Charles Perrault (F.lli Grimm) – I regali degli gnomi – Traduzione di Federigo Verdinois

Viaggiavano insieme un sarto e un fabbro ferraio. Una sera, mentre il sole tramontava dietro i monti, udirono di lontano il suono d’una musica che via via si faceva più chiaro. Era un suono straordinario, ma così delizioso da far loro dimenticare la stanchezza e da spingerli quasi di corsa verso la parte dond’esso veniva. Era già sorta la luna, quando arrivarono ad una collina sulla quale videro una folla di omiciattoli e di donnettine che allegramente ballavano in tondo, tenendosi per mano. Cantavano anche melodiosamente, e questa era la musica che i viaggiatori avevano udito. Stava nel mezzo un vecchio, un po’ più alto dei compagni, con indosso una veste screziata e con una barba bianca che gli scendeva sul petto. I due amici stettero a guardare a bocca aperta. Il vecchio fece lor cenno di avanzarsi, e i piccoli ballerini fecero largo. Il fabbro ferraio entrò nel cerchio senza esitare un momento; aveva la schiena alquanto curva ed era temerario come tutti i gobbi. Il sarto invece, spaurito alla bella prima, si tenne indietro, ma quando vide che tutti rideano e si spassavano, si fece coraggio ed entrò anche lui. Di botto, rinchiusosi il cerchio, gli omicciattoli ripresero a cantare e a ballare, spiccando salti prodigiosi, ma il vecchio, afferrato un coltellaccio che aveva alla cintola, si diè ad affilarlo e poi si voltò verso i due nuovi venuti. Figurarsi la loro paura! In un lampo il vecchio agguantò il fabbro ferraio e con due o tre botte gli tagliò interamente barba e capelli; poi, senza perder tempo, fece lo stesso al sarto. Finito che ebbe, battè loro amichevolmente sulla spalla, come per dire che aveano fatto benissimo a lasciarsi radere senza opporre resistenza. Indicò poi col dito un mucchio di carboni che sorgeva poco discosto, e fece intendere a segni che se ne empissero le tasche. Obbedirono tutti e due, senza sapere che ne avrebbero fatto di quel carbone, e si rimisero in cammino cercando un qualunque ricovero per la notte. Arrivando nella valle, sentirono la campana d’un convento battere la mezzanotte: nel punto stesso, tacque il canto, tutto disparve, ed essi non altro videro che la collina deserta rischiarata dalla luna.
I due viaggiatori trovarono un albergo e si coricarono bell’e vestiti sulla paglia, scordandosi per la grande stanchezza di sbarazzarsi dei carboni. Se non che, un peso insolito che gli schiacciava li fece svegliare a punta di giorno. Si toccarono le tasche, e non credettero agli occhi propri quando le trovarono piene, non già di carboni ma di verghe di oro vergine. Anche la barba e i capelli erano ricresciuti a meraviglia. Erano ricchi oramai; soltanto il fabbro ferraio, che per avidità avea più del sarto rimpinzato le tasche, possedeva il doppio della ricchezza.
Ma un uomo avido vuol sempre aver di più. Il fabbro propose dunque al compagno di trattenersi ancora un giorno e di andar la sera dal vecchio per guadagnare altri tesori. “No, rispose il sarto, per me, son contento; aprirò bottega da me, sposerò la mia cara e sarò felice”. Nondimeno, per far piacere all’amico consentì a trattenersi un giorno di più.
Venuta la sera, il fabbro si caricò di due sacchi e si mise in cammino verso la collina. Come la notte precedente, trovò gli omicciattoli che cantavano e ballavano. Il vecchio lo rase e gli accennò di prendere i carboni, nè quegli se lo fece dir due volte, anzi riempì i sacchi quanto più poteva, scappò all’albergo e si ficcò tutto vestito in letto. “Quando l’oro, disse fra sè, comincerà a pesare, lo sentirò”, e si addormentò nella dolce speranza di svegliarsi più ricco d’un Creso.
Appena aperti gli occhi, suo primo pensiero fu di cacciarsi le mani in tasca; ma per quanto frugasse, non vi trovò che carboni. “Almeno, pensò, mi resta l’oro che ho guadagnato l’altra notte.” Andò subito a vedere; ma anche quello, ahimè! era ridiventato carbone. Si diè con la mano tinta un colpo alla fronte e sentì di aver la testa calva e rasa come il mento. Eppure, non conosceva ancora tutta la sua disgrazia; e di lì a poco si avvide che alla gobba che aveva di dietro se n’era aggiunta un’altra davanti.
Sentì che quello era il castigo della sua ingordigia e si diè a lamentarsi ed a piangere. Il buon sarto, svegliato da quel piagnisteo, si svegliò e cercò di consolarlo. “Noi, disse, siamo compagni, abbiamo insieme fatto il viaggio; resta con me e la ricchezza mia basterà a farci campare tutti e due.”
Mantenne la promessa, ma il fabbro dovette pur troppo portar tutta la vita le due gobbe e nascondere sotto un berretto la testa pelata.

Fratelli Grimm