ci salvi da simili azioni. È un sogno d’un realtà spaventosa. Io non posso dormire, non posso star qui. Non posso lasciarti solo sotto un tetto dove si hanno simili sogni. Su! Dobbiamo fuggire.
Egli la guardò come se fosse uno spettro – e poteva essere, perchè ella aveva uno sguardo di risuscitata – e si mise a tremare maggiormente.
– Non c’è tempo da perdere, non attenderò un minuto – disse la fanciulla. – Su! Via, vieni con me!
– Stanotte? – mormorò il vecchio.
– Sì, stanotte! – rispose la fanciulla. – Domani sarà troppo tardi. Si sarà fatto un’altra volta il sogno. Soltanto la fuga può salvarci. Su!
Il vecchio si levò dal letto, la fronte stillante del sudor freddo della paura, e, chinandosi innanzi alla fanciulla come se ella fosse stata un angelo messaggero mandato a guidarlo, si preparò a seguirla. Ella lo prese per mano e s’avviò. Mentre passavano innanzi alla porta della camera ch’egli s’era proposto di derubare, la fanciulla rabbrividì e guardò in faccia il nonno. Che faccia sbiancata egli aveva, e con quale sguardo sostenne quello di lei!
Lo condusse quindi nell’altra camera, nella sua, e, sempre tenendolo per mano, come se temesse di perderlo per un istante, raccolse quel po’ di roba che aveva, e si mise il panierino al braccio. Il vecchio prese la sua borsa dalle mani di lei, e se la mise a tracolla – il bastone, anche, ch’ella non aveva dimenticato e quindi uscirono.
Per le anguste vie, per le tortuose straducole del suburbio, trascorsero rapidamente con passi tremanti. Si arrampicarono anche affannosamente per la collina, coronata dal vecchio castello grigio, senza volgersi una sola volta a guardare indietro.
Come arrivarono più da presso alle mura mentre la luna si levava in tutta la sua nobile gloria, la fanciulla, da quelle reliquie d’un’antica età, inghirlandate di edera, di musco e di erba ondeggiante, si voltò a guardare sulla città dormente, rannicchiata nell’ombra della valle, e sul fiume lontano col suo serpeggiante corso di luce, e sulle colline distanti; e in quell’atto strinse la mano ch’essa teneva, con minor fermezza, e, scoppiando in pianto, s’abbandonò sul petto del nonno.

VI.

Superata quella momentanea debolezza, la fanciulla si richiamò alla risoluzione che l’aveva fino a quel momento sostenuta, e, sforzandosi di tenersi ferma al suo scopo con l’idea ch’essi fuggivano lontano dalla vergogna e dal delitto, e che solo dalla tenacia sua doveva dipendere la salvezza del nonno, senza speranza di una parola di consiglio altrui o d’aiuto d’altra mano, sollecitò il vecchio a muoversi, e non si voltò più a guardare.
Mentre egli, soggiogato e umiliato, sembrava rannicchiarsi innanzi a lei, e contrarsi e abbassarsi come al cospetto d’una creatura superiore, la stessa fanciulla si accorse della presenza d’un nuovo sentimento in lei, che sublimava la sua natura e le infondeva un’energia e una fiducia non mai conosciuta. Ogni responsabilità non si divideva più ora: l’intero carico delle loro due vite ricadeva su di lei, e quindi prima di tutto doveva pensare e operar lei per tutti e due. “Io l’ho salvato”, pensava. “In tutti i pericoli e le angustie, non lo dimenticherò”.
In altre circostanze, il ricordo d’aver abbandonata l’amica che s’era mostrata con loro di tanta famigliare bontà, senza una parola di giustificazione; il pensiero che essi fossero colpevoli, in apparenza, di tradimento e di ingratitudine, ed anche l’essersi allontanata dalle due sorelle, l’avrebbero riempita di tristezza e di rimpianto. Ma in quel momento, tutte le altre considerazioni si perdevano nelle nuove incertezze e nelle ansie dell’inizio d’un nuovo triste periodo di peregrinazioni; e la stessa disperazione della loro condizione la eccitava e la stimolava.
Nel pallido chiarore della luna, che le dava un po’ del suo languore, il viso delicato dove le cure pensose s’erano già fuse con l’attraente grazia e l’avvenenza della giovinezza, l’occhio troppo lucente, la testa intelligente, le labbra che si stringevano con tanta risoluzione e coraggio, la snella figura salda nel suo contegno e pure così debole, tutto narrava tacitamente la storia di Nella; ma la diceva solo al vento che stormiva da presso, il quale, raccogliendo quel carico, portava forse al guanciale di qualche madre incerti sogni di un’adolescenza scolorita nel suo fiorire o addormentata nel sonno che non conosce risvegli.
La notte trascorreva rapidamente, la luna tramontava, le stelle diventavano pallide e scure, e la mattina, fredda com’esse, s’avvicinava lentamente. Poi, di dietro un colle lontano, si levò il sole magnifico, cacciandosi dinanzi le brume in forme spettrali e fantastiche, spazzandone la terra fino all’ora delle nuove tenebre. Quando l’astro del giorno fu salito più alto nel cielo, e vi fu del calore nei suoi lieti raggi, il vecchio e la fanciulla si stesero in terra a dormire su una riva, da presso a un canale.
Ma Nella continuò a stringere il braccio del vecchio e dopo lungo tempo ch’egli dormiva profondamente, stava ancora a vegliarlo con occhi instancabili. Infine, poi, la spossatezza la vinse; la stretta con cui lo teneva si allentò, si rafforzò, s’allentò di nuovo, ed ella s’addormentò accanto al vecchio.
Un confuso suono di voci, che si mischiò coi suoi sogni, svegliò la fanciulla. Un uomo dall’aspetto grossolano e rude era chinato su di loro, e due suoi compagni stavano a guardare da un lungo pesante barcone che s’era accostato alla sponda sulla quale s’erano addormentati. Il barcone non aveva nè remi, nè vele, era tirato con l’alzaia da due cavalli fermi sul sentiero lungo la riva, mentre la fune penzolante era immersa nell’acqua.
– Ehi! – disse rozzamente l’uomo. – Che cosa succede, eh?
– Ci eravamo addormentati – disse Nella. – Abbiamo camminato tutta la notte.
– Strano che due viaggiatori simili vadano camminando di notte – osservò la persona che s’era avvicinata prima. – Uno di voi è un po’ troppo vecchio per una fatica simile, e l’altra un po’ troppo giovane. Dove andate?
Nella balbettò, e indicò a caso l’occidente. E allora l’uomo domandò se ella intendesse una certa città, di cui egli fece il nome. Nella, per evitare altre domande, disse: – Sì, là.
– Di dove venite? – quegli continuò a domandare. E a questo, essendo più facile rispondere, Nella menzionò il nome del villaggio nel quale dimorava il maestro di scuola loro amico, perchè probabilmente era poco noto, e non avrebbe dato motivo a nuove domande.
– Credevo che qualcuno v’avesse derubati e maltrattati – disse l’uomo. – Ecco tutto. Buon giorno.
Rispondendo a quel saluto, e sentendosi molto sollevata dalla partenza del curioso, Nella lo seguì con lo sguardo, mentre egli montava su uno dei due cavalli, e il barcone cominciava a muoversi. Non era arrivato molto lontano, che si fermò di nuovo, ed essa vide i barcaioli farle cenno.
– Volete me? – disse Nella, correndo verso di loro.
– Se non vi dispiace di venir con noi, potete – rispose uno di quelli nel barcone. – Noi siamo diretti allo stesso luogo.
La fanciulla esitò un momento. Pensando, come aveva pensato con gran trepidazione più di una volta prima, che gli uomini che aveva veduto col nonno, potessero, per l’avidità del bottino, inseguirli e riacquistare la loro influenza su di lui, annullando ogni sforzo fatto da lei; e che, se invece fossero andati coi barcaioli, ogni traccia del nuovo viaggio intrapreso si sarebbe indubbiamente perduta in quel punto, determinò di accettare l’offerta. Il barcone si accostò di nuovo alla riva, e prima ch’ella potesse aver altro tempo a riflettere, lei e il nonno erano già stabiliti a bordo, e scivolavano lentamente già per il canale.
Il sole splendeva lieto sull’acqua lucente, che a volte scorreva sotto l’ombra degli alberi, e a volte all’aperto, in un’estesa campagna, intersecata da ruscelli, ornata di colline boscose, di terreno coltivato e di casolari ombreggiati. Di quando in quando un villaggio, col suo modesto campanile, i suoi tetti di paglia, e i suoi comignoli, s’affacciava fra un gruppo d’alberi; e, più di una volta, appariva una città lontana con delle grandi cupole e torri appena distinte nella bruma, con delle grosse fabbriche e officine alte sui gruppi di case; città che rimanendo a lungo sullo sfondo, avvertiva i fuggitivi della lentezza del loro viaggio. Il loro percorso si estendeva in gran parte attraverso terreni bassi e vaste pianure; e meno la vista di luoghi lontani, e di tanto tanto quella di qualche contadino che lavorava nei campi o di qualcuno che si fermava sui ponti a guardar passare di sotto il barcone, nulla turbava la monotonia del loro viaggio eterno e solitario.
Quando, verso sera, sostarono a una specie di molo, Nella fu piuttosto scoraggiata, apprendendo da uno barcaioli che non sarebbero giunti a destinazione che il giorno appresso, e che, se lei non portava qualche provvista, avrebbe fatto bene a comprarsi qualcosa. A lei non rimanevano che pochi centesimi, avendo già loro comprato un po’ di pane; ma era necessario aver cura di quell’inezia, perchè lei e il nonno erano trasportati in un luogo assolutamente sconosciuto, e non potevano contare su alcuna risorsa. Un po’ di pane con un pezzo di formaggio, perciò, fu tutto quello che potè comperare, e col pane e col formaggio risalì a bordo, e, dopo un’ora di fermata, durante la quale i barcaioli erano andati a bere nell’osteria, ripresero il viaggio.
I barcaioli portarono con loro a bordo della birra e dei liquori, e fra l’aver bevuto già largamente prima e il continuare a bere dopo, tosto si misero sulla via d’essere litigiosi e ubbriachi. Evitando, perciò, la piccola cabina, che era molto buia e sudicia, e nella quale avevano invitato spesso lei e il nonno, Nella se ne stava all’aperto col vecchio a fianco, ascoltando i loro ospiti rumorosi con un gran palpito di cuore, e quasi augurandosi d’esser di nuovo sulla sponda, anche se avesse dovuto camminare tutta la notte.
I barcaioli erano, in verità, rudi e chiassosi, e fra loro assolutamente brutali, benchè si mostrassero abbastanza cortesi verso i due passeggeri. Così quando scoppiò un litigio fra quello che era al timone e l’altro che era nella cabina, sulla questione di chi fosse stato il primo a pensare alla convenienza di offrire della birra a Nella, e quando la disputa degenerò in una zuffa in cui i due s’accapigliaron terribilmente, fra il massimo sgomento di lei, nè l’uno nè l’altro se la pigliò con Nella, ma ciascuno si contentò di sfogarsi sull’avversario, sul quale, per giunta ai colpi, riversò una varietà di complimenti, che, fortunatamente per la fanciulla, erano espressi in termini per lei assolutamente inintelligibili. La lotta finalmente si chiuse quando l’uomo che s’era slanciato fuori della cabina v’ebbe cacciato l’altro a viva forza per la testa; dopo, prese in mano il timone senza mostrare il minimo sconcerto o darne alcuno all’amico, il quale, essendo d’una tempra tollerabilmente forte e abituato a tali inezie, s’addormentò così come stava, con i tacchi all’insù e dopo un paio di minuti a un di presso russava come un trombone.
A quell’ora di nuovo s’era fatto notte, e benchè la fanciulla sentisse freddo, non avendo addosso che pochi panni leggeri, il suo pensiero ansioso, lungi dall’indugiarsi sulle proprie sofferenze e sui propri disagi, si affannava a cercar qualche mezzo per provvedere alla loro sussistenza comune. Lo stesso spirito che l’aveva corroborata nella notte precedente, la manteneva e la sosteneva in quell’ora. Il nonno giaceva addormentato in sicurezza al suo fianco, e il delitto al quale lo spingevano gl’impulsi della follia, non era stato commesso. Questo era il conforto della fanciulla.
Come tutti i particolari della sua breve, avventurosa vita, le s’affollavano in mente, mentre continuavano ad andare! Leggeri incidenti, ai quali non aveva mai pensato e che non aveva più ricordato; visi veduti una volta sola e poi assolutamente dimenticati; parole, alle quali appena aveva dato ascolto nel momento ch’erano state pronunziate; scene dell’anno innanzi e quelle di ieri, che s’intrecciavano e confondevano insieme; luoghi familiari che sorgevano nell’oscurità da oggetti che, visti da vicino, erano assolutamente diversi, assolutamente dissimili da quelli la lei immaginati; talvolta in mente una strana confusione d’idee relativamente alla ragione che la faceva trovare in quel punto, e relativa al luogo dove erano diretti, e alle persone con cui stava. L’immaginazione le suggeriva osservazioni e domande che le sonavano così distinte all’udito, da farla balzare e voltare, e quasi sentirsi tentata a rispondere; tutte le fantasie e le contraddizioni comuni alla veglia e all’eccitazione pei mutamenti di luoghi assediavano la fanciulla continuamente.
Le accadde, mentre era così occupata, d’incontrare la faccia dell’uomo sopra coperta, nel quale alla fase sentimentale dell’ubbriachezza era seguita quella più clamorosa. Egli, togliendosi di bocca una pipetta, tutta avvolta di spago perchè potesse durare più a lungo, chiese alla fanciulla di fargli il piacere di cantare.
– Tu hai una bella voce, dei begli occhi vellutati e una forte memoria – disse quel galantuomo: – per gli occhi e la voce, ho già le prove; e per la memoria è una mia opinione. E io non ho mai torto. Canta subito una canzone.
– Non credo di saperne – rispose Nella.
– Tu sai quarantasette canzoni – disse l’altro, con una gravità che non ammetteva contraddizioni. – Tu ne sai quarantasette. Fammene sentire una… la migliore.. Mettiti subito a cantare.
Non sapendo quale potesse essere la conseguenza a irritar l’amico, e tremando per il timore di farlo, la povera Nella gli cantò un’arietta appresa in giorni più felici, la quale piacque tanto al barcaiolo che alla fine, egli, nella stessa maniera perentoria, ne chiese un’altra, e poi si compiacque d’accompagnarla con un coro senza un tono preciso e senza parole, ma che compensava ampiamente con una sbalorditiva energia tutte le sue deficienze per altri rispetti. Lo strepito di quell’esecuzione vocale svegliò l’altro barcaiolo, il quale avanzando barcolloni in coperta e stringendo la mano al recente avversario, giurò che il canto era l’unico suo orgoglio, l’unica sua gioia, la massima sua delizia, e il suo divertimento preferito. A un terzo invito, più imperativo dei due precedenti, Nella si vide costretta a obbedire, e quella volta il coro fu sostenuto non solo dalla forza alleata dei due barcaioli, ma anche dal terzo uomo che procedeva a cavallo, il quale impedito per la sua posizione dal partecipare più direttamente alle orge della notte, schiamazzava quando i compagni schiamazzavano, e lacerava perfino l’aria. In questo modo, appena con qualche pausa, e ripetendo sempre le stesse canzoni, la stanca ed esausta fanciulla li tenne allegri tutta la notte; e molti abitanti delle casette dei dintorni, svegliati nel loro pacifico sonno da quel coro stonato fluttuante sui venti, ficcavano il capo sotto le coltri, atterriti da tanto baccano.
Finalmente spuntò l’alba. Apparve appena la luce, che cominciò a piovere forte. Siccome la fanciulla non poteva resistere al tremendo lezzo della cabina, i barcaioli la coprirono, in compenso per le sue fatiche, con qualche pezzo di vela e alcuni brandelli di tela cerata, che riuscirono a tenerla abbastanza asciutta e a riparare anche il nonno. Ma più il giorno si faceva chiaro e più la pioggia aumentava. A mezzogiorno si riversò più disperata e più impetuosa che mai, senza la minima speranza di sosta.
Per qualche tempo s’erano andati avvicinando pian piano al luogo verso il quale erano diretti. L’acqua era diventata più grave e più sudicia; altri barconi, che venivano in senso contrario, passavano da presso di frequente; sentieri di scorie di carbone e baracche di mattoni indicavano la vicinanza di qualche grande città manifatturiera; mentre delle vie e delle case sparse e il fumo di fornaci lontane designavano che s’era già nei suburbi. Poi, i tetti più aggruppati, e le fondamenta degli edifici, scosse dal lavoro delle macchine e dal rumor confuso del loro cigolio e delle loro pulsazioni; gli alti fumaioli che vomitavano vapor nero e lo spargevano sui tetti in una densa nuvola male olente, oscurando l’aria; il clangore dei martelli che picchiavano sul ferro, e il trambusto delle vie piene di traffico e della folla rumorosa, trambusto che aumentò gradatamente finchè tutti i varî suoni si fusero in uno e nessuno si distinse più fra gli altri, annunciarono la fine del viaggio.
Il barcone galleggiava contro il molo che aveva cercato nel viaggio. I barcaioli si misero subito al loro lavoro. La fanciulla e il nonno, dopo aver aspettato invano per ringraziarli e domandar loro dove andare, sboccarono per un sudicio vicolo in una via affollata, e rimasero, in quello strepito, in quel tumulto e sotto la pioggia che imperversava, così estranei, confusi e sconvolti, che si sarebbe detto avessero vissuto un millennio prima, e, risuscitati dalla morte, stessero confitti lì per incantesimo.

VII.

La calca passava frettolosa in due correnti opposte, con nessun indizio di sosta o di fine. Tutti erano intenti ai loro affari particolari, e nessuno appariva disturbato dagli altri, o dallo strepito dei carri e dei furgoni carichi di merce rumorosa, dallo scalpitìo dei cavalli che scivolavano sul lastricato umido e sdrucciolevole, dal picchiettìo della pioggia contro le finestre e sugli ombrelli, dagli urti dei passanti più impazienti e dal tumulto di una via affollata nell’ora della sua massima febbre commerciale; mentre i due poveri pellegrini, storditi e sbalorditi dalla fretta ch’essi osservavano e non li toccava, continuavano a guardare con gli occhi pieni di tristezza sentendo, tra la folla, una solitudine che non ha riscontro che nella sete del marinaio naufragato, il quale, sballottato dalle onde d’un oceano furioso, gli occhi arrossati e accecati dalla vista continua dell’acqua che lo circonda da ogni lato, non ne ha neppure una goccia che gli rinfreschi la gola arsa e disseccata.
Essi si ritrassero sotto un’arcata bassa per ripararsi dalla pioggia, e si misero a osservare i visi di quelli che passavano, per trovarne uno che mostrasse un raggio di incoraggiamento e di speranza. Alcuni erano accigliati, altri sorridevano, altri andavano mormorando qualche cosa, con qualche piccolo gesto, come anticipando una conversazione imminente; altri avevano lo sguardo scaltro delle contrattazioni insidiose; altri le impronte dell’ansia e dell’avidità; e altri procedevano lenti e gravi; in alcune fisionomie era scritto guadagno, e in altre perdita. Starsene cheti in quel punto, a passare in rassegna i visi che vi facevano la loro fuggevole apparizione, era come entrare nella confidenza di tutta quella gente. Nei luoghi d’affari, dove ciascuno persegue un suo scopo, ed è certo che ogni altro persegue il proprio, si può veder scritto chiaramente sul volto di tutti i varî caratteri e i varî disegni particolari. Nelle passeggiate pubbliche e nei luoghi di divertimento d’una città, la gente va per vedere e per esser veduta, e la stessa espressione, con piccole differenze, è ripetuta centinaia di volte. I volti dei giorni di lavoro s’avvicinano più al vero, e lo lasciano trasparire più distintamente.
Cadendo in quella specie di distrazione che è prodotta da una simile solitudine, la fanciulla continuò a guardare sulla folla dei passanti con un interesse pieno di curiosità, che quasi equivaleva all’oblio temporaneo della propria condizione. Ma il freddo, l’umido, la fame, il bisogno di riposo, la mancanza di un luogo pur che fosse su cui posare la testa dolente, tosto ridestò in lei il desiderio di ritornare al punto donde avevano deviato.
Non passava nessuno che sembrasse accorgersi di loro, o al quale essi osassero di rivolgersi. Dopo qualche tempo, lasciarono quel luogo che li riparava dalla pioggia, e si confusero nella folla.
Si fece sera. Camminavano ancora su e giù, con meno gente intorno, ma con lo stesso senso di solitudine in loro e la stessa indifferenza tutta all’ingiro. I lumi nelle vie e nelle botteghe diedero loro il senso d’una desolazione maggiore, perchè con quei lumi sembrava che la notte e l’oscurità calassero più presto. Rabbrividendo dal freddo e dall’umido, le membra spossate e l’animo infranto, alla fanciulla soltanto per trascinarsi innanzi era necessaria la massima forza di risoluzione.
Perchè erano mai andati in quella città rumorosa, quando v’erano dei tranquilli luoghi in campagna, ove, almeno, avrebbero potuto sentir fame e sete con minore sofferenza che in quella indifferente moltitudine? In quella città, essi non rappresentavano che un atomo del monte di miserie, la cui vista non faceva che aumentare la loro disperazione e i loro tormenti.
La fanciulla doveva non soltanto sopportare le molte durezze della loro condizione desolata, ma sottostare ai rimproveri del nonno, che cominciò a mormorare per essere stato strappato a viva forza dalla loro ultima dimora, e a chiedere di ritornarvi. Non avendo più un centesimo, e nessun sollievo o speranza di sollievo in vista, ritornarono sui loro passi per le vie deserte, e si diressero al molo, sperando di trovarvi il barcone con cui erano arrivati e ottenere il permesso di dormirvi per la notte. Ma rimasero delusi, perchè il cancello era chiuso, e dei cani feroci, abbaiando al loro avvicinarsi, li costrinsero ad allontanarsi.
– Dobbiamo dormire all’aria aperta, stasera, nonno, – disse la fanciulla con debole voce, incamminandosi dopo quell’ultima ripulsa; – e domani ce n’andremo, chiedendo l’elemosina, in qualche parte tranquilla della campagna, per tentar di guadagnarci il pane con un modesto lavoro.
– Perchè m’hai condotto qui? – rispose il vecchio, iroso. – Io odio queste vie che non finiscono mai. Noi stavamo in un luogo tranquillo. Perchè mi hai costretto a lasciarlo?
– Perchè non voglio avere più quel sogno che ti ho narrato – disse la fanciulla, con una momentanea fermezza che si sciolse in lagrime; – e noi dobbiamo vivere fra povera gente, altrimenti lo avrò di nuovo. Caro, nonno, tu sei vecchio e debole, lo so; ma guardami. Non mi lagnerò, se non mi guardi, ma anch’io soffro.
– Ah, povera orfana, errante e senza tetto! – esclamò il vecchio, torcendosi le mani e guardando, come se lo facesse la prima volta, il viso ansioso della fanciulla, le sue vesti insudiciate dal viaggio, e i suoi piedi contusi e gonfi. – A questo t’ha portata la mia infinita tenerezza! Com’ero felice una volta, e per essa ho perduto tutta la mia felicità!
– Se ora fossimo in campagna – disse la fanciulla fingendo d’essere allegra, mentre continuavano a camminare per cercare un rifugio – troveremmo qualche bello e grosso albero, che spanderebbe verso di noi le sue verdi braccia come per salutarci, e stormirebbe e ci farebbe cenno di addormentarsi ai suoi piedi, vegliandoci nel nostro sonno. Piacendo a Dio, in campagna andremo presto… domani o al più tardi posdomani… intanto pensiamo, caro, che abbiamo fatto bene a venir qui perchè siamo perduti nella folla e nel trambusto della città, e se qualche cattivo dovesse perseguitarci non ci saprebbe scovare. È una consolazione, questa. Ed ecco un buon androne… molto buio, ma asciutto e caldo anche, perchè il vento non ci soffia… Che cos’è?
Cacciando un grido soffocato, ella si ritrasse innanzi a un’ombra nera, che balzò a un tratto dal buio recesso nel quale stavano per rifugiarsi e si fermò a guardarli.
– Parlate ancora – disse l’ombra: – mi sembra di conoscere codesta voce.
– No – rispose timidamente la fanciulla: – siamo forestieri, e non avendo denaro per cercarci un alloggio, avevamo l’intenzione di riposarci qui.
Non molto distante v’era una fioca lampada, l’unica di quel luogo, che era una specie di cortile quadrato, ma bastava a mostrare come fosse povero e squallido. Sotto la lampada, l’ombra fece cenno ai due d’avvicinarsi, andandoci essa stessa come per mostrare che non aveva alcuna voglia di nascondersi e non covava cattivi disegni.
La figura era quella d’un uomo miseramente vestito e sudicio di fuliggine, la quale, forse per il contrasto della pelle del viso, lo faceva parere più pallido di quanto in realtà fosse. Attestavano sufficientemente ch’egli era naturalmente pallido e sbiancato, le guance cave, i lineamenti aguzzi, gli occhi affondati, non meno che un certo sguardo di paziente sopportazione. Aveva la voce rauca, ma non brutale; e benchè il viso, con i tratti già menzionati, fosse ombreggiato da una folta capigliatura lunga e nera, tutta l’espressione non era nè burbera, nè crudele.
– Come v’è venuto in mente di venire a riposarvi qui? – egli disse. – O come, a quest’ora – aggiunse, fissando più attentamente la bambina – avete bisogno d’un luogo per riposare?
– Ne son causa le nostre disgrazie – rispose il nonno.
– Non vedete – disse l’altro, guardando ancora più intento Nella – com’è bagnata, e non sapete che il camminare sotto la pioggia non le fa bene?
– Lo so, Dio mi perdoni – rispose il vecchio. – Che posso fare?
L’altro guardò di nuovo Nella, e pianamente le toccò le vesti, da cui l’acqua scorreva in piccoli rivi.
– Posso darvi un po’ di caldo – egli disse, dopo un poco; – null’altro. Il mio alloggio è in questa casa – aggiunse indicando l’androne donde era sbucato; – ma è più sicuro e migliore della strada. Il fuoco è in un luogo non bello; ma potete passare la notte accanto ad esso tranquilli, se v’affidate a me. Vedete laggiù quella luce rossa?
Essi levarono gli occhi, e videro un bagliore rosso sospeso nel cielo buio: il riflesso d’un fuoco lontano.
– Non è distante – disse quell’uomo. – Vi debbo condurre? Avevate intenzione di dormire sui mattoni freddi; io posso darvi un letto di cenere calda… non ho nulla di meglio.
Senza aspettare altra risposta che quella dipinta nei loro sguardi, egli prese Nella in braccio, e disse al vecchio di seguirli.
Portando Nella con tanta tenerezza e con tanta facilità, che non sarebbero state maggiori, se avesse avuto da fare con una bimba, e camminando svelto e sicuro procedette per ciò che sembrava fosse la contrada più povera e miserabile della città; senza scostarsi per evitare i rigagnoli traboccanti o i tubi di scarico rigurgitanti, ma andando avanti senza curarsi di simili impedimenti, sempre diritto dinanzi a sè. Avevano camminato in silenzio, così, per un quarto d’ora a un di presso, e avevano perduto di vista il chiarore rosso che egli aveva indicato, nel buio e nell’angustia dei chiassetti per i quali erano passati, quando esso improvvisamente di bel nuovo apparve eruttato dall’alto fumaiolo d’una fabbrica di fronte.
– È qui – egli disse, fermandosi innanzi a una porta per deporre Nella e prenderla per mano. – Non temete. Nessuno vi farà male.
Occorreva una gran fiducia in questa assicurazione per indurre il vecchio e Nella ad entrare, e ciò ch’essi videro al di dentro non fugò ogni loro apprensione e timore. Era un altissimo stanzone sostenuto da pilastri di ferro, con ampie bocche nere sulle pareti superiori, finestroni aperti all’aria esterna, e rumoroso fino al tetto dai colpi dei martelli e dal rugghìo delle fornaci, e si fondeva coi sibili del metallo incandescente tuffato nell’acqua, e con altri cento strani sovrannaturali rumori non mai più uditi. In quel luogo scuro, un certo numero di uomini si muovevano come demoni tra il fumo e le fiamme, e si vedevan vagamente e a sbalzi, entro un velo di nebbia, agitati e tormentati dal calore ardente, maneggiare grandi strumenti, dei quali un colpo in fallo avrebbe stritolato il cranio d’un compagno. Si sarebbero detti dei giganti al lavoro. Altri, su dei mucchi di carboni o dei mucchi di cenere, con la faccia riversa contro la volta nera, dormivano o riposavano dalla loro fatica. Altri ancora, aprendo le porte incandescenti dei forni gettavano del combustibile sulle fiamme che si precipitavano rugghiando ad incontrarlo e lo assorbivano come olio. Altri trascinavano, con fragore, sul pavimento, delle grandi lastre di acciaio infuocato, che mandavano un calore insopportabile, e una luce rovente come quella che rosseggia negli occhi delle bestie feroci.
A traverso quelle scene di scompiglio e quei rumori assordanti, la guida condusse Nella e il nonno in una parte buia dell’edificio, in un punto dove un forno ardeva di notte e di giorno: così almeno compresero dal moto delle sue labbra, perchè in quell’istante potevano soltanto vederla parlare, non udirla. L’operaio che aveva alimentato il fuoco, e che in quel momento aveva finito di lavorare, si ritirò lieto, lasciando i due col loro amico, il quale, allargando il mantello della fanciulla su un mucchio di cenere, e mostrandole dove poteva sospendere le altre spoglie esterne, indicò a lei e al vecchio di stendersi in terra e dormire. Quanto a lui, si mise su una rozza stuoia innanzi all’apertura del forno, e poggiando il mento alle mani, guardò la fiamma che brillava a traverso gli spiragli di ferro, e le ceneri bianche che cadevano nella lucente e calda fossa al di sotto.
Il caldo di quel letto, per quanto umile e duro, insieme con la gran fatica sostenuta dalla fanciulla, tosto fece sì che lo strepito dell’officina si attenuasse e avesse un fragore meno lacerante, tanto che non passò molto che ella potè addormentarsi. Il vecchio era disteso accanto a lei, che giaceva sognando, con la mano al collo del nonno.
Era ancora notte quando ella si svegliò, ignara per quanto tempo, molto o poco, avesse dormito. Ma si trovò riparata, con alcuni indumenti degli operai, sia dall’aria fredda che poteva penetrare dall’esterno, sia dal calore scottante dell’interno; e dando un’occhiata all’amico sconosciuto vide ch’egli stava nello stesso preciso atteggiamento di prima, fissando con gran serietà e attenzione il fuoco, e così immobile, che sembrava non respirasse neppure. Ella rimase a giacere così fra sonno e veglia, fissando così a lungo quella persona immobile, che infine temè quasi che l’amico fosse morto; e levandosi pianamente, e avvicinandoglisi, s’avventurò a parlargli all’orecchio.
Egli si mosse, e guardando da lei al posto che ella aveva lasciato, come per assicurarsi che realmente la fanciulla gli si fosse avvicinata, la fissò intento nel viso.
– Temevo che vi sentiste male – ella disse. – Gli altri sono tutti in movimento, e voi ve ne state così che cheto.
– Gli altri mi lasciano fare – egli rispose. – Sanno il mio umore. Ridono di me, ma non mi vogliono male. Vedi là… l’amico mio è quello.
– Il fuoco? – disse la fanciulla.
– È vivo da quando vivo io – rispose l’altro. – Noi parliamo e pensiamo insieme tutta la notte.
La fanciulla lo guardò sorpresa, con un’occhiata rapida; ma egli aveva vòlto gli sguardi verso il punto di prima, stando in atteggiamento meditabondo come prima.
– Per me, esso è come un libro – egli disse – l’unico libro che io abbia mai imparato a leggere; quante cose esso mi racconta! È come una gran musica, perchè riconosco la sua voce fra mille, e ve ne sono altre nel suo scoppiettìo. Ha anche dei quadri. Non so quanti strani visi e quanta varietà di scene io scorgo nei carboni ardenti. Quel fuoco è la mia memoria, e mi mostra tutta la mia vita.
La fanciulla, chinandosi ad ascoltare le parole di lui, non potè non notare con quali occhi lucenti quegli continuasse a parlare e a meditare.
– Sì – quegli riprese con un debole sorriso, – era lo stesso quand’ero piccino piccino, e gli giravo intorno, finchè non m’addormentavo. Era mio padre che lo alimentava allora.
– Non avevate la mamma? – chiese la fanciulla.
– No, era morta. Le donne si ammazzano dalla fatica in queste parti. Mi dissero che s’era affaticata tanto che aveva dovuto morire. Mi dissero così allora, e il fuoco ha continuato da quel momento a dirmi la stessa cosa. Immagino che sia vero. E io gli ho sempre creduto
– Siete stato allevato qui allora? – disse la fanciulla.
– Estate e inverno – quegli rispose. – In principio segretamente, ma quando se n’accorsero, mio padre ebbe il permesso di tenermi qui. Così sono stato vegliato dal fuoco… lo stesso fuoco, che non s’è mai spento.
– Gli volete bene? – disse la fanciulla.
– È naturale. Mio padre è morto prima di lui. Lo vidi cader giù, proprio lì, dove ardono adesso quei carboni… e mi domandai, rammento, perchè non corressero ad aiutarlo.
– Da quel momento siete stato sempre qui? – chiese la fanciulla.
– Son venuto sempre a guardarlo; ma vi è stato un intervallo, un freddo ed oscuro intervallo. Intanto, però, esso continuava ad ardere, e quando ritornai rugghiava e saltava, come soleva fare nei giorni del nostro chiasso. Puoi indovinare, guardandomi, che sorta di bambino fossi, perchè, nonostante ogni differenza fra noi, io sono stato un bambino, e quando t’ho vista stasera, m’hai fatto ricordare com’ero dopo che morì mio padre, e ho pensato di condurti accanto al vecchio fuoco. Ho ripensato di nuovo al tempo d’una volta, vedendoti addormentata qui presso. Ma tu dovresti dormire ora. Stenditi ancora, povera bambina, stenditi di nuovo.
Così dicendo, la condusse al rude letto, e coprendola coi panni in cui essa s’era trovata avviluppata al risveglio, tornò al suo posto, donde non si mosse più, tranne che per alimentare la fornace, rimanendo immobile come una statua. La fanciulla continuò a guardarlo per un po’, ma tosto cedette alla sonnolenza che l’assaliva, e in quell’oscuro, strano luogo e sullo strato di cenere, dormì con tanta tranquillità, che non l’avrebbe avuta maggiore nella camera d’un palazzo e su un letto di piume.
Quando di nuovo si svegliò, il giorno chiaro splendeva a traverso le alte aperture nelle pareti, e penetrando coi raggi obliqui soltanto fino a metà dello stanzone, pareva che lo facesse ancora più buio che di notte. Il fragore e il tumulto continuavano, e il fuoco spietato continuava ad ardere furioso; perchè poche volte soltanto avveniva che lì ci fosse quiete di notte e di giorno.
L’amico divise la sua colazione – un po’ di caffè e di pane bruno – con la fanciulla e suo nonno, e chiese dove volessero andare.
Ella gli disse che cercavano qualche luogo in campagna lontano dalla città o anche da altri paesi; e balbettando gli chiese quale strada avrebbe dovuto prendere.
– M’intendo poco della campagna – egli disse, scotendo il capo – perchè quelli come me passano la vita innanzi alle bocche dei loro forni, e di rado vanno fuori a respirare. Ma luoghi come quelli che cerchi, di là ve ne sono…
– Lontano? – disse Nella.
– Certo, lontano. Come potrebbero esserci vicini, e rimaner verdi e freschi? Anche la strada, per miglia e miglia, è tutta illuminata da fuochi come i nostri… una strada nericcia, che di notte vi farebbe paura.
– Siamo qui e dobbiamo andarcene – disse baldanzosamente la fanciulla, perchè vide il vecchio ascoltare ansioso la conversazione.
– Gente rozza… sentieri non fatti per piedini come i tuoi!… Una triste strada nera… Non sarebbe meglio tornare indietro, bambina mia?
– No! – esclamò Nella, incalzando. – Se potete dirigerci, fatelo. Se no, non cercate di distoglierci dal nostro proposito. Veramente voi non sapete il pericolo che fuggiamo, e quanto facciamo bene ad allontanarci; altrimenti non tentereste di fermarci, son certa che non tentereste.
– Dio me ne guardi, se è così! – disse il loro rozzo protettore, guardando dalla fanciulla impaziente al nonno, che chinava la testa e fissava gli occhi a terra. – V’insegnerò la via della porta, il meglio che m’è possibile fare. Desidererei poter far di più.
Egli, quindi, indicò loro per quale strada dovessero lasciare la città, e quale direzione dovessero prendere, dopo averla percorsa. S’indugiò tanto nelle sue indicazioni, che la fanciulla, con una fervida benedizione, si allontanò con impazienza e non udì più nulla.
Ma prima che raggiungessero la cantonata della stradetta, quegli arrivò di corsa, e stringendo a Nella la mano, le lasciò cadere qualche cosa nella palma… due soldoni vecchi, ammaccati e anneriti. Chi sa se non rifulsero d’una luce d’oro negli occhi degli angeli, più di certi doni di cui si fa un elogio pomposo sulle tombe!
E così essi si separarono; la fanciulla per condur via il suo sacro deposito lungi dalla colpa e dalla vergogna; e il lavoratore a guardare con nuovo interesse il punto dove avevano dormito gli ospiti, e a leggere nuove storie nel fuoco della fornace.

VIII

In tutte le loro peregrinazioni, essi non avevano mai desiderato con tanto ardore, non s’erano mai così affannati e tormentati per l’aria libera e l’aperta campagna, come in quell’ora. No, neppure in quella mattina memorabile in cui, uscendo dalla loro vecchia casa, s’erano abbandonati alla mercè d’un mondo estraneo, lasciandosi dietro tutto ciò che fino a quel momento avevano conosciuto e amato, neanche allora, avevano così bramato le fresche solitudini dei boschi, delle balze, delle colline e dei campi, come in quei momenti in cui lo strepito e il sudiciume e le esalazioni della grande città manifatturiera, odorante di triste povertà e di miseria famelica, li circondavano da ogni lato, e sembravano escludere ogni speranza, e rendere la fuga impossibile.
– Due giorni e due notti! – pensò la fanciulla. – Egli ha detto che dovremo passare due giorni e due notti fra scene simili a queste. Ah, se riusciamo a raggiungere di nuovo la campagna, a liberarci di questi terribili luoghi, non fosse che per stenderci in terra e morire, con che cuore riconoscente ringrazierò Dio per tanta misericordia!
Con pensieri come questi, e col vago proposito di spingersi fino a una gran distanza fra torrenti e montagne, dove vivesse soltanto della gente povera e semplice, e dove essi potessero mantenersi aiutando umilmente il lavoro nelle fattorie, liberi da terrori simili a quelli che fuggivano – la fanciulla, con nient’altro in tasca che i due soldoni del povero ospite, e senz’altro incoraggiamento che quello che le veniva dal proprio cuore, e il sentimento della verità e del bene che faceva, si rafforzò per il nuovo viaggio e arditamente s’accinse all’impresa.
– Andremo molto piano oggi, caro nonno – ella disse, mentre si trascinavano penosamente per le vie; – i piedi mi dolgono, e ho delle fitte in tutte le membra per l’umido preso ieri. Ho visto che quell’uomo ci guardava e pensava a questo, dicendoci quanto tempo saremmo stati in cammino.
– Egli ha detto che la via è brutta – rispose il nonno, irritato. – Non ce n’è un’altra? Perchè non andiamo da un’altra parte?
– Quando avremo percorso questa – disse la fanciulla con fermezza – troveremo dei luoghi dove potremo vivere in pace, e non saremo tentati di commettere del male. Non è vero che dobbiamo prendere la strada che alla fine ci condurrà dove vogliamo andare, e che non ce ne allontaneremo anche se fosse cento volte peggiore di quel che temiamo?
– Sì – rispose il vecchio, incerto nella voce come nei modi. – Sì. Andiamo. Son pronto. Sono assolutamente pronto, Nella.
La fanciulla camminava con maggiore difficoltà di quanta dalle sue parole il vecchio si sarebbe aspettato, poichè i dolori che le tormentavano le giunture non erano piccoli, e ogni nuovo sforzo li aumentava. Ma non le strappavano alcun lamento, e l’aspetto di lei non era di sofferente; e, benchè andassero molto piano, i due pellegrini andavano. Dopo qualche tempo, uscendo dalla città, cominciarono a capire d’essere sulla via buona.
Passato un lungo suburbio di case di mattoni rossi, – alcune con qualche zolla di giardino, in cui la polvere di carbone e il fumo delle fabbriche annerivano le foglie accartocciate e i fiori senza bellezza, e in cui la stentata vegetazione ammalata e languente sotto il caldo respiro delle fornaci rendeva quel luogo con la sua presenza più triste e insano della stessa città – passato un lungo suburbio, solitario e malinconico, giunsero, a piccoli passi, in una lugubre contrada, dove non si vedeva crescere un filo d’erba, dove neppure una gemma manteneva una sua promessa primaverile, dove nulla di verde poteva vivere, tranne che sulla superficie degli stagni paludosi, che qua e là esalavano dei pigri vapori accanto alla strada nera.
Come si furono spinti più innanzi nell’ombra di quel luogo funesto, il suo influsso triste e deprimente invase i loro spiriti e li riempì di malinconiche immagini. Da ogni lato, fin dove l’occhio poteva giungere nella fosca distanza, alti camini, in gruppi che si soverchiavano, e presentavano la infinita ripetizione della stessa brutta e pesante forma, che era come l’incubo d’un sogno opprimente, cacciavano dalla loro gola pestilenti fiotti di fumo, oscurando la luce e rendendo irrespirabile quell’aria melanconica. Fra i mucchi di ceneri e di scorie sul margine della strada, riparati soltanto da poche tavole rozze o da tettoie fradice, giravano strane macchine, che si torcevano come creature tormentate, facendo strepitare le loro catene di ferro, stridendo, di tanto in tanto nei loro rapidi vortici, come assalite da strazî insopportabili, e facendo tremare la terra nella loro agonia. Case desolate apparivano qua e là, ruinanti a terra, puntellate con frammenti di altre ch’erano già cadute, senza finestre, scoperchiate, annerite, d’una infinita tristezza, ma pure ancora abitate. Uomini, donne, bambini di aspetto emaciato e coperti di cenci, vigilavano le macchine, alimentavano il fuoco che le faceva muovere, mendicavano nella strada, o guardavano, seminudi, con un torvo sguardo dalle soglie senza porta. Poi venivano altri mostri collerici, che quasi sembravano belve in quell’aria barbara e selvaggia, e stridevano e rugghiavano, continuando a girare e a girare; e sempre, innanzi, indietro, a destra e a sinistra, la stessa interminabile prospettiva di torri di mattoni che non interrompevano un istante il loro vomito nero, insudiciando cose e persone, bruttando la faccia del giorno e avviluppando tutti quegli orrori in una densa nuvola oscura.
Ma le ore della notte in quel terribile luogo! La notte, in cui il fumo si mutava in fuoco; in cui ogni camino vomitava fiamme, e i punti che erano state delle vôlte buie tutta la giornata splendevano di vivi riflessi rossi, con ombre che si muovevano qua e là negli spiragli infocati e che si chiamavano a vicenda con rauche grida – la notte, in cui il rombo di ogni strana macchina era fatto più pauroso dall’oscurità; in cui la gente intorno si faceva d’aspetto più barbaro e selvaggio; in cui bande di lavoratori disoccupati sfilavano per le strade o si raggruppavano al lume delle fiaccole intorno ai loro condottieri, che li arringavano con accenti di rivolta, sui mali che li travagliavano, per incitarli a terribili grida e minacce; in cui uomini infuriati, armati di spade e di fiaccole, sprezzando le lagrime e le suppliche delle donne che volevano trattenerli, si slanciavano a imprese di terrore e di distruzione, per fare sicuramente nessuna maggior rovina che la propria – la notte, in cui passavano rumoreggiando i carri, carichi di rozzi feretri, perchè le malattie contagiose e la morte avevano mietuto una buona quantità di vivi – la notte in cui gli orfani piangevano, e donne pazze dal dolore seguivano i morti con grida di disperazione, facendo a quel modo la veglia ai defunti – la notte, in cui alcuni gridavano pane e altri si davano a bere per annegare i loro affanni, e altri andavano a casa in pianto, e altri a passi barcollanti, e altri ancora con occhi iniettati di sangue – la notte, che, diversa da quella che il cielo manda sulla terra, non portava alcuna pace, alcuna quiete, alcun segno di sonno ristoratore – chi dirà i terrori di quella notte per la tenera giovinetta errabonda!
E pure ella si distese in terra, senza che nulla la riparasse dalla vôlta del firmamento; e, senza alcuna paura per sè, perchè ormai non aveva più paura, innalzò al cielo una preghiera per il povero vecchio. Così debole e spossata, ella sentiva nella sua calma e nella sua pazienza, di non aver alcun pensiero per sè, per i proprî bisogni, ma pregò che Iddio facesse sorgere qualche amico per il nonno. Tentò di ricordare la via percorsa, e di guardare verso il punto dove ardeva il fuoco presso il quale avevano dormito la notte prima. Aveva dimenticato di chiedere il nome del povero uomo loro ospite, e ricordandolo nella sua preghiera, le era parso ingratitudine non volgere uno sguardo verso il punto dove egli stava vegliando.
Un pane di due soldi fu tutto ciò ch’essi ebbero in quel giorno. Pochissimo, ma anche la fame era stata dimenticata nella strana tranquillità che aveva fasciato i loro sensi. Ella pian piano si sdraiò in terra, e con un calmo sorriso nel volto, s’appisolò. Non era sonno quello; e pure che cosa era, se ella per tutta la notte non fece che dei piacevoli sogni intorno al piccolo scolaro?
Venne la mattina. Molto più debole, con le forze diminuite anche nella vista e nell’udito, la fanciulla non si lamentò neppure, forse non si sarebbe lagnata, anche se non avesse avuto in viaggio al suo fianco la persuasione di tacere.
Disperava quasi di distrigarsi mai da quei luoghi di desolazione, e aveva la vaga convinzione di star molto male, male da morire, ma senza sentire nessun timore e nessuna ansia.
Un disgusto del cibo, di cui non s’accorse che quando spesero gli ultimi due soldi nella compra d’un altro pane, la impedì anche dal partecipare a quel povero pasto. Il nonno mangiò avidamente, ed ella lo guardò contenta.
La via passava per luoghi simili a quelli del giorno innanzi, nè diversi nè migliori. V’era la stessa aria cattiva, difficile a respirare; lo stesso terreno abbruciacchiato, lo stesso triste panorama, la stessa miseria e la stessa ambascia. Gli oggetti apparivano più oscuri, lo strepito un po’ minore, il sentiero più ineguale e malagevole, per dir così, nello sforzo di badare a non cadere.
Povera fanciulla! La ragione era nei suoi piedi che vacillavano.
Verso il pomeriggio, il nonno si lagnò amaramente della fame. Ella si avvicinò a uno dei miserabili abituri che fiancheggiavano la strada, e picchiò alla porta.
– Che desideri? – disse un uomo emaciato, aprendola.
– La carità. Un pezzo di pane.
– Guarda qui – rispose l’uomo, parlando con voce rauca e indicando una specie di fagotto in terra: – questo è un bambino morto. Io e altri cinquecento operai fummo licenziati dalla fabbrica, tre mesi fa. Questo è il terzo figlio che mi muore, e l’ultimo. Credi che io possa fare la carità o che abbia un pezzo di pane superfluo?
La fanciulla si ritrasse dalla porta, che si richiuse. Spinta dalla grave necessità, picchiò a un’altra, la seguente: questa, cedendo alla leggera pressione della mano, si spalancò.
Sembrava che in quel covile abitassero due povere famiglie, perchè due donne, ciascuna circondata dai figli proprî, occupavano una parte diversa della stanza. Nel centro stava un signore grave, vestito di nero, che sembrava entrato allora allora, e che teneva un ragazzo per il braccio.
– Ecco, mia buona donna – diceva; – ecco il tuo figliuolo sordomuto. Tu devi ringraziare me, se ti viene restituito. Egli m’è stato condotto dinanzi, stamattina, accusato di furto; e per qualunque altro ragazzo, la cosa sarebbe andata male, sta’ certa. Ma siccome ho avuto compassione delle sue infermità, e pensato che non ha potuto imparare il bene, ho fatto in modo da ricondurtelo in casa. Badagli un po’ meglio per l’avvenire.
– E mio figlio non me lo riconducete? – disse l’altra donna, levandosi in fretta e piantandosi innanzi al signore. – E a me non ridate mio figlio, che fu arrestato per lo stesso delitto?
– È sordomuto, la mia donna? – chiese con austerità il signore.
– Sì, signore.
– Tu sai che non è sordomuto.
– Sì – disse la donna; – è sordo, muto e cieco a tutto ciò che è bene ed è giusto, fin dalla culla. L’altro ragazzo non poteva imparare il bene; e il mio dove poteva impararlo? Chi doveva insegnarglielo, e dove si impara?
– Calma, la mia donna – disse il signore; – tuo figlio è in possesso di tutti i suoi sensi.
– Sì – disse la madre; – e perciò più facilmente ha potuto esser traviato. Se voi salvate questo ragazzo perchè non sa distinguere il bene dal male, perchè non salvate il mio al quale non fu mai insegnata la differenza? Se voi, signore, non avete il diritto di punire quel ragazzo che Iddio ha voluto tenere nell’ignoranza del suono e della favella, non avete neppure il diritto di punire il mio, della cui ignoranza siete voi stessi colpevoli. Quante ragazze e ragazzi… ah, perfino uomini e donne… che sono condotti innanzi a voi e dei quali non avete alcuna pietà, sono sordomuti di spirito, e in questo stato commettono il male e in questo stato sono da voi puniti, anima e corpo, mentre voi signori vi divertite a discutere se debbono imparare questo o quell’altro! Siate giusto, signore, e ridatemi mio figlio.
– Tu sei disperata – disse il signore, cavando la tabacchiera – e mi dispiace per te.
– Sì, son disperata – rispose la donna – e siete voi che m’avete fatta così. Ridatemi mio figlio, perchè egli possa lavorare per questi poveri bambini. Siate giusto, signore, e abbiate per mio figlio la stessa pietà che avete avuta per l’altro ragazzo!
La fanciulla aveva veduto e udito abbastanza per concludere che quello non era luogo dove si potesse chiedere l’elemosina. Pian piano condusse via il vecchio da quella porta, e ripigliarono il loro cammino.
Con speranza sempre più scarsa, con forze sempre minori, ma con la stessa risoluzione di non far trasparire da nessuna parola o da nessun indizio il suo stato di debolezza, finchè avesse l’energia di muoversi, la fanciulla, per tutto il resto di quella dura giornata, si costrinse ad andare innanzi, neppure fermandosi per riposare, come era solita le altre volte, per riparare in qualche modo alla lentezza con cui doveva camminare. La sera si avvicinava, ma non era ancora discesa, quando, viaggiando sempre per quel paesaggio melanconico, arrivarono in una città popolosa.
Deboli e stremati com’erano, le vie della città parvero loro insopportabili. Dopo aver domandato umilmente un ristoro a due o tre porte, ed essere stati respinti, risolsero d’uscirne al più presto possibile, e di provare se gli abitanti di qualche casa solitaria all’aperto avessero più pietà della loro miseria.
Si stavano trascinando per l’ultima via, e la fanciulla sentiva che s’avvicinava l’ora in cui le sue forze non avrebbero potuto più durare. Ed ecco innanzi ad essi, in quel momento, apparire un viaggiatore a piedi che andava nella stessa direzione. Con uno zaino legato sul dorso, egli si appoggiava a un grosso bastone e leggeva un libro che teneva con l’altra mano.
Non era facile cosa raggiungerlo, e implorare il suo aiuto, perchè camminava rapidamente e aveva un po’ di vantaggio. Finalmente si fermò per considerare più attentamente qualche frase del libro.
Animata da un raggio di speranza, la fanciulla si lanciò innanzi e avvicinandosi al viaggiatore senza riscuoterlo col rumor dei passi, cominciò, con poche fioche parole a implorare un soccorso.
Quegli voltò la testa. La fanciulla congiunse le mani, cacciò un grido selvaggio, e cadde in terra svenuta.

IX.

Era il povero maestro di scuola. Non altri che il povero maestro di scuola. Appena meno commosso e sorpreso di quanto si fosse mostrata la fanciulla riconoscendolo, egli rimase per qualche momento silenzioso e confuso da quella inaspettata apparizione, senza neppure la presenza di spirito di sollevarla da terra.
Ma riacquistando rapidamente la coscienza di sè, gettò al suolo bastone e libro, e cadendo su un ginocchio accanto alla fanciulla, si sforzò, con quei semplici mezzi a cui gli occorse di pensare, di farla rinvenire; mentre il vecchio, che assisteva lì, inoperoso, si torceva le mani, implorandola, con molte affettuose espressioni, di parlargli, di dirgli almeno una parola sola.
– È assolutamente esausta – disse il maestro di scuola, guardando nel viso del vecchio. – L’avete sforzata troppo, amico mio.
– È venuta meno della fame – soggiunse il vecchio. – Finora non avevo mai pensato quanto fosse indebolita e stanca.
Dandogli un’occhiata, metà di rimprovero e metà di compassione, il maestro di scuola si prese la fanciulla nelle braccia, e, dicendo al vecchio di raccattare il panierino e di seguirli subito, la trasportò via in gran fretta.
V’era una piccola locanda in vista, verso la quale sembrava egli fosse diretto quando era stato così inaspettatamente raggiunto. E lì si affrettò col suo insensibile carico, e precipitandosi nella cucina, e gridando alla brigata che vi si trovava raccolta di far largo per amor di Dio, lo depositò su una poltrona accanto al focolare.
La brigata, che s’era levata in confusione all’ingresso del maestro di scuola, fece come di solito fanno tutti in simili circostanze. Ciascuno suggerì il rimedio più acconcio, che nessuno si curò di correre a prendere; ciascuno gridò che ci voleva più aria, e tutti esclusero a gara quella che c’era, addossandosi all’oggetto della comune simpatia; e tutti si domandarono meravigliati perchè nessuno facesse ciò che non pensavano poteva esser fatto da ciascuno in particolare.
La locandiera, però, che era la più pronta e attiva fra gli astanti, e che ebbe inoltre una più rapida percezione dei bisogni del momento, tosto accorse con un po’ d’acquavite nell’acqua calda, e fu seguìta dalla fantesca, che portava aceto, sali volatili, odori e altre simili droghe ristoratrici; le quali, dopo che furono debitamente somministrate, fecero rinvenire la fanciulla così da metterla in grado di ringraziar tutti con fioca voce, e stender la mano al povero maestro di scuola, che se ne stava accanto a lei, ansioso e angosciato. Senza permetterle di dire neppure un’altra parola, o di muovere neppur tanto quanto un dito, le donne la portarono difilato a letto, e dopo averla ben coperta, averle bagnati i piedi nell’acqua calda, e averglieli avvolti nella flanella, mandarono subito a chiamare un dottore.
Il dottore, che era un signore dal naso rosso, e aveva un gran mazzo di suggelli dondolante dalla sottoveste di raso nero, arrivò in tutta fretta, e sedendosi accanto al letto della povera Nella, cavò di tasca l’orologio e le sentì il polso. Poi le guardò la lingua, poi le sentì di nuovo il polso, e poi diede un’occhiata al bicchiere semivuoto, come se meditasse profondamente.
– Io le darei – disse infine il dottore – un cucchiaio, di tanto in tanto, d’acquavite con l’acqua calda.
– Ma è proprio ciò che abbiamo fatto, signor dottore – disse la locandiera deliziata.
– Le metterei anche – osservò il dottore, che aveva visto il catino del pediluvio sul pianerottolo, – le metterei anche – ripetè il dottore, con la voce di un oracolo – i piedi nell’acqua calda, e li avvolgerei nella flanella. Le darei parimenti – soggiunse il dottore, con maggiore solennità – qualcosa di leggero per cena… l’ala d’un pollo arrosto sarebbe…
– Ma, il Signore sia benedetto, signor dottore, si sta cuocendo in cucina proprio in questo momento! – esclamò la locandiera. Proprio così, perchè il maestro di scuola aveva ordinato di preparare un pollo arrosto, ed esso si rosolava così bene che il dottore avrebbe potuto sentirne l’odore se avesse voluto… Forse l’aveva sentito.
– Allora potete darle – disse il dottore, levandosi con gravità – un bicchiere di vino di porto caldo, se le piace il vino…
– E una fetta di pane tostato, signor dottore? – suggerì la locandiera.
– Sì – disse il dottore, nel tono d’un uomo che fa una grande concessione. – E una fetta di pane… tostato. Ma badate che sia pane, per carità, signora.
Con questa ingiunzione finale, espressa lentamente e solennemente, il dottore se n’andò, lasciando tutti ammirati per una sapienza che si accordava così bene con la loro. Tutti dissero che quegli era veramente un bravo dottore, il quale conosceva a perfezione ciò che occorreva agl’infermi; e pare non ci sia ragione per dire che non lo sapesse.
Mentre si preparava la cena, la fanciulla s’immerse in un sonno ristoratore, dal quale furono costretti a svegliarla, appena il cibo fu pronto. Siccome ella non si mostrò affatto contenta che il nonno rimanesse da basso, e si turbò al pensiero della loro separazione, egli salì di sopra a cenare con lei. Vedendola ancora molto agitata per questo capo, armarono al vecchio un letto in una stanza interna, nella quale egli tosto si ritirò. Per fortuna, la chiave della camera era dal lato della porta ch’era nella stanza di Nella; questa la girò dietro di lui quando la locandiera se ne fu andata, e si mise di nuovo a letto col cuore più tranquillo.
Il maestro di scuola se ne stette una bella pezza a fumare la pipa accanto al focolare della cucina, dove era rimasto solo, pensando, col viso assai lieto, al caso fortunato che lo aveva fatto trovare in tempo innanzi alla fanciulla bisognosa d’aiuto, e schermendosi, come la semplicità delle sue maniere glielo permettevano, dall’ansioso interrogatorio della locandiera, la quale aveva una grande curiosità di sapere ogni particolare della vita e della storia di Nella. Il povero maestro di scuola era così candido, e così poco pratico delle astuzie più semplici e dei più ordinarî artifici, che la locandiera sarebbe stata soddisfatta nei primi cinque minuti, se egli non avesse ignorato ciò che quella desiderava di sapere; e glielo disse. La locandiera, per nulla affatto contenta di questa dichiarazione, che ritenne un’ingegnosa evasione alle domande tutte, gli soggiunse che naturalmente lui doveva avere le sue ragioni. Neppur per sogno lei voleva ficcare il naso nei fatti degli avventori, che non erano fatti suoi, lei che aveva tante cose a cui pensare! Lei aveva domandato semplicemente per cortesia, ed era certa di ricevere una risposta cortese. Lei era assolutamente soddisfatta… assolutamente.
Forse avrebbe preferito che egli le avesse detto subito che non voleva dir nulla, perchè si sarebbe spiegato subito chiaramente. Però, lei non aveva diritto di sentirsi offesa, naturalmente. Il miglior giudice era lui, ed era padrone assoluto di dire ciò che gli piaceva; nessuno poteva contestargli questo diritto, neppure per un istante. Oh, Santo Cielo, no!
– Io vi assicuro, mia buona signora – disse con dolcezza il maestro di scuola, che vi ho detto la pura verità. Come io spero un giorno di salvarmi, vi ho detto la verità.
– Bene, allora, sul serio vi credo – soggiunse la locandiera, con immediato buon umore – e mi dispiace di avervi seccato. Ma la curiosità, lo sapete, è l’afflizione di noi donne, siamo tutte fatte così.
Il locandiere si grattò in testa, come se pensasse che quell’afflizione a volte travagliava parimenti l’altro sesso; ma fu impedito dal fare quest’osservazione, se mai ebbe in animo di farla, dalla risposta del maestro di scuola.
– Se m’interrogaste per sei ore di fila, sareste la ben venuta. Se potessi, vi risponderei pazientemente, se non altro per la bontà di cuore che stasera avete mostrato – egli disse. – Ora non posso dirvi altro, che pregarvi di badare alla poverina domani mattina, e di farmi sapere presto come sta; e intanto è bene sappiate che pago io per tutti e tre.
Così, separandosi dal locandiere e dalla moglie nei termini più amichevoli (non meno cordiali forse per l’ultima indicazione), il maestro di scuola se ne andò a letto, e gli altri due al loro.
La relazione della mattina appresso fu questa: che la fanciulla stava meglio, ma ch’era molto debole; occorreva almeno un giorno di riposo, e un’attenta cura, prima che ella fosse in grado di ripigliare il viaggio. Il maestro di scuola accolse questa comunicazione con molta allegria, osservando ch’egli aveva un giorno d’avanzo – anche due giorni – e poteva attendere benissimo. Siccome l’inferma si doveva levar la sera, egli le fece dire che sarebbe andato a trovarla a una certa ora, e andandosene a spasso col suo libro, non tornò che all’ora designata.
Nella non potè non mettersi a piangere quando furono lasciati soli; e a quel pianto, e alla vista del pallido viso e della figura emaciata della fanciulla, il buon maestro di scuola versò un po’ di lagrime anche lui, dicendo nello stesso tempo con grande energia ch’era una sciocchezza piangere, e che non ci voleva molto per resistere a simile debolezza.
– Anche in mezzo a tutta questa bontà – disse la fanciulla – quanto mi fa male a pensare che noi dobbiamo esservi a carico. Come potrò mai ringraziarvi? Se io non vi avessi incontrato così lontano da casa vostra, avrei dovuto morire, e il nonno sarebbe rimasto solo.
– Non parliamo di morire – disse il maestro di scuola – e quanto a carichi, io ho fatto fortuna, dopo che voi avete dormito in casa mia.
– Veramente! – esclamò la fanciulla, gioiosa.
– Ah, sì! – rispose l’altro. – Sono stato nominato segretario e maestro in un comune molto lontano di qui… e molto lontano dall’altro, s’intende… a trentacinque sterline all’anno. Trentacinque sterline!
– Quanto son contenta! – disse la fanciulla. – Tanto, tanto contenta!
– Ora io son diretto colà – ripigliò il maestro di scuola. – M’hanno concesso il viaggio gratis in diligenza… sull’imperiale della diligenza. Grazie a Dio, non hanno mostrato alcuna tirchieria. Ma siccome ho molto tempo innanzi a me prima del giorno della presentazione, ho deciso invece di fare il viaggio a piedi. E come son contento d’aver deciso così!
– Come dobbiamo esser contenti noi!
– Sì, sì – disse il maestro di scuola, movendosi irrequieto nella poltrona; – certo, è verissimo. Ma voi… dove andate, donde venite, che avete fatto da quando mi lasciaste, che facevate prima? Ora dimmi… Io ho poca pratica del mondo, e forse nelle cose del mondo sei più capace tu a darmi qualche norma, che non io a darti un consiglio; ma io sono sincero, e ho una ragione (non l’hai dimenticato) di volerti bene. Dopo d’allora ho sentito che il bene che volevo a colui che è morto s’è trasferito in te che stesti accanto al letto del povero scolaretto. Se questa – aggiunse guardando in alto – è la bella creazione che balza dalle ceneri, che la sua benedizione m’accompagni, per la tenerezza e la pietà con cui tratto questa giovinetta!
La bontà semplice e schietta dell’onesto maestro di scuola, la gravità affettuosa delle sue parole e delle sue maniere e la sincerità alla quale era improntata ogni sua parola e ogni sguardo, diedero alla fanciulla una fiducia in lui, che le arti più raffinate della dissimulazione e del tradimento non avrebbero mai potuto ispirarle. Ella gli disse tutto – che essi non avevano alcun amico o parente – che lei era fuggita allora per salvarlo da lui stesso – e che cercava un asilo in qualche luogo remoto e tranquillo, dove la tentazione alla quale egli cedeva non si sarebbe mai affacciata, e lei non sarebbe stata più soggetta alle tribolazioni e alle ambasce recentemente sofferte.
Il maestro di scuola la ascoltò stupito. “Questa fanciulla” egli pensò: “questa fanciulla ha eroicamente perseverato innanzi a tutti i pericoli e a tutte le difficoltà, lottato con la povertà e con le sofferenze, ed è stata mantenuta e sostenuta soltanto dal grande amore e dalla coscienza della propria rettitudine! E pure il mondo è pieno di simili eroismi. Forse ho ancora da apprendere che i cimenti più duri e più validamente sopportati sono quelli che non son mai registrati nelle memorie di questo mondo, e che pure si soffrono tutti i giorni. E debbo sorprendermi, sentendo la storia di questa fanciulla?”
Che altro egli pensasse e dicesse, non importa. Fu concluso che Nella e il nonno lo avrebbero accompagnato fino al paese dov’egli era diretto, dove si sarebbe trovata qualche umile occupazione che avrebbe loro dato da vivere. – Siamo sicuri di riuscire, – disse animosamente il maestro di scuola. – La causa è così buona che non ci fallirà.
Fu disposto di ripigliare il viaggio la sera, giacchè un carro da trasporto, che viaggiava per un certo tratto sulla medesima strada, si sarebbe fermato alla locanda per cambiare i cavalli. Il conduttore con una piccola mancia avrebbe dato un posto a Nella al di dentro. Fu fatto il piano quando arrivò il carro; e al tempo stabilito esso si avviò, con la fanciulla bellamente accomodata fra le mercanzie più soffici, e il nonno e il maestro di scuola a piedi a fianco al conduttore, e la locandiera e tutte le brave persone della locanda che gridavano i loro augurî di felicità e l’addio.
Che comoda, sontuosa, placida maniera di viaggiare, il giacere entro quella montagna semovente, ascoltando lo scampanellìo dei cavalli, di tanto in tanto gli schiocchi di frusta del carrettiere, l’eguale rotolìo delle grandi, enormi ruote, lo strepito dei finimenti, gli allegri saluti dei viaggiatori che passano, lasciandosi dietro i cavalli che vanno a passo lento – tutto piacevolmente indistinto sotto la grossa incerata, che sembra fatta a bella posta per starvi rannicchiata ad ascoltare indolentemente, finchè non giunge il sonno! Delizioso lo stesso principio del sonno, sempre con l’idea indistinta, mentre la testa dondola su e giù sopra il guanciale, di continuare ad andare senza alcun disturbo o sforzo, di sentir tutti quei suoni come una musica di sogno che culli i sensi – e il lento svegliarsi e trovarsi a mirare, a traverso la cortina scossa dal vento e semiaperta dinanzi, in alto, lontano, il firmamento lucente e freddo con le sue innumerevoli stelle, e in basso la lanterna del conduttore che sembra un fuoco fatuo delle marcite e delle paludi, e poi di lato i bui alberi scarmigliati, e di fronte la lunga strada nuda che sale, sale, sale, finchè si ferma improvvisamente con un’aguzza alta cresta, come se s’interrompa lì e tutto il resto non sia che cielo – e poi la sosta innanzi a un albergo per rinfrescare i cavalli, e la discesa dal carro con un aiuto amorevole, l’ingresso in una sala lucente di candele e di fuoco, e il sonno che pesa sulle palpebre e la piacevole osservazione di qualcuno che la notte è fredda, e il pensiero, per goder meglio il caldo, che è anche più fredda di quel che in realtà sia… Che viaggio delizioso quel viaggio sul carro!
Poi il risalir di nuovo – in principio con fresca energia, e brevemente dopo con tanto sonno. Il risvegliarsi da un saporito pisolino all’arrivo della diligenza che passa di corsa come una cometa della strada maestra con fanali abbaglianti e un fragore di zoccoli ferrati, e la visione del conduttore dietro, che si tien ritto in piedi per tenersi caldi i piedi, e quella di un signore col berretto di pelo che guarda stupefatto con gli occhi spalancati – la sosta a una barriera dove il guardiano s’è messo a letto, e i colpi alla porta finchè non risponde di sotto le lenzuola con un grido soffocato, nella piccola cameretta superiore, in cui arde un fioco lumicino, ed egli non vien giù, col berretto da notte e tremante a spalancare il passaggio e a mandare al diavolo tutti i carri che passano di notte. E poi quel freddo, pungente intervallo fra la notte e la mattina – la distante striscia di luce che s’allarga e si spande, e che si fa da grigia bianca, da bianca gialla, e da gialla d’un rosso vivo – la presenza del giorno, con tutta la sua animazione e la sua allegria – uomini e cavalli all’aratro, uccelli negli alberi e sulle siepi, e ragazzi nei campi solitarî – occupati a spaventare gli uccelli con le raganelle. Poi l’arrivo in una città – la gente affaccendata nei mercati; carrozzini e carrozze intorno al cortile d’una locanda; mercanti sulle soglie delle botteghe; sensali che fan per le vie correr su e giù i cavalli per venderli; porci che si svoltolano lontano nel fango e grugniscono, e che quindi si mettono a fuggire con la fune alle gambe e irrompono nella bottega del farmacista per esserne scacciati a colpi di scopa dal garzone; la diligenza notturna che cambia i cavalli – i passeggeri malinconici, freddi, e scontenti, con tre mesi di crescita di capelli in una notte – il cocchiere fresco come uscito allora allora da una cassa di biancheria e squisitamente bello per antitesi: – tanto fracasso, tante cose in moto, una fantastica varietà d’incidenti – quando un viaggio con tante delizie come quel viaggio di Nella sul carro?
Talvolta andando a piedi per un miglio o due, mentre il nonno saliva al di dentro, e talvolta facendo forza al maestro di scuola perchè pigliasse il posto lasciato da lei e si stendesse a riposare, Nella viaggiò molto lietamente finchè non giunsero a una grande città, dove il carro si fermò, e dove trascorsero una notte. Essi passarono dinanzi a una grande chiesa; e nelle vie v’erano un gran numero di case vecchie fabbricate d’una specie di terra o di stucco, con molte travi nere messe in tutte le direzioni, che davano loro un’aria di antichità venerabile. Le porte anche erano arcuate e basse, alcune con avancorpi e panche di quercia, dove gli antichi abitanti andavano a sedersi nelle sere d’estate. Alle finestre c’erano dei piccoli vetri orlati di piombo, che sembravano, come tanti miopi, ammiccare e seguire i passeggeri. Da lungo tempo i nostri viaggiatori s’erano liberati dal fumo e dagli alti forni, tranne eccezionalmente in qualche punto, dove una fabbrica piantata nei campi disseccava lo spazio intorno, come una montagna di fuoco. Dopo che ebbero attraversato la città, uscirono di nuovo in campagna, e cominciarono ad avvicinarsi alla meta.
Non era così vicina, però, che non dovessero pernottare un’altra volta in viaggio; non che fosse assolutamente necessario, ma perchè il maestro di scuola, quando si trovarono a qualche miglio dal comune che lo aveva prescelto, si sentì invaso dal sentimento della sua dignità di nuovo segretario, e non volle fare il suo ingresso colà con le scarpe tutte impolverate e tutto vestito in disordine per il viaggio. Con una bella e limpida mattina d’autunno giunsero a destino, e si fermarono a contemplare le bellezze del luogo.
– Vedete… ecco la chiesa! – esclamò deliziato il maestro di scuola, sottovoce. – E quel vecchio edificio accanto è la scuola, lo giurerei. Trentacinque sterline all’anno, in questo magnifico posto!
Essi ammirarono ogni cosa – il vecchio portico grigio, le finestre di pietra scalpellata, le venerabili pietre tombali disseminate nel cimitero verde, l’antico campanile, perfino la banderuola, i tetti oscuri delle casette, dei granai, del castello che s’affacciava fra gli alberi; il rigagnolo del mulino che scorreva increspato dalla brezza; le azzurre montagne lontane del paese di Galles. Per arrivare a un luogo simile la fanciulla s’era affaticata a traverso le fitte buie lugubri sedi del lavoro. Sul suo letto di ceneri, e fra gli squallidi orrori che avevano attraversato, visioni di simili scene – belle veramente, ma non più di quella dolce realtà – le erano state sempre presenti allo spirito. Pareva che si fossero dileguate in una vaga e aerea lontananza, come s’era affiochita la speranza di vederle mai più; ma a misura che s’erano allontanate, ella le aveva sognate e agognate con maggiore ardore.
– Io debbo lasciarvi in qualche parte per un po’ di minuti – disse il maestro di scuola, rompendo infine silenzio nel quale la loro letizia li aveva immersi. – Ho una lettera da presentare e delle ricerche da fare. Dove vi condurrò? All’alberghetto laggiù?
– Lasciate che vi aspettiamo qui – soggiunse Nella. – La porta è aperta. Staremo seduti sotto il portico della chiesa fino al vostro ritorno.
– È anche un bel punto – disse il maestro di scuola, avviandosi e liberandosi dallo zaino che mise su un sedile di pietra. – Certo ritornerò con delle buone notizie, e non mi tratterrò a lungo!
Così il felice maestro di scuola s’infilò un paio di guanti nuovissimi che s’era portati in un involtino in tasca per tutto il viaggio, e si avviò in fretta, pieno d’ardore.
La fanciulla con l’occhio lo seguì dal portico finchè il fogliame degli alberi non glielo nascose, e poi entrò lentamente nel vecchio cimitero, così solenne e cheto che ogni fruscîo delle vesti sulle foglie cadute, disseminate sul viale e che attutivano il rumor dei passi, pareva rompesse tutto quel silenzio. L’antichità dava a quel luogo un’apparenza spettrale; la chiesa era stata fabbricata molte centinaia d’anni prima, e una volta c’era stato annesso un convento o un monastero; poichè si vedevano ancora degli archi diruti, avanzi di finestre sporgenti e frammenti di muri anneriti, mentre altre parti del vecchio edificio, rovinate e sbriciolate, s’erano frammiste col terreno del cimitero e coperte d’erba, come se anch’esse volessero essere seppellite e cercassero di confondere la loro polvere con la cenere degli uomini. Accanto a quelle pietre sepolcrali dei vecchi tempi, v’erano due piccole case con delle profonde finestre e delle porte di quercia. Formavano parte delle rovine e s’era cercato in altri tempi di renderle abitabili, ma anch’esse, vuote e desolate, si avviavano verso la fine.
Da quelle due abitazioni fu attratta tutta quanta l’attenzione della fanciulla. Essa non sapeva darsene ragione. La chiesa, le rovine, le vecchie tombe, avevano certo gli stessi diritti da far valere innanzi alla curiosità d’un forestiero; ma dal momento in cui gli occhi di Nella s’erano fissati su quelle due dimore, ella non potè volgersi a null’altro. Anche dopo aver fatto il giro del recinto, e, dopo esser tornata sotto il portico, a sedersi pensosamente in attesa dell’amico, la fanciulla si volse in modo da poterle guardare, come se un fascino ve la tenesse incatenata.

X.

La madre di Kit e il signore scapolo – sarà bene seguirli in fretta, perchè questa storia non venga accusata di incostanza e perchè non si dica che lascia i suoi personaggi in situazioni di dubbio e d’incertezza – la madre di Kit e il signore scapolo, correndo nella carrozza a quattro cavalli che abbiamo già vista partire dalla porta del notaio, si lasciarono subito lontana la città e fecero schizzar subito fuoco dalle selci dell’ampia strada maestra.
La buona donna, un poco impacciata dalla novità della sua condizione e da certe materiali apprensioni che le bisbigliavano che forse in quell’ora Giacomino o il piccino, o tutti e due erano caduti nel fuoco, o ruzzolati giù per le scale, o erano stati schiacciati dietro gli usci, o s’erano scottati l’esofago sforzandosi di spegnere la sete al beccuccio della teiera, si manteneva in un tormentoso silenzio; e incontrando dagli sportelli gli occhi dei guardabarriere, dei conduttori d’omnibus e di altri, si sentiva nella dignità della propria posizione come quelli che seguono un funerale, i quali, non essendo molto ambasciati dalla perdita del defunto, non si mostrano, no, indifferenti, guardando dalla carrozza del corteo, ai conoscenti che incontrano, ma sono costretti a mantenere una decorosa solennità, e a fingere di non esser distratti da nessun oggetto esterno.
Rimanere indifferenti in compagnia del signore scapolo avrebbe significato esser dotati di nervi d’acciaio. Una carrozza non contenne mai, e dei cavalli non tirarono mai, una persona più irrequieta. Egli non sedeva mai nello stesso atteggiamento per due minuti di fila, ma agitava continuamente d’attorno le braccia e le gambe, sollevava i finestrini e li lasciava violentemente ricadere, o cacciava la testa fuori di uno sportello per ritirarla dentro e far capolino dall’altro. Portava in tasca, anche, una scatoletta di fuoco, sconosciuta e misteriosa; e proprio mentre la madre di Kit chiudeva gli occhi, tra, trac, frr, il signore scapolo si metteva a consultare l’orologio al lume d’una fiammella, lasciando cader le scintille nella paglia come se non vi fosse alcun pericolo per lui e la madre di Kit di essere arrostiti vivi prima che i garzoni potessero fermare i cavalli. Tutte le volte che c’era una fermata per il cambio dei cavalli, ecco il signore scapolo slanciarsi dalla carrozza senza che si abbassasse il montatoio, e volare nel cortile dell’albergo come un razzo acceso, a cavare l’orologio al lume del fanale e dimenticarsi di guardarlo prima di rimetterselo in tasca, e, insomma commettere tante stravaganze che la madre di Kit aveva assolutamente timore di lui. Poi, dopo che i cavalli s’erano messi in moto, eccolo entrare come un bolide, e prima che avessero percorso un miglio, eccolo cacciare di nuovo l’orologio e la scatoletta misteriosa, e la madre di Kit svegliarsi di nuovo, senza speranza di un pisolino per tutta quella tratta.
– Vi sentite bene? – soleva dire il signore scapolo dopo una di quelle sue imprese, voltandosi vivamente.
– Benissimo, grazie.
– Certo? Non sentite freddo?
– Un po’ di freschetto, signore – rispondeva la madre di Kit.
– Me lo immaginavo! – esclamava il signore scapolo, abbassando uno dei finestrini davanti. – Essa ha bisogno di un ponce! Certo che ne abbisogna. Come ho potuto dimenticarlo? Ohè! Fermate alla prossima locanda, e ordinate un bicchiere di ponce.
Era inutile per la madre di Kit protestare che non le occorreva nè ponce, nè nulla. Il signore scapolo era inesorabile; e tutte le volte che aveva esaurito ogni altro modo e maniera d’irrequietezza, gli veniva invariabilmente in mente che la madre di Kit aveva bisogno di un ponce.
A questo modo essi viaggiarono quasi fino a mezzanotte, e allora si fermarono per la cena, e il signore scapolo ordinò tutti i commestibili a disposizione dell’albergo, e perchè la madre di Kit non mangiava ogni piatto subito, e tutto, si ficcava in testa ch’ella dovesse sentirsi male.
– Voi siete debole – disse il signore scapolo, che non faceva altro che aggirarsi per la stanza. – Io capisco ciò che avete, signora mia. Siete debole.
– Grazie, signore, ma davvero no.
– Lo so bene. Ne sono certo. Io strappo questa povera donna dal seno della sua famiglia così all’improvviso, ed essa si fa sempre più debole innanzi ai miei occhi. Sono un bel tipo! Quanti figli avete signora?
– Due, signore, oltre Kit.
– Maschi, signora?
– Sì, signore.
– Sono cresimati?
– Non ancora, signore.
– Io sono padrino di tutti e due. Ricordatevelo signora. Sarebbe bene che vi pigliaste un po’ di vino caldo.
– Non potrei toccarne neppure una goccia, signore.
– Dovete – disse il signore solo. – Lo veggo che ne avete bisogno. Ci avrei dovuto pensare prima.
Volando immediatamente al campanello, e ordinando del vino caldo con lo stesso impeto che avrebbe impiegato per il conforto istantaneo d’una persona tratta in quel momento dai gorghi dell’acqua, il signore scapolo fece inghiottire alla madre di Kit un bicchierone di vino a una temperatura così alta che delle lacrime inondarono il viso della donna, la quale fu condotta in fretta alla carrozza, dove, per gli effetti forse di quel piacevole calmante, tosto divenne insensibile alla irrequietezza dell’altro, e s’immerse in un profondo sonno. Nè gli effetti felici di quella somministrazione furono di carattere transitorio, poichè, nonostante che la distanza fosse maggiore e il viaggio più lungo di quanto il signore avesse immaginato, ella non si svegliò che a giorno chiaro, fra lo strepito del selciato d’una città.
– È qui! – gridò il compagno, abbassando tutti i vetri. – Dritto al museo di cera.
Il postiglione più vicino alle ruote si toccò il cappello, e dando di sprone al cavallo, perchè infine si potesse filare brillantemente, tutte e quattro le bestie si slanciarono a un magnifico galoppo, e passarono per le vie con un fracasso che fece correre la brava gente curiosa alle porte e alle finestre, e soffocò le tenui voci degli orologi della città nell’atto di sonare le otto e mezza. Si diressero a una porta intorno alla quale era raccolta una folla, e lì si arrestarono.
– Che c’è? – disse il signore scapolo, sporgendo fuori il capo. – C’è qualcosa qui?
– Un matrimonio, signore, un matrimonio – esclamarono parecchie voci, – Viva!
Il signore scapolo, alquanto sconcertato per trovarsi nel centro d’una folla rumorosa, discese con l’aiuto di uno dei postiglioni, e diede la mano alla madre di Kit, alla cui vista la plebaglia gridò: “Ecco un altro matrimonio!” e si mise a vociare e a saltare di gioia.
– Il mondo è diventato matto, credo – disse il signore scapolo, aprendosi un varco fra la calca con la presunta sposa. – Fatevi indietro, e lasciatemi picchiare.
Qualunque cosa faccia del rumore è gradita alla folla. Una ventina di mani sudice si levarono immediatamente per picchiare invece di lui, e di rado un martello di eguale forza produsse un fracasso più assordante di quello destato da quello strumento particolare in quella particolare occasione. Dopo aver compiuto volontariamente quella bisogna, la folla si ritrasse modestamente di qualche passo, preferendo che il signore scapolo ne sopportasse lui le conseguenze.
– Bene, signore, che volete? – disse un uomo con una grossa nocca bianca all’occhiello, aprendo la porta, e mettendoglisi di fronte in istoico atteggiamento.
– Amico, chi s’è sposato qui? – disse il signore solo.
– Mi sono sposato io.
– Voi! E, in nome del diavolo, chi avete sposato?
– Che diritto avete voi di domandarlo? – rimbeccò lo sposo, squadrandolo da capo a piedi.
– Che diritto! – esclamò il signore solo, stringendo più forte nel suo il braccio della madre di Kit, perchè quella brava donna pensava certamente di darsela a gambe. – Un diritto di cui voi non avete neppure l’idea. Sentite, buona gente, se quest’uomo s’è sposato una minorenne… no, no, non può essere. Dov’è la fanciulla che voi avete qui, mio buon signore? Voi la chiamate Nella. Dov è?
Mentre egli moveva questa domanda, alla quale la madre di Kit fece eco, qualcuno in una stanza vicina cacciò un grido, e una grossa donna in veste bianca si precipitò correndo alla porta, e si appoggiò al braccio dello sposo.
– Dov’è Nella? – esclamò quella donna. – Che notizie mi portate? Che n’è stato di lei?
Il signore scapolo si trasse con un balzo indietro e guardò intento il viso dell’ex signora Jarley (sposata quella mattina al filosofico Giorgio, ad eterno furore ed eterna disperazione del poeta signor Slum), con occhiate di apprensioni contrastanti, di delusione e d’incredulità. Finalmente disse balbettando:
– Sono io che vi domando dov’è? Che cosa intendete dire?
– Ah, signore! – esclamò la sposa. – Se siete venuto qui a fin di bene, perchè non vi siete presentato una settimana fa?
– Non è… non è morta? – disse la persona alla quale la donna s’era rivolta, facendosi pallida.
– No, no, non siamo a questo.
– Sia lodato Iddio! – esclamò fiocamente l’altro. – Lasciatemi entrare.
Essi si trassero indietro per farlo entrare, e dopo chiusero la porta.
– Voi vedete in me, buona gente – egli disse, volgendosi agli sposi novelli – uno al quale la stessa vita è meno cara delle due persone di cui io vado in cerca. Essi non mi conoscerebbero. Vedrebbero in me le fattezze d’un estraneo, ma se l’uno o l’altra o entrambi son qui, conducete questa buona signora con voi, che essa li vegga prima, poichè è conosciuta da tutti e due. Se ce li occultate per un riguardo malinteso o un timore che aveste per loro, giudicate le mie intenzioni da quel che diranno rivedendo questa brava signora, che è una loro vecchia e umile amica.
– L’ho sempre detto! – esclamò la sposa. – Sapevo che non era una fanciulla ordinaria! Ahimè, signore! Noi non abbiamo la possibilità di aiutarvi, perchè tutto quello che potevamo fare, l’abbiamo fatto, inutilmente.
E quindi essi gli riferirono, senza nascondergli alcuna circostanza, tutto quanto sapevano di Nella e di suo nonno, dal primo incontro con loro fino al momento della loro improvvisa scomparsa, aggiungendo (cosa verissima) che avevano fatto tutti gli sforzi possibili per rintracciarli, ma senza risultato. Prima erano stati in grave paura per la sicurezza dei due fuggitivi, come anche per i sospetti ai quali essi stessi – lo sposo e l’ex signora Jarley – potevano essere un giorno esposti per effetto di quella improvvisa partenza. Si diffusero sulla debolezza di spirito del vecchio, sul disagio evidente della fanciulla tutte le volte che egli era assente, sulla compagnia che si supponeva frequentasse, e sul graduale, sempre maggiore abbattimento che s’era impossessato della giovinetta, con grave alterazione della sua salute e del suo spirito. Se ella si fosse accorta la notte della mancanza del vecchio, e, sapendo o congetturando il luogo del suo rifugio, fosse andata in cerca di lui, o se i due avessero lasciato la casa d’accordo, non c’era alcun mezzo di stabilire. Certo consideravano che non c’era grande speranza di aver buone notizie dei fuggitivi, e che sia che la fuga fosse stata tramata dal vecchio, sia dalla fanciulla, non v’era allo stato delle cose da credere minimamente al loro ritorno.
Il signore scapolo ascoltò tutto questo con l’aria d’un uomo abbattuto dall’ambascia e dalla delusione. Versò delle lagrime quando si parlò del vecchio, e apparve profondamente addolorato.
Per non protrarre questa parte della nostra narrazione, e per abbreviare una storia lunga, sia qui rapidamente accennato che prima che il colloquio finisse, il signore scapolo giudicò che aveva delle prove sufficienti che gli era stata narrata la verità, e che si sforzò di fare accettare alla sposa e allo sposo un attestato della sua gratitudine per la bontà da essi dimostrata alla infelice fanciulla, attestato, però, che fu con fermezza rifiutato. Infine, la coppia felice saltò nel carrozzone per andare a passare la luna di miele in un soggiorno di campagna; e il signore scapolo e la madre di Kit rimasero con la faccia dolente a contemplare lo sportello della loro carrozza.
– Dove si va, signore? – disse il postiglione.
– Si va – disse il signore scapolo – all’… – Egli non voleva aggiungere “albergo”, ma lo aggiunse per rispetto alla madre di Kit; e all’albergo si andò.
Era già corsa voce che la fanciulla, la quale soleva fare la spiegazione innanzi alle statue di cera, fosse la figlia di grandi personaggi, rubata in fasce ai genitori, e che appunto allora era stata ritrovata. Non si sapeva precisamente se fosse la figlia di un principe, d’un duca, d’un conte, d’un visconte o d’un barone, ma tutti s’accordavano su questo fatto principale: che il signore scapolo era padre; e tutti erano corsi a guardarlo, benchè non potessero scorgere di lui che il nobile naso, mentre se ne andava abbattuto nella sua carrozza quattro cavalli.
Che cosa non avrebbe dato per sapere, e che dolore gli sarebbe stato risparmiato se soltanto avesse saputo che in quel momento tanto la bambina che il nonno erano seduti sotto il portico della vecchia chiesa, aspettando pazientemente il ritorno del maestro di scuola!

XI.

La voce di popolo sul signore scapolo e sulle sue ricerche, correndo di bocca in bocca, e diventando sempre più mirifica nei suoi giri – poichè la decantata voce di popolo, dissimile al sasso che rotola del proverbio, raccoglie molto musco nei suoi continui andirivieni – diede allo spettacolo dell’arrivo di lui e della madre di Kit sulla soglia dell’albergo, la solennità d’un avvenimento straordinario che non poteva essere abbastanza ammirato. Si fece un gran concorso di bighelloni, i quali, rimasti per la chiusura del museo di cera e la fine della cerimonia nuziale, per così dire, senza occupazione, considerando quell’arrivo quasi come una poco meno che speciale provvidenza, lo salutarono con dimostrazioni della gioia più viva.
Non partecipando per nulla affatto a quella impressione generale, ma con l’aspetto vessato e abbattuto di chi volesse meditare nella solitudine e nel silenzio sulle proprie delusioni, il signore scapolo smontò e porse la mano alla madre di Kit con una malinconica cortesia che fece una grande sensazione negli astanti. Quindi diede il braccio alla donna e l’accompagnò nell’albergo mentre parecchi svelti camerieri correvano innanzi facendo da battistrada per sgombrare la via e introdurre i forestieri nella sala già pronta per il loro ricevimento.
– Qualsiasi stanza – disse il signore scapolo. – Purchè non sia lontana, ecco tutto.
– È vicina, signore; per favore, da questa parte.
– Piacerebbe al signore questa stanza? – disse una voce mentre una porticina laterale in fondo alla tromba della scala si apriva rapidamente e si presentava una testa. – Il signore sarebbe il benvenuto come i fiori di maggio o il carbone a Natale. Vi piacerebbe questa stanza, signore? Fatemi l’onore d’entrare. Fatemi questo favore, prego.
– Iddio m’aiuti! – esclamò la madre di Kit, indietreggiando con grande sorpresa. – Chi se lo sarebbe immaginato?
Aveva qualche ragione di meravigliarsi, perchè la persona che faceva quel grazioso invito non era altri che Daniele Quilp. La porticina dalla quale egli s’era affacciato era accanto alla dispensa dell’albergo; e il nano se ne stava lì a inchinarsi con grottesca cortesia, con tanta disinvoltura che pareva stesse sulla porta di casa sua, disseccando, con la sola sua presenza, tutti i cosciotti di castrato e l’arrosto freddo di pollo, come se fosse il cattivo genio delle cantine spuntato di sotterra per un perfido sortilegio.
– Volete farmi quest’onore? – disse Quilp.
– Preferisco esser solo – rispose l’altro.
– Ah! – disse Quilp. E con questa esclamazione, balzò a un tratto indietro e sbattè la porticina, come una statuetta in un orologio olandese, dopo che è sonata l’ora.
– Ma se non più tardi di ieri sera, signore – bisbigliò la madre di Kit – l’ho lasciato nella Cappella dissidente.
– Veramente! – disse il compagno. – Quando è arrivata quella persona, cameriere?
– Questa mattina con la diligenza della notte, signore.
– Ahi! E quando va via?
– Veramente non so, signore. Quando la cameriera ha domandato poco fa a quel signore se volesse un letto, prima le ha fatto delle smorfie e poi, signore, ha tentato di baciarla.
– Pregatelo di venir qui – disse il signore scapolo. – Ditegli che mi piacerebbe di scambiare qualche parola con lui. Ditegli di venire subito, avete capito?
Il cameriere a quest’ordine, guardò fisso il signore, perchè questi non soltanto s’era meravigliato al pari della madre di Kit alla vista del nano, ma, pur non temendolo affatto, non aveva cercato affatto di dissimulare l’antipatia e la ripugnanza che gli destava. Ma, intanto, s’avviò ad eseguir l’ordine, e subito ritornò, insieme con la persona domandata.
– Vostro servo, signore – disse il nano. – Ho incontrato per via il vostro messaggero. Pensavo che mi avreste permesso di farvi i miei omaggi. M’auguro stiate bene. M’auguro che stiate benissimo.
Vi fu una breve pausa, mentre il nano con gli occhi semichiusi e tutto il viso aggrottato, rimaneva in attesa d’una risposta. Non ricevendone alcuna, si voltò alla sua conoscente più familiare.
– La mamma di Cristoforo! – egli esclamò. – cara donna, che degna donna, benedetta nel suo bravo figliuolo! Come sta la mamma di Cristoforo? Il cambiamento d’aria e di paese le ha giovato? La sua famigliuola e Cristoforo, anche stanno bene? Vengon su in salute? Prosperano? E si fanno buoni cittadini, eh?
Facendo ascendere la voce su per la scala musicale con ogni domanda successiva, il signor Quilp finì con uno squittìo, e assunse quell’atteggiamento d’intensa attesa che gli era solito e che, finto o naturale che fosse, aveva egualmente l’effetto di cancellargli ogni espressione dal viso, rendendolo, per quanto riguardava ogni indizio d’umore o di significato, assolutamente muto
– Signor Quilp… – disse il signore scapolo.
Il nano si mise la mano sull’ampio padiglione dell’orecchio, in atto della più intensa attenzione.
– Noi due ci siamo incontrati già un’altra volta…
– Sicuro! – esclamò Quilp, con un cenno del capo. – Ah, sicuro, signore! Tanto onore e tanto piacer appunto voi, mamma di Cristoforo, onore e piacere… non si dimentica così presto. Impossibile!
– Voi potete ricordare che il giorno che arrivai a Londra, e trovai la casa alla quale m’ero diretto vuota e deserta, una persona del vicinato, mi mandò da voi e venni senza fermarmi neppure a riposarmi.
– Che misura precipitata, e pure come energica e vigorosa! – disse Quilp, parlando con se stesso, ad imitazione dell’amico Sansone Bronzi.
– Io trovai – disse il signore scapolo – che voi senza alcuna giustificazione vi eravate impossessato di tutto ciò che poco prima era appartenuto a un altro, e che quell’altro, che fino al tempo dell’inizio del vostro possesso si credeva fosse benestante, era stato ridotto all’assoluta miseria, e cacciato di casa.
– Avevamo una sentenza per quello che facemmo, mio buon signore – disse Quilp: – avevamo la nostra sentenza. E non dite cacciato. Egli se n’andò spontaneamente… sparì durante la notte, signore.
– Non importa – disse il signore scapolo, con ira. – Se n’andò.
– Sì, se n’andò – disse Quilp, con la stessa imperturbabilità irritante. – Non c’è alcun dubbio che se n’andasse. Il problema fu questo: dove? E rimane ancora un problema.
– Ora, che debbo pensare di voi – disse il signore scapolo, guardandolo severamente, – di voi, che, evidentemente poco disposto a darmi qualsiasi informazione allora… anzi indubbiamente occultandovi e riportandovi dietro ogni specie di astuzia, inganno e scappatoia…. ora state spiando i miei passi?
– Io spiando! – esclamò Quilp.
– Ah, no? – ribattè l’altro, giunto al grado della massima irritazione. – Non eravate poche ore fa, a sessanta miglia di distanza, nella cappella dove questa brava donna va a fare le sue devozioni?
– Anche lei era colà, no? – disse Quilp, sempre imperturbato. – Io non potrei dire, se avessi l’intenzione d’essere scortese, come faccio a sapere che non siete voi che state spiando i miei passi? Sì, io ero nella cappella. Ebbene, ho letto nei libri che i pellegrini solevano andare in chiesa prima di mettersi in viaggio, a pregare per il loro sicuro ritorno. Gente saggia! I viaggi sono molto pericolosi… specialmente sull’imperiale. Ruote che saltano, cavalli che si spaventano, cocchieri che vanno a velocità pazzesca, diligenze che ribaltano. Io ho l’abitudine d’andare in chiesa prima di mettermi in viaggio. Veramente, è la prima cosa che faccio in simili occasioni.
Che Quilp mentisse sfacciatamente con queste parole, non occorre gran penetrazione a scoprire, benchè, per quel che traspariva in viso, nella voce o nei modi, potesse sembrare che s’aggrappasse alla verità con la tranquilla costanza d’un martire.
– In nome di tutto ciò che può fare ammattire un uomo, mio bel signore – disse il disgraziato signore scapolo – non avete, per qualche ragione vostra particolare assunto lo stesso mio compito? Non sapete con quale scopo io son venuto qui, e se lo sapete, non potete darmi qualche lume?
– Voi credete che io sia uno stregone, signore rispose Quilp, stringendosi nelle spalle. – Se così fosse, m’indovinerei da me la fortuna… e la farei.
– Ah, veggo che noi abbiamo già detto tutto che era necessario dire! – rispose l’altro, gettandosi impazientemente su un divano. – Allora lasciamoci, se non vi dispiace.
– Volentieri – rispose Quilp. – Molto volentieri. – Mamma di Cristoforo, anima buona, addio. Buon viaggio… di ritorno, signore.
Con queste parole, e con un sogghigno sui suoi lineamenti assolutamente indescrivibile, ma che pareva fosse composto di tutte le smorfie più mostruose delle quali gli uomini e le scimmie sono capaci, il nano pianamente si ritrasse e si chiuse dietro la porta.
– Oh, oh! – egli disse quando rientrò nella sua camera e si sedette in una poltrona tenendosi le mani cintura. – Oh, oh! Siete lì, amico? Ve…ramente!
Gorgogliando come per una gioia eccessiva, e rifacendosi delle restrizioni alle quali era stata assoggettata la sua fisionomia col torcerla in tutte le possibili e concepibili varietà di bruttezza, il signor Quilp, cullandosi innanzi e indietro nella poltrona e dondolando nello stesso tempo la gamba sinistra, cadde in certe meditazioni, delle quali è forse necessario riferire qui la sostanza.
Prima passò in rassegna le circostanze che lo avevano condotto nel luogo ove si trovava, e che erano brevemente queste. La sera precedente, affacciandosi nello studio del signor Sansone Bronzi, egli s’era incontrato, in assenza dell’avvocato e della dotta sorella, nel signor Swiveller, il quale proprio in quel momento stava spruzzando con un bicchiere di gin caldo e acqua la polvere della legge, e si stava inumidendo l’argilla di cui era composto, come si dice con certa frase dei beoni, proprio abbondantemente. Ma come in generale l’argilla che diventa, se è troppo bagnata, di vaga e debole consistenza, screpolandosi dove meno si aspetta, ritenendo oscuramente le impressioni che vi sono state messe, e non osservando alcuna forza o fermezza di carattere, così l’argilla del signor Swiveller, avendo assorbito una gran quantità di liquido, era in una condizione di gran mollezza e inconsistenza, di guisa che le idee che vi erano state impresse stavano quasi perdendo il loro carattere primitivo e facevano insieme una grande confusione.
Non è strano per l’argilla umana in questa condizione valutarsi al di sopra d’ogni altra, in fatto di prudenza e capacità, e il signor Swiveller, pregiandosi specialmente per queste qualità, aveva còlto l’occasione di osservare ch’egli aveva fatto delle grandi scoperte in rapporto al signore scapolo che abitava al piano superiore, scoperte che aveva determinato di tenere per sè e che nè torture nè carezze gli avrebbero fatto mai rivelare. Il signor Quilp aveva lodato grandemente questa determinazione, e mettendosi nello stesso momento a stimolare il signor Swiveller per fargli dire qualche altra circostanza, tosto era stato in grado di raccogliere che il signore scapolo era stato veduto a colloquio con Kit, e questo era il segreto che Swiveller s’era proposto non avrebbe mai rivelato.
Impossessatosi di questo brano d’informazione, il signor Quilp aveva immaginato subito che il signore scapolo che abitava il piano superiore doveva esser la stessa persona ch’era andata a trovarlo, e assicuratosi con qualche altra domanda che questa supposizione era esatta, non aveva avuto alcuna difficoltà ad arrivare alla conclusione che l’intento e l’oggetto della relazione del signore scapolo con Kit fosse il rinvenimento del vecchio e della fanciulla. Ardendo dalla curiosità di sapere che cosa fosse stato fatto per questo scopo, aveva risoluto di dar l’assalto alla madre di Kit, quale la persona meno capace di resistere a delle scaltre sollecitazioni, e per conseguenza la più adatta a cadere nelle rivelazioni che egli cercava. Così, congedandosi in fretta dal signor Swiveller, era corso a casa di lei. Quella brava donna non era in casa, ed egli, avendo interrogato il vicinato, come poco dopo dovè fare Kit, ed essendo stato diretto alla cappella, s’era recato colà, per farle la posta, sino alla fine del servizio.
Non era nella cappella da più d’un quarto d’ora, e con gli occhi piamente levati al soffitto gioiva internamente della bizzarria della sua presenza in quel luogo, quando era apparso lo stesso Kit. Vigile come una lince, un’occhiata aveva mostrato al nano che la sua gita non sarebbe rimasta senza frutto. Assorto in apparenza, come abbiamo veduto, e fingendo una profonda concentrazione, egli aveva notata ogni circostanza della condotta di Kit, e come lo aveva visto andarsene con la famiglia, gli era corso dietro. Infine li aveva seguiti fino alla casa del notaio, aveva appreso la destinazione della carrozza da uno dei postiglioni, e, sapendo che una diligenza notturna partiva da una strada vicina per la stessa meta, nell’ora ch’era sul punto di scoccare, s’era messo a correre senz’altro all’ufficio della diligenza, e vi aveva acquistato un posto sull’imperiale. Dopo che la diligenza ebbe raggiunto in cammino più volte la carrozza, e dopo essere stata raggiunta dalla carrozza più volte durante la notte, secondo che le loro fermate erano più lunghe o più brevi, o secondo che variava la loro velocità, diligenza e carrozza erano arrivate nella città quasi contemporaneamente. Quilp non aveva perso di vista la carrozza, s’era mischiato alla folla, aveva appreso lo scopo della gita del signore scapolo, e la sua delusione, ed avendo saputo tutto ciò che era utile di sapere, s’era allontanato in fretta, raggiungendo l’albergo prima dell’altro, e dopo aver avuto il colloquio riferito più su, s’era chiuso nello stanzino in cui ora passava in rassegna tutti questi avvenimenti.
– Tu sei qui, sei, amico bello? – ripeteva, mordendosi avidamente le unghie. – Io sono sospettato e messo da banda, e il tuo confidente è Kit, eh? Temo che dovrò dargli una lezione. Se noi fossimo venuti con loro questa mattina – continuò, dopo aver meditato un poco – noi saremmo stati in grado di affacciare un buon titolo. E ci avremmo guadagnato. Se non fosse per questi untuosi ipocriti, Kit e la madre, potrei comodamente acchiappare nella mia rete questo altero signore appunto come abbiamo acchiappato il nostro vecchio amico… il nostro amico comune – ah, ah! – e la graziosa Nella. Ad ogni modo, è un’occasione d’oro che non deve andar perduta. Troviamoli noi prima, e avremo il mezzo di pomparti un po’ del tuo denaro superfluo, signore, mentre vi sono inferriate di prigioni, e catenacci e lucchetti per tenere il tuo amico o parente al sicuro. Io odio le persone virtuose – disse il nano, tracannando un calice d’acquavite, e schioccando le labbra: – ah, le odio tutte!
Questa non era una semplice millanteria, ma una deliberata confessione dei reali sentimenti del signor Quilp; perchè egli, che non amava nessuno, era a poco a poco giunto a odiare tutti quelli che avevano rapporti vicini o lontani col suo rovinato cliente: il vecchio, perchè era stato capace d’ingannarlo e di eludere la sua vigilanza, la fanciulla, perchè era l’oggetto della commiserazione e del continuo rimorso della signora Quilp, il signore scapolo, perchè non nascondeva la sua avversione per lui; Kit e la madre, a morte, per le ragioni già dimostrate. All’infuori e oltre questo sentimento generale di opposizione verso di loro, che sarebbe stato inseparabile dalla sua brama di arricchirsi in mezzo a tutte queste circostanze, Daniele Quilp li odiava tutti.
In questa amena disposizione, egli corroborò sè stesso e i suoi odii con più acquavite, e poi, cambiando di sede, andò a rifugiarsi in un’oscura birreria, nel seno della quale cominciò tutte quelle probabili ricerche che potevano condurre alla scoperta del vecchio e della fanciulla. Ma tutto fu vano. Di loro non si potè ottenere la minima traccia, il minimo indizio. Essi avevano lasciato la città di notte; nessuno li aveva veduti andare; nessun conduttore di diligenza, carro, o furgone aveva veduto o incontrato viaggiatori coi connotati del vecchio e della fanciulla; nessuno s’era imbattuto in loro, o aveva udito parlar di loro. Convinto infine che per quel momento ogni tentativo fosse disperato, egli si procacciò due o tre informatori, con promesse di un grosso compenso nel caso gli portassero qualche informazione, e se ne tornò a Londra con la diligenza del giorno dopo.
Fu una consolazione per Quilp trovare, mentre pigliava posto sull’imperiale, che la madre di Kit era sola al di dentro. Da questa circostanza egli derivò durante il viaggio un’abbondante fonte di divertimento, perchè la solitudine della donna lo mise in grado di atterrirla con molte eccentriche molestie: come quella, per esempio, di sospendersi sul fianco della diligenza, a rischio di precipitare e rompersi il collo, e di guardar fisso coi suoi grandi occhi a palla, la madre di Kit, alla quale, nella faccia che si presentava a rovescio, apparivano molto più orribili del naturale; di balzare a questo modo da uno sportello all’altro; di scender fulmineamente a terra tutte le volte che si cambiavano i cavalli e di affacciarsi allo sportello con una lugubre sbirciata: tutte torture ingegnose che ebbero l’effetto sulla signora Nubbles di farla incapace in tutto quel tempo di resistere alla credenza che il signor Quilp nella sua particolare persona rappresentasse e incorporasse la potenza infernale, così vigorosamente attaccata nella Cappella dissidente, Potenza che, in conseguenza dei peccati da lei commessi recandosi al teatro d’Astley e dall’ostricaio, le si presentava con quella gaiezza traboccante.
Kit, informato per lettera del ritorno della madre, stava aspettando all’ufficio della diligenza; e fu grande la sua sorpresa quando vide sbirciare di sulla spalla del cocchiere come un demone familiare, invisibile a tutti gli occhi tranne che a lui, la ben nota faccia di Quilp.
– Come state, Cristoforo? – gracchiò il nano dalla vetta dell’imperiale. – Benissimo, Cristoforo. La mamma è dentro.
– Ebbene, come mai è qui, mamma? – bisbigliò Kit.
– Non so come sia venuto o perchè, caro – soggiunse la signora Nubbles, scendendo con l’aiuto del figliuolo; – ma in tutta questa benedetta giornata non ha fatto che spaventarmi per farmi perdere tutti i sette sensi.
– Sì? – fece Kit.
– Non lo crederesti, proprio non lo crederesti – rispose la madre; – ma non gli dire una parola, perchè veramente non credo ch’egli sia un uomo. Piano! Non ti voltare e non far vedere che parliamo di lui, ma ora mi sta facendo delle terribili smorfie al lume del fanale della diligenza.
Nonostante le ingiunzioni della madre, Kit si voltò a guardare. Quilp fissava serenamente le stelle, assolutamente assorto nella contemplazione celeste.
– Ah, egli è la più perfida creatura esistente! – esclamò la signora Nubbles. – Ma andiamo. Non gli parlare per tutto l’oro del mondo.
– No, che gli parlerò, mamma. Non aver paura. Come mai, signore…
Il signor Quilp fece l’atto di scuotersi, e guardò sorridendo in giro.
– Volete lasciare star mia madre? – disse Kit. – Come osate molestare una povera donna come lei, amareggiandola e rattristandola, come se non avesse ragioni di esser triste, senza di voi? Non ve ne vergognate, mostriciattolo?
– Mostriciattolo! – disse Quilp a se stesso, con un sorriso. – Il più brutto nano che si possa vedere al mondo per due soldi… mostriciattolo… ah!
– Se voi la molestate un’altra volta – ripigliò Kit, mettendosi sulle spalle la valigia – vi dico una cosa, signor Quilp; non lo sopporterò più. Voi non avete alcun diritto di farlo; e certo che noi non vi abbiamo molestato mai. Questa non è la prima volta; e se mai la seccate o la spaventate di nuovo, voi mi obbligherete (per quanto mi dispiaccia di farlo, per la vostra statura) a bastonarvi.
Quilp non rispose una parola, ma avvicinandosi a Kit in modo da poterlo guardare alla distanza d’un dito, lo fissò con forza, si ritrasse di qualche passo senza distoglier gli occhi da lui, s’avvicinò di nuovo, si ritrasse di nuovo, e così ancora per una mezza dozzina di volte, a guisa di una testa in una fantasmagoria. Kit rimase fermo al suo posto come in attesa d’un assalto immediato, ma vedendo che da questi gesti non veniva nulla, fece schioccar sprezzante le dita e s’allontanò. La madre lo trascinò lontano quanto più presto potè, e anche in mezzo alle notizie ch’egli le dava di Giacomino e del piccino, si guardava ansiosa alle spalle per vedere se Quilp li seguisse.

XII.

La madre di Kit avrebbe potuto risparmiarsi il disturbo di guardare indietro così spesso, poichè nulla era più lontano dai pensieri di Quilp che l’intenzione di correr dietro di lei o del figliuolo, o di rinnovare il litigio col quale si erano separati. Prese la sua via, fischiando di tanto in tanto qualche arietta, e, con un viso assolutamente tranquillo e composto, trotterellò piacevolmente verso casa, intrattenendosi, mentre andava, con le visioni delle paure e dei terrori della signora Quìlp, la quale, non avendo ricevuto alcuna notizia di lui per tre giorni e due notti, e non avendo avuto alcun avviso della sua assenza, stava senza dubbio a quell’ora in uno stato di massimo orgasmo e perdendo continuamente i sensi nell’ansia e nell’ambascia.
Questa faceta probabilità s’adattava così bene all’umore del nano e per lui era così squisitamente divertente che, mentre andava, rideva fino ad aver le lagrime agli occhi, e più d’una volta, trovandosi in un vicolo, sfogò la sua gioia con un grido così forte, spaventando qualche passante solitario, che gli camminava dinanzi e non s’aspettava di vedere una persona tanto minuscola, da accrescere infinitamente l’allegria da cui si sentiva invaso e da darle il carattere di un giubilo strepitoso.
In quella felice disposizione di spirito, il signor Quilp aveva raggiunto Tower Hill, quando, fissando la finestra del salotto della sua abitazione, credè di vedervi più luce che non ve ne fosse di solito in una casa piombata nel lutto. Avvicinandosi un po’ più, e ascoltando attento, ebbe a udire parecchie voci in grave conversazione, fra le quali potè distinguere non solo quelle della moglie e della suocera, ma anche degli accenti maschili.
– Oh! – esclamò il nano geloso. – Che cosa avviene? S’intrattengono dei visitatori quando io non ci sono!
Gli rispose una voce soffocata che veniva dal di sopra. Egli si palpò le tasche cercando la chiave, ma l’aveva dimenticata. Non v’era altro mezzo che picchiare.
– Un lume nel corridoio – disse Quilp, spiando per il buco della serratura. – Un colpo molto piano, e, col vostro permesso, madama, posso ancora piombarvi addosso di sorpresa. Ehi!
Un colpo molto cauto e rammorbidito non ricevè alcuna risposta dal di dentro. Ma dopo una seconda manovra del martello, non più forte della prima, la porta fu aperta pian piano dal ragazzo del molo, che Quilp, trascinando fuori con una mano, fece tacere tappandogli con l’altra la bocca,
– Mi soffocate, padrone – bisbigliò il ragazzo. – Lasciatemi, lasciatemi.
– Chi c’è di sopra, animale? – ribattè Quilp nello stesso tono. – Dimmelo. E non alzar la voce; se no ti soffocherò per davvero
Il ragazzo potè soltanto indicare la finestra, e rispondere con una risata repressa, la quale esprimeva un’allegria così intensa, che Quilp lo strinse alla gola e avrebbe potuto mettere a effetto la sua minaccia, o almeno avvicinarvisi molto, se il ragazzo non si fosse agilmente distrigato da quella stretta, asserragliandosi dietro il pilastro più prossimo, innanzi al quale, dopo i parecchi inutili tentativi di acchiappare il riottoso per i capelli, il padrone fu obbligato a parlamentare.
– Vuoi rispondermi? – disse Quilp. – Che accade di sopra?
– Non mi lasciate parlare – rispose il ragazzo. – Credono… ah, ah!… Credono che voi siate… che siate morto. Ah, ah, ah!
– Morto! – esclamò Quilp, abbandonandosi anche lui a una risata orribile. – Realmente? Credono così? Veramente, animale?
– Credono che voi siate… siate annegato – rispose il ragazzo, che nella sua natura maliziosa aveva una forte infusione di quella del padrone. – L’ultima volta che v’hanno visto, v’hanno visto sulla sponda del fiume, e credono che siate caduto nell’acqua. Ah, ah!
L’occasione di poter spiare in tali deliziose circostanze, e di deluderli tutti presentandosi vivo e verde, diede tanta gioia a Quilp che non glie ne avrebbe data una maggiore un colpo improvviso di fortuna. Egli non era meno solleticato del suo speranzoso aiutante, ed entrambi, per alcuni secondi, stettero a ridere e a tenere fiato e a dondolar la testa dall’uno all’altro lato del pilastro, come un magnifico paio di idoli cinesi.
– Non una parola – disse Quilp, avvicinandosi alla porta in punta di piedi. – Non un suono, neppure tanto quanto lo scricchiolìo d’una tavola, neanche l’urto d’una ragnatela. Annegato, eh, la mia cara mogliettina! Annegato!
Così dicendo, spense la candela, si cavò le scarpe, e salì a tentoni le scale, lasciando il suo giovane amico deliziarsi in un’estasi di capitomboli sul ciottolato.
La camera da letto sul pianerottolo era aperta. Il signor Quilp vi s’infilò, e si piantò dietro l’uscio di comunicazione col salotto, socchiuso per farvi entrar più aria, uscio che avendo una bella fessura (della quale e spesso s’era avvalso per scopi di spionaggio, allargandola col temperino), lo metteva in grado non solo di udire, ma di vedere distintamente ciò che accadeva.
Applicando l’occhio a quel magnifico punto di osservazione, egli osservò il signor Bronzi seduto al tavolino con penna, inchiostro e carta e la bottiglia del rum – la sua bottiglia di rum, il suo Giamaica speciale – a portata di mano, con acqua calda, limoni fragranti, bianche zollette di zucchero, e tutto l’occorrente: da queste scelte sostanze, Sansone, per nulla affatto insensibile ai loro diritti alla propria attenzione, aveva composto un possente bicchiere di ponce fumante, che, in quello stesso istante egli rimescolava con un cucchiaino, e contemplava con sguardi in cui una tenue tinta di rimpianto sentimentale lottava debolmente con una blanda e serena gioia. Allo stesso tavolino, poggiata con entrambi i gomiti, c’era la signora Jiniwin, non più assaggiando di soppiatto il ponce degli altri con un cucchiaino da tè, ma sorbendo dei profondi sorsi da una scodella sua speciale, mentre la figliuola – veramente non con le ceneri sparse in testa, o il cilicio addosso, ma pur nondimeno con una molto decorosa e conveniente apparenza di tristezza – se ne stava abbandonata in una poltrona, addolcendo l’ambascia con una dose minore dello stesso soave liquido. C’erano anche due barcaiuoli che portavano addosso certe loro corde e certi loro ramponi; anch’essi erano stati serviti con un bel bicchiere di ponce a testa; e siccome bevevano con gran gusto e avevano il naso naturalmente rosso, il viso paffuto e l’aria gioviale, la loro presenza aumentava piuttosto che diminuire la decisa aria d’indifferenza ch’era la maggiore caratteristica della brigata.
– Se potessi avvelenare il rum di quella cara vecchia – mormorò Quilp – morrei felice.
– Ah! – disse il signor Bronzi, rompendo il silenzio e levando gli occhi al soffitto con un sospiro. – Chi sa che egli non possa guardar quaggiù su di noi. Chi sa che non ci possa scorgere da… da una parte o dall’altra, e contemplarci con vigile occhio! Ah, signore Iddio!
A questo punto il signor Bronzi si arrestò per bere una metà del ponce, e poi ripigliò, guardando l’altra metà, mentre parlava, con un sorriso di abbattimento:
– Lo posso quasi immaginare – disse l’avvocato, scotendo il capo – di vedere il suo occhio scintillare giù in fondo al mio bicchiere. Quando rivedremo di nuovo le sue sembianze? Mai più, mai più! Un minuto noi siamo qui – aggiunse levando il bicchiere innanzi agli occhi, – il momento dopo siamo lì – mormorò tracannandone il contenuto, e picchiandosi energicamente un po’ sotto il petto: – nella tomba silenziosa. Pensare di dover bere il suo rum! Mi sembra un sogno.
Con lo scopo senza dubbio di attestare la realtà della propria condizione, il signor Bronzi spinse il bicchiere, così dicendo, verso la signora Jiniwin per farselo riempire, e si volse verso i barcaiuoli che aspettavano.
– Tutte le ricerche dunque sono state vane?
– Assolutamente, padron mio. Io credo che se egli verrà a galla in qualche parte, sarà sulla sponda di Greenwich domani, all’ora della bassa marea, eh, compagno?
L’altro galantuomo assentì, osservando che il cadavere era atteso all’ospedale, e che parecchia gente dell’ospedale era pronta a riceverlo a qualunque ora.
– Allora non c’è da far altro che rassegnarsi – disse il signor Bronzi; – nient’altro che rassegnarsi e sperare. Sarebbe un conforto ritrovare il suo corpo; sarebbe un triste conforto.
– Ah, senza dubbio! – assentì in fretta la signora Jiniwin. – Una volta che avessimo il corpo, avremmo l’assoluta certezza.
– Ora all’annunzio coi connotati – disse Sansone Bronzi, prendendo la penna. – È un melanconico piacere ricordare i suoi tratti. Per quanto riguarda le gambe, dunque…?
– Storte, certo – disse la signora Jiniwin.
– Credete che fossero storte? – disse Bronzi, con tono insinuante. – Mi sembra di vederle ora venir su per la via molto discoste l’una dall’altra, in un paio di calzoni di felpa un po’ corti e senza laccioli. Ah, viviamo in una valle di lagrime! Mettiamo storte?
– Credo che fossero un po’ storte – osservò la signora Quilp con un singhiozzo.
– Gambe storte – disse Bronzi, scrivendo. – Testa grossa, corpo corto, gambe storte…
– Molto storte – suggerì la signora Jiniwin.
– Non metteremo molto storte, signora – disse Bronzi, piamente. – Non insistiamo sui difetti del defunto. Egli se n’è andato, signora, dove le gambe non occorrono più… Ci accontenteremo di dire storte, signora Jiniwin.
– Credevo che bisognasse scrivere la verità – disse la vecchia: – ecco tutto.
– Benedetti i tuoi occhi, come ti voglio bene! – mormorò Quilp. – Ecco che beve un’altra volta. Tutti ponce!
– Questa è un’occupazione – disse l’avvocato, deponendo la penna e vuotando il bicchiere, – che sembra ce lo metta innanzi agli occhi come lo spettro del padre di Amleto, negli stessi abiti che portava i giorni di lavoro. Il suo soprabito, la sottoveste, le scarpe e le calze, i calzoni, il suo spirito e il suo buon umore, l’ombrello, tutto mi sta dinanzi come le visioni della mia giovinezza. La sua biancheria – disse il signor Bronzi sorridendo appassionatamente alla parete: – la sua biancheria ch’era sempre d’un colore particolare, perchè tale era il suo capriccio e la sua fantasia… Come veggo ora distintamente la sua biancheria!
– Fareste bene a continuare, signore – disse con impazienza la signora Jiniwin.
– È vero, signora, è vero! – esclamò il signor Bronzi. – Le nostre facoltà non debbono agghiacciarsi nell’ambascia. Vi darò un altro piccolo disturbo, signora. Si tratta della forma del suo naso.
– Piatto – disse la signora Jiniwin.
– Aquilino! – esclamò Quilp, facendo capolino, e picchiandosi il naso col pugno. – Aquilino, strega. Non lo vedi? Questo lo chiami piatto? Piatto, eh?
– Oh, bellissimo, bellissimo! – esclamò Bronzi, per semplice forza d’abitudine. – Eccellente! Che persona a modo! Come egregia!… Quanta finezza che ha! Un così straordinario potere di prepararci una sorpresa!
Quilp non badò affatto a questi complimenti, nè all’aspetto incerto e sgomento che assunse gradatamente l’avvocato, nè alle grida della moglie e della suocera, nè alla fuga di quest’ultima dalla stanza, nè allo svenimento della prima. Tenendo gli occhi fissi su Sansone Bronzi, egli si diresse al tavolino, e cominciando col bicchiere di lui, ne bevve il contenuto, e si mise a girare regolarmente finchè vuotò gli altri due, e quindi prendendo la bottiglia del rum, e mettendosela sotto il braccio, fissò l’avvocato con uno sguardo molto malizioso.
– Non ancora, Sansone – disse Quilp. – Non ancora.
– Ah, che bellezza! – esclamò Bronzi, ripigliandosi un poco. – Ah, ah, ah! Che magnifico tratto! Nessun altro al mondo l’avrebbe presa così! Una posizione molto difficile da affrontare, ma lui ha tanto buon umore, tanto spirito!
– Buona sera! – disse il nano con un cenno espressivo.
– Buona sera, caro, buona sera! – esclamo l’avvocato, ritraendosi verso la porta. – Che occasione consolante, che occasione straordinariamente consolante! Ah, ah, ah! Che gioia veramente, che gran gioia!
Aspettando che le esclamazioni di Bronzi si spegnessero in distanza (perchè quegli continuava a snocciolarle per tutti i gradini della scala), Quilp s’avanzò verso i due barcaiuoli, che erano rimasti lì in una specie di strano intontimento.
– Avete esplorato il fiume tutto il giorno, voi? – disse il nano, tenendo la porta aperta con gran cortesia.
– E anche ieri, padrone.
– Poveretto me, vi siete dati un gran disturbo. Vi prego di considerar come vostro tutto ciò che troverete sul… sul cadavere. Buona sera!
I due uomini si guardarono l’un l’altro, ma evidentemente non avevano intenzione di discutere la cosa proprio in quel momento, e sgattaiolarono via. Fatto questo frettoloso sgombero, Quilp chiuse le porte, e, sempre tenendo forte la bottiglia del rum, si mise con le spalle strette e le braccia incrociate, a guardare, con orrendo aspetto d’un incubo, la moglie svenuta.

XIII.

Le controversie matrimoniali si svolgono generalmente fra le due parti interessate nella forma di un dialogo, del quale la donna sostiene almeno una buona metà. Quelle del signore e della signora Quilp, però, erano un’eccezione alla regola generale; perchè le osservazioni che derivavano da esse si limitavano a un lungo soliloquio da parte dell’uomo e a poche, forse, tremanti note da parte della donna, le quali non si estendevano oltre un timido monosillabo pronunziato a lunghi intervalli, e in tono molto umile e sommesso. Nell’occasione di quella sera, la signora Quilp non si avventurò neppure a cercare questa tenue difesa, ma quando si fu riavuta dallo svenimento, se ne rimase silenziosa e lacrimosa ad ascoltare umiliata i rimproveri del suo signore e marito.
Di questi il signor Quilp scatenò una pioggia con la massima animazione e rapidità, e con tante contorsioni di membra e di lineamenti, che anche la moglie, sebbene, per questo rispetto, abbastanza avvezza all’abilità del marito, stette a vederle presso a poco fuori di sè dalla paura. Ma il rum Giamaica, e la gioia d’aver fatto a tutti un magnifico tiro, temperarono a poco a poco la collera di Quilp, la quale, dall’essere d’un bollore selvaggio, discese lentamente al grado del motteggio e della propria soddisfazione, dove sì fermò.
– Così tu credevi che io fossi morto e scomparso, credevi? – disse Quilp. – Credevi che tu fossi vedova, eh? Ah, ah, ah, svergognata!
– Veramente, Quilp… – rispose la moglie: – mi dispiace molto…
– Chi ne dubita! – esclamò il nano. – Ti dispiace molto! Certo che te ne dispiace. Chi dubita che te ne dispiaccia molto!
– Non intendo che mi dispiaccia che tu sia tornato casa e in buona salute – disse la moglie; – ma mi dispiace d’essere stata indotta a credere che tu fossi morto. Io son lieta di rivederti, Quilp; veramente lieta.
In verità la signora Quilp si mostrava, di mirare il suo signore, più lieta di quanto si sarebbe potuto credere, e mostrava un grado d’interesse nella sua salvezza che, considerate tutte le circostanze, era piuttosto ingiustificato. Su Quilp, però, questa circostanza non fece alcuna impressione, tanto che egli fu mosso a far schioccar le dita innanzi agli occhi della moglie, con varie risate di trionfo e di derisione.
– Come hai potuto fare ad andartene per tanto tempo, senza dirmi una parola o farmi sapere più nulla di te? – chiese la povera donna, singhiozzando. – Come hai potuto esser così crudele, Quilp?
– Come ho potuto esser così crudele! Crudele! – esclamò il nano. – Perchè ero di questa vena. E sono di questa vena ora. Sarò crudele tutte le volte che mi piacerà. Ora me ne vado di nuovo.
– Ma no!
– Sì, di nuovo. Me ne vado ora. Me ne vado subito. Me ne vado a vivere dove me ne prende la fantasia… al molo… nell’ufficio… come uno scapolo spensierato. Tu sei stata vedova in anticipazione. Per tutti i diavoli, io farò lo scapolo sul serio.
– Non puoi dire davvero, Quilp! – singhiozzò la moglie.
– Ti dico – disse il nano, giubilante per il suo progetto – che sarò scapolo, un diavolo di scapolo, e avrò la mia sede di scapolo, e tu fatti vedere da quelle parti, se hai coraggio. E bada anche che io non ti venga a sorprendere quando tu nemmeno ci pensi, perchè io ti farò la spia, ed entrerò ed uscirò di qui come una talpa o una donnola. Tom Scott… dov’è Tom Scott?
– Son qui, padrone! – gridò la voce del ragazzo a Quilp, che aveva aperto la finestra.
– Aspetta lì, animale – rispose il nano – per portare la valigia d’uno scapolo. Su, fammi la valigia, signora Quilp. Chiama la vecchia che venga a dare una mano; su, picchia! Ohè, là!
Con queste esclamazioni, il signor Quilp afferrò le molle, e correndo all’uscio della cameretta dell’ottima suocera, si mise con quelle a picchiare, finchè non la fece svegliare atterrita e pensare che l’amabile genero avesse, certo, l’intenzione di ammazzarla per vendicarsi delle gambe da lei calunniate. Impressionata da questa idea, appena svegliata si mise a gridare a squarciagola, e si sarebbe improvvisamente precipitata per la finestra e a traverso un abbaino sottostante, se la figliola non si fosse affrettata a disingannarla, e a implorare il suo aiuto. Rassicurata alquanto dalla notizia del servizio che si richiedeva da lei, la signora Jiniwin fece la sua comparsa in una veste da camera di flanella; ed entrambe, madre e figlia, tremanti di terrore e di freddo – perchè la notte era già inoltrata – obbedirono in silenzio sommesso agli ordini del signor Quilp. Prolungando i suoi preparativi per quanto più gli era possibile, per maggior loro conforto, quell’eccentrico galantuomo sorvegliò il trasferimento della sua guardaroba nella valigia, e avendoci aggiunto di mano propria un piatto, un coltello, una forchetta, un cucchiaio, una tazza da tè e una sottocoppa, e altri piccoli utensili della stessa specie, chiuse e legò la valigia, se la mise sulle spalle, e procedette fuori della porta senza un’altra parola e con la bottiglia (che non aveva mai deposta) sempre stretta ben forte sotto il braccio. Affidando il carico più pesante alle cure di Tom Scott, appena fu nella via, tirò prima una sorsata dalla bottiglia per il proprio incoraggiamento, e poi assestò con essa un colpo alla testa al ragazzo perchè anche lui l’assaggiasse, per mettersi quindi con gran risolutezza in rotta verso il molo, che raggiunse fra le tre e le quattro della mattina.
– Delizioso! – disse Quilp, trovando a tentoni la via del casotto di legno dell’ufficio, e aprendo la porta con la chiave che portava sempre addosso. – Veramente delizioso! Chiamami alle otto, animale!
Senz’altro saluto o spiegazione, abbrancò la valigia, chiuse la porta sul naso dell’aiutante, e arrampicandosi sul tavolo, e arrotolandosi a palla come un riccio, in un vecchio mantellaccio da barca, si addormentò profondamente.
Essendo stato risvegliato la mattina all’ora stabilita, e risvegliato con difficoltà, dopo le sue ultime fatiche, Quilp ordinò a Tom Scott di accendere il fuoco nel cortile con dei pezzi di legname vecchio e di preparare un po’ di caffè per la colazione: perchè poi provvedesse alla parte sostanziale del pasto gli affidò un po’ di denaro da spendere nell’acquisto di panini freschi, di burro, di zucchero, d’aringhe affumicate e altre inezie di cucina; di guisa che in pochi minuti un pasto saporoso fumava sulla mensa. Di questo sostanzioso conforto il nano mangiò a due palmenti; e largamente soddisfatto di simile libera e zingaresca maniera di vita (alla quale aveva pensato spesso, perchè gli offriva, tutte le volte ch’egli voleva avvalersene, una piacevole liberazione dai legami coniugali e uno squisito mezzo di tenere la moglie e la suocera in uno stato di continua agitazione e incertezza), si diede un gran da fare per perfezionare il suo rifugio, e farlo più bello e più comodo.
Con questo scopo si recò in un luogo vicino, dove si vendeva la roba che gli occorreva, comperò un’amaca di seconda mano, e la sospese al soffitto dell’ufficio alla foggia marinaresca. Fece mettere anche, nello stesso casotto tarlato, una vecchia stufa di bastimento con un tubo rugginoso che portasse il fumo fuori del tetto; e compiuti questi adattamenti, si mise a contemplarli con ineffabile delizia.
– Io ho una casa di campagna come Robinson Crusoe – disse il nano osservando lo stabile: – una specie d’isola solitaria, desolata, remota, dove io posso essere perfettamente solo quando ho degli affari a cui badare e voglio sentirmi al sicuro da intrusi o spioni. Qui non ho vicini, tranne i topi, che sono della brava gente segretissima. Fra essi, io starò allegro come un grillo. Cercherò uno che rassomigli a Cristoforo, e lo avvelenerò… ah, ah, ah! Gli affari, però… gli affari… in mezzo ai piaceri non dobbiamo dimenticare gli affari, e intanto il tempo stamattina è volato.
Ingiungendo a Tom Scott di aspettarlo, e di non camminare sulla testa e di non fare dei capitomboli e neppure di camminar sulle mani, e guai a lui se lo avesse fatto, il nano si gettò in una barca, e traversato il fiume fino all’altra sponda, e poi andandosene in fretta a piedi, raggiunse la solita casa di trattenimento del signor Swiveller in Bevis Marks, proprio nel momento che quel galantuomo se ne stava solo a mangiare nella saletta oscura.
– Riccardino – disse il nano, affacciandosi alla porta, – diletto mio, pupillo mio, pupilla degli occhi miei, ehi, ehi!
– Ah, siete voi? rispose il signor Swiveller. – Come state?
– Come sta Riccardino? – ribattè Quilp. – Come si sente la panna degli assistenti di avvocato?
– Veramente, piuttosto acida, caro – rispose Swiveller. – Comincia a saper di cacio, in verità.
– Che cosa c’è? – disse il nano, facendosi innanzi – Sally s’è dimostrata sgarbata? “Di tutte le belle ragazze, nessuna che sia come….” Eh, Riccardino?
– Senza dubbio – rispose il signor Swiveller, continuando a mangiare con gravità – nessuna che sia come lei, Sally Bronzi è la sfinge della vita privata.
– Voi siete abbattuto – disse Quilp, avvicinando una sedia. – Che c’è?
– La legge non mi conviene – rispose Riccardino. – Non è abbastanza liquida, e c’è troppo ritiro. E io son tentato di fuggire.
– Ohibò! – fece il nano. – E dove vorreste fuggire, Riccardino?
– Non so – rispose Swiveller. – Verso Highgate, credo. Forse le campane potranno sonare: “Fausto giorno, fausto giorno – sarà sindaco di Londra – Riccardino al suo ritorno”. Anche Whittington si chiamava Riccardino. Vorrei che ci fossero meno gatti.
Quilp guardò il compagno con gli occhi aguzzati da una comica espressione di curiosità, e aspettò pazientemente che quegli si spiegasse; ma sembrava che il signor Swiveller non avesse alcuna fretta di spiegare nulla, perchè seguitò a mangiare il suo lunghissimo pasto in profondo silenzio e finalmente spinse da parte il piatto, si abbandonò con le spalle sulla poltrona, incrociò le braccia, e guardò malinconicamente il fuoco, nel quale alcuni mozziconi di sigaro fumavano per loro conto, esalando un fragrante odore.
– Forse vi piacerebbe un pezzo di torta – disse Riccardino volgendosi al nano. – Potete servirvi. Anzi dovreste servirvi, perchè è di vostra fattura.
– Che intendete dire? – disse Quilp.
Il signor Swiveller rispose col cavar di tasca un piccolo, sudicio involtino, lo spiegò lentamente, mostrando un pezzettino di torta assolutamente indigesto all’apparenza, e orlato d’una pasta di zucchero bianco spessore d’un pollice e più.
– Che credete che sia questo? – domandò il signor Swiveller.
– Sembra una torta nuziale – rispose il nano sorridendo.
– E di chi dite che sia? – chiese il signor Swiveller, sfregandosi il pezzo di torta sul naso con terribile calma – Di chi?
– Non di…
– Sì – disse Riccardino – di lei. È inutile menzionare il suo nome. Il suo nome non esiste più ormai. Ora si chiama Cheggs, Sofia Cheggs. E pure io amavo, come nessuno mai amò che non avesse delle gambe di legno, e il mio cuore, il mio cuore s’infrange per amore di Sofia Cheggs.
Con questo adattamento improvviso d’una ballata popolare alle angosciose circostanze del caso che lo riguardava, il signor Swiveller avvolse di nuovo il pezzo di torta, lo appiattì fra le palme delle mani, se lo ficcò in petto, s’abbottonò l’abito di sopra, e incrociò le braccia su tutto.
– Ora mi auguro che siate soddisfatto, caro – disse Riccardino; – e m’auguro che Rico sia soddisfatto. Siamo stati complici nel delitto, e m’auguro che esso non vi dispiaccia. È questo il trionfo che io dovevo riportare, forse? È come nella vecchia contraddanza, dove vi sono due uomini per una donna, ed uno se la piglia e l’altro no, ma li segue camminando su una gamba per compier la figura. Ma è il destino, e il mio si diverte a schiacciarmi.
Nascondendo la sua gioia segreta per la disfatta del signor Swiveller, Daniele Quilp adottò il mezzo più sicuro per consolarlo, col sonare il campanello e ordinare un rinfresco di roseo vino (o per meglio dire di quello che lo rappresentava) che servì con grande alacrità, inducendo il signor Swiveller a fargli compagnia nei suoi brindisi spregiativi di Cheggs e laudativi della felicità degli scapoli. E tale fu l’impressione riportatane dal signor Swiveller, accoppiata alla riflessione che nessuno fosse in grado di tener testa al destino, che dopo pochi minuti, egli si sentì straordinariamente rinfrancato e in grado di fare al nano un rendiconto della ricezione della torta, che, sembrava, era stata portata a Bevis Marks alle due superstiti signorine Wackles in persona e lasciata alla porta dello studio con molte risate represse e molta allegria.
– Ah! – fece Quilp. – Presto sarà la nostra volta di ridere. E questo mi rammenta… dicevate del giovane Trent… dov’è?
Il signor Swiveller spiegò che il suo rispettabile amico aveva recentemente accettato un posto di grande responsabilità in una casa da giuoco ambulante, e che in quei giorni era assente per un giro professionale fra gli spiriti avventurosi della Gran Bretagna.
– Peccato – disse il nano – perchè io son venuto, in realtà, per domandarvi di lui. M’era sorta un’idea, Riccardino; il vostro amico di sopra…
– Quale amico?
– Del primo piano.
– Bene?
– Il vostro amico del primo piano, Riccardino, può conoscerlo.
– No, non lo conosce – disse il signor Swiveller, scotendo il capo.
– Non lo conosce! Già, perchè non l’ha mai veduto – soggiunse Quilp; – ma se noi, Riccardino, potessimo farli incontrare, forse Rico, presentato a modo, servirebbe al proposito del vostro amico di sopra altrettanto bene che la piccola Nella o il nonno… Chi sa se questo non farebbe la fortuna del giovane, e con la sua, la vostra, eh?
– Ebbene, il fatto sta, vedete – disse il signor Swiveller – che essi si sono già incontrati.
– Si sono incontrati! – esclamò il nano, guardando sospettosamente il compagno. – E come?
– Per mezzo mio – disse Riccardino, leggermene confuso. – Non ve l’ho detto l’ultima volta che ci siamo veduti?
– Voi sapete che non mi avete detto nulla – rispose il nano.
– Credo che abbiate ragione – disse Riccardino. – No. Non ve l’ho detto, ora rammento. Ah, sì, li feci incontrare quello stesso giorno! Fu dietro consiglio di Rico.
– E che ne venne?
– Ne venne che invece di veder l’amico scoppiare in lacrime dopo che seppe chi era Rico, e abbracciarlo affettuosamente e dirgli che era suo nonno o sua nonna travestita (cosa che noi ci aspettavamo), quegli scoppiò in una collera tremenda; gli disse ogni sorta d’ingiurie, diede a lui la colpa maggiore della miseria in cui erano caduti la piccola Nella e il vecchio; non lo invitò nemmeno a bere; e… in breve quasi quasi ci mise a calci fuori della porta.
– È strano – disse il nano, meditabondo.
– Così pensammo noi allora – rispose Riccardino freddamente – ma il fatto è questo.
Quilp fu evidentemente scosso da questa notizia, intorno alla quale meditò per qualche tempo in malinconico atteggiamento, levando spesso gli occhi al viso del signor Swiveller, e acutamente scandagliando la sua espressione. Ma siccome non potè leggervi nessun’altra informazione e nulla che lo inducesse a credere che gli fosse stato narrato il falso; e siccome il signor Swiveller, lasciato alle meditazioni proprie, sospirava profondamente, ed evidentemente s’infervorava sul soggetto della signora Cheggs, il nano troncò a un tratto il trattenimento e si congedò, lasciando il giovane tradito alle sue melanconiche fantasie.
– Si sono incontrati, eh? – diceva il nano, mentre se n’andava fuori solo. – L’amico m’ha derubato del vantaggio d’una tappa. Ma siccome non n’è venuto nulla, perciò non c’è da farne gran caso, salvo per l’intenzione. Son contento che abbia perduto l’innamorata. Ah, ah! L’idiota non deve lasciar la legge per ora. Lasciandolo dov’è, so di averlo nelle mie mani tutte le volte che mi occorre, e poi, mi serve, senza che se ne avveda, ottimamente a spiare Bronzi, perchè quando ha bevuto mi dice tutto quello che sente e vede. Tu mi sei utile, Riccardino, e non mi costi che qualche bicchierino di tanto in tanto. Non sono certo, però, Riccardino, che non metta conto, fra poco, per farmi un merito innanzi al forestiero, di scoprirgli il tuo disegno sulla fanciulla; ma per ora rimarremo, col tuo gentile permesso, i migliori amici del mondo.
Intrattenendosi con questi pensieri, e ardente di cupidigia, com’era suo costume, il signor Quilp traversò di nuovo il Tamigi e si chiuse nella sua fortezza di scapolo, la quale, giacchè il camino recentemente costruito lasciava tutto il fumo dentro e non portava nulla fuori, non era proprio molto piacevole come delle persone più schifiltose avrebbero certamente trovato. Questo inconveniente, però, invece di dare al nano il disgusto della nuova abitazione, parve non lo turbasse affatto; e così, dopo essersi fatto portare un sontuoso pranzo dall’osteria, s’accese la pipa, e si mise a fumare di contro alla stufa, finchè nella nebbia non si vide più nulla di lui, tranne i due occhi rossi e vivamente accesi, e talvolta un vago contorno della testa e della faccia, quando in un violento accesso di tosse, egli leggermente scacciava il fumo e ne allontanava le pesanti ghirlande che le oscuravano. In mezzo a quell’atmosfera, che avrebbe infallibilmente soffocato qualunque altra persona, il signor Quilp passò allegrissimamente la sera, beandosi tutto il tempo con la pipa e la bottiglia, e di tanto in tanto sollazzandosi con un urlo melodioso, che doveva rappresentare una canzone, ma che non somigliava affatto a nessun brano di musica vocale o strumentale, che fosse mai stata inventata da ingegno umano. Si divertì a questo modo quasi fino a mezzanotte, ora in cui si rannicchiò nell’amaca con la massima soddisfazione.
Il primo suono che gli ferì l’orecchio la mattina – quando aprì a mezzo gli occhi, e, trovandosi insolitamente vicino al soffitto, gli lampeggiò la strana idea d’essere stato trasformato, durante la notte, in una mosca o in un moscone – fu quello d’un pianto e di singhiozzi soffocati giù entro la stanza. Affacciandosi cautamente sull’orlo dell’amaca, scorse la signora Quilp, alla quale, dopo averla contemplata per qualche tempo in silenzio, fece dare un balzo col latrare:
– Ohè, là!
– Ah, Quilp! – esclamò la povera moglie, guardando in su. – Che paura m’hai messa!
– E ti volevo metter paura, svergognata – rispose il nano. – Che fai qui? Io non son morto, no?
– Ah, per piacere ritorna a casa, ritorna a casa! – disse la signora Quilp, singhiozzando. – Noi non lo faremo più, Quilp, e dopo tutto non fu che un errore nato dalla nostra ansia.
– Dalla vostra ansia – sogghignò il nano. – Sì, lo so, dalla vostra ansia di vedermi morto. Ti dico che verrò a casa quando mi piacerà. Verrò a casa quando mi piacerà, e me ne andrò quando mi piacerà. Sarò un fuoco fatuo, ora qui, ora lì, che danzerà sempre intorno a voi, apparendo di sorpresa quando meno ve l’aspettate, e tenendovi in continua agitazione e malessere. Te ne vai?
La signora Quilp osò soltanto di fare un gesto di supplica.
– Te l’ho detto! – esclamò il nano. – No. Se tu ardisci di venire qui un’altra volta senza mio ordine, metterò dei cani da guardia che ti sbraneranno… metterò delle trappole da uomini abilmente modificate e perfezionate per acchiappare anche le donne… avrò dei fucili a molla, che esploderanno quando metterai il piede sui fili, e ti faranno saltare in aria a pezzettini. Te ne vai?
– Perdonami. Ritorna a casa – disse la moglie con ardore.
– No…o…o…o! – ruggì Quilp. – No, finchè non mi sono divertito, e allora ritornerò tutte le volte che me ne piglierà il capriccio, e non darò conto a nessuno delle mie gite. Vedi quella porta, vai.
Il signor Quilp diede quest’ordine con un tono così energico, e inoltre lo accompagnò con un gesto così chiaro dell’intenzione di saltar giù dall’amaca, e di accompagnare col berretto da notte, così come si trovava, la moglie a casa a traverso la città, ch’ella volò fuori come una freccia. Il degno suo signore allungò il collo e aguzzò gli occhi finchè non la vide traversare il cortile, e poi, non del tutto spiacente di aver avuto l’occasione di asserire il suo punto e di far rispettare l’inviolabilità del suo castello, scoppiò in una strepitosa risata, prima di mettersi di nuovo a dormire.

XIV.

Il dolce e sincero proprietario del ritiro di scapolo dormì in mezzo ad un adatto accompagnamento di pioggia, di fango, di sudicio, d’umido, di nebbia e di topi fino a giorno alto: ora in cui, chiamando il valletto Tom Scott perchè lo aiutasse a vestirsi e a preparare la colazione, lasciò la cuccia e procedette al proprio abbigliamento. Compiuto questo dovere, e finito il pasto, di nuovo si mise in via per Bevis Marks.
Quella visita non era per il signor Swiveller, ma per il suo amico e patrono signor Sansone Bronzi. I due uomini, però, erano fuori di casa, e neppure signorina Sally, vita e luce della legge, era al suo posto. La circostanza della loro simultanea assenza dallo studio era fatta nota a tutti i visitatori per mezzo d’un cartello di mano del signor Swiveller, cartello attaccato al cordone del campanello, e che non dando a chi lo leggeva alcuna traccia del momento in cui era stato fissato, conteneva la vaga e poco soddisfacente notizia che quel signore sarebbe ritornato fra un’ora.
– Vi sarà una fantesca, immagino – disse il nano, picchiando alla porta principale. – Basterà.
Dopo un intervallo piuttosto lungo, la porta si aperse, e una vocina si fece immediatamente sentire:
– Ah, per favore, volete lasciare un biglietto da visita, o un appunto?
– Eh? – disse il nano, abbassando gli occhi (cosa assolutamente nuova per lui) sulla servetta.
Allora la ragazza, conducendo la conversazione come nella circostanza del suo primo colloquio col signor Swiveller, di nuovo rispose:
– Ah, per piacere, volete lasciare un biglietto da visita o un appunto?
– Scriverò un appunto – disse il nano, spingendola oltre nello studio – e bada che il tuo padrone lo riceva immediatamente al suo ritorno.
Così il signor Quilp si arrampicò sull’altura d’uno sgabello per scrivere l’appunto, e la servetta, accuratamente ammaestrata per simili casi, stette a guardarlo con gli occhi spalancati, pronta se egli avesse sottratto anche un’ostia, a precipitarsi nella via per chiamare le guardie
Mentre il signor Quilp ripiegava la carta (la comunicazione, brevissima, era stata subito scritta), guardava la servetta, fissandola a lungo e con gravità.
– Come stai? – disse il nano, inumidendo l’ostia con un’orribile smorfia.
La piccola fantesca, forse atterrita da quegli sguardi non seppe rispondere percettibilmente; ma apparve dal moto delle labbra che ripeteva fra sè la stessa frase sul biglietto e l’appunto.
– Ti maltrattano qui? La tua padrona è una tartara? disse Quilp con un gorgoglìo.
In risposta a quest’ultima domanda, la servetta, con uno sguardo di finissima astuzia mista di timore, s’avvitò fortemente la bocca, e accennò di sì violentemente col capo.
Che vi fosse qualcosa nella speciale finezza di questa azione che riuscì ad affascinare il signor Quilp, o qualcosa nelle fattezze della servetta nel momento che aveva, per qualche altra ragione, attratto l’attenzione di lui; o che puramente gli saltasse il grillo di tener gli occhi fissi su di lei, il fatto sta ch’egli piantò con risoluzione i gomiti sul tavolo, e appiattendosi le guance fra le mani, le pose lo sguardo addosso.
– Donde vieni? – disse dopo una lunga pausa, carezzandole il mento.
– Non so.
– Come ti chiami?
– Nulla.
– Com’è possibile? – ribattè Quilp. – Come ti chiama la padrona quando ti vuole?
– Demonio – disse la ragazza.
E aggiunse nello stesso istante, per tema di altre domande:
– Ma per piacere lasciate un biglietto o un appunto.
Queste bizzarre risposte avrebbero potuto condurre ad altre domande. Quilp, però, senza dire un’altra parola, distolse gli occhi dalla servetta, le carezzò più pensoso di prima il mento, e poi, chinandosi sul foglio ripiegato, come per scrivervi l’indirizzo con l’esattezza più precisa e scrupolosa, guardò di sotto le folte e ispide sopracciglia la ragazza di soppiatto, ma con molta acutezza. Il risultato di quel segreto esame fu questo: ch’egli si fece schermo al viso con le mani, e si mise a ridere astutamente in silenzio, finchè ogni vena delle guance non fu quasi gonfia da scoppiare. Tirandosi il cappello sulla fronte per nascondere la sua allegria e gli effetti dell’allegria, lanciò la lettera alla ragazza ed uscì in fretta. Una volta fuori, mosso da qualche segreto impulso, scoppiò a ridere, tenendosi i fianchi, e poi si mise a ridere di nuovo, e provò a spiare a traverso l’inferriata del sotterraneo, come per godere di nuovo della vista della ragazza. Infine, si pose in via per il Deserto, che era a un tiro di fucile dal suo rifugio di scapolo, e ordinò un tè per tre persone nel villino d’estate di legno; perchè lo scopo del viaggio a Bevis Marks e del biglietto lasciato era stato un invito alla signorina Sally Bronzi e a suo fratello dì un intrattenimento in quel luogo.
Non era precisamente la specie di stagione in cui la gente di solito va a prendere il tè in una casetta d’estate, tanto meno nelle casette d’estate in quella condizione di decadenza sulle rive fangose di un gran fiume a bassa marea. Pur nondimeno, fu in quell’elegante ricetto che il signor Quilp, e fu sotto quel tetto tarlato e screpolato che, all’ora stabilita, egli accolse Sansone e sua sorella Sally.
– A te piacciono le bellezze naturali – disse Quilp con un sorriso. – Che luogo incantevole, Bronzi! Non è primitivo, senza artifizi, insolito?
– È veramente delizioso, caro – rispose l’avvocato.
– Un po’ fresco? – disse Quilp.
– N… non molto, credo, caro – soggiunse Bronzi, coi denti che gli battevano.
– Forse un po’ umido e malarico? – disse Quilp.
– Tanto da mantenerci allegri, caro – soggiunse Bronzi. – Non più, caro, non più.
– E Sally? – disse il nano deliziato. – Le piace?
– Le piacerà di più – rispose quella donna dalla forte volontà – quando avrà il tè; così aspettate che venga, e non seccate.
– Dolce Sally! – esclamò Quilp, stendendo le mani, come se volesse abbracciarla. – Soave, incantevole, affascinante Sally!
– Che uomo straordinario! – disse a parte il signor Bronzi. – È proprio un trovatore, sapete; proprio un trovatore.
Queste espressioni laudative erano pronunciate in maniera alquanto assente e distratta; perchè il disgraziato avvocato, oltre ad avere un forte raffreddore, s’era pigliata la pioggia in cammino, e avrebbe volentieri sopportato qualche sacrificio pecuniario se avesse potuto cambiare quella gelida sede con una stanza riscaldata, e asciugarsi a un buon fuoco. Quilp, però, che non solo mirava alla soddisfazione dei suoi capricci diabolici, ma sentiva di dover qualche contraccambio a Sansone, per la parte da lui rappresentata nella scena funerea di cui era stato testimone nascosto, osservò quegli indizi di disagio con una gioia ineffabile, e ne derivò un piacere così diffuso che non gliene avrebbe dato uno simile il più sontuoso banchetto.
È degno di nota il fatto, anche, perchè giova a illustrare un piccolo tratto nel carattere della signorina Sally Bronzi che sebbene essa per conto proprio sopportasse con molta mala grazia i disagi del Deserto e pensasse, in verità, di svignarsela prima di vedere apparire il tè, non appena s’accorse della latente sofferenza e del tormento del fratello, sentì nell’intimo svilupparlesi una torbida soddisfazione, e cominciò singolarmente a divertirsi a modo suo. Benchè l’acqua penetrasse a traverso il tetto e le stillasse in testa, la signorina Bronzi non mosse alcun lamento, ma si mise a servire il tè con compostezza imperturbata. Mentre il signor Quilp, nella sua rumorosa ospitalità, seduto su un fusto vuoto di birra, vantava il luogo come il più comodo e bello di tutto il regno Unito, levando il bicchiere, beveva al loro prossimo allegro convegno nello stesso punto; e il signor Bronzi, con la pioggia che gli gocciava nella tazza del tè, faceva un lugubre tentativo di tenersi allegro e far mostra di sentirsi a tutto suo agio; e Tom Scott, che se ne stava sulla soglia sotto un vecchio ombrello, esultava nei propri tormenti e pareva si sbellicasse dal ridere; mentre accadeva tutto questo, la signorina Sally Bronzi, senza badare alla pioggia che le cadeva addosso sull’elegante abbigliamento, se ne stava rigida e grigia innanzi al vassoio, contemplando tranquilla l’infelicità del fratello, e disposta, in un generoso dispregio di sè medesima, di rimaner lì tutta la notte ad assistere agl’incomodi che la bassa e avida natura del fratello la costringeva a durare senza un tentativo di ribellione. E questo, bisogna notare, altrimenti l’osservazione sarebbe incompleta, benchè in tema d’affari avesse la più viva simpatia per Sansone, e si sarebbe indignata oltre misura se egli avesse contrariato in qualunque modo il cliente.
Nel colmo della strepitosa allegria che lo teneva, il signor Quilp, avendo con un pretesto fatto allontanare per qualche poco il suo folletto d’aiutante, ripigliò a un tratto le maniere che gli erano solite, smontò dal fusto vuoto, e mise una mano sulla manica dell’avvocato.
– Una parola – disse il nano. – Prima d’andarvene Sally, ascoltate un minuto.
La signorina Sally s’avvicinò un po’ più, come avvezza a colloqui d’affari con l’ospite, tanto più importanti quanto meno ne avessero l’aria.
– Affari – disse il nano, volgendo l’occhio dal fratello alla sorella. – Affari privatissimi. Quando sarete soli, studiate bene la cosa.
– Certo, caro! – rispose Bronzi, cavando il taccuino e il lapis. – Annoterò i punti principali, caro. Documenti interessanti – aggiunse l’avvocato, levando gli occhi al soffitto – documenti interessantissimi. Egli riferisce i dati d’ogni cosa con tanta chiarezza ch’è una gioia averli. Non conosco alcun atto parlamentare la cui chiarezza sia pari alla sua.
– Questa volta ti debbo privare della festa – disse Quilp. – Metti via quel libro. Non occorrono documenti. Così. V’è un ragazzo che si chiama Kit…
La signorina Sally accennò col capo, per far capire che lo conosceva.
– Kit! – disse Sansone. – Kit! Ah! Mi sembra di aver udito questo nome, ma non credo ricordare esattamente… non ricordo esattamente…
– Tu sei lento come una tartaruga, e hai la testa dura d’un rinoceronte – rispose il gentilissimo cliente con un gesto d’impazienza.
– Che grande piacevolezza! – esclamò l’ossequioso Sansone. – Le sue conoscenze di storia naturale sono sorprendenti, poi. Proprio un Buffone, proprio!
Non c’è dubbio che il signor Bronzi intendeva fare un complimento o una lode; e si ritiene a ragione ch’egli volesse dire Buffon, ma aggiunse una vocale superflua. Sia come si voglia, Quilp non gli diede tempo di correggersi, perchè la correzione gliela diede lui percotendolo in testa col manico dell’ombrello.
– Non ci mettiamo a litigare fra noi – disse la signorina Sally, fermandogli la mano. – V’ho detto che lo conosco io, e basta.
– Essa è sempre innanzi a tutti! – disse il nano, picchiandola sulla schiena, e guardando con sprezzo Sansone. – Sally, Kit non mi piace.
– Nemmeno a me – soggiunse la signorina
– Nemmeno a me – disse Sansone.
– Benissimo, allora! – esclamò Quilp. – Mezzo lavoro è già fatto. Questo Kit appartiene a quella vostra simpatica gente virtuosa, alla simpaticissima categoria dei giusti, degl’ipocriti, dei vili, delle persone a due facce, dei traditori, delle spie, dei cagnolini che leccano chi dà loro un tozzo di pane e li vezzeggia, e che latrano e s’avventano contro tutti gli altri.
– Terribilmente eloquente! – esclamò Bronzi con uno sternuto. – Assolutamente formidabile.
– Venite al punto – disse la signorina Sally – e non parlate tanto.
– Benissimo! – esclamo Quilp con un altro sguardo di sprezzo a Sansone. – Sempre la prima! Dico, Sally, che Kit è un botolo insolente contro di tutti, e specialmente contro di me. In una parola, io ce l’ho con lui.
– Questo basta, caro – disse Sansone.
– No, non basta, caro – sogghignò Quilp. – Vuoi farmi parlare? Oltre che io ce l’ho per questo motivo, egli in questo momento mi contraria, e si frappone fra me e uno scopo che potrebbe essere una miniera d’oro per noi tutti. A parte questo, ripeto che egli mi attraversa la strada e io lo odio. Ora, voi conoscete il ragazzo, e potete indovinare il resto. Immaginate il modo di levarmelo dai piedi, ed eseguitelo. Sarà fatto?
– Sicuro, caro – disse Sansone.
– Allora, dammi la mano – rispose Quilp. – Sally, ragazza mia, la vostra. Io confido tanto, più su di voi, anzi, che su di lui. Tom Scott ritorna. Lumi, pipe, altro ponce, e viva questa bella serata!
Non fu detto altro, neppure un altro sguardo fu scambiato che si riferisse minimamente a questo, al vero motivo del convegno. Il terzetto era molto abituato a operare di concerto, ed era stretto insieme da legami di mutuo interesse e vantaggio, e non necessitava più altro. Ripigliando le sue maniere rumorose con la stessa facilità con cui le aveva per un momento interrotte, Quilp fu, dopo un istante, lo stesso chiassoso, spensierato piccolo selvaggio che s’era dimostrato pochi minuti prima. Erano le dieci prima che la simpatica Sally accompagnasse, sostenendolo, l’amato e amoroso fratello fuori del Deserto. Egli aveva bisogno del massimo sostegno che il tenero organismo della sorella potesse dargli, giacchè le gambe, chi sa perchè, non lo reggevano e le ginocchia gli si piegavano in continuazione.
Spossato, nonostante i suoi ultimi sonni prolungati, dalle fatiche dei pochi giorni precedenti, il nano non s’indugiò a raggiungere il suo elegante ritiro, e tosto mise a sognare nell’amaca. Abbandonandolo alle sue visioni, nelle quali forse fanno la loro apparizione le serene figure che noi abbiamo lasciate nel portico della vecchia chiesa, il nostro còmpito è di raggiungerle mentre seggono in attesa.

XV.

Parecchio tempo dopo, il maestro di scuola apparve al cancello del cimitero, e corse verso di loro, facendo tintinnare in mano un rugginoso mazzo di chiavi. Respirava a pena per il piacere e per la fretta quando raggiunse il portico, e sulle prime non potè che fare un cenno verso il vecchio edificio che la fanciulla aveva contemplato con tanta insistenza.
– Vedi quelle due vecchie case? – egli disse finalmente.
– Sì, certo – rispose Nella. – Le ho guardate quasi tutto il tempo della vostra assenza.
– E tu le avresti osservate anche con maggiore curiosità, se avessi potuto indovinare ciò che ho da dirvi – disse l’amico. – Una di quelle case è mia.
Senza dir null’altro, o dare alla fanciulla tempo di rispondere il maestro di scuola la prese per mano, e la condusse, l’onesto viso tutto radioso di giubilo, al luogo del quale parlava.
Si fermarono innanzi all’arco basso della porta. Dopo aver provato invano parecchie chiavi, egli ne trovò una adatta alla vecchia serratura, e quella girò, stridendo, e li ammise nella casa.
La stanza nella quale entrarono aveva una vòlta decorata da abili architetti, che ancora conservava negli spigoli e nei ricchi rilievi di pietra, dei bei resti dell’antico splendore. Il fogliame nella pietra, il quale rivaleggiava col magistero della natura, durava ancora per narrare quante volte le foglie al di fuori erano spuntate e cadute, mentre esso rimaneva immutato. Le statue rotte che sostenevano il carico della mensola del camino, benchè mutilate, mostravano ancora – molto diverse dalla polvere del cimitero – ciò che erano state, e malinconiche accanto al focolare spento sembravano creature sopravvissute alla loro specie, piangenti la loro lenta decadenza.
In un certo tempo – perchè anche i mutamenti erano antichi in quel luogo – un tramezzo di legno era stato costruito in una parte della stanza per formare una cameretta da letto; e in essa la luce era stata fatta entrare, nello stesso periodo, da una finestra rozzamente costruita o piuttosto da una nicchia praticata nel muro massiccio. Il tramezzo, insieme con due scanni nell’ampio caminetto, aveva in un periodo dimenticato, fatto parte della chiesa o del convento; perchè la quercia, frettolosamente adattata al nuovo scopo, era stata alquanto modificata dalla sua forma primitiva, e presentava al riguardante una gran quantità di frammenti riccamente intagliati di vecchi stalli di coro.
Una porta aperta che conduceva a una piccola stanza o cella, tenuta nella penombra da una pianta d’edera che copriva la finestra, contemplava l’interno di quella parte della rovina. La quale non era priva assolutamente di mobili. Un po’ di strane poltrone, i cui braccioli e le cui gambe, sembrava si fossero dileguati con gli anni; un tavolo, addirittura lo spettro della sua razza; un grande armadio antico che una volta aveva contenuto i registri della chiesa, con altri utensili domestici di strana vecchia foggia, e un mucchio di legna da ardere per l’inverno, erano sparsi intorno, dando evidenti indizi di un’occupazione come luogo di abitazione in un tempo non lontano.
La fanciulla si guardò d’attorno, con quel solenne sentimento con cui noi contempliamo il lavoro dei secoli diventati gocce d’acqua nel grande oceano dell’eternità. Il vecchio era entrato anche lui, e per un po’ nessuno disse una parola, e i tre respirarono in silenzio come se temessero di romper quella solennità anche col fiato.
– È un bellissimo luogo! – disse la fanciulla, senza voce.
– Temevo quasi che tu avessi avuto un’altra impressione – rispose il maestro di scuola. – Tu hai rabbrividito, entrando, come per una sensazione di freddo o di tristezza
– Non è stato per questo – disse Nella, guardando intorno con un leggero brivido. – Veramente non posso dirvi perchè, ma quando ho visto l’esterno, dal portico della chiesa, ho avuto la stessa impressione. Forse perchè la casa è così grigia e antica.
– Un posto tranquillo per viverci, non ti sembra? disse l’amico
– Ah, sì! – soggiunse la fanciulla, congiungendo gravemente le mani. – Un luogo calmo e felice… un luogo per viverci e morirci! – Ella avrebbe detto qualche altra cosa, ma la forza del suo pensiero la fece balbettare e agitò tremante le labbra in un bisbiglio.
– Un luogo da vivere e da imparare a vivere, e da raccogliervi la salute dello spirito e del corpo – disse il maestro di scuola – perchè questa casa – soggiunse – è vostra.
– Nostra! – esclamò la fanciulla.
– Sì – rispose lieto il maestro di scuola – e per molti felici anni avvenire, spero, io sarò vostro vicino… il vicino della porta accanto… ma questa casa è vostra.
Scaricatosi ora dalla sua grande sorpresa, il maestro di scuola si sedette, e traendosi Nella accanto, le disse com’egli avesse appreso che l’antico edificio era stato abitato per lungo tempo da una vecchia quasi centenaria, la quale teneva la chiave della chiesa, l’apriva e chiudeva per le funzioni, e la faceva vedere ai forestieri; come ella fosse morta poche settimane prima e nessuno ancora si fosse presentato per assumere lo stesso ufficio; come, apprendendo tutto questo in un colloquio col becchino, che era costretto a letto dai reumi, si fosse sentito incoraggiato a far menzione della sua compagna di viaggio, menzione accolta con tanto favore da quell’alta autorità, che egli aveva ardito, dietro consiglio dello stesso becchino, di far la proposta al ministro ecclesiastico. In una parola, il risultato degli sforzi fatti era questo: che Nella e il nonno il giorno appresso si sarebbero presentati a costui, il quale, riservandosi per una semplice formalità la definitiva approvazione, li aveva già nominati al posto vacante.
– Ed ecco così un po’ di denaro – disse il maestro di scuola. – Non è molto, ma abbastanza per vivere in un luogo come questo. Mettendo insieme i nostri capitali, andremo innanzi magnificamente. Niente paura.
– Il Cielo vi benedica e vi feliciti! – singhiozzò la fanciulla.
– Amen, cara – rispose allegramente l’amico. – E tutti e tre com’esso vuole, e ha voluto, nel condurci a traverso tristezze e triboli a questa vita tranquilla. Ma ora bisogna che vediamo casa mia. Venite!
Essi si recarono nell’altra abitazione; provarono le chiavi rugginose come prima, finalmente trovarono la giusta, e aprirono la porta tarlata. Essa conduceva in una vecchia stanza a vôlta, come quella da cui uscivano, ma non così ampia, con un’altra sola camera annessa. Non era difficile indovinare che l’altra abitazione toccava di diritto al maestro di scuola, e che questi, per riguardo e delicata attenzione per la fanciulla e il vecchio, s’era scelta la meno comoda. Come l’abitazione attigua, essa conteneva degli oggetti di uso domestico di stretta necessità e un mucchio di legna da ardere.
Fu allora una piacevole occupazione per loro rendere quelle due abitazioni per quanto fosse possibile più comode. Dopo poco, ciascuna ebbe nel focolare un fuoco divampante e scoppiettante e il riflesso della sua porpora ardente sulla parete sbiadita e grigia. Nella si affaccendò a lavorar d’ago, riparò le cortine lacere della finestra, rammendò gli strappi fatti dal tempo nei pezzi stinti del tappeto, e lo rese d’apparenza decorosa. Il maestro di scuola spazzò e spianò il terreno dinanzi alla porta, uguagliò l’erba lunga e selvaggia, sfrondò e diede una diversa disposizione all’edera e alle altre piante rampicanti che lasciavano pendere le loro chiome malinconicamente neglette; e il muro esterno assunse un ordinato aspetto casalingo. Il vecchio, talvolta accanto a lui, talvolta accanto alla fanciulla, prestava aiuto a entrambi, andando di qua e di là per piccole incombenze, e si mostrava contento. I vicini anche, appena ritornarono dal lavoro, offersero il loro aiuto, o mandarono i loro bambini con dei piccoli doni o degli oggetti in prestito fra quelli più necessari ai forestieri. Fu un giorno pieno di attività, e giunse la notte e li trovò che si meravigliavano che ci fosse ancora tanto da fare, e che si fosse fatto buio così presto.
Cenarono insieme, nella casa che d’ora innanzi si può chiamare della fanciulla, e dopo ch’ebbero finito, si raccolsero innanzi al focolare, e quasi in bisbiglio – i loro cuori erano tanto tranquilli e contenti che non avevano bisogno di parlar forte – discussero i loro progetti per l’avvenire. Prima che si separassero, il maestro di scuola lesse ad alta voce delle preghiere; e poi, ricolmi di gratitudine e di felicità, se n’andarono a posare.
Nell’ora silenziosa in cui il nonno dormiva tranquillamente nel suo letto, e taceva ogni rumore, la fanciulla s’indugiò innanzi alle braci morenti, ripensando alle vicende passate come se fossero state un sogno dal quale soltanto allora si destasse. Il bagliore delle ultime fiamme, ripercosso nei pannelli di quercia i cui orli intagliati si vedevano vagamente nella vôlta oscura – le antiche pareti, dove bizzarre ombre s’agitavano a ogni guizzo delle fiamme – la solenne presenza, dentro, del disfacimento che opera negli oggetti inanimati più durevoli nella loro essenza; e di quello di fuori, e da ogni lato intorno, della morte – la riempiva di sentimenti pensosi e profondi, ma per nulla affatto di apprensione o di sgomento. Un mutamento era a poco a poco avvenuto in lei, nel tempo della sua solitudine e delle sue ambasce. Le forze fisiche le s’erano illanguidite, ma il coraggio le s’era rafforzato, e le era spuntata un’anima nuova più alta e più pura. Nel suo seno s’erano alimentati pensieri e speranze, che sono la prerogativa dei languenti e dei deboli. Non v’era nessuno a vedere la fragile e delicata figura che s’era levata dal focolare e si appoggiava pensosa alla finestra aperta: soltanto le stelle, che guardavano nel viso rivolto verso di loro, e ne leggevano la storia. Il vecchio orologio della chiesa sonava l’ora con un lugubre rintocco, come se fosse diventato triste per aver tanto comunicato coi morti e aver tanto ammonito inutilmente i vivi; le foglie cadute frusciavano; l’erba ondeggiava sulle tombe; ogni altra cosa dormiva calma.
Alcuni di quegli addormentati che non sognavano più giacevano entro l’ombra della chiesa – toccando il muro, come se vi si stringessero per invocarne conforto e protezione. Altri avevano voluto giacere sotto la mutevole ombra degli alberi; altri accanto al viale, perchè i passi potessero sfiorarli; e altri fra le tombe dei bambini. Alcuni avevano desiderato di riposare sotto lo stesso terreno che avevano calpestato nelle loro passeggiate quotidiane; altri dove il sole del tramonto potesse risplendere sui loro letti, e altri dove la luce li salutasse alla sua apparizione. Forse non una delle anime imprigionate era stata in grado di separarsi col pensiero, da viva, dal vecchio compagno di carne. Se mai, aveva pur sentito per lui l’amore che certi prigionieri provano per le celle in cui sono stati a lungo confinati, indugiandovisi affettuosamente nel momento della separazione.
Passò del tempo prima che la fanciulla chiudesse la finestra e si avvicinasse al letto. Di nuovo la stessa sensazione di prima – un brivido involontario – un sentimento momentaneo simile alla paura, ma svanito subito e senza alcuna conseguenza. Di nuovo, poi, ebbe il sogno del piccolo scolaro, e il letto s’aprì e le apparve una colonna di visi radiosi che fissavano lei che dormiva. Sogno dolce e felice. Il luogo tranquillo al di fuori appariva lo stesso, salvo che v’era musica in aria e un fruscìo d’ali di angeli. Dopo un po’ si presentarono le due sorelle che si tenevano per mano e si mostravan ritte fra le tombe. E poi il sogno si fece incerto, e svanì.
Con la lucentezza della gioia mattutina, furono ripresi i lavori del giorno precedente, si ravvivarono i lieti pensieri, rinacquero le energie, l’allegria e le speranze. E tutti e tre si occuparono dell’ordine e della disposizione delle due abitazioni, e poi sì recarono a far visita al ministro ecclesiastico.
Era un vecchio semplice e schietto, molto modesto e riservato, avvezzo al ritiro e poco esperto del mondo, ch’egli aveva abbandonato molti anni prima per andare a stabilirsi in quel luogo. Nella casa che ancora abitava, gli era morta la moglie e da gran pezzo speranze e cure mondane non lo riguardavano più.
Egli li accolse con molta gentilezza, e tosto s’interessò a Nella, domandandole il nome, l’età, il luogo di nascita, le circostanze che l’avevano condotta fin lì, e così via. Il maestro di scuola aveva già narrato la storia della fanciulla. Lei e il vecchio non avevano altri amici, e s’erano uniti a lui per dividere la sua fortuna. E alla fanciulla voleva bene come se fosse sua.
– Bene, bene – disse il ministro. – Sia come volete. Essa è molto giovane.
– Vecchia nelle avversità e nelle prove dolorose, reverendo – disse il maestro di scuola.
– Dio l’aiuti! Lasciate che si riposi e le dimentichi – disse il vecchio ministro. – Ma una vecchia chiesa è un luogo troppo triste per una giovinetta come te, figlia mia.
– Oh, no! – rispose Nella. – A questo non ci penso affatto.
– Vorrei vederla piuttosto danzare sul verde la sera – disse il vecchio ministro, mettendole la mano sui capelli, e sorridendo melanconicamente – che vederla sedere all’ombra dei nostri archi cadenti. Voi dovete badare a questo, e cercar che il suo cuore non si rattristi fra queste solenni rovine. La vostra proposta è accettata, amico.
Dopo altre gentili parole, essi si ritirarono nella casa della fanciulla dove stavano conversando della loro buona fortuna, quando apparve un altro amico.
Questi era un vecchietto, che abitava nel presbitero, e vi dimorava (come appresero dopo) da quando era morta la moglie del ministro, cioè da quindici anni. Era stato suo collega e sempre suo caro compagno; nel primo scoppio del dolore dell’amico era accorso a consolarlo, e da quel tempo non s’erano più divisi. Il vecchietto era l’attività in persona, il conciliatore d’ogni controversia, il promotore di tutte le feste, il dispensatore della munificenza dell’amico, e di non poco di quello che aveva di proprio, l’universale consigliere, mediatore, consolatore. Nessuno dei semplici abitanti del luogo si era curato di domandargli che nome avesse, e, quando l’avevano saputo, di tenerlo a mente. Forse per qualche vaga voce sui suoi titoli accademici che s’era bisbigliata nei primi giorni del suo arrivo, era stato soprannominato il professore. L’appellativo non gli dispiaceva e gli si adattava come qualunque altro, e da quel momento era rimasto sempre il professore. Ed era stato il professore, si può aggiungere, che aveva messo di sua mano la riserva di combustibile trovata dai viaggiatori nella loro nuova abitazione.
Il professore, quindi – per chiamarlo col suo usuale appellativo – sollevò il saliscendi, mostrò per un momento alla porta il suo viso rotondo e mite, ed entrò nella stanza come chi ne fosse già pratico.
– Voi siete il signor Marton, il nuovo maestro di scuola – disse, salutando il gentile amico di Nella.
– Sì, signore.
– Voi venite ben raccomandato, e io son lieto di conoscervi. Sarei stato sulla via ieri ad aspettarvi, ma dovetti fare un viaggetto di alcune miglia per portare un biglietto di una madre malata alla figliuola in servizio in campagna e ne ritorno appunto ora. Voi non siete meno benvenuto per lei e per questo vecchio, nè insegnante peggiore per aver appreso l’umanità.
– Ella è stata male, signore, qualche giorno fa – disse il maestro di scuola, rispondendo allo sguardo con cui il visitatore guardava Nella, dopo averla baciata sulla gota.
– Sì, sì. Lo so che è stata male – quegli soggiunse. – V’è stata della sofferenza e dell’ambascia qui.
– Veramente, signore.
Il vecchietto diede uno sguardo al nonno, e di nuovo alla fanciulla, le cui mani teneva teneramente nelle proprie.
Ti sentirai meglio qui – disse; – almeno cercheremo di farti star meglio. Qui sono stati fatti già dei gran miglioramenti. È lavoro delle tue mani?
– Sì, signore.
– Ne faremo degli altri… non diversi in sè stessi, ma con mezzi più acconci – disse il professore. – Vediamo ora, vediamo.
Nella lo accompagnò nelle altre stanze, e in tutte e due le case, nelle quali egli trovò che mancavano parecchi piccoli utensili, che promise di fornire da una certa raccolta di cianfrusaglie che aveva a casa sua, e che doveva essere molto abbondante e varia, perchè comprendeva i più opposti oggetti immaginabili. Vennero tutti, però, e senza indugio; perchè il vecchietto, scomparendo per cinque o dieci minuti, ritornò subito, carico di vecchi scaffaletti, tappeti, coperte e altra roba casalinga, seguito da un ragazzo che portava un fardello simile. Gettata la roba sul pavimento in mucchio, ci volle parecchio per accomodare, assestare, mettere a posto; e il compito della direzione dei lavori diede un gran piacere al vecchietto, che si diede attorno ad aiutare con gran zelo e attività. Quando non ci fu più nulla da fare, egli ordinò al ragazzo di correre a chiamare i compagni che si dovevano schierare innanzi al maestro nuovo, ed esser passati in rassegna.
– Tanti buoni figliuoli, Marton, che non si può desiderarli migliori – egli disse, volgendosi al maestro di scuola, quando il ragazzo si fu allontanato; – ma non voglio che lo sappiano. È una cosa che non andrebbe.
Il messaggero tornò subito alla testa d’una lunga schiera di monelli, grandi e piccoli, i quali, attesi del professore sulla porta, si contorsero in varî atteggiamenti di cortesia, afferrando cappelli e berretti, riducendoli alle minime dimensioni possibili, e facendo ogni sorta d’inchini e di riverenze, che il vecchietto contemplò con grande soddisfazione, approvandoli con molti cenni del capo e sorrisi. Veramente la sua approvazione della condotta dei ragazzi non era proprio così celata come aveva voluto far credere al maestro di scuola, perchè si sfogava in varî chiarissimi bisbigli e osservazioni confidenziali che tutti potevano perfettamente afferrare.
– Questo primo ragazzo, caro maestro – disse professore – è Giovanni Owen; un ragazzo di molto ingegno, sincero, e d’indole onesta, ma troppo spensierato, troppo dedito ai trastulli, troppo farfallino. Questo ragazzo, mio caro amico, si romperebbe il collo con piacere e priverebbe i suoi genitori del loro maggior conforto. E sia detto fra noi, se lo vedrete giocare alla lepre e ai cani, finger di saltar le siepi e i fossi sui paracarri, e scivolar giù lungo la scarpata della cava, non lo dimenticherete mai. È magnifico!
Dopo aver rimproverato così Giovanni Owen, il quale aveva udito perfettamente ogni parola, il professor si occupò d’un altro ragazzo.
– Ora, guardate quel ragazzo – disse il professore. – Lo vedete? Si chiama Riccardo Evans. Impara meravigliosamente, ha una formidabile memoria e una intelligenza pronta, e inoltre una bella voce e un buon orecchio per cantare i salmi, e in questo ci sorpassa tutti. E pure, signore, questo ragazzo farà una cattiva fine; non morrà nel suo letto; si addormenta sempre all’ora del sermone… e per dirvi la verità, signor Marton, facevo lo stesso anch’io alla sua età, e sentivo proprio che non potevo fare altrimenti.
Fulminato quell’allievo speranzoso con quella terribile reprimenda, il professore si volse a un altro.
– Ma se parliamo da esempi da fuggire – disse – se parliamo di ragazzi che dovrebbero essere un avvertimento e un monito per tutti i loro compagni, eccone uno, che spero non vorrete risparmiare. Si tratta di questo ragazzo con gli occhi azzurri e i capelli biondi. È un nuotatore, signore… un palombaro. Dio ci salvi! Questo è il ragazzo, signore, a cui saltò il ticchio di buttarsi in sei metri d’acqua, bell’e vestito, per ripescare il cane d’un cieco, che stava per annegare per il peso della catena e del collare, mentre il padrone si torceva le mani sulla sponda, piangendo la perdita del suo amico e della sua guida. Mandai al ragazzo due sterline – aggiunse il professore nel suo bisbiglio particolare – appena seppi la cosa… ma sotto il velo dell’anonimo; e non ho mai detto nulla a nessuno per nessun motivo, per non far minimamente sospettare al ragazzo che ci fosse la mia mano.
Punito quel colpevole, il professore si volse a un altro, e poi a un altro, e così di seguito lungo tutta la schiera, usando, perchè da quella lezione salutare tutti fossero ricondotti entro i debiti limiti, una tagliente energia su quelle delle loro inclinazioni che gli erano più care e indubbiamente originavano dal suo esempio e dai suoi precetti. Assolutamente persuaso, infine, di averli fulminati con la sua severità, li congedò con un piccolo dono e l’avvertimento di andarsene ordinatamente a casa, senza salti, mischie e ritardi in cammino: ingiunzione alla quale, com’egli disse al maestro di scuola con la stessa chiara voce, non avrebbe mai obbedito da ragazzo per nessuna ragione mai.
Interpretando questi piccoli tratti del carattere del professore (come tante assicurazioni della sua buona compagnia per l’avvenire) il maestro di scuola si separò da lui leggero e gioioso, e si stimò il più felice uomo del mondo. Le finestre delle due vecchie abitazioni si arrossarono di nuovo quella sera col riflesso degli allegri fuochi accesi al di dentro; e il professore e il suo amico, voltandosi a mirarle mentre tornavano dalla loro passeggiata vespertina, si misero a guardare il cimitero con un sospiro, e a parlar sottovoce della bella fanciulla.

XVI.

Nella, levatasi presto la mattina, dopo aver accudito alle faccende casalinghe, e messo ogni cosa in ordine per il buon maestro di scuola (proprio a malincuore del maestro, che avrebbe voluto risparmiarle ogni fatica), staccò, da un chiodo accanto al focolare, un mazzettino di chiavi col quale il professore l’aveva formalmente investita il giorno precedente, e uscì sola per visitare la chiesa.
Il cielo era sereno e splendido, l’aria chiara, fragrante dell’odor fresco, vivificatore di tutti i sensi, delle foglie allora cadute. Il fiume vicino splendeva d’argento e scorreva con un suono di musica; la rugiada scintillava sui verdi tumuli, come lacrime versate dagli spiriti buoni sui morti.
Alcuni ragazzi si trastullavano fra le tombe, e giocavano a rimpiattino pieni di allegria. Avevano con loro un bambino e lo avevano messo a dormire sopra una tomba infantile, in un piccolo letto di foglie. Era un tomba recente – il luogo di riposo, forse, di qualche creaturina, che spesso, mite e paziente nella sua infermità, era rimasta sempre a guardarli, e che ora, alla lor mente, sembrava appena mutata.
Ella s’avvicinò e chiese a uno di chi fosse quella tomba. Il fanciullo rispose che non era una tomba: era un giardino, il giardino di suo fratello. Era più verde, disse, di tutti gli altri, e gli uccelli volevano più bene a quel giardino, perchè il fratello soleva dar loro da mangiare. Quando ebbe finito di parlare, guardò la fanciulla con un sorriso, e inginocchiandosi e stando un po’ curvo con la guancia contro l’erbetta, s’allontanò allegramente con un salto.
Ella passò innanzi alla chiesa, levò gli occhi al vecchio campanile, varcò il cancello, e si diresse nel villaggio. Il vecchio becchino, appoggiato a una gruccia, prendeva l’aria sull’uscio della sua casetta, e le diede il buongiorno.
– Vi sentite meglio? – disse la fanciulla, fermandosi a parlargli.
– Sì, proprio – rispose il vecchio; – grazie, molto meglio.
– Presto starete proprio bene.
– Col favor del Cielo, e con un po’ di pazienza. Ma entra, entra.
Il vecchio si mosse prima zoppicando, e avvertendola di badare a un gradino, ch’egli discese con grande difficoltà, la fece entrare nella casetta.
– Non c’è che una stanza, vedi. Ne ho un’altra di sopra, ma in questi ultimi tempi salgo a fatica le scale, e ho finito col non servirmene più. Però, l’estate ventura, penso di andarvi ancora.
La fanciulla si domandò meravigliata come mai un vecchio come lui – e uno che faceva quel mestiere poi – potesse parlare con tanta disinvoltura del tempo. Egli vide che gli occhi di lei fissavano gli strumenti sospesi al muro, e sorrise.
– Scommetto ora – disse – che tu credi che tutta quella roba serva a scavar le fosse.
– Veramente, pensavo come mai aveste bisogno di tanti strumenti.
– E a ragione. Io faccio il giardiniere. Scavo la terra, e pianto cose che debbono vivere e crescere. Non tutti i miei lavori infradiciano e inceneriscono sotterra. Vedi quella vanga nel centro?
– Quella vecchia… così rotta e logora? Sì.
– Quella è la vanga da becchino, ed è stata usata molto, come vedi. C’è gente piena di salute qui, ma quella ha lavorato molto. Se potesse parlare, la vanga, ti direbbe di molti favori inattesi che abbiamo fatto io ed essa insieme; ma io li dimentico, perchè ho la memoria che non mi assiste… Non è una cosa nuova – aggiunse in fretta; – è stato sempre così.
– Vi sono fiori e arbusti che parlano dell’altro lavoro – disse la fanciulla.
– Ah, sì! E gli alberi. Ma non si separano così facilmente dal mio lavoro di becchino, come tu credi.
– No?
– Non nella mente mia e nella mia memoria… così com’è – disse il vecchio. – Spesso non fanno che aiutarla. Perchè mi ricordo che piantai certo albero per una data persona. Ed esso sta lì a rammentarmi che quella persona è morta. E quando guardo alla bell’ombra che esso fa, e penso com’era al tempo della persona per cui lo piantai, mi ricordo della data dell’altro mio lavoro, e posso dire a un di presso quando scavai la fossa
– Ma può ricordarvi anche di uno che è ancora vivo – disse la fanciulla.
– Allora di venti che son morti in relazione con quell’uno che è ancora vivo – soggiunse il vecchio – della moglie, del marito, dei genitori, dei fratelli, delle sorelle, dei figli, degli amici… d’una ventina almeno. Così avviene che la vanga del becchino si logori e s’intacchi. Me ne occorrerebbe una nuova… l’estate prossima.
La fanciulla lo guardò vivamente, pensando ch’egli scherzasse con i suoi cenni e la sua infermità; ma l’inconsapevole becchino parlava sul serio.
– Ah! – egli disse, dopo un breve silenzio. – La gente non impara mai. Non s’impara mai. Soltanto noi che rivoltiamo la terra dove nulla cresce e ogni cosa infradicia, soltanto noi pensiamo a simili cose… le pensiamo come devono essere pensate, voglio dire. Sei stata in chiesa?
– Ci vado – rispose la fanciulla.
– C’è lì un vecchio pozzo – disse il becchino – proprio sotto il torrione; un pozzo buio, profondo, in cui la voce fa eco. Quarant’anni fa, non si doveva che lasciar cadere il secchio finchè il primo nodo della fune si fosse liberato dall’argano e allora se ne sentiva il tonfo nell’acqua cupa e fredda. A poco a poco l’acqua si ritirò, così che dieci anni dopo fu fatto un secondo nodo, e si doveva svolgere tanta fune, se non si voleva che il secchio oscillasse secco e vuoto all’estremità. Dopo altri dieci anni, l’acqua si ritirò ancora, e si dovè fare un terzo nodo. Ancora altri dieci anni e il pozzo si asciugò; e ora, se si cala il secchio finchè le braccia sono stanche, e si svolge tutta la corda, lo sentite, a un tratto, urtare e rumoreggiare contro il terreno in fondo, con un suono così cupo e lontano, che ti fa paura e ti fa balzare indietro come se tu stessi per cader nel pozzo.
– Un luogo terribile, se ci si va al buio! – esclamò la fanciulla, che aveva seguìto così intenta gli sguardi e le parole del vecchio, da sembrarle di stare sull’orlo dell’abisso.
– Che cosa è il pozzo se non una tomba? – disse il becchino. – Che altro? E chi dei nostri vecchi, sapendo tutto questo, pensò mai dopo la scomparsa della giovinezza, alle forze che venivano a mancare, alla vita che diminuiva? Nessuno.
– E voi siete molto vecchio? – chiese involontariamente la fanciulla.
– Farò settantanove anni…quest’estate.
– Lavorate ancora quando vi sentite bene?
– Lavorare? Certo. Vedrai i miei giardini qui intorno. Guarda alla finestra lì. Io ho coltivato e lavorato quel pezzo di terra tutto con queste mani. L’anno venturo, di questa stagione, si vedrà appena il cielo, i rami saranno cresciuti così folti. E la sera d’inverno faccio anche altri lavori.
Aprì, mentre diceva così, un armadio che gli stava accanto, e presentò delle cassettine, rusticamente intagliate, di legno vecchio.
– Alcuni signori a cui piace il tempo antico e ciò che gli appartiene – disse – comprano questi ricordi della nostra chiesa e delle nostre rovine. Talvolta li faccio con pezzi di quercia, che mi vengono qua e là sotto mano; talvolta di pezzi di feretro conservati nelle cripte. Vedi qui… questo è un cassettino di quest’ultima specie, ornato agli spigoli con lastrine d’ottone sulle quali c’era un’iscrizione che ora non è possibile leggere più. Non ho molti lavori pronti ora, ma quest’armadio sarà pieno… l’estate prossima.
La fanciulla ammirò e lodò i lavori, e poco dopo se n’andò, pensando mentre s’allontanava, alla strana circostanza di quel vecchio che tirava dalle sue occupazioni e da tutto ciò che l’attorniava una grave morale, e non l’applicava mai a sè stesso; giacchè, mentre s’indugiava a parlare dell’incertezza della vita umana, sembrava che si ritenesse, a parole e a fatti, immortale. Ma le meditazioni della fanciulla non si fermarono qui, perchè ella fu saggia abbastanza da pensare che per una disposizione misericordiosa era, quella, prerogativa della natura umana, e che il vecchio becchino, coi suoi progetti per la prossima estate, non era che un semplice rappresentante di tutta l’umanità.
Così meditando, raggiunse la chiesa. Era facile trovare la chiave della porta esterna, perchè ciascuna del mazzo era distinta da un pezzettino di pergamena gialla. Il giro della chiave nella serratura svegliò un cupo rumore, e quando ella entrò con un passo vacillante gli echi svegliati dalla chiave nel chiudere la fecero sobbalzare.
Ogni cosa nella vita, buona o cattiva, ha quasi sempre un effetto su di noi per via di contrasto. Se la pace del piccolo villaggio aveva commosso grandemente la fanciulla per il trambusto e le sofferenze che s’era lasciati alle spalle e per le strade attraversate con piede dolente, quale non fu la sua profonda impressione nel trovarsi sola in quel solenne edificio, dove la stessa luce che entrava per le finestre profonde sembrava vecchia e grigia, e l’aria, che odorava di terra e di muffa e di disfacimento, parve, grave e assottigliata dal tempo di tutte le parti più grossolane, spirare per gli archi e la navata, tra i fasci di pilastri e di colonne, come il fiato dei vecchi secoli. Ecco il pavimento rotto, logorato tanti anni fa dal piede dei pellegrini, che il tempo aveva ridotto tutto a lastre smosse, seguendo le loro stesse orme. Ecco le travi rotte, gli archi cadenti, le pareti umide e screpolate, gli affossamenti del terreno, le tombe solenni sulle quali non c’era più traccia di epitaffi, tutto – marmi, pietre, ferro, legno e polvere – un solo monumento di rovina. L’opera più bella e più brutta, la più semplice e la più ricca, la più pomposa e la più umile – naturale o artificiale – tutto toccava lì il livello comune, tutto narrava la stessa cosa.
Una parte dell’edificio era stata una volta cappella baronale, e mostrava delle effigie di guerrieri distesi sui loro letti di pietra con le mani congiunte e le gambe incrociate – quelli che avevano combattuto nelle Crociate – cinti delle loro spade, e chiusi nelle armature in cui avevano vissuto. Alcuni di quei cavalieri avevano le loro armi, i loro elmi, le loro corazze, sospesi alla parete accanto, e penzolanti da uncini rugginosi. Rotti ammaccati com’erano, conservavano la loro antica forma e qualcosa del loro antico aspetto. Così le gesta violente vivono ancora dopo che sono scomparsi gli uomini, e le tracce della guerra e degli spargimenti di sangue sopravviveranno in lugubri forme, molto tempo dopo che i distruttori non saran più che atomi di terra.
La fanciulla si mise a sedere in quel vecchio luogo silenzioso, fra le rudi figure sulle tombe, che, a quanto le sembrava, facevano quell’angolo più tranquillo, e guardò intorno con un senso di riverenza temperata da un piacere calmo, sentendo di esser felice e di assaporare il riposo. Prese una bibbia da una mensola, e si mise a leggere; poi, deponendola, pensò ai giorni d’estate e al bel tempo della primavera – ai raggi del sole che sarebbero caduti obliquamente sulle statue addormentate – alle foglie che avrebbero stormito alla finestra, proiettando ombre tremolanti sul pavimento – ai canti degli uccelli, alla nascita delle gemme e dei fiori in campagna – all’aria profumata che sarebbe entrata lì ad agitare lentamente le lacere bandiere in alto. Che importava che il luogo suscitasse dei pensieri di morte! Chiunque fosse morto, sarebbe stata la medesima cosa; quegli spettacoli e quei suoni sarebbero continuati precisamente come prima. E non sarebbe stato penoso dormire lì dentro.
Ella lasciò la cappella – a passi lentissimi, spesso volgendosi a riguardare – e arrivando a una porticina bassa, che evidentemente conduceva sul campanile, l’aperse e s’arrampicò per la scala a chiocciola al buio, tranne dov’essa poteva guardare in basso, a traverso anguste feritoie, sui punti dov’era passata, o avere una brillante visione delle campane polverose. Finalmente potè arrivare all’estremità della scala, e stare sulla vetta del campanile.
Ah, la gloria dell’improvvisa esplosione di luce; la freschezza dei campi e dei boschi che si stendevano lungi da ogni lato, e si confondevano con l’azzurro del cielo smagliante; le greggi sparse a brucare nei pascoli; il fumo, che, salendo fra gli alberi, sembrava esalasse dalla terra verde; i fanciulli che si rincorrevano e facevano a capriole al di sotto – tutto, così bello e felice! Era come passar dalla morte alla vita. Era come avvicinarsi al cielo.
I fanciulli se n’erano andati, quand’ella uscì sotto il portico, e chiuse la porta. Passando innanzi alla scuola potè udire il brusìo delle voci. Quella mattina il maestro aveva cominciato le lezioni. Il suono delle voci si fece più forte, e voltandosi a guardare, la fanciulla vide gli scolari irrompere a frotte e disperdersi con allegre grida e salti gioiosi.
– È bene – pensò la fanciulla; – son lieta che essi passino innanzi alla chiesa. – E poi si fermò, a sentire come quel chiasso avrebbe risonato dentro, e come l’eco sarebbe tornata pian piano a percuoterle l’orecchio.
Un’altra volta in quel giorno, anzi due volte, Nella se n’andò furtivamente nella stessa cappella, e si abbandonò alla stessa tranquilla meditazione. Anche quando fu buio, e le ombre della notte vestirono il luogo di solennità, la fanciulla rimase, come confitta al suolo, senza alcun timore o l’idea di allontanarsi.
La trovarono lì, finalmente, e la condussero a casa. Ella aveva l’aspetto pallido, ma lieto. Tuttavia, quando si separarono per andare a riposare, e il maestro di scuola si chinò a baciarla sulla gota, gli parve di sentire una lagrima della fanciulla bagnargli il viso.

XVII.

Il professore, fra le sue varie occupazioni, trovava nella vecchia chiesa una fonte perenne d’interesse e di piacere.
Attingendo da essa quell’orgoglio che gli uomini concepiscono per le bellezze del piccolo mondo in cui vivono, egli l’aveva fatta oggetto dei suoi studi, e molte volte l’estate si tratteneva fra quelle mura e molte sere d’inverno accanto al focolare del presbitero a meditare e ad accrescere il suo bel tesoro di fatti e di leggende.
Siccome non era uno di quei rudi spiriti che vorrebbero spogliare la bella verità di tutti i fronzoli di cui il tempo e le fertili fantasie si compiacciono di vestirla – fronzoli che le stanno abbastanza bene, e come le acque del suo pozzo servono ad aumentar le attrattive che l’adornano un po’ celandole, un po’ facendole intravedere, e a destare l’interesse della ricerca più che a illanguidirlo e a mutarlo in indifferenza – siccome al contrario della categoria dei rudi e degli insensibili si dilettava di vedere la dea incoronata di quelle ghirlande di fiori campestri che la tradizione raccoglie per lei, e che sono spesso freschissime nella loro umile bellezza, – egli si moveva con passo cauto e leggero sulla polvere dei secoli, per non far cadere quei santuari aerei che erano stati costruiti su quelle reliquie, e per non travolgere i buoni sentimenti o gli affetti umani che potevano celarvisi. Così, nel caso di un antico sarcofago di rozza pietra, che da molti anni si supponeva contenesse le ossa d’un certo barone, il quale, dopo aver portato la desolazione, con uccisioni, stragi, saccheggi, in terre straniere, era tornato col cuore ambasciato e contrito a morire in patria. Era stato recentemente dimostrato da dotti antiquari che il sarcofago non era di quel certo barone, il quale, essi asserivano, era invece morto in battaglia digrignando i denti e bestemmiando fin coll’ultimo suo respiro; ma il professore aveva sostenuto con forza che la prima versione era la vera; che il barone, pentito del male commesso, aveva fatto delle grandi elemosine ed esalato l’anima in pace, ed era stato assunto nella gloria celeste, se un barone v’era mai stato assunto. Nella stessa maniera, quando i menzionati archeologi avevano discusso e sostenuto che una certa cripta non fosse la tomba d’una certa signora dai capelli grigi, appiccata, sventrata e squartata, per aver soccorso sulla sua soglia un vecchio prete che moriva di sete e di fame, dalla gloriosa regina Elisabetta, il professore solennemente aveva dimostrato, contro ogni diversa asserzione, che la chiesa era santificata dalle ceneri di quella santa donna; che i resti erano stati raccolti nella notte alle quattro porte della città del marmo e portate lì in segreto e lì depositate, e il professore inoltre (straordinariamente eccitato in quell’occasione) aveva contestato la gloria della regina Elisabetta, affermando che era immensurabilmente maggiore la gloria della più umile femminuccia del regno con un cuor pietoso e tenero. Quanto all’asserzione che la lastra di pietra accanto alla porta non fosse la tomba dell’avaro che aveva diseredato l’unico figlio e lasciato una somma di denaro alla chiesa per comprare un concerto di campane, il professore aveva ammesso di buon grado la stessa cosa, dicendo che in quel luogo non s’era mai visto nascere un uomo simile. Insomma, egli avrebbe voluto che ogni pietra e ogni lastra di bronzo, fossero monumenti di fatti degni d’essere ricordati. Tutti gli altri voleva si dimenticassero. Potevano pure i loro autori esser seppelliti in terra consacrata, ma avrebbe preferito che fossero seppelliti a una grande profondità, e non mai più tratti alla luce.
Fu dalle labbra d’un simile maestro, che la fanciulla apprese il suo facile compito. Già attratta, oltre ogni dire, dal silenzioso edificio e dalla tranquilla bellezza del luogo su cui sorgeva, che era come la perpetua giovinezza intorno a una maestosa vecchiezza, la fanciulla vide in esso, udendo queste cose, il santuario d’ogni bene e d’ogni virtù. Fu per lei come la rivelazione d’un altro mondo, dove il peccato e la colpa non entravano mai, come un posto tranquillo dove non arrivava alcun male.
Dopo aver narrato alla fanciulla le storie da lui messe in rapporto con tutte le tombe e le pietre sepolcrali, il professore la condusse nella vecchia cripta, diventata un semplice oscuro sotterraneo, e le mostrò come veniva rischiarata al tempo dei monaci, e come, fra le lampade pendenti dal soffitto, e gl’incensieri oscillanti ed esalanti incensi fragranti e paramenti scintillanti d’oro e d’argento, e quadri e materie preziose, e fulgidi gioielli lampeggianti sotto le basse volte, fosse stato udito molte volte, negli antichi tempi, a mezzanotte, il canto di voci secolari, mentre delle ombre incappucciate s’inginocchiavano intorno intorno, pregando, e sfilando i grani del rosario. Poi la condusse di nuovo su, e le mostrò in alto sui vecchi muri delle piccole gallerie, dove le monache erano solite passare tacite – appena visibili così lontane nelle loro vesti scure – o fermarsi come pallide ombre ad ascoltare le preghiere. Egli le mostrò anche come i guerrieri, le cui effigie riposavano sulle tombe, avessero indossato le armature che arrugginivano lì accanto – come quello era un elmo, quell’altro uno scudo, e quell’altro un guantone – e come avessero maneggiato la spada a due mani e abbattuto degli uomini con quella mazza di ferro. Tutto ciò che egli le narrava, la fanciulla si metteva in mente, e talvolta, svegliandosi di notte dai sogni di quel tempo antico, e levandosi dal letto andava a guardar fuori la chiesa oscura sperando quasi di vederne le finestre illuminate e di udir il suono dell’organo e l’onda delle voci sulle ali del vento.
Il vecchio becchino presto si sentì meglio, e di nuovo cominciò ad andare in giro. Da lui la fanciulla apprese molte altre cose, benchè di diversa specie. Egli non era in grado di lavorare, ma un giorno doveva esser scavata una fossa, e andò a sorvegliare l’uomo che la faceva. Era in vena di ciarle, e la fanciulla, standogli accanto, e dopo essersi seduta sull’erba ai suoi piedi, col viso pensoso rivolto verso di lui, cominciò a conversare.
Ora, l’uomo che faceva il lavoro del becchino era un po’ più vecchio di costui, benchè fosse più forte. Ma era sordo, e quando il becchino (che avrebbe potuto, forse, in caso di necessità, percorrere a stento un miglio in sei ore) scambiava qualche parola con lui a proposito del lavoro, la fanciulla non potè non osservare che lo faceva con una specie di pietà impaziente per l’infermità di quel lavoratore, come se lui, poi, fosse l’uomo più forte e attivo di questo mondo.
– Mi dispiace di veder che c’è questo da fare – disse la fanciulla, avvicinandosi. – Non ho sentito che sia morto nessuno.
– È morta una donna d’un altro villaggio, cara – rispose il becchino. – A tre miglia da qui.
– Era giovane?
– Sì… sì – disse il becchino: – non aveva più di sessantaquattro anni, credo. Davide, aveva più di sessantaquattro anni?
Davide, che scavava vigorosamente, non udì la domanda. Il becchino, non potendo raggiungerlo con la gruccia, e non potendo per la debolezza levarsi senza aiuto, richiamò l’attenzione di Davide gettandogli un po’ terriccio sul berretto da notte rosso.
– Che c’è ora? – disse Davide, levando la testa.
– Quant’anni aveva Rebecca Morgan? – chiese il becchino.
– Rebecca Morgan? – ripetè Davide.
– Sì – rispose il becchino, aggiungendo in tono mezzo di compassione, mezzo di irritazione, che il vecchio non potè udire: – Stai diventando sordo come una campana. Davide, proprio sordo come una campana.
Il vecchio cessò di lavorare, e forbendo la vanga con un pezzo di lavagna che aveva con sè per quello scopo – e nettando, in quell’atto, l’essenza di Dio sa quante Rebecche Morgan – si mise a meditare.
– Lasciami pensare – disse. – Lo vidi ieri sera che lo misero sulla cassa… ne aveva settantanove?
– No, no – disse il becchino.
– Ma sì – rispose il vecchio con un sospiro. – Perchè mi ricordo che pensavo che era quasi della nostra età. Sì, ne aveva settantanove.
– Sei sicuro di non sbagliare una cifra, Davide? – chiese il becchino, con qualche indizio di commozione.
– Che cosa? – disse il vecchio. – Ripetilo.
– È molto sordo. Davvero, molto sordo! – esclamò insolentemente il becchino. – Sei sicuro di non sbagliare il numero?
– Oh, niente affatto! – rispose il vecchio. – Perchè no?
– Proprio non sente più nulla – mormorò fra sè il becchino. – E credo che stia diventando anche stupido.
La fanciulla si domandò meravigliata perchè mai egli dovesse esser tratto a pensar così, perchè, a dir la verità, l’altro sembrava assolutamente più robusto. Ma siccome allora il becchino non disse più nulla, dimenticò per il momento la cosa, e parlò di nuovo.
– Mi dicevate – disse, – dei vostri lavori di giardiniere. Qui avete piantato mai nulla?
– Nel cimitero? – rispose il becchino. – Io no.
– Ho visto dei fiori e dei piccoli cespugli qui intorno – soggiunse la fanciulla. – Eccone, vedete, alcuni laggiù. Pensavo che li allevaste voi, benchè crescessero tanto miserelli.
– Crescono come vuole il Cielo – disse il vecchio – ed esso clementemente ordina che qui non fioriscano mai.
– Non vi capisco.
– Ebbene, si tratta di questo – disse il becchino. – Essi segnano le tombe di quelli che hanno lasciato delle persone care.
– Me l’ero immaginato! – esclamò la fanciulla. – Son tanto contenta di sapere che abbiamo delle persone care.
– Sì – rispose il vecchio, – ma aspetta. Guarda quei fiori. Vedi come chinano il capo, e cadono, e si disseccano? Non ne indovini la ragione?
– No – rispose la fanciulla.
– Perchè la memoria di quelli che sono sepolti al di sotto svanisce presto. In principio i parenti vengono qui la mattina, a mezzogiorno, la sera; poi cominciano a farsi vedere meno spesso; da una volta al giorno a una volta la settimana; da una volta la settimana a una volta al mese; poi, a lunghi e incerti intervalli; poi, non più. Simili segni di attaccamento di rado resistono a lungo. Ho visto i fiori estivi più caduchi sorpassarli nella durata.
– Mi dispiace di sentirlo – disse la fanciulla.
– Ah! Così dicono i signori che vengono qui e li veggono – rispose il vecchio, scotendo il capo; – ma io dico diversamente. “È un bel costume quello di queste parti”, mi dicono qualche volta, “piantar dei fiori sulle tombe, ma è una tristezza vederli tutti disseccati o morti”. E io chieggo loro scusa per dirla come la penso io: “È un buon segno per la felicità dei vivi”. Ed è così. È la natura.
– Forse i dolenti cominciano a guardare il cielo azzurro di giorno, e le stelle di notte, e pensano che i morti son lì, e non nelle tombe – disse la fanciulla con voce grave.
– Forse – rispose il vecchio, dubbioso; – può darsi.
– Sia come io credo che sia, o no – disse fra sè la fanciulla, – io mi farò qui il mio giardino.- Non sarà male lavorare qui tutti i giorni, e grati pensieri m’ispireranno, ne son certa.
Le sue guance arrossate e gli occhi inumiditi non furono osservati dal becchino, che si volse al vecchio Davide, e lo chiamò a nome. Era evidente che l’età di Rebecca Morgan ancora lo turbava, benchè la fanciulla non potesse comprenderne il perchè.
La seconda o la terza ripetizione del suo nome, attrasse l’attenzione del lavoratore. Riposandosi dallo scavo, s’appoggiò sulla vanga, e si mise una mano all’orecchio.
– Hai chiamato? – disse.
– Stavo pensando, Davide – rispose il becchino – che lei – e indicò la fossa – dev’essere stata molto più vecchia di te e di me.
– Settantanove – rispose il vecchio, scotendo il capo: – ti dico che l’ho visto.
– L’hai visto? – rispose il becchino. – Sì, ma, Davide, le donne non dicono sempre la verità sulla loro età,
– Questo è vero – disse l’altro vecchio, con un’improvvisa scintilla negli occhi. – Poteva essere più vecchia.
– Io son sicuro che era più vecchia… Pensa, soltanto come pareva vecchia. Di fronte a lei noi due sembravamo due ragazzi.
– Sì, pareva vecchia – soggiunse Davide. – Hai ragione. Pareva vecchia.
– Ricordati da quanti anni pareva vecchia, e dimmi se poteva poi avere soltanto settantanove anni… come noi – disse il becchino.
– Almeno almeno aveva cinque anni di più! – esclamò l’altro.
– Cinque! – ribattè il becchino. – Dieci. Aveva i suoi ottantanove anni buoni. Mi rammento quando le morì la figlia… Aveva ottantanove anni pari pari, e ora cerca di farcela, e di passar di dieci anni più giovane. Ah, vanità umana!
L’altro non rimase addietro nelle riflessioni morali suggerite da questo fecondo soggetto, ed entrambi addussero una gran copia di prove di tanta importanza che non si sapeva più – non se la defunta avesse gli anni già detti, ma se non avesse raggiunto il termine patriarcale di cento. Dopo ch’essi ebbero definita questa faccenda con reciproca soddisfazione, il becchino con l’aiuto dell’amico, si levò per andarsene.
– Fa freddo, a star seduto qui, e io debbo star attento… fino a quest’estate – egli disse accingendosi ad andarsene zoppicando.
– Che cosa? – chiese il vecchio Davide.
– È sordo, povero amico! – esclamò il becchino. Addio.
– Ah! – disse il vecchio Davide, seguendolo con l’occhio. – Precipita rapidamente. Invecchia sempre più.
E così si separarono, ciascuno persuaso che l’altro avesse meno tempo da vivere; ed entrambi molto consolati e confortati dalla piccola illusione sulla quale s’erano accordati sul conto di Rebecca Morgan, la cui morte non si presentava più come un precedente scoraggiante, e li lasciava tranquilli da quel lato almeno per un’altra decina d’anni.
La fanciulla rimase alcuni minuti a guardare il sordo che con la pala gettava da parte la terra scavata e che spesso si fermava a tossire e a riprender fiato, e mormorava fra sè con una specie di calma soddisfazione che il becchino camminava rapidamente verso la fine. Infine, ella se n’andò, e attraversando pensosa il cimitero giunse inattesa presso il maestro il scuola, che era seduto a leggere al sole, su un tumulo verde.
– Nella qui? – egli disse lieto, chiudendo il libro. – Ho tanto piacere di vederti all’aria e alla luce. Temevo che te ne fossi andata in chiesa, dove te ne stai così spesso.
– Temevate! – rispose la fanciulla sedendoglisi accanto. – Non è un buon luogo?
– Sì, sì – disse il maestro di scuola. – Ma tu qualche volta devi stare allegra… no, non scuotere il capo, e non sorridere così mesta.
– Non son mesta; bisognerebbe che mi leggeste in cuore. Non credete che io sia triste. Non v’è ora sulla terra creatura più felice di me.
Piena di grata tenerezza, la fanciulla gli prese la mano, e la tenne nella propria. – È volontà di Dio! – ella disse, dopo qualche momento di silenzio.
– Che cosa?
– Tutto questo – ella rispose – quello che ci circonda. Ma chi di noi due ora è triste? Io, vedete, sorrido.
– E anch’io – disse il maestro di scuola – sorrido pensando a quante volte rideremo in questo stesso luogo. Non stavi parlando laggiù?
– Sì – soggiunse la fanciulla.
– Di qualche cosa che ti ha rattristata?
Vi fu una lunga pausa.
– Di che si trattava? – disse teneramente il maestro. – Su. dimmi, che è stato?
– Mi duole a pensare… proprio mi duole a pensare – disse la fanciulla, scoppiando in lagrime – che quelli che ci muoiono intorno sono così spesso dimenticati.
– E credi – disse il maestro di scuola, notando l’occhiata da lei data d’attorno – che una tomba non visitata, un albero disseccato, un paio di fiori illanguiditi, siano segni di dimenticanza o di fredda indifferenza? Credi che non vi siano cose molto lontane di qui, nelle quali questi morti possono essere ricordati? Nella, Nella, vi può essere al mondo in questo istante della gente affaccendata, le cui buone azioni e i cui buoni pensieri muovono da queste stesse tombe, per quanto ci sembrino neglette…
– Ho compreso – disse vivamente la fanciulla. – Ho compreso. Lo sento, lo so. Come ho potuto non comprenderlo, pensando a voi?
– Non v’è anima – esclamò l’amico, – non v’è anima buona e innocente che scompaia e sia dimenticata. Teniamoci a questa fede, se dobbiamo averne una. Un bambino che appena balbetti e muoia in culla vivrà nei buoni pensieri di quelli che lo hanno amato, e rappresenterà la sua parte, a traverso di essi, nelle generose azioni del mondo, benchè il corpo sia ridotto in cenere o travolto nei più profondi gorghi. Non v’è angelo aggiunto alla coorte dei cieli che non faccia il suo santo lavoro sulla terra a traverso quelli che qui lo amarono. Dimenticare! Ah, se le buone azioni degli uomini potessero essere seguite fino alla sorgente, come apparrebbe bella anche la morte, perchè quanta carità, quanta pietà, e quanta purezza di affetti si vedrebbe derivare dalla cenere dei sepolcri!
– Sì – disse la fanciulla – è vero; lo so. Chi meglio di me potrebbe dir che è vero, chi meglio di me in cui rivive il vostro piccolo discepolo! Mio caro, caro, caro amico, se sapeste il conforto che mi avete dato.
Il povero maestro non rispose, ma chinò il capo in silenzio, poichè aveva il cuore gonfio.
Erano ancora seduti nello stesso punto, quando sopraggiunse il nonno. Prima che si fossero scambiate molte parole, la chiesa sonò l’ora della scuola, e il loro amico li salutò.
– Un brav’uomo – disse il nonno, seguendolo con gli occhi; – un gentiluomo. Certo, lui non ci farà mai male, Nella. Qui siamo finalmente sicuri… eh? Non andremo via di qui mai più?
La fanciulla scosse il capo, e sorrise.
– Nella ha bisogno di riposo – disse il nonno, carezzandole la guancia; – troppo pallida… troppo pallida. Non è più com’era una volta.
– Quando? – chiese la fanciulla.
– Ah! – disse il vecchio. – Certo… quando? Quante settimane fa? Potrei contarle sulle dita? Però lasciamole andare; meglio che se ne siano andate.
– Molto meglio, caro – rispose la fanciulla. – Noi le dimenticheremo; o, se le ricorderemo… le ricorderemo soltanto come un brutto sogno che s’è dileguato.
– Zitta! – disse il vecchio, facendole un frettoloso cenno colla mano, e guardandosi di lato. – Non parliamo più del sogno, e di tutte le amarezze che ci hanno dato. Non vi sono sogni qui. Questo è un luogo tranquillo, ed essi se ne stanno lontano. Non ci pensiamo più; così non ci sarà più possibilità di risognarli. Occhi infossati e guance incavate… pioggia, freddo e fame… e orrori ancora peggiori… dobbiamo dimenticar tutto, se vogliamo esser tranquilli qui.
– Iddio sia lodato – esclamò fra sè la fanciulla, – per questo felice mutamento!
– Sarò paziente – disse il vecchio, – umile, grato e sommesso, se mi si lascia star qui. Ma non ti allontanare da me; non te n’andar sola; lasciami stare accanto a te. Veramente io sarò molto buono e sincero.
– Io andarmene via sola! Ma questo – rispose la fanciulla, fingendo di ridere – sarebbe veramente bello! Guarda qui, nonno: noi faremo qui il nostro giardino… sì, proprio! È un luogo bellissimo… e domani cominceremo, e lavoreremo insieme, senza allontanarci mai.
– È una bella idea! – esclamò il nonno. – Ricordati, cara… cominciamo domani.
Chi più lieto del vecchio, quando il giorno dopo cominciarono a lavorare? Chi più incurante di lui delle immagini che quel luogo poteva suscitare? Essi strapparono l’erba lunga e le ortiche dalle tombe, diradarono i cespugli selvaggi e le radici, uguagliarono il tappeto verde e lo mondarono dalle foglie secche e dall’erbaccia. Stavano lavorando ancora attivamente, quando la fanciulla, levando la testa dal terreno sul quale era chinata, osservò che il professore s’era seduto sul cancelletto accanto, e li guardava in silenzio.
– Un pio lavoro – disse quel galantuomo a Nella che gli faceva un inchino. – Avete lavorato tutto voi, questa mattina?
– È poco, signore – rispose la fanciulla, con gli occhi chini – di fronte a quello che vogliamo fare.
– Bene, bene – disse il professore. – Ma intanto lavorate soltanto intorno alle tombe dei fanciulli e dei giovani.
– Verremo presto alle altre, signore – rispose Nella, volgendo la testa e parlando piano.
Era cosa di lieve importanza, sia voluta, sia casuale o ispirata dall’istintiva simpatia della fanciulla per i bambini. Ma parve che facesse una grande impressione sul nonno, che fino allora non ci aveva pensato. Egli diede una rapida occhiata alle tombe, poi un’altra d’ansia alla fanciulla, e quindi se la strinse affettuosamente al fianco, e le ordinò di riposarsi. Qualcosa a cui da tempo non aveva più pensato si fece penosamente strada nel suo cervello. E non si dileguò, come era avvenuto per fatti più importanti; ma salì in cima a tutti i suoi pensieri, e poi ancora una volta, e molte altre volte quel giorno, e spesso nei seguenti. Una mattina, mentre lavoravano ancora, la fanciulla, vedendo ch’egli spesso si voltava a guardarla come se cercasse di risolvere qualche dubbio penoso o di raccogliere dei pensieri dispersi, gli domandò che avesse mai. Ma il nonno le rispose che non era nulla… nulla… e, mettendosi la testa di lei sul braccio, le carezzò con la mano la guancia, mormorando che Nella diventava più forte ogni giorno, e che in breve sarebbe stata una donna.

XVIII.

Da quel tempo, nello spirito del vecchio sorse per la fanciulla una sollecitudine continuamente vigile e presente. Vi sono delle corde nel cuore umano – strane, variabili corde – che vibrano soltanto per caso: rimaste mute e insensibili agli appelli più fervidi e gravi, rispondono finalmente al tocco più lieve e imp