Charles Perrault – Cenerentola – Traduzione di Carlo Collodi

I.

La prima che conobbi diceva d’appartenere ad una famiglia patrizia. Non ho mai cercato dì verificare la sua nobiltà, ma avrebbe potuto essere autentica, perchè non è raro il caso di nobili decadute che sbarcano magramente i loro ultimi lunari, facendo l’affittacamere. Ad ogni modo però, il sangue azzurro doveva averlo avuto soltanto dalla madre, dacchè si chiamava borghesemente signora Giuditta, e viveva d’una piccola pensione che le pagava il governo come figlia d’impiegato governativo, sebbene ai tempi remoti di suo padre, Milano fosse ancora sotto il governo austriaco.

Rammentava una parentela numerosissima. Una serie di fratelli, di sorelle, tutti sposati a gente ricca e titolata; zii e cugini che avevano palazzi e servitù numerosa, e carrozze e cavalli. Aveva la manìa delle grandezze. Di tutti quei personaggi, se pure esistevano, non si vedeva mai l’ombra. O erano morti, o non pensavano punto a quella povera mummia. Ma lei aveva bisogno di parlarne, perchè, nell’isolamento in cui viveva, quegli esseri assenti o immaginari le creavano una famiglia illusoria, che non mancava mai di presentare a’ suoi pigionanti, e mettevano nella sua triste vita da vecchia indigente, dei pensieri di lusso che la insuperbivano.

La signora Giuditta confessava di non essere più giovane, sebbene non dicesse mai la sua età. A vederla le si sarebbero dati cento anni; forse non li aveva tutti; ma era una rovina; magra come uno scheletro, colla lunga persona incurvata ed il volto tormentato da rughe che traversavano in ogni senso la pelle flaccida. Le erano rimasti i capelli, altra volta biondi, ora d’un grigio giallognolo, e li pettinava alla moda de’ suoi tempi, in due grossi riccioli ai lati della fronte. Non aveva più denti in bocca, e portava una vecchia dentiera, dono d’una sua nobile parente, la quale non poteva più servirsene perchè la molla non teneva più. Quella dentiera era causa di episodi spaventosi. Sovente, a mezzo d’uno degli interminabili discorsi sconclusionati della signora Giuditta, le si vedevano tutti i denti irrompere terribilmente fuori dalla bocca; ed ella s’affrettava con ambe le mani a respingerli dentro, e li rimetteva a posto a bocca chiusa, con un rumore d’ossame che dava i brividi. Aveva l’abitudine di star a letto tardi, ed entrando da lei prima del mezzodì, si aveva la mortificazione di sorprenderla colla bocca vuota e nera come una caverna, dalla quale uscivano parole biasciate ed incomprensibili, mentre, sul tavolino da notte, quella mandibola gialla di cadavere, metteva paura. Altre volte il congegno guasto della dentiera troppo aperto, rifiutava di chiudersi; e la signora Giuditta rimaneva colla bocca spalancata, vociando: «Ah! ah!…» e doveva fuggire in camera a togliersi la dentiera per poterla richiudere.

Le trecentosessanta lire della sua pensione non bastavano di certo alla zitellona per provvedersi vitto ed alloggio. Aveva dei mobili, avanzi della passata grandezza, i quali, distribuiti nelle due camere che affittava mobiliate, le costituivano una piccola rendita. Ma guai se una di quelle camere fosse rimasta qualche mese vuota! Sarebbe stato un disastro per la povera donna, che, pagata la pigione del suo quartierino, calcolava su quattrocento lire circa, per vivere tutto l’anno.

Lei abitava un bugigattolo mezzo buio, con una cucinetta buia del tutto, nella quale l’unico fuoco che s’accendeva era la fiammella a spirito della macchina da caffè. Le sole camere chiare erano quelle che affittava.

Malgrado la sua povertà, la signora Giuditta non accettava nessun inquilino ad occhi chiusi. Ne prendeva informazioni, poi gli fissava l’ora di ritirarsi la sera, gli proibiva di far chiasso in camera, faceva delle oneste restrizioni sulle persone che poteva ricevere, e lo avvertiva che non gli avrebbe data la chiave del portone. Preferiva affittare alle donne. Vergognosa com’era della sua povertà, viveva affatto da sola, non era neppure desiderata in compagnia di certo, dacchè appunto solitudine e miseria ne avevano fatto un essere lamentevolmente ridicolo. Non vedeva altri che i suoi pigionanti, e su loro faceva pesare tutta la socievolezza del suo carattere, e tutta la sua curiosità di vecchia. Voleva sapere i loro interessi e raccontare i suoi. Per lo più aveva in casa artisti da teatro, scrittori, pittori, poeti, concertisti di passaggio, gente più o meno rinomata. A quei contatti la vanità femminile della vecchia era sempre eccitata; lei pure voleva essere qualche cosa ed avere dei trionfi da narrare. E non potendoli trovare nel presente, li evocava dal passato. Erano sempre lo splendore della sua famiglia, la parentela illustre, e poi la bellezza della sua gioventù. Una volta, alla Scala il vicerè aveva domandato: «Chi è quella bella popola?» Un’altra volta ci doveva essere un concorso a premio per le più belle gambe di Milano; poi era andato a monte, ma se si fosse fatto, il premio sarebbe toccato a lei. Molti scultori e pittori avrebbero voluto averla per modello; soltanto il suo decoro non le aveva permesso di prodigare alle arti i tesori della sua bellezza. E le proposte di matrimonio che aveva avute! Tutte di giovani bellissimi, facoltosissimi, nobili come tanti re. Non diceva mai perchè non ne avesse accettata nessuna.

Delle sue strettezze non parlava mai. Usciva sull’imbrunire, e rientrava in casa portando sotto lo scialle qualche pezzo di carne rifredda, comperata da un rosticciere pel suo desinare. Ci aggiungeva, a titolo di minestra, un caffè e latte che riscaldava sul fornellino a spirito, e non altro. Ma ne faceva grande mistero, e, per mangiar quel boccone, si rinchiudeva durante un’ora e più, dicendo pomposamente: «Vado a pranzo.»

Aveva un salotto. Il locale più angusto, più mal situato del quartierino; un buco da cui non si sarebbe potato cavare nessun partito; una stanzuccia di passaggio. Le stoffe dei mobili sbiadite, i legni senza lucido, le cornici scrostate, s’univano alla signora Giuditta per affermare che avevano veduti tempi migliori. Sopra una scansìa facevano bella mostra delle confettiere di cartone scolorito, qualche pezzo d’argento Cristophle che ricordava l’incoronazione di Napoleone primo, e delle chicchere di porcellana, vecchie senza essere antiche, religiosamente coperte da un velo verde, che doveva aver fatto cinquant’anni prima il viaggio da nozze sul cappello di qualche sorella della proprietaria. Disopra al camino eternamente spento, fra molte fotografie ingiallite, era appeso in una cornicina di cartone, qualche cosa come uno specchietto vecchio a cui mancasse in più luoghi la foglia. Quello specchietto era stato altre volte un dagherrotipo che, collocato di sghembo, con un raggio di sole che lo battesse in diagonale, in un dato punto della stanza, ed in certe ore speciali, rifletteva un non so che, come un profilo intagliato nell’acciaio. Ma il tempo aveva cancellato ogni cosa; e non rimaneva che un vetro macchiato, sul quale soltanto l’entusiasmo cieco della signora Giuditta s’illudeva di vedere il ritratto del Modena, il pigionante illustre fra gli illustri, che aveva fatta la gloria della sua casa. Quel salotto, l’affittacamere lo metteva a disposizione de’ suoi pigionali; preferiva che ricevessero là che nelle loro stanze, e quand’era riescita a far gelare un visitatore in quel buco, aveva l’aria d’aver fatto una larghezza all’inquilino che aveva ricevuta la visita, e diceva: «Così vedranno che lei abita in una casa ammodo.» Poi domandava se aveva fatto vedere a quel signore la sua galleria fotografica di pigionanti illustri. «Gli ha mostrato il ritratto della Marchionni? Del Boccomini? Del Modena?» Era la sua ambizione aver gente famosa in casa sua.

Le persone ignote per quanto buone, cordiali, e se anche pagavano meglio delle altre, non le nominava mai.

La signora Giuditta usciva così poco dal suo guscio che la vedevo di rado. Ma ogni tanto andavo a domandarne nuove. Un giorno, dopo un’assenza di parecchi mesi da Milano, entrai nella sua porta per salire a vederla.

—È morta, mi disse il portinaio. È morta di vaiuolo nero all’ospedale.

—Perchè all’ospedale? domandai.

—Gli inquilini delle sue stanze erano fuggiti appena saputo il suo male, ed era rimasta sola.

—Ed i suoi parenti?

—È venuto un nipote, mi rispose ancora il portinaio, ma soltanto dopo che era morta per portar via i mobili.

—Non furono venduti pei funerali?

—Nossignora. I funerali li pagò quella donnina che veniva spesso ad abitare una delle sue camere mobigliate.

—Quale donnina?

—Non la conosceva? È la moglie d’un commesso viaggiatore, e, quando il marito era in viaggio e lei non poteva seguirlo, veniva dalla signora Giuditta per non rimaner sola. Le voleva bene; era l’unica che andasse a prendere sue nuove all’ospedale….

Non era nella galleria dei pigionanti illustri quella, e la povera vecchia non me ne aveva mai parlato.

Mutati i particolari della dentiera, dei riccioli, con qualche variante nelle piccole manìe, le affittacamere di condizione civile somigliano tutte dal più al meno alla signora Giuditta. Per loro quella magra industria rappresenta la fine d’una vita delusa; una tavola di salvamento a cui si aggrappano per non morire d’inedia, quando hanno perduto famiglia, agiatezza, gioventù ed illusioni.

Ce ne sono altre invece, che non furono mai più fortunate, che vengono dal popolo; per quelle la professione dell’affittacamere non è una fine ma un principio, un punto di partenza per giungere a gloriosi ideali. Ne cito un esempio nel capitolo seguente.

II.

La madre aveva servito molti anni in una casa signorile. La sua padrona, morendo, le aveva lasciati dei mobili, coi quali la Teresa era tornata in famiglia a deplorare co’ suoi la spilorceria della morta.

—Non ho avuto fortuna, diceva. Ci sono delle signore che hanno qualche affezione da nascondere, debbono ricevere lettere, visite, uscire senza farsi scorgere, e senza l’aiuto della cameriera non fanno nulla. Oppure fanno dei debiti colla sarta, colla modista, bisogna farle star zitte perchè il marito non gridi, ed è ancora la cameriera che cerca una somma in prestito, va ad impegnare i gioielli, a vendere qualche cosa; ed allora la padrona non guarda pel sottile, le mancie corrono, si hanno dei doni, si può raggranellar del denaro per non morire poi nella miseria. A me invece è toccata una padrona che non vedeva più in là del naso; marito e figli, figli e marito; nessun lusso; ed in casa lavorava che era una vergogna. A questo modo una cameriera rimane sempre povera. Non è come la cuoca che maneggia il denaro; per noi se non capita una circostanza….

La Teresa aveva un marito, operaio sfaccendato, un figlio quasi sordo e quasi muto, inetto a qualsiasi mestiere, e due figlie.

Dopo aver disprezzati quei mobili «dei cenci, che non metteva conto di dir grazie, buoni da far legna per l’inverno, che una donna ricca avrebbe dovuto vergognarsi di lasciarli in eredità, ecc.» ciascuno vi adagiò sopra le sue speranze.

—«Mobiliare delle camere da affittare,» Questa fu l’idea concepita ed approvata da tutta la famiglia. Ma ogni individuo la considerava sotto un punto di vista speciale.

—I mobili sono miei; se ne caveremo da vivere, la padrona di casa sarò io sola, suggeriva l’orgoglio della Teresa.

—Ci sarà sempre qualche poltrona o qualche tavola da restaurare, si dovranno stendere i tappeti, appiccar le cortine od i capoletti; sarà una scusa per lasciar la bottega, e non far più il falegname, calcolava l’infingardaggine del marito.

—S’avranno in casa degli artisti, degli ufficiali, dei signori; ci faranno la corte, e troveremo da maritarci bene e saremo ricche. Era l’ideale delle ragazze.

E tutti d’accordo pensavano:

—Quello stupido Michele, che non sa parlare e ci sta sulle spalle a tutti, terrà pulite le camere e servirà i pigionanti. Sarà un modo di cavarne partito.

Quando conobbi quella gente erano molti anni che facevano l’affittacamere.

L’ideale della Teresa s’era avverato in parte. La faceva da padrona dispotica col marito e lo tiranneggiava. Ma le figlie tiranneggiavano lei. Avevano voluto tenere dei pigionali a dozzina, e la Teresa era stata obbligata a cucinare il pranzo, ed a servire a tavola, dove c’era sempre il suo posto, ma non le si dava tempo di sedere. Era una vecchietta secca ed arcigna, che si faceva gli occhi cisposi a forza di rimpiangere la spilorceria della defunta padrona, la grettezza dei pigionanti, la pigrizia del marito, la meschinità della professione, l’ingratitudine degli uomini….

Il marito aveva infatti lasciata da anni la bottega, ma era curvo a forza di piegarsi ai comandi di tutti; le tre donne gli rinfacciavano il pane che mangiava; gli facevano fare ogni sorta di lavori in casa, ma non ne tenevano conto; ed egli faceva tutto male e di malavoglia; ma qualche cosa doveva pur fare, e non aveva mai un soldo in tasca, e passava le giornate sonnecchiando sotto una tempesta di rimproveri, lasciando dire, e mangiando quel che gli davano, seduto al focolare come un gatto domestico.

La figlia maggiore, Ernesta, era vecchia, anemica, un po’ calva; le mancavano parecchi denti, ed aveva il lobo d’un orecchio spaccato. Da un gran pezzo aveva lasciato il mestiere di modista, e teneva in ordine la biancheria delle camere e degli inquilini. Era sempre in moto, sempre affaccendata; si pettinava a metà del giorno, qualche volta la sera; se il lavoro era soverchio non si pettinava affatto. Strascicava le ciabatte, portava dei vestiti tutti frittelle, colla pedana sfilacciata, la vita disadatta, i gangherini o i bottoni mancanti, ed una vecchia pezzuola annodata al collo. Ed in quell’arnese, se s’imbatteva coi pigionanti, si metteva a discorrere di partizioni, di scritture, di quartali, d’impresari, di soprani pastosi, di tenori che baritoneggiano, di do di petto…. conosceva tutto il gergo teatrale, e se ne gloriava. Toglieva la fascia ai giornali teatrali degli artisti che aveva in casa, e li scorreva curiosamente, poi diceva alla madre o alla sorella, o, in mancanza di quelle, anche al padre:

—Ha avuto un gran successo a Lisbona. Ha fatto furore al Covent Garden nella Linda. È scritturato a Bukarest con quaranta mila lire per venticinque recite e la beneficiata….

—Quello è un grande artista! Che fortuna deve fare! È un fenomeno!

E tutta la famiglia stava in ammirazione di quell’innominato che chiamavano sempre lui, e l’Ernesta si pavoneggiava, e godeva, come se si fosse trattato di lei stessa o di suo marito. Si abbandonava a narrare dei particolari gloriosi della carriera di lui: dame che se n’erano innamorate, giovani dell’alta aristocrazia che avevano staccati i cavalli dalla carrozza e l’avevano strascinata all’albergo, serenate, doni di gran valore, versi…. Chiunque li avesse uditi parlare con quella passione, con quell’entusiasmo, avrebbe creduto che quella gente ricordasse un caro assente, un figliolo, la gloria e l’amore della famiglia.

Invece lui era stato l’amante dell’Ernesta; l’aveva trascinata con sè per qualche tempo di teatro in teatro, facendola stare nelle quinte ad aspettarlo con un mantello per coprirlo quando rientrava sudato, facendole portare la scatola da toletta, cucire gli accessori dei costumi. Poi un bel giorno lui aveva sposata una prima donna ricca, e l’Ernesta era tornata a casa coll’orecchio fesso da uno schiaffo, che le aveva fatto saltare l’orecchino da un capo all’altro del teatro.

E di quelle scene brutali ne aveva sofferte molte, a giudicarne dallo stato in cui era ridotta; e sui primi tempi dopo il suo ritorno non aveva osato mostrarsi per le strade di Milano, aveva pianto, aveva mandato ogni sorta d’imprecazioni. Ma le imprecazioni erano sempre state rivolte alla moglie. Tutto l’odio dell’Ernesta e della sua famiglia era per quella donna. «Se non fosse entrata di mezzo lei coi suoi denari, presto o tardi l’Ernesta sarebbe riescita a sposarlo, ed ora sarebbe moglie d’un grande artista, e ricca, ed in grado di aiutare i suoi….»

La slealtà, il carattere violento, i trattamenti brutali di lui, s’erano andati cancellando dalla loro memoria man mano ch’egli saliva in rinomanza. Non potevano voler male ad un uomo che aveva acquistato tanto nome e tanto denaro. La loro cupidigia e la loro vanità erano lusingate solo dall’idea che essi avevano avuto in casa il tenore famoso, che l’Ernesta era stata due anni con lui, e possedeva ancora delle lettere sue!

Intanto la figlia minore era cresciuta e s’era fatta una bella giovane. A quindici anni, prima assai d’avere ben imparato il mestiere di sartora, aveva lasciata la scuola di sartoria perchè le altre scolare erano troppo volgari; non poteva adattarsi a vivere con loro.

Non già che la Teresa avesse mai pensato di far istruire la figlia. L’aveva mandata alle scuole comunali, finchè non l’aveva creduta in grado di essere accettata da una sarta per fare le imbasciate e portare lo scatolone, e poi non ci aveva pensato più. Ma la Maddalena aveva ascoltate fin da bambina le reminiscenze teatrali della sorella, e ne era sempre stata orgogliosa. Poi era cresciuta nella compagnia dei cantanti, attori, giornalisti, ufficiali, che occupavano le stanze mobiliate. Quei signori l’avevano vezzeggiata da bambina, e corteggiata appena s’era fatta adolescente. Un giovane tenente, che aveva passato più di sei mesi a Milano, le aveva insegnato un po’ di francese, usando per libri di testo i romanzi di Dumas père. La Maddalena se n’era appassionata. Credeva d’averci imparata la storia di Francia, e quando poteva parlare di Maria Antonietta, di Luigi decimosesto, della rivoluzione, di Marat, si dava l’aria di saperla lunga. Quel tenente era stato il suo primo amore; un amore sentimentale da giovinetta. Poi era partito e non se n’era saputo più nulla; gli era succeduto il cronista d’un giornale teatrale, che aveva portato da leggere alla Maddalena delle romanze, dei libretti d’opera, e le aveva letti lui stesso dei versi del Fusinato, e le Lettere a Maria dell’Aleardi, sulle quali la Maddalena aveva versate molte lagrime, all’indirizzo del tenente. Ne aveva imparati dei brani a memoria, che declamava con enfasi, sbagliando le pause.

Tutte queste sentimentalità erano state causa del disaccordo tra la Maddalena e le sue compagne di scuola alla sartoria. Lei si credeva da più di loro, e voleva sfoggiare il suo sapere. Loro la trovavano stravagante e la burlavano.

Quando la Maddalena si mise a lavorare in casa, tra che non sapeva ancora il mestiere, tra che pensava a tutt’altro, fece un grande sciupìo di roba, disgustò le prime pratiche, e le rimase tutto il tempo immaginabile per leggicchiare e declamare, e fare le chiacchierine galanti cogli inquilini delle stanze mobiliate.

Nello stesso casamento, al pian terreno, c’era un giovane tappezziere che s’era innamorato della sartorina; ma lei si credeva nata ad alti destini, e diceva che «colla sua educazione, non avrebbe mai potuto adattarsi a sposare un operaio. Era avvezza a vivere in una società più alta». E la famiglia partecipava alle sue illusioni.

Anzichè scoraggiarsi pel caso disgraziato dell’Ernesta, ne traevano degli argomenti in appoggio alla loro vanità. Vedete un po’, dicevano, che fortuna ha fatto quello là, e che gloria si è acquistata. Se l’Ernesta fosse sua moglie, ora sarebbe come una regina. E invece, se avesse sposato un operaio, sarebbe una povera donna, e si logorerebbe la vita a lavorare pel marito e pei figli. Non ci sono che gli artisti; il mondo è per loro.

Che l’Ernesta poi non fosse stata sposata, e fosse finita così miseramente, era per loro un caso eccezionale da attribuirsi all’incontro fatale di quella prima donna ricca. La Maddalena sarebbe certo più fortunata.

C’era sempre fra i pigionanti qualche preferito, pel quale si appassionavano tutti, madre, padre e figlio; quello era il candidato alle nozze della Maddalena. Portava dei biglietti d’ingresso pei teatri, accompagnava le due sorelle, vestite troppo in gala, ed ornate di vecchi cappellini e piume e gioielli falsi, avanzi di qualche cantante passata per le loro stanze mobiliate, pagava un gelato, o un bocconcino da cena al ritorno, che godevano tutti in famiglia sulla tavola della cucina; e questo bastava per farlo entrare in grazia: «Era gentiluomo, le aveva accompagnate rispettosamente come fossero state due dame; e generoso; e con che bontà si era messo a cenare in famiglia; si vedeva subito una persona bene educata; se la Maddalena sapeva accaparrarselo….»

Poi il candidato se ne andava pei fatti suoi senza domandare la mano della ragazza, e diventava un briccone o poco meno.

La Maddalena era troppo romanzesca per badare al denaro; per lei l’ingegno era tutto. Si innamorò d’un attore drammatico affatto ignoto, che era succeduto al cronista del giornale di teatri, nel sottoscala. Era poverissimo, ma si sentiva destinato alla gloria. Ammirava la cultura straordinaria della sartina; la dichiarava capace di comprenderlo, e sovente la sera recitava per lei sola delle scene, che nessun altro attore sapeva interpretare. Tutta la famiglia si commoveva, piangeva, lo trovava sublime. Poi, «con quella bontà delle persone d’ingegno», diceva la Maddalena, la faceva provare a recitare anche lei. E lei declamava con enfasi dei versi di libretti d’opera, che erano la sua passione; ce n’erano di quelli che la facevano sempre piangere, specialmente quelli della Traviata: «Croce e delizia al cor».

Per la Maddalena e per l’attore fu il contrario. Cominciarono dalla delizia. La croce venne dopo vari mesi, quando egli trovò da collocarsi in una buona compagnia, e partì dicendo, col suo bel accento romano, che andava «a cogliere allori per la sua fanciulla».

E ne ebbe infatti di quegli allori che, sebbene senza radici e destinati ad appassire presto, giovano sempre ad un artista. Ma quanto ad offrirli alla «sua fanciulla» non ci pensò affatto. La Maddalena cominciò dallo scrivere lettere piene di fiducia e d’amore, e dal parlare con tutti del suo fidanzato, del suo sposo, coll’idea di dare all’assente una prova di fedeltà. Ma l’assente non ne tenne conto, e la povera giovane passò per quella lunga serie di giorni affannosi, in cui la donna innamorata aspetta ogni mattina una lettera che non viene, riprende a sperare ogni sera, e torna ad esser delusa il domani, fa mille congetture dolorose, trema, poi riscrive, poi aspetta daccapo, finchè il sospetto le si insinua nel cuore, si rafforza, cresce fino alla disperazione.

La disperazione della Maddalena fu doppiamente grande, perchè le nacque una bambina, ed in quella circostanza il padre, chiamato con suppliche e telegrammi, rispose con una lettera fredda, esprimendo dei dubbi sulla sua paternità. «La casa era sempre piena di giovinotti, la Maddalena chiacchierava con tutti, e lui non poteva sapere fino a che punto fossero andate le loro relazioni».

In un giorno di scoraggiamento l’Ernesta, che aveva sempre in mente delle scene teatrali, disse:

—Se ora il tappezziere venisse a dirti: «Io t’amo sempre, perdono tutto, tua figlia sarà mia figlia; vuoi sposarmi?»

La Maddalena crollò il capo e rispose:

—Non potrei adattarmi. Sono avvezza alle persone ben educate, ben vestite, che parlano bene. Poi soggiunse guardando la sua bambinetta che giocava per terra:

—Quando l’Aida sarà grande (le avevano messo quel nome d’opera) baderò bene di non affittare che a giovani già avviati nella loro carriera. Se Alberto non avesse avuto bisogno di allontanarsi da me per guadagnarsi nome e denaro, non mi avrebbe dimenticata.

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